
Charitas omnia sperat. Chi ama spera tutto da Dio, spera
l'eterna beatitudine ch'è l'oggetto principale della speranza,
spera gli aiuti necessari della grazia all'anima, la provvidenza
opportuna al corpo.
Nell'uno e nell'altro fu segnalatissima la speranza di Benedetto.
La brama ardente che avea di godere l'amato suo Dio nella gloria
eterna, lo spinse a rinunziare sin dai primi anni di sua adolescenza,
quanto avea e quanto sperar potea di beni in terra, lo spinse
ad intraprendere un tenor di vita abbiettissimo, povero in estremo
e sopra ogni altro rigoroso, né vi era cosa che gli sembrasse
malagevole per venirne a capo. Questa brama lo facea prorompere
spesso nelle seguenti giaculatorie, scoperte per ubbidienza al
confessore: tu es, Domine, spes mea, in te posui certissimum
refugium meum. Tu es, Domine, tota spes mea in terra viventium.
Mihi adhaerere Deo, bonum est: et ponere in Deo meo totam spem
meam. Signore, Voi siete la mia speranza, in Voi, come in sicuro
rifugio, me ne stò riposato. In Voi solo, mio Dio, ho collocata
tutta la mia speranza nella terra dei viventi. Ell'è cosa
oh quanto giovevole star con Voi e collocar tutta in Voi la mia
speranza! La parola totam, tutta che non è nella
Sacra Scrittura, l'aggiungeva da sé per isfogo maggiore.
Nel recitare l'atto di speranza esprimevasi al confessore in una
maniera così fervorosa, che gli si leggeva in volto la
speranza che avea nel cuore.
Per iscoprire viemaggiormente la fermezza della sua speranza in
Dio esporremo la risposta, che diede a due dubbi propostigli dal
suo confessore. Il primo fu che l'uomo, ch'è un vil vermicciuolo,
aspirar possa ad un bene così grande qual'è il paradiso,
e sperarlo da Dio? Rispose, ma tutto infuocato d'amore: esser
Dio tanto buono, tanto amorevole, che per ottenerlo basta dimandargli
di cuore ciò che spetta alla salute dell'anima e al bene
del corpo, confacente ad essa. Il secondo, cosa farebbe o
direbbe ad un angelo, che gli desse l'annunzio funestissimo di
non trovarsi egli scritto nel libro della vita o d'essere già
cancellato? Rispose: non lascerei per questo di operar del
bene, anzi ne farei di più. Direi, che non temerei giammai,
né mi confonderei in eterno, sperando immobilmente che
non sarà negata la salvezza dell'anima mia dal figlio di
Dio, che tanto fece e tanto soffrì per salvarla.
Le risposte parimente che dava ad altri in varie circostanze sono
argomento chiarissimo della sua viva speranza in Dio. Chiesto
dal tesoriere Zitli, altrove citato, come farebbe a tirar avanti
nel bollore di sua gioventù, l'intrapreso tenor di vita
così austero? Rispose: che sperava in Dio, e che quantunque
fosse stato costretto senza suo volere ad uscir dal convento di
Sette Fonti, pure confidava in Dio che gli darebbe aiuto opportuno
per ischiacciar la testa del demonio anche in mezzo al mondo.
Avvertito dalla sua genitrice, mentr'era giovinetto in casa, che
non potrebbe reggere a quel tenor di vita austerissimo a cui aspirava
ed a cui cercava addestrarsi con particolari mortificazioni rispondea
intrepidamente: che coll'aiuto di Dio tutto si può,
purché si voglia davvero, e che come ad altri avea data
grazia bastante per la vita anacoretica, così era potente
per darla ancora ad esso. Somiglianti risposte dar solea al
zio in Erin e ad altre ragguardevoli persone in Amettes, che mettendogli
davanti le austerità della vita solitaria nella Trappa,
si lusingavano di frastornarlo; risposte ridondanti tutte d'una
vivisima speranza.
Basti per una evidente dimostrazione della sua fermissima e viva
speranza in Dio ciò che scrisse ai genitori nell'ultime
due lettere altrove esposte: che non istessero inquieti, né
si affliggessero per sua cagione perché mi conduce l'onnipotente.
L'onnipotente mi assisterà, e mi condurrà nell'impresa
ch'egli stesso mi ha ispirata.
Pieno il suo cuore di speranza in Dio, cercava a tutt'ora d'insinuarla
ad altri, qualora gli si presentasse l'occasione; ragionando con
tale energia, con fervor tale della bontà infinita di Dio,
che dileguava tutte l'ombre di diffidenza e di timore, che potessero
indebolire l'animo altrui. Non solo alcuni testimoni della città
di Fabriano attestano d'esser rimasti pienamente consolati nei
loro guai da' sentimenti di speranza, suggeriti loro fervidamente
da Benedetto, ma molti altri ancora. Lagnandosi un giorno il confessore
penitenziere p. Temple, prima che capitasse da lui Benedetto Labre
o che lo conoscesse, con alcuni pellegrini francesi, perchè
non trovava se non in pochi una soda bontà ed un vero spirito
di pellegrino, gli fu ingenuamente risposto; esser ciò
purtroppo vero e ch'essi altresì un giovane aveano conosciuto,
che a preferenza di pochi meritava il vanto d'essere insignemente
dabbene e possedere il vero spirito di pellegrinaggio, impiegandosi
negl'incontri, nelle opere di misericordia e SPECIALMENTE D'ISPIRARE
IN ALTRI LA CONFIDENZA IN DIO. Descrivendolo poi, gli dissero:
ch'è di Boulogne sul mare, e che cinge ai fianchi una
corda sopra un abito cenerino; contrassegni che ravvisò
poi in Benedetto, quando l'ebbe penitente a' suoi piedi.
Per quanto però fosse viva la speranza in Benedetto, non
andò mai divisa da quel timore che non la bontà
di Dio, ma la meschinità ispira nell'uomo, da sé
troppo labile, e che può far uso cattivo della libertà
in cui lascialo Iddio: Reliquit eum in manu consilii sui.
Timore, che punto non si oppone a quello. Il Ven. Cardinal Bellarmino
spiegando le parole del Salmo XXXII, vers. 18. ecce oculi Domini
super metuentes eum; et in eis, qui sperant super misericordia
ejus, dice: che il timore senza la speranza è un timore
servile, la speranza senza il timore è presunzione; il
timore però unito alla speranza è un vero amor di
Dio: timor sine spe, servilis est; spes sine timore, praesumptio;
timor cum spe charitatem veram declarat.
Tale fu la speranza di Benedetto. Tutto sperava dalla bontà
di Dio; temeva però molto di sé, per qualche sorpresa
della miserabile natura, che corre da sé più precipitosa
al male, che non un fiume al mare. Avendogli una volta detto persona
divota, che temeva molto di salvarsi, perché non poteva
far penitenza, né patir cosa veruna, rispose che anch'esso
temeva. Voi dubitate; disse, ed io no? Io ancora ho
paura. Per questo timore teneva sempre a freno i sensi suoi,
privandoli di qualunque cosa potesse servire alla natura d'incentivo
al male, o d'armi al demonio per combatterlo. Egli stesso fu costretto
svelar ciò al confessore, quando saper volle per ubbidienza
il vero motivo, che lo spingeva a privarsi del vino. Questo timore
gli fè abbracciar di buon grado quel rigidissimo tenore
di vita, che poi tenne costantemente sin che spirò. Questo
inculcava ancora ad altri dicendo: che quando dovesse dannarsi
che una sola persona, dovrebbe ognun temere di essere quella.
Scrivendo ai suoi genitori uscito dalla Certosa, dice loro tra
gli altri sentimenti così: meditate le pene terribili
dell'inferno, che si soffrono tutta intera l'eternità per
un solo peccato mortale, il quale si commette così facilmente.
Sforzatevi d'essere del numero così piccolo degli eletti.
Così pure replica nella seconda ed ultima lettera loro
scritta, uscito dal convento di Sette Fonti; pensate all'eterne
fiamme dell'inferno ed al piccolo numero degli eletti. Sentimenti,
che mostrano chiaro la bell'armonia che facevano nel suo cuore
la speranza ed il timore.
Non era men viva la sua speranza in Dio per la provvidenza opportuna
al corpo, di quel che la fosse per gli aiuti della grazia all'anima.
I tanti casi narrati in tutto il corso di questa istoria ne sono
una prova chiarissima. Avendo egli gettate tutte in Dio le sollecitudini
per il provvedimento del corpo, non si dava pensiero d'altro per
sostenerlo, che sol del giorno corrente, rammentandosi dell'avvertimento
del Redentore: nolite solliciti esse in crastinum; sicurissimo,
che quel Dio, cui son tutte note le nostre indigenze, scit
Pater vester, quia his omnibus indigetis, e che con la sua
onnipotente benevolenza, dat omnibus affluenter, lo avrebbe
ancor provveduto nel dì susseguente. Quindi era il ricusar
le limosine spontaneamente offertegli, quand'era già provveduto
per il dì corrente, o darle ad altri poveri, o metterle
nella cassettina delle limosine presso la porta della chiesa,
quand'era costretto a riceverle dalla caritatevole importunità
altrui. Offertosi certo pio sacerdote a Benedetto di provvederlo,
qualora non fosse stato provveduto da benefattore veruno in qualche
giorno, rispose: non essergli mai mancata la provvidenza divina.
Un dei confessori in Roma il consigliò una volta, secondo
le leggi dell'umana prudenza, ad accettar limosine, e riserbarle
per altri giorni, e per il bisogno delle vesti, che gli s'infracidavano
addosso col lungo ed incolto uso. Benedetto gli allegò
e gli pose in campo molti passi dell'Evangelio, ove il Signore
vieta il pensiero del futuro, con tal prontezza, con tale risoluzione,
che il confessore conobbe chiaramente, volerlo Dio su quella condotta;
e giudicò bene non importunarlo, né comandargli
altrimenti. Né a questo si oppone l'esserglisi trovate
dopo morte poche monete in tasca, come l'istesso confessore riflette,
poiché avea egli con espressa licenza dell'ultimo suo direttore
Marconi ammassato qualche scudo, non per il vitto, sì bene
per la compra d'un nuovo breviario, essendo egli solito recitar
quotidianamente l'offizio divino, chè più non potea
nell'antico, oramai lacero e consumato dall'uso frequente di tanti
anni, e dagli strapazzi sofferti ne' lunghi e disastrosi suoi
pellegrinaggi.
Riducevasi talora nel caso estremo di non aver affatto di che
sostentarsi. In questo neppur chiedeva limosina; soltanto presentavasi
a qualche benefattore, d'innanzi al quale troppo chiaramente parlava
in muto linguaggio la meschinità degli abiti, la macilenza
del volto e la fiacchezza del corpo. Che se nulla gli fosse allora
somministrato partiva in pace, e con volto sereno replicava la
usata sua giaculatoria, in Te, Domine speravi, non confundar
in aeternum.
Accortosi un giorno l'abate Mancini, che Benedetto non avea indosso
camicia, glie ne provvide una, senza sua richiesta; suggerendogli
nel tempo stesso, che in tale stato era lecito il domandare dai
benefattori ciò ch'è necessario: poiché questi
talora non provvedono, perché o non sanno il bisogno, o
non ne sono richiesti. Ma ripigliò Benedetto, che appunto
quegli abiti cenciosi, che allora il coprivano, l'avea ricevuti
da un benefattore, senza ch'egli l'avesse dimandati: e che però,
quando Dio vorrà che me li diano, me li daranno da sé.
Quanto da noi si è scritto nei primi tre capi della terza
parte intorno alla sua estrema povertà, tutto spira l'eroicità
della sua speranza e fiducia in Dio. A questo ancora collima quanto
si narra in tutti i capi della seconda parte intorno ai suoi pellegrinaggi,
fatti sempre senza provvisione alcuna, affidato tutto nella Divina
provvidenza, che in alcun tempo mai non gli mancò. Per
la qual cosa fu creduta la sua confidenza in Dio a guisa di
quella di un s. Gaetano, e le sue espressioni colle quali dichiaravala,
simili a quelle del Salmista, e d'un san Lorenzo Giustiniani.
I doni soprannaturali, altri spettano alla perfezion del soggetto,
cui Dio si degna darli; e diconsi, gratiae gratum facientes:
sono, la locuzione interna, la contemplazione, l'unione stretta
e continua con Dio, gli slanci di amore, lo sguardo fisso, le
estasi ecc.. Di questi tutti fu a gran dovizia favorito Benedetto,
come potrà da tutto il corso di questa istoria conoscersi
tanto sol che in leggendola per poco vi si adoperi attenzione.
Altri poi si concedon da Dio, quando gli è in grado, ad
alcuni dei suoi servi per ben del prossimo e per autenticare la
loro santità. Queste diconsi, gratiae gratis datae;
e sono i miracoli, il guarimento dei morbi, le visioni celesti,
le profezie, gli splendori in volto e simili. Dissi, quando
a Dio è in grado poiché non a tutti i santi
suol Dio concedere tali doni. E ciò con alto consiglio
della sua sapienza, dice s. Agostino, per disingannar coloro che
tutto il pregio ripongono della santità nei fregi esterni
che l'adornano, come appunto sono tali doni, e non nella sostanza
della santità stessa, che son le opere virtuose, alle quali
solamente e non a quei doni corrisponderà la gloria in
cielo. Reddet unicuique secundum opera ejus, non secundum dona.
Basti per tutti in prova di ciò quel gran santo, di cui
non surrexit major, che, come costa dall'Evangelio, signum
nullum fecit.
Or di questi doni volle ancora il Signore fregiar Benedetto, come
accenna uno dei suoi confessori.
Convien qui prima rammentare, che Benedetto ebbe sempre un risoluto
impegno di vivere affatto sconosciuto al mondo, e di nascondere
a chiunque, quanto tra sé e Dio passava. Taluno che in
certi tempi trattavalo alla dimestica, si duole di non aver mai
potuto strappargli di bocca cosa veruna delle sue interne azioni.
Ai confessori soltanto, quando venivane comandato per ubbidienza,
scopriva candidamente ciò, di che l'interrogavano: ma nel
farlo era tanta la pena che mostrava in superare la sua santa
ripugnanza, che gli stessi confessori, come altrove si è
narrato, per non affliggerlo di vantaggio, desistevano dal più
inoltrarsi. A cotale suo impegno io mi do a credere che abbia
Iddio voluto almeno in parte condiscendere. Qualche volta però
malgrado la sua umiltà, autenticò il Signore l'occulta
sua santità, or con mostrarlo circondato di celesti splendori,
or con far delle grazie particolari a sue preghiere, talora colla
replicazione della persona, più volte collo spirito di
profezia. Ma di visioni reali di personaggi celesti, nessuna io
ne ho trovata nei processi, poiché nessuno mai dei confessori
io trovo avernelo interrogato; taluno solamente assicura di visioni
intellettuali: qualche cosa senza dubbio sarebbe giunta a nostra
notizia, se richiesto per ubbidienza ne l'avessero. Ma non giudicarono
prudente il farlo, o perché non volessero mettere come
a tortura la di lui profonda umiltà, o perché fossero
del parere di molti, che di tali visioni non fanno punto gran
caso per esser molto soggette ad allucinamenti ed inganni.
Quanto alle grazie da Dio fatte a preghiera di Benedetto, io trovo
nei processi deposto da due, la guarigione inaspettata del lor
genitore in Moulins da lunghi e penosissimi mali. Era stato questi
oppresso per quattro lustri da frequenti dolori di colica, e per
due anni da ritenzion di orina, con tale spasimo, che era costretto
a mandare spaventose grida. Accolto in loro casa Benedetto in
un dei primi suoi pellegrinaggi, gli si appressò al letto,
interrogandolo dei suoi mali. Uditili appena e fatte a Dio delle
segrete preghiere: non sarà niente, gli disse, incoraggiandolo,
non sarà niente. Niente di fatti fu. Proferite queste
parole, svanì tosto ogni male; ed il giorno dopo levossi
di letto in ottimo stato: né mai più fu molestato
dai sopraddetti mali per altri dieci anni, che seguì a
vivere felicemente, dopo i quali morì per colpo di apoplessia.
In Fabriano nel gran terremoto accaduto (vivendo ancor Benedetto)
molti anni addietro, che mandò per terra gran parte della
città, restarono ferme e niente offese in mezzo all'altre
rovinate, quelle poche case alle quali avea egli promessa l'esenzione
dal castigo dei terremoti e fulmini purché recitassero
l'orazione che lasciò ivi scritta sul partirne, riportata
nel Capo III della parte Seconda, e pubblicata indi da per tutto
colle stampe. Tale grazia fu allora da tutti attribuita all'intercessione
del servo di Dio come vien deposto nei processi.
Era quel piissimo suo albergatore di Loreto, signor Gaudenzio
Sori, sommamente angustiato a cagion d'un debito di scudi quattrocento
a un di presso cui si vedeva inabile a soddisfare e per la gran
difficoltà di riscuotere i suoi crediti e per la scarsezza
degli avventori nella sua bottega, fece però una volta
con Benedetto sfogo delle sue tristezze; ma il servo di Dio, senza
far parole, udivalo, alzando di tratto in tratto gli occhi al
cielo in atto di pregare. Presto ne vide il Sori coll'esito felice
l'effetto delle di lui preghiere. Nel giro di quei tre anni in
cui alloggiò per pochi giorni Benedetto, si sgravò
pienamente di tutti i suoi debiti; vide accresciuto notabilmente
il concorso dei compratori e lo spaccio delle sue merci; tutto
ascrivendo alle preghiere del servo di Dio, che così il
rimunerava della carità dell'alloggio. La sua divota consorte
parimente animata dal concetto in cui tenevalo di santo, e dall'aumento
dell'entrate in sua casa per le sue preghiere; si fece coraggio
una sera pria che da Loreto partisse per Roma, di pregarlo che
avendo ella sempre penato molto in tutti li parti antecedenti,
la raccomandasse a Dio per la felicità dell'imminente parto.
Si pose allora egli in atteggiamento di pregar Dio, senza dirle
parola; intanto troncato quel discorso, Benedetto partì.
Giunto il tempo di partorire si sgravò ella felicemente,
senza alcuno dei soliti suoi incomodi. Per la qual cosa tenevano
per certo que' due caritatevoli consorti, e il dicevano ancor
ad altri, che era entrata nella lor casa la protezione e la provvidenza
di Dio, dopo che avevano ricettato il servo di Dio.
La replicazion della persona, che si legge d'un S. Francesco Saverio
e di pochi altri santi, più volte fu notata in Benedetto
senza dubbio veruno, nel mentre abitava nell'ospizio dei poveri
in Roma. In tal tempo, che durò presso due anni fino alla
sua morte, attesta il custode, e con lui l'amministratore e i
poveri tutti coabitanti, che ogni sera all'ora prefissa delle
ventiquattro e mezzo in circa trovavasi Benedetto in un cogl'altri
nell'ospizio, ed ivi trattenevasi tutta intera la notte, né
mai uscir poteva, se non la mattina all'aprirsi della porta dopo
l'orazione comune; né il custode fidò mai le chiavi
ad altri, né mai chiese egli licenza di uscire, licenza,
che si nega affatto a chiunque di loro. E pure per attestato di
molti, avvalorato col solito giuramento, fu egli veduto orare
immobilmente in alcune chiese non solo per tutto intiero il giorno,
ma persino al di là della mezzanotte nel solito suo atteggiamento
estatico d'innanzi al Santissimo Sagramento, esposto per le Quarant'ore
la notte. Fu veduto ben quattro volte nel colmo della notte orare
nella forma suddetta. Primo avanti il Santissimo Sagramento, esposto
nella chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini. Secondo
nella chiesa del monistero di Sant'Ambrogio orare d'innanzi il
Santissimo esposto per Quarant'ore della mattina per tutto quanto
il giorno sino alle ore tre della notte, con ammirazione somma
ed edificazione dei ministri della chiesa, ed in ispecie del sagrestano
sacerdote, che sul principio non sapendo chi si fosse, entrò
in sospetto che fosse qualche furbo, il quale aspettasse l'ora
solitaria ed opportuna per rubare qualche pezzo di argento dei
molti esposti: e però dovendo far la sua ora dell'orazione
in tal tempo d'innanzi al Santissimo, incaricò uno dei
chierici assistenti in chiesa, che badasse su quel povero; ma
in ciò per soddisfare al dovere del suo impiego, era egli
perplesso, inchinando più a crederlo un santo che un ladro.
