VITA

DI

S. BENEDETTO GIUSEPPE LABRE

PARTE SECONDA





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Cap. I II III IV V VI VII






PARTE SECONDA

Nuovo stato e costante di vita,
impreso per volere special di Dio da Benedetto.




INTRODUZIONE A QUESTA SECONDA PARTE.


Prima ch'io esponga il nuovo stato austerissimo di vita tenuto sino alla morte da Benedetto, è spediente il rammentare al lettore, esser cosa da Dio usata, l'ispirare ad alcuni dei suoi cari servi ciò che vuole da loro; ma non distintamente, né in su le prime. L'inspira primamente come in generale; perché essi bramosi di compiacerlo, si esercitino in frequenti preghiere, in fervorose offerte, in altri atti di pietà, onde intenderlo di poi con distinzione e chiarezza: così caricandoli di maggiori meriti, ve li rende più disposti. Indi dà loro qualche segno sensibile e chiaro, acciò l'eseguiscano con piacere. Sono piene le sagre istorie di somiglianti casi, dei quali ben anche alcuni ve ne sono espressi nelle divine Scritture. Basti soltanto recarne in mezzo due soli: uno del Testamento vecchio, avvenuto ad Abramo; l'altro nel nuovo, allo sposo della SSma Vergine, S. Giuseppe. Quanto al primo; voleva Dio sacrificato da Abramo il caro suo figlio Isacco, ma non gli svelò nel tempo stesso il monte, su cui sacrificarlo: gli comandò soltanto, che il sagrificasse sopra un monte, che gli additerebbe: Vade in terram visionis, ibi offeres eum super unum montium, quem monstravero tibi. Ma qual sarà questo monte fra i molti, che in quella terra ergevan la fronte? Abramo nol sa. Dio non gliel'espresse, se non in generale; Super unum montium. Abramo pronto ubbidisce e parte: ma accompagnato dall'incertezza del luogo. Fa due giorni di cammino sempre dubbioso. Il terzo girando gli occhi or sopra questo monte, or sopra quello: Vidit locum procul, quam ostenderat ei Deus. Dio glie lo fece chiaramente vedere col segno sensibile d'una colonnetta di fuoco sulla cima del monte Moria, come spiega coi rabbini il Tostato: Signum fuit columna ignis in caeumine montis Moriae.
Quanto al nuovo Testamento; ordinò l'Angelo in nome di Dio a S. Giuseppe, esule in Egitto, che essendo già morto il tiranno Erode, tornasse pure in Israele colla Sposa, e col Bambino Gesù: Surge, et accipe Puerum, et Matrem ejus, et vade in terram Israel. Ubbidiente il Santo, si accinge tosto al viaggio: ma in qual città, o terra d'Israele andar dovrà? Israele conteneva la Giudea, la Galilea e molte città e terre. L'Angelo non glie lo svelò distintamente; sol dissegli in generale: Vade in terram Israel. Andar nella Giudea era gran cimento; regnando in essa Archelao figlio del persecutore Erode: timuit illo ire. In questa sua perplessità ricorre il Santo all'orazione; e Dio l'esaudisce; gli svela distintamente col ministero dell'Angelo, di portarsi appunto in Galilea, nella città di Nazaret: admonitus in somnis, successit in partes Galilaeae, et habitavit in civitate, quae vocatur Nazaret.
Or'altrettanto avvenne al nostro Benedetto Giuseppe. Ebbe egli sin da ragazzetto l'ispirazione da Dio di menare una vita austerissima, come dichiarollo egli stesso a' genitori e a' confessori: ma non sapeva, in qual maniera, in quale Religione, o solitudine. Quindi già adulto tentò prima ben due volte d'entrar nella Trappa; dovette però deporne il pensiero, sentendo da' parenti, e dal Vescovo di Boulogne, non esser questo il voler di Dio. Cercò poi la Certosa: ma ne fu escluso, conoscendo quei padri e dicendogli chiaramente: non volerlo Dio fra loro: non gli rimaneva altro che il rigidissimo Chiostro de' padri Cisterciensi di sette Fonti. Va bramosissimo; vi entra contento, credendolo accertato finalmente il voler di Dio: ma così Dio colli continui morbi, colle tempeste di spirito prende a travagliarlo, che quei Religiosi gli dichiarano apertarnente, volerlo Dio in altro stato e non tra loro, benche il conoscessero per giovane di gran perfezione. Che farà Benedetto? A che s'appiglierà? Dove menerà quel tenor di vita austerissimo, a cui sempre inclinollo Dio coll'interne sue ispirazioni? Sarà questa la materia della presente seconda parte.

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CAP. I.



Si descrive in generale lo stato di vita rigidissimo
di Benedetto voluto espressamente da Dio.



Uscito già Benedetto dal Chiostro di sette Fonti, dubbioso dove menar dovesse il rimanente di sua vita ed in qual rigida maniera, si rivolse con più fervore a Dio, moltiplicando le sue orazioni, per averne dal Cielo un più chiaro lume. I1 Signore l'udì e consolò il suo Servo. Suole Dio farsi chiaramente sentire da alcuni suoi servi per via di locuzione interna, della quale parlando i Dottori mistici asseriscon concordemente, che per via di essa fa intendersi con chiarezza tale, che maggiore non si avrebbe dall'istesso esterior senso; dando nel medesimo tempo una forte propensione a ciò, che da lor pur vuole. Di questa fu favorita S. Teresa nel principio della sua carriera spirituale; e confessa, che per via di questa interna sostanziale locuzione, le si svelse affatto dal cuore ogni terreno affetto, comeché innocente, da Dio non voluto in lei; e le calmò pienamente quella gran tempesta di timori, in cui l'avean fatta ondeggiare certi direttori, non ben versati nella mistica.
Or di questa interna sostanzial locuzione favorì Dio il suo servo Benedetto: gli fè conoscere con illustrazione chiarissima di mente, unita ad una ispirazione sensibile al cuore: Essere suo volere che camminasse su l'orme di santo Alessio, abbandonando affatto patria, parenti, agi e tutto quanto vi è di lusinghiero nel mondo, menando un nuovo genere di vita, la più povera, la più stentata e penitente: (qual si descriverà in questa seconda parte e nella terza) e la menasse non in un deserto, non in un chiostro, ma nel cuor del mondo stesso, visitando con divoti pellegrinaggi quanti potesse celebri Santuari. Così la voce interna; dandogli a un tempo grande inclinazione per accingersi all'impresa.
La pace interiore, ch'è il carattere del vero spirito di Dio, i movimenti, gli affetti interni del suo cuore in virtù di sì chiara illustrazione e cognizione del santo voler di Dio, bastar gli potevano. Pure essendo suo costume regolarsi sempre ed in tutto colla direzione di confessori forniti dello spirito di Dio, espose tutto ad un confessore, ch'egli ben conosceva, savio, prudente e versatissimo nella scienza della mistica. Questi gliel'approvò e l'animò all'esecuzione. Indi poi tutti gli altri confessori, ch'ebbe in varie città ed anche in Roma, conoscendo col lume celeste, volerlo Dio in quell'austerissimo stato, sì pur gliel'approvarono; aggiungendogli anzi coraggio a tirarlo avanti sino alla morte.
Un solo io ne ho trovato nei processi, che regolandosi coi dettami dell'umana prudenza, gli mostrò su i primi congressi, che con lui ebbe in Roma, difficoltà per approvarlo, dispiacendogli vedere un giovane nell'età adatta per faticare, vivere in ozio; stare per lo più nelle chiese; farla da Maddalena: quindi gli comandò, (ma piuttosto per provare il suo spirito) che si applicasse a fare qualche professione, cui si sentisse piucché ad altre inclinato. Rispose, che a nessuna. Persuaso di mettersi a far da servitore, si mostrò prontissimo ad ubbidire; ma con chi, rispose, se non conosco alcuno? Parli pure, replicò il confessore, con qualche nazionale e torni a ragguagliarmi dell'esito. Frattanto farò ancor'io diligenza per trovare qualche padrone, fra i tanti, che sono a me noti. Ubbidientissimo Benedetto, si esibì pronto a tutto; avvertendolo però sul partire, che la sua misera abilità non estendevasi ad altro, che al lavar dei piatti in cucina. Scioltosi dal confessore, eseguì subito gli ordini; facendo invano diligenze: quindi tornato a confessarsi, gli disse schiettamente che quelle gli erano riuscite a vuoto, poiché tutti voltavan gli occhi altrove, mirandolo così cencioso, pezzente e gracile di temperamento, alcuni ancora il dissuadevano dal cercar più, perché non troverebbe padrone, cui non facesse orrore la sola sua apparenza. Questo sincero ragguaglio, questa pronta ubbidienza unita alle vane diligenze adoperate pur dal confessore e quant'altro rilevò questi da' discorsi privatamente fatti con Benedetto, gli fecero chiaramente conoscere, volerlo Dio onninamente nell'intrapresa carriera: quindi in vece di dissuaderlo, l'incoraggiò anzi a tener costante l'intrapreso tenor di vita essendo questo il voler di Dio.
Giudicò solamente consigliarlo, che mitigasse alquanto qualche tratto della penitente sua vita: specificandoli, il dormire in ogni tempo all'aria aperta e su la nuda terra: il non voler ritener mai cosa pel sostentamento futuro, e simili. Dispostissimo ancora si esibì Benedetto a tal consiglio, pronto ad eseguirlo, quando gliel comandasse, ma pose in campo tanti testi della Divina Scrittura, ch'eran la norma del regolamento ispiratogli dal Signore: la sensibile divina illustrazione, che ve lo spingea e tante altre ragioni, che il confessore conobbe alla fine chiaramente, esser Benedetto guidato da Dio per l'arduo sentiero della perfezione più sublime. Quindi approvandogli tutto, lasciollo in piena libertà, esortandolo a star pure costante alla condotta di quel Dio, che il guidava.
Un altro confessore in Loreto savissimo e ben versato nella mistica, sentendo nelle prime conferenze, ch'ebbe con Benedetto, il tenor di sua vita, giudicò, per far prova del suo spirito, trattarlo da vagabondo, per la vita oziosa ed errante, che menava: vita, che senza straordinaria ispirazione del Signore, approvata da direttore perito, non poteva continuarsi senza scrupolo di coscienza: e a questo vi aggiunse ancora degli aspri rimbrotti. Intanto con volto dimesso e placido ascoltava il Servo di Dio e tacea. Obbligato però con formal precetto di santa ubbidienza a rispondere; non altrimenti il fece, che colle lagrime agli occhi, mostrando di dover in ciò vincere la sua gran ripugnanza. Disse pur finalmente, che partito dal monistero dei sette Fonti, mentre chiedea dal Signore aiuto e lume per conoscere la sua divina volontà intorno al genere di vita, che abbracciar dovesse, sentissi una interna sensibilissima ispirazione; ed una mozion veementissima, che gli toccò placidamente il cuore, inchinandolo appunto al presente sistema di vita: ciò non pertanto mal fidandosi di sé, ne aveva consultato un peritissimo direttore, che non solo approvato glielo aveva, ma sì bene animato ad intraprenderlo costantemente. Tanto bastò al savio confessore, per lasciarlo anche egli in balìa della condotta divina.
Oltre li confessori, vi fu pure taluno, che temendo di perseveranza in Benedetto nel tenore di vita santa e rigida, che menava nel mondo, per l'occasioni ed inciampi, che da per tutto inondano, cercò persuaderlo, che entrasse in qualche Religione, ove, come in porto, stesse meno esposto a pericoli. Al che egli rispose. Non essere questo voler di Dio, poiché se Dio avesse voluto, avrebbe disposte le cose altrimenti: Dio volerlo così nel mondo. Dio l'assisterebbe colla sua grazia: tutto potersi, e potersi restare illeso in mezzo al fuoco, come i tre santi giovinetti nella fornace di Babilonia.
Vi fu pure un altro suo amorevole in Loreto, che compassionando la vita stentata, che menava, esortollo a fermarsi stabilmente in Loreto coll'impiego, che gli procurerebbe, di servir messe in quella Basilica; o pur ché si facesse Camaldolese nell'eremo situato nel monte di Ancona, poche miglia distante da Loreto. Benedetto alzati prima gli occhi al Cielo, come far soleva nel dar sue risposte, ed avendovi pensato, rispose da risoluto: non è questa la strada, in cui Dio mi vuole. Era egli sicurissimo volerlo Dio per la strada asprissima già intrapresa; sicurissimo il rendea l'illustrazione interna avutane da Dio, l'approvazione esterna dei confessori.

