
.......In questo giorno cominciò Suor Maria Crocifissa l'ufficio di Serviente delle Romite, poiché s'infermò Suor Maria Perpetua. Vigilia della Presentazione di Nostra Signora.
issi
io ieri in quella Relazione le diedi, che il Demonio tiene gran
sollecitudine nell'indurmi a quelle pene; e però se potesse
anticipare gran tempo quelle ore in cui mi tormenta, cioè
quelle dell'Orazione e Mattutino, ed ogni altra, che a tali cose
si attende; onde dovendo io in questa notte suonare il Mattutino
non si può pensare quanto fastidio mi ha dato. Oh che è
stato faccendoso, tutto il pensiero è stato il suo. Egli
con gran fracasso non mi ha lasciato quietare, e per ogni poco
tempo tutto sollecito simili cose mi ha detto: Su, su, ecco
l'ora passata, presto, presto la mezza notte è trascorsa,
e si avvicina il giorno; e facendo alcun rumore: oh quanto
è inquieto! di nuovo ripigliava lo stesso, e somiglianti
parole, a cui io finalmente risposi: " Che per l'amor di
Dio tu te ne vuoi andare? Che gran negozio sarà mai questo,
che mi bisogna tanto aiuto? il pensiero è mio, a te chi
tí intromette? Vada, che alla lode di Dio ci aggiungerò
la carità verso le Sorelle non svegliandole prima dell'ora
deputata. " Egli a tali parole furibondo si partì,
e dopo aver io un poco dormito, sento che sparò il risvegliatoio.
E volendomi alzare appena feci moto, che mi intesi d'un benigno
tocco reclinare il capo, aggiungendovi puranche una sommessa e
dolce voce e così disse: il nemico, il nemico, Figliuola,
non è arrivata l'ora: ohi che fu dolce! oh che fu tenera
ed affettuosa! non poté essere altra, che voce di Madre
carissima, mi consolò l'Anima ed il Corpo, ponendo pace
nel Cuore ed agli occhi il sonno, e posimi incontinente a riposare.
E dormito credo io circa un'ora mi intesi soavemente svegliare,
benché con un'altra voce, che così mi disse: su
svegliati, alzati Sorella, siamo a mezza notte: dal modo grazioso,
affabile ed amorevole, conobbi io esser questa la mia Vergine
Santa Rosa, la quale altra volta da me similmente fu intesa; mi
alzai io, e suonando Mattutino mi accorsi esser il nemico quello
che lo svegliatoio fece strepitare; poiché con mano violenta
quello fu smosso, essendo la linguetta che lo fa sparare un'ora
indietro ancora non arrivata; ma oh quanto cred'io restasse il
Demonio in questa sua arte confuso! poiché sentendo le
nostre Romite lo svegliatoio, non vi fu chi si alzasse, sentendosi
ognuna più sollecitarsi alla quiete ed al riposo, che al
vestirsi. Cosa in vero insolita, e tra esse mai succeduta; poiché
con ogni prestezza a tal rumore si alzano; essendo questo strepito
atto a discacciare qualsivoglia pigrizia. Sia lodato il Signore
e Sua Madre Santissima, li quali con amorevole cura proteggono
e difendono le loro divote Figlie, e nello spirituale e nel corporale
ancora confondendo e discacciando i suoi Avversari. Tutto ciò
ha successo la notte della Vigilia di Nostra Signora.
ggi
dovendosi cominciare il Santo Rosario la Madre Prefetta ci impose
che lo recitassimo in sua intenzione per bene del nostro luogo,
e con tale intenzione l'incominciammo; ed arrivati al terzo mistero
gaudioso, mi intesi dalla consueta voce così dirmi: Prostrati
Sorella, ed avendo ciò fatto mi venne un grandissimo
sentimento d'umiltà, e dissi tra me stessa: Madre Santissima,
io non son degna di lodarvi, che volete che faccia? E la suddetta
voce soggiunse: (odimi in persona sua) si han visto mai neri
Corbacci sfabbricare nidi di Usignuoli celesti? chi sfabbricò
il nido Corbaio, edificò nella conoscenza delle sue Figlie,
il Divino. La Madre conduce le figlie al Giardino; ma il Serpe
le spaventa e le slontana. Ciò che Maria maneggia, non
può il Demonio toccare. Questo manifesterai al Padre tuo
Direttore, e mercé la buona volontà si ha corretto
l'errore.Padre ciò che ho inteso riferisco, senza altro
fine che d'obbedire, e rimango assai pensosa della chiarezza del
fatto; poiché non so capire il senso delle parole, né
dove vadano ad inferire. Supplico Vostra Reverenza a chiarirmi
del tutto, se le piace, altrimenti farò l'obbedienza.
.......Sia
lodato il Santissimo Sacramento! La voce consueta è di
Santa Rosa (così anche lo disse e confermò Crocifissa)
che parlando in persona della Madre Santissima, volse che sia
corretto l'errore. Questo errore è sopra quello scritto
che si trovò nella cella della Serviente sopra di che non
vi essendo certezza di dove avesse pervenuto, il Confessore ne
argomentò esser stato preso, e rubato dal Diavolo, e dopo
lasciato in cella della detta Serviente. Sopra di che essendone
dubbiosa la Madre Prefetta fece applicare la recitazione del Rosario
alla Madre Santissima, ed arrivati alla terza posta, sente Crocifissa
la voce di Santa Rosa, e non senza mistero; poiché quello
scritto è delli venti di dicembre, Vigilia di San Tommaso,
e tratta della futura nascita del Bambino Gesù, che sta
nel ventre di Maria Nostra Signora, come uccellino nel nido, e
vuole che si prostri Crocifissa, e così prostrata ci venne
un grandissimo sentimento di umiltà per documentare il
Confessore, che si umilii, e bassamente senta di sé per
facilitarsi la strada di conoscere e correggere il detto errore;
per la di cui cognizione sono ordinate le seguenti parole: Si
han visto mai neri Corbacci sfabbricare nidi all'Usignuoli Celesti?
chi sfabbricò il nido Corbaio, fabbricò nella conoscenza
delle sue Figlie, il Divino. E vuol dire che siccome la Madre
Santissima fu quella che diede notizia a Crocifissa del nido Diabolico
sotto le canne, del quale si disse nello scritto sotto il dì
7 novembre 1673, per esser sfabbricato e discacciato di là.
Così la stessa Madre Santissima fu che per mezzo dello
scritto ritrovato in cella della Serviente diede notizia alle
Figlie, che l'Eremo sia l'orto dove si annida il suo Figlio nelle
Anime delle Romite, come l'Uccellino nel nido: quale scritto,
o per sé, o per mezzo dei suoi Ministri Celesti fè
prendere dal luogo dove era per servir a tal effetto. Non fu dunque
il nero Corbaccio che lo prese, non avendo egli mai intenzione
di fabbricare nidi all'Usignuoli Celesti delle Anime contemplative;
e non solamente non lo prese egli da quel luogo; ma nemmeno toccarlo
poté per mostrarlo a Crocifissa, che per questo l'invitava
ad entrar nell'Eremo sotto figura della Serviente per portarla
sino là dove era posto, e darci notizia di quanto la Madre
Santissima aveva fatto per bene delle Romite; e mentre ella benefica
le dette Romite, burla te, odia e disama, facendo quelle cose
per le quali tu tanto piangesti, che è il manifestarsi
le grazie, che ti ha fatto Iddio, che se egli toccar l'avesse
potuto, certo che glie l'avrebbe portato sino alli piedi per farle
conoscere il tutto. Resta dunque, che ciò che maneggia
Maria il Demonio toccare non può.
.......La Madre Santissima dunque è quella che
procura il bene delle Anime nel Giardino dell'Eremo, ed il Serpentaccio
infernale procura il loro male.
.......Corregga dunque chi legge quella mia annotazione
allo scritto sopradetto delli 14 ottobre 1673: e dove si dice
che l'abbia rubato il Demonio dal Cassettino della Signora Duchessa
dicasi, che la Madre Santissima sia stata, che ciò avesse
fatto; e che il Diavolo non potendo toccare tale scritto, maneggiato
da Maria, per questo tentava a Crocifissa per entrare nell'Eremo,
e portarla in cella di quella che aveva preso la figura, ove quello
si trovava, che era la cella della Serviente. Restano dunque le
Romite per questo scritticello accertate, che lo scritto ritrovato,
dalle mani della Madre Santissima si ha ricevuto. E per questo
più obbligate ad amare e servire Iddio, e sua Santissima
Madre in tale luogo, mettendo in opera quanto di buono si può
cavare da quello scritto per loro documento, e perseverare nel
santo ritiro incominciato, come un luogo di delizie al Sommo Iddio.
Resti parimente conosciuto l'errore, e corretto come di sopra
si ha detto, a maggior gloria di Dio in accrescimento delle opere
buone per il suo santo servigio. Ed io resti confuso ed umiliato,
ed a terra prostrato nella cognizione delle mie ignoranze, insipienze,
e proprie miserie. E per ultimo ne sia lodato il Santissimo Sacramento,
e l'immacolata Vergine Maria Nostra Signora del Santissimo Rosario,
e la gloriosa Verginella Santa Rosa, ministra delle grazie Mariane
nel suo Monastero, ed Eremo di Palma. Amen.
.......Quanto ho detto di sopra concerne alla correzione
dell'errore; ma parmi che altro significato racchiuda questa correzione,
della quale appresso se ne parlerà, se il Signore ci accompagna
col suo Santissimo nome.
.......Mercoledì
festa della Concezione di Nostra Signora.
Copia di quella che scrisse col proprio sangue.
cco
Madre Santissima una Etiopessa d'Inferno or ora scappata dalle
tiranniche mani dei Demonii, che mercé la vostra pietà
mi hanno dato un poco lunga la infernale catena. Ecco Madre pietosa
la povera Anima mia tutta puzzolente, affumicata di quelli miseri
fumi che manda la diabolica fornace, dove io schiava incatenata
dimoro. Ricevetela oh Maria, che stracca a Voi ne viene come siziente
alla Fonte, alli vostri piedi mi butto, ed alla vostra pietà
consegno il grave fascio delli miei tanti peccati. Deh! Madre
Santissima, io a Voi mi dono, e più non mi voglio. A Voi
mi prometto, giuro, e voto; Creature Celesti, Terrestri ed Infernali,
testificate voi ora, e nell'ora della morte mia, che io d'altri
più non sono che di Voi Madre Santissima, Vostra è
l'Anima, il Corpo e tutto il mio essere. Ricevete Signora questa
bruttezza, che nelle vostre Santissime mani sarà candida
e pura, legate, incatenate, suggellate questa nerissima schiava
vostra, che bacerò le catene, legami e suggelli, purché
siano delli vostri, mia Signora, e così bollata alla vostra
adorabile presenza mi prostro, e quivi detesto il peccato con
tutti i suoi effetti, il Demonio con tutti i suoi inganni, ed
abbandono me stessa alla vostra materna provvidenza. E con umiltà
vi prego che mi allontanate dal peccato, mi difendete dal Demonio,
e mi togliete di potere la propria volontà. Io pure anche
mia Madre e Regina nelle vostre mani confesso essere il mio Cuore
triplicatamente coronato, le di cui corone sono: Prima il prezioso
Sangue del mio amabile Redentore Gesù, Vostro Figlio Santissimo:
La seconda la Vostra materna protezione di cui io sono indegnissima
Figlia: Terza la Santa Fede Cattolica, per cui io sono pronta
a spargere il Sangue e la Vita. Ah che queste tre corone mi coronano
le tre estremità del mio Cuore, e vorrei io essere Cielo,
Terra e Mare per darmi in ricompensa a chi tanto mi ha dato. Vi
ringrazio, vi adoro ed amo mia Regina, e mentre altro non tengo,
ecco l'Anima mia, quale per vilissimo tributo tutta tutta ve la
consegno, e dividendola in tre parti offro ogni mia potenza a
ciascheduna di quelle mie pregiatissime corone. Deh! Voi bella
Madre avvalorate le mie offerte, arricchite i miei doni, quali
ora per vostre mani consegno. Il mio intelletto, alla Santa Fede
Cattolica, tutto oscurato, e cieco, e senza discorso: abbraccio
ed adoro quanto essa mi comanda ed umilmente col mio proprio Sangue
mi prescrivo seguace Figlia della Santa Chiesa Cattolica Romana.
Ed ora per sempre a quella mi prometto, voto e giuro. A Voi Madre
Santissima la mia memoria consegno per mai pensare ad altro, che
a Voi mia Madre carissima escludendo da me ogni pensiero, che
non sia amore e Riverenza, accettatela Madre benigna, e fate che
io sia per voi memorabilmente smemorata, da qui innanzi ora per
sempre, siccome per addietro sono stata, alla vostra schiavitù
mi contribuisco in dono, e vostra vilissima schiava mi prometto,
voto e giuro, di più, mia vita, Cuor mio. Deh! con le sue
proprie mani prenda, sterpa, sviluppa da me la mia volontà,
e diala in segno d'amore al suo Santissimo Figlio, e sia questo
lo sciugatoio del suo prezioso Sangue, in ricompensa di che io
la volontà l'offro senza rimanermi altro volere, che il
suo divino, per l'adempimento del quale senza volontà io
me le prometto, voto e giuro. A voi mia Cara Signora invio per
messaggera di queste offerte miserabili alla cui conoscenza comparisce
ignuda la mia povertà; e però come a mia confidente
tanto confido; e per fine a voi cara mia Gioia, Madre, Padrona,
e tutto mio Bene, a voi mi consegno sepolta sotto la pradella
di questo vostro altarino per mai più uscirne, e griderà
per mia difesa il giorno della mia morte questo mio Sangue, di
cui questa carta scrivo, chiamando Voi in aiuto di cui io sono
stata, e sono: Madre Santa, io tremo in pensarvi, vi raccomando
in Visceribus Jesu Christi, questo punto tremendo. Liberami Signora
dalle mani diaboliche di cui io ora mi sento tirata, e per più
non poter resistere a questi tirannici tiri: più che mai
finalmente vi adoro, riverisco ed amo, confermando quanto ho detto
con le mie lacrime e sangue. Mia gloriosa Regina, tutti Angeli
e Santi, Uomini, Animali e Creature insensibili, testificate voi,
che io non son più mia; ma del mio Gesù Redentore,
della Madre Santissima, e della Santa Fede Cattolica; e ciò
intendo sempre rettificare per ogni mio pensiero, moto e respiro;
ed in segno di questo, ecco Madre Santissima, che come dissi,
ora qui inchiodo nello sgabello del vostro altare il mio misero
Cuore per essere dalle vostre devote calpestato, e dalli vostri
pietosi sguardi difeso e custodito. Ecco mi fa forza la diabolica
catena, alla quale io per vostro amore mi arrendo, abbraccio e
stringo, e mentre corro legata con essa all'Inferno mi segua lì
giù la vostra misericordia, in cui io sono: descendat
super me misericordia tua, et sub umbra alarum tuarum protege
me.
Della Maestà Vostra deificata Regina, io vilissima immondizia
della Casa vostra Maria Crocifissa.
