

Un disegno della divina Sapienza, se altro mai maraviglioso,
ha in fine il suo compimento nella solennità di un giorno
faustissimo, nel quale unitamente ad altri illustri eroi della
fede cristiana, Benedetto Giuseppe Labre viene innalzato ai supremi
onori dell'altare. Sul rompere di quella fiera tempesta, di lunga
mano dalla Potestà delle tenebre apparecchiata, che mirava
a mutar faccia alla terra, abbattere dapertutto, se fosse stato
possibile, anche materialmente la Croce di Gesù Cristo,
ma certo schiantarla dal cuore e dalla mente dei popoli; e spentole
attorno tutto il fulgore di somma gloria, onde i secoli l'avevan
cinta, ricacciarla nell'obbrobrio e nell'infamia nella quale fu
eretta la prima volta sul Calvario; in questa Roma, centro del
regno di Cristo, e termine appunto più agognato a mettervi
capo l'ordito infernale rivolgimento, moriva, or fa circa un secolo,
s. Benedetto, stato già quasi in persona l'abbiezione del
Crocifisso e l'austerezza piu difficile dei consigli vangelici;
e a scorno dei nemici di Dio la sua tomba, come quella dell'esemplare
suo divino, diveniva a un tratto gloriosa, e il suo nome conto
e celebrato a stupore per tutto il mondo. L'orrendo turbine ruppe,
fece ampio sterminio ove prima generò, e ovunque appresso
fu lasciato trascorrere: poi trovata qualche remora ai suoi più
truculenti favori, si trasformò in men violenta ma non
men funesta meteora; e, più liberamente allargandosi, infettò
le sorgenti della vita nel cuore delle nazioni, delle famiglie,
degl'individui e in un secolo di più o meno sfrontate enormezze,
abbuiati i più cardinali principî, travolto tutto
il cristiano costume, potè stendere l'ala devastatrice
su questa sacra Roma, e stimandosi ormai sicuro dell'agognata
conquista, attendere con baldanza inaudita l'istante di dar l'ultimo
colpo alla Croce di Gesù Cristo.
Ma che? Nell'ultimo recesso non ancora violato dall'abbominazione
del loco santo, ecco ergere di nuovo più maestosa la fronte
la sublime stoltezza della Croce, nell'abbietto mendico di Amettes,
e nei suoi luridi cenci raggiante della più fulgida gloria,
a cui può giugnere un mortale anche quaggiù, sfidare
la magna potenza delle tenebre dominanti, e non provocando solo,
ma esiggendo di pieno suo dritto gli ossequi di tutto il mondo,
intimare al cielo, alla terra, agli abissi, di chinar la fronte,
e in sé adorare anche una volta la Croce di Cristo. E il
cielo e la terra e gli abissi, si curvano, astretti a confessare,
che Christus heri et hodie ipse et in saecula, e a baciare
la ferrea verga già levata a stritolare tanquam vas
figuli la esecrata Babele con sì lunghi stenti accatastata
dai figliuoli di Satana.
Ora se di sì stupendo consiglio si dee saper grado primieramente
alla misericordia del celeste Sposo della Chiesa, intento ad alternar
le umiliazioni di lei con sempre nuovi trionfi; si dee dopo Dio
anche a chi ne regge le veci qui in terra, poiché posto
da banda ogni umano riguardo, prontamente accolse ed intrepido
seguì gl'impulsi del Divino Spirito; e con questo solennissimo
atto del supremo infallibile suo magistero, tornò a proclamare
in faccia al mondo piucchemai superbo della sua insensatezza:
l'apice della vera gloria dell'uomo essere riposta nell'apice
della evangelica perfezione, giusta l'esempio degli illustri
eroi dei quali ha proclamato la canonizzazione, e sopra ogni altro
di Benedetto, tanto più acconcio a confondere la sapienza
dal secolo, quanto più ricolmo della divina stoltezza del
Crocifisso.
La vita di questo sommo ne è la più splendida conferma,
essendo le opere di lui che diamo a leggere in questo scritto
ai suoi devoti il preciso contraposto delle massime del mondo:
una virtù che aspira all'ultimo grado dell'umana perfezione
coll'imitazione del divino modello, ed una abbiezione la più
umiliante che fa suo scopo il distacco il più completo
da tutte le cose terrene.
La vita che presentiamo ai devoti di s. Benedetto non ha del nostro
quasi altro che la diligenza nel curarne l'edizione. Nuove cose,
o esposte in miglior forma non credemmo poter offrire ai lettori
dopo il tanto e sì maestrevolmente scrivere che se n'è
fatto dal tempo della sua morte in qua, pressoché in ogni
lingua. Però stimammo miglior partito il rimettere alla
luce l'opera del Coltraro divenuta rarissima, essendo tra le più
antiche memorie italiane che si hanno del Labre, la più
completa, la più critica e meglio modellata a quell'aurea
semplicità, onde crediamo si debbano scrivere ad edificazione
dei fedeli le vite dei santi.
Fu Anton Maria Coltraro di origine siciliano, religioso della
Compagnia di Gesu, finchè nel 1773 non fu distrutta, e
scrittore di parecchie opere sacre, massime narrative della vita
di persone sante. Avendo prima di questa vita dato alla luce quasi
tutte le altre sue opere, dovea essere bene innanzi nell'età,
quando nel 1790 mise mano a scrivere la vita del nostro santo:
e però poté sopravvivere di poco a quest'ultimo
suo lavoro di maggior lena di cui ci resta memoria. Il luogo della
sua morte ci è rimasto ignoto al pari dell'anno e del luogo
della sua nascita. La presente vita compilata che fu su' processi
autentici condotti a termine verso il 1790, non fu stampata che
nel 1804 o 1807 in Roma a nome del postulatore G. Palma: se non
che spacciatesene parecchie copie, fu alle restanti sostituito
un altro frontispizio, ove se ne registrava il vero autore. Giacque
una siffatta opera molto sconosciuta fino al 1850, nel qual anno
uscì tradotta in inglese nella collezione di vite de' santi
e servi di Dio pubblicata dai PP. dell'Oratorio di Londra, e nel
1853 ricomparve a Ratisbona trasportata in tedesco dal P. Francesco
Posel redentorista.
In questa seconda edizione romana riproduciamo fedelmente la prima,
tranne la prefazione, le citazioni, che vi si fanno ad ogni tratto
degli atti autentici de' processi, e certe maniere di scrivere
allora in uso, che non s'accordano colla moderna ortografia. Perché
poi torni altresì acconcio alla presente solennità,
per occasion della quale si rimette a luce, v'aggiungiamo in fine
una breve appendice, e cosi speriamo aver pienamente soddisfatto
al debito nostro.
Non ci resta che implorare la protezione del nuovo santo sopra
di noi e sopra quanti leggeranno gli stupendi fatti di lui, che
fu sì viva copia di Gesù Signor nostro, fattosi
opprobrium hominum et abiectio plebis per amore dei suoi
servi, affinché stimolati da tanti luminosi esempi ne sia
dato accenderci almeno alla pratica della cristiana umiltà,
necessaria ad aver posto nella gloria dell'amabilissimo Redentore.
8 dicembre 1881.
Nacque Benedetto Giuseppe Labre a' 26 di Marzo 1748 in Amettes
nella parrocchia di S. Sulpizio, Diocesi di Boulogne in Francia.
Fu il primo de' quindici figli, ch'ebbero i suoi genitori. Suo
Padre si appellava Gio. Battista Labre, fratello del parroco d'Erin.
Sua madre Anna Barbara Grandsir, sorella anch'ella del parroco
de le Pesse: ambedue di ben nota pieta, e come veri cattolici,
abborrenti al sommo dalle ree massime del Giansenismo. Viveano
decorosamente del mestiero di mercadante; provveduti più
che a sufficienza pel mantenimento della loro numerosa famiglia.
Quindi potrà ben conoscersi sin d'adesso, che lo stato
di povertà estrema, a cui appigliossi, e tenne costantemente
sino alla morte Benedetto Giuseppe, non fu stato di necessità,
ma di pura elezione: fu tutto amore verso Dio, il quale per ispecial'impulso,
che in ciò diede al suo Servo, volle una copia formare
del divin suo Figliuolo: Quum dives esset, factus est egenus
propter nos. Ei fu un esecutor perfetto non sol de' comandi,
ma de' consigli Evangelici; un generoso disprezzatore delle tre
cose, che formano tutto il mondo: concupiscentia carnis, concupiscentia
oculorum, et superbia vitae, dietro alle quali van miseramente
perduti i seguaci di esso.
