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CAPITOLO XII.

Virtù interiori, mortificazioni, e peni-
tenze della Duchessa.

o spirito della Duchessa, che arrivò ad avere perpetuo il moto nel servigio di Dio, non si fermò giammai, né si stancò dall'operare indefessamente per giungere alla meta bramata della perfezione; ma secondando il genio suo insaziabile di far cose maggiori, meditava in se stessa più strette regole di vivere, acciocché con più faciltà potesse unirsi al Signore, di cui sentivasi ogn'ora più intensamente accesa. Propose dunque di far vita più esercitata nelle virtù; e però coll'ajuto della Grazia Divina, che sempre illustrava la di lei mente, stabilì di darsi tutta a mortificazioni, e penitenze diverse di quelle, che per avanti avea pratticate: e per caminare più spedita, e libera in questo sentiero, tentò sciogliersi da quei legami, che col tenerla allacciata, l'impedivano il disegnato camino.
Introdusse perciò una volta serio raggionamento col Duca suo Marito, e rappresentandole già ottenuto il fine del loro matrimonio colla Prole numerosa di quattro femine, e due maschi, tutti allora viventi, co' quali restava ben assicurata la successione e la discendenza, s'avanzò a significargli, che sarebbe assai convenevole il dar bando agli allettamenti del senzo, e di vivere in avvenire, allacciati con un nodo più meritorio d'una perfetta castità, come fratello, e sorella. Il Duca Giulio Tomasi, marito della Duchessa Rosalia TrainaIl Duca marito, che nella santità della vita gareggiava colla pietà della moglie, né lasciava superarsi nella perfezzione da quella, fu altrettanto pronto a condiscendere, quanto sollecita se ne mostrò la Duchessa, la quale oltremodo contenta di aver conseguito questo suo intento, ch'era principio e disposizione di maggiori disegni, rendeva grazie divote al Signore, che le apriva la strada, e le spianava gli ostacoli, onde potesse dar passo a risoluzioni più vantaggiose.
E qui è invitata la considerazione del Lettore a riflettere di qual carato fosse l'aurea virtù di questa grande Amazzone della cristiana perfezzione, che s'accinse di far guerra al senzo, e vincerlo da fronte a fronte nell'anni giovenili in comparsa del marito pur giovine, e restarne trionfante. In tutti i Conflitti per abbattere il vizio vi si richiede fortezza ben grande, ma in quello di soggiogare il senzo, vi abbisogna una virtù più robusta; e tale appunto la dimostrò la forte, e costante Duchessa, che a vista del Consorte seppe ben mantenere illibata la continenza.
Concertata dunque questa, benché difficile separazione, si pose stabilmente ad eseguirla, e mandando ad effetto le sue deliberazioni, rivolse in primo luogo l'animo al disprezzo di se medesima, spogliandosi affatto, e per sempre delle vesti di seta; e per tenere mortificato il lusso, fece voto di non vestire giammai in alcun tempo altri abiti, che di lana, quali disponeva in forma di Tonaca, forse per lusingare il desiderio, che aveva dello stato Religioso, da Lei poi con tant'ardore abbracciato, come a suo luogo dirassi.
Non contenta di mortificarsi nell'apparenza col porto d'umili abiti di rustiche lane, aggiunse al petto un Crocifisso inviatole da Roma dal P. D. Carlo Maria suo Cognato; col quale tenendo fomentata la divozione alle Piaghe del suo Bene Giesù, conservava impressa nel cuore dolorosissima la memoria dell'acerba Passione del Redentore: onde compariva agli occhi del Mondo sì moderata e composta, che dava non picciola edificazione a chi miravala in quello stato più di Religiosa soggetta, che di Secolare Padrona.
Né qui si fermò il suo fervore; poiché non sodisfatta di questa esteriore comparsa, vi accoppiò un'interiore ed occulta procedura di vita cotanto spirituale ed austera, che ben potea chiamarsi provetta Maestra, non men delle mortificazioni più rigide, che delle penitenze più aspre; alzandosi la notte alcune ore prima di farsi giorno, quali tutte impiegava in profondissima orazione. Allo spuntar poi del Sole cominciava la recita dell'Ufficio di Nostra Signora in osservanza del voto che fatto avea, di recitarlo i giorni tutti della sua vita; succedendo a questo molte altre orazioni vocali, recitate coll'accompagnamento d'una attenzione di mente pura e divota.
Maceravasi la carne con aspro cilicio tessuto di peli di cavallo, che tutta la ricopriva; ed aggiungeva a questo crocette con chiodi di duro ferro su il petto e dietro le spalle; come anche bracciuoli acuti di ferro ben ristretti intorno alle braccia, ed altre parti del corpo; quali coll'acutezza delle lor punte, sì perforavano dolorosamente le membra; non tralasciando di cingersi con una cinta di piastre seminate di spessi chiodetti, che con estremo dolore le perforavano i fianchi.
Frequentava più spesso le discipline, particolarmente a sangue, e queste sì rigorose, che lo versavano copioso oltremodo: e quantunque s'inasprissero con le replicate battiture le piaghe, giammai volle in conto alcuno intermetterle; con tutto che alle volte la costringesse la necessità di ricorrere al Medico, per riparare alla crescenza del male; in tal caso però contentavasi d'applicarvi il rimedio, ma non già di palesar la cagione, industriandosi a tener celate le sue penitenze.
Tutti questi rigori, co' quali martirizzava il suo corpo, derivavano da basso sentimento, che di se stessa teneva, e dall'umiltà profonda, che le faceva credere esser'Ella la maggior peccatrice del Mondo, nata per sol offendere Dio; chiamandosi perciò spesso di sua propria bocca col nome di Secolaraccia, e mondana, e che come tale convenivale far penitenze e mortificazioni, ben grandi in riparo delle sue colpe maggiori. Nudriva però una santa speranza di salvarsi, confidata nella infinita Misericordia del Signore, ed impetrare il perdono col mezzo dell'opre buone, tra le quali erano le strette ed aspre penitenze, che con tanto coraggio e fortezza intraprendeva.
La Vergine detta "La colomba rosata"E perché dalla speranza usciva l'Amore; amava con viscere di tanta carità il Redentore Giesù, che struggevasi nella confusione e nel dolore di non saperlo e poterlo amare con quel sommo ed infinito amore, con cui è degno di essere amato; onde amante infervorata spinta un giorno dal suo fervore, prese una lamina infuocata, in cui stava intagliato a rilievo il Nome santissimo di Giesù, ed applicandosela strettamente al petto sulla parte del cuore, v'impresse a caratteri di fuoco, non senza un eccessivo, e straordinario tormento quella sagratisssima impronta, che le rimase per sempre improntata, come fregio più bello dell'Anima; contestando quell'estrinseco fuoco l'interna fiamma, con che avvampava d'amore verso il suo Dio.
Né il dolore in quest'atto estremamente soffrito, la sgomentò a non mostrare con altretanto, e forse maggior tormento simile amore a Maria; mentre in una solenne festività di essa sorpresa da fervoroso ossequio, dato di mano ad un picciolo coltellino, intagliò su il proprio petto dentro la nuda carne a lettere ben grandi, e profonde queste dolci parole: Mariae sum, noli me tangere, e fu tale il dolore, e lo spasimo sentito per aver troppo calcata la mano, ed affondato il ferro, e principalmente nell'intagliar l'ultime lettere, che prima di terminar l'opera, cadde tramortita, intrisa nel proprio sangue. Ma poi restituita ne' senzi, ripigliò coraggiosa con maggior fervore ed intrepidezza l'impresa; e non cedendo alla forza del cruciato, che acerbissimo soffriva nell'atto dell'incision della carne, terminolla costantemente al segno, o disegno previsto; talmente, che guarita alla fine dopo lunghi dolori delle piaghe, rimasero sì ben scolpiti que' ossequiosi caratteri, che leggendoli con chiarezza, davan testimonio fedele dello sviscerato suo amore verso la Vergine amabilissima.
Ed ecco, che il grande amore da Lei santamente professato a Dio, ed alla Vergine Maria, la resero da se stessa martire di penitenza, fattasi carnefice di se stessa co' tormentosi, e più crudeli stromenti di ferro e di fuoco. Queste due prove d'amore verso Dio e Maria, furono attentati veramente mirabili da far stupire la meraviglia medesima; e perché l'amore sa operare i prodigj, altresì operò la bruggiante Duchessa, che infiammata, e ferita e dal fuoco e dal dardo d'un sacrosanto amore, divenne, per così dire, l'amore stesso verso Dio, e la Santissima Madre.

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CAPITOLO XIII.

Fonda assieme col Duca suo Marito il Monistero
di Monache nella sua Terra
di Palma.

