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IESUS † MARIA

A 20 Novembre 1673.

È molestata dal Demonio, perché svegliava le Sorelle, e suonava il mattutino. Viene consolata dalla Madre Santissima e Santa Rosa.

.......In questo giorno cominciò Suor Maria Crocifissa l'ufficio di Serviente delle Romite, poiché s'infermò Suor Maria Perpetua. Vigilia della Presentazione di Nostra Signora.

issi io ieri in quella Relazione le diedi, che il Demonio tiene gran sollecitudine nell'indurmi a quelle pene; e però se potesse anticipare gran tempo quelle ore in cui mi tormenta, cioè quelle dell'Orazione e Mattutino, ed ogni altra, che a tali cose si attende; onde dovendo io in questa notte suonare il Mattutino non si può pensare quanto fastidio mi ha dato. Oh che è stato faccendoso, tutto il pensiero è stato il suo. Egli con gran fracasso non mi ha lasciato quietare, e per ogni poco tempo tutto sollecito simili cose mi ha detto: Su, su, ecco l'ora passata, presto, presto la mezza notte è trascorsa, e si avvicina il giorno; e facendo alcun rumore: oh quanto è inquieto! di nuovo ripigliava lo stesso, e somiglianti parole, a cui io finalmente risposi: " Che per l'amor di Dio tu te ne vuoi andare? Che gran negozio sarà mai questo, che mi bisogna tanto aiuto? il pensiero è mio, a te chi tí intromette? Vada, che alla lode di Dio ci aggiungerò la carità verso le Sorelle non svegliandole prima dell'ora deputata. " Egli a tali parole furibondo si partì, e dopo aver io un poco dormito, sento che sparò il risvegliatoio. E volendomi alzare appena feci moto, che mi intesi d'un benigno tocco reclinare il capo, aggiungendovi puranche una sommessa e dolce voce e così disse: il nemico, il nemico, Figliuola, non è arrivata l'ora: ohi che fu dolce! oh che fu tenera ed affettuosa! non poté essere altra, che voce di Madre carissima, mi consolò l'Anima ed il Corpo, ponendo pace nel Cuore ed agli occhi il sonno, e posimi incontinente a riposare. E dormito credo io circa un'ora mi intesi soavemente svegliare, benché con un'altra voce, che così mi disse: su svegliati, alzati Sorella, siamo a mezza notte: dal modo grazioso, affabile ed amorevole, conobbi io esser questa la mia Vergine Santa Rosa, la quale altra volta da me similmente fu intesa; mi alzai io, e suonando Mattutino mi accorsi esser il nemico quello che lo svegliatoio fece strepitare; poiché con mano violenta quello fu smosso, essendo la linguetta che lo fa sparare un'ora indietro ancora non arrivata; ma oh quanto cred'io restasse il Demonio in questa sua arte confuso! poiché sentendo le nostre Romite lo svegliatoio, non vi fu chi si alzasse, sentendosi ognuna più sollecitarsi alla quiete ed al riposo, che al vestirsi. Cosa in vero insolita, e tra esse mai succeduta; poiché con ogni prestezza a tal rumore si alzano; essendo questo strepito atto a discacciare qualsivoglia pigrizia. Sia lodato il Signore e Sua Madre Santissima, li quali con amorevole cura proteggono e difendono le loro divote Figlie, e nello spirituale e nel corporale ancora confondendo e discacciando i suoi Avversari. Tutto ciò ha successo la notte della Vigilia di Nostra Signora.

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IESUS † MARIA

A 23 Novembre 1673.

Nel recitare il Rosario sente nel terzo misterio
gaudioso si prostri.

ggi dovendosi cominciare il Santo Rosario la Madre Prefetta ci impose che lo recitassimo in sua intenzione per bene del nostro luogo, e con tale intenzione l'incominciammo; ed arrivati al terzo mistero gaudioso, mi intesi dalla consueta voce così dirmi: Prostrati Sorella, ed avendo ciò fatto mi venne un grandissimo sentimento d'umiltà, e dissi tra me stessa: Madre Santissima, io non son degna di lodarvi, che volete che faccia? E la suddetta voce soggiunse: (odimi in persona sua) si han visto mai neri Corbacci sfabbricare nidi di Usignuoli celesti? chi sfabbricò il nido Corbaio, edificò nella conoscenza delle sue Figlie, il Divino. La Madre conduce le figlie al Giardino; ma il Serpe le spaventa e le slontana. Ciò che Maria maneggia, non può il Demonio toccare. Questo manifesterai al Padre tuo Direttore, e mercé la buona volontà si ha corretto l'errore.Padre ciò che ho inteso riferisco, senza altro fine che d'obbedire, e rimango assai pensosa della chiarezza del fatto; poiché non so capire il senso delle parole, né dove vadano ad inferire. Supplico Vostra Reverenza a chiarirmi del tutto, se le piace, altrimenti farò l'obbedienza.

Notamento del Confessore

.......Sia lodato il Santissimo Sacramento! La voce consueta è di Santa Rosa (così anche lo disse e confermò Crocifissa) che parlando in persona della Madre Santissima, volse che sia corretto l'errore. Questo errore è sopra quello scritto che si trovò nella cella della Serviente sopra di che non vi essendo certezza di dove avesse pervenuto, il Confessore ne argomentò esser stato preso, e rubato dal Diavolo, e dopo lasciato in cella della detta Serviente. Sopra di che essendone dubbiosa la Madre Prefetta fece applicare la recitazione del Rosario alla Madre Santissima, ed arrivati alla terza posta, sente Crocifissa la voce di Santa Rosa, e non senza mistero; poiché quello scritto è delli venti di dicembre, Vigilia di San Tommaso, e tratta della futura nascita del Bambino Gesù, che sta nel ventre di Maria Nostra Signora, come uccellino nel nido, e vuole che si prostri Crocifissa, e così prostrata ci venne un grandissimo sentimento di umiltà per documentare il Confessore, che si umilii, e bassamente senta di sé per facilitarsi la strada di conoscere e correggere il detto errore; per la di cui cognizione sono ordinate le seguenti parole: Si han visto mai neri Corbacci sfabbricare nidi all'Usignuoli Celesti? chi sfabbricò il nido Corbaio, fabbricò nella conoscenza delle sue Figlie, il Divino. E vuol dire che siccome la Madre Santissima fu quella che diede notizia a Crocifissa del nido Diabolico sotto le canne, del quale si disse nello scritto sotto il dì 7 novembre 1673, per esser sfabbricato e discacciato di là. Così la stessa Madre Santissima fu che per mezzo dello scritto ritrovato in cella della Serviente diede notizia alle Figlie, che l'Eremo sia l'orto dove si annida il suo Figlio nelle Anime delle Romite, come l'Uccellino nel nido: quale scritto, o per sé, o per mezzo dei suoi Ministri Celesti fè prendere dal luogo dove era per servir a tal effetto. Non fu dunque il nero Corbaccio che lo prese, non avendo egli mai intenzione di fabbricare nidi all'Usignuoli Celesti delle Anime contemplative; e non solamente non lo prese egli da quel luogo; ma nemmeno toccarlo poté per mostrarlo a Crocifissa, che per questo l'invitava ad entrar nell'Eremo sotto figura della Serviente per portarla sino là dove era posto, e darci notizia di quanto la Madre Santissima aveva fatto per bene delle Romite; e mentre ella benefica le dette Romite, burla te, odia e disama, facendo quelle cose per le quali tu tanto piangesti, che è il manifestarsi le grazie, che ti ha fatto Iddio, che se egli toccar l'avesse potuto, certo che glie l'avrebbe portato sino alli piedi per farle conoscere il tutto. Resta dunque, che ciò che maneggia Maria il Demonio toccare non può.
.......La Madre Santissima dunque è quella che procura il bene delle Anime nel Giardino dell'Eremo, ed il Serpentaccio infernale procura il loro male.
.......Corregga dunque chi legge quella mia annotazione allo scritto sopradetto delli 14 ottobre 1673: e dove si dice che l'abbia rubato il Demonio dal Cassettino della Signora Duchessa dicasi, che la Madre Santissima sia stata, che ciò avesse fatto; e che il Diavolo non potendo toccare tale scritto, maneggiato da Maria, per questo tentava a Crocifissa per entrare nell'Eremo, e portarla in cella di quella che aveva preso la figura, ove quello si trovava, che era la cella della Serviente. Restano dunque le Romite per questo scritticello accertate, che lo scritto ritrovato, dalle mani della Madre Santissima si ha ricevuto. E per questo più obbligate ad amare e servire Iddio, e sua Santissima Madre in tale luogo, mettendo in opera quanto di buono si può cavare da quello scritto per loro documento, e perseverare nel santo ritiro incominciato, come un luogo di delizie al Sommo Iddio. Resti parimente conosciuto l'errore, e corretto come di sopra si ha detto, a maggior gloria di Dio in accrescimento delle opere buone per il suo santo servigio. Ed io resti confuso ed umiliato, ed a terra prostrato nella cognizione delle mie ignoranze, insipienze, e proprie miserie. E per ultimo ne sia lodato il Santissimo Sacramento, e l'immacolata Vergine Maria Nostra Signora del Santissimo Rosario, e la gloriosa Verginella Santa Rosa, ministra delle grazie Mariane nel suo Monastero, ed Eremo di Palma. Amen.
.......Quanto ho detto di sopra concerne alla correzione dell'errore; ma parmi che altro significato racchiuda questa correzione, della quale appresso se ne parlerà, se il Signore ci accompagna col suo Santissimo nome.

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IESUS † MARIA

A 29 Novembre 1673.

Fa una offerta di se stessa col proprio sangue
a Maria Santissima.

.......Mercoledì festa della Concezione di Nostra Signora.
Copia di quella che scrisse col proprio sangue.

cco Madre Santissima una Etiopessa d'Inferno or ora scappata dalle tiranniche mani dei Demonii, che mercé la vostra pietà mi hanno dato un poco lunga la infernale catena. Ecco Madre pietosa la povera Anima mia tutta puzzolente, affumicata di quelli miseri fumi che manda la diabolica fornace, dove io schiava incatenata dimoro. Ricevetela oh Maria, che stracca a Voi ne viene come siziente alla Fonte, alli vostri piedi mi butto, ed alla vostra pietà consegno il grave fascio delli miei tanti peccati. Deh! Madre Santissima, io a Voi mi dono, e più non mi voglio. A Voi mi prometto, giuro, e voto; Creature Celesti, Terrestri ed Infernali, testificate voi ora, e nell'ora della morte mia, che io d'altri più non sono che di Voi Madre Santissima, Vostra è l'Anima, il Corpo e tutto il mio essere. Ricevete Signora questa bruttezza, che nelle vostre Santissime mani sarà candida e pura, legate, incatenate, suggellate questa nerissima schiava vostra, che bacerò le catene, legami e suggelli, purché siano delli vostri, mia Signora, e così bollata alla vostra adorabile presenza mi prostro, e quivi detesto il peccato con tutti i suoi effetti, il Demonio con tutti i suoi inganni, ed abbandono me stessa alla vostra materna provvidenza. E con umiltà vi prego che mi allontanate dal peccato, mi difendete dal Demonio, e mi togliete di potere la propria volontà. Io pure anche mia Madre e Regina nelle vostre mani confesso essere il mio Cuore triplicatamente coronato, le di cui corone sono: Prima il prezioso Sangue del mio amabile Redentore Gesù, Vostro Figlio Santissimo: La seconda la Vostra materna protezione di cui io sono indegnissima Figlia: Terza la Santa Fede Cattolica, per cui io sono pronta a spargere il Sangue e la Vita. Ah che queste tre corone mi coronano le tre estremità del mio Cuore, e vorrei io essere Cielo, Terra e Mare per darmi in ricompensa a chi tanto mi ha dato. Vi ringrazio, vi adoro ed amo mia Regina, e mentre altro non tengo, ecco l'Anima mia, quale per vilissimo tributo tutta tutta ve la consegno, e dividendola in tre parti offro ogni mia potenza a ciascheduna di quelle mie pregiatissime corone. Deh! Voi bella Madre avvalorate le mie offerte, arricchite i miei doni, quali ora per vostre mani consegno. Il mio intelletto, alla Santa Fede Cattolica, tutto oscurato, e cieco, e senza discorso: abbraccio ed adoro quanto essa mi comanda ed umilmente col mio proprio Sangue mi prescrivo seguace Figlia della Santa Chiesa Cattolica Romana. Ed ora per sempre a quella mi prometto, voto e giuro. A Voi Madre Santissima la mia memoria consegno per mai pensare ad altro, che a Voi mia Madre carissima escludendo da me ogni pensiero, che non sia amore e Riverenza, accettatela Madre benigna, e fate che io sia per voi memorabilmente smemorata, da qui innanzi ora per sempre, siccome per addietro sono stata, alla vostra schiavitù mi contribuisco in dono, e vostra vilissima schiava mi prometto, voto e giuro, di più, mia vita, Cuor mio. Deh! con le sue proprie mani prenda, sterpa, sviluppa da me la mia volontà, e diala in segno d'amore al suo Santissimo Figlio, e sia questo lo sciugatoio del suo prezioso Sangue, in ricompensa di che io la volontà l'offro senza rimanermi altro volere, che il suo divino, per l'adempimento del quale senza volontà io me le prometto, voto e giuro. A voi mia Cara Signora invio per messaggera di queste offerte miserabili alla cui conoscenza comparisce ignuda la mia povertà; e però come a mia confidente tanto confido; e per fine a voi cara mia Gioia, Madre, Padrona, e tutto mio Bene, a voi mi consegno sepolta sotto la pradella di questo vostro altarino per mai più uscirne, e griderà per mia difesa il giorno della mia morte questo mio Sangue, di cui questa carta scrivo, chiamando Voi in aiuto di cui io sono stata, e sono: Madre Santa, io tremo in pensarvi, vi raccomando in Visceribus Jesu Christi, questo punto tremendo. Liberami Signora dalle mani diaboliche di cui io ora mi sento tirata, e per più non poter resistere a questi tirannici tiri: più che mai finalmente vi adoro, riverisco ed amo, confermando quanto ho detto con le mie lacrime e sangue. Mia gloriosa Regina, tutti Angeli e Santi, Uomini, Animali e Creature insensibili, testificate voi, che io non son più mia; ma del mio Gesù Redentore, della Madre Santissima, e della Santa Fede Cattolica; e ciò intendo sempre rettificare per ogni mio pensiero, moto e respiro; ed in segno di questo, ecco Madre Santissima, che come dissi, ora qui inchiodo nello sgabello del vostro altare il mio misero Cuore per essere dalle vostre devote calpestato, e dalli vostri pietosi sguardi difeso e custodito. Ecco mi fa forza la diabolica catena, alla quale io per vostro amore mi arrendo, abbraccio e stringo, e mentre corro legata con essa all'Inferno mi segua lì giù la vostra misericordia, in cui io sono: descendat super me misericordia tua, et sub umbra alarum tuarum protege me.
Della Maestà Vostra deificata Regina, io vilissima immondizia della Casa vostra Maria Crocifissa.

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IESUS † MARIA

A 29 Novembre 1673.

Le fu dal Demonio tanto crudelmente stretto il
Cuore, che trasudò il sangue al di fuori.