Battezzato nella Chiesa parrocchiale di Amettes a' 27 Marzo, il
dì seguente al suo nascimento, gli fu imposto il nome di
Benedetto Giuseppe.
Non ebbero a penar molto a donargli una buona educazione
i suoi genitori: poichè spoppato appena, trovarono in lui
disposizioni così felici, che di continuo ne lodavan Dio,
dator d'ogni bene. Spirito vivace, ma pieghevole; intelletto perspicacissimo;
memoria ben tenace; inclinazione somma alla virtù; docilità
perfetta, e amore così vivo alla pietà, che parve
sin d'allora prevenuta avesse l'età della ragione. Quindi
sin dall'infanzia fu giudicato per opinion comune, come un
figlio prevenuto dalle grazie del Signore.
Quanto gli s'insinuava da' genitori piissimi, tutto facilmente
apprendeva: i loro documenti intorno al santo timor di Dio, alle
massime della Religion cattolica, alla divozione verso la santissima
Vergine Maria, furon come un seme purissimo sparso in un terreno
ben fertile, che poi produsse nobilissimi germogli, fatti da Dio
palesi, ed autenticati ancor con miracoli, ormai per tutto il
mondo. Giunto all'età di anni cinque, invogliossi con singolar
ardore a saper ben presto leggere, e scrivere, onde potesse gli
elementi della santa Religione, e gli obblighi di un cattolico,
che con piacere sentiva proporsi, sempre più profondamente
imprimere nel suo animo.
Secondando i piissimi genitori le brame dell'amabil fanciullo,
mandaronlo nell'età di anni cinque alla scuola d'un ottimo
sacerdote per nome Don Francesco Giuseppe Forgeois, deputato allora
del vicario d'Amettes; e dopo due anni e mezzo a quella del Sig.
Bartolomeo Francesco de le Rue. Sotto tal disciplina fece presto
dei gran progressi in rapporto alle lettere non meno, che alla
pietà.
Quanto alle lettere dopo avere con grande agevolezza appreso il
ben leggere, e scrivere; ebbe ancora qualche lezione proporzionata
all'età, e tra queste l'aritmetica. Mostravasi così
bramoso di profittare, e così geloso del tempo, che ne
stupiva il maestro; il quale talora come per giuoco intertenevalo
con ambo le mani: ma l'innocente fanciullo cercava a tutta possa
di sbrigarsene, e tornare al suo posto, dicendo graziosamente:
Mi lasci andare, perché altrimenti non arriverò
ad imparar presto la mia lezione.
Avveniva talvolta in iscuola, che qualche impertinente ragazzo
davagli alcuna botta di nascosto. Ogni altro si sarebbe risentito,
e dato in pianto, in lagnanze, in accuse. Benedetto dissimulava,
e tacea. Chiesto anzi dal maestro chi fosse il reo, e se fosse
stato offeso, rispondeva in placido sembiante, essere stato colpo
d'inavvertenza, cercando cosi scusare il reo, per risparmiargliene
il gastigo.
Ammirata il maestro la sua pazienza, e dolcezza, cercò
anche farne da se qualche prova. Gl'imputò un giorno certa
lieve colpa, di cui sapea di certamente non esserne reo. Egli
rispose candidamente, e con volto sereno, indice dell'innocenza,
non averla commessa. Ma tacciato perciò ad arte, e di colpevole,
e di bugiardo: Voi meritate gastigo, sentì dirsi
in aria brusca, andate a prender la frusta. Andò
nel punto stesso, presentogliela pronto al gastigo, senza discolparsi,
senza dir parole: ma n'ebbe invece amorevole accoglienza.
Avendo sul principio dell'imparare a leggere, commesso qualche
errore, il maestro in aria grave riprendendolo: Voi meritate
penitenza, gli disse, e mettendogli in mano una teen grossa
corona: andate, soggiunse, a recitarla adesso adesso.
I1 ragazzetto senza frappor dimora, e senza far motto, ritirato
in un angolo, recitolla in una maniera così divota, che
destogli ammirazione, e gli accrebbe la stima, e l'affetto.
Era costume di Benedetto, terminate la scuola, uscir l'ultimo.
Su di ciò riflettendo il maestro, il richiese del perché?
Io, rispose, amo di aspettare, che gli altri siano usciti;
e benché io resti l'ultimo, arriverò in casa prima
degli altri. Ciò combinar non sapendo il maestro, voile
spiarne attentamente, e trovò, che in verità arrivava
il primo, benché per altro la sue casa fosse più
discosta; perché non trattenevasi a giuocare, a trastullarsi,
come gli altri, in istrada: e addirittura e con gravità
solo soletto ritiravasi, sebbene fosse nell'età d'anni
sei in sette; età, che ama scherzi, e trastulli: massime
dopo la noia della permanenza in iscuola.
Quindi la stima inspirata nel maestro dalle qualità distinte
di questo fanciullo, glielo rese così caro, che mai non
seppe dimenticarsene; ed attestò nei processi, che fra
due mila fanciulli in circa, a' quali avea insegnato per molti
anni, non aveane mai conosciuto alcuno, in cui trovate avesse
qualità così amabili.
Era egli in quella tenera età d'un sembiante sereno, dolce,
affabile, misto d'una gravità propria dell'età matura.
Il suo ridere, qualora il portassero le circostanze, era quale
vuole lo Spirito Santo, senza strepito, senza sconvolgimenti irregolari,
senza innalzar la voce briosa.
Fatuus in risu exaltat vocem suam. Vir autem sapiens vix tacite
ridebit. Il suo parlare, raro; e quando la necessità il
chiedea, poche eran le sue parole, ma pesate ed a proposito: argomento
di gran prudenza nell'uom maturo; molto più in un ragazzetto.
Qui moderatur sermones suos, doctus et prudens est. Mai
non si udì dalla sua bocca parola inutile: amava più
volentieri di ascoltare, e trattar con persone di pietà,
che di parlare; giusta l'avvertimento dell'apostolo S. Giacomo:
Sit omnis homo velox ad audiendum, tardus ad loquendum.
Gli si accrebbe vieppiù la stima per li saggi di gran pietà
che diede in età sì tenera. Avendo appresi con ardor
grande i rudimenti di S. Fede, mostrossi come penetrato dalle
verità Cattoliche, ed illuminato da quel Dio, che Sapientiam
dat parvulis, e che sin dall'infanzia scelto lo aveva per
se. Alienissimo da quei puerili trastulli, che tengono per lo
più occupati con gran piacere i fanciulli, ebbe in orrore
quelle piccole colpe di bugiole, di furti, di altercazioncelle,
di disubbidienze, che sono tanto comuni, e come naturali a quella
età. I domestici stessi, e quanti l'ebbero sotto l'occhio,
e il trattarono famigliarmente, tutti attestano nei processi la
sua costante innocenza, candidezza, modestia, e maturità
troppo superiore all'età. Quel che reca meraviglia maggiore,
si è che gl'istessi suoi condiscepoli, per quanto impegnati
si fossero a spiarne gli andamenti, non trovaron mai cosa riprensibile
in lui: anzi sel proponevano come modello ne' loro piccoli esercizi
di divozione, e cercavano conformare il far loro con quello di
Benedetto, dicendo: Non è questa la maniera da farsi;
non faceva così Benedetto. Quindi la di lui presenza
era di freno ai trasporti degli altri.
Ubbidientissimo a' genitori, ed a' maestri, correva pronto
ad eseguirne i cenni: amato perciò da loro con tenerezza
maggior d'ogni altro. Pacifico, e rispettoso coi domestici cedeva
tosto all'altrui volere: parlava poco, ed a proposito, ma sempre
da savio e con parole pesate.