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CAP. II.



Suoi pellegrinaggi a' Santuari. Maniera divotissima
tenuta in essi. Odore di santità ed esempi
di eroiche virtù lasciati da per tutto.



Nell'anno stesso 1770, in cui uscì dal convento di sette Fonti; secondando la divina ispirazione approvatagli dal confessore, intraprese la carriera de' suoi pellegrinaggi a' Santuari. La maniera, onde pellegrinava, era l'andar sempre a piedi, con abito meschino, cencioso, mai non variato, per quanto variassero le stagioni: senza provvisione alcuna, fidato nella Divina provvidenza: nulla curando delle inclemenze de' tempi rigidi e nevosi nell'inverno, caldissimi e molesti nella state; sovente lasciando le vie battute ed avviandosi per sentieri solitari ed aspri fuor di mano, ad isfuggire il commercio con chi che fosse dei viandanti, o pellegrini, contento di quel solo Dio, che il guidava; e con cui stava unito sempre e dovunque andasse. Mi conduce l'Onnipotente: così scrisse a' genitori, uscito dalla Certosa. Dormiva per lo più sulla nuda terra all'aria scoperta; parte perché ivi coglievalo la notte, parte per isfuggire le occasioni, le bestemmie, i rumori dell'osterie.
Tal fu l'equipaggio di Benedetto in tutti i suoi lunghi e disastrosi viaggi. Benché non facesse altra figura d'innanzi agli uomini, che di un povero, d'un mendico, d'un abbietto, pure d'innanzi agli Angioli d'innanzi a Dio facea comparsa tanto più nobile, pomposa, quanto più spregevole, pel corteggio delle virtù, che da per tutto l'accompagnavano. Camminava sempre con gran compostezza di corpo; non permetteva agli occhi sguardo alcuno su quelle magnificenze, che la curiosità si tirano dei viandanti; sempre assorto in Dio, che degnavalo di sublimissime illustrazioni d'intelletto; di affezioni vivissime alla volontà.
  Passando per alcune città e terre, imitava il Divin Redentore, quando, Ibat per civitates, et castella, che pertransibat bene faciendo, et sanando. Se non che il Divin Redentore sanando omnes. Benedetto soltanto alcuni, secondo le circostanze, in cui Dio il metteva: dove consolando afflitti; dove sanando infermi; qui dava salutevoli avvisi per ben dell'anima; altrove otteneva favori da Dio per rimunerazione di chi talvolta albergato l'avesse per carità; dappertutto dava esempi di mortificazione, di umiltà, di stretta osservanza dei divini precetti e di altre virtù, delle quali mi riserbo a parlarne divisamente nella terza parte. Qualche cosa qui si accennerà in alcuni de' suoi pellegrinaggi, per non render troppo sterile la semplice narrazione di questi.
Vedrete avverate in Benedetto le tre promesse da Dio fatte nel Salmo XXXI,10; Intellectum tibi dabo, et instruam te in via hac, qua gradieris: firmabo super te oculos meos. La prima è, che camminando alcuno per la via voluta da Dio; Dio gli darebbe intelligenza, onde conoscere e scansar potesse le insidie de' nemici infernali; Intellectum tibi dabo. La seconda, che Dio si farebbe suo condottiere, onde sotto la sua guida non deviasse punto dal retto sentiero e coll'aiuto della sua grazia conservasse in ogni luogo l'illibatezza dei suoi costumi: Instruam te in via hac, qua gradieris. La terza, che il mirerebbe sempre con occhio amorevole, somministrandogli in ogni tempo l'aiuto interno della sua grazia e dei suoi lumi l'aiuto esterno, onde mai gli mancasse la provvidenza per vivere: Firmabo super te oculos meos.
In primo luogo dirizzò Benedetto la mira alla Santa Casa di Loreto, che è il Santuario più celebre, più venerabile e più frequentato fra tutti, per li misteri sublimissimi in essa da Dio operati per il soggiorno della gran Madre di Dio, Regina del mondo e per li prodigi, onde ha voluto Dio autenticare la venerazione dovuta ad un Santuario così singolare.
La prima volta, che visitolla nel principio di Novembre 1770, non essendovi ancora notizia alcuna di lui ed essendovi gran calca di pellegrini non fu notato con distinzione il suo contegno: sebbene non mancarono alcuni, o serventi di quel sagro luogo, o presenti, che al solo vederlo in atteggiamento divotissimo e costante, ne formarono del buon concetto: ciò non ostante l'impressione lodevole fatta nella lor mente, fu pari all'impressione, che fa una verga, qualor batte l'acqua quieta che tosto svanisce. Negli anni però d'appresso la sua singolar divozione, la permanenza stabile, la compostezza e tutto il suo portamento, spiccare il fecero tra il folto numero dei pellegrini e devoti, come la luna fra gli astri; onde fu, che alcuni di gran discernimento, postigli addosso gli occhi, cominciarono ad osservarne il suo fare; a notomizzarne la persona ed a notar minutamente tutta la sua condotta dall'alba sino a notte; in Chiesa e fuori di essa; e ne fecero testimonianze lodevolissime nei processi giuridici. Le leggerete appresso con gran piacere ed ammirazione, ove il porterà il corso della storia.
Passò da Loreto in Assisi, per poi portarsi a Roma: vi capitò ai 18 Novembre 1770. Venerò con somma divozione le memorie di S. Francesco d'Assisi: volle essere ascritto all'Archiconfraternita dei Cordigeri del Santo, fondata da Sisto Quinto Sommo Pontefice, e secondo le leggi di quella fece prima la sua Confessione; indi ricevé con tenerissima divozione il Pane celeste, e cominciò da quel tempo a cingere sulla nuda carne una cordicella; il che non si riseppe se non dopo morte nello spogliare il cadavere.
Di là portossi a Roma sul principio di Decembre dell'anno stesso 1770, accolto nell'ospizio di S. Luigi dei Francesi per li primi tre giorni, secondo il costume. Si trattenne in Roma per molti mesi, sino al Settembre dell'anno seguente 1771. Qui il suo vivere fu un continuo abitar nelle chiese di giorno, e dormire all'aperto la notte. Della maniera, onde visitava i gran santuarii, le sacre memorie del Redentore, le chiese dedicate alla SSma Vergine, se ne ragionerà opportunamente in altro luogo. Come in Loreto, così in Roma nel primo anno non fu mirato se non con occhio comune tra la calca dei pellegrini e forestieri, che sogliono concorrervi: ma negli anni di sua stabile permanenza, il tenore di sua vita santissimo trasse l'ammirazione di molti, che dieronsi ad osservare e notare minutamente la sua condotta: onde poi deposero nei processi le virtù eroiche da lui praticate, l'invitta pazienza nei maltrattamenti ricevuti, il gran disprezzo di se stesso, l'orazioni ben lunghe non solo di più ore, ma di giorni intieri, e tutte le altre virtù, che altrove poi si leggeranno.