.......Mercoledì sera ad ore 22 in circa scritta in due volte nel dì 30 Novembre, e nel dì l° Dicembre 1673.
h
Dio! Madre Santissima! voi soli sapete quanto io ho passato con
li maligni spiriti da tre giorni sono, essi come furioso mare
hanno immerso la povera anima mia in tante sue minacce e furie,
accompagnandole effettivamente con tante pene quali ho patito
e sostengo. La causa ne è stata la devota preparazione
delle Sorelle con la quale si dispongono a collocare la Santa
Immagine nel suo nuovo altarino, nel luogo dove furono essi dalla
medesima Signora discacciati. Essi per il gran fremore paiono
che si consumassero di rabbia, e non possono soffrire questa lor
perdita; ed io la poverina vi vado tra il mezzo; poiché
la meno pena è il sentirli nel mio interno così
strepitare, dibattere, e contro di me fulminare, e per ogni momento
mi promettono incredibili tormenti con un modo sì orribile,
che il mio Cuore per il gran spavento è tanto in sé
rientrato, che appena più l'intendo, e si sono tutte rinnovate
in questo tempo le pene, che in vita mia ho provato; e volendo
io ieri fare un'offerta alla Madre Santissima scritta col mio
proprio sangue, non si può dire quanto quelli contro me
si infuriassero, e non potendomi dissuadere il tralasciarla, così
aiutandomi il Signore si ingegnarono al possibile d'impedirla
con moti esterni; poiché avendo io posato in parte sicura
il vasetto del sangue, e scrivendo la prima parola, ecco sento
un rumore, e vedo versare il sangue, e tanto rotolarono quel vasetto
che lo resero asciutto senza una stilla. Io per me mi confusi;
ma adoperando altro modo ne ebbi abbastanza con che potei compire
quella offerta: e nel finirla: ohimè! che gran rivoluzione,
si commossero, chi mi voleva uccidere, chi graffare, chi battermi,
e con incredibili minacce così meco parlarono: " maledetto
tempo, giorno, e punto in che nascesti, maledetta Patria, l'abitazione,
e tua progenie, che così ti hanno addotto a questa infezione
Mariana, per cui ci siamo straccati in questa casa maledetta.
La sola persona N. ci era poco fa in potere; ed ora per tal peste
ci sta tra l'estremità delle dita. Ti giuriamo maledetta,
che nel perderla affatto rovesceremo sopra te la doglia nostra;
poiché per causa tua l'abbiamo quasi persa. Tu sei il soffione
per cui Maria soffia quest'aura Mariana; ah che noi attizziamo
gl'incendi, ed essa col suo fresco li smorza! Sventurati noi dove
questa Tramontana dimora; " e qui tutti come vinti e giacenti
per un gran tempo bassamente si lamentavano con un ohimè
dolente; ed io con la ignoranza compatendoli così li dissi:
" Deh io vi compatisco meschini, e vi voglio aiutare con
un salutevole consiglio. Siate voi schiavi, e devoti della mia
Madre Santissima, che proteggerà con me anche voi: "
o Gesù, Gesù, come s'infuriarono a tal voce, e come
leoni affamati si lanciarono sopra l'anima mia, e tormentandola
al solito mi lasciarono con dirmi: " Orsù ti rivedremo
oggi, ed il sangue, che per Maria mandasti, te lo vogliamo per
noi oggi far risudare dal Cuore: sol uno (io li dissi) fu per
l'amor di Maria, l'altro lo spargerò per amor di Gesù,
essendo così il suo divin volere. " Rimasi io con
queste parole in bocca, ma con un grandissimo terrore di quanto
mi sovrastava, e dimorando così sino all'ora di confessarmi:
ecco che mentre mi faceva l'esame mi soppraggiunse più
intima la diabolica assistenza, e mi tormentò secondo l'usanza,
con questo di più che mi sentiva uno stringimento al Cuore,
che parmi fosse con tutta la forza diabolica oppresso, e sminuzzato,
e nel così stringerlo sentivo dirmi: "vogliamo tanto
opprimerlo sin che esca dalle midolla quella maledetta sostanza
dell'amor di Dio, dove noi non possiamo arrivare; e però
forti compagni facciamo, che esca a fuori e ci venga all'incontro
" e dicendo così oh che forza! oh che forza facevano!
Tu il sai mio lacero Cuore: si mostrarono alla fine tanto mal
soddisfatti (poiché io in quelle stretture, sentivami più
che mai intimare nella parte superiore l'amor di Dio, e sua Madre
Santissima) che disperati alla fine imputavano quel suo mal'esito
a certi impedimenti, che li forzavano a far tregua, quali io non
so che fossero. Vidi nondimeno, che nel meglio fuggivano come
discacciati, e dopo tornavano a far l'istesso, e risolvendo alla
fine non poter far nulla per allora, mi minacciarono ad altro
tempo e ne fuggirono. Parmi in una di quelle pause sentissi io
come stordita favellare due persone l'una dopo l'altra, parmi
fossero alle voci la Madre Santissima e la gloriosa Santa Rosa;
ma per il molto vi ho pensato, non mi posso ricordare delle parole,
ed a me non recarono alcun conforto, e non so trovare il fine
perché così abbiano parlato: io dico quello posso,
e non so altro. In quelle minacce che mi fecero li demoni, una
delle maggiori fu per aver cennato a Vostra Riverenza la gran
curiosità mi pongono in voler sapere qual fu quella tentazione,
che essi non mi possono tentare, ed ora a suo dispetto farò
l'obbedienza con manifestarla più chiara: Padre, io dissi
a Vostra Riverenza, che Iddio par che abbia dato sopra di me ampia
potestà al demonio di tentarmi sopra ogni genere di vizio;
ma niente di meno il demonio allo spesso vedo come rabbioso, e
pigliandosela contro il Signore dice, che se lui lo slegasse sopra
di ciò, che l'ha legato, egli faria gran colpo, ed avria
per sicura sopra di me la vittoria e maggiormente di ciò
si duole, quando egli resta vinto, sempre rinfacciandomi l'istesso.
Io per quietarlo non posso più farli il conto nominandogli
d'uno in uno tutti li peccati del mondo; e parmi non ne rimanesse
pur uno di che io non fossi tentata. E vostra Reverenza il sa,
se ciò che dico è il vero; ma esso infuriandosi
più, dice, che in questi conti li fo, più via l'offendo.
Io per me li soglio dire alla fine, che abbia pazienza e si conformi
con la volontà del Signore. Egli nemmeno qui si accomoda;
ma a tali voci fa il disperato. Ed una volta tra essi così
intesi dirli: " Orsù, giacché non possiamo
con tal tentazione combatterla facciamo quello potremo. Combattiamola
con ponerle curiosità di sapere in che tal vizio concerne,
ed è possibile che la nostra sapienza sarà straccata
dalla sua ignoranza? " ed oh! che da quel punto mi sento
nel Cuore una fornace di curiosità; parmi che io per quiete
della mia coscienza dovessi non solo sapere evitarle. Ah misera
me, se io son in alcun vizio immersa, e non me n'accorgo! Io mi
confondo in pensarvi; e benché questi son pensieri suggeriti
dal demonio; ma chi sa? chi sa? Posso rassomigliare il demonio
in questa suggestione ad uno che porta una scatolina serrata,
e mostrandomela oh quanto mi alletta voler saper ciò che
se le trova; egli mi eccita, mi sprona, mi impazienta e non sa
più che farmi; ed alle volte così mi dice: "
Io non voglio dartelo no, che Dio non vuole; ma pretendo solamente
che tu lo conosci; quivi vi è un uccellino, oh quanto è
bello! oh quanto è bello! " Oh che giuochi son questi
per me, oh quanto crudeli! e facendo egli gran forza per aprirla
esclama a gran voce: " la gran potenza di Dio così
l'ha serrato, tu maledetta Creatura brutta, brutta sino alla corporale
spoglia, devi saper ciò che Dio ti dona, almen per ringraziarlo.
" Io li dissi che ciò non bisognava, poiché
io generalmente sono un beneficio di Dio, e però generalmente
sarà tutta la mia vita una lode di Dio: " va bene,
disse egli, che Dio così singolarmente sopra ciò
ti benefica; ma che dopo passi tant'oltre, che tu nemmeno sai
ciò che tal grazia sia, non è da soffrirsi; Guai,
guai a te, che essendo la prima, beneficio gratuito di Dio, questa
seconda tua inconoscenza te l'hai tu comprato da quello con una
pelletta Agnellina di cui lui t'ha invaghito. Oh viltà!
oh viltà dell'una, e più dell'altro! " Ah Padre,
che io rimango stordita a quest'oscuro parlare; che vuol dire
la grazia prima, e la seconda? Che cosa sarà mai questa
pelletta Agnellina? E quando mai ho dato io tal cosa al Signore?
Per carità mi notifichi il tutto, che io sopra ciò
mi sento come un animale; mi dica almeno se io devo ingegnarmi
di saper questa cosa, che io spero per il merito della santa obbedienza
compitamente saperla, se sarà cosa buona, è meglio
per l'anima mia; poiché le mie sole forze non bastano a
tramandar da me questa ignoranza, e son divenuta come fuor di
cervello per il tanto investigarla, in modo, che sentomi la testa
in una continua vertigine: del resto io sarò contenta del
suo comando. Dico, che dopo quello stringimento di Cuore, essendo
finito tal combattimento, mi ritrovavo al solito tutta fredda
e bagnata di sudore; ma nella parte del Cuore tutta bagnata di
sangue con dolore sì intrinseco, che me lo sentiva come
ferito ed assai tremante; ed aggiungo, che in una di quelle pause
che faceva il Demonio, quale per ciascheduna a gran furia fuggiva,
in una di queste fughe, dico egli si inviò verso la scala,
e come avesse camminato sopra carboni accesi così all'infretta
la salì. Ed arrivato nel riposo dove resta la Immagine
di nostra Santa Madre, buttò verso quella alcune poche
stille del suddetto sangue; e mostrandosi come bruciato da quello,
soffiandosi le mani, come si suol fare, quello buttò verso
quella Santa Immagine, accompagnando tal'atto con tali parole:
" Prenda di chi è tal sangue, che non si fa per me
tale bruciore. " Io mi aveva smenticato di poner questo,
dove toccava; ma nel mirare la detta figura, così di sangue
tinta, me l'ha fatto ricordare. Sentomi ancora in questo conflitto
(oltre gli altri segni tutti a Vostra Reverenza manifestati) certa
enfiagione delle cinte in su, ed in questa volta fu notabilmente
nel petto e nella faccia. Io sono tanto impaurita di questi segni
esterni, che l'ho voluto puntualmente manifestare per esser cose
più soggette ad inganni. Non è stato ordinario il
gran travaglio che ho patito in far questa relazione, non l'ho
potuta finire in meno di tre o quattro ore. Sono stati tanti e
tali l'impedimenti, che mi hanno reso non men che vinta: Dio sa
quanto mi ha straccato il riuscirla; e però scusi Vostra
Reverenza li moltissimi errori, e senza poterla meglio rifare,
la consegno così come sta alla santa obbedienza.
erto,
che Vostra Reverenza saprà la devota risoluzione della
nostra Madre Abbadessa, la quale unitamente con le nostre devote
Sorelle hanno dato principio con le proprie mani alla Santa Casetta
di Nostra Santa Madre, che se non erro parmi fosse di Loreto,
e volendo ancor noi partecipare di cotesti santi impieghi, risolvemmo
di buttare nei fondamenti una pietra per ciascheduna, da noi scritta
col proprio nome, e con alcun altro affetto similmente scritto,
secondo ci spingeva la devozione, notandole in quella pietra spiritualmente
il nostro Cuore. E pensando io alla fervorosa devozione, con che
le Sorelle avevano esercitato la medesima azione, ne stava la
mia negligenza molto confusa ed umiliata, essendo la pietra del
mio Cuore più che mai indurita, e stando io come insensibile
mi diedi a pregare come potei la Madre Santissima, acciò
essa mi desse alcuna cosa da darle con insegnarmi almeno ciò
che doveva scrivere nella pietra che doveva ponere nella sua Cappella;
e dopo alcune mie continuate istanze, così dalla gloriosa
Santa Caterina, come all'orecchio intesi dirmi: In petra exaltavit
me; et nunc exaltavi caput meum super inimicos meos. Ed in
sentir questo mi comunicò: come sprofondando la creatura
il suo Cuore come pesante pietra, che sempre tira a basso nell'umilissima
Schiavitù di Maria, viene esaltata dalla sua materna protezione
nelli medesimi Cuori angelici; e conobbi che l'umile abiezione
nella devozione della Madre Santissima è la piccola pietra
del pastorello Davide con la quale ottenne la morte del suo forte
nemico. Così sono gli atti umilissimi in ossequio della
Madre Santissima, che quantunque piccolissimi accertano sì
giusta nel superbo capo del nostro nemico, che gli toglie la vita,
e la forza nella sua pretesa vittoria. Oh quanto sarà vittorioso,
ed esaltato quel Capo, che sempre stiede sotterrato, ed umiliato
nella Schiavitù di Maria! Oh quanto essa vuole le sue Figlie
umili, umili di Cuore! Non le vuole d'altra Corona Regine, che
di quella, che le fa chiamare al basso umiliate, e pieghevoli
alla Santa obbedienza. Più cose parmi allora capissi sopra
questa virtù, che non posso a! presente ricordarmi. E ringraziando
io umilmente alla gloriosa Verginella, essa in silenzio mi soggiunse,
che quanto detto mi aveva era suo espresso comando della Madre
Santissima, la quale voleva documentare in tal modo le sue amate
Figlie, di cui gode, che le azioni esterne siano sempre le cause
seconde, essendo le prime azioni interne e spirituali, e però
spiritualizzò la mia pietra materiale nel suddetto modo.
E comunicandomi ciò, io più non l'intesi, e volendo
io eseguire questo santo documento, e udendo messa, nell'offertorio,
offersi ancor io in unione di quel sacrificio la pietra freddissima
del mio Cuore, supplicando il Signore, e Sua Madre Santissima,
che senza rimoverlo dalla sua insensibilità; ma così
arido, freddo, ed impetrito l'avesse fatto servire da pietra nell'edificio
spirituale, che tanto magnificamente si va edificando nella gran
perfezione delle nostre Sorelle; e che essendo egli attissimo
a sfabbricar ogni bene col suo male esempio, per pietà
non l'escludesse di sì santa Compagnia; ma che la sprofondasse
giù nei fondamenti, quali sono la devozione, e schiavitù
della Sua Madre Santissima, senza mai da qui darci l'uscita, e
che stando così sotterrata io spero come pietra umiliata
colpire mortalmente il mio nemico; e trattenendomi in questo,
ed altre somiglianti domande, sento oh gran fracasso! come dir
volessi, gran ruggiti di Leoni, scoppiamenti, urli, e gran fremori;
e tra questo mi vidi venire dalla sommità della scala una
gran pietra; e con una terribile voce la mandò dicendo:
" e vogliomi con questa maledetta pietra vendicare del Capo
tuo; " e veramente stando io con la testa posata sopra il
penultimo scalino, quella nel capo mi giunse; ma la suddetta Verginella
mi difese; poiché mi intesi sopra il Capo come una mano,
che non solo mi riparò il colpo; ma mandò da me
lontano quella pietra; e dissemi come ridendo: " Ecco la
tua pietra, prendila Sorella; " ed io all'ora mi accorsi,
che era la pietra da me posta in ordine dove aveva da scrivere,
come sopra dissi: Io ringrazio il Signore, e sua Madre Santissima
in questa liberazione di tal pericolo, benché la durazione
della vita mi sia assai penosa. Con tutto ciò conoscevo
esser vero, quanto Vostra Reverenza mi disse, che è meglio
finir la vita mille volte per Iddio penando, che in una sola volta
acquistar la gloria eterna. Io sono per sempre volere la Santa
Croce, e la volontà di Dio coll'aiuto suo e della sua Santissima
Madre. Sopra quella sua necessità, che mi comandò
Vostra Reverenza, che ne pregassi al Signore e sua Madre Santissima,
io mi sono sempre affaticata per compire tale obbedienza; ma nelle
prime volte non potei mai riuscirla; poiché nell'incominciare
detta preghiera si moltiplicavano talmente i disturbi interni,
che mi sentivo venir meno a tante voci; sicché ero forzata
a desistere la supplica, e facendo più volte così,
alla fine, siccome Vostra Reverenza mi insegnò, ne supplicai
il Signore, e Sua Madre Santissima nella comunione, nella quale
sperimento io sempre in questo tempo le pene che dal Demonio mi
provengono alquanto calmate, per riverenza del Santissimo Sacramento;
e pregando la Madre Santa con la maggior premura che potei per
tal bisogno, e mentre io non sapeva chi fosse, la raccomandava
così, ponendo l'intenzione di Vostra Reverenza buttata
alli piedi della Santa Madre, ed insieme la persona di Vostra
Reverenza, dicendole, che le desse, e lo guidasse secondo il suo
santo piacere. E scostandomi io un poco lontano per riverenza,
lasciai che operasse Quella con la sua Persona, la quale in quest'atto
reverenziale così parlando, con chi li stava avanti, disse:
Si diligis me pro Filia labora. Tutto ciò io intesi,
ma non mi fece impressione nessuna, non capendo il parlare; anzi
mi sentiva a tali parole poco attenta; e però fui da una
voce, che mi stava a lato (quale fu la mia Santa Rosa) così
ammonita: "attenta dove vachi Sorella, sappi tutto ciò
ben riferire " e trovandomi io assai confusa, non trovandomi
a mente quelle parole, e per non darle noia, nemmeno le domandava;
ma ne stava tra me stessa assai confusa; ma dopo un buon pezzo
essa da se stessa così replicò: Si diligis me
pro Filia labora; vuoi altro? mi disse, restati in pace, e
come passando all'infretta soggiunse: non sia no timido nell'esaltare
chi non li potrà dare mai la lode dovuta. Padre io
spero che il Signore lo farà capace della cosa che è,
che io non so di chi si tratta. Ho riferito quello che ho inteso;
il modo con che furono dette queste parole fu allegrissimo, mostrandosi
ansiosa dell'esito, essendo quelle dalla Madre Santissima proferite
con gran Maestà. Io per me non posso errare nell'udito
delle parole; poiché quanto il senso mi è oscuro,
altrettanto chiara mi è la voce, e chiarissima anche mi
è la cognizione delle Persone, in modo, che senza vederle
ed udirle distinguo benissimo chi è l'una, e chi è
l'altra: benché tali locuzioni non mi danno più
consolazione, che se fosse una Persona ordinaria; e tanto mi consolano
per quanto è la necessità per evitarmi la morte,
o alcun altro pericolo, come altre volte ho riferito. Sono Padre
internamente spronata a dire, e ridire, che la Madre Santissima
vuole umili, umili le sue Figlie; ed oh! che pena mi dà
il non poter dire che (toltane me) che sono superbissima, nemmeno
vi si trova una che non sia tale; stiamo avvertite; che le umiliazioni
siano tutte, tutte umiltà.