Era amantissimo delle penitenze, e mortificazioni, e benché
s'ingegnasse di farle occultamente, pure non potea far sì,
che alcune non venissero scoperte. Scarsissimo il suo vitto: il
sonno disagiato, stendendosi or su le nude tavole, ora sul pavimento:
poggiava il capo sopra pezzi di duro legno, lasciando il morbido
letto ammannitogli dalla madre: amante del ritiro, e della solitudine,
facea suo divertimento starsene a casa ne' tempi liberi da scuola,
impiegandosi nel leggere libri divoti; come preludendo a quel
ritiro, e solitudine, che gli fu tanto a cuore in tutto il corso
di sua vita. Nel suo contegno, e nelle sue parole si scopriva
chiaramente da' genitori una gran propensione alla vita austera,
e solitaria; quindi cercavan moderarlo. Voi, diceagli talora
la madre, caro mio figlio, se lungi dalla casa paterna vivereste
in qualche solitudine come spesso accennate, penereste molto a
trovare di che sostentarvi. Mi basteranno, rispondeva egli
con santa intrepidezza, l'erbe, e le radiche de' campi, come
bastavano agli antichi eremiti. Ma questi, ripigliava la madre,
erano per quei tempi d'un temperamento assai più forte,
di quel che sia adesso. Ma il buon Dio, replicava egli pien
di fiducia, non è men potente adesso, di quel che allora
e se allora adoperava dei miracoli per sostentarli, come voi credete,
non può forse adoperarli adesso? Ah madre mia! tutto si
può, se si vuol davvero.
Aveasi eretto in casa un oratorio con un altarino: in questo,
quand'era di non più che di anni otto, diceva a suo modo
la messa, adoperando da servente uno de' suoi fratellini, prima
ben istruito: cantava dei Salmi; facea delle Processioni; e rappresentava
le cerimonie, che avea notate in Chiesa, non alla maniera puerile,
ma con gravità, e con esattezza troppo superiore all'età.
Qualora potea, portavasi in Chiesa, fosse di mattina, o di giorno.
La mattina impiegavasi nel servir messe con tal compostezza, e
divozione, che ne restavano commossi quanti l'osservavano. Vedevan
Benedetto servir all'altare colle manine giunte divotamente dinanzi
al petto, bassi gli occhi, fermo il capo, senza mai rivoltarlo
altrove. Nelle funzioni ecclesiastiche notava attentamente i sacri
riti; fissavaseli in mente. Si confessava ancora spesso nell'età
di anni cinque, o poco più: di giorno assisteva a' Catechismi,
a' divini Offizi; né mai lasciò d'intervenirvi:
preveniva anzi ogni altro con grande brio. Stava però in
Chiesa colla divozione, e raccoglimento maggiore, che figurar
si possa; tanto più ammirato, quanto era più tenera
l'età sua.
Tal fu il contegno di Benedetto Giuseppe dall'anno quinto sino
all'anno duodecimo dell'età sua.
Conoscendolo i genitori già ben istruito nel leggere, e
scrivere speditamente, giudicaron bene mandarlo in Erin sotto
la cura del suo zio paterno parroco, D. Francesco Giuseppe Labre;
sicurissimi, che col suo affetto e col santo suo zelo, onde edificava
tutta la sua parrocchia, avrebbe l'impegno d'istruire il nepote
nello studio della lingua latina, nelle scienze superiori, e nei
doveri di un cattolico. Né s'ingannarono. Trovò
egli nel nepote come una pianta gentile molto disposta a produrre
copiosi, e sinceri frutti, così per li talenti, onde Dio
il dotò, come per la savia coltura, ch'ebbe in patria sin
dai primi baleni dell'uso di ragione. Per la lingua latina mandollo
a scuola da un sacerdote ottimo maestro, che ne fece stima più
che d'ogni altro discepolo.
Per li doveri di un cattolico oltre le istruzioni, che
ricevea nella scuola, si prese a carico il zio stesso di spiegarglieli
distintamente in casa. Benedetto Giuseppe sotto tal disciplina
corrispose colla pratica a maraviglia in tutto il corso d'anni
poco più che sei, dimorando in Erin. Lo studio, e gli esercizj
di pietà occuparon tutto il suo tempo. Nel capo seguente
esporrò, ciò, che appartiene alle lettere, e come
Iddio l'andasse guidando per quel sistema di vita, che osservò
costantemente sino alla morte. In altri capi narrerò la
maniera esemplarissima, con cui cominciò a praticare gli
esercizj di pietà.
Cominciando lo studio della lingua latina, ci si applicò
con gran piacere per ubbidire a' genitori, che a tal fine mandato
lo aveano in Erin, ed allo zio, che vegliava sollecito sul suo
profitto. Quindi dava in casa allo studio tutto il tempo prescritto,
mostrando però sempre di far più conto della scienza
de' Santi, che dell'uman sapere. Nella scuola attentissimo agl'insegnamenti
del maestro, stava sempre con quell'attenzione, e gravità,
che è propria dell'età matura: così alieno
dagli scherzi, dalle ciarle, e ragazzate, che non dié mai
al maestro occasione alcuna di riprenderlo; cosicché questi
costretto talora ad intermettere per qualche giorno il suo impiego
per malattia, o per che si fosse, sostituiva in sua vece Benedetto.
Ell'è cosa di maraviglia, che non usi per lo più
i ragazzi a temer punto somiglianti sostituti, d'età lor
pari, e condiscepoli, anzi allora piucché mai irmbaldanzire;
pure rispettavan sommamente Benedetto: bastava solo la sua presenza
per metter freno allo spirito lor vivace, ed inquieto, piucché
fatto non avrebbe la presenza del maestro medesimo. Con taluno
poi, per natura più impertinente, non faceva rimostranza
alcuna, se non quando prevedea, che sarebbe ben accolta: argomento
di sua gran prudenza.
Proseguì con fervore lo studio per anni quattro.
Giunto agli anni sedici di sua età, perdette affatto quel
gusto, che sino a quel tempo avea provato nell'apprender bene
la lingua latina: gli venne anzi questa a tal noia, che non ci
si applicava se non con rilassatezza, rivolgendo all'opposto il
suo fervore alla scienza de' Santi. Datosi quasi tutto alla lezione
de' libri ascetici, in essi provava gran piacere, gran fomento
al suo spirito di divozione; e sentiva riaccendersi talmente nel
cuore le sante fiamme, che parea aver già deposto quasi
tutto l'impegno della lingua latina. Aprire un libro divoto, e
sentirsi subito sollevare a Dio, era l'istesso. Sopra ogni altro
gli era carissima la sacra scrittura, che ben intendea: in essa
trovava il più bel pascolo alla sua divozione; onde fu
poi che nel resto degli anni suoi portavala sempre addosso nel
suo fagottino: citarne a proposito i passi; correggere chi ne
alterasse parola; esibirsi anche pronto a cavar dal suo fagotto
la sacra scrittura per mostrar la verità dal testo da sé
citato, a chi ne stava in dubbio, e financo negar francamente,
che si trovasse nella sacra scrittura qualche testo citato per
errore da altri.
Accortosi lo zio di tal sua rilassatezza in apprendere
la lingua latina, giudicò suo dovere riprenderlo, ed inculcargli
applicazion più profonda. Udiva Benedetto le riprensioni
con modesto rossore, e con umiltà senza dir parola. Per
ubbidirlo cercava applicarsi di proposito. Ma che? Non gli riusciva,
per quanto ci si adoprasse: appena aperto il libro di Cicerone,
di Quinto Curzio, sentivasi come un gran peso, e un gran fastidio
nel cuore; e tutto a un tratto da interno impulso trasportar soavemente
alla lezione dei suoi libri divoti: qualunque di questi che aprisse,
era per lui come una scintilla di fuoco, che fa tutta andar in
fiamme la polvere; così in sante fiamme di divotissimi
affetti avvampava il suo cuore.
Non sapea l'ottimo zio, come si accordasse nel nepote tale
svogliataggine, che avea sembiante di disubbidienza, colla pronta
ubbidienza, che sempre, e in tutto prestavagli, prevenendone talora
i cenni; col guardarsi sollecito da qualunque colpa, per minima
che fosse; coll'integrità de' suoi costumi, e colla sua
edificante divozione da tutti commendata. Quindi ne fece una volta
lagnanza amichevole con un parroco suo confidente. Questi un giorno
valendosi d'un destro opportuno, insistè su gli avvisi
dello zio, ed avvalorandoli, lo spronava allo studio, dicendogli,
che bisognava applicarsi bene, onde giunto al Sacerdozio, sollevar
potesse il zio nelle sue fatiche, quando nell'età senile
avrebbe bisogno di sollievo. A questo rispose francamente
Benedetto: Io non dimorerò nel mondo: il mio gusto è
solo di ritirarmi in un deserto.
