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VITA
DELL'ILLUSTRE MADRE
SUOR MARIA
SEPELLITA
FONDATRICE DEL VEN. MONISTERO DELLE
MONACHE MARIANE DI PALMA.
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NASCITA, ED INFANZIA
DELLA VENERANDA MADRE
SUOR MARIA
SEPELLITA

CAPITOLO PRIMO.


a Venerabile Madre suor Maria Sepellita, chiamata nel secolo D. ROSALIA TRAINA, (e con tal nome la chiameremo, finché si parlerà della di lei Vita, menata virtuosamente fuori del Monistero) ebbe per Patria la cospicua, e famosa Città di Palermo, Capo, e Metropoli della Sicilia, e sede della primaria, e più fiorita Nobiltà di quel Regno. Venne dall'utero materno alla luce, l'Anno di nostra salute 1625 il dì 24 di Febraro. Furono i di lei Genitori non meno illustri per la chiarezza del sangue, che segnalati per lo splendore delle Virtù, che esercitate esattamente nell'animo, trasfuse con istudiosa educazione ed ammaestramento ne' figli, accrescevano preggio, ed ornamento alla nazia qualità del lignaggio, e rendevano più segnalate le prerogative della loro Prosapia.La Duchessa Rosalia Traina Tomasi, moglie del Duca Giulio, Suor M. Sepelita
Nata la Fanciulla con bella proporzione quanto alle fattezze del corpo; ma con più vaga simetria quanto alle doti dell'Animo, fu da' suoi nobili, e pij Genitori fatta rinascere al Sagro Fonte Battesimale col nome di Rosalia: nome assai frequente, ed usitato in detta Città di Palermo, anzi in tutto il Regno per la Venerazione, e culto, che si presta alla gloriosa, e Santa Vergine Rosalia Cittadina Palermitana, la quale abbandonate le grandezze, ricchezze, e discendenze Reali della Casa paterna, volle rendersi memorabile esempio di Cristiane virtù, e di celebre santità col sequestrarsi negli Eremi prima del Monte Quisquina, e poscia del Pellegrino in Palermo, dove terminò santamente la vita, chiamata perciò Regina degl'Anacoreti, e rinomata per tutto il Mondo Cristiano.
Par che non fosse senza evidente misterio l'imposizione di tal nome, poiché dispose il Cielo, che questa sua futura gran serva imitasse mirabilmente le virtù eroiche di quella gran santa, e ne seguisse egreggiamente i vestigj; mentre siccome quella santa Vergine Rosalia, posposte le Grandezze, le Ricchezze, e gl'Onori abbracciò coraggiosamente gli Antri, la povertà, e le penitenze fin nella sua medesima Patria; Così Donna Rosalia Traina ad'emulazione di quella abbandonati totalmente i Fasti, i Titoli, ed il Dominio elesse animosamente il Monistero, l'asprezze, e la solitudine, costituendosi Regolare, e Romita nella stessa Terra di Palma, di cui, come Duchessa, ne godea pacificamente il possesso.
Don Antonino Traina il Genitore della nostra Fanciulla assieme colla Madre, (che fu la Signora Donna Antonia Drago, Dama nobilissima per origine di sangue, e segnalatissima per freggio di Virtù) attendevano a governar la Bambina con quella maggior sollecitudine, e vigilanza che conoscevano dovuta, e necessaria ala profittevole educazione de' figli; e per ciò provistala d'una scielta Nudrice abbondante più di morigerati costumi, che di copia di latte, godevano, che la Figliuola succhiasse più l'alimento delle buone, ed ingenue qualità, che il sostentamento di vita; onde proseguiva Fanciulla a crescere non meno alimentata dal salubre nutrimento somministratole dalle mammelle, che imbevuta d'oneste inclinazioni, che ritraeva dalla buon'indole della saggia Nudrice.
Godevano lieti i Genitori nel vedersi aumentata in Rosalia la lor Prole, che consisteva all'ora in un figlio chiamato Don Vincenzo, una figlia minore nominata Donna Cristina, e nella nostra Rosalia Bambina, e si lusingavano colle speranze d'una continua successione di futura discendenza, che fosse valevole a perpetuare colla Posterità la loro Prosapia; e tanto maggiormente si persuadevano questa sicurezza, quanto che essendo ancor essi giovani vedevano avanzarsi i figli prosperosi nella salute del corpo, e ben disposti nell'indole generosa dell'Animo.
Riuscite però vane le speranze de' Genitori; e sortito diverso l'evento di quello si proponevano nell'Idea, diedero a conoscere con evidenza, che negli affari incerti, e dubbiosi del Mondo solo Iddio può disporne a suo talento; perché prevenuto dalla morte, chiamato a miglior vita il Genitore, venne a scomporsi la fabrica de' concepiti penzieri; restando la moglie Donna Antonia Vedova di sì nobil Consorte, ed aggravata dal peso d'educare gli accennati tre figli destinati dal Cielo a fine diverso di quello penzavano i Genitori.
Seguì la Morte del Marito in tempo che la Fanciulla Donna Rosalia era solo avanzata all'età di nove mesi; onde facevasi tanto maggiore l'afflizzione della Madre, quanto minore era l'età de' Figliuoli bisognosi di quella cura, che gli venne mancando per la perdita del Padre; ed in particolare la tenerissima età della Bambina rendeva più sensibile il dolore alla Genitrice, di cui solo sollievo erano le speranze, che riponeva nell'ajuto del Cielo, ed assistenza Divina.

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CAPITOLO II.

Vien condotta Bambina nella Città
di Girgenti.

hi pone le sue speranze in Dio, mai si vede abbandonato da esso; ed ecco che non lasciò il Cielo di consolar il cordoglio, e le speranze della sconsolata ed afflitta vedova Donna Antonia, la quale con piena, e viva fiducia raccomandava à Dio la cura degli orfani suoi figli; poiché somministrolle opportuno l'aiuto, e pronta la Providenza per assicurarla, che non sarebbe mancata in effetto ogni più desiderata, e necessaria assistenza a quei piccioli germogli delle sue viscere.
Si ritrovava in quel tempo Vescovo dell'Insigne Città di Girgenti, nel Regno medesimo di Sicilia Monsignor D. Francesco Traina, Prelato veramente degno, in cui gareggiavano le Prerogative più qualificate dell'Animo, e le Virtù più cospicue della Pietà; Fratello del Defonto, e Zio Paterno de tre figliuoli, e respettivamente cognato della Vedova Donna Antonia; il quale, mosso dal Zelo, e sollecitato da i stimoli del sangue, s'accinse à sostener le veci di Padre à quegli orfani del proprio Padre; per lo che determinò di far condurre, siccome fece, in Girgenti la Cognata con tre figliuoli suoi nipoti per ivi educarli, ed assisterli à misura del bisogno, che grandemente incalzava.
Ed ecco la picciola Bambina Donna Rosalia obligata nella tenera età dì nove mesi à lasciar la Patria, senza averla prima conosciuta, e condotta dal Zio, ove la chiamava il Cielo che la destinava a gloriosi, e segnalati vantaggi, quali son quelli, che si diranno in appresso, ne' progressi lodevoli della sua vita.
Non fu ordinaria la passione della Vedova Donna Antonia, nel vedersi costretta ad abbandonar l'amata Patria, congionti, ed amici, per esser condotta assieme co' figliuoli in Paese a lei straniero tutta volta servendosi della fortezza del proprio animo, fece cuore a se stessa, e lasciandosi totalmente reggere dalla prudente, e ben regolata condotta del Vescovo cognato, alle direzzioni di questo pienamente si rimetteva, e molto più alle disposizioni del Cielo coraggiosamente si rassegnava.
Partita dunque non senza lagrime di tenerezza dalla Patria, in cui lasciava dolente la memoria dell'estinto consorte, altra consolazione non provava, che i conforti, addotti dal pietoso Prelato e la vista continua de' tre orfani suoi figliuoli, quali rimirava con occhio di tanto affetto, che non sapeva giamai distaccarne lo sguardo.
Arrivata questa nobile comitiva in Girgenti, ed accolta dal Prelato colle dimostrazzioni più espressive d'un sincerissimo affetto, diede il prudente Vescovo principio alle applicazioni non meno per il decoroso mantenimento della cognata, che per la conveniente educazione de' Nipoti; ma osservando nella Vedova Donna Antonia una prudenza più che virile, ed un fondo mirabile di Bontà, lasciò, che ella medesima ne fosse la Direttrice ne' costumi; mentre s'assicurava, che il vivo esempio della madre fosse scuola più che bastante, ove s'imparassero le virtù Cristiane da' figliuoli.
L'AnnunciazioneAmmaestrava dunque la madre i teneri suoi figli con tanta sollecitudine, e Vigilanza, che non lasciava scorrere in essi una abbenché minima azzione, che non l'esaminasse con rigorosa considerazione; e fu tale il profitto preso nella materna educazione, che la Figliuola Donna Cristina, che si ritrovava all'ora cresciuta in età di dieci anni, s'impresse nell'animo il voler conservarsi Vergine, e dedicarsi totalmente a Dio, col farsi Religiosa; al qual proponimento condescendendo le buone instituzioni della Figliuola, la resero a suo tempo contenta, col monacarla in Palermo nel Monistero detto del Cancelliere, ove terminato l'anno del Noviziato, fece la sua solenne Professione assumendo i Nomi di suor Francesc'Antonia acciò con essi conservasse viva nel cuore la memoria del Zio Monsignor Don Francesco, e della Madre Donn'Antonia, da' quali riconosceva tutto il vantaggio dell'educazzione avuta; e tale, e tanta fu la Vita esemplare, e la severa osservanza di questa nobile Religiosa, che risplendeva come specchio d'imitazione a tutte l'altre Monache dell'accennato Monistero, mentre con ogni puntualità segnalavasi nell'esercizio delle Virtù, e nell'adempimento delle Regole, e costituzioni Monastiche di maniera, che quando a suo tempo fu dalla Pietà della Donna Rosalia, di cui ragioniamo, e del Signor Don Giulio di lei Consorte, fondato il Monistero in Palma col titolo della Beata Vergine Madre di Dio Maria del Rosario sotto la Regola del Patriarca San Benedetto, fu ella medesima scielta, ed eletta institutrice e direttrice d'esso Monistero, trasportatavi colle dovute facoltà da Palermo, a fine di piantarvi la Regola d'osservanze claustrali, come in effetto piantò; e doppo d'averla ben coltivata, secondata, e radicata per alcuni anni non meno coll'insegnamenti della sua vigilante Teorica; che con l'esempj della sua fervente pratica, alla fine se ne ritornò come pecorella del Signore al suo primiero ovile nel pristino suo Monistero del Cancelliere, dove finalmente morì carica di meriti con odore, e fama di stimabile santità, degna Sorella della nostra serva di Dio Donna Rosalia Traina.
Non molto doppo l'ingresso nel Monistero della suddetta signora Donna Cristina, o per dir meglio Suor Francesc'Antonia Traina, sorpreso da grave, e maligna febre il Fratello Don Vincenzo fu da immatura morte rapito in sette giorni sul verde fiore degli anni, non senza un sommo dolore della Vedova Madre, né senza una indicibile passione del Vescovo Zio, che per la morte di quest'unico Nipote vidde morire altresì la speranza già concepita della bramata Propagazione del suo Casato; onde la mancanza di quest'ultimo rampollo per cui s'alimentava la fiducia di moltiplicar colla Posterità la Famiglia, fu caggione, che l'affetto del Zio, e della Madre, venne tutto a restringersi nella persona per altro amabilissima della picciola Donna Rosalia, la quale siccome rimase l'unico avanzo della Casa, così restò il totale oggetto delle loro attenzioni.

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CAPITOLO III.

