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sono sognata pochi giorni sono in questo modo: parevami vedesse
con l'intelletto certa sorte di penalità atrocissima, e
quasi eguale a quella dell'Inferno, benché io fui certificata
essere dal Purgatorio, in questa penalità dico, vi era
immersa un'anima afflittissima sostenente sì terribilità
di pena, la quale in vero è atta a commuovere a pietà
il mondo tutto. Oh! se fosse manifesto alle creature l'atrocità
di quella, certissimo stimo, che tutti si risolverebbero in lacrime,
amari sospiri, e dogliosi lamenti, griderebbero a gara: pietà,
pietà, sino a penetrare i Cieli; io mi confondo nel spiegarla,
non so come dirla, ma almeno la significherò in parte.
Era dett'anima tormentata dalle pene, che altri patiscono senza
differenza, ma le erano tali pene come un gioco a comparazione
di quella che straordinariamente pativa, era essa posta in una
penosissima agonia simile in tutto a quella si prova nell'ora
della morte temporale, ma con questa differenza però, che
questa era della morte eterna; e siccome la pena dell'agonia,
non consiste in altro, che nella divisione, che si fa dell'anima
e del corpo, e per la sentenza, che soprasta al moribondo non
sapendo come andranno i fatti suoi, la quale temenza lo rende
( massime quando conosce che molto malo principio si dà
allo stato suo ) assai atterrito, e fatigato, sì come l'esperienza
ce lo insegna, vedendosi per lo più questi tali freddi,
gelati, pallidi, tremanti, e pieni di gelati sudori, tali che
rendono orrore, e confusione a chi li mira, e solo sono questi
calamitosi avvenimenti per la separazione dell'anima, e del corpo,
e del dubbio della salvezza, che sarà dunque di quella
terribilissima agonia che patisce questa povera anima? la quale
non teme per il dubbio della sua salute, ma paventa della sentenza,
che di punto in punto crede udire della sua dannazione, poiché
Iddio così la tormenta, tenendola certissima, che si abbia
da dannare, tenendola sempre in certo stato, che ella sempre aspetta,
che si proferisca la sentenza di morte eterna, senza che vi fosse
nessuna speranza di salvarsi, e paregli, che Iddio sempre stesse
( per dir così ) in atto di aprir la bocca per condannarla,
ed il Signore le nasconde il tempo passato, per il quale essa
potrebbe sperare di non dannarsi, mentre la sentenza sua non è
stata proferita in tanto tempo; nemmeno le dà a conoscere
il tempo avvenire, cioè che sarà salva, e che quello
spavento in che si trova è il suo Purgatorio, ma solamente
la fa consapevole di quel momento presente, il quale passato non
si ricorda più, ma solo di quello, che allora prova. In
questa agonia ancora prova la separazione, ma non di corpo, ed
anima, ma di anima e Dio, mentre si vede vicina la pena del danno,
oh! gran miseria, oh! pena più che insoffribile, oh! quanto
ci costa un sensuale diletto, ed un'opera contro Iddio, oh! quanto,
oh! quanto diverse sono le pene del Purgatorio di quelle ci crediamo;
io non so come né meno potere assomigliare la già
significata pena, vedasi qual pena sarebbe di quel tale, il quale
trovandosi alla riva del mare, vedesse con grandissimo stupore
andarsi fra poco tumultuando il mare, in modo che giungesse sino
alli Cieli, e dopo senza potere da quivi partirsi, o vedesse velocissimo
precipitare sopra di esso, o pure vedesse sé stesso circondato
da altissimi monti, la quale sommità arrivasse alle stelle,
e di altro composti non fossero, che di voragini ardenti, e dopo
assalito da feroci leoni ed altri velenosi animali, li quali in
moltissima copia dietro gli corressero, qual miseria, qual confusione
sarebbe di quel meschino? se egli fugge, sarà incenerito,
se veloce non corre, sarà divorato, ma oh! cosa di burla
il comparare il temporale con l'eterno, la vita con la morte!
