VITA

DI

S. BENEDETTO GIUSEPPE LABRE

PARTE QUARTA





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PARTE QUARTA

CAP. XI.

Suo amore ardentissimo verso il Santissimo Sagramento dell'Eucaristia mostrato dalle cotidiane lunghissime orazioni d'innanzi al Santissimo; e da altri ossequi, che prestavagli.


È ben noto non solo in Roma, ma in tutte le città, ove fu Benedetto, benché di passaggio, il suo ardentissimo amore verso Gesù sagramentato. Chi ama da vero, non sa scostarsi dall'amato. Benedetto passava la maggior parte del giorno, e talora tutto il giorno intero nelle chiese, presso il suo diletto Gesù sagramentato, o esposto alla pubblica adorazione, specialmente per le Quarant'ore, o chiuso nel tabernacolo: cosicché quando voleasi far di lui menzione, non sapendosi il suo proprio nome, additavasi: il povero delle Quarant'ore.
Era il suo trattenersi d'innanzi al Divin sagramento con tal divozione, con tale immobilità della persona, del capo, e degli occhi sempre fissi a mirarlo, che da altri vien detto ne' processi simile ad una statua; da altri sembrare non un uomo, che orasse, ma sì bene un angelo che adorasse, o un estatico rapito in ammirazione.
Alla presenza di Gesù gli traspariva nel volto acceso il fuoco interno del cuore ammirato da chi l'osservava a bella posta: essendo il suo volto fuori dell'orazione scolorito, smunto, emaciato, cadaverico, a cagione della penitente sua vita, si accresceva la maraviglia in veggendolo poi d'innanzi al Santissimo di colore infuocato, e sovente estatico, alienato da' sensi. Il che succedeva altresì qualora in S. Ignazio portavasi ad adorare il cuore santissimo di Gesù, esposto in bel quadro all'altare del Crocifisso. E avvegnaché ei fosse di aspetto anzi grave, non scompagnato però da una certa amabilità; pure, allorché orava d'innanzi al Santissimo cogli occhi fissi in quello, gli traluceva in viso tal giubilo, fino ad apparirgli nelle labbra un non so che di sorriso, e gioia, che avea dell'angelico.
In tale stato di adorazione durava assai lungamente: chi attesta cinque e sei ore, chi mezza giornata, e chi tutta per intiero, senza punto curare di porgere all`infiacchito suo corpo il minimo alimento. Recò grande stupore a chi l'osservò nella chiesa di sant'Anna de' Palafrenieri in Borgo star da qualche ora prima del mezzo giorno sino alle ore di là dalle ventiquattro, immobile, genuflesso, in atteggiamento divotissimo d'innanzi al Santissimo esposto per le Quarant'ore: e ne restò tanto stupito, che avendo per uffizio proprio il condurre di ora in ora i fratelli congregati all'adorazione del Sagramento, fè loro cenno di pur essi osservarlo: ed afferma aver veduto praticarsi così da Benedetto nell'altre chiese, ove stava esposto il Santissimo per le consuete Quarant'ore.
In Loreto, in Fabriano, in Erin, in Roma, e dovunque si trovasse, comeché per pochi giorni, ne' suoi pellegrinaggi, attestan molti, averlo veduto in chiesa dallo spuntar del giorno sino alla sera sempre immobile, genuflesso d'innanzi al Santissimo, e talora anche inoltrata di più ore la notte, come fu notato in Roma nella chiesa della santissima Trinita dei pellegrini, di s. Ambrogio, e altrove. Sarebbe ciò mirabile in qualunque altro; ma quanto più in Benedetto tra l'assedio continuo degli innumerabili insetti, e col tormento delle due natte alle ginocchia? Non sarebbe stato certamente ciò possibile all'umanità meschina, se non vi fossero concorse due cose: una dalla parte di Dio, l'altra dalla sua. Da quella di Dio, le sublimissime cognizioni e chiare illustrazioni, onde tenevagli assorto l'intelletto, ed immersa tra santi affetti la volontà; dalla sua concorreva l'amore, onde ardeva verso Gesù; tutto soffre, chi ama: charitas omnia suffert. Soffrireste ancor voi la pena, che provate nello scarso tempo delle prefisse orazioni, se amaste Gesù: non habet amaritudinem conversatio illius.
Or come queste sue lunghe orazioni d'innanzi al divin Sagramento, provenivano in lui da una soda virtù, era però egli molto sull'avvertenza di non dare a' circostanti disturbo alcuno con certe mostre di divozione, che hanno più d'apparenza, che di sostanza; come piangere sensibilmente, sospirare con forti aneliti, baciar la terra, parlar con voce sensibile al Signore, e simili atti che disturbano sovente l'altrui divozione, e fomentano talora lo spirito d'ipocrisia. Intervenne infatti una volta, che stando egli sul principio della sua orazione, e sentendosi d'accanto una donnicciuola, che senza mai rifinire tutta era intesa in simili atti esteriori, onde i circostanti n'erano forte impediti dal potere divotamente orare, rivolto a quella disse mansuetamente: a che serve questo? Ed al cessar di colei, fu egli benedetto da tutti. Orava egli in silenzio, composto e cogli occhi fissi al Santissimo, sfogando gli affetti suoi con quel Dio, che non ha bisogno di esterna voce per ascoltarci, ma sol si pasce degli affetti del cuore; onde avveniva, che tal suo modo di orare, era un be1 predicare: spirava divozione, e compungimento, in chi miravalo.
Non dovea però costar poco a Benedetto l'orar così. Sentiva egli l'ardore di quel vasto incendio, che avea nel cuore, e che più gli si ravvivava dalla presenza di Gesù Sagramentato, che ignis consumens est; quindi gran forza adoperar dovea per tenerlo ristretto, onde non desse fuori. Qualche volta però non potea far di meno, che non ne lasciasse scappare al di fuori qualche scintilla: ora uno sfogo di sospiri, ora una qualche giaculatoria affettuosa usciva dalla sua bocca con voce sommessa, e per lo più, quando lusingavasi, non aver vicini, che se ne accorgessero. Che se poi credeva esser solo affatto in chiesa in certe ore solitarie, dava allora la mossa senza ritegno al fuoco interno con sospiri, ed affetti ben alti. Così gli avvenne in più Chiese: ma permetteva Iddio, che vi si trovasse taluno da lui non osservato, che insieme se ne accorgesse, e ne ricavasse per sé spirituale vantaggio.
Sfogava egli un giorno i forti sospiri, ed affetti nella chiesa di Santa Maria in Via Lata in quell'ora di dopo pranzo, in cui nessuno trovavasi in chiesa: v'eran soltanto due ministri di detta chiesa nel coro, segregato affatto dalla cappella del Divin Sacramento, ove stava Benedetto adoratore ossequioso: e sentendo gli affettuosi sospiri, né sapendo donde partissero, vollero spiarne piamente curiosi: e camminando bel bello su la punta dei piedi, vider Benedetto alle spalle colle braccia elevate a forma di croce, colla faccia rivolta al sacro ciborio, che seguiva a sospirare con tal veemenza di affetto e fervore, che indicava chiarissimo, d'esser tutto dentro acceso di santo amore: e lasciatolo col suo diletto, ritiraronsi compunti ed umiliati entrambi, paragonando l'orazione loro con quella d'un tal povero. Così pure avvenne in altra solitaria chiesa, udito da qualche persona nascostasi ad arte, in ora pur solitaria, sfogare in alti sospiri ed affetti fervorosi ed umili verso il sagramentato Signore, ritirato in un angolo di essa. Così nella chiesa dei SS. Apostoli, due giorni prima di morire: così nella chiesa di S. Ignazio, ed altrove.
Argomento finalmente il più chiaro dell'amor suo ardentissimo verso Gesù sacramentato, egli è la costante sua perseveranza nel passare i giorni suoi talora anche intieri, d'innanzi al Divin Sagramento, sino agli ultimi giorni di sua vita. Molestavanlo di tratto in tratto alcuni mali corporali, massime negli ultimi suoi tempi, originati dal tanto malmenare il suo corpo, dal sì lungo orare, e dal negargli l'opportuno sostentamento: quindi era il comparire estenuato di forze, emaciato, languente, simile piuttosto ad un cadavere, che ad un uomo vivo. E pure tanti mali non bastavano a ritardarlo dal portarsi nelle chiese, per godere dappresso il suo Gesù, per adorarlo, e conversar, dirò così, famigliarmente con lui. Questo e un dei gradi più sublimi del vero amore, dice s. Tommaso: sustinere infaticabiliter. Omnia vincit amor: charitas omnia sustinet. Ad onta de' suoi mali, strascinava il suo corpo alle chiese, proseguendo le sue consuete orazioni d'innanzi al suo Gesù. Qualche volta solamente negli ultimi tempi, fu veduto mettersi per poco tempo in piedi, indi rimettersi in ginocchio. La carità compassionevole dell'abate Mancini, che il volle negli ultimi tempi nel suo ospizio dei poveri, vedendolo così estenuato, consigliollo, che andasse pure a curarsi in qualche ospedale dei molti, che sono in Roma; o per lo meno, che si restasse sopra il suo letto nell'ospizio, pigliando egli a suo carico l'assistenza, il vitto, e quanto bisognasse per la sua salute. Benedetto ringraziandolo, non accettò né l'uno, né l'altro; prevaleva in lui l'amore; questo tiravalo dolcemente: nulla curando del suo corpo, ch'egli dir solea corpaccio, e purché non perdesse il piacere di starsene col suo Gesù nelle chiese, disprezzava affatto i suoi mali. Giunse a tal segno la sua estenuazione, che un giorno il custode dello stesso ospizio lo avvertì, che seguitando egli tal tenor di vita, cadrebbe qualche volta morto in una pubblica strada. Rispose Benedetto, che nulla importavagli; e dicea il vero, perché l'unica sua premura era di star sempre con Gesù nelle sue chiese.
Oltre delle sì lunghe e fervorose orazioni, altri ossequi ancora prestava egli al divin Sagramento. Era grande la sua sollecitudine di ricevere la benedizione del Santissimo, che in Roma suol piamente darsi in molte chiese, per ogni giorno della settimana, dove di mattina, dove di sera, dopo l'esposizione di alcune ore. Benedetto era veduto d'ordinario presente a tutte, senza riguardo o alla distanza della chiesa, o alla debolezza delle sue forze, o all'inclemenza dei tempi.
Ogni giorno parimenti il visitava in quelle chiese, dove suole esporsi alla pubblica adorazione, pel giro delle quarant'ore; ed ivi per lo più fermavasi, facendo quelle sue lunghe contemplazioni di sopra esposte.
Esattissimo era nell'accompagnare il divin Sagramento, quando portavasi per viatico agl'infermi. Trovandosi spessissimo nella chiesa di santa Maria de' Monti, appena udito il segno della campana parrocchiale, che chiamava la gente ad associare il divin Sagramento da portarsi a qualche infermo, accorreva subito con gran prontezza ed amore, e con una divozione che rapiva, gli si metteva dietro con occhi bassi, con mani composte, con volto quasi vedesse Gesù.
Ascoltava ogni giorno più messe con divozione, ed attenzione somma; unendosi in spiritu col celebrante nell'offerire il gran sacrifizio: né v'era cosa, che distrargli potesse gli occhi dall'altare, o punto la sua mente dalla grande azione. In tal tempo avvisato un giorno da un chierico, di portarsi in sagrestia, dove da persona era domandato, non rispose parola: ma stiè fermo sin che terminata la messa, portossi in sagrestia.
Quando gli riusciva d'essere ammesso a far da servente sull'altare al sacerdote celebrante era tale la sua modestia, la compostezza, la divozione, che trovo deposto da un sacerdote in Roma, essersi arrossito di sé stesso, considerando la divozione, ed il fervore, onde un laico, un povero, un cencioso serviva a quel tremendo sacrifizio dell'altare; e vedendolo poi nel voltarsi al popolo dopo la consacrazione, colle mani giunte, col capo chino, col volto divoto, ne restò più sorpreso, edificato, confuso. Un altro sacerdote parroco che l'ebbe una volta servente alla Messa in Fabriano, depone, non solo esser'egli rimasto sorpreso dalla sua fervorosa divozione; ma sì ancora penetrati e commossi, quanti v'erano circostanti. Fanciullo ancora, in patria ed in Erin commuoveva la gente spettatrice della sua divozione, qualor serviva la messa colle manine giunte, col volto divoto, con occhi bassi.
Da quanto sinora si è narrato, ognun vede chiaro, se Benedetto fu onorato a ragione col nome d'innamorato del divin Sagramento, di povero delle quarant'ore, d'un uomo, che impiegava la maggior parte di sua vita in prestare divotissimi ossequi al Sagramento Eucaristico.

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CAP. XII.

Suo amore ardentissimo verso Gesù Sagramentato, mostrato nell'uso frequente della comunione. Si narra la maniera, onde si preparava, come ringraziavalo, avendolo in petto, qual frutto ne ricavava. Si tratta ancora della confessione che premetteva.