bbenché abbia io promesso trattare diffusamente della Fondazione del Venerabile Monistero delle Monache Mariane di Palma in un volume a parte, che ben presto sarà consegnato al Torchio, assieme colle notizie più rimarchevoli d'altre virtuose Eroine, degni Abitatori di tal Santuario; l'ordine della Istoria però mi fa lecito di parlare nel presente Capitolo della sudetta Fondazione succintamente, essendo stato l'accennato Monistero quasi l'unico oggetto dell'attenzione della nostra Duchessa, ed il teatro più aperto delle sue più segnalate azzioni.
Ella dunque col divoto suo Sposo conoscendo, quasi dissi, l'innata inclinazione delle ben educate figlie essere il voler consecrarsi con perpetuo voto all'Altissimo in un qualche Religioso Monistero, e il totale abborrimento alle cose del Secolo, risolse fabbricarne uno nella sua Terra di Palma: ed ottenuto l'Apostolico beneplacito dalla felice memoria di Alessandro VII sotto il dì 6 Luglio 1657 col consenzo di Monsignor Don Francesco Gisulfo Vescovo di Girgenti, diede mano all'opra, che riuscì celebre, e famosissima.
Allora spalancaronsi le porte della liberal munificenza della Duchessa e del Duca. Diedero essi il lor proprio Palaggio, che essendo capacissimo e grande, fu ripartito in tutte quelle necessarie officine, che da una Communità Religiosa richiedonsi. Colla medesima liberalità providdero di sacra supellettile la Chiesa, la Sacrestia, il Coro; e di dimestici utenzilj le Celle, l'Infermaria, il Refettorio, e Cucina. E finalmente con invitta costanza offerirono in grato olocausto al Signore la miglior parte di loro stessi, cioè le tre care Figliuole, D. Francesca, oggi Suor Maria Serafica, D. Isabella Domenica, che fu l'ammirabile Suor Maria Crocifissa, e D. Antonia, che fu l'illustre Suor Maria Maddalena; quali accompagnate con l'altre Donzelle da monacarsi, furono consignate alla direzzione dell'insigne Madre Suor Antonia Traina, sorella della nostra Duchessa, e Monaca professa nel Venerabile Monistero del Cancelliere di Palermo, la quale per Breve Pontificio trasferissi in Palma, per esser prima Abbadessa, Maestra, ed Istitutrice delle nuove Religiose, e nuovo Monistero.S, Benedetto la cui regola ispira la vita del Monastero
Volle inoltre la nostra divota Duchessa, che la nuova sacra abitazione, fosse sotto la sicura tutela e potente patrocinio dell'Immacolata Maria, sotto il titolo del Rosario; ed a quest'effetto dimandò ed ottenne dalla Santa Sede, non solamente che si chiamassero Monache Mariane, che ognuna delle Religiose dovesse chiamarsi col nome di Maria, e cognome della Concezzione, ma ancora che potessero patentemente portare su il scapolare dell'Abito Benedettino un'Imagine dell'Immacolata Maria del Rosario: Privilegio invero a pochi concesso.
Prima però di chiudersi le novelle Spose di Cristo nel sacro Chiostro, si portava sovente la fervorosa Dama al Monistero, per provederlo abbondantemente di tutto il bisognevole al vitto. Il che fece a misura della magnanima generosità del suo animo, che non veniva ristretto da parsimonia veruna. Era sì grande l'affetto in fare tali prevenzioni, che Ella stessa v'impiegava l'opra e la mano, sottomettendosi ad ogni travaglio, ed affatigandosi fino al sudor della fronte, a segno, che opponendosi le serve per alleggerirle il travaglio, diceva loro: Lasciate, che Io faccio quel tanto posso operare per servire a quelle, che hanno da servire a Dio; e giacché non ho saputo mai farlo, voglio adempirlo adesso, che pronta ne tengo l'occasione. Ed in fatti così fece fino all'ultimo punto, che entrarono nel Chiostro le novelle spose di Cristo, quando li fece anco trovare la provida Fondatrice un lauto e ben ordinato pranzo, per celebrare da ogni parte contente il nuovo Sponsalizio.
Ma parliamo ora dell'intenzo amore che portò la divota Fondatrice, ed al Monistero ed alle Religiose di esso. Non vi è argomento più chiaro d'una intenza affezzione, che l'effetti di Amante. Providde finché visse la caritativa Fondatrice di tutto il bisognevole per la Chiesa, invigilando ad essere decorosamente sostentata la Chiesa, e le sacre Cappelle: l'arricchì pertanto di doviziosa supellettile, che ancor oggi si vede: fece indorare magnificamente non solo il Cappellone di detta, ma anche la Cappella della Colomba Rosata, alla quale ogn'anno con nuovi apparati, e quantità di cera, faceva celebrar la festa.
Come diligente Madre di Famiglia, voleva attentamente alimentare quella di questo nuovo Seminario di santità. Mandavagli ogni giorno ben apparecchiata e calda un'abbondante pietanza, senza mai tralasciare un così grato soccorso. Ne' giorni festivi e solenni oltrepassava i termini dell'ordinaria munificenza; inviandole tanta copia di provisione, che eccedeva il più delle volte il bisogno. E se per avventura vi fosse mai abbisognato qualche volta l'alimento, o altro, era tanta la confidenza, che le Religiose avevano nella splendidezza dell'amorosa Duchessa, che con ogni libertà mandavano a rappresentare il bisogno; al che Ella prontamente suppliva con indicibil suo piacere; godendo di provedere le Spose di Giesù Cristo, che come proprie figlie stimava. Non vi era differenza veruna tra il proprio Palagio ed il Monistero; anzi il più delle volte postergava quello per sovvenir questo, dove teneva impiegati l'affetti del suo cuore: Il Monastero di PalmaE se vi fosse stata qualche delicata vivanda, che non era sufficiente per la sua mensa e per quella del Monistero, contentavasi spropriarsene Ella, perché la donasse alle sue Religiose; lo stesso praticava co' frutti, che da' suoi giardini le venivano: tutti l'inviava al Monistero, trattenendo per se una picciola porzione, e forse la peggiore.
Era indicibile la sollecitudine che teneva, quando alcuna di quelle Religiose infermavasi; siccome era grande il rammarico che ne sentiva. S'interessava ella talmente in assistere a quella povera inferma, che supera ogni espressione il ridirlo. E ben può argomentarsi in tal caso la pienezza della sua carità da quel, che sopra si disse in narrare come si diportasse coll'inferme della sua Terra. Basterà solamente accennare, che oltre l'inviare tutto il bisognevole per la sorella inferma, voleva Ella stessa parlare al Medico per meglio obbligarlo alla cura della medesima, facendo che si procurassero l'opportuni rimedj ad ogni costo, non perdonando a spese per sovvenirla; e se per sorte non si fossero trovati in Palma, faceva le possibili diligenze per farli rinvenire altrove in quelle parti circonvicine, o lontane. Insomma mai saziavasi la sua carità, sempre diffondendo quanto aveva, poteva, o sapeva per dare sovvenimento e provedimento alle sue dilette, in maniera tale, che diede espresso comando al Provisore, e Compratore del suo Palagio, che mettesse la medesima attenzione in provedere le contingenze del Monistero.
Giammai intermise di visitar giornalmente il suo diletto Monistero; e con amorosa e dolcissima affabiltà trattando tutte, e con sentimento di somma svisceratezza atta a rapire tutto il cuore, e tutto l'affetto delle Religiose, gli dava sempre salutevoli documenti, per più incitarle all'amore della santa Religione, ed alla costante osservanza della regola, e ad una osservante perseveranza. Da questi consigli restavano talmente persuase quelle ben inclinate Donzelle, che più e più prendevan animo, e maggiormente sentivano infervorarsi nell'ardor dello spirito: onde li riuscivano di profitto l'avvisi efficaci di questa Dama, dotta Maestra di spirito; anzicché per allettarli alla divozione, spesso le regalava di bellissime Medaglie, Corone benedette, Agnus Dei, sacre Reliquie ed altro, che a tale oggetto col mezzo del mentovato P. D. Carlo suo Cognato faceva venire da Roma. Con questi divoti regali sentivansi le divote Religiose stimolate a corrispondere agli accesi desiderj della fervorosa Duchessa, che siccome non lasciava oziosa la mano, così impiegava sollecita la mente, perché non s'intiepidisse punto il fervore del divin culto.
Mi ero scordato di accennare anche con brevità la Fondazione del picciolo Romitorio, che è una ottima parte del Monistero: Questo fece ripartire in Celle, Giardino, e Cappellette la nostra Duchessa, affine di poter le Religiose ritirarsi, quando volessero rinforzare lo spirito, con attendere solamente alla contemplazione delle cose del Cielo: e per esser totalmente separate dal commercio dell'altre, le providde di Coro, di Confessionario, e gradetta di Comunione, diverse da quelle si serve la Comunità. In questo picciolo Paradiso vi stanno li suoi Abitatori, ed in varie parti dell'anno vi si ritirano anche dell'altre, acciò col beneplacito della Superiora e del Confessore, osservassero il ritiro de' spirituali Esercizj. Providde altresì la generosa Duchessa quel sacro Ritiro di bellissime Cappellette, Imagini, ed altro, che tutte spirano santità, ed incitano l'animo all'amore della solitudine.
Qui si venera la rinomata Imagine della Gran Reina Maria, sotto il titolo della Colomba Rosata, che fu il pegno più caro della Ven. Serva di Dio Suor Maria Crocifissa, alla cui vita, che si diede alle Stampe nella Città di Girgenti, per non dilungarmi, rimetto il pio Lettore, se per divota curiosità, vorrà osservare per parte il modello del materiale di detto Romitorio, e l'edificio spirituale che vi fabbricano, di sode virtù e di santi Esercizj le divote Romite; massime da che nell'anno 1673 cominciò ad abitarsi da più numero di Religiose, che per avanti non erano state; ma per non farne quivi restar in tutto defrodata quella santa curiosità, voglio solo inserire un lettera della sopradetta Ven. Serva di Dio Suor Maria Crocifissa, che nell'occasione dell'entrata delle nuove Romite nell'anno sudetto ad abitare il Romitorio tenera, e degna di una tanto gran Serva di Dio, scrisse al Ven. Servo di Dio P. D. Giuseppe Maria Tomasi suo fratello, in quel tempo Chierico Regolare di stanza in Roma, e poi Cardinale di Santa Chiesa, nella quale a minuto descrive la divota funzione; dice dunque così:

La Ven. Serva di Dio Suor Maria Crocifissa
Al Padre D. Giuseppe Maria suo fra-
tello, e dalla Santità di Cle-
mente Undecimo crea-
to Cardinale.

Carissimo in Cristo fratello. Stiamo con gran pensiero di sentir nuova di sua salute: onde vi raccomando la sollecitudine nell'avvisarci come se la passa: e per sua consolazione li dò nuova, come già, grazie al Signore e sua Santissima Madre, Domenica passata giorno del santissimo Rosario entrorno le Romite nel santo Romitorio. Riuscì la funzione assai divota, e il modo fu questo.
I. Finito il Vespro il nostro P. Confessore fece un divotissimo sermone sopra l'Evangelio corrente. Incominciò con grandissimo fervore di spirito con quelle parole: Dicite invitatis, ecce prandium meum paravi, venite ad nuptias. Dimostrò come il S. Romitorio è un luogo, dove si aveva a celebrare il celeste Sponsalizio; e però il divino Sposo chiamava le Spose alle nozze: ond'ei le animava ed eccitava al giubilo spirituale, ed al santo fervore. Le ricordò ancora di star nel santo timore, ponendole in mente l'obbligo che tenevano di corrispondere ad una grazia tanto segnalata, da tante altre bramata, e non ottenuta: tra le quali esse erano dalla somma bontà di Dio li puochi Eletti. Le avvertì in questo che non dassero occasione al Signore di dirle: Amice, quomodo huc intrasti, non habens vestem nuptialem? Dimostrò insomma il santo Ritiro un luogo di convito, un vero Paradiso con similitudini tanto appropriate, che credo senza dubio l'abbia assistito lo Spirito Santo. Terminò alla fine con queste parole: Adducamus Regi virgines post eam.
II. Alle quali parole la Madre Abbadessa presa un'Imagine di Nostra Signora, indrizzò innanzi a quella le Sorelle destinate al Romitorio proseguendo processionalmente l'altre Sorelle, ed intonatosi il Benedictus, c'inviammo al Coro: dove arrivate, si disse l'Orazione del Santissimo, della Madre Santissima, e del P. S. Benedetto: E partendo di qui s'intonò il Salmo: Laetatus sum in his, quae dicta junt mihi, ed arrivate nella stanza innanzi all'entrata del Romitorio, si posero le Romite con la loro Prefetta ad un luogo, e noi con la Madre Abbadessa da un altro: Ed incominciò la Madre Prefetta il Salmo: Iubilate Deo omnis terra: E cantando un verso le Romite, ed un verso le Monache, toccò a noi il dire: Populus ejus, et oves pascuae ejus. Ed a tali parole s'aprì la porta del Romitorio, ed entrarono le Romite, buttandosi ognuna a piè della Madre Santissima, la quale, a fin d'incontrare le sue care figliuole, era posta in un'Imagine di Rilievo in detta porta. Tratanto dalle Sorelle si finì il Salmo, e detto il Gloria Patri più con singhiozzi, che con voci, si serrò la porta: e stando noi dietro intesimo, che la Madre Prefetta intonò il Salmo: Beati Immaculati in via, e credo che processionalmente l'andassero a terminare nella Casa del Refugio (così esse addimandano la Cappella della Madre Santissima) seguitammo ancor noi la nostra Processione cantando il Te Deum laudamus. Quale con l'orazione di rendimento di grazie, e con l'Ave Maris Stella, finì nella nostra Cappella della Madre Santissima del Riposo.Suor Maria Crocifissa, figlia della Duchessa Rosalia
III. Tuttocciò puntualmente le ho voluto raccontare per sua consolazione, e mi dispiace non poterli raccontar altro, non sapendo noi niente de' loro esercizj, e deportamenti; poiché s'attende tanto al santo ritiro, che pare a noi quella sia una Casa di Morti, tanto è il silenzio, e quiete, che ivi si sente: Che stando noi dietro alle sue porte, non solo non udiamo alcun strepito, ma né anche un fiato, toltone il suono delle campane; del resto non ne sappiamo niente.
IV. Il vitto ed altro necessario bisogno le viene somministrato dal nostro Monastero per mano della loro servente: la quale con sommo silenzio viene nell'ore determinate a prendersi il cibo preparato, ed altre cose che li è di bisogno. Quel che sappiamo è, che s'alzano a mezza notte, recitano l'Officio con tono basso, pausato, e divotissimo: Non mangiano carne, né bevono vino: Si communicano ogni giorno, fanno quattr'ore d'orazione, e la disciplina ogni notte. Queste son cose che le sentivamo con le orecchie: ma quanto al nostro udito non gionge, non lo sappiamo per niente: perché siamo da esse affatto sequestrate.
V. Sono li fondamenti del nostro Romitorio santa Ritiratezza e distaccamento, da tuttocciò che non è Dio: A tuttocciò si attende con somma esquisitezza. Le Romite dicono che in progresso di tempo saranno quindeci per li Misterj del Santissimo Rosario; ma essendo al presente la nostra Communità non tanto grande; sono entrate per ora solamente cinque per la terza parte de' Misterj Gaudiosi, e si domandano con li nomi dell'istessi Misterj: la prima Romita dell'Annunciazione, la seconda della Visitazione, e così seguitando.
VI. Le Romite ch'entrarono furono la prima (ch'è la Prefetta) Suor Maria Serafica, la seconda Suor Maria Maddalena, la terza Suor Maria Giuseppa, la quarta Suor Maria Gioachina, e la quinta Suor Maria Perpetua. Delle nostre care Sorelle vi potete immaginare qual sentimento sia stato il nostro nella loro partenza: Di Suor Maria Maddalena siamo rimaste in quanto al senzo afflittissime. Ma nella perdita di Suor Maria Serafica, abbiamo perso e Sorella e Madre: ed in ciò si risente il senzo e pur anche lo spirito: poiché essa era amabilissima in ajuto, e nell'uno e nell'altro, sovvenendoci, e nel temporale e nello spirituale con ugual carità. Essa più d'ogn'altra è stata pianta nel nostro Monistero, e si vedono le Sorelle tanto meste per questa divisione delle nostre cinque Romite, che sonando esse le lor campane, le rispondono le nostre lacrime e sospiri. Ognuna delle nostre Sorelle con esser tutte celate nel dimostrare i sentimenti spirituali; nondimeno questo non l'han potuto nascondere, mostrandosi tutte anelanti e bramose del santo Ritiro.
VII. Siamo rimaste Io e la povera Lanceata prive di tanto bene, e confesso la verità, che mi sento come pesce fuori dell'acqua, priva dell'ajuto spirituale, tanto frequentemente datomi da Suor Maria Serafica. Io per me ogni castigo merito, e per la mia indegnità non son meritevole d'esser ammessa in sì santo luogo: e da qui innanzi fratel mio, ridetevi delle mie lacrime, e desiderj: poiché sono di tanta viltà, e poco valore, che per molte ne ho speso presso il Signore, non sono state bastanti ad acquistarmi una scopa del santo Romitorio, alla quale il mio bassissimo spirito ha sempre aspirato, ed aspira: poiché nel desiderare io sì santo luogo, non ho mai preteso altro, che l'officio di servente: quale quadra a me sì bene, che non lo cambiarei con la più desiderabile cosa del Mondo.
VIII. Oh, mio fratello carissimo, quanto gran prezzo ci vuole per comprare le corone de' Santi; mentre così care mi costano le scope, e le scudelle de' Servi di Dio! Stiamo avvertiti fratel mio, che ci vuole un gran capitale per comprare il Paradiso. Sia il Signore per sempre benedetto; il quale in questo caso ha escluse le mie temerarie dimande. Assai egli mi ha dato nel chiamarmi alla Santa Religione. Pregatelo voi con carità, acciò di tanto bene mi appprofitti.
IX. Ed o fratel mio, s'io fossi fatta degna di partecipare dell'Orazini delle Sante Romite di Napoli, dove stimo voi già arrivato! O' quanta saria la mia consolazione, se ciò fosse possibile! Certo, che se tanto disponesse il Signore, prenderei io speranza della riparazione della mia mala vita, e per conseguenza la ricuperazione della grazia di Dio, da me tanto bramata. Sì, sì fratel mio, adoperatevi al riparo di tanta rovina, quale è la perdita d'un anima. Potrete ciò fare senza darle disturbo; con raccomandare al loro Padre Spirituale l'estremo bisogno d'un'Anima gran peccatrice, esiliata affatto da Dio e quasi persa. Quale se si può, farà la carità di riferire il tutto a quell'Anime Sante, le quali sapranno elle tanto bene trattare la necessità, assai più con la loro carità, che noi raccomandarcela con parole.
Io più non mi dilungo, lascio quanto ho detto a vostra disposizione; scusatemi, che la necessità mi fa tanto ardita.
X. Qui si sta giornalmente pregando il Signore per il vostro buon viaggio, e più per il bene dell'Anima, e progresso spirituale.
Tanto l'avviso per sua consolazione. Le nostre Sorelle Maria Serafica, e Maria Maddalena nell'ultime parole mi dissero, mi diedero li vostri saluti; e promettendo a voi le sue orazioni, vogliono ancor esse partecipar delle vostre. Nella mancanza delle loro lettere vogliono essere iscusate; poiché finora si è stabilito, che le Romite non possono scrivere. Ma io m'informarò meglio, e gli avvisarò il tutto. Procurerò almeno, che li possano scrivere per il tempo del suo Sacerdozio. Farò quanto sarà possibile per darvi questa spiritual consolazione, cercando sempre in ogni cosa il servizio e gloria di Dio. Nella di cui providenza abbandonato vi lascio. Et nos cum prole pia, benedicat Virgo Maria.
A 5 Ottobre 1673.
Vostra Sorella che vi desia Santo
Maria Crocifissa della Concezzione.