Educazione, e Virtù nella Fanciullezza
di Donna Rosalia Traina.

resceva intanto bella di corpo la nostra Giovinetta negli anni; ma assai più bella d'animo avanzavali nella bontà de' costumi, educata non meno col vivo esempio delle Virtù, che in atto praticava, che con l'efficaci insegnamenti, che di continuo le suggeriva la Genitrice. E per formare argomento verace dell'ottimo fine della Figliuola, basta certo addurre per prova i buoni principj insinuatili dalla Madre, che non lasciava d'instruirla placidamente con le parole, ed eccitarla coraggiosamente coll'opere per istradarla al diritto camino della perfezzione; sì che tutto ciò, che veniva oprato dalla Madre era puntualmente seguito dalla Figliuola; e perché la Madre in altro non occupavasi, che nella pratica delle virtù, così nell'uso di esse applicavasi piamente la tenera figlia, praticandosi da essa quell'esercizj, che vedeva continuare alla Madre. Tanto può la forza dell'esempio, particolarmente negli animi ben disposti, qual'era quello della virtuosa nostra Giovinetta, che col senno preveniva l'età, ed inclinata naturalmente al bene, l'apprendeva con tanto eccesso, e fervore, che non solo imitava in tutto, e per tutto le virtuose azzioni della Madre, ma studiavasi altresì con ogni sforzo di superarle conforme di molto le superò, come vedrassi.
La prima Virtù, che per ordine cominciò a praticare questa novella, e tenera Serva di Dio fu l'Umiltà, fondamento d'ogni spirituale edificio, mediante l'Ubbidienza, che esattissima prestava alla Madre, ed al Zio, dai cui voleri totalmente dipendeva; né aveva altra regola nell'operare, che quella le veniva prescritta da i comandamenti de' medesimi, facendosi legge inviolabile il loro volere, dal quale non si rimuoveva già mai; e talmente riuscì puntuale in questa Virtù, che quantunque Fanciulla, non osò mai né in parole, né in fatti contradire in cosa, che minima si fosse, ma in silenzio ciecamente ubbidiva a qualunque precetto de' suoi maggiori; chiaro saggio di quella maggiore ubbidienza, che era per prestare, e professare, crescendo in età a i comandamenti di Dio, e della Santa Chiesa Cattolica, e de' suoi Superiori.La fuga in Egitto
E questà Virtù d'una pronta Ubbidienza, e soggezzione andava tanto più aumentandosi, quanto meno la tenera giovinetta conversava con altre; poiché lontana dalle conversazioni, abbenché per altro oneste, ed indifferenti; e trattenuta in un continuo ritiro, non avea oggetti che potessero divertirla dall'esercizio d'ubbidire, onde solitaria, e ritirata spendeva virtuosamente il tempo nelle divozioni, prescrittele dalla saggia Madre oltre quelle, che ella stessa vi aggiungeva. Ed era talmente severa questa ritiratezza, che sembrava (come la medesima Donna Rosalia poi raccontava a' suoi figli) una clausura della più stretta osservanza.
Così degna veramente di lode, e meritevole d'applausi, venne a rendersi questa esemplare Genitrice, che con sì bella educazione, e col proprio esempio fomentava le Virtù tutte nel cuore della Spirituale Donna Rosalia sua figlia la quale sempre apparecchiato aveva lo Spirito alle devozioni, orazioni, digiuno, mortificazioni, e penitenze.
Non usciva mai di casa, e tutte le volte, che usciva guidata dalla Madre, subito si potava in una vicina Chiesetta per ivi udire la Messa, o per ricevere i Sagramenti, che divotissima frequentava. L'ozio del suo ritiro non era mai ozioso, impiegandolo tutto in cose concernenti allo spirito, ed in Orazioni, alle quali applicava con tanto fervore, che non mostravasi mai sazia di recitare gl'officj, le Corone, ed altre preci; intenta molto più all'Orazione mentale, con cui spessissimo mettevasi alla presenza di Dio, ed ivi come in suo centro ritrovava tutta la pace e la consolazione interiore dell'Anima.
Alla direzione della pia, e divota Madre, aggiungevasi il consiglio prudente, e sano del Padre Spirituale, ed altri servi di Dio provetti nella via dello Spirito per sapere bene regolare gli esercizj di virtù praticati dalla ben costumata figliuola; che però era stabilito in essi un ben aggiustato sistema, ed una ben ponderata distribuzione del tempo, per impiegarlo ordinatamente, e senza confusione, di maniera, che non si faceva cosa, abbenché minima, in quella casa, che non fosse indrizzata con la giusta misura, dando a tutte le ore la sua applicazione assegnata ed infatti l'ordine, e la distribuzione del tempo nell'operare, è necessariissimo in tutte le professioni, e particolarmente nella vita spirituale, senza cui gli esercizj procederebbero confusi, con pericolo, che venisse ad intiepidirsi il fervore: essendo la disposizione del tempo lo svegliarino, che chiama all'operazione prefissa.
Con quest'ordine dunque si andava puntualmente esercitando la Giovinetta serva di Dio Donna Rosalia, in modo tale, che quella casa ove colla Madre abbitava, sembrava un ben ordinato Monistero di soda osservanza, tanta era la puntualità, con cui ordinatamente si procedeva.
Potrassi qui riflettere a considerare il piacere non ordinario, che ne prendesse il Vescovo Zio nel vedere la Giovinetta Nipote sì ben icaminata nella Virtù; e la Consolazione grande, che ne sentisse la Madre nell'osservarla tanto inoltrata al servizio di Dio: ma assai maggiore era il diletto della nobile Verginella, che quanto più s'esercitava in questa vita Spirituale, tanto più sentivasi allettata a proseguirla per le consolazioni, e dolcezze, che provava nel cuore, tutto acceso di fiamme di Carità verso Dio.

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CAPITOLO IV.

Sponzali di Donna Rosalia prima con Don
Carlo di Tomasi, e Caro, e poi
con Don Giulio di lui
Fratello.

on quest'ordine di vita sì perfetta proseguiva a maggiormente perfezionarsi la nobile Giovinetta, freggiata nell'interno dell'antedette Virtù morali, ed ornata parimente nell'esterno, oltre le doti del Corpo, di quelle cognizioni, ed esercizj convenienti al grado d'una Dama sua pari; mentre fu fatta con ogni attenzione ammaestrare dalla Madre non solo nelle lettere, ed arti liberali, come nella musica, e simili, ma anche negl'impieghi gentili del ricamo, e dell'ago non disdicevoli a nobile condizione; de' quali lavori ella poi si serviva per ornamento degli Altari, impiegando non meno le fatighe della mano, che la divozione del cuore verso l'amato suo Dio, e della Vergine Madre, che erano il principale oggetto dei suoi infervorati penzieri.P. Carlo Tomasi, Chierico regolare.
Ornata di tali abbigliamenti, che la rendevano sì ragguardevole a tutti, accresceva ella il preggio della bontà, col tenere i suoi affetti unicamente impiegati al Cielo, e totalmente staccati dal Mondo, quale cominciò a sdegnare in sì fatta maniera, che riputava a mal grado il sentirne discorrere; ma non per questo le riuscì d'allontanarsene, come bramava; poiché destinata dal Vescovo Zio allo stato matrimoniale per ricavarne successione, convenne a lei d'arrendersi alla volontà del medesimo, ad onta delle sue avversioni.
Molti furono i Cavalieri, che invaghiti più delle doti interne del suo grand'animo, che delle ricchezze esterne della sua ampia dote la richiesero in isposa; ma il Zio, che la reggeva in luogo di Padre, scelse tra tanti il Signor Don Carlo de' Tomasi, e Caro, Barone della Torretta, e di Montechiaro, Principe di Lampedusa, e Duca di Palma (terra propria, edificata da' fondamenti a spese della sua Casa) Cavaliere della più cospicua nobiltà, che vantasse la Sicilia, e delle più eccelse prerogative, che segnalassero un Eroe.
Prima, che si sottoscrivessero li sponsali si prese tempo a conchiuderli, nel qual mentre infermatosi il pio Cavaliere, eletto sposo, illustrato da lume superno, ed ubbidiente alle voci del Cielo, che lo chiamavano altrove, fece stabilito proponimento d'abbandonare il secolo, e darsi a Dio con voto di Castità; e per mandare ad effetto questo non meno ammirabile, che Celeste disegno; volle autenticarlo colla clausura ne' chiostri, non senza infinito dispiacere dell'Avo paterno Don Mario de' Tomasi, e Caro, che teneramente l'amava. Elesse dunque per disposizione divina l'Illustrissima, e Sagra Religione dei Chierici Regolari Teatini, ove fiorì vero esemplare di Religiosa osservanza, che ripieno tutto di Dio, aggiunse con l'innoccenza, della vita, e col profondo della Dottrina nuovi splendori alla sua Religione, in cui finalmente ricolmo di meriti morì in Roma con opinione comune di santità come diffusamente si legge nella storia della sua vita eruditamente scritta dal Padre Don Giovan Bonifacio della medesima Religione.
Avanti però d'entrarvi fece un magnanimo rifiuto de' suoi Dominj, ed una generosa rinunzia della Primogenitura, e di tutti i suoi stati nella persona diletta del fratello Don Giulio, in cui fioriva niente dissimile l'Indole illustre, che risplendeva in Don Carlo: ed in fatti furono questi due fratelli così uguali ne' doni della Natura, e della Gratia come furono gemelli nel nascere.
La Rinunzia fatta da Don Carlo in persona del Fratello Don Giulio, ed il di lui ingresso nella Religione, fu causa, che gli stessi sponsali, che pensavano dover conchiudersi col detto Don Carlo, fussero in luogo di questi stabiliti col medesimo Don Giulio, il quale siccome restò investito della primogenitura, e de' feudi, così parimente fu sostituito al matrimonio colla nobile Donna Rosalia, la quale si ritrovava all'ora in età d'anni quindeci.
Il Duca Giulio Tomasi, gemello di CarloOsservinsi qui l'imperscrutabili, e sempre adorabili Giudizj di Dio, il quale negl'abbissi de' suoi eterni decreti dispone le cose alla sua maggior gloria, ed al profitto migliore delle sue Creature: e ben chiaramente sono poi scoperti gl'occulti misterj nascosti in queste publiche mutazioni. Il Signor Don Carlo con abbandonar il Mondo, e gli stati, rinuntia al Dominio, ed al titolo di rendersi Padre seccondo di figli, che propagassero la discendenza, perché Iddio l'aveva riservato ad esser figlio, e soggetto a quella santa Religione in cui egli candido giglio di purità verginale fiorisse, padre più fertile di Virtù Cristiane, e generasse allo Spirito Prole più bella del Paradiso, quale fu il Nipote don Giuseppe Maria de' Tomasi, figlio ben degno della nostra Donna Rosalia, e del Signor Don Giulio, che mosso dal di lui esempio, e spirito dalle proprie inclinazioni, volle seguitarne i Vestigj nella stessa Religione, rinunziando ad imitazione di quello la Primogenitura, e gli stati, (che per successione gli competevano come figlio dell'accennato Don Giulio) in persona del Fratello minore Don Ferdinando; ed abbracciato quel Sagro Istituto, produsse frutti sì degni di Virtù, e di Dottrina, che meritamente fu dalla Santità allora Regnate di Clemente Undecimo promosso alla Sagra porpora l'anno 1712 a 18 Maggio, qual Dignità Cardinalizia con risoluta costanza ei s'ingegnò rinunziare, ma fu con Pontificio precetto costretto accettarla; e finalmente doppo l'aver dato di sé continuato, ed ottimo odore di santa Vita, passò (come piamente si crede) al possesso de' beni eterni, e celesti, in ricompenza di quei transitorj, e mondani, che aveva lasciati qui in terra; avendo seguita la morte di questo gran servo di Dio il primo giorno di Gennaro, l'anno 1713 doppo il breve spazio di mesi sette, e giorni dodeci di Cardinalato, e la di lui vita è scritta dal Padre Don Antonio Maria Borromeo della medesima Religione de' Chierici Regolari, abbenché ancora altre famose penne d'Italia si sono prese l'assunto di tramandarne anche più diffusamente la memoria a' posteri.
Né minori anzi più chiari si scuoprono i misterj della Providenza Divina nella mutazione di Donna Rosalia, che cedé a' voleri del Vescovo suo Zio per casarsi con Don Giulio, permettendo il Signore l'unione di questa felice coppia, mentre l'aveva già destinata come suolo ferace di fiori Verginali, che spirando soavi odori di virtuose operazioni, passarono in frutti di santimonia, quali furono il poco di anzi accennato Cardinale figlio di questo matrimonio, e le quattro sorelle collocate per ispose di Cristo nel Monistero di Palma (fondato come dirassi dalla pietà di questi due consorti) e particolarmente la Venerabile Suor Maria Crocifissa, mirabile nell'osservanza religiosa, e celeberrima nell'austerità e perfezione della sua Vita, descritta fedelmente dall'aurea, ed erudita penna del Dottor Don Girolamo Turano Canonico della Cattedrale di Girgenti in Sicilia, e stampata in Venezia l'anno 1709.
Ma ritornando colà d'onde si dipartì il discorso, non può a bastanza esprimersi il cordoglio dell'afflitta Donna Rosalia nell'attendere conchiusi gli sponsali con Don Giulio; poiché usuata, come si disse nella ritiratezza, ed abbituata nelle divozioni, aveva nodriti, e cresciuti desiderj di solitudine in qualche monastico ritiro. (l'espose ben ella col pianto, che copioso versò dagli occhi, testimonio verace dell'intenzo dolore, che la tormentava nel cuore), come figlia però d'ubbidienza, che fu la prima Virtù direttrice delle sue operazioni, s'acquietò alle persuasive della Madre e del Zio, considerando nel volere di questi la Volontà di Dio, che disponeva di tenerla ligata non co' voti della Religione, ma col nodo del matrimonio. E pure con ambi i legami la volle cinta il Signore, poiché resala a suo tempo contenta, si ridusse finalmente nel Monistero fondato in Palma da lei medesima, e dal consorte, quando per la morte di esso rimasta Vedova, ivi solennemente professò, come dirassi a suo luogo.