vi è tra questa figura e il figurato giusta la distanza
si trova tra l'Inferno, ed il Paradiso, poiché qui altro
non si teme, che la vita temporale, e la separazione dell'anima,
e del corpo; ma ivi non si teme, ma si aspetta, non morte temporale,
ma eterna, né meno divisione di corpo, ed anima, ma di
anima e Dio, con la quale separazione altra comparazione eguale
non si può dare che l'istessa; non posso più dire,
né meno molto pensarvi per il molto spavento mi causa simile
memoria, solo dico, che si trova detta anima in continuo grido,
gridando: aiuto, aiuto, in guisa di chi con le braccia aperte
sta in atto di ripararsi dalla sovrastante rovina, sempre tremante
stupita, e gemebonda, sicché si potrebbe dire di questa
che è tamquam non esset, poiché si trova
sempre in un punto di annichilarsi in Dio, essendo li dannati
meno e peggiore del nulla. Altro non dico, poiché conosco
che per molto che dirò, sempre niente sarà, lascio
che lo considera, chi se la può immaginare maggiore, almeno
si compatisca già che compitamente non si comprende, e
ciò sia nel suffragarla poiché non invano il Signore
ciò mi mostrò, ma tanto fece, dimostrandosi verso
quella, amorosissimo padre, poiché egli con la sua giustizia
la punisce, ma con la sua bontà la sollieva, facendo che
sia aiutata da chi a lui piace, ed esso Signore ha fatto l'ufficio,
che quell'anima meschina per il gran stupore non può fare,
non potendo per brevissimo tempo divertirsi di sì penoso
terrore, cioè chiedere aiuto d'alcuno suffragio, e mentre
il Signore tanto per giustizia le nega, per mera pietà
lo concede, con duplicato sollievo facendolo lui stesso, il quale
nel mostrarmi questo, parmi molto mi incarisce il sollevarla,
e che precisamente per quella applicassi ogni sorte di patire,
tanto volontario ed esterno, quanto involontario, ed interno,
e che molto le giovava l'offrire li suffragi, che se le faranno
in unione dell'agonia, che lui patì nell'orto, e che ciò
le sarebbe di molto suffragio, e mi intesi eccitata a manifestarlo
per quanto più presto poteva, acciò sia d'altri
sollecitamente aiutata, e che tale carità sarebbe stata
molta grata a Dio. Conobbi ancora, che gustava il Signore tenere
il nome di detta anima celato, acciò che noi non sapendo
a chi applicare il bene, andassimo da lui, acciò esso qual
dispensiere amoroso dispensasse a quella meschina il bene operato,
e tanto gustava per avere ancora lui occasione di congiungerci
( senza fare aggravio alla sua giustizia ) alcuna sua elemosina,
potendo ciò fare giustissimamente, vedendo farlo a quelle
che esso virtuosamente l'aveva insegnato, essendo conveniente
come nel suo Evangelo si dice, facere et docere, intesi
ancora, che doveva la detta anima dimorare in quella pena un anno,
se tale tempo non le era abbreviato dall'opere soddisfattorie
applicate in suo suffragio, e dopo finito tal tempo rimarrebbe
nelle pene ordinarie del Purgatorio, cioè di senso, e danno,
per quanto piaceva a Dio, il quale tempo a me non fu noto. Mi
fu mostrato, che quell'Anima pativa questa pena per la determinazione
ferma che ebbe in vita di commettere certe gravi colpe, le quali
non commise, ma non mancò per essa aspettando di ora, in
ora a commetterle, ma mancandole l'occasione, restò di
eseguirle, e benché nel Sacramento della penitenza le fu
rimessa la colpa, ora sta soddisfacendo la pena, ma oh quanto
pesa ivi benché minutissima la colpa, vi sono nel Purgatorio
diversissime sorti di martirj del Purgatorio, e quasi ognuno patisce
