
È ben noto non solo in Roma, ma in tutte le città,
ove fu Benedetto, benché di passaggio, il suo ardentissimo
amore verso Gesù sagramentato. Chi ama da vero, non sa
scostarsi dall'amato. Benedetto passava la maggior parte del giorno,
e talora tutto il giorno intero nelle chiese, presso il suo diletto
Gesù sagramentato, o esposto alla pubblica adorazione,
specialmente per le Quarant'ore, o chiuso nel tabernacolo: cosicché
quando voleasi far di lui menzione, non sapendosi il suo proprio
nome, additavasi: il povero delle Quarant'ore.
Era il suo trattenersi d'innanzi al Divin sagramento con tal divozione,
con tale immobilità della persona, del capo, e degli occhi
sempre fissi a mirarlo, che da altri vien detto ne' processi simile
ad una statua; da altri sembrare non un uomo, che orasse, ma sì
bene un angelo che adorasse, o un estatico rapito in ammirazione.
Alla presenza di Gesù gli traspariva nel volto acceso il
fuoco interno del cuore ammirato da chi l'osservava a bella posta:
essendo il suo volto fuori dell'orazione scolorito, smunto, emaciato,
cadaverico, a cagione della penitente sua vita, si accresceva
la maraviglia in veggendolo poi d'innanzi al Santissimo di colore
infuocato, e sovente estatico, alienato da' sensi. Il che succedeva
altresì qualora in S. Ignazio portavasi ad adorare il cuore
santissimo di Gesù, esposto in bel quadro all'altare del
Crocifisso. E avvegnaché ei fosse di aspetto anzi grave,
non scompagnato però da una certa amabilità; pure,
allorché orava d'innanzi al Santissimo cogli occhi fissi
in quello, gli traluceva in viso tal giubilo, fino ad apparirgli
nelle labbra un non so che di sorriso, e gioia, che avea dell'angelico.
In tale stato di adorazione durava assai lungamente: chi attesta
cinque e sei ore, chi mezza giornata, e chi tutta per intiero,
senza punto curare di porgere all`infiacchito suo corpo il minimo
alimento. Recò grande stupore a chi l'osservò nella
chiesa di sant'Anna de' Palafrenieri in Borgo star da qualche
ora prima del mezzo giorno sino alle ore di là dalle ventiquattro,
immobile, genuflesso, in atteggiamento divotissimo d'innanzi al
Santissimo esposto per le Quarant'ore: e ne restò tanto
stupito, che avendo per uffizio proprio il condurre di ora in
ora i fratelli congregati all'adorazione del Sagramento, fè
loro cenno di pur essi osservarlo: ed afferma aver veduto praticarsi
così da Benedetto nell'altre chiese, ove stava esposto
il Santissimo per le consuete Quarant'ore.
In Loreto, in Fabriano, in Erin, in Roma, e dovunque si trovasse,
comeché per pochi giorni, ne' suoi pellegrinaggi, attestan
molti, averlo veduto in chiesa dallo spuntar del giorno sino alla
sera sempre immobile, genuflesso d'innanzi al Santissimo, e talora
anche inoltrata di più ore la notte, come fu notato in
Roma nella chiesa della santissima Trinita dei pellegrini, di
s. Ambrogio, e altrove. Sarebbe ciò mirabile in qualunque
altro; ma quanto più in Benedetto tra l'assedio continuo
degli innumerabili insetti, e col tormento delle due natte alle
ginocchia? Non sarebbe stato certamente ciò possibile all'umanità
meschina, se non vi fossero concorse due cose: una dalla parte
di Dio, l'altra dalla sua. Da quella di Dio, le sublimissime cognizioni
e chiare illustrazioni, onde tenevagli assorto l'intelletto, ed
immersa tra santi affetti la volontà; dalla sua concorreva
l'amore, onde ardeva verso Gesù; tutto soffre, chi ama:
charitas omnia suffert. Soffrireste ancor voi la pena,
che provate nello scarso tempo delle prefisse orazioni, se amaste
Gesù: non habet amaritudinem conversatio illius.
Or come queste sue lunghe orazioni d'innanzi al divin Sagramento,
provenivano in lui da una soda virtù, era però egli
molto sull'avvertenza di non dare a' circostanti disturbo alcuno
con certe mostre di divozione, che hanno più d'apparenza,
che di sostanza; come piangere sensibilmente, sospirare con forti
aneliti, baciar la terra, parlar con voce sensibile al Signore,
e simili atti che disturbano sovente l'altrui divozione, e fomentano
talora lo spirito d'ipocrisia. Intervenne infatti una volta, che
stando egli sul principio della sua orazione, e sentendosi d'accanto
una donnicciuola, che senza mai rifinire tutta era intesa in simili
atti esteriori, onde i circostanti n'erano forte impediti dal
potere divotamente orare, rivolto a quella disse mansuetamente:
a che serve questo? Ed al cessar di colei, fu egli benedetto
da tutti. Orava egli in silenzio, composto e cogli occhi fissi
al Santissimo, sfogando gli affetti suoi con quel Dio, che non
ha bisogno di esterna voce per ascoltarci, ma sol si pasce degli
affetti del cuore; onde avveniva, che tal suo modo di orare, era
un be1 predicare: spirava divozione, e compungimento, in chi miravalo.
Non dovea però costar poco a Benedetto l'orar così.
Sentiva egli l'ardore di quel vasto incendio, che avea nel cuore,
e che più gli si ravvivava dalla presenza di Gesù
Sagramentato, che ignis consumens est; quindi gran forza
adoperar dovea per tenerlo ristretto, onde non desse fuori. Qualche
volta però non potea far di meno, che non ne lasciasse
scappare al di fuori qualche scintilla: ora uno sfogo di sospiri,
ora una qualche giaculatoria affettuosa usciva dalla sua bocca
con voce sommessa, e per lo più, quando lusingavasi, non
aver vicini, che se ne accorgessero. Che se poi credeva esser
solo affatto in chiesa in certe ore solitarie, dava allora la
mossa senza ritegno al fuoco interno con sospiri, ed affetti ben
alti. Così gli avvenne in più Chiese: ma permetteva
Iddio, che vi si trovasse taluno da lui non osservato, che insieme
se ne accorgesse, e ne ricavasse per sé spirituale vantaggio.
Sfogava egli un giorno i forti sospiri, ed affetti nella chiesa
di Santa Maria in Via Lata in quell'ora di dopo pranzo, in cui
nessuno trovavasi in chiesa: v'eran soltanto due ministri di detta
chiesa nel coro, segregato affatto dalla cappella del Divin Sacramento,
ove stava Benedetto adoratore ossequioso: e sentendo gli affettuosi
sospiri, né sapendo donde partissero, vollero spiarne piamente
curiosi: e camminando bel bello su la punta dei piedi, vider Benedetto
alle spalle colle braccia elevate a forma di croce, colla faccia
rivolta al sacro ciborio, che seguiva a sospirare con tal veemenza
di affetto e fervore, che indicava chiarissimo, d'esser tutto
dentro acceso di santo amore: e lasciatolo col suo diletto, ritiraronsi
compunti ed umiliati entrambi, paragonando l'orazione loro con
quella d'un tal povero. Così pure avvenne in altra solitaria
chiesa, udito da qualche persona nascostasi ad arte, in ora pur
solitaria, sfogare in alti sospiri ed affetti fervorosi ed umili
verso il sagramentato Signore, ritirato in un angolo di essa.
Così nella chiesa dei SS. Apostoli, due giorni prima di
morire: così nella chiesa di S. Ignazio, ed altrove.
Argomento finalmente il più chiaro dell'amor suo ardentissimo
verso Gesù sacramentato, egli è la costante sua
perseveranza nel passare i giorni suoi talora anche intieri, d'innanzi
al Divin Sagramento, sino agli ultimi giorni di sua vita. Molestavanlo
di tratto in tratto alcuni mali corporali, massime negli ultimi
suoi tempi, originati dal tanto malmenare il suo corpo, dal sì
lungo orare, e dal negargli l'opportuno sostentamento: quindi
era il comparire estenuato di forze, emaciato, languente, simile
piuttosto ad un cadavere, che ad un uomo vivo. E pure tanti mali
non bastavano a ritardarlo dal portarsi nelle chiese, per godere
dappresso il suo Gesù, per adorarlo, e conversar, dirò
così, famigliarmente con lui. Questo e un dei gradi più
sublimi del vero amore, dice s. Tommaso: sustinere infaticabiliter.
Omnia vincit amor: charitas omnia sustinet. Ad onta de' suoi
mali, strascinava il suo corpo alle chiese, proseguendo le sue
consuete orazioni d'innanzi al suo Gesù. Qualche volta
solamente negli ultimi tempi, fu veduto mettersi per poco tempo
in piedi, indi rimettersi in ginocchio. La carità compassionevole
dell'abate Mancini, che il volle negli ultimi tempi nel suo ospizio
dei poveri, vedendolo così estenuato, consigliollo, che
andasse pure a curarsi in qualche ospedale dei molti, che sono
in Roma; o per lo meno, che si restasse sopra il suo letto nell'ospizio,
pigliando egli a suo carico l'assistenza, il vitto, e quanto bisognasse
per la sua salute. Benedetto ringraziandolo, non accettò
né l'uno, né l'altro; prevaleva in lui l'amore;
questo tiravalo dolcemente: nulla curando del suo corpo, ch'egli
dir solea corpaccio, e purché non perdesse il piacere
di starsene col suo Gesù nelle chiese, disprezzava affatto
i suoi mali. Giunse a tal segno la sua estenuazione, che un giorno
il custode dello stesso ospizio lo avvertì, che seguitando
egli tal tenor di vita, cadrebbe qualche volta morto in una pubblica
strada. Rispose Benedetto, che nulla importavagli; e dicea
il vero, perché l'unica sua premura era di star sempre
con Gesù nelle sue chiese.
Oltre delle sì lunghe e fervorose orazioni, altri ossequi
ancora prestava egli al divin Sagramento. Era grande la sua sollecitudine
di ricevere la benedizione del Santissimo, che in Roma suol piamente
darsi in molte chiese, per ogni giorno della settimana, dove di
mattina, dove di sera, dopo l'esposizione di alcune ore. Benedetto
era veduto d'ordinario presente a tutte, senza riguardo o alla
distanza della chiesa, o alla debolezza delle sue forze, o all'inclemenza
dei tempi.
Ogni giorno parimenti il visitava in quelle chiese, dove suole
esporsi alla pubblica adorazione, pel giro delle quarant'ore;
ed ivi per lo più fermavasi, facendo quelle sue lunghe
contemplazioni di sopra esposte.
Esattissimo era nell'accompagnare il divin Sagramento, quando
portavasi per viatico agl'infermi. Trovandosi spessissimo nella
chiesa di santa Maria de' Monti, appena udito il segno della campana
parrocchiale, che chiamava la gente ad associare il divin Sagramento
da portarsi a qualche infermo, accorreva subito con gran prontezza
ed amore, e con una divozione che rapiva, gli si metteva
dietro con occhi bassi, con mani composte, con volto quasi vedesse
Gesù.
Ascoltava ogni giorno più messe con divozione, ed attenzione
somma; unendosi in spiritu col celebrante nell'offerire
il gran sacrifizio: né v'era cosa, che distrargli potesse
gli occhi dall'altare, o punto la sua mente dalla grande azione.
In tal tempo avvisato un giorno da un chierico, di portarsi in
sagrestia, dove da persona era domandato, non rispose parola:
ma stiè fermo sin che terminata la messa, portossi in sagrestia.
Quando gli riusciva d'essere ammesso a far da servente sull'altare
al sacerdote celebrante era tale la sua modestia, la compostezza,
la divozione, che trovo deposto da un sacerdote in Roma, essersi
arrossito di sé stesso, considerando la divozione, ed il
fervore, onde un laico, un povero, un cencioso serviva a quel
tremendo sacrifizio dell'altare; e vedendolo poi nel voltarsi
al popolo dopo la consacrazione, colle mani giunte, col capo chino,
col volto divoto, ne restò più sorpreso, edificato,
confuso. Un altro sacerdote parroco che l'ebbe una volta servente
alla Messa in Fabriano, depone, non solo esser'egli rimasto sorpreso
dalla sua fervorosa divozione; ma sì ancora penetrati e
commossi, quanti v'erano circostanti. Fanciullo ancora, in patria
ed in Erin commuoveva la gente spettatrice della sua divozione,
qualor serviva la messa colle manine giunte, col volto divoto,
con occhi bassi.
Da quanto sinora si è narrato, ognun vede chiaro, se Benedetto
fu onorato a ragione col nome d'innamorato del divin Sagramento,
di povero delle quarant'ore, d'un uomo, che impiegava la maggior
parte di sua vita in prestare divotissimi ossequi al Sagramento
Eucaristico.
L'uso frequente de' due sagramenti, confessione e comunione, molto
bramato dal Concilio di Trento in tutti i fedeli, inculcato dai
Santi Padri, utilissimo all'anima, fu tanto caro a Benedetto e
tanto frequentemente prati cato, quanto gli era caro Gesù.
Se il suo amore lo spingeva a star quasi tutto il giorno con Gesú
nelle chiese; può quindi bene inferirsi, quanto più
bramar dovea l'averlo in petto, l'unircisi amorevolmente con quella
stretta unione, ch'espresse Gesù medesimo allorché
disse: qui manducat meam carnem, et bibit meum sanguinem, in
me manet, et ego in illo.
L'uso frequente di comunicarsi in Benedetto, io lo leggo attestato
concordemente da molti in tutte quelle città, ov'egli trovossi,
o di passaggio, o di permanenza. E' attestato in Erin, mentre
giovanetto stava sotto la disciplina del zio parroco; presso cui
non dimorò più che sei anni, cioè dall'anno
12 di età sino al 18, in cui morì quegli, vittima
gloriosa di carità. Di quel tempo adunque egli accostavasi
bene spesso alla santissima Eucaristia. Così mentre fu
in Moulins, uscito già dal convento di Sette Fonti. Nel
corso di quindici giorni, che nel principio de' suoi pellegrinaggi
trattennesi in Fabriano, depone il parroco, averlo comunicato
di sua mano ben quattro volte; ed aver cagionata nella gente spettatrice
grande edificazione la maniera divotissima nel comunicarsi. In
Loreto nello spazio di non più che tre giorni, comunicossi
due volte, come attesta il ridetto P. Temple. In Roma nella chiesa
sua prediletta di S. Maria dei Monti, in S. Giovanni Laterano,
in S. Martino dei Monti, in santa Maria Maggiore ed in altre chiese,
spessissimo era veduto comunicarsi. Sono in ciò tanti i
testimoni, che sarebbe superfluo e noioso il riferirli.
Solo in un tempo, io leggo nei processi, aver egli lasciato di
frequentare la comunione: e fu quando stette nel convento di Sette
Fonti. In quel tempo nell'età di presso a quattro lustri,
Dio volle purificare il suo spirito, per disporlo alla perfezione
sublime, cui poi sollevollo. Una gran piena di scrupoli, di perplessità,
di angustie inondò il suo spirito: timore grande di non
avere un dolor vero de' suoi peccati. Questo gli si fomentava
dall'aver letto nelle vite dei santi la lor contrizione sensibile,
le lagrime, gli svenimenti loro, e vedendosi privo di tali sensibilità,
sentendo la siccità dell'anima, l'aridità del cuore,
l'oscurità dell'intelletto, la freddezza della volontà,
credeva non aver contrizione, temeva d'essere in disgrazia di
Dio, e di dannarsi. Furono così veementi le agitazioni
del suo spirito, le angustie dell'animo suo che non gli riuscì
in tal tempo, durato per sei settimane, di confessarsi e molto
meno di comunicarsi, per quanto il bramasse. riputandosene affatto
indegno. S'aggiungevano alle tempeste interne l'esterne del corpo;
morbi, dolori, mortificazioni del Maestro dei Novizi, e simili
altre traversie. Invano quel pio maestro gli ripeteva ciò
che insegna il Concilio di Trento; non consistere la contrizione
sia perfetta, sia imperfetta nella sensibilità, né
perfezionarsi da questa: consistere soltanto in una detestazione
interna del peccato. ANIMI DOLOR (non corporis) col proposito
di non commetterlo più: qual detestazione può star
bene, ed è un vero dolore del peccato, benché non
vada accompagnata da lagrime, da sensibilità veruna. Il
dolor sensibile d'un David, d'una Maddalena, d'un S. Pietro, d'altri,
essere stato un favor particolare del Signore, non necessario
alla sostanza del dolore. Ma tutto invano il buon Maestro:
cosicché temevano quei religiosi, che non ammattisse. Finalmente
però mostrossi alquanto persuaso, o a dir meglio, Dio sospese
per poco tempo la tempesta; onde si depone da essi, averlo veduto
comunicarsi in unione degli altri più volte. Ciò
non ostante avendolo Dio destinato a quel tenore rigidissimo di
vita, altrove esposto, permettea che gli si suscitassero di tratto
in tratto le tempeste interne, e i morbi del corpo. Quindi il
P. Abate soddisfattissimo dell'integrità de' suoi costumi,
fu costretto, ma di mala voglia licenziarlo, per timore soltanto,
che non ammattisse, e credendo e dicendogli: non esser egli
destinato per il suo convento: Dio volerlo altrove: come già
si è detto nella prima parte.