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CAPITOLO V.

Si conchiude solennemente il matrimonio
con Don Giulio, e la Prole
che siegue.

tabiliti già gli Sponsali, se ne fece con la dovuta pompa, e magnificenza solenne conchiusione nella Città di Girgenti a gli undici di Novembre, giorno festivo del glorioso San Martino, quasi che la gioconda, e Sagra festività di quel dì arridesse, e facesse plauso giulivo a questa scielta coppia di sposi, veri seguaci del Nazzareno, da' quali doveansi generare Eroi di sodo valore; e fortezza per la milizia di Cristo. Ed abbenché l'animo di Donna Rosalia restasse pur anche alquanto agitato dalla considerazione di essersi accasata all'arbitrio dell'altrui, e non del proprio volere; tutta volta rasserenossi il torbido de' suoi pensieri nel conformarsi su la credenza che tale appunto era la volontà del Signore, il quale la istradava per la via del matrimonio, per meglio incaminarla nel sentiero del merito.
Dato perciò totalmente bando ad'ogni mestizia, e ridotta in calma la tempesta de' suoi cordogli, si diè quella pace, che suol trovare chi si rassegna alle disposizioni del Cielo; tanto più, che con religioso consiglio andavasi persuadendo non esser unica, ma varie le strade, che conducono alla vita beata, pur che dirittamente in esse vi si cammini.
Con queste degne riflessioni, s'andava ella tanto più consolando, quanto più da vicino osservò nel consorte Don Giulio una viva, e soda inclinazione alla Pietà Cristiana; di maniera tale, che concepì fondata speranza di molto profittar col di lui esempio nella via della perfezione; e tanto infatti ne avvenne, poiché ambi fra loro si fomentavano nello Spirito; e con tanta emulazione l'uno faceasi sprone all'altra, e l'altra all'uno per correre più animosamente alla meta della Virtù; e già mai non si vidde, che ne rallentassero il corso.
Volle intanto il Signore Iddio dar principio a gl'effetti benefichi della Divina sua Providenza coll'arricchire di numerosa Prole il matrimonio di questi novelli sposi; poiché resa sul bel principio gravida la nostra Donna Rosalia, diè alla luce nella Città di Girgenti prima dell'anno una bambina; essendo essa all'ora in età d'anni sedeci, qual bambina fu nominata al Sagro Fonte Donna Francesca Anna, Tomasa, quale fiorisce oggi nel Monistero fondato in Palma da' suoi genitori, col nome di Suor Maria Serafica della Concezione, degna certamente di tanto nome, tanto inoltrata, e provetta nell'amor di Dio, e nell'osservanza Religiosa, che sembra un serafino d'ardore nel fervor dello spirito, lauda virum post mortem.
Indi a suo tempo nella stessa Città ne partorì un'altra, che fu chiamata Donna Isabella Domenica: nome in vero misteriosamente adattato a questa picciola infante, perché veramente bella del Signore doveva riuscire nel medesimo Monistero, ove chiamossi Suor Maria Crocifissa della Concezione, che tutta sagrificata al di lui divino servizio, se ne morì, memorabile esempio di mortificazione, e di penitenza; di cui parlossi nel precedente Capitolo.
Transferitisi poi questi consorti nell'Alicata Città, di cui in quel tempo ne godevano il Dominio, fu la Duchessa resa per la terza volta feconda d'un maschio appellato Don Ferdinando che se ne volò in Cielo bambino di tre mesi.
Successe nel nascimento Donna Antonia, la quale poi entrata assieme con l'altre due sorelle nel detto Monistero di Palma visse col nome di Suor Maria Maddalena della Concezione, esercitata con somma laude non men nella Bontà della Vita, che nella santa perseveranza della Religione; e passò a godere l'Eterne felicità il dì 23 Agosto 1721.Immagine dello sposo, il Duca Giulio Tomasi
Proseguendo la Duchessa nella fertilità si sgravò per la quinta volta del secondo maschio, che riuscì un portento di Cristiane Virtù chiamato al Fonte Battesimale Don Giuseppe, il quale poi fu quel famoso Don Giuseppe Maria Chierico Regolare Teatino Cardinale di Santa Chiesa, come di sopra accennammo.
Passarono dall'Alicata questi fortunati consorti al soggiorno nella Terra di Palma soggetta al loro Dominio, e fabbricata a spese della Famiglia Tomasi; ed'ivi similmente continuò le sue benedizioni il Signore, poiché vi partorì altri tre figli; Donna Rosaria, che piccolina d'undici mesi ebbe la fortuna di volarsene al Cielo; Don Ferdinando, che fu il Principe di Lampedusa, ed'Erede del Ducato di Palma, come quello in persona del quale fu dall'accennato Fratello Don Giuseppe fatta la rinunzia della Primogenitura; qual Don Ferdinando accasato con Donna Melchiora figlia del Principe d'Aragona, voleva doppo d'aver generato un maschio, ed'assicurata la successione licenziarsi dalla moglie, abbandonare gli stati, ed'abbracciare anch'egli, ad'emulazione del Zio, del Fratello, la santa Religione; ma non gli riuscì il disegno, poiché prevenuto dalla morte, se ne passò in età di vent'un anno santamente all'altra vita, colto appunto dal Signore in tempo, che penzava cambiare il ricco possesso del dominio col povero stato di Religioso, per dargli in premio quella gloria, che egli tentava di guadagnarsi a costo del disprezzo del mondo.
L'ultimo parto di Donna Rosalia fu Donna Alippia Gaetana, la quale nell'ingresso, che la nostra Duchessa fece nel Monistero di Palma, vi entrò anch'essa con la Madre; ed ivi fattasi Religiosa professa, vive oggi esemplarmente col nome di Suor Maria Lanceata nel medesimo Monistero coll'esercizio d'ogni Virtù da vera serva di Dio.
Bei frutti veramente grati al gusto di Dio odorosi di Santa Vita furono i nobili parti della Duchessa nati al Mondo non per seguire il Mondo, ma per sprezarlo, e fuggirlo come in fatti il fuggirono; sequestrandosi cinque di essi come in sicuro porto di salute, nella clausura della Santa Religione, e degli altri tre, due volati in età bambina alla Gloria; e l'altro, cioè Don Ferdinando, nel mentre, che era attual Duca di Palma, rapito al Cielo nel tempo stesso, che covava pensieri di Paradiso, penzando anch'egli d'abbandonare il Secolo, e rendersi Religioso.

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CAPITOLO VI.

Esercizj domestici, e Cotidiani della Du-
chessa Donna Rosalia nel buon
regolamento della sua Vita
e della sua Casa.