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CAPITOLO XIV.

Risolve la Duchessa farsi Religiosa, e fa le di-
sposizioni per entrare nel Moni-
stero.

uttocciò, che ne' Capitoli precedenti si è detto delle virtù eroiche di questa preclarissima Dama, sarebbe sufficiente a renderla oggetto d'ammirazione anche agli animi più inveterati nella sublimità ed eccellenza della religiosa perfezzione; essendo invero ammirabile in una Donna nata da un nobilissimo lignaggio, educata e cresciuta tra le grandezze della sua condizione, ed esercitata ne' dominj e comandi, darsi in preda all'umiltà, abbracciare l'asprezze, e soggettarsi alle mortificazioni; pure non è bastato a contentare il suo spirito insaziabile del ben oprare, e sempre più anzioso di far cose maggiori, per più avanzarsi nel servizio di Dio.
Aveva fin dal principio della sua Fanciullezza contratto un genio tutto alieno dal Mondo, e tutto dedito al suo disprezzo, mentre diretta dall'ottima educazione della Madre, si era imbevuta di sentimenti affatto religiosi, e distaccati dal secolo, abituata fin d'allora nella solitudine, nell'orazione, nella lettura di libri spirituali, nella frequenza de' Sacramenti. Onde in quella tenera età sospirava sposarsi con Dio in qualche Monistero di Vergini, indotta anche dall'esempio della propria sorella D. Cristina, nella Religione Suor Francesca Antonia, di cui sopra parlammo.Chiesa del Monastero
Or non potendo effettuare il suo pensiero, come regolata dalla Genitrice e dal Zio Monsig. D. Francesco Traina, che per propagare la discendenza, destinata l'avevano al matrimonio, fu astretta a cedere per non contravenire all'ubbidienza dovuta a' Maggiori, e molto più per rassegnarsi al divino volere, che così disponeva per l'alti fini de' suoi eterni Decreti, dovendo nascere dal suo felice matrimonio piante di Paradiso.
Legata dunque, abbenché contro suo genio col Signor D. Giulio de' Tomasi e Caro, Duca di Palma, e menata per molt'anni vita piena di cristiane virtù, fu arricchita di numerosa prole, quale tutta educò per popolarne i Chiostri a riserva del Duca D. Ferdinando, il quale sposatosi colla figlia del Principe d'Aragona, e vivendo vita coniugale illibata, generò su il principio un maschio; di cui un poco dopo morta la Madre, e rimasto vedovo, fu rapito alla Patria come si crede, appunto quando avea fatto penziero stabile e risoluto, di rendersi laico nell'esemplare Religione de' Cappuccini, come più volte si è detto.
Or vedendo la pia Duchessa ben assicurata la successione, colla assistenza del già accennato D. Ferdinando, ed avendo divisato col Consorte vivere in un perfetto celibato, per così darsi con più libertà alle delizie dello spirito, acconsentì questo con ogni piacere alle brame della santa Moglie, come quello, che molto avantaggiato nelle virtù, veniva nel compiacerla a secondare le proprie inclinazioni, dirette ad una vita totalmente spirituale. Stabilissi perciò la scambievole risoluzione, e fu esattamente non meno, che costantemente osservata, in maniera tale, che nell'incontrarsi l'un l'altra salutavansi gentilmente e con tanta indifferenza, come se mai fosse passata fra loro confidenza di conjugati. Spogliossi il Duca dell'amministrazione dell'ampie sue facoltà, e ne vestì la Duchessa sua Moglie; sapendo bene la prudente condotta della moglie, la quale aveva per regola la rettitudine e la giustizia, atti proprj dell'indicibile sua bontà, per cui rendevasi non men grata, che grandemente laudata dalla riverenza ed affetto de' suoi Vassalli, che governava con tanta loro felicità e contento.
Osservata dunque per alcuni anni quest'ammirabile continenza, ed infiammata sempre più nell'amor divino, che qual fuoco sempre appetisce nuova materia d'accendere, non chiamavasi con tuttocciò sodisfatta di questa sua, per altro spiritualissima ed esemplarissima maniera di vivere, aspirando con acceso desiderio a perfezzione maggiore: onde cominciò a ruminar fra sé stessa, come potesse meglio avanzarsi nella via dello spirito: e persistendo in questa santa speculazione, venne a formare una bellissima idea di racchiudersi in qualche stretto ed osservante Monistero, per ivi darsi assolutamente ad un totale ritiro e divorzio dal Mondo, ed aver miglior campo di servire al suo Dio, che era il centro, ove tendevano tutte le linee de' suoi pensieri. Formata l'idea deliberò positivamente di mandarla in effetto; nulla curandosi d'abbandonare la casa, il Consorte, e li due piccioli figli, volendo solamente portar seco l'ultima piccolina figliuola, chiamata D. Alippia Gaetana, acciò la facesse Religiosa. E tanto più accendevasi in questo nobile proponimento, quanto più le pareva che le facessero santa invidia le tre sue figliuole già nel nuovo Monistero professe, e nella religiosa perfezzione avanzate: parendo ad essa d'esser stata fin'allora neghittosa e di non aver saputo ben incaminarsi per quella via del Cielo, che eletto aveano le sue nobil figlie, che lasciaronla dietro Secolaraccia, e mondana; Titoli, co' quali soleva spesso chiamarsi per il basso concetto, che aveva di sé medesima. Questo suol operare nell'Anime giuste l'amor santo di Dio, che li rende umili, e timorose, facendoli parer niente, o pochissimo il molto che fanno, per servire il Signore.La figlia Alipia,  che seguì la madre Rosalia Traina in convento all'età di tre anni
Prima però di porre in esecuzione il già stabilito pensiero, volle come Dama prudentissima, fosse regolato dal consiglio e direzzione di Religiosi approvati nello spirito, e particolarmente dal Cognato P. D. Carlo, al quale in una lettera segreta manifestò il suo proponimento, per intendere il di lui parere; e perciò il pregava a dirizzarla in questo affare, molto ben da se stessa prima ponderato; tanto più che sperava facile il consenzo del Duca; ma per meglio assicurare le sue speranze, lo pregava pure v'interponesse i suoi uffizj per indurlo ad acconsentirvi.
Ricevuta dal P. D. Carlo la lettera, non può abbastanza esprimersi il concetto grande che formò della Duchessa cognata; e siccome commendò molto il fervore tanto avanzato in una Donna, così rese grazie al Signore, che si compiaceva influirle sentimenti di tal soprafina virtù. Onde diedesi a secondare il di lei genio con tanta applicatezza di mente e di cooperazione, quanto era il zelo che aveva, perché tutti s'incaminassero al maggior servigio di Dio. Volle nondimeno consultare il negozio con Religiosi di sperimentata bontà, quali tutti concordemente approvarono la pia risoluzione della Duchessa; quando però il Duca di buon'animo inclinasse a presentarle il suo assenzo: e tanto maggiormente vi concorreva il parere d'approvarla, quantocché dall'esatta continenza puntualmente osservata per alcuni anni dalli fervorosi Consorti, veniva tolto ogni timore d'incostanza, ed assicurato il giudizio d'una costante perseveranza. Il P. D. Carlo però, come provetto Maestro di spirito, volle meglio assicurasene col far pruova della fermezza della Duchessa: onde gli scrisse una lettera, nella quale proponevale alcune difficoltà non poco dure a superarsi per esplorar l'animo di essa. Ma queste servirono di paragone; poiché scoprirono assai più acceso il di lei santo desiderio della ritiratezza claustrale.
Nel tempo stesso scrisse un'altra lettera al Duca suo fratello, notificandoli i santi desiderj della Moglie, e persuadendolo con forti motivi a secondarli col suo consenzo: anzi sollecitandolo a non tardare, acciò non mancasse dal canto suo ad effettuare la tant'accesa risoluzione della piissima sua Consorte: tanto più, che tale era stato il parere del Reverendissimo P. Gio: Paolo Oliva Generale della Compagnia di Giesù, ed insigne Predicatore del Palazzo Apostolico, al quale era ricorso per consiglio, acciò il negozio seguisse con tutto l'ordine della prudenza.
Il Duca niente inferiore allo spirito della Duchessa, ed egualmente ripieno d'amor di Dio in ricevere questa lettera, fu dispostissimo a dare il suo pieno consentimento alla Moglie; onde rispose al fratello, che Egli con tutto il concorso della sua volontà prestava l'assenzo, godendo in estremo di sacrificar tutte le sue sodisfazzioni e convenienze al maggior serviggio di Dio; e per meglio far intendere quanto di buon grado vi concorresse li replicò un'altra lettera, nella quale ratificando il consenzo già prestato, li rappresentava il desiderio, che ancor Egli ardentemente nutriva d'intraprendere una nuova vita affatto povera, e totalmente distaccata dal Mondo; e come tale il pregava a saper dirli in che cosa consistesse l'osservanza de' consigli evangelici, professata da' Religiosi, affine d'appigliarsi a quelle risoluzioni, a' quali era incitato dall'interni suoi impulsi.
La Duchessa ancor Ella ricevuta la lettera del Cognato P. D. Carlo, in cui vi erano espressate le difficoltà accennate, rispose mostrando sempre più stabile il proponimento e la fermezza del suo cuore; e coraggiosa l'affrettava ad adoprarsi con sollecitudine, per ottenere dal Pontefice le necessarie spedizioni, in virtù delle quali potesse dar esecuzione alle serventi brame di entrare nel Monistero, mentre già il Duca l'aveva conceduto l'assenzo: onde assicuratosi con estremo suo godimento il P. D. Carlo dell'immutabil costanza della Cognata, e volendo tutto giolivo cooperare alla di lei non men santa che stabile vocazione, formò la supplica presentandola alla Santità d'Alessandro Settimo Pontefice allora regnante, coll'interposizione del sudetto Reverendissimo P. Gio: Paolo Oliva, che coll'efficacia delle sue istanze poteva più facilmente, e con maggior prestezza ottenerne la tanto desiderata spedizione: inviò anche copia della supplica al Duca, acciò dandone notizia alla Duchessa, gli recasse quel contento che poté concepire, per veder incaminate le pratiche per il sospirato suo intento. Il Duca rispondendo al fratello, gli confermò le sante intenzioni, che tuttavia conservava di lasciar ancor Egli affatto il Mondo, e darsi tutto al divino servigio, non meno eccitato dall'interni suoi impulsi, che provocato dal vivo esempio della Moglie; dalle virtù della quale restar non voleva superato, ma farsegli uguale coll'imitarla.
Con tali sentimenti di religioso fervore andavano fra sé gareggiando questi due virtuosi Congionti, tratti dall'amor verso Dio, e dal desiderio d'abbandonare il Mondo, che grandemente dispreggiavano: effetti di quella grazia celeste, che rapiva i lor cuori, e che si avean guadagnata col risponder ubbidienti alle vocazioni divine.

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CAPITOLO XV.