L'uso frequente de' due sagramenti, confessione e comunione, molto bramato dal Concilio di Trento in tutti i fedeli, inculcato dai Santi Padri, utilissimo all'anima, fu tanto caro a Benedetto e tanto frequentemente prati cato, quanto gli era caro Gesù. Se il suo amore lo spingeva a star quasi tutto il giorno con Gesú nelle chiese; può quindi bene inferirsi, quanto più bramar dovea l'averlo in petto, l'unircisi amorevolmente con quella stretta unione, ch'espresse Gesù medesimo allorché disse: qui manducat meam carnem, et bibit meum sanguinem, in me manet, et ego in illo.
L'uso frequente di comunicarsi in Benedetto, io lo leggo attestato concordemente da molti in tutte quelle città, ov'egli trovossi, o di passaggio, o di permanenza. E' attestato in Erin, mentre giovanetto stava sotto la disciplina del zio parroco; presso cui non dimorò più che sei anni, cioè dall'anno 12 di età sino al 18, in cui morì quegli, vittima gloriosa di carità. Di quel tempo adunque egli accostavasi bene spesso alla santissima Eucaristia. Così mentre fu in Moulins, uscito già dal convento di Sette Fonti. Nel corso di quindici giorni, che nel principio de' suoi pellegrinaggi trattennesi in Fabriano, depone il parroco, averlo comunicato di sua mano ben quattro volte; ed aver cagionata nella gente spettatrice grande edificazione la maniera divotissima nel comunicarsi. In Loreto nello spazio di non più che tre giorni, comunicossi due volte, come attesta il ridetto P. Temple. In Roma nella chiesa sua prediletta di S. Maria dei Monti, in S. Giovanni Laterano, in S. Martino dei Monti, in santa Maria Maggiore ed in altre chiese, spessissimo era veduto comunicarsi. Sono in ciò tanti i testimoni, che sarebbe superfluo e noioso il riferirli.
Solo in un tempo, io leggo nei processi, aver egli lasciato di frequentare la comunione: e fu quando stette nel convento di Sette Fonti. In quel tempo nell'età di presso a quattro lustri, Dio volle purificare il suo spirito, per disporlo alla perfezione sublime, cui poi sollevollo. Una gran piena di scrupoli, di perplessità, di angustie inondò il suo spirito: timore grande di non avere un dolor vero de' suoi peccati. Questo gli si fomentava dall'aver letto nelle vite dei santi la lor contrizione sensibile, le lagrime, gli svenimenti loro, e vedendosi privo di tali sensibilità, sentendo la siccità dell'anima, l'aridità del cuore, l'oscurità dell'intelletto, la freddezza della volontà, credeva non aver contrizione, temeva d'essere in disgrazia di Dio, e di dannarsi. Furono così veementi le agitazioni del suo spirito, le angustie dell'animo suo che non gli riuscì in tal tempo, durato per sei settimane, di confessarsi e molto meno di comunicarsi, per quanto il bramasse. riputandosene affatto indegno. S'aggiungevano alle tempeste interne l'esterne del corpo; morbi, dolori, mortificazioni del Maestro dei Novizi, e simili altre traversie. Invano quel pio maestro gli ripeteva ciò che insegna il Concilio di Trento; non consistere la contrizione sia perfetta, sia imperfetta nella sensibilità, né perfezionarsi da questa: consistere soltanto in una detestazione interna del peccato. ANIMI DOLOR (non corporis) col proposito di non commetterlo più: qual detestazione può star bene, ed è un vero dolore del peccato, benché non vada accompagnata da lagrime, da sensibilità veruna. Il dolor sensibile d'un David, d'una Maddalena, d'un S. Pietro, d'altri, essere stato un favor particolare del Signore, non necessario alla sostanza del dolore. Ma tutto invano il buon Maestro: cosicché temevano quei religiosi, che non ammattisse. Finalmente però mostrossi alquanto persuaso, o a dir meglio, Dio sospese per poco tempo la tempesta; onde si depone da essi, averlo veduto comunicarsi in unione degli altri più volte. Ciò non ostante avendolo Dio destinato a quel tenore rigidissimo di vita, altrove esposto, permettea che gli si suscitassero di tratto in tratto le tempeste interne, e i morbi del corpo. Quindi il P. Abate soddisfattissimo dell'integrità de' suoi costumi, fu costretto, ma di mala voglia licenziarlo, per timore soltanto, che non ammattisse, e credendo e dicendogli: non esser egli destinato per il suo convento: Dio volerlo altrove: come già si è detto nella prima parte.
Uscito poi di là, Dio imperavit ventis et mari: et facta est tranquillitas magna; si vide posto in dolce calma: svanirono i timori, le tenebre, le angustie tutte; succedettero i lumi, le illustrazioni, le cognizioni della grandezza e maestà di Dio; e il lume speciale, o piuttosto l'impulso divino sensibilissimo, che lo spinse ad imprendere l'austerissimo stato di vita narrato nella seconda parte: impulso approvatogli da un peritissimo e rinomato confessore, e poi da altri. Gli si tolse ben'anche quel gran ribrezzo di ricevere il Pane Celeste, e benché se ne conoscesse indegnissimo, e tal se ne confessasse, pure non lasciava di frequentarlo. È ben vero, che le grandi illustrazioni intorno alla maestà di Dio, gli suscitavano talora dei timori; pure esponendoli ai confessori, regolavasi in tutto colle loro direzioni, dalle quali non fu mai, che punto se ne dipartisse.
Da indi in poi, dopo la sofferta tempesta, fu così frequente nel comunicarsi, che il sacerdote sagrestano della chiesa di S. Pietro in Moulins, il cacciò più volte dall'altare, sembrandogli cosa disdicevole, ed impropria d'un laico, giovane, povero, il ricevere con tale frequenza la maestà d'un Dio, cui non sono degni d'adorare gli angeli stessi. Pluries repulsus fuit a sacra mensa a sacerdote sacrista ejusdem ecclesiae. Conviene qui compatire il zelo di questo sagrestano: non avea egli ancor cognizione della gran virtù di Benedetto: e forse era di quelli, che non conoscono il gran piacere, che si dà a Gesù da coloro, che stando in sua grazia, il ricevono divotamente in petto, concordemente asserito dai santi padri, ove trattano della frequenza della comunione, e dichiarato ancora dall'istesso Gesù alla sua diletta sposa Geltrude, a cui disse: (lagnandosi amorosamente della proibizione dall'abadessa data ad alcune monache del suo monastero di Rodardes, perché spesso comunicavansi, sembrandole irriverenza, e troppa confidenza con Dio ) tutte le mie delizie sono, lo star coi figliuoli degli uomini: perciò mi sono messo e sto nel Sagramento. Mi priva delle mie delizie, chi slontana da me con importuna rigidezza quei che vogliono a me venire, quando le loro coscienze non le rimordono di colpa grave. Al contrario, chi alletta, ed invia 1'anime alla mia mensa, questi mi dà le mie delizie. Così Gesù. E dichiarossi, che parlava non sol delle religiose, ma dei secolari ancora.
Al confronto poi dell'importuno ributtamento del detto sacerdote dalla mensa celeste, io ammiro con gran piacere la pazienza, il silenzio, e nel tempo stesso la santa intrepidezza di Benedetto. Cacciato egli le prime volte, tacque, soffrì, ma non desisté dall'appressarsi di bel nuovo in altri giorni all'altare, famelico del pane celeste, pronto a nuovi maltrattamenti: charitas omnia suffert: finché prese a difenderlo il prudente parroco edificato della divozione, e della tolleranza di Benedetto. Disapprovò egli l'indiscreto zelo del suo sagrestano, mortificollo, e lasciò Benedetto in libertà di comunicarsi a suo bell' agio.
Non era però la frequenza di Benedetto alla maniera comune dell'anime divote: era fervorosissima, ed eccellente, quanto far si possa. Due apparecchi premetteva egli alla comunione: prossimo, e rimoto. Il rimoto consiste nella nettezza della coscienza, che s'inculca da S. Paolo in quelle parole: probet autem se ipsum homo; et sic de pane illo aedat; parole così spiegate dal concilio di Trento: declarat sacrosanctum concilium ex ecclesiae consuetudine intelligenda esse haec verba, ut nemo conscius culpae mortalis, etiam contritus, accedat non praemissa confessione sacramentali. Cioè, dichiara il santo concilio, dover sentirsi queste parole di S. Paolo così che niuno consapevole di essere in peccato mortale, ancorché sia contrito, presuma di accostarsi alla comunione, senza prima confessarsene. Tal nettezza dal peccato mortale, quanta sia stata esimia in Benedetto, consta chiaramente a chiunque ha letto in quest'opera il grande orrore, ch'avea non solo al peccato mortale, ma al veniale eziandio, ed anche ad ogni piccolo neo, anche ad una parola oziosa. Ciò non ostante premetteva egli d'ordinario la confessione, cui facea precedere un rigidissimo esame di coscienza. Questo era da lui esercitato ogni sera con gran delicatezza, e rigore, come rilevò in una delle sue conferenze dalla sua bocca il confessore padre Temple: pure il rinnovava qualor dovea comunicarsi, richiamando alla memoria quelle, che credeva essere colpe, per confessarsene.
L'apparecchio prossimo consiste in certi atti particolari di umiltà, di riverenza, di brama, di amore, di fede viva: questi praticavansi in tutti i tempi, anzi ogni giorno, da Benedetto nelle chiese ove d'ordinario passava gran parte della giornata: ma tanto più fervorosamente rinnovavali nel dì precedente alla comunione, quanto era più vicino a ricevere in petto Gesù sagramentato. Con questo doppio apparecchio appressavasi alla mensa Eucaristica, premettendo però la confessione. Qui io credo dar piacere al lettore e recargli vantaggio spirituale riferendo come e di quali colpe confessavasi Benedetto.
Praticava egli nel confessarsi l'insegnamento che diede un giorno in Fabriano a certe persone piissime, che avendo formato gran concetto della sua santità, nel richiesero. Disse loro tre cose principalmente doversi praticare; un buon esame di coscienza, un dolor vero, un fermo proposito. (Della quarta cosa, che è l'integrità, e sincerità nel dir tutti i peccati al confessore, non fe' menzione, io credo, per la qualità delle persone, con cui allora trattava, incapaci di mancare su questo, essendo divotissime: o perché misurava gli altri col suo palmo, non sembrandogli possibile tal follia di fare un sagrilegio, e mettersi al cimento di perdersi in eterno, per occultare un peccato al ministro di Dio). Diede poi la maniera di praticare le tre cose suddette, ascoltato con somma avidità dalle dette persone. Indi soggiunse, che la mancanza delle cose suddette, o d'alcuna di esse era d'ordinario la cagione delle male confessioni e la rovina dell'anime. Affinché poi s'imprimesse bene nella lor mente questo insegnamento, svelò loro una sua visione, ma sotto il nome di sogno (che mai scopriva a chi che fosse le cose sue sublimi ed interne, se non comandato dal confessore). Sognai, disse loro, una notte vedere tre processioni diverse: la prima formavasi da pochi, vestiti tutti di bianco. La seconda da molti, in abito rosso. La terza da moltissimi, in veste lugubre e nera. Ma non intendendo io cosa in ciò mi si volesse adombrare, interrogai ed ebbi in risposta, ( non dice da chi ) che la prima processione denotava quei, che nel punto della lor morte, avendo ben purgata la coscienza dei lor peccati, andavan felici al Paradiso. La seconda quei, che andavano al Purgatorio per soddisfare la divina giustizia, non soddisfatta a dovere in vita. La terza di quell'infelici, che per cagione delle confessioni mal fatte eran condannati da Dio alle pene dell'Inferno. Così egli. Del che restarono tanto contente ed istruite le persone suddette, che lo andavano poi ripetendo ad altri e lo deposero nei processi.
Esaminava egli dunque con sommo rigore la sua coscienza nel dì precedente alla comunione; ed avea per costume, dice un suo confessore, di prepararsi al sagramento della penitenza con somma attenzione ed esattezza. Indi credendosi reo e peccatore, prorompeva in atti di vivo dolore, qual può figurarsi in uno, ch'era da Dio favorito di cognizioni sublimi della sua infinita grandezza ed amabilità. Seguiva al dolore il proposito, che si stendeva ancora a riformare la sua vita ed a crescere il fervore e l'esercizio delle virtù.
Così bene preparato presentavasi dal confessore, sempre però ponendosi 1'ultimo fra la calca dei penitenti, e qualche volta gli convenne aspettare quasi tutta la mattina con invitta pazienza, con volto sereno, godendo di dar luogo ad altri; offerendo a Dio per apparecchio la pena, che in ciò provar dovea. Compatito perciò una volta da un confessore: non si dia pena, gli disse, per me; io non ho altro da fare.
Eccolo al pié del confessore: recita il confiteor; ma con tal vivo sentimento, che trema da capo a piè, specialmente nel dire, mea culpa: non altrimenti, che se fosse carico di peccati enormi, o come dice il suo confessore di Loreto, come se fosse il più gran reo alla presenza del giudice. E pure non avea peccato alcuno, che fosse materia sufficiente, non che necessaria, su cui cader potesse l'assoluzione sagramentale. Si raggirava per lo più la confessione di sue colpe intorno all'ingratitudine a' benefici di Dio, alla sua poca corrispondenza alle sue grazie e simili cose generali: per le quali si angustiavano tutti i suoi confessori a rinvenire materia, onde assolverlo; e tutti, senza che l'uno sapesse dell'altro, attestano nei processi, non aver mai trovata materia sufficiente, non mai un peccato veniale deliberatamente commesso: aver anzi trovata in lui l'innocenza battesimale, come loro constava dalle generali confessioni fatte sin dal primo uso di ragione. Laonde con sommo stupore ammiravano in lui un'anima prediletta e da Dio prevenuta colle paterne sue benedizioni. Quanto per me si è scritto, nel Cap. VII. Parte seconda, avvenuto nella confessione generale, che fece in Loreto col P. Temple, tanto pur avvenne con un altro confessore, P. Almerici, succeduto al Temple ivi medesimo; tanto in Fabriano col parroco Paggetti; in Roma con molti confessori, ch'ebbe, e coll' ultimo, D. Giuseppe Loreto Marconi: tutti impegnati ad investigare in lui qualche leggiera colpa deliberata; ma tutti concordemente affermare con maraviglia, non averla mai potuta trovare.
E pure nel rinnovare l'atto del dolore, e del proposito a pié del confessore, dopo i tanti altri, che fatti avea nell'esame suo privato, avreste creduto Benedetto un grandissimo peccatore. Era a vederlo un figliuolo prodigo, che umiliato e pentito chiede perdono a' pié del padre: gli leggevano i confessori nel volto divoto, nelle lagrime che spargea, nell'umiliazione della persona e nell'espressioni sincere la grande avversione e l'orrore sommo all'offesa di Dio, e la risoluzione ferma di servirlo fervidamente in appresso, anziché disgustarlo anche leggierissimamente. L'esempio del dolor vivo di tal'anima innocente, faccia arrossire, e correggere chi avendo dei peccati, e forse ancora gravi e molti, non sa dolersene a dovere: tema di trovarsi un giorno tra il numero dei moltissimi della terza processione, veduta già da Benedetto.
Dopo la confessione, correva subito Benedetto ai piè di Gesù sagramentato; e figurandosi come un dei dieci lebbrosi guariti da Gesù, ringraziavalo fervidamente dell'istituzione del sagramento salutare della penitenza; rinnuovava il dolore, ed il proposito, pagava il debito della penitenza ingiunta, ed accingevasi a menar vita più fervorosa. Quindi era l'andar egli sempre di giorno in giorno avanzandosi nella carriera intrapresa della perfezione e nell'esercizio delle virtù: ibat de virtute in virtutem, senza mai rallentarsi al par della luce, a cui rassomiglia lo Spirito Santo coteste anime sante, che procedit, crescit usque ad perfectam diem.
Confessatosi, era suo costume non accostarsi l'istesso giorno alla mensa Eucaristica, ma bensì nel seguente, onde potesse prepararsi in miglior maniera. Gli atti virtuosi, che più frequentemente premetteva alla Comunione, erano due, rilevati dal suo confessore in Loreto col precetto d'ubbidienza: umiltà profondissima, desiderio ardentissirno; entrambi includono la fede viva.
Umiltà. Le grandi illustrazioni altrove esposte, siccome gli faceano conoscere, per quanto ne possa essere capevole un viatore, la grandezza infinita di Dio, così gli formavano ancora chiaramente una viva cognizione del proprio niente: quindi stupiva, come tal maestà si abbassasse ad entrare nel petto di chi non era, che un puro niente, ed una creatura miserabile, che nulla contava tra l'altre creature: su tal riflesso s'inabbissava nel proprio nulla, e dall'atteggiamento esterno del corpo traspariva l'umiltà del suo cuore. Replicava col centurione: Domine non sum dignus. Più si profondava riflettendo, che oltre all'esser niente, era un peccatore vilissimo, un ingrato, un audace, non meritevole d'altro, che dell'inferno. Queste riflessioni prevalevano tanto in lui, che alcune volte, quando non ne era espressamente comandato, si asteneva dal comunicarsi: il che confessò egli stesso interrogato al P. Temple. Qualora però i confessori glie ne davano il comando, preferiva l'ubbidienza all'umiltà, comunicandosi anche successivamente due o tre giorni; pregiandosi di dipendere sempre dalla loro direzione. Quindi fu che in Loreto, prima di mettersi sotto la direzione del P. Temple, essendosi esibito il sacerdote Valerio, un de' ministri della santa casa, a comunicarlo, trovandosi egli profondato nei pensieri della propria indegnità, gli rispose: come volete, che essendo io un povero peccatore, possa accostarmi in quel santo luogo a comunicarmi? Ciò non ostante comandato obbedì e communicossi.
Più chiara prova dié in ciò della sua umiltà e della sua obbedienza per quello, che gli avvenne con un confessore in Roma. Avendo questi soggiunto dopo la confessione a Benedetto, che andasse a comunicarsi, sentì rispondersi con queste parole: bisognerà, che mi prepari anche qualche giorno. Questa risposta persuase vieppiù al confessore la vivezza del suo amore e la profondità del rispetto verso Gesù sagramentato. Ho io ravvisato, dic'egli che quest'anima benedetta, prima di ricevere il suo amato Signore, desiderava preparargli il cuore e l'anima sua con una proporzione, e disposizione specialissima e da pochi usata; non contentandosi di quella poca preparazione, che comunemente da cristiani, ancorché dabbene, suol farsi. Quindi avendo egli conosciuto in Benedetto da una parte una coscienza monda, delicata, esente ancora da ogni peccato veniale; e dall'altra un profondo rispetto, ed amore insieme al santissimo Sagramento, gli ordinò, che andasse pure a comunicarsi in quella stessa mattina. Ubbidì prontamente il servo di Dio, soggiungendo soltanto: dunque questa mattina, mi preparerò un poco più; poi mi comunicherò. Contento il confessore di sua ubbidienza, lo benedisse e gl'impose di pregare Gesù per lui.
Desiderio ardentissimo. Riflettendo egli all'amore infinito di tal maestà verso l' uomo, avvampava d'una brama vivissima di riceverlo: prorompendo in espressioni maggiori di quelle, dice il suo confessore, che sogliono farsi da un pazzo amante del mondo. Mio bene, replicava ...mio bene ...mio tutto ...solo ed unico oggetto del cuor mio. Deh venite!... vi bramo ...vi sospiro ...vi aspetto ...ogni piccolo indugio mi par mille anni ...VENI DOMINE JESU ET NOLI TARDARE.
Aveva, siegue a dire il confessore, fame e sete grandissima di questo celeste cibo: a me sembrava appunto quel cervo assetato, che descrive il Salmista: QUEM AD MODUM DESIDERAT CERVUS AD FONTES AQUARUM; ITA DESIDERAT ANIMA MEA AD TE, DEUS. Sospirava con vivo ardore l'accostarsi alla sacra Mensa per unirsi a Gesù di cuore, di volontà. Bramava non aver altro cuore, se non quello, che fosse conforme al Cuore di Gesù; non voler altro che Dio. Ritornandogli alla mente il pensiere della propria indegnità, il sottomettea tosto a quello dell'amore e della obbedienza; confessandosi sfornito delle disposizioni proprie per ricevere un tal'ospite, suppliva coll'offerire al Signore le disposizioni e gli affetti, onde ricevuto l'avea la sua Santissima Madre, gli Apostoli e tutti i Santi.
Così ben disposto appressavasi alla sacra Mensa con tal modestia, con atteggiamento sì umile, che traea l'ammirazione di chi il mirava, dovunque si comunicasse: e qualche volta fu veduto spargere ancora lagrime per ricevere Gesù. Un Sacerdote ben degno, che comunicollo un giorno di sua mano all'altare della Santissima Annunziata nella chiesa di S. Ignazio, attesta con queste parole il gran fervore osservato in lui. Restai sopraffatto da un certo sentimento interno di maraviglia, di stupore, di tenerezza, nel vedermi avanti il povero suddetto. (il che non provò con alcun altro di quei molti, che per sua mano comunicavansi). Osservai dal suo esterno una grandissima disposizione nel ricevere il corpo di Gesù Cristo, che mi commosse internamente. Onde nel fare il segno della santa croce coll'Ostia consagrata e dire: CORPUS DOMINI NOSTRI JESU CRISTI ETC. Mi avvidi, esser tanto il fervore e la divozione di detto povero nel ricevere la sacra particola, che m'intenerì, mi commosse e mi sorprese: e per tutto il tempo, che continuai a comunicare altre persone ed a finire la celebrazione della Messa, l'avevo sempre presente agli occhi, e consideravo la sua eccellente disposizione. Così egli. Tornato appena in sagrestia non potè trattenersi, che non ne facesse le maraviglie, interrogando il servente chi mai fosse quel povero; cui rispose ancor egli ammirato, confessarsi col signor abate Marconi. Simile commozione di affetti attestano bene altri molti, sperimentata da loro nel vederlo comunicarsi in Roma, in Loreto, in Fabriano ed altrove.
Qual poi fosse il metodo del suo ringraziamento, quali gli affetti, dovette egli stesso palesarlo al sopraddetto confessore, che a ciò obbligollo espressamente. Ravvivare la fede della presenza reale di Gesù nel suo petto; adorarlo riverente in union degli angeli e della Santissima Vergine: stupire di tal degnazione, sprofondarsi nel suo niente, confessarsene indegnissimo, indi fargli delle offerte generose e delle preghiere di certe grazie, che son proprie soltanto d'anime molto elevate. Giova qui riportarle, com'egli appunto le riferì al suo confessore in latino, che poi a vantaggio di tutti ripeteremo tradotte in italiana favella. Domine Jesu, mortificem me et vivam in te: quaecumque evenient accipiam a te. Persequar me, sequar te semper, optem sequi te, fugiam me, confugiam ad te, dignus sim defendi a te, timeam mibi, timeam te, simque de electis a te, diffidam mihi, fidam in te, obedire velim propter te, in nullo afficiar nisi in te, aspiciam in me ut diligam te, voca me ut videam te, et in aeternum potiar te. Così egli; che vale quanto nell'italiano: Gesù mio Signore, fate voi ch'io mortifichi me e viva in voi, che pigli dalle vostre mani qualunque cosa mi verrà prospera, o avversa, che perseguiti me stesso e siegua voi costantemente: che brami sempre più di seguirvi; che fugga da me, che mi ricoveri in voi; sia degno d'essere da voi protetto; tema voi onnipotente, tema me che sono proclive al male, sia nel numero dei vostri eletti, diffidi di me stesso, confidi in voi, ubbidisca a tutti per amor vostro, non mi muova cosa alcuna terrena, se non in voi. Datemi un guardo benigno, che mi spinga ad amarvi; chiamatemi a voi, perché veggavi in cielo e vi goda come cosa mia in eterno.
Comunicatosi in maniera sì fervorosa e straordinaria, si può congetturare il gran vantaggio che riportar dovea dalle sue comunioni. L'effetto dei sagramenti d'ordinario va a proporzione della disposizione di chi li riceve. Or da tal disposizione quale effetto seguir ne dovea? Non recherà maraviglia, quanto si è da me detto delle sue eccellenti virtù, delle lunghe orazioni, del distaccamento totale dalle cose terrene e da sé stesso; poichè io punto non dubito, essere stato tutto effetto delle fervorosissime sue comunioni. E se dopo la prima comunione che fece per mano del vescovo di Boulogne in Erin, ragazzetto di anni a un di presso dodici, videro tutti sensibilmente aver'egli raddoppiato il fervore, più ristretto il ritiro, più frequentata la chiesa: pensate voi quanto più vantaggiosi effetti avrà ricevuto di mano in mano nelle altre comunioni, fatte con troppa maggior disposizione di quella che adoprar poté nella tenera età. Tal sarà parimente in voi, lettor mio, l'effetto delle vostre comunioni, quale sarà la disposizione, onde vi ci appressate: non fà però maraviglia, che ritorniate dalle comunioni tal quale ci andaste, niente migliorato, perché non bene preparato.