Uscito poi di là, Dio imperavit ventis et mari: et facta
est tranquillitas magna; si vide posto in dolce calma: svanirono
i timori, le tenebre, le angustie tutte; succedettero i lumi,
le illustrazioni, le cognizioni della grandezza e maestà
di Dio; e il lume speciale, o piuttosto l'impulso divino sensibilissimo,
che lo spinse ad imprendere l'austerissimo stato di vita narrato
nella seconda parte: impulso approvatogli da un peritissimo e
rinomato confessore, e poi da altri. Gli si tolse ben'anche quel
gran ribrezzo di ricevere il Pane Celeste, e benché se
ne conoscesse indegnissimo, e tal se ne confessasse, pure non
lasciava di frequentarlo. È ben vero, che le grandi illustrazioni
intorno alla maestà di Dio, gli suscitavano talora dei
timori; pure esponendoli ai confessori, regolavasi in tutto colle
loro direzioni, dalle quali non fu mai, che punto se ne dipartisse.
Da indi in poi, dopo la sofferta tempesta, fu così frequente
nel comunicarsi, che il sacerdote sagrestano della chiesa di S.
Pietro in Moulins, il cacciò più volte dall'altare,
sembrandogli cosa disdicevole, ed impropria d'un laico, giovane,
povero, il ricevere con tale frequenza la maestà d'un
Dio, cui non sono degni d'adorare gli angeli stessi. Pluries
repulsus fuit a sacra mensa a sacerdote sacrista ejusdem ecclesiae.
Conviene qui compatire il zelo di questo sagrestano: non avea
egli ancor cognizione della gran virtù di Benedetto: e
forse era di quelli, che non conoscono il gran piacere, che si
dà a Gesù da coloro, che stando in sua grazia, il
ricevono divotamente in petto, concordemente asserito dai santi
padri, ove trattano della frequenza della comunione, e dichiarato
ancora dall'istesso Gesù alla sua diletta sposa Geltrude,
a cui disse: (lagnandosi amorosamente della proibizione dall'abadessa
data ad alcune monache del suo monastero di Rodardes, perché
spesso comunicavansi, sembrandole irriverenza, e troppa confidenza
con Dio ) tutte le mie delizie sono, lo star coi figliuoli
degli uomini: perciò mi sono messo e sto nel Sagramento.
Mi priva delle mie delizie, chi slontana da me con importuna rigidezza
quei che vogliono a me venire, quando le loro coscienze non le
rimordono di colpa grave. Al contrario, chi alletta, ed invia
1'anime alla mia mensa, questi mi dà le mie delizie.
Così Gesù. E dichiarossi, che parlava non sol delle
religiose, ma dei secolari ancora.
Al confronto poi dell'importuno ributtamento del detto sacerdote
dalla mensa celeste, io ammiro con gran piacere la pazienza, il
silenzio, e nel tempo stesso la santa intrepidezza di Benedetto.
Cacciato egli le prime volte, tacque, soffrì, ma non desisté
dall'appressarsi di bel nuovo in altri giorni all'altare, famelico
del pane celeste, pronto a nuovi maltrattamenti: charitas omnia
suffert: finché prese a difenderlo il prudente parroco
edificato della divozione, e della tolleranza di Benedetto. Disapprovò
egli l'indiscreto zelo del suo sagrestano, mortificollo, e lasciò
Benedetto in libertà di comunicarsi a suo bell' agio.
Non era però la frequenza di Benedetto alla maniera comune
dell'anime divote: era fervorosissima, ed eccellente, quanto far
si possa. Due apparecchi premetteva egli alla comunione: prossimo,
e rimoto. Il rimoto consiste nella nettezza della coscienza, che
s'inculca da S. Paolo in quelle parole: probet autem se ipsum
homo; et sic de pane illo aedat; parole così spiegate
dal concilio di Trento: declarat sacrosanctum concilium ex
ecclesiae consuetudine intelligenda esse haec verba, ut nemo conscius
culpae mortalis, etiam contritus, accedat non praemissa confessione
sacramentali. Cioè, dichiara il santo concilio, dover
sentirsi queste parole di S. Paolo così che niuno consapevole
di essere in peccato mortale, ancorché sia contrito, presuma
di accostarsi alla comunione, senza prima confessarsene. Tal nettezza
dal peccato mortale, quanta sia stata esimia in Benedetto, consta
chiaramente a chiunque ha letto in quest'opera il grande orrore,
ch'avea non solo al peccato mortale, ma al veniale eziandio, ed
anche ad ogni piccolo neo, anche ad una parola oziosa. Ciò
non ostante premetteva egli d'ordinario la confessione, cui facea
precedere un rigidissimo esame di coscienza. Questo era da lui
esercitato ogni sera con gran delicatezza, e rigore, come rilevò
in una delle sue conferenze dalla sua bocca il confessore padre
Temple: pure il rinnovava qualor dovea comunicarsi, richiamando
alla memoria quelle, che credeva essere colpe, per confessarsene.
L'apparecchio prossimo consiste in certi atti particolari di umiltà,
di riverenza, di brama, di amore, di fede viva: questi praticavansi
in tutti i tempi, anzi ogni giorno, da Benedetto nelle chiese
ove d'ordinario passava gran parte della giornata: ma tanto più
fervorosamente rinnovavali nel dì precedente alla comunione,
quanto era più vicino a ricevere in petto Gesù sagramentato.
Con questo doppio apparecchio appressavasi alla mensa Eucaristica,
premettendo però la confessione. Qui io credo dar piacere
al lettore e recargli vantaggio spirituale riferendo come e di
quali colpe confessavasi Benedetto.
Praticava egli nel confessarsi l'insegnamento che diede un giorno
in Fabriano a certe persone piissime, che avendo formato gran
concetto della sua santità, nel richiesero. Disse loro
tre cose principalmente doversi praticare; un buon esame di coscienza,
un dolor vero, un fermo proposito. (Della quarta cosa, che è
l'integrità, e sincerità nel dir tutti i peccati
al confessore, non fe' menzione, io credo, per la qualità
delle persone, con cui allora trattava, incapaci di mancare su
questo, essendo divotissime: o perché misurava gli altri
col suo palmo, non sembrandogli possibile tal follia di fare un
sagrilegio, e mettersi al cimento di perdersi in eterno, per occultare
un peccato al ministro di Dio). Diede poi la maniera di praticare
le tre cose suddette, ascoltato con somma avidità dalle
dette persone. Indi soggiunse, che la mancanza delle cose suddette,
o d'alcuna di esse era d'ordinario la cagione delle male confessioni
e la rovina dell'anime. Affinché poi s'imprimesse bene
nella lor mente questo insegnamento, svelò loro una sua
visione, ma sotto il nome di sogno (che mai scopriva a chi che
fosse le cose sue sublimi ed interne, se non comandato dal confessore).
Sognai, disse loro, una notte vedere tre processioni
diverse: la prima formavasi da pochi, vestiti tutti di bianco.
La seconda da molti, in abito rosso. La terza da moltissimi, in
veste lugubre e nera. Ma non intendendo io cosa in ciò
mi si volesse adombrare, interrogai ed ebbi in risposta, (
non dice da chi ) che la prima processione denotava quei, che
nel punto della lor morte, avendo ben purgata la coscienza dei
lor peccati, andavan felici al Paradiso. La seconda quei, che
andavano al Purgatorio per soddisfare la divina giustizia, non
soddisfatta a dovere in vita. La terza di quell'infelici, che
per cagione delle confessioni mal fatte eran condannati da Dio
alle pene dell'Inferno. Così egli. Del che restarono
tanto contente ed istruite le persone suddette, che lo andavano
poi ripetendo ad altri e lo deposero nei processi.
Esaminava egli dunque con sommo rigore la sua coscienza nel dì
precedente alla comunione; ed avea per costume, dice un suo confessore,
di prepararsi al sagramento della penitenza con somma attenzione
ed esattezza. Indi credendosi reo e peccatore, prorompeva in atti
di vivo dolore, qual può figurarsi in uno, ch'era da Dio
favorito di cognizioni sublimi della sua infinita grandezza ed
amabilità. Seguiva al dolore il proposito, che si stendeva
ancora a riformare la sua vita ed a crescere il fervore e l'esercizio
delle virtù.
Così bene preparato presentavasi dal confessore, sempre
però ponendosi 1'ultimo fra la calca dei penitenti, e qualche
volta gli convenne aspettare quasi tutta la mattina con invitta
pazienza, con volto sereno, godendo di dar luogo ad altri; offerendo
a Dio per apparecchio la pena, che in ciò provar dovea.
Compatito perciò una volta da un confessore: non si
dia pena, gli disse, per me; io non ho altro da fare.
Eccolo al pié del confessore: recita il confiteor;
ma con tal vivo sentimento, che trema da capo a piè, specialmente
nel dire, mea culpa: non altrimenti, che se fosse carico di peccati
enormi, o come dice il suo confessore di Loreto, come se fosse
il più gran reo alla presenza del giudice. E pure non
avea peccato alcuno, che fosse materia sufficiente, non che necessaria,
su cui cader potesse l'assoluzione sagramentale. Si raggirava
per lo più la confessione di sue colpe intorno all'ingratitudine
a' benefici di Dio, alla sua poca corrispondenza alle sue grazie
e simili cose generali: per le quali si angustiavano tutti i suoi
confessori a rinvenire materia, onde assolverlo; e tutti, senza
che l'uno sapesse dell'altro, attestano nei processi, non aver
mai trovata materia sufficiente, non mai un peccato veniale deliberatamente
commesso: aver anzi trovata in lui l'innocenza battesimale,
come loro constava dalle generali confessioni fatte sin dal primo
uso di ragione. Laonde con sommo stupore ammiravano in lui un'anima
prediletta e da Dio prevenuta colle paterne sue benedizioni. Quanto
per me si è scritto, nel Cap. VII. Parte seconda,
avvenuto nella confessione generale, che fece in Loreto col P.
Temple, tanto pur avvenne con un altro confessore, P. Almerici,
succeduto al Temple ivi medesimo; tanto in Fabriano col parroco
Paggetti; in Roma con molti confessori, ch'ebbe, e coll' ultimo,
D. Giuseppe Loreto Marconi: tutti impegnati ad investigare in
lui qualche leggiera colpa deliberata; ma tutti concordemente
affermare con maraviglia, non averla mai potuta trovare.
E pure nel rinnovare l'atto del dolore, e del proposito a pié
del confessore, dopo i tanti altri, che fatti avea nell'esame
suo privato, avreste creduto Benedetto un grandissimo peccatore.
Era a vederlo un figliuolo prodigo, che umiliato e pentito chiede
perdono a' pié del padre: gli leggevano i confessori nel
volto divoto, nelle lagrime che spargea, nell'umiliazione della
persona e nell'espressioni sincere la grande avversione e l'orrore
sommo all'offesa di Dio, e la risoluzione ferma di servirlo fervidamente
in appresso, anziché disgustarlo anche leggierissimamente.
L'esempio del dolor vivo di tal'anima innocente, faccia arrossire,
e correggere chi avendo dei peccati, e forse ancora gravi e molti,
non sa dolersene a dovere: tema di trovarsi un giorno tra il numero
dei moltissimi della terza processione, veduta già da Benedetto.
Dopo la confessione, correva subito Benedetto ai piè di
Gesù sagramentato; e figurandosi come un dei dieci lebbrosi
guariti da Gesù, ringraziavalo fervidamente dell'istituzione
del sagramento salutare della penitenza; rinnuovava il dolore,
ed il proposito, pagava il debito della penitenza ingiunta, ed
accingevasi a menar vita più fervorosa. Quindi era l'andar
egli sempre di giorno in giorno avanzandosi nella carriera intrapresa
della perfezione e nell'esercizio delle virtù: ibat
de virtute in virtutem, senza mai rallentarsi al par della
luce, a cui rassomiglia lo Spirito Santo coteste anime sante,
che procedit, crescit usque ad perfectam diem.
Confessatosi, era suo costume non accostarsi l'istesso giorno
alla mensa Eucaristica, ma bensì nel seguente, onde potesse
prepararsi in miglior maniera. Gli atti virtuosi, che più
frequentemente premetteva alla Comunione, erano due, rilevati
dal suo confessore in Loreto col precetto d'ubbidienza: umiltà
profondissima, desiderio ardentissirno; entrambi includono la
fede viva.
Umiltà. Le grandi illustrazioni altrove esposte,
siccome gli faceano conoscere, per quanto ne possa essere capevole
un viatore, la grandezza infinita di Dio, così gli formavano
ancora chiaramente una viva cognizione del proprio niente: quindi
stupiva, come tal maestà si abbassasse ad entrare nel petto
di chi non era, che un puro niente, ed una creatura miserabile,
che nulla contava tra l'altre creature: su tal riflesso s'inabbissava
nel proprio nulla, e dall'atteggiamento esterno del corpo traspariva
l'umiltà del suo cuore. Replicava col centurione: Domine
non sum dignus. Più si profondava riflettendo, che
oltre all'esser niente, era un peccatore vilissimo, un ingrato,
un audace, non meritevole d'altro, che dell'inferno. Queste riflessioni
prevalevano tanto in lui, che alcune volte, quando non ne era
espressamente comandato, si asteneva dal comunicarsi: il che confessò
egli stesso interrogato al P. Temple. Qualora però i confessori
glie ne davano il comando, preferiva l'ubbidienza all'umiltà,
comunicandosi anche successivamente due o tre giorni; pregiandosi
di dipendere sempre dalla loro direzione. Quindi fu che in Loreto,
prima di mettersi sotto la direzione del P. Temple, essendosi
esibito il sacerdote Valerio, un de' ministri della santa casa,
a comunicarlo, trovandosi egli profondato nei pensieri della propria
indegnità, gli rispose: come volete, che essendo io
un povero peccatore, possa accostarmi in quel santo luogo a comunicarmi?
Ciò non ostante comandato obbedì e communicossi.
Più chiara prova dié in ciò della sua umiltà
e della sua obbedienza per quello, che gli avvenne con un confessore
in Roma. Avendo questi soggiunto dopo la confessione a Benedetto,
che andasse a comunicarsi, sentì rispondersi con queste
parole: bisognerà, che mi prepari anche qualche giorno.
Questa risposta persuase vieppiù al confessore la vivezza
del suo amore e la profondità del rispetto verso Gesù
sagramentato. Ho io ravvisato, dic'egli che quest'anima
benedetta, prima di ricevere il suo amato Signore, desiderava
preparargli il cuore e l'anima sua con una proporzione, e disposizione
specialissima e da pochi usata; non contentandosi di quella poca
preparazione, che comunemente da cristiani, ancorché dabbene,
suol farsi. Quindi avendo egli conosciuto in Benedetto da
una parte una coscienza monda, delicata, esente ancora da ogni
peccato veniale; e dall'altra un profondo rispetto, ed amore insieme
al santissimo Sagramento, gli ordinò, che andasse pure
a comunicarsi in quella stessa mattina. Ubbidì prontamente
il servo di Dio, soggiungendo soltanto: dunque questa mattina,
mi preparerò un poco più; poi mi comunicherò.
Contento il confessore di sua ubbidienza, lo benedisse e gl'impose
di pregare Gesù per lui.
