
Quanto finora si è narrato nella prima e seconda parte
di quest'opera, è stato una tessitura continua di eroiche
virtù bastanti a formare un'idea sublime della santità
di Benedetto. Ciò non ostante non essendosi ivi narrato
se non ciò che portava il corso dell'istoria, esporronne
in questa terza parte gli avanzi ed in ispecie ciò che
praticò di virtuoso e di eroico in Roma negli anni, che
gli rimaser di vita. Fermò egli la sua permanenza in questa
città nell'anno 1776, d'onde più non partì
se non solo per portarsi ogni anno al santuario suo diletto. alla
santa casa di Loreto. Non pare senza disegno speciale di Dio Signore,
l'ispirazione di fermarsi in Roma capitale del mondo, dopo d'averlo
mostrato in varie città e Regni nei tanti suoi pellegrinaggi.
Non volle già il Signore tener celato sotto il moggio d'un
deserto, o d'un chiostro, questo lume splendente per le sue eroiche
virtu: volle anzi metterlo in vista d'un mondo intero: Super
candelabrum ut luceat omnibus; onde allo splendore dei suoi
esempi virtuosi altri si arrossissero di loro freddezza, altri
s'incoraggissero ad imitarlo se non in tutto, (che non vi è
chi possa poggiare tant'alto senza la grazia specialissima, onde
fu favorito Benedetto) almeno in parte, a proporzione del suo
stato.
La povertà di Benedetto fu tutta di propria elezione,
potendo in sua casa goder degli agi, che il comodo stato di quella
somministrato gli avrebbe, e tanto maggiormente, ch'egli era il
primogenito. Che però la sua povertà non va disgiunta
dalla penitenza: ogni atto di quella era un atto insieme di questa.
Io non ho trovato nel grosso volume dei suoi processi da me letto,
riletto ed epilogato, attestazione veruna di confessori o d'altri,
che Benedetto avesse fatto voto di povertà, castità,
ubbidienza, proprio dei religiosi. Ciò non ostante la delicatezza
ed il rigore sommo, onde egli praticò tali virtù,
mostrano chiaramente che non potean portarsi a grado più
sublime.
Se non obbligossi con voto fu forse o perché Dio non glie
l'ispirò, essendo varie le vie del Signore, o perché
impegnato a dar sempre a Dio gloria e piacer maggiore, credette
forse dargliela maggiore, operando per puro amore, senza catena
obbligante, come hanno pur voluto per i suoi allievi un s. Filippo
Neri ed una santa Francesca Romana; non volendoli obbligati con
voto, quasi dicendo loro ciò che disse il patriarca d'Antiochia
s. Milezio a san Simone Stilita, quando ordinò che gli
fosse sciolta la catena di ferro ond'erasi strettamente avvinto
sulla sua colonna: Non te fraenet catena ferri, sed catena
amoris. Amanti Deam satis est pro vinculo amor. Che che sia
di ciò vedrete chiaramente che la povertà rigorosa
dei chiostri più osservanti non arriva a quella che praticò
Benedetto di suo volere.
I religiosi dei chiostri più osservanti e stretti,
per quanto sian poveri, hanno una piccola cella dove abitare,
hanno qualche pagliaccio o tavola o stuoia su cui dormire, non
manca loro una ruvida lana indosso, v'è chi pensa a provvederli
senza lor disagio di qualche vivanda da nutrirsi, son provveduti
di qualche ciotoletta sia di creta o di legno per bere. Nessuna
di queste cose ebbe Benedetto: onde si avvera che lo stato a cui
Dio chiamollo, fu d'una vita la più austera d'ogni altra
nel cuor del mondo: e come fedelmente fu deposto nei processi
da quei, che osservarono attentamente il sistema di sua vita le
mortificazioni, le austerità, le penitenze, la povertà
furon tali, che superò di gran lunga tutti quelli, che
segregati dal mondo, vivono nelle più rigide, ed austere
religioni. Io narrerò cose, che sembrano avere dell'incredibile
o per lo meno dell'iperbolico: ma le narrerò con tutta
sicurezza, perché come scrittore contemporaneo potrei esserne,
quando non fosser vere, smentito con mio rossore da persone ancor
viventi, che conobbero il servo di Dio, il videro ed il trattarono:
e sarebbero ancora smentiti meco, anzi trattati da spergiuri moltissimi
degni d'ogni fede che l'han deposte e confermate ancor con giuramento
nei processi.
Gli abiti, il vitto, l'abitazione, il letto di questo servo di
Dio, tutto spirava una povertà estrema, singolare. Per
ora parlerò solo degli abiti.
Gli abiti eran come veri cenci bastanti solo a coprire la nudità
del corpo, per salvar la decenza e modestia, di cui era fuor di
modo geloso: niente però a difenderlo dal rigore del freddo:
le scarpe non avean che l'apparenza, nel resto eran così
logore, aperte in varie parti e consunte, che entravan l'acque
e i fanghi a molestarlo. Le calzette non solo lacere, ma corte
in modo che appena coprivano poco più della metà
della gamba, i calzoni rotti in più parti.
Il ferraiuolo colle maniche di color cenerino, che copriva il
suo corpo, massime negli ultimi anni di sua vita, era tanto sdrucito,
che pendevangli da varie parti dei pezzi, era legato ai fianchi
con una corda, e questa istessa annodata in più pezzi sembrava
come un cappottaccio vile, consumato dalla vecchiezza e per giunta
divenuto in più parti ricovero d'innumerabili insetti.
Sordidissimo quello straccio di camicia che portava, sempre scoperto
il capo, incolti i capelli, non mai rasa la barba. Tal fornimento
di abiti pure non sempre l'adoperava del tutto: molti attestano
averlo veduto per le vie or senza calzette, or con portarle attaccate
alla cinta per esser posto in derisione, come lo era di fatti
dai facchini e dai ragazzi, ed or senza scarpe. La qualità
singolare di questi suoi abiti cenciosi il distingueva dalla turba
dei molti poveri coperti non peggio che lui: sicché per
dirlo un vivo ritratto dell'estrema povertà, bastava solo
mirarlo.
Non ci fu poi variazion di stagioni che variar gli facesse il
suo vestire o per poco intermetterlo: sempre l'istesso nell'estate
più ardente e nell'inverno più rigido sì
di giorno, che di notte: in somma dacchè conobbe lo stato
di vita austerissimo, in cui Iddio il volle, sino agli ultimi
respiri della sua vita sempre fu in quello costantissimo, trattane
qualche rara volta in cui o venisse costretto dall'ubbidienza
a deporre qualche abito di questi, o fosse importunato dall'altrui
carità.
Non picciol patimento dovea certo essere questo al Servo di Dio,
se ben riflettasi, nato com'egli era ed allevato comodamente.
E pur questo è poco al paragon d'un altro, che soffrì
di continuo in ogni tempo e in ogni luogo. Era questo un assedio
di schifosi innumerevoli animaletti, che dai medici si dicono
insetti pedicolari. La sozzura degli abiti e delle tele mai non
cambiate né imbiancate sul corpo umano, sposata dirò
così, col sucidume naturale dell'umana putrefattibile carne,
suol produrre questi molestissimi insetti, tanto più molesti,
quanto più attaccaticci e penetranti. Pochi, che per qualche
accidente vengano ad assalir voi, qual tormento vi recano? Forse
sarete giunto talora a rompere nelle conversazioni le leggi della
civiltà e quelle ancora della modestia per liberarvene,
e faccia Dio, che non abbiate ancor dato in impazienze rabbiose.
Or'ecco il maggior patimento, la penitenza più sensibile
di Benedetto. Portando egli sempre indosso le stesse miserabilissime
sucide vesti, e curandosi tanto del proprio corpo, quanto d'un
marciume; fu sempre assediato da eserciti innummerabili di questi
insetti, e non curando mai di liberarsene, dié gran campo
alla loro fecondità, di moltiplicarsi e di stringersi più
tenacemente alla vita: ond'era, che quasi vittoriosi si facean
vedere su le di lui carni in grande numero aggruppati e passeggiando
come trionfanti su la sua persona. Un Sacerdote ben degno, che
comunicavalo spesso di sua mano dentro la Cappella Borghesiana
nella Basilica di Santa Maria Maggiore, attesta che mirandolo
all'altare per ricevere il Sagramentato Signore, da una parte
gli sembravano indecenti quegli abiti cenciosi e quelle schifezze,
che gli vedeva indosso: ma dall'altra era tale la divozione, il
fervore, la compostezza, onde ricevealo, che credea supplita con
questo bastantemente quella che all'occhio umano sembra indecenza,
ma non già tale agli occhi del Signore, che penetrando
a dentro il cuore, ne vede la purezza, e se ne compiace.
La quantità di questi insetti si scoprì più
chiaramente dopo la sua morte: poiché sei persone, ch'ebber
l'ordine di ripulire gli abiti suoi cenciosi, chiesti a gara per
reliquie, attesa la gran fama della sua santità sparsa
subito per tutta Roma, attestano, che non v'era parte di essi
per piccola che fosse, in cui non si trovasse annidata una quantità
prodigiosa di tali insetti e di lendini, cosicché cacciati
per via di scopette negli schifi, vennero questi più volte
riempiti; e di là buttati nel fuoco. Fin li bucolini dei
granelletti della corona incatenata, che portava appesa al collo,
n'eran pieni. Non ebbe a costar loro poco un tal ripulimento.
dovendo superare la grande ripugnanza della natura per lo stomachevole
impiego, come attestarono le persone medesime a tal'uopo destinate.
E pure Benedetto in un assedio così tormentoso, continuo,
importuno, non fu veduto mai far qualche moto colle mani, e col
corpo per liberarsene, o trovar qualche sollievo: stava, qual
cadavere, lasciandosi mangiar vivo e soffrendo questo nuovo genere
di martirio, immobile per giorni intieri nelle chiese. Che se
qualche rara volta fu veduto far moto colla mano, non fu già
per sollievo, fu per tormento maggiore, rimettendo dentro il collo
alcuni di questi insetti, che passeggiar vedea sopra le maniche.
In quanto poi si attiene ad altre penitenze corporali, non trovo
nei processi attestazione veruna; cercando egli sempre nascondere
agli altrui occhi qualunque sia virtuosa azione. Solo in Moulin,
ove portossi uscito che fu dal convento di Sette Fonti, albergato
in una casa, fu inteso battersi in sua camera con disciplina di
corde, aventi all'estremità chiodetti di ferro. Furono
ancor trovati nel suo fagotto alcuni strumenti di penitenza: ma
come, quando e dove l'adoperasse, non si sa. Ciò non ostante,
qual penitenza più molesta nel soffrire giorno e notte
i morsi rabbiosi di tali animaletti, che delle di lui carni pascolavansi
di continuo, come in un campo di lor pacifica possessione, non
cacciati da alcuno? Non molestati neppur dalla sua mano?
Di patimento ancor maggiore dovea riuscirgli il vedersi da molti
abborrito e scansato, anzi ancora cacciato via, per cagion di
tali insetti. Qualora entravano alcuni nella Chiesa di santa Maria
dei Monti, da lui più frequentata negli ultimi anni, si
davan l'uno l'altro l'avviso di evitare quel tal sito, perché
v'era stato, diceano, il poverello poco prima. Le donne
di genio più delicato spiccavano particolarmente in tale
orrore. Una pia donna dovendo comunicarsi una mattina alla balaustra
di detta chiesa erasi posta, forse senza avvedersene, poco lontana
dal sito dove Benedetto orava riverente. Ecco un'altra sua amica
ad avvertirla subito con voce sensibilissima: ma che fate?
Vi mettete accanto a quel poverello, ch'è pieno di pidocchi.
Rincrebbe molto alla pia donna veder così pubblicamente
mortificato il Servo di Dio: ma non men essa che li circostanti
restaron molto edificati di Benedetto. Egli senza dir parola,
sereno, divoto, umile, lasciò tosto quel sito e andonne
altrove. In riguardo alle sue penitenti, un confessore cacciò
colle brusche Benedetto dalla sua chiesa, non volendole attaccate
da tali insetti. Il Servo di Dio, senza far motto, con volto placido
ubbidì prontamente, e partì; nè più
comparve in quella chiesa, se non dopo qualche anno, quando riseppe
esser partito per Napoli quel confessore. Per l'istesso riguardo
fu cacciato, ma con discretezza e carità da un altro confessore.
Dopo d' essersi confessato, il pregò che si degnasse udirlo
altre volte, se pur si contentasse. Volentieri, gli rispose,
purchè però vi spidocchiate bene, in riguardo
alle persone di qualche rango, che frequentano il mio confessionale.
Ma questa per me, replicò Benedetto pien d'umiltà
e modestia, sarà cosa difficile; e non si appressò
più a quel confessionale.
Non iscoprì egli punto il motivo di tal difficoltà:
né il confessore ne lo richiese. Io non dubito però
d'indovinarlo; poiché impegnato di corrispondere sempre
alle ispirazioni di Dio intorno al tenor di vita austerissimo,
perder non volea l'opportunità, che glie ne presentavano
co' loro tenacissimi rabbiosi morsi quegli animaletti. Avrebbe
egli agevolmente potuto scioglier l'assedio e liberarsene affatto;
non gli mancavan dei mezzi pronti e delle offerte amorevoli; ma
era egli assai più bramoso di tenerseli cari, che non fosse
un delicato a liberarsene; in ogni circostanza cercava maniere
non solo di patire, ma di scegliere il più penoso nel patire;
e mentre il corpo affligevasi, godeva sommamente il suo spirito.
Questo interior godimento gli traluceva nel volto non mai perturbato,
non mesto, non afflitto, ma sempre ilare e sereno sino all'ultimo
giorno di sua vita. Egli stesso o compatito da alcuni, o interrogato
diceva sinceramente: Esser contentissimo dello stato, in cui
si trovava. Né potea esser di meno: Dio è il
fonte d'ogni contentezza, e felicità: chi sta con Dio ed
in Dio sta immerso in tal fonte; ancorché non abbia alcun
bene terreno, vive felice. Chi è fuor di Dio, vive infelicissimo
ancorché abbia l'abbondanza dei beni temporali. Benedetto
era sempre unito a Dio. Potete ancor voi, lettore, goder vita
felice se state con Dio, anche tra miserie, e tra guai. Vivrete
infelice se col peccato vi scosterete da Dio, benché abbondiate
di ricchezze, d'agi, di onori: Esse cum Jesu, dulcis est Paradisus;
esse sine Jesu, gravis est infernus: così scrisse il
Kempis nell'aureo suo libretto dell'Imitazion di Cristo; e lo
provò di fatti il nostro Benedetto, ch'ebbe sempre in uso
di leggere e praticare i sentimenti di quel librettino. Il sentimento
del Kempis fu detto prima da Gesù in quelle parole: In
me pacem habebitis; in mundo pressuram. Il suo piacere ne'
patimenti si vedrà più chiaramente da quanto si
esporrà nel Capo seguente.
Imitatore perfetto di nostro Signor Gesù Cristo il suo
Servo, sin da che abbandonò la case paterna, non volle
stanza alcuna, ove ricoverarsi: cosicché non habebat,
ubi caput suum reclinaret. Chiesto un giorno in Loreto, dove
abitasse, rispose: or qua, or là. Importunato a
dire in qual città, in qual casa? Disse in Roma,
ove allora veramente erasi fissato pochi anni prima di morire.
Quanto poi alla casa, non rispose altrimenti che con un sorriso
dissimulante: perché, quantunque abitasse in Roma, pur
non aveva casa alcuna ove adagiare il capo.
Più anni fu osservato starsene a giacere la notte, così
com'era mal difeso dagli abiti cenciosi, sotto la nicchia accanto
al quartiere di Montecavallo. Altri anni in altra nicchia del
Colosseo, che stava dietro la quinta stazione. Ivi giaceva sopra
un poco di paglia, ed era udito da qualche passeggiere recitare
preci ad alta voce. Chi l'osservò più volte su l'entrar
nella nicchia, l'attesta sicuramente nei processi. In un dei giorni
lunghi di Agosto, quando è più cocente il sole,
fu veduto una volta dopo il mezzodì steso sopra uno scalino
del palazzo Bracciano in atto come di dormire, modestamente composto,
colle mani piegate sul petto, investito dai raggi ferventissimi
del sole medesimo; potendo per altro sfuggirli, mettendosi altrove.
Ne' suoi lunghi pellegrinaggi stendevasi in terra, dovunque era
colto dalla notte, per l'impegno che avea di scansare le osterie.
Nei primi anni del suo pellegrinaggio in Loreto, avvertito amorevolmente
a non dormire sotto l'aria notturna perniciosa alla salute, ricoveravasi
in qualche forno di campagna.
La carità di alcuni gli offerse più volte ed in
più luoghi stanza alquanto comoda, per sottrarlo dall'inclemenza
dell'aria. Egli generoso la ricusò dicendo: Li poveri
non devono stare con tanto comodo.
Quest'era l'abitazione di Benedetto, questo il suo letto. Anche
ragazzo in casa propria, non curando del letto comodamente arnmanitogli,
prendeva disagiato riposo sul pavimento sottoposto al letto. Avrebbe
certamente continuato a dormire su la nuda terra, se la carità
d'un certo Teodosio Grimaldi, vedutolo in Roma due anni in circa
prima di morire emaciatissimo e quasi cadaverico, non lo avesse
con dolce violenza menato seco all'ospizio de' poveri, eretto
dalla sopraffina carità del sig. abbate Mancini, per preservarlo
almeno dall'intemperie dell'aria notturna. Più però
concorse a lasciarvicisi condurre, il rammentarsi del consiglio
datogli prima da un confessore prudente, che: quando avesse
conosciuto di non potere assolutamente resistere a dormire all'aria
notturna, si procacciasse un qualche ricovero. E pure se accettò
il ricovero nell'ospizio, non si valse già del letto, comecché
stimolato da altri e quasi sforzato dai suoi malori. Essendo stato
avvertito, prima di tal consiglio e carità, che cercasse
qualche ricovero, altrimenti cadrebbe morto in qualche strada,
rispose: che m'importa? Mostrando così la totale
noncuranza del proprio corpo e il non temer di morire in qualunque
luogo.
Il vitto, onde sostentavasi, ci apre un campo più vasto
per conoscere chiaramente l'estrema e singolar sua povertà.