omandandomi
ieri Vostra Reverenza se mi occorreva altro da dirle, io le dissi
di no, e soggiungendomi egli, che mi esaminassi bene, sono rimasta
da questa sua ordinazione assai in pensiero; e per il molto mi
ho esaminato non trovo altro fuor del solito, che Sabato passato
avendo io fatto la comunione per la nostra Sorella Maria N. e
raccomandandola con tutta forza al Signore, e Sua Madre Santissima,
mi intesi ispirata a scriverle un vigliettino, quale dalla prima
parola sino all'ultima per ordine della Madre Santissima mi è
stato dalla mia Rosa dettato, dove non vi è altro del mio,
che il titolo e sottoscrizione, benché impedita io allora
dell'officio mio dovendosi suonar la mensa, differiva il ponerlo
in carta, tanto più che sono stata sopra ciò molto
dubbiosa se devo farlo, non essendomi da quella tanto ricercato,
e però per mia negligenza mi sono in questo sinora trascurata;
ma nel suddetto avvertimento di Vostra Reverenza mi vedo ravvista,
ed emendata. Io per me non trovo altra luce, che mi schiarisce
dalle mie tenebre, né altra mano, che dalle cascate mi
sorge, che la santa obbedienza; sia il Signore, e sua Santissima
Madre per sempre benedetta, che hanno provvisto la mia fragilità
di sì potente appoggio; l'incluso viglietto Vostra Reverenza
l'esamini, ed ordini, se devo a quella inviarlo; ed aggiungo,
che quanto in esso si contiene tutto mi è uscito dal Cuore,
sentendomi impresse nel Cuore quelle affettuose espressioni; poiché
in Carità così l'amo, e Santa la desio.
.......Sia lodato il Signore, e Sua Santissima Madre.
.......Addio Carissima Sorella, anzi amata Figlia; né
vi dispiaccia Carissima, che da Figlia vi chiami, che quanto all'età
mia disdice tanto conferisce all'amore, che vi porto, né
posso soddisfare al mio Cuore con proibirci una tale espressione.
Dio vi salvi dunque amata Figlia, Dio vi guardi, illumini, ed
infiammi. Or come la passiamo con Maria Madre nostra, ed il Santo
amore, l'ameremo ormai, ameremo Carissima Sorella? Oh giubilo!
oh gloria il poterla amare! gioite, esultate, che alle Figlie
di Maria tanto conviene. Siete voi forse caduta in una interna
tristezza, oh quanto mi duole il considerarvi mesta, no, no Carissima
mia Sorella, fate così cara mia, Iddio ci vuole villana
del suo Regno, che tal sorte di genti quanto appariscono vili,
tanto son di giovamento alli loro Padroni; poiché senza
il suo lavoro li medesimi Regi si morirebbero di fame: ecco il
Campo di Dio, il Cuore nostro ancora disseminato, ed incolto.
Su Villanella del Signore prenda la zappa d'una santa applicazione,
e dia di mano a coltivare più profondo potrà nella
terra del proprio conoscimento, e sia essa quel vile giornaliero,
che altro pensiero non si prende, che solamente quel che li viene
imposto dal suo Padrone, senza curarsi del seme e delle piante;
sia il suo unico affare il suddetto esercizio, e sappia, che tre
sono gli affari del buon Zappatore. Primo egli si distoglie d'ogni
sguardo fuor che della Terra che sta lavorando. Secondo alza le
braccia in alto. Terzo le lascia cadere per quanto può
in profondo. Oh che lo stesso deve fare la Villanella di Dio:
ella si deve affatto chiudere gli occhi alli fatti altrui, convertendoli
totalmente nel suo lavoro, nel conoscimento proprio, altrimenti
si mozzerà i piedi con la propria Zappa, e cascando per
terra desisterà da sì fruttuoso esercizio. Alza
dopo le braccia in alto, e manda il suo Cuore a Dio, acciocché
assuma da quello la forza vi bisogna per rompere e demolire la
propria cognizione, e così sia sicura, che quanto più
si innalzerà, tanto sarà il colpo più profondo;
e siccome è impossibile concavar la Terra senza che si
mandi prima lo strumento in alto, così non vi sarà
mai umiltà senza confidenza in Dio. Bisogna sempre atteggiare
questi due estremi di alto al basso, dalla Creatura a Dio, e da
Dio alla Creatura. Oh che bel moto! oh bel lavoro! Su cara giornaliera,
nobilissima villana, a diroccare, a coltivare il Campo di Dio,
dove Maria raccoglie i vaghi fiori delle sue care Figlie. Pazienza
mia cara Sorella, suderete, straccherete sì; ma vi rasciugherà,
si riposerà la speranza di mieterne il frutto in Paradiso.
Ecco che il Maestro del patire vi inanima, miratelo ignudo in
Croce morto. Ignudo vi vuole d'ogni terreno sguardo in Croce,
con le braccia a lui distese morta, nella Terra della Santa umiltà
sepolta, dove vivrete sola a Dio, a Dio, a Dio. Vostra sorella,
che vi desia ignuda morta in Croce Maria Crocifissa.
himè
misera anima mia, come faremo? come a perdurare in una sì
lacrimevole vita? oh caso deplorabile! oh lacrimevole sciagura!
Ahi fatica senza riposo! sospiri senza esalo, e lacrime senza
conforto. La mia guerra è senza tregua, la mia ferita è
senza unguento, e la mia vita è senza fiato. Come farò
misera me a passarla così per alcun tempo! quando parmi
non potermi compassare in ciò per un sol momento! Ahi che
la mia vita è piena di morti, i giorni d'affanni, ed il
Cuore di tormenti! Non vi è chi mi dia sollievo, o almeno
speranza. Ognun minaccia pena, e mi predice tormenti, se sento
ridere, mi beffano, se piangere, mi eccitano, se gridare, mi confondono.
Ohimè che li canti son lugubri, li lamenti lacrimevoli,
ed ohimè, sono li moti. Il mio Cuore è un Ospedale,
e pure egli è labirinto, è similmente Sepoltura.
Nel primo ognuno si duole; nel secondo se li piange, e nel terzo
se li muore. Ohimè, che infermità, che lepra incancherita
io patisco, nel primo luogo son dal medico divino derelitta ed
abbandonata. Ahi senza medico ed infermiero dalli vermini son
rosa puzzolente imputridita, tutto ciò me l'ha causato
la sua assenza divina, che nel sentirla il mio Cuore prendea da
essa sanità e vita. Oh quanto io desio un sol ristoro alle
mie piaghe! Ohimè, che è impossibile ricevere dalle
sue mani un sol boccone cordiale; poiché mi fè ricetta
nel partirsi di rivederlo mai più. Orsù mesto mio
Cuore vien meco nel labirinto, lutto, lutto quivi tiene, ed all'oscuro
di questa notte bevi questa medicina, oh che nausee ed amarori
ti danno questi sorsi! Qui la butti, e poi la prendi, ti lamenti
con deliqui: tu svanisci con sudori, niun ti aiuta, niun ti giova,
poiché all'oscuro nessun ti vede. Ohimè che in questa
vita morta ti è mestiere la Sepoltura, dove dimori nell'esclusiva
di non mai più vedere la vita; poiché si chiude
qui la pietra della certezza di mai più uscirne. Muori,
muori patendo Anima mia; poiché alle tua infermità
non vi è medico, alle tue tenebre non vi è luce,
ed alla tua morte non vi è vita. Oh che volendo io raccontare
brevemente ciò che in questa notte mi è accaduto,
mi vedo trascorsa involontariamente nelle suddette doglianze di
che io molto mi scuso, sapendo, che il vaso di che è pieno
spande: Ohimè, ohimè Padre, che le mie pene vanno
tanto innanzi, che io non le vedo principio di fine, anzi le scorgo
più vigore; poiché siccome io li dissi smenzatamente
a bocca, sentomi nelle medesime alienazioni penose non solo dolore
corporale densissimo, ma di più passioni d'animo assai
meste e penose. Io non so come ciò possa essere; poiché
stando l'Anima tanto immersa in quella diabolica unione nella
parte sensitiva, però in modo, che per il gran sopimento
delle sue potenze appena se stessa intende, e che dopo sia tanto
sensitiva nel dolersi di passioni bassissime come sono concernenti
a carne e sangue: Io non so capirlo. In quanto dopo il modo come
viene per tali cose afflitta, parmi fosse così: E' assai
rassomigliante questo mio stato a quello dell'Anima nell'unione
di Dio, quale passandola il Signore a più alto grado di
contemplazione, la fa abituata nelli suoi divini influssi, e rimuovendola
dalla immobile ammirazione la fa capace delli suoi secreti, comunicandoci
primo le cose fuori di se stesso operate, come cose più
basse, e percepibili, e dopo introducendola più dentro
le mostra le operazioni di dentro se stesso, e delle sue Divine
qualità. Ohimè che la cosa quanto qui va bene, altrettanto
nel mio stato va male! Sono io già arrivata ed introdotta
in una abitazione miserabile della Diabolica pratica, in modo,
che in quella sua strettezza, esso oh quanto mi infinocchia di
novità tutte meste, lugubri e miserabili successi: esso
mi notifica quanto per sua industria si stanno commettendo in
generale, però sino al presente, quanti perversi lo seguono,
quanti lo riveriscono, la malignità del Mondo, la vanità,
la superbia, e per fine la inimicizia di Dio regnante nel Mondo,
da lui è acquistata, e stabilita. Ah che io non posso dire
il gran spasimo, che tal cognizione mi cagiona! lascio, che si
consideri ciò che non posso spiegare. Altra sorte di notizie
mi dà, ed a me sono crudelissime. Egli con segni di gran
letizia, mi dice come in quel punto ha succeduto gran rovina in
Roma, o che ha inondato il Tevere in cui ha rimasto annegato mio
Fratello, o pure che San Silvestro ha rovinato, e lì insieme
con mio Zio rotto le membra e fattoli morire, ed ora ora l'ho
accompagnato ambedue all'Inferno. Più, e più somiglianti
cose mi dice, e non accade ponerci dubbio; poiché le dice
con tal efficacia che in quello stato, lo giurerei, tanto ne rimango
certificata; ed oh che gran coltello mi trapassa il Cuore; oh
come mi sento morir di doglia; poiché in quello istante
non mi ricordo di Dio, né posso uniformarmi al suo voler
Divino; ma solo corre precipitoso il senso e la natura; anzi con
moti di disperazione, sentomi spronare il Cuore voltato contro
Iddio, che tanto ha permesso. E questi sono gli effetti, che mi
cagionano questi miseri successi, li quali io tutti tralascio;
basta aver raccontato il suddetto, essendo assomigliante a tutti.
Non posso difendermi con la bugiarda esperienza, che sempre ne
ho avuto, poiché in quello istante d'altro non mi ricordo,
che della presente; similmente mi affligge annunciandomi la vicina
morte, e lasciando da parte la pena che eternamente sovrasta all'Anima,
mi fa sentire aspramente la separazione del Corpo, l'orrore della
Sepoltura, tutto ciò con una intenzione sì viva,
che da tre giorni qui, mi sento come una fantasma atterrita e
sbigottita, e la notte mi è di gran tormento; tanto mi
tormenta ancora nel sonno con figure meste, e fantasmi assai terribili,
e tutto questo mi è sopravvenuto da cinque giorni sono.
Ohimè con quanti gran passi sollecitamente cammino in questo
diabolico viaggio. Ah che io piango li passi, li sudori, e stenti,
che tanto all'infretta mi conducono all'Inferno; ma più
mi doglio delle suddette notizie come crudelissimi presagi delli
diabolici più interni. Liberami, liberami Gesù,
Maria, di tanto male! Ah che quanto ho detto, tutto unito insieme
per cinque ore continue nella passata notte l'ho patito, che parvero
a me più che cinque mesi per non dire anni. E stando in
tale stato provavo la pena, che si patisce nel Corpo nella separazione
dell'Anima, e con mio crudelissimo tormento me la sentivo svellere
dalle più intime midolle del Corpo; ed incominciando dall'estremità
delli piedi ascese pian piano sino al Cuore, dove arrivata con
gran crudeltà fu dal Demonio inghiottita in quella sua
asprissima unione; ed allora io veramente credevo esser morta,
ed insieme dannata. E stando un gran pezzo in questo totale perdimento
mi risentivo alquanto, ed intesi quegli Spiriti maligni così
tra loro favellare: " Or come faremo, che mezza notte e si
avvicina, e verranno contro noi quelli maledetti soccorsi, che
le sue Sorelle le sogliono dare? oh, sì, disse l'altro,
noi siamo spediti: facciamo così, va, sconvolgi lo svegliatolo,
e fa che almeno tardino, e dicendo così da subito tornò,
dicendo: ora sì, che a giorno chiaro la condurremo a seppellire
all'Inferno. Io l'ho posto lo svegliatoio tanto indietro che nemmeno
per altre dodici ore saranno quelle svegliate. Su allegramente
il tempo è nostro. " Oh che confusione mi causò
questa novella! Io non potevo in modo nessuno atteggiare per supplicare
la Madre Santissima per il necessario soccorso, né potevo
soffrire, che il mattutino tardasse; e non potendo far altro recitavo,
quello mi venne in bocca, benché assai mancante, e fu l'orazione
del mio Angelo Custode, a cui per quanto potei ricorsi per aiuto
di quel presente bisogno; e sentendomi vicina la sua presenza,
così dolcemente mi disse: " ti basta il tuo, non vi
vuol altro patire, quieta di tal pensiero Sorella, che la tua
Rosa compirà il tuo officio; " e sentendo io questo,
attesi a seguire il mio tormento, scordata d'ogni altro; e dopo
accorgendosi la Sorella della mia mancanza, ci abbiamo l'un con
l'altra domandato, chi suonò l'officio? e non trovandosi
nessuna che l'abbia suonato, ci siamo chiarite, che il tutto fece
la gloriosa Santa Rosa, la quale non solo suonò il Mattutino,
ma chiamò una Sorella solita da chiamarsi, accese le candele
dell'Oratorio, illuminò quella del Corridore con compirla
d'olio, e fece ogni altra faccenda, che io dovevo fare secondo
il solito; io sono stupita di Carità sì grande,
la sua pietà, ed il merito delle nostre devote Romite l'hanno
a tanto costretta, e ciò a confusione della mia ingratitudine.
