
i tratteneva fratanto
il Principe Don Ferdinando in Palermo col maggior riposo dell'animo
e quiete della sua mente, proseguendo a vivere colla sposa in
quella pace e concordia, che poteva nascere dalla irreprensibile
e spirituale sua vita, e dalla morigerata e lodevole indole della
moglie, secondando a suo talento il genio, che lo tirava alla
divozione ed esercizj di spirito, niente perturbandogli l'interno
il pensiero della sua Terra, mentre alla cura di questa invigilava
attenta la virile prudenza della sperimentata sua Genitrice.
Sendosi però in detta Città fermato lo spazio di
sei mesi, fé pensiero di ritornarsene in Palma, in esecuzione
di che postosi in viaggio colla sposa e col necessario accompagnamento,
vi pervenne felicemente, accolto da' Vassalli con istraordinario
giubilo e con infinito godimento della Madre e delle sorelle,
che gioivano in vedere il Principe in buona positura di salute,
ed in miglior avvenimento di fortuna, per essergli toccata in
consorte una Dama di sì alte prerogative, che ad onta dell'acerba
sua età, mostrava senno maturo.
Continuava la Duchessa madre l'esercizio del governo con la solita
naturale prudenza, mentre il giovane Principe rassegnato alle
materne direzzioni, a lei si rimetteva niente meno, che puro figlio
di famiglia. Ma giunto il tempo del primo parto della Principessa,
diede alla luce un bellissimo Principino, che apportò un
indicibile giubilo a' Vassalli, poiché vedevano assicurata
con la successione la pietà de' loro Signori; ed inesplicabile
altresì fu il contento del Principe, al quale pareggiossi
il piacere della Duchessa e delle quattro figlie, che scorgevano
propagato il lor sangue per canali sì divoti e ferventi,
quali erano i novelli due sposi.
Nato il Bambino fu presentato
al Principe dalla Duchessa Madre, e dalla Principessa madre della
sposa (venuta anch'Ella con la figlia in Palma) e mirandolo con
gli occhi di tenerissimo affetto, non volle però, secondo
il costume prenderlo nelle mani, col dire, che non essendo ancor
battezzato, non voleva toccarlo come cosa profana, e non compitamente
suo figlio. Fu rigenerato con l'acque battesimali, ed impostigli
i nomi di Giulio Maria, per rinovare col primo quello dell'Avo
paterno; e per contestare col secondo il fervente ossequio, col
quale questa nobilissima Famiglia ha sempre venerato la Gran Madre
di Dio. Dopo battezzato abbracciollo teneramente il Principe,
facendolo educare nella maniera propria della sua nascita.
Non così fortunato come il primo successe il secondo parto
della Principessa, poiché pervenuta all'ottavo mese di
questa nuova sua gravidanza, fu da gravissima infermità
soprafatta; e benché le fusse applicata ogni possibile
industria da' Medici, ed implorato dal Cielo l'ajuto per guarirla,
fu riconosciuto vano ogni tentativo, e disperato il male; onde
volle il Principe medesimo avvisarla dell'imminente morte, posponendo
la tenerezza del suo affetto al dovuto zelo della di lei anima.
Non si turbò all'avviso funesto l'inferma, ma rassegnatasi
alla volontà di quel Dio, che è assoluto Padrone
di nostra vita, stava attendendo ben premunita da' Sacramenti
l'estremo conflitto.
Il Principe, che provava intensissima passione di perder in sì
brieve tempo la diletta sua sposa, mitigò non poco il dolore
dallo scorgerla tanto soggetta e rimessa a' voleri divini; e perciò
applicavasi a confermarla in quell'ottima disposizione di rassegnazione
cristiana. Sopravenendole poi l'agonia, partorì agonizzante
un Bambino, che essendo in quel punto vivo, fu subito battezzato
col nome di Giovanni, volandosene fortunatamente al Cielo, prima
d'assaggiare le miserie della Terra, così spirò
indi a poco la Principessa, con sentimenti di sì viva pietà,
che lasciò ben fondate speranze d'esser gionta al sospirato
porto di sua salvezza; mostrando con la sua morte, quanto siano
infelici e fallaci i disegni di questa vita.
Quanta fosse l'afflizzione del Principe, fu da lei rimostrata
a segni troppo chiari d'apparente tristezza; ma confortavasi anch'egli
con la conformità al voler divino. Uguale al suo dolore
fu la pietà verso la Defonta, sovvenendola con suffragj,
mentre oltre il funerale corrispondente alla sua condizione, fé
nel trentesimo giorno celebrarne un altro con l'offerta di nuovi
ajuti a quell'anima.
E' qui necessario che col nostro discorso torniamo alla Duchessa,
la quale giunta che fu in Palma, il Principe con universale allegrezza,
come si disse, proseguiva a governare la Terra, ed a coabitare
col figlio e con la Nuora; ed in tal mentre andava istruendo la
giovane Principessa nelle cose appartenenti al governo economico,
col pensiero di ritornarsene poi Ella al sospirato suo Monistero,
ch'era il caro oggetto ove andavano a collimare tutti gli accesi
suoi desiderj, e certamente aveva saggiamente la diligentissima
e docile Principessa l'istruzzioni suggeriteli con prudente indrizzo
dall'espertissima Suocera, a segno che ne era divenuta in pochi
mesi provetta, abile a poter reggere col marito bastantemente
la casa, e venuto il primo parto della Principessa, assisté
la Duchessa personalmente alla Nuora con viscere di materno affetto,
e continuò ancora in casa qualche tempo dopo nato il Bambino.
Quando poi le parve opportuno il tempo di palesarsi, scuoprì
con molta gentilezza, e tratto amabile al Principe figlio la risoluzione
già stabilita di far ritorno alla bramata clausura. Esser
questo l'oggetto primario delle sue affezzioni, fuori del quale
viverebbe assai sconvolta e perturbata. Non militar più
la ragione di doverlo assistere di vantaggio, mentre in quei due
anni che Ella l'avea assistito, aveva già acquistato egli
sufficienza tale di non aver più bisogno dell'assistenza
materna. Dovendosi ricordare, che la sua uscita dal Monistero
fu limitata per il tempo che bisognava, e che adesso era terminato
il bisogno, avendo tanto più seco la giovane Principessa
sua moglie molto abile a sollevarlo. Averlo Ella finora compiaciuto,
per non vederlo abbandonato, e così dover egli compiacer
lei per non vederla afflitta, e deviarla da' suoi buoni propositi,
che però si contentasse e non ricevesse a mal grado, ch'Ella
si rinserasse di nuovo nella clausura, dalla quale potrebbe tuttavia
ajutarlo col consiglio, ove non l'avesse fatto con l'opera, di
cui non vi era più
necessità; e finalmente, che tutto
il sollievo e buon indrizzo lo sperasse da Dio per mezzo dell'orazione
e dell'innocenza della vita.
Il Principe, che provava non ordinarie tenerezze d'affetto verso
la Madre, non poté non commoversi a tale avviso, parendogli
pur troppo dura la separazione di colei, ch'era il sostegno della
sua casa e Terra, non stimandosi egli sufficiente al loro indrizzo
riguardo alla sua poca età e poca prattica; usò
per tanto l'efficacia di tutti gli argomenti possibili per indurla
a restare, aggiungendovi le preghiere della giovane sposa, che
v'impiegò anch'Ella ogni magggior caldezza, per farla risolvere
a rimanersi. Nulla giovarono le molte persuasive, mentre la Duchessa
ferma nel suo proponimento vinceva ogni ragione, e superava le
difficoltà. Vedutala per fine il Principe risoluta ed inflessibile,
acquietossi alla volontà della Madre, confidandosi in Dio,
che gli darebbe ingegno da regger la casa e Vassalli coll'ajuto
della prudente sposa, bastantemente informata dalle istruzzioni
della Duchessa. Appuntato perciò il giorno, fece tutta
lieta e festosa il secondo suo ingresso nel Monistero, accompagnata
dal figlio e Nuora, e da nobile e numerosa comitiva con indicibile
allegrezza di tutte quelle Religiose, alle quali col ritorno di
questa amatissima Signora, ritornò altrettanto giubilo
ne' loro cuori, quanto rammarico avevano già sentito dall'uscita,
che per avanti avea fatta, e dalla sua privazione. Ma sicome giubilanti,
oltremodo si resero quelle divote Monache, così fuor di
misura mesto ed addolorato rimase il Principe con la Principessa,
ed afflittissimi i Sudditi, i quali nondimeno confidati nella
prudenza del nuovo loro, benché giovine Signore, si consolavano
con la speranza d'un ben regolato governo.
Entrata dunque per la seconda volta nel Monistero, ricominciò
ivi gli esercizj monastici con quella esattezza ch'era propria
del suo fervore: e così perseverò tutto quel tempo,
che Dio volle mantenerla in grado d'oblata; né tralasciando
giammai le regolari funzioni, ed impiegandosi con tutto lo spirito
alla prattica rigorosa delle virtù sopranarrate, quando
la prima volta vi entrò.
Or mentre Ella si tratteneva come specchio d'osservanza ne' santi
esercizj regolari, il Principe Don Ferdinando applicavasi al governo
della sua Terra, reggendo i sudditi con una sì prudente
condotta, che facea loro provare quell'intiera felicità,
che avevano sperimentata nel tempo del Duca Don Giulio suo genitore,
di cui egli restò erede non meno de' stati, che delle virtù;
prudente nel governare, retto nel giudicare, affabile nel trattare,
liberale nel dare, religioso nel culto di Dio, divoto alla Vergine
Madre, ossequioso a' Santi, assiduo ne' Sacramenti, e zelante
della sua, e della salute dell'anime.
Successe
intanto la morte intempestiva di sopra narrata, che condusse a
miglior vita la giovane Principessa sua moglie, dopo di cui rimasto
egli vedovo non men di consorte, che di conforto, gli venne a
nausea il Mondo, ed avendo già vedute a prova le sue fallacie,
e conoscendo apertamente, che il vero traffico riesce allora vantaggioso,
quando si negozia per il Cielo, propose in se stesso d'abbandonare
il Secolo. In esecuzione di ciò appena spirata la Principessa,
egli tutto doloroso ed intenerito, si pose genuflesso avanti l'altare
della Cappella del suo Palazzo, ed ivi col cuore lacrimante su
gli occhi, pregò instantemente il Signore, che mentre col
levargli la sposa, gli avea tolto il più caro oggetto delle
sue affezzioni, non gli dasse qui in terra altro piacer mondano,
ma che fossero tutti rivolti a lui i suoi pensieri, e che in protestazione
di questo, si obligava a far voto di castità, quando l'approvassero
i suoi Padri spirituali, e non gli fosse impedito dagli oblighi
della successione, essendo ancor bambino l'unico figlio Don Giulio
Maria; ed era talmente fisso in questo proponimento, che volle
darne apertamente i contrasegni, e con prestezza; poiché
andato al Monistero per dar parte alla Madre ed alle sorelle della
seguita morte della sua sposa, dopo le convenevoli condoglienze
disse alla Genitrice; Signora Io chiedo da lei una grazia,
e sarà forse la prima e l'ultima, avendola Io sempre con
mio gran piacere ubbidita: la supplico dunque con ogni più
viva istanza a contentarsi di non parlarmi più di mondo:
Attribuì la Duchessa il sentimento di queste parole
alla passione, cagionatagli dall'estinta consorte, e perciò
poco ne fé caso, stimando che scemandosi col tempo l'afflizzioni
muterebbe pensiero: Rispose nondimeno che farebbe ciò,
che Dio gl'ispirasse.