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CAP. III.



Suo pellegrinaggio a Fabriano, Virtù singolari
ivi praticate. Cose prodigiose accadute.
Acclamazioni da Santo. Sua fuga.



Non era scorso un anno, da che avea dato principio ai suoi pellegrinaggi, che la sua santità il fece tosto palese ad onta della sua grande umiltà per cui s'ingegnava di non esserlo, che solo a Dio; o a dir meglio, Dio il volle manifestare al mondo qual suo diletto servo. Dopo alcuni mesi santamente impiegati nella visita dei santuari di Roma, partì la seconda volta per la santa Casa di Loreto, ch'era già divenuta la sua diletta, circa il mese di maggio 1771.
In occasione di questo ritorno, portossi nella città di Fabriano per visitare il Corpo di S. Romualdo Abate, fondatore dei monaci ed eremiti Camaldolesi. La riverenza, la divozione, onde lungamente venerò il santo cominciò a farsi l'ammirazione di chi miravalo. Maggiore però n'ebbe nella chiesa di S. Giacomo Maggiore, ove celebravasi alli 13 giugno con solennissima pompa la festa di S. Antonio da Padova. Trovossi egli nella chiesa sull'aprirsi delle porte di buon mattino. Ivi si diede ad orare genuflesso, ma con tal divozione, compostezza e fervore, che entrato il parroco sig. D. Mario Paggetti sull'ore mattutine, a cui carico correva la direzion della festa, ne restò preso, osservandolo attentamente, non veduto da lui: ed ebbe campo parecchie volte di vederlo sempre genuflesso, immobile, riverente dall'alba sino al mezzodì, quando fece ritorno in propria casa. Tornato dopo il pranzo in chiesa, ivi pure trovollo nel sito e nell'atteggiamento stesso. Entrato in sagrestia, ne fece le meraviglie col sagrestano, il quale ne accrebbe l'ammirazione, affermando non essersi mai quel povero partito di chiesa; né aver mai mutato atteggiamento e positura fino a quel momento: se non che nell'ore calde, quando non v'era in chiesa persona alcuna, si era posto ad orar lungamente colle braccia aperte in forma di croce. L'ammirazione del parroco a tal racconto crebbe a dismisura, considerando un povero così divoto, così non curante di se, che neppure pensato avesse a rifocillarsi, tutto inteso ad orare, e ne formò un concetto come d'un santo.
Giunse poi all'estremo la sua ammirazione la sera sul serrarsi delle porte, quando riseppe dal sagrestano, essere stato pregato dal povero che gli permettesse restare in chiesa per quella notte. Quantunque fosse ignota la qualità del povero al Paggetti, pure non poté sospettare, che egli fosse un furbo, o un ipocrita, non potendo poggiar tant'alto, chi non ha vero spirito di Dio. Quindi spinto dalla sua generosa carità, per dargli comodo da dormire di notte, ordinò al sagrestano che gli offrisse l'albergo in un piccolo ospedale sopra la chiesa stessa; che il provvedesse di vitto con alcune monete postegli in mano, costandogli sicuramente, non essersi il povero in tutto quel dì cibato di cosa veruna, ed una lampadina da notte. Accettò Benedetto la carità dell'albergo e della lampadina, cenò scarsamente e ringraziollo; ma ricusò danaro, cibi e quanto gli fu esibito per l'appresso, dicendo: che i poveri devon vivere accattando, e che pel mantenimento del suo corpaccio bastava poco.
  Tornato sull'alba seguente il parroco alla sua chiesa, il trovò ivi genuflesso colle mani giunte in atto di orare. Indi a poco portatosi in sagrestia, gli si appressò Benedetto, e tutto umile e modesto il pregò, che si degnasse udirlo in confessione, ammetterlo per servente alla sua messa, pascerlo col pane degli angeli. Ascoltatane infatti la confessione, confermossi nell'idea concepita di sua santità, non avendo trovata in lui materia neppur sufficiente onde assolverlo. La riverenza poi, divozione e fervore nel servirlo all'altare, e nel comunicarsi giunse a tal segno, che altamente commosse non solo il parroco, ma i circostanti tutti: alcuni dei quali furono poi a congratularsene col parroco, per aver avuto da servente alla messa e comunicato un santo.
Dopo pochi giorni far volle col suddetto la confessione generale di tutta la scorsa vita. In questo restò sommamente commosso il confessore e vieppiù edificato, per aver trovata in lui, primo l'innocenza battesimale, sino a quel tempo fedelmente conservata; secondo l'abbondanza della grazia da Dio conferitagli: terzo la sua fervorosa corrispondenza di ogni tempo. Indi colla stessa edificante divozione, che prima, ricevette il Divin Sagramento. Si trattenne in Fabriano per altri quindici giorni, nel corso dei quali ricevé altre due volte il sagramento della penitenza e comunione. Ogni mattina portavasi di buon'ora in chiesa, assisteva alla messa, orava tutto intero il giorno, ne tornava all'albergo se non la sera.
Un tenor di vita così santo, non poté celarsi in veruna maniera dalla sua umiltà che non fosse nota a molti in Fabriano: ond'era, che qualora usciva egli dalla chiesa, molti l'additavano e fra loro l'acclamavano qual santo, mirandolo con occhio attonito e rispettoso. Egli assorto in Dio, sprofondato nell'abisso del proprio niente, portavasi ad altre chiese, fermandosi per lo più, sinché fosse tempo di ritornare la sera all'albergo.
In uno di questi quindici giorni, che fu il dì 23 di giugno, si sparse più oltre per Fabriano la fama della sua santità, per ciò che gli avvenne in casa di alcune devote donne. Una piissima per nome Vincenza Rocca in giorno di gran pioggia passare il vide presso la sua casa tutto molle e grondante di acqua. Mossa di lui a pietà, gli offerse nella sua casa ricovero; gradì Benedetto l'offerta; salutolla dicendo: Sia lodato Gesù Cristo, ma con occhi bassi, e capo curvo. A prima vista ne restò ella presa; gli abiti da povero, il Crocifisso in petto la corona involta al braccio, le parole, l'atteggiamento, tutto spirava divozione: cosìcchè non solo si compiacque di averlo in casa; ma si fece animo a narrargli certe amarezze, che la tenevano alquanto angustiata. I1 Servo di Dio, com'era tutto pieno dello spirito del Signore, le pose subito in campo la confidenza, che deve aversi nella bontà infinita di Dio e nella paterna sua provvidenza; il torto che a Dio si fa col non gettar tutte in lui, Padre d'infinito amore, le nostre sollecitudini; e tali, e tanti sentimenti seguì a dire, che temperolle mirabilmente le amarezze. Ella consolata si avanzò a pregarlo, che la raccomandasse a Dio coi suoi figliuoli. Eran questi poco discosti. Benedetto con volto e maniere amorevoli chiamolli a se; insinuò loro affabilmente, che se volessero esser figliuoli di Gesù Cristo, si guardassero bene dal dir bugie, dal disubbidire: vivessero sempre col santo timor di Dio; dando loro altri documenti accomodati all'età. Quindi la pia madre formato di lui gran concetto e vedendolo già accinto ad andar via, il pregò, che si facesse rivedere. Il promise e partì.
Corse subito Vincenza piena di giubilo a ragguagliar minutamente di tutto una giovane di nome Vincenza Fiordi sua vicina, che già da nove anni penava in letto per mal di scirro carnoso nello stomaco. Questa ben nota in Fabriano per la sua pietà e per la pienezza di rassegnazione nel suo lungo e penoso male, lagnossi dolcemente con quella, perché non gliel'avesse condotto in casa e pregolla, che tornando, le facesse pure tal carità.
  Tornò difatti nel dì seguente dedicato a S. Gio. Battista. Pregato subito di portarsi seco dall'inferma vicina, condiscese per appagar le brame d'entrambe. Posto in quella stanza il piede, salutò coll'inferma quanti eransi ivi radunati, dicendo col capo curvo, con voce e portamento umile: Sia lodato Gesù Cristo. La sola vista ingerì nel cuor dell'inferma consolazione e rispetto sommo; cosicché s'incoraggiò ad esporgli lo stato suo penosissimo. I sentimenti di spirito onde il servo di Dio cercò d'animarla a portar volentieri la croce di Gesù Cristo, furono così vivi, e con tal dolcezza suggeriti, che giunse poi a dire l'inferma, non aver mai in tanti anni udito parlare in maniera sì viva e consolante alcun servo di Dio, come Benedetto; aggiungendo, che nell'ascoltarlo sembravale di ascoltare o Gesù Cristo medesimo, o un Santo; ed averne ricavata tal consolazione e conforto, qual mai in tanti anni da chi che fosse.
Più le si accrebbe la consolazione e il concetto in occasion del pranzo. Era già vicina l'ora del mezzogiorno. L'inferma per non restar priva sì presto della di lui presenza e dei suoi spirituali sentimenti, pregollo, che pranzasse in sua casa. Non ricusò Benedetto; imitatore di Gesù Cristo anche nell'accettare somiglianti inviti, l'imitò ancora nel fine di essi: Ibat ad convivia, ut haberet occasionem docendi et spirituales invitatoribus suis praeberet cibos. Accettò Benedetto, non per pascere colle vivande il corpo (tanto curava di questo, quanto d'un fracidume) ma per pascere lo spirito dei convitati con insegnamenti e massime di spirito.
Il mostrano di fatti la maniera del suo pranzare, la parsimonia, i discorsi in tal tempo tenuti. Circa la maniera, in primo luogo alzò subito le mani, gli occhi e la mente a Dio, ringraziollo dell'amore mostrato verso l'uomo, nel crear tante cose per nutrirlo anche delicatamente. Di poi usò pulitezza e modo civile proprio di chi è ben nato. La scarsezza onde cibossi, fece restare attoniti i commensali: delle vivande apprestate non prendeva, che pochi bocconi; e stimolato a cibarsi di più, rispondea sinceramente: poco a me basta; il di più, che darebbesi al corpo, non servirebbe ad altro, che al cibo dei vermi. I discorsi eran tutti spettanti a Dio e alla salute dell'anima; e ciò con tal grazia, con fervor tale, che tutti ne restavan commossi; e più badavano a pascere il loro spirito coi santi suoi detti, che il corpo colle vivande. Terminato il pranzo, die' grazie a Dio, stando per riverenza in piedi ed in atteggiamento divotissimo.
Indi ringraziata quella divota assemblea, volle dar loro mostra di sua gratitudine: scrisse ivi stesso l'orazione, che qui sotto trascrivo, diretta a nostro Signor Gesù Cristo, la quale se divotamente recitassero, disse loro, andrebbe esente la loro casa e le vicine dal flagello dei terremoti, saette e fulmini. L'effetto avverò la promessa e autenticò i suoi detti. Pochi anni dopo, vivente ancor Benedetto in Roma, un orribil terremoto accaduto in Fabriano nel dì di Pasqua, mandò in totale rovina molte case; restando però ferma e senza detrimento alcuno quella e le contigue; il che fu subito attribuito alla promessa lor fatta dal Santo poverello.
 