Ciò risaputosi dallo zio, sgridollo un giorno con
più ardore. Qui Benedetto giudicò opportuno dichiarargli
apertamente, ma in volto sereno, e con verecondo rispetto: Sentirsi
stimolato da Dio ad altri disegni che di star nel mondo: essergli
venuto a rincrescimento sommo lo studio del latino, e d'ogni altra
scienza umana a paragone della divina, che c'insegna il conoscere
Dio e la materia più adatta per accertare il gran negozio
dell'eterna salute comune a tutti: gli manifestò le
dolci violenze, onde sentiva da Dio soavemente tirarsi ad un totale
abbandono del mondo, per attender solamente a Dio e all'eterna
salute in un chiostro, che fosse il più austero d'ogni
altro, qual credeva essere quel della Trappa.
Ebbe a stupire lo zio a tale inaspettata risposta. È
vero, che il sistema rigoroso di vivere, intrapreso da Benedetto,
gli facea prima ben sospettare i di lui interni disegni di abbandonare
il mondo; pure non potea mai darsi a credere, ch'egli pensasse
alla Trappa. Quindi a lui rivolto: Ah, dissegli, caro
nepote, non è da prudente il vostro disegno. Sapete voi,
che vuol dire, il vivere tra' solitarj religiosi della Trappa?
Se voi sapeste, quanto è rigido il tenor di vita, che ivi
si mena, mutereste pensiero. Io so dirvi, che altri più
robusti di coi non han potuto reggervi: entrati appena, l'han
tosto dovuto abbandonare. E che fareste voi? Voi siete d'età
verde; gracile di complessione; debole di forze. Come regger potreste?
Così il zio. Cosa gli avesse risposto specificatamente,
io nol trovo nei processi ove narrasi tal fatto: né voglio
specolarlo da me; non volendo narrar altro, se non soltanto ciò
che trovasi registrato in quelli. Nel rimanente, io non dubito
punto, che quanto diceva con grande energia lo zio per distorlo
dal pensier della Trappa, serviva ad invogliarlo vieppiù,
anzichè a distornelo; avendo egli fissata la risoluzione
costante di seguire non qualunque istituto austero ma quello,
che il più di tutti lo fosse; come dichiarò di sua
bocca ad altri, e specialmente alla Madre in altre circostanze.
Chiunque leggerà questa prima parte della sua vita, farà
certamente ragione a quel ch'io dico. Senzacchè l'istesso
zio collo stupore, onde si mostrò sorpreso dalla risposta
generalmente descritta nei processi, fa ragione più che
ogni altro a' detti miei. E se il Signore avesse conceduta vita
più lunga allo zio, sino almeno a qualche anno dopo la
morte del nepote, si sarebbe ricreduto, e non avrebbe chiamata
svogliataggine di Benedetto la poca applicazione, che metteva
al latino; l'avrebbe anzi creduta una mozion particolare di Dio,
che in Benedetto non voleva un letterato, un dottore, un teologo:
ma un perfetto anacoreta in mezzo al mondo, che coi rari suoi
esempi, e non colle dottrine, insegnasse ai mondani il disprezzo
di tutto ciò che il mondo apprezza. Del resto, caderà
in acconcio nel Cap. X. di questa prima Parte una digressioncina,
per esimer Benedetto da somigliante taccia di svogliataggine intorno
allo studio della dialettica, appostagli fuor di ragione da un
maestro di filosofia: e però rimetto a quella il lettore.
Sin da che gli balenò alla mente l'uso di ragione, diede
egli chiari segni d'esser come penetrato dai divini lumi dell'eterne
verità, e dalla cognizione dell'esser supremo del Creator
del mondo: quindi era, che dovunque fosse, in chiesa, in casa,
e per le strade compariva sempre composto, grave, modesto, ancorchè
ragazzetto, ammirato perciò sempre da tutti.
In casa poi dello zio in Erin era suo costume alzarsi la
mattina di buon'ora, anche pria che nascesse il sole, ed impiegarsi
ritirato in sante meditazioni. Indi appena sentito il primo segno
della campana, correva tosto in chiesa, si d'inverno, che di estate,
in giorno di lavoro o di Festa. Serviva d'ordinario ben due messe,
offerendosi con somma prontezza a' Sacerdoti, che il riguardavano
con ammirazione. Se taluno il preveniva, egli benché cedesse,
pure mostravasi così afflitto come sarebbe un avaro, qualora
perdesse l'opportunità di qualche lucro. Avveniva talora,
che qualche audace lo scostava dall'altare per servire al sacerdote:
era allora ammirabile la pazienza, e l'umiltà di Benedetto
in tal dispiacevole ributtamento: quieto, pacifico se ne appartava
tacendo; ed in vece di servire assisteva divotissirno al gran
sacrifizio. Prestava a Dio quest'atto di religione di servire,
o di assistere alla Messa, non alla maniera de' ragazzi svagati,
ma con vero interiore raccoglimento, palesato dalla compostezza,
e riverenza, che tralucevagli in volto, con edificazione somma
di chiunque il mirasse.
Toglievasi spesso alla presenza dei domestici per portarsi
in chiesa: l'assiduità, la riverente immobilità,
tanto opposta alla natura inquieta, e vivace dei ragazzi, il rendevano
oggetto dell'altrui ammirazione: ed era come un presagio di quello,
che praticò poi sempre sino all'ultimo giorno di sua vita.
Risoluto di non isprecar mai inutilmente il tempo, in certi
intervalli ritiratosi in camera s'impiegava in leggere libri divoti,
non con occhio corrente, ma con posatezza propria da meditare
sfogando in santi affetti.
Si confessava più volte al mese: replicò
più volte la confession generale, non mai pienamente contento
dell'ordinarie sue confessioni; sempre credendosi reo, e gran
peccatore. Pria di ricevere il Sagramento della cresima in Erin
dal Vescovo di Boulogne, si confessò con disposizione più
fervorosa. Dall'istesso ricevé parimente la prima comunione
nel giorno medesimo; ma con affetto, divozione, e compostezza
ammirabile. Dopo que1 tempo non comunicavasi che una volta al
mese: benchè poi comandatone dai confessori, era frequentissimo
nel comunicarsi; giudicando dar più piacere a Dio col comunicarsi
per ubbidire, che coll'astenersene per umiltà.
Era così amante del culto divino, e di tutto ciò,
che a questo appartenesse, che quantunque bene istruito, in età
di anni sopra tre lustri, portavasi di buon grado in chiesa alla
rinfusa coi ragazzetti per ascoltare il catechismo, quasi fosse
al par degli altri bisognoso d'istruzione. Visitava spesso in
chiesa il Divin Sagramento, e trattenevasi gran tempo in atteggiamento
divotissimo col suo Signore, struggendosi in santi affetti. Un
giorno portatosi a visitarlo nella chiesa detta di S. Pol, ove
stava esposto per le quarant'ore del carnevale; vi si fermò
dalla mattina sino a sera, immobile, genuflesso, digiuno, con
tal piacere, che ricusò l'invito del pranzo, fattogli tre
ore dopo il mezzo giorno da persona divota impietosita di lui.
Quanto qui ho narrato intorno il suo culto verso Dio, non
è che un'ombra a paragon di quello, che a Dio prestò,
già pellegrino, e poi fermo in Roma.
Gli esercizii di pietà praticati da Benedetto ancor giovane
dimorando presso lo zio, altri furono intorno all'austerità
sopra se stesso; altri intorno alla carità verso il prossimo.
Qui solamente ragioneremo de' primi; riserbando a parlar dei secondi
nel capo seguente.
Ciò che praticò di austerità sopra
se stesso in questa sua prima età, non è che un
saggio di ciò, che fece poi costantemente sino alla morte:
pure un cotal saggio è invero ammirabile in fresca età,
propensa di per se stessa a' piaceri e passatempi.
Si privò egli di tutti quegli onesti divertimenti, che
in certi tempi si concedevano a' giovanetti suoi condiscepoli:
il gran piacere che provava nello starsene ritirato in camera,
nel nutrir lo spirito col pascolo dell'orazione e della lettura
di libri divoti, gli avea posto in noia ogni altro terreno divertimento.