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CAP. XIII.

Suo filiale amore verso la Madre di Dio. Sua divozione speciale ad alcuni Santi.


Quanto sia stato grande, tenero e sodo il suo amore verso la Santissima Vergine Madre di Dio, può chiaramente conoscersi dall'amore sviscerato, ch'ebbe sempre verso il suo figlio santissimo Gesù. Questi due amori non vanno mai disgiunti. Non può amarsi Gesù, senza che s'ami la madre: né può amarsi con vero amore la madre, senza che si ami Gesù, come ben riflette il Ven. Padre da Ponte sulle parole dell'evangelio: invenerunt puerum cum Maria matre ejus. Vanno anzi del pari, salva la proporzione: diviene tanto più vivo l'amore di Maria, quanto è più vivo l'amore di Gesù.
Quindi essendo stato l'amore di Gesù nel cuore di Benedetto una viva fornace di amore continuato, che tener non potea racchiuso in petto, senza che talora, malgrado l'impegno che avea di occultare tutto, non uscisse fuori qualche fiamma sensibile, è facile l'inferire la vivezza del suo amore verso la santissima madre Maria.
Egli sin dalla tenera età si scelse per madre la santissima Vergine per avvocata e protettrice speciale, ed in lei dopo Dio, teneva tutte sicuramente riposte le sue speranze, come disse al confessore padre Temple. Quando poi cominciò la carriera del tenore di vita austerissimo ispiratogli sensibilmente da Dio, non pensò più alla madre carnale, onde le scrisse nell'ultima sua lettera, che non si sarebbero più veduti, se non nella valle di Giosafatte: e confermò con più d'ardore la scelta di Maria per madre, tutto abbandonandosi al materno suo seno. Dichiarossi in faccia al mondo per figlio di Maria col portar sempre pendente dal collo per sua divisa il rosario, sin che morì: apertamente ne facea pompa, e fregiavasene assai più di quel che fanno i nobili di quelle insegne d'onore, che li distiguono fra la turba degli altri; il portava di continuo per le pubbliche vie, nei suoi pellegrinaggi, nelle chiese e da per tutto.
Recitavalo poi in ossequio di Maria ogni giorno, non alla maniera comune, ma contemplandone i misteri profondamente, in atteggiamento divotissimo, composto e riverente. Nell'ospizio del Mancini, recitando cogli altri poveri ogni sera il rosario, si distingueva fra tutti, come la luna fra le stelle. Stavano gli altri a sedere per connivenza che usava loro il custode, a ragione dei morbi, o della debolezza. Benedetto però sempre in ginocchio: benché stimolato dal custode a sedere, in riguardo ai suoi gravissirni morbi ed allo spossamento di forze. Si vedeva la svogliataggine in altri dal frequente sbadigliare, dal sito irriverente, in taluno ancora dal dormicchiare, ond'era costretto il custode a riprendere ora questo, ora quello. L'attenzione, la riverenza, onde recitavalo Benedetto, era tale, attesta il custode medesimo sommamente edificato: che si vedeva chiarissimo, essere egli tutto riconcentrato in sé stesso, e nell'interno penetrato; cosicché alcuni poveri, che l'aveano sotto l'occhio, dicevano tra loro in voce bassa: ecco Benedetto, che già va in estasi.
Quand'era in Roma, portavasi ogni venerdì la mattina nella chiesa di S. Marco nell'altare di Maria Santissima Addolorata; ed ivi dopo un lungo contemplare i suoi dolori, recitava cogli altri, internato nelle pene di Maria, la coroncina solita ivi recitarsi, né di là partiva, se non dopo di avere ricevuta la benedizione del Santissimo esposto; sicuro, che col figlio il benedirebbe ancora la madre. La sera parimenti verso il fine del giorno trovavasi pronto alla recita delle litanie della santissima Vergine nella sua chiesa di santa Maria de' Monti, che suol farsi ogni sera. Così quando era in Loreto, o altrove, e dovunque fosse, si edificavano molto gli spettatori di sua straordinaria riverenza, modestia, attenzione: tanto più ammirato, quanto più il vedeano cencioso, povero, macilente. Per suo costume ravvivava tra giorno frequentemente l'amore verso Gesù, e Maria coll'invocazione del lor santissimo Nome: il che non sapendosi da un confessore, che gliel'insinuava, intese rispondersi, che già l'aveva in uso, ma che l'userebbe più spesso per ubbidirlo.
In virtù di questo ardente suo amore verso di Maria, stavasi le ore intere a contemplarne i pregi avanti le immagini più celebri di Roma, o di altre città. Facea scopo di queste sue contemplazioni, ora il pregio singolare della sua Immacolata Concezione, che venerar solea con modo specialissimo, ora i suoi dolori, da' quali sentiva come traffiggersi il cuore: talora la dignità sublimissima di Madre di Dio; le sue grandezze in cielo, i suoi misteri in terra. Avanti la sacra immagine di Maria santissima, collocata sull'Altar maggiore della chiesa di Santa Maria in via Lata, quand'era scoperta alla pubblica adorazione, se ne stava genuflesso, divoto, col volto e cogli occhi fissi verso l'amata sua Madre, mirandola, e contemplando tutto assorbito in essa; generando in chi notavalo, grande ammirazione insieme ed edificazione.
Non fà d'uopo qui ridire la sua dimora di giorni interi, senza badare a pranzo, nella Santa Casa di Loreto; le contemplazioni sublimi in ginocchio, le lagrime di tenerezza, gli affetti, gli sfoghi d'amore, considerando sé essere in quella medesima Casa, che servì d'albergo alla gran Madre di Dio. Ciò si è abbastanza esposto nel Capo V. e VI. della seconda parte: ivi conoscerassi l'ardentissimo suo amore verso la santissima Vergine. Restava in quella Santa Casa così compreso dall'amore, che avvisato una sera darsi dai ministri della Santa Casa il pane e il vino a' poveri mattina e giorno, e che potrebbe ancor'egli parteciparne; non curò punto di godere tal carità, né mai fu veduto tra gli altri: fu sibbene veduto in chiesa tutto intero il giorno, contento solo del nutrimento spirituale e di starsene coll'amata sua madre.
Lunghissime altresì erano le sue dimore affettuose, le sue contemplazioni d'innanzi l'immagine della santissima Vergine nella gran basilica di Santa Maria Maggiore, nella chiesa del Nome Santissimo di Maria, in quella del titolo di Loreto, ed altre molte. Bastava che fossero immagini dell'amata sua madre, per riscuotere da Benedetto venerazione, ossequi ed affetti tenerissimi.
Sopra ogni altra però venerar solea quella espressiva e bella immagine di Maria che sta sull'altar Maggiore nella chiesa dei Padri Pii Operari, intitolata Santa Maria dei Monti. Avanti a questa per molti anni passava quasi tutta intera la mattina, sempre in ginocchio, sempre contemplando con occhi a lei fissamente rivolti: parea che si liquefacesse in santo amore, né potea trattenere gli affetti interni, che non scoppiassero fuori con certe parole, riferite da chi a bella posta gli si metteva d'appresso, tutte indicanti l'interno suo amore: Madre mia, dicea Madre mia Maria, ed altre, che non giungevan bene all'orecchio di chi cercava di udirle. Stava, dice un altro, d'innanzi a questa immagine in ginocchio con tal modestia, compostezza, riverenza, che sembrava pari ad una statua immobile; e mirava con tali affettuosi e fissi sguardi Maria, che l'avreste creduto assorto nell'amore di quella: né per rumore che si facesse in Chiesa, né per qualunque circostanza distogliea mai gli occhi suoi da Maria. Chiunque miravalo. provava compunzione e tenerezza. Molti portavansi a bella posta in detta chiesa e fatta una breve adorazione al divin sagramento, si mettevan di proposito a mirarlo, destandosi ne' loro cuori affetti di compunzione, di tenerezza e divozione più vivamente nel mirar quell'innamorato servo della madre Santissima, che nell'ascoltare le prediche.
Mostrano finalmente l'ardentissimo amor suo verso Maria tanti pellegrinaggi ad onor di Lei; e quei di Loreto, e quei di Einsidlen, e di Roma, e di altrove. Ma il mostra soprattutto la imitazione perfetta delle virtù di lei: illibatezza di costumi, purità angelica, disprezzo del mondo e di sé stesso e quanto altro di virtuoso è stato esposto in questa terza parte, procurando egli, quanto il più potea, formarsi una viva copia delle virtù di Maria, consistendo principalmente l'amore verso Maria non nei pellegrinaggi, nelle visite, nelle preci; ma nell'imitarne le virtù; come scrisse S. Girolamo: Dilectissimi, Mariam colite, quam amatis sed tunc vere amatis, quando imitari volueritis, quam amatis.
Dopo d'aver narrato l'amore e gli ossequi di Benedetto verso Maria, sarebbe qui luogo opportuno di esporre la corrispondenza della benignissima Signora all'amore di Benedetto. Ella è d'un cuore sì grato, sì dolce, che ricompensa gli ossequi anche in questa Terra a' servi suoi con favori, e grazie specialissime. E che veramente ne abbia compartite di molte a questo suo così fervoroso amante, io punto non ne dubito. Ma come posso esporle, non le trovando nei processi, ch'è l'unico sincero fonte, d'onde ho cavato quanto contiene quest'opera? Né in quelli possono trovarsi, poiché Benedetto per la sopraffina sua umiltà tenne sempre gelosamente occulto, quanto riceveva di grazie da Dio o da Maria; né mai scoprì cosa alcuna a chi che fosse, di quanto passava tra l'anima sua e Dio; se non solo allorché veniva forzato da precetti formali di santa ubbidienza, a rispondere su certi determinati punti. Scopriva poi ciò, di che veniva precettato con tal ripugnanza, fra tanti sospiri e lagrime, che disanimava i confessori ad inoltrarsi più a dentro, per non affliggerlo di vantaggio. Io non trovo nei processi, che alcuno di tanti confessori, ch'egli ebbe in varie città, l'abbia mai interrogato ed obbligato a dir le sue visioni, le apparizioni di Gesù e di Maria, d'alcuni de' suoi Santi, i favori, le grazie. Se l'avessero interrogato, son sicuro, che l'avrebbe svelato per l'ubbidienza, che tanto amava.
Ciò non ostante due soli favori, che trovo nei processi, bastar devono per argomento del resto. Il primo è ciò che gli avvenne in Loreto nel primo e secondo anno che vi si portò da pellegrino, e fu un'estasi straordinaria e lunga, ivi allora non avvertita; non essendosi ancor fatta palese, come poi si fece, la sua santità.
Soleva egli, dopo la dimora divotissima di tutto il giorno nella santa casa dormir di notte all'aria aperta nei primi anni; se pur era un dormire. Or una sera tornandosene a casa un dei serventi della Basilica, a un di presso all'ore due di notte, e passando al buio sotto la volta contigua alla chiesa, per quel sito dov'è un'immagine miracolosa della santissima Vergine, urtò nei piedi di persona, che stava prostesa per terra sotto l'immagine suddetta, e poco mancò, che non cadesse. Vedendo che la persona non si mosse punto, né si riscosse, sospettò che fosse un ubbriaco. La mattina seguente sul far del giorno e prima del tempo di aprirsi le porte della chiesa, volle accertarsi se fosse ancor ivi quell'ubbriaco: ma con suo stupore vide e conobbe chiaramente ch'era Benedetto, il quale duravala ancora nel sito stesso, prosteso colla faccia per terra in atto di adorare l'immagine suddetta. A tal vista sorpreso si ricredette tosto, e come già S. Pietro a' giudei, che giudicavano gli Apostoli ubbriachi, quando li videro pieni di santo fervore per lo Spirito Santo già ricevuto, così disse pur egli, riferendolo di poi al confessore P. Temple: non est hic ebrius d'altro vino, che del celeste. E il confessore glie ne mostrò gran piacere, soggiungendo esser colui veramente un santo pellegrino: e volesse Dio, gli disse, che noi fossimo ancora suoi imitatori.
Restai ancor io sorpreso dallo stupore nel leggere un tal fatto; e confesso, che fra le tante estasi, che altrove ho esposte, questa più che ogni altra mi sorprese, per cagion del luogo aperto, del tempo notturno, del modo straordinario, e della durata d'una notte intera. Io non dubito di asserire, che lo avesse allor degnato la santissima Vergine di un qualche saggio della sua celestiale bellezza e della sua gloria; saggio, che per tal modo assorbillo, che lo rese insensibile all'urto improvviso, e che lo costrinse dolcemente a prostrarsi ossequioso a terra boccone, come il vecchio e giovane Tobia, quando l'Arcangelo Raffaele si scoprì loro: ceciderunt super terram, in faciem suam. Se non che quelli vi stettero riverenti e fermi per sole tre ore; ma Benedetto per tutta intera la notte.
Da ciò potrà chiaramente argomentarsi, di quante altre grazie sarà stato egli favorito da Maria santissima, le quali a noi ha tenuto cautamente celate la di lui grande umiltà.
L'altro favore è, che la santissirna Vergine fece sì, che Benedetto terminasse l'ultimo giorno di vita mentre stava riverente orando sotto la sua santa venerata immagine nella chiesa di Santa Maria dei Monti. Era stato da buon'ora sul mattino orando a' suoi piedi; vi si era fermato sino alla metà della mattina. Ivi sorpreso da un forte deliquio a' pié di Maria, sentendosi come invitato dalla madre alla celeste sua casa com'egli visitata l'avea sì spesso nella sua casa terrestre, non reggendogli più le forze, uscì dalla chiesa con volto da moribondo; fermossi su li gradini esteriori della chiesa, d'onde poi trasportato a braccia altrui nella casa vicina di caritatevoli persone, nel giorno sesto morì come si narrerà a suo luogo.
Venerò anche Benedetto i santi tutti, come cari a Dio: e quelli specialmente, ch'ebbero attinenza colla madre santissima, o per parentela o per divozione speciale. Sopra tutti fu divotissimo dello sposo della santissima Vergine, e padre putativo di nostro Signor Gesù Cristo S. Giuseppe. Così delli tre santi arcangeli S. Michele, S. Gabriele, S. Raffaele; dell'apostolo S. Giacomo e di altri. Uno de' suoi più prediletti fu S. Francesco d'Assisi; mostrando la sua vera divozione non tanto col visitarlo in Assisi sul principio de' suoi pellegrinaggi, coll'ascriversi alla sua confraternita dei Cordigeri, e col recitargli le prescritte preci giornaliere, quanto col camminar sull'orme virtuosissime di sì gran santo. L'imitò così perfettamente, che come depone il suo confessore P. Temple, a riserva delle Stimmate e della fondazione degl'Ordini, si rese una copia vivissima dell'estrema sua povertà interna ed esterna; del disprezzo di sé stesso, dell'amore serafico verso Dio, e di tutte le altre virtù, che tanto fregiavano lo spirito di S. Francesco e il fradistinguono fra il numero glorioso degli altri santi.