Cominciò da ragazzo in casa a mangiar scarsamente, benchè
molte fossero le vivande apprestate in mensa: e il poco che mangiava,
era del più grossolano e comune: contento di questo porgeva
bel bello ai domestici ciò che v'era di delicato e particolare.
Quando fu poi in sua libertà nei pellegrinaggi, nelle
città, in Roma, tanto solo adoperava di cibo quanto bastasse,
non a rifocillare le forze, ma a non morire. Il suo misero cibo
si raggirava d'ordinario a cose vilissime rifiutate, anzi calpestate
da altri, buttate giù dalle finestre per le vie e nei pubblici
letamai: foglie impallidite di cavoli, scorze di melangoli, duri
torsi di broccoli, erbaccie inutili, frutti magagnati e fradici.
L'ultimo giorno, in cui morì, sorpreso da svenimenti mortali,
gli fu trovata in tasca la provvisione del vitto per quel giorno,
un tozzo di pane, alcune scorze di melangoli e nulla più.
Servivangli di refettorio le pubbliche strade e i letamai. Usciva
per lo più di chiesa a un dipresso al mezzo giorno, e dovunque
trovava tal robaccia, facevane uso moderato. Quindi era la maraviglia
d'alcuni in Roma: non sapevan essi combinare l'ora, e il luogo
del suo pranzo, passava quasi tutto il giorno in chiesa, non aveva
casa di proprio soggiorno, dove dunque, diceano, egli mangia e
quando? Ma cessò la lor maraviglia, quando riseppero, averlo
veduto alcuni su l'ora del mezzo dì mangiar per le vie:
altri seduto in una pubblica strada, adoperando i denti, come
armi, per vincere la durezza d'un torso di broccoli, ed altri
in altre vie mangiando scorze di melangoli: trionfando egli cosl
del mondo e del proprio corpo. Orando un giorno profondamente
nella chiesa di santa Maria dei Monti fu scosso, dopo d'averlo
invano chiamato, da una devota benestante donna; invitandolo con
voce palpitante per quella mattina a pranzo. Riscossosi con suo
dispiacere, come uno cui venga disturbato il godimento di cosa
graditissima, rispose subito: che pranzo? che pranzo? io pranzo
in istrada. Così pure ad un altro, che incontratolo
un giorno per via nell'ora opportuna del pranzo, gli fece simile
invito.
Bramavano alcuni d'averlo commensale qualche volta in casa per
divozione, e glie ne facean talora l'invito, fra timidi e bramosi.
Egli sbrigavasene tosto con dir loro, che mangiava per le strade.
Costretto in Loreto dalla carità dei suoi albergatori,
altrove da me commendati. a cenar coloro la sera, dopo d'essersi
trattenuto tutto intiero il giorno orando nella santa Casa, digiuno
affatto veggendosi posta dinnanzi una pagnotta intiera, non volle
servirsene dicendo: li poveri debbon mangiar tozzi. Bisognava
fargliela trovare in pezzi, se volevan che l'adoperasse, e se
volevano ancora che mangiasse bisognava comandarglielo per ubbidienza.
Se qualche rara volta gli si dava da altri pagnotta intiera, egli
o la ricusava, o costretto a riceverla, mangiavane men della metà:
il resto davalo ad altro povero. Un di questi una volta ricusollo
per compassion di lui, ma ei gli fé animo dicendo essergli
bastato quel poco, che mangiato avea.
Andava alcune volte alla porta di qualche convento, che suole
alcuni giorni in Roma distribuire ai poveri sul mezzo dì
la minestra. Ma la ciotola, ove la riceveva, l'atteggiamento in
cui stava, i maltrattamenti, che gli conveniva soffrire mostrano
chiaramente, che andava piuttosto, per aver campo maggiore da
praticar mortificazione, umiltà, pazienza, che per la minestra.
Era la sua ciotola di legno, mancante d'un pezzo ben grosso nell'orlo,
spaccata nel mezzo, e riunita con tre punti di filo di ferro,
facendo così strada al liquido di uscirne per le fissure.
L'atteggiamento umile e li maltrattamenti, che soffrì,
cadrà meglio in acconcio, esporli nel capo di sua umiltà.
Cosa di maraviglia insieme e d'edificazione somma, fu quella che
osservò un giorno nel cortile del palazzo di monsignor
della Porta un dei suoi officiali. Stava questi in un sito del
cortile, dove non veduto vedea. Quando vide entrarvi un povero,
modesto, composto, spirante devozione, che appressatosi al fonte,
bevette un poco. Indi credendo non esservi in quell'ora di là
dal mezzo giorno alcuno che l'osservasse, s'inginocchiò,
e raccolto con una mano l'avanzo di minestra gettato poco prima
fra lo stabbio, e con quello già mescolata a poco a poco
se la mangiò. Indi pulitosi colla mano, quasi fosse tovagliola,
la bocca, andò via modestissimo. Restò sorpreso
da tal mortificazione l'officiale; e più confermossi nell'idea
di santo, in cui prima tenuto l'avea per altri segni. Allorché
poi si sparse per Roma, esser morto un povero santo, non dubitò
punto, che fosse desso: e vedendo il suo prelato andar bramoso
alla chiesa di santa Maria de' Monti, ove diceasi esposto, per
vederlo, non poté trattenersi che non gli si accostasse.
Arrivato, non fece poco a penetrare sino alla bara fra la gran
calca del popolo accorso, e ravvisatolo appunto per quello, baciollo
divotamente, spargendo lagrime di tenerezza.
Non era mai che bevesse del vino: trattone solo quando veniva
obbligato dall'obbedienza. Per bere appressava le labbra alle
pubbliche fonti d'acqua, che da per tutto veggonsi in Roma: onde
dopo morte si viddero quei cannellini assediati dalla divozione
delle genti. La sua albergatrice Barbara Sori, nel congedarsi
Benedetto di ritorno da Loreto a Roma volea mettergli in mano
qualche moneta, per comprarsi, gli dicea, qualche poco di vino
nelle osterie ad ismorzar la sete. Egli non poté indursi
ad accettarla, dicendo: li poveri non portan denaro: basta
ad essi l'acqua dei fossi per bere: e se ho bevuto in sua casa
un poco di vino, l'ho bevuto sol per ubbidire; del resto io sempre
bevo acqua.
Contentissimo del misero sostentamento della mattina, non si dié
mai il caso, che la sera gustasse cosa per cena, o bevesse un
sorso d'acqua. L'ultima volta, che capitò in Loreto nel
dopo pranzo del Giovedì Santo del 1782 stracco ed affannato
fuor di modo, dal lungo viaggio di giorni ben ventidue, digiuno
affatto e intirizzito dalle nevi fu pregato dalla sua piissima
albergatrice Sori, che per poco si trattenesse in casa, a ristorare
alquanto l'estenuate forze. Benedetto ricusò tutto con
buona grazia; e lasciato in casa, colla di lei licenza, il suo
fagotto, avviossi a dirittura a visitare l'amatissima sua Madre
della Santa Casa, promettendole, che tornerebbe la sera per cenare.
Tornò di fatti puntualmente la sera, e vedendosi esibito
un piattino di caviale. lo scostò subito dicendo: non
è cibo da povero: è roba troppo preziosa; e
cenò pochissimo, osservando rigorosamente il digiuno.
Quantunque possan dirsi poveri per ispirito anche quei
facoltosi, che abbondando di beni temporali, pure non attacchino
ad essi il cuore, giusta l'avvertimento del reale profeta: divitiae
si affluant, nolite cor apponere; propriamente però
secondo il parere di s. Tommaso, veri poveri per ispirito sono
coloro. che né hanno beni temporali, né braman di
averne; tutti intesi a Dio, ed ai beni eterni: dicuntur proprie
pauperes spiritu qui nec habent divitias, nec affectant. Tale
fu Benedetto; e questo fu il pregio migliore della virtù
di sua povertà; l'essere perfettamente distaccato da tutte
affatto le cose terrene: sicché nulla possedendo, nulla
affatto desiderava il suo cuore. Ragazzetto in casa niun pensiere
prendevasi di se stesso; non trastulli, non ciarle, non divertimenti:
eran le sue delizie le orazioni, i libri divoti, il ritiro, la
frequenza della chiesa.
Viveva in quella tenera età così sciolto da ogni
affetto terreno, così attaccato soltanto a Dio, che il
suo confessore attesta, non aver mai potuto scoprire in lui, ancorché
fanciullo, verun attacco a qualche cosa terrena. Dappoiché
intraprese il rigidissimo tenor di vita ispiratogli da Dio, non
tributò più un pensiero alla patria, agli agi, ai
parenti: dimenticato di essi, andava pari a un santo Alessio da
povero, da cencioso, da pellegrino, dovunque guidavalo l'Onnipotente;
calpestando da per tutto coll'effetto, non men che coll'affetto,
quanto di più lusinghiero e brillante vi è nel mondo.
Li stessi suoi parenti deposero, non aver avuto mai più
notizia alcuna di lui, sin dall'uscita dal convento di Sette Fonti,
quando scrisse loro che più non si rivedrebbero, se non
nella valle di Giosafatte; la prima notizia poi, che di lui ebbero,
fu loro recata dalla fama sparsasi da per tutto della sua santità,
morto che fu in Roma.
Sprezzatore del mondo vivea contentissimo tra suoi cenci, miserie,
e patimenti; e giudicava con S. Paolo, qual fango vile da calpestarsi,
tutte le cose, che più hanno in istima i mondani: non mai
avaro amò tanto le sue ricchezze, quant'egli la sua povertà.
Quindi quel generoso rifiuto di qualunque cosa gli offerisse l'altrui
pietà; la non curanza di procacciarsi limosine; il distribuirle
anzi ad altri poveri.
Avvegnaché molti di coloro, che più pregiano le
cose terrene, che le celesti, schifi del suo stato abbietto e
meschino, lo sfuggissero e talora ancora il deridessero; non mancaron
però all'opposto molti di gran pietà, che mossi
da edificazione insieme e compassione, gli esibivano amorevolmente
ciò, che credevano a lui necessario. Eran questi senza
dubbio spinti da Dio, che volea così da una parte dar campo
al suo Servo d'avanzarsi sempre più nell'esercizio delle
virtù eroiche, e dall'altra far conoscere chiaramente a
noi il suo volontario spirito di povertà singolare interna,
ed esterna, onde c'incoraggissimo sul suo esempio al disprezzo
delle cose temporali.
In alcune città, ove si trovò di passaggio nei suoi
pellegrinaggi, mirandolo alcuni tanto male in arnese e lacero
da per tutto, gli offerivano chi scarpe, chi calzette, chi camicie,
e chi molte cose insieme. Ciò con pari frequenza avveniva
in Roma, ove fiorisce mirabilmente lo spirito della carità.
Egli mostrando gradimento, tutto ricusava con buona grazia e rispondendo
lieto e modesto: non aver bisogno alcuno: bastarg1i la roba,
che aveva in dosso, si desser pure ai bisognosi. Ad altri
diceva: li poveri non devono vestir bene; questa roba non è
da povero: li poveri devono vivere di limosina. Sono tante
le testimonianze di tal suo rifiuto e delle sue edificanti risposte
nei processi, che sarebbe un noiare il riferirle. Talora alcuni
santamente importuni il costringevano ad accettar qualche cosa;
egli per non contristarli accettavala, ma scostato da loro, la
dava ad altri: o pur se ne valeva, sformandola però prima,
e sfilacciandola, in modo, che fosse veramente da povero.
Una buona donna passar vedendolo un giorno a capo scoperto in
tempo rigidissimo, in cui la quantità delle nevi cadute
avea imbiancata gran parte di Roma, e considerandolo intirizzito
dal freddo, e mal difeso da' cenci, gli offerì per carità
un berrettino di lana. Benedetto il ricusò: ma importunato
mostrò gradire la carità; se non che poco dopo il
rivide la donna casualmente a capo nudo, come poc'anzi, veggendo
il suo berrettino sul capo di un altro povero: del qual distacco
restò sommamente edificata.
Vi fu chi gli porse un cappello di paglia, coperto di ruvida seta
e ben vecchio, bastante solo a coprire il capo. Benedetto ne sfilacciò
la seta in più parti, onde quà e là ne comparisse
la paglia, indi se lo assettò in figura così ridicola
da trargli addosso le fischiate e le derisioni per le vie. Di
calzoni, scarpe, calzette, ed altre somiglianti cose, qualora
veniva pressato a prender ciò che volesse, egli adocchiata
la più logora e sdrucita e rifiutando l'altre, quella sola
sceglieva nel suo bisogno estremo.
Nemico del denaro, mai non chiedeva neppure un quattrino, offertogli
il ricusava; e se alcuni gli davano spontaneamente più
di quel che bisognasse al misero sostentamento giornaliero, il
dispensava a' poveri, o li rimettea nella cassettina delle limosine,
che sta sull'entrar della porta nelle chiese. E questa sua condotta
fu osservata con ammirazione. e testificata ancora da moltissimi.
Egli stesso rimproverato una volta da un de' suoi confessori,
e trattato quasi ladro di limosine, togliendole a' veri e soli
poveri; fu costretto con formal precetto di ubbidienza a rompere
quel silenzio, onde udiva serenissimo in volto i rimproveri e
a dar ragione di sue limosine: rispose tutto umile: che egli
non chiedeva mai limosina, se non in caso rarissimo di estrema
necessità; e che ricevea soltanto, ciò ch'era necessario
al suo scarsissimo cotidiano mantenimento, ricusando l'avanzo,
o pur dandolo ad altri poveri. Tanto bastò per approvarsi
dal confessore la sua condotta. Il suo mantenimento per lo più
in Roma consisteva in cibarsi del rifiuto altrui, buttato via
dalle finestre.
Otto baiocchi ricevuti appena, li passò in mano d'altro
povero. Altre monete, di rame elle fossero o di argento, non risiedevan
mai presso lui: subito dispensavale, contento del suo misero vitto
pel giorno corrente, nulla badando al futuro. Correva voce tra
alcuni che il dar limosina a Benedetto era inutile, perché
egli la dava ad altri; non avendone bisogno. Avvalorò questa
falsa voce una povera donna, che accattando fra la turba dei molti
divoti veneratori della Madonna Santissima detta dell'Archetto
in Roma, ricevé con sua maraviglia limosina da Benedetto,
cencioso più che null'altro. Resto tanto sorpresa, che
non poté trattenersi di non esclamare ad alta voce con
maraviglia: un poverello fa limosina ad altri poverelli.
Avvenne più volte, che alcuni per isbaglio gli dessero
moneta d'argento in vece di rame. Egli avvedutosene correva tosto
lor dietro e glie la restituiva, facendoli avvertiti dello sbaglio.
Non lasciò mai indursi ad accettar denaro per farsi la
barba nelle feste del Santo Natale, offertogli da alcuni. La splendida
carità di un esemplarissimo prelato al sol vedere la gran
divozione e l'immobilità del nostro Benedetto tutto coperto
di cenci, davanti al Santissimo Sagramento esposto per le quarant'ore
nella chiesa di santa Maria in Monterone, in anni diversi costantemente,
appostato un de' suoi servidori alla porta della chiesa, gli fece
esibire in nome di un benefattore, (ch'era egli stesso,) un mensuale
sussidio per le sue necessità. Benedetto lo ringraziò,
dicendo non aver bisogno e coll'usata sua modestia, e compostezza
tirò avanti il cammino. L'istessa risposta dié pure
ad altri in somiglianti offerte. Quel che reca maggior maraviglia
si è, che ne pur volea far uso del poco danaro, che per
l'estremo suo bisogno, qualche volta accettava senza prenderne
prima licenza dal confessore. Quindi si può ben conoscere,
che non potea portarsi a grado più alto la virtù
della povertà di quello, a cui portolla Benedetto: e che
non esagerò punto quel suo confessore di Loreto P. Temple,
quando scrisse e poi depose nei Processi, calzar bene alla virtù
eroica della povertà estrema di Benedetto, ciò che
aveva scritto san Bonaventura in lode della povertà somma
del suo Patriarca s. Francesco. Questa sua singolar povertà
negli abiti, nell'abitazione, nel vitto, nel letto l'avea ridotto
a tale emaciazione, che potrebbe credersi eccesso da recarselo
a scrupolo, come il credette un degno sacerdote da principio:
ma poi si ricredette, riflettendo esser varie le vie, che tiene
il Signore coi servi suoi; averlo voluto Dio per tale scabrosissima
strada; avergli perciò data grazia abbondante per correrla
non solo volentieri, ma con piacere, come la diede a s. Pietro
d'Alcantara, ed altri santi.
La purità di Benedetto fu così perfetta,
che molti nei processi il dicono: Angelo in carne; giovane
angelico; un san Luigi: giovane, che dir potea con s. Paolo:
in carne ambulantes, non secundum carnem militamus. Amantissimo
di sì bel giglio, ne fu sempre geloso; e diè saggi
chiarissimi, sin dagli anni più teneri, dell'impegno, che
aveva di custodirlo intatto da ogni pestifero fiato. Tale poi
era l'orrore al vizio opposto che dir solea: se una donna mi
toccasse subito mi staccherei la pelle toccata. Di questo
suo impegno ben consapevole una zitella serva del parroco di Ligny
vedendolo in casa Benedetto in un coi condiscepoli, composto,
e modestissimo, disse (ma sol per vedere, se le riuscisse sturbarlo
alquanto), tenetelo, che io vado ad abbracciarlo. Appena
l'udì Bededetto. che fuggì tosto di là, non
altrimenti, che se veduto avesse un orribile serpentaccio, in
atto di avventarglisi; quasi a facie colubri, come inculca
lo Spirito Santo. Fuga che destò riso in alcuni, in altri
ammirazione.
Per custodir bene un tal giglio nel giardino interiore dell'anima
sua, vegliò sollecito in ogni tempo sulla custodia dei
sensi, essendo questi la via onde il serpe infernale cerca l'ingresso
in tal giardino o per isvellere se pur gli riesca un tal giglio,
o per lo manco col suo pestifero dito farlo appassire. Quindi
tenne sempre bassi e modestissimi gli occhi. Camminava per le
strade come se orasse in chiesa, cogli occhi fissi in terra e
le mani piegate sul petto. La magnificenza dei palazzi di Roma
la varietà delle fonti, gli obelischi, le curiosità
che tirar sogliono a sé lo sguardo di tutti, non furon
bastanti mai a muoverlo punto: sembrava nel camminare un estatico,
non era mai che rivoltasse il capo o divagasse gli occhi. Il solo
mirare la sua compostezza e modestia incitava a divozione e bastava
a formarne idea d'un Santo.