Entra nel Monistero di Palma con titolo d'Obla-
ta, ed ivi essemplarmente va
essercitandosi.

l Padre Don Carlo, che tutto insisteva ad ottenere la bramata spedizione alla supplica, non lasciava d'accompagnarla con le sue più calde orazioni, pregando Iddio a disporne a maggior sua gloria e profitto della Cognata, che tanto anziosa dimostravasi di rendersi in qualche Monistero di ben regolata Clausura. Finalmente esaudendo il Signore le voci supplichevoli della Duchessa, e le zelanti insistenze del suo servo Padre Don Carlo, dispose l'animo del Pontefice a conceder la spedizione con le seguenti condizioni, cioè: che il Duca marito facesse per allora voto semplice di castità; e trascorso poi qualche tempo facesse voto solenne, e prendesse gl'ordini sacri; ed intanto rimanesse in istato di secolare al governo della sua casa e Vassalli. Che la Duchessa moglie potesse liberamente entrare nel Monistero, in forma però d'oblata di S. Benedetto, con l'obbligo di far anch'Ella voto semplice di castità.Il cognato P. Carlo Tomasi, fratello gemello del Duca Giulio, suo marito
Grande invero fu il giubilo, che apportò al cuore del zelante Padre Don Carlo la spedizione di questo Breve; ma grandissimo ed indicibile fu quello, che recò all'animo della Duchessa e del Duca, i quali non capivano in se stessi per il soverchio di gioja che ne sentivano. Quella per vedersi in istato di mandar a fine i suoi santi propositi; e questo per aver ottenuta la prima disposizione d'abbandonar il secolo, e seguire con gli effetti i gloriosi vestigj della moglie, la quale prima di fare il sospirato suo ingresso nel Monistero, volle scrivere al detto suo Cognato Padre Don Carlo una lettera ripiena di sensi talmente umili, spirituali e divoti, che non bastando ogni umana lode a celebrare la di lei somma virtù, si è pensato di registrala qui appresso, acciò scorrendola coll'occhio il divoto Lettore, comprenda dalla sua lettura gli encomj che le si devono, e che non sa esprimere la debolezza della mia penna. La Lettera dunque è del tenore che siegue:
Dopo tante incontrature e difficoltà, pare, che il Signore mi ha concesso quel tanto ho desiato; e l'esser stato ultimamente come indifferente, e senza tanta anzia, come V. S. mi ordinò, intendo, che ave aggiutato assai in farmi la grazia sua Divina Maestà, che però spero nella sua santa Misericordia presentarmele tutta con la compagnia della santa Madre il giorno della sua santa Presentazione nel suo Tempio e Monistero, nel modo, che scrissi a V. S. Ed intendo morire affatto al Mondo, per viver tutta a Dio; né voglio campare senza amare il mio vero Sposo Giesù, e più tosto morire, che non amare; e desiando Io crescere in questo santo amore, ed accompagnarlo d'opre buone e mortificazione ed orazione, e volendo anco stare indifferente nel Mondo, supplico con ogni confidenza e riverenza la carità di V. S., acciò m'insegni come mi devo portare, e così sempre seguitare di quando in quando con sue lettere. E perché alla Badia non si scrivono più cose del Mondo per quest'ultima mia del Secolo, le raccomando per sempre il Duca e li miei figliuoli, che li lascio sotto la protezzione di Dio e della santa Madre, e godo del Libro, che V. S. manda di Santo Eleazaro, dal quale ho imparato, che con V. S. ci potremo veder spesso nel lato glorioso del nostro amore Giesù; in questa preziosa Piaga intendo sempre vivere ed ingrassare, e di vedere spesso V. S., alla quale molto mi raccomando alle sue orazioni.
Palma, la Festa di San Michele Archangelo 1661.
Di V. S.
Serva, e Figlia in Cristo
La Duchessa di Palma.

 
Restava adesso, che la Duchessa altrettanto disposta nell'animo, quanto infervorata nello spirito, attendesse all'accommodamento per far l'ingresso; e perché voleva affatto staccarsi da ogni cura di Secolo, e sgombrare dalla memoria ogni rimembranza, e molto più liberarsi da ogni distrazzione, che le potesse apportare la presenza degli oggetti vicini, cercava perciò un Monistero molto lontano da Palma: ma non essendole riuscito facile il porre in esecuzione il disegno, per le insuperabili difficoltà che lo rendevano impossibile, rivolve finalmente, il pensiero al Monistero della sua medesima Terra, così persuasa da' prudenti consigli di più soggetti di spirito, e con la prevenzione di molti sacrificj perché fosse in ciò fatta la volontà del Signore; onde quieto il suo animo, cominciò a prepararsi per l'ingresso nel suo fondato Monistero, dove conosceva ben radicata l'osservanza e la perfezzione monastica, secondo quel, che di sopra si è bastantemente narrato.Il figlio Ferdinando, futuro Duca
Non può a bastanza ridirsi il cordoglio amarissimo de' Vassalli, nell'intendere la risoluzione della Religiosa Padrona, che con tanto loro vantaggio li governava nell'amministrazione della Giustizia, composta di placidezza e di generosità; onde piangevano inconsolabilmente i proprj discapiti su la considerazione di restar privi di una Signora, che reggevali con tanto amore. Maggiore era il rammarico della Famiglia; e massimamente sopra tutti era il dolore de' due piccioli figli Don Giuseppe, e Don Ferdinando, che contestavano con abbondanza di lacrime la tristezza de' loro cuori, opponendosi ognuno, e facendo il possibile sforzo per impedirle l'ingresso; ma la costante Duchessa ferma nella sua risoluzione, attendeva a preferire l'interessi dell'anima propria alle sodisfazzioni di tutti gl'altri; e così determinò di fare l'ingresso il dì 21 di Novembre, giorno destinato alla solennità della Presentazione di Nostra Signora, come allusivo all'oblazione e presentazione, che di se stessa faceva a Dio ed alla Gran Vergine Madre.
Avvicinandosi però il tempo d'entrare nel Monistero; fece in un giorno di festa publicare dall'Arciprete al Popolo, che si trovava quasi tutto radunato nella Matrice, la sua ritirata nel Monistero, con chiamare, che se alcuno si fosse sentito aggravato da lei, o che avesse bisogno del suo soccorso, si facesse sentire perché voleva sodisfare, né lasciar cosa indietro; facendo anche dal detto Arciprete intendere, che domandava a tutti cordialmente perdono, se mai l'avesse offeso, ed altre cose simili, che provocavano non ordinaria la tenerezza. In udir questo avviso alzarono i Vassalli le grida fino al Cielo, ed accompagnando colle lacrime i clamori, protestavano ad alta voce, che tale ingresso permetterebbero giammai, ma che volevano con tutto lo sforzo possibile impedirlo ad ogni costo; piangendo ognuno, e chiamandola tra singulti e pianto chi Madre, chi Signora caritativa, chi amorevole Padrona, e chi Refugio de' poverelli; perlocché temendosi di qualche tumulto, non si durò poca fatica a quietarli per allora, prendendosi per ispediente il far l'ingresso nel Monistero in tempo di notte, per lo timore e pericolo di sollevazione del Popolo, che risolutamente voleva con la forza far resistenza, per non restar privo d'una Padrona, che con la rettitudine della giustizia, e coll'accompagnamento della sua generosità ed affabilissimi tratti, si aveva guadagnati in maniera i loro cuori che ubbidientissimi l'amavano, ed affettuosissimi l'ubbidivano, mentre dal di lei governo (che come sopra si disse, le fu addossato dal Duca) sperimentavano tutti i loro vantaggi, trattati più da figli che da Vassalli, a' quali accudiva con tanta sollecitudine per il politico e per lo spirituale, che potevano dire aver trovata in terra la loro vera felicità.Particolare della Cappella del S. Rosario
Venuto dunque il giorno della Presentazione; e fatto preventivamente sì dal Duca, che dalla Duchessa il voto semplice di castità, s'accinse la fervorosa Duchessa a fare il tanto sospirato ingresso nel suo diletto Monistero di Palma, ove teneva impiegate l'affezzioni del suo cuore: ma per le cause sopradette di timore e pericolo di sollevazione nel popolo, il detto giorno della Festa della sacratissima Presentazione di buon mattino, ed alcune ore avanti lo spuntar del Sole. Venne tutta coraggiosa la piissima nostra Duchessa, accompagnata dal Duca suo Consorte; da' due figliuoli Don Giuseppe e Don Ferdinando; dalla picciola figlia Donna Alippia Gaetana, e da tutta la famiglia di casa tanto Uomini come Donne, ma tutti accompagnavano la Religiosa Matrona più con l'angoscia del cuore, che distempravasi in lacrime, che con la presenza della persona, ad ogni passo tramandando singulti e sospiri, provocati dalla tenerezza e dal dolore di rimirar l'invitta Duchessa, che fra pochi momenti doveva serrarsi nel Chiostro, e dividersi per sempre da loro. Solo l'animo serio del Duca, mostrossi alieno dal sentimento di separarsi dalla Consorte, perché il di lui cuore preoccupato dal fervore dello spirito, non dava luogo alla passione del senso, rivolti i suoi pensieri a' vantaggi gloriosi, che risultavano alla Religiosissima Donna, considerando che col perderla al Mondo, la guadagnava al Paradiso, ove aspiravano tutti accesi i santi suoi desiderj.
Giunta alla porta del Monistero, ch'era la meta di questo picciol camino, quanto festosa e giuliva mostravasi la costante Duchessa, altrettanto mesti ed afflitti apparirono tutti gl'altri di quella comitiva, a' quali il dolore diede l'ultimo colpo per abbatterli con la tristezza, che insorse maggiore nel punto, che pose il piede per entrare; perché sgorgando a torrenti le lacrime, cessarono affatto di più parlare, e con lugubre silenzio proseguivano a dar tributi di pianto all'inconsolabile loro cordoglio. Entrò finalmente nel Monistero la generosa Donna, menando seco a farsi Religiosa anco la picciola figlia Donna Alippia Gaetana con indicibile giubilo del suo cuore, e con somma allegrezza delle Religiose, che ascrivevano a segnalata loro fortuna l'aver seco la pia Fondatrice, che doveva riuscire la gemma più preziosa di quell'aurea Corona di Vergini, accolta colle dimostrazioni più espressive d'un sincerissimo amore, particolarmente dalle tre figlie già professe, che nell'accoglier la madre e la sorella, mostravano con esterni segni di gioja l'interno gaudio, che le brillava nel petto.
I pianti però de' due figliuoli, che tuttavia continuavano, crebbero talmente, che facean commovere a tenerezza chiunque li rimirava; e il picciol Ferdinando trasportato dall'impeto eccessivo dell'inconfondibile sua passione, non puotendo tollerare la divisione dell'amatissima Genitrice, in quel punto che questa si accingeva all'entrare, se l'avvolse doloroso e piangente in mezzo alle vesti, quasi per volerla fermare ed obbligarla al ritorno singhiozzando con tanta veemenza che fino l'istesso Duca, che per avanti erasi dimostrato insenzibile, diè segni di tenerezza col testimonio di qualche lacrima; e non poté non commoversi la Duchessa medesima, la quale rintuzzando generosa quella tenera commozione, e sviluppatasi a viva forza dal figlio, benedicendolo assieme con l'altro, e presa per mano la fanciulla Donna Alippia Gaetana, si rinserrò nel Monistero salutando prima gentilmente l'addolorata Famiglia, e congedandosi con espressive di somma amorevolezza e pietà dal Duca, il quale in sembianza tranquilla nel separarsi le disse: La figlia Isabella, Suor M. CrocifissaIl Signore sia la vostra compagnia: E così rimasero divisi al Secolo ma indivisibili allo spirito ed a Dio questi due celebri Consorti, che non covavano altri pensieri che di religione e di santità; essendo seguito l'ingresso della Duchessa nel Monistero, come già fu notato l'anno 1661 il dì 21 di Novembre, giorno segnalato, in cui celebrasi dalla Chiesa la sollennità di nostra Signora, e scelta da lei a divoto studio della sua pietà, non meno per unire al merito della Imperadrice del Cielo l'oblazione di sé medesima, che per dare un continuato avvertimento a se stessa, che presentandosi alla Religione in tal giorno, dovesse ricordarsi di sempre vivere coll'innocenza, ad imitazione di quella Madre Immacolatissima.
Un atto veramente eroico e ripieno del più segnalato fervore e pietà, mostrarono questi due eletti compagni nel separarsi fra loro, poiché il Duca preso quello istesso anello, che nel suo Sponsalizio aveva ricevuto dalla Consorte, lo presentò alla Beatissima Vergine del Rosario, facendolo ponere nel dito della di lei statua, situata nella Chiesa del Monistero; ed altresì la Duchessa presentò quello che aveva ricevuto dal Duca, ad una effigie di rilievo del Santissimo Crocifisso, esistente in detta Chiesa, quali anelli si conservano oggi nel Monistero medesimo, riservati come sacri donativi per servire d'ornamento a quei santi simulacri nelle occorrenti festività; volendo con tal dimostrazione significare, che col dividersi dal loro consorzio terreno, intendevano contraere uno più nobile Sponsalizio celeste.
Entrata dunque la Duchessa nel Monistero con tutta la giocondità del cuore, per vedere adempito il fine delle sue religiosissime brame, impiegò il primo pensiero a rivolger i passi verso il Coro, accompagnata dalle Religiose, ove adorando con profondissimo ossequio il Santissimo Sacramento, offerì a lui ed alla sua Santissima Madre la presentazione di sé medesima, esponendo calde preghiere ad accettarla e gradirla, regolandola con la direzzione della Divina sua Providenza ed ajuto, perché s'incaminasse guidata dalla Grazia alla perfezzione della vita nel suo santo servizio. Fece poi le solite funzioni, che sono consuete di farsi nel primo ingresso.
Rimase il Duca assieme con i due figli e famiglia nel Parlatorio, ove con dirotissimi pianti sfogavano i piccioli figliuoli e la gente di casa l'acerbità del cordoglio, che tuttavia li tormentava per la privazione della Duchessa; ma il Duca impietosito de' loro rammarichi, s'accinse fortemente a consolarli, conducendo tutti a casa, ove fece loro un efficace sermone, addattato a quella congiuntura del disprezzo del Mondo, e terminando con una calda essortazione propria della sua fervente pietà; impiegandosi poscia alla cura d'una ben vigilata e retta educazione de' due figliuoli, che gli rimanevano in casa; essendo tutte l'altre sue figlie racchiuse nel Monistero, Spose dell'amato loro Giesù.Stemma dei Tomasi
Godeva la Duchessa dopo racchiusa nel Monistero una interna quiete dell'animo, ed una consolazione più che terrena, mentre sembravale quell'amato suo chiostro un Paradiso di contentezze; effetto della grazia celeste, che influisce i veri gaudj nel cuore da chi la possiede. Contribuiva grandemente al suo godimento l'avanzata perfezzione religiosa delle sue figlie, quale mirava con eccessivo suo giubilo, vedendole giunte ad esser maestre di spirito, e come tali non meno, che per il candor verginale le riveriva con rispetto non ordinario, soggettandosi alle medesime per la direzzione della regolare osservanza. Non saziavasi di render grazie al Signore, che si era per sua infinita bontà compiaciuto di collocarla fra le sue spose dilette, in tempo ch'ella era stata Secolaraccia mondana; sentimenti che le venivano suggeriti della sua umiltà, coll'essercizio della qual virtù sempre costantemente si deportò; onde allora maggiormente godeva, quando impiegavasi negli affari più umili, abbassandosi talmente nel suo pensiero, che per esser oblata giudicava esserle conveniente il farsi serva di tutte l'altre; e ricusava che le Religiose a titolo d'esser la Fondatrice, la trattassero con atti di singolarità, o di riguardo particolare.
Era la Duchessa, quando entrò nel Monistero d'anni trentasei; onde rendesi considerabile non poco, che una Dama d'alto lignaggio disprezzasse non solamente le grandezze e'l dominio, ma consacrasse anche a Dio il più bel verde dell'età sua dentro un chiostro di rigorosa austerità. Questo è ben proceduto dalla virtuosa e santa sua educazione, che bramando fin da giovanetta lo stato verginale in qualche clausura, non potendo ciò eseguire per le convenienze della propria condizione, procurò a tutto studio di tributare il fiore degli anni col celibato nel chiostro, giacché non valse ad offerire il giglio della purità verginale; secondandola il Cielo con farla unire a consorte di somigliante virtù, per condurre ad effetto l'idea de' suoi pensieri.