Ma il Principe, che avea con stabilito proponimento rivolti i
pensieri a racchiudersi in una stretta Religione, non dava nel
suo cuore luogo ad altri discorsi, ed andava nella mente ideando
le forme di mettere in esecuzione il disegno. Se gli opponeva
però il sentimento di abbandonare il figlio, che teneramente
amava, e che caldamente avevagli raccomandato la Principessa difonta;
ma vincendo con la considerazione del servizio di Dio gl'impulsi
del paterno affetto, cominciava ad usar qualche industria per
scordarselo, che però astenevasi dal vederlo; per più
facilmente lasciarlo: a segno tale, che andato una volta dalla
Duchessa Madre, ed interrogatolo questa, come se la passasse il
figliuolino Don Giulio Maria, rispose che da tre giorni non l'avea
veduto, e ripreso dalla madre di trascuraggine, e poco affetto
verso le sue proprie viscere, accettò la riprensione con
umiltà, tenendo fisso in terra lo sguardo, ma non volle
giustificarsi col palesarle la cagione ed il suo proponimento.
Intanto si tentava da molti di persuaderlo al secondo matrimonio,
e particolarmente dalla Duchessa, che giustamente mirava alla
sicurezza della successione, appoggiata al solo Principino Don
Giulio Maria, che potea con faciltà venir meno, come unico
e di poco buona salute. Andava destramente con varj pretesti scusandosi
il Principe, non volendo sì presto manifestar la risoluzione
di viver celibe nella santa Religione. Molestato alla fine da
continui assalti, che gli venivano fatti, fé pensiero di
liberarsene e scuoprire i suoi disegni. Andato perciò una
volta la Monistero, e fatte chiamare le sorelle, prima di seco
parlare, recitò con esse l'Ave Maria, invocando
con quell'ossequiosa venerazione dalla Santissima Vergine assistenza
e buon incaminamento al suo discorso.
Palesò poi alle medesime
il suo desiderio, dalle quali venne approvato; ma quando scoprì
loro il voler farsi laico nella sacra Religione de' Capuccini,
le parve intolerabile riguardo alla delicatezza della sua complessione:
ed una di loro inteneritasi gli disse: Ah figlio, ed è
faccia questa di ravvolgersi in un pungente sacco, quando pare
che spiri? Rispose che confidato nella grazia del Signore,
averebbe ricevuto forza bastante a superar le difficoltà,
e che riputavasi indegno del grado sacerdotale, asserendo replicatamente,
che tutto il suo avere non sarebbe sufficiente a comperare un
orticello da Capuccino, e che pregava il Signore a farlo morire
in quell'abito con una zappa in mano. Soggiunsero le sorelle,
che sarebbe a proposito per la di lui complessione, che eligesse
più tosto la Religione de' Chierici Regolari, in cui si
ritrovavano allora il Zio Don Carlo, ed il Fratello Don Giuseppe
Maria, ed egli replicò, che quella era buona per chi non
avea gustato il Mondo, ed era vissuto con l'innocenza e non per
lui, che essendo peccatore, doveva eleggersene una stretta ed
austera per ivi far penitenza degli errori commessi.
Disse di più, che aveva fatto disegno di vestirsi Capuccino
in qualche Convento fuori del Regno, e d'aver poi cambiato pensiero
su la riflessione che se mai fosse insorto accidente veruno alla
sua casa, potesse egli in tal congiuntura esser vicino, per darle
ajuto col consiglio e persona; e perciò avevasi destinato
il Convento della Città di Milazzo ne' confini della Sicilia,
dove abbenché non vi fosse Noviziato, potriasi facilmente
ottener la dispenza per ivi vestirsi. Fu conchiuso il discorso,
e risoluto di ricorrere a Dio, col mezzo dell'orazione ed al consiglio
di persone di spirito, e tra l'altre del Confessore del Monistero,
il quale prudentemente disse al Principe a dover precedere con
farvi prima ben matura riflessione, richiedendola non meno le
circostanze della sua casa, che la severità dell'istituto.
Ma perché cresceva nel Principe il fervore del suo proponimento,
scrisse al Zio Padre Don Carlo in Roma, partecipandogli il suo
desiderio e l'inclinazione accesa di farsi laico nel sacro Ordine
de' Capuccini. Erano nella lettera espressi gran sentimenti di
soprafina pietà, e concetti di molta profonda umiliazione,
in cui altresì lo supplicava, che quando fosse da lui approvata
la risoluzione, gli ottenesse la dispenza da poter prendere l'abito
nel Convento di Milazzo, sollecitandolo ad inviarla presto, mentre
anelava di abbandonar il Secolo. Nel mentre, che attendeva la
risposta da Roma, consultò il proponimento con due soggetti
di gran dottrina e spirito della compagnia di Giesù, per
assicurarsi di non errare in una cosa di tanta conseguenza, e
furono questi il P. Giuseppe Ferruggia, ed il Padre Vitale di
Vitali, da cui ricevé consigli molto savj e salutarj, tutti
dipendenti dalla disposizione divina, che gli sarebbe dimostrata
coll'ispirargli nelle orazioni, ciocché fosse per riuscir
profittevole.
Stando
in questa santa coltura di spirito, il Principe, quando sperava
di coglier maturo il frutto della fervida sua risoluzione, fu
necessitato a desistere; poiché andate a ritrovarlo due
persone Ecclesiastiche e molto accreditate, gli dissero saper
essi, e con gran fondamento, che già appressavasi il giorno
fatale della sua morte; e volendo quei soggetti proseguire il
discorso, egli con serenità di volto senza punto attristarsi
interrompendoli, disse loro: Oh credeva che fosse! Della mia
morte si parla? Fiat voluntas Domini. Ammirarono una sì
forte costanza d'animo in giovane Principe nella più fiorita
staggione dell'età sua, grandemente contenti quei buoni
Ecclesiastici d'aver ottenuto il bramato loro intento, col vederlo
sì rassegnato alla disposizione di Dio, mentre ivi si erano
portati ad avvisarlo, perché con la notizia della vicina
morte, meglio si disponesse al morire.
Non più dunque alla Religione, ma alla morte rivolse totalmente
i pensieri il costantissimo Principe, studiando con tutta applicazione
a ben morire, sicome erasi per avanti impiegato con tutto studio
a ben vivere; e le orazioni, che tanto egli, quanto la madre e
le sorelle andavan facendo, per implorare da Dio un chiaro lume
all'affettuazione de' suoi desiderj, riportarono in esaudimento
l'accennata notizia, acciò non per la Religione, ma per
il Cielo incaminasse frettoloso i suoi passi, e che alla meta
del Paradiso, e non alla via de' chiostri, dovea drizzarsi la
sua vera vocazione.
Così dispose Iddio gl'indrizzi di questo piissimo Cavaliere,
che tanto zelava per la salute dell'anima. Credesi esser proceduta
la sudetta notizia per indubitata rivelazione fatta da Dio a qualche
suo Servo, acciò questi la ridicesse a quei due Ecclesiastici,
perché la manifestassero, conforme fecero al Principe,
usandogli questa grazia, mediante la quale facesse una santa disposizione
per il passaggio all'eterna vita.
E' anche verisimile, che fosse la morte del Principe rivelata
pure al di lui Zio Padre Don Carlo, al quale egli avea scritto,
come poco avanti si è detto, per intendere il suo parere
e per ottener la dispenza di vestir l'abito nel Convento di Milazzo;
poiché in vece della risposta, vidde comparire personalmente
il proprio fratello Don Giuseppe Maria Chierico Regolare. Era
questi in quel tempo studente di sacra Teologia nella Casa di
Santo Andrea della Valle in Roma, ed il Padre Don Carlo dopo d'aver
ricevuta la mentovata lettera del Principe, si portò dalla
casa di San Silvestro a Monte Cavallo, dove abitava, a quella
di Santo Andrea, ed ivi chiamato il Nipote Don Giuseppe Maria
gli commise con licenza de' Superiori di partir presto per Palma,
a causa di certo importantissimo affare. Restò da sì
improvisa risoluzione sorpreso il Nipote, non sapendone la cagione
che giudicava molto grave, mentre obligava il Zio a mandarlo colà
in stagione fredda, non ostante i patimenti che averebbe sofferti
nel viaggio, e la sospensione de' studj, e molto più il
pregiudizio, che dall'incommodi averebbe potuto cagionarsegli
alla sua poco buona salute. Come ubbidiente
però e riverente al Zio, senza domandar altro incontinente
partissi. Giunto dopo qualche tempo in Palma, andava tra se stesso
pensando qual fosse stato il fine del Zio, che con tanta sollecitudine
l'avea obligato a partire. Altro non osservò, che la risoluzione
del Principe Fratello, che divisava anzioso d'abbracciare lo stato
di Religione. Non passò molto, che saputa la predizione
accennata, ed informatosi il Principe, conobbe allora la cagione,
per cui l'aveva sì frettoloso mandato, che fu per assistere
non solo alla di lui morte, ma per mettere in assesto la casa,
che senza lui sarebbe rimasta sconvolta.
Al comparir del Fratello si rallegrò non poco il Principe,
non solo per l'amor grande che gli portava, ma anche perché
certificato di dover presto morire, godeva d'averlo presente in
quell'estremo ad oggetto di sollevare dopo la sua morte l'afflizzione
della madre e sorelle, e di poter disporre alle convenienze della
casa.
Approssimandosi fratanto il tempo della sua morte, e fatti da
lui con indicibili sentimenti di pietà tutti gli esercizj
proprj della Settimana Santa, con altre molte istraordinarie divozioni
infiacchito dal male, che giorni prima avea cominciato ad assalirlo,
fu obligato a porsi in letto il Venerdì Santo dopo il mezzo
giorno, avendo la mattina assistito alle sacre funzioni della
Chiesa Matrice.
Non può a bastanza esprimersi con quanta cura si disponesse
prima di mettersi a letto; poiché oltre gli esercizj di
quella settimana da lui fatte con tanta esemplarità, orazioni
dupplicate, digiuni rigorosi, mortificazioni severe, e penitenze
afflittive, si era pietosamente diffuso nell'opere di carità;
poiché correndo in quell'anno una orribile penuria di viveri,
profuse con larga mano in ajuto de' poveri, tanto abbondante il
soccorso, che restò quasi esausta la casa; mentre aveva
non solo profusamente distribuita larga somma di danaro a' bisognosi,
ma ordinato che tutte le raccolte di quell'anno penurioso, fossero
de' poveri, i quali stimolati dalla fame, accorrevano a mieterle
prima di maturarsi. In somma il molto che potrebbe di lui dirsi,
riesce poco riguardo a quello, che egli faceva.
Proseguiva ad aggravarsi il male, e perciò guarnito co'
Santi Sacramenti, attendeva la morte non meno con fervorosissimi
atti di eccellenti virtù, che con indicibile brama di unirsi
a Dio; talmente, che essendo morta in quel tempo una Religiosa
del Monistero, avutane egli la notizia, disse con grandi entusiasmi
d'amore sospirando: Oh beata cosa, e come ha saputo prevenirmi
con tanta celerità! e faceva ben scorgere, che prendeva
tanto diletto in aspettare la morte, quanto piacere gusta un mondano
in godere la vita.