Pensate poi quanta cautela adoperasse, quanta sollecitudine per
non mirar donna in viso. Versato abbastanza nella lezione della
Divina Scrittura sapea bene gli avvertimenti, che inculca lo Spirito
Santo su tal proposito: ne circumspicias mulierem alienam,
propter speciem mulieris multi perierunt; et ex hoc concupiscentia
quasi ignis exardescit. Quindi sapendo, che gli sguardi ravvivano
il fuoco della concupiscenza, non rimirò mai in faccia
donna veruna. Tutte le volte che in Loreto albergollo in sua casa
la donna piissima Barbara Sori, non ci fu mai caso che nel trattarla
rimirassela pur una volta in viso, rispondeva sempre con occhi
bassi, con modestia, con umiltà tale che le faceva crescere
sempre più la divozione e il concetto di un'anima santa.
Così ella attesta, come pure tante e tante altre volte
era l'ammirazione di chiunque il fermasse per avventura nelle
strade per somministrargli qualche limosina ovvero per parlargli;
in veggendolo con occhi bassi e colle mani incrociate in sul petto
rispondere a ciò che solo fosse necessario con poche e
ben pesate parole: e indi il più presto che potesse sbrigarsene
e partire, seguitando il suo cammino tutto raccolto in se stesso
con braccia piegate e mani raccolte dentro le maniche del suo
lacero ferrajuolo.
Ebbe impegno una donna di vedere i suoi occhi e sentirlo parlare;
quindi fermatolo una volta in istrada gli offerse limosina; egli
seguiva a starsene fermo cogli occhi fissi in terra, colle braccia
piegate sul petto senza darle retta alcuna. Importunato a prender
la limosina stese un poco la mano e la ricevette. Volendo però
essa attaccar discorso gli disse che la raccomandasse a Dio per
certe sue traversie: pur tuttavia restò delusa, poiché
Benedetto senza aprire né gli occhi a mirarla, né
la bocca a profferir parole, le diè segno di aver capito,
col chinare soltanto il capo, e andò via. Un'altra che
spesso gli dava limosina spinta a ciò fare dalla divozione
e modestia di lui, depone, che: benché l'abbia veduto
per molti anni, non può dire come eran fatti gli occhi
suoi; ricevendo egli la limosina senza ringraziarla e molto meno
guardarla in viso. E così molte altre che gli somministravan
limosina.
Regolandosi cogli avvertimenti dello Spirito Santo nella Divina
Scrittura, non solo non mirava donna in volto, ma ne fuggiva sibbene
la conversazione. Sin da giovinetto colle sorelle sue stesse non
trattava, se non quando richiedevalo la necessità. Giunse
una volta a lasciar di fare la sera la lezione spirituale, com'era
solito ad un divoto vedovo, abitante presso la sua casa, per isfuggire
una ragazza di casa, che l'ascoltava. Trattar poi con donne nel
rimanente di sua vita, non era mai se non quando vel costringesse
necessità precisa. Queste eran tutte per lui oggetto di
fuga: e se ne' suoi pellegrinaggi veniva costretto dalla carità
altrui ad accettare l'alloggio, per sottrarsi dall'aria notturna,
prima chiedeva se ci fossero donne, ed essendovi, non vi era modo
di accettarlo.
Non fu men cauto per la custodia dell'udito e degli altri sensi
di quel che lo era per gli occhi. Una parola oscena, che per accidente
gli risonasse all'udito, era per lui come un tuono orribile, che
il riempiva di orrore. Andava un dì una ragazzetta d'anni
sei a un dipresso, cantando innocentemente in pubblica via una
canzoncina, che avea dell'osceno. Appena risonarono le prime parole
all'udito di Benedetto, mentre camminava lungo la via stessa,
che inorridito gettò un grido altissimo vicino a lei, domandandole
replicatamente, se sapesse il Pater noster; ma la poverina
restò cotanto sbalordita. che non ebbe punto coraggio a
rispondergli. Uno dei motivi, onde fuggiva la compagnia d'altri
poveri, e spesso altresì lasciava di portarsi a prendere
la minestra alle porte dei conventi, era per non sentir parolacce
immodeste, o profane, o improprie, che simil gente suole proferire
o per barzelletta, o per rabbia nelle altercazioni.
Quanto al gusto, e tatto, che abbraccia tutto il corpo, basta
sol rammentarsi di ciò che si è detto nei primi
due capi di questa terza parte intorno alla sua povertà
nel vitto, negli abiti, nel letto, nell'abitazione. Due cose rimarchevoli
mi restan qui da aggiungere. La prima intorno al vino, di cui
sempre privossi. Interrogato dal suo confessore di Loreto, altrove
da me lodato, per qual motivo bevesse acqua; benché avesse
da prima risposto: Bastar l'acqua per li poveri, non esser
necessario il vino; pure costretto poi sotto comando d'ubbidienza
a dire, se avesse altro motivo, rispose sospirando e vincendo
se stesso, che pretendeva togliere qualche incentivo al corpo
a non calcitrare e così tenerlo a freno. Risposta molto
conforme al detto dello Spirito Santo: Vinum et mulieres apostatare
faciunt sapientes.
La seconda è, che dando al corpo il necessario notturno
riposo, gliel dava avvolto nelle sue stesse cenciose vesti; delle
quali mai non si svestiva, se non qualche rara volta per necessaria
circostanza; intento così sempre a soggiogare l'insolenza
della carne, che carezzata suol ricalcitrare: Incrassatus est
et recalcitravit; incrassatus, impinguatus dereliquit Deum factorem
suum.
Tale fu la vigilanza di Benedetto sopra tutti i suoi sensi per
custodire illibata la sua purità. Potete figurarvela maggiore?
E pur chi il crederebbe? Egli così penitente, così
guardingo e delicato, ebbe pure a soffrire tentazioni gagliarde
contro virtù sì bella e a lui sì cara. Né
fia meraviglia: questa è la condotta, che suol tener Dio
coi servi suoi più cari e più penitenti: permette
al demonio, che desti il fuoco nero delle sue tentazioni nella
fantasia e nel corpo loro: ma quanto sol basti ad affinar sempre
più il nobilissimo oro della lor purità: e contro
la intenzione maligna del tentatore farli con ciò crescere
di meriti presso lui; Faciet etiam cum tentatione proventum.
Son di ciò chiara prova le orride tentazioni del penitentissimo
S. Pietro di Alcantara nella sua religione; quelle di una santa
Maria Egiziaca nella sua solitudine per anni diciassette generosamente
tollerate; e quelle d' un S. Girolamo nel suo Romitorio, che nel
freddo suo corpo, estenuato dalle penitenze e da' digiuni, sentiva
bollire gl'incendi della libidine: In frigido corpore sola
ebulliebant libidinum incendia.
Or questo medesimo stile tenne il Signore col nostro Benedetto.
Era egli tentato di giorno e di notte contro la purità.
Minor fastidio gli davano le tentazioni del giorno, perché
affacciatesi appena, sparivan tosto a guisa di un lampo; e ciò
a forza della sua strettissima unione con Dio, nel quale stava
sempre felicemente occupato e come assorto. Quelle però
della notte gli riuscivano molestissime. Non prima l'afflitto
Servo di Dio conciliato si era un po' di sonno, che solo a grande
stento il potea, disteso su la nuda terra, mal coperto de' suoi
cenci e assediato da capo a piedi dai suoi insetti, che gli erano
addosso, il demonio con prave illusioni, immagini, fantasmi, e
risentimenti della carne veniva a disturbarglielo incitando a
qualche consenso la parte inferiore. Allora sì, che l'angoscia
del Servo di Dio era somma, che da una parte aborriva con grand'orrore
ogni ombra di offesa di Dio, e dall'altra vedevasi posto, come
sull'orlo del precipizio. Avvalorato però dall'assistenza
divina, e in Dio fidando, adoperava ogni sforzo per reprimere
l'impeto e la forza delle tentazioni. Resisteva coraggioso con
risoluta volontà, dichiarandosi pronto di accettar la morte
piuttosto, che voler cosa contro l'amato suo Dio. E perché
ciò non bastava ad abbattere il nemico, stendevasi per
terra umiliato, implorando l'aiuto da Dio medesimo; invocava l'Immacolata
purissima Vergine; segnavasi sovente colla santa croce; percuotevasi
il petto: e pensando alla passione del Redentore, arrossivasi
di quei brutti pensieri tanto opposti ad essa. Così gli
riusciva finalmente di mettersi in calma, e riportarne compita
vittoria: Or tali combattimenti non furon d'una o poche notti:
furon frequentissimi; duraron per anni.
Intanto non contento dei rimedi, che adoperava la notte, raddoppiava
di giorno le sue cautele; maggior custodia de' sensi, orazioni
più lunghe, mortificazioni più frequenti e più
rigorose. Era egli d'una carnagione bianca, fina, colorita, propria
di nascita civile, e ben fatte e belle eran le sue mani. Quindi
non volle mai ripulirsi dall'immondezze degli innumerevoli insetti,
né mutar vesti, perchè temeva di pericolo per se,
o per altri nel denudar qualche parte del suo corpo, che in tutto
il tempo di sua vita non mai guardar volle. Nascondeva le mani,
quanto poteva, per togliersi dagli occhi l'incentivo che ne avrebbe
potuto suscitare la vista loro, comecché passeggiera; e
per sottrarre al Demonio le armi da combatterlo.
Tutto ciò si attesta da due savissimi confessori: uno il
penitenziere di Loreto P. Temple, che coll'armi dell'ubbidienza
costrinse nelle sue conferenze a scoprirgli quanto ho qui narrato.
Aggiunse all'istesso confessore, ubbidendo al precetto: essersi
dato al genere austero di vita, e tuttavia continuarlo, anche
per questo motivo, di rintuzzare lo spirito immondo, da cui a
guisa dell'Apostolo S. Paolo veniva molestato. DATUS EST MIHI
STIMULUS CARNIS MEAE, QUI ME COLAPHIZET, e che perciò nella
miglior maniera che posso CASTIGO CORPUS MEUM ET IN SERVITUTEM
REDIGO. L'altro suo confessore e il sig. D. Giuseppe Marconi,
in Roma, che ricavollo dall'ultima confession generale, fatta
dal Servo di Dio un anno, o poco prima di morire.
Entrambi questi due e quant'altri egli ebbe confessori in Roma
ed altrove, attestano che mai in tutto il corso di sua vita non
trovarono in Benedetto colpa veruna interna, o esterna contro
il sesto precetto; e che nelle tentazioni la grazia del Signore
l'avea fatto restar vittorioso. Questa attestazione è un
grand'elogio per Benedetto, e dà risalto maggiore alla
sua purità. Sarebbe stato a lui facile il commettere somiglianti
colpe; non era egli in un romitaggio, non in un chiostro; vivea
nel cuor del mondo; girava terre, città, regni; non avea
soggezione, o dipendenza da alcuno che vegliasse su li suoi andamenti;
in età giovanile, inclinatissima a simili trasporti; il
suo temperamento vivacissimo; pericoli, che incontrar dovette
in tanti suoi pellegrinaggi; vivissime le tentazioni del Demonio
e stimoli del senso. E pure non commetter mai colpa veruna, neppur
leggiera.
Oh! questa e una gran virtù, virtù singolare, e
molto lodata dallo Spirito Santo presso l'Ecclesiastico. Quis
est hic, et laudabimus eum? Fecit enim mirabilia in vita sua...
erit illi gloria aeterna, qui potuit transgredi, et non est transgressus;
facere mala, et non fecit. Effetto fu questo della grazia
efficacissima, con cui Dio prevenir il volle, necessaria allo
stato, a cui Dio destinollo. Virtù ammirata in lui da un
suo confessore parroco, che perciò l'onora nei Processi,
dicendolo simile ad un sant'Alessio, a un san Rocco.
Oltre però di queste attestazioni, un'altra io ne leggo
nei processi, che conferma, e le sue tentazioni e il fine suo
nello stato di sua vita così austero. Questa è del
Signor Giorgio Zitli, stato già tesoriere dell'imperator
della Persia, Culicam, e poi per vari accidenti fattosi fortunatamente
cattolico e ritiratosi a vita solitaria e divota nel convento
dei Padri Cappuccini di Roma, amico di Benedetto, sindacché
ne ammirò la prima volta la modestia, la compostezza, la
divozione. Questi compassionandolo per lo stato suo meschinissimo,
gli offerse più volte scarpe, calzette, camicie e quanto
gli bastasse. Benedetto ringraziandolo modestamente, dicevagli
di non aver bisogno; viver contentissimo dello stato di vita
così sordido; perché, soggiungeva, la gioventù
è cattiva e bisogna tenerla a freno. Risposta, che
tirava somma ammirazione ed edificazione nel suddetto Zitli. Risposta,
che far deve arrossire chiunque tentato presumesse delle sue forze,
e che stando in guerra viva col mondo, col Demonio e colla carne,
se ne stesse, come un vil soldato in battaglia, senza adoprare
le sue armi. Ond'è che presto; Sicut miles sine armis,
in bello facile corruet; resterà facilmente vinto,
se non maneggia l'armi della custodia dei sensi, della mortificazione,
della fuga dalle occasioni, e dell'orazione.
Tempo però giunse, in cui Dio compiaciutosi della vigilanza
e fortezza del suo Servo, dié fine ad un tal combattimento.
Fu questo negli anni ultimi di sua vita, terminata nel suo bel
fiore, quando appunto sono più vive le passioni, e più
vigorosa la concupiscenza. In questi ultimi anni Dio gli concesse
il dono singolarissimo dell'esenzione de' gravi stimoli e tentazioni
di senso, facendo avverare in lui ciò, che l'afflittissima
Sara disse a Dio nella preghiera, che gli porse nella sua tribolazione;
post tempestatem tranquillum facis, et post lacrymationem,
et fletum exultationem infundis. L'istesso Benedetto interrogato
da un altro confessore in Roma, malgrado la sua umiltà,
ebbe a confessargli tal dono. Il Marconi conobbelo tanto radicato
in virtù, che il credé inespugnabile all'urto delle
tentazioni.
L'ubbidienza dovuta da' sudditi al loro superiore per ragion
del voto, fu praticata senza voto da Benedetto Giuseppe: con questo
divario, che la praticò non solo con chiunque avesse autorità
sopra di lui, ma con ogni altro, che il comandasse, o anche senza
comando espresso gli mostrasse pur piacere ch'ei facesse o no
qualche cosa, purché non contraria al voler di Dio, regolandosi
coll'insinuazione dell'Apostolo S. Pietro: Subjecti estote
omni humanae creaturae, propter Deum.
Fintanto che visse giovanetto in casa dei suoi genitori, volò
sempre pronto a' lor cenni: cosicché questi lo amavano
tanto più sopra gli altri figli, quanto il vedevan più
docile e ubbidiente; né poteron mai avvertire in lui disubbidienza
veruna; come attestano nei processi.
Ubbidiva a' genitori in cose ancora di sua grande ripugnanza;
come quella, di far da compare ad un suo nato fratellino, tenendolo
a battesimo. Sembrava alla sua umiltà un peso troppo superiore
alle sue forze, il dover poi istruirlo, come figliano, qualor
mancassero i genitori al lor dovere. Pure chinò il capo
al comando che n'ebbe, e nell'ultime lettere, che scrisse a' genitori
pria d'intraprendere il nuovo stato austerissimo di vita, non
potendo altro, raccomandò loro caldamente l'istruzione
del suo figliano. Un sol'atto, che ha sembiante di disubbidienza,
tale in realtà non fu, come essi medesimi poi il conobbero,
e lo confessarono; fu anzi un atto lodevolissimo.
Pria di esporlo convien qui rammentare, che l'opporsi al volere
dei genitori, qualor questo si opponga al voler di Dio, non è
disubbidienza: è anzi un atto dovuto ed eroico. Tal fu
quello del giovane S. Luigi Gonzaga, quando resisté lungo
tempo al voler del padre che non lo volea chiuso in un chiostro
religioso ove Dio il chiamava; e d'un santo Stanislao Kostka,
giovinetto di anni sedici che, contradicente il padre, trafugatosi
da pellegrino, imprese il gran viaggio di mille e dugento miglia
solo soletto, per essere ammesso in Roma in quella religione ove
Dio il voleva espressamente. Egli è un atto inculcato da
G. Cristo medesimo, allorchè disse: Veni separare hominem
adversus patrem suum. L'ubbidire a' genitori in ciò,
che si oppone al voler di Dio, è un amare i genitori più
che Dio, contro il primo precetto del decalogo, confermato dal
Redentore allorché disse: qui amat patrem, aut matrem
plus quam me, non est me dignus; che però merita biasimo
e castigo, anzi che lode e premio. Per 1'opposto merita somma
lode il disubbidir loro, qualora si opponga il lor volere a quello
di Dio, padre supremo, e padrone assoluto dei figli, non men che
dei genitori.
Or ciò presupposto, ecco qual fu l'atto del nostro Benedetto,
che comparisce disubbidienza; ma è certo meritevole d'ogni
lode, perché è un atto di eroica ubbidienza a Dio.
Appena gli balenò nella mente l'uso di ragione, che Iddio
il chiamò ad uno stato di vita, il più austero fra
tutti. Stava egli di ciò sicurissimo, e per l'interna sensibilissima
ispirazione, e per 1' approvazione non di uno, ma di molti confessori,
da lui scelti e consultati come i più noti, per lunga esperienza,
per lumi celesti, per virtù, per pietà. Stavane
tanto sicuro, che cominciò fin da ragazzo a porre in opera,
quanto di straordinaria mortificazione e austerità potea
confarsi a quella tenera età: che se in questo veniva colto
per avventura dai genitori, diceva loro umilmente: che si addestrava
così allo stato di vita più austero, a cui sentivasi
da Dio spinto. Lo scrisse poi chiaramente nella lettera inviata
loro, uscito che fu dalla Certosa: Dio mi assisterà
e mi condurrà nell'impresa, ch'egli stesso mi ha ispirata;
non è a noi permesso di resistere alla volontà di
Dio. Così egli. Noi stessi non possiam negare questa
sua special vocazione, vedendo a posteriori, come suol
dirsi, avergli Dio conferita quella soprabbondante grazia, ch'era
onninamente necessaria per intraprendere e seguire fino alla morte
lo stato austerissimo di vita, già minutamente descritto
nel capo primo della seconda parte, ed altrove; e senza tale grazia
non era possibile ad un giovane nel fior dell'età, in mezzo
al mondo, il durarla. Essendo dunque sicurissimo della volontà
di Dio, a chi doveva ubbidire? A Dio, che il voleva, o ai genitori,
che ricusavano? Oportet Deo obedire magis, quam hominibus.