.......L'altro giorno Vostra Reverenza sa che si ritrovò
lo svegliatoio, così notabilmente guasto, e pregando io
istantemente la Madre Santissima, acciò scoprisse il malfattore,
così dal suddetto Angelo mio mi intesi dire: quanto
di danno si trova è Satanasso, quanto di riparato è
Maria per mano di Rosa e Caterina - Devo parimenti manifestare,
come tra li giorni della settimana, il mercoledì patisco
gran pene, essendo questo giorno deputato alla venerazione della
nostra Madre Santissima del Rosario in quel suo nuovo altarino,
e vedo per tale ossequio i Demonii a gran furia arrabbiati, sdegnandosi
con chi devotamente le concorre, e benché io pavento all'appressarsi
tal giorno; nulla di meno abbraccio li tormenti, e lo stesso Inferno
per amor di chi da quelli mi difende e custodisce. Gesù,
Madre Santissima, non voglio altro respiro, che la Madre vicina,
ed il divino volere.
.......Il mattutino suonò ad ora di mezza notte
al solito, benché lo svegliatoio si trovò molto
addietro, in modo che essendo ora 15 del giorno, ancora non ha
sparato, dove si conosce chiara l'arte Diabolica.
he
dirò Padre delle pene da me sofferte in questa amarissima
notte? niente per certo potrò dirne, essendo io rimasta
tanto disfatta e consumata, che non so come dimostrarlo; tanto
più, che restai nella memoria tanto offesa, che per molto
vi ho pensato non mi ho potuto ricordare nemmeno una sola particolarità
di dette pene; e parmi fossero da me patite più d'un anno
addietro; solo conosco averle provato nella passata notte per
le molte penalità che mi han cagionato, tanto nell'Anima,
quanto nel Corpo, quali per mancanza d'intelletto nemmeno posso
discernerle, nonché raccontarle; e sentomi tanto stordita,
che parmi non differissi dalli medesimi animali irragionevoli:
ma dirò solo generalmente la sostanza. Passavo dunque la
maggior parte di detta notte in grandissimi spasimi, e per lo
spazio di tredici ore continue non vidi mai, non dico uscita di
pene, ma nemmeno in alcuna mitigata moderazione; ma mi pareva
il tempo, come odio al fuoco; poiché più ne trascorreva,
più la mia fiamma interna si avanzava, cagionandomi essa
grandissimi dolori, anco nel corpo, ed erano queste pene spirituali
e corporali, tanto assidue in me, che vicendevolmente non mi davano
respiro. Quelle nell'Anima le patisco con una alienazione totale
al solito; benché le pene, che in essa sentivo erano delle
maggiori, che io abbia provato, e non le ridico per averle altre
volte già dette. Solo dirò, che in questa notte
con la maggior forza credibile, e senza intermissione si moltiplicarono
tutte, fuor che per alcuni spazi, nei quali ritornando in me stessa
mi trovavo tanto atrocemente afflitta di crudelissimi dolori,
che io non saprei comparare l'una e l'altra pena; dirò
che ambedue erano atrocissime ed insoffribili, e dimorando in
questi veementi dolori Corporali, quando ancora non erano finiti
mi sopraggiungeva quella alienazione di sensi in cui ritrovavo
più vigoroso, e come riposato il mio solito Inferno, e
straccandosi questo siccome ho detto, incominciava quello esterno,
passando sempre così il suddetto tempo. In quanto alle
pene corporali, io non posso numerarle; basta dire che oltre alle
solite, altre volte da me raccontate, ve ne furono moltissime
aggiunte, delle quali io una sola mi ricordo per essermi in parte
sino al presente rimasta, ed era una dolorosa cinta, che a guisa
di tagliente sega parevami mi dividesse per mezzo per ambedue
li fianchi, e con mancamenti di fiato sì grandi, che nel
solo pensarvi mi sento mancare il Cuore. Il più addolorato
ed infermo mi sentivo il Cuore, il quale parevami per le grandi
stretture si volesse tutto risolvere in sangue. Insomma mi vedevo
con l'Anima sulle labbra credendomi per ogni moto mandarla fuori.
Ma ohimè Signor mio che gran pena mi diede il vedermi morire
senza Sacramenti! Vedevo in questi penosi estremi già verificata
la diabolica diceria, la quale sempre mi predice, che io morrò
come un cane senza cotesti divini aiuti. Ah benignissimo mio Dio,
non sia mai tale mia disgrazia, che io in virtù del Vostro
prezioso Sangue, di cui sono degnissimi vasi i Sacramenti spero
passare in salvamento l'ultimo terribilio dell'umana vita, di
che con lacrime e clamore, umilmente ve ne supplico, e dopo la
solita domanda dell'adempimento del Vostro Divin volere in me,
a questo darò il luogo: a subitanea et improvisa morte
libera nos Domine.
.......Ohimè, che io non posso esplicare l'atrocità
che pativo in quel punto, quando così malamente mi vedevo
morire. Oh quanto mi afflisse la tardanza delli santi Sacramenti,
quali mentre io potei incessantemente domandava; parendomi gran
tempo ogni piccola dimora. Tra tanto, oh che gran feste si facevano
dai miei nemici! Credo, che io tra loro non l'abbia veduto maggiori.
Basta, Dio sa. Io sentomi assai infastidire in raddoppiare sempre
questi Diabolici successi, ohimè misera me, che al mio
mal grado son divenuta Cronista dell'Inferno: Signor mio se a
Voi così è di piacere sarò non solo tale,
ma vilissima fantesca di quelle fucine Infernali ed umile nell'Inferno,
sarò nel vostro gusto, beata in Paradiso. Nel fine delle
suddette pene parmi fosse dal mio Angelo Custode insegnata ad
offerire quelle pene in unione delli sudori dell'umanità
del Signore, e delle lacrime della Madre Santissima sparse ai
piedi della Santa Croce in sollievo della Santa Chiesa, la quale
conobbi assai bisognosa, e scaduta in estremo nella dovuta vigilanza.
Ciò conobbi nel sentir dirmi: Oremus Pro Pontifice Nostro,
e proseguendo io: Dominus conservet eum, et vivificet eum, et
Beatum faciat eum, et non tradat eum in animam inimicorum eius:
intesi io in questa preghiera supplicare il Signore per il bene
di Santa Chiesa, consistendo principalmente nel suo Capo e Pastore,
chiamando la Divina Provvidenza in sollievo, la quale parmi gradisse
le mie indegne suppliche, condiscendendo alla concessione di quello
io li domandavo, cioè il bene di Chiesa Santa; e mi fu
dato a conoscere come il Signore grandemente gradisce queste sorti
di suppliche, gustando molto dell'orazione, e patimenti dei supplicanti,
quali volonteroso esaudisce, e però questo fu il fine principale,
che il Signore così in questa notte mi afflisse, cioè
per il bene di Chiesa Santa.
.......Mercoledì cominciata, e non finita per impedimento, ed il poco che rimase compillo il Giovedì 12 detto.
ltro
conforto non mi rimane Signor mio nelle mie amarissime, e continue
pene, che il vedere come i miei avversari sono puranche vostri
nemici; da che io vedo, che siamo ancor d'una medesima fazione,
d'una stessa Compagnia, e che la nostra unione benché sia
così alla larga distesa, dimora nondimeno non affatto disgiunta.
Ah Gesù mio, io vi ringrazio di questo piccol conforto,
di cui la già consumata Anima mia va con lenti moti lambendo
la necessaria forza per sostenere la sua miserabile vita. Io adoro
i vostri disegni, e mi stringo al Cuore le vostre Croci, e castighi,
e vedo la povera Anima mia benché esausta e consumata,
e priva totalmente dei suoi moti; nondimeno io l'ammiro, che ella
non tiene altro calore, che desiarvi, altro volere, che di compiacervi,
e non altri passi, che di seguirvi. Ah Signor mio, ditemi il vero,
e par che nol possiate negare, che Voi avete usato meco alcun
incantesimo divino, per cui l'Anima mia si trova in una indissolubile
catena col vostro amore; e benché per altro non vi conosca,
che da fulmine terribile, un flagello, uno sdegno, che continuamente
la colpisce, essa nondimeno sotto tanti martirii appena vive,
risponde: Vi amo, e vi amerò Signore, Gesù
Ben mio, Voi sapete Signore, come son io una vil Cagnoletta, che
da voi non ricevo che calci e bastonate. Con tutto ciò
non provo altro, che una focosa brama di seguirvi, e nel più
meglio dei colpi sento nell'Anima mia una implacabile pertinacia
di amarvi, e di seguirvi, in modo, che senza poterla frenare,
non solo nel terminare i colpi; ma tra il brevissimo spazio tra
l'uno e l'altro, corre così cascata alla volta Vostra l'Anima
mia, e così come a brancone con avidità grandissima
cerca i vostri amabilissimi piedi, e con saper per prova, che
se li trova, riceverà da essi crudelissime spinte, e ributtamenti.
Essa punto non li teme, anzi in quelle respinte crudelmente l'affligge
l'esserne per quel momento scostata, e sempre più avida
ritorna, senza mai ricevere altro. Ah Signor mio! che gran stravaganze
sono queste, io non so capirle. E siccome in me le sento, così
con la mia ignoranza l'ignoro, non sapendo da dove provengono:
ma io confesso il vero, ed a me pare non poter questa pena più
a lungo soffrire: poiché ohimè, che gran pena mi
dà l'amarvi di questo perturbato amore, essendo che l'anima
mia corre a Voi come a Sua Rosa; ma nell'attingervi vi trova crudelissima
spina, di cui resta punta e ferita, e mentre senza ritegno, bisogna
sempre far lo stesso, ricevea per ogni volta sopra le piaghe nuove
punture. Ohimè, che alli suoi soliti malori, sempre le
se aggiungono nuovi deliqui. Ah Signor mio come possono soffrire
i vostri tenerissimi affetti una crudeltà si atroce? O
Voi addolcite l'amore, o pure frenate le brame. Ahi che non so
che dirmi, poiché non trovo più crudelissimo Inferno,
che il non amarvi! Deh dunque mio Dio, lasciatevi Voi amare, che
io mi lascerò tra li martirii annichilare: fate Voi ciò
che volete, che io mi sento il Cuore più che metallo nella
risoluzione di amarvi e di seguirvi, e con una importunità
incessante sempre al vostro intorno mi vado appressando; e se
la luce della cognizione mi mancherà, mi servirò
io delle mani dell'operazione, con che all'oscuro della Santa
Fede vi cercherò a tentoni, desiderandovi più che
mai in questa oscurissima notte della mia miserabile vita in cui
dimoro piangendo la mia luce smarrita, e vostri santi tradimenti.
Ah Gesù mio non vi lagnate di grazia, se dico tradimenti;
poiché per quanto io discerno, siete Voi meco portato da
un traditor amante. Deh! oh Promotor dei secoli, andiamo un poco
nei tempi indietro, dove ohimè si vide teco l'anima mia.
Ahi crudelissime memorie delle mie felicità distrutte!
chi mai in quel tempo poté con una sciagura perturbarmi,
stando io unita con la contentezza infinita? qual dolore toccò
mai la sedia stabilissima dell'amor dì Dio? dico il mio
Cuore, quale ohimè, ohimè ora si vede esterminata
e rivolta per le contrade dell'Inferno, così precipitosa
portarsi, che più non aspetta, che la voracità dell'inferno.
Oh disgrazie, oh bassa fortuna lacrimosa, e mai intesa! Dove son
Gesù mio quelle gentilezze amorose, quelli cortesi inviti,
che per ognun di quelli bevea l'anima mia un deifico torrente
tanto dolce e soave, che per ogni sorso parevami inghiottisse
un Paradiso? Ohimè ben del mio Cuore, che io per mio martirio
mi rammento li vostri tratti dolcissimi, le vostre soavissime
parole, graziosissimi sguardi, gesti e sorrisi, tutti, tutti allora
al mio Cuore Paradisi, ed al presente martirii e tormenti. Penso
sì, Gesù mio, le vostre fattezze benigne, che per
altro non le provo che per rubarmi il Cuore con mano d'indicibili
patimenti. Ohimè volubilità dei miei gusti, dove
sono andati i giorni antichi, in cui io mi promisi la stabilità
imperturbabile e permanente! Esclama qui, anima mia, e con inconsolabile
gemito piangi e sospira le tue promesse bugiarde, le tue speranze
perdute. Oh giorni miserabili in cui in apparenza di dolce si
sparse nel mio Cuore un amarissimo seme di cui ora raccolgo gli
acerbissimi frutti di continue lacrime e dolori! Oh mano divina,
che così di nascosto spargesti questa crudelissima raccolta
tutta brune spinose ed amarissimi bocconi! Ah, che ancor con mesti
moti bacerò nondimeno questo mio seminaio per esserne Iddio
stato il giusto agricoltore: Signor mio mi sariano rose le spine,
dolci le agresti, se la vostra assistenza vi fosse continuata.
Ma ohimè, che qui si verificano i vostri santi tradimenti,
poiché in quelle amenità di campi, tra la campagna
fiorita, nella serenità dell'aere, e nel meglio della Primavera
vaghissima appena intesi dirvi: Veni dilecte mi, egrediamur
in Agrum; commoremur in Villis, che a colpi di ferite si proferì
nell'Anima mia questa lacrimabile risposta: Quae sivi, et non
inveni illum, vocavi, et non respondebit mihi. Oh voce soavissima,
che essendo formata di melodia celeste, altra armonia al mio Cuore
non formasti, che d'una mestissima lira di gemiti e doglianze!
Oh voce gentilissima tanto delicata e sottile, che con una intimissima
convulsione si dispose la più profonda sostanza dell'Anima
mia a seguirti a deporto nel Deifico campo dell'esser tuo divino!
Ma ohimè così si fa, mio fugace Amante? si chiama,
e poi si fugge? si promette, e non si attende? nelli di cui amorosi
inganni uscendo alla tua seguela l'anima mia, è rimasta
sola nella vasta campagna della libertà nemica in cui sedente
si trova nella inondazione amarissima delle sue continue lacrime,
sbattuta e stordita dalle tempeste fierissime di tanti suoi incessanti
e gemebondi sospiri, senza mai dar tregua le sue doglianze verso
chi così la distolse con finto invito dalla sua nobilissima
stanza dell'unione divina, nella di cui uscita ha provato e prova
tante nocive influenze nella frigidissima aera di questa alpestre
campagna, priva ohimè di quel caldo che le prestava quel
tetto pieno di divin calore! Ah, ed io ti giuro, mio Traditor
divino, che per non lasciarti, lascerò più presto
l'esser mio su il flagello, che Te da me lontano, ti seguirò,
straccherò, mi terrò dietro alli tuoi passi su la
Croce; non mi potrai mancare dove ritroverò li tuoi dolcissimi
piedi confitti con chiodi, ed impotenti alla fuga. Ferma, ferma,
Anima mia, qui ferma il corso delli tuoi veloci passi, qui predasti
l'amato, qui lo legasti! Ah vita del mio Cuore, qui morto ti trovo!