Desiderio ardentissimo. Riflettendo egli all'amore infinito
di tal maestà verso l' uomo, avvampava d'una brama vivissima
di riceverlo: prorompendo in espressioni maggiori di quelle, dice
il suo confessore, che sogliono farsi da un pazzo amante del mondo.
Mio bene, replicava ...mio bene ...mio tutto ...solo
ed unico oggetto del cuor mio. Deh venite!... vi bramo ...vi sospiro
...vi aspetto ...ogni piccolo indugio mi par mille anni ...VENI
DOMINE JESU ET NOLI TARDARE.
Aveva, siegue a dire il confessore, fame e sete grandissima
di questo celeste cibo: a me sembrava appunto quel cervo assetato,
che descrive il Salmista: QUEM AD MODUM DESIDERAT CERVUS AD
FONTES AQUARUM; ITA DESIDERAT ANIMA MEA AD TE, DEUS. Sospirava
con vivo ardore l'accostarsi alla sacra Mensa per unirsi a Gesù
di cuore, di volontà. Bramava non aver altro cuore, se
non quello, che fosse conforme al Cuore di Gesù; non voler
altro che Dio. Ritornandogli alla mente il pensiere della propria
indegnità, il sottomettea tosto a quello dell'amore e della
obbedienza; confessandosi sfornito delle disposizioni proprie
per ricevere un tal'ospite, suppliva coll'offerire al Signore
le disposizioni e gli affetti, onde ricevuto l'avea la sua Santissima
Madre, gli Apostoli e tutti i Santi.
Così ben disposto appressavasi alla sacra Mensa con tal
modestia, con atteggiamento sì umile, che traea l'ammirazione
di chi il mirava, dovunque si comunicasse: e qualche volta fu
veduto spargere ancora lagrime per ricevere Gesù. Un Sacerdote
ben degno, che comunicollo un giorno di sua mano all'altare della
Santissima Annunziata nella chiesa di S. Ignazio, attesta con
queste parole il gran fervore osservato in lui. Restai sopraffatto
da un certo sentimento interno di maraviglia, di stupore, di tenerezza,
nel vedermi avanti il povero suddetto. (il che non provò
con alcun altro di quei molti, che per sua mano comunicavansi).
Osservai dal suo esterno una grandissima disposizione nel ricevere
il corpo di Gesù Cristo, che mi commosse internamente.
Onde nel fare il segno della santa croce coll'Ostia consagrata
e dire: CORPUS DOMINI NOSTRI JESU CRISTI ETC. Mi avvidi, esser
tanto il fervore e la divozione di detto povero nel ricevere la
sacra particola, che m'intenerì, mi commosse e mi sorprese:
e per tutto il tempo, che continuai a comunicare altre persone
ed a finire la celebrazione della Messa, l'avevo sempre presente
agli occhi, e consideravo la sua eccellente disposizione.
Così egli. Tornato appena in sagrestia non potè
trattenersi, che non ne facesse le maraviglie, interrogando il
servente chi mai fosse quel povero; cui rispose ancor egli ammirato,
confessarsi col signor abate Marconi. Simile commozione di affetti
attestano bene altri molti, sperimentata da loro nel vederlo comunicarsi
in Roma, in Loreto, in Fabriano ed altrove.
Qual poi fosse il metodo del suo ringraziamento, quali gli affetti,
dovette egli stesso palesarlo al sopraddetto confessore, che a
ciò obbligollo espressamente. Ravvivare la fede della presenza
reale di Gesù nel suo petto; adorarlo riverente in union
degli angeli e della Santissima Vergine: stupire di tal degnazione,
sprofondarsi nel suo niente, confessarsene indegnissimo, indi
fargli delle offerte generose e delle preghiere di certe grazie,
che son proprie soltanto d'anime molto elevate. Giova qui riportarle,
com'egli appunto le riferì al suo confessore in latino,
che poi a vantaggio di tutti ripeteremo tradotte in italiana favella.
Domine Jesu, mortificem me et vivam in te: quaecumque evenient
accipiam a te. Persequar me, sequar te semper, optem sequi te,
fugiam me, confugiam ad te, dignus sim defendi a te, timeam mibi,
timeam te, simque de electis a te, diffidam mihi, fidam in te,
obedire velim propter te, in nullo afficiar nisi in te, aspiciam
in me ut diligam te, voca me ut videam te, et in aeternum potiar
te. Così egli; che vale quanto nell'italiano: Gesù
mio Signore, fate voi ch'io mortifichi me e viva in voi, che pigli
dalle vostre mani qualunque cosa mi verrà prospera, o avversa,
che perseguiti me stesso e siegua voi costantemente: che brami
sempre più di seguirvi; che fugga da me, che mi ricoveri
in voi; sia degno d'essere da voi protetto; tema voi onnipotente,
tema me che sono proclive al male, sia nel numero dei vostri eletti,
diffidi di me stesso, confidi in voi, ubbidisca a tutti per amor
vostro, non mi muova cosa alcuna terrena, se non in voi. Datemi
un guardo benigno, che mi spinga ad amarvi; chiamatemi a voi,
perché veggavi in cielo e vi goda come cosa mia in eterno.
Comunicatosi in maniera sì fervorosa e straordinaria, si
può congetturare il gran vantaggio che riportar dovea dalle
sue comunioni. L'effetto dei sagramenti d'ordinario va a proporzione
della disposizione di chi li riceve. Or da tal disposizione quale
effetto seguir ne dovea? Non recherà maraviglia, quanto
si è da me detto delle sue eccellenti virtù, delle
lunghe orazioni, del distaccamento totale dalle cose terrene e
da sé stesso; poichè io punto non dubito, essere
stato tutto effetto delle fervorosissime sue comunioni. E se dopo
la prima comunione che fece per mano del vescovo di Boulogne in
Erin, ragazzetto di anni a un di presso dodici, videro tutti sensibilmente
aver'egli raddoppiato il fervore, più ristretto il ritiro,
più frequentata la chiesa: pensate voi quanto più
vantaggiosi effetti avrà ricevuto di mano in mano nelle
altre comunioni, fatte con troppa maggior disposizione di quella
che adoprar poté nella tenera età. Tal sarà
parimente in voi, lettor mio, l'effetto delle vostre comunioni,
quale sarà la disposizione, onde vi ci appressate: non
fà però maraviglia, che ritorniate dalle comunioni
tal quale ci andaste, niente migliorato, perché non bene
preparato.
Quanto sia stato grande, tenero e sodo il suo amore verso la Santissima
Vergine Madre di Dio, può chiaramente conoscersi dall'amore
sviscerato, ch'ebbe sempre verso il suo figlio santissimo Gesù.
Questi due amori non vanno mai disgiunti. Non può amarsi
Gesù, senza che s'ami la madre: né può amarsi
con vero amore la madre, senza che si ami Gesù, come ben
riflette il Ven. Padre da Ponte sulle parole dell'evangelio: invenerunt
puerum cum Maria matre ejus. Vanno anzi del pari, salva la
proporzione: diviene tanto più vivo l'amore di Maria, quanto
è più vivo l'amore di Gesù.
Quindi essendo stato l'amore di Gesù nel cuore di Benedetto
una viva fornace di amore continuato, che tener non potea racchiuso
in petto, senza che talora, malgrado l'impegno che avea di occultare
tutto, non uscisse fuori qualche fiamma sensibile, è
facile l'inferire la vivezza del suo amore verso la santissima
madre Maria.
Egli sin dalla tenera età si scelse per madre la santissima
Vergine per avvocata e protettrice speciale, ed in lei dopo Dio,
teneva tutte sicuramente riposte le sue speranze, come disse al
confessore padre Temple. Quando poi cominciò la carriera
del tenore di vita austerissimo ispiratogli sensibilmente da Dio,
non pensò più alla madre carnale, onde le scrisse
nell'ultima sua lettera, che non si sarebbero più veduti,
se non nella valle di Giosafatte: e confermò con più
d'ardore la scelta di Maria per madre, tutto abbandonandosi al
materno suo seno. Dichiarossi in faccia al mondo per figlio di
Maria col portar sempre pendente dal collo per sua divisa il rosario,
sin che morì: apertamente ne facea pompa, e fregiavasene
assai più di quel che fanno i nobili di quelle insegne
d'onore, che li distiguono fra la turba degli altri; il portava
di continuo per le pubbliche vie, nei suoi pellegrinaggi, nelle
chiese e da per tutto.
Recitavalo poi in ossequio di Maria ogni giorno, non alla maniera
comune, ma contemplandone i misteri profondamente, in atteggiamento
divotissimo, composto e riverente. Nell'ospizio del Mancini, recitando
cogli altri poveri ogni sera il rosario, si distingueva fra tutti,
come la luna fra le stelle. Stavano gli altri a sedere per connivenza
che usava loro il custode, a ragione dei morbi, o della debolezza.
Benedetto però sempre in ginocchio: benché stimolato
dal custode a sedere, in riguardo ai suoi gravissirni morbi ed
allo spossamento di forze. Si vedeva la svogliataggine in altri
dal frequente sbadigliare, dal sito irriverente, in taluno ancora
dal dormicchiare, ond'era costretto il custode a riprendere ora
questo, ora quello. L'attenzione, la riverenza, onde recitavalo
Benedetto, era tale, attesta il custode medesimo sommamente edificato:
che si vedeva chiarissimo, essere egli tutto riconcentrato
in sé stesso, e nell'interno penetrato; cosicché
alcuni poveri, che l'aveano sotto l'occhio, dicevano tra loro
in voce bassa: ecco Benedetto, che già va in estasi.
Quand'era in Roma, portavasi ogni venerdì la mattina nella
chiesa di S. Marco nell'altare di Maria Santissima Addolorata;
ed ivi dopo un lungo contemplare i suoi dolori, recitava cogli
altri, internato nelle pene di Maria, la coroncina solita ivi
recitarsi, né di là partiva, se non dopo di avere
ricevuta la benedizione del Santissimo esposto; sicuro, che col
figlio il benedirebbe ancora la madre. La sera parimenti verso
il fine del giorno trovavasi pronto alla recita delle litanie
della santissima Vergine nella sua chiesa di santa Maria de' Monti,
che suol farsi ogni sera. Così quando era in Loreto, o
altrove, e dovunque fosse, si edificavano molto gli spettatori
di sua straordinaria riverenza, modestia, attenzione: tanto più
ammirato, quanto più il vedeano cencioso, povero, macilente.
Per suo costume ravvivava tra giorno frequentemente l'amore verso
Gesù, e Maria coll'invocazione del lor santissimo Nome:
il che non sapendosi da un confessore, che gliel'insinuava, intese
rispondersi, che già l'aveva in uso, ma che l'userebbe
più spesso per ubbidirlo.
In virtù di questo ardente suo amore verso di Maria, stavasi
le ore intere a contemplarne i pregi avanti le immagini più
celebri di Roma, o di altre città. Facea scopo di queste
sue contemplazioni, ora il pregio singolare della sua Immacolata
Concezione, che venerar solea con modo specialissimo, ora i suoi
dolori, da' quali sentiva come traffiggersi il cuore: talora la
dignità sublimissima di Madre di Dio; le sue grandezze
in cielo, i suoi misteri in terra. Avanti la sacra immagine di
Maria santissima, collocata sull'Altar maggiore della chiesa di
Santa Maria in via Lata, quand'era scoperta alla pubblica adorazione,
se ne stava genuflesso, divoto, col volto e cogli occhi fissi
verso l'amata sua Madre, mirandola, e contemplando tutto assorbito
in essa; generando in chi notavalo, grande ammirazione insieme
ed edificazione.
Non fà d'uopo qui ridire la sua dimora di giorni interi,
senza badare a pranzo, nella Santa Casa di Loreto; le contemplazioni
sublimi in ginocchio, le lagrime di tenerezza, gli affetti, gli
sfoghi d'amore, considerando sé essere in quella medesima
Casa, che servì d'albergo alla gran Madre di Dio. Ciò
si è abbastanza esposto nel Capo V. e VI. della seconda
parte: ivi conoscerassi l'ardentissimo suo amore verso la santissima
Vergine. Restava in quella Santa Casa così compreso dall'amore,
che avvisato una sera darsi dai ministri della Santa Casa il pane
e il vino a' poveri mattina e giorno, e che potrebbe ancor'egli
parteciparne; non curò punto di godere tal carità,
né mai fu veduto tra gli altri: fu sibbene veduto in chiesa
tutto intero il giorno, contento solo del nutrimento spirituale
e di starsene coll'amata sua madre.
Lunghissime altresì erano le sue dimore affettuose, le
sue contemplazioni d'innanzi l'immagine della santissima Vergine
nella gran basilica di Santa Maria Maggiore, nella chiesa del
Nome Santissimo di Maria, in quella del titolo di Loreto, ed altre
molte. Bastava che fossero immagini dell'amata sua madre, per
riscuotere da Benedetto venerazione, ossequi ed affetti tenerissimi.
Sopra ogni altra però venerar solea quella espressiva e
bella immagine di Maria che sta sull'altar Maggiore nella chiesa
dei Padri Pii Operari, intitolata Santa Maria dei Monti. Avanti
a questa per molti anni passava quasi tutta intera la mattina,
sempre in ginocchio, sempre contemplando con occhi a lei fissamente
rivolti: parea che si liquefacesse in santo amore, né potea
trattenere gli affetti interni, che non scoppiassero fuori con
certe parole, riferite da chi a bella posta gli si metteva d'appresso,
tutte indicanti l'interno suo amore: Madre mia, dicea Madre
mia Maria, ed altre, che non giungevan bene all'orecchio di
chi cercava di udirle. Stava, dice un altro, d'innanzi a questa
immagine in ginocchio con tal modestia, compostezza, riverenza,
che sembrava pari ad una statua immobile; e mirava con tali affettuosi
e fissi sguardi Maria, che l'avreste creduto assorto nell'amore
di quella: né per rumore che si facesse in Chiesa, né
per qualunque circostanza distogliea mai gli occhi suoi da Maria.
Chiunque miravalo. provava compunzione e tenerezza. Molti portavansi
a bella posta in detta chiesa e fatta una breve adorazione al
divin sagramento, si mettevan di proposito a mirarlo, destandosi
ne' loro cuori affetti di compunzione, di tenerezza e divozione
più vivamente nel mirar quell'innamorato servo della madre
Santissima, che nell'ascoltare le prediche.
Mostrano finalmente l'ardentissimo amor suo verso Maria tanti
pellegrinaggi ad onor di Lei; e quei di Loreto, e quei di Einsidlen,
e di Roma, e di altrove. Ma il mostra soprattutto la imitazione
perfetta delle virtù di lei: illibatezza di costumi, purità
angelica, disprezzo del mondo e di sé stesso e quanto altro
di virtuoso è stato esposto in questa terza parte, procurando
egli, quanto il più potea, formarsi una viva copia delle
virtù di Maria, consistendo principalmente l'amore verso
Maria non nei pellegrinaggi, nelle visite, nelle preci; ma nell'imitarne
le virtù; come scrisse S. Girolamo: Dilectissimi, Mariam
colite, quam amatis sed tunc vere amatis, quando imitari volueritis,
quam amatis.
Dopo d'aver narrato l'amore e gli ossequi di Benedetto verso Maria,
sarebbe qui luogo opportuno di esporre la corrispondenza della
benignissima Signora all'amore di Benedetto. Ella è d'un
cuore sì grato, sì dolce, che ricompensa gli ossequi
anche in questa Terra a' servi suoi con favori, e grazie specialissime.
E che veramente ne abbia compartite di molte a questo suo così
fervoroso amante, io punto non ne dubito. Ma come posso esporle,
non le trovando nei processi, ch'è l'unico sincero fonte,
d'onde ho cavato quanto contiene quest'opera? Né in quelli
possono trovarsi, poiché Benedetto per la sopraffina sua
umiltà tenne sempre gelosamente occulto, quanto riceveva
di grazie da Dio o da Maria; né mai scoprì cosa
alcuna a chi che fosse, di quanto passava tra l'anima sua e Dio;
se non solo allorché veniva forzato da precetti formali
di santa ubbidienza, a rispondere su certi determinati punti.
Scopriva poi ciò, di che veniva precettato con tal ripugnanza,
fra tanti sospiri e lagrime, che disanimava i confessori ad inoltrarsi
più a dentro, per non affliggerlo di vantaggio. Io non
trovo nei processi, che alcuno di tanti confessori, ch'egli ebbe
in varie città, l'abbia mai interrogato ed obbligato a
dir le sue visioni, le apparizioni di Gesù e di Maria,
d'alcuni de' suoi Santi, i favori, le grazie. Se l'avessero interrogato,
son sicuro, che l'avrebbe svelato per l'ubbidienza, che tanto
amava.