Pervenuto
all'estremo, dimandò un Crocifisso, quale veduto baciò
con molta tenerezza, pregando, che gli lo ponessero sopra il suo
Cadavero. Chiese ancora l'ufficiolo della Madonna, quale baciò
in alcune parti pregando parimente, che dopo morto gli lo ponessero
nelle mani. Domandò pure che gli fosse posto nel braccio
un anello di ferro, che era di Suor Maria Crocifissa sua sorella,
nel quale stavano scolpite le parole: Mariae sum in vece
di quello d'oro che portava continuamente per insegna di esser
schiavo di Nostra Signora, ed avendolo veduto lo baciò
affettuosamente più volte esclamando: Io sono di Maria,
et spes mea in Deo est per Mariam. Gli replicavano per consolarlo
gli assistenti le parole: Spes mea in Deo est; ed egli
pronto rispondeva: per Mariam, e si manteneva in tali discorsi
con tanto suo piacere, come se dovesse andare a qualche bramata
festa; stando in queste giaculatorie amorose verso Dio e Maria,
e con somma quiete e serenità di cuore spirò placidamente
l'anima, partendosi dal Mondo molto prima col disprezzo, che con
lo spirito, per godere come si spera, la beatitudine di quella
patria, che con l'esercizio di tutte le virtù studiò
di meritare, ed alla quale unicamente aspiravano tutte le sue
affezzioni. Seguì la sua felice morte a dì 5 di
Maggio su lo spuntar del Sole dell'anno 1672 sendo Egli in età
d'anni 21 mesi tre e giorni 24 munito de' Santissimi Sacramenti,
ed assistito dalla presenza di molti Religiosi e del Fratello,
che lo viddero spirare con tanta sua placidezza, e con somma loro
edificazione.
Furongli celebrate solennemente l'esequie nella Chiesa del Monistero,
ove fu sepolto il Cadavero a canto a quello del Padre, e la pompa
del funerale, benché grande, fu superata dall'inconsolabil
mestizie e dolore de' suoi Vassalli, i quali all'intuonare il
Requiem della Messa alzorono talmente le grida ed i gemiti,
che non potevano i Musici proseguire il canto. Finite le funzioni,
in cui il fratello del Difonto assisté con ammirabile costanza
d'animo in qualità di Diacono, e deposto dal Catafalco
il Cadavere, si appressò il sudetto Chierico Regolare,
e genuflesso baciò nel volto l'amato germano, ed accommodogli
con gran tenerezza il sudario, volendo egli medesimo prestargli
l'ultimo ossequio dopo la morte. Fu poscia sepellito nel proprio
sepolcro della Chiesa del Monistero, ove riposano unite a quelle
del Padre, e della sposa le sue ceneri, ma vola per la bocca degli
Uomini la sua memoria.
Grande afflizzione recò all'animo, benché costante
della Duchessa la morte del Principe; ma come subordinata a' voleri
di Dio, adorava con pazienza le santissime disposizioni divine,
consolavasi con la consolazione del di lui passaggio all'altra
vita seguito con tanta dolcezza di spirito, e con sentimenti di
tanta pietà cristiana, che davano sicura la speranza della
di lui eterna salute. Già era avvezzo il di lei spirito
alla fierezza di questi colpi fatali, mentre oltre l'aver perduto
fin da bambina il Padre, pianse poi adulta la morte della Madre
e del Zio Vescovo di Girgenti, quella del Fratello Don Ferdinando
e d'alcuni suoi figli; ed ultimamente quella del Duca suo consorte
e del Principe figlio. E perché non può non risentirsi
a queste perdite la debolezza umana, le sentiva anch'Ella ben
gravemente; ma si andava schermendo con gli atti della prudenza,
e con gli esercizj delle virtù, che se l'erano rese abituali.
Concorreva a mitigarle il dolore la presenza dell'altro figlio
Chierico Regolare, che con la sua prudenza e singolare bontà,
porgeva non ordinario sollievo alla passione della madre e sorelle
afflittissime per la morte del Principe loro fratello.
Aveva il Principe prima di morire fatte ancora le sue disposizioni
testamentarie per non mancare alle leggi della giustizia umana,
lasciando suo erede universale il picciolo bambino Don Giulio
Maria; e riguardo la sua tenera età, lasciogli per Tutrice
la Duchessa, sapendo bene con quanto affetto e sollecitudine averebbe
Ella custodito, e ben educato il fanciullo Nipote. Lasciò
parimente Tutore l'Avo materno del medesimo bambino cioè
il Principe d'Aragona, Padre della già diletta sua sposa
Donna Melchiora Naselli, morta come si disse prima del parto del
Principe nel secondo parto.
Rimasto dunque questo tenero Principino orfano d'ambedue i Genitori,
ed in età di un anno e pochi mesi, era necessario che gli
assistesse persona del tutto amorevole, custode zelante della
di lui vita, e ben atta al governo politico del suo pingue patrimonio;
essendo egli come erede universale, reso Duca di Palma, Principe
di Lampedusa, e Barone di Montechiaro.
Niun altro, che la Duchessa poteva supplire a questo urgente bisogno,
come prossima in grado di sangue, Ava paterna del picciolo Principino,
e veramente abile al governo politico, ed all'amministrazione
degl'interessi dello stato, e come quella che aveva molto prima
esercitato ed amministrato il dominio, non solo al tempo del Duca
marito, ma del Principe figlio; onde a lei sola conveniva appoggiarsi
il peso di questa incombenza, essendo Ella grandemente esperta
nel governare: tanto più che vi si aggiungeva il bisogno
del tenero pupillo, che fortemente incalzava, potendo Ella sola
aver viscere materne per custodirlo ed educarlo.
Convenne perciò che uscisse la seconda volta dal Monistero
per assistere al Nipotino, e per assumer di nuovo il governo del
Publico. A ciò sentivasi necessitata dagli obblighi del
sangue e della carità; quelli per dare ajuto al derelitto
Orfanello, questi per dar soccorso a' bisogni de' sudditi, che
davano gagliardi impulsi per obligarla a ripigliare il governo,
mentre sapevano a prova con quanta giustizia a rettitudine l'esercitava.
Era pure consigliata ad uscire da' suoi Padri spirituali, che
le adducevano con vivezza le ragioni, che seco portava la circostanza
presente; e la persuadeva similmente il figlio Chierico Regolare
co' motivi d'una indispenzabile necessità, che la poneva
in obligo di lasciar per questa volta il Monistero per il maggior
servizio di Dio.
La Duchessa ch'era ben addottrinata nelle regole della carità,
e distingueva ordinatamente i suoi gradi, sicome non fu difficile
a lasciarsi persuadere; così mostrossi facile a restar
persuasa; onde preparato l'animo alla sofferenza ed alla rassegnazione,
conoscendo tale esser la volontà del Signore, uscì
non senza gran sentimento delle Religiose dal Monistero, in cui
però vi lasciò il cuore col desiderio di ritornarvi
per sempre.
Dal che si può conoscere lo sbaglio in che incorse o la
dotta penna, o la stampa dell'Autor della Vita del duca di Palma
D. Giulio, che asserisce esser passato a miglior vita il Principe
Don Ferdinando, mentre la nostra Duchessa era già professa
nel Monistero, e meglio conoscerassi in appresso, quando si dirà
che detta Duchessa professò l'anno di nostra salute 1674
ed il Principe morì l'anno 1672.
Incominciò subito uscita il governo dispotico della casa,
quale ritrovò molto sconvolta e decaduta, avendola ridotta
in istato grandemente esausto l'eccessiva carità del figlio
difonto, il quale in quell'anno d'estrema penuria aveva tutto
dispenzato a' poveri; sicché ritrovolla totalmente sprovista;
a segno, che de' soli comestibili, che sariano bastati assai più
d'un anno per tutta la Gente del Palazzo, non furono ritrovati
che pochissimi legumi dentro un picciolo cassettino, conservati
nascostamente da una servente di casa. Non per questo si turbò
la Duchessa, ma lodando la carità del figlio, lo benediceva
anche morto, vedendo che aveva spropiato se stesso per ajutare
i poveri; che tanto averebbe fatto Ella medesima, se vi si fosse
ritrovata presente; consistendo in questo la carità di
non cercar solo il proprio utile, ma quello insieme degl'altri,
particolarmente ne' casi estremi, qual era quello della istraordinaria
penuria di tal anno.
Né
solamente si ritrovò del tutto sprovisto il Palazzo, ma
anche grandemente imbarazzato da una moltiplicità d'interessi,
che non poco la perturbavano. Ridusse però con l'industria
propria e con la prudenza del figlio Religioso ogni cosa a buon
termine, avendo durata non poca fatica a mettere in buon sistema
la casa.
Applicò indefessamente alla buona custodia ed educazione
del picciolo Duca, il quale per esser di complessione infermiccia,
dava poca speranza di vita; e però cominciavano a sentirsi
delle molte pretenzioni, che costituivano in un mar d'amarezze
la paziente Duchessa. Ella nondimeno col rimettersi nelle mani
della Providenza Divina, dipendeva dalle eterne ed infallibili
sue disposizioni, che non lasciorono giammai di sovvenirla, ove
occorreva il bisogno.
Intanto assodate le cose, e posta in assesto la casa, partì
per la Città di Palermo il figlio Chierico Regolare colà
chiamato dall'Ubbidienza, ed ivi fatto l'ultimo essame della teologia,
si restituì in Roma, dove dimorò tutto il tempo
della sua vita, vero esemplare dell'Ecclesiastica disciplina,
che con la sua profonda erudizione di sacre lettere illustrò
quella gran Metropoli del Mondo, e decorò la porpora Cardinalizia
nell'Apostolico Senato.
Rimasta la Duchessa al reggimento della casa e Vassalli in Palma,
proseguiva a governare i Sudditi con l'esattezza di quella giustizia
ed equità, con la quale aveva altre volte governato; né
lasciava di custodire come la pupilla degli occhi proprj la persona
del Nipotino, ravvisando in esso l'idea del difonto suo figlio;
che però allevato con la zelante cura dell'Ava, e difeso
dalla protezzione del Cielo che non ha mai lasciato di piovere
le sue benedizzioni sopra la nobile Famiglia de' Tomasi e Caro,
ei si ridusse in istato di perfetta salute con speranza di tirare
avanti la vita in buona aspettazione di prospera gioventù,
il che dava grato alimento a' disegni della Duchessa, mentr'Ella
pensava dopo assicurato nella sanità il fanciullo disporre
le cose per il ritorno al Monistero, ove teneva fisse le inclinazioni
ed il desiderio.
Non mancava fratanto di far dentro il Palazzo, e con ogni puntualità
gli esercizj medesimi, che faceva quando stava nel Monistero,
assidua sopratutto nelle orazioni, ch'era quello scudo, col quale
si schermiva dalle contrarietà del Mondo, che la travagliavano
con tante sorti di varj accidenti, che allo spesso insorgevano,
e dalle quali non può andar esente chi tiene cura d'un
Publico; e così perturbata sempre la pace del suo cuore
dalle moltiplicità degli affari sì domestici, che
politici, ritrovava solo la quiete, quando si raccoglieva in se
stessa con l'orazione, nella quale vi consumava quasi tutta la
notte, essendo per lo più il giorno occupata nelle cure
delle sue incombenze. In virtù di questo santo esercizio
si ponevano in calma le agitazioni della sua mente; e quantunque
appena sopito un travaglio, ne succedeva immediatamente l'altro,
volendo Iddio con la frequenza di tali nojose vicende coronar
la pazienza di questa sua serva, che le soffriva più che
volentieri per amor suo; portava essa la Croce, che Dio le addossava
con somma sofferenza, propria di chi rassegna alla volontà
del Signore, sapendo bene, che bisogna caminar per quelle vie
che egli vuole, e non che noi vogliamo.
on la rassegnazione
al volere Divino, e con la pazienza continuava i suoi impieghi
puntualmente la Duchessa, educando diligentemente il pupillo Nipote,
e governando prudentemente il Publico, che con estremo piacere
provava gli effetti vantaggiosi della sua ben regolata condotta;
ma perché nelle sue orazioni pregava con ogni maggiore
istanza il Signore ad incaminarla per la via del suo maggior servizio.