Finita la sua ora, riseppe dal chierico, che il povero sempre
fermo e divoto era già partito dopo l'ore tre della notte.
Terzo, fu veduto nel modo stesso d'innanzi al Santissimo esposto
per le Quarant'ore nella chiesa di Santa Anna dei Palafrenieri
in Borgo, da un'ora prima del mezzo giorno sino a più in
là delle ore ventiquattro, non essendosi notata la sua
partenza, da chi n'osservò con ammirazione la divota dimora:
solo depone, averlo lasciato in contemplazione dopo le ore ventiquattro,
quando partì egli dalla chiesa. Quarto, si depone ancora
nei processi che la notte del Santo Natale del 1782, fu veduto
assistere nella chiesa di santa Maria dei Monti alla recita del
mattutino, alla messa solenne, a tutta la funzione sino all'ultimo
ossequioso atto di baciare i piedi al Santo Bambino.
Resta dal fin qui detto chiaramente mostrato, che Benedetto ebbe
da Dio il dono della replicazione della sua persona. Imperciocché
viene con giuramento attestata la permanenza di Benedetto ogni
notte nell'ospizio, senza escluderne pur una: giuramento prestato
da molti ben degni. Con giuramento vien pure attestata da molte
riguardevoli persone la sua permanenza nelle suddette chiese alcune
notti, e ciò nell'istesso tempo, Fa d'uopo adunque conchiudere,
che veramente Dio Signore onorar volle con tal favore questo suo
servo, e rimeritare e dimostrare il grande affetto che egli ebbe
verso il santissimo sagramento dell'Eucaristia: altrimenti dovranno
fuor di ragione condannarsi come spergiuri, non donnicciuole,
non contadini; ma persone ben riguardevoli per sacerdozio, per
esemplarità di costumi, e per dottrina.
Volle ancor Dio onorarlo qualche volta col dono dato a S. Benedetto,
a S. Luciano, a qualche altro santo, dell'efficacia negli sguardi.
Benedetto non mirò mai donna alcuna in viso: pure una volta
spinto da Dio, mirò con due occhiate fisse una donna, come
avvisandola di ciò che passava nella sua coscienza. Attesta
ella, che que' due sguardi furon di tal giovamento all'anima sua,
e tal salutevole impressione vi cagionarono, qual mai provata
non avea né con prediche altrui, né colle istesse
missioni; siccome poi tutta commossa conferì al confessore.
Intorno allo spirito di profezia, che consiste nello scoprire
le cose interne o lontane di tempo avvenire, molte cose trovo
nei processi da lui scoperte. Una donna, per altro ignota affatto
al servo di Dio, fermatolo per la strada si accingeva a dirgli,
che voleva provvederlo di certi abiti; ma senza ch'ella più
oltre si spiegasse, Benedetto la prevenne, dicendole: saper
bene il suo caritatevol pensiero: ma che non poteva ricevere i
preparati abiti. Parole, che la istupidirono, giudicando,
che non d'altronde, se non da lume soprannaturale potea egli aver
conosciuto l'interno suo pensiero, non palesato ad altri.
Due occulti pensieri scoprì all'ultimo suo confessore il
Marconi: il primo, che pensava fargli dono d'un librettino da
sé composto, spettante alla maniera più acconcia
di ben confessarsi e comunicarsi sull'esempio di S. Luigi Gonzaga;
ma che poi per motivi ragionevoli ne avea deposto il pensiero.
Il secondo, che alla vista di quei cenci che lo coprivano, pensò
da principio fargli qualche limosina; molto più sapendo
ch'egli non la chiedeva a nessuno, fidando solo nella provvidenza
divina: ma che poi per giusti motivi, propri di un savio e pratico
confessore, avea risoluto di non fargliela. Benedetto gli scoprì
questi suoi occulti pensieri non manifestati ad alcuno: ringraziandolo
ed insieme protestando, che non avrebbe mai accettata la limosina.
Restò sorpreso il confessore, conoscendo in lui non solo
lo spirito profetico ma sibbene il retto fine nel portarsi al
confessionale, che non era per la limosina corporale, ma per la
spirituale soltanto: il che tutto poi depose nei processi.
Ad una ragazza d'anni dieci in Fabriano predisse chiaramente,
che sarebbe col tempo religiosa cappucina; e tal fu poi in Città
di Castello.
Altre profezie pur fatte in vita, si attestano nei processi: ed
anche miracoli, che ivi si accennano. Il R.mo Capitolo della Cattedrale
di Tolentino nel chiedere a grande istanza dalla santa mem. del
Pontefice Pio VI la beatificazione di Benedetto al più
presto che si potesse, oltre i motivi dell'innocenza grande, unita
ad una gran penitenza, e ad altre virtù eroiche praticate
in Tolentino, a tutti note, adduce la benevolenza speciale del
servo di Dio verso la loro città, per averle mandata una
medaglia in dono, che ha operati, e tuttora opera sol col tatto
cose moltissime miracolose ed ammirabili: cujus potenti contactu
permulta mira, et sane miranda gesta sunt; et adhuc geruntur.
Il miracolo però maggior d'ogni altro, è la conversione
di alcuni peccatori, per via del dono della penetrazione dei cuori,
che altrove occorrerà narrarsi. Ma bastino soltanto gli
accennati, per conoscerlo dotato da Dio del dono di profezia.
Non posso però omettere la chiara predizione che per impulso
divino manifestò al confessore Marconi intorno a ciò,
che sarebbe accaduto dopo la sua morte nella Chiesa di S. Maria
de' Monti rapporto al suo cadavere. Questa sola è da sé
bastante a riconoscere in lui lo spirito di profezia per le cose
future, ed a congetturare le tante altre cose, che la sua profondissima
umiltà non dié campo di scoprirsi nel corso di sua
vita.
Un giorno nel mese di settembre dell'anno 1782 precedente all'anno
della sua morte che fu nel 1783, riferì al confessore Marconi,
ma pien di rossore, di rincrescimento, e con somma ripugnanza,
avergli mostrato il Signore: che al suo corpo dopo morte (di
cui non gli predisse il giorno e l'anno) sarebbero prestati degli
ossequi e venerazione in modo straordinario da un'immensità
di persone, anche venute da paesi remoti, con tale calca che per
evitare l'irriverenze popolari, si sarebbe trasportato dall'altare
altrove il Divin Sagramento e che succederebbero ancora in chiesa
delle impudicità. Così egli si espresse. Il
confessore fece prudentemente mostra di non farne alcun caso:
anzi per tenerlo fermo in quella umiltà profondissima,
che gli fu sempre a cuore, il trattò da miserabile creatura
non meritevole di tanto. Così gli riuscì di temperare
la sua amarezza nata da tre capi; primo dall'orrore che ebbe sempre
agli onori; secondo, dalle offese di Dio, che sarebbero accadute
in chiesa; terzo, per dover manifestare questa sua chiara intelligenza
al confessore, spinto da impulso interno di Dio.
Ebbe però l'accortezza il confessore di consultar tutto
segretamente con tre esemplarissimi sacerdoti, vivendo Benedetto,
e tutti e tre restarono sorpresi dalla maraviglia, quando dopo
la sua morte videro cogli occhi loro avverata parte per parte
appuntino la predizione, che poi si sparse per tutta Roma. Più
di loro restò sorpreso il confessore stesso, quando nel
confessare ebbe ai suoi piedi tra gli altri un giovane, che umiliato
e pentito svelogli i peccati da sé commessi in chiesa nel
genere predetto tra l'affollamento della gran gente accorsa; e
in segno del vero pentimento diegli ancora licenza di parlarne
e nominarlo reo; quantunque saviamente non giudicasse valersene.
Come poi siasi avverata minutamente tal profetica rivelazione,
già mi accingo a mostrarlo nei tre capi seguenti, che tutti
si raggirano intorno a ciò che precedette la morte di Benedetto,
a ciò che accompagnolla, a ciò che la seguì.
Fu opinione ben fondata di tutti i confessori di Benedetto, che
perseverando egli nell'intrapreso tenor di vita, morrebbe da santo,
non potendo fallire le promesse divine. Da santo morì Benedetto,
qual'era costantemente vissuto; come lo dimostrerò nella
narrazione de' tre seguenti capi, nel primo de' quali ci restringeremo
a narrar solamente ciò che precedette la sua morte. Precedettero
profezie della vicina sua morte, brame sue più vive del
paradiso, virtù più fervorosamente da lui praticate.
Le profezie furon da Dio poste in bocca sì a Benedetto
medesimo, che ad altri. Egli nell'ultimo viaggio fatto nel 1782
alla santa Casa di Loreto, fu ivi osservato da' suoi albergatori
sig. Gaudenzio e Barbara Sori fuor dell'usato pensieroso ed astratto,
ma sereno ad un tempo e lieto come uno che ha qualche grande idea
di suo piacere in mente. Scorsi appena pochi giorni, dichiarossi
voler partire per Roma. Maravigliati i piissimi consorti di tal
sollecita partenza, e bramosi di goderlo più lungamente,
lo pregarono che si fermasse pure per altri giorni. No, basta
fin qui, rispose Benedetto, voi non sapete: ho bisogno
di partire, convien ch'io vada. Almeno, replicarono, non
manchi di venire per l'anno futuro. Benedetto sorridendo rispose:
se non verrò, ci rivedremo in paradiso. Il che replicò
pure al sig. Gaudenzio sull'atto stesso del partire. Richiesto
ivi medesimo dal sacerdote D. Gaspare Valeri suo affezionato,
se tornerebbe in Loreto l'anno seguente: se non mi vedrete,
rispose, ci rivedremo in paradiso.
Il Verdelli chierico lampadaro della santa casa di Loreto (a cui
Benedetto avea chiaramente profetizzato, che non sarebbe religioso
dell'osservanza di S. Francesco in Osimo, benché tutto
avesse già in ordine per eseguirlo, cosa che ebbe ad avverarsi
fuor d'ogni aspettazione) nell'anno stesso 1782 in dargli alcune
cartine della polvere della santa Casa, con altre divozioncelle,
mentre stava sul partire, gli disse: a rivederci un altr'anno.
Il servo di Dio rispose; non credo. Come? ripiglia l'altro,
non tornerete? Non ci rivedremo? Se vuole Dio, disse Benedetto,
ci rivedrerno in Paradiso, che vide poi avverato, quando
nel 1783 giunse in Loreto l'annuncio della sua morte.
Richiesto dal suo confessore P. Almerici nell'anno medesimo 1782,
se fosse stato altre volte in Loreto, rispose; che più
d'una volta, ma che credeva questa dover esser l'ultima, perché
in appresso non avrebbe potuto far più questo viaggio attesa
la lontananza del luogo dove andar dovea. Non apprese l'Almerici
per tale luogo il paradiso; credette che come francese far dovesse
ritorno in Francia. Questi suoi profetici detti posson valere
d'argomento, non mal fondato, che Benedetto avesse avuto dalla
santissima Vergine l'avviso della sua morte per l'anno 1783. Autenticano
presso me tal rivelazione, l'amore scambievole che passava tra
la Vergine santissima e Benedetto, i tanti penosi pellegrinaggi
da lui fatti con sommo amore per venerarla; il cuor dolcissimo
di Maria, che a certi suoi speciali servi suol guiderdonare gli
ossequi con somigliante avviso della morte, la cautela gelosissima
di Benedetto nel tenere occulti i favori celesti.
Fu pur predetta la sua morte in Loreto da un fanciulletto di nome
Giuseppino, figlio degli albergatori del servo di Dio, Gaudenzio
e Barbara Sori, che non oltrepassava gli anni cinque d'età
e pochi mesi; ma fu predetta con tal distinzione, con fermezza
tale, che ben si conobbe da tutti, essersi Dio servito della sua
lingua, come suole, ex ore infantium, per palesarla. Il
che più acconciamente riserberemo a parlarne, quando dovrà
esporsi ciò che avvenne dopo la morte.
Una religiosa parimente di gran perfezione, quindici giorni prima
che morisse Benedetto, avvisò per lettera l'amministratore
dell'ospizio dei poveri in Roma, con cui si carteggiava; che
fra breve lo sposo celeste coglierebbe dal suo giardino (dall'ospizio)
un fiore; che però stesse a vedere, chi mai fosse tal
fortunato. Non ebbe a durar molto l'Amministratore per indovinarlo;
il veder Benedetto già nell'estrema emaciazione e debolezza,
ed il sentire l'odore di sua gran virtù gli fe' pensar
subito di lui e l'indovinò veramente: come poi riseppe
per nuova lettera dell'istessa.
Oltre le profezie, precedettero alla morte le brame più
vive dell'unione con Dio perfetta in paradiso. Egli è proprio
dell'amore bramar l'unione coll'oggetto amato; unio est opus
amoris, dice S. Agostino. Nelle lunghe sue contemplazioni
era stato egli da Dio favorito di vive illustrazioni intorno alla
grandezza di Dio: quindi ne sospirava ognora il godimento perfetto
nella patria celeste. Vedendosi però negli ultimi tempi
giá d'appresso all'adempimento de' suoi desideri, sospirava
il suo Dio, più che sitibondo cervo il fonte per dissetarsi:
bramava che gli si sciogliesser presto le catene del corpo onde
veniva come imprigionato lo spirito; sembrava nel suo fare e nel
suo dire che dicesse con s. Paolo: cupio disolvi et esse cum
Christo? Quis me liberabit de corpore mortis hujus? Quindi
era il non curar punto del suo corpo, né de' suoi mali,
che da per tutto lo circondavano. Quindi il rispondere a chi l'avvertì
di curarsi per non cader morto qualche giorno in pubblica via:
che importa a me? Quasi dicesse, perisca il corpo che ho sempre
tenuto in conto di nemico, purché l'anima se ne voli al
cielo, a Dio. Replicava con più d'ardore l'usata sua giaculatoria;
voca me, et videam te.
Finalmente precedette un nuovo aumento di fervore e di opere virtuose
in apparecchio alla morte. Moltissimi sono i testimoni, che confessano
aver osservato in Benedetto negli ultimi tempi un fervore ed un
operare il bene, più vivo e più copioso; e che sembrava
pari alla luce, che va sempre più rischiarandosi sino alla
perfezion del giorno: quae procedit et crescit usque ad perfectam
diem. Oltre a costoro, lo attestano tutti i suoi confessori
nel corso di sua vita, e l'ultimo in ispecie che fu il sig. d.
Giuseppe Loreto Marconi. Fu questi scelto da Benedetto poco men
che un anno precedente alla sua morte, cioè nel giugno
del 1782, quando l'altro suo confessore p. Gabrini, non giudicandosi
per sua umiltà adatto a dirigere un'anima di perfezione
sublimissima, conosciuta nelle conferenze tenute con lui, gli
comandò di cercar altro direttore, che non avesse come
egli, il carico delle cure parrocchiali, per poter così
più speditamente badare alla sua direzione. Or di tal'ultimo
tempo, depone il Marconi con sua ammirazione, non men che godimento
essere li progressi mirabili che facea sempre nella via della
perfezione.
Ma quando ancor mancassero tali comuni attestati, lo dimostrano
chiaramente le sue opere virtuosissime. Tornato egli colla premura
già detta da Loreto a Roma, dopo la quaresima del 1782,
ebbe la mira a prepararsi meglio che prima alla morte, già
da sé profetizzata. Accettato poco dopo per penitente stabile
dal Marconi, dié principio all'apparecchio con voler lavare
da ogni colpa l'anima sua per via d'una confession generale. La
fece infatti col suddetto. Ma qual macchia di colpa lavar potea,
se per testimonianza del confessore medesimo, non si trovò
in lui materia neppur sufficiente per l'assoluzione? E pure genuflesso
ai suoi piedi, discioglievasi in pianto copioso, quasi fosse reo
di gravi peccati. Egli è proprio di un'anima veramente
buona, conoscer colpa dove non è. Trovò anzi in
lui una gran tranquillità di spirito ed una calma perfetta
da quelle tentazioni che un tempo l'aveano messo in fiera tempesta.
Conoscendo Benedetto, esser giunta all'estremo la sua fiacchezza,
lasciò in quell'anno 1782 di fare l'usato suo pellegrinaggio
alla santa Casa di Loreto; avverandosi ciò, che avea detto
l'anno precedente a quanti l'aveano richiesto in Loreto, se ritornerebbe
l'anno appresso: ci rivedremo in paradiso: questa è
l'ultima volta. Ma non lasciò frattanto le sue consuete
orazioni, né rallentò punto il suo fervore: fece
anzi la quaresima corrente con più rigore: cosicché
giudicarono alcuni, che le penitenze maggiori del solito praticate
in essa, lo avessero ridotto all'estrema debolezza di forze. Ma
difficilmente potea egli aggiunger penitenza maggiore alle precedenti;
essendo sì scarso e misero il suo pranzo ordinario; non
assaggiando la sera neppure un pezzettino di pane e un sorso d'acqua;
portando di continuo l'animato molestissimo cilizio degli innumerabili
insetti, ed esercitandosi quasi tutto il giorno in orazione, che
qualora è frequente, è detta dallo Spirito Santo
penitenza afflittiva del corpo: Frequens meditatio carnis afflictio
est.
Con frequenza maggiore accostossi ai sagramenti della penitenza
e della comunione. Trovo di essersi confessato presso il Marconi
più volte, in ispecie nel venerdì di passione, e
di essersi parimente comunicato nella chiesa di s. Ignazio.
Trovo d'aver chiesta dal p. Gabrini la benedizione e la licenza
di comunicarsi (essendo in quel tempo impedito il Marconi dalle
sue apostoliche fatiche) due giorni prima che morisse, cioè
nel lunedì santo; come in effetto comunicossi in quel giorno
nella Chiesa di s. Ignazio all'altare di s. Luigi, ma con tal
modestia, divozione e fervore, che il celebrante confessa, di
aver provata gran compunzione e commozione di affetti al sol mirare
di passo una cert'aria di santità, che trasparivagli nel
volto; a tale che (così egli) non si ricorda di
avere posteriormente celebrata una messa con tanto raccoglimento,
come fu in quella mattina del lunedì santo, e di aver provata
consolazione indicibile nel comunicare quel povero che credeva
un santo, e che nell'atto di ricevere il Corpo di Nostro Signore
Gesù Cristo, mostrò chiaramente nella divozione
singolare, e singolar fervore, la viva fede e l'amore ardentissimo
che avea nel cuore.
Comunicatosi all'altare di s. Luigi, fermossi in detta chiesa,
ascoltando altra messa in ringraziamento. Indi passò alla
sua diletta chiesa di s. Maria dei Monti, ove fu veduto nell'istesso
lunedì santo la mattina orare divotamente a lungo ed ascoltar
messe. Nel dopo pranzo fu pur veduto nella chiesa dei ss. Apostoli
star tutto assorto in Dio, in una maniera particolare. Nel martedì
santo passò gran parte del giorno nella chiesa di santa
Prassede d'innanzi al Divin Sagramento esposto per le quarant'ore,
assorto in una dolce contemplazione; se non che non potendo più
reggere in ginocchio, dopo una lunga dimora, a cagion dello sfinimento
di forze, stavasene per brev'ora in piedi, come costumava in quest'ultimi
tempi. Chi lo vide passare, uscito che fu da detta chiesa, depone
averlo veduto così estenuato di forze, che appena reggevasi
in piedi, faticando molto a camminare. Fa certo gran maraviglia,
come i mali del corpo e la debolezza delle forze, che soglion
d'ordinario snervare in altri il vigor dello spirito, in Benedetto
il rendessero più robusto: ond'è, che tutti attestano
con loro stupore, aver egli non solo perseverato costantemente
nella lunghezza e nel fervore delle sue orazioni, nel rigor dell'aspra
e penitente sua vita, nell'esercizio delle sue virtù: ma
averlo sempre più e più accresciuto sino all'ultimo
giorno in cui spirò.
È viemaggiormente da stupire, che la mattina dell'istesso
Mercoledì santo in cui morì, portossi alla chiesa
di santa Maria dei Monti, come strascinando a viva forza il suo
corpo, coll'appoggio soltanto d'un bastone, ed ivi fermossi orando
nella sua usata devotissima maniera per gran tratto di tempo.