ORAZIONE CONTRO FULMINI, SAETTE E TERREMOTI.


Iesus Christus Rex gloriae venit in pace. Deus homo factus est. Verbum caro factum est. Christus per medium illorum ibat in pace. Christus crucifixus est. Christus mortuus est. Christus resurrexit. Christus ascendit in Coelum. Christus vincit. Christus regnat. Christus imperat. Christus ab omni fulgure nos defendat. Jesus nobiscum est. Pater, Ave, Gloria etc. Questa orazione fu stampata e sparsa in Fabriano, vivendo ancor Benedetto.

Lasciata già questa orazione, congedossi. Vi fu chi volle accompagnarlo per le scale e in quel poco tratto gli manifestò alcune interne agitazioni che tenevano in continua tempesta il suo spirito. Egli con poche parole avvalorate dallo Spirito Santo, cambiogli tutta la tempesta in una perfettissima calma.
Pertanto il Servo di Dio lasciò in tutti un gran desiderio di sé: tutti ne parlavano in ogni luogo con lode e con ammirazione somma, pubblicando, quanto era loro occorso in quel poco tratto di tempo in casa loro, ognuno ambiva di averlo in casa e di conferir con lui le cose della sua anima; e fortunati stimavano, quanti furon degnati di sua presenza. È cosa veramente da stupire e da lodarne Dio! Benedetto non era un uomo venuto da qualche deserto, vestito in abito rispettabile da romito; non un religioso di ordine riguardevole; non un principe, o un cavaliere in gala con abiti sfolgoranti e pomposi, corteggiato da numerosi servitori. Era un secolare, coperto di cenci, macilente di volto, spregevole di apparenza, ritirato, umile, modesto; e pure il vedo sommamente rispettato da quanti il mirano, veggo ambita la sue presenza, e il potergli pur parlare. Tanto è vero che Dio vuole anche in terra onorati i suoi servi e venerata la santità! Nimis honorati sunt Amici tui, Deus; e che: melius est pauper sapiens rege stulto, qui nescit praevidere in posterum, troppo migliore essendo per ogni verso un povero e un cencioso, che ha la vera sapienza, consistente nel servire e nell'amar Dio, che non un gran personaggio, il quale facendo in questo mondo gran figura, mancagli tuttavia il pregio migliore del timor di Dio e di provvedersi a tempo per istar bene nell'eternità.
Intanto accortosi il servo di Dio delle mostre di stima dategli così da questi, come da altri in Fabriano, partì presto e di nascosto, aborrendo gli onori più di quel che il mondo aborrisca i vilipendi. Solo commise al sagrestano segretamente, che ringraziasse in sua vece il parroco della carità usatagli; carità, che gli sarebbe da Dio guiderdonata, e senz'altro, invece di portarsi al solito la sera dei 27 giugno all'ospedale, partì solo soletto al buio col suo fagottino indosso, per tirare avanti i suoi pellegrinaggi. il Signore autenticò presto la promessa del servo di Dio all'amorevole sig. parroco con un legato di scudi cento, lasciato inaspettatamente poco dopo al suo luogo pio.

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CAP. IV.



Altri pellegrinaggi di Benedetto
sotto la guida e protezione di Dio.



Moltissimi furono i pellegrinaggi fatti da Benedetto Giuseppe ai santuari più celebri; e tutti nella maniera la più divota e la più edificante, che immaginar si posse, già esposta nel Cap. II. Questa fu l'ispirazione ch'ebbe da Dio; questo il tenor di vita che Dio volle da lui; ed è cosa di grande stupore, che in tante miglia fatte in tal forma, tra tanti strapazzi, disagi, penurie, con somma scarsezza di vitto, non mai s'infermasse; onde costretto fosse per malattia, trattenersi in qualche ospedale, o casa: sempre sano, sempre forte, allegro in lutti i tempi, e in ogni luogo. Cessa però in me lo stupore, e cessar deve ancora in chiunque, riflettendo, che Dio con sopraffina provvidenza dà sempre grazia secondo la vocazione. Dio il chiamò con modo specialissimo a un tal tenore di vita: Dio l'assisté sempre; facendo avverare in lui la promessa esposta nel Cap. II. Firmabo super te oculos meos in via hac, qua gradieris.
  Esporre qui minutamente tutti i viaggi, che fece dopo il primo fatto alla santa Casa di Loreto dal 1771, sino all'anno ultimo di sua vita, che fu il 1783, sarebbe un noiar chi legge. Farò dunque così. Gli accennerò di passaggio qui tutti in questo foglio, e sol basti sapere, che in tutti e da per tutto lasciò sempre odore gratissimo di santità: che il solo vederlo, gli conciliava venerazione da santo: che in nessuno di tanti diversi regni alterò punto il rigidissimo suo sistema. È ben vero però che in qualche città non mancaron delle persecuzioni, per l'idea sul principio sinistramente formata contro di lui, come di un ladro furbo, vagabondo: così permettendo Dio per dar lustro maggiore alla sua santità, per affinamento alla sua virtù; e per farlo copia più viva del Redentore, tenuto anche Egli in qualche città da peccatore, da perturbatore dei popoli, da ingannatore, da reo.
  Prestati dunque la prima volta gli ossequi alla gran Madre di Dio in Loreto; visitati i santuari in Roma e in Fabriano; portossi in Bari nel 1771 al santuario frequentato di S. Niccolò Vescovo, indi in Napoli per venerare quel gran protettore principale San Gennaro, poscia alla Toscana, bramoso di adorare il suo diletto avvocato S. Francesco d'Assisi nel santuario ch'è nei monti dell'Alvernia, ove il santo fu onorato coll'impressione sensibile delle sagre stimmate. Di là nell'Elvezia al famoso santuario di santa Maria in Einsidlen: ove ben cinque volte in anni diversi portossi. Passò nella Germania; poi nella Francia: lungi però dalla sua patria e dai parenti, che mai più non si sarebbero riveduti fuorché nella valle di Giosafatte. Nella Francia, nella Germania e dovunque si fosse trovato ancor di passaggio, visitava i santuari ivi più rinomati.
  L'affetto tenerissimo però verso la Madre Santissima venerata in Loreto, lo spinse a visitarla ogni anno: e però nei suoi viaggi disponeva le cose in maniera, che in nessun anno mancasse di trovarvisi. Alla perfine fece ritorno in Roma nei primi di settembre per godere il gran tesoro delle indulgenze nel Giubileo, che correva in quell'anno 1775, fermandovisi sino alla fine dell'anno. Terminato questo, e fattone un altro alla santa Casa di Loreto, tornò per l'ultima volta al santuario di santa Maria d'Einsidlen nell'Elvezia: ove si trattenne sino a Luglio del 1776. Finalmente si ricondusse in Roma, d'onde ogni anno sino all'ultimo di sua vita portavasi alla Santa Casa di Loreto, che era come la sua diletta. Tali pellegrinaggi particolari a Loreto mi piace di esporre alla distesa nel capo seguente: troverete in essi grande argomento dell'eroica santità di Benedetto: grande stimolo ad imitarne, quanto per voi si potrà, gli illustri esempi; per la maniera divotissima, onde li fece, per gli atti eroici di virtù, che praticò in tutto il tempo, che fermossi in Loreto.