Volle Iddio esaudirla, poiché accendeva sempre più
grande nel di lei cuore il desiderio di ritornare nel Monistero,
come per disposizione della grazia che volea farle; ond'Ella,
che sapea ben corrispondere agli impulsi delle divine vocazioni,
raddoppiava tanto più le preghiere a Dio, perché
si degnasse di scioglierla una volta da quei legami, che la tenevano
involta negli affari del Mondo, per aver la facilità di
rientrare per sempre in quella santa clausura, ed ivi attendere
unicamente agli interessi dell'anima sua. Non è possibile
il ridire quanto fervorose fossero queste suppliche dettate non
meno dalla caldezza delle sue ardentissime brame che dall'umile
sentimento, che aveva di sé medesima; poiché temeva,
che Iddio l'avesse con dupplicate congiunture della morte del
marito e del figlio esclusa dal Monistero, come indegna di stare
in quel santo Ritiro, per la gravezza de' suoi peccati; onde pregava
con tutta l'efficacia del suo spirito il Signore a concederli
grazia di ritornarvi, in contrasegno di averle perdonate le colpe.
Oh che fini sentimenti di questa nobile sprezzatrice del Mondo!
Ella con generoso disprezzo, calpestate le terrene grandezze,
fece del suo corpo un Teatro di penitenze più rigide e
di mortificazioni più austere; accesa nell'amor di Dio
e della Vergine Madre; profusa nell'opere di carità verso
i poveri ed infermi; puntuale osservatrice della divina Legge
e de' consigli evangelici, zelante oltremodo della salute dell'anime;
moderata nelle prosperità; paziente nelle avversità;
e rassegnata in ogni occasione al volere del Cielo, e pure si
stimava indegna peccatrice; e come tale immeritevole di abitare
fra le serve di Dio, ed esclusa per le sue colpe da quel santo
Consorzio.
Iddio però, che sicome deprime i superbi, così esalta
gli umili, si compiacque coll'esaudire le di lei preghiere di
condurla allo stato perfetto della santa Religione, per sollevarla
a gradi maggiori di grazia; onde gli diede tanta forza ed ajuto,
che posti in assesto tutti gli affari della casa e del Publico,
la rese libera da
quelle cure, che gravemente l'opprimevano e l'impedivano al nuovo
ingresso.
Quanto restasse consolato il suo cuore in vedere rimosse queste
prime difficoltà, può agevolmente comprendersi dall'acceso
suo desiderio, col quale ne pregava continuamente il Signore;
tanto più, che tolti di mezo tali ostacoli, scorgeva mediocremente
aperta la strada per incaminarsi al conseguimento del bramato
suo fine.
Restava da superarsi
la difficoltà del Nipotino, ch'era la remora che gli fermava
il corso; onde raccomandatasi al Signore, che gli togliesse con
qualche aggiustato espediente quest'ultimo impedimento, volle
anche in ciò consolarla, poiché assodato in buona
e prospera salute il Fanciullo, prese motivo la Duchessa di inviarlo
sotto la cura del Signor Principe d'Aragona suo Avo materno, e
similmente come Tutore lasciato per testamento dal Padre. Né
fu tarda a porre in esecuzione il pensiero; poiché scrivendo
al Principe sudetto, lo pregò ad accettare e ritenere sotto
la sua tutela il Nipote, mentr'ella tirata dalla sua vocazione,
si vedeva in obligo di ritirarsi nel Monistero, che fino adesso
avea fatta la parte sua, assistendolo con tutta la diligenza;
e toccare ora a lui di fare anch'egli la sua, come Avo insieme
e Tutore; che niuno meglio di lui fosse più atto a custodirlo
ed educarlo, essendo egli Cavaliere del medesimo sesso del Nipote,
ed all'incontro Ella Donna atta solo ad educare una femina; che
il fanciullo di buon stato di salute si avvicinava al tempo di
esser istruito nelle lettere ed esercizj di Cavaliere, al che
non averebbe potuto Ella attendere, come cose fuori della sua
sfera; che per tanto attendeva i di lui avvisi per inviarglielo
presto, mentre sentivasi Ella sollecitata al nuovo ingresso nel
Monistero, per ivi attendere non più agli affari del Mondo,
ma a quelli solo dell'anima.
Non avea bisogno di ragioni persuasive il Principe d'Aragona,
per indursi a tenere e custodire il diletto suo Nipotino; poiché
accettata di buon talento, e con sommo suo piacimento l'incombenza:
rispose alla Duchessa che accoglieva con indicibile suo contento
il Nipote, assicurandola, che l'averebbe tenuto da figlio, e come
tale gli averebbe prestata quell'assistenza, che richiedeva il
zelo e l'obligo del sangue. La ringraziava altresì della
materna cura finora prestatagli; che destinasse il tempo che le
fosse piacciuto, mentre averebbe mandato a prenderlo col decente
accompagnamento; che lodava molto la sua prudenza di commettere
a lui la cura del picciolo Duca, molto più commendava la
sua pietà ed il suo fervente spirito di ritirasi nel Monistero,
da dove averebbe potuto colle orazioni assistere alla prosperità
del pupillo, mentre non poteva assistervi con la propria persona.
Lieta oltremodo la Duchessa da sì gradita risposta, santificò
l'allegrezza con un divotissimo rendimento di grazie a Dio, che
si era alla fine compiacciuto di contentarla, con toglier via
quelli ostacoli, che impedivano l'adempimento delle sue brame:
e di poter una volta ritirarsi, ed abbracciar per sempre la santa
Religione, ove più strettamente vi stasse unita, solennemente
legata co' voti religiosi.
Rescrisse poi al Principe d'Aragona, ringraziandolo del buon genio
mostrato d'accettare in sua custodia il commune lor sangue, destinandogli
il giorno in cui doveva mandare a prenderselo.
Venuto il tempo mandò il Principe gente; ed aggiuntavi
dalla Duchessa altra comitiva, fu da nobile accompagnamento levato
il picciolo figliuolino dagli occhi, ma non dal cuore dell'Ava,
che ripiena di tenerezza, non poteva trattenere le lacrime, al
penzar che tosto dovean toglierle di avanti l'amate viscere dell'estinto
Principe Don Ferdinando, la cui rimembranza conservava sempre
viva nella sua mente; onde baciatolo finalmente con dimostrazioni
di tenerissimo affetto, lo consegnò a' Conduttori per presentarlo
alla custodia dell'Avo, ma più fortemente lo raccomandava
alla protezzione di Dio. Ed essendo già libera da tutti
gl'impedimenti, affrettavasi all'ingresso del Monistero, al cui
fine aveva già preparati gl'indrizzi opportuni, e tutto
il buon ordine, per il buon reggimento della Terra di Palma ed
altri Stati; avendo assegnati i Ministri di sufficienza e bontà
valevoli al governo, ed all'amministrazione della giustizia. Onde
approssimandosi il giorno assegnato, fece molti e molti apparecchi
di spirito per implorare la Divina Clemenza a concederle per questo
terzo ingresso felicità e permanenza di mai più
uscire da quel sacro Ritiro, ma consecrarsi in tutto il tempo
della sua vita nel di lui desiato e santo servizio.
Venuto poi il tanto da lei sospirato giorno, prevenuto da sì
eccellenti e spirituali preparamenti, si partì dal Palazzo
accompagnata dalla comitiva di molta sua gente e Popolo tutti
lacrimanti, non solo per il rammarico di restar privi per sempre
di una sì amorevole Padrona, ma per la tenerezza di vedere
in sì nobil Matrona tanta costanza di spirito, con la quale
disprezzava il Mondo e le temporali grandezze per abbracciare
la Croce in quella sacra clausura, ove andava a racchiudersi.
Pervenuta al Monistero, e fatte prima le debite adorazioni al
Santissimo Sacramento in Chiesa, portossi alla porta della clausura,
ove giubilanti l'attendevano tutte le Religiose, e le quattro
sue figlie, dalle quali fu accolta con altretanta dimostrazione
di gioja, con quanta apparenza d'amara mestizia rimasero le sue
genti, quali con la benedizione del Signore salutando licenziò
per sempre, entrando Ella nel Monistero, per non mai più
uscirne tutto il tempo della sua vita.
ntrata per questa
terza volta nel Monistero, non è credibile il giubilo che
ne sentiva come libera dagl'impegni del Mondo, che grandemente
abborriva, e come disposta a stringersi fuori d'ogn'altro intoppo
co' sacri legami della santa Religione, che ansiosamente bramava.
Confidata nel Signore, che calmate ormai le tempeste delle umane
convenienze, fosse ora approdata al porto sicuro della sua quiete
e salvezza, rendeagli copiose le grazie, accoppiando all'umile
ringraziamento il fervore delle più vive suppliche, perché
si compiacesse di mantenerla costante nello stato religioso, e
non farle più provare le pene, per avanti sentite dalle
passate vicende con altro nuovo accidente, che l'obbligasse ad
abandonar la clausura.
Per istabilir dunque con assodate disposizioni il suo santo proponimento,
volle dar principio al Noviziato, imponendosi il nome di Suor
Maria Sepellita assegnatole alcun tempo prima dal Padre Don
Carlo suo Cognato, a cui Ella avea scritto per intender da lui
i suoi sentimenti, e ricever quegl'indrizzi confacevoli alle sue
fervide intenzioni; ed egli, che grandemente anelava al profitto
dell'anime, maggiormente impiegavasi ad indrizzar nelle sante
risoluzioni la Cognata,
che
in tutto dipendeva dai di lui santi consigli. Ed avendogli il
medesimo assegnato il nome sudetto di Suor Maria Sepellita,
fu da lei con sommo suo piacimento gradito, come prenunzio
di sicurezza, che non averebbe mai più lasciato il Monistero,
tanto più che quell'insigne servo di Dio, e dotto Maestro
di spirito nell'assignarle tal Nome le rispose per consolarla
col dirle, che qual morta e sepellita, non dovea più far
ritorno alle facende del Secolo; e tanto appunto avverossi, poiché
ivi non men costantemente visse, che santamente morì.
Or cominciato con inesplicabil fervore il Noviziato a' 2 Agosto
1673 la nostra non più Duchessa, ma Suor Maria Sepellita,
che volle morire al Mondo pria di terminare la vita, e sepellire
in quel vivo Ritiro d'Anime scielte le sue già morte affezzioni
al Secolo, non può giammai a bastanza ridirsi la pratica
delle virtù, che in esso perfettamente esercitò,
principiando dalla santa umiltà, quale coltivava in maniera,
che trattavasi come l'infima di tutte l'altre; e sebbene queste
fossero state figliuole di poca età, prendevasi l'ultimo
luogo, riputandosi molto indegna di precedere a coloro, che avean
consacrato le primizie del tempo al servizio di Dio, quando Ella
vissuta nel Mondo e nelle sue sollecitudini, avea dato il misero
avanzo degl'anni, impiegati vilmente nelle cure terrene; ed arrivò
a tal segno l'eccesso del suo spirito nell'esercizio di questa
virtù, e fondamento di tutte l'altre, che col nudrire di
sé umilissimi sentimenti, stimavasi affatto immeritevole
di star fra le Spose di Cristo, chiamandosi per abiezzione e disprezzo
Secolaraccia e mondana.
Uguale
all'umiltà era l'ubbidienza, che esattamente osservava
verso la Superiora e Maestra, dalla quale riceveva gl'indrizzi
per gli esercizj del Noviziato, e sapea sì bene accoppiare
all'umiltà l'obbedienza, che quando parlava alla Maestra,
lo faceva sempre genuflessa; e ginocchioni pure prendea tutte
le licenze quando occorreva; non usando far la minima cosa senza
sua permissione; anzi né meno astretta dalla sete, si facea
lecito di bere, se prima da quella non li fosse conceduto l'assenso.