singolarmente di quella pena assomigliante alla cosa, con che
offese Iddio; così ancora si patisce pene maggiori in quelle
membra, che commisero la colpa, quasi pochi sono che patiscono
le sole pene ordinarie del Purgatorio, ma per lo più vi
è questa aggiunta come ho detto, chi di un modo, chi di
un altro, secondo li commessi errori, oh Dio, oh Dio che contremisco
tutta nella sola rimembranza di Purgatorio, ahi misera me, che
altro non sto facendo in questo deserto del mondo, che con le
taglienti accette delle mie passioni sregolate, affascellare legni
aridissimi per prepararmi un moltiplicato numero di voracissime
fiamme, e voglia Iddio, che siano almeno del Purgatorio, e non
di quello terribile luogo, che io temo nel solo nominarlo, oh
quante, oh quante ne ho posto in ordine sino ad ora, ah che credo,
sia egli già posto ad apprendere col soffio giustissimo
del furore divino ohimè! ohimè! che alle volte sono
talmente penetrata della rimembranza della futura pena di questo
terribilissimo fuoco, che parmi mentre quello dalle mie gravi
colpe si accende, mandasse ad incontrarmi con un fiume di oscurissimo
fumo, per il quale mi si occupa talmente il cuore, che non posso
restare di non mandare dogliosi sospiri, e dibattendo prontamente
negl'occhi, mi fa mandare da quelli in abbondanza le lacrime,
talché confesso il vero, mi trovo alle volte quasi fuor
di me stessa per la molta, e continua impressione tengo nel cuore
delle acerbissime pene del Purgatorio, e per altro non mi ricordo
desiderare la vita, che per sollevare per quanto potrò
quelle anime benedette, oh quanto credo saranno in quello acerbamente
queste misere membra tormentate, mentre ognuno di esse ha offeso
Iddio infinite volte, sicché ognuno si merita centuplicate
pene, mentre sì moltiplicate volte vi hanno offeso, o Dio,
aiuto, pietà Signore, ecco che abbrucio ancora nella presente
vita pensando solo alla futura pena, sono tormentata nell'interno
dalli ardenti carboni di rimorsi crudeli di coscienza macchiata,
ohimè quanto mi costano, e costeranno li miei gravi peccati,
Vae mihi, vae mihi, vae misera quid feci, mi doglio, mi
cruccio, e sempre peccatrice mi trovo, la maggior pena sarà
l'avere offeso Iddio. Ah! che gridar vorrei con quell'anine meschine,
miseremini mei, miseremini mei saltem vos amici mei, aiuto,
aiuto, o amici di Dio, pietà, pietà ad una povera
cieca, la quale scioccamente appoggiata col proprio senso, ed
essendo quello più cieco di essa, si sono ambedue miseramente
precipitati nell'oscurissima concavità dell'offese di Dio,
ohimè che, Caecus caecum ducit, et ambo in foveam cadunt,
deh! conoscenti di Dio porgete pietosa la mano a sì miserabile
Creatura, alzatela deh della profondità della volontà
propria, nella quale per sua sventura dimora, su correte Angioli
Santi, e Santi tutti, deh non sia tardo no l'aiuto vostro, rispondete
pietosi a chi vi chiama, Signor mio, Signor mio, Madre Santissima,
io non so che fare, né come invocarvi, voi siete l'unico
rifugio, ed il scrutator di cori, ecco mio Dio, ecco il mio vi
mostro, voi meglio lo conoscete, che io non dico, pietà
Signor mio misericordia, cancellate i falli, smorzate le fiamme,
poiché gli uni mi affliggono e le altre m'abbruciano, vorrei
morire Signor, vorrei campare, morir vorrei, per mai offendervi,
vorrei ancor vivere per suffragar quell'anime, sicché mio
Dio non so, che domandarvi, fate adunque Signor, come a voi piace,
che quelle, ed io ne godremo in pace, Non nobis Domine, non
nobis, sed nomini tuo da gloriam.