Chi potrà dunque tacciarlo in questo come un disubbidiente?
Chi non anzi lodar sommamente la sua ubbidienza? Si loda come
eroica la virtù di Santa Giovanna Francesca de Chantal,
perché chiamata da Dio al chiostro, ebbe il coraggio di
calpestare il proprio figlio, attraversato su la soglia della
porta, per impedirla dall'uscire. Perché dunque si vuol
tacciato Benedetto, che per eseguire il voler di Dio, non curò
la resistenza dei genitori, e dichiarossi pronto a calpestare
anche il proprio padre, se si attraversasse su la porta per impedirlo?
Allorché poi visse in appresso padrone di sua volontà,
né soggetto a veruno, come in tempo de' suoi pellegrinaggi
e in Roma, non trasandò mai mezzo alcuno da esercitar la
virtù dell'ubbidienza: Non era pago di ricorrere a Dio,
per impetrarne lume, prima di intraprendere qualunque cosa; consultava
ancora sempre confessori, e direttori savi, prudenti, e ben versati
nella scienza dello spirito: né punto appartavasi dai loro
consigli. Dovunque andasse ne' suoi pellegrinaggi, dichiaravasi
col parroco, o con altro esemplar sacerdote, volere in tutto dipendere
da' loro cenni, e star sotto la loro ubbidienza. V'è chi
attesta, aver'egli fatto una volta quattordici leghe, per consultare
un di questi.
Gli atti particolari di sua ubbidienza versavansi alcuni circa
le cose sue interiori, altri circa l'esteriori. Quanto alle interiori,
riuscivagli troppo malagevole l'esecuzione: e pure soggettando
la volontà sua e l'intelletto, eseguiva puntualmente quanto
gli venisse ingiunto per iscoprirle; non poteva però far
sì, che non si scoprisse dal volto, e dagli atti la grande
sua ripugnanza. Avvegnaché fosse gelosissimo per la profonda
sua umiltà a tenersi ascose le cose, che passavano nel
suo interno; pure interrogato da' confessori, e costretto con
formal precetto di ubbidienza scopriva sinceramente il tutto:
senonché, combattendo nel cuore l'umiltà coll'ubbidienza,
mandava prima de' sospiri nati dall'intimo del cuore; sospiri
così profondi e penetranti, che gli estraevano fin le lagrime
dagli occhi. Laonde arrestavasi il confessore dall'inoltrarsi
più avanti nella dimanda delle sue cose interiori, per
non vederlo in quell'angustia, ed abbattimento di spirito, che
gli si leggeva nel volto, nelle parole, negli interrotti sospiri
e nelle lagrime.
Nelle cose però esteriori volava subito ad eseguirne gli
ordini, quantunque talvolta gli conveniva vincer se stesso. Un
confessore in Roma, sapendo da una parte per le confessioni la
nettezza di sua coscienza, e dall'altra, che non solea comunicarsi
nel giorno stesso della confessione, per prepararsi con più
esattezza a ricevere il Pane Celeste nel dì seguente, gli
ordinò, che quella stessa mattina, in cui erasi confessato,
andasse pure all'altare. Il servo di Dio, giudicando esser migliore
apparecchio l'ubbidienza; premessi alcuni atti, quella stessa
mattina presentossi alla sacra mensa, e comunicossi. Così
parimente ubbidì in Loreto ad un altro confessore, comunicandosi
non solo in quella mattina stessa, in cui erasi confessato; ma
nella seguente ancora, a tenor dell'ordine, che n'ebbe. Così
con altri. Nessuno però dei confessori gli ordinò
mai di tenere un sì costante tenore di comunicarsi nel
giorno stesso della confessione.
Solo l'ultimo confessore Marconi in Roma glie l'ordinò
savissimamente per sempre. Due motivi a ciò l'indussero:
il primo per far prova di sua ubbidienza; il secondo per conoscer
più chiaramente, se fosse esente da' pregiudizi, che corrono
sul punto della comunione, nei paesi oltramontani sospetti di
eresia, ove il servo di Dio era stato di passaggio ne' suoi pellegrinaggi.
Quindi non dubitando punto, poter egli comunicarsi, anche senza
premettere la confessione, gli dié l'ordine accennato.
Ubbidientissimo il servo di Dio, dall'ora innanzi soggettando
il suo intelletto e tutti i suoi sentimenti, comunicavasi nel
giorno stesso della confessione.
Tre volte in un anno soddisfece al precetto pasquale per ubbidire.
Una in Loreto, ove in quel tempo trovavasi e dove un confessore
in Roma aveagli detto poterlo soddisfare. L'altra nella chiesa
Patriarcale di San Giovanni in Laterano, come costumano i pellegrini,
assicurato dal confessore, che ivi soddisferebbe sicuramente al
precetto perché il curato di sua parrocchia non pago della
comunione fatta in Loreto, ordinogli, che la rifacesse in Roma.
Vedendosi poi questi esibito il solito biglietto, che assicurava
della comunione fatta in San Giovanni, lo riprese acremente imponendogli
di comunicarsi nella propria parrocchia. Benedetto accettando
in pace, ed in silenzio i rimproveri, ubbidì prontissimo,
e comunicossi nella sua parrocchia. Ubbidienza ammirata, pazienza
lodata da quanti riseppero il fatto; e dopo sua morte lodata ancora
dal parroco stesso.
Quel confessore in Roma, che gli ordinò di cercare qualche
impiego da esercitare, o qualche padrone da servire, per sottrarlo
dall'ozio, restò tanto edificato e commosso dall'ubbidienza
sua pronta nel cercare, benché invano, che da questa argomentò
fondatamente il vero spirito di Dio risiedente in Benedetto, e
le qualità di sua singolar vocazione allo stato rigidissimo
intrapreso, e lasciollo in libertà.
Non è però gran maraviglia, che abbia ubbidito a'
confessori, e parrocchi: egli è un dovere. Meraviglia ell'è,
ch'abbia ancora ubbidito a chiunque il comandasse per ubbidienza,
ancorché laico, ancorché donna. Albergato dalla
famiglia Sori in Loreto, stando la sera a cena, poco o niente
mangiava, quantunque non avesse pranzato la mattina, passata tutta
in chiesa. Rincrescendo tale astinenza all'Albergatrice, pregò
caldamente un dei ministri della Basilica, il sacerdote Don Gaspare
Valerj, che il forzasse a mangiare. Questi portatosi là,
in tempo di cena, restò edificato dal vederlo alzarsi in
sua presenza e non rimettersi in sedia, se non comandato: più
poi restò sorpreso dal vedere cogli occhi suoi, che appena
metteva in bocca qualche cosetta delle apprestate: ma imponendogli
il precetto di ubbidienza, che mangiasse, gli riuscì vederlo
mangiare un po' più. Avvedutosi poi, che lasciata da parte
una pagnotta intiera apprestatagli, servivasi solo di alcuni suoi
tozzetti di pane; ordinogli di praticare l'avvertimento di Gesù
Cristo agli Apostoli: manducate, que apponuntur vobis.
Tanto bastò: prese tosto il coltello, fettò la pagnotta;
mangionne più fette, aggiungendovi un uovo, che lasciato
avea. Di ciò non pago il Valerj, gli fé comando
di ubbidire in tutto a' suoi albergatori; in specie di accettar
cose da vestirsi, vedendolo tutto lacero. Prontissimo ubbidì
sempre: anzi l'albergatrice fatta santamente audace da quest'ordine
anch'ella il comandava per ubbidienza nelle occorrenze, e ne vedeva
pronta l'esecuzione: accettando qualche veste decente, e qualche
pajo di scarpe usate, per ubbidire.
In quel tempo, che visse nell'Ospizio dei poveri in Roma, ubbidiva
puntualmente, e senza replica al custode, pur che gli comandasse:
ubbidienza attestata dal custode medesimo, e lodata molto, come
perfetta, dall'abate Paolo Mancini Amministratore dell'Ospizio.
Son pieni dapertutto i processi degli atti di ubbidienza, che
prestava a chiunque il comandasse. Costumava dormir di notte sulla
nuda terra: e pure comandato in qualche circostanza, adagiavasi
sul letto. Non usò mai accostarsi al fuoco, per temperare
il gran rigore del freddo; pure al primo comando ci si appressava,
benchè per brev'ora. Non beveva mai del vino: assaggiavalo
però, quando venivane comandato. Solea ricusar le limosine
offerte; ma le accettava, se venivagli detto per ubbidienza. Rifiutava
gl'inviti di pranzo: pure qualche rara volta gliel faceva accettare
1'ubbidienza; e l'ubbidienza intimata nel pranzo, gli facea ancora
mangiar di tutto, benché quanto bastasse a praticar l'ubbidienza
in poca quantità. Questi atti di ubbidienza furon da Benedetto
praticati, non una o due volte, sì bene moltissime. Dovettero
pero costargli non poco; perché superar dovea la santa
e gran propensione, ond'era portato al rigidissimo tenor di vita.
Ciò non ostante, condiscendendo a' comandi altrui, ebbe
la mira di accoppiar sempre tale ubbidienza coll'austerità
della vita; quindi era a cagion d'esempio l'assaggiar del vino,
per ubbidire, ma poco; il mangiar di tutto nel pranzo, ma d'ogni
parte del tutto scarsissimamente; l'accettar limosina, ma quanto
bastasse per quel solo giorno; lo scegliere tra le cose offertegli
le peggiori e più logore.
Quanto sinora ho qui narrato, basta a sufficienza, per mostrar
chiaramente la perfezione della volontaria ubbidienza praticata
da Benedetto.
Gli argomenti del vero amore verso Dio sono molti, e molti i suoi
gradi. Il primo è senza dubbio guardarsi gelosamente dal
disgustarlo. Chi ama veramente Dio, ha tutto 1' impegno di non
offenderlo, neppur leggermente. Questo impegno ebbe Benedetto
sin dal primo uso di ragione; e lo pose in opera sin che morì.
Da che ebbe l'uso di ragione, sino all'anno duodecimo dell'età
sua, non fu notata in lui colpa veruna in casa paterna ed in iscuola:
non dai domestici, non dagli esterni, né pure dagli stessi
suoi condiscepoli. Trovo anzi attestato, che il suo contegno
nell'età fanciullesca era così modesto, maturo,
sincero, che lo annunziava sin d'allora per una bell'anima; e
riguardar lo facea dagli eguali non men che da' superiori, come
uno d'esemplarissima condotta. Era così colpito dall'amore
verso Dio, che si rendeva irreprensibile in tutta la sua condotta.
Dall'anno duodecimo in casa del suo zio parroco, sino al decimottavo,
in cui morì quegli gloriosamente per la carità,
accrebbe di molto il suo impegno di non offendere con colpa veruna,
per lieve che fosse, l'amato suo Dio; della cui grandezza mostrava
in tal tempo d'avere per favore divino cognizioni sublimi: onde
derivava il suo raccoglimento interiore, il silenzio, il ritiro
e il grande affetto a tutto ciò, che spettava al culto
divino. L'accrebbe in tal modo, che non fu mai notato in quel
tempo di mancamento alcuno, di ommissione, di colpa neppur leggiera;
e ciò, ch'è più ammirabile in un giovanetto,
neppur d'una parola inutile ed oziosa, tanto facile per altro
a scappar dalla bocca di uomini ancor maturi. V'è chi attesta
con suo stupore, di avergli data più volte l'occasione
di turbarsi, ed impazientirsi con aspri e vivi rimproveri, onde
cercava distoglierlo dalla risoluzione di abbandonare affatto
la casa paterna. Il deponente osservò sempre in lui tal
placidezza di volto e costanza tale, che restò, come disarmato;
e confessa, aver quindi conosciuto il suo grand'orrore alle minime
colpe e il suo amore verso Dio, a cui posponeva i genitori stessi
e gli agi di casa.
Prova più chiara del suo orrore alle colpe leggiere diede
una volta in casa del suo zio. Trovavasi egli un giorno nel giardino
domestico, ove andar solea comandato dallo zio, per cogliere fragole
da apprestarsi in mensa. Quando scesa in giardino una ragazza
di casa, d'anni sette a un dipresso, ebbe voglia di gustarne e
pregonne Benedetto. Questi rispose francamente, che da sé
non potea: glie ne darebbe però, se ne andasse ad ottenere
dal zio la licenza. Andata tornò dicendo, non averla
ottenuta; ciò non ostante gli aggiunse: datemene
pure, lo zio nol saprà. Sen nol saprà lo zio,
rispose Benedetto, lo vedrà Dio. Ma che sarà
finalmente? replicò quella. Io non ve ne chiedo
molte: basteranno ancor due per isvogliarmene; questa è
cosa da poco: potete farla. Cosa da poco! che dite? Incalzò
Benedetto; non è mai cosa da poco quella che offende
Dio: oltrecché si comincia da piccole cose, e a poco a
poco si passa alle grandi: oggi non si tratta, che d'alcune fragole;
appresso si ruberanno cose più grosse: voi stessa ruberete
poche spille un giorno, un altro le forbicette; poi non avrete
difficoltà di rubar cose più considerabili: dal
poco si passa al molto. Pentitevi pure di tal vostra insinuazione;
e andate pure a confessarvene il più presto, che potrete.
Tanto egli disse; tutto conforme all'avvertimento dello Spirito
Santo: qui spernit modica, paulatim decidet. Né
di ciò pago gliel rammentò, quando quella fu sul
punto di portarsi in chiesa, per far la confessione. Restò
poi così tenacemente impresso l'avvertimento di Benedetto
e le sue risposte alla zitella, che non poté scordarselo,
già cresciuta in età; e monacatasi, scorsi già
molti anni, nel monastero dell'Orsoline, il depose nei processi.
Io posso piamente credere, che siasi poi ella regolata sempre
con tal sentimento. Oh quanto giovano simili avvertimenti a' ragazzetti!
E qual dispiacere danno a Dio, quanta rovina cagionano all'anime
loro quei, che condiscendono anzi a certe loro libertà,
che ammonirli; massime se hanno sopra d'essi autorità.
Il nostro Benedetto praticava esattamente in sé stesso
ciò, di che avvertiva gli altri: cosicché passeggiando
egli nel giardino un giorno col zio, e con altro parroco: questi
mirando l'abbondanza delle fragole, disse: Che gran quantità
di fragole! che grossezza! Benedetto potrà ben saziarsene.
Potrà, rispose il zio, ma non v'è timore
che le tocchi.
Era ben noto a quei di casa, e a' famigliari del parroco zio,
che Benedetto per il grande orrore, che avea dei piccoli furti,
molto ordinari a ragazzi dell'età sua, non avrebbe mai
stesa la mano a prendere un sol frutto, né pure dei caduti
a terra; e che piuttosto l'avrebbe calpestati, che appropriarsene
un solo. Era per altro il giardino abbondante di frutti squisitissimi,
quanto vaghi alla vista, altrettanto dolci al palato. Poteva anche
presumere di qualche diritto, che gli dava l'affetto dello zio,
e il vincolo stretto del sangue. Altrove però avean la
mira i suoi affetti, anzi che alle bassezze delle cose terrene,
e alla soddisfazione della gola; né regolavasi con queste
benigne riflessioni, ove trattavasi di osservanza della legge
divina.
Avvenne un giorno, che trovandosi in campagna con altri giovanetti
pari di età, questi rubacchiarono alcuni pomi nel vicino
podere: e credendo fargli servizio, glie ne offersero alcuni.
Benedetto vincendo ogni umano rispetto, né volendo in conto
alcuno riceverne, con intrepidezza lor disse: questi sono pomi
rubati, non è a voi permesso di mangiarne; ed io non ne
voglio affatto. Così parimente rifiutò certe
ciliege offertegli da un compagno, prese dalla dispensa del padre;
e dicendogli quegli, essere ciò piacere del padre, accettolle
con pena: pur tuttavia non volle assaggiarle, lasciandole così
pendenti da un filo attaccato alla finestra, finché marcirono.
La sollecita vigilanza, che adoperò negli anni teneri e
giovanili contra ogni offesa di Dio, divenne poi somma e più
delicata nel rimanente di sua vita. Sono concordi tutti i suoi
confessori nel deporre, aver Benedetto osservati minutamente i
precetti di Dio, e della santa Chiesa; non aver mai commessa colpa
veruna veniale deliberatamente: aver sempre praticati i consigli
evangelici, ed in seguito aver conservata sino all'ultimo spirito
di vita la bianca stola dell'innocenza, che ricevé nel
santo battesimo: cosicché nelle sue confessioni, nessuno
trovò mai materia sufficiente, non che necessaria. Sarebbe
cosa superflua, ch'io in ciò più a lungo mi distendessi;
bastando, quanto ho narrato. Aggiungo soltanto, che i confessori
da lui scelti, sono ben noti per esemplarità, per dottrina,
per esperienza; né sono già d'una sola città,
ma di varie, ovunque egli trovavasi ne' suoi pellegrinaggi; principalmente
in Loreto, in Fabriano, e più che ogni altro in Roma. Oltre
i confessori, attestano con giuramento, in quanto appartiene all'esterior
portamento la sua irreprensibile condotta, e sacerdoti ed altre
persone degne di tutta la fede.
Non dovette però costar poco a Benedetto l'osservanza de'
precetti divini, ed ecclesiastici, e lo scansar qualunque colpa
leggera. Chiesto egli dal confessore penitenziere di Loreto, se
ne' suoi pellegrinaggi avesse lasciato nei dì festivi d'intervenire
qualche volta alla messa; costretto col solito comando d'ubbidienza
rispose: che per santificarli, come dovea, si guardava in que'
giorni di viaggiare; ciò che prima interrogatone avea
detto al sacerdote Valeri: ma che per trovarsi con puntualità
in detti giorni nelle chiese, gli era convenuto nel dì
precedente accelerare velocemente il passo, attraversar monti,
soffrir talora pioggie dirotte, camminare a piè nudi sopra
le nevi.