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CAPITOLO XVI.

Osserva esattamente la Regola del Monistero, e
s'impiega in molti virtuosi esercizj.

ontentissima la Duchessa d'essersi racchiusa nel Monistero, godeva dentro il suo cuore quella beatitudine, che suol dare in terra la solitudine de' chiostri; e però non men coraggiosa che lieta, applicossi con tutto fervore all'osservanza della Regola, parendole, come si disse, di stare in un Paradiso di quiete in mezzo a tanti Angeli di purità; si diede principalmente all'esercizio dell'Orazione, nella quale abituata fin dal Secolo, vi spendeva tutto il tempo che l'avanzava; essendo così dedita in questa santa occupazione d'orare, che in tutte le sue azzioni la framischiava, tenendo sempre la mente sollevata alla Meditazione, e la lingua impiegata alle divine lodi con la recita degli ufficj e delle corone.
Fu esemplare ed esattissima negli esercizj della Communità, assistendo con somma puntualità al Coro, ove tutta composta in atto di vera divozione, attendeva ala recita del divino ufficio, sempre coll'unione della mente a Dio, faceva le sue colpe in Capitolo, con espressione d'una indicibile umiltà, accusandosi colpevole e grandissima Peccatrice; sentimento a lei molto connaturale, perché tale si reputava d'essere, quale accusavasi. Non lasciava di fare tutta vogliosa le penitenze e mortificazioni in pubblico Refettorio, trascinandosi per terra con una corda al collo, e coronata di spine domandava umilmente perdono a Dio ed alle Religiose.
Era sì grande la sua umiltà; che spessissime volte vedevasi buttare se stessa a' piedi, non solo delle Religiose, ma delle Sorelle Converse, baciandoglieli con riverenza, e dicendo non esser Ella degna di stare sotto i piedi delle Spose del Signore.
Arrivò a tanto la sua profonda umiltà, che s'indusse a scopare il Monistero, e raccoglier la spazzatura e l'immondezze con le proprie mani, e ponendole tra un coffinotto, andava a buttarle nel luogo a ciò destinato. Portava molti secchi d'acqua ogni giorno in un sito determinato, che serviva per commodità ed uso di tutte le Religiose. Portava legna con le proprie braccia alla cucina, e toccandole la sua settimana faceva i servizi più bassi, eleggendosi quelli che le sembravano più ripugnanti e faticosi. Lavava i piatti e le pignatte; accendeva il fuoco, e nettava le parti più sporche dell'istessa cucina; scopando ancora le scale e le parti inferiori del Monistero, ed erano sì continue e laboriose queste fatiche, che la povera ed umil Signora vedevasi nell'inverno tutta interezzita di freddo; e nell'està grondante di sudore la fronte; onde veniva ad eccitare la compassione in vederla sì mal'acconcia dallo strapazzo della sua vita. Tentavano le Religiose impedirla, ammirate dalla soprafina umiltà, con la quale intraprendeva quell'esercizj tanto laboriosi ed abietti, supplicandola a non affaticarsi con tanta pena e rigore; e precisamente le Converse, che si chiamavano mortificate nel vedere quella nobilissima e delicata Dama affatigarsi con sì gran stento; e volendo toglierle dalle mani quelle fatiche, non si lasciava convincere, resistendo costante a voler proseguire quegli umili impieghi, che con tanta sodisfazione del suo cuore animosamente faceva.Monastero di Palma di Montechiaro
E qui si presenta per oggetto alla considerazione l'amore verso Dio grandissimo di questa infervorata Signora, a cui si rendevano appetibili e soavi le fatiche cotanto ardue e dure, mentre le faceva con volontà infiammata di servire al suo Dio con la contemplazione della mente e con gli strapazzi del corpo. L'Amore vince ogni cosa e particolarmente quello di Dio, che opera maraviglie in chi amorevolmente lo serve, rendendo soave il giogo della servitù, e leggiero il peso della sua legge. Tanto ella sperimentava in se stessa, che amando Dio, amava altresì di patire per Dio, ed i medesimi suoi patimenti erano condimento all'amore, con cui lo serviva, e servendolo con amore, godeva delle sue pene.
Ma perché la nobil Matrona avvezza ad esser servita, non sapeva fare simili esercizj di cucina, pregava con amorevolezza ed umiltà le Converse, acciò l'istruissero e compatissero insieme la sua ignoranza, domandando alle medesime perdono del non saper Ella per la sua poca prattica servirle come bramava. A dimostrazioni di tanta umiltà rimanevano le Converse, non solo grandemente soprafatte ed edificate, ma sommamente intenerite, a segno, che più e più volte per tenerezza ne lacrimavano; conoscendola per altro Dama dotata di gran giudizio capacità e di sperimentata prudenza, non meno nell'indrizzo per il buon regolamento dato del Monistero, che nel governo politico e morale de' suoi Vassalli, verso i quali si diportò con tanta loro soddisfazzione, che ne restavano eccessivamente ammirate.
Manufatto del MonasteroProseguiva intanto la divotissima ed umile Signora, sempre più accendendosi nell'amore e prattica de' suoi santi esercizj spirituali ed occupazioni personali nel travaglio penoso che intraprendeva; e come che non era avvezza a quelle sì gravi fatiche, cominciò a risentirsi con non picciole infermità, dalle quali non ebbe mai più a riaversi, accompagnandola quelle fino al fine della vita, nelle quali fé pompa d'un'invitta pazienza e toleranza, rassegnata intieramente al volere divino; e quantunque in malo stato di salute, voleva nondimeno ad onta de' suoi malori proseguire i soliti esercizj dell'osservanza, né mai fu veduta rallentare il corso alle sue applicazioni, mentre quanto più faceva, tanto meno parevale di fare, riputandosi inferiore al debito, che le correva d'operare cose maggiori; e perciò sempre più vogliosa di meglio corrispondere a' suoi doveri.
Mantenendosi dunque La Duchessa tutta immersa in questi suoi santi propositi, esatta osservanza ed umili esercizj per lo spazio di quasi otto anni, ecco che il Signore, il quale voleva chiamare a sé, e coglier come frutto maturo dall'albero di questa vita mortale il piissimo Duca suo Consorte, fece che al medesimo sopraggiungesse una febre, dalla quale fu assalito li 31 Marzo ad ore 22 dell'anno 1669. Fu scoperta nel principio l'infermità molto leggiera, ma augumentandosi la febre, fu giudicata maligna e mortifera. Pervenuta a notizia della Terra di Palma la pericolosa infermità del suo diletto Signore, non può bastantemente esprimersi la grande angoscia de' Vassalli, che solleciti de' pericoli d'un sì caro Padrone, si diedero tutti a far voti per impetrargli dal Cielo la salute del corpo, avvalorando le preghiere non solo con l'esposizione del Venerabile, e con molte processioni ma con varie penitenze particolari, e precisamente de' poveri, che inconsolabilmente lacrimavano su il timore di perdere il loro Padre commune, mentre da figli li sovveniva e furono sì grandi l'asprezze delle mortificazioni, che da tutti si fecero, che la medesima penitente Duchessa nel sentirle ebbe a dire non poco ammirata esser divenuta la Terra di Palma un'altra Ninive penitente, il che porgeva irrefragabile testimonio non meno dell'estimazione, in cui era tenuto il Duca, che della somma bontà dell'istesso, che guadagnavasi la sviscerata affezzione de' loro cuori. Solo il divoto infermo, tutto rassegnato alle disposizioni divine, dipendeva dalla volontà del Signore, né mai mostrossi voglioso, che s'indrizzassero suppliche per il di lui miglioramento e sollievo, parendogli che col disciorsi da questa vita caduca, s'unisse all'immortale eternamente con Dio.S. Francesco
E perché andava il male aggravandosi, fu istantemente pregata la Duchessa da' Congionti, acciò volesse uscire dal Monistero per assistergli, tanto più che non avendo Ella fatto la professione, poteva liberamente partire dalla clausura. Mostrossi dispostissima, e pronta la Duchessa di farlo, ma disse volerne in ciò l'assenso del Marito, a cui perciò fece dire, che volentieri sarebbesi portata a servirlo per sodisfare sì all'affetto, che all'obbligo di Consorte. Fu gradita in eccesso dal Duca la sviscerata esibizione della moglie, ma ringraziatala grandemente le soggiunse che rimanesse pure nel Monistero con queste precise parole: Io me ne vado a Dio, e lascio tutti nelle mani del medesimo Dio. Non volle egli accettare l'offerta della moglie, per non distraerla dalla di lei ama solitudine, non permettendo, che il servizio di Dio fosse interrotto per quello d'un Uomo, quantunque in questo caso esercitandosi la carità, venisse a servirsi al medesimo Dio. Si rimase per tanto Ella nel Monistero a pregare assieme con le figlie il Signore per il di lui miglioramento, ed egli nel suo penoso letto a disporsi per un felice passaggio.
Andava ogn'ora più peggiorando, a segno, ch'entrò finalmente in delirio; e perché fin dalla fanciullezza era avvezzato alle divozioni, anche la natura de' suoi vaneggiamenti si rese tutta divota, non proferendo che parole spirituali, e soliloquj d'amore verso il suo Dio, a cui andavasi avvicinando; ma perché la malignità della febre, distemprando il vigor naturale, manifestava i segni della vicina sua morte, gli fu data per sua divozione la santissima Eucaristia, ma non già per Viatico, mentre non era troppo imminente il pericolo. Continuavano intanto le penitenze e l'orazioni che facevano il Popolo e le Religiose, per impetrare il di lui miglioramento e salute, ma niente giovavano, essendo che Dio lo voleva raccogliere a sé, come frutto già staggionato per l'altra vita; assistendolo però continuamente il P. D. Fortunato Alotti suo Confessore ed altri Religiosi, fra quali un Reverendo Capuccino, che quell'anno aveva ivi predicato il Quaresimale.
Rimanevano questi Religiosi assistenti edificati degli atti virtuosi e ferventi orazioni, che spessissimo faceva il moribondo Signore; il quale anco ne' sconvolgimenti del penoso suo male, conservava costante la rassegnazione a Dio, e l'ubbidienza al Padre spirituale, in maniera tale, che sentendo non ordinaria ripugnanza a cibarsi, se da quello venivagli ingionto, cedendo all'autorità del precetto, superava il fastidio, e prendeva senz'altra replica il cibo, ripetendo in testimonio della sua intiera e perfetta rassegnazione al Signore: Non mea, sed tua fiat voluntas. Non sicut ego volo, sed sicut tu. Voglio morire, voglio morire in servizio di sua Divina Maestà; e contestando similmente il suo grand'amore a Dio ed alla Vergine Gloriosa, diceva loro con la mente rivolto: Oh ch'è bello Dio! Oh ch'è bella Maria! Deus meus, et omnia. Maria, Mater gratiae, Mater misericordiae, Tu nos ab hoste protege, et mortis hora suscipe.
Monastero - la torre
Avevagli molti anni prima il Signor Cardinale Sforza Pallavicino gran suo confidente ed amico per mezzo del di lui fratello Padre Don Carlo, inviato da Roma per donativo spirituale il corpo del glorioso San Traspadano Martire, ed un vaso di cristallo con dentro il di lui sangue, e perché il moribondo Cavaliere in consonanza della sua divozione a quel Santo spessissimo l'invocava, vollero consolarlo col portargli il detto vaso. Alla vista del sangue sparso da quell'invitto Campione di Cristo, scopertosi il capo con gagliardi entusiasmi d'amore fortemente esclamò: Oh che bella cosa! Il che dava probabile indizio, che forse Iddio glie l'avesse fatto vedere circondato di vaga apparenza di gloria, onde fattoselo accostare alla bocca, volle con ossequiosi baci venerarlo. Gli fu anche portato l'abitino con l'Imagine della Santissima Vergine, quale col capo nudo e con espressioni d'indicibile tenerezza riverentemente baciava, replicando in divotissime aspirazioni con dire: Ah Maria protege nos, salva nos, perimus; anzi una volta accostandoselo al viso, ve lo tenne buona pezza, contestando il piacere di stare sotto l'ombra patrocinante di quel sacrosanto mantello.