Sarò dunque mio Dio con Voi puranche io morta nel partirmi;
poiché stabilirò qui ai piedi della tua Croce la
mia sepoltura, e così, così esanime ed estinta non
terrò vivi, che solamente gli occhi per incessantemente
oscurarli in una pioggia mestissima, essendo che non furono più
degni di mirarti visibile all'intelletto, e vivace al mio Cuore.
Ma ohimè, che trasmutazioni funeste son quelle che miro,
vi ho lasciato nel Cielo, e vi trovo in Croce; vi vidi infinito,
e qui vi piango morto! Colà indipendente, e quivi pendente,
adorato in Cielo, ed in terra schernito! Là del tutto origine,
e qui da ognun abbandonato. Ah Gesù mio pietà, perdono
dei miei troppo arditi lamenti. Sì, sì mio amabile
Redentore, metterò ancor io con Voi la sorte, non saranno
più li miei pianti delli miei perduti gusti; solo saranno
per le tue pene i miei lamenti; stabilirò qui alla tua
Croce la mia stanza, qui fermerò i miei passi, qui la mia
residenza, qui piangerò le mie lacrime tanto fuori di Voi
sparse, e per mio solo interesse: ohimè segui mio Cuore
a dolerti, anzi con più vivo affetto incomincia a lacrimare:
muta fine, muta fine, che abbiamo ritrovato nelle piaghe del Signore
una tenerezza più viva, una strage più crudele.
Sì, sì Gesù mio, qui fermerò il piè,
da dove non mi potranno distormi né Croci, né spine,
né chiodi, né flagelli; solo sì il vostro
disgusto da qui mi potrà allontanare: e temo, ahi misera
me! non si rinnovi la nausea vostra sopra l'Anima mia. Deh caro
mio Redentore, non ti sdegnare Ben mio, se così importuna
la vedi, nel ritrovarti; poiché essa appena volente così
precipitosa ti segue. Compatisci mio Dio il suo focoso istinto,
e risolvetevi Signore di sempre appresso Voi tollerarla, in ciò
essa non entra. Furono le vostre antiche misericordie, che seco
usastivo in dimostrarvi alla sua conoscenza, sì incomparabilmente
amabile da che si formò al suo volere un indissolubile
laccio al vostro amore, che attaccato fortissimo a Voi suo unico
Bene tira dietro a sé il suo Cuore con una impossibilità
di più lasciarvi. Ah, e chi mai vide Iddio, e si accinse
a lasciarlo! No, no, non lo vedrete Signore, dove sarete, e di
qualsivoglia stato, o glorioso, o piangente, o in Cielo, o in
Croce io vi seguirò ancor che morta. Pazienza dunque mio
Dio, ben sapestivo Voi in quel tempo, che così mi allacciastivo,
che io era la più vile Creatura del Mondo, la più
iniqua, la più rea. Pazienza dunque mio Dio, frenate il
vostro sdegno; poiché mercé li vostri allettamenti
amorosi trovomi con Voi così allacciata, dalla cui dolcezza
nacque nell'Anima mia amarezza indicibile verso tutto il Creato,
a cui senza risparmio potevo unirmi, lasciavo in abbandono; ed
ora dunque, oh mio caro nemico mi fate del nauseato, vi mi si
mostrate storto con farvi del nuovo, con ributtarmi ogni momento.
No, no Gesù mio, che io non ho dove andarmi, Voi bisognate
accogliermi; il Mondo non mi accetta, poiché io prima l'ho
sdegnato, nemmeno ora posso sentirlo; le Creature nemmeno, neanche
esse mi piacciono: insomma io non ho ricovero, non ho impiego,
nemmeno sostanza, fuor di te mio Dio. Starò, starò
qui appresso te, e con te Crocifissa, e morta penando, e morendo,
sotto l'ombra di te mio amato Crocifisso; e se verso me crudelissimo
ti provo, loderò la tua invincibile fortezza, acclamandoti
giusto ed Onnipotente, benché con tanto mio interesse e
rompicuore, ti adorerò con dirti: Deus Fortis: e
nel provarti continuo ed incessante nei miei flagelli, aggiungerò
con voce di lode: Pater futuri Saeculi; ma con cuore più
vivo, ed affetto più focoso ti esclamerò: Princeps
Pacis; poiché tra tante pugne, tra tanti colpi, e ferite,
che da te incessantemente ricevo, sempre griderò verso
te: Gesù mio, pace, pace, pace, con cui non voglio guerra,
e mai inimicizia, e sarà sempre il mio scudo per difesa
dei vostri colpi un segno di pace; poiché io sempre l'incontrerò
con pace e quiete, baciando con bacio cordiale le vostre giuste
flagizie. Ah Dio del mio Cuore, che io sempre vi loderò,
ed in pace, ed in guerra; confessando, adorando per tutto il temporale
e l'Eterno le vostre misericordie e giustizie.
.......Sarò per fine mio Dio col vostro aiuto
benché sedotta, ma fede! Colomba nidificata, e nascosta
sotto la pianta spinosa della vostra Santa Croce, dove sarà
sempre uno, benché mesto il canto mio. Canterò,
piangerò ai piedi tuoi Gesù mio, e toccando tu il
tasto del Voler Divino, risponderà sempre a tono la mia
flebil voce e sarà sempre questa la mia amorosa rima: Più
che mi tormenti, più ti amo, e ti amerò Signor mio.
olo Iddio, che meritamente mi castiga sa la novità
atrocissima, che poco fa mi ha ingiunto, quale quanto è
penosa, tanto è inesplicabile, essendo che per causa dell'istessa
mi mancano le parole in dirla, e l'intendimento in discernerla;
sicché per mera forza della Santa obbedienza mi pongo alla
fatica di mostrarne in poche righe almeno la sostanza. Mi trovo
dunque io in questa nuova pena in una grandissima oscurità
di mente, tanto è caliginosa e densa, che non mi dà
tanto lume per quanto potessi almeno conoscere la qualità
della medesima caligine, poiché non so distinguere se sto
veramente all'oscuro, o pure mi trovo cieca alla luce. Posso io
in ogni modo paragonare detta caligine ad una spaventevole e solitaria
campagna disabitata affatto, fuor che di una sola persona, quale
da per tutto esule e straniera si vede cinta d'una oscurissima
notte d'ogni intorno; e se talora alcuna piccola sgombrosità
l'appare per altro non è, che per più intimorirla
dimostrandole così mezzo all'oscuro la mostruosità
di molte ombre, sembrandole così le piante e monti della
suddetta campagna; similmente parmi dimorassi io nella già
detta oscurità, dove me ne dimoro involta in una dimenticanza
d'ogni cosa, e tanto offuscata mi trovo in essa, che non mi è
nemmeno conoscente la medesima mia cecità; ma come stordita
il tutto mi confonde, e se per alcun tempo essa si schiarisce,
è tanto deficiente la luce, che appena arriva alla distinzione
degli oggetti che mi mostra, quali me li forma come spaventevoli
mostri disformati, confusi senza ordine e misura, atti in vero
ad inorridire a chi per tali li conosce. Sono queste tutte le
cose create nella cui intelligenza io sono tale, e me ne sto dal
tutto priva della specie d'ogni Creatura; sicché ignorando
ogni altro non conosco, che tutto il Creato, ed anche assai confuso
ed indistinto. Ohimè misera me, e non è da credersi
la gran mostruosità che forma questa indivisione! Ella
è da piangersi con inconsolabili clamori, è terribile
e formidabile; e non so peggio spiegarla; onde passo ad altro.
Mi è ancora ignota la proprietà delle cose create,
e ciò etiam per istinto, cioè se io fossi appresso
ad una fonte con una gran sete non userei berne, essendomi affatto
incognita la proprietà dell'acqua, ch'è di smorzare
la sete. Così farei in ogni altro mio estremo bisogno;
nel freddo non andrei al fuoco, nel caldo non al fresco, e in
ogni altro non al suo contrario; ma con una penosa ignoranza soffro,
come interminabile il mio martirio; si estende puranche tal sopimento
in cose di più piccolo momento; ma di pena maggiore, come
per esempio se io patisco stracchezza non so rimediarla col riposo,
e stando in piedi ancor, ancorché mi sentissi svenire non
so far altro, che più direttamente alzarmi, sin che per
debilità non caschi, altrimenti non vi saria altro indirizzo;
così in ogni altra occorrenza similmente mi diporto, dico
sommariamente, che non tengo altro di ragionevole Creatura, che
l'Anima ritirata e sottratta nella profondità della sua
sostanza con una sensibile caducità delle sue potenze;
sicché corro a gran passi; anzi parmi stessi in residenza
in uno stato animalesco, anzi circa la pena, con alcuna cosa di
peggio, essendomi, siccome dissi, affatto tolto il naturale istinto
per cui almeno solleverei in parte il mio tormento, procurandomi
con esso l'opportuno rimedio, direi di più che sono insensibile
come una pietra; ma nemmeno posso con essa paragonarmi, essendo
io in quanto alla pena da essa molto dissimile; poiché
essendo in ogni cosa al sollievo e al gusto insensibile, sono
all'opposto sensibilissima ad ogni pena, tal che parmi, che per
altro non vivo, che per formare una copia di martirii; insomma
mi diporto tanto passivamente in ogni sorte di gusto spirituale
naturale e temporale, che passandomi tutte in velocissimo transito
posso dir, che per me non sono. Solo sentomi tenerissimo il Cuore
ad ogni sorte di martirio, che come cera si liquefa nel fuoco
del tormento. Ah Signor mio, mio Padre, e Creatore! io non posso
proseguire senza che mi faccia delle riposate in Voi, ancorché
Gesù mio voi non siete al mio senso che una pillola amara,
una saetta acuta, un fuoco, un fulmine; non ostante ciò,
io vi fo a sentire come voi siete al mio Cuore, e la povera anima
mia, stando così mal'acconcia, tutta sminuita, e fiacca
con tutti li suoi malori nella sua poca facoltà, che tiene,
d'altro non si tratta, brama e procura, che d'amarvi Signore.
Ed oh me felice, se io fossi degna di morire uccisa, fratta, smembrata
a colpi di questo affannato, e perturbato amore! Sì, sì
Ben mio, che io fuor del senso mi immergo alla cieca nella vostra
dovuta lode in cui mi sostiene la fede cieca, e non la sensibile
esperienza. Vi confesso dunque mio Dio pietoso nelle giustizie,
soave nei castighi, dolce nell'amaro, e benigno sul flagello.
Su caro mio Bene coraggio e cuore, ed io vi prometto in questa
sanguinolente lotta, mercé il vostro scudo non mai voltarvi
le spalle, ma ancorché durante una intiera notte della
presente sempre dimorar con Voi, ancorché in steccato proseguendo
la zuffa, Voi con l'arme del Flagello, ed io dell'amore. Sì,
si Gesù mio, che questa caliginosa notte spero all'oscuro
della Santa Fede spietatamente ferirvi giusto nel Cuore, non con
altra saetta, che con quella acutissima d'una totale esecuzione
del vostro divin volere; non vi abbandonerò mio Dio; nisi
benedixeris mihi; d'una benedizione però adeguata in
tutto al beneplacito divino, ancorché consistesse in darmi
l'Inferno, dove meritamente abbracciandolo canterò in esso
se non potrò le misericordie, almeno le tue giustizie.
Io mi sono forse contro il dovere in questi esali inoltrata, sì
per pausare un poco di quelle amare ricordanze, come anche per
pusillanimità di meglio spiegarmi, vedendo, che quello
ho detto è un nulla in comparazione di quello provo, anzi
se ciò fosse, come dico, io lo stimerei un sollievo delle
penalità che patisco; onde tuttavia disanimata lo tralascio
siccome sta, non potendolo meglio spiegare, e però trascendo
in alcuna cosa che patisco in tale stato nell'esterno; poiché
detta oscurità si estrinseca etiam nella parte animale,
ed anche corporea, rendendomi li sensi tanto stupiti ed insufficienti
nei loro esercizi, che talvolta parmi fosse insensata pure nell'esterno;
sicché partecipando í sensi di quella deformità
ed oscurezza interna, stupiti ancor essi in una penosa meraviglia
perdono la loro potenza, e particolarizzandone alcun caso, dico,
che se odo la predica, o cosa simile, ella mi reca una pena e
noia grandissima; poiché la sento. senza distinzione dì
parole; ma solo arriva al mio udito un noiosissimo suono tanto
confuso e dissonante, che mi aiuta ad intimorire ed aumentare
la penosa applicazione interna così pur anche mi accade
nell'uso degli altri sensi, quali stando tutti così imperfetti
ed impotenti ad altro non mi giovano che accrescermi la deformità
interna, e quanto più oggetti così imperfetti mi
mostra, tanto più si avanza la mia penosa meraviglia, e
ciò patisco irrimediabilmente essendo nel Mondo inevitabile
la pratica delle Creature. Sentomi dopo generalmente tanto indebolita
che parmi stessi caduta in una debilità grandissima a segno,
che con amarezza e sbigottimento credibile mi credo per ogni respiro
perdere l'essere, e d'un modo assai penoso, che non so dirlo.
Sentomi diminuire ed annichilare l'anima con mio incredibile tormento.