.......Mercoledì sera ad ore 22 in circa scritta in due volte nel dì 30 Novembre, e nel dì l° Dicembre 1673.

h Dio! Madre Santissima! voi soli sapete quanto io ho passato con li maligni spiriti da tre giorni sono, essi come furioso mare hanno immerso la povera anima mia in tante sue minacce e furie, accompagnandole effettivamente con tante pene quali ho patito e sostengo. La causa ne è stata la devota preparazione delle Sorelle con la quale si dispongono a collocare la Santa Immagine nel suo nuovo altarino, nel luogo dove furono essi dalla medesima Signora discacciati. Essi per il gran fremore paiono che si consumassero di rabbia, e non possono soffrire questa lor perdita; ed io la poverina vi vado tra il mezzo; poiché la meno pena è il sentirli nel mio interno così strepitare, dibattere, e contro di me fulminare, e per ogni momento mi promettono incredibili tormenti con un modo sì orribile, che il mio Cuore per il gran spavento è tanto in sé rientrato, che appena più l'intendo, e si sono tutte rinnovate in questo tempo le pene, che in vita mia ho provato; e volendo io ieri fare un'offerta alla Madre Santissima scritta col mio proprio sangue, non si può dire quanto quelli contro me si infuriassero, e non potendomi dissuadere il tralasciarla, così aiutandomi il Signore si ingegnarono al possibile d'impedirla con moti esterni; poiché avendo io posato in parte sicura il vasetto del sangue, e scrivendo la prima parola, ecco sento un rumore, e vedo versare il sangue, e tanto rotolarono quel vasetto che lo resero asciutto senza una stilla. Io per me mi confusi; ma adoperando altro modo ne ebbi abbastanza con che potei compire quella offerta: e nel finirla: ohimè! che gran rivoluzione, si commossero, chi mi voleva uccidere, chi graffare, chi battermi, e con incredibili minacce così meco parlarono: " maledetto tempo, giorno, e punto in che nascesti, maledetta Patria, l'abitazione, e tua progenie, che così ti hanno addotto a questa infezione Mariana, per cui ci siamo straccati in questa casa maledetta. La sola persona N. ci era poco fa in potere; ed ora per tal peste ci sta tra l'estremità delle dita. Ti giuriamo maledetta, che nel perderla affatto rovesceremo sopra te la doglia nostra; poiché per causa tua l'abbiamo quasi persa. Tu sei il soffione per cui Maria soffia quest'aura Mariana; ah che noi attizziamo gl'incendi, ed essa col suo fresco li smorza! Sventurati noi dove questa Tramontana dimora; " e qui tutti come vinti e giacenti per un gran tempo bassamente si lamentavano con un ohimè dolente; ed io con la ignoranza compatendoli così li dissi: " Deh io vi compatisco meschini, e vi voglio aiutare con un salutevole consiglio. Siate voi schiavi, e devoti della mia Madre Santissima, che proteggerà con me anche voi: " o Gesù, Gesù, come s'infuriarono a tal voce, e come leoni affamati si lanciarono sopra l'anima mia, e tormentandola al solito mi lasciarono con dirmi: " Orsù ti rivedremo oggi, ed il sangue, che per Maria mandasti, te lo vogliamo per noi oggi far risudare dal Cuore: sol uno (io li dissi) fu per l'amor di Maria, l'altro lo spargerò per amor di Gesù, essendo così il suo divin volere. " Rimasi io con queste parole in bocca, ma con un grandissimo terrore di quanto mi sovrastava, e dimorando così sino all'ora di confessarmi: ecco che mentre mi faceva l'esame mi soppraggiunse più intima la diabolica assistenza, e mi tormentò secondo l'usanza, con questo di più che mi sentiva uno stringimento al Cuore, che parmi fosse con tutta la forza diabolica oppresso, e sminuzzato, e nel così stringerlo sentivo dirmi: "vogliamo tanto opprimerlo sin che esca dalle midolla quella maledetta sostanza dell'amor di Dio, dove noi non possiamo arrivare; e però forti compagni facciamo, che esca a fuori e ci venga all'incontro " e dicendo così oh che forza! oh che forza facevano! Tu il sai mio lacero Cuore: si mostrarono alla fine tanto mal soddisfatti (poiché io in quelle stretture, sentivami più che mai intimare nella parte superiore l'amor di Dio, e sua Madre Santissima) che disperati alla fine imputavano quel suo mal'esito a certi impedimenti, che li forzavano a far tregua, quali io non so che fossero. Vidi nondimeno, che nel meglio fuggivano come discacciati, e dopo tornavano a far l'istesso, e risolvendo alla fine non poter far nulla per allora, mi minacciarono ad altro tempo e ne fuggirono. Parmi in una di quelle pause sentissi io come stordita favellare due persone l'una dopo l'altra, parmi fossero alle voci la Madre Santissima e la gloriosa Santa Rosa; ma per il molto vi ho pensato, non mi posso ricordare delle parole, ed a me non recarono alcun conforto, e non so trovare il fine perché così abbiano parlato: io dico quello posso, e non so altro. In quelle minacce che mi fecero li demoni, una delle maggiori fu per aver cennato a Vostra Riverenza la gran curiosità mi pongono in voler sapere qual fu quella tentazione, che essi non mi possono tentare, ed ora a suo dispetto farò l'obbedienza con manifestarla più chiara: Padre, io dissi a Vostra Riverenza, che Iddio par che abbia dato sopra di me ampia potestà al demonio di tentarmi sopra ogni genere di vizio; ma niente di meno il demonio allo spesso vedo come rabbioso, e pigliandosela contro il Signore dice, che se lui lo slegasse sopra di ciò, che l'ha legato, egli faria gran colpo, ed avria per sicura sopra di me la vittoria e maggiormente di ciò si duole, quando egli resta vinto, sempre rinfacciandomi l'istesso. Io per quietarlo non posso più farli il conto nominandogli d'uno in uno tutti li peccati del mondo; e parmi non ne rimanesse pur uno di che io non fossi tentata. E vostra Reverenza il sa, se ciò che dico è il vero; ma esso infuriandosi più, dice, che in questi conti li fo, più via l'offendo. Io per me li soglio dire alla fine, che abbia pazienza e si conformi con la volontà del Signore. Egli nemmeno qui si accomoda; ma a tali voci fa il disperato. Ed una volta tra essi così intesi dirli: " Orsù, giacché non possiamo con tal tentazione combatterla facciamo quello potremo. Combattiamola con ponerle curiosità di sapere in che tal vizio concerne, ed è possibile che la nostra sapienza sarà straccata dalla sua ignoranza? " ed oh! che da quel punto mi sento nel Cuore una fornace di curiosità; parmi che io per quiete della mia coscienza dovessi non solo sapere evitarle. Ah misera me, se io son in alcun vizio immersa, e non me n'accorgo! Io mi confondo in pensarvi; e benché questi son pensieri suggeriti dal demonio; ma chi sa? chi sa? Posso rassomigliare il demonio in questa suggestione ad uno che porta una scatolina serrata, e mostrandomela oh quanto mi alletta voler saper ciò che se le trova; egli mi eccita, mi sprona, mi impazienta e non sa più che farmi; ed alle volte così mi dice: " Io non voglio dartelo no, che Dio non vuole; ma pretendo solamente che tu lo conosci; quivi vi è un uccellino, oh quanto è bello! oh quanto è bello! " Oh che giuochi son questi per me, oh quanto crudeli! e facendo egli gran forza per aprirla esclama a gran voce: " la gran potenza di Dio così l'ha serrato, tu maledetta Creatura brutta, brutta sino alla corporale spoglia, devi saper ciò che Dio ti dona, almen per ringraziarlo. " Io li dissi che ciò non bisognava, poiché io generalmente sono un beneficio di Dio, e però generalmente sarà tutta la mia vita una lode di Dio: " va bene, disse egli, che Dio così singolarmente sopra ciò ti benefica; ma che dopo passi tant'oltre, che tu nemmeno sai ciò che tal grazia sia, non è da soffrirsi; Guai, guai a te, che essendo la prima, beneficio gratuito di Dio, questa seconda tua inconoscenza te l'hai tu comprato da quello con una pelletta Agnellina di cui lui t'ha invaghito. Oh viltà! oh viltà dell'una, e più dell'altro! " Ah Padre, che io rimango stordita a quest'oscuro parlare; che vuol dire la grazia prima, e la seconda? Che cosa sarà mai questa pelletta Agnellina? E quando mai ho dato io tal cosa al Signore? Per carità mi notifichi il tutto, che io sopra ciò mi sento come un animale; mi dica almeno se io devo ingegnarmi di saper questa cosa, che io spero per il merito della santa obbedienza compitamente saperla, se sarà cosa buona, è meglio per l'anima mia; poiché le mie sole forze non bastano a tramandar da me questa ignoranza, e son divenuta come fuor di cervello per il tanto investigarla, in modo, che sentomi la testa in una continua vertigine: del resto io sarò contenta del suo comando. Dico, che dopo quello stringimento di Cuore, essendo finito tal combattimento, mi ritrovavo al solito tutta fredda e bagnata di sudore; ma nella parte del Cuore tutta bagnata di sangue con dolore sì intrinseco, che me lo sentiva come ferito ed assai tremante; ed aggiungo, che in una di quelle pause che faceva il Demonio, quale per ciascheduna a gran furia fuggiva, in una di queste fughe, dico egli si inviò verso la scala, e come avesse camminato sopra carboni accesi così all'infretta la salì. Ed arrivato nel riposo dove resta la Immagine di nostra Santa Madre, buttò verso quella alcune poche stille del suddetto sangue; e mostrandosi come bruciato da quello, soffiandosi le mani, come si suol fare, quello buttò verso quella Santa Immagine, accompagnando tal'atto con tali parole: " Prenda di chi è tal sangue, che non si fa per me tale bruciore. " Io mi aveva smenticato di poner questo, dove toccava; ma nel mirare la detta figura, così di sangue tinta, me l'ha fatto ricordare. Sentomi ancora in questo conflitto (oltre gli altri segni tutti a Vostra Reverenza manifestati) certa enfiagione delle cinte in su, ed in questa volta fu notabilmente nel petto e nella faccia. Io sono tanto impaurita di questi segni esterni, che l'ho voluto puntualmente manifestare per esser cose più soggette ad inganni. Non è stato ordinario il gran travaglio che ho patito in far questa relazione, non l'ho potuta finire in meno di tre o quattro ore. Sono stati tanti e tali l'impedimenti, che mi hanno reso non men che vinta: Dio sa quanto mi ha straccato il riuscirla; e però scusi Vostra Reverenza li moltissimi errori, e senza poterla meglio rifare, la consegno così come sta alla santa obbedienza.

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IESUS † MARIA

A 6 Dicembre 1673.

Il Demonio le lancia la pietra da essa preparata per gettarla nel fosso della cappella che
incominciavasi della Madonna. Santa Rosa la campa dalla percossa.

erto, che Vostra Reverenza saprà la devota risoluzione della nostra Madre Abbadessa, la quale unitamente con le nostre devote Sorelle hanno dato principio con le proprie mani alla Santa Casetta di Nostra Santa Madre, che se non erro parmi fosse di Loreto, e volendo ancor noi partecipare di cotesti santi impieghi, risolvemmo di buttare nei fondamenti una pietra per ciascheduna, da noi scritta col proprio nome, e con alcun altro affetto similmente scritto, secondo ci spingeva la devozione, notandole in quella pietra spiritualmente il nostro Cuore. E pensando io alla fervorosa devozione, con che le Sorelle avevano esercitato la medesima azione, ne stava la mia negligenza molto confusa ed umiliata, essendo la pietra del mio Cuore più che mai indurita, e stando io come insensibile mi diedi a pregare come potei la Madre Santissima, acciò essa mi desse alcuna cosa da darle con insegnarmi almeno ciò che doveva scrivere nella pietra che doveva ponere nella sua Cappella; e dopo alcune mie continuate istanze, così dalla gloriosa Santa Caterina, come all'orecchio intesi dirmi: In petra exaltavit me; et nunc exaltavi caput meum super inimicos meos. Ed in sentir questo mi comunicò: come sprofondando la creatura il suo Cuore come pesante pietra, che sempre tira a basso nell'umilissima Schiavitù di Maria, viene esaltata dalla sua materna protezione nelli medesimi Cuori angelici; e conobbi che l'umile abiezione nella devozione della Madre Santissima è la piccola pietra del pastorello Davide con la quale ottenne la morte del suo forte nemico. Così sono gli atti umilissimi in ossequio della Madre Santissima, che quantunque piccolissimi accertano sì giusta nel superbo capo del nostro nemico, che gli toglie la vita, e la forza nella sua pretesa vittoria. Oh quanto sarà vittorioso, ed esaltato quel Capo, che sempre stiede sotterrato, ed umiliato nella Schiavitù di Maria! Oh quanto essa vuole le sue Figlie umili, umili di Cuore! Non le vuole d'altra Corona Regine, che di quella, che le fa chiamare al basso umiliate, e pieghevoli alla Santa obbedienza. Più cose parmi allora capissi sopra questa virtù, che non posso a! presente ricordarmi. E ringraziando io umilmente alla gloriosa Verginella, essa in silenzio mi soggiunse, che quanto detto mi aveva era suo espresso comando della Madre Santissima, la quale voleva documentare in tal modo le sue amate Figlie, di cui gode, che le azioni esterne siano sempre le cause seconde, essendo le prime azioni interne e spirituali, e però spiritualizzò la mia pietra materiale nel suddetto modo. E comunicandomi ciò, io più non l'intesi, e volendo io eseguire questo santo documento, e udendo messa, nell'offertorio, offersi ancor io in unione di quel sacrificio la pietra freddissima del mio Cuore, supplicando il Signore, e Sua Madre Santissima, che senza rimoverlo dalla sua insensibilità; ma così arido, freddo, ed impetrito l'avesse fatto servire da pietra nell'edificio spirituale, che tanto magnificamente si va edificando nella gran perfezione delle nostre Sorelle; e che essendo egli attissimo a sfabbricar ogni bene col suo male esempio, per pietà non l'escludesse di sì santa Compagnia; ma che la sprofondasse giù nei fondamenti, quali sono la devozione, e schiavitù della Sua Madre Santissima, senza mai da qui darci l'uscita, e che stando così sotterrata io spero come pietra umiliata colpire mortalmente il mio nemico; e trattenendomi in questo, ed altre somiglianti domande, sento oh gran fracasso! come dir volessi, gran ruggiti di Leoni, scoppiamenti, urli, e gran fremori; e tra questo mi vidi venire dalla sommità della scala una gran pietra; e con una terribile voce la mandò dicendo: " e vogliomi con questa maledetta pietra vendicare del Capo tuo; " e veramente stando io con la testa posata sopra il penultimo scalino, quella nel capo mi giunse; ma la suddetta Verginella mi difese; poiché mi intesi sopra il Capo come una mano, che non solo mi riparò il colpo; ma mandò da me lontano quella pietra; e dissemi come ridendo: " Ecco la tua pietra, prendila Sorella; " ed io all'ora mi accorsi, che era la pietra da me posta in ordine dove aveva da scrivere, come sopra dissi: Io ringrazio il Signore, e sua Madre Santissima in questa liberazione di tal pericolo, benché la durazione della vita mi sia assai penosa. Con tutto ciò conoscevo esser vero, quanto Vostra Reverenza mi disse, che è meglio finir la vita mille volte per Iddio penando, che in una sola volta acquistar la gloria eterna. Io sono per sempre volere la Santa Croce, e la volontà di Dio coll'aiuto suo e della sua Santissima Madre. Sopra quella sua necessità, che mi comandò Vostra Reverenza, che ne pregassi al Signore e sua Madre Santissima, io mi sono sempre affaticata per compire tale obbedienza; ma nelle prime volte non potei mai riuscirla; poiché nell'incominciare detta preghiera si moltiplicavano talmente i disturbi interni, che mi sentivo venir meno a tante voci; sicché ero forzata a desistere la supplica, e facendo più volte così, alla fine, siccome Vostra Reverenza mi insegnò, ne supplicai il Signore, e Sua Madre Santissima nella comunione, nella quale sperimento io sempre in questo tempo le pene che dal Demonio mi provengono alquanto calmate, per riverenza del Santissimo Sacramento; e pregando la Madre Santa con la maggior premura che potei per tal bisogno, e mentre io non sapeva chi fosse, la raccomandava così, ponendo l'intenzione di Vostra Reverenza buttata alli piedi della Santa Madre, ed insieme la persona di Vostra Reverenza, dicendole, che le desse, e lo guidasse secondo il suo santo piacere. E scostandomi io un poco lontano per riverenza, lasciai che operasse Quella con la sua Persona, la quale in quest'atto reverenziale così parlando, con chi li stava avanti, disse: Si diligis me pro Filia labora. Tutto ciò io intesi, ma non mi fece impressione nessuna, non capendo il parlare; anzi mi sentiva a tali parole poco attenta; e però fui da una voce, che mi stava a lato (quale fu la mia Santa Rosa) così ammonita: "attenta dove vachi Sorella, sappi tutto ciò ben riferire " e trovandomi io assai confusa, non trovandomi a mente quelle parole, e per non darle noia, nemmeno le domandava; ma ne stava tra me stessa assai confusa; ma dopo un buon pezzo essa da se stessa così replicò: Si diligis me pro Filia labora; vuoi altro? mi disse, restati in pace, e come passando all'infretta soggiunse: non sia no timido nell'esaltare chi non li potrà dare mai la lode dovuta. Padre io spero che il Signore lo farà capace della cosa che è, che io non so di chi si tratta. Ho riferito quello che ho inteso; il modo con che furono dette queste parole fu allegrissimo, mostrandosi ansiosa dell'esito, essendo quelle dalla Madre Santissima proferite con gran Maestà. Io per me non posso errare nell'udito delle parole; poiché quanto il senso mi è oscuro, altrettanto chiara mi è la voce, e chiarissima anche mi è la cognizione delle Persone, in modo, che senza vederle ed udirle distinguo benissimo chi è l'una, e chi è l'altra: benché tali locuzioni non mi danno più consolazione, che se fosse una Persona ordinaria; e tanto mi consolano per quanto è la necessità per evitarmi la morte, o alcun altro pericolo, come altre volte ho riferito. Sono Padre internamente spronata a dire, e ridire, che la Madre Santissima vuole umili, umili le sue Figlie; ed oh! che pena mi dà il non poter dire che (toltane me) che sono superbissima, nemmeno vi si trova una che non sia tale; stiamo avvertite; che le umiliazioni siano tutte, tutte umiltà.