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CAP. XIV.

Della sua sopraffina carità verso il prossimo. Si narrano atti eroici.


L'amore di Dio e l'amor del prossimo van sempre del pari: sono come i due occhi che abbiamo in fronte: sono due, ma una è la vista. Quindi dal grande amore di Benedetto verso Dio può bene inferirsi il suo grande amore verso il prossimo. Ammesso egli per divin favore a contemplare le grandezze di Dio, gli accessi di amore verso l'uomo, massime nella passione, e quindi acceso di quell'ardentissimo amore, che già fu esposto, amava ancora tenerissimamente ogni uomo, considerandolo come viva immagine di Dio, opera delle sue mani, come ricomprato col prezzo infinito, sborsato dal divin Redentore. Passando ora a provare l'amor di Benedetto verso il prossimo, converrà esporre le sue azioni intorno a quello; poiché probatio dilectionis exhibitio est operis.
Due sono gli oggetti della carità del prossimo, il corpo e l'anima. Quanto al corpo, fu attentissimo Benedetto sin dalla puerizia a non profferire mai parola, a non far mai atto veruno, onde risultar potesse anche piccola offesa alla persona, o alla fama di chi che fosse: cosa propria, dice l'apostolo san Giacomo, di chi è perfetto: si quis non offendit in verbo, hic perfectus est vir. Ciò fu notato da molti, che con lui convissero, e l'attestarono poi nei processi. Pur questo è poco. Al negativo del non far male a veruno, aggiunse il positivo, di far bene a chiunque potesse; e con tale amorevole impegno, che non gli sembrava malagevole qualunque cosa gli si proponesse spettante al servizio di Dio e al bene del prossimo.
Accortosi una volta, mentr'era giovanetto, di una fanciulletta caduta ed involta in una fanghiglia nel portarsi a scuola, corse tosto a rialzarla, benché tutto ancor'egli vi s'infangasse: né, per quante diligenze vi adoperasse, potendo quella rinvenire una scarpa, pur Benedetto coll'amorosa sua sollecitudine ritrovolla ch'era tutta sepolta nell'alto fango: né punto acquetossi la sua carità, che non conducesse la meschina piangente fino a scuola.
Interrogata un giorno un'altra ragazza da Benedetto, mentre stava in Erin presso lo zio parroco in età di anni poco più che dodici, perché mai non fosse venuta più a scuola in parrocchia? rispose: Non mel permette la matrigna: e in dir così si diede a piangere amaramente. No, non piangete, le disse subito Benedetto in volto amabile e dolce, consolatevi pure; e la condusse alla casa parrocchiale ove con altri allora trovavasi alla vicina porta della chiesa, ed ivi la fé mettere in ginocchio, le fé recitare un Ave ed un Pater noster; e come giunse al fiat voluntas tua, gliel fece replicare ben tre volte, insinuandole che si conformasse al santo voler di Dio in questa sua tribolazioncella; indi recitò con lei il De profundis per l'anima della madre, l'esortò a non insister più per ritornare a scuola, né darsene veruna pena, dovendo obbedire alla madrigna. Il buon Dio, le disse, supplirà; io il pregherò per voi, fate il voler di Dio; e le fè ripetere tre volte in ginocchio: lodato ed adorato sempre sia il Santissimo Sagramento dell'altare in eterno. Così confortata andossene via quieta e consolata.
Avendogliene parimenti una donna, angustiata da molte tribolazioni, scoperte porzione per riceverne conforto, atteso il gran concetto, che si era formato della sua Santità; ei gliel diede opportuno con dirle quel sentimento, che giova a chiunque sia tribolato. In questo mondo, le disse, siamo tutti in una valle di lagrime non è qui la nostra consolazione: l'avremo eterna in paradiso, se soffriremo le croci in terra. Così di un'altra, che gli narrava molti de' suoi guai, temperò mirabilmente le amarezze, coll' insinuarle la confidenza in Dio, che ci afflige perché ci ama, e che ha gran piacere nel vederci abbandonati nel paterno suo seno. Un'inferma, da più anni giacente per gravi ostinati morbi in letto, s'intese rincorar tanto da sentimenti evangelici confortanti, posti con bella grazia, e con gran fervore in campo da Benedetto, che giunse a dire non aver mai provato da altri un tal conforto.
È uopo qui sovvenirsi di quanto si è narrato nel capo VII. della prima parte intorno all'eroica carità di Benedetto nell'epidemia di Erin con quei molti che ne furono tocchi quando appena egli contava tre lustri, e con evidente rischio della sua vita. È questo un'atto di carità. così eroico, che disse Gesù Cristo non darsene maggiore: majorem charitatem nemo habet, ut animam suam ponat quis pro amicis suis.
In modo speciale però erano i poveri le sue delizie. Con loro, tenendoli in conto di fratelli, usava dividere qualche nutrimento, che ricevea dal suo zio parroco in Erin; procurando ben'anche con arte santa suggerita dall'umiltà, somministrarlo di nascosto. Nel decorso poi della sua vita è noto da per tutto, che loro dispensava le limosine che riceveva da altri. Ogni settimana portavasi stando in Roma, presso la porta di S. Paolo a far limosine ad un Romita ivi abitante. Si privava più volte di quella minestra, che ricevea nelle porte dei chiostri, per darla ad altri, che credea più di sé bisognosi: ma in ciò fare ponevasi sempre nell'ultimo luogo tra' poveri, benchè prima degli altri capitato vi fosse; e chiesto del perchè? rispose: perché temo, che venga per mancare, a chi sia venuto dopo di me. Infatti non essendo talora sufficiente a cagion del gran numero de' poveri che vi accorreva, vedevasi allor Benedetto, che nulla di sé curando, e sollecito solo di supplire alla mancanza, distribuiva agli afflitti nascosamente quattrini. E qualora accorgevasi, che tra quel numero vi avea qualche povera madre, cui bastar non potesse quell'unica minestra per la numerosa figliuolanza che l'era d'intorno, egli pieno di compassione le aggiungea volentieri la sua.
Non mancano tra i poveri stessi degli audaci, ed insolenti. Un di questi capitato una volta alla porta del convento di Santa Maria sopra Minerva, dopo d'essersi già dispensata la solita minestra, ebbe l'audace franchezza di rapirla a Benedetto e vuotarla nella propria scodella. Gran litigio ne sarebbe di ciò nato in persona di altri, ma non così già per Benedetto: egli punto non si turbò, non resistè, cedé volentieri, pronto a cedergli l'istessa sua ciotola. Esecutore perfetto dei consigli Evangelici, eseguì ancora questo: et qui vult tuam tunicam tollere, dimitte ei et pallium; cedi anche il tuo mantello, a chi vuol toglierti la veste inferiore. Si risentì però molto il dispensatore, sgridando quel disgraziato; ma fuggendosene questi, Benedetto aggiunse alla pazienza la carità, scusandolo dall'essere più bisognoso di lui, e però degno di compassione. Queste parole unite alla disinvoltura di Benedetto, siccome calmarono la sua collera, così lo riempirono di ammirazione considerando la soda e fondata virtù di lui.
Quel gran numero d'insetti, che si pascolavano pacificamente a loro bell'agio, sulle carni di Benedetto, gli aprirono un nuovo campo da esercitare la carità verso gli altri. Conosceva ben'egli il grande orrore, che han tutti a tal sorta di schifosi animali: vedevasi abborrito da moltissimi; udiva colle suo orecchie l'avvertimento, che davan gli uni agli altri di scansare in chiesa il suo sito, per cagione di essi. Quindi non appressavasi mai a veruno: scostavasi anzi da per sé stesso, se altri gli si avvicinasse, per timore di comunicargliene alcuno. Non andava allo sportellino del confessionale, essendoci altri penitenti per tal riguardo; trattone soltanto, quando ne avea il cenno dal confessore. Un sacerdote per farlo sedere d'accanto a sé nel passare da pellegrino per Cossignano, dovette adoperare l'armi dell'ubbidienza; tant'era la sua ripugnanza: e chiestone del perchè? rispose con modesto rossore: perchè temo di lasciare in sua casa qualche animaletto schifoso, avendone io di molti addosso. Cosi pure rispose ad un altro sacerdote in Roma, che coll'ubbidienza obbligollo a sedere in casa sua.
Quanto sin qui si è narrato, sembrerà poco a paragone degli atti eroici, ch'esercitò coi suoi persecutori e disprezzatori. Il fare opere di carità a chi non ci fa mal veruno e alle persone dabbene, ell'è prova di carità, non può negarsi; ma prova assai più chiara, ed eroica ell'è, dice S. Tommaso, il soffrire le cose avverse, che ci provengono dalla malevolenza, o passione altrui: Validior probatio dilectionis est sustinentia tribolationum. Molto fu egli vessato da persone insolenti ed audaci: tutto soffrì sempre e anziché querelarsene, o dar segno di risentimento, diceva amici suoi i suoi nemici; imitando Gesù Cristo, che disse amico il discepolo traditore; amice, ad quid venisti? E cercava far loro quel bene, che solo far potea, pregar per loro ed interporsi come avvocato presso chi volevali onninamente puniti. Molti di questi casi particolari ci sarà più opportuno narrarne altrove, e soprattutto allorchè saremo giunti a parlare della sua Umiltà.
Giovanetto in Erin, presero a perseguitarlo due in casa dello zio parroco, fatti audaci dalla sua imperturbabile tolleranza. Un condiscepolo malmenavalo or con motteggiamenti, or con disprezzi, trattandolo da bacchettone. Benedetto tacque sempre, soffrì, anzi s'interpose presso lo zio in suo favore, avvisatone dalla serva di casa, riprendendolo questi acremente, e facendo mostra di dar mano a' castighi; atto, che trasse l'ammirazione dei domestici. Più audace di costui un servo dello zio l'insultava, il maltrattava or con parole, or con atti sprezzanti, ed or con servirlo sgarbatamente. Non fu mai che Benedetto se ne lagnasse, o ricorresse allo zio né solo soffriva; mostrava anzi piacere dei maltrattamenti, come trovo deposto, da chi ammirato vedeva tutto.
Un suo confessore in Roma lo richiese se gli avvenisse mai cosa che il disturbasse. Obbligato a rispondere disse, che qualche volta i ragazzi si prendevano di lui spasso; malmenandolo con parolo e con percosse, trattandolo da matto e scagliandogli dei sassi, torsi di cavoli e melarance, senza che lor ne desse alcun motivo. Ma che non se ne sturbava punto: nulla curava delle derisioni e degli strapazzi; li compativa, li perdonava di cuore tra sé e Dio, senza provare nell'animo suo non che titillamento alcuno d'odio, o di rancore: ma sperimentando piuttosto interna tranquillità. Un altro confessore in Loreto il costrinse a dirgli con qual'occhio guardasse quei che lo deridevano, o maltrattavano; rispose questi: si considerano da me, come veri amici, perché mi danno occasione di merito e di adempire il precetto di nostro Signore Gesù Cristo, di amare i nemici e pregare per essi.
E che fosse veramente così, il mostra chiarissimo l'impedire chi prendendo le sue difese in Roma, volea avanzare querela presso il Governo contro tali audaci. No, dissegli il servo di Dio, non si avanzi querela, quanto si soffre per amore del Crocifisso è poco. Atti così eroici sono questi che un suo confessore in Roma sorpreso dalla sublimità di perfezione della sua grand'anima, giudicò disfarsi della sua direzione, credendola per sua umiltà troppo superiore alle sue forze.
Quanto all'altro oggetto della carità del prossimo, cioè l'anima, Benedetto, benché non fosse da Dio destinato al grado di predicatore, di maestro, di dottore ecclesiastico, pure cooperossi molto alla salute delle anime nella miglior maniera, che permettevagli lo stato suo: ciò facendo e colla lingua, e colle orazioni, e cogli esempi di un fedele cristiano.
Com'egli cominciò ad amare Dio, sin da che gli balenò alla mente l'uso di ragione, così fin da quel tempo amò l'anima del prossimo, insinuando sempre in tutte le occasioni il santo timor di Dio, e l'osservanza de' suoi divini precetti a coloro, che l'età sua allor tenera, trattar potea. Istruiva da sé i fanciulli ch'erano al di sotto dell'età sua. Parlava delle cose eterne, delle verità di santa fede, dell'amor di Dio verso l'uomo con tal fervore ed energia, che produceva gran commozione di affetti in quanti si abbattevano a sentirlo. Instillava in alcuni una viva confidenza in Dio, in altri corrispondenza alla passione del Redentore, in molti disprezzo del mondo. Ragionando con un suo condiscepolo della vanità, e bassezza delle cose temporali a paragone delle eterne, l'indusse bel bello a consagrarsi a Dio nell'ordine rigoroso dei Certosini, ove il condusse egli stesso, come una gloriosa sua preda. Usava la santa industria, quand'era giovinetto di leggere a voce chiara e con posatezza qualche libro spirituale non solo a' domestici, ma a molti del vicinato, che l'ascoltavano non men con piacere, che con profitto. Adempiendo il precetto della correzione fraterna, avea la santa intrepidezza, anche giovane, di correggere con buona grazia i suoi fratelli in casa qualora o disubbidivano, o commettevano qualche difetto. Ammoniva i suoi compagni di scuola, quando mettevano in campo discorso mendicevole, o facessero cosa contraria alla carità.
Ne' suoi pellegrinaggi, e poi fermo in Roma, qualora si accorgeva di qualche atto pregiudiziale all'onor di Dio, o alla carità del prossimo, non temeva punto di correggere chi che fosse; sempre però con volto placido, e di buon garbo. Oltraggi grandi, percosse, calpestamenti, gli produssero non rade volte somiglianti correzioni: ciò che fia meglio esporre al capo di sua umiltà.
Orando un giorno in una chiesa, gli si appressò persona civile per dirgli non sò che; Benedetto non gli dié retta veruna facendogli però ben conoscere il rispetto, che devesi a Dio nella sua casa, e l'indecenza di ciarlare in essa. Sentì una volta per accidente dalla bocca d'un ecclesiastico certa proposizione, che feriva direttamente la carità del prossimo. Il servo di Dio gli fe' intendere rispettosamente l'orrore di sua proposizione conchiudendo, che ove si tratta di carità di prossimo si deve sagrificare tutto. Nelle circostanze opportune presentandoglisi l'occasione, non lasciò mai di correggere, d'istruire chi mostravasi ignorante o di ciò, che si deve credere o di ciò, che deve operarsi. Avveniva talvolta di non aver campo da correggere chi mormorava del prossimo in sua presenza, e di altri a cui spettava il correggere. Il servo di Dio non potendo fare colla lingua, adoperava il rimedio che dà lo Spirito Santo: Ventus aquilo dissipat pluvias: et facies tristis linguam detrahentem; mostravasi in aria così grave, e mesta, che bastava solo il mirarlo per tacere e restarne corretto.
Cooperossi in secondo luogo al ben dell'anime coll'orazione, pregando ogni giorno Dio per la conversione dei peccatori e degli infedeli. Nell'assistere al sagrifizio della messa, ascoltando le orazioni, che proferiva il celebrante, univasi con lui indirizzando a Dio con viva brama le sue preghiere per la loro conversione. Trovandosi una sera alloggiati certi pellegrini francesi in un luogo, ove per accidente era stato collocato Benedetto in una cameretta contigua alla loro, sentirono per buona parte della notte uno, che in essa non solo porgeva a Dio fervorose preghiere, ma piangeva amaramente per la conversione specialmente dei peccatori. Non sapendo, chi fosse, ne interrogarono anziosi l'albergatore, e riseppero essere quegli un povero, ma santo pellegrino. Bramosi di vederlo, non vollero partir di là, prima che uscendo lui, non lo conoscessero, edificati sommamente e delle sue preghiere, e del suo pianto.
Giovò in terzo luogo alla salute dell'anime coll'esempio. Questo ha più d'efficacia per muovere, che le parole. Anche Seneca scrisse, che la via più breve e sicura per giungere a muovere l'animo altrui, non sono tanto le parole, quanto gli esempi: longum est iter per praecepta; breve et efficax per exempla. Quindi il Divin Redentore prima praticò le virtù, poi le insegnò: Coepit facere, et docere.
Continuo fu l'esempio, che dié Benedetto in tutte l'età, di tutte le virtù, e per ogni luogo. Lo trovo dichiarato in moltissimi fogli dei processi per un modello perfettissimo della perfezione più sublime. Nelle pubbliche vie, nei pellegrinaggi, nelle chiese, dovunque si trovasse, la modestia dei suoi occhi, la compostezza del corpo, l'immobilità nell'orare, la riverenza nelle chiese, era un muto, ma efficace predicare.
I suoi virtuosissimi esempi erano tali, che i confessori lo proponevano a' penitenti per esemplare: insinuando loro, che si specchiassero in Benedetto, ed apprendessero dal suo esempio il modo di orare fervoroso, il disprezzo del mondo, la riverenza in chiesa. Così il P. Don Biagio Piccilli dei Pii Operai: così il P. Temple penitenziere in Loreto: così altri in vari luoghi. Moltissimi di fatto attestano, che bastava soltanto il vederlo per restarne sommamente compunti, commossi, ed animati al bene. Molti depongono l'istesso sentimento, che fu deposto nei processi da un ammiratore del servo di Dio; cioè, che vedendo il continuo suo tenor di vita così umile, fervoroso povero, vedendo nella persona d'un mendico e pezzente, un esercizio d'orazione così fervoroso, e continuo si è sentito spingere ad avere maggior cura dell'anima propria, vergognandosi d'essere molto inferiore alla pietà di un cencioso. Chiunque leggerà in quest'opera le azioni illustri di Benedetto, se pur leggeralle posatamente e con retta intenzione, proverà senza dubbio in sé stesso qualche commozione di affetti: e quindi potrà inferire, qual commozione produr dovea, il vederlo, il sentirlo, il trattarlo: ell'era tale, che il suo confessore Padre Temple non ha difficoltà di dirlo simile a S. Francesco nell'edificazione, per le tante relazioni uniformi, che rilevò da molti.
Le anime del purgatorio son'ancora oggetto della carità fraterna, essendo capaci di ricevere da' suffraggi dei viatori alleggerimento e proscioglimento dalle pene, che ivi soffrono. Fu Benedetto sempre sollecito di acquistare quante potea indulgenze in refrigerio loro. Avea di mira principalmente l'anime più abbandonate; applicando a loro suffraggio le sue preci e i sagrifizi delle messe, che ascoltava.
Questa sua sopraffina carità verso il prossimo, esercitata coi bisognosi e cogl'infermi e coi suoi persecutori stessi, dà chiaramente a divedere, che era in Benedetto il vero spirito di Gesù Cristo, il quale voleva che desso fosse appunto il carattere de' suoi discepoli e seguaci: in hoc cognoscent omnes, quod discipuli mei estis, si dilectionem habueritis ad invicem. Da questa, conoscere può chiaramente chiunque, se ha in sé il vero spirito di Gesù Cristo, s'è suo seguace. Se non ha carità, s'impegni ad averla sull'esempio di Benedetto, e si rammenti che il non averla, vien detto presso S. Giovanni, carattere di morte eterna: qui non diligit, manet in morte.