Oh! quanto si vede in lui avverato, ciò che scrisse S.
Gregorio: che assaporate una volta le delizie interiori dello
spirito, cadon tutte dal cuore le fallaci delizie del mondo: gustato
spiritu, desipit omnis caro. Stimolato dagli stessi suoi compagni
ad intervenirvi motteggiandolo di rustico e bacchettone, non dava
loro retta veruna; che anzi rispondeva intrepidamente con vittoria
degli umani rispetti: goder sue delizie in camera.
Un giorno, che ivi dicono di Ducasse, cioè di divertimenti
delle Parrocchie di campagna; il parroco suo zio lo spinse ad
andar via per divertirsi coi suoi compagni. Andò; ma ben
sapendo lo zio, che tali divertimenti non aveano per Benedetto
allettamento alcuno, disse alla brigata: Io scommetto, che
mio nepote se ne sarà andato in qualche angolo ad orare.
Curioso volle spiarne il vero, e cercatolo tra condiscepoli,
e spiandone ogni angolo, non gli venne fatto alla fine di rinvenirlo,
che nascosto in un'aja coperta, ove in atteggiamento divoto adorava
un Crocifisso pendente da un legno, attaccatovi dalle sue mani;
e in ciò era così profondamente raccolto, che nè
pure si riscosse al calpestìo: cosicché edificato,
e consolato serrogli dietro bel bello l'uscio per non disturbarlo,
lasciandolo così immerso nelle amate sue delizie di spirito.
Non accordava al suo corpo cosa veruna di quante possono
lusingare i sensi. Invitato nell'inverno più rigido a riscaldarsi
al fuoco, non volle appressarvisi; contento bastantemente del
calore spirituale, che ricavava dal commercio con Dio, e co' suoi
libri spirituali nell'amato ritiro. Più volte fu osservato
dormir la notte sul pavimento, nulla curando del letto, malgrado
il rigore della stagion rigidissima.
Intorno al vitto era sì parco, che bisognava spronarlo
per prendere il necessario sostentamento. Sceglieva per se il
più comune, e grossolano; dando a' domestici ciò,
che v'era di delicato, e delizioso, e più volte fu osservato
di nascosto dare a' poveri segretamente parte del suo. Benché
fosse giovinetto, in età che ha bisogno di nutrimento maggiore,
pure osservava digiunando, e con grande rigore, non ancora obbligato,
tutta intiera la quaresima; diceva poi nella Pasqua: Ecco la
quaresima felicemente terminata per coloro, che hanno ben digiunato,
mal terminata però per li trasgressori. Spesso passava
or due, or tre giorni senza mangiar cosa veruna.
Era suo costume, anche nell'età d'anni poco più
che dodici, alzarsi da mensa prima d'ogni altro, il più
presto che potesse. Di ciò ammirato una volta un canonico
commensale, chiese al parroco, perché sl presto? Perché,
risposegli, ama starsene ritirato, e solo in camera per legger
libri divoti; questo è suo costume.
Avea lo zio un giardino domestico, ricolmo di mature fragole
e frutti di ogni maniera dolci, che sebbene stuzzicassero colla
sola fragranza l'appetito altrui, massime de' giovinetti, i quali
secondo loro natura, non sapendo frenarsi a simili allettamenti,
soglion ben anche furtivamente prenderne; pure non avvenne, che
Benedetto si lasciasse mai trasportare a coglierne un solo: che
anzi neppure a raccoglierne qualcuno, che o per vento, o per troppa
maturità cadesse al suolo, presumere a ragione potendo
tacita licenza dello zio, anzi piacere, che ben gli si mostrava
affettuoso e liberale. Oltrechè glie'l confessò
schiettamente l'istesso Benedetto, quando avendogli portate alcune
frutta mature colte di sua mano per ordin di lui, e dimandato
se ne avesse assaggiato alcuno: No, rispose con franchezza
sincera, nessuno affatto, e so bene, che senza sua licenza
non potrei.
Quant'era Benedetto verso di se stesso austero, altrettanto
benigno, ed amorevole verso il prossimo. Egli è proprio
della vera carità sprezzar se stesso, mentre si è
tutto inteso di giovare altrui. I poveri e gli infermi erano principalmente
oggetto di compassione al cuor di questo giovinetto, per tal modo
sensibile alle miserie loro, che si privava volentieri del suo
nutrimento, dividendolo con essi; e per tenere occulta agli occhi
altrui la sua carità, buttavalo talvolta loro dalla finestra
di sua camera. Quindi era, che parecchi poveri partendo provveduti
dalla casa del parroco andavan contenti dicendo per via: Abbiam
oggi avuta abbondante limosina in casa del parroco, per mano del
nepote Sig. Benedetto. Per l'opposto dicevan qualche volta:
Siam oggi rimasti privi di limosina, perché non era
in casa il parroco, né suo nepote.
Avvenne un giorno, che tre poveri d'altra parrocchia chiedendo
limosina alla porta del parroco, furon cacciati via colle brusche
dal servidore, dicendo; Andate pure a lavorare gente oziosa,
e sfaccendata. Appena l'udì Benedetto, che mal soffrendo
di vederli andare sprovvisti e mortificati, richiamolli, e fatto
sollecito dalla carità; Venite, disse, venite pure;
vi darò io la carità; e facendo loro buon viso,
provvideli tutti e tre di pane.
Campo però più vasto aprì alla carità
di Benedetto l'epidemico mal contagioso, che nel 1766 fece grande
strage in Erin. Andava egli tutto avvampante di carità
in un collo zio parroco per le case degl'infermi, non mai sazio
di servirli: mancando nelle case chi servisse, per essere attaccati
per lo più i domestici tutti dal male medesimo. Egli nulla
curava il pericolo di restarne ancora attaccato: recavasi anzi
a gloria il dar sua vita per altri: carattere il più distinto
dell'eroica carità: cosicché fu obbligato lo zio
di moderare il suo ardore, e vietargli espressamente l'ingresso
in alcune case più pericolose. Così si fosse trovato
alcuno, che avesse frenato il grande zelo del parroco stesso,
pastor allor necessario al suo gregge, non sarebbe restato ancor
esso involto nella tempesta. Egli sprezzando ogni pericolo, nulla
di sé curando, la faceva da vero pastore in quell'orribile
frangente, servendo infermi, amministrando sagramenti, aiutando
moribondi senza riguardo alcuno; con tal fervore, che restò
ancor esso sorpreso dal mal contagioso. Amareggiatissimo il nepote
Benedetto, ma conformato al divino volere, assistevalo indefessamente,
vegliando sollecito su l'esecuzione degli ordini del medico: non
lasciava però in qualche tregua di accorrere solo qua,
e là per servire questi, e quelli. Vinto finalmente per
divin volere lo zio dalla forza del male, morì nel settembre
del 1766, vittima di carità; esemplare dei veri parrochi;
degno di eterna memoria: e se ogni giusto vuol Dio, che resti
sempre onorato dalla memoria dei posteri: In memoria aeterna
erit justus, qual onore non dovrassi a un tal parroco, che
oltre d'essere stato giusto ed esemplare delle sue pecorelle,
giunse ancor per esse a dar la propria vita?
Se il nostro Benedetto non incorse tal male al par dello zio,
fu tutto per alta disposizione di Dio, che riserbavalo ad esempio
del disprezzo del mondo, in questi tempi principalmente, nei quali
il mondo colla pompa lusinghiera che fa di sé, si tira
dietro moltissimi, che lasciando affascinarsi lo sguardo, il sieguono
ciecamente a gara con eterno lor danno. Oltre a questo preservollo
altresì per proseguire gli uffizi di carità nel
corso di quel male, che morto il parroco, seguiva tuttavia ad
incrudelire. Difatti Benedetto reso dalla carità tutt'occhi
per notare i bisognosi, tutto braccia per servirli, tutto cuore
per prestar loro ogni aiuto di carità, per abbietto, che
fosse; soccorreva di limosine alcuni per vivere: portavasi al
campo vicino in certi frattempi per affasciar dell'erbe, onde
si nutrissero i bestiami degli infermi; che altrimenti sarebbero
restati anch'essi vittima non del male, ma della fame e dell'inedia;
non trovandosi chi somministrasse ad essi il necessario nutrimento.