Per isfuggir le ciarle, le parole oziose, le mormorazioni, i motti
osceni della gentaglia, camminava sempre solo, ricusando la compagnia
di chi che fosse; scansando l'osterie e lasciando le vie battute,
col grave incomodo di allungamenti, e di pericoli, che spesso
incontransi fuor delle strade maestre.
Per l'istesso motivo altresì fuggiva, quanto per lui si
potesse, il consorzio d'altri poveri: specialmente lasciava talora
di prender la minestra alle porte dei conventi, perchè
quelli rissando spesso tra loro proferivano qualche parola sconcia,
o ingiuriosa a Dio.
Di ciò non pago, esaminava rigidamente ogni sera la sua
coscienza, chiamando a sindacato le operazioni tutte, le parole,
i pensieri stessi di quel giorno, sempre tristo e dolente dell'ingrata
sua corrispondenza alla grazia divina, a' favori celesti, e pensando
alla maniera, onde risarcir tutto nel dì seguente.
Facea, dovunque si trovasse la confession generale, oltre le frequenti
particolari: ma così in queste, come in quella restavano
stupiti i confessori di non trovar mai materia sufficiente: e
di vederlo così compunto, ed umile, come se fosse reo di
colpe enormi. Anche nell'età di poco più che tre
lustri, era tanto grande la delicatezza di sua coscienza, che
l'impegnò a far molte confessioni generali, senza aver
mai colpa alcuna deliberata. Così depone il parroco di
Lepesse Don Giacomo Giuseppe Vincent.
Metteva poi esattamente in opera, quanto proponeva ne' suoi esami:
in ispecie intorno all'impedire, che altri offendesser Dio, anche
leggermente. Nell'ospizio del Mancini in Roma. avendo un dei poveri
posto in campo certo discorso, che avea del vano, e che potea,
se andasse avanti, offender la carità: Benedetto troncandogli
subito le parole in bocca: e pensiamo, disse, alla passione
di Gesù Cristo. Così fece svanire il discorso.
Nell'ospizio medesimo, volendo una sera certi signori, che abitavan
sopra di quelli, parlare con un dei poveri ivi radunati di nome
Antonino, ne domandaron di lui a que' poveri: ma ricusando Antonino
di andarvi disse a' compagni, che rispondessero dalla finestra,
non esser ancor venuto. Mal sofferendo Benedetto l'evidente bugìa,
prevenne; ed accorso alla finestra rispose sinceramente: Antonino
esservi, ma rincrescergli andar da loro. Indi rivolto con
santo zelo ad Antonino, rimproverollo dicendo: Non esser mai
lecito dir bugie: dover sempre dirsi la verità a qualunque
costo.
Trovandosi un giorno nella basilica della santa casa di Loreto
in atto di leggere un librettino divoto, gli si appressarono certe
dame Romane con brama di parlargli: appena cominciarono, che accortesi
della sua compostezza e divozione e che né pure alzava
gli occhi per mirarle gli dissero edificatissime soltanto: pregate
Dio per noi, Benedetto; e andaron via, senz'esser degnate
di un guardo non che di una parola.
Era insomma così sollecito, e vigilante contro ogni piccola
colpa; pesava con tale esattezza ogni parola pria di proferirla,
che sembrava ad alcuni dar nel troppo; se troppo può esservi
in somigliante cautela. Alcuni, che faceano gran conto delle sue
raccomandazioni a Dio, il pregavano talora indiscretamente, che
le facesse in loro prò; ma le facesse in ogni sua orazione.
Benedetto per non dir bugìa, o per non mancar poi alla
promessa, alzava prima gli occhi al cielo, pensava alquanto, indi
rispondea: questo è troppo peso, lo farò, quando
mi risovverrà. Così pure pratico con un suo
benefattore in Loreto. Il pregò questi, che tornato in
Roma, tutte le volte, che gli occorresse passar per la chiesa
dei padri Filippini, visitasse in suo nome san Filippo suo speciale
avvocato. Il servo di Dio, dopo di aver pensato un poco, rispose:
lo farò una volta soltanto.
Può darsi lettor mio, delicatezza maggiore, orror maggiore
ad ogni colpa, ancorche leggiera? Può darsi osservanza
più minuta, più esatta dei precetti divini, ed ecclesiastici,
ed ancora dei consigli evangelici? Ecco dunque il primo contrassegno
chiaro del suo grande amore verso di Dio. Il medesimo nostro Signor
Gesù Cristo disse di sua bocca, esser chiaro argomento
dell'amore verso Dio l'osservanza dei divini precetti; Qui
habet mandata mea, et servat ea, ille est, qui diligit me.
Che sarà di chi osservolli con tal delicatezza? Che sarà
di chi osservò ancora i consigli evangelici, e l'osservò
costantemente dall'uso di ragione sino agli ultimi aneliti di
sua vita? E pure questo è poco, al paragone di quanto narrerò
nei capi seguenti.
Per fondamento di quanto dovrò dire in questo capo, e nei
seguenti, mi convien premettere e far sapere a chiunque leggerà
quest'opera, che Benedetto, come attesta uno de' suoi confessori
penitenziere in Loreto: era abbondantemente ripieno di soprannaturali
illustrazioni, e cognizioni, tanto in riguardo al mistero della
Santissima Trinità, quanto in ordine alla passione di Gesù
Cristo; alle quali si era fatto strada colla continua orazione,
e contemplazione, e con la vita mortificata e penosa, che volontariamente
conduceva: cosicché posso con sicurezza asserire, dice
il confessore, che mediante l'abbondanza dei doni soprannaturali
ottenuti da Dio, egli possedeva quella retta scienza, che possiedono
i santi nella via, e nel pellegrinaggio del mondo. Così
egli, e conferma l'istesso più distesamente nei processi
in altro luogo.
Un altro confessore, che col precetto d'ubbidienza l'obbligava
a dirgli le cose sue interiori, asserisce, che parlando del
mistero della Santissima Trinità, e della passione e morte
del nostro divin Redentore, si spiegava in termini tali che faceva
comprendere, aver'egli dell'alte cognizioni, cosicché avendo
io, soggiunse, qualche pratica dell'opere spirituali composte
da santa Teresa, mi parve, che quant'egli dicea, fosse coerente
a quelle. Stimolato a dirmi, se avesse studiata teologia, rispose
di no. Onde compresi che il Signore avesse favorito questo suo
servo con quell'alte cognizioni, illuminandogli con luce soprannaturale
la mente: non essendo possibile che una persona digiuna di materie
teologiche, si fosse potuta esprimere, com'egli esprimevasi.
Sono sue parole.
Conforme a questa è la deposizione d'un altro confessore
in Roma. Dalle poche parole, che mi disse in risposta alla
mie interrogazioni, (fattegli nel confessarsi) compresi
benissimo, dice, esser egli penetrato della tremenda maestà
di Dio, ed avere una vivissima cognizione de' suoi divini attributi:
particolarmente della grandezza, maestà, e bontà
di Dio, quindi era, che conoscendo il proprio niente prorompeva
in umilissime espressioni etc.
Similmente un parroco suo confessore in Roma depone, aver rilevato
dalle conferenze tenute con esso: ch'era Benedetto favorito
da Dio con illustrazioni di mente con visioni mentali, e con altri
doni soprannaturali, che diconsi GRATIAE GRATIS DATAE. E benché
su le prime temesse questo confessore d'inganno: pure col tempo
conobbe, e confessò le suddette illustrazioni, visioni,
e doni esser vere e sode, e che venivano immediatamente da Dio.
Ed oh se non fosse stato quest'ultimo troppo umile, ed il secondo
troppo ritenuto; quante altre più rilevanti notizie si
sarebber tramandate ai posteri, gloriose a Dio, onorevoli al suo
servo e a tutti giovevoli? Quest'ultimo, giudicandosi per umiltà
inabile a dirigere un'anima sì grande, e in materie così
scabrose, giudicò sdossarsene, e gli comandò, che
si provvedesse d'altro confessore, che fosse ben versato nella
mistica, e che non avesse il peso della parrocchia: onde potesse
con maggiore agio applicarsi di proposito alla sua direzione.
Il secondo mosso a compassione della gran pena, che conosceva
provarsi dal Servo di Dio nel superare coll'ubbidienza imposta
le ripugnanze estreme dell'umiltà, giudicò non passar
oltre nelle dimande.
Or ciò premesso, non si penserà punto a dar fede
alle cose, che narrerò intorno all'unione sua con Dio,
allo sguardo fisso, agli slanci d'amore, all'estasi, e alle superne
impressioni. Effetti sono questi, che sieguono dalla cognizione
di Dio, illustrata vivamente da luce celeste.
Quanto all'unione con Dio, non ebbe egli impedimento alcuno per
unirvisi strettamente. Ciò che l'impedisce è l'affetto
alle cose terrene, ed a sé stesso. Il suo distaccamento
da tutte le cose mondane fu perfetto; il mostra chiaramente ciò,
che si è narrato della sua singolar povertà nei
primi tre capi di questa terza parte. Il distaccamento dal proprio
corpo, e dal proprio volere, ch'è più malagevole
d'ogni altro, si fa palese dalla sua angelica purità, e
dall'ubbidienza esattissima, esposta nel quarto e quinto capo.
Era dunque egli pari ad un legno aridissimo, scevro d'ogni umidità,
che appressato al fuoco, vien talmente investito da quello, che
pare fuoco, ne si distingue punto se non solo dalla forma accidentale.
In ogni luogo, in tutti i tempi, in qualunque azione vedevasi
sempre tutto assorto in Dio: da cui non sapea distaccarsi, neppur
col pensiero. Egli stesso, malgrado la sua umiltà, ubbidendo
al precetto, che n'ebbe dal confessore, fu costretto a confessargli
questa così stretta, e continua unione. Laonde il confessore,
e da ciò che rilevava nelle conferenze con lui, e da ciò
che vedea cogli occhi propri, e da quanto udiva pur dagli altri,
si dichiara non aver termini bastanti a spiegare il gran fuoco
di amore, che l'incendeva, e che tutto andar facealo in fiamme;
sicchè potersi ancor di lui dire con ogni verità
ciò, che del suo Serafico Padre San Francesco lasciò
scritto San Bonaventura: Esser egli come un carbone investito
tutto dal fuoco del Divino Amore, ed assorbito da esso.
Essendo però questa unione tutta interna, non può
conoscersi da noi, se non dall'esterno. La vivezza d'un fuoco
acceso dentro una fornace non si conosce, se non dalle fiamme,
che ne scappan fuori. Quindi esporrò le fiamme, che rinchiuse
nel suo cuore, uscivan fuori da' suoi sensi esterni, onde si argomenti
l'interno suo fuoco.
Gli occhi suoi, o in città fosse, o nelle campagne, indicavano
chiaramente la sua stretta unione con Dio. In città camminando
per le vie, teneva gli occhi stabilmente bassi, mai non alzandoli
a mirar la gente; molto meno le magnificenze degli edifizi, e
quant'altro tira l'occhio curioso: camminava sempre così
modesto, così composto, che quanti l'incontravano, edificati
sommamente, il credevano estatico; e se taluno parlar gli volea,
bisognava chiamarlo a nome e ad alta voce, non dimenando mai egli
la testa, e gli occhi qua e là. Altri depongono nei processi,
che: incontrandolo per le vie di Roma; lo vedean sempre solo,
col capo chino, gli occhi bassi, e con tale atteggiamento di corpo,
che fondatamente lo credeano tutto immerso nella contemplazione
di Dio; cosicché per le vie d'una città così
popolata, e magnifica, qual'è Roma, sembrava un perfetto
Anacoreta. Altri attestano, che: da per tutto vedevasi
assorto dalla continua presenza di Dio in una maniera così
sublime, che rassembrava un estatico. O stesse in chiesa, o camminasse
per le strade, la sua mente vedevasi esser talmente penetrata
dalla divina presenza, che ben conoscevasi, non aver egli altro
in vista, che Dio. La maniera divota e composta, colla quale procedeva,
era d'ammirazione, e di edificazione a chi lo mirava. Sono
moltissimi e tutti conformi gli attestati di altri su questo punto
non solo per le vie di Roma, ma in qualunque città egli
si trovasse. Bastino però gli esposti.
Nelle campagne poi, qualor viaggiava, non era men modesto, né
meno unito con Dio, di quel che il fosse in città. Mirava
di tratto in tratto i campi ameni, le piante, i monti e le colline;
ma tutto gli serviva come di scala per ascendere a Dio. Di
tutte le cose create (così depone il suo confessore
P. Temple, scrutatore dell' interno di Benedetto)servivasi
per conoscere sempre più l'onnipotenza, la sapienza, la
bontà di Dio, ond'era il dare in giubili di lode, di amore
verso Dio, come appunto accadeva, dice egli, al mio patriarca
s. Francesco, che EXULTABAT IN CUNCTIS OPERIBUS DEI. Lo splendore
del sole, l'amenità dei campi, la vaghezza delle piante,
gli uccelli, l'erbe, i fiori tutto rapivalo in Dio; e proromper
il facea in mille lodi, in fervorosi ringraziamenti, in estatiche
ammirazioni degli attributi divini; illustrato dalla celeste luce
leggevali chiaramente come in libro aperto in tutte le creature:
libro per noi miseri chiuso, per che poco amiamo Dio che dovrebb'essere
l'unico oggetto del nostro cuore.
Quindi derivava l'andar sempre solo per le strade della città,
e in tutti i suoi lunghi viaggi: quindi il ricusar compagnia d'altri.
La carità dell'abate Mancini credendo dargli qualche sollievo
in un pellegrinaggio dal suo ospizio dei poveri di Roma a Loreto,
gli esibì un altro per compagno; Benedetto ringraziandolo
francamente il ricusò. Importunato a dire, perchè;
rispose con sincerità ed umiltà, che: non voleva
esser disturbato dal fare orazione.
Così pure in Loreto nessuno mai potè gloriarsi di
averlo avuto per compagno; amando egli di starsene sempre solo,
ed unito con Dio: di mettere in opera il consiglio, che dà
a tutti gli uomini, di orare in ogni luogo, l'apostolo s. Paolo:
volo viros orare in omni loco.
Argomenti ancora dell'intima sua unione con Dio dava il suo udito.
Non voleva egli ascoltar notizie di cose benché indifferenti;
ond'era, che se i poveri dell'ospizio di Roma, terminate le comuni
preghiere, mettevano in campo tali ragionamenti, Benedetto ritiravasi
subito nella sua cameretta a trattar con Dio: per l'opposto fermavasi
tra loro qualor s'introduceva discorso di materie spirituali,
intramezzando ancor'egli qualche parola a proposito per fomentarlo.
Il parlargli poi direttamente dell'amor divino, era come il toccare
il tasto di un cembalo ben ordinato, che subito dà in salti
e suoni: infiammavasi in volto, dava in santo brio, e profferiva
sentimenti ed affetti che ben indicavano il gran fuoco, che avea
nel cuore. Per opposto colmavasi di grande orrore all'udire parole
contro la carita, contro la verità o contro Dio. Scagliavasi
con santo zelo verso chiunque si fosse, ammoniva collo spirito
della carità evangelica; e quando ciò non giovasse,
scostavasi amareggiato dall'offesa di Dio. In simili incontri
peraltro più volte dovette soffrire maltrattamenti grandi,
come si vedrà in altro luogo.
La lingua poi, siccome è 1'indice più fedele del
cuore umano, così era del gran fuoco d'amor divino, che
ardeva in petto al suo servo. Fu sempre suo costume fin da fanciullo
di parlar pochissimo per timore di offender Dio, e la carità
del prossimo: ogni parola pria che uscisse dalla sua bocca, passava
sotto la lima della sua mente, giusta l'avvertimento di s. Bernardo:
Omne verbum prius veniat ad limam, quam ad linguam; di
che ne erano tutti fortemente ammirati. Ove poi gli si presentasse
la opportunità, parlava con fervore grande delle verità
di santa fede; insinuava il disprezzo, che far si deve delle cose
terrene, per posseder le celesti: ne dava i mezzi insistendo principalmente
sulla mortificazione de' sensi a lui tanto cara: ed era udito
non sol con piacere, ma con meraviglia eziandio, e gran commozione.
Ma soprattutto spiccava il suo fervore, allorchè metteasi
a parlare dell'amore di Dio verso l'uomo e della corrispondenza
in amore che questi deve a Dio. Mostravasi penetrato fino all'anima
dal dolore, in veggendo quanto Iddio fosse mal corrisposto del
suo amore. Lagnavasi appunto come un figlio, che vede negletto
e disprezzato da altri 1' amato padre: dicea appunto, come s.
Ignazio di Loiola in un suo estasi: O Signore, se gli uomini
vi conoscessero non vi offenderebbero. Si offende Dio, dicea
Benedetto, perché non si conosce la sua bontà:
chi conosce Dio non fa peccati. Alcuni attestano nei processi,
aver provato somma commozione d'affetti nel sentirlo ragionare
di somiglianti materie. È proprio del fuoco, attaccar fuoco;
esser loro rincresciuta molto la brevità, non che restarne
mai sazi, né aver mai in altri tempi sentito parlar di
Dio col fervore, e coll'insinuazioni di Benedetto. Inculcava da
per tutto a chiunque abboccavasi con lui il vivere in santo timor
di Dio in grazia sua; l'abborrire anche i peccati veniali, come
offesa di Dio: mostrando sempre premura somma, che Iddio non fosse
in minima cosa offeso.
Occorrendo qualche rara volta di condiscendere all'invito di pranzo,
o fosse con altri poveri, invitati ancor'essi per carità
dall'abate Mancini, o fosse solo invitato in qualche città
nei suoi pellegrinaggi, era suo costume alzar prima gli occhi
e la mente a Dio in atto di orare, indi prender con ambe le mani
il piatto della vivanda ed elevatolo trattenersi alquanto con
occhi socchiusi in orazione fervorosa verso Dio, riconoscendola
come suo dono. Nell'atto stesso del suo scarso cibarsi benediceva
Dio, ringraziavalo, e prorompeva in atti di vivo amore, per aver
creato in beneficio dell'uomo tante cose. Di tratto in tratto
alzava gli occhi al cielo; indi abbassandoli, stimolava i commensali
con affettuosi sentimenti a lodar Dio: dopo d'essersi cibato,
dava a Dio le grazie in atteggiamento divoto, stando di continuo
colla mente e col cuore unito a Dio nell'atto ancora del ristorare
il corpo col cibo.