ella
notte antecedente alla festa di Santa Caterina di Siena, mia particolare
Avvocata nel fine del mio riposo mi ritrovai con queste parole
in bocca: Quemadmodum desiderat Cervus ad fontes aquarum, ita
desiderat anima mea ad te Deus: ed insieme con tali parole
una grandissima ansia di comunicarmi, a segno tale, che famelica
e sitibonda mi sentiva mancare, e venir meno; cosa in vero insolita,
e da me non più provata, perduravo in questa, tutto quel
tempo vi bisognò, sino a tanto che si fece la comunione
delle sorelle, con le quali io mi comunicava, dopo la quale immediatamente
m'intesi in quella unione sensibilmente invigorita e sovrabbondata
d'una sazietà indicibile, talché era come penetrata
sino alla più intima sostanza dell'anima di un licore salutifero,
e tutto fortezza; trabolliva in me una fiamma vivacissima per
la quale m'intesi a poco, a poco in alto sollevare, cioè
fuor di me stessa, talché rimasi totalmente alienata, ove
mi fece sentire il Signore una consolazione sì impareggiabile,
e gioconda, che la potrei domandare singolare in vita mia, benché
brevissima. Dico che questa unione fummi sensibilmente tale, che
divisione mi sembra l'unione che tiene il ferro acceso col fuoco,
la terra con le piante, l'anima nel corpo, ed ogni altra similitudine
eguale a rispetto della strettezza dell'anima e Dio in tal unione.
Conosco io difficilissimo lo spiegarla a sufficienza quella sovrabbondante
inondazione di grazie, con che il Signore in questa volta per
sua pietà mi favorì; basta dire che restò
l'anima come sommersa nell'ampio mare della sostanza di Dio, ove
bevvi a sazietà di quelle dolci e limpidissime acque, di
tanto però per quanto fu capace: non posso io in ciò
molto dilatarmi, poiché non vi furono delle cognizioni,
ed intendimenti particolari; ma solo in tutto si ristrinse nella
significata sazietà, e dolcezze. E mentre non posso quella
nemmeno in parte spiegare senza perder tempo, ne passo al particolare;
onde dico, che in questa sì stretta unione, che così
sensibile e saporosa intesi, mi mostrò il Signore in essa
la presenza di Santa Caterina di Siena, la quale indissolubilmente
viveva seco unita, ed essendo io con essa unita ancora, parevami
fosse questa unione di triplicato numero le quali col funicello
del Divino beneplacito eravamo inseparabilmente unite, benché
io in questa unione sì stretta conosceva senza veruna confusione
la distinzione di ciascheduna. Era l'unione di Dio con la già
detta Santa a guisa di due soavissimi aromi i quali posti uniti
sopra il fuoco mandano ambedue un fumo, ed un solo odore, quantunque
fossero di differente specie, tale parmi potessi paragonare l'unione
di quella, e Iddio, della quale fragranza restavo io a tal segno
profumata, che per la veemenza dell'odore mi esalarono totalmente
li sensi, che rimasi ancor io disfatta in fumo. E sperimentavo
la presenza della già nominata, benigna, affabile, tutta
dolcezza, la quale mostravasi con affettuose accoglienze rimpatriare
in quella unione meco, a guisa di chi per la distanza del luogo
trovasi assente dalla sua concittadina: ma dopo quella ritornata
alla Patria si scorge benevola, ed ossequiosa si mostra alla paesana
sua; così parmi accadesse a me con quella Santa, poiché
quantunque le sia familiare, e conoscente nella continua memoria
le porto, essendo essa mia singolare avvocata, nulla di meno distantissima
le sono per la lontananza del mio esilio in questo Mondo. Osservavo
pure, che il Signore fece in questa volta un graziosissimo tratto
somigliante dal tutto alla somiglianza, ora qui detta, che ( come
si suol dire ) diede luogo alla forastiera, imperocché
Egli sempre stiede in un muto silenzio, e tutto quello, che qui
mi occorse fece che fosse per mezzo della sua sposa, e mia avvocata;
sicché con essa in ciò fu il mio conversare, sempre
però stando ambedue nella segretissima stanza dell'esser
suo. Parmi quella così ( benché senza parole ) dicesse:
Ecco sorella buona nuova ti porto, ricevi il mio dono di una lieta
novella: assaggerai fra poco del nettare gustoso, benché
del nostro mare un sorso sol sarà, e dicendo, così
parmi si mostrasse sollecita, e desiderosa di manifestarmi il
tempo, ed in che, ma non gustando ciò il Signore, ottenne
almeno significarmi il tutto con oscure, e compendiose parole
e mentre tanto ottenne, o quanto festosa, ed amorevole a me parlando
disse.