Ciò non ostante due soli favori, che trovo nei processi,
bastar devono per argomento del resto. Il primo è ciò
che gli avvenne in Loreto nel primo e secondo anno che vi si portò
da pellegrino, e fu un'estasi straordinaria e lunga, ivi allora
non avvertita; non essendosi ancor fatta palese, come poi si fece,
la sua santità.
Soleva egli, dopo la dimora divotissima di tutto il giorno nella
santa casa dormir di notte all'aria aperta nei primi anni; se
pur era un dormire. Or una sera tornandosene a casa un dei serventi
della Basilica, a un di presso all'ore due di notte, e passando
al buio sotto la volta contigua alla chiesa, per quel sito dov'è
un'immagine miracolosa della santissima Vergine, urtò nei
piedi di persona, che stava prostesa per terra sotto l'immagine
suddetta, e poco mancò, che non cadesse. Vedendo che la
persona non si mosse punto, né si riscosse, sospettò
che fosse un ubbriaco. La mattina seguente sul far del giorno
e prima del tempo di aprirsi le porte della chiesa, volle accertarsi
se fosse ancor ivi quell'ubbriaco: ma con suo stupore vide e conobbe
chiaramente ch'era Benedetto, il quale duravala ancora nel sito
stesso, prosteso colla faccia per terra in atto di adorare l'immagine
suddetta. A tal vista sorpreso si ricredette tosto, e come già
S. Pietro a' giudei, che giudicavano gli Apostoli ubbriachi, quando
li videro pieni di santo fervore per lo Spirito Santo già
ricevuto, così disse pur egli, riferendolo di poi al confessore
P. Temple: non est hic ebrius d'altro vino, che del celeste.
E il confessore glie ne mostrò gran piacere, soggiungendo
esser colui veramente un santo pellegrino: e volesse Dio, gli
disse, che noi fossimo ancora suoi imitatori.
Restai ancor io sorpreso dallo stupore nel leggere un tal fatto;
e confesso, che fra le tante estasi, che altrove ho esposte, questa
più che ogni altra mi sorprese, per cagion del luogo aperto,
del tempo notturno, del modo straordinario, e della durata d'una
notte intera. Io non dubito di asserire, che lo avesse allor degnato
la santissima Vergine di un qualche saggio della sua celestiale
bellezza e della sua gloria; saggio, che per tal modo assorbillo,
che lo rese insensibile all'urto improvviso, e che lo costrinse
dolcemente a prostrarsi ossequioso a terra boccone, come il vecchio
e giovane Tobia, quando l'Arcangelo Raffaele si scoprì
loro: ceciderunt super terram, in faciem suam. Se non che
quelli vi stettero riverenti e fermi per sole tre ore; ma Benedetto
per tutta intera la notte.
Da ciò potrà chiaramente argomentarsi, di quante
altre grazie sarà stato egli favorito da Maria santissima,
le quali a noi ha tenuto cautamente celate la di lui grande umiltà.
L'altro favore è, che la santissirna Vergine fece sì,
che Benedetto terminasse l'ultimo giorno di vita mentre stava
riverente orando sotto la sua santa venerata immagine nella chiesa
di Santa Maria dei Monti. Era stato da buon'ora sul mattino orando
a' suoi piedi; vi si era fermato sino alla metà della mattina.
Ivi sorpreso da un forte deliquio a' pié di Maria, sentendosi
come invitato dalla madre alla celeste sua casa com'egli visitata
l'avea sì spesso nella sua casa terrestre, non reggendogli
più le forze, uscì dalla chiesa con volto da moribondo;
fermossi su li gradini esteriori della chiesa, d'onde poi trasportato
a braccia altrui nella casa vicina di caritatevoli persone, nel
giorno sesto morì come si narrerà a suo luogo.
Venerò anche Benedetto i santi tutti, come cari a Dio:
e quelli specialmente, ch'ebbero attinenza colla madre santissima,
o per parentela o per divozione speciale. Sopra tutti fu divotissimo
dello sposo della santissima Vergine, e padre putativo di nostro
Signor Gesù Cristo S. Giuseppe. Così delli tre santi
arcangeli S. Michele, S. Gabriele, S. Raffaele; dell'apostolo
S. Giacomo e di altri. Uno de' suoi più prediletti fu S.
Francesco d'Assisi; mostrando la sua vera divozione non tanto
col visitarlo in Assisi sul principio de' suoi pellegrinaggi,
coll'ascriversi alla sua confraternita dei Cordigeri, e col recitargli
le prescritte preci giornaliere, quanto col camminar sull'orme
virtuosissime di sì gran santo. L'imitò così
perfettamente, che come depone il suo confessore P. Temple, a
riserva delle Stimmate e della fondazione degl'Ordini, si rese
una copia vivissima dell'estrema sua povertà interna ed
esterna; del disprezzo di sé stesso, dell'amore serafico
verso Dio, e di tutte le altre virtù, che tanto fregiavano
lo spirito di S. Francesco e il fradistinguono fra il numero glorioso
degli altri santi.
L'amore di Dio e l'amor del prossimo van sempre del pari: sono
come i due occhi che abbiamo in fronte: sono due, ma una è
la vista. Quindi dal grande amore di Benedetto verso Dio può
bene inferirsi il suo grande amore verso il prossimo. Ammesso
egli per divin favore a contemplare le grandezze di Dio, gli accessi
di amore verso l'uomo, massime nella passione, e quindi acceso
di quell'ardentissimo amore, che già fu esposto, amava
ancora tenerissimamente ogni uomo, considerandolo come viva immagine
di Dio, opera delle sue mani, come ricomprato col prezzo infinito,
sborsato dal divin Redentore. Passando ora a provare l'amor di
Benedetto verso il prossimo, converrà esporre le sue azioni
intorno a quello; poiché probatio dilectionis exhibitio
est operis.
Due sono gli oggetti della carità del prossimo, il corpo
e l'anima. Quanto al corpo, fu attentissimo Benedetto sin dalla
puerizia a non profferire mai parola, a non far mai atto veruno,
onde risultar potesse anche piccola offesa alla persona, o alla
fama di chi che fosse: cosa propria, dice l'apostolo san Giacomo,
di chi è perfetto: si quis non offendit in verbo, hic
perfectus est vir. Ciò fu notato da molti, che con
lui convissero, e l'attestarono poi nei processi. Pur questo è
poco. Al negativo del non far male a veruno, aggiunse il positivo,
di far bene a chiunque potesse; e con tale amorevole impegno,
che non gli sembrava malagevole qualunque cosa gli si proponesse
spettante al servizio di Dio e al bene del prossimo.
Accortosi una volta, mentr'era giovanetto, di una fanciulletta
caduta ed involta in una fanghiglia nel portarsi a scuola, corse
tosto a rialzarla, benché tutto ancor'egli vi s'infangasse:
né, per quante diligenze vi adoperasse, potendo quella
rinvenire una scarpa, pur Benedetto coll'amorosa sua sollecitudine
ritrovolla ch'era tutta sepolta nell'alto fango: né punto
acquetossi la sua carità, che non conducesse la meschina
piangente fino a scuola.
Interrogata un giorno un'altra ragazza da Benedetto, mentre stava
in Erin presso lo zio parroco in età di anni poco più
che dodici, perché mai non fosse venuta più a scuola
in parrocchia? rispose: Non mel permette la matrigna: e
in dir così si diede a piangere amaramente. No, non
piangete, le disse subito Benedetto in volto amabile e dolce,
consolatevi pure; e la condusse alla casa parrocchiale
ove con altri allora trovavasi alla vicina porta della chiesa,
ed ivi la fé mettere in ginocchio, le fé recitare
un Ave ed un Pater noster; e come giunse al fiat
voluntas tua, gliel fece replicare ben tre volte, insinuandole
che si conformasse al santo voler di Dio in questa sua tribolazioncella;
indi recitò con lei il De profundis per l'anima
della madre, l'esortò a non insister più per ritornare
a scuola, né darsene veruna pena, dovendo obbedire alla
madrigna. Il buon Dio, le disse, supplirà; io
il pregherò per voi, fate il voler di Dio; e le fè
ripetere tre volte in ginocchio: lodato ed adorato sempre sia
il Santissimo Sagramento dell'altare in eterno. Così
confortata andossene via quieta e consolata.
Avendogliene parimenti una donna, angustiata da molte tribolazioni,
scoperte porzione per riceverne conforto, atteso il gran concetto,
che si era formato della sua Santità; ei gliel diede opportuno
con dirle quel sentimento, che giova a chiunque sia tribolato.
In questo mondo, le disse, siamo tutti in una valle
di lagrime non è qui la nostra consolazione: l'avremo eterna
in paradiso, se soffriremo le croci in terra. Così
di un'altra, che gli narrava molti de' suoi guai, temperò
mirabilmente le amarezze, coll' insinuarle la confidenza in Dio,
che ci afflige perché ci ama, e che ha gran piacere nel
vederci abbandonati nel paterno suo seno. Un'inferma, da più
anni giacente per gravi ostinati morbi in letto, s'intese rincorar
tanto da sentimenti evangelici confortanti, posti con bella grazia,
e con gran fervore in campo da Benedetto, che giunse a dire non
aver mai provato da altri un tal conforto.
È uopo qui sovvenirsi di quanto si è narrato nel
capo VII. della prima parte intorno all'eroica carità di
Benedetto nell'epidemia di Erin con quei molti che ne furono tocchi
quando appena egli contava tre lustri, e con evidente rischio
della sua vita. È questo un'atto di carità. così
eroico, che disse Gesù Cristo non darsene maggiore: majorem
charitatem nemo habet, ut animam suam ponat quis pro amicis suis.
In modo speciale però erano i poveri le sue delizie. Con
loro, tenendoli in conto di fratelli, usava dividere qualche nutrimento,
che ricevea dal suo zio parroco in Erin; procurando ben'anche
con arte santa suggerita dall'umiltà, somministrarlo di
nascosto. Nel decorso poi della sua vita è noto da per
tutto, che loro dispensava le limosine che riceveva da altri.
Ogni settimana portavasi stando in Roma, presso la porta di S.
Paolo a far limosine ad un Romita ivi abitante. Si privava più
volte di quella minestra, che ricevea nelle porte dei chiostri,
per darla ad altri, che credea più di sé bisognosi:
ma in ciò fare ponevasi sempre nell'ultimo luogo tra' poveri,
benchè prima degli altri capitato vi fosse; e chiesto del
perchè? rispose: perché temo, che venga per mancare,
a chi sia venuto dopo di me. Infatti non essendo talora sufficiente
a cagion del gran numero de' poveri che vi accorreva, vedevasi
allor Benedetto, che nulla di sé curando, e sollecito solo
di supplire alla mancanza, distribuiva agli afflitti nascosamente
quattrini. E qualora accorgevasi, che tra quel numero vi avea
qualche povera madre, cui bastar non potesse quell'unica minestra
per la numerosa figliuolanza che l'era d'intorno, egli pieno di
compassione le aggiungea volentieri la sua.
Non mancano tra i poveri stessi degli audaci, ed insolenti. Un
di questi capitato una volta alla porta del convento di Santa
Maria sopra Minerva, dopo d'essersi già dispensata la solita
minestra, ebbe l'audace franchezza di rapirla a Benedetto e vuotarla
nella propria scodella. Gran litigio ne sarebbe di ciò
nato in persona di altri, ma non così già per Benedetto:
egli punto non si turbò, non resistè, cedé
volentieri, pronto a cedergli l'istessa sua ciotola. Esecutore
perfetto dei consigli Evangelici, eseguì ancora questo:
et qui vult tuam tunicam tollere, dimitte ei et pallium;
cedi anche il tuo mantello, a chi vuol toglierti la veste inferiore.
Si risentì però molto il dispensatore, sgridando
quel disgraziato; ma fuggendosene questi, Benedetto aggiunse alla
pazienza la carità, scusandolo dall'essere più bisognoso
di lui, e però degno di compassione. Queste parole unite
alla disinvoltura di Benedetto, siccome calmarono la sua collera,
così lo riempirono di ammirazione considerando la soda
e fondata virtù di lui.
Quel gran numero d'insetti, che si pascolavano pacificamente a
loro bell'agio, sulle carni di Benedetto, gli aprirono un nuovo
campo da esercitare la carità verso gli altri. Conosceva
ben'egli il grande orrore, che han tutti a tal sorta di schifosi
animali: vedevasi abborrito da moltissimi; udiva colle suo orecchie
l'avvertimento, che davan gli uni agli altri di scansare in chiesa
il suo sito, per cagione di essi. Quindi non appressavasi mai
a veruno: scostavasi anzi da per sé stesso, se altri gli
si avvicinasse, per timore di comunicargliene alcuno. Non andava
allo sportellino del confessionale, essendoci altri penitenti
per tal riguardo; trattone soltanto, quando ne avea il cenno dal
confessore. Un sacerdote per farlo sedere d'accanto a sé
nel passare da pellegrino per Cossignano, dovette adoperare l'armi
dell'ubbidienza; tant'era la sua ripugnanza: e chiestone del perchè?
rispose con modesto rossore: perchè temo di lasciare
in sua casa qualche animaletto schifoso, avendone io di molti
addosso. Cosi pure rispose ad un altro sacerdote in Roma,
che coll'ubbidienza obbligollo a sedere in casa sua.
Quanto sin qui si è narrato, sembrerà poco a paragone
degli atti eroici, ch'esercitò coi suoi persecutori e disprezzatori.
Il fare opere di carità a chi non ci fa mal veruno e alle
persone dabbene, ell'è prova di carità, non può
negarsi; ma prova assai più chiara, ed eroica ell'è,
dice S. Tommaso, il soffrire le cose avverse, che ci provengono
dalla malevolenza, o passione altrui: Validior probatio dilectionis
est sustinentia tribolationum. Molto fu egli vessato da persone
insolenti ed audaci: tutto soffrì sempre e anziché
querelarsene, o dar segno di risentimento, diceva amici suoi i
suoi nemici; imitando Gesù Cristo, che disse amico il discepolo
traditore; amice, ad quid venisti? E cercava far loro quel
bene, che solo far potea, pregar per loro ed interporsi come avvocato
presso chi volevali onninamente puniti. Molti di questi casi particolari
ci sarà più opportuno narrarne altrove, e soprattutto
allorchè saremo giunti a parlare della sua Umiltà.
Giovanetto in Erin, presero a perseguitarlo due in casa dello
zio parroco, fatti audaci dalla sua imperturbabile tolleranza.
Un condiscepolo malmenavalo or con motteggiamenti, or con disprezzi,
trattandolo da bacchettone. Benedetto tacque sempre, soffrì,
anzi s'interpose presso lo zio in suo favore, avvisatone dalla
serva di casa, riprendendolo questi acremente, e facendo mostra
di dar mano a' castighi; atto, che trasse l'ammirazione dei domestici.
Più audace di costui un servo dello zio l'insultava, il
maltrattava or con parole, or con atti sprezzanti, ed or con servirlo
sgarbatamente. Non fu mai che Benedetto se ne lagnasse, o ricorresse
allo zio né solo soffriva; mostrava anzi piacere dei maltrattamenti,
come trovo deposto, da chi ammirato vedeva tutto.
Un suo confessore in Roma lo richiese se gli avvenisse mai cosa
che il disturbasse. Obbligato a rispondere disse, che qualche
volta i ragazzi si prendevano di lui spasso; malmenandolo con
parolo e con percosse, trattandolo da matto e scagliandogli dei
sassi, torsi di cavoli e melarance, senza che lor ne desse alcun
motivo. Ma che non se ne sturbava punto: nulla curava delle derisioni
e degli strapazzi; li compativa, li perdonava di cuore tra sé
e Dio, senza provare nell'animo suo non che titillamento alcuno
d'odio, o di rancore: ma sperimentando piuttosto interna tranquillità.
Un altro confessore in Loreto il costrinse a dirgli con qual'occhio
guardasse quei che lo deridevano, o maltrattavano; rispose questi:
si considerano da me, come veri amici, perché mi danno
occasione di merito e di adempire il precetto di nostro Signore
Gesù Cristo, di amare i nemici e pregare per essi.