Tutto il suo contegno, la modestia costante, il volto sereno,
e divoto, le mani sempre composte, le parole che profferiva, e
tutto quant'era in lui, fino i cenci, che lo coprivano, ed in
cui pregiavasi più che d'un paludamento reale, il mostravano
sempre unito al suo Dio e sempre contemplante. La sapienza, ch'è
Dio stesso, e che ha sommo orrore di entrare, ed abitare nel cuor
macchiato di colpa: in malevolam animam non introibit sapientia;
nec habitabit in corpore subdito peccatis; mostravasi chiaramente
da tutto il suo contegno risiedere nel cuor di Benedetto: sapientia
hominis lucet in vultu ejus. Anche nelle risposte, che dar
dovea a chi l'interrogasse di cosa, comecché talora di
poco momento, riluceva la sua unione con Dio: perocché
alzava prima gli occhi al cielo, chiedendo da Dio lumi, e consiglio,
indi rispondea.
Nel tempo stesso del suo riposo notturno, ben si accorgeano altri
circonvicini della sua unione con Dio. Nell'ospizio de' poveri,
mentre tutti gli altri profondamente dormivano, uno dei custodi
udivalo replicar sovente, con voce alquanto elevata: miserere
mei, miserere mei. Un altro in varie notti ascoltava la sua
replicata esclamazione: Oh bon Dieu! Oh bon Dieu! Miserere
mei. Altri ancor vigilanti sentivano alcune giaculatorie,
che riferir non sapendolo, parte perché in lingua francese
loro ignota, parte per la loro rozzezza, sol rammentavansi di
questa più ovvia: Domine miserere mei; ed il riferivan
poi al direttore dell' ospizio, Abate Mancini, che con tali notizie
formava quel maggior concetto di sua santità, che prima
non aveane. Anche quando dormiva in qualche forno di campagna,
trovandosi in Loreto, era udito dare in sante esclamazioni ed
affetti.
Ma più di tutti gli altri, autentica la sua stretta unione
con Dio nel tempo notturno l'istesso Benedetto interrogatone destramente,
e costretto dall'obbedienza in Loreto dal più volte lodato
confessore P. Temple. Rilevò egli dalle sue risposte, che:
ogni volta, che la notte svegliavasi, il suo pensiere era di
rivolgersi colla mente a Dio, e chiamarlo in suo aiuto. Svegliandosi
si lagnava dolcemente collo sposo dell'anima sua, quasi fosse
lontano, ma credendolo a sé presente, stendevagli le braccia
così presso a poco esclamando: ah mio Dio! Io ho pensato
a voi questa notte, e mi avete cagionate vive pene e lagrime;
e pensavo che le mie ingratitudini vi avesser costretto a dar
orecchio alla vostra giustizia, ed allontanarvi da me: sospiravo
e correvo dietro a voi; e non vedevo che tenebre. Non dubitate,
Divin Salvatore, che io non sia tutto vostro, mentre vedete che
il primo movimento nello svegliarmi, è di persuadermi fortunatamente,
che voi mi amate anche oggi; e che non siete lontano da me, come
mi son meritato per i miei difetti e me lo ero immaginato con
vari timori.
Così egli. E il suo confessore cavava da ciò e da
tutto il tenor di sua vita, ch'egli, fosse di giorno, fosse di
notte, sempre teneva la mente elevata in Dio, a Dio pensava, dilettavasi
in Dio.
Quindi interrogatolo in una conferenza, come intendesse egli il
passo della cantica: Ducam eam in solitudinem, et loquar ad
cor ejus; se in senso letterale, o mistico, e se egli il praticasse:
ebbe in risposta, che egli l'eseguiva anche letteralmente;
benchè vivesse in mezzo al mondo. A gran ragione pertanto
il detto confessore non ha difficoltà veruna di considerarlo
sempre come un serafino di amore. A gran ragione ancor
noi possiamo dirlo: anacoreta in mezzo al mondo.
Il pregio più eccellente di tal sua unione con Dio, egli
è che mai in alcun tempo non raffreddossi; andava anzi
di giorno in giorno accrescendosi, non essendo essa ristretta
fra' limiti per l'oggetto infinito dell'unione, ch'è Dio,
d'amabilità infinita; anzi all'avvicinarsi al termine
de' suoi giorni, sempre in lui aumentavasi in guisa che sembrava
a tutti doversi in breve il suo spirito disciogliere da' legami
di questa vita mortale, ed unirsi eternamente al suo Signore,
a cui egli solamente aspirava. Così trovo deposto nei
processi.
Da quanto sinora si è narrato, è facilissimo ad
ognuno il conoscere la vivezza dell'amor di Dio, che avvampava
nel cuor di Benedetto. L'unione, dice S. Tommaso, è tutta
opera, tutto effetto dell'amore: Unio est opus amoris.
Se l'unione, che ebbe con Dio questo suo servo fu così
stretta, così continua in ogni azione, in ogni luogo, qual
dovea essere il suo Amore? E pure questo è poco a paragone
di quanto esporrò nel capo seguente.
L'orazione sia vocale, sia mentale, qualora facciasi a dovere,
è un segno ed un fomento dell'amore dell'anima verso Dio,
con cui famigliarmente tratta; come la definisce S. Agostino:
Oratio est hominis ad Deum adhaerentis affectio, et familiaris
collocutio. La lunghezza e la maniera di orare, che tenea
Benedetto, mostravano chiaramente, essere vivissimo il suo amore
verso Dio, ed averlo sempre fomentato al maggior segno.
Quanto alla vocale, un de' suoi confessori esaminandolo rilevò,
che non era molto lungo nelle orazioni vocali, e che mettea tutta
la sua applicazione nella mentale. Si sa solamente, che recitava
l'uffizio divino dei sacerdoti, ed il rosario della santissima
Vergine che portava sempre pendente dal collo: oltre quelle preci,
che si recitavano in comune, o nell'ospizio di Roma dai poveri,
o nelle chiese dinanzi al Santissimo Sagramento esposto. Ma la
scarsezza delle preci vocali, mostra in lui un amor maggiore verso
Dio che se ne avesse recitate di molte.
Ella è dottrina ben soda dell'angelico dottor San Tommaso,
che l'orazione vocale è un mezzo per sollevare a Dio la
mente: In oratione tantunt est vocibus, et huiusmodi signis
utendum, quantum proficit ad excitandam interius mentem.
Quindi siegue l'avvertimento che dà a tutti San Francesco
di Sales: Se facendo 1'orazione vocale, voi sentite tirato
il costro cuore alla mentale, non rifiutate di andare; e non vi
date pena di non aver ancor finite le vocali, che vi avete proposto:
perché la mentale, che voi avete fatta in luogo loro, è
più grata a Dio, è più utile all'anima vostra;
eccetto però l'uffizio ecclesiastico d'obbligo. Concorda
con lui S. Ignazio di Loiola, gran maestro di spirito, nel libretto
de' suoi Esercizi spirituali, ove parla de secundo orandi modo.
Vaglia ciò per avvertimento a quelli, che caricandosi di
preci vocali da recitare ogni giorno, si danno poi tale fretta
per terminarle tutte, che le precipitano senza punto di divozione.
Abbaglio in cui confessa S. Teresa, d'esser caduta nel principio
della sua carriera spirituale. A che tanto numero? A che tanta
fretta (dice S. Francesco di Sales). Vale più un
solo Pater noster detto cordialmente e con sentimento, che molti
recitati in fretta e correntemente.
Questa era la pratica del nostro Servo di Dio. Recitava egli l'uffizio
divino, ma il recitava contemplando, come fu osservato nella chiesa
di Santa Maria dei Monti in Roma: dopo di avere recitato qualche
salmo o lezione rimetteva su la balaustra dell'altar maggiore
dove orava l'uffizio, e davasi a contemplare ed a sfogare in santi
affetti con Dio. Capiva ben egli il latino avendolo appreso da
giovanetto; e il libretto del Kempis che leggeva giornalmente
era latino, come rilevò il P. Temple dalle sue risposte;
ma più ne capiva i sensi per il gran lume onde Dio lo favoriva.
Dopo lungo sfogo di affetti, con occhi sempre fissi o verso il
cielo, o verso la bella immagine della Santissima Vergine, senza
mai divagarli altrove, genuflesso, immobile, tornava ora a rileggere,
ora a contemplare, durando in tal divota occupazione molte ore:
cosicché un sacerdote piissimo mirandolo attentamente,
parte si arrossiva della distanza che vedeva tra l'orar suo e
quello di Benedetto, parte edificato, raccomandavasi internamente
a lui. Così nella recita del Rosario, e dell'altre orazioni
in comune, nelle quali distinguevasi in maniera particolare dal
far degli altri, per l'attenzione che traluceva nel suo atteggiamento
divoto.
Intorno poi all'orazione mentale, andava questa in Benedetto troppo
più in là dalla comune. Espongo qui, come la cominciava,
come e quanto la proseguiva, e come la terminava. Si vedrà
chiarissimo, che il suo orare, non era un meditare: era sì
bene un contemplare.
Per cominciarla, non avea egli da penar molto. La polvere ben
disposta a ricevere le impressioni del fuoco, appena si appressa
a quello, che va subito in fiamme. Noi miserabili siamo come legno
verde ed umido, in cui il fuoco non può così presto
adoperare la sua attività: abbiamo bisogno di fare prima
vari atti di fantasia, discorsi d'intelletto per poter concepire
qualche scintilla di fuoco. Benedetto era come polvere ben disposta:
appena dava principio, appena appressavasi al fuoco divino: Deus
noster ignis consumens est, che tosto scioglievasi in affetti
amorosi, e provava sante fiamme nel cuore. Si rammenti qui il
lettore di ciò, che scrissi nel principio del Capo VII.,
per fondamento dei pregi singolari della sua orazione: si rammenti,
ch'era egli a gran dovizia ripieno di cognizioni ed illustrazioni
soprannaturali; ch'era penetrato da vivissima cognizione dei divini
attributi, e ch'era da Dio favorito con illustrazioni e visioni
mentali, men soggette ad inganno, che le reali e corporee. Quindi
era, l'avere una somma agilità, come si depone nei
processi, di elevar la sua mente a Dio; segno manifesto dell'unione
del suo spirito con sua divina maestà.
Seguiva poi ad orare col dono dello sguardo fisso nella grandezza
di Dio, nei suoi divini attributi, nel mistero ineffabile della
santissima trinità, e nell'amore mostrato all'uomo dal
divin Redentore nella sua santissima Passione. Lo sguardo fisso,
così detto da' mistici, è un bel dono di Dio a cui
erasi ben disposto Benedetto col total distaccamento da tutte
le cose di questa terra coll'austerissimo suo tenor di vita. Dono,
per cui l'intelletto umano illustrato da lume superno, vien subito
elevato in Dio, nelle sue divine perfezioni, nell'amor suo; fermandovisi
con uno sguardo semplice, ammirativo e soavemente amoroso. Così
il definiscono comunemente i dottori mistici coi ss. padri: perspicua,
et jucunda veritatis admiratio. Quelle verità di santa
fede, che prima coll'oscuro lume della sola fede l'anima credeva
con fermezza, ma non vedea con chiarezza; le conosce poi chiaramente.
senza molteplicità d'atti, con un semplice sguardo della
sua mente illustrata da luce divina: conosce, gode, ammira, ed
ama con una tale interna soavità, da restarvi fissa, ed
immobile per ore, e per giorni interi: appunto come uno, che avendo
udite da altri le vaghe rappresentazioni d'un teatro famoso, le
crede sì allo scuro: se le va figurando alla meglio colla
sua fantasia; ma se poi avvenga di esservi di presenza spettatore,
e calata la cortina, veggale al chiarore dei molti accesi lumi,
allora in uno sguardo vede tutto con chiarezza, e distinzione:
e vedendo, resta fisso, ammira, stupisce, e gode, né sa
saziarsene, trapassando in tanto le ore senz'avvedersene.
Questo per appunto avveniva a Benedetto. Postosi egli appena ad
orar nelle chiese, si vedeva subito introdotto in cellam vinariam,
ove lo sposo divino introdur suole le anime sue spose, e a sé
carissime. Ivi fissando lo sguardo interiore, ora nelle infinite
perfezioni dell'Onnipotente Dio, ora nel mistero ineffabile della
santissima trinità; talora nell'infinito suo amore; altre
volte alla passione del Redentore, proseguiva per molte ore, ed
alle volte per tutta intera la giornata, non curando né
a rifocillare il corpo col cibo, né a che che fosse; tutto
inteso soltanto a mirare le sublimissime cose, che scoprivagli
la luce celeste, onde Dio il favoriva ad ammirarle, ed a prorompere
in affetti interiori di lode, di godimento, di amore; con una
tal pace interiore, e con tale abborrimento di quanto è
fuor di Dio, che credeva con S. Paolo, tutte le grandezze, e i
piaceri del mondo esser ben degni da calpestarsi dal cuore umano,
qual vile e feccioso fango.
La lunghezza delle sue orazioni è ben nota in Roma; e trovo
moltissimi, che l'attestano col nome di orazioni, quand'erano
vere contemplazioni, e favori divini. Il durarla per tutto intiero
il giorno era frequentissimo, senz'alcun cibo corporale; ben sazio
dello spirituale, cui l'Altissimo Dio: cibavit illum pane vitae,
et intellectus, et aqua sapientiae salutaris potavit illum. Non
in solo pane vivit homo. La prima volta fu ciò notato
in Moulins, tosto che uscì dal convento di Sette Fonti
nell'etade ancor verde. Quei, che ivi lo albergarono, dopo di
aver testificato nei processi le sue grandi mortificazioni, avendo
ricusato il letto, contento di riposar su la paglia; ricusata
ogni vivanda, d'altro non cibandosi soltanto la sera, che d'un
pezzettin di pane inzuppato nell'acqua, a cui qualche volta aggiunse
non più che tre, o quattro noci: dopo tutto ciò,
io dico, attestano, ch'egli usciva di casa alla punta del giorno
per portarsi in chiesa e che vi rimaneva fino a sera; e il
parroco di S. Pietro di Moulins aggiunge, che nella Chiesa stava
in figura quasi estatica.
Indi fu notato in Fabriano per tutto intero il giorno, e in Loreto
quanti giorni ivi trattenevasi, e in Roma finalmente, in varie
chiese; ma in quella specialmente, ch'era da lui più frequentata,
detta di S. Maria dei Monti, di star sempre in continua contemplazione.
Quanti attestano uniformemente la lunga durazione delle sue orazioni,
tutti del pari attestano la maniera ammirabile del suo orare.
Chi il dice estatico, chi un Angelo; altri immobile come una statua.
altri un santo; molti assorto tutto in Dio, alcuni non averlo
mai veduto in tal tempo in atto di nettarsi il naso, cacciar saliva
dalla bocca, muover le mani, e simili miserie, proprie dell'umano
miserabile corpo. Si posero talora alcuni nascosti a bella posta
o nei coretti della chiesa, o dentro un confessionale, o in altro
nascosto luogo, massime nelle ore più solitarie, per osservarlo:
il vedeano fermo, estatico, immobile nel modo stesso: non era
l'occhio umano, che il movea: era l'amor divino. Chi guarda ammirato
un re maestoso sul soglio reale, non cura delle formiche che calpesta
coi piedi. D'ordinario stava in ginocchio, trattene poche volte,
che mettevasi in piedi: ma da estatico, per brev'ora, e negli
ultimi tempi di sua vita costretto da gravi suoi mali.
Era così lunga, così estatica la maniera del suo
orare, che tutti l'ammiravano. Alcuni al solo mirarlo immobile
colle mani incrociate sul petto, cogli occhi fissi, senza batter
palpebra, rivolti al Santissimo esposto, o al cielo, o all'immagine
della Santissima Vergine, sentendo destarsi in cuore una gran
tenerezza, erano costretti a piangerne per divozione; e dentro
loro stessi gli si raccomandavano, credendolo un santo. Molti
portavansi appostatamente alla chiesa di santa Maria de' Monti
o altrove, dov'eran sicuri di trovarlo contemplante in ogni ora,
per edificarsene e per compungersi. Così un divotissimo
Beneficiato della patriarcale basilica vaticana far solea, recandosi
a tal fine sovente alla suddetta chiesa, e ponendosi, quanto il
più gli fosse possibile, vicino a lui nell'ordinario sito,
dov'era solito orare, consolandosi di star dappresso ad un santo,
com'egli lo credeva: e in mirandolo in quel divoto atteggiamento,
provava in sé tali mozioni ed affetti interni, che il tenevan
più raccolto nella sua orazione; ed ora arrossiva di sé
stesso sull'esempio di lui; ora figuravasi, che nel dì
dell'universale giudizio il Signore costituirebbe questo povero,
sudicio, abbietto per suo giudice a rimproverarlo di sua tiepidezza
nell'orare, nel servir Dio, nel corrispondere ai doveri del suo
stato ecclesiastico, ed alle grazie del Signore: quindi umiliavasi,
compungevasi, e prolungando le consuete sue orazioni, rincoravasi
a vita più fervorosa.
Il P. Don Biagio Piccilli uno de' pii Operai, consultore della
sacra congregazione de' Riti, che confessava indefessamente nella
sua chiesa di santa Maria de' Monti, e che solea chiamarlo nei
famigliari discorsi, somigliante ad un sant'Alessio, povero per
elezione, dicea sovente a' penitenti suoi, che Benedetto servivagli
di modello, e di stimolo all'orare.
Se la maniera, e la durazion nell'orare di Benedetto era ammirabile,
come il sarebbe stata in qualunque altro servo di Dio; in lui
rendevasi più ammirabile per alcune particolari circostanze,
proprie di lui solo. Era egli continuamente assediato, e molestato
da quelli innumerabili insetti pedicolari, come si dicono da medici,
che nelle sue carni aveano dapertutto un campo pacifico a pascere,
ed a moltiplicare a loro bell'agio. Convien qui ricordarsi di
ciò, che da me si narrò minutamente su questo singolar
genere di penitenza nel Cap. I. di questa terza parte. Un solo
di questi insetti, che per qualche accidente vi stia addosso è
capace di sturbare la quiete vostra, l'orazione, la pazienza ancora.