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IESUS † MARIA

A 11 Dicembre 1673.

Riferisce al Confessore una ispirazione avuta
di scrivere un viglietto ad una Sorella.

omandandomi ieri Vostra Reverenza se mi occorreva altro da dirle, io le dissi di no, e soggiungendomi egli, che mi esaminassi bene, sono rimasta da questa sua ordinazione assai in pensiero; e per il molto mi ho esaminato non trovo altro fuor del solito, che Sabato passato avendo io fatto la comunione per la nostra Sorella Maria N. e raccomandandola con tutta forza al Signore, e Sua Madre Santissima, mi intesi ispirata a scriverle un vigliettino, quale dalla prima parola sino all'ultima per ordine della Madre Santissima mi è stato dalla mia Rosa dettato, dove non vi è altro del mio, che il titolo e sottoscrizione, benché impedita io allora dell'officio mio dovendosi suonar la mensa, differiva il ponerlo in carta, tanto più che sono stata sopra ciò molto dubbiosa se devo farlo, non essendomi da quella tanto ricercato, e però per mia negligenza mi sono in questo sinora trascurata; ma nel suddetto avvertimento di Vostra Reverenza mi vedo ravvista, ed emendata. Io per me non trovo altra luce, che mi schiarisce dalle mie tenebre, né altra mano, che dalle cascate mi sorge, che la santa obbedienza; sia il Signore, e sua Santissima Madre per sempre benedetta, che hanno provvisto la mia fragilità di sì potente appoggio; l'incluso viglietto Vostra Reverenza l'esamini, ed ordini, se devo a quella inviarlo; ed aggiungo, che quanto in esso si contiene tutto mi è uscito dal Cuore, sentendomi impresse nel Cuore quelle affettuose espressioni; poiché in Carità così l'amo, e Santa la desio.
.......Sia lodato il Signore, e Sua Santissima Madre.
.......Addio Carissima Sorella, anzi amata Figlia; né vi dispiaccia Carissima, che da Figlia vi chiami, che quanto all'età mia disdice tanto conferisce all'amore, che vi porto, né posso soddisfare al mio Cuore con proibirci una tale espressione. Dio vi salvi dunque amata Figlia, Dio vi guardi, illumini, ed infiammi. Or come la passiamo con Maria Madre nostra, ed il Santo amore, l'ameremo ormai, ameremo Carissima Sorella? Oh giubilo! oh gloria il poterla amare! gioite, esultate, che alle Figlie di Maria tanto conviene. Siete voi forse caduta in una interna tristezza, oh quanto mi duole il considerarvi mesta, no, no Carissima mia Sorella, fate così cara mia, Iddio ci vuole villana del suo Regno, che tal sorte di genti quanto appariscono vili, tanto son di giovamento alli loro Padroni; poiché senza il suo lavoro li medesimi Regi si morirebbero di fame: ecco il Campo di Dio, il Cuore nostro ancora disseminato, ed incolto. Su Villanella del Signore prenda la zappa d'una santa applicazione, e dia di mano a coltivare più profondo potrà nella terra del proprio conoscimento, e sia essa quel vile giornaliero, che altro pensiero non si prende, che solamente quel che li viene imposto dal suo Padrone, senza curarsi del seme e delle piante; sia il suo unico affare il suddetto esercizio, e sappia, che tre sono gli affari del buon Zappatore. Primo egli si distoglie d'ogni sguardo fuor che della Terra che sta lavorando. Secondo alza le braccia in alto. Terzo le lascia cadere per quanto può in profondo. Oh che lo stesso deve fare la Villanella di Dio: ella si deve affatto chiudere gli occhi alli fatti altrui, convertendoli totalmente nel suo lavoro, nel conoscimento proprio, altrimenti si mozzerà i piedi con la propria Zappa, e cascando per terra desisterà da sì fruttuoso esercizio. Alza dopo le braccia in alto, e manda il suo Cuore a Dio, acciocché assuma da quello la forza vi bisogna per rompere e demolire la propria cognizione, e così sia sicura, che quanto più si innalzerà, tanto sarà il colpo più profondo; e siccome è impossibile concavar la Terra senza che si mandi prima lo strumento in alto, così non vi sarà mai umiltà senza confidenza in Dio. Bisogna sempre atteggiare questi due estremi di alto al basso, dalla Creatura a Dio, e da Dio alla Creatura. Oh che bel moto! oh bel lavoro! Su cara giornaliera, nobilissima villana, a diroccare, a coltivare il Campo di Dio, dove Maria raccoglie i vaghi fiori delle sue care Figlie. Pazienza mia cara Sorella, suderete, straccherete sì; ma vi rasciugherà, si riposerà la speranza di mieterne il frutto in Paradiso. Ecco che il Maestro del patire vi inanima, miratelo ignudo in Croce morto. Ignudo vi vuole d'ogni terreno sguardo in Croce, con le braccia a lui distese morta, nella Terra della Santa umiltà sepolta, dove vivrete sola a Dio, a Dio, a Dio. Vostra sorella, che vi desia ignuda morta in Croce Maria Crocifissa.

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IESUS † MARIA

A 13 Dicembre 1673.

Molestata dal nemico che altera lo svegliarino, Santa Rosa fa l'officio di Crocifissa di suonare al mattutino, ed accender le lucerne.

himè misera anima mia, come faremo? come a perdurare in una sì lacrimevole vita? oh caso deplorabile! oh lacrimevole sciagura! Ahi fatica senza riposo! sospiri senza esalo, e lacrime senza conforto. La mia guerra è senza tregua, la mia ferita è senza unguento, e la mia vita è senza fiato. Come farò misera me a passarla così per alcun tempo! quando parmi non potermi compassare in ciò per un sol momento! Ahi che la mia vita è piena di morti, i giorni d'affanni, ed il Cuore di tormenti! Non vi è chi mi dia sollievo, o almeno speranza. Ognun minaccia pena, e mi predice tormenti, se sento ridere, mi beffano, se piangere, mi eccitano, se gridare, mi confondono. Ohimè che li canti son lugubri, li lamenti lacrimevoli, ed ohimè, sono li moti. Il mio Cuore è un Ospedale, e pure egli è labirinto, è similmente Sepoltura. Nel primo ognuno si duole; nel secondo se li piange, e nel terzo se li muore. Ohimè, che infermità, che lepra incancherita io patisco, nel primo luogo son dal medico divino derelitta ed abbandonata. Ahi senza medico ed infermiero dalli vermini son rosa puzzolente imputridita, tutto ciò me l'ha causato la sua assenza divina, che nel sentirla il mio Cuore prendea da essa sanità e vita. Oh quanto io desio un sol ristoro alle mie piaghe! Ohimè, che è impossibile ricevere dalle sue mani un sol boccone cordiale; poiché mi fè ricetta nel partirsi di rivederlo mai più. Orsù mesto mio Cuore vien meco nel labirinto, lutto, lutto quivi tiene, ed all'oscuro di questa notte bevi questa medicina, oh che nausee ed amarori ti danno questi sorsi! Qui la butti, e poi la prendi, ti lamenti con deliqui: tu svanisci con sudori, niun ti aiuta, niun ti giova, poiché all'oscuro nessun ti vede. Ohimè che in questa vita morta ti è mestiere la Sepoltura, dove dimori nell'esclusiva di non mai più vedere la vita; poiché si chiude qui la pietra della certezza di mai più uscirne. Muori, muori patendo Anima mia; poiché alle tua infermità non vi è medico, alle tue tenebre non vi è luce, ed alla tua morte non vi è vita. Oh che volendo io raccontare brevemente ciò che in questa notte mi è accaduto, mi vedo trascorsa involontariamente nelle suddette doglianze di che io molto mi scuso, sapendo, che il vaso di che è pieno spande: Ohimè, ohimè Padre, che le mie pene vanno tanto innanzi, che io non le vedo principio di fine, anzi le scorgo più vigore; poiché siccome io li dissi smenzatamente a bocca, sentomi nelle medesime alienazioni penose non solo dolore corporale densissimo, ma di più passioni d'animo assai meste e penose. Io non so come ciò possa essere; poiché stando l'Anima tanto immersa in quella diabolica unione nella parte sensitiva, però in modo, che per il gran sopimento delle sue potenze appena se stessa intende, e che dopo sia tanto sensitiva nel dolersi di passioni bassissime come sono concernenti a carne e sangue: Io non so capirlo. In quanto dopo il modo come viene per tali cose afflitta, parmi fosse così: E' assai rassomigliante questo mio stato a quello dell'Anima nell'unione di Dio, quale passandola il Signore a più alto grado di contemplazione, la fa abituata nelli suoi divini influssi, e rimuovendola dalla immobile ammirazione la fa capace delli suoi secreti, comunicandoci primo le cose fuori di se stesso operate, come cose più basse, e percepibili, e dopo introducendola più dentro le mostra le operazioni di dentro se stesso, e delle sue Divine qualità. Ohimè che la cosa quanto qui va bene, altrettanto nel mio stato va male! Sono io già arrivata ed introdotta in una abitazione miserabile della Diabolica pratica, in modo, che in quella sua strettezza, esso oh quanto mi infinocchia di novità tutte meste, lugubri e miserabili successi: esso mi notifica quanto per sua industria si stanno commettendo in generale, però sino al presente, quanti perversi lo seguono, quanti lo riveriscono, la malignità del Mondo, la vanità, la superbia, e per fine la inimicizia di Dio regnante nel Mondo, da lui è acquistata, e stabilita. Ah che io non posso dire il gran spasimo, che tal cognizione mi cagiona! lascio, che si consideri ciò che non posso spiegare. Altra sorte di notizie mi dà, ed a me sono crudelissime. Egli con segni di gran letizia, mi dice come in quel punto ha succeduto gran rovina in Roma, o che ha inondato il Tevere in cui ha rimasto annegato mio Fratello, o pure che San Silvestro ha rovinato, e lì insieme con mio Zio rotto le membra e fattoli morire, ed ora ora l'ho accompagnato ambedue all'Inferno. Più, e più somiglianti cose mi dice, e non accade ponerci dubbio; poiché le dice con tal efficacia che in quello stato, lo giurerei, tanto ne rimango certificata; ed oh che gran coltello mi trapassa il Cuore; oh come mi sento morir di doglia; poiché in quello istante non mi ricordo di Dio, né posso uniformarmi al suo voler Divino; ma solo corre precipitoso il senso e la natura; anzi con moti di disperazione, sentomi spronare il Cuore voltato contro Iddio, che tanto ha permesso. E questi sono gli effetti, che mi cagionano questi miseri successi, li quali io tutti tralascio; basta aver raccontato il suddetto, essendo assomigliante a tutti. Non posso difendermi con la bugiarda esperienza, che sempre ne ho avuto, poiché in quello istante d'altro non mi ricordo, che della presente; similmente mi affligge annunciandomi la vicina morte, e lasciando da parte la pena che eternamente sovrasta all'Anima, mi fa sentire aspramente la separazione del Corpo, l'orrore della Sepoltura, tutto ciò con una intenzione sì viva, che da tre giorni qui, mi sento come una fantasma atterrita e sbigottita, e la notte mi è di gran tormento; tanto mi tormenta ancora nel sonno con figure meste, e fantasmi assai terribili, e tutto questo mi è sopravvenuto da cinque giorni sono. Ohimè con quanti gran passi sollecitamente cammino in questo diabolico viaggio. Ah che io piango li passi, li sudori, e stenti, che tanto all'infretta mi conducono all'Inferno; ma più mi doglio delle suddette notizie come crudelissimi presagi delli diabolici più interni. Liberami, liberami Gesù, Maria, di tanto male! Ah che quanto ho detto, tutto unito insieme per cinque ore continue nella passata notte l'ho patito, che parvero a me più che cinque mesi per non dire anni. E stando in tale stato provavo la pena, che si patisce nel Corpo nella separazione dell'Anima, e con mio crudelissimo tormento me la sentivo svellere dalle più intime midolle del Corpo; ed incominciando dall'estremità delli piedi ascese pian piano sino al Cuore, dove arrivata con gran crudeltà fu dal Demonio inghiottita in quella sua asprissima unione; ed allora io veramente credevo esser morta, ed insieme dannata. E stando un gran pezzo in questo totale perdimento mi risentivo alquanto, ed intesi quegli Spiriti maligni così tra loro favellare: " Or come faremo, che mezza notte e si avvicina, e verranno contro noi quelli maledetti soccorsi, che le sue Sorelle le sogliono dare? oh, sì, disse l'altro, noi siamo spediti: facciamo così, va, sconvolgi lo svegliatolo, e fa che almeno tardino, e dicendo così da subito tornò, dicendo: ora sì, che a giorno chiaro la condurremo a seppellire all'Inferno. Io l'ho posto lo svegliatoio tanto indietro che nemmeno per altre dodici ore saranno quelle svegliate. Su allegramente il tempo è nostro. " Oh che confusione mi causò questa novella! Io non potevo in modo nessuno atteggiare per supplicare la Madre Santissima per il necessario soccorso, né potevo soffrire, che il mattutino tardasse; e non potendo far altro recitavo, quello mi venne in bocca, benché assai mancante, e fu l'orazione del mio Angelo Custode, a cui per quanto potei ricorsi per aiuto di quel presente bisogno; e sentendomi vicina la sua presenza, così dolcemente mi disse: " ti basta il tuo, non vi vuol altro patire, quieta di tal pensiero Sorella, che la tua Rosa compirà il tuo officio; " e sentendo io questo, attesi a seguire il mio tormento, scordata d'ogni altro; e dopo accorgendosi la Sorella della mia mancanza, ci abbiamo l'un con l'altra domandato, chi suonò l'officio? e non trovandosi nessuna che l'abbia suonato, ci siamo chiarite, che il tutto fece la gloriosa Santa Rosa, la quale non solo suonò il Mattutino, ma chiamò una Sorella solita da chiamarsi, accese le candele dell'Oratorio, illuminò quella del Corridore con compirla d'olio, e fece ogni altra faccenda, che io dovevo fare secondo il solito; io sono stupita di Carità sì grande, la sua pietà, ed il merito delle nostre devote Romite l'hanno a tanto costretta, e ciò a confusione della mia ingratitudine.
.......L'altro giorno Vostra Reverenza sa che si ritrovò lo svegliatoio, così notabilmente guasto, e pregando io istantemente la Madre Santissima, acciò scoprisse il malfattore, così dal suddetto Angelo mio mi intesi dire: quanto di danno si trova è Satanasso, quanto di riparato è Maria per mano di Rosa e Caterina - Devo parimenti manifestare, come tra li giorni della settimana, il mercoledì patisco gran pene, essendo questo giorno deputato alla venerazione della nostra Madre Santissima del Rosario in quel suo nuovo altarino, e vedo per tale ossequio i Demonii a gran furia arrabbiati, sdegnandosi con chi devotamente le concorre, e benché io pavento all'appressarsi tal giorno; nulla di meno abbraccio li tormenti, e lo stesso Inferno per amor di chi da quelli mi difende e custodisce. Gesù, Madre Santissima, non voglio altro respiro, che la Madre vicina, ed il divino volere.
.......Il mattutino suonò ad ora di mezza notte al solito, benché lo svegliatoio si trovò molto addietro, in modo che essendo ora 15 del giorno, ancora non ha sparato, dove si conosce chiara l'arte Diabolica.