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CAP. XV.

Della sua umiltà profondissima. Tre prove chiarissime della medesima.


L'umiltà altra è interna, altra esterna. L'interna è una virtù dice S. Bonaventura, che scoprendo chiaramente all'uomo il proprio nulla e l'orrore di sue colpe, fà ch'egli concepisca un sommo disprezzo di sé stesso. Ora questa cognizione nasce dalla cognizione di Dio. Chi con lume superno conosce (in quanto è permesso a un viatore) la grandezza di un Dio infinito e l'infinità dei suoi divini attributi, viene a conoscere parimenti in Dio la propria viltà e bassezza; e quindi non può non disprezzare l'essere proprio, qual niente al paragone dell'essere supremo di Dio.
Era Benedetto profondamente penetrato dai lumi vivissimi, onde Dio favorivalo nelle sue contemplazioni; questi gli scoprivano la grandezza, la magnificenza, la maestà di Dio. Quindi conoscendosi cavato dal niente; non aver'altro da sé che il niente; niente poter fare da sé, fuorché peccati; niente meritare, se non l'inferno; formato avea di sé un concetto sì profondo, che prorompeva sovente in espressioni umilissime. Dicevasi peccatore indegnissimo, non meritevole di alzare gli occhi a rimirare il cielo: fig1io d'ira, fig1io di vendetta e di sdegno, caso di malizia: e più frequentemente mostro d'ingratitudine, creatura vilissima ed abbominevole, il più gran peecatore del mondo. Ad alcuni, che gli fecero sentire volerlo vedere, quando stava in casa Sori di Loreto, disse: che curiosita! Vogliono vedere un lupo? Io sono un lupo.
Io so benissirmo, che somiglianti espressioni si usano ancor da molti, che pur non hanno lo spirito di vera umiltà, che vogliono comparire umili, ma non lo sono, dei quali si dice nell'ecclesiastico: Est qui nequiter humiliat se; interiora ejus plena sunt dolo. Guardi Dio però, che taluno dica loro per disprezzo alcuna di quelle frasi umilianti, ch'essi dicono di sé per finzione, o che li trattino, quali essi dicono di essere: basta una parola, un atto a scoprirne il vero: una scintilla sola farà tutto andare in fiamme un monte di polvere. Ma se poi partono da un cuor sincero, e da una viva cognizione del suo niente, indicano chiaramente vera umiltà; come in S. Paolo, allor che disse di sé, essere il minimo tra gli apostoli, indegno del nome di apostolo, il primo tra i peccatori.
La vita austerissima, che menava Benedetto, il disprezzo che facea del mondo, le lunghissime cotidiane contemplazioni, l'angelica purità, le virtù subblimi, onde edificava sommamente chiunque il mirava, mostravano ad evidenza, che le sue umilissime espressioni partivano non da un cuore finto, ma da un cuore sincero e penetrato.
Ma viemaggiormente viene ciò dimostrato da quanto gli avvenne il mese di marzo 1776 nel pellegrinaggio della santa casa di Loreto. Una truppa di gente scapestrata e vagabonda dandosi bel tempo nel viaggio alla santa casa di Loreto, oltraggiava l'onore di Dio con discorsi sconvenevoli e con bestemmie. Benedetto che sfuggir non poté quella strada, si appressò loro; e con maniere dolci ed affabili, con viso placido ed amorevole, cercò correggerli, mettendo sotto il loro occhio il male dell'offesa di Dio e dell'anima propria. Burlandosi quegli empi delle parole d'un pellegrino cencioso e macilente, il maltrattano prima con ingiurie, tacciandolo da pitocco, da ipocrita, da santocchio, da bacchettone. Il servo di Dio soffre e tace: essi imbaldanziti vieppiù, lo buttan per terra; e facendo a gara, il caricano di calci e di percosse. In tanto passan di là per divina provvidenza riguardevoli personaggi a cavallo, e inorriditi dalla strage che facevan quei lupi feroci d'una tal mansueta pecorella, che stava coram tondente se senza resistere o lagnarsi, li sgridarono, e smontando da cavallo minacciarono loro di castigarli; cosicché intimoriti sbandaronsi e fuggirono. Rizzato da terra Benedetto, mostrandosi sereno in volto ed umilmente parlando, disse a quei signori: ch'essi non conoscevano il gran peccatore ch'egli era, degno di peggior trattamento; se l'avesser conoseiuto non avrebbero impedita la continuazione dagli strapazzi. Queste parole dette con tal placidezza ed umiltà, commossero sommamente l'animo loro, stupiti di virtù sì eroica, che dipoi ragguagliarono di tutto il p. Temple in Loreto; siccome ancora due di quella insolente brigata ravveduti dell'operato deposero piangendo all'istesso p. Temple il lor pentimento, per aver malmenato un tal servo di Dio. Somiglianti fatti occorrerà leggere, ove si tratterà del dominio perfetto delle sue passioni. Questa sua pazienza invitta nel soffrire tali strapazzi, basterebbe da sé sola a manifestare il vero spirito di umiltà che possedeva Benedetto: giacché al dire del dottor massimo San Girolamo: Verum humilem patientia ostendit.
La seconda è prendere in tutto l'ultimo luogo giusta l'avvertimento del Redentore: recumbe in novissimo loco. L'ultimo egli collocavasi di fatti nella calca dei penitenti, quando confessar voleasi, l'ultimo in concorrenza cogli altri poveri, riputandosi l'infimo, l'ultimo alle porte de' religiosi per ricevere la carità della minestra solita distribuirsi ai poveri sul mezzo giorno. L'esser l'ultimo gli fruttava qualche volta delle mortificazioni dal portinaio, cui rincresceva molto vederlo per sua lodevol colpa restarne talora senza; e pur Benedetto tacendo e soffrendo i rimproveri, partivasi egualmente contento, e per la privazione della minestra, e pel sopraccarico delle riprensioni. Passando sul mezzodì persona affezionata di Benedetto per la via del monistero dell'Umiltà, si avvide d'una gran calca di poveri, che affollavansi d'attorno al dispensatore della minestra; e vedendo Benedetto starsene divotamente appoggiato al muro di rincontro senza premura di appressarvisi, giudicò dargliene; altrimenti gli disse, ne sarete privo; ma egli andò via placidamente, quasi già ricevuta l'avesse. Qualche volta il Signore, pago di sua umiltà e pazienza, si degnava farlo onorare in quelle stesse porte, ispirando al dispensatore che chiamasse primo a ricevere la minestra quello che stava l'ultimo in atteggiamento composto e divoto; facendo avverare l'ascende superius, a chi recumbit in novissimo loco, come gli avvenne presso il monistero delle Orsoline.
La terza è fuggire gli onori, la stima degli uomini. Benedetto fuggì da quelli con impegno maggiore, più che i mondani fuggono gli obbrobri e i disprezzi, che solo anzi bramavansi da lui. L'esempio del figlio di Dio, tanto malmenato nella sua passione, da lui sovente meditato e con superni lumi chiaramente conosciuto, sì gli avea tocco vivamente il cuore, che incoraggiavalo di continuo ad imitarlo. Quindi era l'andar coperto di cenci per le pubbliche vie: il tollerare l'assedio degl'insetti, che oltre il patimento lo mettevano in orrore agli altri; e quindi l'abborrire tutto ciò, che avesse sentore di stima e di rispetto.
Avendo un giorno incontrato per via una signora, che aveva gran concetto della sua santità, ordinò ad un suo figliuolino, che andasse a baciargli la mano. Appena l'udì Benedetto, che pieno d'orrore scostossi alquanto, e nascoste le mani più addentro nelle maniche del suo sdruscito ferraiuolo, disse raccapricciato: a me la mano? . . . E perchè quella insistendo vieppiù il pregava a permetterlo, e il ragazzetto già gli si appressava, egli nascondendo sempre più le mani e replicando: a me baciar la mano? a me? la fé desistere: ed andò via prestamente.
Un'altra vedutolo tutto raccolto e composto, dopo di avere ricevuta la benedizione del divin Sagramento nella chiesa di santa Maria dei Monti, appressataglisi: beato voi, gli disse, che siete sì buono, raccomandatemi al Signore. Tanto bastò per vederlo come colpito da un fulmine, composto il volto a mestizia, abbassato il capo più dell'usato; e voltandole le spalle, le s'involò dagli occhi, ammutolito per tal modo, che le compagne rimproverarono replicatamente quella per averlo così contristato.
Meno afflitto mostrossi ad un'altra, che vedendolo sulle mosse per la santa casa di Loreto gli disse solo così: beato voi, che andate a visitare questi santi luoghi. Non v'era certamente in queste parole cosa alcuna di suo onore; pure o che sospettasse aver quella qualche stima di lui, o che volesse dir altro, se le tolse d'avanti, dandole appunto quella risposta, che diede il divin Redentore alla donna, quando la sentì dire: beatus venter qui te portavit ete. Beato, le disse, beato chi fa la volontà di Dio.
Ogni parola, ogni atto, che significasse ancor da lungi qualche stima, o buon concetto di lui, era al suo cuore come una mortale ferita. Il portinaro della Minerva accortosi nel dispensar la minestra a' poveri, che facendo essi a gara per esser de' primi, Benedetto stavasene sempre l'ultimo, in un atteggiamento divoto ed edificante, pensò fargli servizio, col riserbarne un poco e dargliela a parte. Bastò quella lieve ombra di distinzione, di onore, per non comparir più in quel luogo. Con più prestezza e con orror maggiore fuggì da una casa, ove ricever solea qualche carità, quando una donna domestica, per l'idea che avea dell'eroica sua santità, chiamollo un giorno col nome di s. Alessio.
Qualora alcuni il supplicavano a pregar Dio per loro, era suo costume o non rispondere punto stimandosi indegno e senz'alcun merito, o prorompere in parole di proprio avvilimento dicendo: essere l'uomo più vile che sia nel mondo, indegno di star tra gli uomini, un gran peccatore. Una piissima duchessa in Roma stimò gran favore per sé, grande umiltà in Benedetto, quando raccomandatasi alle sue orazioni, potè ottenere in risposta sol due parole: l'un per l'altro.
Graziosissimo certamente e asperso di molte virtù, specialmente di umiltà profonda, è il fatto che gli avvenne nel monistero di santa Chiara di Monte Lupone con quelle piissime religiose nel 1781. L'abate sig. Paolo Mancini, amministratore dell'ospizio de' poveri in Roma, ove allora allogiava la notte il servo di Dio, chiedendogli questi licenza di portarsi in Loreto per il solito suo pellegrinaggio alla santa Casa, gli diede in mano una lettera per Monte Lupone, poche miglia distante da Loreto, per consegnarla alla madre abbadessa del monastero di santa Chiara, suor Eleonora Mazza, con cui carteggiavansi per affari del monistero. Diceva la lettera tra le altre cose: io vi mando un santo poverello, che consuma la sua vita in orazione, e l'avea anche di ciò prevenuta con altra lettera.
Capitato Benedetto in Monte Lupone la mattina del Giovedì Santo, portossi prima di ogni altro, secondo il suo costume, nella chiesa del Monistero, ove allora faceasi la sacra funzione di quel giorno. A tutta vi assisté Benedetto sempre in ginocchio, immobile, benchè lasso dal viaggio con una divozione, compostezza e fervore tale, che ad una religiosa rassembrò un angelo, quantunque allor non sapesse chi egli fosse; e ammirata della sua gran divozione, condusse al coretto molte religiose per osservarlo: queste al solo vederlo ne restarono sommamente commosse ed edificate. Più poi quando il videro dietro il Santissimo nella processione, che conducevalo all'altare preparato per il sepolcro, camminando con occhi fissi in terra, e con modestia singolare.
Terminata la funzione, eccolo in parlatorio colla lettera del Mancini. Avvisata l'abbadessa e ricevuta dalla conversa la lettera, appena lette le parole: io vi mando un santo poverello, corse bramosa al parlatorio. Il vederlo e il crederlo un S. Alessio e quasi un ritratto di Gesù Cristo, com'ella attesta, fu tutto l'istesso. Avvisate altre dall'abbadessa, accorsero a gara per conoscere un santo: e tutte vedendo esser quell'istesso, che molto edificate le avea colla sua singolar divozione in chiesa, ne formarono gran concetto e ne restarono prese e commosse, non saziandosi mai di rimirarlo ed ammirarlo.
Una tra quelle vedendolo stare in piedi lacero e pien di cenci, composto, modesto, gli disse, compatendolo: poveretto! Il servo di Dio, che sino a quel punto, non avea proferita parola, rispose: poveretti quelli che stanno all'inferno; che han perduto Dio per tutta l'eternità; e nel nominar Dio, chinò profondamente il capo; le quali parole fecero grande impressione in tutte.
La carità dell'abbadessa gli fe' presentare qualche vivanduccia per ristorarsi alquanto. Pochissima ne prese: e importunato a mangiare di più ricusollo costantemente, pregando che si desse a poveri il di più. Alcune religiose gli offerirono altri cibi: ma non volle accettar più cosa veruna, dicendo: In questo giorno la divina provvidenza mi ha soccorso del bisognevole; non ho bisogno d'altro. Pregato dalla carità di quelle a conservarseli per il dì seguente, Benedetto che mai pensò al dì futuro, contento del vitto giornaliero, rispose: domani, ch'è Venerdì Santo, dedicato alla passione di nostro Signor Gesù Cristo, si mangia solamente un pò di pane, si beve un pò d' acqua, come le religiose saper devono.
Nel ristorarsi fu chiesto da una di quelle: cosa fa 1'abate Mancini? Aspettava sentir cosa spettante al suo stato, o salute. Risponde Benedetto ama Dio. Questo ben lo so, replica l'altra e tornò ad interrogarlo: Ma che cosa fà? Ama Dio, ripeté Benedetto. Intanto accortosi, che si affollavano a gara nel parlatorio le religiose, mostrando di lui qualche concetto e stima, si congedò bel bello e camminando all'indietro, se ne partì. Rimasero tutte stupite ed ammirate per tante virtù, praticate in quel poco tempo: rincrescendo loro al sommo la sua partenza sì sollecita ed impensata.
Tornato a Rorna e chiesto dal Mancini della risposta alla sua lettera, disse candidamente: che al ritorno da Loreto, non erasi portato al monistero a ricevere la risposta promessa, perché le buone religiose si erano raccomandate alle sue orazioni, e gli avean dato mostra di stima, quasi ch'egli fosse qualche cosa di buono, quando non conoscea d'esser altro, che un vil peccatore. Cercò disingannarlo il Mancini, dicendogli saviamente; non aver fatto in questo alcun male le religiose: perché essendo noi tutti peccatori, abbiam bisogno di raccomandarci scambievolmente a Dio per salvarci, giusta il consiglio dell'apostolo San Giacomo; orate pro invicem, ut salvemini. Mentre però Benedetto così abbassava se stesso, capita d'altronde al Mancini la risposta dell'abbadessa, nella quale il ringrazia vivamente del gran piacere recatole col farle conoscere il poverello santo.