Sul principio della Quaresima del 1783 avea contratto il servo
di Dio un gran catarro con tosse fiera, cagionato da' continui
strapazzi, onde avea malmenato il suo corpo, anche in quest'ultimi
tempi, nulla curando dei venti, del freddo, dell'acque, trattenendosi
per gran parte del giorno ad orar genuflesso nelle chiese, talvolta
anche grondante d'acqua e coi piedi bagnati per l'acqua entrata
nelle sue aperte scarpacce. Tosse e catarro che lo tenevano in
continua veglia la notte. Si era perciò ridotto a segno
tale, che facea pietà il solo vederlo; cadaverico il volto,
languidissime le forze, infossati gli occhi, vacillante il passo,
sembrava un moribondo in piedi. Stimolato dalla carità
sopraffina del sig. abate Mancini, amministratore dell'ospizio
in cui risiedeva la notte, e del custode, che si portasse all'ospedale,
o che se ne restasse nell'ospizio, indossandosi il carico di provvederlo
del bisognevole e servirlo; gradì l'offerta, ma non volle
accettarla. Gli stava sempre fisso nella mente e nel cuore l'esempio
di Gesù Crocifisso, cui ebbe l'impegno d'imitare sino alla
morte, per le vive illustrazioni ricevute intorno alla sua passione
nelle sue contemplazioni. Quindi seguiva costante l'usato suo
rigidissimo tenor di vita, quasi nulla avesse d'incomodo o di
male; né volle valersi della licenza spontanea datagli
dal custode di ritirarsi prima dell'orazione comune o di starsene
a sedere mentre quella durava: continuò a farla cogli altri
e sempre genuflesso, colla solita sua divozione fervorosa sino
all'ultimo giorno della sua vita.
La mattina del Mercoledì santo uscito dalla sua stanza,
comparve alla vista degli altri così sfinito, che non poteva
reggersi in piedi, sembrando pari ad un agonizzante. Alle replicate
premure del custode che non andasse fuori, se pur non volea cader
morto in qualche strada, rispose: nulla curar del corpo; solo
bramare un bastone d'appoggio. Persuaso il custode del desiderio
ch'egli avea di sempre più patire per amor del Crocifisso
e di andar presto alla patria beata, il compiacque. Trascinandosi
col sollievo del bastone a passo lento e vacillante avviossi per
la sua diletta chiesa di s. Maria dei Monti. Di là uscito
poco prima il Mancini ed incontratolo quasi spirante per via gli
rinnovò le sue amorevoli esibizioni. Pur Benedetto grato
a tal carità, tirò avanti il cammino, entrò
in chiesa. Eccolo genuflesso a' piedi del suo Gesù sagramentato
e dell'amata sua santissima madre, che parea lo attendesse ivi
per l'ultima volta, per ivi condursi in quel dì stesso
al Paradiso questo suo servo, che tanto venerata l'avea in quella
devotissima e miracolosissima sant'immagine.
Attesta il p. Piccilli, averlo veduto genuflesso sull'ore mattutine
in chiesa nel sito suo consueto e coll'usata sua divozione, in
altri capi da esso attestata; aver assistito alla messa da sé
celebrata di buon'ora: aver pure udito da molti che si trattenne
genuflesso ed orante per lungo tempo dopo la sua messa. Il macellaro
Zaccarelli depone, che quando entrò egli in detta chiesa,
vi trovò Benedetto; e che dopo due ore uscendone, per adempire
il precetto Pasquale nella parrocchia vicina, lasciollo ivi genuflesso
ed orante, come trovato l'avea. Ma lo attesta con sua gran maraviglia,
perché nei dì precedenti l'avea veduto in figura
non di uomo, ma di scheletro: né capiva, come regger potesse
in un sito sì disagiato e per sì lungo tempo. Lo
avvalorava però sicuramente la grazia Divina, senza la
quale non era ciò possibile.
Mentre il Zaccarelli trattenevasi nella sua parrocchia, Benedetto
presso le ore 14, sentendosi mancar troppo le forze, né
potendo più reggere, si pose a sedere, fuor dell'usato
per poco. Ma un nuovo assalto di deliqui e sconvolgimenti costrinselo
ad uscir di chiesa. I circostanti a vederlo uscire, vacillante
il passo, smunto e pallido il volto, diceano per compassione:
poveretto! sta molto male veramente. Uscito appena di chiesa,
si adagiò così sfinito e languente sugli scalini
esteriori di essa. Molta gente allora gli fu subito d'attorno,
mirandolo con occhio compassionevole; offerendogli con bella gara
di carità le loro case. L'abate Mancini, che trovossi di
passaggio, gli offerì il suo ospizio. Benedetto con fievol
voce ringraziando tutti, disse, non aver bisogno di cosa alcuna;
e colle sue mani fe' cenno di non voler essere di là rimosso.
Intanto avendo terminate il Zaccarelli le divozioni nella sua
parrocchia, ed incamminatosi per la via della Madonna dei Monti,
al veder gran gente affollata sugli scalini, entrò in curiosità
ed appressandosi, vide Benedetto in quel deplorabile stato. Mossone
a gran pietà, il chiamò di nome dicendogli, che
la sua casa era pronta a riceverlo, si lasciasse pur condurre.
Alla voce non ignota, aprì Benedetto gli occhi ed accettò
l'invito. Forse il Signore volle rimeritare al Zaccarelli le molte
carità che prima usate gli avea, col dargli l'onore che
il caro servo morisse in sua casa. Contento ed intenerito il Zaccarelli,
coll'aiuto d'altra persona lo sollevò, e sulle braccia
sue e di altri lo andò a passo lento portando. Convenne
però dopo pochi passi farlo sedere, non reggendogli le
forze, neppure a muovere il piede. Stentatamente in fine giunse
alla soglia della casa poco discosta. Ivi dié saggio di
quella delicatezza, onde avea sempre amata la modestia e la purità:
perocché avendo accennato che i cenciosi calzoni gli cadevano
a terra, non permise che altri lo toccassero, come già
si accingevano; ma li ritirò da sé poco a poco.
Salita a grave stento la scala con l'appoggio di molti ed introdotto
in una camera, gli vacillava talmente l'indebolito capo, che né
pur conosceva dove si fosse: quindi chiese, dove il conducessero?
Sentendo che sul letto, ne mostrò rincrescimento; pregò
anzi, che lo stendessero sulla nuda terra; ma in ciò non
si volle esaudire: fu quindi di peso levato dalle braccia dei
conducenti, e collocato supino sul letto, vestito com'era de'
cenci suoi, soprapponendogli una coperta indosso.
L'attenta carità del fortunato albergatore Zaccarelli pensò
subito alla provvidenza del corpo e dell'anima. Pel corpo, credendo
che tutto il male derivasse da debolezza di stomaco, gli apprestò
un confortante ristorativo. Per l'anima, giudicando molto pericoloso
il male, fe' chiamare dal collegio vicino di santa Maria dei Monti
il p. don Biagio Piccilli. Accorso questi subito alle ore sedici
col suo zelo, ed entrato in camera dissegli: Benedetto mio,
volete niente? Vi volete confessare? Vi occorre niente? Benedetto,
cui niente mai, né pur di colpa lieve era occorso in tutta
la vita sua, per testimonianza autentica di tutti i suoi confessori
altrove ben replicatamente da me esposta, chiamando sulle morte
labbra, quanto potè di languenti spiriti, rispose; niente,
niente. Tastatogli il polso, trovollo tanto debole che disse:
questo se ne muore senz'altro. Quanto tempo è, seguì
il Piccilli, che non vi siete comunicato? Poco, poco, rispose
a grande stento; né poté più proferir parola.
Erasi comunicato nel lunedì santo ed altra volta nel venerdì
di passione, come in addietro si è già narrato.
Credendo il detto padre che il deliquio di Benedetto derivasse
dalle sue penitenze ben note e volendo risvegliare in lui gli
spiriti oppressi, per abituarlo a prendere il santo viatico, si
argomentò di farlo con un altro ristorativo, dopo il quale
egli stesso gli porse un biscottino intinto nel vino, che soltanto
assaggiò scarsamente. Indi gli appressò una pallottina
di bambagia inzuppata di acqua di melissa dicendo: Benedetto
mio, odorate; ma invece di odorare aprì la bocca. Conobbe
da ciò il Piccilli, che nulla più intendeva: e molto
più crebbesi il timore della vicina morte, poiché
avendogli applicata alle narici quella pallottina, vide che non
aveva forza sufficiente per odorarla, anzi voltò dalla
parte sinistra il capo, che prima teneva supino. Quindi persuasissimo
che non era capace di ricevere il santo viatico, disse subito
agli astanti: non c'è tempo da perdere, fategli dare
l'estrema unzione; ed andò via, né fu più
ricercato. Incapace ancora il disse non solo di viatico, ma né
pur di rimedio alcuno corporale il medico e il chirurgo; il primo
capitato alle ore venti, il secondo alle ventuna, per averlo trovato
col polso irregolare, vacillante. appena sensibile, chiusa tenacemente
la bocca, stretti i denti, fissi, conclusi, immobili gli occhi,
scoperti solo dalle palpebre alzategli con forza, insensibile
alle voci, alle chiamate, al tatto, anche ai senapismi applicatigli;
cosicché il credettero e lo diedero già per ispedito.
Giudicarono ciò non ostante lasciar l'ordine di munirlo
dei sagramenti, qualora fosse tornato in sentimenti dal suo letargo.
Ma ciò a Dio non piacque; volle anzi rimunerarne presto
in cielo i tanti meriti ammassati col rigidissimo, e straordinario
tenor di vita, costantemente osservato sino all'ultimo de' suoi
giorni. Gli fu perciò amministrato dal vice parroco il
sagramento dell'estrema unzione, avendolo giudicato anch'egli
incapace del santo viatico; ma senza che Benedetto desse alcun
segno di capire ciò che allor si facesse intorno al suo'
corpo. Frattanto l'assisterono successivamente due padri chiamati
Scalzetti della congregazione della penitenza di Gesù Nazareno,
che stanno nel convento di Sant'Agata de' Tessitori, durando nello
stato di prima il moribondo sino all'ora di notte: accorsavi intanto
in quella casa molta gente per vederlo. Era cosa di tanta edificazione
l'atteggiamento, in cui egli seguì a stare sino all'estremo:
composto, colle mani incrociate sul petto, come sempre costumato
avea, anche per le strade, più quieto, più tranquillo
del solito.
Il medico attesta: che quantunque le sincopi soglion produrre
placidezza, pure quella che riconobbe in Benedetto nelle due visite
fattegli in quel giorno, avea un non so che di straordinario,
che gli recò dell'ammirazione. Esser dovea senza dubbio
effetto della pace interiore da Dio promessa ai giusti sul loro
morire: visi sunt oculis insipientium mori, illi autem sunt
in pace; e forse ancora era l'effetto della presenza amorevole
promessa da Gesù in persona degli apostoli ai suoi servi
fedeli in morte: ego veniam et accipiam vos ad me ipsum; in
morte vestra, come spiega s. Tommaso: nec solum ad apostolos
hoc dictum est; sed ad omnes fideles. Ma non potendo egli
darne alcun segno, per lo stato di abbandonamento dei sensi in
cui allora trovavasi; non possiam noi asserire con certezza ciò,
che con fondamento ci fa congetturare la tranquillità straordinaria
riconosciuta dal medico e la promessa infallibile del Redentore
avverata in tant'altri suoi servi. In tale stato si recitarono
da un dei detti padri in union degli astanti le preci proprie
pei moribondi. Pochi momenti prima dell'ora una di notte si cominciarono
le litanie della Santissima Vergine, stando tutti in ginocchio.
Nell'atto, che suonò l'ora di notte e che il padre assistente
disse: Sancta Maria e la gente rispose Ora pro eo,
finì placidamente di vivere, non dando altro segno che
la cessazion di quel tenue respiro che gli era rimasto. Avvenne
morte sì preziosa alli 16 aprile giorno del mercoledì
santo dell'anno 1783, nella età di anni 35, giorni 21 ed
in quel punto stesso in cui cominciarono tutte le campane di Roma
a dare il segno di recitarsi la Salve Regina, ed altre
brevi preci, ordinate dal sommo Pontefice Pio VI di santa memoria
per muovere la Santissima Vergine ad interporsi presso Dio, perché
si degnasse mettere in calma la nave di s. Pietro ondeggiante
nelle presenti tempeste.
Benedetto in tutto il corso di sua vita curò tanto poco
il suo corpo, quanto voi non fareste di un sacconaccio sdrucito;
tutta la sua mira fu solo e sempre a Dio ed all'anima. Ma spirato
appena, Dio prese a suo carico e l'anima e il corpo. Menò
l'anima al cielo, onorò in terra il corpo, ch'è
quasi un sacco dentro cui sta riposta l'anima; ond'egli dir poteva
col Salmista: conscidisti saccum meum, ch'è il corpo:
circumdedisti me laetitia, dando all'anima mia quel gaudio
eterno, che dar solete in cielo ai vostri diletti e fedeli servi.
Quanto all'anima, si valse Dio della lingua di un ragazzetto per
far palese la sua salita al cielo nel giorno stesso in cui separossi
dal corpo. Ciò tanto maggior meraviglia recar deve, quanto
era più tenera la sua età, quanto fu poi distinta
ed assoluta, più replicata la predizione; quanto è
più lontano da Roma la città, dov'egli abitava che
fu Loreto. Il fatto andò così. Gli albergatori di
Benedetto in Loreto, Gaudenzio e Barbara Sori discorrendo tra
loro nel mercoledì santo dell'anno 1783 della venuta di
Benedetto, che far solea ogni anno, per lo più in Loreto
nel giovedì santo; e bramando di rigoderlo, si lusingavano
che fosse già per capitare. Giuseppino lor figlio, d'anni
non più che cinque e pochi mesi presente al discorso disse
assolutamente e replicò: Benedetto non viene più,
Benedetto se ne muore. Quantunque da principio non si fosse
dato retta alle parole d'un ragazzetto semplice, pure ripensando
poi la madre fra sé, mostrò di dubitare di qualche
malattia in Roma, o che se ne stesse in qualche ospedale per la
strada. Udilla Giuseppino e con più di fermezza replicò:
Benedetto non ha male, ma non viene più; Benedetto se ne
muore. Neppur questa volta si fe' caso dai genitori d'un tal suo
detto; cosicchè nel dopo pranzo del giovedì santo
accingendosi a rassettar lo stanzino per Benedetto, dicevano essere
già tempo di dover presto capitare. Ecco di nuovo Giuseppino
dire chiaramente; Benedetto è già morto, ed è
andato in paradiso. Ammirata la madre, l'interrogò;
come il sapesse? Me lo dice il cuore, rispose; e lo ripeté
più volte da quel dì sino al sabbato precedente
alla domenica in Albis, prima che fosse là giunto l'avviso
della morte. Attoniti i genitori cominciarono ad entrare in timore,
e come per sorprenderlo, se stesse pur saldo nel suo detto, tornando
egli da scuola, alla presenza d'altri gli dissero: Peppe, Benedetto
sen viene? Subito con risoIuzione superiore all'età
rispose, niente esitando: non v'ho detto, che Benedetto è
morto, e ch'è andato in paradiso? allora veramente
prestaron fede ai suoi detti, giudicandoli posti in bocca da Dio
all'innocente ragazzo, che videro in fatti avverati con maraviglia
pochi giorni dopo al sentir la notizia giunta da Roma della morte
accaduta nel mercoledì santo.
Si valse pure della religiosa, che come si disse nel capo precedente,
avea scritto all'Amministratore dell'Ospizio quindici giorni prima
della morte, dover essere colto dallo sposo celeste nel suo giardino
un fiore. Ella dunque dopo la morte riscrisse, come afferma l'amministratore:
Benedetto Labre essere stato il fiore già colto, e trapiantato
nel giardino celeste.
Quanto al corpo, immediatamente Dio gli fe' prestare onori tali,
quali mai non si son veduti in Roma da San Filippo Neri in qua:
né leggonsi i simili nell'istorie dei secoli trascorsi.
Morto appena, molti innocenti ragazzi, andando qua è là
gridavano, spinti non d'altronde che da Dio: è morto
il Santo: è morto il Santo. La voce dei fanciulli destò
la curiosità di sapere chi mai fosse, e sentendo essere
il povero Benedetto, chiunque il conosceva non si maravigliava
punto di tale acclamazione essendo sempre comparso Santo agli
occhi loro in vita: chi non lo conosceva bramava ansioso notizie
del morto e delle virtù, che sentivan pubblicarsi da per
tutto, entrati perciò in una gran voglia di vederlo. Ecco
sull'alba inquietata la porta del Zaccarelli da molti, che bramosi
di vedere il Santo, chiedevan l'ingresso. Compiaciuti i
primi, ecco altri: indi un continuo affollamento di popolo sino
all'ore 23, quando era tempo da trasportarlo in chiesa. Tutti
ad una voce il diceano Santo: chiamavan fortunata la famiglia
Zaccarelli, perchè era stata degna d'aver in casa un
tal tesoro, un vero Santo; e per mostra di loro divozione
s'inginocchiavano d'innanzi al cadavere, e chi toccavalo colla
corona, chi gli baciava riverente i piedi, chi le mani, taluni
piangevano per tenerezza, nessuno saziavasi di vederlo, e rivederlo.
Non eran poi persone della plebe soltanto, che andar suole alla
cieca colla corrente; erano la maggior parte persone oneste, civili,
nobili, sacerdoti, dame ancor titolate. Vi furono alcuni, che
con tutta l'accortezza del Zaccarelli per impedire qualche furto
divoto, ebbero la maniera di portar via qualche pezzetto della
coperta, sotto cui era stato Benedetto, e della lana nel suo cuscino.
Gli abiti, che avean coperto miseramente il suo corpo, e coi quali
indosso ancora morì; erano stati già tolti dal Zaccarelli,
ripuliti diligentemente dagl'innumerabili insetti e gelosamente
custoditi, come reliquie, per sottrarli dall'avida divozione altrui:
avendolo rivestito con altri decenti abiti per la sepoltura.
Il concorso della gente, sparsa subito la voce per tutta Roma,
giunse a tal segno, che i domestici non potevan più reggere
alla calca; ed il Zaccarelli fu costretto, dopo il mezzo giorno,
mettere alcuni soldati alla porta di casa sua, ed altri alla porta
della camera, se non per impedire, almen per moderare la calca
della gran gente divota, che affollavasi per entrarvi.
In mezzo a sì gloriosa confusione, risolvette il Zaccarelli
di far condurre il cadavere alla Chiesa di Santa Maria de' Monti,
al quale oggetto portossi dal Parroco del SSmo Salvatore a' Monti
per averne il permesso, che per altro gli venne apertamente negato,
lo che sommamente rincrebbe al pio Zaccarelli. Venne però
consolato nell'udire dal P. Palma Rettore della detta Chiesa di
Santa Maria de' Monti, che il defonto spettava alla parrocchia
di S. Martino ai Monti, sotto cui si trovava l'Ospizio dell'Abate
Mancini. A tal notizia di volo andò a pregarne quel parroco,
il quale volentierissimo condiscese alle sue replicate istanze
e premure, ponendo anche in iscritto con biglietto diretto al
detto Padre Gaetano Palma: lo che con tutta ragione e con tutto
il fondamento può considerarsi un tratto della divina Provvidenza
ed un compiacimento della SSma Vergine, volendo a sé vicino
sepolto il corpo di questo amante suo servo, che per tanti anni
ossequioso in vita con tanto fervore e con tanta edificazione
ivi l'avea giornalmente onorata e venerata.
Alle ore 23 del Giovedì Santo, tolto dalla casa Zaccarelli,
ove sino a quell'ora stato era il corpo, fu posto sulla bara:
ma in ciò s'ebbe a penar molto e bisognò nuovo rinforzo
di soldati a romper la calca della gente, per collocarvelo.
Fu associato dalla compagnia della Madonna Santissima della Neve,
che volle decorato il suo bianco sacco, col vestirne il cadavere:
(altra disposizione Divina per aver sì bene conservata
la bianca stola dell'innocenza battesimale, in tutto il corso
di sua vita, come altrove si è detto,) da' Religiosi di
san Martino, da' sacerdoti e da un popolo immenso. Era anzi vedere
un trionfo, che un funerale. Dovunque passava, risuonavan gli
applausi di Santo, gli encomi delle sue virtù. Chi
ricordava la sua continua orazione nelle chiese; chi l'estrema
sua povertà: altri la vita nascosta in mezzo a Roma: molti
il suo amore e la divozione verso il Divin Sagramento e verso
Maria Santissima. Tutti replicavano a gara beato lui. Fra
costoro si alzano di tratto in tratto le voci degl'innocenti fanciulli:
è morto il Santo, è morto il Santo.