Avvedutosi finalmente l'infermo che andava all'estremo, domandò fervoroso il Santissimo Viatico, pregando il sudetto Don Fortunato Alotti suo Confessore a permettergli, che disteso in terra un matarazzo, ivi lo ricevesse con maggior riverenza in quell'umile positura e genuflesso; mentre parevagli d'aver forze sufficienti per mostrare quest'ultima volta il possibile ossequio al Sacramentato Signore. Il Confessore per secondare la di lui ferventissima divozione, concorreva a consolarlo, ma consultatosi col Medico, non gli fu ciò permesso per lo pericolo di cadere in qualche deliquio nell'atto di levarlo da letto, e come tale impossibilitato a ricevere la Santissima Eucaristia; perlocché esortollo a non staccarsi dal letto, egli ubbidiente alle parole del Confessore acquietossi, ricevendo ivi giacente con vive dimostrazioni d'ossequio e di fede il Santissimo Viatico, ed indi a poco il Sacramento dell'Estrema Unzione, perlocché ristorato da quel cibo divino, e munito da quella potente armatura, attendeva giulivo il conflitto fatale.Il figlio, San Giuseppe M. Tomasi
Stando a' piedi del letto del Duca il Signor D. Antonino di Caro, mentre l'infermo aveva domandato del suo figlio Don Giuseppe Maria Chierico Regolare, fece il sudetto suggerirgli dalle Donne, che se ben lontano si compiacesse di benedirlo, alle quali parole alzata subito la mano, disse: Sij tu benedetto figlio con cento mila benedizioni, e poscia raccomandò al detto Don Antonino Maria, che volesse dar notizia all'accennato suo figlio d'essersi egli nell'estremo di sua vita specialmente ricordato di lui, con avergli teneramente lasciata la benedizzione paterna, e che in contracambio si ricordasse il figlio di fervorosamente raccomandare a Dio nelle sue orazioni l'anima del morto suo Padre, sicome poi puntualmente osservò con relazione distinta dell'infermità e morte del Duca.
E come che in vita molto consolavasi lo spirito di questo Cavaliere nella divozione della Beatissima Vergine, così volle il detto suo Confessore consolarlo ancora in questa vicinanza di morte, che perciò gli porse una sua molto divota Imagine sotto il titolo di nostra Signora della Scala, venerata oggi nel Monistero di Palma. Giunta l'Imagine sentì eccitarsi da tenerissimi affetti, e a capo nudo la salutò con i più sommessi e riverenti ossequi del cuore, e fissando in essa frequentemente gli sguardi, le diceva non poche orazioni giaculatorie.
Il penultimo giorno della sua vita, uno degli assistenti li disse, che quello era il Venerdì Santo; e l'infermo ripieno tutto di tenerezza rispose, che quello era giorno de' peccatori, ricordandosi in esso la Passione del Redentore morto per loro; né dismesse giammai d'esprimere la sua gran divozione fino agli ultimi periodi, e cominciando a mancargli le parole, disse in voce fievole al mentovato P. Alotti così: Padre spirituale Vostra Riverenza abbia fede nella Madonna Santissima, che vedrà cose grandi; e con tutto che venivagli meno l'uso della favella, volle tuttavia, rinforzato dall'eccesso della sua compunzione, ed all'affetto verso la Beatissima Vergine recitare tutto il Salmo Miserere, l'Ave Maria, la Salve Regina, ed una sua propria orazione, e l'ultime parole proferite dalla sua bocca furono: Ora pro nobis Sancta Dei Genitrix; dopo le quali entrato in agonia, il Confessore le recitò tutte l'orazioni prescritte dal Rituale Romano con altre molte orazioni, fra quali la terza parte del Rosario, nella quale si meditano i Misterj Gaudiosi; e pervenuti al terzo Mistero, in cui si contempla la Nascita del Redentore, esalò Egli il suo spirito quasi che rinascesse al Cielo, quando l'Eterno Verbo per sua salute era nato qui in terra, deponendo, conforme all'attestazione degli assistenti l'anima sua in un stato di tranquillissima pace verso l'ore otto della notte del Sabato Santo, quando stava per spuntar l'alba della Domenica di Resurrezzione l'anno 1669 a 21 d'Aprile, essendo d'anni cinquanta quattro, mesi sei, e giorni tre; e così spogliossi della mortalità, con lasciare impressi evidenti segni d'una molto grata piacevolezza, poiché secondo le relazioni e giurate deposizioni, il di lui cadavero non solo non recava punto d'orrore; ma produceva insieme venerazione e diletto, sicome pure lo scrissero in una lor lettera due Sacerdoti Eremiti del Monte Calvario Esterno della Chiesa della Vergine della Luce sul Monte Calvariodi detta Terra di Palma, i quali così dissero: Pareva che spirasse in un certo modo divozione; e la faccia diventò bella più del solito suo, che teneva quando il Signor Duca viveva. Ciò non è nostro sentimento, ma a tutti universalmente così è parso; e la rimembranza di lui causa divozione ed allegrezza.
Ma quante belle note di vaghezza comparvero nel di lui volto, altrettanti segni di rigida penitenza feronsi vedere nel corpo, mentre due Donne di casa nel vestirlo dopo morto, s'accorsero, che le ginocchia erano incallite, in cui vedevansi apertamente le cicatrici delle apposteme, le quali erano derivate dall'aver mentre visse, fatte lunghe orazioni con le ginocchia nude per terra. S'accorsero ancora d'alcune lividure sparse per il suo corpo e specialmente nella cintura, prodotte da cilizj, discipline ed aguzzate catenette di ferro, colle quali macerava la carne; confermando ciò la stessa deposizione della nostra Duchessa sua moglie, la quale così asserisce: Il Tesoro grande, che lasciò dopo morte, fu il ritrovarsi nel suo gabinetto fermati in una picciola cassa un cilizio a scaletta di ferro; due braccialetti simili al cilizio sopradetto; una tenaglia; molte palle di piombo, una camiscia di tela grossissima come canevaccio, ed altre cose, strumenti di penitenza, tutte cose insanguinate: Ed avendo inteso per lettera dell'istessa Duchessa il P. Don Carlo quell'istrumenti, rispose: quelle belle galanterie mi hanno cavato le lacrime per tenerezza e per confusione.
A che poi servissero quelle palle di piombo, dovrà sapersi, che il Duca dedito alle mortificazioni del senso, l'andava esercitando con una rigorosa esattezza, non facendo conto alcuno delle dissuasioni di chi lo persuadeva al contrario, sotto pretesto, che gli apporterebbero nocumento alla sanità, mentre egli posponeva all'esercizio della mortificazione, non solo ogni delicatezza del senso, ma ogn'altro rispetto della propria salute. Se tante volte (egli diceva) il corpo per sodisfare i suoi appetiti, ha ingannato lo spirito e l'ha fatto servire alle sue voglie; che gran cosa sarà che il corpo siegua l'inclinazioni dello spirito, e si soggetti alle leggi della mortificazione per l'acquisto d'un premio eterno? Onde egli amante d'avantaggiarsi nell'esercizio di questa virtù ed abituarsi nella medesima, prescrisse a se stesso un numero determinato d'atti di mortificazione da esercitarli ogni giorno, e a tal fine portava seco circa quindeci palle di piombo alla grandezza di quelle de' moschetti, numerando con quelle l'ordinarie mortificazioni che doveva fare nel mangiare, astenendosi da qualche parte più appetibile, o nel vedere, privandosi di mirare qualche cosa di vago, o d'odorar alcun fiore, o di dir parola alla quale fosse maggiormente istigato, o perché fosse di scusa, o ridondasse in propria lode, e cose simili, che ripugnando al senso giovano a soggettarlo ed abbituarlo alla santa mortificazione, e da ciò venne senza dubbio originata quella giocondità, che in ogni accidente osservavasi nel suo sembiante; imperocché abbituato in quest'atti, erasi costituito in una sì temperata moderazione, che nelle contrarietà non si alterava con isdegno, e nelle prosperità non esultava immoderatamente con giubilo.
Tomba del Duca Giulio Tomasi, marito di Rosaria, detto "il Duca santo"Vestito poi il Cadavere del Duca coll'abito di Cavaliere di San Giacomo, fu esposto nell'anticamera che corrisponde alla Cappella di Nostra Signora del Rosario, ove rimase fino alla mattina del seguente giorno, ed indi con lugubre processione del Clero, e di moltissimo Popolo, fu portato alla Chiesa del Monistero, facendosi nel camino alcune posate: la prima avanti la Cappella di Nostra Signora del Rosario del suo Palazzo. La seconda al Duomo della Terra. La terza alla Chiesa degli Agonizzanti. La quarta alla sudetta Chiesa del Monistero.
Entrato il Cadavere in essa Chiesa, lo stavano addolorate mirando la Duchessa moglie, e le quattro Religiose sue figlie, fra le quali Suor Maria Madalena della Concezzione, che tutta quella mattina avea dirottamente lacrimato, in vederlo se le sgombrò ogni mestizia, e soprafatta da molto giubilo, così esclamò: Oh come è bello: Il che udito dalla sorella Suor Maria Serafica la chiese la cagione, perché avesse dette quelle parole, a cui rispose, che non avendo giammai veduti cadaveri, stimava che fossero bruttissimi, ma nel veder quello del Padre, che non avea deformità veruna, e che secondo il commune sentimento rallegrava i circostanti che lo miravano, pensava che assai più bella del corpo fosse la di lui anima; al che soggiunse la sorella, che gl'assegnasse di ciò la cagione: ed ella assegnonne tre, dicendo così La prima, perché la fede c'insegna, che per acquistarsi l'eterna vita, fa di mestieri osservare i Comandamenti, ed egli non solo, come si deve, l'osservò, ma anco i Consegli Evangelici. La seconda, la grandissima divozione, che per molti anni mostrò verso Nostra Signora, con fare tante cose a suo onore, essendo egli suo schiavo vecchio e veterano. La terza, la commune voce del Popolo, che l'acclama per Santo e la voce del Popolo è voce di Dio. E perché continuava anche similmente a piangere Suor Maria Crocifissa altra sua sorella, mentre dubitava, che l'anima del Defonto penasse nel Purgatorio, Ella con molta asseveranza le disse: Non piangete nò, che l'Anima di nostro Padre non è nel Purgatorio, ma nel Paradiso; e non solamente è santo, ma anche un gran santo. Di quanto credito siano le parole di questa giovane Religiosa, può farsene argomento dalla di lei purità predicata dallo stesso Duca suo Padre, il quale di essa scrivendo, così dice: Suor Maria Maddalena Tomasi con una purità incredibile, crede che nella Badia non vi siano peccati.
Collocato intanto il Cadavero sopra un eminente Catafalco circondato da molte accese faci, fu cantata la solenne Messa de' Defonti, dopo la quale fu recitata dal Padre Giacinto Calarico dell'Ordine di San Domenico l'Orazione funebre, alla cui elegante facondia diedero copiosa materia le preclare virtù del morto Duca. Questa terminata seguì la solenne assoluzione, nella quale vi furono cinque vestiti con Piviali; e così furono compite l'esequie, che durarono fino all'ore venti.
Fu poi per sepellirlo aperto il sito, che vivente avevasi eletto, e deposto il Cadavero dal Catafalco, vollero con le proprie mani sepellirlo i Padri Don antonio Maria, ed Angelo Maria, Sacerdoti Eremiti del Monte Calvario di Palma, ed aperta perciò la cassa di cipresso, foderata di lamine di piombo, quale in vita si avea fatta apparecchiare, vi trovorono un lenzuolo dipinto con molti cuori grandi, ne' quali vi stavano scritti i nomi di Giesù e di Maria, e fu cosa degna di riflessione, che la chiave dell'accennata cassa, ancorché fosse molti anni prima lavorata, era nondimeno assai polita e lustra; manifesto indizio, che mentre il Duca viveva, l'avesse frequentemente aperta per conservar viva la memoria della sua morte, col rimirare il lenzuolo e la cassa che dovevano involgere e racchiudere il suo Cadavere.
Era questo vestito dell'abito di San Giacomo come fu detto, con un Crocifisso d'avorio di molto prezzo, postovi sopra il petto.
In quel mentre, che stavano i sudetti per collocarlo nella cassa, mandò loro a dirgli la Duchessa, che gli levassero dal braccio sinistro una certa catenella di ferro, che per molti anni aveva portato in segno di schiavitudine professata a Maria, mentre voleva ritenerla per sé in memoria del marito, e cambiargliela con una altra, ma scopertogli perciò il braccio, non vi fu ritrovata, forse perché alcuno l'avesse tolta, a fine di tenersela come reliquia; onde mandò quell'altra, che già teneva apparecchiata, ordinando, che gli si fosse posta in vece di quella, che vi mancava coll'osservazione, che non senza particolar disposizione della Vergine fosse veduta quella mancanza, perché sostituendoglisi altra, non restasse privo il Cadavero d'un suo tanto divoto da quel diletto segno di schiavitudine.
E finalmente accommodato ed involto il Cadavere nell'accennato lenzuolo, fu chiusa la cassa e collocata nel sepolcro, sopra il quale vi sta imposta una lapide bianca di semplice marmo, ove si legge la seguente Iscrizzione.