Spiccò soprattutto la sua carità nel soccorrere
ad una intiera famiglia, abbandonata da tutti nel tempo critico
dell'epidemia. Come ciò venne a sua notizia, corse sollecito
a sollevarla coi suoi servizi; a somministrargli quant'era necessario:
ed accorreva giornalmente con fervore di carità tanto maggiore,
quanto maggiore vide l'abbandonamento, e il bisogno.
Afflittissimo Benedetto, ma rassegnato pienamente al divin
volere per la perdita d'un tal suo zio, fece ritorno alla casa
paterna, ricorrendo l'anno diciotto di sua età. In questa
seguitò costante l'intrapresa carriera di una vita rigida
aliena affatto da tutto ciò, che avesse sentor di mondo,
o di proprio comodo. Ritirato in sua camera stava di continuo
impiegato in sante orazioni, lezioni divote ed in altri esercizi
di pietà. Scarsissimo era il suo vitto: rigorosi e frequenti
i digiuni: assidua sopra ogni altro la sua dimora in Chiesa, ov'era
da tutti ammirato per la riverenza, e compostezza, onde venerava
Dio; assisteva ai sacri misteri; frequentava i sagramenti. Cresceva
in lui il fervore al par dell'età.
Il suo piacere era tutto nelle mortificazioni, avvalorandole vieppiù
coll'impegno di occultarle all'occhio altrui. Quindi pregò
sul principio i genitori, che gli preparassero un letto ben alto:
ma servì a lui per potersi la notte giacer sotto di esso,
scomponendolo ad arte di buon'ora la mattina, per occultare il
suo disagiato riposo.
Le sue mire intanto eran tutte rivolte a piegare i genitori restii
per accordargli licenza di abbandonare affatto il mondo; e ritirarsi
nella Trappa, ove credevasi da Dio chiamato. Avea egli su tale
sua risoluzione consultate persone savie, ed illuminate; e tutte
d'accordo approvata l'aveano. E però con sopraffina prudenza
prendeva il destro dalle circostanze, per dichiararsi risoluto,
e strapparne dai genitori la sospirata permissione.
Sgridato una volta dalla madre, perché l'avea colto una
notte sul pavimento: Madre mia, le disse, non si turbi.
Dio mi chiama ad una vita austerissima, quale credo quella della
Trappa: per corrispondere a dovere, convien che mi ci addestri
bene pria d'intraprenderla. Così pure chiaramente dichiaravasi
in altre circostanze, or col padre, or colla madre, ed or con
entrambi insieme.
Pensate però voi, se questi condiscender volessero:
l'affetto paterno, le qualità pregievolissime d'un tal
figlio, i rigori della Trappa, da per tutto ben noti, li fecero
star sempre fermi su la negativa: anzi v'interposer delle persone
autorevoli per frastornarlo. Stava però Benedetto fortissimo
a tutte le dissuasioni di chi che fosse, più che scoglio
agli assalti delle onde impetuose: forte così, che giunse
un giorno a dichiararsi francamente in faccia a' genitori stessi
e a tutta la famiglia, che, quando anche il padre si attraversasse
su la porta per impedirlo di andare alla Trappa, ove da Dio chiamato
credevasi, non avrebbe avuta difficoltà di passare sopra
lui per ubbidire a Dio. Non poterono i frapposti mediatori
ottener altro da Benedetto, così risolutamente fermo, se
non qualche dilazione a richiesta dei genitori.
Intanto questi vollero onninamente, ch'egli si portasse dall'altro
zio materno di nome Don Bonaventura Giuseppe Vincent, per quei
tempi vicario di Conteville, poi parroco de le Pesse, sacerdote
esemplarissimo, e da tutti molto amato, per tirare avanti la carriera
dei suoi studi, gia intermessi. Andò Benedetto volentieri
sol per ubbidire: ma colla mira diretta all'amata sua Trappa,
aspettando dai genitori la bramata licenza, e porgendo a Dio fervorose
preghiere, perché si degnasse píegarli.
E' cosa certamente da stupire, vedere un giovinetto nel fior dell'età
più brillante, far tanto, tanto soffrire, soggettarsi a
tanti disagi, quanto non fa, né soffre il più amante
appassionato del mondo per venire a capo delle sue brame: quasi
fosse la Trappa un giardino di delizie; quando non è, che
un deserto di somma austerità, atto a spaventar chiunque.
Ma non fia maraviglia. Benedetto non ama che Dio, le cose eterne
e celesti, e la salute della sua anima: quindi non gli pesava
cosa alcuna, per grave che fosse. Non pesano a' cacciatori gli
affanni e gli stenti della lor caccia, dice S. Agostino, anzi
dan loro gran piacere, perché l'amano: così avviene
a chi ama Dio. Quant'egli amasse il ritiro della Trappa, il manifestò
più volte non solo coll'opere, ma colle lettere scritte
ai genitori, nelle quali chiama la Trappa: luogo, ch'io tanto
desidero, e da sì gran tempo.
In casa dunque di questo suo zio, accrebbe di molto, anziché
scemare il rigido tenor di vita, altrove tenuto. Non lasciava
di proseguire il suo studio; ma come uno, che ha la mira ad altro,
stava per lo più o in chiesa assorto in Dio, o in casa
intento nella lettura di libri ascetici. Da questo suo sistema
comprese bene lo zio, esser Benedetto un fiore, non da star nel
campo aperto, ma da trapiantarsi in un giardino siepato: conobbe
ancor dai suoi sentimenti i disegni che avea. Più ne restò
persuaso, quando vide il suo divoto impegno nel seguire spontaneamente
alcuni fervorosi missionarii, che andavan predicando nelle tre
parrocchie, distanti qualche lega dal suo Conteville, in Boyaval,
in Brias, in Rvillecourt. Seguivali a piedi, non isbigottendosi
punto né per li rigori della stagione, né per li
disagi del cammino: senza mangiar altro, se non quanto bastasse
al nutrimento necessario del corpo. Da questi ebbe il piacere
Benedetto di vedersi approvata la sua risoluzione loro comunicata,
intorno al ritiro della Trappa. Non più che pochi mesi
trattennesi Benedetto presso questo suo zio. Le lettere, che questi
scriveva alla sorella, madre di Benedetto, le relazioni, che dava
del suo vivere austero, e delle sue brame, mi do a credere, che
avessero conferito molto a piegare i genitori per accordargli
la bramata licenza.
Tornato Benedetto alla casa dei genitori, tanto fece e disse,
adoperossi tanto, che finalmente venne a capo di piegarli. Non
potendo eglino più resistere né alle premurose istanze
e replicate, né alla pena, che recavan loro le angustie
del figlio; finalmente condiscesero, facendo a Dio sagrifizio
di quel primogenito, che colle sue virtù e coi talenti,
onde Dio fregiato l'avea, si era cattivata la lor benevolenza,
più che qualunque altro dei figli: gli accordaron alla
perfine la sospirata licenza per la Trappa.
Non così prode guerriero gode dopo lunga e perigliosa battaglia
riportar trionfo, come della sua vittoria giubilò allora
Benedetto. Senza frappor dimora, presentasi lieto ai genitori:
li ringrazia: chiede loro perdono delle amarezze cagionate al
loro cuore, non da propria sua colpa, ma dall'impegno dovuto di
eseguire il santo voler di Dio, da cui chiamato sentivasi a vita
austerissima, quale credeva quella, che menasi dai Religiosi della
Trappa. Colla benedizione d'entrambi piangenti, ed afflitti partì
contento, bramosissimo di toccar presto la meta. L'ardore delle
sante sue brame, non gli fece punto considerare le difficoltà
che ritardar pure il doveano dall'intraprendere per allora tal
viaggio. Correva rigidissima la stagione; continue eran le pioggie;
cattive, e pericolose le vie; lungo il carnmino di ben sessanta
leghe a un dipresso; le forze non troppo robuste. Nulla di tutto
ciò curando, arriva finalmente.
Credeva già in porto la barca; quando una funesta onda
ed inaspettata il risospinse fra le tempeste. Quei religiosi considerata
maturamente l'età sua giovanile, la gracilità di
sua complessione, accettar nol vollero: gli promiser sì
bene di riceverlo in altro tempo, ed in età più
robusta, più confacentesi coll'austerità dell'Istituto.