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CAP. V.



Pellegrinaggi alla Santa Casa di Loreto.
In qual maniera fatti. Atti eroici praticati.



I viaggi fatti alla santa Casa di Loreto furono più frequenti, che ad ogni altro santuario. Undici in tutto furono questi. Costa ciò da' documenti autentici, che portava seco e dai processi formati in Loreto. Li fece in tanti anni, quanti durò in vita dal primo viaggio intrapreso nel 1770. Sin da quella prima volta ne restò così intenerito, così preso, che non sapea saziarsi di rivederlo, adorarlo, struggersi in lacrime, in affetti amorosi. baciare e ribaciare quelle sagre mura e far sempre più vivo l'incendio dell'amor suo verso la gran Madre di Dio. Nell'ultimo suo viaggio profetizzò egli stesso, che sarebbe stato l'ultimo di sua vita; e Dio profetizzare il fece da altri ancora, come in fatti avverossi.
  La maniera, ch'ei in ciò teneva, è la seguente, che può servir di norma almeno in parte, a chiunque bramasse farli a dovere. In primo luogo ardeva d'un gran desiderio di trovarsi al più presto, che potesse, in quella santa Casa: l'amore quando è vero, mette fuoco al cuore e quasi le ali ai piedi: onde consigliato a non darsi tanta fretta, per non soggiacere a qualche maggiore patimento, rispondeva: Che pel desiderio di trovarsi presto in quel santo luogo, sforzavasi di sollecitare la partenza ed affrettare il passo. Né trattenevasi a riposare per via, se non pochissimo; camminando poi sempre con nuova lena. Non davasi pensiere alcuno di qualche provvisione pel viaggio; fidato in Dio pienamente: ond'è, che offertogli una volta per sussidio due paoli, non accettonne che un solo, impostogli per ubbidienza, quanto bastar potesse al giornale sostentamento. Così pure praticò con chi offerendogli altra volta una doppia per tal viaggio, non più che un paolo accettar volle. Il suo cuore infiammato d'amor di Maria, abbandonato alla divina provvidenza, pensava a tutt'altro, che al suo corpaccio, com'egli solea chiamarlo. Né tampoco maggior pensiere prendevasi di abiti a difendersi dai rigori della stagione; ma così, come trovavasi, tutto alla leggiera, e male in arnese e cencioso, incamminavasi con edificazione insieme e maraviglia di persona, che osservandolo in tale stato l'attesta ne' processi.
  Passando una volta per Cossignano un sacerdote piissimo vedendolo così mal vestito, ma conoscendo tralucergli dal volto, e dal contegno divoto quello spirito, che nutriva nel cuore, albergare il volle onninamente in sua casa, ristorarlo, usargli finezze proprie di chi ha vera carità. Le maniere civili di Benedetto, i sentimenti di spirito niente affettato, la sua dolce compagnia gli tirò talmente il cuore, che non sapea distaccarsene: cercava distorlo dalla partenza sollecita; ma costretto dalle sue premure, tutte dirette alla santa Casa, dovette lasciarlo in libertà. Ciò non ostante volle il piacere di goderlo un poco più, accompagnandolo per qualche tratto di strada fuor di Cossignano: e nel separarsene, sentendo le vive espressioni di ringraziamento, vedendolo tutto umile, in atto di baciargli riverente la mano, ne restò tanto amareggiato, che sentiva, dic'egli stesso, come staccarsi l'anima dal corpo; che gli fu forza dare in un dirotto pianto; e chiuso in sua camera, nulla curando i rimproveri de' suoi fratelli ed amici, lungamente sfogar colle lagrime il suo dolore.
    Inoltrandosi altra volta verso Loreto, una gran pioggia sopraggiuntagli sull'annottarsi, tutto lo immollò, cosicchè grondava acqua dal capo ai piedi. Accortosene un uomo dabbene con un suo fratello dalla sua abitazione esistente nella contrada, che da Monte Lupone mette a Monte Santo, gli esibirono pronto l'alloggio. Il Servo di Dio chiese per carità il forno; ma fu giudicato men disagioso il collocarlo nella propria stalla. Benché l'abito sdrucito alienasse il lor'occhio, pure sentendosi ispirar divozione dal portamento divoto, ed umile, gli usaron delle finezze, ristorandolo alquanto. Tra lo scarso cenare, veniva da loro interrogato di varie cose indifferenti ma Benedetto, parte se ne stava in silenzio, parte rispondea con poche, e secche parole; tutto inteso a star con Dio, ed all'oggetto del suo viaggio, la santa Casa di Loreto. Quindi si accorsero, che non erat de hoc mundo; e che era qualche buon servo di Dio: il provvider di paglia, e di coperta a riposarvi la notte e lo lasciarono, chiudendo a chiave la stalla. Aperta poi questa su l'alba, fu trovato Benedetto genuflesso orando colle braccia stese in forma di croce. Questo sì divoto attegiamento accrebbe in essi il concetto di santità, già formatone il dì precedente. Sentendo poi, che veniva da Roma, si animarono a voler chiedergli numeri per il lotto, credendo, che Dio, come a suo caro, gliel'ispirasse; mostrando in ciò d'intendere, che l'accertare i numeri, non dipende dalla mano, che l'estrae, né da scienza umana, qual non si dà su tal punto: essendo una mera lusinga il creder l'opposto; dicendosi espressamente nella Divina Scrittura, che dipendon solo da Dio: Sortes mittuntur in sinum: sed a Domino temperantur. Volesse Dio, che ciò s'intendesse dagli amatori appassionati di tal giuoco! Quanti denari, quante sollecitudini, quante amarezze si risparmierebbero, raccomandandosi soltanto a Dio, unico moderatore delle cartoline chiuse nella bussola.
  Per farsi strada all'importuna dimanda, il richiesero, se fosse mai intervenuto all'estrazione in Roma. I1 servo di Dio tacque, quasi non avesse capito. Chiesto di bel nuovo, rispose così: Che estrazione? Che lotto? Questo non è per li poveri. Tal risposta li fece arrossire; e tolse loro il pensiero di avanzarsi più oltre. Quindi cominciando egli a congedarsi da loro, gli fu presentata una pagnotta pel viaggio. Egli dichiarossi non volerla, perché non gli farebbe Dio mancare altrove chi il provedesse: finalmente importunato, l'accettò: partì seguitando il suo stentato viaggio alla santa Casa di Loreto.
  Alla maniera penosissima de' suoi viaggi, si aggiunga l'altra, che non dovea certamente molestarlo poco; l'andare cioè, per quanto potesse, fuor delle vie battute. Chiesto una volta da un sacerdote, quanto tempo impiegasse nel viaggio Lauretano, rispose: non lo so, perché io vado sempre fuor di via. Chi fa dei viaggi, può ben comprendere, di qual pena riesca un così andare: convien talora attraversar monti, e colline; passar torrenti, camminar sopra sassi mobili, ed aspri; far degli allungamenti; esporsi a' precipizi. Una tal pena poi dovea crescere in lui, che andava così miseramente coperto, e niente provveduto, con calzette lacere, con certe scarpacce rotte, e sdrucite, atte solo a ricevere l'acqua delle pioggie, non a difendere il piede. Ma egli nulla curava delle sue pene, compreso dall'amore, che il trasportava. L'amore, fa portare in pace qualunque pena; l'alleggerisce, la cambia ancora in delizia: Non sunt onerosi labores amantium.
  Nell'ultimo viaggio del 1782. gli convenne impiegare ventidue giorni, com'egli interrogato confessò, perché attraversando una montagna carica di neve, bisognò fermarsi intirizzito dal freddo; pure capitato di notte in Loreto, non cercò altro fuoco da riscaldarsi, che lo spirituale. La mattina seguente giorno di venerdì Santo portossi di buonissim'ora alla chiesa, ed ivi fermossi sino a sera, senza pranzar cosa veruna. Qual fu poi il suo contegno in Loreto, quante virtù eroiche ivi praticò vel dirà il capo seguente.