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IESUS † MARIA

A 4 Gennaro 1674. Mercoledì notte aggiornando
il Giovedì mattino.

Riferisce le pene interne ed esterne sofferte nella passata notte, è avvisata
dall'Angelo che preghi per la Chiesa.

he dirò Padre delle pene da me sofferte in questa amarissima notte? niente per certo potrò dirne, essendo io rimasta tanto disfatta e consumata, che non so come dimostrarlo; tanto più, che restai nella memoria tanto offesa, che per molto vi ho pensato non mi ho potuto ricordare nemmeno una sola particolarità di dette pene; e parmi fossero da me patite più d'un anno addietro; solo conosco averle provato nella passata notte per le molte penalità che mi han cagionato, tanto nell'Anima, quanto nel Corpo, quali per mancanza d'intelletto nemmeno posso discernerle, nonché raccontarle; e sentomi tanto stordita, che parmi non differissi dalli medesimi animali irragionevoli: ma dirò solo generalmente la sostanza. Passavo dunque la maggior parte di detta notte in grandissimi spasimi, e per lo spazio di tredici ore continue non vidi mai, non dico uscita di pene, ma nemmeno in alcuna mitigata moderazione; ma mi pareva il tempo, come odio al fuoco; poiché più ne trascorreva, più la mia fiamma interna si avanzava, cagionandomi essa grandissimi dolori, anco nel corpo, ed erano queste pene spirituali e corporali, tanto assidue in me, che vicendevolmente non mi davano respiro. Quelle nell'Anima le patisco con una alienazione totale al solito; benché le pene, che in essa sentivo erano delle maggiori, che io abbia provato, e non le ridico per averle altre volte già dette. Solo dirò, che in questa notte con la maggior forza credibile, e senza intermissione si moltiplicarono tutte, fuor che per alcuni spazi, nei quali ritornando in me stessa mi trovavo tanto atrocemente afflitta di crudelissimi dolori, che io non saprei comparare l'una e l'altra pena; dirò che ambedue erano atrocissime ed insoffribili, e dimorando in questi veementi dolori Corporali, quando ancora non erano finiti mi sopraggiungeva quella alienazione di sensi in cui ritrovavo più vigoroso, e come riposato il mio solito Inferno, e straccandosi questo siccome ho detto, incominciava quello esterno, passando sempre così il suddetto tempo. In quanto alle pene corporali, io non posso numerarle; basta dire che oltre alle solite, altre volte da me raccontate, ve ne furono moltissime aggiunte, delle quali io una sola mi ricordo per essermi in parte sino al presente rimasta, ed era una dolorosa cinta, che a guisa di tagliente sega parevami mi dividesse per mezzo per ambedue li fianchi, e con mancamenti di fiato sì grandi, che nel solo pensarvi mi sento mancare il Cuore. Il più addolorato ed infermo mi sentivo il Cuore, il quale parevami per le grandi stretture si volesse tutto risolvere in sangue. Insomma mi vedevo con l'Anima sulle labbra credendomi per ogni moto mandarla fuori. Ma ohimè Signor mio che gran pena mi diede il vedermi morire senza Sacramenti! Vedevo in questi penosi estremi già verificata la diabolica diceria, la quale sempre mi predice, che io morrò come un cane senza cotesti divini aiuti. Ah benignissimo mio Dio, non sia mai tale mia disgrazia, che io in virtù del Vostro prezioso Sangue, di cui sono degnissimi vasi i Sacramenti spero passare in salvamento l'ultimo terribilio dell'umana vita, di che con lacrime e clamore, umilmente ve ne supplico, e dopo la solita domanda dell'adempimento del Vostro Divin volere in me, a questo darò il luogo: a subitanea et improvisa morte libera nos Domine.
.......Ohimè, che io non posso esplicare l'atrocità che pativo in quel punto, quando così malamente mi vedevo morire. Oh quanto mi afflisse la tardanza delli santi Sacramenti, quali mentre io potei incessantemente domandava; parendomi gran tempo ogni piccola dimora. Tra tanto, oh che gran feste si facevano dai miei nemici! Credo, che io tra loro non l'abbia veduto maggiori. Basta, Dio sa. Io sentomi assai infastidire in raddoppiare sempre questi Diabolici successi, ohimè misera me, che al mio mal grado son divenuta Cronista dell'Inferno: Signor mio se a Voi così è di piacere sarò non solo tale, ma vilissima fantesca di quelle fucine Infernali ed umile nell'Inferno, sarò nel vostro gusto, beata in Paradiso. Nel fine delle suddette pene parmi fosse dal mio Angelo Custode insegnata ad offerire quelle pene in unione delli sudori dell'umanità del Signore, e delle lacrime della Madre Santissima sparse ai piedi della Santa Croce in sollievo della Santa Chiesa, la quale conobbi assai bisognosa, e scaduta in estremo nella dovuta vigilanza. Ciò conobbi nel sentir dirmi: Oremus Pro Pontifice Nostro, e proseguendo io: Dominus conservet eum, et vivificet eum, et Beatum faciat eum, et non tradat eum in animam inimicorum eius: intesi io in questa preghiera supplicare il Signore per il bene di Santa Chiesa, consistendo principalmente nel suo Capo e Pastore, chiamando la Divina Provvidenza in sollievo, la quale parmi gradisse le mie indegne suppliche, condiscendendo alla concessione di quello io li domandavo, cioè il bene di Chiesa Santa; e mi fu dato a conoscere come il Signore grandemente gradisce queste sorti di suppliche, gustando molto dell'orazione, e patimenti dei supplicanti, quali volonteroso esaudisce, e però questo fu il fine principale, che il Signore così in questa notte mi afflisse, cioè per il bene di Chiesa Santa.

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IESUS † MARIA

A 11 Gennaro 1674.

Amorosissime espressioni verso Gesù Crocifisso.

.......Mercoledì cominciata, e non finita per impedimento, ed il poco che rimase compillo il Giovedì 12 detto.

ltro conforto non mi rimane Signor mio nelle mie amarissime, e continue pene, che il vedere come i miei avversari sono puranche vostri nemici; da che io vedo, che siamo ancor d'una medesima fazione, d'una stessa Compagnia, e che la nostra unione benché sia così alla larga distesa, dimora nondimeno non affatto disgiunta. Ah Gesù mio, io vi ringrazio di questo piccol conforto, di cui la già consumata Anima mia va con lenti moti lambendo la necessaria forza per sostenere la sua miserabile vita. Io adoro i vostri disegni, e mi stringo al Cuore le vostre Croci, e castighi, e vedo la povera Anima mia benché esausta e consumata, e priva totalmente dei suoi moti; nondimeno io l'ammiro, che ella non tiene altro calore, che desiarvi, altro volere, che di compiacervi, e non altri passi, che di seguirvi. Ah Signor mio, ditemi il vero, e par che nol possiate negare, che Voi avete usato meco alcun incantesimo divino, per cui l'Anima mia si trova in una indissolubile catena col vostro amore; e benché per altro non vi conosca, che da fulmine terribile, un flagello, uno sdegno, che continuamente la colpisce, essa nondimeno sotto tanti martirii appena vive, risponde: Vi amo, e vi amerò Signore, Gesù Ben mio, Voi sapete Signore, come son io una vil Cagnoletta, che da voi non ricevo che calci e bastonate. Con tutto ciò non provo altro, che una focosa brama di seguirvi, e nel più meglio dei colpi sento nell'Anima mia una implacabile pertinacia di amarvi, e di seguirvi, in modo, che senza poterla frenare, non solo nel terminare i colpi; ma tra il brevissimo spazio tra l'uno e l'altro, corre così cascata alla volta Vostra l'Anima mia, e così come a brancone con avidità grandissima cerca i vostri amabilissimi piedi, e con saper per prova, che se li trova, riceverà da essi crudelissime spinte, e ributtamenti. Essa punto non li teme, anzi in quelle respinte crudelmente l'affligge l'esserne per quel momento scostata, e sempre più avida ritorna, senza mai ricevere altro. Ah Signor mio! che gran stravaganze sono queste, io non so capirle. E siccome in me le sento, così con la mia ignoranza l'ignoro, non sapendo da dove provengono: ma io confesso il vero, ed a me pare non poter questa pena più a lungo soffrire: poiché ohimè, che gran pena mi dà l'amarvi di questo perturbato amore, essendo che l'anima mia corre a Voi come a Sua Rosa; ma nell'attingervi vi trova crudelissima spina, di cui resta punta e ferita, e mentre senza ritegno, bisogna sempre far lo stesso, ricevea per ogni volta sopra le piaghe nuove punture. Ohimè, che alli suoi soliti malori, sempre le se aggiungono nuovi deliqui. Ah Signor mio come possono soffrire i vostri tenerissimi affetti una crudeltà si atroce? O Voi addolcite l'amore, o pure frenate le brame. Ahi che non so che dirmi, poiché non trovo più crudelissimo Inferno, che il non amarvi! Deh dunque mio Dio, lasciatevi Voi amare, che io mi lascerò tra li martirii annichilare: fate Voi ciò che volete, che io mi sento il Cuore più che metallo nella risoluzione di amarvi e di seguirvi, e con una importunità incessante sempre al vostro intorno mi vado appressando; e se la luce della cognizione mi mancherà, mi servirò io delle mani dell'operazione, con che all'oscuro della Santa Fede vi cercherò a tentoni, desiderandovi più che mai in questa oscurissima notte della mia miserabile vita in cui dimoro piangendo la mia luce smarrita, e vostri santi tradimenti. Ah Gesù mio non vi lagnate di grazia, se dico tradimenti; poiché per quanto io discerno, siete Voi meco portato da un traditor amante. Deh! oh Promotor dei secoli, andiamo un poco nei tempi indietro, dove ohimè si vide teco l'anima mia. Ahi crudelissime memorie delle mie felicità distrutte! chi mai in quel tempo poté con una sciagura perturbarmi, stando io unita con la contentezza infinita? qual dolore toccò mai la sedia stabilissima dell'amor dì Dio? dico il mio Cuore, quale ohimè, ohimè ora si vede esterminata e rivolta per le contrade dell'Inferno, così precipitosa portarsi, che più non aspetta, che la voracità dell'inferno. Oh disgrazie, oh bassa fortuna lacrimosa, e mai intesa! Dove son Gesù mio quelle gentilezze amorose, quelli cortesi inviti, che per ognun di quelli bevea l'anima mia un deifico torrente tanto dolce e soave, che per ogni sorso parevami inghiottisse un Paradiso? Ohimè ben del mio Cuore, che io per mio martirio mi rammento li vostri tratti dolcissimi, le vostre soavissime parole, graziosissimi sguardi, gesti e sorrisi, tutti, tutti allora al mio Cuore Paradisi, ed al presente martirii e tormenti. Penso sì, Gesù mio, le vostre fattezze benigne, che per altro non le provo che per rubarmi il Cuore con mano d'indicibili patimenti. Ohimè volubilità dei miei gusti, dove sono andati i giorni antichi, in cui io mi promisi la stabilità imperturbabile e permanente! Esclama qui, anima mia, e con inconsolabile gemito piangi e sospira le tue promesse bugiarde, le tue speranze perdute. Oh giorni miserabili in cui in apparenza di dolce si sparse nel mio Cuore un amarissimo seme di cui ora raccolgo gli acerbissimi frutti di continue lacrime e dolori! Oh mano divina, che così di nascosto spargesti questa crudelissima raccolta tutta brune spinose ed amarissimi bocconi! Ah, che ancor con mesti moti bacerò nondimeno questo mio seminaio per esserne Iddio stato il giusto agricoltore: Signor mio mi sariano rose le spine, dolci le agresti, se la vostra assistenza vi fosse continuata. Ma ohimè, che qui si verificano i vostri santi tradimenti, poiché in quelle amenità di campi, tra la campagna fiorita, nella serenità dell'aere, e nel meglio della Primavera vaghissima appena intesi dirvi: Veni dilecte mi, egrediamur in Agrum; commoremur in Villis, che a colpi di ferite si proferì nell'Anima mia questa lacrimabile risposta: Quae sivi, et non inveni illum, vocavi, et non respondebit mihi. Oh voce soavissima, che essendo formata di melodia celeste, altra armonia al mio Cuore non formasti, che d'una mestissima lira di gemiti e doglianze! Oh voce gentilissima tanto delicata e sottile, che con una intimissima convulsione si dispose la più profonda sostanza dell'Anima mia a seguirti a deporto nel Deifico campo dell'esser tuo divino! Ma ohimè così si fa, mio fugace Amante? si chiama, e poi si fugge? si promette, e non si attende? nelli di cui amorosi inganni uscendo alla tua seguela l'anima mia, è rimasta sola nella vasta campagna della libertà nemica in cui sedente si trova nella inondazione amarissima delle sue continue lacrime, sbattuta e stordita dalle tempeste fierissime di tanti suoi incessanti e gemebondi sospiri, senza mai dar tregua le sue doglianze verso chi così la distolse con finto invito dalla sua nobilissima stanza dell'unione divina, nella di cui uscita ha provato e prova tante nocive influenze nella frigidissima aera di questa alpestre campagna, priva ohimè di quel caldo che le prestava quel tetto pieno di divin calore! Ah, ed io ti giuro, mio Traditor divino, che per non lasciarti, lascerò più presto l'esser mio su il flagello, che Te da me lontano, ti seguirò, straccherò, mi terrò dietro alli tuoi passi su la Croce; non mi potrai mancare dove ritroverò li tuoi dolcissimi piedi confitti con chiodi, ed impotenti alla fuga. Ferma, ferma, Anima mia, qui ferma il corso delli tuoi veloci passi, qui predasti l'amato, qui lo legasti! Ah vita del mio Cuore, qui morto ti trovo! Sarò dunque mio Dio con Voi puranche io morta nel partirmi; poiché stabilirò qui ai piedi della tua Croce la mia sepoltura, e così, così esanime ed estinta non terrò vivi, che solamente gli occhi per incessantemente oscurarli in una pioggia mestissima, essendo che non furono più degni di mirarti visibile all'intelletto, e vivace al mio Cuore. Ma ohimè, che trasmutazioni funeste son quelle che miro, vi ho lasciato nel Cielo, e vi trovo in Croce; vi vidi infinito, e qui vi piango morto! Colà indipendente, e quivi pendente, adorato in Cielo, ed in terra schernito! Là del tutto origine, e qui da ognun abbandonato. Ah Gesù mio pietà, perdono dei miei troppo arditi lamenti. Sì, sì mio amabile Redentore, metterò ancor io con Voi la sorte, non saranno più li miei pianti delli miei perduti gusti; solo saranno per le tue pene i miei lamenti; stabilirò qui alla tua Croce la mia stanza, qui fermerò i miei passi, qui la mia residenza, qui piangerò le mie lacrime tanto fuori di Voi sparse, e per mio solo interesse: ohimè segui mio Cuore a dolerti, anzi con più vivo affetto incomincia a lacrimare: muta fine, muta fine, che abbiamo ritrovato nelle piaghe del Signore una tenerezza più viva, una strage più crudele. Sì, sì Gesù mio, qui fermerò il piè, da dove non mi potranno distormi né Croci, né spine, né chiodi, né flagelli; solo sì il vostro disgusto da qui mi potrà allontanare: e temo, ahi misera me! non si rinnovi la nausea vostra sopra l'Anima mia. Deh caro mio Redentore, non ti sdegnare Ben mio, se così importuna la vedi, nel ritrovarti; poiché essa appena volente così precipitosa ti segue. Compatisci mio Dio il suo focoso istinto, e risolvetevi Signore di sempre appresso Voi tollerarla, in ciò essa non entra. Furono le vostre antiche misericordie, che seco usastivo in dimostrarvi alla sua conoscenza, sì incomparabilmente amabile da che si formò al suo volere un indissolubile laccio al vostro amore, che attaccato fortissimo a Voi suo unico Bene tira dietro a sé il suo Cuore con una impossibilità di più lasciarvi. Ah, e chi mai vide Iddio, e si accinse a lasciarlo! No, no, non lo vedrete Signore, dove sarete, e di qualsivoglia stato, o glorioso, o piangente, o in Cielo, o in Croce io vi seguirò ancor che morta. Pazienza dunque mio Dio, ben sapestivo Voi in quel tempo, che così mi allacciastivo, che io era la più vile Creatura del Mondo, la più iniqua, la più rea. Pazienza dunque mio Dio, frenate il vostro sdegno; poiché mercé li vostri allettamenti amorosi trovomi con Voi così allacciata, dalla cui dolcezza nacque nell'Anima mia amarezza indicibile verso tutto il Creato, a cui senza risparmio potevo unirmi, lasciavo in abbandono; ed ora dunque, oh mio caro nemico mi fate del nauseato, vi mi si mostrate storto con farvi del nuovo, con ributtarmi ogni momento. No, no Gesù mio, che io non ho dove andarmi, Voi bisognate accogliermi; il Mondo non mi accetta, poiché io prima l'ho sdegnato, nemmeno ora posso sentirlo; le Creature nemmeno, neanche esse mi piacciono: insomma io non ho ricovero, non ho impiego, nemmeno sostanza, fuor di te mio Dio. Starò, starò qui appresso te, e con te Crocifissa, e morta penando, e morendo, sotto l'ombra di te mio amato Crocifisso; e se verso me crudelissimo ti provo, loderò la tua invincibile fortezza, acclamandoti giusto ed Onnipotente, benché con tanto mio interesse e rompicuore, ti adorerò con dirti: Deus Fortis: e nel provarti continuo ed incessante nei miei flagelli, aggiungerò con voce di lode: Pater futuri Saeculi; ma con cuore più vivo, ed affetto più focoso ti esclamerò: Princeps Pacis; poiché tra tante pugne, tra tanti colpi, e ferite, che da te incessantemente ricevo, sempre griderò verso te: Gesù mio, pace, pace, pace, con cui non voglio guerra, e mai inimicizia, e sarà sempre il mio scudo per difesa dei vostri colpi un segno di pace; poiché io sempre l'incontrerò con pace e quiete, baciando con bacio cordiale le vostre giuste flagizie. Ah Dio del mio Cuore, che io sempre vi loderò, ed in pace, ed in guerra; confessando, adorando per tutto il temporale e l'Eterno le vostre misericordie e giustizie.
.......Sarò per fine mio Dio col vostro aiuto benché sedotta, ma fede! Colomba nidificata, e nascosta sotto la pianta spinosa della vostra Santa Croce, dove sarà sempre uno, benché mesto il canto mio. Canterò, piangerò ai piedi tuoi Gesù mio, e toccando tu il tasto del Voler Divino, risponderà sempre a tono la mia flebil voce e sarà sempre questa la mia amorosa rima: Più che mi tormenti, più ti amo, e ti amerò Signor mio.