a Vita della Duchessa, come che tutta infervorata di Dio fu guidata sempre con tanto studio nell'esercizio delle Virtù, che sembrava a gli occhi di tutti una perfetta imitazione di Giesù Cristo, effetto di quell'Amore intenso, con cui lo serviva, che l'eccitava ad imitarlo più che l'era possibile. Poteva ben dirsi di lei che fosse un vivo Teatro di tutte le divozioni, ove rappresentava l'opere Cristiane, e sante con sì esatta puntualità e fervore; che non poteva considerarsi senza ammirazione ed edificazione di chi l'osservava. Frequentava ella i Sagramenti col più vivo sentimento della pietà: né contenta di frequentarli in se stessa, invigilava attentamente, che fossero frequentati dalla sua Famiglia, tenendo stipendiati più Cappellani affine d'amministrarglieli.
Praticava per sua particolar divozione la recita del Santissimo Rosario, come che in quei Sagri Misterj si contiene interamente la Vita di Cristo unico oggetto della sua mente: ed era sì puntuale in questo santo esercizio, che con la stessa puntualità voleva si radunassero ogni sera tutti di casa a recitarlo in compagnia; di maniera, che se alcuno per negligenza vi fosse mancato risentitamente lo mortificava, riprendendolo, abbenché amorevolmente poi, e dolcemente l'incitava a non mancarvi per l'avvenire. Aveva l'occhio particolare verso le sue Damigelle, perché vivessero col santo timor di Dio, contenute sempre nei termini dell'onestà, e nel fervor dello spirito; né mai le voleva oziose nella divozione; onde nel tempo stesso, che quelle lavoravano, per eccitarle alla medesima, leggeva, o faceva leggere la Vita di qualche santo, affinché nel mentre, che stava la mano impiegata al lavoro, stasse occupata la mente a quella Sagra lezione, perché vi si imprimessero senzi di Pietà, ed incentivi di spirito, ad imitazione del Santo di cui si leggeva la Vita, e prima, che andassero a letto le congregava assieme; leggendo loro, qualche libro spirituale, ed assegnando in fine il punto della meditazione per l'orazione mentale, la quale era talmente ben praticata, che meglio non si poteva in Monistero di rigorosa osservanza.Residenza dei Tomasi
Tutti i giorni teneva la Duchessa impiegati i suoi divoti pensieri nel servizio di Dio, e voleva, che le operazioni esterne corrispondessero a gl'interni desiderj del suo cuore; sì che ogni dì stava occupata non solamente in recitare l'officio di Nostra Signora, (che per voto da lei fatto recitò divotamente tutto il tempo di sua vita) il santo Rosario, ed altre preci, Corone, ed orazioni vocali, ma anche stabilì, che due giorni della Settimana, cioè il Mercordì, ed il Venerdì si facesse indispensabilmente nell'Oratorio della sua Casa una divota Congregazione, ove facendovi intervenire tutte le Donne della Famiglia, si serrava con i piccioli figli, ed ivi faceva recitare molte orazioni vocali; doppo le quali leggendosi il punto della meditazione, si faceva un'ora d'orazione mentale, in cui la Duchessa soprafatta da fervorosa tenerezza liquefacevasi in pianto, e non bastando questo a smorzare l'ardente sete, che ella avea dell'amore di Dio, v'aggiungeva pure lo spargimento copioso del sangue; poiché finita l'ora dell'orazione mentale, si terminava la Congregazione con la disciplina, con cui fabbricata d'acute punte di ferro flagellandosi, spargea per il rigore de' colpi più stille di Sangue dal corpo, che gocce di lagrime dagli occhi, a segno che il Sangue medesimo per l'abbondanza veniva a spuntare sopra le vesti che la coprivano, e discopriva con somma edificazione all'altrui pupille le gran penitenze, che intraprendeva nel mortificarsi.
Con lo stesso fervore contrasegnava tutte le vigilie di Nostra Signora, diggiunando severamente in pane, ed acqua; e solennizava i giorni seguenti delle Feste non solo con la Sagra Communione (prezioso, ed unico ristoro dell'Anima sua) ma con lo stare tutta la mattina di quelle feste nella medesima Chiesa sempre ginocchione facendo in tal tempo, oltre le consuete sue orazioni vocali, rendimenti di grazie al Signore, e molt'altre orazioni giaculatorie, secondo che veniva dal fervore eccitata, e molto più la passava nell'orazione mentale, ch'era il cibo più saporoso al palato della sua grande divozione.
In tutto il tempo, che la Duchessa stava in Chiesa voleva presenti ancora le sue figliuole per farli in tal maniera avvezzare allo Spirito, ed al culto di Dio; né mai permise, che si dassero loro altri divertimenti puerili; ma solo esempj di Pietà, e di Religione; d'onde poi ne risultarono le gran conseguenze delle riuscite profittevoli, che fecero sì mirabili nel servizio di Dio, come chiaramente si legge nelle vite della Venerabile Serva di Dio Suor Maria Crocifissa, e dell'ultimamente morto Cardinal Tomasi, ambidue degni figli di sì gran Madre, che avendoli partoriti al Mondo, seppe religiosamente nudrirli, ed educarli per il Cielo.
Ritornata dalla Chiesa faceva ritrovare appostatamente in casa alcune povere persone, a' quali non solo dava un lauto pranzo, ma con molta umiltà le serviva ella medesima a tavola; ed era sì grande il piacere, che provava nel servirle con le proprie mani, che voleva il simile facessero le sue figliuole, facendoli fino da piccolini portare i piatti in braccia della nudrice, affinché da bambini apprendessero e si rendessero affezionati all'opere di Carità. Doppo il pranzo distribuiva a quei poveri una profusa limosina, e così licenziavali non meno contenti, che grandemente edificati. Finalmente andava ella a pranzo col Duca, e co' figli anche passata l'ora consueta; nel che osservasi, che voleva, che al commodo di sé, e della sua famiglia precedesse il servizio di Dio nella persona de' poveri, ed il Duca marito, come Signore degno d'una tale consorte, amava ancor'esso vederla sì bene impiegata.
Usava grand'astinenza, accompagnata da altrettanta divozione, e tutti i Venerdì dell'anno, come quelli ne' quali mettevasi attentamente a contemplare la passione del Nostro Redentore, di cui era a maraviglia divota; ma la raddoppiava con maggior fervore ogni Venerdì di Marzo, giorni, ne' quali si proponeva alla mente più viva la memoria de' patimenti di Cristo Gesù, quali cercava d'accompagnare con penitenze più rigide del suo corpo; e sì rigorosa era in tali giorni la di lei astinenza, che la passava appena con iscarsi bocconi di solo pane, e pochi sorsi di pura acqua, e dove essa dava sì parco alimento al corpo, somministrava copioso cibo allo spirito con lunga orazione, e contemplazioni a quei divini misterj.
Un'ala del Palazzo Ducale dei TomasiSolennizava con tanta dimostrazione di pietà il Giovedì della Settimana Santa, che lo segnalava non solo col vestire dodeci povere donne, a' quali dava un lauto convito, e serviva ella medesima, ed i figliuoli, come s'è detto, a tavola, a' quali faceva, che nell'atto del pranzare fosse letto qualche libro spirituale accomodato a quella sagra memoria; ma fatto prima da un Sacerdote recitare il Sacro Vangelo di quel giorno, che rammemorava la lavanda de' piedi fatta dal Redentore a gli Apostoli ad imitazione di esso, lavava, asciugava, e baciava con indicibile tenerezza, e divozione i piedi di quelle povere donne, non senza un copioso spargimento di lagrime, colle quali manifestava i pietosi affetti del suo cuore, eccitati dalla viva considerazione, che ella faceva dell'infinita pietà di Dio verso l'Uomo. E finalmente distribuendo a ciascheduna competente numero di denaro, chiudeva con larga limosina la pia funzione di quel sagrato giorno; non serrando però l'adito alla piena de' suoi divoti penzieri, mentre questi si ravvolgeano tutto il resto di quel dì, e della notte alla fissa contemplazione della dolorosa passione di Cristo.
Avanti di mettersi in orazione, invocava con istanti preghiere, l'ajuto dello Spirito Santo, acciò col fuoco del suo santo amore accendesse il di lei cuore a cominciare, proseguire, e finir bene l'orazione proposta; per lo che, sì come incominciava bene principiando da Dio, così proseguiva, e finiva meglio, terminando in Dio: implorando la divina assistenza a premunirla di Spirito bastante, per continuare costantemente fino alla morte nel suo santo servizio; ed in tal guisa restava sempre più colma di buoni proponimenti d'avanzarsi nella perfezione.
Vigilava di più sempre mai con particolare attenzione sopra la sua famiglia, quale voleva fosse composta tutta di persone scielte, e timorate di Dio; e non solo tali essa le procurava, ma tali ancora inculcava si mantenessero in avvenire, né intermettessero giamai la bontà; onde a questo preciso effetto teneva in casa quattro attempate donne, provette nelle spirito, e terziarie, due del Carmine, e due di S. Francesco, le quali badavano alla custodia della famiglia; poiché due di esse stavano assistenti alla scuola, mentre i figli prendevano lezzione dalli Maestri, acciò stassero quieti, ed attenti; e l'altre due stavano alla custodia delle Damigelle perché non conversassero, o entrassero in confidenza co' gli Uomini di Corte, ed era talmente la Duchessa in ciò accurata, che nella Camera delle donne fece fabricare una Ruota somigliante a quella che s'usa ne' Monisterj, per la quale entrassero, ed uscissero le cose che bisognassero; che se poi fosse stato d'uopo per qualche inevitabile urgenza, faceva in tal caso trattare il negozio per le donne più vecchie, e mature, e non mai per le giovani.
Era al sommo gelosa divota la Duchessa non solo nell'onestà, ma della modestia, e della moderazione negl'abiti compagne inseparabili della stessa onestà; onde voleva, che le sue Damigelle, e precisamente le giovinette vestissero talmente moderate, e modeste, che non apparisse ne' loro vestimenti un minimo abbigliamento di vanità, o di pompa: a segno tale, che essendo accaduto un giorno, che una donzella si vestisse un poco a gala fuori del solito, veduta dalla Duchessa, fu mirata con occhio talmente bieco, e riprensivo, che la poverina rimasta soprafatta dalla confusione, e rossore, tutta intimorita, spogliossi di quelle, abbenché ordinarie gale, e si vestì d'altre più decenti, e conformi al genio della Padrona; e tanto s'intimorì per quel semplice, ma severo, e riprensivo sguardo, che non solo si pose inconsolabilmente a pianger tutto quel giorno, ma risolutamente propose di non mai più abbigliarsi, conforme fece.
Da ciò argomentasi, se si può quanto questa nobile e virtuosa Dama conteneva in sé bene unite quelle due tanto celebri qualità di farsi amare, e temere; onde colla prima di farsi amare incitava gl'altri ad operare il bene, per guadagnarsi il di lei amore; e coll'altra di farsi temere, l'obligava a fuggire il male per non incorrere nella sua indignazione, e disgrazia.
Con ciò studiava la virtuosa Madre di famiglia di tener lontano da' suoi il peccato; sollecita, ed applicata in rimovere l'offese di Dio in maniera tale, che con providenza molto oculata prevedeva, e scansava i pericoli anche remoti, acciò non succedesse in conto veruno la Colpa. Esaminava con istraordinaria diligenza le Donne, che dovevano servire per nudrici de' suoi figliuoli, saggiamente le ricusava, quando si fosse accorta, che non avessero sempre dato buon'odore di morigerati costumi, e se pure imbattuta si fosse alcuna nudrice fornita di tutti i requisiti per lattare quando mancava quello della bontà, ed onestà della vita, non era capace d'accettarla; contentandosi più tosto del pregiudizio de' proprj parti, che d'ammettere in casa tal femina; e volendo in ogni conto il vizio lontano, anche a costo del suo discapito.
Lodevole poi oltremodo era l'egreggia liberalità della generosa Duchessa, la quale con l'uso frequente di essa, ritraeva l'affezione da tutti non solo di casa, ma anche fuori, mentre col profonder delle limosine provedeva a' bisogni dei poveri; e coll'amorevolezza del suo cuore mostrava generosità a' suoi domestici, quali teneva contenti, somministrandoli abbondante il provedimento, e ripartendo loro tutto quello veniva in casa, dando ad ogn'uno la sua competente porzione: a segno tale, che non poteva dirsi, che usasse alcuna singolarità per se stessa, onde se le fosse potuto dar nota di tenace.

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CAPITOLO VII.

Si porta nella Città di Palermo, d'onde
poi torna in Palma, sempre vir-
tuosamente esercitan-
dosi.