Amareggiatissimo il Servo di Dio chinò il capo; adorò
le divine disposizioni; ci si sottomise pienamente, e riprese
il cammino per Amettes. Capitò così malconcio, che
mosse in tutti pietà, maggiore nei genitori. Intirizzito
dal freddo, smunto dallo scarso vitto, languido dal lungo viaggio
rifatto a piedi; e poco men che nudo. La gran pena dei genitori
fu in parte alleviata dal vederlo rimesso in propria casa, e in
loro compagnia.
Se non che poco durò questo alleggerimento: non andò
molto, che Benedetto sentendo sempre vive in se le brame della
Trappa, e giudicandole impulso divino, rinnovò ai genitori
l'istanza, lusingandosi d'esser già robusto abbastanza
per essere ammesso. Quanto tempo lasciò scorrere, io nol
trovo nei processi: senza dubbio però mi do a credere,
che men d'un anno; come crederà ancor meco chiunque leggerà
ciò che segue.
Giunse inaspettato ai genitori il rinnovamento dell'istanza, credendo
che ne avesse già deposto il pensiero: quindi adoperaron
tutte le vie per frastornarlo: giunsero fino a dichiararsi pronti
per la Certosa, purché più non pensasse alla Trappa;
ma vedendolo costante nella sue risoluzione, impegnarono finalmente
il vicario d'Amettes Sig. Don Girolamo Theret, poi parroco in
Burbure, per distorlo dal suo disegno.
Per quanto però questi ci si fosse intorno maneggiato,
non gli riuscì di piegarlo. Giunse un giorno a riprenderlo
con qualche asprezza; ma vedendo l'aria del suo sembiante tranquilla,
ed umile, onde accoglieva le riprensioni, pentissi tosto d'avergliele
usate, e giudicò anzi opportuno, mutando aria di volto
dolce e amorevole, mettergli in considerazione la grande amarezza,
nella quale immergerebbe la madre, già vicina al parto,
cagione potendo ciò essere di conseguenze funeste. Piuttosto
si appigliasse al consiglio, che davagli, di scrivere all'Abbate
della Trappa, per sentire, se volesse riceverlo. Piacque a Benedetto
il consiglio, moderò le sue brame, scrisse; ma non ebbe
altra risposta, se non che: Sussistendo tuttavia gl'istessi
motivi, onde prima era stato sospeso, non pensasse a far mossa.
Amareggiato per tale risposta Benedetto, pensò valersi
della condiscendenza dei genitori per la Certosa di Neoville presso
Montreville. Vi si portò nel Maggio 1767, ma di mala voglia,
avendo sempre la mira all'amata sua Trappa. Intese da quei padri
esser necessario, che apprendesse prima il loro canto e qualche
tintura di dialettica. Impegnato Benedetto di stare affatto lontano
dal mondo nella miglior maniera, che potesse, si pose per voler
dei genitori sotto la disciplina del parroco d'Auchi, D. Giacomo
Dufour, per tale studio. Presso lui dié Benedetto tal buon'odore
di sé, proseguendo il suo rigido tenor di vita, che nei
processi fa egli testimonianze di lui, come d'un santo nell'età
d'anni diciotto o poco più. Stimolato da esso un giorno
festivo di sua parrocchia a divertirsi con alcuni de' suoi parenti
ed amici, tra le innocenti loro allegrie, rispose: Che trovava
i suoi divertimenti ritirato in camera e che essendo alla vigilia
di lasciare il mondo, andrebbe da' parenti soltanto, per dar loro
l'ultimo addio in circostanza di meno strepito.
Sol dispiaceva al Dufour il vederlo poco curante dello studio;
tutto per lo più inteso alla lettura di libri divoti e
agli esercizi di pietà. Quindi dopo le buone, pose in campo
un dì le brusche, riprendendolo con severità. Se
non che fu costretto a deporla in vista della serenità
ed umiltà, onde egli in silenzio lo ascoltava. Da ciò
conobbe non confarsi punto lo studio con Benedetto, ma sì
bene la scienza dei Santi: altro sistema voler Dio da lui; e conoscendolo
non solo incolpabile in ogni genere di reità, ma fornito
d'ogni virtù ancora eroica, non potea tacciar di colpevole
la svogliataggine, che mostrava per ogni altro studio.
Qui mi si permetta piccola digressione per difendere Benedetto
dalla taccia, che qualche inesperto dar gli potrebbe, di colpevole
in questa sua svogliatezza circa lo studio. Essendosi da me narrata
nei capi precedenti la rilassatezza di Benedetto nell'apprender
le scienze, le riprensioni, onde fu perciò mortificato
dallo zio e da altri, alcuno incolpare il potrebbe di disubbidiente.
Ma qual disubbidienza ell'è questa, qual colpa, se tutta
era disposizion di Dio, che avendo sopra di lui altri disegni,
lo avviava, spronandolo colle dolci sue attrattive, a correr quella
strada, che conduceva a formarlo un particolar modello di santità?
Dio il voleva un perfetto anacoreta nel cuor del mondo, non un
letterato; un esemplare, non un predicatore, che, al dir di S.
Tommaso, è più efficace a trarsi gli uomini di quel
che non fanno le parole: Homines magis exemplo trahuntur, quam
verbis... Volendolo Dio da anacoreta, qual'uopo aver egli
potea di studi e di scienza? Come questi avrebber potuto confarsi
collo stato negletto, umile, penitente, solitario, in cui Dio
il volle? Anche S. Teresa vietò alle sue Religiose Carmelitane
lo studio del latino ed ogni altro men conveniente al loro stato,
e dìchiarossi bramosa, che vivendo le sue figlie ritirate
affatto dal mondo, avesser la santa ambizione di comparir più
tosto semplici ed ignoranti, come molti Santi han fatto, che di
voler' essere rettoriche.
Quindi dopo qualche anno, quando già Benedetto sapea
tanto di latino, quanto bastasse a capirne i sensi ed a pascere
il suo spirito colla lezione frequente della Sagra Scrittura;
gli tolse Iddio affatto l'impegno e 'l gusto di passar' oltre
nelle scienze; tirandolo tutto alla vera soda scienza dei Santi:
gli infuse un gran piacere, una soave unzione di Spirito Santo
nella lezione dei libri divoti, e della Sagra Scrittura; e con
dolce violenza traevalo così alla cognizione di esso e
delle cose eterne, ch'è la scienza dei Santi. Comandato
di applicarsi allo studio, facea quanto da sé poteva per
ubbidire; ma trasportato, diciam così, da Dio ch'è
padrone assoluto delle sue creature, alla contemplazione delle
sue grandezze, al conoscimento dell'eterne verità, com'era
possibile la comandata applicazione? Di qual colpa può
dirsi reo? Se reo vorrà dirlo qualche inesperto, converrà
parimenti dirsi tale la diletta sposa di Gesù S. Teresa.
Fu a lei proibito da qualche suo Confessore di orare e pure orava
lungamente: trasportata da Dio, padrone assoluto indipendente,
con entusiasmi superiori, che dolcemente l'immergevano in Dio.
Chi potrà mai tacciarla di colpa? Io, scrive la
Santa, ubbidivo quanto potevo; ma poco o niente potevo in questo:
non era in mia mano il divertirmi dall'orazione, per molto che
il volessi e procurassi di non pensare a Dio; tanto era maggiore
in me l'accrescimento delle grazie e dei favori, quanto era in
me maggiore l'impegno di non pensare a Dio. L'istesso è
avvenuto ad altri Santi contemplativi; e a' nostri tempi alla
Ven. Serva di Dio Suor Maria Geltrude Salandri Fondatrice dell'osservantissimo
Monistero di Valentano, proibitole di orare dal Confessore; ma
pur tuttavia tirata da Dio con dolce violenza e con modo ineffabile,
ch'ella spiegar non sapea.
Per queste sodissime ragioni, che ben poterono avvertirsi dal
zio in Erin e da altri altrove: io mi figuro, che dopo le riprensioni,
alla perfine quietaronsi; lasciandolo nella sua libertà
e dichiarandosi di lui contentissimi e sempre edificati sommamente
della sua incolpabilità e delle virtù eroiche, che
ne ammiravano.