E che fosse veramente così, il mostra chiarissimo l'impedire
chi prendendo le sue difese in Roma, volea avanzare querela presso
il Governo contro tali audaci. No, dissegli il servo di Dio, non
si avanzi querela, quanto si soffre per amore del Crocifisso è
poco. Atti così eroici sono questi che un suo confessore
in Roma sorpreso dalla sublimità di perfezione della sua
grand'anima, giudicò disfarsi della sua direzione, credendola
per sua umiltà troppo superiore alle sue forze.
Quanto all'altro oggetto della carità del prossimo, cioè
l'anima, Benedetto, benché non fosse da Dio destinato al
grado di predicatore, di maestro, di dottore ecclesiastico, pure
cooperossi molto alla salute delle anime nella miglior maniera,
che permettevagli lo stato suo: ciò facendo e colla lingua,
e colle orazioni, e cogli esempi di un fedele cristiano.
Com'egli cominciò ad amare Dio, sin da che gli balenò
alla mente l'uso di ragione, così fin da quel tempo amò
l'anima del prossimo, insinuando sempre in tutte le occasioni
il santo timor di Dio, e l'osservanza de' suoi divini precetti
a coloro, che l'età sua allor tenera, trattar potea. Istruiva
da sé i fanciulli ch'erano al di sotto dell'età
sua. Parlava delle cose eterne, delle verità di santa fede,
dell'amor di Dio verso l'uomo con tal fervore ed energia, che
produceva gran commozione di affetti in quanti si abbattevano
a sentirlo. Instillava in alcuni una viva confidenza in Dio, in
altri corrispondenza alla passione del Redentore, in molti disprezzo
del mondo. Ragionando con un suo condiscepolo della vanità,
e bassezza delle cose temporali a paragone delle eterne, l'indusse
bel bello a consagrarsi a Dio nell'ordine rigoroso dei Certosini,
ove il condusse egli stesso, come una gloriosa sua preda. Usava
la santa industria, quand'era giovinetto di leggere a voce chiara
e con posatezza qualche libro spirituale non solo a' domestici,
ma a molti del vicinato, che l'ascoltavano non men con piacere,
che con profitto. Adempiendo il precetto della correzione fraterna,
avea la santa intrepidezza, anche giovane, di correggere con buona
grazia i suoi fratelli in casa qualora o disubbidivano, o commettevano
qualche difetto. Ammoniva i suoi compagni di scuola, quando mettevano
in campo discorso mendicevole, o facessero cosa contraria alla
carità.
Ne' suoi pellegrinaggi, e poi fermo in Roma, qualora si accorgeva
di qualche atto pregiudiziale all'onor di Dio, o alla carità
del prossimo, non temeva punto di correggere chi che fosse; sempre
però con volto placido, e di buon garbo. Oltraggi grandi,
percosse, calpestamenti, gli produssero non rade volte somiglianti
correzioni: ciò che fia meglio esporre al capo di sua umiltà.
Orando un giorno in una chiesa, gli si appressò persona
civile per dirgli non sò che; Benedetto non gli dié
retta veruna facendogli però ben conoscere il rispetto,
che devesi a Dio nella sua casa, e l'indecenza di ciarlare in
essa. Sentì una volta per accidente dalla bocca d'un ecclesiastico
certa proposizione, che feriva direttamente la carità del
prossimo. Il servo di Dio gli fe' intendere rispettosamente l'orrore
di sua proposizione conchiudendo, che ove si tratta di carità
di prossimo si deve sagrificare tutto. Nelle circostanze opportune
presentandoglisi l'occasione, non lasciò mai di correggere,
d'istruire chi mostravasi ignorante o di ciò, che si deve
credere o di ciò, che deve operarsi. Avveniva talvolta
di non aver campo da correggere chi mormorava del prossimo in
sua presenza, e di altri a cui spettava il correggere. Il servo
di Dio non potendo fare colla lingua, adoperava il rimedio che
dà lo Spirito Santo: Ventus aquilo dissipat pluvias:
et facies tristis linguam detrahentem; mostravasi in aria
così grave, e mesta, che bastava solo il mirarlo per tacere
e restarne corretto.
Cooperossi in secondo luogo al ben dell'anime coll'orazione, pregando
ogni giorno Dio per la conversione dei peccatori e degli infedeli.
Nell'assistere al sagrifizio della messa, ascoltando le orazioni,
che proferiva il celebrante, univasi con lui indirizzando a Dio
con viva brama le sue preghiere per la loro conversione. Trovandosi
una sera alloggiati certi pellegrini francesi in un luogo, ove
per accidente era stato collocato Benedetto in una cameretta contigua
alla loro, sentirono per buona parte della notte uno, che in essa
non solo porgeva a Dio fervorose preghiere, ma piangeva amaramente
per la conversione specialmente dei peccatori. Non sapendo, chi
fosse, ne interrogarono anziosi l'albergatore, e riseppero essere
quegli un povero, ma santo pellegrino. Bramosi di vederlo, non
vollero partir di là, prima che uscendo lui, non lo conoscessero,
edificati sommamente e delle sue preghiere, e del suo pianto.
Giovò in terzo luogo alla salute dell'anime coll'esempio.
Questo ha più d'efficacia per muovere, che le parole. Anche
Seneca scrisse, che la via più breve e sicura per giungere
a muovere l'animo altrui, non sono tanto le parole, quanto gli
esempi: longum est iter per praecepta; breve et efficax per
exempla. Quindi il Divin Redentore prima praticò le
virtù, poi le insegnò: Coepit facere, et docere.
Continuo fu l'esempio, che dié Benedetto in tutte l'età,
di tutte le virtù, e per ogni luogo. Lo trovo dichiarato
in moltissimi fogli dei processi per un modello perfettissimo
della perfezione più sublime. Nelle pubbliche vie, nei
pellegrinaggi, nelle chiese, dovunque si trovasse, la modestia
dei suoi occhi, la compostezza del corpo, l'immobilità
nell'orare, la riverenza nelle chiese, era un muto, ma efficace
predicare.
I suoi virtuosissimi esempi erano tali, che i confessori lo proponevano
a' penitenti per esemplare: insinuando loro, che si specchiassero
in Benedetto, ed apprendessero dal suo esempio il modo di orare
fervoroso, il disprezzo del mondo, la riverenza in chiesa. Così
il P. Don Biagio Piccilli dei Pii Operai: così il P. Temple
penitenziere in Loreto: così altri in vari luoghi. Moltissimi
di fatto attestano, che bastava soltanto il vederlo per restarne
sommamente compunti, commossi, ed animati al bene. Molti depongono
l'istesso sentimento, che fu deposto nei processi da un ammiratore
del servo di Dio; cioè, che vedendo il continuo suo tenor
di vita così umile, fervoroso povero, vedendo nella persona
d'un mendico e pezzente, un esercizio d'orazione così fervoroso,
e continuo si è sentito spingere ad avere maggior cura
dell'anima propria, vergognandosi d'essere molto inferiore alla
pietà di un cencioso. Chiunque leggerà in quest'opera
le azioni illustri di Benedetto, se pur leggeralle posatamente
e con retta intenzione, proverà senza dubbio in sé
stesso qualche commozione di affetti: e quindi potrà inferire,
qual commozione produr dovea, il vederlo, il sentirlo, il trattarlo:
ell'era tale, che il suo confessore Padre Temple non ha difficoltà
di dirlo simile a S. Francesco nell'edificazione, per le tante
relazioni uniformi, che rilevò da molti.
Le anime del purgatorio son'ancora oggetto della carità
fraterna, essendo capaci di ricevere da' suffraggi dei viatori
alleggerimento e proscioglimento dalle pene, che ivi soffrono.
Fu Benedetto sempre sollecito di acquistare quante potea indulgenze
in refrigerio loro. Avea di mira principalmente l'anime più
abbandonate; applicando a loro suffraggio le sue preci e i sagrifizi
delle messe, che ascoltava.
Questa sua sopraffina carità verso il prossimo, esercitata
coi bisognosi e cogl'infermi e coi suoi persecutori stessi, dà
chiaramente a divedere, che era in Benedetto il vero spirito di
Gesù Cristo, il quale voleva che desso fosse appunto il
carattere de' suoi discepoli e seguaci: in hoc cognoscent omnes,
quod discipuli mei estis, si dilectionem habueritis ad invicem.
Da questa, conoscere può chiaramente chiunque, se ha in
sé il vero spirito di Gesù Cristo, s'è suo
seguace. Se non ha carità, s'impegni ad averla sull'esempio
di Benedetto, e si rammenti che il non averla, vien detto presso
S. Giovanni, carattere di morte eterna: qui non diligit, manet
in morte.
L'umiltà altra è interna, altra esterna. L'interna
è una virtù dice S. Bonaventura, che scoprendo chiaramente
all'uomo il proprio nulla e l'orrore di sue colpe, fà ch'egli
concepisca un sommo disprezzo di sé stesso. Ora questa
cognizione nasce dalla cognizione di Dio. Chi con lume superno
conosce (in quanto è permesso a un viatore) la grandezza
di un Dio infinito e l'infinità dei suoi divini attributi,
viene a conoscere parimenti in Dio la propria viltà e bassezza;
e quindi non può non disprezzare l'essere proprio, qual
niente al paragone dell'essere supremo di Dio.
Era Benedetto profondamente penetrato dai lumi vivissimi, onde
Dio favorivalo nelle sue contemplazioni; questi gli scoprivano
la grandezza, la magnificenza, la maestà di Dio. Quindi
conoscendosi cavato dal niente; non aver'altro da sé che
il niente; niente poter fare da sé, fuorché peccati;
niente meritare, se non l'inferno; formato avea di sé un
concetto sì profondo, che prorompeva sovente in espressioni
umilissime. Dicevasi peccatore indegnissimo, non meritevole
di alzare gli occhi a rimirare il cielo: fig1io d'ira, fig1io
di vendetta e di sdegno, caso di malizia: e più frequentemente
mostro d'ingratitudine, creatura vilissima ed abbominevole,
il più gran peecatore del mondo. Ad alcuni, che gli
fecero sentire volerlo vedere, quando stava in casa Sori di Loreto,
disse: che curiosita! Vogliono vedere un lupo? Io sono un lupo.
Io so benissirmo, che somiglianti espressioni si usano ancor da
molti, che pur non hanno lo spirito di vera umiltà, che
vogliono comparire umili, ma non lo sono, dei quali si dice nell'ecclesiastico:
Est qui nequiter humiliat se; interiora ejus plena sunt dolo.
Guardi Dio però, che taluno dica loro per disprezzo alcuna
di quelle frasi umilianti, ch'essi dicono di sé per finzione,
o che li trattino, quali essi dicono di essere: basta una parola,
un atto a scoprirne il vero: una scintilla sola farà tutto
andare in fiamme un monte di polvere. Ma se poi partono da un
cuor sincero, e da una viva cognizione del suo niente, indicano
chiaramente vera umiltà; come in S. Paolo, allor che disse
di sé, essere il minimo tra gli apostoli, indegno del nome
di apostolo, il primo tra i peccatori.
La vita austerissima, che menava Benedetto, il disprezzo che facea
del mondo, le lunghissime cotidiane contemplazioni, l'angelica
purità, le virtù subblimi, onde edificava sommamente
chiunque il mirava, mostravano ad evidenza, che le sue umilissime
espressioni partivano non da un cuore finto, ma da un cuore sincero
e penetrato.
Ma viemaggiormente viene ciò dimostrato da quanto gli avvenne
il mese di marzo 1776 nel pellegrinaggio della santa casa di Loreto.
Una truppa di gente scapestrata e vagabonda dandosi bel tempo
nel viaggio alla santa casa di Loreto, oltraggiava l'onore di
Dio con discorsi sconvenevoli e con bestemmie. Benedetto che sfuggir
non poté quella strada, si appressò loro; e con
maniere dolci ed affabili, con viso placido ed amorevole, cercò
correggerli, mettendo sotto il loro occhio il male dell'offesa
di Dio e dell'anima propria. Burlandosi quegli empi delle parole
d'un pellegrino cencioso e macilente, il maltrattano prima con
ingiurie, tacciandolo da pitocco, da ipocrita, da santocchio,
da bacchettone. Il servo di Dio soffre e tace: essi imbaldanziti
vieppiù, lo buttan per terra; e facendo a gara, il caricano
di calci e di percosse. In tanto passan di là per divina
provvidenza riguardevoli personaggi a cavallo, e inorriditi dalla
strage che facevan quei lupi feroci d'una tal mansueta pecorella,
che stava coram tondente se senza resistere o lagnarsi,
li sgridarono, e smontando da cavallo minacciarono loro di castigarli;
cosicché intimoriti sbandaronsi e fuggirono. Rizzato da
terra Benedetto, mostrandosi sereno in volto ed umilmente parlando,
disse a quei signori: ch'essi non conoscevano il gran peccatore
ch'egli era, degno di peggior trattamento; se l'avesser conoseiuto
non avrebbero impedita la continuazione dagli strapazzi. Queste
parole dette con tal placidezza ed umiltà, commossero sommamente
l'animo loro, stupiti di virtù sì eroica, che dipoi
ragguagliarono di tutto il p. Temple in Loreto; siccome ancora
due di quella insolente brigata ravveduti dell'operato deposero
piangendo all'istesso p. Temple il lor pentimento, per aver malmenato
un tal servo di Dio. Somiglianti fatti occorrerà leggere,
ove si tratterà del dominio perfetto delle sue passioni.
Questa sua pazienza invitta nel soffrire tali strapazzi, basterebbe
da sé sola a manifestare il vero spirito di umiltà
che possedeva Benedetto: giacché al dire del dottor massimo
San Girolamo: Verum humilem patientia ostendit.
La seconda è prendere in tutto l'ultimo luogo giusta l'avvertimento
del Redentore: recumbe in novissimo loco. L'ultimo egli
collocavasi di fatti nella calca dei penitenti, quando confessar
voleasi, l'ultimo in concorrenza cogli altri poveri, riputandosi
l'infimo, l'ultimo alle porte de' religiosi per ricevere la carità
della minestra solita distribuirsi ai poveri sul mezzo giorno.
L'esser l'ultimo gli fruttava qualche volta delle mortificazioni
dal portinaio, cui rincresceva molto vederlo per sua lodevol colpa
restarne talora senza; e pur Benedetto tacendo e soffrendo i rimproveri,
partivasi egualmente contento, e per la privazione della minestra,
e pel sopraccarico delle riprensioni. Passando sul mezzodì
persona affezionata di Benedetto per la via del monistero dell'Umiltà,
si avvide d'una gran calca di poveri, che affollavansi d'attorno
al dispensatore della minestra; e vedendo Benedetto starsene divotamente
appoggiato al muro di rincontro senza premura di appressarvisi,
giudicò dargliene; altrimenti gli disse, ne sarete privo;
ma egli andò via placidamente, quasi già ricevuta
l'avesse. Qualche volta il Signore, pago di sua umiltà
e pazienza, si degnava farlo onorare in quelle stesse porte, ispirando
al dispensatore che chiamasse primo a ricevere la minestra quello
che stava l'ultimo in atteggiamento composto e divoto; facendo
avverare l'ascende superius, a chi recumbit in novissimo
loco, come gli avvenne presso il monistero delle Orsoline.
La terza è fuggire gli onori, la stima degli uomini. Benedetto
fuggì da quelli con impegno maggiore, più che i
mondani fuggono gli obbrobri e i disprezzi, che solo anzi bramavansi
da lui. L'esempio del figlio di Dio, tanto malmenato nella sua
passione, da lui sovente meditato e con superni lumi chiaramente
conosciuto, sì gli avea tocco vivamente il cuore, che incoraggiavalo
di continuo ad imitarlo. Quindi era l'andar coperto di cenci per
le pubbliche vie: il tollerare l'assedio degl'insetti, che oltre
il patimento lo mettevano in orrore agli altri; e quindi l'abborrire
tutto ciò, che avesse sentore di stima e di rispetto.