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CAP. VI.



Suo portamento esemplarissimo in Loreto.
Di giorno, di notte. In Chiesa,
e fuori di essa.



Il suo portamento in Loreto fu così edificante, che trattane la prima volta, quando non era ancora conosciuto, nella seconda poi, e nell'altre susseguenti d'ogni anno, non vi fu in quella gran Basilica alcuno de' ministri, e serventi, che non l'avesse in idea di santo. In riguardo di un tal concetto, fu dato ordine a' soldati Corsi, che fan la guardia alla porticciola di santa Casa, perché il facessero pure entrare a suo piacere. Considerando un sacerdote appartenente a quella basilica la condotta di Benedetto, il di lui fervore, il disprezzo di se, l'assiduità in ogni tempo ed ora, disse fra se: O è un matto, o è un gran santo; né sia maraviglia, poiché di nostro Signore fu pur detto per le cose straordinarie operate nella Palestina: In furorem versus est; per la qualcosa anche i suoi pensavano di legarlo qual furioso.
  Conobbe però in appresso chiaramente quel sacerdote, che il far di Benedetto era tutto opera di santità, non di pazzia, cosicché divenne uno dei suoi veneratori più rispettosi, ed un promulgatore più fervoroso delle sue virtù.
  Come giungeva Benedetto in Loreto, portavasi subito a dirittura a venerar Maria; cencioso com'era, lasso e spossato dal lungo viaggio, ricusando l'invito di qualche suo benevolo. Se ne stava tutto intiero il giorno nella chiesa, da che se ne aprivan le porte, sin che serravansi la sera, sempre genuflesso, sempre immobile, sempre in orazione sublime: se non che parte ne passava davanti al Santissimo nella Basilica, e parte dentro la santa Casa, ch'è circondata dalla Basilica. Nella santa Casa per lo più fermavasi nelle ore di minor concorso, quali sono quelle che corrono dal mezzo giorno al vespro; onde potesse con più libertà sfogare i suoi fervorosi affetti verso la Ssma Vergine, piangendo per tenerezza, e riputandosi indegno di stare in un luogo così sagrosanto e sì venerabile, abitato già dalla Madre di Dio. Assisteva poi alle litanie e all'altre preci, che ogni giorno soglion ivi recitarsi; ma con una divozione sì straordinaria, rispondendo con voce sì chiara e con tal compunzione, che spiccava mirabilmente sopra gli altri.
  Nella Basilica procurava mettersi ad orare in luoghi appartati e nascosti, onde fosse men'osservato, e dar potesse sfogo più libero agli interni suoi affetti; ma il sito stesso tradiva la sua umiltà perocché vedendolo alcuni ogni giorno, e tutto il giorno in luogo ritirato e con tal fermezza e divozione, entrarono in gran curiosità di osservarlo, di edificarsene sempre più, di saper chi fosse: andavano appostatamente a vederlo non veduti da lui.
  Tra questi fuvvi Don Gaspare Valeri, uno dei ministri della Basilica. Serrate già le porte una sera, vi si pose dietro pel bello, a spiar coll'occhio, dove andasse ad albergare la notte: osservò; che si pose a sedere presso la porta laterale della chiesa a man sinistra sostenendo colla mano il capo in atto come d'un che medita delle gran cose; alzando di tratto in tratto gli occhi al Cielo. Fattosegli d'appresso, interrogollo, se chiedesse limosina; rispose: Se trovo qualche cosa, e se mi si dà. Passò avanti a chiedergli, ove dormisse la notte: Non altrove che qui, rispose. Di fatti portandosi su l'alba il Valeri alla Basilica, per compiere a' doveri del suo impiego, aspettando l'apertura delle porte, il trovò ivi più volte, ora steso su quei marmi gelati, ora appoggiato sul suo fagottino. Se ne mosse tanto a pietà, che non potè più rattenersi d'insinuargli, che dormisse piuttosto sotto le loggie, o in qualche forno delle campagne, che allo scoperto e su quei marmi nocivissimi alla salute. Benedetto rispose: Un povero si getta dove si trova: non cerca letto comodo: ed io bramo star solo e goder la mia pace. Pure stando al di lui consiglio, cominciò d'indi in poi a portarsi in qualche forno di campagna, lontano dalla santa Casa; e di là s'incamminava ogni mattina su l'alba per la santa Casa medesima, ove dimorava tutta intiera la giornata, senza pranzar cosa veruna.
  Una mattina giunse, venendo dal suo forno, ove avea pernottato, così stracco e infangato a cagione della gran pioggia caduta il dì precedente, e in quella notte, onde n'eran le strade rotte e guaste, che ingenuamente confessò al Valeri, aver molto penato: ma che soprattutto rincrescevagli attesa la lontananza del sito e l'inclemenza dei tempi, lo scemar il tempo di stare in chiesa: quindi si facea a pregarlo, perché gli trovasse qualche forno vicino. Il Valeri gliel trovò per appunto amorevolmente, e seco vel condusse nel dì seguente, mandandovi innanzi un tal fagotto di panni, che fu tutta carità e sollecitudine della famiglia Sori, per rivestirlo; e prevenendo il padrone di quel podere, che gli avrebbe condotto un santo: giuntivi di fatti amendue, salutò Benedetto quella gente secondo che costumava: Sia lodato Gesù Cristo: ed accolto con segni di grande amorevolezza fu collocato nel forno. Allora il Valeri volle dargli quegli abiti apprestati per fargli lasciare quei sdruciti, che avea indosso; ma fuori dei calzoni, ricusò tutt'altro costantemente, dicendo aver sol di essi preciso bisogno, potendosi il resto dare a qualche povero più bisognoso, che non era egli. Delle cose apprestategli per cena prese soltanto quanto bastasse al necessario sostentamento: passando poi tutta la notte in divoti colloqui, udito da chi stava accanto al suo forno.
  Ma negli anni appresso non volle più valersi di tal forno, comecché vicino; perché la quantità della gente, che stava presso a quello, gli sturbava la quiete delle sue orazioni. Quei poi, ch'eran lontano, gli accorciavan di troppo, a cagione della lunga strada, il tempo, che ei stimava prezioso, di stare in chiesa. Il Valeri all'incontro non consentiva affatto, ch'ei fosse la notte all'aria aperta; e però in tanta perplessità non sapendo che farsi, appena ebbe spiegato al Valeri la sua mente, che questi con prontezza di carità gli esibì la sua casa; ma Benedetto non volle valersene, dicendo, ascoltandolo la numerosa famiglia presente: Ci son troppe donne.
  Cercò il Valeri altro più opportuno provvedimento: abboccatosi colla signora Barbara e col signor Gaudenzio Soni, consorti piissimi e caritatevoli, appena fe' loro parola di Benedetto, che trovò entrambi non solo dispostissimi, ma sommamente bramosi di accoglierlo in propria casa. Barbara avendolo veduto un giorno in chiesa da povero pellegrino, tutto modestia, divozione e compostezza, ne restò così edificata e compunta, che entrò in gran desiderio di alloggiarlo in sua casa: e per simil maniera pure Gaudenzio, tanto sol che lo vide una volta sotto le loggie pubbliche in atteggiamento divoto, cogli occhi bassi e talora alzati divotamente al cielo: né potea mirarlo senza spargere qualche lagrima di tenerezza e divozione. Alla richiesta del Valeri avvivandosi in entrambi la divozione, recaronsi a gloria l'ammettere in propria casa tal servo di Dio. Appostaron persona che lo aspettasse all'uscir dalla chiesa, secondo il suo solito, alle ore ventiquattro, e in casa loro il guidasse. Capitato Benedetto e salutatili col suo: Sia lodato Gesù Cristo, diè saggio di sua umiltà, dicendosi non meritevole di tal carità, ma quei pieni d'allegrezza il menarono in un piccolo camerino preparato per lui fornito di letto. Benedetto al mirarlo: A che, disse, tanti comodi? non si confanno questi coi poveri. Al povero basta che stia al coperto la notte, e che abbia qualche palmo di terra per istendervisi: di letto non ci è bisogno alcuno: anzi avrei più piacere di starmene in qualche nicchia più bassa, se pur' ci fosse.
Sentendo che non c'era, e che il camerino preparato era basso così, che sotto gli corrispondevano le cantine; né v'èra in casa sito peggior di quello; e che il letto era da povero, si arrese subito. Menato a cena, tutto umile, fece delle meraviglie per tal carità: E non basta disse, che mi diate da dormire: volete ancora darmi da mangiare? Conoscendo i consorti la sua umiltà e la sua renitenza, ma ben consapevoli d'altronde della sua ubbidienza: Cosi vogliamo, dissero: vog1iamo che mangiate. Vedendo la pagnotta intiera dinnanzi a se, pregò, che gli si desser dei tozzi: I poveri, disse, devono mangiar tozzi. Bisognò compiacerlo e condiscendere allo spirito di povertà tanto amata da lui. Così alzando gli occhi e le mani al cielo, benedicendo Dio, cenò pochissimo. Terminata la cena e rimesso nel camerino, volle onninamente esser ivi serrato a chiave, dicendo: Voglio, che mi chiudiate: voi non mi conoscete: son povero: sta bene chiudermi con chiave, fatemi il piacere di chiudermi. Così mostrò per umiltà, che ci fosse da temere qualche furberia, o furto, come povero e miserabile, ch'egli era: realmente però volle esser serrato per orare ed operare con più libertà. Difatti aperta la mattina la porta, era sempre trovato in ginocchio e come fuori di se: il letto niente usato e intatte le lenzuola. Quindi ammiravano sempre più la sua gran mortificazione e la sua virtù singolare.
  Uscito di casa, portavasi a dirittura ogni giorno all'amata sua chiesa, e nulla curando di pranzo, tornava a casa la sera, al chiudersi le porte della chiesa. Stupivano gli albergatori, come potesse egli vivere e con prospera salute, dopo la stracchezza di tanti viaggi, tutti a piedi, senza pranzo veruno e con cena scarsissima, stando fisso in ginocchio tutto il giorno. Ma il Signore mostrò avverato in lui, che: Non in solo pane vivit homo, sed in omni verbo, quod procedit ex ore Dei; e che quando Dio vuole, sostenta l'uomo col pane della vita, ch'è Gesù sagramentato, dal suo servo sovente ricevuto: Ego sum Panis vitae; e col pane dell'intelletto, che sono i lumi vivi, onde Dio il favoriva; lumi, che il tenevano giorni intieri con suo gran piacere fisso in ginocchio nelle Chiese: il sostenta colla bevanda interiore dell'acqua salutevole della sapienza; acqua, che estingue ogni altra sete: Cibavit illum pane vitae et intellectus; et aqua sapientiae salutaris potavit illum Dominus Deus noster: Qui biberit ex aqua, quam ego dabo ei, non sitiet in aeternum. Benedetto pur dir potea col Divin Redentore: Meus cibus est, ut faciam voluntatem ejus, qui misit me; volendolo Dio per quella strada, il manteneva in forze ed in salute, come quelli tre santi giovani di Babilonia, senza le vivande e le pozioni regie contaminate, con pochi legumi, e sol con acqua.
  Più stupivano vedendo il suo distacco da tutte le cose, non ricevendo mai nulla, se non solo ciò, che fossegli precisamente necessario. Più volte gli esibirono, ora calzette, ora scarpe, ora camicie ed ora vesti superiori; tutto ricusava: accettò solo un cappello vecchio ed un par di scarpe molto usate; essendo tal sua roba così logora e meschina, che la serva buttolla fuori tra le immondezze, come inutile affatto. La splendida carità degli albergatori voleva fargli un abito esteriore nuovo di grossa tela, sapendo non voler egli cose delicate e fine; non fu possibile, che il ricevesse. Io, disse, non ho bisogno, datela ad altri poveri. Comandato però, anzi obbligato per ubbidienza ricevere una camicia usata, per essere tutta sucida e lacera quella che aveva indosso, chinò il capo, e l'accettò. Santamente importuni i piissimi albergatori, la sera precedente alla partenza per Roma gli lasciarono un paio di calzette e di scarpe in camerino, dicendogli, che potrebbe valersene pel viaggio. Partito che fu, le trovarono in quel luogo stesso, dove poste le aveano.