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CAP. XVI.

Sieguono altre prove di sua umiltà.


Prove chiarissime sono certamente quelle, che finora si sono per me esposte dell'umiltà profondissima di Benedetto, e sembra ormai non potere questa salire a grado più alto. Eppure giunse più alto col non ritornare mai più a quei confessori, che mostrata avessero qualche stima, o buon concetto di lui. Fu ciò praticato da S. Ignazio di Loiola, che lasciò il suo confessore P. Diego d'Equia, per certe proposizioni che gli fuggivano di bocca, denotanti la gran santità del medesimo. Quindi fu ancora il variare di confessori che facea il nostro Benedetto. Non volea egli da una parte regolarsi da sé nelle vie del Signore; sapendo, che la nave senza timoniere che la regga, sbaglia la via e corre pericolo di urtare: dall'altra avea sommo orrore di vedere in altri concetto diverso di quello, ch'egli avea di sé stesso, cioé di peccatore spregevole; quindi col mutare confessori, che ne mostrassero stima, credeva di accordare bene la direzione coll'umiltà.
Il suo confessore di Loreto P. Temple rapito dalla santità grande di Benedetto, cercava con somma ansietà da suoi nazionali, sinceri e pii, quando erano in Loreto, qualche ragguaglio della sua vita, per conoscere s'era questa conforme al concetto formatone. Da essi rilevò, che Benedetto era un santo, e che la sua umiltà era tanto grande, che quando accorgevasi di essere tenuto in qualche conto dai confessori, subito se ne appartava ed andava da altri: e che se io avevo la bella sorte di confessarlo una volta, forse non ci sarebbe tornato la seconda, se avesse in me scoperto qualche ombra di stima.
Stava perciò l'accorto confessore con esimia cautela su tal punto, ed anziché mostrargli buon concetto, talora lo rimproverava ad arte, trattandolo da gabbamondo, da indegno, da ozioso. Ma pur tutte le sue cautele non gli giovarono punto.
Accadde un giorno, che scostato dal suo confessionale due o tre passi Benedetto, si appressarono al confessore alcuni pellegrini francesi, ed a voce alta gli dissero concordi; o Padre, che gran santo avete confessato! Questo è un altro Sant'Alessio, diceva uno: questo è un S. Luigi Gonzaga, diceva l'altro; tutti esaltando a gara la santità di Benedetto, e replicando più volte le stesse parole. Chiedeva il Padre, perché il credessero un Sant'Alessio, un San Luigi? Sant'Alessio, risposero, per il disprezzo del mondo; S. Luigi per l'innocenza e penitenza.
Appena risuonarono all'orecchio di Benedetto le prime parole di sua lode, che affrettando fuor dell'usato il passo, si scostò velocemente quasi colpito da un fulmine: ne più si fè vedere dal Padre Temple al confessionale. L'umilissimo Padre confessa, che punto di ciò non maravigliossi, sapendo correre fama sino dagli anni più addietro, che per tal cagione poco egli la durava coll'istesso confessore. Incolpa sé stesso quasi reo della perdita di un penitente sì santo, per essere entrato troppo dentro nello spirito di lui colle private conferenze in minutissimi esami; e per non avere intimato subito silenzio a que' pellegrini panegiristi della sua santità. Bramoso era il Temple di riaverlo, di riparlargli: sapendo da Santa Teresa, che da' penitenti di simile carato, è più il vantaggio spirituale, che ricava per sé il confessore, di quel che dal confessore ricavino tali penitenti. Mai più però non poté riuscirgli: volea fargli una volta limosina per via, chiamandolo: ma ciò non valse ad altro, che a fargli affrettare l'usato suo tardo passo per iscostarsene. Pensava chiamarlo, quandò orava in chiesa; ma vedendolo talmente raccolto in contemplazione, non ebbe coraggio di sturbarlo. Dichiara d'essergli molto rincresciuto, di non avere pensato ad imporgli precetto di ubbidienza, sicurissimo che avrebbe tantosto ubbidito. Conchiude, essersi conformato al voler di Dio, credendo avere voluto il Signore mortificarlo, privandolo di sì bramata consolazione.
Per simile tenore non presentossi più dall'altro P. Penitenziere Francesco Maria Almerici, poiché si avvide avere egli ancora concepita qualche stima di lui.
La prova finalmente, che dà risalto maggiore alla profonda sua umiltà, fu l'occultare all'occhio altrui le opere virtuose. Ebbe tutto l'impegno Benedetto su tale occultamento, non perché temesse di vanagloria, che gli fu sempre in orrore. Uno, che conosce la grandezza di Dio, dice San Francesco di Sales, il men che teme fra tutti li vizi, e quello della vanagloria. La cognizione di Dio fà, che si sprofondi nell'abisso del proprio niente. La lucciola, che fà pompa della sua tenuissima luce nel buio notturno, se ne sta poi nascosta in faccia al chiarissimo splendore del sole, quando è nel suo meriggio. Di fatti nel grosso volume de' suoi processi, benché abbia io lette alcune tentazioni già esposte a suo luogo, nessuna però mai ne ho trovata di vanagloria. Occultava dunque le sue virtù, perché come esecutore perfetto dei consigli evangelici, ebbe l'impegno in ogni tempo di praticare la cautela somma inculcata da nostro Signore Gesù Cristo presso San Matteo, intorno al fare con segretezza l'orazione, e l'altre opere di pietà, per non essere simili agl'ipocriti Farisei, che amavano di orare nelle Sinagoghe e nelle piazze, stando in piedi per riscuotere lodi dagli spettatori: attendite ne justitiam vestram faciatis coram hominibus, ut videamini ab eis... Tu autem ora patrem tuum in abscondito.
Egli dunque nelle chiese sceglieva per lo più un sito nascosto ed appartato, per orare quietamente, benché non gli riusciva con ciò, sfuggire la vista di alcuni, che ammirandolo andavano appostatamente ad osservarlo, senza ch'egli se ne accorgesse. Nella orazione sua quasi continua non si vedeva in lui affettazione veruna, né ostentazione, che dare potesse nell'occhio altrui; orava in una maniera così disinvolta, che nulla facea trasparire nell'esterno di quei superni lumi di cui Dio lo favoriva; stava fermo, immobile, genuflesso, colle mani ora incrociate sul petto, ora in atto di tenere aperto qualche libretto ascetico, che somministrava legne all' interno suo fuoco; né mai un rivolgimento di capo, o d'occhi: cosicché il suo orare era d'un grand'esempio, e di edificazione a chiunque abbattevasi a rimirarlo. È ben vero, che alcune volte vedevansi in lui degli atti straordinari; ma ciò avveniva, o perché egli trasportato dal fervore non se ne avvedesse; o perché reprimere non poteva gl'impeti di quella fiamma interna di amore, che gli ardeva in petto; o perché, come accade agli estatici, l'anima tutta immersa in Dio, non sa più né dove stia il corpo, né che facciasi di esso, benché altri a destarlo usassero ferro e fuoco.
Nel resto tutto il suo impegno raggiravasi nel tenere nascoste ad ogni occhio umano le sue virtù, i doni superni: trattine solo i confessori, qualora lo richiedevano con precetto di obbedienza a scoprir loro alcune sue cose interiori. E pure a questi medesimi tanto solo scopriva, quanto bastasse all'interrogazione. Fin cercava di far loro comparire, come effetto di sua naturale inclinazione, la carità verso il prossimo, altrove esposta; ma il saggio confessore P. Temple coll'armi dell'obbedienza venne a conoscere essere la sua carità tutt'altro, che naturale compassione; conobbe, che egli non moveasi d'altronde che dal riguardare i prossimi, come membri di Gesù Cristo: e quindi sentirsi come scuotere, e commuovere intimamente il cuore per compassione specialmente dei poveri.
Nell'istesso vedersi costretto dall'obbedienza a squarciare il velo dell'umiltà, onde coprire volea le sode sue virtù, attesta uno dei suoi confessori; che per Benedetto era un continuo martirio, ed un esercizio continuo di profonda umiltà il manifestare quei sentiimenti quegli atti, che con somma gelosia teneva occulti ad ogni altro. Martirio manifestato da profondi sospiri, che di tratto in tratto tramandava per bocca; dalle poche, ed interrotte parole proferite a maniera d'uno, che fosse ferito, e dall'aria mesta che mostrava nel volto arrossito e confuso.
Collo stesso impegno cercava di occultare la qualità di sua condizione; d'onde derivava l'andare tutto coperto di cenci vilissimi, il non parlar mai dell'onesta sua parentela, degli agi, che goder poteva in sua casa; né mai si lasciò scappare di bocca parola, onde altri inferir potessero qualche cosa di suo onore. Metteva tutto lo studio, tutta l'industria nel nasconder sé stesso e le azioni sue virtuose agli occhi del mondo. Amava di comparire un vile, un abbietto, un meschino. Per quanto però ci si impegnasse, veniva tradita la sua umiltà dalla gentilezza del suo volto, dalla fisonomia, dall'aria di civiltà che traluceva nel suo trattare pulito e raro.
Essendo una volta riuscito ad un sacerdote esemplare di tirarlo in sua casa per provvederlo di cosa necessaria, si avanzò ad interrogarlo di qual nazione egli fosse, e come a queste parti venuto. Benedetto sempre inteso a nascondere sé stesso, rispose essere un francese, un vagabondo. Vagabondo però nol credeva l'interrogante vedendo coll'occhio suo sagace sotto quei cenci la virtù, che ascondea, e l'odore sentendone da certi esterni atti, d'altronde in lui notati. La virtù dei servi di Dio è pari al muschio, che se si nasconde, vien tradito e ravvisato dall'odore che manda. Christi bonus odor sumus, disse S. Paolo. Non essendosi intanto più inoltrato il sacerdote per pescare più profondo, ed avendo formato concetto più sublime della sua santità prostroglisi d'improvviso a piedi, per baciarglieli. Vedendosi così sorpreso Benèdetto, è incredibile la confusione, e l'orrore, che gli trasparì dal volto, dagli occhi lagrimosi, e dall'impegno di ritirarsi: ma quietollo il pio sacerdote, con dirgli aver ciò fatto non in suo riguardo, ma in riguardo alla persona di Gesù Cristo, rappresentato da' poveri. L'istesso gli avvenne, quando altra volta, come per sorpresa, gli baciò improvvisamente la mano.
Era egli bene istruito in tutto ciò che spetta alle dottrine, ed insegnamenti della religione cattolica, anche giovinetto instruiva i fanciulli. Sapeva bene e capiva la divina scrittura, così per la lezione frequente de' sagri fogli, come per l'intelligenza, che un confessore fondatamente credea averne avuta da Dio: e nelle circostanze di gloria di Dio, ne citava a proposito i testi e sapea darne la giusta spiegazione, con ammirazione degli stessi confessori.. E pure quasi fosse un ignorante, un rozzo, portavasi nel Colosseo ad ascoltare la spiegazione della dottrina cristiana, ivi solita farsi in certi giorni alla gente idiota ed a' ragazzi, e vi stava così composto ed attento, che tirava l'ammirazione del catechista e degli altri.
Dal costante impegno, ch'egli ebbe di nascondere le sue qualità naturali, le civili, le opere di virtù, i doni di Dio, io mi dò a credere, che appunto per fomento di questa sua premura eleggesse egli Roma per sua abitazione, dopo i tanti pellegrinaggi; perché in questa citta sì vasta, e popolata, si fà del bene, senza che uno sia osservato, e per le tante chiese, che in essa fioriscono, si può andare da una in altra, senza la pena d'essere notato, e si può andare altresì giornalmente alle quarant'ore, come disse e praticò Benedetto, lusingandosi che nessun l'osservasse. Ma non è possibile non accorgersi del sole, benché talora stia nascosto tra le dense nuvole: la stessa sua luce il manifesta. Luce chiarissima sono le opere dei virtuosi, che non han per fine l'occhio umano: tal fu detta dal Divin Redentore, sic luceat lux vestra coram hominibus, ut videant. Per quanto l'uom virtuoso cerchi di nascondere l'opere sue buone, la stessa lor luce le manifesta.
Quantunque però il disegno di Benedetto di fissarsi in Roma sia stato di nascondere all'altrui vista il suo santo operare; pur tutt'altro fu quello di Dio nell'ispirarglielo. Fu l'esaltarlo vieppiù in idipsum, mettendolo in vista della santa chiesa nella capitale del mondo, a tenor della sua infallibile promessa: qui se humiliat, exaltabitur. E come il divin Redentore, perché humiliavit semetipsum, nascondendo la sua Divinità sulla Croce, fu subito esaltato dal divin Padre con miracoli operati nella natura: con mutazione dei cuori; con luminose comparse da risorto: propterea exaltavit illum: così essendosi in siffatta maniera umiliato Benedetto, Dio (salva la proporzione) l'esaltò subito dopo la morte, colla fama di sua santità sparsa per Roma, nel giorno stesso che morì; e in poco tempo da Roma, ed anche al di là di tutta l'Europa, l'esaltò con strepitosi e frequenti miracoli, ed anche con comparse gloriose dal cielo, che si esporranno a suo luogo.
Dall'esempio di Benedetto apprender potrà, chi ne avrà voglia, la pratica della virtù dell'umiltà, per esserne poi da Dio esaltato in cielo, ove non entrano che gli umili di cuore. Nisi efficiamini, sicut parvuli, (hoc est humiles, come spiega S. Tommaso) non intrabitis in regnum caelorum. Pare che Benedetto dica a tutti dal cielo ciò, che disse S. Paolo: imitatores mei estote, sicut ego Christi. Discite a me, quia mitis sum, et humilis corde, disse Gesù. Che se si desidera sapere, di quai mezzi si valse per poggiare all'alto di sì bella virtù, il disse egli stesso, interrogatone dal suo confessore con precetto di ubbidienza. Due furono i mezzi: orazione mentale, ed orazione vocale. Colla mentale meditava frequentemente la Maestà e le grandezze di Dio: ond'era il concetto bassissimo, che avea di sé stesso, d'un niente, d'un peccatore spregevole. Colla vocale replicava sovente a Dio con Sant'Agostino: Signore, datemi ch'io conosca voi, conosca me: conosca voi per amarvi, conosca me per disprezzarmi, né mai brami altro, che voi. Datemi, che io concepisca odio contro me stesso, amore verso voi: tutto faccia per voi; umilii me, esalti voi; né abbiano i miei pensieri altro oggetto, che voi.