Né minore dell'umiltà e dell'ubbidienza era la sua
puntuale osservanza degli esercizj religiosi, e di quelli del
suo Noviziato, poiché li faceva con tanta sodisfazzione
e genio, che sempre era la prima nel farli, e preveniva l'altre,
servendole di stimolo il desiderio acceso della santa religiosa
osservanza; a segno che prendean motivo di edificazione le Religiose
tutte del Monistero, che vedeano con estrema lor maraviglia notabilmente
cresciuto il fervore del suo spirito, così pronto nel servizio
di Dio, e negli esercizj della Religione, verso la quale augumentavasi
giornalmente il suo amore.
Avanzandosi pertanto il desiderio di restar legata co' sacri voti;
sospirava di fare la solenne Professione, senza la quale parevale
d'esser tuttavia secolare, ed esposta a qualche altra contingenza
che avesse potuto insorgere, e metterla in obligo di ritornar
di bel nuovo a quei maneggi di prima.
Superati perciò tutti gl'impedimenti, e concertato il tempo
di farla, si preparava la fervente Suor Maria Sepellita a
far con estrema divozione e spirito dupplicati esercizj di orazioni
e di penitenze; facendo a tal fine celebrar quantità di
messe; e moltiplicate preghiere a Dio benedetto, per implorare
la di lui santissima grazia in quella sacra funzione. Fece però
quanto al temporale la sua Rinunzia de' beni per publico istrumento,
fabricato in Palermo col consiglio non solo di Avvocati, ma di
persone dotte e di spirito; lasciando molti legati pii per opere
di carità. E perché veniva tirata dal grande amore
che professava verso il suo Monistero, volle contestarlo con una
ben profusa munificenza, lasciando al medesimo scudi centoventicinque
d'annua entrata, il cui capitale importava la somma di più
migliaja di scudi; oltre la prima entrata assegnatale di scudi
cinquecento all'anno nella sua Fondazione; e prima di far la professione,
allargò similmente la mano a grosse spese, facendo in quell'anno
tutte le provisioni del Monistero, non solo per la Chiesa e Sacrestia,
con abbondanza di cere,
ornamenti,
e suppellettili; ma anche per la Vestiaria e Speziaria, fornendole
copiosamente di tutto il necessario. Né lasciò di
far generosa provista per un intiero anno ala dispenza, provedendola
di frumento, vino, oglio, ed ogni altro commestibile; con la qual
provisione restò non poco sollevato il detto Monistero,
che in quel tempo si trovava in molta scarsezza; ed avendogli
somministrato questo ajuto, che riguardava il sostegno temporale
di quel divotissimo luogo, non si prese altro pensiero, che di
far i preparativi all'anima sua con l'esercizio di molte virtù
per meglio unirsi al Signore con la santa Professione.
Si ritirò a tale oggetto nell'Eremo, situato dentro al
medesimo Monistero, dove fece per molti giorni gli esercizj spirituali
con sommo raccoglimento di spirito, rivolta a Dio ed alla Santissima
Vergine, e tutta dedita alle divozioni ed alle orazioni, nelle
quali vi spendea tutto il giorno e maggior parte della notte.
Dal tenor della sua vita sempre virtuosamente ed esemplarmente
menata, può con verità arguirsi qual fosse quello,
che in tal Ritiro santamente osservava, massime nel vedersi in
istato di esser ammessa e legata con quella solenne Professione,
che da molto tempo era stato l'unico scopo dei suoi più
accesi desiderj.
Venne alla fine il giorno bramato; ed Ella che già l'aveva
precorso con la fina disposizione de' suoi santi esercizj, non
men serena e lieta nell'esterna apparenza del volto, che composta
e divota nell'interno sentimento dell'animo, fece la sua solenne
Professione de' Voti, secondo la Regola del Gran Patriarca san
Benedetto in mano della Reverendiss. Madre Suor Maria Scolastica
della Concezzione (dalla quale l'anno precedente ricevuto avea
l'abito di Corista) a' 7 di Settembre 1674 giorno segnalatissimo,
per esser consecrato colli Vespri della sollennità nella
Nascita di Maria, che aggiunse estrema allegrezza alli giubili
del suo cuore.
e per avanti nel
Secolo, e poi nel Monistero in qualità d'oblata menava
la Serva di Dio Suor Maria Sepellita una vita cotanto virtuosa
ed esemplare, quanto maggiore può credersi, che la menasse
dopo fatta la santa Professione, alla quale anelava con tanto
spirito? Non può a bastanza ridirsi l'esattezza negli esercizj
della Religione, la prontezza nell'intraprenderli, e la puntualità
nell'eseguirli; potendosi con verità asserire, che non
faceva azzione, che non la segnalasse con qualche nota di particolar
rimostranza.
S'accinse pertanto con tutta l'attenzione all'osservanza de' voti,
sottoponendosi umile e mansueta agli ufficj, che le venivano imposti
dall'ubbidienza, ne' quali v'impiegava le fatiche molto superiori
alle sue forze, facendole con tanto amore, che non voleva l'ajuto
delle Sorelle Converse; anzi procurava di risparmiare il travaglio
all'altre, per aggravare se stessa; e così esercitava l'opere
della carità a costo del proprio incommodo.
Era tanto esatta ed amante dell'ubbidienza, che per lo più
vedevasi prostrata a' piedi della Superiora, chiedendole anche
picciolissime licenze di cose lievi, delle quali non era necessario
il domandarle, mentre bramava far ogni cosa col merito di quella
santa virtù; e raguagliandola di tuttocciò che faceva
ed occorreva, come se fosse stata una picciola figliuolina; riceveva
dalla medesima gli ordini ed i consigli con tanta rassegnazione
ed indifferenza, che ben mostrava di non aver propria volontà;
e siccome indifferente li riceveva, così pronta e puntuale
placidamente gli eseguiva.
Spesse volte offerivasi alla Superiora con replicate proteste,
dicendole che era figlia d'ubbidienza, e che perciò non
le usasse rispetto alcuno, ma si compiacesse trattarla come la
minima delle Converse, mentre Ella non aveva altra mira, che di
servire a Dio ed ubbidire alla cieca in umiltà e pazienza;
la correggesse pertanto, e la castigasse con tutto quel rigore,
che meritassero le sue mancanze, poiché a tal preciso fine
era entrata nel Monistero, e per emendar la sua vita.
Era tale il rispetto e la riverenza che portava alla Superiora,
che essendo in tal grado una delle sue figlie, si diportava con
essa del medesimo tenore, dimandandole con grande umiltà
la benedizione, chiedendole ogni licenza abbenché picciola;
e dandosi in colpa con tutta sommissione prostrata a di lei piedi.
La stessa riverenza e subordinazione professava similmente a'
Padri Confessori, a' quali fin dal Secolo stava totalmente subordinata,
nulla determinando senza lor consiglio e licenza.
Osservava con la medesima esattezza la santa povertà; vivendo
talmente povera, che serviva d'esempio a tutte l'altre Religiose.
Non voleva vesti nuove, ma desiderosa di comparire abietta e sprezzevole,
faceva istanze alle Superiore, acciò gli dassero le vecchie
ed usate dall'altre Religiose. Si rappezzava quelle, che teneva
indosso, quando eran lacere, procurando d'esercitare la povertà,
anche ne' pezzetti e cenci, che si buttavano via come inutili,
quali andava raccogliendo per non perdersi, dicendo che per conciare
le sue vecchie, eran pur troppo buoni, ed in fatti con quelli
l'accommodava.
Era
ingegnosissima nel lavorare, e come tale non restava giammai oziosa;
e terminando un lavoro, ne cominciava un altro; e mentre stava
impiegando la mano in servizio del Monistero, o delle Religiose,
teneva la mente sollevata a Dio; e tutte le Monache ricorrevano
ad essa per essere ajutate, ed ammaestrate a tagliare o cucire
quel, che loro bisognava, alle quali essa con molto amore sodisfaceva,
spinta non meno dall'umiltà, che dalla carità di
servire a tutte ove poteva.
Si dimostrò insomma Suor Maria Sepellita così
amante della povertà, che pregava sovente le Superiore,
acciò andassero alla sua Cella, per vedere se avesse cosa
di superfluo; e se questo trovassero, lo togliessero via, e severamente
la castigassero.
Mai procurò cosa di suo commodo, né significò
giammai alcuna sua necessità, quantunque molte ne tenesse
per le continue sue indisposizioni e dolori; ma sempre in silenzio,
tolerando il bisogno per amor di Dio, e abbenché si trovasse
alle volte in urgenza che le fossero fatti, come è solito
di alcuni servigj dalle Converse, ciò non ostante li faceva
essa medesima con grandissimo suo incommodo, per non darlo all'altre,
a segno che se l'accrescevano l'indisposizioni e dolori che continuamente
pativa; ed arrivò a lavarsi più volte Ella stessa
i proprj panni nella più fredda staggione d'inverno con
l'acqua quasi aggiacciata, acciò non fosse veduta ed impedita;
e ciò per la somma sua discretezza e genio di patire, non
volendo esser servita d'altre, e sempre servendosi da sé
ad onta delle infermità e dolori, co' quali il Signore
la teneva di continuo esercitata.
In mezo a tante sue indisposizioni scopava
essa medesima per umiltà la sua Cella, e vedendola tanto
aggravata le Superiore, e tanto indebolita gl'ordinavano, che
non più la scopasse, ma lasciasse lo facessero le Converse,
ed essa per il merito dell'ubbidienza tralasciava allora di farlo.
La carità verso Dio, della quale era sempre ripieno il
suo cuore, veniva comprovata dalle sue opere, con i continui esercizj
di virtù, e con la mortificazione de' suoi sensi esteriori
ed interiori, e con le penitenze tanto rigorose, come sopra si
disse, oltre a quelle della Religione ed altre che vi aggiungeva.
L'Orazione mentale era il cibo continuo dell'anima sua; ed oltre
a quella solita della Communità, ne faceva altre quattro
ore, alzandosi da letto, o pure nel medesimo letto in tempo d'infermità
molto prima, che suonasse il segno del Matutino, come tempo quieto
e più opportuno d'unirsi a Dio nella solitudine e silenzio
notturno.
La carità verso il prossimo fu da lei pratticata non solamente
fuori del Monistero nelle tante opere di sopra narrate, che le
meritarono il titolo di Madre de' Poveri; ma anche dentro di esso,
non tralasciando giammai di esercitarla verso tutte le Religiose,
quali stimava ed amava con le più tenere viscere di cordialità,
trattandole da vere sorelle anzi da figlie. Affligevasi al sommo
nel vedere alcuna affannata o travagliata, e per sollevarla usava
ogni modo possibile; né si quietava, se non l'avesse provista
e consolata. Vedendo, che ad alcuna sorella mancasse qualche cosa
nel vestimento, la provedeva d'un subito del suo proprio livello,
che a bella posta riservato si aveva. E prendendo a tal fine dalli
Superiori licenza di poter erogarlo in uso de' bisognosi. Se osservava,
che la sua veste fosse più nova di quella d'alcun'altra,
chiedeva subito licenza dalla Superiora per cambiarla con quella
che l'aveva più vecchia: costume solito in lei di cambiar
le sue robbe con le vecchie ed usate dicendo: Questi son buone
per me, ma non per quella sorella, che ne tiene più bisogno.