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CAP. VII.



Prove dello spirito di Benedetto fatte da un
confessore in Loreto.



Stimo pregio dell'opera, gloria della virtù, vantaggio dei confessori e di chiunque leggerà questi fogli, il narrare qui distintamente le prove fatte dello spirito di Benedetto da un confessore Penitenziere in Loreto. Tali prove e la condotta che tenne, la verità, e sodezza dello spirito, e dell'eroiche virtù trovate in Benedetto, sono così sorprendenti, che chiunque le ha lette distesamente esposte con giuramento nei Processi, è giunto ad asserire, bastare sol questo per credere Benedetto un gran santo e per meritarsi gli onori della Santificazione.
  Fu egli il P. Giuseppe Maria Temple Francese de' Minori Conventuali di S. Francesco, teologo ben versato nell'Ascetica e nella Mistica, Penitenziere prima nel 1766 per la nazione Francese nella Basilica di S. Francesco in Assisi, indi nel 1773 Penitenziere per la nazione medesima nella Basilica della santa Casa di Loreto.
  Un giorno dunque, che fu l'undecimo di febbraro 1766, uscendo questi dal suo confessionale vicino all'ora del mezzo giorno dopo d'essersi impiegato tutta la mattina in ascoltar confessioni, gli si presentò Benedetto da povero, com'era, cencioso ed umile. Richiesto, se volesse confessarsi; da uom civile, ch'egli era, rispose, che riputerebbe indiscretezza, voler accrescergli la fatica in un'ora così importuna; solo ardiva pregarlo di sentire brevemente poche parole. Avuta libertà di parlare: Io, gli disse, ma con un'aria dolce, che spirava divozione: giacché per bontà di Dio e della Beatissima Vergine mi trovo felicemente in questo Santuario, bramerei di stare in tutto alla sua ubbidienza; e per adesso mi basta solo, che mi dia licenza, se pur il giudica, che io siegua a cibarmi secondo il mio solito. Restò sorpreso il confessore alla dimanda inaspettata e strana. Pur il richiese in aria grave: Ma qual'è il suo solito? Io, rispose, son solito cibarmi giornalmente delle cose avanzaticce e rifiutate, che trovo per le vie; scorze di melangoli, foglie ultime di cavoli, frutti guasti e qualunque cosa inutile, che si butti dalle fenestre: ne mangio soltanto, quanto basti a sostentarmi per quel giorno: la sera niente affatto. Se nulla trovo, mai non chiedo limosina: l'accetto limitatamente, se mi si dà. Che se niente mi si desse, mi porto nella campagna, mangio l'erbette e bevo l'acqua che trovo. Sorpreso vieppiù il confessore, entrò in sospetto d'inganno, sentendo cose mai non udite, né lette: ed accigliato interrogollo, se tal metodo gli fosse stato approvato dai direttori. Rispose sinceramente: chi si, chi no; secondo l'ispirazion di Dio; ed io ho sempre ubbidito. O bene, replicò il confessore con aria brusca e con voce imperiosa, in virtù di santa ubbidienza vi comando, che adesso in comitiva di colui (e additogliene uno a lui ben noto, poco di là distante) mangiate ciò, ch'egli vi darà ed oggi tornate da me: mi mostrerete le carte de' vostri attestati, e vi ascolterò poi in confessionale. Chinò Benedetto il capo e con volto ilare ubbidì prontissimo a tutto.
  In quel frattempo il piissimo confessore si rivolse a Dio, Padre de' lumi, che in un punto sì rilevante gli desse de' lumi opportuni e necessari per conoscere il vero: interponendovi per mediatrice la Santissima Vergine; come mezzo il più efficace ad ottenere.
  Presentossi subito Benedetto il dopo pranzo nell'atto, che due altri pellegrini trattavano col confessore. Era questi alquanto sturbato, perché uno de' due pretendeva ingannarlo, facendosi credere di nazione Francese, per carpirne limosina, quando tale non era, né tale il mostravano alcune sue carte. Quindi dubitando ancor d'inganno in Benedetto, gli intimò con voce aspra e risentita, che presentasse le sue carte. Subito con volto sereno gliel'esibì: osservate e ben esaminate, e trovatele coerenti, cominciò a deporre il sospetto d'inganno. Ciò non ostante l'interrogò, d'onde venisse? Sentendo che da Roma, gli richiese gli attestati della confessione e comunione. Tacque Benedetto, stando ivi a capo chino, occhi bassi e mani incrocicchiate sul petto. I1 suo silenzio fece insospettire il confessore; e però cominciò a trattarlo aspramente, colla giunta de' rimproveri, dicendo: non essere quella la maniera di visitare i Santuari, senz'accostarsi ai Sacramenti; aver motivo perciò da dubitare, se fosse Ugonotto, se infetto d'altra eresia, se ipocrita.
  Udiva il Servo di Dio in un profondo silenzio, con volto sereno e imperturbabile, stando fermo nel suo divoto ed umile atteggiamento. Miravalo attentamente il P. Temple, e vedendo quella sua serenità, incalzò i rimproveri con parole ancor piccanti: Voi siete muto, dicea, o sordo? Non capite? Non rispondete? Egli capiva benissimo, e non rispondeva per la ragione, che poi disse. A me pare di vedere una copia di nostro Signor Gesù Cristo, quando legato, creduto reo ed interrogato in tribunale, stava in profondo silenzio: Jesus autem tacebat Il buon confessore non sapeva ancora che risolvere: l'imperturbabilità e l'atteggiamento gliel mostravano un Santo: il non rispondere alla ragionevole dimanda gli persuadeva l'opposto. Disse fra se: Questo dev'essere, o un gran Santo, o un demonio. Sciolto intanto quel giorno il congresso con tutti, intimò loro, che si preparasser bene alla confessione sagramentale pel dì seguente. Nel resto di quel giorno stette come oppresso e dubbioso, non sapendo ancora, a qual determinazione appigliarsi, sebbene certi barlumi interni l'inclinavano a crederlo un santo: e però seguitava a chieder a Dio ed alla Santissima Vergine lume più vivo.
  Il Signore cominciò a darglielo. La mattina seguente trovatolo al confessionale, l'interrogò ansioso del tempo, in cui l'ultima volta si era confessato e comunicato. Rispose: sono otto giorni e nel viaggio mi sono pur confessato e comunicato altra volta. Chiesto, se in Roma ancora, rispose, che spesso solea confessarsi nella Basilica di S. Giovanni Laterano; aver fatte confessioni generali; e quanto alla comunione, l'avea fatta tutte le volte, che ordinata gliel'aveano i confessori. Ma perché dunque non dirmelo ieri, interrogato da me? Rispondete; ve l'ordino per santa ubbidienza. Al rispondere diede prima in profondi sospiri ed anche in lagrime, come solea poi tutte le volte, ch'era comandato in virtù di santa ubbidienza, dispiacendogli di vedersi obbligato a scoprire il suo interno, che non volea noto ad altri, che a Dio. Rispose dunque: Io tacqui, perché v'eran presenti altri. Questa risposta cominciò a calmare 1a tempesta, in cui ondeggiava il confessore.