questo grado di perfezione era giunta la Duchessa, quale non lasciava passare giorno che non lo santificasse coll'esercizio della Virtù né faceva azione, che non la segnalasse con nota di pietà Cristiana. Erano le Virtù rese in lei abituali; e abbenché molto operasse dal canto suo in servizio di Dio, pareale nondimeno d'operar nulla; onde s'accendeva sempre più nel desiderio di far cose maggiori; e tanto effettivamente eseguì, sì come appresso vedrassi.
Fu il Duca D. Giulio di lei consorte obligato da alcuni affari, a portarsi nella Città di Palermo, Patria della Duchessa, ove dovendovi far dimora per qualche tempo volle condur seco la moglie, e la famiglia. Sentì l'avviso non senza aggitazione l'animo della Duchessa; non già per la mossa, o per gl'incomodi, che seco porta il viaggiare, ma perché ravvisava, che in quella Metropoli fosse divertito il suo spirito, e non le venisse fatto d'attendere al medesimo con quella libertà, colla quale s'esercitava nella sua Terra di Palma, dove senza soggezione poteva disporre a suo modo del tempo; tutta volta cedendo al debito d'aderire al marito, si rimise disposta a' di lui voleri, ma con fissa risoluzione di non mai declinare, o rimoversi dal sentiero, che aveva di anzi calcato.
Partita dunque col marito, e famiglia da Palma, proseguiva felicemente il viaggio, durante il quale continuò tutte quelle divozioni, che poteva esercitar nel camino; né mai intiepidì quel fervore, ch'era compagno indivisibile del suo cuore; se non poteva per istrada far quel, che faceva nella permanenza di Palma, lo esequiva almeno col desiderio, ed offeriva a Dio la buona sua intenzione di farlo, giunta che fusse nella Città.
La Venerabile Isabella Tomasi, Suor M. Crocifissa, figlia della Duchessa RosaliaPervenne finalmente in Palermo sua Patria, donde si era partita bambina di nove mesi, e doppo reso il dovuto ringraziamento al Signore per la felicità del viaggio, istantemente pregavalo a concederle la sua grazia; in virtù della quale potesse ricominciare i divoti esercizj, che praticava in Palma.
Il Signore però, che voleva raffinarla, non le concesse tutto ciò, ch'ella bramava, poiché obligata dalle convenienze civili a conversare, e trattenersi con le Dame sue pari, non poteva spendere nelle divozioni tutto quello spazio di tempo che essa desiderava; che però tanto più le cresceva il rammarico, quanto meno poteva liberarsi dall'obligo di trattenersi, benché indifferentemente colle medesime. La passione, che ne sentiva, le serviva di merito; ma ella tutta umile attribuiva a' suoi demeriti il vedersi necessitata a dimorar tra le gale, divertita dall'incaminarsi compitamente nella via dello Spirito,
Amante però industriosa di Dio, penzò il modo per supplire al difetto; mentre quelle ore, che le rubbava la convenienza mondana, e quelle gale di comparsa, che da essa ricercava il trattamento della Corte, seppe convertirle tutte in sagrifizio al Signore.
Doveva ella per convenienza di Nobiltà conversare ben'abbigliata, ed adorna colle Dame sue pari, ricevere, e restituir visite; andare al Palagio del Viceré; trattenersi in divertimenti, ed altro; ma perché tutte queste cose portavano seco distrazzione di Spirito, perdimento di tempo e vanità, le tolerava con tanta passione, che non poteva dissimularne il pianto, lagrimando sempre dirottamente in quel mentre, che le sue Camariere l'adornavano, per l'abborrimento, che ne sentiva. In mezzo alle delizie di quella Metropoli si deliziava solo nell'elevare la mente a Dio. Le visite, e le conversazioni non la divertirono giamai da' suoi cotidiani spirituali esercizj: e le gale con cui forzosamente appariva pomposa nel corpo, nascondevano abbigliamenti più adorni per l'Anima; poiché sotto di quelle vi nascondeva catinelle di ferro, crocette inchiodate ed acuti cilizj, che perforandole la carne, facevano comparire a gli occhi di Dio più pomposa l'asprezza della mortificazione, che abbigliata la Vanità della pompa.
Così amata, e stimata da tutta la nobiltà di Palermo; mentre ivi si trattenne, per il continuato saggio di sua bontà, in mezzo alle distrazzioni del mondo, mai divertì lo spirito dal Cielo, rubbando a quello quanto poteva di tempo per darlo a questo; e più fiate scusandosi sotto pretesto d'insuperabile impedimento d'andare al Palagio, a' soliti passeggi, visite, e conversazioni, era tutta intenta alla frequenza de' Sagramenti, con tanta edificazione, che serviva d'esempio non meno alla Nobiltà, che al Popolo di Palermo. Visitava con gran divozione le Chiese, nelle quali vi spendeva tutto quel tempo, che poteva impiegarsi. In somma non lasciò di far tutto quel che poteva di bene, suggeritole dal fervore del proprio spirito, che sempre più l'accalorava al maggior servizio di Dio.
Invigilava ivi al solito alla buona educazione de' figli, che dalla scuola del materno esempio imparavano i veri dommi di vivere a Dio, e di morire al Mondo, e talmente s'inoltravano alla perfezzione, che ben ne davano anticipato saggio fin dalla tenera fanciullezza; come avvenne una volta in questa dimora, che fece in Palermo, che visitando le Chiese in un Giovedì Santo, fu rapita in estasi la di lei picciola bambina Isabella, che fu poi quella sì portentosa, e rinomata Suor Maria Crocifissa; come potrassi leggere nella storia della sua vita lib. pr. Cap. 4.
Terminati gl'affari in quella Città fu stabilito il ritorno alla sua Terra di Palma, e secondando il Duca, e la Duchessa gl'impulsi dell'ardente loro divozione verso la Madre Santissima, risolsero di far il viaggio per mare, ad oggetto di visitar la di lei miracolosa Imagine, che si venera nella Città di Trapani, e postisi in camino, preveniva la Duchessa coll'acceso suo desiderio l'arrivo in quel sagro luogo, infiammandosi veemente nel di lei cuore la brama di presto tributare gl'intenzi ossequj de' sui affetti a quella Santissima Vergine. Varcato il mare, e posto il piede a terra, prese colla comitiva il camino verso la Chiesa, e scopertala da lontano, smontò da lettica prostrandosi genuflessa in atto d'orazione, facendo fare il medesimo alla Famiglia, Immagine di Rosalia Traina Tomasied a' piccioli suoi figli, quali preventivamente aveva fatto vestire da pellegrini colle mozzette al collo, e i bordonetti in mano per offerirli, e presentarli alla gran Madre di Dio in quella mostra divota; e qui non può a bastanza ridirsi l'empito, e lo sfogo della sua viva divozione nell'ingresso, che fece dentro quel rinomato santuario; nel quale postasi ginocchione, e prostrata più colla mente che colla vita adorava, spargendo lagrime di tenerezza, la Santissima Vergine, offerendole e se stessa, ed i figli, e supplicandola del suo potente patrocinio appresso Dio.
Grato spettacolo si porgea a gl'occhi de' circostanti in vedere sì nobile comitiva tirata in quel Tempio dall'infervorata divozione de' loro cuori. Bello lo porgevano i figliuolini, che coll'Innocenza non meno della Vita, che dell'Età, svegliavano la tenerezza in chi l'osservava. Esemplare era la Duchessa, che col fervore delle sue adorazioni a Maria, accendeva senzi d'imitazione a' spettatori, seguitata con pari rimostranze dal marito, che non lasciava vincersi nella pietà della moglie.

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CAPITOLO VIII.

Ritiro della Duchessa in Palma, ed opere
della sua pietà.

oppo d'aver la Duchessa, assieme col Duca, figli, e Famiglia prestati gl'ossequj di fervente adorazione alla Vergine Madre, sodisfatta, e contenta d'averle in quel Sagro Tempio sagrificato il cuore, tutta ripiena di spirituale dolcezza, cominciò a disporsi per lo ritorno in Palma; e postasi in viaggio, lo proseguiva con estremo suo giubilo, non già perché ritornasse all'esercizio del Dominio, ma perché ritornava ad'imprendere con maggior libertà l'uso delle sue divozioni, e dandosi essa ad'intendere (così persuasa dal suo timore) che in Palermo si fosse non poco intiepidito il suo fervore, si lusingava adesso di riaccenderlo più vigoroso in Palma, e di riacquistare, per così dire, il perduto senza la soggezione, che aveva sperimentata in quella Città. Questo è l'effetto, che provano l'Anime gelose del servizio di Dio: che quanto più lo servono, tanto meno pensano d'averlo servito.
Animata da sì buoni proponimenti giunse in Palma, dove i Vassalli fecero pompa di festiva allegrezza per il sospirato ritorno dell'amata Padrona, la quale senza induggio cominciò a mandar ad'effetto le pie risoluzioni già concepite, nel darsi per quanto le fosse possibile al culto di Dio, ed a promuoverlo con tutto lo studio negl'altri.
Diede per ciò subita mano ad'accender non solo nel suo cuore, ma in quello de' suoi Vassalli nuovo, e più intenso fuoco d'amore verso Dio, facendo a tale effetto, ed a proprie spese venir Padri missionarj, acciò col seminare la parola divina, se ne raccogliesse frutto di Virtù, e di meriti nella sua terra. Manteneva oltre i Predicatori della Quaresima, quelli per l'Avvento, e per la Novena del Santo Natale, al cui tempo faceva fare un bell'espressivo Presepe nella Chiesa Matrice, Palma - La Chiesa Matricecol far poi successivamente rappresentare in esso l'adorazione de' Magi, e la Purificazione di Nostra Signora. Faceva ne' tempi di Quaresima, e di Settimana Santa, esporre con pubbliche rappresentazioni i misterj della Passione, sì come ancora la mattina di Pasqua faceva rappresentare un divoto incontro di Cristo risuscitato con la sua Madre Santissima; Tutte spirituali industrie del di lei Zelo, colle quali cercava d'imprimere al vivo ne' cuori del suo popolo i sagri misterj della Santa Fede, ed'in somma non tralasciava di somministrar loro pascoli spirituali, per alimentare, e crescere in essi la divozione, e'l profitto dell'Anima.
Il culto di Dio come principale oggetto dei di lei penzieri, occupava in sì fatta guisa la mente di questa infervorata Signora, che per promoverlo a tutte passate, deliberò subbito ritornata da Palermo di fabricare, ornare, e provedere Chiese, ed'Altari, al cui effetto aveva da colà fatte condurre varie sagre suppellettili, e addobbi; e perché aveva proposto d'applicarsi intieramente alla perfezione, ed al servizio di Dio, dispose lo stato della sua Vita con ordine ben regolato, cominciando prima dalla pietà verso Dio, e proseguendo successivamente colla carità verso il prossimo.
Principiando dunque da Dio, fece fabricare a sue proprie spese in Palma la Chiesa della Vergine Santa Rosalia, sua tutelare, e concittadina, di cui portava il nome, adornandola non solo de' necessarj addobbi, e legandovi alcune messe; ma ogn'anno nel giorno festivo della Santa, che solennemente faceva celebrare, fatte prima imbussolare molte Orfanelle povere, ne estraeva due a sorte, quali poi maritava collo sborso della dote conveniente a ciascuna.
Nello stesso modo fece pure fabricare nella detta sua terra un'altra Chiesa in onore della Madre, e Vergine Santissima di Loreto dell'istessa grandezza, e proporzione, che è quella miracolosissima, e portentosa Casa, che si venera nella Marca d'Ancona, avendole inviate le giuste misure il Padre Don Carlo de' Tomasi, e Caro suo Cognato; nella qual Chiesa sfogava la pia Signora con particolare, e sviscerata divozione la tenerezza del suo cuore, che si stemprava in lagrime copiose, spremute dalla fissa contemplazione dell'immenso amore di Dio, incarnatosi, e fattosi in una simile, angusta, ed'umile casa Uomo per salvar l'Uomo; ed era sì grande l'affetto a questa picciola Chiesetta, che nel giorno de' dieci Decembre, giorno memorabile per la traslazione fatta dagl'Angeli nelle parti d'Italia, vi faceva una solennissima festa, la cui esterna magnificenza corrispondeva all'interna divozione d'essa; così proseguendo negli effetti della sua generosa liberalità verso le Chiese, che sono le Case di Dio. Diede di più un memorabile non meno, che singolare esempio della sua gran Pietà. Fabricossi nel tempo di questa pietosa Signora la Chiesa Matrice di Palma, e mentre si dovevano riempire le fondamenta di quella, viddesi la Duchessa portare sul proprio dorso i cofini di pietre, ed'arena, ed'a misura delle loro forze fece, che seco i suoi piccioli figli facessero il medesimo, con tanta edificazione de' spettatori, che non poterono a tal vista contenere il pianto per tenerezza, e sollevare un alto grido d'applauso; ed'operò tanto questo vivo esempio della Duchessa, che edificato il popolo, e la famiglia si pose a fare lo stesso per imitarla; e così gareggiando ogn'uno con le fatighe in questa azione, vennero tutti a contribuirvi, e concorrere col merito in quella fabrica. E perché più della materiale premeva ad'essa la fabrica spirituale, vi fondò un competente, e perpetuo stipendio per molti Sacerdoti, che dovessero giornalmente cantare in detta Matrice l'offizj, e le divine lodi, secondo la sagra distribuzione dell'ore canoniche.
Impiegava i lavori tutti delle sue mani per ornamento degl'Altari; e prendevasi cura particolare delle Chiese povere, provedendole del necessario bisogno; teneva nel proprio Palazzo una cassetta ripiena d'apparati opportuni per il sagrificio della Messa, compresovi il Calice, Patena, Corporale, ed altro, qual cassetta mandava a quelle Chiese, che n'erano prive, acciò si celebrasse il divin sagrificio, finito il quale si ritornava in casa, e si rimandava poi in giro ogni volta, che l'occasione la richiedesse.
Fece fabricare un sfera, overo ostensorio di molta spesa, ed assai maestoso per il Venerabile, acciò servisse nella solennità del SS. Sagramento, impiegandovi nella medesima buona parte dell'oro stesso delle sue gioje, quale sfera destinò per la Chiesa Matrice, alla quale la Vigilia medesima del Sagramento la mandava assieme con quantità d'apparati per celebrarvisi sontuosa la festa.
Era grandissima la Vigilanza, che usava, perché con tutta la Venerazione e decoro fosse portato il Sagro Viatico agl'Infermi, facendolo accompagnare con suoni di trombe, e tamburri, e facendo per maggior rispetto tenere l'aste del Baldacchino da i Gentil'uomini, o Giurati della terra; ed alla fine per dare stabilita determinazione a questo accompagnamento, applicò certa somma di danaro ad alcuni Chierici, acciò questi non solo portassero l'aste, ma andassero salmeggiando nel mentre che si portasse. E spessissime volte, secondo, che l'era permesso dalla possibiltà, andava ella dietro accompagnandolo con torchia in mano per le strade; quale accompagnamento non lasciò mai di fare personalmente nelle processioni della solennità del Corpus Domini, ed era in tal funzione così affezionata, che non contenta condurvi tutte le figliuole, pur con torchie accese nelle mani; voleva ancora v'intervenissero i due piccioli figli maschi, quali seguitavano dietro il Santissimo Viatico assistiti da' Gentil'Uomini di Casa, perché stassero divoti, e modesti.
Ardendo del Santo amore verso Dio si andava sempre più inoltrando negl'atti di religione; né mai osservossi, che si fosse intiepidita nel fervore, quale sempre dimostrò acceso nell'esterno colle sue operazioni; dando continuamente quantità d'oglio per le lampade, ed abbondanza di cera per i candilieri alle Chiese.
Solennizzava con particolari dimostrazioni la festa della Santa Croce, facendo apparare con nobil pompa la Chiesa ed aumentando la solennità con egregia musica, facendo a tale effetto venirvi musici da altri paesi; non perdonando a spese, anzi allargando profusamente la mano, perché riuscisse pomposa. E considerando esser dedicata la solennità di tal giorno a quello stromento di morte, che fu il riparo di nostra Vita, fece venire, per tener più svegliata la memoria del popolo, un ben'effigiato Crocifisso dalla Città di Napoli, quale al presente si conserva nella Chiesa del Monistero di Palma, collocato in una bene adornata Cappella, facendogli ogni Venerdì cantare da' Sacerdoti in divoti versetti la Passione di Cristo, quale fece esprimere in cinque lugubri Tele corrispondenti a' cinque dolorosi Misterj.
Soffitto ligneo della Chiesa del MonasteroNel medesimo giorno di Santa Croce faceva abbigliare con preziosi apparati, e pomposi stendardi le Croci del Calvario, che fece ergere in Palma; facendo similmente ornare la Cappelline della Via Crucis, dove stanno effigiati i Misterj della Passione; e la stessa sera faceva illuminare la Santa Croce di Cristo, e quella del Buon Ladrone, perlocché quel Monte circondato tutto di splendori, ed illustrate le Cappelline, con l'aggiunta dello sparo de' mortaretti, suono di trombe, e ribombo di tamburri, sembrava più tosto Taborre, che Calvario, con indicibil contento della nostra Duchessa.
E perché voleva di continuo presente agli occhi come teneva sempre fisso nel cuore, l'amato suo Crocifisso; non contenta dell'effigie di quello, che stava riposta in Chiesa, ne fece da Roma venire un'altra; di cui fu proveduta dal P. D. Carlo suo Cognato, la quale collocò nella sua camera medesima dentro d'un bel Tabernacolo, guernito di nobili cortine, avanti il quale faceva la pia Signora i suoi divoti esercizj, ed orazioni, accompagnate da copioso spargimento di lagrime.
Dopo ne procurò un altro di bell'artificio, composto di sovatto, che poteva staccarsi ad oggetto di farlo esporre, e deporre dalla Croce ogni Venerdì Santo, per eccitare in quel giorno lugubre la divota compassione del popolo, che in gran numero vi concorreva: e fino al presente s'esercitò ogn'anno questa pia, e sagra funzione; non senza profitto di quelle Genti, mosse dal vivo esempio della loro Signora, Promotrice ingegnosa di tale spiritual trattenimento.