Ohimè povera anima mia tanto affannata e distrutta, che
se conosciuta fosse la tua gran miseria, saria per intenerire
la crudeltà stessa; poiché essa in quella sua piccola
porzione vitale sostiene oltre al male già detto tutte
le pene impostele, ingiuntele e confermate da quel tempo che ella
incominciò a patire, non potendosi assentare della più
minima, neppure per un sol momento, quali tutte insiemate patisce,
ora congiunte, ora distinte, dominando di tempo in tempo ora più
l'una, ora più l'altra, portandole sempre tutte presenti
in una asprissima sofferenza. Si estende pure questa inabilità
con grandi dibattimenti al naturale; sicché trovomi sempre
in una grandissima perdita, e con le forze sì distrutte,
che non so come possa alzarmi in piedi, e la natura tanto sbigottita
ed impotente; che nell'alzare un dito, nel dire una parola, parmi
sospingessi un Mondo, ed ogni moto mi è grave come smisurato
peso: mi riescono le faccende manuali penosissime; per gran forza
appena posso fornirle, benché nel servir le Sorelle, parmi
non ostante tanta fatica compissi al solito, senza mancar a cosa
nessuna; così mi è stato detto; poiché io
nemmeno discerno se opero bene o male, essendo ancora tolta questa
soddisfazione nella cui incertezza vivo con gran timore, temendo
sempre l'esser licenziata di cotesto mio caro ministero, quale
io stimo un terrestre Paradiso, e mio unico conforto. Ah Signor
mio, se Voi così seguite io morrò di spavento, né
vedo come possa mantenermi in vita in tanti sbigottimenti, poiché
per ogni spaura uccello parmi mi subissasse il Mondo, e sono di
tanto timore oppressa, che la sola ombra mia mi fa tremare, e
non ardirei d'andar sola d'un luogo all'altro; ma vorrei appresso
me continua una Compagnia. Sentomi dopo in una immobilità
tanto ombrosa, che mi stabilisce irreparabilmente con il suddetto
timore in modo, che non posso interromperla nemmeno con unir parola,
o moto esterno, che se a ciò mi assicuro parmi, che al
suono di detta parolina si sollevassero contro me furibonde le
mostruosità suddette con riportarne io, misera me! un batticuore
d'Inferno. Or se un dir Gesù tanto mi è grave, che
sarà nel recitar un officio intero. Ohimè, e pure
io giornalmente devo recitarlo. Tengo finalmente una totale sconoscenza,
anco del proprio Monastero, delli miei Superiori e Sorelle; sicché
stimandole tutte straniere mi reca un penoso sospetto la loro
conversazione, privandomi in tutto del sollievo, che si suol trovare
tra li conoscenti. Io non so come sì è il mio tratto
con esse; ma parmi in quanto all'esterno fosse il solito; benché
sentomi nell'interno affatto solitaria incognita in un muto e
lacrimabile abbandono, che più io non so dir altro. Dirò
insomma, che la mia pena è un mare d'ogni mal sapore insipido,
amaro, nauseoso, ed il peggio, interminabile. Ed io tutto questo
inghiotto col sorso d'un sit Nomen Domini benedictum. Dico,
che la suddetta pena mi par non essere in me ancora fermata; ma
stando assai in principio or va, or viene, benché mostra
gran vicinanza nello stabilirsi, e ciò conosco nel suo
gran vigore in cui io temo un lungo e crudelissimo travaglio,
purché sarà per Dio, io andrò ad incontrarla.
himè!
che mi ricordo misera mente mia che se talora ti sgombri, non
è che per maggiormente oscurarti. Signor mio viene a me
una nebbia, mi sopraggiunge un turbine, che mi predice una tempesta
di dolore. Chi darà al capo mio una pioggia di lacrime
per versarla di sangue sopra le lacrime d'un Dio? navighiamo mio
Dio in questa mestissima lacuna, Voi sopra il legno dell'ingratitudine
umana ed io dietro a Voi mi sommergo, dove nuotando con le braccia
d'una inconsolabile doglianza, sarà d'ambedue questa procellosa
fortuna. Ahi Signor mio ti veggo imbarcato nel fortissimo legno,
che produsse quello adamitico Pomo di cui si avvelenò il
genere umano, di cui sono fortezze li moti del senso, e sono le
sue fessure otturate con pece d'inferno: e però invano
(per dire così) lacrimate; poiché egli è
impenetrabile ad ogni inondazione Divina! Oh fierissima tempesta,
che neanche in un mar di lacrime si può pescare un'anima!
Signor mio gli uomini stanno in sogno nell'oscurissima notte del
peccato: e però per totam Noctem laborantes nihil cepimus.
Ohimè nell'anno mille seicento settantuno in tempo di gran
calamità generale in cui stava afflittissimo il popolo
per la mancanza di pioggia; tu sai, Gesù mio, come
tutti per tal suo interesse, si diedero pentiti all'esercizio
di alcune sante operazioni, portandosi a te vestiti di penitenza,
supplicanti e gemebondi, che per li molti clamori Palma mi parve
una Ninive conversa; ma per una eternità tu sii benedetto
Signore, poiché con la tua amabilissima Provvidenza destini
alle tue Creature a penalità terrene per traerle in te
Bene maggiore. Lodanti o mio Creatore per me la volubilità
dei cieli, la numerosità delli pianeti, la luce del sole,
la stabilità della terra, e chi più che Voi li conosce,
poiché noi miseri mortali siamo talparelle senza occhi
alli tuoi imperscrutabili giudizi; dico dunque mio Dio, che stando
così afflittissima un giorno, ed io più di ogni
altra vilissima ed interessata piansi amaramente ai tuoi piedi,
chiedendoti con duplicate istanze la consolazione del Popolo,
la sazietà della terra; quando tu, o dolcezza ineffabile,
che tieni dardi per parole, saette per sguardi, ti degnasti Ben
mio di saettare il macigno animato di questo mio Cuore, che in
una locuzione brevissima parmi lo liquidasse in sangue, tanto
nelle tue parole sì dolci mostrandone ancor li segni esterni,
ritrovandomi al fine scorse dagli occhi alcune stille di sangue,
tanto può la tua potenza, mio Dio, tanto la malvagità
degli uomini insin ad indurre un fierissimo macigno in lacrime
e sangue; ma ohimè! misera me, che io infingarda e villana
non apprezzando i tuoi doni, mi sono come insensata immersa nell'oblivione,
ancor io dell'offese tue, dove si è impetrita in estremo
la mia durezza, divenendo io più d'ogni altra causa e motivo
delle tue sciagure. Ah mio tradito Amante, che direte di me? non
altro in vero, che: si Inimicus meus maledixsset mihi sustinuissem
utique; ma della vostra vilissima serva, che fa mostra d'amarvi
a cui Voi vi siete compiaciuto conferirle beneficentissimi doni,
tante espressioni d'amore, tante lusinghe e carezze. E che? dopo
la scortesissima così facendoti torto abbia fatto del ricevuto
un vilipendio, quale buttandolo nel profondo dell'affetto terreno,
così sotterrato più non lo stima, che un moggio
di paglia esposto al vento. Ohimè non può soffrirsi
pazientissimo Gesù! è la tua tolleranza maggiore
in soffrir me nel Mondo, che Giuda nel Cenacolo, poiché
io più iniqua di quello ho preferito il vilissimo prezzo
d'amor terreno alle dolcezze inestimabili dell'amor Divino. Girate
Signor mio dall'oriente all'occaso, che non troverete una causa
di tolleranza maggiore; né manca pure l'esercizio della
tua invitta pazienza in queste mie disutili querele, quali son
piene di vacui pentimenti, standone l'emenda più che mai
lontana. E sento mio Dio ancor tra questi esali macchiarmi l'anima
di certi gusti sensibili in cui si soddisfa il mio cuore, e nella
coscienza di questo impuro amore si intorbida l'acqua delle mie
abbondantissime lacrime, nella cui turbolenza si offusca il mio
intelletto, e resta soffocato e taciturno il mio dolore. Ah Gesù
mio all'oro dell'amor vostro io sempre aggiungo la ruggine del
mio interesse. Scusimi la tua pietà Signore poiché
quando con Voi me la pongo, non finirei giammai. Orsù mi
pento: seguirò a riferire ciò che con lugubre voce
mi risonasti al Cuore in quella locuzione brevissima, che più
sopra dissi, che per quanto mi ricordo parmi queste fossero le
medesime parole: obstupescite Coeli, contremiscite Populi,
et super nequitiam vestram ululate mortales. Ohimè
che io in esse compendiosamente compresi la trascuragine delle
creature, e l'offesa in ella del loro Creatore, di cui tu Signor
mio quanto mestissimo ed offeso ti mostrasti bisognerebbe scriverlo,
più con lacrime, che con inchiostri. Furono brevi sì
le parole, ma fu copioso il senso, che io non posso spiegare,
senza diversità e numerosità di parole. Così
dunque Signor mio in silenzio lugubre meco ragionasti:
......." Osserva Figliuola e con attenzione considera
li gesti ed intenzione degli uomini, quali avidamente preferiscono
ad ogni bene Eterno l'interesse proprio, vedi come anche eccedano
perciò negli atti umani, essi sono divenuti al presente,
etiam di se stessi carnefici ed inumani; poiché piangono,
si affliggono, si inoltrano pure allo spargimento di sangue, che
per me io non lo vidi giammai, e tutto si è per saziare
ciò che con disprezzo calpestano, che è la più
vilissima tra li quattro elementi, nella cui servitù se
li sono affatigati per un anno intero; diresti tu forse che trovansi
gli uomini della terra invaghiti, poiché tanti ossequi
li prestano? lo dica chi vuole, che io nol dirò giammai;
poiché praticamente provo di qual sorte siano li ossequi
interessati. Sai mia Figliuola, perché così amorosamente
con la terra si portano? e per altro non è, perché
Ella è nodrice del pochissimo seme che in essa hanno buttato,
sperando, che nelle sue viscere, mediante le loro accuratezze,
moltiplicatamente ad essi lo riduca. A cui dopo la messe sai che
benevolenze le rendono? nella più calda stagione le buttano
fuoco, ed in genere la consumano, e ciò è per un
altro loro futuro interesse; sicché, né per scaldarla
l'infocano, né per rinfrescarla la imbevono; ma il tutto
è destinato al loro intento. Ahi piangete meco tutti, poiché
pianse in dir ciò che segue il vostro Creatore: Ohimè,
disse egli, che è divenuta la terra vilissima, simulacro
e figura della potenza divina; anzi che io avidamente ambisco
il suo accurato servigio; poiché Ella l'ha d'un anno, ed
io appena d'un giorno; poiché nell'essere esauditi o esclusi
delle loro domande, mi voltano le spalle; poiché a me niun
mi vuole fuorché per impetrarne li loro intenti; e tanto
mi cercano, per quanto io posso favorirli i loro interessi. Fuor
del richiesto, ognun mi butta; e dopo esserli propizio, rivoltano
il mio dovuto ossequio alle prosperità loro, e ciò
saria poco, se dopo nelle più avidità mondane non
uscissero crudelissimi li Religiosi ed Ecclesiastici rilassati
a ponermi incendio con li loro vivi scandali e mali esempi, nella
cui arsura rimane consumata e incenerita sopra la terra la mia
dovuta Riverenza. Guai a quelli miseri; ma più a costoro,
quali saranno li più vivi tizzoni e carboni d'Inferno.
Figlia il paragone è chiaro; attendi a piangere la mia
conculcata Potenza arrovesciata per terra sotto i piedi degli
uomini, di cui sarà un giorno fulmine finale per vibrarli
acutamente nel profondo dell'Inferno. Cercherò ancor io
con ogni giustizia il mio interesse, ritraendomi da loro il frutto
della mia Redenzione, e dopo tal ricolto butterò in essi
il fuoco eterno. " Ohimè me misera infelice, e sfortunata,
che dirò? che risponderò a tali onestissime ed insieme
furibonde voci? l'offeso mi è Padre, li condannati Fratelli,
a chi piangerò primo? mi dividerò il Cuore con la
spada del cordoglio, no che più nol tengo, che si liquefece,
si annichilò alle lacrime del mio mestissimo Redentore.
Chi mi darà dunque a prestito un'infinità di Cuori,
ed altrettanti occhi, lacrime e sospiri, con cui potessi almeno
soddisfare alla crudelissima doglia, che deve, e conviene alle
sopradette sciagure. Piango ohimè Gesù mio Voi così
disamato, anzi offeso dalli miseri mortali, dove regna ahi misera
me una decisione tacita della tua Potenza increata; piango pur
la cecità di quei miseri con la lor perdizione eterna.
Ohimè, che sopra di costoro vorrei, tamquam inundans
aqua sic rugitus meus. Piango o Dio il mio popolo, come Figlio
del mio Cuore; poiché non si soddisfa il mio affetto, essendomi
da Voi così comandato ritenerlo nel grado fraterno; sicché
non sdegnate mio Dio la commozione delle mie viscere sopra la
perdizione d'ambedue questi miseri stati, cioè Cristiani
di nome, e Religiosi inosservanti, quali io piango, l'uni divorati
dalla fierissima bestia d'una vera infedeltà di cui non
rimane, che la sopraveste d'una esterna Cristianità, e
questa macchiata pure di sanguinolenti ferite di moltissimi scandali:
degli altri, ohimè! ductus pro alimoniis, deviati
ed erranti dalla dolcissima Manna della regolare osservanza per
un vilissimo acquisto d'una Cipolla d'Egitto. E tanto meschini
da essa distanti, che avvicinati all'Inferno han perduto di vista
la divina Stanza. Ahi! me dolente, che nel mirar la lacera veste
dei primi, mi strapperò per aspra doglia quella del mio
Cuore, e con un fortissimo gemito, griderò sino al Cielo,
che, fera pessima devoravit Filium meum; poiché
del Beniamin del mio Cuore, delle Anime consacrate a Dio non posso
per tenerezza parlarne: Heu, heu! me dolens, che nella
perdita di ambedue si hanno oscurato i miei occhi in un turbine
di lacrime, per cui dimora in lutto il mio Cuore afflittissimo:
e sopra ogni mia propria mestizia, si sente nel mio interno per
la perdizione altrui un inconsolabile gridore, ah pietà
divina, descende ad me propitia, e fa, che almeno nell'oscurar
della mia vista io vegga a te converso il mio carissimo Prossimo,
talché muoia contenta nel mirare terminata la offesa: sì,
sì mio Dio consola la Schiava tua innanzi che muoia, e
fa che io ritrovi in te i Figli del mio Cuore: Praecor te coelestem
Regem ut me dolente nimium faciat eos cernere. Deh pietoso
mio Dio non ributtar le mie misere preghiere, riduci al tuo Gregge
li poveri smarriti, e cura col tuo Sangue le morsicature delli
miseri egrotanti. Io non nego Signor mio i loro demeriti; ma confesso
la tua infinita misericordia; né posso in verun conto seguir
in essi lo Spirito d'Elia; ma la vostra melliflua parola, che
dolcemente dice: Nolo mortem peccatoris; sed ut magis convertatur,
et vivat. Ecco Signor mio una Rea, una sentina d'orrori, d'iniquità;
non vi sarà luogo migliore dove Voi possiate sfogare l'ira
divina; poiché niun più di me lo merita. Pregoti
o Dio amabile, e terribile ad eliggere la tua vilissima Serva
per sfogo della tua giustizia; manda a me flagelli, castighi,
e moltiplicate sciagure che io con le braccia aperte l'accetterò
nel mio Cuore; oh fosse il Cuor mio un mondezzaio comune, dove
si rigettassero tutti li vilipendi delle tue Creature; ed io sarei
felice nel vedermi spregiata vilipesa e confusa, purché
siano i miei fratelli preservati dalla divina e giustissima vendetta.
Se sarò, Gesù mio, dal vostro aiuto soccorsa, non
temo chiedervi in soddisfazione dei miei prossimi, fame senza
ristoro, sete senza rinfresco, piaghe senza unguenti, persecuzione,
infamie, disonori, ingiurie, e crudelissimi supplizi, e ciò
senza fine sino al giudizio finale, e se dopo per giustizia mi
darete l'Inferno non ricuserò Signor mio le vostre dispensazioni
degnissime; ma abbraccierollo, come dalle mani vostre venutomi
in punizione giustissima delli miei soli peccati; giacché
le penalità temporali non furono per altro sofferte, che
in soddisfazione delle vostre Creature. Ohimè misera, che
io non son degna d'esser soddisfazione di molte: quando altro
non sono, che incitamento dell'ira vostra; in tutte Signor mio
il vostro preziosissimo Sangue è unica e sufficientissima
soddisfazione nostra; poni amabilissimo Gesù gli occhi
pietosi alle sacre fessure delle tue santissime piaghe, e miraci
per quelle con sguardi di Padre e Redentore; poiché, si
iniquitates observaveris Domine, Domine, quis sustinebit?
Madre Santissima senza la vostra mistura non si commoverà
alle nostre miserie la pietà di Dio contro di noi giustamente
sdegnato. Tu sei Madre, Padrona ed appresso Iddio Avvocata Nostra,
Tu nostro rifugio, guida. e defensora: Sub tuum praesidium
confugimus, sub umbra alarum tuarum protege nos. Ohimè
Padre quanto mi è grave la mestissima ricordanza delle
suddette cose e particolarmente mi affligge ciò che conobbi
nelle parole del Signore, quelle però, che ultimamente
disse: e dopo tal raccolto butterò in essi il fuoco eterno;
le quali disse per moltissime meschine; ma io più d'ogni
altro mi dolsi d'alcune anime consacrate a Dio, quali benché
non sono arrivate al fine della loro perdizione sono nondimeno
per il lor mal principio nel cammino dell'Inferno per la cui abituata
durezza si rende irreparabile la loro rovina: ohimè, ohimè,
che per l'acquisto del vilissimo carbone dell'amor proprio si
rifiuta la inestimabile margarita della grazia di Dio! Tema, e
trema chi si ha inghiottito tal veleno; poiché gli sovrasta
l'eterna morte. Ahi che divisioni son queste, che trasfissioni
crudeli, almen mi fossero ignote; poiché nel solo pensarvi
mi trema il Cuore nel petto, e per più ragioni io devo
vivamente sentirlo, e tanto basta. Per carità, Padre mio,
non mi domandi, né delle persone, né del numero;
poiché senza bugia, posso non dirlo, nemmen del suo rimedio;
poiché non sta in mio potere risponderle altro, che fuoco
eterno, fuoco eterno, fuoco eterno.