Iesu, qui inter lilia
Rosas pascis purpureas,
Potuque tuo dulciter
Eas nutris feliciter;
Ecce Mater dat, ut lilium
Ad edendum dulcem filium
Eja ergo iubilemus,
Satis, satis requiemus.
.......Ed in queste parole io benché oscurissimamente compresi quello sarà benché tanto offuscato, che non arrivai alla spiegazione; ma più ne stimo il caritativo effetto di detta Santa, che così amorevole si mostra con me cotanto indegna: sono ancora li sopraddetti versi appropriatissimi alla suddetta; poiché essa si mostrò per l'ardente sua carità vermiglia rosa allo Sposo suo, il quale come purissimo giglio la profumava con l'odore savissimo di divine consolazioni e col suo dolcissimo sapore la impinguava nelli suoi lunghissimi digiuni, della quale sazietà essa a me fece partecipe, come sopra si ha detto. Restommi così impressa nel Cuore quella odorifera Rosa, che non cesserei di dire con mio lieto contento: Rosa Coeli Catarina, Rosa Coeli Catarina. Oh bel fiore del giardino del Cielo! nell'udire, che io feci il penultimo verso di quelle parole latine, cioè: Eja ergo iubilemus, fui sopra presa d'un ardentissimo giubilo per il quale l'anima mia divenne a guisa di agevolissima fiamma, che senza pausa nessuna vivacissimamente divampava; onde mi sembrava insoffribile quell'incendio, sopra le forze; e mentre pochissimo tempo così mi trattenni, fui da questo stato in questo modo discosta, cioè parevami allora che quello, che questa Santa provava in tutto, e in medesimo luogo faceva a me partecipe; e benché essa fosse di molto vantaggio ancora nello stesso giubilo; non di meno mostravasi molto assuefatta, ed abituata in quello, in modo tale, che non appariva in quella, segno veruno di ammirazione: ma non così avvenne a me: poiché per la mia poca capacità rimasi in quello, come appunto ho detto, e fummi mitigato a guisa di chi in un luogo unitamente con un altro riposa, il quale all'improvviso svegliatosi si mostra molto sollecito, e con velocissimo moto si alza, alla quale leggerezza scorre piacevolmente il compagno dicendoli che si quieti, ed abbassandogli il capo l'induce di nuovo al sonno. Tanto appunto avvenne, essendo da quel Iubilemus così accesa rimasta, e mentre credo fosse della mia avvocata tale accidente giudicato insoffribile alla grave salma, che indosso tengo, mitigò quella con pormi nel capo la pietosa mano della sua benevolenza, col quale atto con prestezza soggiunse: satis, satis requiemus, il quale requiemus fu sì dolce, e pausamente proferito, che mi servi per soavissima Ninna; ed immediatamente fui sopra presa di un profondissimo sonno, nel quale le potenze dell'Anima affatto si addormentarono senza che l'anima né meno se stessa si udiva: tanta era in quella immersa, e profondata. Dimoravo in questo ( secondo parve a me ) brevissimo momento, ed in ciò intesimi con forza, benché assai adagiatamente toccata d'un sottile, ed acuto tocco, a guisa di un dito posto, ed aggravato con soavità nel braccio di chi dorme, il quale tocco mi intesi penetrare sino alle midolle dell'anima, e così mezza svegliata intesi dirmi, come per svegliatoio, alcune parole latine, le quali non mi ho potuto ben ricordare, benché saranno molto smensate, e false, secondo la grammatica le correggerà a chi appartiene emendare la mia ignoranza, e sono queste: ecce Rosam, et Lilium transit, et cum spinis terra mansit. Furono queste sì graziose, ed adagiatamente dette, che per la voce dolce, e sommessa, con che io l'intesi, fui da quel profondo sonno a poco, a poco promossa, e in quel mansit mi intesi compitamente in me stessa, benché gemente per avermi ritrovato nello spinoso rovo di questo mondo; ma dopo letificata dal pensiero, che ancora quella Rosa si era prodotta in quelle spine, e rivolta al candido giglio, desiderosa di imitare quella li presi licenza, dicendo: Domine aut pati, aut mori.