Avendo un giorno incontrato per via una signora, che aveva gran
concetto della sua santità, ordinò ad un suo figliuolino,
che andasse a baciargli la mano. Appena l'udì Benedetto,
che pieno d'orrore scostossi alquanto, e nascoste le mani più
addentro nelle maniche del suo sdruscito ferraiuolo, disse raccapricciato:
a me la mano? . . . E perchè quella insistendo vieppiù
il pregava a permetterlo, e il ragazzetto già gli si appressava,
egli nascondendo sempre più le mani e replicando: a
me baciar la mano? a me? la fé desistere: ed andò
via prestamente.
Un'altra vedutolo tutto raccolto e composto, dopo di avere ricevuta
la benedizione del divin Sagramento nella chiesa di santa Maria
dei Monti, appressataglisi: beato voi, gli disse, che
siete sì buono, raccomandatemi al Signore. Tanto bastò
per vederlo come colpito da un fulmine, composto il volto a mestizia,
abbassato il capo più dell'usato; e voltandole le spalle,
le s'involò dagli occhi, ammutolito per tal modo, che le
compagne rimproverarono replicatamente quella per averlo così
contristato.
Meno afflitto mostrossi ad un'altra, che vedendolo sulle mosse
per la santa casa di Loreto gli disse solo così: beato
voi, che andate a visitare questi santi luoghi. Non v'era
certamente in queste parole cosa alcuna di suo onore; pure o che
sospettasse aver quella qualche stima di lui, o che volesse dir
altro, se le tolse d'avanti, dandole appunto quella risposta,
che diede il divin Redentore alla donna, quando la sentì
dire: beatus venter qui te portavit ete. Beato, le disse,
beato chi fa la volontà di Dio.
Ogni parola, ogni atto, che significasse ancor da lungi qualche
stima, o buon concetto di lui, era al suo cuore come una mortale
ferita. Il portinaro della Minerva accortosi nel dispensar la
minestra a' poveri, che facendo essi a gara per esser de' primi,
Benedetto stavasene sempre l'ultimo, in un atteggiamento divoto
ed edificante, pensò fargli servizio, col riserbarne un
poco e dargliela a parte. Bastò quella lieve ombra di distinzione,
di onore, per non comparir più in quel luogo. Con più
prestezza e con orror maggiore fuggì da una casa, ove ricever
solea qualche carità, quando una donna domestica, per l'idea
che avea dell'eroica sua santità, chiamollo un giorno col
nome di s. Alessio.
Qualora alcuni il supplicavano a pregar Dio per loro, era suo
costume o non rispondere punto stimandosi indegno e senz'alcun
merito, o prorompere in parole di proprio avvilimento dicendo:
essere l'uomo più vile che sia nel mondo, indegno di
star tra gli uomini, un gran peccatore. Una piissima duchessa
in Roma stimò gran favore per sé, grande umiltà
in Benedetto, quando raccomandatasi alle sue orazioni, potè
ottenere in risposta sol due parole: l'un per l'altro.
Graziosissimo certamente e asperso di molte virtù, specialmente
di umiltà profonda, è il fatto che gli avvenne nel
monistero di santa Chiara di Monte Lupone con quelle piissime
religiose nel 1781. L'abate sig. Paolo Mancini, amministratore
dell'ospizio de' poveri in Roma, ove allora allogiava la notte
il servo di Dio, chiedendogli questi licenza di portarsi in Loreto
per il solito suo pellegrinaggio alla santa Casa, gli diede in
mano una lettera per Monte Lupone, poche miglia distante da Loreto,
per consegnarla alla madre abbadessa del monastero di santa Chiara,
suor Eleonora Mazza, con cui carteggiavansi per affari del monistero.
Diceva la lettera tra le altre cose: io vi mando un santo poverello,
che consuma la sua vita in orazione, e l'avea anche di ciò
prevenuta con altra lettera.
Capitato Benedetto in Monte Lupone la mattina del Giovedì
Santo, portossi prima di ogni altro, secondo il suo costume, nella
chiesa del Monistero, ove allora faceasi la sacra funzione di
quel giorno. A tutta vi assisté Benedetto sempre in ginocchio,
immobile, benchè lasso dal viaggio con una divozione, compostezza
e fervore tale, che ad una religiosa rassembrò un angelo,
quantunque allor non sapesse chi egli fosse; e ammirata della
sua gran divozione, condusse al coretto molte religiose per osservarlo:
queste al solo vederlo ne restarono sommamente commosse ed edificate.
Più poi quando il videro dietro il Santissimo nella processione,
che conducevalo all'altare preparato per il sepolcro, camminando
con occhi fissi in terra, e con modestia singolare.
Terminata la funzione, eccolo in parlatorio colla lettera del
Mancini. Avvisata l'abbadessa e ricevuta dalla conversa la lettera,
appena lette le parole: io vi mando un santo poverello,
corse bramosa al parlatorio. Il vederlo e il crederlo un S. Alessio
e quasi un ritratto di Gesù Cristo, com'ella attesta, fu
tutto l'istesso. Avvisate altre dall'abbadessa, accorsero a gara
per conoscere un santo: e tutte vedendo esser quell'istesso, che
molto edificate le avea colla sua singolar divozione in chiesa,
ne formarono gran concetto e ne restarono prese e commosse, non
saziandosi mai di rimirarlo ed ammirarlo.
Una tra quelle vedendolo stare in piedi lacero e pien di cenci,
composto, modesto, gli disse, compatendolo: poveretto!
Il servo di Dio, che sino a quel punto, non avea proferita parola,
rispose: poveretti quelli che stanno all'inferno; che han perduto
Dio per tutta l'eternità; e nel nominar Dio, chinò
profondamente il capo; le quali parole fecero grande impressione
in tutte.
La carità dell'abbadessa gli fe' presentare qualche vivanduccia
per ristorarsi alquanto. Pochissima ne prese: e importunato a
mangiare di più ricusollo costantemente, pregando che si
desse a poveri il di più. Alcune religiose gli offerirono
altri cibi: ma non volle accettar più cosa veruna, dicendo:
In questo giorno la divina provvidenza mi ha soccorso del bisognevole;
non ho bisogno d'altro. Pregato dalla carità di quelle
a conservarseli per il dì seguente, Benedetto che mai pensò
al dì futuro, contento del vitto giornaliero, rispose:
domani, ch'è Venerdì Santo, dedicato alla passione
di nostro Signor Gesù Cristo, si mangia solamente un pò
di pane, si beve un pò d' acqua, come le religiose saper
devono.
Nel ristorarsi fu chiesto da una di quelle: cosa fa 1'abate
Mancini? Aspettava sentir cosa spettante al suo stato, o salute.
Risponde Benedetto ama Dio. Questo ben lo so, replica l'altra
e tornò ad interrogarlo: Ma che cosa fà? Ama
Dio, ripeté Benedetto. Intanto accortosi, che si affollavano
a gara nel parlatorio le religiose, mostrando di lui qualche concetto
e stima, si congedò bel bello e camminando all'indietro,
se ne partì. Rimasero tutte stupite ed ammirate per tante
virtù, praticate in quel poco tempo: rincrescendo loro
al sommo la sua partenza sì sollecita ed impensata.
Tornato a Rorna e chiesto dal Mancini della risposta alla sua
lettera, disse candidamente: che al ritorno da Loreto, non
erasi portato al monistero a ricevere la risposta promessa, perché
le buone religiose si erano raccomandate alle sue orazioni, e
gli avean dato mostra di stima, quasi ch'egli fosse qualche cosa
di buono, quando non conoscea d'esser altro, che un vil peccatore.
Cercò disingannarlo il Mancini, dicendogli saviamente;
non aver fatto in questo alcun male le religiose: perché
essendo noi tutti peccatori, abbiam bisogno di raccomandarci scambievolmente
a Dio per salvarci, giusta il consiglio dell'apostolo San Giacomo;
orate pro invicem, ut salvemini. Mentre però Benedetto
così abbassava se stesso, capita d'altronde al Mancini
la risposta dell'abbadessa, nella quale il ringrazia vivamente
del gran piacere recatole col farle conoscere il poverello santo.
Prove chiarissime sono certamente quelle, che finora si sono per
me esposte dell'umiltà profondissima di Benedetto, e sembra
ormai non potere questa salire a grado più alto. Eppure
giunse più alto col non ritornare mai più a quei
confessori, che mostrata avessero qualche stima, o buon concetto
di lui. Fu ciò praticato da S. Ignazio di Loiola, che lasciò
il suo confessore P. Diego d'Equia, per certe proposizioni che
gli fuggivano di bocca, denotanti la gran santità del medesimo.
Quindi fu ancora il variare di confessori che facea il nostro
Benedetto. Non volea egli da una parte regolarsi da sé
nelle vie del Signore; sapendo, che la nave senza timoniere che
la regga, sbaglia la via e corre pericolo di urtare: dall'altra
avea sommo orrore di vedere in altri concetto diverso di quello,
ch'egli avea di sé stesso, cioé di peccatore spregevole;
quindi col mutare confessori, che ne mostrassero stima, credeva
di accordare bene la direzione coll'umiltà.
Il suo confessore di Loreto P. Temple rapito dalla santità
grande di Benedetto, cercava con somma ansietà da suoi
nazionali, sinceri e pii, quando erano in Loreto, qualche ragguaglio
della sua vita, per conoscere s'era questa conforme al concetto
formatone. Da essi rilevò, che Benedetto era un santo,
e che la sua umiltà era tanto grande, che quando accorgevasi
di essere tenuto in qualche conto dai confessori, subito se ne
appartava ed andava da altri: e che se io avevo la bella sorte
di confessarlo una volta, forse non ci sarebbe tornato la seconda,
se avesse in me scoperto qualche ombra di stima.
Stava perciò l'accorto confessore con esimia cautela su
tal punto, ed anziché mostrargli buon concetto, talora
lo rimproverava ad arte, trattandolo da gabbamondo, da indegno,
da ozioso. Ma pur tutte le sue cautele non gli giovarono punto.
Accadde un giorno, che scostato dal suo confessionale due o tre
passi Benedetto, si appressarono al confessore alcuni pellegrini
francesi, ed a voce alta gli dissero concordi; o Padre, che
gran santo avete confessato! Questo è un altro Sant'Alessio,
diceva uno: questo è un S. Luigi Gonzaga, diceva
l'altro; tutti esaltando a gara la santità di Benedetto,
e replicando più volte le stesse parole. Chiedeva il Padre,
perché il credessero un Sant'Alessio, un San Luigi? Sant'Alessio,
risposero, per il disprezzo del mondo; S. Luigi per l'innocenza
e penitenza.
Appena risuonarono all'orecchio di Benedetto le prime parole di
sua lode, che affrettando fuor dell'usato il passo, si scostò
velocemente quasi colpito da un fulmine: ne più si fè
vedere dal Padre Temple al confessionale. L'umilissimo Padre confessa,
che punto di ciò non maravigliossi, sapendo correre fama
sino dagli anni più addietro, che per tal cagione poco
egli la durava coll'istesso confessore. Incolpa sé stesso
quasi reo della perdita di un penitente sì santo, per essere
entrato troppo dentro nello spirito di lui colle private conferenze
in minutissimi esami; e per non avere intimato subito silenzio
a que' pellegrini panegiristi della sua santità. Bramoso
era il Temple di riaverlo, di riparlargli: sapendo da Santa Teresa,
che da' penitenti di simile carato, è più il vantaggio
spirituale, che ricava per sé il confessore, di quel che
dal confessore ricavino tali penitenti. Mai più però
non poté riuscirgli: volea fargli una volta limosina per
via, chiamandolo: ma ciò non valse ad altro, che a fargli
affrettare l'usato suo tardo passo per iscostarsene. Pensava chiamarlo,
quandò orava in chiesa; ma vedendolo talmente raccolto
in contemplazione, non ebbe coraggio di sturbarlo. Dichiara d'essergli
molto rincresciuto, di non avere pensato ad imporgli precetto
di ubbidienza, sicurissimo che avrebbe tantosto ubbidito. Conchiude,
essersi conformato al voler di Dio, credendo avere voluto il Signore
mortificarlo, privandolo di sì bramata consolazione.
Per simile tenore non presentossi più dall'altro P. Penitenziere
Francesco Maria Almerici, poiché si avvide avere egli ancora
concepita qualche stima di lui.
La prova finalmente, che dà risalto maggiore alla profonda
sua umiltà, fu l'occultare all'occhio altrui le opere virtuose.
Ebbe tutto l'impegno Benedetto su tale occultamento, non perché
temesse di vanagloria, che gli fu sempre in orrore. Uno, che conosce
la grandezza di Dio, dice San Francesco di Sales, il men che teme
fra tutti li vizi, e quello della vanagloria. La cognizione di
Dio fà, che si sprofondi nell'abisso del proprio niente.
La lucciola, che fà pompa della sua tenuissima luce nel
buio notturno, se ne sta poi nascosta in faccia al chiarissimo
splendore del sole, quando è nel suo meriggio. Di fatti
nel grosso volume de' suoi processi, benché abbia io lette
alcune tentazioni già esposte a suo luogo, nessuna però
mai ne ho trovata di vanagloria. Occultava dunque le sue virtù,
perché come esecutore perfetto dei consigli evangelici,
ebbe l'impegno in ogni tempo di praticare la cautela somma inculcata
da nostro Signore Gesù Cristo presso San Matteo, intorno
al fare con segretezza l'orazione, e l'altre opere di pietà,
per non essere simili agl'ipocriti Farisei, che amavano di orare
nelle Sinagoghe e nelle piazze, stando in piedi per riscuotere
lodi dagli spettatori: attendite ne justitiam vestram faciatis
coram hominibus, ut videamini ab eis... Tu autem ora patrem tuum
in abscondito.
Egli dunque nelle chiese sceglieva per lo più un sito nascosto
ed appartato, per orare quietamente, benché non gli riusciva
con ciò, sfuggire la vista di alcuni, che ammirandolo andavano
appostatamente ad osservarlo, senza ch'egli se ne accorgesse.
Nella orazione sua quasi continua non si vedeva in lui affettazione
veruna, né ostentazione, che dare potesse nell'occhio altrui;
orava in una maniera così disinvolta, che nulla facea trasparire
nell'esterno di quei superni lumi di cui Dio lo favoriva; stava
fermo, immobile, genuflesso, colle mani ora incrociate sul petto,
ora in atto di tenere aperto qualche libretto ascetico, che somministrava
legne all' interno suo fuoco; né mai un rivolgimento di
capo, o d'occhi: cosicché il suo orare era d'un grand'esempio,
e di edificazione a chiunque abbattevasi a rimirarlo. È
ben vero, che alcune volte vedevansi in lui degli atti straordinari;
ma ciò avveniva, o perché egli trasportato dal fervore
non se ne avvedesse; o perché reprimere non poteva gl'impeti
di quella fiamma interna di amore, che gli ardeva in petto; o
perché, come accade agli estatici, l'anima tutta immersa
in Dio, non sa più né dove stia il corpo, né
che facciasi di esso, benché altri a destarlo usassero
ferro e fuoco.
Nel resto tutto il suo impegno raggiravasi nel tenere nascoste
ad ogni occhio umano le sue virtù, i doni superni: trattine
solo i confessori, qualora lo richiedevano con precetto di obbedienza
a scoprir loro alcune sue cose interiori. E pure a questi medesimi
tanto solo scopriva, quanto bastasse all'interrogazione. Fin cercava
di far loro comparire, come effetto di sua naturale inclinazione,
la carità verso il prossimo, altrove esposta; ma il saggio
confessore P. Temple coll'armi dell'obbedienza venne a conoscere
essere la sua carità tutt'altro, che naturale compassione;
conobbe, che egli non moveasi d'altronde che dal riguardare i
prossimi, come membri di Gesù Cristo: e quindi sentirsi
come scuotere, e commuovere intimamente il cuore per compassione
specialmente dei poveri.
Nell'istesso vedersi costretto dall'obbedienza a squarciare il
velo dell'umiltà, onde coprire volea le sode sue virtù,
attesta uno dei suoi confessori; che per Benedetto era un continuo
martirio, ed un esercizio continuo di profonda umiltà il
manifestare quei sentiimenti quegli atti, che con somma gelosia
teneva occulti ad ogni altro. Martirio manifestato da profondi
sospiri, che di tratto in tratto tramandava per bocca; dalle poche,
ed interrotte parole proferite a maniera d'uno, che fosse ferito,
e dall'aria mesta che mostrava nel volto arrossito e confuso.