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IESUS † MARIA

A 18 Marzo 1674.

Riferisce le continue sue pene ed oscurità, si rassegna al divino amore.

olo Iddio, che meritamente mi castiga sa la novità atrocissima, che poco fa mi ha ingiunto, quale quanto è penosa, tanto è inesplicabile, essendo che per causa dell'istessa mi mancano le parole in dirla, e l'intendimento in discernerla; sicché per mera forza della Santa obbedienza mi pongo alla fatica di mostrarne in poche righe almeno la sostanza. Mi trovo dunque io in questa nuova pena in una grandissima oscurità di mente, tanto è caliginosa e densa, che non mi dà tanto lume per quanto potessi almeno conoscere la qualità della medesima caligine, poiché non so distinguere se sto veramente all'oscuro, o pure mi trovo cieca alla luce. Posso io in ogni modo paragonare detta caligine ad una spaventevole e solitaria campagna disabitata affatto, fuor che di una sola persona, quale da per tutto esule e straniera si vede cinta d'una oscurissima notte d'ogni intorno; e se talora alcuna piccola sgombrosità l'appare per altro non è, che per più intimorirla dimostrandole così mezzo all'oscuro la mostruosità di molte ombre, sembrandole così le piante e monti della suddetta campagna; similmente parmi dimorassi io nella già detta oscurità, dove me ne dimoro involta in una dimenticanza d'ogni cosa, e tanto offuscata mi trovo in essa, che non mi è nemmeno conoscente la medesima mia cecità; ma come stordita il tutto mi confonde, e se per alcun tempo essa si schiarisce, è tanto deficiente la luce, che appena arriva alla distinzione degli oggetti che mi mostra, quali me li forma come spaventevoli mostri disformati, confusi senza ordine e misura, atti in vero ad inorridire a chi per tali li conosce. Sono queste tutte le cose create nella cui intelligenza io sono tale, e me ne sto dal tutto priva della specie d'ogni Creatura; sicché ignorando ogni altro non conosco, che tutto il Creato, ed anche assai confuso ed indistinto. Ohimè misera me, e non è da credersi la gran mostruosità che forma questa indivisione! Ella è da piangersi con inconsolabili clamori, è terribile e formidabile; e non so peggio spiegarla; onde passo ad altro. Mi è ancora ignota la proprietà delle cose create, e ciò etiam per istinto, cioè se io fossi appresso ad una fonte con una gran sete non userei berne, essendomi affatto incognita la proprietà dell'acqua, ch'è di smorzare la sete. Così farei in ogni altro mio estremo bisogno; nel freddo non andrei al fuoco, nel caldo non al fresco, e in ogni altro non al suo contrario; ma con una penosa ignoranza soffro, come interminabile il mio martirio; si estende puranche tal sopimento in cose di più piccolo momento; ma di pena maggiore, come per esempio se io patisco stracchezza non so rimediarla col riposo, e stando in piedi ancor, ancorché mi sentissi svenire non so far altro, che più direttamente alzarmi, sin che per debilità non caschi, altrimenti non vi saria altro indirizzo; così in ogni altra occorrenza similmente mi diporto, dico sommariamente, che non tengo altro di ragionevole Creatura, che l'Anima ritirata e sottratta nella profondità della sua sostanza con una sensibile caducità delle sue potenze; sicché corro a gran passi; anzi parmi stessi in residenza in uno stato animalesco, anzi circa la pena, con alcuna cosa di peggio, essendomi, siccome dissi, affatto tolto il naturale istinto per cui almeno solleverei in parte il mio tormento, procurandomi con esso l'opportuno rimedio, direi di più che sono insensibile come una pietra; ma nemmeno posso con essa paragonarmi, essendo io in quanto alla pena da essa molto dissimile; poiché essendo in ogni cosa al sollievo e al gusto insensibile, sono all'opposto sensibilissima ad ogni pena, tal che parmi, che per altro non vivo, che per formare una copia di martirii; insomma mi diporto tanto passivamente in ogni sorte di gusto spirituale naturale e temporale, che passandomi tutte in velocissimo transito posso dir, che per me non sono. Solo sentomi tenerissimo il Cuore ad ogni sorte di martirio, che come cera si liquefa nel fuoco del tormento. Ah Signor mio, mio Padre, e Creatore! io non posso proseguire senza che mi faccia delle riposate in Voi, ancorché Gesù mio voi non siete al mio senso che una pillola amara, una saetta acuta, un fuoco, un fulmine; non ostante ciò, io vi fo a sentire come voi siete al mio Cuore, e la povera anima mia, stando così mal'acconcia, tutta sminuita, e fiacca con tutti li suoi malori nella sua poca facoltà, che tiene, d'altro non si tratta, brama e procura, che d'amarvi Signore. Ed oh me felice, se io fossi degna di morire uccisa, fratta, smembrata a colpi di questo affannato, e perturbato amore! Sì, sì Ben mio, che io fuor del senso mi immergo alla cieca nella vostra dovuta lode in cui mi sostiene la fede cieca, e non la sensibile esperienza. Vi confesso dunque mio Dio pietoso nelle giustizie, soave nei castighi, dolce nell'amaro, e benigno sul flagello. Su caro mio Bene coraggio e cuore, ed io vi prometto in questa sanguinolente lotta, mercé il vostro scudo non mai voltarvi le spalle, ma ancorché durante una intiera notte della presente sempre dimorar con Voi, ancorché in steccato proseguendo la zuffa, Voi con l'arme del Flagello, ed io dell'amore. Sì, si Gesù mio, che questa caliginosa notte spero all'oscuro della Santa Fede spietatamente ferirvi giusto nel Cuore, non con altra saetta, che con quella acutissima d'una totale esecuzione del vostro divin volere; non vi abbandonerò mio Dio; nisi benedixeris mihi; d'una benedizione però adeguata in tutto al beneplacito divino, ancorché consistesse in darmi l'Inferno, dove meritamente abbracciandolo canterò in esso se non potrò le misericordie, almeno le tue giustizie. Io mi sono forse contro il dovere in questi esali inoltrata, sì per pausare un poco di quelle amare ricordanze, come anche per pusillanimità di meglio spiegarmi, vedendo, che quello ho detto è un nulla in comparazione di quello provo, anzi se ciò fosse, come dico, io lo stimerei un sollievo delle penalità che patisco; onde tuttavia disanimata lo tralascio siccome sta, non potendolo meglio spiegare, e però trascendo in alcuna cosa che patisco in tale stato nell'esterno; poiché detta oscurità si estrinseca etiam nella parte animale, ed anche corporea, rendendomi li sensi tanto stupiti ed insufficienti nei loro esercizi, che talvolta parmi fosse insensata pure nell'esterno; sicché partecipando í sensi di quella deformità ed oscurezza interna, stupiti ancor essi in una penosa meraviglia perdono la loro potenza, e particolarizzandone alcun caso, dico, che se odo la predica, o cosa simile, ella mi reca una pena e noia grandissima; poiché la sento. senza distinzione dì parole; ma solo arriva al mio udito un noiosissimo suono tanto confuso e dissonante, che mi aiuta ad intimorire ed aumentare la penosa applicazione interna così pur anche mi accade nell'uso degli altri sensi, quali stando tutti così imperfetti ed impotenti ad altro non mi giovano che accrescermi la deformità interna, e quanto più oggetti così imperfetti mi mostra, tanto più si avanza la mia penosa meraviglia, e ciò patisco irrimediabilmente essendo nel Mondo inevitabile la pratica delle Creature. Sentomi dopo generalmente tanto indebolita che parmi stessi caduta in una debilità grandissima a segno, che con amarezza e sbigottimento credibile mi credo per ogni respiro perdere l'essere, e d'un modo assai penoso, che non so dirlo. Sentomi diminuire ed annichilare l'anima con mio incredibile tormento. Ohimè povera anima mia tanto affannata e distrutta, che se conosciuta fosse la tua gran miseria, saria per intenerire la crudeltà stessa; poiché essa in quella sua piccola porzione vitale sostiene oltre al male già detto tutte le pene impostele, ingiuntele e confermate da quel tempo che ella incominciò a patire, non potendosi assentare della più minima, neppure per un sol momento, quali tutte insiemate patisce, ora congiunte, ora distinte, dominando di tempo in tempo ora più l'una, ora più l'altra, portandole sempre tutte presenti in una asprissima sofferenza. Si estende pure questa inabilità con grandi dibattimenti al naturale; sicché trovomi sempre in una grandissima perdita, e con le forze sì distrutte, che non so come possa alzarmi in piedi, e la natura tanto sbigottita ed impotente; che nell'alzare un dito, nel dire una parola, parmi sospingessi un Mondo, ed ogni moto mi è grave come smisurato peso: mi riescono le faccende manuali penosissime; per gran forza appena posso fornirle, benché nel servir le Sorelle, parmi non ostante tanta fatica compissi al solito, senza mancar a cosa nessuna; così mi è stato detto; poiché io nemmeno discerno se opero bene o male, essendo ancora tolta questa soddisfazione nella cui incertezza vivo con gran timore, temendo sempre l'esser licenziata di cotesto mio caro ministero, quale io stimo un terrestre Paradiso, e mio unico conforto. Ah Signor mio, se Voi così seguite io morrò di spavento, né vedo come possa mantenermi in vita in tanti sbigottimenti, poiché per ogni spaura uccello parmi mi subissasse il Mondo, e sono di tanto timore oppressa, che la sola ombra mia mi fa tremare, e non ardirei d'andar sola d'un luogo all'altro; ma vorrei appresso me continua una Compagnia. Sentomi dopo in una immobilità tanto ombrosa, che mi stabilisce irreparabilmente con il suddetto timore in modo, che non posso interromperla nemmeno con unir parola, o moto esterno, che se a ciò mi assicuro parmi, che al suono di detta parolina si sollevassero contro me furibonde le mostruosità suddette con riportarne io, misera me! un batticuore d'Inferno. Or se un dir Gesù tanto mi è grave, che sarà nel recitar un officio intero. Ohimè, e pure io giornalmente devo recitarlo. Tengo finalmente una totale sconoscenza, anco del proprio Monastero, delli miei Superiori e Sorelle; sicché stimandole tutte straniere mi reca un penoso sospetto la loro conversazione, privandomi in tutto del sollievo, che si suol trovare tra li conoscenti. Io non so come sì è il mio tratto con esse; ma parmi in quanto all'esterno fosse il solito; benché sentomi nell'interno affatto solitaria incognita in un muto e lacrimabile abbandono, che più io non so dir altro. Dirò insomma, che la mia pena è un mare d'ogni mal sapore insipido, amaro, nauseoso, ed il peggio, interminabile. Ed io tutto questo inghiotto col sorso d'un sit Nomen Domini benedictum. Dico, che la suddetta pena mi par non essere in me ancora fermata; ma stando assai in principio or va, or viene, benché mostra gran vicinanza nello stabilirsi, e ciò conosco nel suo gran vigore in cui io temo un lungo e crudelissimo travaglio, purché sarà per Dio, io andrò ad incontrarla.