Dopo d'aver liberato Benedetto della non meritata taccia di colpevole,
rimettiamoci in via. Scorsi appena cinque mesi, credendosi egli
tanto istruito, quanto bastasse per essere ammesso fra i Certosini,
fece prima ritorno a Boulogne, ove per miglior disposizione rinnovò
la confessione generale presso il rettor del seminario: indi presentossi
al Vescovo per ottenere gli attestati necessari, cui ancora palesò
ingenuamente la maggior sua inclinazione all'Istituto della Trappa,
come più austero, che non a quello della Certosa; richiedendolo
in ciò del suo consiglio. Il Vescovo savissimo interrogollo
se i suoi parenti si contentassero. Sentendo, che no, risposegli:
Ubbidite figliuolo ai vostri parenti: andate dai Certosini.
Ubbidì pronto Benedetto, benché con vittoria di
se stesso per la ripugnanza, che il ritraeva dalla Certosa: e
tornato in Amettes sua patria si dispose alla partenza; ma nel
congedarsi da taluno, diceva chiaramente, che andava alla Certosa
sol per ubbidire al Vescovo ed ai parenti: nel rimanente credeva,
che non ci resterebbe, non essendo tal'lstituto secondo la ispirazione,
che sentivasi d'un altro più rigido. Così coi genitori
dichiarossi apertamente, che più non tornerebbe e che più
non si rivedrebbero, se non nella valle di Giosafatte.
Partì di fatti per la Certosa di Neoville presso Montreville.
Giuntovi fu bene accolto, ma in qualità di Postulante,
come per prova.
Non più che sei settimane durò in quella prova.
Ma Iddio, che il voleva in altro stato, diegli in quel tempo tali
agitazioni interne, tali pene di spirito, che il P. Priore temendo
fondatamente, che una più lunga dimora potesse renderlo
affatto inutile, giudicò mandarlo via con dirgli queste
parole, che mostran chiaramente il voler di Dio: Figliuol mio,
la provvidenza non vi chiama allo stato nostro: seguite le ispirazioni
di Dio.
Conformato Benedetto alle divine disposizioni, si fortificò
prima col ricevere il Pane Celeste: indi partì alli 2 ottobre
1769 con attestati di grand'encomio fatti da quei Padri intorno
alla sua virtù. Fermatosi per poco nel vicino Montreville,
scrisse ai genitori una lettera, in cui fa loro palese la sortita
della Certosa, e gli altri suoi disegni. Mi piace trascriverla
qui, onde si conosca la condotta divina intorno a lui.
Vi fo sapere, che i Certosini non avendomi giudicato a proposito
pel loro Istituto, ne sono uscito il secondo giorno di ottobre.
Io riguardo ciò come un ordine della divina Provvidenza,
la quale mi chiama ad uno stato più perfetto. Loro stessi
han detto, che la mano di Dio era quella, che mi ritirava da loro.
Io dunque m'incammino verso la Trappa, luogo, che tanto desidero,
e da sì gran tempo. Non siate inquieti per riguardo mio.
Quand'anche vi avessi voluto rimanere non sarei stato ricevuto.
Questo è il motivo per cui molto mi rallegro; poiché
mi conduce l'Onnipotente... (Qui li ringrazia della bontà,
che hanno avuto per lui, delli servizi prestatiglí, dell'ottima
educazione: indi soggiunge) : Non vi affliggete, perché
io sono uscito dai Certosini. Non è a noi permesso di resistere
alla volontà di Dio, il quale così ha disposto per
mio maggior bene e per la mia salute. Io vi ho costato molto:
ma siate sicuri, che mediante la grazia di Dio, profitterò
di tutto ciò, che avete fatto per me. Accordatemi le vostre
benedizioni ma non vi sarò più di alcuno incomodo.
Il buon Dio, che ho ricevuto prima di sortire, mi assisterà
e mi condurrà all'impresa, che lui stesso mi ha inspirata...
Io spero molto d'essere ricevuto alla Trappa. In ogni caso sono
stato assicurato, che nell'Ordine dei sette Fonti non essendovi
tanta asprezza, si ricevono i più giovani ecc.
Vostro Umilissimo Servitore
BENEDETTO GIUSEPPE LABRE.
Portatosi senza indugio di nuovo Benedetto alla Trappa
e non essendovi stato ammesso pei motivi, che tutt'ora persisteano,
addotti a lui già da quel padre Abate, presentossi al monistero
di Sette Fonti dell'Ordine Cistercense, celebre in Francia per
l'austera regolar disciplina, desideroso sempre di menar sua vita
in continua macerazione della propria carne con un tenore, che
mai per lui si potesse, il più aspro; sembrandogli, che
a ciò lo spirito del Signore il dirigesse. Vi fu subito
agli 11 di novembre 1769 ricevuto con sommo giubilo del suo cuore,
come confessò poi egli stesso in Fabriano al confessore
parroco D. Mario Paggetti nel darli conto di sua coscienza; e
vestito dell'abito gli fu posto il nome di Fratello Urbano.
Se non che Dio fece chiaramente conoscere non solo a lui, ma a
quei solitari padri ancora non esser questo il suo volere; né
questo il tenor di vita, cui destinato avealo; poiché appena
entratovi, fu sorpreso da tali e sì penosi morbi, che i
superiori e i medici giudicarono non confarsi punto con tal'Istituto
la sua debole complessione. Pertanto ai mali del corpo si aggiunsero
ancora quei dello spirito: tenebre d'intelletto, desolazione di
cuore, angustie d'animo così intense e continue, che lo
avean ridotto ad una macilenza da scheletro. Quindi dopo sei mesi,
e giorni dodici fu giudicato spediente, così in riguardo
alla sua persona, come in riguardo al monistero, con iscambievole
rincrescimento licenziarlo. Affliggevasi Benedetto, perché
bramava sommamente seguire ivi vita solitaria e penitente: ma
sottomise subito le sue brame al santo voler di Dio; ne altre
parole gli usciron di bocca, se non queste: Fiat Dei voluntas,
spargendo non pertanto molte lagrime, spremute dall'amarezza
del suo cuore. Niente minore fu la pena di quei religiosi nel
restar privi di un soggetto così esemplare e cotanto per
le virtù notate in esso amato da tutti; del qual santo
portamento ne fanno nei processi lodevolissima testimonianza.
La carità sopraffina del P. Abate e di tutti quei santi
religiosi, non permise, che andasse via prima di ricuperar la
salute ormai rovinata: e però datogli posto nell'ospedale
della casa, fuvvi trattato con distinzione. Ammiravasi da tutti
il grande affetto, che mostrava, comecché convalescente,
all'orazione ed alla lezione dei libri divoti, per quanto glie
lo permettevano le forze; la carità verso il prossimo,
servendo spontaneamente gli altri lnfermi; la solitudine, e il
silenzio, praticati in quell'ospedale da lui con tale esattezza,
che tutti credevano, starsene egli sempre unito con Dio, avendolo
perciò in concetto di Santo: onde era, che ambivano di
conoscerlo, dicendo scambievolmente: Pius Juvenis Labre sanctus
est: eum ergo adeamus visuri. Andiamo a veder Labre ch'è
un Giovane santo.
Uscito dal convento di Sette Fonti dopo la dimora di sei mesi
in circa, e dall'ospedale suddetto dopo due, scrisse sì
bene ai genitori alli 31 agosto 1770 da Quiers nel Piemonte, ragguagliandoli
di tutto con lettera edificante e rispettosissima, che fu l'ultima;
non volle però far più ritorno alla casa paterna,
credendo sicuramente, non essere voler di Dio, come narrò
egli stesso al detto parroco di S. Venanzio in Fabriano, Don Mario
Paggetti, che fu ivi suo confessore. Intanto sentivasi sempre
più spinto da nuovi interiori impulsi ad intraprendere
un sistema costante di vita austerissima, tutto opposto a1 sistema
del mondo. Ne pregava fervidamente Dio, che glie lo scoprisse,
esibendosi pronto ad abbracciarlo, che che gliene costasse.
Dio finalmente si degnò esaudirlo. Vedremo nella seconda
parte, qual fosse un tale stato con quanta perfezione da lui fervorosamente
abbracciato e costantemente praticato fino alla morte.