Collo stesso impegno cercava di occultare la qualità di
sua condizione; d'onde derivava l'andare tutto coperto di cenci
vilissimi, il non parlar mai dell'onesta sua parentela, degli
agi, che goder poteva in sua casa; né mai si lasciò
scappare di bocca parola, onde altri inferir potessero qualche
cosa di suo onore. Metteva tutto lo studio, tutta l'industria
nel nasconder sé stesso e le azioni sue virtuose agli occhi
del mondo. Amava di comparire un vile, un abbietto, un meschino.
Per quanto però ci si impegnasse, veniva tradita la sua
umiltà dalla gentilezza del suo volto, dalla fisonomia,
dall'aria di civiltà che traluceva nel suo trattare pulito
e raro.
Essendo una volta riuscito ad un sacerdote esemplare di tirarlo
in sua casa per provvederlo di cosa necessaria, si avanzò
ad interrogarlo di qual nazione egli fosse, e come a queste parti
venuto. Benedetto sempre inteso a nascondere sé stesso,
rispose essere un francese, un vagabondo. Vagabondo però
nol credeva l'interrogante vedendo coll'occhio suo sagace sotto
quei cenci la virtù, che ascondea, e l'odore sentendone
da certi esterni atti, d'altronde in lui notati. La virtù
dei servi di Dio è pari al muschio, che se si nasconde,
vien tradito e ravvisato dall'odore che manda. Christi bonus
odor sumus, disse S. Paolo. Non essendosi intanto più
inoltrato il sacerdote per pescare più profondo, ed avendo
formato concetto più sublime della sua santità prostroglisi
d'improvviso a piedi, per baciarglieli. Vedendosi così
sorpreso Benèdetto, è incredibile la confusione,
e l'orrore, che gli trasparì dal volto, dagli occhi lagrimosi,
e dall'impegno di ritirarsi: ma quietollo il pio sacerdote, con
dirgli aver ciò fatto non in suo riguardo, ma in riguardo
alla persona di Gesù Cristo, rappresentato da' poveri.
L'istesso gli avvenne, quando altra volta, come per sorpresa,
gli baciò improvvisamente la mano.
Era egli bene istruito in tutto ciò che spetta alle dottrine,
ed insegnamenti della religione cattolica, anche giovinetto instruiva
i fanciulli. Sapeva bene e capiva la divina scrittura, così
per la lezione frequente de' sagri fogli, come per l'intelligenza,
che un confessore fondatamente credea averne avuta da Dio: e nelle
circostanze di gloria di Dio, ne citava a proposito i testi e
sapea darne la giusta spiegazione, con ammirazione degli stessi
confessori.. E pure quasi fosse un ignorante, un rozzo, portavasi
nel Colosseo ad ascoltare la spiegazione della dottrina cristiana,
ivi solita farsi in certi giorni alla gente idiota ed a' ragazzi,
e vi stava così composto ed attento, che tirava l'ammirazione
del catechista e degli altri.
Dal costante impegno, ch'egli ebbe di nascondere le sue qualità
naturali, le civili, le opere di virtù, i doni di Dio,
io mi dò a credere, che appunto per fomento di questa sua
premura eleggesse egli Roma per sua abitazione, dopo i tanti pellegrinaggi;
perché in questa citta sì vasta, e popolata, si
fà del bene, senza che uno sia osservato, e per le tante
chiese, che in essa fioriscono, si può andare da una in
altra, senza la pena d'essere notato, e si può andare altresì
giornalmente alle quarant'ore, come disse e praticò
Benedetto, lusingandosi che nessun l'osservasse. Ma non è
possibile non accorgersi del sole, benché talora stia nascosto
tra le dense nuvole: la stessa sua luce il manifesta. Luce chiarissima
sono le opere dei virtuosi, che non han per fine l'occhio umano:
tal fu detta dal Divin Redentore, sic luceat lux vestra coram
hominibus, ut videant. Per quanto l'uom virtuoso cerchi di
nascondere l'opere sue buone, la stessa lor luce le manifesta.
Quantunque però il disegno di Benedetto di fissarsi in
Roma sia stato di nascondere all'altrui vista il suo santo operare;
pur tutt'altro fu quello di Dio nell'ispirarglielo. Fu l'esaltarlo
vieppiù in idipsum, mettendolo in vista della santa
chiesa nella capitale del mondo, a tenor della sua infallibile
promessa: qui se humiliat, exaltabitur. E come il divin
Redentore, perché humiliavit semetipsum, nascondendo
la sua Divinità sulla Croce, fu subito esaltato dal divin
Padre con miracoli operati nella natura: con mutazione dei cuori;
con luminose comparse da risorto: propterea exaltavit illum:
così essendosi in siffatta maniera umiliato Benedetto,
Dio (salva la proporzione) l'esaltò subito dopo la morte,
colla fama di sua santità sparsa per Roma, nel giorno stesso
che morì; e in poco tempo da Roma, ed anche al di là
di tutta l'Europa, l'esaltò con strepitosi e frequenti
miracoli, ed anche con comparse gloriose dal cielo, che si esporranno
a suo luogo.
Dall'esempio di Benedetto apprender potrà, chi ne avrà
voglia, la pratica della virtù dell'umiltà, per
esserne poi da Dio esaltato in cielo, ove non entrano che gli
umili di cuore. Nisi efficiamini, sicut parvuli, (hoc
est humiles, come spiega S. Tommaso) non intrabitis in
regnum caelorum. Pare che Benedetto dica a tutti dal cielo
ciò, che disse S. Paolo: imitatores mei estote, sicut
ego Christi. Discite a me, quia mitis sum, et humilis corde,
disse Gesù. Che se si desidera sapere, di quai mezzi si
valse per poggiare all'alto di sì bella virtù, il
disse egli stesso, interrogatone dal suo confessore con precetto
di ubbidienza. Due furono i mezzi: orazione mentale, ed orazione
vocale. Colla mentale meditava frequentemente la Maestà
e le grandezze di Dio: ond'era il concetto bassissimo, che avea
di sé stesso, d'un niente, d'un peccatore spregevole. Colla
vocale replicava sovente a Dio con Sant'Agostino: Signore,
datemi ch'io conosca voi, conosca me: conosca voi per amarvi,
conosca me per disprezzarmi, né mai brami altro, che voi.
Datemi, che io concepisca odio contro me stesso, amore verso voi:
tutto faccia per voi; umilii me, esalti voi; né abbiano
i miei pensieri altro oggetto, che voi.
Due sono le passioni principali, d'onde come da radici germogliano
tutte le altre: la concupiscenza e l'irascibile. Quella spinge
ad amare, o bramar cose terrene: questa sprona alla rabbia, all'odio,
alla vendetta. Sbarbicare affatto queste due velenose radici,
non è possibile, dice S. Bernardo: subjugari possunt,
exterminari non possunt. Or Benedetto le prese amendue di
mira per soggiogarle, come fece perfettamente.
Quanto alla vittoria della concupiscibile, se n'è data
bastante contezza nella terza parte, ove si esposero l'eroiche
sue virtù. L'angelica sua purità il mostra trionfator
generoso dei piaceri corporali. La povertà singolare lo
fa vedere chiaramente disprezzatore delle pompe, degli agi, delle
ricchezze. L'ubbidienza perfetta il palesa vittorioso del proprio
volere. Resta dunque da esporre la vittoria dell'irascibile; e
benché molti atti, secondo il corso dell'istoria, se ne
siano sparsamente qua e là esposti: pure ce ne rimangono
ancora molti in grado eroico da esporre.
Coll'esercizio continuo dell'orazione, coi rigorosi giornalieri
esami, e coll'austerissimo tenor di vita, avea egli domata e fatta
in guisa obbediente alla ragione la passione dell'ira, che uno
de' suoi confessori non ebbe difficolta dirlo nei processi somigliante
nella mansuetudine ed affabilità a un San Bonaventura,
a un San Francesco di Sales; altri colmo d'un eccellente mansuetudine;
altri, che in questa virtù si segnalò in una maniera
mirabilissima, e che a forza d'atti contrari, avea perfettamente
raffrenata e affatto vinta la passione dell'irascibile; cosicché
il suo cuore non seppe mai concepir timore per le cose avverse,
né sdegno, o avversione, contro chi n'era la cagione. Il
suo aspetto sempre sereno ed ilare; sempre uguale a sé
stesso: virtù rarissima e di pochi. Ingiurie, disprezzi,
percosse, maltrattamenti non disturbaron mai l'interna pace del
suo cuore, né alterarono punto l'ilarità dell'amabile
suo volto.
Prova chiarissima di ciò sono molti casi, che impensatamente
gli avvennero, alcuni spettanti al corpo, altri allo spirito.
Passando un giorno per la piazza di Colonna Trajana in Roma una
persona di gran pietá, vide una schiera di giovinastri,
che facendosi beffe di Benedetto, chi gli scaricava dei pugni,
chi faceagli dal capo cader lo sdruscito cappello, altri tiravangli
li peli della bionda sua barba, altri lo caricavano d'ingiurie.
Stava il servo di Dio, tanquam ovis coram tondente se non aperiens
os suum; niente risentito, niente affatto sturbato in volto.
Or mentre inchinavasi a ripigliare il cappello, gli furon tutti,
al numero di dieci in circa, addosso, e facendogli dare del viso
per terra, strapazzandolo il caricaron di scherni, di sputi, di
schiaffi, maltrattamenti che avrebbero commosso ancora un sasso;
ma nulla affatto Benedetto. Egli umile, paziente, sereno riceveali
senza movimento alcuno, che punto indicasse impazienza, né
proferiva parola. Se ne mosse però a pietà la persona,
che tutto vide, sembrandogli una viva figura di Gesù Cristo
strapazzato dalla rabbia degli ...; e facendosi in mezzo a quella
scostumata canaglia: e quando, disse loro, rimproverandoli,
quando la finirete di maltrattar così questo poveretto?
Che mal v'ha fatto? Volete voi forse rinnovar in esso le barbarie
dei ... contro Gesù Cristo? Tanto bastò per
farli cessare; ma ridendo e baldanzosi discolparonsi dicendo:
questo è un matto; perciò lo trattiamo così.
Ammirando però il testimonio l'eroica virtù di Benedetto,
formonne concetto d'un gran Santo: il tutto poi attestò
nei processi, ed interrogato privatamente ancor da me dopo due
lustri, me lo confermò.
Stava un dì il servo di Dio genuflesso su l'ultimo scalino
della porta grande della Chiesa dei SS. apostoli in Roma, orando
a capo chino, e colle braccia piegate in forma di Croce sul petto.
Quando un insolente, e sfaccendato ragazzo gli scagliò
un sasso, che a dirittura andò a colpirlo nella gamba,
e con un tal'impeto, che ne uscì del sangue, veduto chiaramente
da alcuni, trovandosi allora Benedetto senza calzette, e sol con
un paio di scarpacce al piede. Smaniavano gli spettatori per giusto
zelo contro quell'insolente, che già se n'era fuggito,
compassionando il servo di Dio. Solo egli non che si risentisse
punto, neppur si mosse; né voltossi a veder l'audace; ma
restò fermo orando nel suo divotissimo atteggiamento, nulla
curando del sangue, che sgorgava, né del dolore, che dovea
esser sensibilissimo. Atto sublime, ed eroico, che trasse da tutti
l'ammirazione. Altra volta fu pur colpito da un sasso nella gamba
sinistra sino a tramandar sangue dalla calzetta, che allora portava;
ma con altrui ammirazione con la sua solita imperturbabilità,
come nel fatto precedente, non fece atto alcuno di moto, o di
risentimento.
Avea dato un giorno il servo di Dio per limosina ad altro povero
un baiocco, che avea poco prima ricevuto da una persona in una
pubblica via di Roma. Accortosi di ciò quegli, sospetto
ch'ei fosse malcontento di sì bassa moneta, e che la dasse
ad altro, non per pura carità, ma come da indispettito:
ed ecco che fumando di rabbia gli fu addosso, e scaricandogli
una bastonata, rimproverollo del fatto. La ricevé pacificamente
Benedetto; tacque, non si turbò punto, né discolpossi:
imperturbabile tirò avanti il suo commino. Morto però
Benedetto, sentendo questa persona gli elogi delle sue virtù
eroiche, che risuonavano per le strade, per le case, e per tutto,
si ricredette e rammaricossi tanto della sua audacia, che ne corse
arrossito e dolente al sepolcro: umiliato gli chiese perdono,
e lasciò ivi il bastone, come trofeo della virtù
di Benedetto, come una memoria perenne del pentimento di chi audace
indebitamente maneggiato l'avea.
Era poi frequente il bersaglio degl'insolenti ragazzi, malmenandolo
per le pubbliche contrade con torsi, melarance, e simili robacce,
che a gara gli gettavano addosso, resi più audaci dalla
sua invitta tolleranza. Benedetto accoglieva tutto; sentiva le
ingiurie di matto, di straccione, senza rivoltarsi, né
dar minimo segno di risentimento, proseguendo il suo cammino imperturbabile,
non altrimenti, che non fosser caduti sopra la sua persona i maltrattamenti
di lingua e di mano.
Accolto spontaneamente nei primi suoi pellegrinaggi in casa d'un
uomo piissimo, Francesco Moret in Moulins, non è credibile
quant'ebbe a soffrire per falsi sospetti. Fu preso di mira dal
vicario del suo rione e dai canonici della collegiata. Questi
vedendolo nei primi giorni orar fisso lungamente nella loro chiesa,
né avendolo mai prima conosciuto, sospettarono che fingesse
santità per far dei furti, come con qualche altro era accaduto.
Quindi il cacciaron via dalla lor chiesa. Soffrì Benedetto
l'espulsione con animo e volto sereno; e senza farne querela,
o risentimento portossi tutto umiliato a pregare il parroco della
chiesa di S. Pietro, parrocchia universale di tutta la città,
che si degnasse ammetterlo nella sua chiesa: come fuvvi difatti
ben volentieri accolto.
Il Vicario poi del rione inasprito per vani sospetti contro di
lui, non voleva in modo alcuno soffrirlo. E pure la vita che ivi
menava Benedetto, bastava da sé sola, per attestato degli
albergatori, a farlo credere un santo. Stavasene nella chiesa
di S. Pietro dall'albeggiar del giorno sino a sera orando; senza
pranzar cosa veruna, se non solo la sera, passandola con pochi
piselli cotti in acqua, un pezzo di pane e nulla più: ricusando
quant'altro venivagli ofierto dalla loro carità. Spesso
passava tutto intero il giorno e la sera affatto digiuno. Non
si valse mai di letto; contento di dormir su la paglia e per poco
tempo, orando gran parte della notte e leggendo: per la qual cosa
veniva provveduto di lume. Comunicavasi spesso in detta chiesa
nella prima messa. Altro seco non portava, che un sacco con dentro
una disciplina ed alcuni libretti ascetici. E pure tanti argomenti
di santità non bastarono a quel vicario, credendolo un
furbo, un gabbamondo: parlava, minacciava carceri, e gastighi.
Niente sturbato il servo di Dio, giudicò bene cedere al
tempo; e preservare da qualche tempesta gli albergatori. Quindi
con buona grazia si partì via e portossi in Toulon, Diocesi
di Clermont, distante una lega da Moulins.
Una mattina dopo di aver lungamente orato nella chiesa di santa
Maria dei Monti: e trovandosi altresì presso l'ultimo anno
di sua vita estenuato di forze, andò per sedere alquanto
su d'un banco sotto l'organo. Vedendo ivi adagiato un cane, il
cacciò via. Accortosene il padron del cane dié nelle
smanie, il caricò d'ingiurie; e tante, e tali glie ne disse,
che poco mancò non gli mettesse ancor le mani addosso.
In siffatta tempesta d'ingiurie fu ammirata da' circostanti l'impertubabilità
di Benedetto: non disse parola; sembrava una statua, che col capo
chino parea accogliesse volentieri i fulmini di un'ira sì
rabbiosa. Il suo silenzio, la tolleranza sua inasprì maggiormente
quell'adirato; diede in furia maggiore; s'inveì con più
d'ardore contro di lui, aggiungendo ingiurie ad ingiurie, senza
riguardo allo scandalo altrui, neppure a quel Dio, che nel tabernacolo
gli stava vicino. Non poté però mai riscuoter da
Benedetto parola, o moto alcuno di risentimento.