.......Rimango io dopo assai confusa nell'accorgermi,
che così alla distesa parlo col Signore; benché
senza avvedermene, io prego Iddio, che ciò non ammetta
a mia presunzione, ed a Vostra Reverenza che non mel proibisca;
poiché in tempo di tanta mia sterilità spirituale
non mi è possibile il dir una parola, senza che non mi
rivolta a Dio, nel quale odore par che si reficiasse alquanto
l'anima mia, benché in modo insensibile; e sentomi, che
il nome santo di Dio mi apre l'intelletto con darmi moto alla
lingua, in modo che mi facilita a segno di non credersi somiglianti
discorsi; nel fine del quale mi torna la solita stupidezza, insensibilità
ed ignoranza, appunto come prima; del resto se sono in errore
mi corregga, che voglio sopra ogni altro la santa obbedienza,
dall'esser io tanto tarda nel farle questa relazione. Io non mi
ricordo qual sia stata la cagione, né so trovare da dove
ciò sia accaduto. Confesso nondimeno con mio confuso rossore
esser io l'esercizio della sua pazienza, di tanta mia trascuragine,
me ne ha fatto accorta il Signore, dandomi nella presente penuria
di pioggia il medesimo sentimento; ma non da se stesso; ma facendomi
imprimere nel Cuore sì il suo lamento, come puranche li
medesimi effetti, che allora mi cagionarono, quali sono li suddetti.
E ciò parmi abbia fatto con una locuzione interna per mezzo
del mio Sant'Angelo Custode, parlando all'anima mia come io sua
Persona quale mi ha dato certezza, che trovasi il mio Signore
nel medesimo abbandono.
on
è da credersi Padre quanto mi insidia il Demonio sopra
la santa obbedienza, egli mi sprona a fuggirne anche il nome con
addurmi tante e tali ragioni opposte ad essa, ch'è una
meraviglia, non lascia, che mezzo usare per distormi di sì
benedetto cammino; egli mi suggerisce qualità d'inaudita
laidezza in persona dei miei Superiori, provocandomi a sdegno
con li medesimi, e mi forma una gustosa pace, benché io
la riconosco falsa, quando me ne sto per alcun tempo senza conversarci
con promettermi una continua quiete se me ne privassi affatto,
dandomene un saggio, come per prova. Insomma egli me l'ha reso
difficile, che andando per qualsivoglia occorrenza alla presenza
delli miei superiori parmi mi portassi alla tortura; e provo nel
trattenermi con essi le mie molestie tutte duplicate, a segno,
che sensualmente non mi veggo l'ora che mi parto; ma sopra ogni
dire si duplicano, quando Vostra Reverenza per farmi carità
si affatica con la sua solita pazienza ad insegnarmi alcune cosucce
appartenenti alla perfezione, come anche circa la Santa Fede di
cui dimoro sì sprattica ed ignorante, che a gran fatica
so recitare il Credo, come Vostra Reverenza sa per esperienza;
ciò non può soffrire il nemico, ed una volta infierito
oltre modo contro Vostra Reverenza esclamò: maledetta
Carità, nel di cui atto Iddio mi toglie la potestà
di addurlo a mio modo nel male, che in lui pretendo; e dopo
rivolto a me minaccioso anche mi disse: maledetta l'umiltà,
pabolo, e contegno d'una tal carità; e fulminando mi
lasciò una inquietudine grandissima, con che io provavo
la santa obbedienza un insoffribile giogo, un peso smisurato,
un continuo tormento, e tanti altri malissimi effetti tutti contro
Iddio, e la mia vocazione. Ieri stando io apprendendo da Vostra
Reverenza in Confessionale quelli insegnamenti sopra li sette
sacramenti della Chiesa pativa parimente li suddetti disturbi,
benché al solito coll'aiuto del Signore io gli resistessi;
ne seguì dopo la chiamata delle Romite nel Monastero per
assistere a quella Sorella, che moribonda si stimava; e stando
io con esse nella sua cella, rinvenuta ella alquanto, Vostra Reverenza
le fece recitare certa giaculatoria, che non so per qual fine
Vostra Reverenza le ordinò, che a me l'insegnasse. Ah ora
mi sovviene, fu acciò io dopo la recitassi insieme con
le Romite alla nostra Colombella Rosata per aiuto della suddetta
Sorella. E volendo quella far detta obbedienza mi fece appressare
al letto; ma, Gesù! quando io l'intesi, ebbi in far ciò
grandissima ripugnanza, sentendo vergogna grandissima di comparire
sì singolarmente innanzi a Vostra Reverenza. Né
feci a tal ripugnanza resistenza nessuna, anzi le condiscesi senza
repulsa, stimandola naturalezza e costumanza mia, senza avvedermi
che in ciò vi era gran parte del Demonio, che così
malamente mi dispose nella santa obbedienza. Incominciò
dopo la Sorella inferma ed insegnarmi quella orazioncella, ed
appena dette le prime parole, che furibondi mi assalirono li nemici
infernali, e con una straordinaria rabbia mi privarono dei sensi;
e per via di spinte, e strappamenti crudelissimi portarono l'Anima
mia totalmente in poter loro, e con qualche straordinaria pena
più del solito l'afflissero, ma quel che più mi
atterrì furono le terribili minacce di pene future: mostravansi
ancora molto rabbiosi con Vostra Reverenza per cagione del suddetto
comando, e parimente con la nostra inferma, che con alcun travaglio
prontamente l'eseguì. Ed io conobbi che il Demonio non
aveva nell'Anima sua parte veruna, nemmeno in molestarla per via
di suggestione diabolica in quel terribile passo, che le sovrasta,
in modo, che egli si cruccia di fremore, e di rabbia per tal sua
perdita, portando in tale occasione incatenata la sua potestà.
Io Padre ingenuamente dico ciò che non posso trattenere
celato. Sappia Vostra Reverenza, che Suor Maria Cristifera (secondo
il mio sentimento) andrà in Paradiso di sicuro; compiacendosi
il Signore molto dei suoi patimenti, quali la tormenteranno terribilmente
sino al fine; e questa è la cagione che il Signore la libera
dalle molestie infernali. Tanto io conosco, benché in modo
non tanto soprannaturale, benché sono più che certissima
della libertà infernale totalmente perduta sopra quest'Anima
benedetta. Finì dopo questa mia dolorosa estrazione dei
sensi, in atto che i Demonii mi davano un infelicissimo ingresso
nel medesimo Inferno, nella di cui entrata l'Anima mia meschina
patì un indicibile spavento, benché per non so che,
qui finì la pena, rimanendo io libera inaspettatamente,
benché nel Cuore molto offesa per tale sbigottimento. Prego
Vostra Reverenza a non contentar il nemico nel risparmiarmi la
fatica che provo nei suoi comandi, atteso che io già ho
fatto esito d'ogni mia consolazione, e facendo scelta della Santa
Croce mi ho risoluto incessantemente patire, e precisamente quello
più glorioso stimo, che mi vien dato per mezzo dell'obbedienza
santa. A tal Paradiso mi chiama chi factus est obediens usque
ad mortem. Egli alla gloria della Croce mi invita, dicendomi:
hodie mecum eris in Paradiso.
ddio
gliela paghi Padre in consolazione e pace la benedetta occasione
mi diede, quando per un suo comando mi impose, che non ostante
la mia solita tiepidezza supplicassi il Signore per quel Signor
Cardinale di cui non so altro nome. Supplicando la Maestà
Divina per la salute spirituale e corporale di detto Signore con
altre circostanze, che Vostra Reverenza sa, che perciò
qui non le ridico. Confesso io il vero che tal comando mi confuse
oltre modo, poiché mi fu intimato in tempo in cui l'Anima
mia era compresa d'una oscurissima caligine, che affatto la privava
di ogni facoltà. Accettavo io nondimeno con la prontezza
possibile tale obbedienza, e sopravvenendo il dì seguente
la solennità della Pentecoste procuravo io nel momento
della Santa Messa insieme col Sacerdote esporre al Signore tale
supplica, in forma però di memoriale scritto col prezioso
sangue del nostro amante Redentore sopra le candide e purissime
specie sacramentali, offrendolo dopo all'Eterno Padre in persona
del suo svenato e sacramentato Figlio. Oh Dio, Padre di misericordie
infinite, Padre dei lumi e di eccessi Divini, Voi che a guisa
di sole in una generalità pietosa vivificate le vostre
Creature in questa mia tiepidissima offerta non mi rigettasti,
siccome il mio demerito meritava; anzi, o mio Dio, Padre, e Creatore,
con una amorosa simulazione velasti la natura divina col manto
d'una compassione umana, con che punto non indignasti il vilissimo
lezzo dove l'Anima mia dimora, anzi con amorosa acutezza trapassarono
i tuoi lumi la profondità delle mie tenebre, e schiaritola
alquanto, e risorta di tal barlume alzò verso l'altezza
delle tue dovizie il suo pesante capo, che in tal salita prese
un pò di fiato; e nel primo respiro intesi non so che di
odor divino; oh fragranza divina, oh Serafica ambrosia! Tu che
profumi i Cieli spargesti sopra la puzzolente anima mia un sol
fiato soave, come di rose, che disfumando dopo in un momento,
intesi come da molto lontano articolatamente così dirmi:
Rose del Paradiso, sono le Anime afflitte. Ricordati Figlia,
che: Rosa utilior est in saporis amaritudine, quam in odoris
suavitate. Con che, oh tromba divina insonasti al mio Cuore
una voce gioconda, con comunicarmi chiarissimo il senso di tali
parole! In esse compresi come all'odorato tuo santissimo odorava
quell'Anima da me a te commendata come Rosa bellissima, essendo
a te più cara nell'amarezza delli suoi patimenti, che nella
santità dei suoi sacrifici a cui io conobbi già
sedata, e ferma nella Compiacenza Divina, in questa però
della sua tolleranza, che ti darò mio Dio in gradimento
d'una tale sovrabbondanza, quale fu all'Anima mia rugiada bella
e soavissima quale io nella qualità posso domandarla Torrente,
benché nella quantità posso nominarla Stilla; non
essendomi dato più, che nel brevissimo istante, che la
sacratissima Ostia stiede alzata nella Santa Messa; sicché
tal divino torrente scorse velocissimo per l'aridissima terra
dell'Anima mia, che per la sua siccità di sì lungo
penare, certo, mio Dio, che dimora la misera pur troppo siziente;
né potei questa divina effusione profondamente penetrarla
fuorché rinfrescarla nella sua più estrinseca sostanza,
né so in realtà quel che mi cagiona questa divina
frescura, se é gioia, o tormento; poiché essa nel
suo passaggio trasse dalle più intrinseche parti dell'Anima
certi focosi affetti, che a guisa di caldissimi vapori accesero
nella parte sensibile, sicché rifacendo quello umido, mi
struggo, mi consumo, di più a sazietà berne. Ah
Signor mio, che il tuo fuoco divino non ha dove attaccarsi, quando
mancano le legna della tua Santa Croce.
.......Deh dunque mio Dio, affascia, cumula, lega questi
sacri sarmenti, e carica di essi Ben mio, me tua vilissima giumenta,
che io giubilerò, sì carica di questi cari germogli,
essendo fruttificata da te mia dolcissima Vite, con tutto che
nella mia derelizione, ohimè recisi da te li veggo; onde
altro non mi producono, che aridità inaudita. Bacio io
nondimeno l'adorabile mano dell'Agricoltore Dio Padre, che col
meritato taglio del furor Divino così da te mi divise.
Passo dunque mio Dio al tramezzato racconto con dimostrar la mia
solita ignoranza che dopo verso il fine mi sopraggiunse, rendendomi
già perplessa se quella mia preghiera aveva la Maestà
vostra accettata per quella persona, che io intendeva; sicché
più specificatamente per il Signor Cardinale due volte
vi dissi; onde con voce affabilissima intelligibilmente così
fui assicurata: sì, si, il mio Bonelli, il mio Bonelli;
io Rosa amara la voglio: e qui finì il mio intendimento.
.......Padre che vuol dire questo nome io non ebbi ardimento
di domandare al Signore. Chi sarà costui? forse così
si domanda questo Signore Cardinale? se altrimenti è, io
non so capire il senso; se ho commesso errore saprà Vostra
Reverenza correggermi, che assicurata da ciò io me ne resto
quieta all'oscuro della mia ignoranza.
adre
la nostra povera inferma, secondo ho inteso patisce una infermità
sì lunga e fastidiosa, che credo causerà alle nostre
buone Sorelle non poca stracchezza alle quali io in estremo compatisco,
conoscendole tutte di pochissime forze, e quasi inferme, e desiando
che il Signore me le conservi di buona salute per suo maggior
servizio; supplico perciò Vostra Reverenza a consegnarmi
questa mia carissima inferma a cui io desio servire, come farei
a Gesù Cristo piagato nel duro letto della Santa Croce;
e benché non tengo per tal ministero Carità nessuna,
spero chiederla alla nostra Madre Santissima imitando la sua pazienza
praticata ai piedi della Santa Croce; di tutto ciò umilmente
a Vostra Reverenza ne supplico, e resterò sempre contentissima
del suo comando; se si contenta Vostra Reverenza, desio, che me
lo imponga in modo di penitenza; sicché niuno si possa
immaginare che tanto mi si ordina a mia petizione. Per carità
la secretezza in estremo le raccomando. Vostra Reverenza mi benedica
Maria Crocifissa.
.......Fu concesso dalli Superiori solamente pernottare
nell'inferma, e nel giorno far l'officio di Servente nelle Romite,
e tanto ella fece in sino alla morte di detta Sorella, che fu
ai 29 maggio 1674.
h
Padre, oh Padre quanto sono occulti imprescrutabili li zeli, e
bontà, e misericordie di Dio! già finì in
questo punto la penosa vita della nostra avventurata Sorella,
e con una dilungata agonia che parmi stesse sempre moribonda per
lo spazio da circa venti giorni, io con una fretta al cuore dirò
senza ritenzione: mirabilis Deus in servis suis, mirabilis
Deus in servis suis.
.......Fu l'anima mia nel punto di sua morte certificata
con una mirabile sicurtà che sopra il nostro Santo Monastero
stanno con affetto paterno fissi gli occhi di Dio, per il di cui
bene permise una sì lunga e molestissima agonia alla nostra
cara Sorella, cioè in punizione di due difetti, uno nel
corpo della nostra comunità, e l'altro della medesima inferma:
il primo fu che sotto manto di carità si diede occasione
alla suddetta di domandare alcuni non necessari sollievi che davano
in alcuna parte nel superfluo, perché sforzandola alcuna
a domandar ciò che appetiva, essa benché resistente
accettò alla fine a tal segno l'offerta, che facendosi
lecito ogni possibile aggio, domandava il tutto a suo piacere;
di tale insolito abuso in estremo si scompiacque il Signore non
tanto in persona dell'inferma, quanto per la colpa di chi cagionò
tale rilassazione in una comunità che di tal difetto etiam
se ne aborrisce il nome, mostrandosi oh! quanto severo e terribile
il Signore verso chi cagiona difetti comuni, il che con una punizione
amorosa, sanando il Signore dando una lunghissima molestia alla
nostra comunità per cagione della medesima inferma, in
sino a tanto che tal difetto fu conosciuto ed emendato, poiché
il benigno Signore elesse la mia perversità per medicare
questa ferita; imperocché assistendo io in questa notte
con la moribonda non so come avvertii tal disordine che abboccandomi
con altre due Sorelle involontariamente l'assicurai che durerebbe
tanto la pena nostra comune, in sino all'emendazione di tal mancamento,
io non so dopo che eseguirono quelle, ma parmi che si corresse
il difetto con un ordine che diede la Madre Abbadessa in riparo
di tale abuso.