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CAP. XVII.

Dominio perfettissimo sopra le sue passioni. Si narrano vari atti eroici praticati ne' disprezzi, e maltrattamenti. Sua condotta nelle desolazioni di spirito.


Due sono le passioni principali, d'onde come da radici germogliano tutte le altre: la concupiscenza e l'irascibile. Quella spinge ad amare, o bramar cose terrene: questa sprona alla rabbia, all'odio, alla vendetta. Sbarbicare affatto queste due velenose radici, non è possibile, dice S. Bernardo: subjugari possunt, exterminari non possunt. Or Benedetto le prese amendue di mira per soggiogarle, come fece perfettamente.
Quanto alla vittoria della concupiscibile, se n'è data bastante contezza nella terza parte, ove si esposero l'eroiche sue virtù. L'angelica sua purità il mostra trionfator generoso dei piaceri corporali. La povertà singolare lo fa vedere chiaramente disprezzatore delle pompe, degli agi, delle ricchezze. L'ubbidienza perfetta il palesa vittorioso del proprio volere. Resta dunque da esporre la vittoria dell'irascibile; e benché molti atti, secondo il corso dell'istoria, se ne siano sparsamente qua e là esposti: pure ce ne rimangono ancora molti in grado eroico da esporre.
Coll'esercizio continuo dell'orazione, coi rigorosi giornalieri esami, e coll'austerissimo tenor di vita, avea egli domata e fatta in guisa obbediente alla ragione la passione dell'ira, che uno de' suoi confessori non ebbe difficolta dirlo nei processi somigliante nella mansuetudine ed affabilità a un San Bonaventura, a un San Francesco di Sales; altri colmo d'un eccellente mansuetudine; altri, che in questa virtù si segnalò in una maniera mirabilissima, e che a forza d'atti contrari, avea perfettamente raffrenata e affatto vinta la passione dell'irascibile; cosicché il suo cuore non seppe mai concepir timore per le cose avverse, né sdegno, o avversione, contro chi n'era la cagione. Il suo aspetto sempre sereno ed ilare; sempre uguale a sé stesso: virtù rarissima e di pochi. Ingiurie, disprezzi, percosse, maltrattamenti non disturbaron mai l'interna pace del suo cuore, né alterarono punto l'ilarità dell'amabile suo volto.
Prova chiarissima di ciò sono molti casi, che impensatamente gli avvennero, alcuni spettanti al corpo, altri allo spirito. Passando un giorno per la piazza di Colonna Trajana in Roma una persona di gran pietá, vide una schiera di giovinastri, che facendosi beffe di Benedetto, chi gli scaricava dei pugni, chi faceagli dal capo cader lo sdruscito cappello, altri tiravangli li peli della bionda sua barba, altri lo caricavano d'ingiurie. Stava il servo di Dio, tanquam ovis coram tondente se non aperiens os suum; niente risentito, niente affatto sturbato in volto. Or mentre inchinavasi a ripigliare il cappello, gli furon tutti, al numero di dieci in circa, addosso, e facendogli dare del viso per terra, strapazzandolo il caricaron di scherni, di sputi, di schiaffi, maltrattamenti che avrebbero commosso ancora un sasso; ma nulla affatto Benedetto. Egli umile, paziente, sereno riceveali senza movimento alcuno, che punto indicasse impazienza, né proferiva parola. Se ne mosse però a pietà la persona, che tutto vide, sembrandogli una viva figura di Gesù Cristo strapazzato dalla rabbia degli ...; e facendosi in mezzo a quella scostumata canaglia: e quando, disse loro, rimproverandoli, quando la finirete di maltrattar così questo poveretto? Che mal v'ha fatto? Volete voi forse rinnovar in esso le barbarie dei ... contro Gesù Cristo? Tanto bastò per farli cessare; ma ridendo e baldanzosi discolparonsi dicendo: questo è un matto; perciò lo trattiamo così. Ammirando però il testimonio l'eroica virtù di Benedetto, formonne concetto d'un gran Santo: il tutto poi attestò nei processi, ed interrogato privatamente ancor da me dopo due lustri, me lo confermò.
Stava un dì il servo di Dio genuflesso su l'ultimo scalino della porta grande della Chiesa dei SS. apostoli in Roma, orando a capo chino, e colle braccia piegate in forma di Croce sul petto. Quando un insolente, e sfaccendato ragazzo gli scagliò un sasso, che a dirittura andò a colpirlo nella gamba, e con un tal'impeto, che ne uscì del sangue, veduto chiaramente da alcuni, trovandosi allora Benedetto senza calzette, e sol con un paio di scarpacce al piede. Smaniavano gli spettatori per giusto zelo contro quell'insolente, che già se n'era fuggito, compassionando il servo di Dio. Solo egli non che si risentisse punto, neppur si mosse; né voltossi a veder l'audace; ma restò fermo orando nel suo divotissimo atteggiamento, nulla curando del sangue, che sgorgava, né del dolore, che dovea esser sensibilissimo. Atto sublime, ed eroico, che trasse da tutti l'ammirazione. Altra volta fu pur colpito da un sasso nella gamba sinistra sino a tramandar sangue dalla calzetta, che allora portava; ma con altrui ammirazione con la sua solita imperturbabilità, come nel fatto precedente, non fece atto alcuno di moto, o di risentimento.
Avea dato un giorno il servo di Dio per limosina ad altro povero un baiocco, che avea poco prima ricevuto da una persona in una pubblica via di Roma. Accortosi di ciò quegli, sospetto ch'ei fosse malcontento di sì bassa moneta, e che la dasse ad altro, non per pura carità, ma come da indispettito: ed ecco che fumando di rabbia gli fu addosso, e scaricandogli una bastonata, rimproverollo del fatto. La ricevé pacificamente Benedetto; tacque, non si turbò punto, né discolpossi: imperturbabile tirò avanti il suo commino. Morto però Benedetto, sentendo questa persona gli elogi delle sue virtù eroiche, che risuonavano per le strade, per le case, e per tutto, si ricredette e rammaricossi tanto della sua audacia, che ne corse arrossito e dolente al sepolcro: umiliato gli chiese perdono, e lasciò ivi il bastone, come trofeo della virtù di Benedetto, come una memoria perenne del pentimento di chi audace indebitamente maneggiato l'avea.
Era poi frequente il bersaglio degl'insolenti ragazzi, malmenandolo per le pubbliche contrade con torsi, melarance, e simili robacce, che a gara gli gettavano addosso, resi più audaci dalla sua invitta tolleranza. Benedetto accoglieva tutto; sentiva le ingiurie di matto, di straccione, senza rivoltarsi, né dar minimo segno di risentimento, proseguendo il suo cammino imperturbabile, non altrimenti, che non fosser caduti sopra la sua persona i maltrattamenti di lingua e di mano.
Accolto spontaneamente nei primi suoi pellegrinaggi in casa d'un uomo piissimo, Francesco Moret in Moulins, non è credibile quant'ebbe a soffrire per falsi sospetti. Fu preso di mira dal vicario del suo rione e dai canonici della collegiata. Questi vedendolo nei primi giorni orar fisso lungamente nella loro chiesa, né avendolo mai prima conosciuto, sospettarono che fingesse santità per far dei furti, come con qualche altro era accaduto. Quindi il cacciaron via dalla lor chiesa. Soffrì Benedetto l'espulsione con animo e volto sereno; e senza farne querela, o risentimento portossi tutto umiliato a pregare il parroco della chiesa di S. Pietro, parrocchia universale di tutta la città, che si degnasse ammetterlo nella sua chiesa: come fuvvi difatti ben volentieri accolto.
Il Vicario poi del rione inasprito per vani sospetti contro di lui, non voleva in modo alcuno soffrirlo. E pure la vita che ivi menava Benedetto, bastava da sé sola, per attestato degli albergatori, a farlo credere un santo. Stavasene nella chiesa di S. Pietro dall'albeggiar del giorno sino a sera orando; senza pranzar cosa veruna, se non solo la sera, passandola con pochi piselli cotti in acqua, un pezzo di pane e nulla più: ricusando quant'altro venivagli ofierto dalla loro carità. Spesso passava tutto intero il giorno e la sera affatto digiuno. Non si valse mai di letto; contento di dormir su la paglia e per poco tempo, orando gran parte della notte e leggendo: per la qual cosa veniva provveduto di lume. Comunicavasi spesso in detta chiesa nella prima messa. Altro seco non portava, che un sacco con dentro una disciplina ed alcuni libretti ascetici. E pure tanti argomenti di santità non bastarono a quel vicario, credendolo un furbo, un gabbamondo: parlava, minacciava carceri, e gastighi. Niente sturbato il servo di Dio, giudicò bene cedere al tempo; e preservare da qualche tempesta gli albergatori. Quindi con buona grazia si partì via e portossi in Toulon, Diocesi di Clermont, distante una lega da Moulins.
Una mattina dopo di aver lungamente orato nella chiesa di santa Maria dei Monti: e trovandosi altresì presso l'ultimo anno di sua vita estenuato di forze, andò per sedere alquanto su d'un banco sotto l'organo. Vedendo ivi adagiato un cane, il cacciò via. Accortosene il padron del cane dié nelle smanie, il caricò d'ingiurie; e tante, e tali glie ne disse, che poco mancò non gli mettesse ancor le mani addosso. In siffatta tempesta d'ingiurie fu ammirata da' circostanti l'impertubabilità di Benedetto: non disse parola; sembrava una statua, che col capo chino parea accogliesse volentieri i fulmini di un'ira sì rabbiosa. Il suo silenzio, la tolleranza sua inasprì maggiormente quell'adirato; diede in furia maggiore; s'inveì con più d'ardore contro di lui, aggiungendo ingiurie ad ingiurie, senza riguardo allo scandalo altrui, neppure a quel Dio, che nel tabernacolo gli stava vicino. Non poté però mai riscuoter da Benedetto parola, o moto alcuno di risentimento.
Dirò ancora di più. Il dominio, ch'egli esercitò sopra la passion dell'irascibile, giunse al grado più sublime, che figurar si possa, qual'è il desiderare gli obbrobri e i disonori; far d'essi stima maggiore che non degli onori il mondo: compiacersene anzi. qualora gli avvenivano. Ciò il trovo attestato da quei confessori, che colle loro obbliganti domande il costrinsero a scoprire le interne sue operazioni. Contemplando egli la passion del Redentore, gli facea tale impressione il vedere tra disprezzi, ingiurie e patimenti estremi un personaggio sì grande, per amor dell'uomo che al paragone stimava un nulla, quanto di avversità venivagli dalla malizia umana; e quante potea egli spontaneamente addossarsene: teneva in pregio più alto 1'esser fatto partecipe degli obbrobri e della croce di Gesù Cristo, che di quanti onori e ricchezze offrir gli potesse il mondo ingannatore.
Ma quando anche non lo attestassero i confessori, lo farebbero chiaramente toccar con mano i fatti. Camminava un giorno per la via che mena a Santa Maria Maggiore, passato già il Monistero de' SS. Domenico e Sisto: quando un insolente ragazzo, mirandolo dalla sua finestra, cominciò a beffeggiarlo con voce ben'alta; a deriderlo dandogli replicatamente del birbo, dello straccione e di simili ingiurie Benedetto udiva, taceva ed invece di affrettare il passo, camminava ad arte più lento deliziandosi, gioiendo di tali contumelie ed appagando il desiderio di essere disprezzato sull'esempio del Divin Redentore. Tutto osservò con attenzione un religioso ben graduato, ch'era poco discosto; e formando gran concetto della virtù del servo di Dio, lo depose poi edificato nei processi.
Per esser deriso maggiormente mutava spesso figura nelle pubbliche vie; or compariva con una calzettaccia tutta lacera attaccata al cintolo. Or senza calzette a gambe ignude, or con calzette sdrucite e sino a mezza gamba; ed ora con un cappellaccio lacero e da scena. E quando perciò vedevasi fatto scopo dell'insolenza dei ragazzi, godeva nel suo interno, vedendosi a somiglianza del Redentore in tal modo deriso. O Dio quanto patiscono, quanto fanno i vostri servi, e quanto bramano assomigliarsi a voi Redentore! Ed io soffrir non so la puntura neppur d'un ago! .... né una paroletta.
Tal sua serenità nei patimenti, che venivagli esternamente, è certo ammirabile e forma una gran prova della sublimità di sua perfezione. Prova però più fina, virtù più ammirabile ell'è la serenità, l'ilarità mostrata nei patimenti, che dentro dello spirito dové soffrire per Divina disposizione. Suole Iddio sospendere di tratto in tratto a' suoi fervorosi servi la contemplazione, e la consolazione interna di cui prima favorivali, o per purgar l'anima onde si renda disposta ad un grado più alto di contemplazione, o per prova di sua costanza e fedeltà, o per tenerla umiliata conoscendo nella sottrazion di quella, non esser da sé sufficiente a formare un buon pensiero, ma solo venir dal padre dei lumi ogni dono, grande o piccolo che sia: o per altri suoi fini, che si espongono dai dottori mistici. Una tal sottrazione riesce all'anima d'indicibile pena, vedendosi priva della gran dolcezza che recar suole la contemplazione; dolcezza, che al dir di S. Tommaso; omnem humanam delectationem excedit, supera di gran lunga ogni umano diletto. Un'anima, che non sia ben fondata in umiltà profonda, può facilmente sgomentarsi e dare in diffidenza e pusillanimità, credendosi come abbandonata da Dio, o almeno negletta: però rallentasi alquanto nella mortificazione, e negli usati esercizi di pietà.
Non così Benedetto: fondato egli in quella profondissima umiltà, esposta già in altro luogo, non diede punto in tali debolezze. Provava è vero in quel tempo aridità grande nell'orazione, siccità di cuore, oscurità d'intelletto, freddezza negli affetti della volontà, perplessità intorno all'eterna salute, incertezza di piacere a Dio nell'opere sue; onde derivavano nel suo interno grandi agitazioni di spirito, afflizioni d'animo, angustie somme. Sembravagli appunto d'essere come la Nave degli Apostoli agitata dalle onde nella tempesta d'improvviso insorta, senza che il Signore si facesse punto sentire, e che se ne stesse dormendo, come in quella ondeggiante de' suoi cari Apostoli; Jesus vero dormiebat. Pur tuttavia non si scoraggi giammai; mancandogli il vento favorevole dello Spirito Santo, adoperava coraggioso di sua mano i remi per avanzar cammino. In ciò ei si valse di due mezzi: uno esterno, l'altro interno. L'esterno era, non rallentar mai nelle sue penitenze ed orazioni, anzi accrescerle: il che tanto dovea riuscire a Dio di gradimento maggiore, quanto maggiore esser dovea la sua forza nel superarne la ripugnanza. L'interno era umiliarsi d'innanzi a Dio, confessandosi ben degno di pene e di abbandonamento, conformarsi al volere divino, e sovente ripetere col sacerdote Eli: quod bonum est in oculis tuis, fac Domine: ora con Giobbe: sicut Domino placuit; ita factum est sit nomen Domini benedictum: ed ora con altri testi di sacra scrittura, in cui era versatissimo. Così gli riusciva rendere il suo spirito, per quanto poteva, tranquillo e costante; ond'era il non essersi mostrata in alcun tempo alterata la serenità, la placidezza del suo volto in tali tempeste; e neppure queste sarebbero venute a nostra cognizione, né l'esemplar suo portamento in esse, se l'accortezza di alcuni suoi confessori, non l'avesse obbligato con precetto ad iscoprirle. Ciò che in tali aridità davagli maggior pena, era il credersi in colpa, e il dare a Dio motivo di trattarlo così per 1'ingratitudine a quelle grazie e benefizi, onde favorito lo avea, e per non corrispondere coll'amor dovuto all'infinito amore di Dio; quindi era il confessarsene in generale a pié dei confessori con quel sentimento di dolore e confusione, ch'essi medesimi attestano. E pure in questa medesima pena umiliavasi d'innanzi a Dio, conformavasi al santo suo volere, non si sgomentava punto, confessava umilmente aver'operato da suo pari, da peccatore, da uom meschino. Così gli riusciva di superar le tempeste, di mostrarsi in ogni tempo tranquillo, e di ammassar meriti maggiori al cospetto di Dio, che con tale condotta; facit cum tentatione proventum: valendosi degli stessi infernali nemici al vantaggio spirituale dei suoi figli diletti. Pretendono essi pescar nel torbido della loro oscurità e desolazione inducendoli o ad abbandonare l'intrapresa carriera, o a disperare di proseguirla. Ma sa bene l'amante Dio rivoltar tutte le loro trame in bene spirituale dell'anime a sé care; salutem ex inimicis nostris et de manu omnium, qui oderunt nos: siccome fece in vantaggio di Tobiolo di quel grosso pesce, che sulla spiaggia del fiume Tigri cercava assalirlo ed ingoiarlo.