JULIUS THOMASIUS, ET CARUS
UT VITAE FABULA, AEVI UMBRA,
FATI DIES,
MENTIS ASSIDUA RECORDATIONE
OBSERVARENTUR,
VIVENS SIBI POSUIT.

E così fu sepolto l'insigne religiosissimo Cavaliere, ma non già sepellita la di lui memoria, che ad onta degli anni, si conserverà viva nei secoli futuri per valido esempio di virtù, valevole ad incitar gli animi a vivere con quella innocenza, con la quale egli visse e morì, deponendo questa vita frale e caduca per rinascere, come piamente si spera, alla gloriosa ed immortale nel Cielo.

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CAPITOLO XVII.

Per causa d'assistere al Principe Don Ferdinando
suo figlio, e per il governo de' Vassalli,
è obligata la Duchessa ad uscire dal
Monistero, e come virtuosa-
mente si porta.

i è fatta questa digressione col descrivere la morte dell'esemplarissimo Duca, per far più al vivo spiccare le virtù egregie della Religiosa Duchessa sua moglie, poiché gareggiando l'una con l'altro negli avanzamenti dello spirito, studiavano a tutto sforzo di superarsi, sicché dal fervor del marito può ben dedursi la perfezzione della Duchessa, la quale emulandolo, tentò anche di superarlo, come in fatti lo vinse: che se quello santamente vivendo, lasciò santamente la vita; questa angelicamente operando, volle morire al Mondo, pria di morire alla vita, sepellendosi viva in quel sacro Ricinto di Vergini, perché in fatti era estinta a tutte le delizie del secolo.
Quanto poi restassero afflitte la Duchessa, le quattro figlie, ed il picciolo Don Ferdinando, si rimette all'imaginazione non al discorso; non potendosi a bastanza esprimere l'amarezza de' loro cuori. Questa però servì loro di motivo di merito, poiché rassegnandosi alla volontà del Signore riceverono il colpo, come tirato dalla mano misericordiosa di Dio, che chiamò a sé quell'anima benedetta per coronarla di gloria; onde con la conformità al divino volere, tanto più dieronsi pace, quanto che speravano certa l'eterna salute di quel vero esemplare di cristiana perfezzione, proponendoselo per idea del loro vivere, e per norma da seguitarne i vestigj.Palma - paronamica
Prima della morte del Duca, si erano già conchiuse le nozze del Principe Don Ferdinando con la Signora Donna Melchiora Naselli e Carriglio, figlia del Principe d'Aragona in Sicilia; ed essendo il detto Principe Don Ferdinando rimasto erede universale dello stato, ed orfano del Padre in età d'anni diecissette, fece intendere alla Duchessa Madre, che per tutte le convenienze politiche e morali era spediente, che Ella si compiacesse d'assisterlo colla persona. Esser egli Giovanetto di niuna sperienza, e come tale incapace a regger le redini del governo. All'incontro Ella esser Dama provetta e consumata nel reggimento de' Vassalli. Che senza la di lei assistenza sarebbesi precipitata la sua condotta; ed all'incontro col materno indrizzo sarebbe il tutto ben regolato; e perciò si risolvesse, non essendo già fino a quel tempo legata con voti, ad uscire dal Monistero per assisterlo, e non permettere in sì grave ed indispenzabile urgenza il di lui pregiudizio e la rovina del Popolo, che tutto anderebbe in disordine per mancanza di guida. A queste ragioni aggiunse ancora la necessità di dover egli in brieve partire per andare in Palermo ad effettuare il già conchiuso matrimonio, e condurre la nuova sposa in Palma, ed in tal caso esservi di bisogno per unico rimedio la di lei persona che supplisse alle sue mancanze. Non esservi altro, che essa al riparo de' disordini, che potessero insorgere, e che Ella sola potesse dar sesto alle sconvolture presenti; non l'abbandonasse perciò, se avesse zelo dell'onor del figlio e del sostegno de' sudditi.
Ad avvalorar queste ragioni s'impiegarono gli ufficj e le persuasive di tutti i parenti ed amici, che fecero dalla parte loro il possibile sforzo per indurla ad esaudire i prieghi del figlio, il quale vi adoprò similmente l'istanze della propria voce, per maggiormente commoverla a contentarlo.
Non è credibile quanto restasse oppressa dal dolore la Duchessa in udire l'istanze del Principe figlio e in vedere la necessità, che la poneva in obligo d'uscire dalla sua amata clausura, ove tenendo ben fisse e radicate le sue affezzioni, sembravali molto strano lo svellersi dalla medesima. Conchiuse perciò di rimanervi ad onta di tutti i riguardi, stabile in voler preferire il servizio di Dio e l'interesse dell'anima propria alle convenienze del figlio ed a' vantaggi de' Sudditi. Riflettendo però alla vivezza delle ragioni addotte dal Principe ed al debito della carità di porgere ajuto a' bisognosi, rimaneva perplessa.
Cristo depostoCombattuto perciò il suo cuore da considerazioni sì strette, che la ponevano a cimento di venire ad una risoluzione spiacevole al figlio in caso di renitenza, o tormentosa a se stessa in caso di condescendenza, non sapeva a quale attenersi. Voleva persistere nel Monistero, ma voleva insieme porgere ajuto a' bisogni del figlio e de' Vassalli; ed in tal maniera agitata non ritrovava quiete, sfogando il suo cordoglio con il spargimento di copiosissime lacrime.
In questo stato d'angosciosa perplessità, rivolgendo la mente a Dio con ardenza lo supplicava ad illustrarla con opportuno consiglio; ed insistendo tutti a persuaderle l'uscita, si rese a credere, che tale fosse la volontà del Signore; tanto più che alle persuasive degli altri s'aggiunsero quelle della Superiora e del Padre spirituale, i quali con chiarezza di prove le fecero conoscere che così Dio ordinava, alle cui disposizioni devesi cedere, non ripugnare. Che il non uscire in tale urgenza dal Monistero era non solo un contrastare a' voleri del Cielo, ma un negare il debito della carità a' bisogni del figlio e de' Vassalli; che l'utile della carità publica dev'esser preferito al vantaggio particolare di se medesima, che il lasciare il Monistero per causa tanto giustificata, era un incontrare maggior servizio di Dio, perché era un adoprarsi in sollievo de' destituti.
Mossa da tali ragioni, siccome restò serenato il torbido della sua mente, così condiscese all'uscita; consolandosi, che col porgere ajuto al figlio, veniva a guadagnarsi il merito dell'ubbidienza al Padre Confessore, e ad impiegarsi nell'opere della carità, alla quale deve posporsi ogn'altro, benché spirituale riguardo; tanto più che rimase bastantemente persuasa della volontà di Dio, a cui pienamente soggettavasi, sapendo bene che l'umana felicità consiste solo in continuamente dipendere dal suo divino volere, ed al medesimo rassegnarsi con pieno distaccamento dal proprio interesse.
La S. Vergine col Bambino, custode del conventoConchiusa dunque l'uscita dal Monistero, ne seguì poi l'effetto con tanto suo rammarico ed afflizzione di mente, che nell'atto dell'uscire sorpresa da una indicibile passione, proruppe in dirottissimo pianto, a segno che pareva le mancasse il respiro. Sembravale di separarsi l'anima dal petto nel dividersi dal consorzio di quelle divote Religiose, ed abbandonare quella solitudine, in cui aveva sperimentate le delizie delle spirito. Davasi ad intendere che coll'applicarsi alle cure mondane, veniva a scemarsi il servizio divino; e che in quelle distrazzioni del Secolo, vi averebbe incontrata molta difficoltà per l'esercizio della divozione. Concorreva maggiormente ad affliggerla il dubio timoroso, che in se stessa nudriva fondato nella profonda sua umiltà, mentre davasi a credere, che come indegna peccatrice non fosse stata meritevole d'abitare più a lungo con le serve di Dio, e che per i suoi peccati l'avesse il Signore discacciata da quel santo Ritiro.
Con tali perturbazioni ed ondeggiamenti l'andava raffinando il Signore Iddio per maggiormente perfezzionarla; nelle quali agitazioni non mai però si perdé d'animo l'invincibil Signora, ma prendendo coraggio nella confidenza del Cielo, ricevé tanto lume, che arrivò finalmente a conoscere quella esser la strada, per cui doveva caminare, e che non le conveniva d'aver altro volere, se non quello che Dio voleva, dovendosi a lui servire nella maniera che egli vuole, non come noi vogliamo.
Uscita con questa totale rassegnazione dal Monistero, non è possibile il ridire l'inconsolabile afflizzione di tutte quelle Religiose, che teneramente l'amavano, parendole aver perduto l'oggetto delle più gradite loro consolazioni, coll'aver perduta l'amatissima Duchessa, dall'esempio della quale ricevevano sempre nuovi fomenti di spirito; e sfogando col pianto l'amarezza de' loro cuori, deploravano ogn'ora la perduta contentezza nella divisione da lei, che con tanta amabilità vi si era unita, e con tanta dolcezza fino a quell'ora trattenuta. Né poteva non riuscirle sensibile la partenza di questa Dama Fondatrice che con l'amabilissime sue qualità, aveva rapiti i cuori e gli affetti d'ognuna; tanto più che riluceva in essa il vago ornamento di quelle virtù, che con somma perfezzione continuamente esercitava. Mitigarono però il cordoglio con la sommissione, che anch'esse fecero al volere divino.
Quanto poi amareggiate si mostrarono le Religiose, altrettanto giulivo fé vedersi il Principe Don Ferdinando, il quale ripieno di contentezza dal vedersi in istato d'aver presente, e direttrice la Madre, non capiva in se stesso, facendo al di fuori spiccare l'interno giubilo, ch'egli provava; ed avendola accolta col più tenero affetto, e con le rimostranze più accese, ringraziolla del materno amore, col quale si era compiaciuta di consolarlo nell'urgente bisogno, che egli teneva della di lei non men prudente che necessaria assistenza, alla quale voleva in tutto rimettersi. Furono accreditate queste dimostrazioni del figlio dalla venerazione, con cui quasi prostrato le prese la mano per baciarla, e la Duchessa col benedirlo, e coll'assicurarlo di tutta la possibile sua attenzione e vigilanza, lo rese maggiormente consolato ed allegro, non saziandosi di render infinite grazie al Signore per quelle, che le faceva di rimirare nel giovinetto figlio una perfezzione sì avanzata nelle virtù, che niente cedeva a quella sperimentata delle quattro sue figlie nel Monistero.
Condotta al Palazzo fu infinita l'allegrezza che recò alla Famiglia l'aspetto gradito di questa affabilissima Dama , brillando a tutti per soverchio di gioja il cuore nel seno, e festeggiando con esterne apparenze il di lei ritorno, non saziavansi di rimirarla, come quella dalla cui comparsa venivasi a temprare il duolo, provato per la fresca morte del già defonto Duca.Immagine del Duca Giulio Tomasi
Né minore fu il contento de' Vassalli, che ricolmati di giubilo facevano plausi d'acclamazione al ritorno di sì degna Padrona, dalla quale promettevansi una compita felicità nell'amministrazione del governo, sicome gli si erano dalla sua presenza asciugate le lacrime sparse per la perdita del Padrone.
In tutte queste allegrezze, con le quali universalmente festeggiavasi il nuovo acquisto del suo ritorno alla Corte, ella solamente deplorava le proprie perdite per aver lasciato quell'amato suo Monistero, nel quale vi ritrovava l'unica quiete del suo cuore. Che se bene come si disse, rassegnata alla volontà di Dio ed ubbidiente all'autorità del Confessore, pospose il genio della ritiratezza all'obligo della carità, per assistere al figlio, ed a' Vassalli; nondimeno l'inclinazione la tirava a bramar tuttavia quella divota Clausura, fuor della quale trovava chiuso l'adito ad ogni piacere e contento; onde quantunque con la persona si trovasse fuori del Monistero, vi stava ad ogni modo presente con la memoria, con l'affetto, e col desiderio a ritornarvi; e fratanto assistendo al publico bisogno del suo Popolo adempiva in un medesimo tempo l'obligo della carità, ed esercitavasi nella pazienza di soffrire la privazione del suo Ritiro, che grandemente la tormentava.
Diede il Principe Don Ferdinando, come erede del Padre, nuovo Duca di Palma, tutto il dominio della casa e del Vassallaggio alla Madre, restandosene egli ubbidientissimo figlio, dipendente dalle di lei direzzioni, sapendo bene quanti vantaggi potean sperarsi dal governo della sua Genitrice, dotata di singolar prudenza e talento; e che non aveva altra mira, che la giustizia e l'equità.
Cominciò dunque ad esercitare il governo con tanta bontà, e rettitudine, che ne godeva sodisfattissimo il Popolo, mentre oltre l'esser prattichissima in materia di governare, esercitava ancora quei talenti, che di più gli dava il Signore, perlocché riusciva estremamente amante e vantaggiosa a' Vassalli, facendosi nel medesimo tempo temere ed amare; usando esattamente un moderato rigore alle contumacie, ed una straordinaria placidezza al buon contegno de' Sudditi. Se bene applicava al governo della Terra di Palma, questo non la divertiva punto dalle solite sue applicazioni spirituali, non avendo giammai tralasciato il servizio di Dio, ed è cosa degna di maraviglia, che anche in mezzo alle tante distrazzioni, che seco porta il governo politico, andasse ella sempre più perfezzionandosi nella via dello spirito; poiché andò incessabilmente proseguendo non solo gli esercizj, che faceva prima, che fosse entrata nel Monistero, ma quegli ancora, che soleva fare in esso, continuando anche fuori della clausura la stessa vita monastica, e religiosa, come se appunto fosse ivi presente; indizio manifesto, che il Signore dasse a questa diletta sua serva forza e lena bastante di supplire all'incombenze civili, ed all'occupazioni spirituali, mentre le faceva con tanta puntualità ed esattezza, che maggiori non potea farle, se fosse stata nel Monistero medesimo; sicché può dirsi con verità, che lo stesso Palazzo era per lei ritiro di religiosa osservanza.