.......Il che fatto, poco dopo morì l'inferma;
il secondo difetto fu in persona della Sorella, fu un poco di
confidenza superflua, che per conseguenza menava mancanza di contrizione,
ed essendo puranche nel medesimo tempo da me avvertito, credo
che fu parimente a quella avvisato, poiché ho inteso che
quasi tutta la mattina fece atti di pentimento di vera contrizione
contro il suo solito, desiderando la confessione poco innanzi
della morte, quale un'ora dopo seguì.
.......Padre io resto consolatissima della nostra cara
defunta animuccia amata dal Signore, ma più mi stupisco
dell'abbondantissima dilezione di Dio sopra il nostro Monastero
che con la sovrabbondanza divina così lo colma con comuni
ed efficaci avvertimenti, non si può dire quanto ci desidera
santi il Signore, io mi sento oltre modo affrettata a dargli questo
scritto, e di ciò non so altra cagione, che un impulso
e brama interna, e però tralascio alcuni sfoghi che mi
bollono al cuore, né posso tralasciar di dire che amabile,
dolce, misericordiosissimo è Dio, beato chi l'ama; ma infelice
ohimè chi non ci corrisponde! Io devo dire che di avere
avvertito tali difetti punto non me ne accorsi allora, nemmeno
sinora me ne sono ricordata, io Padre sono quella vile giumenta
che tanto opero per quanto mi batte il mio Padrone Iddio.
azienza,
Padre, pazienza, pazienza, ecco che conviene a Vostra Reverenza
soffrire nella memoria la mia brutta figura, che per molto mi
ho affaticato di non disagiarla, di ciò la medesima forza
diabolica mi notifica quanto sia male il non manifestare alla
santa obbedienza quello mi accade, poiché nelle sue forti
persuasioni di usar con mia guida lontananza e silenzio, conosco
esser malissimo ogni piccolo indugio non che silenzio, ohimè
dico io quanto sono stata molestata di innumerabili e formidabilissimi
ribattiti per il tempo di circa otto giorni, nel quale tempo misera
me! son divenuta più dal solito un scherzo d'Inferno, mentre
da vilissima ed ignorante per addizione diabolica sono traboccata
nelle sue branche maligne nella esecuzione del silenzio cennato,
benché Padre mio io compatisco me stessa, poiché
furono fierissimi, gagliardi e mai usati li mezzi, anche me lo
impose, li consigli, le minacce, li fulmini, io poco avrei stimato
a paragone dell'inesplicabile terrore che mi vomitò nel
cuore di non comparire innanzi a V. R. né con carta, né
con parole, e volesse Iddio che io finissi di averlo poiché
più che mai mi trovo inviluppata in sì crudelissimo
affare che gran fatica mi ho posto a scriverlo con prometter a
me stessa che non sarò mai per dare; la cagione ella fu,
che avendo io in cognizione quanto si trova V. R. per la Dio grazia
avvezzo a tante e tali divine conteste, quali sono le quasi continue
che ci danno le sante anime che sotto la sua direzione si trovano
che io ier sera per leggerne sol una, quale potei ottenere da
nascosto mi passò dico una intera notte con in una irrimediabile
vigilia passandola tutta con uno stupore sì grande che
non mi faceva mai capire come possono succedere queste presenze
di Dio, questi dolcissimi deliqui; beato V. R. che intende e gusta
sempre nella sua conoscenza questi beveraggi del Paradiso, or
veda Padre e discerna lei che sape la mia deformità interna,
se io son degna di accoppiarmi insieme sotto una medesima guida
con anime sì sante, no, no, non sarà giammai che
la carità mel proibisce, poiché saria un far morire
di sdegno V. R. quando dopo la dolcissima bevanda prestatale da
quelle sue angiolette comparisce la zingarella d'Inferno, la povera
anima mia, con un vaso di fiele amareggiandola con un continuo
racconto di quello mi occorre nelle più profonde caverne
infernali circondata intermissibilmente da' miei fierissimi nemici.
Ah Padre, io non trovo pratica umana, né divina, poiché
io sono come dissi la povera Zingara infernale (così da
poco in qua mi domandano li spiriti maligni) destinata in perpetuo
alli mantici dell'Inferno, misera me, nera, affumicata e puzzolente,
come farò ohimè così deforme? Gesù
come voglio fare io muoio di rossore, mi strugge la vergogna,
vorrei mi inghiottisse la terra, per più non comparire,
e che io dopo devo comparire in compagnia delle belle vesti nuziali
con la mia lacera cignella, io mi cruccio di errore, no, no, non
voglio farlo, sol per questa volta il farò, raccontando
in brevità possibile ciò che mi occorse oggi ad
otto nella conoscenza di una frode nemica: serri gli occhi V.
R. delle cognizioni celesti, ed apra per carità quelle
di una vera compassione, e miri con essi Gesù Crocifisso,
e tragga dalla sua tolleranza pazienza bastante a mirare ed udire
da me miserabile infelicissimi racconti: ecco dunque che a V.
S. si porta la povera cieca, la creatura meschina, lacera e deficiente
che il mio parlare mi palesa per cittadina infernale, mentre altro
non mi accadde che attitudine d'Inferno, nam et loquela mea
manifesta me facit.
.......Due ore dopo che morì la nostra Sorella
Maria Anna mi assalì la diabolica assistenza con insolita
forza, che mi sconvolse in tal modo l'interno, che pativa in esso
atrocissime torture, divenne il mio cuore un teatro miserabile
dove si rappresentarono al vivo li mestissimi gesti che attualmente
si rappresentavano all'Inferno imprimendomi nella memoria quanto
poco fa conobbi nel medesimo Inferno, in cui si finse un orribilissimo
incontro ordinato ad un'anima già entrante in quell'orribile
fiamma, nel di cui ingresso si rinnovarono tutti li strepiti,
urli, e clamori di quelli mostri fierissimi, che notificandomi
già esser quella la Sorella nostra, mi minacciarono tutti
esser quella vista un sol presagio, un sol proemio del tragico
successo che poco dopo saria per succedere nella mia misera morte,
in cui si stabilirà la mia dannazione eterna. Ohimè!
misera e dolente che io anco se potessi non voglio inoltrarmi
alla distinzione, né della pena che in quella anima conobbi,
né dell'orrore che la mia ne concepì, poiché
standone io sì malamente esperimentata parmi mi fuggisse
il cuore a saltone alla sola ombra di sì fiera ricordanza,
sì che confidata nella pietà di V. R. mi permetto
la libertà di sbrigarmi al possibile di somigliante racconto,
onde me ne passo veloce alla generalità di quelli, e però
dico che vidi quella meschina che simulatamente la nostra Sorella
fingeva, tanto maldicente, bestemmiatrice, e disperata che li
suoi strepiti, maledizioni e clamori, parve anche facessero contremiscere
le creature, tuonare il cielo, e precipitare il creato, alle di
cui voci faceva eco mestissimo tutto il bisbiglio infernale, ohimè
che confusione, che stridore, che fiamme! io pativo più
l'istesso, mentre in una aspettativa crudele quando vidi per il
più piccolo strumento mi si preparava, poco durò
la lugubre vista, ma l'impressione fu lunghissima, che in forte
immaginazione, parmi per più giorni continui dove sono
andata aver condotto meco l'Inferno, in questa orribilissima figura;
la notte seguente crebbe a tal segno questa deformità diabolica
che affatto non so esplicarla, ogni piccola boscaglia, ogni venticello
mi pareva un alto monte traboccante, un esercito di fantasmi,
pieno di rimbombi d'Inferno, più non capiva in me stessa
per il batticuore continuo; l'oscuro, oh quanto mi intimoriva,
tanto che in quella sera mai mi saziavo di accendere lucerne per
illuminare le stanze, così mi passò quella penosa
notte tutta in singulti e clamori interni, anche tra il sonno
molta compassione sentivo in vedere una Sorella mia amatissima
già nell'inferno dannata, poiché era incapacissima
della sua salvazione avendola già vista in compagnia dei
dannati, sopraggiunse tra questo la mezza notte, e recitato mattutino
ci posimo tutte all'orazione; ora, ohimè! per l'afflitta
anima mia non già di unione divina, ma di crudelissimo
tormento, dove la diabolica furia più si infierisce ai
miei irrimediabili danni, sicché in questa volta duplicandosi
a meraviglia li suddetti patiboli mi costringevano i nemici a
voler Gesù, che non posso dirlo, come farò ohimè?
ma già io trovo il mondo, volevano dico, che io così
verso il mio Signore dicessi come contro il Demonio dico, cioè:
maledetto, maledetto sia il Demonio, a tutta forza a ciò
mi istigavano adducendo per cagione la crudeltà grandissima
con che aveva dannata una religiosa sì buona, io benché
mi sentiva immersa tra mille malissimi effetti tutti di odio,
sdegni, disperazioni e rancori che a gran condiscendenza appetiva
nel senso a quanto essi mi ingerivano tutta volta il mio Gesù
e Maria, benché insensibilmente dalle suddette voglie mi
difesero, poiché io con una intrepidezza inaspettata dissi:
" confesso il mio Dio amabile e pietoso nella salvazione
di mia Sorella, siccome l'adoro terribile e giusto nella dannazione
di voi miseri ed infelici: " qui non posso dire quanto tremarono
quei miseri, ma oh malignità invincibile che non ostante
tanto terrore tra lo stesso spavento mi eccitavano alla falsa
credenza, che fattosi poco dopo come prima rigorosi gridarono
a gran voci: orsù si conduca qui quell'anima, acciò
ella medesima testifichi a questa maledetta miscredente la dannazione
sua; ah! che io mi desio senza lingua, più meglio assaggiar
tanto fiele in questi felicissimi racconti, atteso che per ogni
parola parmi ne inghiottisse un gran sorso, ohimè! dico
in dar quell'ordine quella schiera maledetta intesi verso il principio
del nostro corridore un mestissimo e sotterraneo lamento, a guisa
di rancore, e poco dopo appressandosi intesi con mio incredibile
terrore un suono di spaventevoli trombe accoppiato con tremendissimi
strepiti di catene e lance, oltre alli moltissimi bisbigli che
quelli miei assistenti facevano, notificandomi tutti come già
son viva; poiché per ogni strepito di quelle mi si svelava
il cuore stando io senza occasione sì pronta al timore
come sopra dissi, qual dovette essere all'ora in questa mostra
terribile, Iddio solo il sa, che io non posso spiegarla. Or stando
io tra questo, posta alla porta dell'oratorio della parte di dietro
stava immobile tremante, aspettando il terribile arrivo di quella
che molto pienamente si appressava, che tralasciando li moltissimi
suoi strepiti e moti, uno solo più di tutti mi atterriva,
il che era un pesantissimo passo che ognuno di essi mi sembrava
un fortissimo tuono, e dando il decimo primo, che fu quello che
diede innanzi alla porta della Madre Santissima del Rifugio, gridò
con una terribilissima voce: ohimè! Maria mi batte!
tira verso qui: quelli nell'oratorio risposero: non posso,
non posso, ella mi impedisce, quella soggiunse; e in dir questo
precipitò quel Demonio che la nostra Sorella fingeva, e
con un fracasso sì grande che a me pareva rovinasse il
mondo, subissò parimente in quello istante la maledetta
turma che meco assisteva, e nell'atto di traboccare così
esclamarono: Oh maledetto passaggio, maledettissimo incontro
in cui Maria ci atterra! e così ne andarono. Rimasi
io talmente sbigottita, che per ogni respiro mi pareva la morte
mi attribuisse, e dimorando così per buon spazio mi confortò
alquanto una mansuetissima voce, che standomi a canto compassionandomi
disse: " Pazienza, pazienza meschina, niente, niente Sorella,
il tutto è stato una simulazione diabolica, di cui ti ha
liberata la nostra Madre e Regina, consolati, consolati, e sappi
che ogni tal diabolico martirio è un passo alla tua morte,
poiché nella distruzione che ti causano, consumandoti,
siccome si vede, il tuo povero naturale, al fine ti affrettano;
" così la mia bella Rosa mi disse, e mi lasciò
consolata.
.......Padre il passaggio che dico di quell'anima finta
anco visibilmente apparì, poiché a giorno chiaro
comparsero nel pavimento del nostro corridore certe grandissime
pedate di tanto orrore c spavento, che le nostre romite certamente
dicevano essere state quelle di alcun gran Demonio, benché
del seguito nulla sapessero, io per mia confusione confesso come
la nostra Maria Santissima permise questi segni nel suolo, acciocché
così mezzo manifestato il caso, io mi sentissi obbligata
appresso V. R. a manifestarle il successo, altrimenti credo io
per la suddetta cagione di non più infastidirla con simili
racconti, li avrei certamente taciuto; gli effetti dopo che la
suddetta mostruosità mi ha lasciato, sono di innumerabile
quantità e di iniquissima sorte, tanto che sino al presente
patisco straordinari, indicibili e crudelissimi martirii, contro
tutto il visibile ed invisibile, poiché uno mi provoca
a sdegno, e l'altro ad incredenza, la salvazione della Sorella
mi costa sudore e lacrime, poiché io senza tal violenze
non posso crederla, e parmi una burla tutto il Paradiso (Gesù
io non vi do consenso) se altre volte salva la stimo, mi cruccia
la invidia e l'odio contro Iddio, che così senza fatica
la salva con sentir nel mio cuore viva rabbia, e sdegni contro
li servi di Dio, ed anco li beati e santi del Paradiso, ma che
potrò mai dire delli miei martirii interni, nulla per certo,
poiché fora del soffrirli, del rimanente io stessa nemmeno
li comprendo. Mi è rimasta una paura di questa nostra defunta,
che parmi sempre la tenessi al fianco di quella orribilissima
figura, e la notte in particolare patisco perciò pene d'Inferno;
altro rimedio non ho che accendere lucerne, tanto che anco nel
mezzo giorno cammino con la candela accesa in mano, che per la
gran stravaganza le nostre sorelle non possono contenere la risa,
io Padre non posso farne di meno, spero che il Signore compatisca
la mia ignoranza, Madre Santissima scusate voi la mia fragilità
appresso il vostro amabilissimo Figlio, io sono vostra schiava
vilissima, imbiancate le tenebre mie con la candidezza vostra.
.......Io sentomi rimordere la coscienza di certe parole
che nel primo foglio malamente dissi dicendole vinta di quello
errore che sentomi di non infastidire più V. R. cioè
che non voglio più accoppiarmi sotto una medesima guida
con quelle anime sante, io me ne pento Padre, e voglio resistere
con l'aiuto di Dio a questa mia occulta superbia, rimettendomi
al voler divino per mezzo della santa obbedienza, e prego V. R.
a non scandalizzarsi di questi miei risoluti voleri, quando dico
voglio, o non voglio, poiché io sinceramente voglio che
sappia lo stato del mio Cuore, e senza mettere freno alla mia
imperfezione alla sua presenza le lascio liberamente scorrere,
non per pretenderne alcun suo favorevole intento, ma acciò
sia a V. R. noto come attualmente l'eseguisco per riportarne dopo
il castigo condegno, la carità sua se sono in errore non
mi lascerà così alla cieca traboccare, ma ne spero
la dovuta correzione, quale io abbraccerò nei suoi comandi.