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CAPITOLO IX.

Altri Essercizj di pietà usati dalla
Duchessa.

on conosce termini l'amore, che essendo fuoco non trova argine, che lo ripari; così appunto si vidde sempre l'amore verso Dio nel petto della Duchessa da ogni parte esalar fiamme di zelo, ed acceso desiderio di proseguire sempre più fervorosa nel servizio di Dio, e nel promover l'onore delle Chiese; ed ecco che tutta ardore verso il Sagramentato Signore, tutta era intenta a solennizzare a proprie spese una pomposissima festa al Santissimo Sagramento, nella Domenica fra l'ottava del Corpus Domini dentro la Chiesa del Monistero, che fu da essa fondato, quale provedeva ancora d'abbondante cera, e per le quarte Domeniche d'ogni mese, e per li Venerdì di Marzo; ne' quali giorni dallo stesso Monistero si fa la sposizione del Venerabile.
Abbondante provisione di cera parimente somministrava al sepolcro, che il Monistero faceva la settimana santa; volendo, che in quel giorno funesto si moltiplicassero più le accese faci, quando con doloroso ossequio si adorava, come estinto, il Redentore Gesù.
Così con larga, e generosa mano la distribuiva a quelle Chiese nelle quali facevasi la sposizione del Venerabile Sagramento per le Quarant'Ore del Carnevale; colla quale pretendeva di reprimere lo scandaloso tripudio di quelle pur troppo licenziose giornate.
Né meno copiosa era la distribuzione di cera, ed oglio, compartiva per le funzioni di tutte le Novene del Santo Natale, e quindicina di Nostra Signora, non solo al Monistero, ma a tutte l'altre Chiese, nelle quali si pratticavano le medesime funzioni, essendo particolarissima la sua divozione ne' giorni precedenti il Sagro Natale, ed in quei della Madonna Santissima.
Sborzava ogn'anno scudi venticinque per solennizzare la festa del glorioso Martire San Felice, suo particolar Protettore nel Monistero, in cui si conservano le di lui Sagre Reliquie, per la venuta delle quali da Roma fece non ordinaria spesa, avendo fatto fabricare in onor del medesimo una Capella co' suoi cancelli di ferro, e cassa per riporvi le sudette Reliquie.
Fé rinovare a sue spese tutti gli stucchi del Monistero ed indorare tutto il Cappellone, provedendo la Chiesa di esso di non ordinarie suppellettili, quali non cessava d'accrescere, fin col ricamare con le proprie mani quei Sacri arredi vi abbisognavano; professandoli un sviscerato affetto per esser luogo dalla sua pietà, e da quella del Duca Don Giulio suo consorte, come dirassi, edificato.
Insigne era la festa solenne, che con pompa straordinaria d'apparati, fuochi, e musica chiamata da altre parti con non picciola spesa, si celebrava da essa per il Santissimo Rosario di Maria ogni prima Domenica d'Ottobre, essendo indicibile la divozione, che professava a Maria nostra Signora sotto questo titolo; fervente oltre modo nel recitare ogni dì le quindeci poste d'esso Rosario, con la Meditazione de' Misterj rappresentanti la Vita, Morte, e Resurrezione dell'amabile Redentore.
Molte altre considerabili furono le spese, che la pia Signora fece in ogni congiuntura, e bisogno delle case di Dio, quali qui non si registrano per non dare in prolissità, e per esserne buona parte cadute dalla memoria degl'Uomini, ma non già da quella di Dio, che né sa il numero, e né conosce il valore da formarne un capitale ben ricco, e prezioso a sì bell'Anima.
Or se tanto premeva alla Duchessa, che fossero proviste, e adornate le Chiese, che sono le Case materiali di Dio: quanta maggior cura può credersi, ch'ella interponesse per render ben adorne, ed abbellite l'Anime, che sono il vivo e formale Tempio dell'Altissimo? Anelava sempre il suo zelo, che s'accendessero fiamme di carità ne' cuori di tutti, sì come colle sue vigilanze, ed insistenze ne diede in più occasioni ben chiari argomenti; parte de' quali a suo luogo, nel decorso della di lei vita si trovaranno notati; ed intanto non lasciamo di ripetere l'attenzione, che aveva di conservare nella divozione il popolo con farlo non solamente addottrinare per mezzo de' Padri Missionarj, e di Predicatori, a fine d'incaminarlo nella via della Perfezzione, come si disse, ma v'impiegava altresì l'opra stessa del proprio esempio, ad imitazione del quale ne seguiva non ordinario il profitto, e particolarmente nella persona de' figli, quali sotto la custodia, e direzione di sì gran Madre, altro non succhiavano, che alimenti di soda pietà per crescere conforme crebbero, tutti avanzati, e provetti nello spirito.
Alle figliuole dava tali istruzioni colle parole, e coll'esempio, che quell'Indole di Paradiso altro non imparava, che a far l'amore solamente con Dio, come se ne viddero le riuscite entrate tutte, e quattro nel Monistero di Palma, per farsi spose di Cristo, due de' quali vivono oggi vere Colombe d'innocenza, e di purità, che coll'esattezza non meno della vita, che della Regolare osservanza, promettono voli sublimi e celesti, per giungere alla perfezione di quella celebre e rinomata Ven. Suor Maria Crocifissa loro Sorella volata, come piamente si giudica al Cielo con odore, e fama d'eroica santità.
A i due maschi; cioè a D. Giuseppe, e a D. Ferdinando faceva apprendere l'opere della Cristiana Religione a tal segno, che prevenivano l'età colla morigeratezza, e modestia, e fin da fanciulli davan saggi di futura integrità, conforme se ne viddero le sperienze in ambi i fratelli il maggiore de' quali, rinunziata la Primogenitura al minore, ed abbracciata la Congregazione de' Chierici Regolari doppo 48 anni di religiosa osservanza, per i meriti della sperimentata sua gran Pietà, e Dottrina, ancorché ripugnante, fu assunto alla Dignità Cardinalizia, Il figlio Giuseppe Tomasi, Santo e Cardinalenecessitato ad accettarla dal Pontificio Precetto, diede freggio per mesi sette e giorni dodeci alla Porpora; e morendo qual visse lasciò nella sua morte quell'opinione di Santità, con la quale lo celebra la voce universale di Roma, come in altro luogo dicemmo. Il minore Don Ferdinando, che fu Duca di Palma, vivendo vita illibata se ne morì nel Signore in tempo, che penzava di maturare il disegno di lasciare il secolo, e gli stati; e di sequestrasi con abito religioso dentro la non meno fervente, che santa Religione de' Capuccini.
Anzi negl'anni puerili di questi due nobili figli v'interponeva tanta cura la zelante Duchessa, che due volte la settimana voleva, che intervenissero ad una divota Congregazione, che in quel tempo si faceva nella Chiesa dell'Anime del Purgatorio, facendoli condurre da i loro Maestri di scuola, a' quali incaricava, che vi ponessero tutta la mira per farli stare attenti, e profittare in quei divoti esercizj, e per maggiormente allettarli alla divozione, li provedeva di sagre galantarie, come di vaghi Officioli, e librettini spirituali, ornati di varie fettuccie, ed altri abbellimenti, e con tale industria li tirava a segno che quell'indole generosa e docile andava a gara l'un l'altro nelle cose di Dio con indicibil contento della lor pia Madre, che oltre l'orazione mentale, alla quale da piccolini cominciò ad assuefarli, l'insegnava ancora a farsi le discipline, e non stava alla speranza de' soli Maestri nel farli apprendere la Dottrina Cristiana, ed altre cose appartenenti a' fanciulli, ma ella medesima vi poneva in ciò l'opra sua; ed ogni sera faceva venirseli avanti, insinuando loro buoni documenti; e prima che andassero a letto faceva recitarli con mani giunte alcune orazioni, e finalmente facendoli da se stessi segnare col segno della Santa Croce li mandava a dormire; rimanendo essa a proseguire le sue lunghe orazioni vocali, e mentali, come era solita fare, passando la maggior parte della notte vegliando in santi esercizj.

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CAPITOLO X.