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IESUS † MARIA

A 14 Aprile 1674.

In tempo di siccità prega Dio per i peccatori,suda sangue, chiama su
di sé i flagelli dovuti ai peccatori.

himè! che mi ricordo misera mente mia che se talora ti sgombri, non è che per maggiormente oscurarti. Signor mio viene a me una nebbia, mi sopraggiunge un turbine, che mi predice una tempesta di dolore. Chi darà al capo mio una pioggia di lacrime per versarla di sangue sopra le lacrime d'un Dio? navighiamo mio Dio in questa mestissima lacuna, Voi sopra il legno dell'ingratitudine umana ed io dietro a Voi mi sommergo, dove nuotando con le braccia d'una inconsolabile doglianza, sarà d'ambedue questa procellosa fortuna. Ahi Signor mio ti veggo imbarcato nel fortissimo legno, che produsse quello adamitico Pomo di cui si avvelenò il genere umano, di cui sono fortezze li moti del senso, e sono le sue fessure otturate con pece d'inferno: e però invano (per dire così) lacrimate; poiché egli è impenetrabile ad ogni inondazione Divina! Oh fierissima tempesta, che neanche in un mar di lacrime si può pescare un'anima! Signor mio gli uomini stanno in sogno nell'oscurissima notte del peccato: e però per totam Noctem laborantes nihil cepimus. Ohimè nell'anno mille seicento settantuno in tempo di gran calamità generale in cui stava afflittissimo il popolo per la mancanza di pioggia; tu sai, Gesù mio, come tutti per tal suo interesse, si diedero pentiti all'esercizio di alcune sante operazioni, portandosi a te vestiti di penitenza, supplicanti e gemebondi, che per li molti clamori Palma mi parve una Ninive conversa; ma per una eternità tu sii benedetto Signore, poiché con la tua amabilissima Provvidenza destini alle tue Creature a penalità terrene per traerle in te Bene maggiore. Lodanti o mio Creatore per me la volubilità dei cieli, la numerosità delli pianeti, la luce del sole, la stabilità della terra, e chi più che Voi li conosce, poiché noi miseri mortali siamo talparelle senza occhi alli tuoi imperscrutabili giudizi; dico dunque mio Dio, che stando così afflittissima un giorno, ed io più di ogni altra vilissima ed interessata piansi amaramente ai tuoi piedi, chiedendoti con duplicate istanze la consolazione del Popolo, la sazietà della terra; quando tu, o dolcezza ineffabile, che tieni dardi per parole, saette per sguardi, ti degnasti Ben mio di saettare il macigno animato di questo mio Cuore, che in una locuzione brevissima parmi lo liquidasse in sangue, tanto nelle tue parole sì dolci mostrandone ancor li segni esterni, ritrovandomi al fine scorse dagli occhi alcune stille di sangue, tanto può la tua potenza, mio Dio, tanto la malvagità degli uomini insin ad indurre un fierissimo macigno in lacrime e sangue; ma ohimè! misera me, che io infingarda e villana non apprezzando i tuoi doni, mi sono come insensata immersa nell'oblivione, ancor io dell'offese tue, dove si è impetrita in estremo la mia durezza, divenendo io più d'ogni altra causa e motivo delle tue sciagure. Ah mio tradito Amante, che direte di me? non altro in vero, che: si Inimicus meus maledixsset mihi sustinuissem utique; ma della vostra vilissima serva, che fa mostra d'amarvi a cui Voi vi siete compiaciuto conferirle beneficentissimi doni, tante espressioni d'amore, tante lusinghe e carezze. E che? dopo la scortesissima così facendoti torto abbia fatto del ricevuto un vilipendio, quale buttandolo nel profondo dell'affetto terreno, così sotterrato più non lo stima, che un moggio di paglia esposto al vento. Ohimè non può soffrirsi pazientissimo Gesù! è la tua tolleranza maggiore in soffrir me nel Mondo, che Giuda nel Cenacolo, poiché io più iniqua di quello ho preferito il vilissimo prezzo d'amor terreno alle dolcezze inestimabili dell'amor Divino. Girate Signor mio dall'oriente all'occaso, che non troverete una causa di tolleranza maggiore; né manca pure l'esercizio della tua invitta pazienza in queste mie disutili querele, quali son piene di vacui pentimenti, standone l'emenda più che mai lontana. E sento mio Dio ancor tra questi esali macchiarmi l'anima di certi gusti sensibili in cui si soddisfa il mio cuore, e nella coscienza di questo impuro amore si intorbida l'acqua delle mie abbondantissime lacrime, nella cui turbolenza si offusca il mio intelletto, e resta soffocato e taciturno il mio dolore. Ah Gesù mio all'oro dell'amor vostro io sempre aggiungo la ruggine del mio interesse. Scusimi la tua pietà Signore poiché quando con Voi me la pongo, non finirei giammai. Orsù mi pento: seguirò a riferire ciò che con lugubre voce mi risonasti al Cuore in quella locuzione brevissima, che più sopra dissi, che per quanto mi ricordo parmi queste fossero le medesime parole: obstupescite Coeli, contremiscite Populi, et super nequitiam vestram ululate mortales. Ohimè che io in esse compendiosamente compresi la trascuragine delle creature, e l'offesa in ella del loro Creatore, di cui tu Signor mio quanto mestissimo ed offeso ti mostrasti bisognerebbe scriverlo, più con lacrime, che con inchiostri. Furono brevi sì le parole, ma fu copioso il senso, che io non posso spiegare, senza diversità e numerosità di parole. Così dunque Signor mio in silenzio lugubre meco ragionasti:
......." Osserva Figliuola e con attenzione considera li gesti ed intenzione degli uomini, quali avidamente preferiscono ad ogni bene Eterno l'interesse proprio, vedi come anche eccedano perciò negli atti umani, essi sono divenuti al presente, etiam di se stessi carnefici ed inumani; poiché piangono, si affliggono, si inoltrano pure allo spargimento di sangue, che per me io non lo vidi giammai, e tutto si è per saziare ciò che con disprezzo calpestano, che è la più vilissima tra li quattro elementi, nella cui servitù se li sono affatigati per un anno intero; diresti tu forse che trovansi gli uomini della terra invaghiti, poiché tanti ossequi li prestano? lo dica chi vuole, che io nol dirò giammai; poiché praticamente provo di qual sorte siano li ossequi interessati. Sai mia Figliuola, perché così amorosamente con la terra si portano? e per altro non è, perché Ella è nodrice del pochissimo seme che in essa hanno buttato, sperando, che nelle sue viscere, mediante le loro accuratezze, moltiplicatamente ad essi lo riduca. A cui dopo la messe sai che benevolenze le rendono? nella più calda stagione le buttano fuoco, ed in genere la consumano, e ciò è per un altro loro futuro interesse; sicché, né per scaldarla l'infocano, né per rinfrescarla la imbevono; ma il tutto è destinato al loro intento. Ahi piangete meco tutti, poiché pianse in dir ciò che segue il vostro Creatore: Ohimè, disse egli, che è divenuta la terra vilissima, simulacro e figura della potenza divina; anzi che io avidamente ambisco il suo accurato servigio; poiché Ella l'ha d'un anno, ed io appena d'un giorno; poiché nell'essere esauditi o esclusi delle loro domande, mi voltano le spalle; poiché a me niun mi vuole fuorché per impetrarne li loro intenti; e tanto mi cercano, per quanto io posso favorirli i loro interessi. Fuor del richiesto, ognun mi butta; e dopo esserli propizio, rivoltano il mio dovuto ossequio alle prosperità loro, e ciò saria poco, se dopo nelle più avidità mondane non uscissero crudelissimi li Religiosi ed Ecclesiastici rilassati a ponermi incendio con li loro vivi scandali e mali esempi, nella cui arsura rimane consumata e incenerita sopra la terra la mia dovuta Riverenza. Guai a quelli miseri; ma più a costoro, quali saranno li più vivi tizzoni e carboni d'Inferno. Figlia il paragone è chiaro; attendi a piangere la mia conculcata Potenza arrovesciata per terra sotto i piedi degli uomini, di cui sarà un giorno fulmine finale per vibrarli acutamente nel profondo dell'Inferno. Cercherò ancor io con ogni giustizia il mio interesse, ritraendomi da loro il frutto della mia Redenzione, e dopo tal ricolto butterò in essi il fuoco eterno. " Ohimè me misera infelice, e sfortunata, che dirò? che risponderò a tali onestissime ed insieme furibonde voci? l'offeso mi è Padre, li condannati Fratelli, a chi piangerò primo? mi dividerò il Cuore con la spada del cordoglio, no che più nol tengo, che si liquefece, si annichilò alle lacrime del mio mestissimo Redentore. Chi mi darà dunque a prestito un'infinità di Cuori, ed altrettanti occhi, lacrime e sospiri, con cui potessi almeno soddisfare alla crudelissima doglia, che deve, e conviene alle sopradette sciagure. Piango ohimè Gesù mio Voi così disamato, anzi offeso dalli miseri mortali, dove regna ahi misera me una decisione tacita della tua Potenza increata; piango pur la cecità di quei miseri con la lor perdizione eterna. Ohimè, che sopra di costoro vorrei, tamquam inundans aqua sic rugitus meus. Piango o Dio il mio popolo, come Figlio del mio Cuore; poiché non si soddisfa il mio affetto, essendomi da Voi così comandato ritenerlo nel grado fraterno; sicché non sdegnate mio Dio la commozione delle mie viscere sopra la perdizione d'ambedue questi miseri stati, cioè Cristiani di nome, e Religiosi inosservanti, quali io piango, l'uni divorati dalla fierissima bestia d'una vera infedeltà di cui non rimane, che la sopraveste d'una esterna Cristianità, e questa macchiata pure di sanguinolenti ferite di moltissimi scandali: degli altri, ohimè! ductus pro alimoniis, deviati ed erranti dalla dolcissima Manna della regolare osservanza per un vilissimo acquisto d'una Cipolla d'Egitto. E tanto meschini da essa distanti, che avvicinati all'Inferno han perduto di vista la divina Stanza. Ahi! me dolente, che nel mirar la lacera veste dei primi, mi strapperò per aspra doglia quella del mio Cuore, e con un fortissimo gemito, griderò sino al Cielo, che, fera pessima devoravit Filium meum; poiché del Beniamin del mio Cuore, delle Anime consacrate a Dio non posso per tenerezza parlarne: Heu, heu! me dolens, che nella perdita di ambedue si hanno oscurato i miei occhi in un turbine di lacrime, per cui dimora in lutto il mio Cuore afflittissimo: e sopra ogni mia propria mestizia, si sente nel mio interno per la perdizione altrui un inconsolabile gridore, ah pietà divina, descende ad me propitia, e fa, che almeno nell'oscurar della mia vista io vegga a te converso il mio carissimo Prossimo, talché muoia contenta nel mirare terminata la offesa: sì, sì mio Dio consola la Schiava tua innanzi che muoia, e fa che io ritrovi in te i Figli del mio Cuore: Praecor te coelestem Regem ut me dolente nimium faciat eos cernere. Deh pietoso mio Dio non ributtar le mie misere preghiere, riduci al tuo Gregge li poveri smarriti, e cura col tuo Sangue le morsicature delli miseri egrotanti. Io non nego Signor mio i loro demeriti; ma confesso la tua infinita misericordia; né posso in verun conto seguir in essi lo Spirito d'Elia; ma la vostra melliflua parola, che dolcemente dice: Nolo mortem peccatoris; sed ut magis convertatur, et vivat. Ecco Signor mio una Rea, una sentina d'orrori, d'iniquità; non vi sarà luogo migliore dove Voi possiate sfogare l'ira divina; poiché niun più di me lo merita. Pregoti o Dio amabile, e terribile ad eliggere la tua vilissima Serva per sfogo della tua giustizia; manda a me flagelli, castighi, e moltiplicate sciagure che io con le braccia aperte l'accetterò nel mio Cuore; oh fosse il Cuor mio un mondezzaio comune, dove si rigettassero tutti li vilipendi delle tue Creature; ed io sarei felice nel vedermi spregiata vilipesa e confusa, purché siano i miei fratelli preservati dalla divina e giustissima vendetta. Se sarò, Gesù mio, dal vostro aiuto soccorsa, non temo chiedervi in soddisfazione dei miei prossimi, fame senza ristoro, sete senza rinfresco, piaghe senza unguenti, persecuzione, infamie, disonori, ingiurie, e crudelissimi supplizi, e ciò senza fine sino al giudizio finale, e se dopo per giustizia mi darete l'Inferno non ricuserò Signor mio le vostre dispensazioni degnissime; ma abbraccierollo, come dalle mani vostre venutomi in punizione giustissima delli miei soli peccati; giacché le penalità temporali non furono per altro sofferte, che in soddisfazione delle vostre Creature. Ohimè misera, che io non son degna d'esser soddisfazione di molte: quando altro non sono, che incitamento dell'ira vostra; in tutte Signor mio il vostro preziosissimo Sangue è unica e sufficientissima soddisfazione nostra; poni amabilissimo Gesù gli occhi pietosi alle sacre fessure delle tue santissime piaghe, e miraci per quelle con sguardi di Padre e Redentore; poiché, si iniquitates observaveris Domine, Domine, quis sustinebit? Madre Santissima senza la vostra mistura non si commoverà alle nostre miserie la pietà di Dio contro di noi giustamente sdegnato. Tu sei Madre, Padrona ed appresso Iddio Avvocata Nostra, Tu nostro rifugio, guida. e defensora: Sub tuum praesidium confugimus, sub umbra alarum tuarum protege nos. Ohimè Padre quanto mi è grave la mestissima ricordanza delle suddette cose e particolarmente mi affligge ciò che conobbi nelle parole del Signore, quelle però, che ultimamente disse: e dopo tal raccolto butterò in essi il fuoco eterno; le quali disse per moltissime meschine; ma io più d'ogni altro mi dolsi d'alcune anime consacrate a Dio, quali benché non sono arrivate al fine della loro perdizione sono nondimeno per il lor mal principio nel cammino dell'Inferno per la cui abituata durezza si rende irreparabile la loro rovina: ohimè, ohimè, che per l'acquisto del vilissimo carbone dell'amor proprio si rifiuta la inestimabile margarita della grazia di Dio! Tema, e trema chi si ha inghiottito tal veleno; poiché gli sovrasta l'eterna morte. Ahi che divisioni son queste, che trasfissioni crudeli, almen mi fossero ignote; poiché nel solo pensarvi mi trema il Cuore nel petto, e per più ragioni io devo vivamente sentirlo, e tanto basta. Per carità, Padre mio, non mi domandi, né delle persone, né del numero; poiché senza bugia, posso non dirlo, nemmen del suo rimedio; poiché non sta in mio potere risponderle altro, che fuoco eterno, fuoco eterno, fuoco eterno.
.......Rimango io dopo assai confusa nell'accorgermi, che così alla distesa parlo col Signore; benché senza avvedermene, io prego Iddio, che ciò non ammetta a mia presunzione, ed a Vostra Reverenza che non mel proibisca; poiché in tempo di tanta mia sterilità spirituale non mi è possibile il dir una parola, senza che non mi rivolta a Dio, nel quale odore par che si reficiasse alquanto l'anima mia, benché in modo insensibile; e sentomi, che il nome santo di Dio mi apre l'intelletto con darmi moto alla lingua, in modo che mi facilita a segno di non credersi somiglianti discorsi; nel fine del quale mi torna la solita stupidezza, insensibilità ed ignoranza, appunto come prima; del resto se sono in errore mi corregga, che voglio sopra ogni altro la santa obbedienza, dall'esser io tanto tarda nel farle questa relazione. Io non mi ricordo qual sia stata la cagione, né so trovare da dove ciò sia accaduto. Confesso nondimeno con mio confuso rossore esser io l'esercizio della sua pazienza, di tanta mia trascuragine, me ne ha fatto accorta il Signore, dandomi nella presente penuria di pioggia il medesimo sentimento; ma non da se stesso; ma facendomi imprimere nel Cuore sì il suo lamento, come puranche li medesimi effetti, che allora mi cagionarono, quali sono li suddetti. E ciò parmi abbia fatto con una locuzione interna per mezzo del mio Sant'Angelo Custode, parlando all'anima mia come io sua Persona quale mi ha dato certezza, che trovasi il mio Signore nel medesimo abbandono.