Tanti, e poi tanti innumerabili, e per tutto il corpo, che far
doveano in Benedetto? Qual tormento, qual disturbo recargli? Quali
stimoli a cessar dall'orare, ed a sciogliere ben presto un assedio,
così importuno, così penoso, così penetrante
?
Oltre a ciò vi aveva in ambe le ginocchia due natte della
grossezza di una piccola pagnotta; e non eran già incallite,
ma morbide così, che cedevano al tatto di chi le osservò,
e toccolle più volte nel cadavere. Qual tormento maggiore
aggiunger queste doveano al tormentato suo corpo? E pure né
quell'assedio, né questo tormento l'impedivano sì,
che non orasse fermo, immobile, genuflesso, né per una
o due ore solamente, ma per tutto intiero il giorno, colla giunta
d'esser digiuno affatto. Che dir dovrò? O ch'era egli un
cadavere senz'anima, o ch'era un marmo insensibile, o pur ch'era
un santo d'una pazienza singolare, un estatico, ed immerso tanto
in Dio, e nelle sue grandezze, che per suo amore, non curava punto
di qualunque tormento patisse nella persona: come non curavan
de' loro i santi martiri, immersi in Dio e da Dio avvalorati.
Rimane ora a vedere il Servo di Dio, dopo finita la sua contemplazione.
Siccome terminò Mosè (salva però la proporzione)
gli alti suoi colloqui, tenuti lungamente col Signore sul monte
Sinai, e di là scendendo fu veduto da Aronne, e da tutto
il popolo cinto di splendori in volto partecipati già dalla
luce Divina inaccessibile: così benché il volto
di Benedetto fuor del tempo dell'orazione sembrasse come cadaverico,
pallido e smunto; pure compariva poi tutt'altro, acceso e colorito
dopo l'orazione. Altri depongono che molte volte terminata
l'orazione, compariva così acceso nel volto, che sembrava
volersi esternare quel fuoco di amore verso Dio, che nutriva nel
cuore. Con alcuni de' suoi santi ha fatto Dio talora, per
favore speciale, esternare nel volto il fuoco interno del loro
cuore, e la gran luce della lor mente, per autenticare con portento
insolito la lor santità. Così un San Filippo Neri
vide un giorno il volto del Patriarca S. Ignazio ancor vivo, risplendente:
così un Sant'Antonio Abate si distingueva fra la turba
dei suoi monaci nell'orare, dai riverberi, che l'interna luce
tramandava al suo volto: così in altri tempi fu veduto
due volte un San Giovanni della Croce col volto risplendente,
per quel gran fuoco di amore divino, che dentro accendevalo; come
nella sua leggenda asseriscesi dalla Chiesa: Tanto in Deum
aestuabat amore, ut cum divinis ignis sese diutius continere intus
non posset, foras erumpere, ejusque vultus irradiare visus sit.
Così con altri pochi. Ell'è opinione comune fra'
teologi mistici, che lo splendor del volto in qualche servo di
Dio, provien dalla luce intellettuale abbondantissima, che comunica
col corpo le sue splendide qualità: benché allora
soltanto, quando a Dio piaccia farla manifesta ad altri.
Nel volto del nostro Benedetto si degnò due volte rinnovare
Dio un tal favore, per far palese l'interno fuoco, di cui avvampava
il suo cuore; e la gran luce delle celesti illustrazioni, altrove
esposte, onde favorivalo. Una persona di gran pietà trovandosi
una mattina, pria che nascesse il sole nella chiesa di s. Maria
de' Monti, vide Benedetto orar genuflesso nel solito suo posto
in contemplazione, colla faccia in alto rivolta al cielo; ed improvvisamente
il vide così lucido, e risplendente nel viso, che ne restò
sorpresa ed ammirata; molto più che in quell'ora né
da raggi del sole ancor non nato, né da lumi, che fossero
in Chiesa, né d'altronde derivar potea l'insolito splendore
che durò per qualche tempo; e lo attestò nei Processi.
Un sacerdote per più capi ragguardevolissimo, attesta di
averlo veduto col volto, fatto centro di più splendidi
raggi all'uscir che facea dalla chiesa dei Santi Apostoli, dove
avea lungamente orato, i quali raggi gli sfavillavano da per tutto
vivamente da capo a' piedi; del che restò così sorpreso,
che non sapeva saziarsi di rimirarlo per lo spazio di un'Ave
Maria, con provare a un tempo dentro di sé vari affetti
di tenerezza, e di rispetto; e col confermarsi, anzi coll'accrescere
il concetto, in cui tenevalo già d'un uomo tutto di Dio,
e tutto acceso di santo amore.
Or da quanto in questo capo si è narrato, rapporto alla
contemplazione di Benedetto, puossi agevolmente comprendere, di
qual vivezza, e attività, esser dovea il suo amore verso
Dio; giacché al dir di S. Tommaso, tal contemplazione non
nasce d'altronde, che dall'amore: Ad contemplationem movet
praecipue charitas.
Se la sua sublime contemplazione, e lo sguardo fisso mostrano
chiarissimo l'interno fuoco di amore, onde ardeva il suo cuore,
con più chiarezza il mostrano le estasi, delle quali di
tratto in tratto il Signore favorivalo; dicendo S. Tommaso, che
l'estasi non ha alcun principio, per farsi nell'uomo, che il solo
amore: Divinus amor directe extasim facit a differenza
della semplice contemplazione, a cui l'amore spinge, ma non la
fà.
L'estasi, come vien definita comunemente da' mistici, è
una totale alienazione da' sensi, cagionata da cognizione vivissima
delle grandezze di Dio, e dalla forza del suo amore; ma ciò
con tanta soavità, che non comporta seco per nulla quella
tal violenza, ch'è propria del ratto. Furono frequenti
tali estasi in Benedetto, credute per errore del volgo mali corporali,
sintomi, svenimenti originati dalla sua ben nota inedia, e fiacchezza
di stomaco. Né fia maraviglia; poiché in tale errore
son pur cadute in altri tempi persone, che facevano professione
di spirito. Eran creduti mali corporali, morbi epilettici, l'estasi,
onde Dio favoriva la diletta sua serva Ven. Suor Geltrude Salandri:
come, quando prima di passare alla fondazione del monistero di
Valentano, stando in Viterbo nel monistero di S. Catarina, sorpresa
da estasi, sembrava pari ad una morta; onde poste in iscompiglio
le monache, chiamato il medico, involto ancor egli nella lor falsa
credenza, giudicaron rimedio opportuno applicarle vescicatori
e bottoni di fuoco. A tutto insensibile suor Geltrude, dopo molte
ore cessata l'estasi, chiesta come la passasse, rispose: Io
non ho altro male, fuor di quello, che voi mi avete fatto; mentre
ho dormito avete fatta tanta roba: sia per'amor di Dio. Così
pure in simil caso rispose S. Filippo Neri.
Penetrato dunque Benedetto dalle cognizioni vivissime, e dalle
chiare illustrazioni, che gli scoprivano la grandezza, la maestà,
la bontà infinita di Dio, li suoi divini attributi ed altri
divini misteri; appena alcune volte mettevasi ad orare, che investito
d'improvviso dagl'interni splendori della celeste luce, restava
assorbito in Dio in estasi dolcissima: e come nell'estasi li sensi
esterni sono impotenti a far le loro operazioni sensitive; avviene
allora, che l'estatico né per ferro che il trafigga, né
per fuoco che gli si attacchi a destarlo, punto non si risente.
Per tal maniera son di parere, che Benedetto non sentiva in tal
tempo né le rabbiose morsicature degl'innumerabili insetti,
né la molestia delle natte, né le scosse di mano
altrui. Molti, ch'ebber la sorte di vederlo in tali circostanze,
descrivono la maniera della sua estasi, creduta da loro per lo
più svenimento corporale, così; stando egli genuflesso
col capo chino, colle mani incrociate sul petto; alzava poco a
poco il capo dalla parte di dietro; e restava col viso rivolto
al cielo, ed immobile: ma d'una maniera così fuor del naturale,
che credevano cader dovesse onninamente; essendo un sito fuori
d'equilibrio, a cui giunger non possono le forze umane. Alcuni
difatti pensavan di accorrere per carità a sostenerlo,
credendolo sorpreso da svenimento: ma lasciavano di farlo, vedendolo
dopo qualche tempo rimesso nello stato di prima. Ad altri sembrava
quasi volesse andar in aria, edificati dell'istesso divoto inarcamento.
V'è chi depone, che quando era immerso nella contemplazione,
inarcava molto la vita; e riversando la testa dalla parte di dietro,
sembrava, che volesse ogni momento andare giù per terra:
ma guardato bene in viso, parea abbandonato da' sensi, e rapito
in estasi. Avvenne un giorno, che un certo poco pratico della
maniera di orare del Servo di Dio, osservandolo in tal positura,
che pareagli, che ad ora ad ora stesse per cadere colla testa
e vita buttata dalla parte di dietro, fé cenno al custode
della chiesa di S. Ignazio, ove trovavasi, di presto accorrere
a sostenerlo; ma questi tolselo subito di sollecitudine, dicendo:
questo essere il costume di orare di quel povero.
Più volte nella Chiesa di S. Maria dei Monti fu favorito
da Dio di tali estasi; e qualche persona, versata senza dubbio
in somiglianti materie, non attribuiva al par degl'imperiti, tal
positura a svenimento corporale; ma sibbene a quel che veramente
era, sorprendimento estatico: onde così depose nei processi:
quand'io lo vedevo nella chiesa di S. Maria de' Monti in quella
profonda contemplazione, ed in quella positura colla vita inarcata,
lontano dalla balaustrata, ed ivi stare per qualche tempo considerabile,
credevo sicuramente, che allora il servo di Dio fosse alienato
da' sensi, e se ne stasse in una dolce estasi: non essendo possibile,
che una persona possa stare naturalmente in quella positura, come
stava Benedetto, senza cadere all'indietro.
Cadde difatti una volta a terra nella Chiesa di S. Teodoro in
Campo Vaccino, in quel giorno appunto, in cui celebravasi solennemente
dagli esemplarissimi congregati, detti in Roma Sacconi
la festa del Cuor Santissimo di Gesù. Accorsero tosto molti
a rialzarlo, credendolo effetto d'inedia, in un povero cencioso.
Levatosi non chiese, né cercò rimedio alla creduta
inedia, come avrebbe potuto naturalmente fare, se fosse stato
effetto di essa; ma si appressò alla balaustrata dell'altare,
e posto in ginocchio seguì costante ad orare. Un parroco,
che attesta il fatto, come presente, avendo giudicato sul principio
effetto d' inedia lo svenimento, poi dalle circostanze si ricredette,
e il disse un vero deliquio di amore, destato dalla contemplazione
del Cuore santissimo di Gesú, tutto fiamme d'amore verso
l'uomo, espresso con grande vivezza nella bella immagine, che
ivi si venera. Se il fuoco naturale attaccasi facilmente nelle
materie disposte, non è maraviglia che il fuoco divino
nel cuor santissimo di Gesù contemplato vivamente, avesse
attaccate le sue fiamme nel cuore di questo suo servo dispostissinno,
e distaccato affatto da quanto è fuori di Dio.
Per simil modo deliquio d'amore il credo ancor io, non leggendo
nell'attestazione il solito inarcamento, ma un puro abbandonamento
dei sensi; e non trovandovi i caratteri propri dell'estasi, ma
soltanto del deliquio d'amore, per cui ho letto somiglianti cadute
nelle vite di alcuni Santi.
Estasi giudicò saviamente il suo confessore ben pratico,
P. Temple, somigliante positura nella chiesa di Loreto, osservata
da lui stesso nel contemplante Benedetto: onde così attesta
nei processi: mi sono accorto, che in tempo dell'orazione era
egli non solamente tutto assorto in Dio ma a guisa di un estatico,
vedevasi come alienato da' sensi; ed infatti la positura stessa
ciò dinotava. Stavasene egli sfogando col dolce Signore
i suoi affetti interni, senza però profferir parola, e
né tampoco muover le labbra; colle mani incrociate sul
petto, col capo addietro che pendevagli dalle spalle, colla vita
inarcata, e cogli occhi rivolti al cielo. A me sembrava, che ad
ogni momento potesse il suo capo cadergli dal busto. Io non so
come possa naturalmente starsi in una tal positura per lo spazio
di molto tempo e senza il naturale equilibrio, senza un dono soprannaturale
di Dio, il quale colla sua virtù sostenga la persona.
Così egli. Quindi era, che ben consapevole delle cose interiori
di Benedetto, e ben versato nella mistica, non accorreva, né
spediva altri a sostenerlo; secondo 1'avvertimento, che dà
nella cantica lo sposo divino: Ne suscitetis, neque evigilare
faciatis dilectam donec ipsa velit.
Un bel complesso di slanci, di deliqui, d'estasi depone nei Processi
un degno sacerdote. Entrando alcune volte Benedetto nella chiesa
della Minerva, gli si metteva questi bel bello dietro, e collocandosi
non molto discosto ove Benedetto orava genuflesso, sentiva: che
quest'anima santa prorompeva di tratto in tratto in infuocati
sospiri, indicanti quell'ardente carità di cui bruciava.
Alcune volte questi sospiri, nati da una più viva ascension
d'amore, il facean dare in trasporti di amore, ond'era, che per
la veemenza dell'impeto interno, stava in una tal positura, che
sembrava, come se volesse slanciarsi verso Dio, unico oggetto
delle sue brame, tenendo slargati alquanto quei cenci, che gli
coprivano il petto, per dare sfogo alla veemenza dell'ascensione
interiore. Altre volte dava in dolci deliqui, sembrando come abbandonato,
e destituto dalle forze. Parecchie volte nel tramandare li detti
infuocati sospiri, elevava bel bello il capo; inarcava il corpo:
pareva, che volesse sollevarsi in alto, stando in atteggiamento
così straordinario ed incomodo, che non era possibile di
reggervi colle sole forze naturali, ma solo per grazia speciale
del Signore, che il sostenea. Sostenevalo ancora l'istessa divina
grazia, quando dopo di aver durato qualche tempo nell'atteggiamento
suddetto, abbandonava il capo sulle sue spalle, e trattenevasi
così qualche tratto di tempo, temendosi dagli spettatori
la sua vicina caduta.
Somiglianti cose attesta pure aver veduto coi suoi occhi un testimonio
autorevole, professore di teologia dommatica nel Collegio Romano.
Moltissime volte trovandosi questi ad orare nella chiesa di S.
Ignazio, ritirato fra due colonne, ove non veduto veder potea:
eccoti entrare in chiesa questo povero cencioso in ore solitarie
dopo il pranzo, quando lusingavasi non esservi chi potesse vederlo
o sentirlo, e mettersi presso la balaustra dell'altar maggiore.
Ivi cominciava la sua orazione in atteggiamento divotissimo. Internatosi
in quella, non potendo contener nel cuore le fiamme del santo
amore, prorompeva con voce alta e sensibilissima in affetti tenerissimi
verso Gesù Cristo. Più volte mirando fissamente
Gesù, come sta nel quadro in atto di porgere a S. Ignazio
la sua Croce, gridava tutto infuocato: A me, a me quella Croce
si deve per li miei peccati. Sta male su le spalle vostre, Gesù
mio; né compete al Santo, che s'incurva per riceverla.
Dava talora in tali trasporti di amore, che agitando in modo sé
stesso con vari irregolari movimenti, sembrava già quasi
spiccare un volo su la balaustrata, per mettersi sotto quella
croce, e vedersela caricar su le spalle. Io non posso asserir
con certezza, dice il testimonio, di averlo veduto sollevato
in aria: asserisco però certamente, che la positura della
sua persona era tanto irregolare, che avea qualche cosa di straordinario;
ed era indizio, anzi segno manifesto di un fuoco interno non naturale.
Era poi frequente il vederlo soavemente immerso in dolce deliquio
d'amore dopo gli sfoghi già esposti con un totale abbandonamento
delle membra, e come uno che avesse bisogno di chi il sostenesse,
quasi dicendo colla Sposa dei sacri cantici: Fulcite me floribus;
stipate me malis, quia amore langueo. Vedendolo in tale abbandonamento
durarla per qualche spazio di tempo, gli parea vedere in lui rinnovati
i soavi deliqui, che letti avea di San Filippo Neri, quando per
eccesso d'amore prostravasi in terra, come languente; slacciavasi
le vesti per dar qualche sfogo al fuoco interno d'amore, e stavasene
come ridotto agli ultimi svenimenti.
In altre chiese, come dei ss. Apostoli, di Santa Prassede, ed
altrove gli avvennero pure questi inarcamenti della persona, deliqui,
ed estasi, dei quali alcuni si esporranno più opportunamente
in altro luogo. Per ora basti quanto si è detto, a conoscere
chiaramente, sino a qual termine di forza s'inoltrasse l'amor
di Benedetto verso Dio. A gran ragione adunque uno de' suoi confessori
di Roma il credette un'anima veramente innamorata di Dio.
Un altro parimenti in Roma il dice: Uomo di perfetta carità
verso Dio. Cuore acceso da santo amor di Dio. Il P. Temple
suo confessore in Loreto: Serafino di amore, pari al Serafico
S. Francesco di Assisi. Somiglianti espressioni fan pure altri
confessori ed altri autorevoli testimoni, per esprimere l'ardentissimo
suo amore verso Dio. I loro attestati dei progressi, che fe' sempre
di bene in meglio Benedetto nel cammino della perfezione, mostrano
avverato in lui, ciò che scrisse giovinetto a' suoi genitori
da Montreville, partito dalla Certosa; assicurandoli così
nella sua lettera: Avrò sempre il timor di Dio innanzi
agli occhi, ed il SUO AMORE NEL CUORE.
Da quanto sin'ora ho narrato in questi tre capi del suo amore
ardentissimo verso Dio, io mi lusingo di dar nel segno, se credo
d'essersi in chiunque destati due affetti nel cuore. Il primo
d'un compiacimento ammirativo nel vedere in questi nostri tempi
tale amore in un povero, abbietto e cencioso. Il secondo d'una
qualche brama di amar Dio sul suo esempio. Quanto al primo, è
ragionevol cosa il compiacersene col Servo di Dio, e l'ammirarlo
per quindi muoversi a pregarlo, che per li suoi meriti ne ottenga
pure da Dio qualche scintilla del vasto suo incendio.