In mezzo a tanti applausi ed onori giunse finalmente a grave stento
in chiesa; ma per le sacre funzioni di quei giorni non potè
stare in essa esposto: però convenne portarlo nella Sagrestia.
Entratovi appena, fu bisogno chiuder le porte per impedire l'affollamento
della gran gente. Ivi a porte chiuse prestaronsi al cadavere i
funebri consueti uffici: i quali come furon terminati, ecco un
inondamento di gente si straordinario, che dovette accorrervi
di bel nuovo la soldatesca per impedire i disordini e i divoti
furti. Ad onta però di questa, vi fu chi fatto audace dalla
divozione, ebbe l'intrepidezza di recider prestamente con un taglio
di forbici piccola porzion della barba. Alcuni attestano che nell'appressarsi
taluno al cadavere per baciargli la mano, o il piede, o toccarlo
colla corona, gli riuscì tra la gran calca di tagliargli
piccola porzione del sacco bianco, che lo copriva: e però
convenne raddoppiare i soldati, costretti a vegliar di continuo,
finché fu sepolto.
Ma l'inondamento del popolo non permise, che fosse allor seppellito.
Bisognò tenerlo insepolto sino alla sera della domenica.
In tutti i quattro giorni peraltro fu straodinario, indicibile
e continuo il concorso della gente. Più l'aumentò
Dio Signore colle grazie prodigiose, che operò al contatto
del corpo del suo fedel servo. Era uno spettacolo di tenerezza,
vedere piena di gente la chiesa, i corridori, la sagrestia; piena
la piazza della chiesa, e piene tutte le strade, che mettono a
quella. Il numero delle carrozze eccessivo, le persone d'ogni
ceto, ecclesiastici, secolari, nobili, prelati, principesse, ambasciadori,
cardinali aspettare e stentare! sol per vedere chi mai? Non un
grande del mondo, non un gran letterato, non un ricco mercatante;
per veder sì bene e venerare colui, che pochi giorni addietro
andava per le vie in figura di un povero, di un pezzente, d'un
cencioso, abborrito, non degnato di uno sguardo da chi nol conoscea
per la sua sordidezza e mendicità. Oh Dio! Quanto è
vero, che: nimis honorati sunt amici tui, Deus. Amici tui
sì veramente. Mi si permetta qui un passeggiero sfogo in
onor della virtù, in obbrobrio del fasto umano. Che rileva
l'esser uno favorito di talenti, di nobiltà, di ricchezze,
e delle più brillanti qualità, che mettono l'uomo
in gran figura nel mondo, che rileva se non è vostro amico,
Dio mio, se non è in vostra grazia? Finisce colla sua vita
la sua figura e se n'estingue poco dopo la rimembranza: memoriam
superborum perdidit Deus. Il vederlo sulla bara estinto, mette
orrore e finanche ciò che ha servito in suo uso. Per l'opposto
il morto Benedetto sfornito dei pregi suddetti, morì santo,
amico di Dio. Basta sol questo: tutto vien supplito con vantaggio
della santità. Il suo corpo estinto, anziché fare
orrore consola; come di lui fu attestato; destala brama di vederlo
più e più volte; mai non si crede sazio chi gode
sempre mirarlo: i suoi cenci sono un oggetto prezioso, fortunato
stimasi chi può averne una particella; o altro delle misere
cose di cui servivasi. Personaggi ancor sublimi adoperavano mezzi,
e fecero premure grandi per averne. La stanza in cui morì,
invece di recare spavento, ispirava una cert'aria di venerazione
e di gioia.
Il Zaccarelli depone, che per sette o otto giorni, morto già
Benedetto, era piena di gente mattina e giorno la sua casa di
persone distinte e di alto rango, bramose di vedere la stanza
il letto ed i cenci stessi in cui morì. Era tale il concorso
anche dopo quei giorni alla sua casa, che non potendo più
reggere al disturbo degli affari domestici, gli convenne affatto
chiuderla a chi che fosse. Si avvera in Benedetto l'altra parte
del testo citato dell'ecclesiastico, che come Dio memoriam
superborum perdidit, così reliquit memoriam humilium
sensu; e se la memoria d'un peccatore qualunque sia terrnina
presto, finito che sia lo strepito d'un funerale pomposo: periit
memoria eorum cum sonitu; la memoria di un servo di Dio durerà
costante in eterno; in memoria aeterna erit justus.
Ma è ora tempo di rimetterci sul cammino della narrazione
di quanto occorse in quei quattro giorni. Terminata la funebre
funzione in sagrestia e tolto il cadavere dalla bara ed involto
in un lenzuolo, fu portato nell'oratorio contiguo, che per la
strettezza dell'ingresso era incapace della bara. Chi l'involse
s'avvide nel maneggiarlo d'un copioso sudor e nella fronte e nel
viso, anche i capelli e la barba eran così bagnati, che
convenne asciugarli quasi fosse ancor vivo; né solo egli,
ma altri ancora se ne avvidero con loro stupore. La mattina del
venerdì santo, tosto che fu aperta la chiesa, entrò
gran gente bramosa di vederlo; e fu così numeroso il concorso,
così vive le brame, che fu giudicato rimetterlo in bara,
e dopo le funzioni della chiesa esporlo in essa. Ciò fatto
appena, crebbe il concorso così smisuratamente, che fu
d'uopo circondare di banchi la bara, ne ciò bastando, bisognovvi
l'aiuto dei soldati corsi a reprimere il gran tumulto ed impedire
l'assedio al corpo. Si avanzò poi tanto, che non fu possibile
dopo il mezzo giorno serrar la chiesa. La gente non sapea distaccarsi
dal rimirarlo, né udiva punto o temeva le minaccie di chi
cacciar la volea. Quindi ordinò il detto padre rettore,
che tolto dalla bara fosse portato in una piccola stanza dietro
l'altar maggiore. Nel trasportarlo si recarono a gloria molti
di sostenere con bella gara, chi le gambe, chi le mani, chi il
capo, orpellando così la loro divozione coll'aiutare il
trasportamento; il che eseguito fu serrata a grave stento la chiesa.
Dopo l'ore ventiquattro ecco un principe con altro riguardevole
prelato, chiedere in grazia di vedere il santo in quella stanza.
Furono immediatamente appagati. In questa occasione osservaronsi
nelle ginocchia del servo di Dio due natte pari ad una pagnottella.
Chi toccar le volle, le attesta morbidissime; e quanti eran con
lui argomentarono quindi qual pena recar gli doveano in vita,
nelle giornaliere e lunghe orazioni che far solea genuflesso,
e qual santità esser dovea la sua nel tollerare quel continuo
ed insoffribile tormento.
La mattina del sabato Santo, esposto in chiesa, ebbe un concorso
senza paragone più folto che prima. Il soggetto dei discorsi
in Roma, nelle conversazioni, nelle botteghe, da per tutto eran
le virtù eroiche, la santità di Benedetto. Quindi
non v'era, chi non s'invogliasse di vederlo, credendolo tutti
un rinnovatore degli esempi di Sant'Alessio. Un officiale ben
degno della Segreteria della sacra Consulta, che appressar si
volle al feretro, attesta d'aver sentito con altri una fragranza
soave, che tramandava il corpo del servo di Dio, senza che vi
fosse nel feretro fiore di sorta alcuna; benché durò
per brev'ora.
Per ovviare alla confusione, ed al tumulto del gran concorso nel
sabato Santo, bisognò levarlo dalla chiesa, e porlo con
guardia accresciuta di soldati nel corridore contiguo. Ma che?
Gli andava dietro gran numero di persone anche ragguardevoli dovunque
fosse; e tutti a gara cercavano baciargli i piedi, toccarlo con
corone, e recider furtivamente qualche parte degli abiti. Neppure
in tutto il giorno poté serrarsi la chiesa piena di gente
se non la sera in ora avanzata con sommo stento e coll'aiuto dei
soldati.
Finalmente la mattina di Pasqua il concorso fu così eccedente,
che non vi fu chi potesse raffrenare l'indiscreta divozione di
tanti e tanti, anche a costo delle bastonate, a cui la soldatesca
videsi obbligata di ricorrere per il buon'ordine. Il sapersi esser
questo 1' ultimo giorno, metteva in tutti gran premura di rivederlo.
Infatti vi giunsero per visitarlo due eminentissimi cardinali,
molti prelati, sacerdoti, religiosi di molti ordini e cavalieri.
Fu talmente ripiena la chiesa, e con tale tumulto, che non fu
possibile cantarsi in quella mattina la messa, né il vespero
al dopo pranzo: persistendo costantemente la calca in quelle ore
ancora solitarie dopo il mezzodì.
Perché poi un pittore ne formasse il ritratto, fu trasportato
il cadavere in sagrestia. Terminato appena, dovendosi rimettere
nel corridore, alzossi una voce universale dalla chiesa, gridando
tutti: ecco il santo: eccolo vogliam vederlo. Bisognò
contentarli; non era possibile far argine a un torrente sì
impetuoso neppur da' soldati. Fu dunque lasciato in mezzo alla
chiesa per qualche intervallo di tempo, per riportarsi di nuovo
in sagrestia per far la giuridica ricognizion del cadavere. In
questo può figurarsi ognuno ciò che far poté
la divozione comune d'attorno al servo di Dio; lagrime di tenerezza,
elogi delle virtù, gara nel toccarlo con corone, con fazzoletti,
baci alle mani e piedi, dicendolo tutti un Sant'Alessio.
Riportato in sagrestia per la detta ricognizione, non poté
questa comodamente eseguirsi per la molta gente entratavi con
divota importuna violenza: convenne riportarlo nell'Oratorio,
ed appostar molti soldati alla porta per impedir 1'ingresso a
tutti. In esso fu fatta la giuridica ricognizione alla presenza
del promotor fiscale del vicariato di Roma, del notaro e di alcuni
testimoni. Intervenne ancora il chirurgo per fare alcuni esperimenti
sopra il cadavere. Questi dopo averlo minutamente esaminato, l'attestò
incorrotto, senza alcun segno di putrefazione, benché fosse
il quarto giorno da ch'era morto, le membra tutte flessibili,
due natte ancor morbide sulle ginocchia. Indi toltogli il primo
sacco e le vesti risecate in varie parti dalla divozione popolare;
fu rivestito di altre, coperto d'altro sacco ed involto in un
lenzuolo fu collocato entro una cassa di legno già preparata,
con dentro un cannoncino di piombo, contenente un'iscrizione latina
in carta pecora, che consiste in un ben' inteso elogio, ove fu
descritto il nome, cognome, patria del servo di Dio; in compendio
il tenor di vita, che menò rigidissimo, l'eroiche virtù
costantemente praticate, la morte preziosa, il concorso universale
d'ogni genere di persone, le guardie militari per la custodia
del corpo.
Stava già per chiudersi dal falegname la cassa, quando
la voce concorde di molti, saliti sulle ferrate esteriori corrispondenti
all'Oratorio, chiese a grande istanza di rivederlo pria d'incassarsi.
Convenne condiscendervi: e rimbombarono gloriosamente di fuori
le voci di gioia, gli elogi di Benedetto e le raccomandazioni
che ognun facea dell'anima propria alla sua intercessione presso
Dio, credendolo e dicendo a voce concorde: beato, beato lui!
Soddisfatta così per l'ultima volta la brama loro e riposto
in cassa; fu questa ben coperta, legata in varie parti con fettucce,
sigillata in più luoghi col sigillo dell'Eminentissimo
Cardinal Vicario, Marco Antonio Colonna: indi questa riposta dentro
altra di legno similmente rinchiusa, fu sepolto a parte nel dì
20 d'aprile giorno di Pasqua con licenza dello stesso Eminentissimo
Cardinale in un sito segregato, già prima preparato, ch'è
alla parte dell'Epistola dell'Altar Maggiore a piè dell'immagine
della Beatissima Vergine, che cotanto in vita era stata da lui
venerata.
Tosto che fu sepolto il servo di Dio, cominciò il concorso
del popolo la sera stessa della Domenica di Pasqua, concorso che
i testimoni nei processi non trovano termini propri da esprimerlo.
Chi lo dice sorprendente, chi eccessivo, alcuni
mirabile, altri incredibile. Potrebbe paragonarsi
ad un fiume, che rotto ogni argine scorre precipitoso al mare,
venendo incalzate l'acque precedenti dalle posteriori. La fama
di sua santità fu quasi come la luce, che in un momento
si stende da un polo all'altro; si stese ella in poco tempo, non
solo per tutta Roma, ma per tutto lo Stato Pontificio, per li
Regni d'Italia, per tutta ancor l'Europa. Oltrepassò anche
questa giungendo perfino nella Cina. Da Pechino, capitale di quel
regno, fu spedita un'elemosina con lettera diretta al P. Postulatore.
Fece l'altissimo Dio avverare in questo suo servo la promessa
fatta già dal Redentore: si quis mjhi ministraverit,
honorificabit eum Pater meus. Alla fama si aggiunse la voce
concorde, che Benedetto sia un intercessore potente presso l'Altissimo
per ottener delle grazie a pro di chi a lui ricorra; e in fatti
molte si spargevano aver già Dio accordate a quelli che
l'invocavano.
Il gran concorso nelle chiese va d'ordinario accompagnato da disordini
ed irriverenze. Così avvenne nella chiesa di santa Maria
dei Monti, per visitare il sepolcro di Benedetto; convenne adoperare
molti ripari straordinari e strani per impedirle. Soldati alle
porte della chiesa, steccato di legno attorno al sepolcro con
guardie all'ingresso, che moderassero l'affollamento, soldati
qua e là per la chiesa. Ciò non bastò: le
irriverenze, il tumulto giunse a segno che fu giudicato spediente
togliersi dal Tabernacolo il divin Sagramento e trasportarlo nella
cappella domestica. Era stato ciò predetto dal Signore
al suo servo alcuni mesi prima, senza però che gli svelasse
il dì preciso, e da lui manifestato al confessore Marconi
con estrema sua ripugnanza e rossore, come altrove si è
detto. I1 Signore il fe' avverare, ed anziché offendersene,
immagino che ne restasse compiaciuto e glorificato nell'onore
del suo servo, come in altra circostanza il dichiarò alla
sua diletta santa Geltrude, che entrata in iscrupolo ed amarezza,
poiché un giorno stette tutta intesa a venerar l'immagine
di Maria Vergine, non prestando alcun ossequio all'immagine di
Gesù che le stava a lato, il Signore dileguò l'amarezza
e lo scrupolo, dicendole che l'onor della madre ridondava tutto
in onor suo, come pur disse San Girolamo: omnis honor impensus
Matri, redundat in filium: anzi le inculcò, che in
appresso riverisse più divotamente l'immagine di Maria,
nulla curando della sua: de caetero studeas imaginem matris
meae devotius salutare, imaginem meam insalutatam praetermittendo.
Giunse a tal segno la folla, che non si poterono in quei giorni
celebrar messe, né farsi le consuete funzioni in chiesa.
Pur questo è poco. Dovea esporsi in chiesa alli 25 d'aprile
il divin Sagramento in forma di quarant'ore, a tenor della cartella
che prescrive ad ogni chiesa i suoi giorni Si sperava che cessasse
il concorso, per farsi quietamente l'Esposizione solenne. Ma che?
invece di scemare, si accrebbe in guisa, che si dove sostituire
per l'Esposizione la chiesa dei santi Quirico e Giulitta per quei
giorni. Bisognò serrare ancor la chiesa e mettervi in guardia
della porta soldati per timore che il popolo affollato e tumultuante
non la sforzasse gittandola a terra, come minacciava, per trasporto
di devozione.
Riaperta la chiesa dopo alcuni giorni e collocate le guardie dei
soldati dentro e fuori, si videro alquanto calmate le irriverenze
ed il rumore, non già il concorso che proseguì,
benché con miglior ordine e moderazione, regolato dai soldati.
Per ben due mesi continui fu adoperata la milizia; indi sul fine
di giugno fu congedata e tolto ancora lo steccato d'intorno al
sepolcro. Fu cosa di gran maraviglia che i soldati, ai quali sogliono
riuscir di pena e di molestia somiglianti disinteressate guardie,
vegliarono per tutto quel tempo, non solo senza lagnanza alcuna,
ma con gran piacere eziandio, come conobbe ed assicurò
il loro comandante.
Calmate già le cose, ebbe agio ognuno di sfogare con vari
esterni ossequi la divozion concepita verso il servo di Dio. Era
un bel vedere e recava una gran tenerezza, mirare alcuni genuflessi
divotamente fargli corona gloriosa d'attorno al sepolcro; altri
stendersi boccone, molti versar lagrime copiose, questi chiedergli
grazie, quelli ringraziarlo delle ricevute, tutti raccomandarsi
alla sua intercessione. E non eran già solo le persone
del volgo o idiote facili a dare in trasporti ed in fanatismo:
v'eran de' sacerdoti, de' religiosi e d'ogni ceto: persone riguardevolissime
per dignità e per dottrina. Quindi la loro riverenza e
divozione presso al sepolcro accresceva negli altri affetto e
tenerezza.
Un vescovo dopo d'aver celebrata la messa all'altare della Santissima
Vergine, portossi rivestito delle insegne prelatizie al sepolcro,
e dopo d'avere ivi orato, scopertosi il capo, prostrossi riverente
e divoto colla faccia sul pavimento imprimendovi affettuosi baci.
Una dama di alto rango pria d'entrare in chiesa, lascia fuor di
essa a' servidori le scarpe e va scalzata in atteggiamento divoto
al sepolcro; vi si ferma riverente buon tratto, torna a piè
scalzi, né fa rimettersi le scarpe, se non fuor della chiesa.
Altra eccellentissima principessa seguì l'esempio in altro
giorno. Un'altra entrata in chiesa, fece il tratto dalla porta
al sepolcro, tutto in ginocchio.
Venivan molti frattanto da' paesi stranieri e lontani in abito
da pellegrini, tirati dalla fama della sua santità e dalle
grazie che diceansi da Dio operate a sua intercessione. Molti
ancor venuti apposta dalle parti orientali, si presentavano ossequiosi
al sepolcro di Benedetto, divenuto già quasi un nuovo santuario.
Anche si vide qualche confraternita forastiera venuta in corpo
a venerarlo in tal numero, che occupava gran parte della chiesa.
Coll'andar poi del tempo, benché non vi sia più
quel gran concorso, pure non mancan mai in tutti i giorni dei
veneratori al sepolcro del servo di Dio, in atto di pregarlo o
di ringraziarlo. Molte persone che frequentano quella chiesa,
lo attestano. Ma il p. Palma Rettore della medesima, e che dal
primo momento con somma sollecitudine ne intraprese come postulalore
tutta la cura per secondare le divine disposizioni, afferma che
nel decorso oramai di anni venticinque non sia giorno in cui sopra
il sepolcro non siansi vedute persone d'ogni sesso, d'ogni età
e d'ogni condizione a venerarlo.
Non terminarono qui gli onori, onde Dio ha voluto distinto il
suo umilissimo servo in terra. Oltre la fama di sua santità
sparsa in poco tempo da per tutto, oltre il gran concorso al suo
sepolcro, che non può essere d'altronde se non dall'interna
mozione e disposizione di Dio; volle ancora il Signore onorati
quei miseri cenci che lo coprivano e che in vita lo rendevano
oggetto di orrore a chi non lo conoscea; ed operando prodigi per
mezzo di essi, gli ha posti in tale stima, che fortunato si è
reputato, chi poté averne una porzioncella, quasi avesse
un tesoro, adoperando pressanti mezzi per ottenerlo. Il signor
avvocato d. Gio. Battista Alegiani destinato a patrocinare la
causa di sua beatificazione, nel ristretto pregevolissimo della
vita del servo di Dio, che per far sul principio in qualche modo
paghe le brame comuni di tante città e regni, pubblicò
in istampa nell'anno stesso della morte di Benedetto, asserisce,
che nel corso di quattro mesi scorsi dal dì della sua morte,
se n'eran dispensati sopra ottantamila. Confermò ancor
ciò il p. Palma, costituito postulatore, per far le dovute
istanze della beatificazione, a cui spetta unicamente la distribuzione
delle reliquie del servo di Dio. A queste vi si aggiungano altre
innumerevoli, date ad istanza di eminentissimi cardinali, prelati,
principi, ambasciatori, sacerdoti, religiosi e secolari di ogni
ceto e sesso, come vien deposto nei processi. Né mai fino
ai giorni nostri sono cessate le continuate richieste venute da
diversi stati e regni dell'Europa, dell'Asia e dell'America, come
lo contesta il postulatore stesso.