Spiccava
maggiormente la sua gran carità verso le Sorelle Converse,
quali provedeva, e similmente sollevava dalle fatiche, affatigandosi
con esse loro, facendole spesso spirituali essortazioni, e dicendo:
Poverette tengono anima come noi, e non vi è differenza
d'anime agli occhi di Dio, avendo redente tutte ugualmente.
Era tutto cuore verso le Inferme, servendole con tutta assistenza,
ristorandole in quel che bisognava, e reficiandole con rinfreschi,
né risparmiando spesa o travaglio in sovvenirle. Nell'occorrenze
d'esse era sempre la prima, e particolarmente delle Converse.
Parlava Ella medesima co' Medici, rappresentando la qualità
del male ed i bisogni dell'Inferme con tanta vivezzza d'affetto
e carità, che i medesimi Medici restando molto edificati
assistevano con più attenzione. Era prontissima ad impiegar
l'opere della sua carità in tutte l'occorrenze di sovvenire
ed ajutare il prossimo, come in tanti casi se ne vidde frequentissima
la sperienza.
Era da tutti conosciuta la sua profonda umiltà, per sentimento
della quale riputavasi abietta ed indegna, e quale diceva d'essere,
tale appunto credeva. Prendeva sempre gl'ultimi luoghi; nelle
conversazioni e ricreazioni stava ben allegra e giuliva, ma taciturna
e composta, né parlava giammai, se prima non fosse richiesta.
Sopravenendo alcuna Religiosa, subito s'alzava, cedendole il luogo
per il basso sentimento di esser a tutte inferiore.
Teneva Suor Maria Sepellita grandi naturali talenti, dotata
dal Signore di gran giudizio ed intelletto; ma celavali per sua
umiltà, ricusando ogni stima, che di lei si fosse potuta
avere. Quando era richiesta del suo parere o consiglio, si arrossiva
alle dimande e davalo con ripugnanza; ordinata però dalla
Superiora, lo faceva con ogni prontezza vinta dal comando, essendo
per altro le sue consulte tanto prudenti e ragionevoli, che sempre
ponevansi in esecuzione con ottima riuscita, sapendo ben'Ella
unire lo spirito e le convenienze, come pratica d'ambidue.
Sapeva, ammaestrata nel Secolo, ben suonare più istromenti
e ben cantare: e particolarmente suonava assai bene di tasto;
e pure non volle giammai far palesi tali ornamenti, tenendoli
nascosti, acciò fosse creduta ignorante. Avvenne un giorno,
che una delle sue figlie avendo inavvedutamente detto, che la
sua Signora Madre sapeva ben suonare, le dispiacque tanto, che
turbatasi nel volto, lo coprì di rossore, come se l'avesse
accusata di grandissimo mancamento: ma non terminò qui
il suo spiacere, poiché le Religiose cominciorono a pregare
la Superiora, acciò l'avesse fatta suonare, ritrovandosi
ivi presente il Cembalo. La Superiora per compiacerle gl'ordinò
che suonasse, al qual comando vinta Suor Maria Sepellita dall'ubbidienza
si pose benché mortificata e vergognosa a suonare, nel
qual atto riconobbe chiaramente la pronta sua ubbidienza e la
mortificazione ancora: e suonò tanto bene che le Religiose
averebbero bramato, che non finisse per allora. Proseguì
essa a suonare fintanto che le fosse fatto segno a cessare, mostrando
in tal caso, che l'ubbidienza sola era quella, che dava regola
al suo procedere, e dalla medesima volea avere la dipendenza.
La pazienza in lei fu una virtù continuamente esercitata,
mentre continue aveva l'occasioni di pratticarla; e tanto l'esercitò,
che fino alla morte l'ebbe per indivisibil compagna, poiché
fatto il conto di tutta la sua vita, altro non fece che esercitare
questa nobil virtù. Quanto soffrisse nel tempo che stette
al Secolo, e particolarmente nel governo de' suoi Vassalli, e
negli imbarazzi della sua casa, può facilmente considerarsi
da chi sa la noja e la sollecitudine, che seco portano le cure
del Mondo, nelle quali giammai mostrò un abbenché
picciolo segno d'impazienza, ma sempre invita e costante soffriva
l'avversità con pazienza rassegnata alle disposizioni del
divino volere. L'esercizio di questa santa virtù si renderà
più manifesto da quello, che si dirà nel seguente
Capitolo.
er dimostrare più
chiara la virtù della pazienza costantemente esercitata
da questa vera serva di Dio, convien discorrere delle sue molte
e continue infermità e dolori, che arrivavano a tanto eccesso,
che non solo facean credere di dover essa tosto morire, ma era
compianta dalle Religiose più volte per morta; ed Ella
che grandemente sospirava il patire, soffriva coraggiosa con altrettanta
pazienza l'infermità ed i dolori, con quanto desiderio
li bramava; e conformata alla divina volontà diceva, benché
addolorata, che quei patimenti erano un giuoco in comparazione
de' suoi peccati; e sempre alleviava i suoi dolori, rappresentandoli
miti, quantunque fossero grandissimi: contrasegno indubitato di
quella gran pazienza, con cui li tolerava.
La teneva esercitata il Signore con l'incessanti spasimi e patimenti
per ben raffinarla come l'oro nel fuoco; ed Ella benedicendo ed
adorando il suo Dio, li ricevea mansueta, come visite amorose
del suo Signore. Le sue febri erano quasi continue; il dolor di
testa era tanto assiduo, che mai lasciavala esente; il dolore
per tutta la vita la circondava in maniera, che appena potea muoversi;
una inappetenza sì ostinata, che sempre cibavasi con grandissima
nausea; le sincopi e svenimenti eran sì spessi, che di
continuo pareva spirante ed in agonia; il suo fiero dolor di fianco
giammai non lasciolla quietare accompagnato da incessanti vomiti
e mortali sintomi.
Nelle sue infermità faceva sempre forza a se stessa per
meglio tolerarle; ma poi vinta dall'eccesso, le conveniva di cedere
e coricarsi. Andava perciò framezzando parte in letto e
parte in piedi; ma non potendosi mantenere più alzata,
fu consigliata da' Medici a porsi in letto, ove dimorò
sei mesi continui con l'esercizio d'una indicibil pazienza, confessandosi
e communicandosi nel medesimo letto ne' tempi stabiliti dalle
Regole del Monistero. Bramava più frequente la santissima
Communione, non mai però ebbe ardimento di chiederla più
spesso di quella si dava all'altre; quando però dovea prender
quel cibo celeste, lo faceva con tanto apparecchio e divozione,
che quasi scordavasi de' medesimi dolori; ed era sì grande
il contento ed il giubilo da lei sentito in ricevere il sacramentato
Signore, che dell'allegrezza dell'anima ne partecipava anche il
corpo, mentre il giorno della santa Communione la passava molto
bene, ma ritornava poi al suo primiero patire e continuo spasimare.
La tormentava una sete così fiera, che potea dirsi una
pena di Purgatorio, mentre in tanta arsura non potea mai rinfrescarsi;
perché non poteva inghiottire; onde sentivasi brugiata
di dentro, senza poter mitigare quella sua grande accensione.
Soffriva
queste pene cotanto atroci con indicibile pazienza; e rivolta
con la mente a Dio offerivagli i suoi dolori e patimenti; accompagnando
l'offerta con moltiplicate orazioni giaculatorie, spiccate dall'intimo
del suo pazientissimo e adoloratissimo cuore. Quando poi sentiva
un tantino mitigarsi i dolori, si poneva subito ne' suoi esercizj
spirituali, più contenta per lo ritorno alle divozioni
che per la minoranza del male: né mai nella fierezza de'
suoi dolori fu osservata impaziente o turbarsi, ma bensì
conformarsi alla divina volontà, a cui offeriva spessissimo
i suoi tormenti, uniti a' dolori e patimenti di Cristo; al quale
similmente facea umile offerta dell'intollerabil sua sete, accompagnata
a quella da lui patita su la penosissima sua Croce.
Si rivolgeva spessissime volte al Crocifisso Signore, e con infuocate
istanze pregavalo a perdonarli i peccati, in pena de' quali pienamente
contrita protestava, che assai più di quello, che ora pativa,
meritava d'essere tormentata. Bramava anziosa di sciogliersi da'
lacci della vita, non già per cessar di patire, ma per
unirsi al suo Dio; e vedendosi prolungato il morire, conformata
al di lui santo volere diceva: Sono stati molto gravi i miei
peccati, e per questo meritano questo prolisso penare.
Andavano sempre più augumentandosi le sue infermità
e dolori; ma siccome moltiplicavansi in tormentarla, così
cresceva la sua pazienza in soffrirli; e sempre andavasi distaccando
dalle cose terrene, trattandosi come una vera morta alle cure
del Mondo, e non prendendosi altro pensiero che quello dell'anima,
e invigorendosi con la frequenza de' Sacramenti.
In tale stato la fervente serva di Dio non era già divertita
dall'acerbità del suo male, che suol portare l'attenzione
della mente, ove è la forza del dolore; ma tutta rapita
nel suo divino sposo e nella Vergine Madre, continuava soffrendo
con santa pazienza l'atrocità delle sue pene, attendendo
rassegnata l'ora fatale della sua morte, per deporre l'anima nelle
mani del suo Redentore Giesù.
Già la violenza del male andava riducendo all'ultima
declinazione la rassegnatissima inferma, che vedendo approssimarsi
al suo fine, domandava colmata di vera divozione la santissima
Eucaristia, concedendogliela la Superiora per consolarla ed ordinandogliela
i Medici, che la vedevano in procinto d'avvicinarsi al suo passaggio.
Sono inesplicabili i tenerissimi sentimenti d'umiltà e
d'affetto, co' quali si disponeva a reficiar l'anima sua di quel
Pane sacrosanto degli Angeli, il che può dedursi dalla
sua compita divozione, fin dalla fanciullezza incessantemente
osservata.
Predisse la sua morte con alcuni avvisi, che tutti restarono dall'evento
verificati, poiché continuando in questa penosissima infermità,
disse al Padre Confessore, che volea fare l'ultima Confessione
generale, che sarebbe la penultima della sua vita. La confessò
il Padre, al quale rendendo grazie cordiali della carità
usatali, gli replicò che un'altra sol volta l'averebbe
confessata e non più: e tanto verificossi.
Fece la seconda predizione, poiché cresciuto il Principino
Don Giulio Maria suo Nipote (che come sopra si disse, fu dalla
serva di Dio mandato al di lui Avo materno Principe d'Aragona
per poter Ella libera dall'obligo della tutela rientrar, conforme
entrò per la terza volta nel Monistero) fu collocato in
matrimonio con Dama sua pari. Effettuato il matrimonio stava il
detto Principe Don Giulio per venire in Palma con la Principessa
moglie a prender la benedizione dalla inferma Suor Maria Sepellita
sua Ava paterna. Era perciò la Terra di Palma tutta
in feste per l'aspettativa del suo novello Padrone. Ma la serva
di Dio, prevedendo la sua morte vicina disse che tanto il Principe,
quanto la Principessa deponessero la speranza di vederla, mentre
prima del loro arrivo sarebbe morta, il che appunto successe.
Prenunciò per la terza volta l'imminente sua morte, mentre
vedendosi grandemente aggravata, domandò con molta istanza
il santissimo Viatico. Le sorelle assistenti gli dissero, che
l'averebbe ricevuto un altro giorno, non giudicandola tanto vicina
al morire, per esser stata molto peggio altre volte; ma ella reiterando
l'istanze col dire che non vi sarebbe più tempo, le fu
data per contentarla la santissima Communione, quale ricevé
con tali sentimenti istraordinarj di umiltà, divozione
e pietà, che fece apertamente conoscere esser stata quella
l'ultima Communione della sua vita, siccome avvenne.