Quanto al secondo, se bramiamo veramente sapere come si ama Dio,
cel dice l'istesso servo di Dio. Accolto egli una volta ne' suoi
pellegrinaggi nella città di Fabriano per carità
in casa di persone divote, ed ivi fermatosi per cinque ore, in
tutto il tempo della sua dimora parlò dell'amor di Dio
con tal grazia, e fervore a' suoi ospiti, che infiammati, compunti,
e bramosi il chiesero ad insegnar loro la maniera di amar Dio.
Benedetto rispose: che per amar Dio, bisogna aver tre cuori
in un sol cuore. Il primo dovea essere tutto amoroso verso Dio
parlando sempre di Dio, pensando a Dio, operando per Dio. Il secondo
doveva essere tutto amoroso verso il prossimo, procurando d'aiutarlo
con carità non solo nel temporale, ma anche nello spirituale
colle orazioni, ed istruzioni. Il terzo doveva essere tutto crudo
verso sé stesso, procurando sempre di resistere alla propria
volontà ed all'amor proprio, castigare le carne con penitenze
e digiuni, e vincere le proprie passioni. Così egli.
Che questi tre cuori in uno gli avesse in sé Benedetto
ad evidenza il dimostra e quanto finora si è detto di sue
virtù, e quanto dirassene in appresso.
Con questo triplice cuore era egli giunto a quel supremo grado
di amore, proprio dei gran santi, qual'è l'amore disinteressato,
amore fino e purissimo; che non mirava il proprio vantaggio né
pure spirituale, né pure il guiderdone, che si dà
da Dio in cielo a' comprensori: tutto era inteso ad amar Dio per
le sue infinite perfezioni, per l'infinito suo merito; ed in tutto
ciò, che operava e soffriva, non avea altra mira, che dar
gusto e gloria a Dio, null'affatto curando di sé. Così
conobbe l'esplorator diligente del suo cuore padre Temple suo
confessore altre volte lodato, e così attesta nei processi.
Ma ciò, che principalmente facevalo andare in sante fiamme
d'un amor purissimo verso Dio, era il mistero ineffabile della
santissima Trinità, per le vivissime cognizioni, e soprannaturali
illustrazioni, onde Dio lo aveva abbondantemente favorito, nella
maniera propria di viatore; bastando a tenerlo sempre assorto,
e come fuor di sé. Per la qual cosa stupivano i confessori
nel sentire i termini e le maniere proprie, con cui cercava spiegar
loro i sensi sublimi che concepiti ne avea, se in ciò fare
interrogato n'era per ubbidienza.
Per questo suo ardentissimo e puro amore alla santissima Trinità,
Dio gli dà ora nel cielo una gloria speciale, palesata
dall'istesso Benedetto, allorché apparve cinto di gloria
ad una monaca moribonda in Sicilia, la quale ottenne dal Signore
per i suoi meriti una istantanea guarigione: era egli circondato
dagli splendori celesti, con una preziosissima gemma in petto,
che avea l'impronta della santissima Trinita, e sì le disse
essergli stata quella da Dio conceduta, in premio della divozione,
ed amore, che avea professato alla santissima Trinità.
Or se voi sinceramente bramate amare Dio, sia nel vostro il triplice
cuore di Benedetto: corrispondete alla grazia, che Dio vi dà,
se non pari a quella copiosissima, che fu data a Benedetto, almeno
proporzionata al vostro stato, ed impiego; giacché è
di fede che Dio dà la sua grazia a ciascuno in quella misura,
che gli è in grado. Unicuique nostrum data est gratia
secundum mensuram donationis Christi. Beati voi, se corrisponderete:
hoc fac, et vives. Miseri, ed infelici, se lascierete inoperosa
in voi la grazia del Signore: qui non diligit, manet in morte.
Oggetto del suo amore dopo la santissima Trinità, fu l'Umanità
santissima di Gesù Cristo nostro Signore. Considerando
il divin Verbo, abbassatosi per amore dell'uomo, vestire umana
spoglia, formam servi accipiens in similitudinem hominum factus;
stupiva di tal degnazione, e spasimava d'amore verso Dio Uomo,
ond'era il parlarne con sensi nati dal cuore infiammato, nelle
circostanze, che gli si presentavano, il volerlo da tutti amato;
il dolersi dell'ingrata corrispondenza degli uomini a tanto amore,
ed il lagnarsene amorevolmente col confessore nel dargli conto
della sua orazione per ubbidirlo. Da questo amore derivava il
saluto, che costumava fare, dovunque entrasse, o con chi parlar
dovesse: Sia lodato Gesù Cristo, ed il rispondere
al saluto, che altri coll'istessa sua formola gli facevano, dicendo:
Sempre sia lodato Gesù Cristo. Da questo derivava
l'aver sovente in bocca il nome santissimo di Gesù, e di
Maria; ed il chinare il capo con riverenza, qualor sentivalo nominare
da' pergami.
Ebbe origine pure da quest'amore il tenore di vita tanto umile,
abbietto e penoso, che intraprese: egli stesso fu costretto a
scoprirlo al confessore, quando ne lo richiese. L'abbiezione,
l'umiliazione di Gesù Cristo era quella, che più
gli toccava il cuore, gli faceva più impressione e gli
dava un impulso fortissimo ad imitarlo.
Quindi era il venerarlo bambino con affetti tenerissimi. Ogni
anno interveniva alla novena del santo Natale nella chiesa parrocchiale
del santissimo Salvatore ai Monti: ma con tale esemplar divozione.
qual si attesta somma nei processi, e qual può figurarsi
in un'anima penetrata dalle vive cognizioni, che avea dell'abbassamento
d'una maestà infinita all'essere d'uomo e bambino. Era
parimente suo costume il portarsi di tratto in tratto a visitare
il Presepe, dove fu riposto Gesù Bambino, che conservasi
nella basilica di Santa Maria Maggiore. Più di questi ossequi
esterni dovette piacere a Gesù l'impegno, ch'ebbe sin dalla
tenera età, di farsi bambino a sua imitazione, e coll'imitazione
animare gli esterni ossequi. Cominciò fin da quel tempo
a farsi bambino coll'innocenza battesimale, che conservò
sempre; coll'umiltà profondissima interna, non men che
esterna; col silenzio, osservando un'esatta custodia della sua
lingua, e col totale disprezzo di sé stesso, e delle cose
mondane, abbandonandosi tutto nella divina provvidenza, e paterna
sua condotta, qual pargoletto in seno della nutrice. Onde nella
lettera da me esposta nel Capo X. della prima parte, scrisse a'
suoi genitori tra gli altri sensi ancor questo: Molto mi rallegro,
poichè mi conduce l'onnipotente... Dio mi assisterà,
e mi condurrà nell'impresa, ch'egli stesso mi ha ispirata.
Quantunque egli amasse Gesù Bambino, pure l'oggetto principale
delle sue contemplazioni dopo il mistero ineffabile della santissima
Trinità, era la passione e morte del divin Redentore. Questa
tenevalo assorto in un alto stupore, considerando da una parte
la sua grandezza, e maestà; dall'altra l'acerbità
dei disprezzi, dei tormenti, la qualità della morte obbrobriosa
in croce. Giungeva più volte a venir meno, a cadere in
deliquio ed io non dubito punto, che fossero originati più
volte da tal dolorosa contemplazione quegli abbandonamenti dei
sensi, quegl'inarcamenti della persona, quelle languidezze amorose,
che altrove ho narrato. Uno dei confessori, che l'esplorarono
su tal punto, attesta, che nel narrargli, obbligato dal comando,
i suoi sentimenti nel contemplare la passione del Redentore, mostravasi
nel sembiante così afflitto, e compassionevole, che parea
dicesse coll'Apostolo: Christo confixus sum cruci; e sebbene
il Signore gli si comunicasse con alte e sublimi notizie, pure
il suo spirito in quanto alla parte superiore, si ritrovava afflitto
sì perché si conosceva scarso di forze e di virtù
per corrispondere a tante beneficenze, sì perché
conosceva quant'era mal corrisposto dagli uomini un Dio sì
amabile e sì amante dell'uomo, morto in croce per l'uomo.
Un altro depone, che Benedetto nel rispondere alle interrogazioni
obbliganti intorno alla contemplazione della passione di Gesù,
mostravasi così addolorato, come il sarebbe una madre tenerissima,
se vedesse il suo diletto figlio ed innocente straziato barbaramente
da mano crudele sotto a' suoi occhi. Mostravasi egli così
penetrato dalla considerazione della passione del Redentore; e
tanto in essa internato, che ne veniva quasi meno dal dolore:
onde dice, appropriar bene ad esso ciò, che di S. Francesco
scrisse S. Bonaventura: FLEBAT SUPER DILECTO SUO, ET COMPATIEBATUR
ILLI ANIMA EIUS. Tal contemplazione era il pane quotidiano di
Benedetto. Così il confessore.
Questa contemplazione sì profonda, questa sì viva
compassione, non fermavasi nell'interno solamente; spingevalo
altresì a due effetti esterni; uno era l'impegno di assomigliarsi
a Gesù Crocifisso, portando con lui il duro legno della
croce, d'onde proveniva la meschinità dei cenci, solo bastanti
a coprirlo per la decenza, ma non a difenderlo dalle inclemenze
delle stagioni, le austerità, le penitenze, le asprezze,
che continuò costante, sino all'ultimo giorno della sua
vita. L'altro era, il prestare all'appassionato Gesù, quanti
prestar gli si possano ossequi esteriori da un'anima penetrata
dalla compassione de' suoi dolori. Espongo quello che trovo nei
processi.
Visitava spesso la Scala Santa, e nel montare colle ginocchia
piegate tutti gli scalini versava copiose lagrime, benchè
estenuato di forze, assediato dagl'insetti, altrove esposti, tormentato
dalle grosse sue natte. Era quasi cotidiana la divozione della
Via Crucis nel Colosseo di Roma, ove erano tutti esposti li misteri
delle Stazioni, che or facea da sé solo, ora in compagnia
degli altri poveri albergati nell'ospizio dell'abate Mancini,
sotto la guida di un sacerdote zelante; distinguendosi egli fra
tutti specialmente per la modestia e compostezza, indicante l'interno
suo affetto, che si tirava con ammirazione lo sguardo di chi osservava
quella povera schiera: cosicché sgridando quel sacerdote
ora a questo, ora a quel povero della loro immodestia e svogliataggine
in un esercizio sì pio, non che sgridasse mai Benedetto,
ne restava anzi sommamente edificato al par degli altri spettatori.
Parecchie volte fu pur veduto nell'istesso pio esercizio della
Via Crucis nella chiesa d'Aracaeli: e ciò dopo d'aver prima
contemplati i misteri della santissima passione, ritirato dietro
un confessionale: ma così composto, e divoto, che chi osservollo,
con sua somma edificazione, entrato poco dopo in sagrestia, disse
ammirato a quanti in essa trovavansi religiosi, aver veduto in
chiesa un povero, che visitando divotissimamente la Via Crucis,
rassomigliava Gesù Cristo. Era altresì frequente
nel visitare nella chiesa di santa Prassede la Colonna, ove fu
flagellato nostro Signor Gesù Cristo, riposta in una cappella
a parte, e il Crocifisso, che ivi pur si venera. Trattenevasi
gran tempo contemplando immobile la passione, e tratto fuor de'
sensi fu più volte veduto nell'irregolare situazione della
persona colla testa pendente indietro, come altrove abbiamo esposto:
la qual cosa cagionò, in chi miravalo attentamente, concetto
di un'anima santa, rimanendone al sommo edificato.
Nel lunedì santo di quella settimana stessa, nel cui mercoledì
morì, avendo comprato una mezza foglietta di aceto nella
bottega, che stava incontro alla porteria di santa Prassede, veduto
da molti cominciò a berla. Avvertito da alcuni, che desistesse,
potendo da tal bevanda risultarne pregiudizio alla sua cagionevole
salute, rispose: Gesù Cristo ne bevette prima di me
su la croce, ed in quella settimana avea patito più di
me, per amor degli uomini. E così dicendo, versossi
in bocca lietamente tutto l'aceto.
Pregollo una volta l'abate Mancini, mentre albergavalo nel suo
ospizio in Roma, di portarsi ogni giorno nella basilica di Santa
Maria Maggiore, e quivi all'altare del presepe di Gesù
fare un'ora di orazione a norma d'una carta che gli darebbe. Ricusò
Benedetto candidamente di compiacerlo sul peso di ogni giorno,
per non poter con quella compiere, credo io a cagione delle distanze,
le cotidiane e lunghe sue orazioni e visite, com'era solito, in
altre chiese, e in modo speciale, ov'era esposto il divin Sagramento
per le quarant'ore.
Ciò non ostante si esibì pronto anche per ogni giorno,
qualora gliene desse il comando. Non giudicò il Mancini
comandarglielo: ma convennero, che vi si portasse per giorni soltanto
dodici. Ricevuta la carta delle preci, ed osservatala bene, si
avanzò Benedetto a pregarlo, che gli desse licenza di far
due ore, non una di orazione: e di meditare nel tempo stesso la
passione di nostro Signor Gesù Cristo. Volentieri a ciò
condiscese con gran piacere il Mancini; ammirando la sua fervorosa
divozione verso la passione del Signore. In qual maniera poi egli
mirabilmente accordasse nelle sue meditazioni l'infanzia del Signore
colla sua passione, dee ciò solo ripetersi dalle particolari
illustrazioni di Dio, che lo guidava. Io mi figuro che egli imitasse
in questo la santissima Vergine, la quale rivelò a santa
Brigida, che quante volte rimirava le mani, i piedi, la bellezza
del suo santissimo figlio Bambino Gesù, altrettante sentiva
trapassarsi il cuore dalla spada del dolore, rammentandosi quanto
predetto aveano i profeti, a lei ben noto per la perfetta intelligenza
delle divine scritture, intorno alla futura passione del suo amabile
Figliuolo: quoties aspiciebam Filium meum, toties animus meus
novo dolore absorbebatur; quia cogitabam, quomodo crueifigeretur.
Che che sia di questa mia riflessione, io ammiro in tal fatto
non solo ciò che ammirò il Mancini, la sua fervorosa
divozione verso la passione del Signore, ma la sua ubbidienza,
la sua candidezza, e delicatezza di coscienza: il suo amore all'orazione,
di cui per quanta ne facesse, restavane sempre famelico.
Era finalmente sua divozione speciale, il porsi ogni mattina nelle
piaghe del Crocifisso: in foraminibus petrae, che sono
le sue piaghe: in caverna maceriae, ch'è la piaga
del costato; ed in esse vivere contentissimo tra le tante sue
austerità, tenendo coll'Apostolo, come sua vita, il Crocifisso:
mihi vivere Christus est: sicuro scudo dagli assalti del
nemico infernale, e dai pericoli del mondo.
In questo tenero amore verso l'appassionato Signore fu egli costante
sino alla morte. Leggo nei processi un atto, che molti in sé
ne contiene in ossequio della passione del Redentore, praticato
due anni prima che morisse, cioè nel 1781. Avea egli fatto
il solito viaggio da Roma a Loreto: avea in quello impiegati ben
ventidue giorni facendolo a piedi, e sofferendo gravi disagi a
cagion delle nevi, de' geli e del freddo, che in quell'anno corse
rigidissimo, ed ei niente difeso da que' miseri cenci, che si
portava indosso, con calzette lacere e sino a mezza gamba, con
le scarpe sdrucite, giunse finalmente in Loreto nel giovedì
santo, sul dopo pranzo. Incontratosi causalmente con la sua albergatrice
Barbara Sori, questa invitollo ad entrare in sua casa, riscaldarsi
al fuoco, e ristorarsi con poco di cibo. Ma egli disprezzando
generosarnente la cura del suo corpo, e niente afflitto de' sofferti
patimenti, né della presente stanchezza, non del digiuno,
non del freddo, ricusò le sincere esibizioni per correr
tosto a visitare la santisssima Vergine, promettendo che tornerebbe
la sera. Tornò, cenò pochissimo: né pur tanto,
quanto si permettesse per colazione dalla santa chiesa. Sentendo,
che la mattina del venerdì santo dovea farsi in chiesa
di buonissima ora la predica della passione, negando all'affannato
suo corpo il dovuto riposo, portossi sollecito a quell'ora in
chiesa: ascoltò la predica; e può figurarsi ognuno
con qual commozione di affetti; proseguendo a trattenersi in chiesa
sino al serrarsi delle porte la sera, ritornando quindi a casa.
Era già preparata la cena: ma immerso egli nelle considerazioni
dei patimenti del Signore, e tutto in sé divotamente raccolto,
punto non vi si appressava. Stimolato dall'albergatrice, rispose
con sembiante mestissimo: e questa vi pare sera da cenare?
Ah! nostro Signore ha molto patito in questo giorno, e volete
ch'io ceni? E' vero, rispose quella, ma noi se non mangiamo,
non saremo buoni né pure a far l'orazione: venite pure,
cenate. Così ubbidendo appressovvisi, nulla però
volendo assaggiare delle preparate vivande: solo chiese per carità
un poco d'erba cruda, un tozzarello di pane, un bicchier d'acqua:
questa fu tutta la sua cena. Io non dubito, che attesa la sua
prontezza nell'ubbidire, per la sperienza, che già ne avea
l'albergatrice, avrebbe fatto egli uso de' preparati cibi, se
glie ne avesse fatto ella un comando; ma nol volle già
fare, come disse dipoi al suo consorte, per condiscendere quella
sera alla sua divozione in un tempo cotanto sacro.
Dopo la scarsa cena, stando tutto assorto nelle pene del Redentore,
udite nella predica e contemplate profondamente, replicò
come in compendio la predica in casa: ma con tal fervore, che
operò gran commozione di affetti ne' suoi domestici uditori,
dando loro un grande argomento della sua tenera divozione alla
Passione di Gesù. Tutto poi il giorno del sabato santo
fu speso da lui orando in chiesa, non ritornando che la sera a
cena. Qui furongli d'intorno a pregarlo, che la mattina seguente
di Pasqua si contentasse di portarsi a pranzare in casa da povero,
(avendo gli albergatori il pio costume di tenere a pranzo nelle
solennità maggiori qualche povero); ma egli non acchetandosi
alle importune preghiere, supplicolli anzi umilmente a lasciarlo
in libertà, promettendo sì bene tornar la sera a
cena: come di fatti mantenne, essendosi fermato tutto il giorno
contemplando in chiesa con meraviglia, ed edificazionc somma degli
albergatori, e di quanti l'osservarono.