Onorata parimente volle Dio la immagine di Benedetto, ed in modo
ed in numero di esse straordinario. Centotrentacinque mila in
pochi mesi ne furono impresse e sparse in più regni ancor
lontani. La città di Capua non contenta delle ricevute
da Roma, ne impresse trentamila. Quindi è che da per tutto
incontrasi figurato in vari atteggiamenti divoti. Ei si vede dipinto
su le tele, scolpito nei rami, nei cedri, nei marmi, impresso
nelle cere, nelle carte, nei gessi. I rami soli che furono incisi
nell'anno stesso della sua morte, furono ottantacinque, moltiplicandosi
sempre più di anno in anno. Le dette immagini richieste
a grande istanza sono sparse a migliaia per lo Stato Pontificio,
per molte città e regni, per l'Europa tutta, e per altre
parti dell'universo cattolico. Or se, giusta l'asserzione di Severo
Sulpizio e di altri bravissimi autori, è un chiaro indizio
di singolare santità l'affollamento di un intero popolo
a venerare il cadavere di un servo di Dio; dobbiam noi conchiudere,
doversi ritrovare in Benedetto una santità ammirabile;
riflettendo, che non la popolazione soltanto di Roma, non delle
provincie unicamente circondarie, ma quanti mai adorni di cattolica
religione da qualunque stato e regno del mondo qui giunsero, si
sono affollatamente portati a venerare il suo cadavere nel sepolcro.
Che non devesi dedurre ancora della venerazione universalmente
prestata alle sue reliquie ed immagini da' popoli tutti del mondo,
come abbiamo veduto?
Sembra ancora, che con fama cotale di santità universalmente
stesa e in poco tempo, sino alle parti estreme del mondo e dell'Oriente
e dell'Occidente, Dio smentir voglia quei moderni increduli male
affetti alla santità stessa, se non pure miscredenti, che
cercano far credere un fanatismo la fama onorevole di Benedetto.
Ma oltre il consenso comune di tanti popoli, oltre la venerazione
di tante persone pie e dotte, non può Iddio, Verità
infallibile, autenticar per vera con prodigi una santità
falsa. Questa è verità incontrastabile in sacra
teologia: molto più che invece di scemarsi l'onorevol fama
col tempo, si è andata piuttosto accrescendo di mano in
mano, e si è andata da Dio sempre più autenticando
con nuovi prodigi che si narreranno nel penultimo capo, e colle
istanze premurose e replicate che di tempo in tempo si sono avanzate
in Roma da quasi tutto il mondo alla santa Sede, per vederlo presto
ascritto nel ruolo dei beati. Cinquanta vescovi, tosto che divulgossi
colla morte la fama della sua santità indubitata e dei
miracoli, chiesero ardentemente supplichevoli dalla san. mem.
di Pio VI sommo Pontefice la sua beatificazione: e con essi la
chiesero tredici arcivescovi, sette Cardinali vescovi, alcuni
capitoli delle cattedrali colle lor dignità, trentanove
conventi interi di religiosi, magistrati in gran numero. E molti
degli accennati d'un grado, d'una dignità così rispettabile,
non contenti della prima efficacissima supplica, la replicarono
chi due, chi tre volte ancora. Tutti adducono tre motivi delle
loro premurose istanze; il primo la santità eroica del
servo di Dio, ad alcuni nota di presenza, quando l'ebbero tra
le loro mura, come sono quei di Amettes, di Boulogne, di Erin,
di Fabriano, di Loreto, di Roma; ed altri per fama sicura. Il
secondo, i miracoli strepitosi operati da Dio per sua intercessione
dopo la morte. Il terzo, la necessità di promoversi la
sua beatificazione per opporre al libertinaggio che corre in questi
tempi corrotti, gli esempi delle virtù praticate da Benedetto,
e per avere presso Dio un intercessore potente che ottenga col
dileguamento degli errori, il freno alla libertà pregiudiziale
all'anima e alla santa chiesa; e per impetrar le grazie di cui
ognuno ha bisogno. Le innumerevoli suppliche o siano lettere postulatorie
spedite a dimandare la beatificazione di Benedetto sono come un
compendio delle sue virtù, un elogio della sua santità,
tanto più sublime, quanto più occulta.
Sarà poi di somma consolazione, ed ammirazione insieme
dei divoti nel leggere per compimento di questo capitolo la sorprendente
istanza fatta all'allora regnante sommo Pontefice Pio VII dal
zelantissimo vescovo di Arras, sotto la di cui giurisdizione si
trova la patria del nostro servo di Dio. Egli dopo aver esposto
al S. Padre, che i popoli alla sua cura commessi recandosi a gloria
aver avuta origine fra loro Benedetto Giuseppe, il venerano come
potente intercessore presso l'Altissimo: Benedictum Josephum
Labre apud se natum gloriantes jam potentem intercessorem apud
Deum adprecantur, aggiunge che tanta è la fama, e stima
di sua santità, che il tempio stesso parrocchiale, dove
ricevette il santo battesimo, e dove passò a venerar Dio
i primi suoi anni, è frequentato in giorno fisso di
ciascuna settimana da numeroso popolo ivi concorrente con pietà
e divozione: Quamvis Ven. Dei Servus nondum sit a sancta Sede
in albo sanctorum adscriptus, tanta est fama atque existimatio
pietatis, cujus per totam vitam ingens exhibuit exemplar, ut parochialis
ecclesia pagi in quo natus est atque adolevit, singulis hebdomadis
statuto die fidelium concursu pie devoteque frequentetur.
Quindi passa a rappresentare, che tutti gli abitanti della sua
vastissima diocesi e tutti coloro, alla cognizione dei quali è
pervenuto il nome di Benedetto Giuseppe, bramano ardentemente,
che dalla santa Sede sia fra breve tempo annoverato tra il ruolo
dei Santi: Totis votis universi regionis hujus incolae, et alii
quicumque nomen .. Benedicti Josephi audivere exoptant... Sanctitatis
vestrae, atque sanctae Sedis judicium, et eum inter sanctos brevi
adnumerandum confidunt. Finalmente il medesimo pastore rivolto
al sommo Pontefice domanda, che fintantoché colla sua suprema
autorità non abbia dichiarato, essere tra il ruolo de'
santi Benedetto Giuseppe, si compiaccia d'inviargli qualche porzione
delle sue reliquie per tenerla all'ordine e collocarla nella cappella
da dedicarsi a Dio sotto la sua invocazione: Sanctitatem vestram
humiliter supplico, quatenus quum de suprema sua sapientia, et
auctoritate... Benedictum Josephum inter sanctos rescribere judicaverit,
partem aliquam Venerabilium ejus reliquiarum ad me mittere dignetur,
in cappella Deo sub ejusdem invocatione dicanda asservandam.
Dal fin qui narrato il lettore ammirerà sempre più
la beneficenza divina verso il suo amato servo Benedetto Giuseppe,
in mantenergli ferma, non mai interrotta ed universale la divozione
e venerazione de' popoli.
Narrar tutti i miracoli da Dio operati pei meriti di questo suo
servo, non è possibile: vi bisognerebbe un tomo a parte,
oltrecché riuscirebbe noioso a' leggitori. Ne sceglierò
dunque alcuni dei più strepitosi, accennando poi gli altri.
Mi si permetta però prima di esporli, l'avvertire due cose
per quei che non voglion dar fede ai miracoli, neppur degnandoli
d'un guardo nelle vite de' santi. La prima è, che il non
prestar credenza ai miracoli e rivelazioni che non son di fede,
vien detto dal Vasquez e con lui da molti altri teologi, sentimento
empio e scandaloso: impium, et scandalosum est non credere,
quae de Sanctis et eorum miraculis historiae narrant. Il dire,
non doversi loro credere, fu una delle proposizioni dello scellerato
Erasmo: proposizione censurata e condannata. Censura e condanna
molto lodata dal suddetto teologo. Alle verità che son
di fede prestar si deve credenza indubitata, cieca, ferma, per
l'autorità infallibile di quel Dio che l'ha rivelate. Alle
cose però che non son di fede, perché negarsi credenza,
quando sono state esaminate, crivellate, provate giuridicamente,
e confermate ancor con giuramento, non di uno, ma di molti? È
forse da savio il credere spergiuri tanti e tanti, che ben sanno
il peso del giuramento? È da savio il credere sciocchi,
ignoranti, fanatici, quei personaggi autorevoli ecclesiastici,
forniti di dottrina, di pietà, di discernimento, che l'hanno
esaminati con rigor sommo? A tali cose adunque che non sono di
fede, vuolsi prestare fede non già divina, ma bensì
umana. Gioverà ciò per esaltare, per ammirare l'onnipotenza
di Dio in somiglianti opere superiori alle forze della natura,
gioverà per conoscere il gran merito che hanno i Santi
presso Dio. e per destare in noi la confidenza nel valevole loro
patrocinio. Vantaggi sono questi pregevolissimi, dei quali punto
non curano i seguaci di Erasmo.
La seconda è, che i veri miracoli si fan da Dio per autenticare,
o le verità che si predicano, o la vera santità
de' Servi suoi. Così asserisce s. Tommaso: miraculum
quandoque in testimonium veritatis praedicatae: quandoque in testimonium
personae facientis. Sono i miracoli: vera loquutio Dei,
come li dice la sana teologia. Quindi, come si oppone alla santità
e veracità di Dio, l'autorizzar con miracoli dottrina falsa,
così con pari ragione gli si oppone, autorizzar con miracoli
santità mentita. Avendo dunque operati Dio per mezzo di
Benedetto, dopo la sua morte, molti miracoli, miracoli veri, provati
giuridicamente, autorizzati, giurati non sarebbe da savio e prudente
il negarli. Io narrerò qui soltanto quei che trovo già
esaminati e giuridicamente provati con autentici documenti ed
anche con processetti diretti al ridetto P. Postulatore Palma,
trasandando que' moltissimi, che corrono per le bocche del popolo
senza la giuridica ed autentica prova.
In primo luogo vengo ad esporne uno dei più strepitosi,
anche per le particolarissime circostanze che l'accompagnarono,
avvenuto in Sicilia nell'anno 1785 alli 6 di luglio, due anni
dopo che morì il servo di Dio in Roma. Stava già
sul confine di sua vita, disperata dai medici, una piissima religiosa
Benedettina, di nome suor Maria Melchiorra Crocifissa Testasecca,
nel monistero di s. Paolo della Città di Bivona, diocesi
di Girgenti. Un complesso di gravi mali l'avea ridotta vicino
a morte. Dolori di petto, ostruzione costante, tosse continua,
vomiti di sangue, difficoltà somma di respiro, gonfiamento
di gambe, inappetenza totale, vigilie notturne. Parea già
la sua guarigione omai fuori di ogni speranza: eransi resi vani
i rimedi dell'arte, adoperati per sei mesi da tre peritissimi
medici, i quali per ultimo rimedio le proposero di lasciarsi trasportare
alla casa paterna. Ma vedendola ferma nella risoluzione di non
voler abbandonare il chiostro e la clausura, le dissero: o
andare o morire. Ho più caro, rispose religiosamente
suor Melchiorra, perder la vita nella casa di Dio, che aver
salute nella casa paterna. In uno stato così deplorabile,
visitata per l'ultima volta da' medici, fu data già per
ispedita. Intanto altra monaca suor Maria Giacinta Reitano, afflittissima
per l'imminente perdita d'una sua cara compagna, ch'era il principal
sostegno del canto in coro, portossi sollecita in chiesa, e piena
di fiducia rivolta al Cuor Santissimo di Gesù, pregollo
caldamente, che per li meriti di Benedetto Giuseppe restituisse
la salute e la voce a suor Melchiorra, troppo necessaria al coro.
Dio l'ascoltò: spedì dal cielo Benedetto Giuseppe
a guarirla. Sorpresa suor Melchiorra la notte seguente da un leggero
sopore, le parve di vedere, come da lungi nel dormitorio, un pellegrino
così bello, così risplendente, che coi suoi raggi
illustravalo tutto, simile ad un sole. Venendo questi alla sua
volta, le disse in aria festosa, ed amabile: conosci, chi son'io?
son Benedetto Giuseppe Labre morto in Roma: sappi, che io son
mandato dall'altissimo Dio, per darti la salute. Dio te la dà
per l'atto generoso, a Dio gradito, che tu facesti, di voler piuttosto
morire in sua casa, che guarire nella casa paterna. In premio
ti concede Dio per mio mezzo la sanità, per assistere al
coro e per cantare le lodi di Dio. Indi intinse il dito in
un vasetto che portava in mano, pien di liquore odorosissimo,
segnolla col segno della santa croce, dicendo frattanto: nel
nome del Signore Dio e della Santissima Trinità, levati,
sei sana. Dimani intervieni coll'altre a cantar nel coro l'Uffizio
Divino, all'esposizione del Divin Sagramento, a cantar colle altre
religiose l'inno Eucaristico: TE DEUM LAUDAMUS; in ringraziamento
del favore a te fatto. Mentr'egli ciò diceva, rapita
suor Melchiorra della bellezza dell'oggetto, dalla dolcezza delle
sue parole, mirava come estatica, un'insegna risplendentissima,
che ornavagli il petto, come una gran gioia preziosa avente nel
mezzo il marchio della Santissima Trinità, e non avendo
coraggio da dir parola, come fuori di sé, sommersa in vivi
affetti di stupore, di allegrezza, di gratitudine, intese dirsi
dall'istesso: questa insegna, che tu ammiri nel mio petto,
mi si è data in premio della divozione ch'io ebbi alla
Santissima Trinità, adorandola, riverendola profondamente
e facendola salutare e ringraziare dai ragazzi nelle strade di
Roma. Ciò detto, le s'involò dagli occhi, e
con lui le disparve istantaneamente ogni male; cosicché
sola da sé, perfettamente guarita, si vestì, portossi
al coro, prevenendo le altre, grondandole dagli occhi copiose
lagrime di giubilo e di tenerezza. Venendo indi a poco a poco
di mano in mano le religiose, e vedendola in coro già sana,
non può esprimersi da quale alta meraviglia restassero
tutte sorprese, dubitando, se fosse dessa suor Melchiorra, se
un'ombra, oppur fantasma. Mirar sana perfettamente in coro quella
che aspettavano dolenti vedere estinta sulla bara! Ma dileguossi
la dubbiosa maraviglia, quando udiron raccontarsi da lei tra lagrime
di tenerezza quant'erale occorso col servo di Dio Benedetto Giuseppe
dopo la mezza notte. Quindi intonando tutte a voce concorde e
liete il Te Deum, seguirono festose con lei gli altri consueti
esercizi di pieta. Sparsasi immediatamente col suono giulivo delle
campane la prodigiosa istantanea guarigione, accorse a gara ogni
ceto di Bovinesi al monistero, ed ascoltando il fatto prodigiosissimo,
faceano risuonar da per tutto le lodi di Dio mirabile nei santi
suoi: il nome, ed il potere del povero di Roma, Benedetto Giuseppe,
passato già dai cenci alle grandezze eterne, dalla terra
al cielo, e dall'oscurità in cui viver volle, a divenire
un dei più cari alla Santissima Trinità, uno dei
grandi della reggia celeste. Il guarimento prodigioso fu esaminato
ed autenticato dalla curia del Cardinal Branciforti, allora Vescovo
di Girgenti, da piu teologi, dal giuramento dell'abbadessa colle
sue monache, dei tre medici e della fortunata suor Melchiorra,
così perfettamente guarita, che non le è rimasto
affatto segno o vestigio alcuno dei gravissimi mali che l'opprimevano.
Sorpreso da un mal violento nell'occhio destro nel 1778, Giuseppe
Bonamano marinaro in Civitavecchia, avea provati tutti inutili
affatto i molti rimedi ordinati dai professori. Finalmente già
perduta in quell'occhio la vista, erasi inoltre in esso formata
una fistola dichiarata incurabile, per cui non potea più
esercitare il suo mestiere, sperimentando di continuo dolori acerbissimi.
All'udire nel 1783, le guarigioni prodigiose, onde Dio onorava
Benedetto Giuseppe morto in quell'anno in Roma, concepì
tanta fiducia, che risolse di portarsi al suo sepolcro, per impetrare
il risanamento dell'occhio. Intraprese dunque il viaggio a piedi,
avvolto con una fascia il capo, per cautela dell'occhio. Ma ravvivossi
al sommo la sua fiducia per la strada, poiché incontratosi
con Giuseppe Castardi, da lui ben conosciuto in Civitavecchia
tutto storpio ed inetto al moto; lo vede ora con molta sua maraviglia
già raddrizzato tornarsene in Civitavecchia con passo spedito
e libero, mercé la grazia ricevuta al sepolcro di Benedetto
Giuseppe; aggiunse allora lena e alla fiducia e a' suoi passi,
per proseguire più velocemente il cammino. Giunge al sepolcro,
ivi prostrato prega caldamente, che gli desse qualche segno della
grazia che sperava. L'ebbe tantosto: gli cadon da sé le
fascie dal capo, e nel punto stesso si trova guarito perfettamente
dell'occhio, svanito il tumore e la fistola. Per la qual cosa
esultando di giubilo, gli diè vivissime grazie e ritorno
allegro e sano in Civitavecchia, dando gloria a Dio e promulgando
il potere ed il credito che ha presso Dio Benedetto Giuseppe.
Merita d'essere distintamente narrata l'apparizione del servo
di Dio ad una divota Vergine, che può valer di documento
a quei, che non lascian regolarsi dal confessore. Avvenne questa
in Roma ad una pia donna di nome Angela Regali. Oppressa lungo
tempo da morbi cronici, n'ebbe addosso una calca maggiore nel
giorno appunto in cui morì Benedetto, 16 d'aprile 1783.
Fu assalita da dolori fierissimi di fianco, difficoltà
di respiro, palpitazione di cuore, totale perdita di sonno, costretta
a passar le notti intere in penosissima veglia, e sintomi frequenti
di altri mali. Sentendo i prodigi, che operava Dio per intercessione
di Benedetto e piena di fiducia, a lui con calde preghiere si
rivolse. Benedetto le apparve, dicendole chiaramente, che il rimedio
de' suoi mali dipendeva da lei stessa, non lo cercasse altrove.
La riprese dolcemente delle disubbidienze al suo confessore: (era
questi il dottor D. Giuseppe del Pino Missionario Urbano pieno
di zelo apostolico ) e se volesse guarire, gli prestasse prontamente
la dovuta ubbidienza (documento praticato prima in ogni tempo
di sua vita da Benedetto, ed ora inculcato ancor dal cielo). Così
disse e disparve. Corretta e risoluta di obbedire, provò
subito il guarimento promesso, cominciò a dormire profondamente
la notte e svaniron tutti gli altri mali che di continuo la travagliavano.
Ma che? Ricaduta due volte in qualche disubbidienza, si vide riassalita
da altri mali troppo peggiori, che nel 1786, la ridussero presso
a morire. Incapace di ricevere il santo viatico per li continui
svenimenti, fu munita dell'estrema unzione. In tale stato ricorse
internamente ravveduta all'intercessione di Benedetto, il quale
di nuovo apparsole, dopo averla ripresa, torno ad inculcarle con
più veemenza l'ubbidire prontamente al confessore, il che
da lei eseguito, subito le si dileguarono tutti i suoi mali costantemente.
Prodigiosa fu la guarigione istantanea della signora Palma Sagripanti,
d'anni 21, nella città di Fermo. Un gruppo di pertinaci
orridi mali pel corso d'anni cinque l'avea talmente assalita,
che si vedeva già sicuramente al termine di sua vita: mal
di canchero in petto, tumori perniciosi nel corpo, convulsioni
orribili, profluvio di sangue, nausea di ogni cibo, vomito così
frequente ed impetuoso, che tre giorni prima del guarimento non
poté ricevere un pezzettino di pane o un sorso d'acqua.