Dirò ancora di più. Il dominio, ch'egli esercitò
sopra la passion dell'irascibile, giunse al grado più sublime,
che figurar si possa, qual'è il desiderare gli obbrobri
e i disonori; far d'essi stima maggiore che non degli onori il
mondo: compiacersene anzi. qualora gli avvenivano. Ciò
il trovo attestato da quei confessori, che colle loro obbliganti
domande il costrinsero a scoprire le interne sue operazioni. Contemplando
egli la passion del Redentore, gli facea tale impressione il vedere
tra disprezzi, ingiurie e patimenti estremi un personaggio sì
grande, per amor dell'uomo che al paragone stimava un nulla, quanto
di avversità venivagli dalla malizia umana; e quante potea
egli spontaneamente addossarsene: teneva in pregio più
alto 1'esser fatto partecipe degli obbrobri e della croce di Gesù
Cristo, che di quanti onori e ricchezze offrir gli potesse il
mondo ingannatore.
Ma quando anche non lo attestassero i confessori, lo farebbero
chiaramente toccar con mano i fatti. Camminava un giorno per la
via che mena a Santa Maria Maggiore, passato già il Monistero
de' SS. Domenico e Sisto: quando un insolente ragazzo, mirandolo
dalla sua finestra, cominciò a beffeggiarlo con voce ben'alta;
a deriderlo dandogli replicatamente del birbo, dello straccione
e di simili ingiurie Benedetto udiva, taceva ed invece di affrettare
il passo, camminava ad arte più lento deliziandosi, gioiendo
di tali contumelie ed appagando il desiderio di essere disprezzato
sull'esempio del Divin Redentore. Tutto osservò con attenzione
un religioso ben graduato, ch'era poco discosto; e formando gran
concetto della virtù del servo di Dio, lo depose poi edificato
nei processi.
Per esser deriso maggiormente mutava spesso figura nelle pubbliche
vie; or compariva con una calzettaccia tutta lacera attaccata
al cintolo. Or senza calzette a gambe ignude, or con calzette
sdrucite e sino a mezza gamba; ed ora con un cappellaccio lacero
e da scena. E quando perciò vedevasi fatto scopo dell'insolenza
dei ragazzi, godeva nel suo interno, vedendosi a somiglianza del
Redentore in tal modo deriso. O Dio quanto patiscono, quanto fanno
i vostri servi, e quanto bramano assomigliarsi a voi Redentore!
Ed io soffrir non so la puntura neppur d'un ago! .... né
una paroletta.
Tal sua serenità nei patimenti, che venivagli esternamente,
è certo ammirabile e forma una gran prova della sublimità
di sua perfezione. Prova però più fina, virtù
più ammirabile ell'è la serenità, l'ilarità
mostrata nei patimenti, che dentro dello spirito dové soffrire
per Divina disposizione. Suole Iddio sospendere di tratto in tratto
a' suoi fervorosi servi la contemplazione, e la consolazione interna
di cui prima favorivali, o per purgar l'anima onde si renda disposta
ad un grado più alto di contemplazione, o per prova di
sua costanza e fedeltà, o per tenerla umiliata conoscendo
nella sottrazion di quella, non esser da sé sufficiente
a formare un buon pensiero, ma solo venir dal padre dei lumi ogni
dono, grande o piccolo che sia: o per altri suoi fini, che si
espongono dai dottori mistici. Una tal sottrazione riesce all'anima
d'indicibile pena, vedendosi priva della gran dolcezza che recar
suole la contemplazione; dolcezza, che al dir di S. Tommaso; omnem
humanam delectationem excedit, supera di gran lunga ogni umano
diletto. Un'anima, che non sia ben fondata in umiltà profonda,
può facilmente sgomentarsi e dare in diffidenza e pusillanimità,
credendosi come abbandonata da Dio, o almeno negletta: però
rallentasi alquanto nella mortificazione, e negli usati esercizi
di pietà.
Non così Benedetto: fondato egli in quella profondissima
umiltà, esposta già in altro luogo, non diede punto
in tali debolezze. Provava è vero in quel tempo aridità
grande nell'orazione, siccità di cuore, oscurità
d'intelletto, freddezza negli affetti della volontà, perplessità
intorno all'eterna salute, incertezza di piacere a Dio nell'opere
sue; onde derivavano nel suo interno grandi agitazioni di spirito,
afflizioni d'animo, angustie somme. Sembravagli appunto d'essere
come la Nave degli Apostoli agitata dalle onde nella tempesta
d'improvviso insorta, senza che il Signore si facesse punto sentire,
e che se ne stesse dormendo, come in quella ondeggiante de' suoi
cari Apostoli; Jesus vero dormiebat. Pur tuttavia non si
scoraggi giammai; mancandogli il vento favorevole dello Spirito
Santo, adoperava coraggioso di sua mano i remi per avanzar cammino.
In ciò ei si valse di due mezzi: uno esterno, l'altro interno.
L'esterno era, non rallentar mai nelle sue penitenze ed orazioni,
anzi accrescerle: il che tanto dovea riuscire a Dio di gradimento
maggiore, quanto maggiore esser dovea la sua forza nel superarne
la ripugnanza. L'interno era umiliarsi d'innanzi a Dio, confessandosi
ben degno di pene e di abbandonamento, conformarsi al volere divino,
e sovente ripetere col sacerdote Eli: quod bonum est in oculis
tuis, fac Domine: ora con Giobbe: sicut Domino placuit;
ita factum est sit nomen Domini benedictum: ed ora con altri
testi di sacra scrittura, in cui era versatissimo. Così
gli riusciva rendere il suo spirito, per quanto poteva, tranquillo
e costante; ond'era il non essersi mostrata in alcun tempo alterata
la serenità, la placidezza del suo volto in tali tempeste;
e neppure queste sarebbero venute a nostra cognizione, né
l'esemplar suo portamento in esse, se l'accortezza di alcuni suoi
confessori, non l'avesse obbligato con precetto ad iscoprirle.
Ciò che in tali aridità davagli maggior pena, era
il credersi in colpa, e il dare a Dio motivo di trattarlo così
per 1'ingratitudine a quelle grazie e benefizi, onde favorito
lo avea, e per non corrispondere coll'amor dovuto all'infinito
amore di Dio; quindi era il confessarsene in generale a pié
dei confessori con quel sentimento di dolore e confusione, ch'essi
medesimi attestano. E pure in questa medesima pena umiliavasi
d'innanzi a Dio, conformavasi al santo suo volere, non si sgomentava
punto, confessava umilmente aver'operato da suo pari, da peccatore,
da uom meschino. Così gli riusciva di superar le tempeste,
di mostrarsi in ogni tempo tranquillo, e di ammassar meriti maggiori
al cospetto di Dio, che con tale condotta; facit cum tentatione
proventum: valendosi degli stessi infernali nemici al vantaggio
spirituale dei suoi figli diletti. Pretendono essi pescar nel
torbido della loro oscurità e desolazione inducendoli o
ad abbandonare l'intrapresa carriera, o a disperare di proseguirla.
Ma sa bene l'amante Dio rivoltar tutte le loro trame in bene spirituale
dell'anime a sé care; salutem ex inimicis nostris et
de manu omnium, qui oderunt nos: siccome fece in vantaggio
di Tobiolo di quel grosso pesce, che sulla spiaggia del fiume
Tigri cercava assalirlo ed ingoiarlo.
Chiunque conosce in qualche modo la grandezza di Dio, chiunque
l'ama davvero, dice s. Paolo, tutto crede sodamente quanto ha
rivelato alla santa sua chiesa, tutto spera dalla sua bontà.
Charitas omnia credit, omnia sperat. Narrerò qui
la fede viva di Benedetto, nel capo seguente la sua ferma speranza.
Per conoscere la sodezza di sua fede, bastar potrebbe un'occhiata
all'opere sue praticate in tutto il corso di sua vita. La qualità
di una pianta si conosce dalla qualità de' frutti che produce.
Il suo quasi continuo orare, la strettissima sua unione con Dio
in tutti i tempi, il disprezzo del mondo e di sé stesso,
la gran carità verso il prossimo, e tutte le altre virtù
già narrate, sono frutti d'una fede vivissima, né
senza tal fede potrebbero farsi; perciò disse l'apostolo,
che la vita spirituale del giusto vien tutta dalla fede: iustus
autem meus ex fide vivit.
Ciò non ostante ci sono altre prove dirette e chiarissime
della sodezza e purità di sua fede. Nato egli in una famiglia
che sempre ha dimostrato un sommo orrore a qualunque eresia, in
ispecie al giansenismo; allevato in essa col latte sincerissimo
della verità e delle massime della fede cattolica; educato
da un zio parroco esemplarissimo sempre sottomesso a tutte le
decisioni della santa chiesa, morto poi martire di carità
per le sue pecorelle; sempre alieno dal conversare con persone
che avrebbero potuto istillargli il veleno di qualche errore,
e sempre inteso all'opere del culto di Dio ed all'acquisto dei
beni eterni; come fia possibile, che non abbia posseduta una fede
la più pura e sincera che immaginar si possa? Egli è
certo ed è attestato nei processi, che nessuno mai di quanti
lo conobbero nella sua diocesi giovanetto, nessuno parimenti di
quanti lo videro o trattarono ne' suoi pellegrinaggi ed in Roma
stessa ebbe mai dubbio o sospetto alcuno della purità di
sua fede.
La fede viva lo stimolava a star nelle chiese per molte ore e
per giorni ancora intieri con tale riverenza, con atteggiamento
sì umile di corpo, che bastava vederlo per crederlo un
santo, non che un vero fedele. Riputandosi indegnissimo di adorare
e pregare quel Dio, che credeva realmente presente nel Divin Sagramento,
era veduto sovente in tal positura di corpo, che quasi col viso
toccava il pavimento, riputandosi polvere e cenere meschinissima
e rimproverando sé stesso col dire: quid superbis terra,
et cinis?
Se all'entrar nelle chiese o in altre circostanze accorgevasi
punto delle irriverenze altrui, dei cicalamenti, dei rivoltamenti
di spalle al Santissimo a cagion della musica, non è credibile
quanto se ne amareggiasse; più volte ne fece dolorose lagnanze
con altri dicendo: che si perdeva il rispetto a Dio nella sua
stessa casa; ed essendogli stato risposto una volta, che nella
gran confusione del popolo che accorreva bisognava soffrire la
gente rozza, replicò. che non era solamente la gente rozza
ma la gente ancor polita che profanava il sagro tempio con offesa
di Dio, con orror degli angeli, con detrimento dell'anima propria.
Obbligato dal suo confessore p. Temple in Loreto sul principio
di conoscerlo a recitargli l'atto di fede, come lodevolmente costumava
coi pellegrini, attesta l'istesso confessore, non potere a sufficienza
esprimere la divozione, l'affetto, la riverenza onde il recitò;
dando chiaramente a conoscere che non lo recitava semplicemente
alla maniera comune, ma sì bene penetrato profondamente
da ciò che diceva. Aggiungeva da sé all'usata formola
qualche ampliazione, dicendo con affetto sincero e divoto essere
risoluto non solo di vivere e morire nella santa cattolica romana
fede, ma di spargere ancora prontissimo tutto il suo sangue fra
mille tormenti in contestazione di essa. Obbligato a dire la maniera
come recitar solea il Gloria Patri e gli affetti e lo spirito
interno nel dirlo, rispose: che stando nel recitarlo a capo chino
confessava nel cuore il gran mistero della Santissima Trinità;
profondamente l'adorava in spiritu et veritate; e figurandosi
minacciato da spada infedele a rinnegarla, si esibiva prontissimo
confessarla col taglio ancor della testa.
Dalla gran cognizione che avea delle verità di santa fede,
derivava il ringraziare ogni giorno Dio per il gran beneficio
di averlo fatto nascere nel grembo della santa madre chiesa cattolica,
e di averlo rigenerato coll'acque battesimali. Tal ringraziarnento
cominciò a farlo fin dalla tenera età, e lo praticò
invariabilmente finché visse. Era incredibile parimenti
la gioia che mostrava qualor sentiva conversioni di eretici e
di ebrei alla santa cattolica fede. Il gran tesoriere dell'Imperatore
della Persia Culicam, di nome signor Giorgio Zitli, convertito
alla religione cattolica e ritiratosi a viver da vero fedele nel
convento dei padri cappuccini in Roma, come si disse, attesta
che avendo formata idea sublime della santità di Benedetto
al sol vederne l'esemplare condotta. ebbe l'impegno di trattarlo;
e che Benedetto non sapea saziarsi di fargli spesso sincere e
vivissime congratulazioni, perchè abbandonata la falsa
sua setta avea abbracciata la vera cattolica religione, esortandolo
con molto fervore a star costante in essa, nella quale soltanto
sperar potea l'eterna salute dell'anima sua, purchè osservasse
le promesse fatte a Dio nel santo battesimo.
Sommo era l'orrore che avea dell'eresie, e degli eretici e di
quanti sono nemici della cattolica Romana fede; ond'era il detestare
quelle massime perniciose, che vanno al presente serpeggiando
ed avvelenando da per tutto le anime incaute. Cercava con grande
impegno nei suoi pellegrinaggi scansare quelle città e
terre che sapeva infette d'eresìa, divertendo a bella posta
il cammino per sentieri alpestri e rimoti, nulla curando del grave
suo disagio. Quando poi ve lo astringesse la necessità,
passavale quasi a volo. Ciò non ostante compassionando
la cecità delle lor anime, e l'eterna loro rovina, porgeva
a Dio frequenti preghiere per la lor conversione, in ispecie nel
sacrifizio della santa messa, e nel far l'opere ingiunte per l'acquisto
dell'indulgenze. In tal esercizio non era egli pago di confessarsi,
comunicarsi e recitare le ingiunte preci vocali: bramoso della
lor conversione e della propagazione della cattolica fede, pregava
con sommo ardore Dio, che si degnasse illuminare quei che stavano
involti nelle tenebre dell'ignoranza e facesse sì, che
la santa fede venisse a propagarsi per tutto il mondo.
Pari all'orrore contro gli eretici, era il rispetto e la venerazione
che professava al sommo Pontefice Romano, capo supremo della vera
chiesa, riconoscendolo come vicario di nostro Signor Gesù
Cristo, dandogli il nome di vice Dio in terra. Venerava quanti
formano la gerarchìa ecclesiastica, e tutti i sacerdoti
con sommo rispetto. Se trovavasi a sedere al comparir d'un sacerdote,
alzavasi tosto in piedi per riverenza al grado sacerdotale, né
si rimetteva in sedia, se non comandatone. Stimolato da un sacerdote
a camminare per poco insieme, non volle stargli a lato, sì
bene indietro per riverenza. Baciava ai sacerdoti rispettoso la
mano e cavavasi in lor presenza il suo consumato cappello. Insegnando
ancor la fede il rispetto dovuto ai sovrani, omnis anima potestatibus
sublimioribus subdita sit, rispettava sommamente il suo sovrano;
né fu mai udita dalla sua bocca parola contro qualunque
de' suoi superiori e delle loro disposizioni.
Argomenti sono questi della sua vivissima fede. Ma chi vuol comprederne
più chiaramente la sodezza, si rammenti di quanto si è
detto del suo ardentissimo amore verso Dio, verso Gesù
Cristo, e delle chiare illustrazioni e cognizioni onde Dio il
favoriva. Come queste lo invaghivano sempre più di Dio
e gli ravvivavano l'amore, così rendevano maggiormente
viva in lui la fede: Charitas omnia credit. Ogni vero cattolico
crede quanto insegna la santa fede, ma crede al buio cattivando
l'intelletto, essendo la fede quasi lucerna lucens in caliginoso
loco, come lo dice S. Pietro. Chi però è favorito
da Dio d'illustrazioni superne, conosce in qualche modo più
speciale, quanto è permesso a un viatore, quelle verità
che prima credeva all'oscuro, in obsequium Christi; e le
conosce con tal chiarezza, che giunge a dire con S. Ignazio: che
quando gli oracoli di santa fede non fossero scritti, o quando
mancasse per impossibile la divina scrittura, sarebbe stato pronto
a dar la vita in testimonianza delle verità di essa, meramente
per quel che Dio gli aveva fatto conoscere coi superni lumi in
Manresa; o pure colla Ven. suor Geltrude Salandri illustrata
mirabilmente da Dio, di essere così certa della verità
di santa fede, che sembravanle tutte quant'erano, piuttosto evidenza,
che fede.