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CAP. XVIII.

Della sua vivissima fede.


Chiunque conosce in qualche modo la grandezza di Dio, chiunque l'ama davvero, dice s. Paolo, tutto crede sodamente quanto ha rivelato alla santa sua chiesa, tutto spera dalla sua bontà. Charitas omnia credit, omnia sperat. Narrerò qui la fede viva di Benedetto, nel capo seguente la sua ferma speranza.
Per conoscere la sodezza di sua fede, bastar potrebbe un'occhiata all'opere sue praticate in tutto il corso di sua vita. La qualità di una pianta si conosce dalla qualità de' frutti che produce. Il suo quasi continuo orare, la strettissima sua unione con Dio in tutti i tempi, il disprezzo del mondo e di sé stesso, la gran carità verso il prossimo, e tutte le altre virtù già narrate, sono frutti d'una fede vivissima, né senza tal fede potrebbero farsi; perciò disse l'apostolo, che la vita spirituale del giusto vien tutta dalla fede: iustus autem meus ex fide vivit.
Ciò non ostante ci sono altre prove dirette e chiarissime della sodezza e purità di sua fede. Nato egli in una famiglia che sempre ha dimostrato un sommo orrore a qualunque eresia, in ispecie al giansenismo; allevato in essa col latte sincerissimo della verità e delle massime della fede cattolica; educato da un zio parroco esemplarissimo sempre sottomesso a tutte le decisioni della santa chiesa, morto poi martire di carità per le sue pecorelle; sempre alieno dal conversare con persone che avrebbero potuto istillargli il veleno di qualche errore, e sempre inteso all'opere del culto di Dio ed all'acquisto dei beni eterni; come fia possibile, che non abbia posseduta una fede la più pura e sincera che immaginar si possa? Egli è certo ed è attestato nei processi, che nessuno mai di quanti lo conobbero nella sua diocesi giovanetto, nessuno parimenti di quanti lo videro o trattarono ne' suoi pellegrinaggi ed in Roma stessa ebbe mai dubbio o sospetto alcuno della purità di sua fede.
La fede viva lo stimolava a star nelle chiese per molte ore e per giorni ancora intieri con tale riverenza, con atteggiamento sì umile di corpo, che bastava vederlo per crederlo un santo, non che un vero fedele. Riputandosi indegnissimo di adorare e pregare quel Dio, che credeva realmente presente nel Divin Sagramento, era veduto sovente in tal positura di corpo, che quasi col viso toccava il pavimento, riputandosi polvere e cenere meschinissima e rimproverando sé stesso col dire: quid superbis terra, et cinis?
Se all'entrar nelle chiese o in altre circostanze accorgevasi punto delle irriverenze altrui, dei cicalamenti, dei rivoltamenti di spalle al Santissimo a cagion della musica, non è credibile quanto se ne amareggiasse; più volte ne fece dolorose lagnanze con altri dicendo: che si perdeva il rispetto a Dio nella sua stessa casa; ed essendogli stato risposto una volta, che nella gran confusione del popolo che accorreva bisognava soffrire la gente rozza, replicò. che non era solamente la gente rozza ma la gente ancor polita che profanava il sagro tempio con offesa di Dio, con orror degli angeli, con detrimento dell'anima propria.
Obbligato dal suo confessore p. Temple in Loreto sul principio di conoscerlo a recitargli l'atto di fede, come lodevolmente costumava coi pellegrini, attesta l'istesso confessore, non potere a sufficienza esprimere la divozione, l'affetto, la riverenza onde il recitò; dando chiaramente a conoscere che non lo recitava semplicemente alla maniera comune, ma sì bene penetrato profondamente da ciò che diceva. Aggiungeva da sé all'usata formola qualche ampliazione, dicendo con affetto sincero e divoto essere risoluto non solo di vivere e morire nella santa cattolica romana fede, ma di spargere ancora prontissimo tutto il suo sangue fra mille tormenti in contestazione di essa. Obbligato a dire la maniera come recitar solea il Gloria Patri e gli affetti e lo spirito interno nel dirlo, rispose: che stando nel recitarlo a capo chino confessava nel cuore il gran mistero della Santissima Trinità; profondamente l'adorava in spiritu et veritate; e figurandosi minacciato da spada infedele a rinnegarla, si esibiva prontissimo confessarla col taglio ancor della testa.
Dalla gran cognizione che avea delle verità di santa fede, derivava il ringraziare ogni giorno Dio per il gran beneficio di averlo fatto nascere nel grembo della santa madre chiesa cattolica, e di averlo rigenerato coll'acque battesimali. Tal ringraziarnento cominciò a farlo fin dalla tenera età, e lo praticò invariabilmente finché visse. Era incredibile parimenti la gioia che mostrava qualor sentiva conversioni di eretici e di ebrei alla santa cattolica fede. Il gran tesoriere dell'Imperatore della Persia Culicam, di nome signor Giorgio Zitli, convertito alla religione cattolica e ritiratosi a viver da vero fedele nel convento dei padri cappuccini in Roma, come si disse, attesta che avendo formata idea sublime della santità di Benedetto al sol vederne l'esemplare condotta. ebbe l'impegno di trattarlo; e che Benedetto non sapea saziarsi di fargli spesso sincere e vivissime congratulazioni, perchè abbandonata la falsa sua setta avea abbracciata la vera cattolica religione, esortandolo con molto fervore a star costante in essa, nella quale soltanto sperar potea l'eterna salute dell'anima sua, purchè osservasse le promesse fatte a Dio nel santo battesimo.
Sommo era l'orrore che avea dell'eresie, e degli eretici e di quanti sono nemici della cattolica Romana fede; ond'era il detestare quelle massime perniciose, che vanno al presente serpeggiando ed avvelenando da per tutto le anime incaute. Cercava con grande impegno nei suoi pellegrinaggi scansare quelle città e terre che sapeva infette d'eresìa, divertendo a bella posta il cammino per sentieri alpestri e rimoti, nulla curando del grave suo disagio. Quando poi ve lo astringesse la necessità, passavale quasi a volo. Ciò non ostante compassionando la cecità delle lor anime, e l'eterna loro rovina, porgeva a Dio frequenti preghiere per la lor conversione, in ispecie nel sacrifizio della santa messa, e nel far l'opere ingiunte per l'acquisto dell'indulgenze. In tal esercizio non era egli pago di confessarsi, comunicarsi e recitare le ingiunte preci vocali: bramoso della lor conversione e della propagazione della cattolica fede, pregava con sommo ardore Dio, che si degnasse illuminare quei che stavano involti nelle tenebre dell'ignoranza e facesse sì, che la santa fede venisse a propagarsi per tutto il mondo.
Pari all'orrore contro gli eretici, era il rispetto e la venerazione che professava al sommo Pontefice Romano, capo supremo della vera chiesa, riconoscendolo come vicario di nostro Signor Gesù Cristo, dandogli il nome di vice Dio in terra. Venerava quanti formano la gerarchìa ecclesiastica, e tutti i sacerdoti con sommo rispetto. Se trovavasi a sedere al comparir d'un sacerdote, alzavasi tosto in piedi per riverenza al grado sacerdotale, né si rimetteva in sedia, se non comandatone. Stimolato da un sacerdote a camminare per poco insieme, non volle stargli a lato, sì bene indietro per riverenza. Baciava ai sacerdoti rispettoso la mano e cavavasi in lor presenza il suo consumato cappello. Insegnando ancor la fede il rispetto dovuto ai sovrani, omnis anima potestatibus sublimioribus subdita sit, rispettava sommamente il suo sovrano; né fu mai udita dalla sua bocca parola contro qualunque de' suoi superiori e delle loro disposizioni.
Argomenti sono questi della sua vivissima fede. Ma chi vuol comprederne più chiaramente la sodezza, si rammenti di quanto si è detto del suo ardentissimo amore verso Dio, verso Gesù Cristo, e delle chiare illustrazioni e cognizioni onde Dio il favoriva. Come queste lo invaghivano sempre più di Dio e gli ravvivavano l'amore, così rendevano maggiormente viva in lui la fede: Charitas omnia credit. Ogni vero cattolico crede quanto insegna la santa fede, ma crede al buio cattivando l'intelletto, essendo la fede quasi lucerna lucens in caliginoso loco, come lo dice S. Pietro. Chi però è favorito da Dio d'illustrazioni superne, conosce in qualche modo più speciale, quanto è permesso a un viatore, quelle verità che prima credeva all'oscuro, in obsequium Christi; e le conosce con tal chiarezza, che giunge a dire con S. Ignazio: che quando gli oracoli di santa fede non fossero scritti, o quando mancasse per impossibile la divina scrittura, sarebbe stato pronto a dar la vita in testimonianza delle verità di essa, meramente per quel che Dio gli aveva fatto conoscere coi superni lumi in Manresa; o pure colla Ven. suor Geltrude Salandri illustrata mirabilmente da Dio, di essere così certa della verità di santa fede, che sembravanle tutte quant'erano, piuttosto evidenza, che fede.

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