Tutti i rimedi adoperati le recavano detrimento maggiore anziché
giovarle. Finalmente alli 6 di maggio del 1783, vedendosi già
destituita d'ogni rimedio e prossima a morire pel nuovo ringagliardire
di tanti mali, raccomandandosi fervidamente a Benedetto Giuseppe,
applicandosi al petto la sua immagine stampata in carta, ricevuta
dal proprio confessore, addormentossi placidamente, e vide in
sogno Benedetto, che le disse: Alzati e mangia. Destatasi
chiede da cibarsi. Stupiti e contenti i domestici gliene apprestarono;
mangia in fatti con piacere e si addormenta di nuovo. Ma di nuovo
presentandolesi Benedetto; alzati, le dice, osservati,
sei guarita. E guarita perfettainente trovossi, con maraviglia
de' suoi e di Roma stessa, allorchè venuta apposta da Fermo,
la videro molti prostrata al sepolcro del servo di Dio a rendere
le dovute grazie al suo liberatore, ché divulgato già
era il prodigioso guarimento.
Tormentata fieramente per nove anni Angela Pipino d'anni 40 da
uno scirro enorme, in Arce, diocesi di Aquino, e costretta a starsene
ferma in letto, senza potere né pur muovere un dito, invocò
Benedetto, di cui l'era giunta la notizia della santità
e de' miracoli: e le fu posta sotto il capo la sua immagine in
carta. Addormentatasi placidamente, ecco apparirle in sogno Benedetto,
e dirle: alzati, che sei già guarita. Si sveglia,
e trovasi perfettamente guarita, sgombrato affatto l'indurito
tumore, ch'era per fede del chirurgo pari ad una pagnotta casareccia,
del peso di libre a un di presso quattro. L'eccesso della gioia
la fece uscire come fuor di sé e dare in lagrime di tenerezza:
e quella che per sì lungo corso d'anni era stata priva
d'ogni moto, va da sé tutta lieta sull'alba a dar grazie
all'Altissimo in chiesa per un favore così insigne e straordinario,
accordatole per li meriti del suo servo Benedetto. Era ben noto
in città il suo lungo ed ostinato male: quindi fu grande
nel popolo tutto lo stupore, al vederla già sana e libera;
ma in udirsi l'apparizione ed il segnalato favore di Benedetto,
risuonò festosamente il suo nome e il suo potere presso
Dio per le case tutte e per le pubbliche strade.
Graziosissima, ed ammirabile fu la risanazione istantanea di due
sposi, Gaetano e Maria Micheli in Borgo S. Pietro, diocesi di
Rieti. Sorpresi entrambi in un tempo da putrida e forte febbre,
da frequenti sintomi mortali, erasi già data da' medici
per irreparabile la vicina lor morte. Stando presso al letto di
essi un lor figliuolino innocente di anni tre e quattro mesi,
proruppe d'improvviso balbettando in queste parole: Benedetto
Giuseppe fa passar la bua a tata e mamma. La grazia, l'innocenza
del fanciullino tirò l'attenzione dei circostanti. Quando
il sentono replicatamente dire dopo le suddette parole: sì,
sì. Interrogato da loro, chi mai dicesse sì,
sì, accennò colla manina l'immagine di Benedetto
Giuseppe attaccata al muro; replicando sì, sì.
In quel momento svanì affatto la febbre, cessarono i mortali
sintomi; e ritornati in sé, si ritrovarono perfettamente
sani, con istupore dei circostanti, che non saziavansi di lodarne
Dio ed il suo fedelissimo servo. Più ne stupirono i medici
di lì a poco, quando sopraggiunti, trovaronli passati da
morte a vita; attestando concordi tal cambiamento superiore alle
forze della natura. I due sposi fecero subito voto di portarsi
al sepolcro del servo di Dio in Roma, per dargli le dovute grazie,
che poi esattamente adempirono.
Molestata già per quattro interi anni la vedova Cecilia
Girardi di Mondolfo da gravissimi dolori nefritici, da ritenzione
d'orina, con vomiti frequenti e fiere convulsioni, avea adoperati
molti rimedi ordinati dai medici, ma tutti invano. Un giorno finalmente
oppressa e tormentata più del solito, spinta dalla fama
dei miracoli di Benedetto, ne applicò una reliquia al fianco
sinistro. Nell'atto dello spasimare, sente dirsi con chiara voce
interna: tu sei guarita. Replica ella le stesse parole,
in modo che i circostanti credettero delirasse; ma si avvidero
tosto della miracolosa guarigione, poiché Cecilia nel punto
stesso mandò fuori de' calcoli e della copiosa orina; restando
libera affatto da ogni male.
Domenica di Pietro, giovinetta di anni 12, avendo perduto interamente
il vitale moto del braccio destro per fiera attrazione senza poterne
far uso veruno per quattro mesi, fu condotta dal genitore in Roma
al tumulo di Benedetto, dalla terra detta le Sante Marie,
della diocesi di Marsi e Piscina, per ottenerne la liberazione,
come udiva della intercessione potentissima presso Dio di Benedetto,
sperimentata già da altri molti. Pertanto essendosi a lui
caldamente raccomandato, attaccò al perduto braccio di
sua figlia, nel porla in letto l'immagine del servo di Dio. Com'ella
addormentossi, parvele di veder chiaramente Benedetto, che toccandole
con sua mano il braccio, vi restituisse d'improvviso e il senso
e il moto; indi disparve. Destata il muove, l'agita, e si conosce
perfettamente sana con estremo giubilo non men suo, che del genitore,
con cui portossi lieta in Roma a dargliene le grazie dovute.
Un esercito pernicioso di locuste danneggiava orribilmente nel
1783 i campi tutti di Montefiascone e di Viterbo, divorando da
per tutto il grano felicemente germogliato: intimorito un tal
Pompeo Renzi di Montefiascone per 1'imminente inevitabile strage,
che temea del suo grano, trovò l'armi opportune contro
tal'esercito divoratore. Pien di fiducia attaccò ad una
canna l'immagine di Benedetto; e collocatala in mezzo al suo campo,
lo pregò con tanto fervore, quanto glie ne ispirò
il bisogno della sua famiglia, che resterebbe per quell'anno priva
del necessario sostentamento con la temuta distruzione del grano.
Mirabil cosa! Visitando per un mese e mezzo in vari giorni il
suo grano, lo trovò sempre libero e verdeggiante, senza
che alcuna dell'innumerabili locuste entrata fosse nel suo campo,
e da tre prodigi riconobbe il favore di Benedetto. Il primo fu,
avere trovato nei confini ammontonate ed affatto estinte le bestie
divoratrici. Il secondo, vedere rovinati e desolati i campi, che
stavan d'attorno al suo. Il terzo, essersi conservata intatta,
illesa, asciutta l'immagine di Benedetto in carta, ad onta delle
pioggie copiose e degli impetuosi venti, che in sì lungo
tempo avrebbero dovuto prestamente disfarla.
Portossi a piè nudi da Tolentino al sepolcro di Benedetto
in Roma il vetturale Giovanni Pezzini, atteso il prodigioso istantaneo
guarimento ricevuto per mezzo dell'immagine di Benedetto. Era
stato egli tre anni languente in letto per acerbi dolori nel fianco
destro e per febbre continua. Erasi aggiunto a questa un vomito
così orribile, che lo avea reso incapace di ogni cibo:
cosicché dichiarato incurabile il male, gli fu amministrato
il santo viatico e l'estrema unzione. In uno stato così
lagrimevole l'afflittissima consorte ricorse all'intercessione
di Benedetto con applicargliene sul petto l'immagine. Vide tosto
l'effetto di sue preghiere ed il valore del merito del servo di
Dio. Perocché al tocco dell'immagine il moribondo quasi
ritornato a vita chiese cibarsi: ristorandosi con piacere ed avidità,
si alza da letto sano e libero da ogni male nel giorno stesso.
Prodigio, che recò gran maraviglia in tutta Tolentino,
ove il servo di Dio era stato qualche volta di passaggio e vi
era ben noto.
In Tolentino pure si narrano nei processi accadute ventitré
prodigiose guarigioni, operate dal servo di Dio al tocco solo
della medaglia che ivi lasciò ad una donna di nome Caterina
Gentili: medaglia, da lei prima ricusata; ma dopo la morte di
Benedetto nel mese di Maggio del 1783, recatale da un ignoto pellegrino,
valse come d'un rimedio universale contro ogni genere di morbi,
anche mortali, anche ostinati pel corso di molti anni. Guarimenti
così prodigiosi, che il R.mo Capitolo, le dignità
e i canonici di Tolentino, nell'avanzare l'istanza della beatificazione
al Sommo Pontefìce Pio VI. di fel. mem. li adduce per un
dei principali motivi della petizione.
La zitella signora Clementina Cicconetti di anni 25 era stata
per otto anni interi confinata immobilmente nel letto da un cumulo
di diversi complicati e tormentosi mali, che l'avevano resa inabile
ad ogni moto, e la mostravano divenuta come un vero scheletro.
Allo strepito dei miracoli operati da Benedetto Giuseppe, fu pensato
di condurla al suo sepolcro. Difatti staccata dal letto con grandissima
difficoltà e pena coll'aiuto delle braccia altrui, fu posta
in una sedia per collocarla in carrozza, colla quale anche a stento
fu trasportata al sepolcro del servo di Dio, ove dopo breve preghiera
all'istante disparvero tutti i suoi mali; sentì rincorarsi
da straordinario vigore in guisa che immediatamente si alzò
da sé stessa in piedi, e con passo veloce da sana ricusò
qualunque appoggio e sostegno, pronta anche a tornare in casa
senza il comodo della carrozza: ivi giunta da sé speditamente
salì le scale, mangiò con appetito delle vivande
che gustò la stessa sera, e proseguì a stare perfettamente
libera da tutti li sofferti mali. Chiamata di poi dal Signore
allo stato religioso, fu ammessa nel venerabile monastero del
Bambin Gesù di Roma, e per memoria e gratitudine al suo
liberatore, nel vestire quel sacro abito, assunse il nome di Maria
Benedetta. Ivi disimpegnò senza incommodo alcuno tutti
gli uffici assegnateli anche i più laboriosi. Continuò
per molto tempo a trovarsi sana e robusta esercitando l'officio
di superiora in quella rispettabilissima comunità.
Somigliante a questa portentosa guarigione è quella, che
fece Benedetto alla vedova Angela Zanchi, della parrocchia di
s. Marco colpita per ben due volte da fiero colpo di apoplessia,
fissata lungo tempo in letto, e finalmente condotta in sedia da
più persone al suo sepolcro, ove posta, appena ebbe ivi
pregato. riacquistò senso, moto, forze; onde lasciata ivi
in memoria del ricevuto favore e per gratitudine la sedia stessa,
con passo spedito tornò da sé alla propria casa,
accompagnata da gran moltitudine di popolo stupito e giubilante,
che videla e trovossi presente.
Una giovinetta muta dei dintorni di Fabriano, fu soprappresa da
idropisia, che gonfiatala a guisa di un otre la ridusse ben presto
agli estremi. E così già le si voleva apprestare
il Ss. Viatico ed il sacerdote che l'assisteva erasi recato in
una vicina cappella per celebrare la messa e consagrare la particola
che doveva amministrare alla moribonda. Questa intanto invocava
i soccorsi dal cielo raccomandandosi al poverello Benedetto Giuseppe.
Fu l'opera di pochi minuti; improvvisamente sentì ridonarlesi
la vita, saltò di letto e vestitasi dei propri panni, corse
alla chiesa dove con sorpresa e maraviglia di tutti ricevette
la comunione che le si era preparata per viatico.
Un processo nelle forme legali eseguito in Loreto sulla fede giurata
di 12 testimoni attesta l'autenticità del fatto.
Altri prodigi si narrano nei processi ugualmente portentosi; ma
per non andar troppo in lungo, bastar possono gli esposti per
argomento della santità di Benedetto Giuseppe, autorizzata
da Dio con li medesimi. Moltissimi poi trovansi di minor conto
dei quali la narrazione sarebbe egualmente superflua e noiosa.
Chi entra in un vago giardino fregiato di gentilissime piante,
non guarda se non con occhio passeggiero quelle di minor pregio.
Farò dunque di tutti come un fascio: basterà così
mirarli di passaggio, per conoscere l'impegno, onde ha voluto
Dio onorar Benedetto Giuseppe.
Leggonsi parimenti guarigioni istantanee da febbri ostinate e
maligne, anche etiche, da apoplessie, da parto infelice, postème,
ulceri, cancheri, fistole, ernie, scirri, coliche, natte, spine
ventose, calcoli, sciatiche, cecità, epilessie, scorbuti,
rotture d'ossa, mal di pietra, d'idropisia, d'occhi, d'orecchie,
di gola, di tigna, di scrofole; e tant'altri mali anche inveterati
per molti anni: taluno per anni 18, qualch'altro per anni 30.
Pare che il Signore abbia formata in questo suo servo come una
nuova Probatica Piscina, pari a quella di Gerusalemme, ove trovava
il rimedio l'infermo: a quacumque detinebatur infirmitate.
Se non che in quella un solo infermo veniva guarito, quando l'angelo
destava il moto nell'acqua; e bisognava aspettare tal moto, ed
entrarvi il primo. In Benedetto non vi è restrizion di
tempo, di persone, di luogo. In ogni tempo, qualunque persona
e molte insieme, in ogni luogo Dio fa dei guarimenti prodigiosi
per li meriti di Benedetto.
Li fa col solo appressarsi gli infermi al suo sepolcro; coll'usar
la corona che toccò la bara ove giaceva il suo corpo; collo
stendersi sul letto ove morì; coll'adoperar la sua immagine,
toccarla, baciarla; col mettersi sul petto il libro della sua
vita; col solo invocarlo; coll'inghiottire qualche particella
di sua reliquia; col bere qualche sorso d'acqua, tenuta nella
ciotola, di cui valevasi Benedetto, provata anche prodigiosa dalle
partorienti nei pericoli del parto; ed ancora colla sola fiducia.
Per dimostrare poi Iddio, quanto gli sia caro Benedetto, ha fatto
dei miracoli, e tuttora siegue a farne, non in Roma soltanto;
ma in molte città e terre, non d'un solo regno, ma di molti,
anche lontanissimi da Roma, e tra sé distanti. Dei più
recenti ne accenneremo soltanto alcuno in aggiunta a quelli superiormente
dall'autore accennati.
Rosa Maria Gregori Oblata nel R. conservatorio di s. Carlo in
Pienza soffriva da 16 anni tale malattia alla spina, che i medici
l'avevano affatto ritenuta insanabile e finalmente verso l'anno
1863 l'avevano totalmente abbandonata. La spinite erasi protratta
a tal segno, che la malata doveva rimanersi immobile sopra una
sedia per i dolori acutissimi a cui andava soggetta nel muoversi,
per il deperimento generale e per la paralisi che l'aveva colpita.
In questo compassionevole stato e quasi sfinita, ricorse a Benedetto
del quale le avevano recata un'immagine ed una reliquia. Al vedere
la figura del santo si accese in lei una viva fiducia nella sua
protezione, ed incominciò una novena chiedendo la grazia
della sua guarigione che i mezzi umani non valevano ad apprestarle.
Non fu invano che ella ebbe ricorso a Benedetto e che in lui ripose
la sua fiducia. Non era neppure finita la novena, quando un giorno
che con maggior devozione implorava la sua protezione quella inferma
la quale per tanti anni aveva dovuto giacersi immobile come si
è detto, sopra una sedia, si alza repentinamente con maraviglia
di quanti furono presenti al fatto, e vestitasi corse a ringraziare
il santo della prodigiosa guarigione che avea ottenuto.
Una giovane della città di Veroli, parimenti nell'anno
1863 colpita da una febbre putrida, in pochi giorni fu ridotta
agli estremi, presentando tutti i sintomi di una prossima dissoluzione.
Ribellatosi il morbo a tutti i rimedi dell'arte e riuscendo impossibile
coi mezzi umani non che la guarigione, il sollievo dell'inferma;
le si apprestarono i ss. Sagramenti che la medesima ricevette
apparecchiata e rassegnata alla morte. Intanto si era cominciato
un triduo al Santo e si era suggerito alla moribonda di raccomandargli
il suo stato, il che ella fece colla maggior fede e devozione
che seppe. Terminato il triduo, scomparvero non solo tutti i sintomi
mortali, ma la inferma ricuperate le forze andò a ringraziare
il suo celeste benefattore della grazia prodigiosa che si era
degnato di farle.
Annunziata Bordoni di Limoges trovavasi rinchiusa nella casa di
penitenza alle terme Diocleziane nell'anno 1863. Forti patemi
d'animo aggravati dalle ultime circostanze della sua prigionia,
furon causa perché il suo stato di salute debole ed infermiccio
ricevesse una scossa mortale. Le si manifestarono con più
violenza le convulsioni epilettiche, alle quali andava soggetta
e queste degenerarono in apoplessia sanguigna che la ridusse agli
estremi. Riavutasi alquanto, ma assicurata dai medici della impossibilità
della sua guarigione, fu consigliata a ricorrere all'intercessione
di un santo della sua stessa patria, Benedetto Giuseppe Labre.
Con fiducia e devozione grandissima la malata si rivolse infatti
al suo potente patrocinio ed invocò il suo soccorso. Aggravatosi
il male e ricevuti i sacramenti, mentre lo stato deplorevole dell'inferma
pareva annunziare la prossima sua fine, immantinente e senz'altro
aiuto perfettamente risanata poté scendere di letto con
ammirazione di quanti furono presenti al fatto, essendo scomparsa
colla paralisi ogni altra traccia del pernicioso morbo che l'aveva
ridotta in fin di vita. I medici Azzocchi e Melata che ebbero
cura dell'inferma, attestano con giuramento in una dichiarazione
che ne rilasciarono, che l'istantanea guarigione è avvenuta
per miracolo di Maria santissima per intercessione del B. Giuseppe
Labre.
Nella città della Mirandola diocesi di Carpi ammalò
gravemente nell'anno 1873 per infiammazione intestinale Augusto
Adani fratello del parroco - prevosto del luogo. Ogni rimedio
umano fu sperimentato inutile e sicura già se ne piangeva
la perdita. con grave danno della famiglia che vedeva orbarsi
del principale suo capo. Il medico curante andava disponendo alla
rassegnazione il fratello, non nascondendo che vicina doveva giungere
la crisi mortale. Fu recata all'infermo una reliquia del santo,
colla quale fu segnato e benedetto. Quella reliquia valse più
d'ogni altro rimedio, perché in pochissimo tempo il malato
poté ricuperare la sanità e la vita.
Di questi fatti tutti accertati con autentici documenti e da giurate
attestazioni, raccolte anche in appositi processi redatti dalle
competenti autorità, ne potremmo riempire un intiero volume.
Siamo però costretti a passarcene per non eccedere i confini
assegnati al nostro lavoro e per non tediare colle soverchie narrazioni
i lettori. Ripetiamo che prodigi avverati per intercessione di
Benedetto se ne contano in gran numero in ogni parte della terra,
e non soltanto di guarigioni ottenute, ma di ogni specie di grazie
di favori e di straordinarie conversioni.
Per S. Tommaso la conversion de' peccatori, justificare impium,
opus majus est, quam creare coelum et terram; e per S. Gregorio:
majus est miraculum, peccatorem convertere, quam, mortuum suscitare.
Ebbene, di prodigiose conversioni molte se ne accennano nei processi,
e molte altre potrebbero registrarsene avvenute in seguito, di
persone che lasciato il sentier lubrico dei vizi, si son rimesse
nella via retta di Dio e del cielo, al sol vedere gli esempi di
Benedetto, allo star d'accanto alla sua bara, quand'era esposto,
all'adoperar qualche particella delle sue reliquie, all'invocare
la sua intercessione, al far qualche buona opera per ottenere
il suo patrocinio.
Quanto si è scritto fin qui, basterà certamente
per una chiara riprova del compiacimento divino nella grand'anima
di Benedetto Giuseppe, e per un forte stimolo da ricorrere alla
sua valevole protezione, da procacciarsela sopratutto coll'imitare
ciascuno le gloriose sue gesta, a proporzion dello stato in cui
si trova, e della grazia da Dio conferita.
A compimento dell'opera compilata dal P. Coltraro, circa la narrazione
dei grandi e segnalati prodigi da Dio operati ad intercessione
del Labre, oltre quelli già accennati ed inserti nel capitolo
precedente sulle traccie dell'autore, non possiamo fare a meno
di registrare ed esporre in questa prima parte della presente
appendice altri cinque miracoli, sui quali in modo speciale si
è portato l'esame ed il giudizio della Chiesa. Sono questi
i miracoli che vennero formalmente discussi ed approvati i primi
tre per la Beatificazione, gli altri due per la Canonizzazione
del santo. E sono i seguenti.