Atti di gran Carità praticati dalla
Duchessa Donna Rosalia
verso i poveri quanto
al Corpo.

a tutto ciò, che s'è detto, apparisce chiaramente la gran Virtù della Duchessa, che come vera amante sviscerata di Dio, manifestava l'interno amore coll'opere esterne della sua sviscerata pietà, diffondendosi non solo questa all'onore, e culto delle sue Chiese; ma dilatandosi con istraordinaria splendidezza alli grandi, e molte opere di Carità, che praticava ne' poveri.
Sapeva ben'ella, che i poveri portano in terra la sembianza del Signore; e ciò, che si fa a' poverelli, lo riceve in se medesimo, insegnandolo egli stesso, quando si dichiara di ricevere a suo proprio conto quel, che si fa ad'un bisognoso per suo amore; poiché volendo soccorrere colla Carità universalmente a tutti, e particolarmente ad ogn'uno; primieramente fondò in Palma a commodo de' poveri infermi un publico Ospedale, fornendolo di rendite sufficienti a sostentarli, ed'a quell'infermi, che non si ricoveravano all'Ospedale, provedeva nelle proprie lor case del necessario bisogno; aggiungendovi per loro delizie cose dolci, canditi, e zucchero. Anzi era sì provida in far dispenzare tali cose, che a tale incombenza teneva applicata una Donna di casa, la quale secondo l'ordine avuto, prontamente le somministrava ad'ogni semplice richiesta de' poveri.
E perché la prontezza non meno, che l'abbondanza, rendendo più numeroso il concorso, cagionava alle volte fastidio a quella dispenzatrice, accortasi di ciò la Duchessa, doppo d'averla risentitamente ripresa, dolcemente l'ammonì a non lasciarsi vincer dal tedio nel far quell'ufficio a' poverelli, ma trattarli bene per meglio allettarli a concorrere, essendo questo il comando di Dio, e la sua volontà d'ubbidirlo; ed era sì eccessiva la Carità sua verso gl'infermi, che vi applicava un straordinario studio in servirli ella medesima come poco più abbasso apparirà.
Interno della Chiesa della Vergine della Luce sul Monte CalvarioLe limosine poi, colle quali sovveniva a' poveri bisognosi, erano così usuali, e frequenti, che ogni giorno faceva distribuire abbondante copia di pane, ed anche numeroso danaro, per saziar con quello la fame, di chi penuriava di vitto, e per sollevar con questo l'angustie di chi conosceva in miserie.
Faceva poi particolare e più larga limosina ne' giorni più segnalati dell'Anno; poiché in tutte le solennità di Nostra Signora, di San Giuseppe, e nel giorno Anniversario de' Morti faceva tener pronta gran quantità di pane, quale andavasi dispensando di casa in casa a tutti i bisognosi della sua Terra.
Nel giorno di Pasqua, e del Natale, otre la dispenza del pane v'aggiungeva molta carne, e vino, acciò fossero quelle solennità celebrate non meno col gaudio interno dell'Anima, che col ristoro estrinseco del corpo. A' poveri vergognosi per non fargli sentire il rossore nel somministrargli il pane, carne, o vino, faceva provedere segretamente di frumento, quale mandava fino alle loro case.
Dispenzava generosa limosina a' Padri Capuccini di Naro, al Convento de' quali inviava ogni Sabbato, un'abbondante quantità di buona carne per la pietanza della Domenica; ed alli medesimi ogni Vigilia della Madonna inviava un canestro pieno di bianchissimo pane, quale faceva impastare la notte antecedente, e lo faceva infornare a ora opportuna, acciò il giorno della Festa arivasse, sì come arriva caldo al Convento per il tempo del pranzo non senza ordinaria sodisfazzione di quei poveri Religiosi, che davano le grazie a Dio del provedimento, loro inviato col mezzo della caritativa Duchessa.
Né meno abbondante era la di lei carità verso gli altri Religiosi mendicanti, che animati dal cuore generoso di questa caritatevole Dama, ricorrevano continuamente al di lei Palazzo chiedendole limosina, quale dalla pia Signora largamente veniva loro somministrata in tutto quello gli abbisognava come in frumento, pane, vino, tela, ed altre cose necessarie; non mai venendo meno il di lei grand'animo, che quanto più donava, tanto più cresceva nel desiderio di sovvenire massimamente a tali servi del Signore, riguardati da Lei con occhio di parziale affezzione, come quelli, che sono destinati Ministri al servizio di Dio.
Era in fatti prodigiosa la non mai interrotta munificenza di questa prodiga limosiniera, non mancandole in alcun tempo mai il bene per dispenzare, siccome non si estingueva in conto veruno l'ardore della sua carità in soccorrere; e sembra, che il Signore li moltiplicasse tanto più l'abbondanza per dare, quanto più Ella dilettavasi nel contento di sovvenire.
Guidata poi dalla parzialità del suo genio caritativo, faceva straordinarie, rilevanti, e continue distribuzioni di limosine al suo diletto Monistero, di cui ne fu Confondatrice, soccorrendolo abbondantemente quando ne sentiva, o subodorava il bisogno, pronta in tutte le necessità del medesimo, provedendolo non solo di sufficiente danaro, e pollame per l'Infermaria in ogni tempo, ed urgenza, ma giornalmente inviandogli dal Palazzo cose comestibili per tutta la Communità, e nella staggione calda dell'està faceva pur venirgli la neve a sue spese: E siccome usava tale generosità per ristoro del corpo, così la praticava per il pabolo dell'Anima, regalando con frequenza le Monache di molte cose di divozione, come Agnus Dei, Reliquie, Corone, Medaglie, ed altre, che a tal preciso fine faceva venire da Roma col mezzo del Cognato Padre Don Carlo.
Costituì a tutte sue spese la dote a tre donzelle per farsi Religiose nel detto Monistero di Palma, ed era tanto il piacere, che prendea nel farle monacare, che lo manifestava giocondamente col dire in sentimenti di molta umiltà: Quel, che non so far Io in servizio di Dio, godo, che lo facciano queste giovanette, amandolo, e lodandolo come sue spose, non essendo Io degna di tal nome: mostrando in questi senzi la santa invidia, che portava alle figliuole, che dedicavano a Dio il fiore della loro verginità, ed insieme il genio, che vi averebbe anch'Ella avuto in farsi Religiosa, se non fosse stata costretta dall'ubbidienza come sopra si disse, a darsi allo stato conjugale. Ad alcune faceva tutta la spesa necessaria per il Noviziato, o per la Professione; e molte altre sovveniva in parte, secondo che richiedeva il bisogno. Insomma le premeva molto l'applicarsi delle fanciulle allo stato della Religione, per cui non mancava di contribuire il necessario sussidio a poverette per vestirle dell'Abbito Religioso.
Era molto, ed assai frequente il soccorso, che dava alla Vestiaria del Monistero sudetto, provedendolo di lino, e tele non solo per le necessarie biancherie delle Religiose, ma anche per quelle della Chiesa, Sagrestia, Refettorio, ed altro.
Faceva con grande applicazione vestire i poveri quando vedevali ignudi, o laceri; siccome ancora calzarli, quando scorgevali scalzi. A molte povere donne provedeva di manto, (che è un drappo di seta, col quale in Sicilia si cuoprono le Donne quando escono di Casa) ad altre di biancheria, e a diverse di varie cose, che le mancavano.
Usava questa bella virtù di vestire gl'ignudi con tale discretezza, e riguardo, che levava la verecondia in chi la riceveva; poiché se portava il caso di vedere alcuno di decente condizione bisognoso di veste, e mal in arnese, procurava un taglio di drappo proporzionato alla di lui qualità; e facendolo poi con segretezza sotto altro pretesto chiamare in Palazzo, glie lo faceva consegnare nascostamente per le mani di una confidente di casa.
Per la riverenza grande, che professava a' Sacerdoti, procurava fussero decentemente provisti di congrui arnesi, dicendo, che come a Ministri di Cristo, dovevasi loro particolar considerazione, e rispetto; anzi che per sovvenirli voleva, che i più poveri di essi fussero quelli, che celebrassero le Messe, che in quantità faceva celebrare, acciò col danaro della limosina supplissero al loro bisogno.
Molte, e molte altre furono le pie limosine, che la caritativa Dama faceva a varie Donne vergognose nella festività del Signore, e della sua santissima Madre, inviando a ciascheduna danaro proporzionato, secondo i Misterj, che in quelle solennità si commemoravano.
Niente inferiore, anzi di maggior preggio, e svisceratezza riuscì la carità, che oltremodo praticava in servire a' poveri infermi per le straordinarie, ed ammirabili circostanze con cui l'accompagnava, mentre con la propria persona li visitava, e colle stesse sue mani li cibava, e mondava; E qui veramente potrassi ammirare l'eccessivo incendio di fina carità, che avvampava dentro il suo cuore, poiché arrivò con esempio di memorabile umiltà a vincer se stessa, e superare gli abborrimenti, che pativa la natural delicatezza del suo stomaco in simili funzioni.
Teneva la Duchessa un'attempata Matrona in casa, molto sua confidente, alla quale diede ordine espresso, che avvertisse trovare le misere donne schifose, povere, ed impiagate, ed ogni volta, che le ritrovasse, per succide che fossero, e per qualunque stomacosa piaga, che avessero, le ritirasse nascostamente in una segreta stanza del Palazzo. Tanto esequiva la deputata Matrona, ed avvertitane la Duchessa, questa personalmente si portava in quella camera, ove con le proprie mani dentro un odoroso bagno, che preventivamente faceva allestire, lavava prostrata a terra i piedi a quelle impiagate, ed ulcerate femine, e con candidi, e profumati lini glie li sciugava, e poi per tutta la persona le nettava, e poliva, il che succedeva spessissimo, non senza maraviglia, e afflizione di quella sua confidente Matrona, che consapevole di quanta delicatezza fosse lo stomaco della Padrona, mirandola così curva, e con le mani imbrattate di quel succidume, tentava in varie guise ma in vano, dissuaderla da simili impieghi. Finalmente con larga limosina consolate le rimandava.
Lo stesso praticava anche fuori di casa, poiché prendeva notizia de' poveri infermi, che si trovavano in Palma, quali tutti personalmente visitava, e soccorreva; e sciegliendo i più miserabili, stomacosi, e pieni di fracide piaghe, se ne andava Ella travestita, accompagnata da alcune confidenti sue donne e da un solo staffiero, che faceva precedere molto lontano per scansare l'osservazione, ed entrata in quelle povere case, e cavatosi il manto, che la copriva, s'accingeva a governare quei miserabili ripieni tutti di succidume, puzza, ed animaletti immondi, nettando loro con le proprie mani la testa, e lavandogli, ed asciugandogli le piaghe, quali medicava con politezza, uguale alla sua carità; e poi confortandoli con odorosi bagni, e facendoli mutare con dilicate biancherie, e i panni, a tale effetto fatte apparecchiare, li cibava finalmente con le stesse sue mani, lasciandoli con tal caritativo impiego forniti non men di biancherie, e cibi, che di bastante limosina per sovvenirsi. E se bene ritornata a casa provava non poco la stracchezza per quel laborioso, ma pio ministero, in cui superava se stessa nel vincer la propria ripugnanza, gliela compensava il Signore con altretanta abbondanza della sua divina grazia, per influsso della quale nelle sue orazioni si liquefaceva tutta in lagrime di celeste dolcezza, desiderando maggiormente operare per servire al Signore.
La Cappella del Buon RiposoSegnalatissima fra l'altre fu la carità grande fatta dalla Duchessa nel servire una Giovanetta attratta di tutte le membra, attortigliate in maniera, che sembrava più mostro, che donna, priva non meno di moto, che impedita dell'uso de' sensi. Giaceva la poverina in terra dentro un mucchio di pietre sopra un succido, e vecchio saccone di paglia; La fece questa caritativa Signora prendere, e d accommodatole un delizioso letto, la serviva Ella medesima con le proprie mani, muovendola, e rimuovendola per farla stare più adaggiata, e più commoda; le poliva la testa; l'applicava preziosi medicamenti; la ristorava di cordiali confezzioni, e giuleppi; e facendola confessare allo spesso, le faceva alle volte prender la Santa Communione; la sollevava con dolci parole di consolazione, animandola all'amore e timore di Dio, ed a rassegnarsi alla santissima sua volontà, soffrendo per amor suo queste sue pene; Finalmente ben contrita, e rassegnata la paralitica se ne morì con dimostrazioni d'ottimi sentimenti, e fattasele dare dalla pietosa Duchessa onorata sepoltura, volle ancora colle limosine per molte Messe dar pio suffragio a quell'Anima, al di cui corpo aveva somministrati sì copiosi conforti.
Tale era l'amore della generosa Donna Rosalia verso il Signore, che discendendo ne' poveri non la rendeva mai oziosa nel beneficarli, mossa ora da una divozione, ora da un'altra; e sempre dal desiderio di piacere al suo Signore, ed alla gran Madre di misericordie Maria, del di cui gloriosissimo Nome quanto viveva con indicibile affetto innamorata ben lo diede a conoscere nel caso seguente. Fu avvisata la Duchessa, che una tal Donna per l'estrema sua povertà priva di casa, e letto, si ritirava ogni sera a pernottare miseramente dentro una stalla. Interrogò la pia Signora qual nome avesse la poverina, ed inteso che si chiamasse Maria, soprafatta dalla compassione fortemente esclamò: Dunque si ritrova Maria dentro una Stalla? Non sarà mai vero, che Io ivi la lasci in tal miseria giacere; ravvisando in essa la Madre Santissima dentro la Stalla di Bettelemme, e con sollecitudine corrispondente alla sua pietà, la providde, e di casa, e di proporzionati mobili, acciò restasse accommodata; sovvenendola giornalmente non solo del vitto, ma del vestito ancora tutto il tempo, che quella misera sopravisse: mostrando con sì caritatevole maniera nella persona di quella povera, che appellavasi Maria, l'ossequio, ed il rispetto fervoroso, che professava a quel sagratissimo Nome.
Ugual rimostranza del suo infervorato amore a Maria, ed a Giesù diè a divedere nella sollecitudine di soccorrere a quelle donne gravide, che partorivano nella sagra Novena; cioè nove giorni precedenti al Santo Natale di Nostro Signore, ravvisando in esse il parto della gloriosissima Vergine, che perciò diede ordine alle Raccoglitrici, che se alcuna donna avesse partorito in quel tempo, e particolarmente nella stessa notte di Natale l'avessero prestamente avvisata; onde essa in tal caso teneva preparato un compimento di fascie, e biancherie fornito di tutto il bisognevole, ed adorno di fiorami, quale mandava alla Madre per involgere il nato Bambino, facendolo battezzare con pompa, e tenere al Sagro Fonte da un Gentiluomo di sua Corte, con fargli imporre il nome di Giuseppe Maria, ed osservossi, che il Signore secondando la pietà della Duchessa faceva partorire qualche povera donna la medesima notte del Santo Natale, ed allora giubilava il di lei cuore, parendole di soccorrere cola pia meditazione al medesimo Bambino Giesù nella persona di quel nato Infante in quel tempo. Poscia tratteneva per quaranta giorni la Madre, facendola governare di buoni cibbi; finito i quali nel quarantesimo giorno, festa della Purificazione dell'Immaculata Maria, la regalava non solo d'abbondante danaro, ma d'un congruo vestimento; e ciò in memoria, ed onore della Nascita di Giesù, e della povertà patita dalla Madre Santissima per quaranta giorni nella grotta di Bettelemme. Commendabile non men che santo costume della Duchessa, la quale nel rammemorare i Misterj di nostra Santa Fede solennizzava le Feste non meno con gli atti di Religione, che coll'opre di Carità.