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IESUS † MARIA

A 13 Maggio 1674 Festa di Pentecoste.

Forte tentazione contro l'obbedienza, essa più si sottopone.

on è da credersi Padre quanto mi insidia il Demonio sopra la santa obbedienza, egli mi sprona a fuggirne anche il nome con addurmi tante e tali ragioni opposte ad essa, ch'è una meraviglia, non lascia, che mezzo usare per distormi di sì benedetto cammino; egli mi suggerisce qualità d'inaudita laidezza in persona dei miei Superiori, provocandomi a sdegno con li medesimi, e mi forma una gustosa pace, benché io la riconosco falsa, quando me ne sto per alcun tempo senza conversarci con promettermi una continua quiete se me ne privassi affatto, dandomene un saggio, come per prova. Insomma egli me l'ha reso difficile, che andando per qualsivoglia occorrenza alla presenza delli miei superiori parmi mi portassi alla tortura; e provo nel trattenermi con essi le mie molestie tutte duplicate, a segno, che sensualmente non mi veggo l'ora che mi parto; ma sopra ogni dire si duplicano, quando Vostra Reverenza per farmi carità si affatica con la sua solita pazienza ad insegnarmi alcune cosucce appartenenti alla perfezione, come anche circa la Santa Fede di cui dimoro sì sprattica ed ignorante, che a gran fatica so recitare il Credo, come Vostra Reverenza sa per esperienza; ciò non può soffrire il nemico, ed una volta infierito oltre modo contro Vostra Reverenza esclamò: maledetta Carità, nel di cui atto Iddio mi toglie la potestà di addurlo a mio modo nel male, che in lui pretendo; e dopo rivolto a me minaccioso anche mi disse: maledetta l'umiltà, pabolo, e contegno d'una tal carità; e fulminando mi lasciò una inquietudine grandissima, con che io provavo la santa obbedienza un insoffribile giogo, un peso smisurato, un continuo tormento, e tanti altri malissimi effetti tutti contro Iddio, e la mia vocazione. Ieri stando io apprendendo da Vostra Reverenza in Confessionale quelli insegnamenti sopra li sette sacramenti della Chiesa pativa parimente li suddetti disturbi, benché al solito coll'aiuto del Signore io gli resistessi; ne seguì dopo la chiamata delle Romite nel Monastero per assistere a quella Sorella, che moribonda si stimava; e stando io con esse nella sua cella, rinvenuta ella alquanto, Vostra Reverenza le fece recitare certa giaculatoria, che non so per qual fine Vostra Reverenza le ordinò, che a me l'insegnasse. Ah ora mi sovviene, fu acciò io dopo la recitassi insieme con le Romite alla nostra Colombella Rosata per aiuto della suddetta Sorella. E volendo quella far detta obbedienza mi fece appressare al letto; ma, Gesù! quando io l'intesi, ebbi in far ciò grandissima ripugnanza, sentendo vergogna grandissima di comparire sì singolarmente innanzi a Vostra Reverenza. Né feci a tal ripugnanza resistenza nessuna, anzi le condiscesi senza repulsa, stimandola naturalezza e costumanza mia, senza avvedermi che in ciò vi era gran parte del Demonio, che così malamente mi dispose nella santa obbedienza. Incominciò dopo la Sorella inferma ed insegnarmi quella orazioncella, ed appena dette le prime parole, che furibondi mi assalirono li nemici infernali, e con una straordinaria rabbia mi privarono dei sensi; e per via di spinte, e strappamenti crudelissimi portarono l'Anima mia totalmente in poter loro, e con qualche straordinaria pena più del solito l'afflissero, ma quel che più mi atterrì furono le terribili minacce di pene future: mostravansi ancora molto rabbiosi con Vostra Reverenza per cagione del suddetto comando, e parimente con la nostra inferma, che con alcun travaglio prontamente l'eseguì. Ed io conobbi che il Demonio non aveva nell'Anima sua parte veruna, nemmeno in molestarla per via di suggestione diabolica in quel terribile passo, che le sovrasta, in modo, che egli si cruccia di fremore, e di rabbia per tal sua perdita, portando in tale occasione incatenata la sua potestà. Io Padre ingenuamente dico ciò che non posso trattenere celato. Sappia Vostra Reverenza, che Suor Maria Cristifera (secondo il mio sentimento) andrà in Paradiso di sicuro; compiacendosi il Signore molto dei suoi patimenti, quali la tormenteranno terribilmente sino al fine; e questa è la cagione che il Signore la libera dalle molestie infernali. Tanto io conosco, benché in modo non tanto soprannaturale, benché sono più che certissima della libertà infernale totalmente perduta sopra quest'Anima benedetta. Finì dopo questa mia dolorosa estrazione dei sensi, in atto che i Demonii mi davano un infelicissimo ingresso nel medesimo Inferno, nella di cui entrata l'Anima mia meschina patì un indicibile spavento, benché per non so che, qui finì la pena, rimanendo io libera inaspettatamente, benché nel Cuore molto offesa per tale sbigottimento. Prego Vostra Reverenza a non contentar il nemico nel risparmiarmi la fatica che provo nei suoi comandi, atteso che io già ho fatto esito d'ogni mia consolazione, e facendo scelta della Santa Croce mi ho risoluto incessantemente patire, e precisamente quello più glorioso stimo, che mi vien dato per mezzo dell'obbedienza santa. A tal Paradiso mi chiama chi factus est obediens usque ad mortem. Egli alla gloria della Croce mi invita, dicendomi: hodie mecum eris in Paradiso.

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IESUS † MARIA

A 15 Maggio 1674.

D'ordine dell'obbedienza raccomanda a Dio un Cardinale da lei non conosciuto, neppure per nome: sente da Dio: " sì, sì il mio Bonelli. "

ddio gliela paghi Padre in consolazione e pace la benedetta occasione mi diede, quando per un suo comando mi impose, che non ostante la mia solita tiepidezza supplicassi il Signore per quel Signor Cardinale di cui non so altro nome. Supplicando la Maestà Divina per la salute spirituale e corporale di detto Signore con altre circostanze, che Vostra Reverenza sa, che perciò qui non le ridico. Confesso io il vero che tal comando mi confuse oltre modo, poiché mi fu intimato in tempo in cui l'Anima mia era compresa d'una oscurissima caligine, che affatto la privava di ogni facoltà. Accettavo io nondimeno con la prontezza possibile tale obbedienza, e sopravvenendo il dì seguente la solennità della Pentecoste procuravo io nel momento della Santa Messa insieme col Sacerdote esporre al Signore tale supplica, in forma però di memoriale scritto col prezioso sangue del nostro amante Redentore sopra le candide e purissime specie sacramentali, offrendolo dopo all'Eterno Padre in persona del suo svenato e sacramentato Figlio. Oh Dio, Padre di misericordie infinite, Padre dei lumi e di eccessi Divini, Voi che a guisa di sole in una generalità pietosa vivificate le vostre Creature in questa mia tiepidissima offerta non mi rigettasti, siccome il mio demerito meritava; anzi, o mio Dio, Padre, e Creatore, con una amorosa simulazione velasti la natura divina col manto d'una compassione umana, con che punto non indignasti il vilissimo lezzo dove l'Anima mia dimora, anzi con amorosa acutezza trapassarono i tuoi lumi la profondità delle mie tenebre, e schiaritola alquanto, e risorta di tal barlume alzò verso l'altezza delle tue dovizie il suo pesante capo, che in tal salita prese un pò di fiato; e nel primo respiro intesi non so che di odor divino; oh fragranza divina, oh Serafica ambrosia! Tu che profumi i Cieli spargesti sopra la puzzolente anima mia un sol fiato soave, come di rose, che disfumando dopo in un momento, intesi come da molto lontano articolatamente così dirmi: Rose del Paradiso, sono le Anime afflitte. Ricordati Figlia, che: Rosa utilior est in saporis amaritudine, quam in odoris suavitate. Con che, oh tromba divina insonasti al mio Cuore una voce gioconda, con comunicarmi chiarissimo il senso di tali parole! In esse compresi come all'odorato tuo santissimo odorava quell'Anima da me a te commendata come Rosa bellissima, essendo a te più cara nell'amarezza delli suoi patimenti, che nella santità dei suoi sacrifici a cui io conobbi già sedata, e ferma nella Compiacenza Divina, in questa però della sua tolleranza, che ti darò mio Dio in gradimento d'una tale sovrabbondanza, quale fu all'Anima mia rugiada bella e soavissima quale io nella qualità posso domandarla Torrente, benché nella quantità posso nominarla Stilla; non essendomi dato più, che nel brevissimo istante, che la sacratissima Ostia stiede alzata nella Santa Messa; sicché tal divino torrente scorse velocissimo per l'aridissima terra dell'Anima mia, che per la sua siccità di sì lungo penare, certo, mio Dio, che dimora la misera pur troppo siziente; né potei questa divina effusione profondamente penetrarla fuorché rinfrescarla nella sua più estrinseca sostanza, né so in realtà quel che mi cagiona questa divina frescura, se é gioia, o tormento; poiché essa nel suo passaggio trasse dalle più intrinseche parti dell'Anima certi focosi affetti, che a guisa di caldissimi vapori accesero nella parte sensibile, sicché rifacendo quello umido, mi struggo, mi consumo, di più a sazietà berne. Ah Signor mio, che il tuo fuoco divino non ha dove attaccarsi, quando mancano le legna della tua Santa Croce.
.......Deh dunque mio Dio, affascia, cumula, lega questi sacri sarmenti, e carica di essi Ben mio, me tua vilissima giumenta, che io giubilerò, sì carica di questi cari germogli, essendo fruttificata da te mia dolcissima Vite, con tutto che nella mia derelizione, ohimè recisi da te li veggo; onde altro non mi producono, che aridità inaudita. Bacio io nondimeno l'adorabile mano dell'Agricoltore Dio Padre, che col meritato taglio del furor Divino così da te mi divise. Passo dunque mio Dio al tramezzato racconto con dimostrar la mia solita ignoranza che dopo verso il fine mi sopraggiunse, rendendomi già perplessa se quella mia preghiera aveva la Maestà vostra accettata per quella persona, che io intendeva; sicché più specificatamente per il Signor Cardinale due volte vi dissi; onde con voce affabilissima intelligibilmente così fui assicurata: sì, si, il mio Bonelli, il mio Bonelli; io Rosa amara la voglio: e qui finì il mio intendimento.
.......Padre che vuol dire questo nome io non ebbi ardimento di domandare al Signore. Chi sarà costui? forse così si domanda questo Signore Cardinale? se altrimenti è, io non so capire il senso; se ho commesso errore saprà Vostra Reverenza correggermi, che assicurata da ciò io me ne resto quieta all'oscuro della mia ignoranza.

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IESUS † MARIA

A 21 Maggio 1674.

Chiede ed ottiene il merito dell'obbedienza d'assistere una notte ad una inferma.

adre la nostra povera inferma, secondo ho inteso patisce una infermità sì lunga e fastidiosa, che credo causerà alle nostre buone Sorelle non poca stracchezza alle quali io in estremo compatisco, conoscendole tutte di pochissime forze, e quasi inferme, e desiando che il Signore me le conservi di buona salute per suo maggior servizio; supplico perciò Vostra Reverenza a consegnarmi questa mia carissima inferma a cui io desio servire, come farei a Gesù Cristo piagato nel duro letto della Santa Croce; e benché non tengo per tal ministero Carità nessuna, spero chiederla alla nostra Madre Santissima imitando la sua pazienza praticata ai piedi della Santa Croce; di tutto ciò umilmente a Vostra Reverenza ne supplico, e resterò sempre contentissima del suo comando; se si contenta Vostra Reverenza, desio, che me lo imponga in modo di penitenza; sicché niuno si possa immaginare che tanto mi si ordina a mia petizione. Per carità la secretezza in estremo le raccomando. Vostra Reverenza mi benedica Maria Crocifissa.
.......Fu concesso dalli Superiori solamente pernottare nell'inferma, e nel giorno far l'officio di Servente nelle Romite, e tanto ella fece in sino alla morte di detta Sorella, che fu ai 29 maggio 1674.

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IESUS † MARIA

A 29 Maggio 1674 Giorno della morte di Suor Maria
Cristifera della Concezione.