Or prima di venire al suo felice transito convien qui rammentare
la sua ossequiosissima venerazione professata alla Gran Madre
di Dio, sotto il titolo del Santissimo Rosario, non solo per far
apparire la sua fervente divozione a quella Imperadrice del Cielo,
ma anche per dimostrare quanto fosse gradito il suo vero ossequio
dalla suprema Signora, che gli mostrò il gradimento nell'ultimo
respiro, quando appunto esalò l'anima.
Deve
dunque considerarsi, che la nostra Suor Maria Sepellita coltivando
la sua divozione verso la Gloriosissima Vergine del Rosario, eresse
dentro il Monistero a di lei onore una ben adornata Cappella sotto
questi due nomi Colomba Rosata, volendo alludere con quello
di Colomba con la sua Immacolata Concezzione, e con l'altro
di Rosata al Santissimo Rosario, sotto quai titoli fu già
da lei e dal Duca suo marito fondato il Monistero, come bastantemente
si narrò di sopra al Capo della Fondazione di esso; e con
quanta pietà rendesse Ella e le Religiose il culto a Maria
nella detta Cappella, come conoscerassi meglio da quello si dirà
nel libro della Fondazione del Monistero, che in breve si spera
dare alla luce.
Era dunque sì grande l'affetto suo verso la Vergine Gloriosa,
che con verità potea dirsi, che fosse la gioja del suo
cuore ed il cuore del suo petto; e che la divozione del Santissimo
Rosario fosse la corona del suo capo, mentre recitavalo tutto
ogni giorno con grandissima divozione meditando tutti e quendici
i Misterj di esso. Questa era nel suo pensiero una celeste catena,
con la quale pretendeva d'incatenare alla schiavitù di
sì eccelsa Padrona, non solamente i suoi figliuoli e Gente
della sua Corte, ma anche tutti i Vassalli. Scaltra ingegniera
di spirito inventò un ripiego, per mezzo del quale tutti
l'Abitanti di Palma divenissero schiavi di Maria, incatenati con
la catena del santo Rosario. Faceva perciò venire gran
copia di smaltini, e con le mani proprie ne formava tanti Rosarj,
infilzandoli Ella medesima; e l'opra sua non bastava, faceva impiegar
quella delle Religiose, e poi ne mandava a cassette piene all'Arciprete
di Palma, acciò egli ad ogni bambino o bambina ch'eran
portati a battezzarsi, li facesse scrivere nella Compagnia del
santo Rosario, e li facesse porre uno di quei Rosarietti al collo,
e poi gli si dasse il Battesimo; e così subito battezzati
erano i bambini fatti schiavi della Vergine, contrasegnati con
quel sacrato laccio del Rosario Santissimo.
Ciò dunque supposto, ritornando col discorso alla moribonda
serva di Dio; dopo d'aver Ella reficiata l'anima sua col Pane
Eucaristico del santissimo Viatico, mostrò segni di tal
miglioramento, che le Religiose tutte formarono speranza di quasi
certa salute, a segno che la sera antecedente il giorno della
sua morte la viddero alcune di esse quietamente sopita in placido
riposo; ed indi a poco riscossasi dal sonno, dimandò qual
solennità si celebrasse nel giorno seguente. Le fu risposto
che il giorno seguente era il Sabato di nostra Signora, festa
solenne dell'Invenzione della Santissima Croce, e Vigilia del
Martire San Felice. Rispose allora tutta lieta l'inferma: Oh
giornata felice, sarà per me dimani veramente felice: predicendo
con tali parole la sua morte nel susseguente giorno, conforme
avvenne: che è la quarta predizione in aggiunta delle tre
sopracennate. Dimandarono le Religiose a che fine avesse dette
quelle parole. Tacque allora l'inferma, senza dare altra risposta,
ma facendo segno con la mano indicò silenzio. Tanto appunto
successe, poiché il giorno seguente del sabato, stando
Ella con molta serenità di volto, cinto il collo con un
Rosario, con due altri ravvolti nelle braccia, e con uno nelle
mani, disse più volte Maria, Mater gratiae, e due
volte invocò negli ultimi respiri la sua Colomba Rosata;
ma volendola invocare per la terza volta, nel dire
Colom
senza terminare
la parola, rese placidamente colma di meriti in brevissima e quieta
agonia lo spirito al Signore ad ore 15 del Sabato 3 di Maggio
del 1692 e così dopo anni 67 e giorni 38 di vita innocentemente
menata, depose in terra, quasi dormendo, la mortale sua spoglia
per vestir nel Cielo l'immortale ammanto di gloria. Tanto ci dà
a sperare la bontà infinita di Dio, che ornò di
segnalate grazie questa diletta sua serva, la quale osservatrice
della divina legge e de' consigli evangelici, seppe vincer il
Mondo e le sue caduche grandezze. Tanto ci fa credere l'amor fervente
da lei portato al Crocifisso Giesù, che a sé chiamolla
il giorno della sua Croce, ch'Ella ardentemente abbracciò,
e col quale volle sposarsi il primo giorno del suo ingresso nel
Monistero, presentandogli l'anello del suo Sponsalizio, per dimostrarle,
che il solo Nazareno era il vero suo Sposo. Tanto ci compromette
il patrocinio potentissimo della Vergine Madre, a cui professò
sviscerata divozione, che l'accolse nell'atto d'invocarla. Tanto
finalmente ci fa confidare l'intercessione del Santo Martire Felice,
del quale fu segnalatamente divota, e che col suo ajuto felicitolla
il giorno della Vigilia di sua festa, tanto da lei celebrata.
Oltre il poter concepire certe le speranze della sua gloria immortale
dal tenor della sua vita, ha voluto Dio comprovarla con insoliti
contrasegni, testimonj irrefragabili della sua eterna beatitudine:
poiché vestito il suo Cadavero ed esposto nella sua propria
Cella, entrò in essa una Colomba, che bianca solo nel collo
e nel petto, e nel resto di color lionato, sembrava vestisse a
lutto, quasi deplorando la perdita rimarchevole, che fatto avea
il Monistero nella persona di quel vero esemplare di religiosa
perfezzione, che tanto nel Secolo, quanto nel Monistero non fece
azzione che non la segnalasse con la nota d'una qualche eccellente
virtù. Venne la misteriosa Colomba da quel giardino, dove
sta la cennata Cappella della Colomba Rosata, ed entrata
nella camera della Difonta vi dimorò più tempo,
quantunque due gatte vi facessero caccia per pigliarla: e raggirandosi
continuamente intorno al Cadavere dopo qualche intervallo spiccò
due voli, uno all'altare di nostra
Signora del Riposo,
e l'altro a quello della Concezzione, frequentatissimi in vita
dalla serva di Dio. Portato poi il Cadavere in Sacrestia, ivi
parimente lo seguitò la Colomba, ma perseguitata per prenderla,
volò su il tetto della Chiesa ove dimorò, finché
fosse il corpo della Difonta sepolta. Non fu mai per avanti veduta
questa Colomba: onde diede a credere, fosse stata inviata dalla
Madre di Dio, per farle quell'ufficio amoroso, in contracambio
dell'affetto mostratoli sotto il titolo di Colomba Rosata.
L'altro contrasegno fu nel suono delle campane, che per nove giorni
doveano suonarsi a causa del suo mortorio. Or non potendo queste
per la lor gravezza esser voltate, che con grandissima difficoltà
da due Converse, restò confusa la Sacrestana, che non poté
aver allora altro ajuto; ed invocandolo dalla serva di Dio, s'alleggerì
in maniera quel peso, che Ella sola con grandissima faciltà
la suonava; anzi lo stesso poteva fare qualunque altra sorella
abbenché debole e inferma; sperimentandosi la primiera
difficoltà passati i nove giorni del lutto, e quando li
doveano suonare per altro fine.
Restò il Cadavere bello colorito e senza orrore veruno;
al quale dopo celebre pompa funebre, fu data sepoltura nella comune
delle Religiose; dove dopo alcuni giorni fu osservato fresco trattabile
e senza l'esalo di verun cattivo odore, ed in apparenza di chi
placidamente dormisse. Non è però maraviglia che
rimanesse sì bello quel Corpo, che era stato degna abitazione
d'una così bellissima anima, che ora gode quella beatitudine
eterna, che sarà per godere per tutti i Secoli d'avvenire.
Di tutto questo ne diede una relazione a parte la Madre Suor Maria
Lanceata, figlia della nostra Duchessa a D. Giuseppe Maria Cardinale
Tomasi suo fratello in una lettera, nella quale benché
si osservi l'istesso intorno a' prodigi occorsi nella morte della
loro carissima Madre, che ora abbiamo raccontato, pure per essere
in detta lettera con più vivezza narrati da chi cogli occhi
proprj li aveva veduti, ho stimato bene qui registrarla, e dice
così:
Pasqua celeste voi ben prediceste in quest'ultima lettera alla
Signora Madre, perché Ella l'ebbe felicissima il giorno
di S. Croce, lasciandola tutta a noi con un volo al Paradiso,
e fu per lei una Croce Pascale, mentre in questo giorno terzo
di Maggio, quando di lei si cantava in hoc Paschali gaudio,
depose li suoi affanni, e godé li di lui trionfi, e noi
che restate siamo quasi quattro Marie a' piedi di questa Croce
per noi dolorosa, quanto per quella felice, vogliamo partecipare
le materie al nostro addolorato Giovanne: sentite dunque Carissimo
la dolce morte di nostra Madre, purificata d'affanni, non che
d'istraordinarie afflizzioni;
Ella
il secondo giorno di Maggio la passò in quello stato, come
vi significai la settimana passata, anzi con molto miglioramento,
come dicevano li Medici, dandogli speranza di riaversi fra brieve,
benché Ella sorridendo rispose, dicendogli, dite al Principe
mio Nipote (che anziava per vederla) che si levi la speranza di
vedermi, perché è impossibile, e loro mi facciano
grazia, starmi attenti per avvisarmi per l'ultimo punto, che solamente
attendo; questi sorrisero come ad un passatempo e si partirono,
e la sera anco noi con istraordinaria quiete la lasciammo fin
al tempo di rivederla, che fu nel seguente giorno, in cui venendogli
ad ore 9 su l'alba un rizzonetto di freddo, con un descenzo nel
petto, che l'impossibilitò il cibo e respiro, la rese spedita
con una gagliardissima febre; l'osservorno stupiti li Medici di
cosa sì improvisa, e sollicitorno li Sacramenti, quali
avendo compitamente ricevuti con cinque Indulgenze Plenarie in
sensi perfetti e divoti, licenziò da sé placidamente
le figlie, come mai conosciute l'avesse, mettendosi tutta nelle
mani del Padre spirituale, sotto la cui direzzione assentendo
con gl'occhi a tutti li suoi atti tra tre Credi d'Agonia con li
più lievi affanni della sua infermità, ne passò
placidamente al Signore alli 3 di Maggio giorno di S. Croce Sabato
di nostra Signora, e Vigilia di S. Felice ad ore 15. Morte che
io posso dire sì alleggerita d'affanni, quanto pesante
di grazie del Signore, perché se per la mancanza de' primi,
né meno scolorì il volto nell'agonia, così
per li secondi viene ammirata d'insoliti contrasegni; il primo
fu un reciproco affetto della mia Colomba Rosata alla sua
accesa divozione li portava, poiché stando il suo Cadavere
in Cella, allora che fu vestito e ben accommodato, entrò
con rapido volo quella Colomba nella sua Cella, ove era il suo
Cadavere, venendo da quel giardino, dove sta la Cappelletta della
Colomba Rosata, la quale Colomba mai vista, dimorò
costantissima più tempo nella predetta Cella, non ostante
la caccia di due gatti, che la tramandavano, dopo qualche tempo,
senza fermarsi mai intorno al corpo, fece due immediati voli,
uno sopra l'altare di nostra Signora del Riposo, e l'altro in
quello della Concezzione, amendue frequentati della Signora Madre,
e perché fu portata
forzatamente in Sacrestia sorvolò con
tanto impeto senza posarvi, che lasciò due penne, quasi
non volendo posare, che nella predetta Cella; ma oh maraviglia,
poiché essendo da questa il corpo della Signora Madre uscito
e portato in Sacrestia, la Colomba lo seguì, stabilendosi
in questa, da cui prima che vi fosse il corpo era fugata con quella
medesima stabilita, come stava in Cella, e vi dimorò finché
facendogli spratichezza gagliardo moto per pigliarla, volò
sopra il tetto estrinseco della nostra Chiesa; standovi tutto
il tempo, che il corpo fu insepolto, che fu da due giorni fin
alla sepoltura, senza mai più esser veduta la misteriosa
Colomba. Ella era mansissima, e come d'abito vedovile giusto lo
stato della Signora il collo e il petto bianco, e il resto violato
o palombino, stava sulle mie ginocchia sì quieta, che mi
pareva l'anima di mia Madre, spruzzata delle mie lacrime e annidata
nelli miei dolori, quali taccio per non attraere li vostri, giacché
sono calamita d'infinite sciagure Pater noster carissimo
fratello, questo è quel Pater luminum, che consola
l'anime nostre con le chiarezza della verità mostrate evidentissime
con più segnalati favori, tra li quali non fu picciolo
quello oculatamente osserviamo nel sono del suo martoro, poiché
essendo ferventissimo per una novena continua e di tali campane
che due Converse le sonavano con moto difficilissimo, si confuse
la povera Sacristana, a segno che non potendo aver altro ajuto,
disse: ajutatemi Signoruzza, perché io moro, alle
quali parole alleggerì quel peso, e si facilitò
tanto quel moto, che si vanno chiamando le più inferme
del Monistero per sonare il martoro, potendolo facilmente sonare
con una mano; questo però nel solo martoro, perché
nel resto sona con la difficoltà del medesimo peso; solo
mi dispiace, che tra tanti alleviamenti solo il mio senso non
si può sollevare, e perché la morte non diede tempo
all'apparecchio funerale, essendo sortita tra 6 ore di febre.