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CAPITOLO XI.

Atti di gran Carità praticati dalla
Duchessa verso il Prossimo
quanto allo Spi-
rito.

uttocciò, che finora si è detto, è irrefragabile argomento di quel gran fuoco di Carità, di cui avvampava la pietosa Duchessa, non lasciando quest'incendio d'amore di stendersi, e dilatar le sue fiamme fin dentro il cuore de' Peccatori, verso de' quali ardeva tutta di santo zelo per convertirli, e renderli non meno amanti, e timorosi, che ubbidienti al Signore; mentre ne' già descritti esercizj di Carità in sovvenimento corporale de' poveri, ed assistenza a' gl'infermi, vi aggiungeva il dolce fervore dell'amorevoli, e cordiali ammonizzioni, che sono opere di misericordia spirituale, in virtù delle quali restavano altrettanto compunti, ed emendati, quanto con le di lei visite, ed elemosine rimanevano sollevati, e proveduti.
Nudriva dunque tanto zelo dell'onor di Dio, che le riusciva d'insoffribil tormento il sol penziero, che nella sua Terra vi si commettesse peccato; per lo che dava pressantissima incombenza all'Arciprete, a Cappellani, e a molti altri Sacerdoti, acciò questi con tutta la possibile attenzione invigilassero non solo ad incalzare ne' cuori del popolo il santo timor di Dio, ed a tener netta la coscienza; ma anche facessero rapporto a lei, quando vi fosse alcun pericolo di commetterlo, acciò v'impiegassero gli opportuni ripieghi per evitarlo; in effetto di che faceva venire alla sua presenza tutte le donnePalma di Montechiaro come appariva nel '600 scandalose, e di perduta onestà, e con spirituali correzioni ad alcune, e con aspre riprenzioni ad altre s'ingegnava a tutto studio rimoverle dal sinistro, ed indrizzarle al dritto camino; e per conseguirne l'intento provedeva a queste tali di larghe limosine, assegnando loro un congruo sostentamento da vivere, per togliere via le scuse della miseria, e della necessità, che quelle adducevano per causa delle loro cadute.
A molte, e molte donzelle, che per loro estrema povertà conosceva esposte al rischio di perder l'onore, sborsava conveniente la dote, e legandole col matrimonio l'assicurava dal pericolo di cadere, proseguendo tuttavia verso queste meschine sì dolci, e soavi le correzzioni, accompagnate da salutevoli persuasive, e maniere trattabili, che quelle poverine pentite, e commosse dalla grande e fervorosa efficacia della Duchessa, promettevano con spargimento di lagrime, e percuotimenti di petto non solamente l'emenda, ma coll'influsso della grazia, promossa dalle di lei orazioni, la manifestavano cogli effetti, menando in avvenire vita altrettanto onesta, ed innocente, quanto tal volta per l'addietro l'avean passata scandalosa, e contumace; giubilando per soverchia allegrezza il suo cuore, quando vedeva ricovrati al porto di salvezza coloro che pericolavano di naufraggio in mezzo alla tempesta del senzo.
A questo medesimo fine d'ammonire i peccatori trattenne per lungo spazio di tempo una bella giovane dentro il suo Palazzo per impedirla dal mal operare in offesa di Dio, e vi s'interessò talmente in quest'opra, che se bene quella giovane mal soffrendo la ristrettezza, anelando alla libertà di vivere a suo modo, usasse per esser licenziata, continuate insolenze verso i famigliari di Corte coll'arroganza d'oltraggiare il rispetto alla stessa Padrona; questa nondimeno altrettanto costante in guadagnarla, quanto quella ostinata in perdersi, non mai lasciolla andar via; anzi accrescendo in benefizio della sconoscente le carezze, lusinghe, e donativi per vincerla, tanto fece, che superolla alla fine; non avendola giammai lasciata di mira, finché l'avesse colpita al segno prefisso del suo spiritual tentativo. E sebbene le inciviltà dell'ingrata fossero tali, che movessero la gente di casa a censurare la troppa bontà, e pazienza della Duchessa, nondimeno fissa la generosa Signora nel suo proponimento con ammirabile sofferenza, godé finalmente d'aver ridotta all'ovile quella pecorella smarrita.
Vi erano due Donne talmente fra loro discordi, e nemiche, e così inveterate nell'avversione, che era quasi impossibile il pacificarle, se bene da molti vi si fossero impiegati varj mezi, per fargli deporre l'odio tenacissimo, col quale ambedue s'andavano perseguitando. Venuto ciò all'orecchio della Duchessa, ed inteso da altri il caso per disperato, fece chiamarle in Palazzo, ove accoltele con amenissima affabilità, menolle secondo il pio costume dentro la sua Cappella; e dopo d'aver genuflessa adorato il sommo Dio, e supplicatolo dell'influenza del suo Divino Amore a quelle Donne disamorate, cominciò a discorrer con gran sentimento del santo Amore, e timor di Dio, e dell'obligo strettissimo, che tengono le Creature d'uniformarsi a lui, ch'essendo tutto viscere di benevolenza, e di pietà, comanda d'amarci scambievolmente fra noi. Fu tale, e sì efficace il ragionamento della Duchessa in questo proposito, che compunte le due Avversarie, deposto totalmente l'odio, si posero ginocchioni avanti l'Altare, e stringendosi con teneri amplessi, promisero con pacifiche parole framezzate da singhiozzi, e da lagrime di non mai esser tra di loro odiose, ma cordialissime amiche; e così rappacificate, continuando in una santa concordia, diedero giusto motivo alla Duchessa di render lieta il dovuto ringraziamento al Signore, che si era degnato d'essaudire le sue preci coll'influire a quell'Anime disunite, e gelate nell'odio la pacifica unione, e il Divin fuoco della sua carità.
Con questa non meno amabile, che cristiana maniera, trattò similmente in persona d'un Ecclesiastico, che non ben corrispondeva alla dignità del suo grado. Fattolo perciò con bel garbo chiamare, e condottolo segretamente in disparte dentro l'Oratorio della casa, se gli prostrò con indicibil umiltà a' piedi, e col capo sommesso, e con parole, che spiravano focose vampe di carità, gli disse: che riveriva, e venerava la Dignità Ecclesiastica, e grado Sacerdotale, che egli teneva, e come tale il supplicava a perdonarle, se Ella Secolare e mondana, si facesse lecito di passare ufficio d'ammonizione verso di lui, ch'essendo Sacerdote, era sollevato alla famigliarità con Dio; e però la compatisse, ed insieme avesse cura e sollecitudine di vivere, secondo l'esigenza del suo stato, mentre s'era subodorato, che non si diportasse con quella esemplarità, colla quale deve risplendere un Ministro de' sacri Altari, qual'Egli era. S'intenerì e s'atterrì in modo tale quel Sacerdote all'ammonizioni fattegli dalla Duchessa, prostrata in quell'umile positura, e grondante tutta di lacrime, che siccome promise l'emenda, così pienamente, e puntualmente osservolla con tanta esattezza, e pentimento, che ove prima era orrido scandalo de' Conoscenti, riuscì poi vero esemplare d'edificazione agli Uomini.
Imma gine della Duchessa Rosalia Traina TomasiFu una sera data notizia a questa zelante Signora, qualmente stava in procinto quella notte di commettersi un'offesa di Dio; e perché l'ora troppo avanzata, toglieva il modo a poterla riparare con quella sollecitudine e prestezza, che sarebbe stata opportuna, fu commosso in maniera il di lei animo dal timore di succedere quel peccato, che non potendo rimediarvi per l'incompetenza dell'ora, cercò supplirvi col ripiego spirituale, e con l'armi della santa Orazione rintuzzare il pericolo. Si pose dunque tutta la notte ad orare, e senza prender riposo mandava suppliche infervorate alla Divina Bontà, perché non si commettesse quel male. Essaudilla il Signore, perché in effetto non successe: Contuttociò la mattina a buon ora adoprovvi buona cautela, acciò non avesse in avvenire a succedere.
Era in somma in Lei così grande il zelo dell'onor di Dio, ed il timore delle di lui offese, che non cedeva punto alle persuasive di chi la consigliava al contrario; né si arrestava giammai dalla carriera d'impiegar l'opra sua nell'occasioni di promoverlo, o nell'opportunità d'impedirlo; anzi a chi la consigliava a non prendersi per altri tanta briga, che costava a lei penosi sconvolgimenti di spirito, rispondeva intrepida queste somiglianti parole: Oh se noi arrivassimo a penetrare quanto importa un'offesa di Dio, non staressimo sì addormentati per evitarla: Ed in effetto sempre con vigilante custodia vi attendeva, come s'osservò un giorno, che stava Ospite in sua casa un Cavaliero, il quale soprafatto dal travaglio, cagionatoli da alcuni suoi Emoli, e vinto perciò dall'impazienza, si lasciò scappare da bocca parole, che seco portavano l'offesa di Dio; s'afflisse gravemente la Duchessa nel sentire esalare quelle voci sì scandalose; né potendo far altro, ritiratasi ben tosto nel secreto suo Gabinetto, ivi con altrettanto sanguinosa, che crudel disciplina, percuotendosi, dirizzò ugualmente l'Orazione e la penitenza alla salute spirituale di quell'impaziente suo Ospite; col quale non lasciò poi l'amorevole e caritativo ufficio d'ammonirlo, perché in avvenire si regolasse con più sana condotta, e raffrenasse l'empiti della collera in offesa di quel Dio, ch'è tutto mansuetudine.
Si tralasciano tant'altri essempj di pietà, con cui spiritualmente di continuo si esercitava, perché il numero è sì grande, che genera confusione alla memoria di chi l'ha osservati, ed alla narrativa di chi ha registrate le sue eroiche operazioni nella virtù della Carità.

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