  Crebbe la calma, quando volendolo istruire come solea coi pellegrini, intorno alle cose necessarie a sapersi dal cristiano ed in ispecie intorno alla confessione e comunione; trovollo non solamente istruttissimo in tutto, ma penetrato ancora profondamente dall'eterne verità. Quindi non bisognando altro, ordinogli, che si confessasse pure. Cominciò Benedetto il Confiteor, ma non alla maniera comune: si mostrò talmente penetrato e compunto, specialmente nel dir mea culpa che tremava sensibilmente tutto, non altrimenti di quel che farebbe un reo di gravi eccessi dinanzi al giudice.
  Dileguandosi vieppiù le dubbiezze nella mente del confessore, gli fece animo a dir sue colpe. Dice umiliato e piangente: Non avere amato il suo Dio, come dovea; essere stato ingrato alle sue grazie e benefizi: aver posto impedimento per ascendere a quel grado di virtù, cui Dio il voleva ed a cui sarebbe asceso sicuramente qualunque altro, che fosse stato da Dio favorito al par di esso. Così egli. Ciò valse al confessore per mettersi in una maggior calma. Pure avendo ravvisato in lui una profondissima umiltà, carattere del vero spirito, giudicò saviamente fomentargliela. mortificandolo, quasi uno, che confessar non si sapesse. E cosa sono, disse, queste generalità? Dite pure le particolari vostre colpe, dicea, ma replicava l'istesso; se non che con una compunzion più viva, con umiltà più profonda, rinfacciando a se stesso le ingratitudini usate contro un Dio d'infinita Maestà, suo benefattore amantissimo. Ah già ben mi accorgo replicò il confessore, che voi non sapete esaminarvi bene, ben confessarvi. Vi farò io stesso l'esame, e vi comando con precetto formale di ubbidienza, che rispondiate sinceramente con un sì, con un no.
  Cominciò l'esame prima sopra i peccati mortali e precetti di Dio d'uno in uno con ordine; indi sopra quelli della santa Chiesa; ma con quella scaltra prudenza, ch'esigeva un tal penitente. Trovollo, non solo affatto esente da ogni colpa mortale sin dall'uso di ragione, ma che neppur intendeva, cosa fosse colpa mortale, specialmente intorno alla purità. Udivalo il confessore, e stupiva. Passò avanti a' veniali. Inoltrossi a qualche picciolo sfogo delle proprie passioni, dell'amor proprio, ai doveri d'un buon cristiano; E trovai (sono parole del confessore medesimo) con mia reiterata meraviglia e stupore, che la sua bell'anima, sin dall'età più tenera, era stata sempre esente, non solo da ogni colpa mortale, ma altresì da' peccati veniali deliberatamente commessi: cosicché con tutta certezza io potei ravvisare in esso la conservazione della battesimale innocenza, ed essere una di quelle anime prescelte da Dio, e prevenute in benedictionibus dulcedinis corrispondenti in ogni tempo con somma perfezione alla grazia ricevuta.
  Non fu pago l'accorto confessore di aver pescato, diciam così, colla rete sicura dell'ubbidienza tutto l'interno di Benedetto; volle esplorarne ancor l'esterno, onde conoscere la corrispondenza tra questo e quello. Quindi commise or ad una, or ad un altra delle persone fedeli e note, che tenesser dietro a Benedetto ed osservassero con attenzione i suoi andamenti. Il ragguaglio che n'ebbe separatamente da tutti fu concorde. Ammirati e sommamente edificati gli dissero: Starsene Benedetto quasi tutto intiero il giorno in chiesa a maniera d'estatico, sempre fermo, in ginocchio, senza che mai volgesse il capo dall'una parte, o dall'altra: camminar per le vie, qual portavasi in chiesa, o ne usciva, sempre solo, modesto, composto: non chieder limosina da chi che fosse, nè pure portarsi alla distribuzion del pane e vino che due volte al giorno suol fare per carità la Santa Casa a' poveri pellegrini; dormir la notte allo scoperto su li marmi gelati, andar tutto lacero, e cencioso, menare una vita poverissima e penitente, da non poterla durare, senza una grazia specialissima di Dio. Così questi.
  Restò contentissimo di sì lodevoli, e sì conformi relazioni il padre Temple. Pure volle per sicurezza maggiore spiarne ancor da sé, per quanto gli permettesse il suo laboriosissimo impiego, e vide cogli occhi suoi stessi e toccò come con mani la sincerità delle relazioni; dando con ciò fervorose grazie al Signore e alla Santissima Vergine, per gli opportuni lumi, onde dileguate si erano le sue dubbiezze. Benedisse, e lodò Dio più volte, e nell'udirlo in confessione, non potea trattenersi dal versar dagli occhi lacrime di tenerezza vedendo un portento di santità così straordinaria in un giovane di fresca età, povero, mendico, lontano da' suoi e dalla patria. Licenziollo colla sue benedizione, ordinandogli, che quella stessa mattina si accostasse alla mensa eucaristica e il dopo pranzo ritornasse da lui. Per quell'avanzo di giorno e per altri due susseguenti tenne dei congressi privati e lunghi di più ore con Benedetto in luogo appartato, senza dargli mostra alcuna di stima e di concetto: così ebbe campo da risapere tutto ciò che di virtuoso egli avea praticato sino a quel tempo e tutto ciò che gli era avvenuto: e ciò non altrimenti, che adoperando di continuo il precetto di santa ubbidienza, senza la quale non si potea mai strappar parola dalla sua bocca; e sebbene rispondesse, pure non era mai, se non traendo dal più profondo del cuore dei gran sospiri e versando dagli occhi copiose lacrime. Ebbe ancora l'avvertenza di notar tutto in fogli a parte sin d'allora, tenendo per cosa indubitata, che se seguisse costante nell'intrapreso rigidissimo tenor di vita, si sarebbe degnato l'Altissimo di autenticare con miracoli dopo la morte la sua santità sublime; quindi pensava che allora per aver notizie delle sue virtù, si farebbe ricorso tra gli altri al penitenziere francese di Loreto: perciò lasciava quei fogli alla memoria dei posteri.
Ma Dio Signore volle dare a lui stesso il piacere e l'onore di deporre giuridicamente nei processi quanto allora scrisse e quanto poi rilevò nelle private conferenze tenute con lui; poiché non seguì a viver più che a un dipresso sei anni, e quando giunse al suo orecchio la notizia della morte avvenuta nel 1783 in un colla fama della sua santità, sparsa prestamente nei regni ancor lontani, non ne fece maraviglia alcuna, sapendo il gran fondo di santità, che teneva nel cuore.
  Io qui non posso trattenermi, che non esalti con somme lodi la condotta savissima di questo così attento, e prudente confessore. A lui siam tenuti della notizia di molti atti eroici e delle virtù singolari di questo gran servo di Dio. Sarebbe bene a desiderarsi che su l'orme sue camminassero certi confessori, i quali di leggieri, e senza maturo esame si cacciano via d'avanti qualche anima favorita in ispecial modo da Dio: tanto sol che questa cominci a dir di sé qualche cosa di straordinario, qualificandola tosto per illusa. Dovrebbero pur rammentarsi, che sono essi in quel tribunale non solo giudici per legare o sciogliere; ma si bene maestri per istruire, e correggere.
 

FINE DELLA SECONDA PARTE


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