Nella notte della suddetta Sorella esagera la bontà ed amor parziale di Dio inverso questa comunità e dà contezza al Confessore di due difetti a cagione dei quali volle il Signore dare a quella una sì lunga agonia, ed all'altre monache un continuo travaglio per servirla.

h Padre, oh Padre quanto sono occulti imprescrutabili li zeli, e bontà, e misericordie di Dio! già finì in questo punto la penosa vita della nostra avventurata Sorella, e con una dilungata agonia che parmi stesse sempre moribonda per lo spazio da circa venti giorni, io con una fretta al cuore dirò senza ritenzione: mirabilis Deus in servis suis, mirabilis Deus in servis suis.
.......Fu l'anima mia nel punto di sua morte certificata con una mirabile sicurtà che sopra il nostro Santo Monastero stanno con affetto paterno fissi gli occhi di Dio, per il di cui bene permise una sì lunga e molestissima agonia alla nostra cara Sorella, cioè in punizione di due difetti, uno nel corpo della nostra comunità, e l'altro della medesima inferma: il primo fu che sotto manto di carità si diede occasione alla suddetta di domandare alcuni non necessari sollievi che davano in alcuna parte nel superfluo, perché sforzandola alcuna a domandar ciò che appetiva, essa benché resistente accettò alla fine a tal segno l'offerta, che facendosi lecito ogni possibile aggio, domandava il tutto a suo piacere; di tale insolito abuso in estremo si scompiacque il Signore non tanto in persona dell'inferma, quanto per la colpa di chi cagionò tale rilassazione in una comunità che di tal difetto etiam se ne aborrisce il nome, mostrandosi oh! quanto severo e terribile il Signore verso chi cagiona difetti comuni, il che con una punizione amorosa, sanando il Signore dando una lunghissima molestia alla nostra comunità per cagione della medesima inferma, in sino a tanto che tal difetto fu conosciuto ed emendato, poiché il benigno Signore elesse la mia perversità per medicare questa ferita; imperocché assistendo io in questa notte con la moribonda non so come avvertii tal disordine che abboccandomi con altre due Sorelle involontariamente l'assicurai che durerebbe tanto la pena nostra comune, in sino all'emendazione di tal mancamento, io non so dopo che eseguirono quelle, ma parmi che si corresse il difetto con un ordine che diede la Madre Abbadessa in riparo di tale abuso.
.......Il che fatto, poco dopo morì l'inferma; il secondo difetto fu in persona della Sorella, fu un poco di confidenza superflua, che per conseguenza menava mancanza di contrizione, ed essendo puranche nel medesimo tempo da me avvertito, credo che fu parimente a quella avvisato, poiché ho inteso che quasi tutta la mattina fece atti di pentimento di vera contrizione contro il suo solito, desiderando la confessione poco innanzi della morte, quale un'ora dopo seguì.
.......Padre io resto consolatissima della nostra cara defunta animuccia amata dal Signore, ma più mi stupisco dell'abbondantissima dilezione di Dio sopra il nostro Monastero che con la sovrabbondanza divina così lo colma con comuni ed efficaci avvertimenti, non si può dire quanto ci desidera santi il Signore, io mi sento oltre modo affrettata a dargli questo scritto, e di ciò non so altra cagione, che un impulso e brama interna, e però tralascio alcuni sfoghi che mi bollono al cuore, né posso tralasciar di dire che amabile, dolce, misericordiosissimo è Dio, beato chi l'ama; ma infelice ohimè chi non ci corrisponde! Io devo dire che di avere avvertito tali difetti punto non me ne accorsi allora, nemmeno sinora me ne sono ricordata, io Padre sono quella vile giumenta che tanto opero per quanto mi batte il mio Padrone Iddio.

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IESUS † MARIA

A 5 Giugno 1674.

Varie astuzie del nemico per indurla in disperazione, odio di Dio, e diffidenza del Confessore, a quel fine le fa vedere sotto apparente larva la Sorella ultimamente defunta come dannata, ma per opera della Vergine svanisce.

azienza, Padre, pazienza, pazienza, ecco che conviene a Vostra Reverenza soffrire nella memoria la mia brutta figura, che per molto mi ho affaticato di non disagiarla, di ciò la medesima forza diabolica mi notifica quanto sia male il non manifestare alla santa obbedienza quello mi accade, poiché nelle sue forti persuasioni di usar con mia guida lontananza e silenzio, conosco esser malissimo ogni piccolo indugio non che silenzio, ohimè dico io quanto sono stata molestata di innumerabili e formidabilissimi ribattiti per il tempo di circa otto giorni, nel quale tempo misera me! son divenuta più dal solito un scherzo d'Inferno, mentre da vilissima ed ignorante per addizione diabolica sono traboccata nelle sue branche maligne nella esecuzione del silenzio cennato, benché Padre mio io compatisco me stessa, poiché furono fierissimi, gagliardi e mai usati li mezzi, anche me lo impose, li consigli, le minacce, li fulmini, io poco avrei stimato a paragone dell'inesplicabile terrore che mi vomitò nel cuore di non comparire innanzi a V. R. né con carta, né con parole, e volesse Iddio che io finissi di averlo poiché più che mai mi trovo inviluppata in sì crudelissimo affare che gran fatica mi ho posto a scriverlo con prometter a me stessa che non sarò mai per dare; la cagione ella fu, che avendo io in cognizione quanto si trova V. R. per la Dio grazia avvezzo a tante e tali divine conteste, quali sono le quasi continue che ci danno le sante anime che sotto la sua direzione si trovano che io ier sera per leggerne sol una, quale potei ottenere da nascosto mi passò dico una intera notte con in una irrimediabile vigilia passandola tutta con uno stupore sì grande che non mi faceva mai capire come possono succedere queste presenze di Dio, questi dolcissimi deliqui; beato V. R. che intende e gusta sempre nella sua conoscenza questi beveraggi del Paradiso, or veda Padre e discerna lei che sape la mia deformità interna, se io son degna di accoppiarmi insieme sotto una medesima guida con anime sì sante, no, no, non sarà giammai che la carità mel proibisce, poiché saria un far morire di sdegno V. R. quando dopo la dolcissima bevanda prestatale da quelle sue angiolette comparisce la zingarella d'Inferno, la povera anima mia, con un vaso di fiele amareggiandola con un continuo racconto di quello mi occorre nelle più profonde caverne infernali circondata intermissibilmente da' miei fierissimi nemici. Ah Padre, io non trovo pratica umana, né divina, poiché io sono come dissi la povera Zingara infernale (così da poco in qua mi domandano li spiriti maligni) destinata in perpetuo alli mantici dell'Inferno, misera me, nera, affumicata e puzzolente, come farò ohimè così deforme? Gesù come voglio fare io muoio di rossore, mi strugge la vergogna, vorrei mi inghiottisse la terra, per più non comparire, e che io dopo devo comparire in compagnia delle belle vesti nuziali con la mia lacera cignella, io mi cruccio di errore, no, no, non voglio farlo, sol per questa volta il farò, raccontando in brevità possibile ciò che mi occorse oggi ad otto nella conoscenza di una frode nemica: serri gli occhi V. R. delle cognizioni celesti, ed apra per carità quelle di una vera compassione, e miri con essi Gesù Crocifisso, e tragga dalla sua tolleranza pazienza bastante a mirare ed udire da me miserabile infelicissimi racconti: ecco dunque che a V. S. si porta la povera cieca, la creatura meschina, lacera e deficiente che il mio parlare mi palesa per cittadina infernale, mentre altro non mi accadde che attitudine d'Inferno, nam et loquela mea manifesta me facit.
.......Due ore dopo che morì la nostra Sorella Maria Anna mi assalì la diabolica assistenza con insolita forza, che mi sconvolse in tal modo l'interno, che pativa in esso atrocissime torture, divenne il mio cuore un teatro miserabile dove si rappresentarono al vivo li mestissimi gesti che attualmente si rappresentavano all'Inferno imprimendomi nella memoria quanto poco fa conobbi nel medesimo Inferno, in cui si finse un orribilissimo incontro ordinato ad un'anima già entrante in quell'orribile fiamma, nel di cui ingresso si rinnovarono tutti li strepiti, urli, e clamori di quelli mostri fierissimi, che notificandomi già esser quella la Sorella nostra, mi minacciarono tutti esser quella vista un sol presagio, un sol proemio del tragico successo che poco dopo saria per succedere nella mia misera morte, in cui si stabilirà la mia dannazione eterna. Ohimè! misera e dolente che io anco se potessi non voglio inoltrarmi alla distinzione, né della pena che in quella anima conobbi, né dell'orrore che la mia ne concepì, poiché standone io sì malamente esperimentata parmi mi fuggisse il cuore a saltone alla sola ombra di sì fiera ricordanza, sì che confidata nella pietà di V. R. mi permetto la libertà di sbrigarmi al possibile di somigliante racconto, onde me ne passo veloce alla generalità di quelli, e però dico che vidi quella meschina che simulatamente la nostra Sorella fingeva, tanto maldicente, bestemmiatrice, e disperata che li suoi strepiti, maledizioni e clamori, parve anche facessero contremiscere le creature, tuonare il cielo, e precipitare il creato, alle di cui voci faceva eco mestissimo tutto il bisbiglio infernale, ohimè che confusione, che stridore, che fiamme! io pativo più l'istesso, mentre in una aspettativa crudele quando vidi per il più piccolo strumento mi si preparava, poco durò la lugubre vista, ma l'impressione fu lunghissima, che in forte immaginazione, parmi per più giorni continui dove sono andata aver condotto meco l'Inferno, in questa orribilissima figura; la notte seguente crebbe a tal segno questa deformità diabolica che affatto non so esplicarla, ogni piccola boscaglia, ogni venticello mi pareva un alto monte traboccante, un esercito di fantasmi, pieno di rimbombi d'Inferno, più non capiva in me stessa per il batticuore continuo; l'oscuro, oh quanto mi intimoriva, tanto che in quella sera mai mi saziavo di accendere lucerne per illuminare le stanze, così mi passò quella penosa notte tutta in singulti e clamori interni, anche tra il sonno molta compassione sentivo in vedere una Sorella mia amatissima già nell'inferno dannata, poiché era incapacissima della sua salvazione avendola già vista in compagnia dei dannati, sopraggiunse tra questo la mezza notte, e recitato mattutino ci posimo tutte all'orazione; ora, ohimè! per l'afflitta anima mia non già di unione divina, ma di crudelissimo tormento, dove la diabolica furia più si infierisce ai miei irrimediabili danni, sicché in questa volta duplicandosi a meraviglia li suddetti patiboli mi costringevano i nemici a voler Gesù, che non posso dirlo, come farò ohimè? ma già io trovo il mondo, volevano dico, che io così verso il mio Signore dicessi come contro il Demonio dico, cioè: maledetto, maledetto sia il Demonio, a tutta forza a ciò mi istigavano adducendo per cagione la crudeltà grandissima con che aveva dannata una religiosa sì buona, io benché mi sentiva immersa tra mille malissimi effetti tutti di odio, sdegni, disperazioni e rancori che a gran condiscendenza appetiva nel senso a quanto essi mi ingerivano tutta volta il mio Gesù e Maria, benché insensibilmente dalle suddette voglie mi difesero, poiché io con una intrepidezza inaspettata dissi: " confesso il mio Dio amabile e pietoso nella salvazione di mia Sorella, siccome l'adoro terribile e giusto nella dannazione di voi miseri ed infelici: " qui non posso dire quanto tremarono quei miseri, ma oh malignità invincibile che non ostante tanto terrore tra lo stesso spavento mi eccitavano alla falsa credenza, che fattosi poco dopo come prima rigorosi gridarono a gran voci: orsù si conduca qui quell'anima, acciò ella medesima testifichi a questa maledetta miscredente la dannazione sua; ah! che io mi desio senza lingua, più meglio assaggiar tanto fiele in questi felicissimi racconti, atteso che per ogni parola parmi ne inghiottisse un gran sorso, ohimè! dico in dar quell'ordine quella schiera maledetta intesi verso il principio del nostro corridore un mestissimo e sotterraneo lamento, a guisa di rancore, e poco dopo appressandosi intesi con mio incredibile terrore un suono di spaventevoli trombe accoppiato con tremendissimi strepiti di catene e lance, oltre alli moltissimi bisbigli che quelli miei assistenti facevano, notificandomi tutti come già son viva; poiché per ogni strepito di quelle mi si svelava il cuore stando io senza occasione sì pronta al timore come sopra dissi, qual dovette essere all'ora in questa mostra terribile, Iddio solo il sa, che io non posso spiegarla. Or stando io tra questo, posta alla porta dell'oratorio della parte di dietro stava immobile tremante, aspettando il terribile arrivo di quella che molto pienamente si appressava, che tralasciando li moltissimi suoi strepiti e moti, uno solo più di tutti mi atterriva, il che era un pesantissimo passo che ognuno di essi mi sembrava un fortissimo tuono, e dando il decimo primo, che fu quello che diede innanzi alla porta della Madre Santissima del Rifugio, gridò con una terribilissima voce: ohimè! Maria mi batte! tira verso qui: quelli nell'oratorio risposero: non posso, non posso, ella mi impedisce, quella soggiunse; e in dir questo precipitò quel Demonio che la nostra Sorella fingeva, e con un fracasso sì grande che a me pareva rovinasse il mondo, subissò parimente in quello istante la maledetta turma che meco assisteva, e nell'atto di traboccare così esclamarono: Oh maledetto passaggio, maledettissimo incontro in cui Maria ci atterra! e così ne andarono. Rimasi io talmente sbigottita, che per ogni respiro mi pareva la morte mi attribuisse, e dimorando così per buon spazio mi confortò alquanto una mansuetissima voce, che standomi a canto compassionandomi disse: " Pazienza, pazienza meschina, niente, niente Sorella, il tutto è stato una simulazione diabolica, di cui ti ha liberata la nostra Madre e Regina, consolati, consolati, e sappi che ogni tal diabolico martirio è un passo alla tua morte, poiché nella distruzione che ti causano, consumandoti, siccome si vede, il tuo povero naturale, al fine ti affrettano; " così la mia bella Rosa mi disse, e mi lasciò consolata.
.......Padre il passaggio che dico di quell'anima finta anco visibilmente apparì, poiché a giorno chiaro comparsero nel pavimento del nostro corridore certe grandissime pedate di tanto orrore c spavento, che le nostre romite certamente dicevano essere state quelle di alcun gran Demonio, benché del seguito nulla sapessero, io per mia confusione confesso come la nostra Maria Santissima permise questi segni nel suolo, acciocché così mezzo manifestato il caso, io mi sentissi obbligata appresso V. R. a manifestarle il successo, altrimenti credo io per la suddetta cagione di non più infastidirla con simili racconti, li avrei certamente taciuto; gli effetti dopo che la suddetta mostruosità mi ha lasciato, sono di innumerabile quantità e di iniquissima sorte, tanto che sino al presente patisco straordinari, indicibili e crudelissimi martirii, contro tutto il visibile ed invisibile, poiché uno mi provoca a sdegno, e l'altro ad incredenza, la salvazione della Sorella mi costa sudore e lacrime, poiché io senza tal violenze non posso crederla, e parmi una burla tutto il Paradiso (Gesù io non vi do consenso) se altre volte salva la stimo, mi cruccia la invidia e l'odio contro Iddio, che così senza fatica la salva con sentir nel mio cuore viva rabbia, e sdegni contro li servi di Dio, ed anco li beati e santi del Paradiso, ma che potrò mai dire delli miei martirii interni, nulla per certo, poiché fora del soffrirli, del rimanente io stessa nemmeno li comprendo. Mi è rimasta una paura di questa nostra defunta, che parmi sempre la tenessi al fianco di quella orribilissima figura, e la notte in particolare patisco perciò pene d'Inferno; altro rimedio non ho che accendere lucerne, tanto che anco nel mezzo giorno cammino con la candela accesa in mano, che per la gran stravaganza le nostre sorelle non possono contenere la risa, io Padre non posso farne di meno, spero che il Signore compatisca la mia ignoranza, Madre Santissima scusate voi la mia fragilità appresso il vostro amabilissimo Figlio, io sono vostra schiava vilissima, imbiancate le tenebre mie con la candidezza vostra.
.......Io sentomi rimordere la coscienza di certe parole che nel primo foglio malamente dissi dicendole vinta di quello errore che sentomi di non infastidire più V. R. cioè che non voglio più accoppiarmi sotto una medesima guida con quelle anime sante, io me ne pento Padre, e voglio resistere con l'aiuto di Dio a questa mia occulta superbia, rimettendomi al voler divino per mezzo della santa obbedienza, e prego V. R. a non scandalizzarsi di questi miei risoluti voleri, quando dico voglio, o non voglio, poiché io sinceramente voglio che sappia lo stato del mio Cuore, e senza mettere freno alla mia imperfezione alla sua presenza le lascio liberamente scorrere, non per pretenderne alcun suo favorevole intento, ma acciò sia a V. R. noto come attualmente l'eseguisco per riportarne dopo il castigo condegno, la carità sua se sono in errore non mi lascerà così alla cieca traboccare, ma ne spero la dovuta correzione, quale io abbraccerò nei suoi comandi.

 

Fine del secondo Volume

 

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