S.
Felice gradevole della sua divozione, con che ogn'anno gli sollennizzava
questo giorno, le cedette la sua festa, tramutandola tutta in
esequie solennissime, giuste l'apparecchio della sua singolarissima
festa, sicché nella medesima Vigilia in vece delli Vespri,
si principiò il funerale con tutte quelle concurrenze di
più voci d'Eunuchi, apparati, Oratore funebre, e copiosi
lumi, e questa per noi fu la mai creduta festa del nostro S. Felice,
solo l'artificio del fuoco restò per la Signora Madre inservibile,
forse perché fu estinto per lei quello del Purgatorio,
come speriamo per la misericordia di Dio: la sua sepoltura fu
nella nostra comune, con sopra una lapide, e fu chiusa in un bagullo
foderato di drappo, secondo il dovere religioso; prima di che
con tutto che con due Corrieri ad istanza commune si supplicasse
Monsignore per racchiuderla in Chiesa nella sepoltura di nostro
Padre, non fu possibile ottenerla, e forse per dimostrare Dio
altra grazia speciale, poiché dopo quattro giorni della
sua morte, e morte sì fluida con pienezza di petto, dimorò
non solo incorrotta senza alcun segno di Cadavere estinto, bella
come un Angela, trattabile, odorosa, ed asciutta, benché
per il luogo dove è bisogna che l'intierità sia
portento, perché consuma anche il ferro l'umidità
della nostra sepoltura, in cui godendo Ella quella dolcissima
requie, che meritorono l'eccessivi suoi dolori, anco io quieto
la mia lingua, lasciando in pace quanto dir dovrei della sua persona.
D. Giulio poi, e D. Anna nostri Nipoti sono stati due mezi per
dimostrare li tragichi passi delli passaggi mondani: un giorno
ed una notte furno passando rapidamente da brevissimi lumi in
più immediati scuri; il Giovedì e Venerdì
pomposi, come due stelle tra le loro gioje, il Sabato anneriti
tra lutti e dolori; fu fuga di morte quella, che li cacciò
in un ritorno sì deplorabile, quanto la venuta fu applaudibile,
O Munde proditor bona cuncta promittis, sed cuncta mala profers,
né vi dico altro delle loro angustie, venuti a piangere
in vece di godere, perché sono tante le sue sfortune, quanto
l'amabili modi, a segno che le chiamavano communemente li dolci
unguenti delle nostre ferite; loro, e particolarmente D. Anna
insisteva con replicate ragioni di non volersi partire, per non
lasciar orfani li
Palmesi,
quali a voci di pianti l'accompagnorno fino fuori la Terra, ma
la prudenza impedì sì subitanea determinazione;
Ella, nel medesimo giorno che morì la Signora Madre, oltre
alle finissime dimostrazioni, ne scrisse due viglietti, pregandone
a darci licenza di restare etc. come vedrete in questo che mandò
pieno di vero affetto, come pure han fatto con essa li signori
suoi parenti, in arrivare in Aragona con affetto inaspettato,
e di quello ha fatto D. Giulio non potremo mai spiegarlo, perché
oltre le dolorose dimostrazioni, in persona propria ordinò
al Governatore con ordine scritto sollennissimo, che in vece della
sua persona obedissero e servissero noi nel Monistero, come la
Signora non fosse passata al Cielo, e se ne vede l'effetto con
nostro incredibile disgusto, perché noi nauseamo, non che
grademo questi stuffi del Mondo; mandò il giorno seguente
del funerale l'elemosina di mille Messe, oltre a quelle mandate
ne' Conventi di Girgenti; il funerale e novena è tutto
di sua spesa, ed il nono giorno ha ordinato farsi superbissimo
con tutti quelli ingionti, che non si pottero fare nel primo per
la brevità del tempo; insomma siamo colmati di grazie di
Dio nel temporale e nel spirituale in modo mai pensato, non che
mai meritato, onde resta a noi il gradirlo da Dio con un total
distacco, non solo di Madre già sciolta, ma d'ogni predetto
vincolo, che il Mondo offerisce per essa; noi carissimo fratello
gridiamo a gran voce Dirupisti vincula mea, tibi sacrificabo
hostiam laudis, e questo è il nostro cuore in Cielo
ove e Padre, e Madre, Zio, e Fratello, han fatto un trasferimento
detto, in cui qui vi lascio e saluto. 7 Maggio 1692.
Non mancarono relazioni (per non dire revelazioni) del Cielo,
che dimostrassero il felice stato di questa serva di Dio. Vaglia
una per tutte, ed è quella, che confessa la sopradetta
Madre Suor Maria Lanceata aver avuta la Venerab. Suor Maria Crocifissa;
e voglio riferirla con le stesse parole, che la sudetta Suor Maria
Lanceata scrisse al Venerab. Don Giuseppe Maria Cardinal Tomasi
suo fratello. Dice dunque così: Suor Maria Crocifissa
alloracche spirò la Signora (Nostra Madre) se n'andò
nel Coro, che vi era esposto il Santissimo Sacramento, e buttata
a terra disse il Pater noster, e doppo disse il Miserere
per l'anima di nostra Madre, nel quale perdé li senzi,
e restò in ratto; e per quello che potiamo conjetturare,
vidde l'anima di nostra Madre sommorsa nell'Essenza Divina, ripiena
di tutte le contentezze divine; dopo il che venne nella Cella
dove dimoravamo noi, e colla faccia tutta allegra mi disse: Perché
piangi? Che causa hai da piangere? E restò una cosa
tutta spaventata etc. Non sappiamo se questa cosa la scriverà,
per le tante proibizioni che tiene etc.
Ed in fatti di questo niente scrisse la Vener. Suor Maria
Crocifissa al suo fratello.
Essendosela
passata con la sola descrizzione della morte della sua cara Madre,
e li segni avvenuti, che Io di sopra trascrissi. Intanto non si
registra la lettera, in quanto non mi pare replicare lo stesso
più volte.
Per conchiusione di questo storico Ragionamento devonsi descrivere
le fattezze del corpo di questa serva di Dio, che quasi corrispondeano
a quelle dell'anima finora descritte. Se la bellezza in altro
non consiste, che nella proporzione, bellissima fu la nostra Suor
Maria Sepellita, che con ben ordinata proporzione avea disposto
il suo corpo. Era Ella di proporzionata statura, che distendeasi
più tosto in alto, che in basso. La faccia di bella simmetria,
grande alquanto, ripiena e lunga; l'occhio grosso, nero, maestoso,
e modesto; il naso lungo, ed a proporzione ampio e leggiadro:
le ciglia inarcate, sottili alte e sparse; ampia ed allegra la
fronte; i capelli di colore fra il nero e il biondo, longo e ben
ordinato il collo; longa ripiena e ben disposta la mano. Il colore
poi era bianco in estremo; abbenché un grato e sparso rossore
li tingesse graziosamente le guancie. Alcune picciole cicatrici,
che le vajuole l'aveano lasciato nel volto, accrescevano piuttosto,
che sminuivano la venustà del suo viso, disponendo la natura
madre, che ancor l'abbellissero li stessi difetti.
Era pur grata e sonora la voce; gravi ed affettuose le sue parole;
sviscerati li suoi affetti; tenerissimo il suo cuore.
Tovavasi
un giorno nella ricreazione con le Religiose, quando una di esse
con dolce rammarico, chiamando beati coloro, che nell'età
provetta tenevano ancor viva la Madre, si dichiarava meschina
per averla perduta nell'età puerile. S'intenerì
a questi accenti la pietosa Signora: onde voltatasi alla Religiosa,
gli disse Figlia carissima, volete me per vostra Madre? Purché
non vi miri sì pietosa; e vi prometto tenervi per figlia,
e voi sarete le quinta; e perciò non mi fate sentire tali
rispettose parole.
Finalmente il suo ingegno era altissimo e capacissimo. Quindi
è, che Ella era perita nella musica; nel suono di cembalo
e nel canto; nell'arte d'ago e riccamo, e tutto quello che vedeva
fare faceva, rendendosi nello tempo stesso che apprendeva, Maestra.
L'Imagine di questa gran serva di Dio ritiene alquanto della sua
naturale bellezza, come potrassi vedere nel principio di questo
libro.
Questo è quanto si è potuto dall'Autore descrivere
per le notitie avute di questa serva di Dio; il quale racconto
si è distaccato dal libro, che contiene tre parti. Nella
prima la presente Vita. Nella seconda la Fondazione del Monistero,
ed esatta osservanza monastica, con li particolari ritiramenti
ed esercizj; e nella terza le Vite di moltissime Religiose passate
alla vita eterna, dopo d'avere corso la presente con esempio di
singolarissima virtù; quali (col divino aggiuto) in appresso
si daranno alla luce. Se poi di quello si è detto in qualche
cosa avesse errato, è pronto l'Autore a ricevere ogni censura
e correzzione, non solo dalla Santa Romana Chiesa (dalla quale
mai ha avuto pensiero di scostarsi punto) ma ancora da qualsivoglia
altro, che meglio di lui intenda. Pregasi per fine chiunque si
servirà di leggere la presente vita ad avere sempre memoria
della fatica dell'Autore, di pregare per lui misero peccatore,
o vivo, o morto che egli sia; acciocché la Maestà
Divina si compiaccia usar seco della sua infinita pietà.