Nel marzo 1782 Maria Rosa De Luca di Mazzano, paesello della diocesi
di Nepi, essendo sui 15 anni fu colta dalla rosolìa; il
cui maligno umore non potutosi sfogare all'esterno quanto sarebbe
stato mestieri, si rovesciò internamente sui polmoni, e
v'accese sì violenta infiammazione, da aprirvi un'apostema
marciosa, che dicono accesso vomico. La povera inferma
smagriva a occhio, e in poco più d'un mese si ridusse all'estremo
della tisichezza. Il medico del comune adoperatole inutilmente
attorno quanto l'arte gli poté suggerire, si diè
per vinto, giudicò la tisi affatto irrimediabile e presagendone
indubitata vicinissima morte, si stava contento a prescriverle
de' lenitivi. Era il principio di maggio dell'anno seguente e
per Mazzano si sparse fama di grandi prodigi che seguivano in
Roma sulla tomba di Benedetto, le cui immagini erano portate attorno
con grandissima divozione. Ne fu recata una anche a Maria, e tosto
s'accese di gran fiducia d'essere pur ella pei meriti di Benedetto
prodigiosamente guarita. La madre sua infiammavala assai in questa
speranza, sicché divenuta più che mai animosa, si
pose in cuore di esser portata a Roma, ad implorar la vita sul
sepolcro del santo. Tutti giudicarono dissennato un tal disegno,
e più i medici che sentenziarono reciso, Maria dover morire
per via. Ma nulla valse e fu forza il contentarla. Non si può
dire quel che le convenisse soffrire durante il viaggio, e parve
già un miracolo che viva giungesse a Roma. Condotta a braccia
a venerare la tomba del santo, il primo e il secondo giorno dal
suo arrivo, ne fu riportata sempre in peggior condizione. La terza
notte fu sorpresa da una violenta puntura al fianco, indizio di
prossima fine in siffatta malattia. Ella gridava, piangeva, chiamava
in soccorso Benedetto sì disperatamente, che la madre di
lei sentendosi straziare il cuore fe' come un estremo sforzo di
fede, e pregando con indicibile fervore pigliò l'immagine
del santo e l'applicò al petto della morente figliuola
aspettandosene pronto soccorso. E così fu; al medesimo
istante le si calma la doglia e comincia ad addormentarsi. Dorme
profondamente tutta la notte e la dimane destatasi tutta lieta,
s'alza, si veste da sé, e guarita e vigorosa meglio di
quanti la custodivano. Va a ringraziare il suo celeste benefattore
alla Madonna dei Monti e poi torna al suo villaggio a ripigliarvi
le fatiche della campagna, senza dar più indizio del sofferto
malore.
Altresì nel maggio 1783 seguì il secondo prodigio
a Civitanova della diocesi di Fermo.
Una certa Teresa Tartufoli nell'età di 13 anni aveva contratto
un tumore al collo, che andandole sempre più crescendo
anche internamente le rendea difficile e dolorosa la deglutinazione.
Per un anno vi si adoperò inutilmente ogni sorta di rimedio
per dissiparlo, e finalmente si dove venire al taglio. Ma la ferita
non rimarginò, anzi fece seno ed infistolì. Ferro
e fuoco fu di bel nuovo adoprato parecchie volte per ottenerne
la guarigione, ma sempre indarno. Il medico dava la fistola per
insanabile, e l'inferma non ne volle più sapere di medicature
che non le avevano fatto altro che moltiplicare i dolori. Si volse
piuttosto a cercare i soccorsi celesti, e fece anche il pellegrinaggio
di Loreto per ottenere la guarigione: ma non fu esaudita, e da
più anni durava nella medesima condizione la dolorosa sua
infermità. Alla perfine nel maggio 1783 Giuseppe Natinguerra
capitano delle milizie a cavallo di Civitanova, presso del quale
stava Teresa per fantesca, avendo inteso parlare delle grazie
che otteneva Benedetto di fresco morto, s'affrettò di averne
un'immagine, e datala alla povera inferma, l'esortò vivamente
a ricorrere al nuovo celeste patrono. Tosto Teresa fu piena di
quella fede che è pegno della grazia da conseguire, e coricandosi
la sera si applica l'immagine alla fistola, e tranquilla s'addormenta.
La dimane trovò sparita ogni traccia del sì lungo
e doloroso morbo, con estremo giubilo e meraviglia non solo di
lei e della famiglia a' cui servigi stava, ma del chirurgo che
altresì avea giudicato la piaga affatto insanabile.
Questi due miracoli sarebbero bastati al prescritto dai decreti
pontifici per la beatificazione dei servi di Dio; ma il postulatore
della causa a maggior cautela stimò bene proporre ad esame
ancora un terzo, pieno di particolarità mirabilissime;
e ancor questo fu solennemente dalla s. Congregazione discusso
ed approvato.
Teresa Marini nata in S. Leo di Montefeltro l'anno 1771, avendo
8 o 9 anni di età avea avuto la sorte di conoscere Benedetto,
mentre era di passaggio pellegrinando per quella città,
e di dargli ancora un pane per limosina. A 15 anni si monacò
fra le domenicane di Pennabilli, e prese il nome di Angela Giuseppa.
Qui sui principi del 1792 cominciò a patire alla milza
di ostruzione pietrosa: di che in breve seguì un generale
disordine in tutte le funzioni della vita, con vomiti di sangue,
mali d'emicrania, e altri simiglianti sconcerti, sicchè
fu forza dispensarla da ogni osservanza della regola. Si rimase
in tal condizione ben 18 anni, mentre l'ostruzione sempre più
indurendosi andava occupando i prossimi visceri. Sopravvenuta
la sacrilega invasione dei Francesi nel 1810, e scacciate a viva
forza le domenicane di Pennabilli dal loro convento, suor Angela
si ritrasse in casa d'un suo fratello a S. Leo, senza che scemassero
giammai i suoi malori. Nel 1815 liberati gli Stati papali dalla
dominazione francese, tentò la buona religiosa di ritornare
al suo convento, ma non essendole venuto fatto, poté ricoverarsi
fra le Clarisse di Macerata Feltria ove peggiorò più
che mai; e in vari più violenti attacchi le si dovettero
amministrare più volte gli ultimi sagramenti. In breve,
dopo 26 anni di malattia, sotto la cura di ben 11 medici, senza
tener conto de' chirurgi, viveva alla giornata, che la milza enormemente
cresciuta minacciava d'ora in ora di scoppiare, cagionandole certa
ed atroce morte. Quando sulla metà di aprile del 1818 in
un giorno della settimana santa si vide entrare in camera alla
famigliare una conversa da lei non più vista, che fattasele
presso la richiese come stesse? - Malissimo, rispose l'inferma.
- Abbiate fede e confidenza. - La fede è rara
ripigliò suor Angela, ho molto pregato e niente ottenuto.
Allora la sconosciuta visitatrice trasse fuori un'immagine e la
porse all'inferma; la quale ravvisandovi tosto quel poverello
da lei visto e beneficato nella sua infanzia, a cui non aveva
più pensato, animata da insolita fiducia, prese quella
devota effigie, baciolla affettuosamente e proruppe in questa
preghiera: O venerabile servo di Dio in compenso del pane che
vi diedi, ottenetemi una di queste tre grazie, o la sanità,
o la morte, o la pazienza. Richiese per tre volte la sconosciuta
di lasciarle quell'immagine, ma questa negò farlo e se
ne partì. Dopo ciò addormentatasi dolcemente, non
s'avvide che la dimane della perfetta sua guarigione. La m. Badessa
mandò tosto pel medico e pel chirurgo, i quali fatte tutte
le più minute osservazioni e ricerche sulla malata, non
poterono rinvenire alcuna traccia della sì lunga e sì
fiera malattia da lei patita; onde uno d'essi ebbe a protestare
altamente che era pronto ad asseverare il miracolo con mille giuramenti.
Ora diverse altre circostanze s'aggiunsero a rendere più
mirabile siffatta guarigione. La prima è che fatta diligente
indagine della religiosa che aveva offerta la divota immagine
all'inferma, si trovò che nessuna di quante erano in casa
era andata in quell'ora alla stanza della malata; la seconda che
in tutto il convento non si rinvenne ombra dell'immagine, istrumento
mirabile di tanta guarigione: la terza che essendosi divulgato
il prodigio, e presovi parte l'autorità ecclesiastica,
atterrita l'inferma di dover essere chiamata in giudizio a deporre
con giuramento sulla verità del fatto, e però esitando
di ciò fare, un bel dì mentr'era in coro, si sentì
subitamente assalita da tutti i sintomi della passata infermità.
Di che entrata in grande spavento, e giustamente pensando d'esser
così punita della sua esitanza, ne chiese tosto perdono
al servo di Dio, promettendo che avrebbe prestato ogni giuramento
per attestare quel che rammentava del beneficio ricevuto: e nell'istante
medesimo si sentì libera da ogni scrupolo, e di nuovo interamente
sana. E durò così tanto bene, che differitosi il
processo fino al 1847, poté vegeta di corpo e di mente
nell'anno 76 dell'età sua rendere la dovuta testimonianza
e sopravvivere ancora altri 11 anni appresso.
Questi tre miracoli solennemente discussi ed approvati determinarono
la S. M. di Pio IX a decretare la beatificazione di Benedetto
Giuseppe; gli altri due che soggiungerò valsero al Beato
il supremo onore della canonizzazione.
Teresa Massetti romana nata nel 1816, di complessione debole e
linfatica era giunta all'età di quarant'anni patendo diverse
malattie, alcune delle quali mostrarono chiaramente viziato il
sangue. Sui quaranta anni cominciò a sentirsi le mammelle
addolorate e gonfie, e il dolore andava crescendo e diveniva più
acuto e si stendeva alla schiena. Ne prese la cura il chirurgo
Giovanni Baruffi, e aggravandosi il male fu poi chiamato il dott.
Angclo Mascetti; veniva ancora assistita dal medico Felice Scalzaferri:
ma ogni cura riuscì vana a mitigare il male che si manifestò
evidentemente per uno scirro. Conoscendo i professori che il male
era giunto al termine di cancro occulto e parendo che vi fosse
pericolo imminente per cagione della mammella destra, prima di
venire alla estirpazione del cancro, chiamarono anche a consulto
il Prof. Gaetano Tancioni, e di comune accordo al principio del
Maggio 1859 si fece l'operazione che riuscì soddisfacente:
non vennero alla incisione dell'altra mammella per timore che
l'inferma non soccombesse al secondo taglio. Fu però diligentemente
analizzata la parte recisa e si ritrovò lo scirro degenerante
della durezza quasi di pietra, di figura irregolare e scabrosa,
e che verificava in tutto il giudizio proferitone dai professori.
Ma il cancro occulto della mammella sinistra durante il corso
dell'anno si andò totalmente aggravando da mostrarsi di
indole più maligna del primo già reciso. Il nucleo
indurato era assai più grosso del primo, scabroso anche
esso, irregolare e duro, le fitte assai più acute e spasmodiche.
I medicamenti erano affatto inutili: la parte ammorbata dolorava
ad ogni leggero tocco anche di bambagia.
Il Dott. Mascetti propendeva a tentare un secondo taglio, ma il
medico Scalzaferri lo riguardava come uno strazio inutile, e il
Tancioni chiamato a consulta pronunziò la cosa esser giunta
ad uno stato quasi disperato; la seconda operazione non sarebbe
mai stata proficua, anzi avrebbe accelerata la morte. Né
questa sembrava doversi fare aspettare a lungo: la povera inferma
era rifinita di forze, di colore cadaverico, non poteva prendere
cibo né riposo che scarsissimo, aveva dolori e fitte acute
al petto che rispondevano alle spalle, il braccio sinistro era
reso quasi immobile, camminava a stento e curva. Tutto questo
agglomeramento di mali andava crescendo ogni dì, e verso
il 20 maggio 1860 era divenuto insopportabile.
Non veggendo l'inferma più speranza nei mezzi umani si
rivolse con ogni fiducia ad implorare l'intercessione di Benedetto
Giuseppe Labre, del quale stava per celebrarsi la solenne beatificazione,
e tanto più fervorosamente gli si raccomandava, quanto
più aborriva dal sottoporsi ad un nuovo taglio. Con gran
fiducia adunque nei meriti del servo di Dio, il 20 Maggio si fa
menare in carrozza insieme colla sua nipote e altri congiunti
a S. Pietro, e durante la sacra funzione con tutto il cuore si
raccomandava al Beato Labre, suo celeste patrono.
Sentiamo ora come essa stessa narra l'avvenuto: In quel giorno
io era quasi fuor di me, per cui neppure mi avvidi quando fu scoperta
l'immagine del Beato. La mia nipote Anna M. Pitorri me ne fece
accorgere, ed allora principiai a rimirarla, né sapeva
tor gli occhi da lui. In quell'atto non sentiva più dolore
alla mammella sinistra, benché fin allora ci avessi molto
sofferto, per cui premei colla mano la parte inferma e neppure
ne sentiva dolore, però non dissi niente ad alcuno riserbandomi
di osservare la parte dopo il ritorno in casa. Intanto però
mi sentiva bene; dopo le funzioni pranzammo in casa di D. Giovenale
Pelami, e dopo il pranzo ritornammo in S. Pietro. Uscita da S.
Pietro dopo l'Ave Maria andava diritta ed anche correva. Io non
manifestava niente ad alcuno, ma internamente ringraziavo il Beato
essendo quasi certa di avere ottenuta la guarigione. Giunta in
casa osservai subito la parte inferma e la trovai sanissima essendo
affatto scomparso il male, per cui cominciai a gridare ed a zompare.
Esaminata poi accuratamente dai tre lodati professori la trovarono
perfettamente guarita, ed essi concordemente attestarono tal guarigione
non potersi ascrivere a veruna cagione naturale, ma doversi ritenere
miracolosa.
Il secondo dei miracoli approvati per la Canonizzazione è
il seguente.
Maria Luisa dell'Immacolata Concezione, nata di genitori malsani,
e sempre soggetta fin dalla prima età a parecchie malattie,
a mal di stomaco e a spessi vomiti, fu posta di sette anni, cioè
circa il 1845 nel monastero del Divino Amore a S. Eusebio in Roma
come educanda. Dopo quattro anni ne uscì e tornò
alla casa paterna.
Nella sua dimora nel conservatorio, e dopo in casa sua seguitò
sempre a soffrire i medesimi incomodi e smania.e anorressia, e
stimoli al vomito, né poté liberarsene mai né
colle bevande refrigeranti né colle sanguigne più
volte replicate. A ciò si aggiunge che la giovanetta si
bevve mezza bottiglia di rhum per golosità: questo fallo
le doveva costare la vita. Ai sintomi anteriori si aggiunse allora
dolore al ventricolo e vomito di sangue, e a mala pena scampò
la morte coi rimedi della medicina. Fu tentato il farle godere
aria migliore e l'uso dei bagni marini, ma non migliorò
per questo di molto. Così andò innanzi fino al 1852
quando nel marzo fu presa dalla rosolìa, dalla quale pure
riebbesi, ma le restò sempre il dolore di stomaco e il
vomito quotidiano.Questo era lo stato di Maria Luisa quando nel
settembre del 1857 in età di diciannove anni entrò
nel monastero del Divino Amore in Montefiascone, e nel luglio
dell'anno seguente vestì l'abito. Il nuovo stato di vita
le riuscì anzi nocivo che salutevole; il male sempre più
si aggravava, il dolore di stomaco si inaspriva, il vomito diveniva
più spesso, e coll'andare del tempo incominciò a
patire anche svenimenti, e verso la pasqua del 1860 le cominciò
a mostrarsi sulla regione dello stomaco una esteriore lividura,
indizio del morbo interno.
Per quanto essa si studiasse di nascondere alle sue consorelle
i suoi patimenti, per timore di non essere ammessa alla professione
religiosa, pure non poté celarsi tanto che non si avvedessero
le altre che essa era malata, e chiamarono subito il medico Dott.
Bernardino Mancinetti che le ordinò di porsi in letto.
Ma non poteva il medico accertare la cura, poiché l'inferma
per quel suo timore gli celò quasi tutto il suo male passato
e presente. Fu tuttavia sottoposta a rigorosa cura, usati vescicanti,
rinfrescanti e sanguigne generali e parziali. Intanto però
appariva gonfio il ventre, si accresceva la smania, l'insonnia,
la difficoltà di respiro, l'indebolimento delle forze,
il vomito di materie sordide, la diarrea, e gli spessi deliqui.
Dopo quaranta giorni di letto si levò parendo che la malattia
non fosse più tanto violenta: ma il dolore di stomaco rincrudiva,
e vi si aggiungeva eziandio come un peso e gonfiore, che faceva
dolere anche il femore e il braccio destro, e la lividura sulla
regione dello stomaco si dilatava e prendeva colore più
carico, finché nel mese di luglio sentendosi sempre peggio
vomitò in copia del sangue, parte aggrumato e parte liquido,
e con ciò parvele sentirsi assai sollevata.
Fu pertanto il 26 Agosto 1866 ammessa alla professione, durandole
però sempre il mal di stomaco e i vomiti. Nei due mesi
seguenti andò sempre peggiorando, e tutti i sintomi già
descritti rincrudivano ogni giorno più, e vi si aggiunse
una sete ardente ed una febbretta etica, che fece pronunziare
al medico essere inutile ogni rimedio dell'arte, dovervi essere
o uno scirro o certo qualche gran lesione di stomaco che non ammetteva
rimedio. E si ridusse infatti a tale, che dopo la metà
di ottobre non poteva più ritenere né cibo né
bevanda di sorta e cominciò ad essere tormentata da fieri
dolori colici. Il 24 ottobre uscita affatto senza sollievo da
un bagno, fu esortata dalla infermiera a ricorrere per ottenere
la grazia di guarire al B. Benedetto Giuseppe, del quale pendeva
dalla parete un'immagine sormontata da una croce. La povera malata
scoraggiata rispose: Non voglio far altro: tanto non me la
fa, poi guardando l'immagine proruppe in queste parole o
fammela o do fuoco a te con tutta la croce che ti sta sopra.
Ma pentita subito di aver così poco rispettosamente trattato
il B. Labre, gli chiese perdono e raccomandossi alla sua intercessione
umilmente, e fatti chiudere gli sportelli della fenestra, si pose
a riposare.
Ascoltiamo qui l'inferma medesima che guarita poi narrò
la visione. «Partita l'infermiera venivo facendo atti di
pentimento per quell'espressione che avevo detto, e rinnovavo
con più calore atti di raccomandazione e di fiducia verso
il B. Benedetto, e così mi sopii. Mentre stava tra il sonno
e la veglia giacente sul lato destro e poggiata colla guancia
sulla mano destra cogli occhi chiusi, vidi un uomo giovane, di
giusta statura con veste lunga un poco aperta sul petto, donde
tramandava una bella luce, avente una figura ilare ed una faccia
di paradiso. Egli appressatosi al mio letto con volto ridente,
levando la mano destra dal basso all'alto mi disse: alzati
su via, che sei guarita. Mi riscossi aprii gli occhi e non
vedendo niente supposi che fosse un'illusione diabolica, e con
questa idea volgendomi dall'altro lato dissi fra me, ci mancherebbe
anche questo. Stavo così giacente dal lato sinistro
cogli occhi semiaperti e pienamente svegliata in modo che sentivo
le monache recitare l'ultima ora in coro, quando la mia cella
si empì di luce vivissima. Allora aperti gli occhi mi rizzai
seduta sul letto e vidi quell'uomo stesso, che tramandava luce
viva da tutte le parti, e quella del petto era così lucente,
che non potevo fissarci l'occhio. Egli era colla persona rivolta
ed inclinata verso di me: teneva le braccia alquanto aperte sollevate
all'altezza del petto, colle palme delle mani rivolte in avanti;
era circondato da una lucida nube dalla quale appariva una quantità
immensa di angeli ed anche questi risplendenti, vi erano tre angeletti
in tutta persona, ma di statura diversa, dei quali il più
grande e il più piccolo gli stavano alla mano destra, e
l'altro mezzano alla sinistra: il più grande teneva un
giglio, il mezzano una corona di fiori, ed il più piccolo
un bastoncino con un piccolo bordone. Tutti e tre stavano rivolti
verso il Beato. Avrei voluto lanciarmi verso di Lui e parlargli,
ma non potevo. Egli invece staccandosi da quella nube con i tre
angeletti mi si appressò al letto, mi segnò col
dito grosso, facendo sensibilmente il segno della croce, prima
sullo stomaco, poi sul corpo e quindi sulla fronte. Dopo che mi
ebbe segnato mi disse: Io sono Benedetto Giuseppe. Commossa
da quella voce caddi colla testa sul cuscino, ed egli continuò
dicendo: ti ho ottenuto la grazia di guarirti dalle quattro
fistole nello stomaco. Sii grata al Signore della grazia ricevuta.