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CAPITOLO XVIII.

Prende il governo della Terra di Palma; e par-
tendo il Principe Don Ferdinando per la
Città di Palermo, continua feli-
cemente la virtuosa am-
ministrazione.

Uno de' motivi, che indusse la Duchessa ad uscire dal Monistero, fu l'indispenzabile partenza che dovea fare per la Città di Palermo il Principe Don Ferdinando suo figlio, a fine d'effettuare il matrimonio già concluso dal Duca Padre alcuni giorni prima dell'ultima sua infermità tra il detto Principe e la Signora Donna Melchiora Naselli e Carriglio, figlia del Signor Principe d'Aragona, Dama altrettanto cospicua per l'ornamento dell'egregie doti dell'animo, quanto ricca di bellezza, ed illustre per la chiarezza del sangue: né convenendo per tante ragioni, che per la detta partenza restasse priva di governo la Terra di Palma fu disposta, come si disse, la Duchessa di lasciare, benché contro sua voglia, la diletta clausura per assistere cogli indrizzi della propria prudenza, ed esperimentata sua abilità alla politica direzzione de' Vassalli, che altrimente sarebbero senza guida rimasti confusi, non essendovi che essa sola, che avesse potuto e saputo dirigerli e governarli.
Or passati già sette mesi dalla morte del già defonto Duca, e sollecitato il Principe Don Ferdinando dalle persuasive della Madre (la quale mirava ancor essa alle convenienze della casa, e allo stabilimento della successione, per poi assodati gl'interessi domestici, rivolgerli di nuovo al suo Ritiro) s'accinse pronto al partire, con l'accompagnamento convenevole ala sua condizione di Principe; e portatosi prima alla Chiesa del Monistero; adorò ivi tutto divoto il Sacramentato Signore, e supplicò con ardenza la Regina degli Angeli a presentargli la sua potente assistenza; e prostrandosi ancora sopra la sepoltura del Padre, non senza copia di lacrime, gli chiese, benché morto la paterna sua benedizione. Con questa bella e divota disposizione di cristiani sentimenti, benedicendolo teneramente la Madre, si pose in viaggio per quella famosa Il figlio, il Duca Ferdinando TomasiCittà, accompagnato sempre dalle sue solite divozioni, che giammai non tralasciava. Giunto felicemente in Palermo, portossi con tutte le nobili formalità e consuete cerimonie al Palazzo della sposa, ove occorsegli uno spettacolo, che siccome è ripieno di portentosa maraviglia, così è degno di qui registrarsi. Appena entrato nell'anticamera, gli si fé incontro una Donzella, che allo splendore di celeste bellezza, ed all'ornamento di candidissime vesti lo sorprese d'inesplicabil stupore. Appressatasegli la medesima con leggiadrissimo sembiante, e presolo per la mano, amorosamente gli disse: Fatevi cuore: Soprafatto da sì ammirabile accidente il Principe sposo, restò come rapito da un'estasi d'ammirazione, e non potendo formar così confuso altro giudizio, penzò esser quella la sposa, che fosse uscita ad incontrarlo; ed ammutolito e perplesso, rimase immobile senza passar più avanti. Il Cavaliere però che l'accompagnava per introdurlo nella camera della sposa, non vedendo quella sì vaga Donzella, e starsi il Principe fermo, lo sollecitava ad inoltrarsi e passare avanti, ove dalla sposa era atteso. Disparve intanto la portentosa Donzella, ed avanzatosi egli dentro la camera, e vedendo la Sposa, dopo d'averla gentilmente riverita, compì seco lei, ma con maniere assai fredde, come attonito da quel, che poc'anzi avea veduto, ruminando attentamente in se stesso chi mai potea essere colei, che gli comparve, e sì dolcemente abbagliollo. In somma furono così freddi i complimenti, che passò con la giovanetta sua sposa, che ben chiaramente scorgevasi la distrazzione del suo cuore, che era divertito d'altra bellezza, infinitamente superiore a quella, che attualmente mirava; a segno che quando poi ritornò in Palma, raccontando alle sorelle la visione già narrata, disse loro: Mentre la mia Sposa mi teneva per la mano, quella Donzella nell'anticamera mi teneva per il cuore; e la dolcezza di quella, mi toglieva ogni compiacenza di questa: Chi fosse poi quella vaga Donzella, che tanto dolcemente rapillo, non è inverisimile il giudicare fosse stata l'Immacolatissima Vergine, che in quella visibile mostra di celeste bellezza gli comparisse per avvertirlo a farsi cuore, e non lasciarsi rapire tanto dalla caduca beltà, che si scordasse dell'immortale; o pure per essortarlo a farsi cuore nel perder, che dovea presto fare la terrena sposa, per unirsi inseparabilmente indi a poco coll'eterna nel Cielo, poiché tanto seguendo avverossi.
All'ingresso fatto dal Principe nel Palazzo della sposa, successero assai pompose le nozze decorate dal fasto, corrispondente alla nobiltà della loro condizione; ma come che restava tenacemente impressa nell'animo dello sposo la rimembranza del veduto sembiante, non dava quegli apparenti segni di letizia, che sogliono dimostrarsi in simili accoppiamenti; perlocché da' Cavalieri che eran seco veniva incitato ad usar rimostranze di più manifesta allegrezza; ma come poteva egli ciò fare per simular giubilo, mentre il suo cuore trovavasi fortemente preoccupato da quella sovr'umana beltà, che gli rapiva tutti i sensi e la mente. Altr'oggetto più possente tiravalo, e la presenza della sposa non era bastante a rimoverlo dalla quella forza infinitamente superiore. Usava tutto il suo sforzo il Principe di vincersi; ed infatti studiò quanto poté d'affrettar giocondità per sodisfarli, a fine di non apportar motivo di tristezza alla sposa; ma perché quella finta apparenza non veniva dal cuore, osservavasi contenuta ne' termini di modestissima procedura, ed intanto apparivano sì prudenti i di lui tratti, che rendevasi non meno commendabile, che ammirabile ad ognuno che osservava tanta moderazione, e contegno in giovane Cavaliere, ed in quella circostanza di nozze. Santa ScolasticaLe sue applicazioni ad altro non tendevano, che al culto di Dio ed al profitto dell'anima, frequentando con ogni più esatta divozione i Sacramenti, e visitando continuamente le Chiese, e particolarmente quelle dove stava esposto il Santissimo per l'orazione delle quarant'ore, ove portavasi ogni mattina, ascoltando più messe, e trattenendovisi per fino all'ora di pranzo. Conservò sempre una tenerissima divozione alla Beatisssima Vergine, in onor della quale recitava giornalmente il suo ufficio, come anche senza intermissione cotidianamente il Rosario. Era assiduo nell'orazione mentale, che apprese con gran profitto fin da fanciullo, a segno che volle Iddio in quella tenera età segnalarlo con una visione veramente prodigiosa; poiché avendogli la sua sorella maggiore Donna Francesca (al presente Suor Maria Serafica) insegnata la maniera di fare l'orazione mentale, una sera, che il fanciullo avea terminato di farla, s'avvide la predetta sorella risplender nel di lui volto segni assai manifesti di non ordinaria divozione e chiamatolo perciò in disparte, l'interrogò qual Mistero avesse egli meditato. A tale interrogazione sospirò teneramente il figliuolino, e le disse: Oh Donna Francesca che cosa ho veduto questa sera! Mi apparve il Signore flagellato, non solo tutto esangue, ma con stracci indosso, e canna nelle mani; e ciò detto di nuovo sospirò con dimostrazioni di tenerissimo sentimento: e perciò dall'essersi egli dopo fatto vedere con mostra di maggior divozione e con estrinseca pietà superiore a' puerili suoi anni, fa indubitatamente credere che se non fosse stata visione sopranaturale perfetta, fosse almeno stata qualche particolare illustrazione, con la quale il Signore volle da picciolo allettarlo a sé.
Per la compiacenza dunque de' costumi, per la divozione e perfetta osservanza della pietà cristiana era chiamato da quei di Palermo col nome di Principe santo, e col medesimo titolo nominavalo anche la Principessa sua sposa. In fatti era egli vero erede più delle virtù e della santità del Duca Padre, che delle facoltà e del dominio; ed un somigliantissimo ritratto, copiato dal vivo originale della Duchessa Madre, che tanto studiò alla buona riuscita de' figli, all'educazione della quale deve attribuirsi, dopo l'influenza della celeste grazia, il loro spirituale profitto.
Or mentre il figlio Principe dimorava in Palermo, edificando quella Metropoli coll'odore, che spirava della sua divozione e pietà, se ne stava la Duchessa Madre in Palma, facendo godere a quei Popoli la felicità del suo governo cogli effetti di una incorrotta giustizia, e colle rimostranze della sua zelante amministrazione. Oltre la vigilanza, che grandemente v'interponeva per il dispotico del governo civile, s'adoprava con tutto lo sforzo all'indrizzo dello spirituale, che maggiormente gli premeva, essendo indicibile il zelo che dimostrava per la salute dell'Anime; perlocché guidata dal medesimo, ed infervorata dagli incendj della carità verso del prossimo, tentava con esattissima diligenza d'evitare l'offesa di Dio. Raccomandava perciò all'Arciprete, Cappellani, ed Ufficiali della Terra, perché seriamente applicassero, quelli in promuover il culto divino coll'esortazioni e sermoni; e questi in divertire i mancamenti con l'autorità delle lor cariche; e così venisse osservata la divina legge non meno coll'impulso delle parole, che collo spavento delle minaccie. E perché non voleva lasciare intentata maniera alcuna di farlo, vi cooperava Ella medesima, con zelo veramente apostolico, impiegandovi da se stessa l'opera e'l consiglio, secondo i dettami della cristiana prudenza. Amante ingegnosa dell'altrui spirituale profitto, studiava d'esigerlo con belle invenzioni, suggerite da quell'ardenza di spirito, dal quale sentivasi ogn'ora più accesa, perloché secondo la varietà delle congiunture e circostanze, adoprava correzioni fraterne, ammonizioni secrete, lusinghe amorevoli, donativi profusi, e carità sviscerata. Ma perché di ciò se n'è parlato distintamente sopra, concluderassi questo Capitolo col dire, che non facevasi azzione dalla Duchessa nel governo da lei maneggiato, che non fosse distinto da una somma prudenza nel politico, e da una eroica pietà nello spirituale, badando con pari avvertenza all'altrui profitto dell'Anima, ed al proprio.

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