Va dalla superiora, racconta il fatto e dille che faccia l'istanza.
Sii osservante della regola. Sii obbediente alla superiora; ed
il Signore ti aiuterà in tutto e per tutto. Mi disse
anche altre cose che riguardavano la direzione del mio spirito,
e sollevandosi quella nube a poco a poco disparve. Io rimasi tutta
stupefatta, convulsa e piangente per la consolazione, mi guardai
subito sullo stomaco e non ci trovai più quella lividura,
che fino a quella mattina ci avevo veduto. Il mio corpo che poco
prima era gonfio e durissimo era tornato allo stato naturale,
i dolori erano totalmente cessati, non provavo più alcun
incomodo, e mi sentiva pienamente guarita. Mi alzai seduta sul
letto e nell'atto stesso in cui mi disponeva a vestirmi, tornò
l'infermiera, la quale trovandomi tutta agitata insisteva per
sapere che cosa fosse accaduto, domandandomi se mi sentiva male;
al che risposi: no, non mi sento male; chiamatemi la superiora;
ed essa uscita dalla mia cella chiamò ad alta voce la superiora,
quindi rientrata disse: Se non ti senti male, ci è stato
forse Peppetto?... dunque alzati». Allora e per ordine
della superiora andò in refettorio dove tra lo stupore
delle consorelle raccontò il prodigio, e si pose a mangiare
come se mai non fosse stata inferma. Anzi temendo le compagne
e ammonendola che non avesse tutto quel cibo a farle male, la
superiora replicò che se era vero miracolo aveva a mangiar
tutto; e così fece, e domandò anche altro cibo e
mangiò di ogni cosa, e da quel momento si riordinarono
tutte le funzioni organiche, e il medico stesso riconobbe sparita
ogni forma morbosa senza alcuna crisi o trasporto del male e senza
vestigio alcuno di convalescenza.
Il p. Gaetano Palma de' pii operai Rettore della casa e chiesa
di s. Maria dei Monti, di que' tempi affidata alla cura de' detti
religiosissimi padri, fu il primo a promuovere l'incominciamento
de' processi di beatificazione e canonizzazione di Benedetto,
passato appena un mese dalla sua morte. Marcantonio Colonna Cardinal
Vicario allora di Roma, ricevette benignamente la supplica portatagli
dal p. Palma, per metter mano al primo processo detto informativo,
nominando a Postulatore il medesimo p. Palma, a difensore l'avvocato
Giambattista Alegiani, e a procuratore il Sig. Luigi Alegiani.
Tenne dietro un decreto del maggio 1783 col quale era delegato
a giudice Mons. Girolarno Volpi Arciv. di Neocesarea, e stabiliti
gli altri officiali consueti. In due anni e più si fecero
quattrocentodue sessioni, e vi presero parte come testimoni quattro
direttori dello spirito di Benedetto. Appresso il processo romano
vennero quelli del Vescovo di Boulogne diocesano del santo, del
Vescovo di Loreto, ove Benedetto si tratteneva sovente pe' suoi
pellegrinaggi, e del vescovo di Autun, nella cui diocesi è
la Badia di Sette Fonti che alcun tempo l'accolse come postulante
del sacro abito. Ma prima di quest'ultimo fu procurata in Roma
la formazione del processo de non cultu. Dalla S. M. di
Pio VI il 31 Marzo 1793 fu segnata l'introduzione della causa
con facoltà di costruire il processo apostolico, ed ebbe
il servo di Dio titolo di Venerabile. Quindi vennero dietro altri
decreti per l'approvazione l'uno del processo de non cultu
del 30 gen. 1793, l'altro del processo apostolico della fama di
santità in genere il 18 febbraio 1794, e nel medesimo anno
furono proseguiti i processi apostolici in ispecie delle virtù
e dei miracoli, e due anni appresso si fece la ricognizione del
corpo del Ven. servo di Dio. Si andava innanzi con grande alacrità
in questa causa, ma l'irruzione delle masnade repubblicane francesi
in Roma, l'11 giugno 1798, interruppe ogni cosa. Si rimise mano
all'opera dalla S. M. di Pio VII il 10 luglio 1800, colla nomina
del Card. della Somaglia a ponente della causa; ma per le vicende
de' malaugurati tempi non si procedeva che lentamente. Due altri
postulatori D. Francesco Pacini e D. Filippo Colonna succedettero
l'un dopo l'altro al p. Palma, e finalmente il 10 nov. 1828 fu
tenuta la congregazione antepreparatoria sull'eroicità
delle virtù. Se non che la morte di due Pontefici, Leone
XII e Pio VIII, e del postulatore D. Filippo Colonna, surrogato
dal Missionario apostolico D. Giuseppe Righetti, e di due Cardinali
Ponenti seguita a brevi intervalli, frappose indugi alla Congregazione
preparatoria, che non fu tenuta se non il 22 marzo 1834. Seguì
la morte del postulatore Righetti, e fu nominato in sua vece D.
Girolamo Marucchi. Il Sommo Pontefice Gregorio XVI, dopo aver
tenuta la terza generale Congregazione il 3 agosto 1841, volle
da sé stesso rivedere con sommo studio gli atti della causa,
e finalmente il 22 maggio del 1842 festa della SS. Trinità,
nel palazzo Vaticano emanò il solenne decreto dell'approvazione
delle virtù in grado eroico.
Restavano i processi de' miracoli, necessari secondo le apostoliche
costituzioni per decretare la Beatificazione prima, e poi la Canonizzazione
de' servi di Dio. Morto il Marucchi nel 1844 e sostituitogli a
postulatore il R. P. D. Francesco Virili della Congr. del Prezioso
Sangue, si addivenne per la beatificazione alla legale discussione
dei tre prodigi sopra narrati; e nel 2 giugno 1859 se ne ottenne
dalla S. M. di Pio IX solenne approvazione. Seguì il 15
agosto dello stesso anno nella basilica di S. Maria Maggiore la
promulgazione del decreto del potersi sicuramente procedere alla
Beatificazione, la cui solennità con immenso concorso de'
fedeli e plauso di tutta la cristianità, fu celebrata il
20 maggio 1860 .
Il dì 11 aprile dell'anno seguente fu emanato il decreto
per riassumere il proseguimento della causa per la santificazione
del Beato, e il 5 sett. 1867 furono riconosciuti validi i processi
formati sui due nuovi miracoli presentati, i quali esaminati e
discussi furono approvati con decreto del 29 Decembre 1872. Nel
dì 9 febbraio 1873 venne poi pubblicato l'ultimo decreto,
col quale il Sommo Pont. Pio IX pronunziò: Tuto procedi
posse ad solemnem B. Benedicti Josephi Labre canonizationem.
Si temeva, che per l'iniquità de' tempi avrebbero dovuto
trascorrere molti anni prima che si potesse celebrare in effetto
la solenne canonizzazione del Beato, ma piacque al Signore consolare
i pii voti dei buoni col glorificare il suo servo fedele, e secondando
il zelo indefesso de' suoi devoti e l'opera instancabile di Mons.
Vescovo di Arras, al quale per i suoi aiuti è dovuto in
gran parte l'essersi potuto procedere alla canonizzazione, ha
nella sua singolare provvidenza ispirato all'attuale augusto Sommo
Pontefice Leone XIII di celebrare tale solennità in quest'anno
1881 nel dì festivo dell'Immacolata Concezione di Maria,
nell'atrio superiore della Basilica Vaticana, quasi come a sigillo
dell'universale Giubileo concesso quest'anno a tutto il mondo
cattolico.
Ora è a dire brevemente delle memorie spettanti al nostro
santo. E innanzi tratto quelle che per iscritto ci tramandarono
e sparsero ovunque, le gloriose sue gesta, furono moltissime.
Prima a comparire in pubblico fu la stampa dell'elogio rinchiuso
nel sepolcro del santo, e in breve se ne spacciarono ben 16000
esemplari. Mons. Vicegerente di Roma Fr. Ant. Marcucci avea con
raro esempio, due mesi appena dopo la morte di Benedetto, dato
incarico all'abate Marconi confessore e direttore di lui, di compilarne
la vita, e questi si mise tosto all'opera, aiutato dall'avv. Alegiani,
che mise fuori un compendio dell'opera che si stava compilando
nell'agosto 1783, testo che fu tradotto in francese ed in fiammingo.
Nello stesso tempo fu divulgata in Francia una breve notizia dell'infanzia
e gioventù di Benedetto, e nell'ottobre dello stesso anno
1783 vide la luce il lavoro del Marconi, e fu in breve tradotto
tre volte in francese con lievi modificazioni, e due in tedesco.
Non terremo conto della moltitudine di lettere, relazioni, pratiche
divote spettanti al santo, raccolte di miracoli e simili in opuscoli
od articoli di giornali in quei primi tempi in Francia ed altrove,
sicché tutta l'Europa fu presto piena della fama di lui.
Tutte le storie ecclesiastiche universali e i dizionari storici,
venuti a luce da quel tempo in poi, hanno narrazioni più
o meno distese della vita del Labre. Al principio del presente
secolo oltre la prima edizione della vita del Coltraro e le traduzioni
delle quali dicemmo, furono pubblicati lavori in gran copia foggiati
tutti sulle opere antecedenti, che massime in Francia, furono
sotto diversi titoli messi a stampa; fra i quali merita special
menzione la vita di Benedetto Giuseppe Labre scritta dall'ab.
Decroix curato d'Amettes, ove si trovano parecchie aggiunte, frutto
di novelle indagini sulle gesta del santo. La Beatificazione seguìta
il 20 maggio die' occasione alla compilazione d'una novella vita
scritta da mons. Sillani e di molti altri lavoretti di pregio.
Fra le pubblicazioni francesi meritano una speciale considerazione
l'opera del P. F. M. T. Desnoyers stampata a Lilla nel 1862, nella
quale in due grossi volumi l'autore tesse gli elogi del santo.
Pregevolissima ancora è la vita ammirabile del b. Pellegrino
mendico pubblicata a Parigi nel 1873 dalla dotta penna di Leone
Aubineau, come pure l'altra recentissima scritta appositamente
in occasione della canonizzazione nell'agosto di quest'anno dal
R. P. Colomb, il quale ha riassunto in un ben ideato compendio
le gesta più importanti di questo glorioso pellegrino.
Altri scritti, altre biografie, altre memorie hanno ancora veduto
la luce su questo proposito, ed innumerabili effemeridi si sono
occupate della vita e delle virtù di questo santo, il perché
può dirsi non vi sia angolo di Europa, che non conosca
e non ammiri le sue opere straordinarie.
Ma dei grandi eroi oltre ai fatti illustri, si desidera altresì
avere le fattezze, quanto più si può al naturale;
e queste pure ci rimangono sufficientemente esatte del nostro
santo. Si serbano adunque due ritratti, fatti lui vivente, l'uno
l'anno 1771 dal pittore francese Andrea Bley, e l'altro dal Cavallucci
nel 1778. Il Bley dovendo dipingere la vocazione di S. Pietro,
e andando inutilmente in traccia d'un modello da ideare il Divin
Salvatore, s'abbatté nel santo, e parsogli acconcissimo
al suo intento, lo richiese di farsi ritrarre. Negò sulle
prime Benedetto, ma saputo il pio disegno del pittore, finalmente
si arrese dopo essere stato più d'un ora in orazione e
ricusata ogni mercede che gli fu offerta. Su tal ritratto Domenico
Cunego incise al naturale un rame della grandezza di 50 centimetri
per 35, e in esso abbiamo l'effigie del santo dodici anni innanzi
alla sua morte. Il Cavallucci poi mentre dipingeva nella chiesa
di s. Martino ai Monti, incontratosi più volte in Benedetto,
ebbe vaghezza di ritrarne in tela i lineamenti, dai quali tralucea
un non so che di celeste, e il fece. Questo ritratto ce lo dà
come era cinque anni prima che morisse, e se ne fece rame e litografia.
Finalmente l'immagine che più comunemente è dato
d'incontrare e quella che ci offre il ritratto del santo, ricavato
dopo la sua morte da una maschera in gesso, colla quale furono
potute rilevare le sue fattezze, e che riprodotte prima dal pennello
del Gagliardi vennero poi diffuse a migliaia di copie in una varietà
innumerevole d'incisioni tra le quali primeggia una molto distinta
del Carocci.
Porremo finalmente in nota le sacre memorie dedicate al santo
in questa Roma, che ebbe la sorte di essere la sua patria d'elezione.
E innanzi tutto è devotissima la cappella eretta in s.
Maria dei Monti, chiesa a lui sì cara, sotto l'altare della
quale riposano le sue sacre spoglie. Inoltre in via dei Serpenti
nella casa stata già del Zaccarelli, e nella stanza d'onde
s. Benedetto volò al cielo, è acconciata una devota
cappellina coll'altare al luogo stesso del letto ove spirò.
Questa cappella però non è completamente dedicata
al culto del santo, formando parte dell'abitazione delle persone
che vi vanno a stare. Se il zelo e la carità dei devoti
sarà per corrispondere ai pii desideri ed alle solerti
premure degli attuali promotori della causa, questa cappellina,
si spera, formerà il nucleo ed il centro delle memorie
del santo; ed il luogo che ricorda il suo felice passaggio, sottratto
ai contatti profani, sarà con maggior pompa e decoro esclusivamente
consagrato al suo culto.
Perché dei luoghi che aveva santificato della sua presenza,
si mantenesse sempre viva e solenne la memoria, il defunto P.
D. Francesco Virili suo postulatore indefesso della causa, avea
ottenuta dalla s. m. di Pio IX una delle arcate del Colosseo per
erigervi un altare, e una statua in marmo memorativa del santo,
che ivi avea passate tante notti in contemplazione e in preghiere;
ma non potutosi eseguire in tempi migliori sì pio disegno,
ora che quella arena illustre di martiri consagrata già
come monumento del vero eroismo dalla pietà dell'immortale
Benedetto XIV, è stata dai recenti invasori dissagrata,
per non servire che di memoria al rimpianto paganesimo e alla
sua barbarie, troppo è più lungi dal potersi compiere,
se l'intercessione potente del nuovo eroe gloriosissimo di Cristo
non c'impetra che la divina stoltezza della croce non torni anche
tra noi a trionfare della diabolica saviezza del mondo! Haec
est victoria quae vincit mundum fides nostra.
1. Colla grazia di Dio tutto si può. Si può restare
illesi in mezzo al fuoco, come i tre santi giovani nella fornace
di Babilonia.
2. Tutto si può coll'aiuto di Dio, purché si voglia
davvero.
3. In generale è l'esteriore che colpisce gli uomini: giudicano
essi quasi sempre e soltanto dalle apparenze, per loro e più
necessaria la maschera della virtù, che la stessa virtù.
È ben raro che vi giudichino da ciò che siete, anziché
da ciò che parete essere.
4. Il comunicarsi per ubbidire, è cosa troppo migliore
e a Dio più grata, che l'astenersene per umiltà.
5. Non è mai lecito far uso o ritenersi cosa alcuna, quando
si sa essere stata rubata.
6. Se i Serafini si nascondono il volto colle ali alla presenza
di Dio, che deve fare un verme della terra in presenza di tanta
maestà?
7. Non è mai lecito dir bugia; deve dirsi la verità
a qualunque costo.
8. Si offende Dio, perché non si conosce la sua grandezza.
9. Chi conosce Dio, si guarda dal far peccati.
10. La mancanza d'un buon esame, d'un dolor vero, d'un fermo proposito,
è cagione delle confessioni malfatte e della rovina dell'anima.
11. In questo mondo siam tutti in una valle di lagrime. Non è
qui la nostra consolazione. L'avremo eterna in Paradiso, se soffriremo
le tribolazioni in terra.
12. Dobbiamo attendere con coraggio la morte, richiederla con
ardore, riceverla con amore, poiché essa ci libera dalle
miserie di questa vita, pone termine alle nostre iniquità
e ci apre le porte del regno di Dio, che noi molte volte abbiamo
chiesto invano dicendo: adveniat regnum tuum.
13. Dio riguarda tutti quelli che pregano in una chiesa; ma ben
distingue tra essi chi è che sorpassa gli altri nella fede,
nella carità e nell'amore di Gesù Cristo.
14. Dio ci affligge, perché ci ama, ed ha gran piacere,
qualora nelle tribolazioni ci vede abbandonati nel suo paterno
seno.
15. Ove si tratta di carità del prossimo, si deve sacrificar
tutto.
16. Poveretti ed infelici sono soltanto quelli, che stanno nell'inferno;
che han perduto Dio per tutta l'eternità; non quelli, che
son poveri in terra.
17. Quanto si soffre per amor di Gesù crocifisso è
poco.
18. Quando si pensa che noi abbiam promesso nel battesimo di rinunziare
a Satana, alle sue pompe ed alle sue opere per unirci a Gesù
Cristo nato in una stalla, senza asilo per riposare il capo e
morto sopra una croce per riscattarci, oh allora è cosa
anche troppo dolce per noi miserabili peccatori di dormire sulla
paglia, di vivere di radici e di morire sopra uno strame.
19. Chi brama la vera umiltà, adoperi due mezzi: l'orazion
mentale, meditando la grandezza di Dio, il proprio niente; l'orazion
vocale, pregando Dio, per li meriti di Gesù e di Maria.
20. Bisogna umiliarsi, disprezzar sé stessi e pregare tutti
ai piedi della Croce di Cristo, aver
confidenza nella bontà di Dio e attendere con pazienza
e rassegnazione tutto ciò che accade.
21. Colle ciarle, colle irriverenze in chiesa si perde il rispetto
a Dio nella stessa sua casa.
22. La Santissima Vergine è presso Gesù Cristo suo
figlio la nostra più potente avvocata. Preghiamola sovente
di interceder per noi nell'ora di nostra morte; è il saluto
di quelli che pensano ciò che dicono quando recitano: et
in hora mortis nostrae e che lo dicono con la disposizione
nella quale dovrebbero realmente trovarsi in punto di morte.
23. Io non sono nulla al mondo, non sono che un fardello inutile
sulla terra, debbo pensare a rientrare in me stesso e far penitenza,
a regolare i miei affari e morir da cristiano. Che Dio mi accordi
questa grazia.
24. Le irriverenze in chiesa sono colpe che molto dispiacciono
a Dio, fanno orrore agli angeli; recano gran detrimento all'anima.
25. Meditar si devono spesso le pene dell'inferno per abborrire
il peccato mortale, che ci mette in esso per tutta l'eternità,
e pensare al poco numero degli eletti, per istar con timore.
26. La lingua è per molti un istrumento di dannazione.
27. La gioventù è cattiva, bisogna tenerla a freno.
28. La provvidenza di Dio mai non manca a chi confida come deve
in Dio.
29. Per la provvidenza del sostentamento corporale, non dobbiam
darci pensiero del giorno futuro, giusta l'avvertimento del Redentore:
nolite solliciti esse in crastinum. Dio, che provvede oggi,
provvederà dimani.
30. Pregate e fate l'elemosina, perché essa vi purga dai
peccati e vi fa ottenere la misericordia e la salute eterna.
31. La confidenza in Dio onora Dio, e fa dolce violenza al suo
cuor paterno in nostro vantaggio.
32. Bisogna saper soffrire.
33 Felice quei che sa conoscere la volontà di Dio.
34. Le comodità non sono fatte pei poveri.
35. La sola mortificazione e la sola penitenza può disarmare
la collera di Dio.
36. I poveri devon vivere accattando.
37. Pel sostentamento del corpo basta poco: il di più servirà
per maggior pascolo dei vermi.
38. Un povero non cerca letto per dormire: si getta dove trova.
39. I comodi non si confanno coi poveri.
40. I poveri non devono far uso di pagnotta sana; sì bene
di tozzi.
41. I poveri non portan denaro nei viaggi.
42. I poveri non devono cibarsi di vivande squisite.
43. I poveri non devono vestir bene.
44. I poveri non devono bever vino: non è necessario il
vino; basta l'acqua per dissetarsi.
45. I poveri han bisogno come gli altri di mortificare e di domare
la carne.