ui
all'improvviso una sera assalita d'una moltitudine di molestissimi
pensieri, e fra li quali uno fu sopra modo importunissimo, ed
assai penoso, ed era, che certissimo mi parve fosse l'anima di
mio padre già ( che Dio ci liberi ) dannata; onde non si
potrà giammai esprimere il densissimo dolore, che io allora
provavo in sì noioso pensiero; poiché mi causò
questo una rivoluzione sì inquieta interna, che mi distolse
affatto dalla sensibile unione con Dio, tal che non solo non sentivo
in me gli effetti del suo amore, anzi mi sentiva provocata ad
odio contro di quello; mi sentiva voglia grandissima di bestemmiarlo,
burlarlo, dispregiarlo, e sopra tutto rinfacciarlo d'ingiusto,
crudele, tiranno, che sì malamente aveva trattato mio padre
non ostante averli lui fatto tanti servigi per suo amore. Arrivò
a tanto tale tentazione, che avrei voluto andare dicendo, che
ognuno desistesse di servire, ed amare Iddio, poiché egli
non era degno di amore, né di servigio. Oh Dio! oh Dio!
Voi solo percepite quali acuti, e affilati coltelli siano questi
pensieri per la desolata, ed afflitta anima, che li soffre; sono
tali, che in picciole minuzzole la recidono, sono carboni desolatori,
che la bruciano, vapori grossissimi, che l'occupano e le causano
sincope di morte. Ah che dilungarmi vorrei con amaro lamento,
acciò alquanto esalasse il mio soffocato Spirito; ma per
quello Voi sapete non posso inoltrarmi, basta Voi mi intendete
con solamente dirvi: Quare posuisti me contrarium tibi?
Passiamo innanzi, dico dunque, che standomi perturbata, non potendo
per modo nessuno ricorrere al costumato rimedio dell'orazione,
mi posi con meno ripugnanza ad invocare la Madre Santa, e in questo
atto parmi alquanto respirassi, con avere alquanto di speranza,
benché non senza forse, che quell'anima si trovava almeno
nel Purgatorio, onde mi posi con grandissima istanza a supplicare
la già detta Signora, acciò sollevasse l'anima di
mio Padre da quelle pene, ed in questo mi intesi con grandissimo
desiderio di patire, ed avrei per la veemenza di quello sofferto
con allegrezza grandissima tutte le atrocità del Mondo,
e ciò desideravo per suffragare tutte le anime del Purgatorio,
benché io cercavo sempre distogliermi di quel desiderio
in comune, ed il tiravo come per forza nel particolare, cioè
per l'aiuto della già detta anima; e mentre in questo mi
adattava parmi fossero di nuovo comparsi quelli pensieri di dannazione,
benché non tanto quanto prima; nulla dimeno io incominciavo
a raccomandare quell'anima con molta ardenza alla Madre Santissima
con offrirci me stessa, domandandole per suffragio di quell'anima
asprissime pene, cioè infermità atrocissime, infamie,
controversie, desolazioni, e mille altri martirii, sempre però
dicendole: Domina auge dolorem, auge patientiam. Ma perché
ritrovavami ancora dubbiosa, se al Purgatorio quella perdurava,
non so se tra me stessa, o pure alla Madre Santa dissi alcune
parole, cioè, che da qui io mi avrei assicurato dello stato
di detta anima, se quelle domande, che io aveva fatto si avessero
effettuato in me con provarle quanto prima, altrimenti sarei rimasta
incerta del tutto, anzi assicurata del peggio; e in dir questo
sperimentai in me un sensibile, e meraviglioso avvenimento, fu
che ritrovandomi io con un abitualissimo dolore di fianco, del
quale quasi mai ne sono priva, stando così, secondo il
mio solito, mi intesi in proferire quelle parole, affatto priva
di quel dolore; e questo fu con prestezza incredibile, e insieme
conobbi, come in un lampo la certezza della salute di quell'anima,
la quale, come veramente beata non tiene bisogno di suffragio
nessuno, e per contrassegno di ciò mi furono negate quelle
pene, che per lui domandavo; anzi mi fu tolta quella poca pena,
che mi causava quel dolore, il quale io stavo attualmente soffrendo
per suo aiuto. Fu questa luce come veramente ho detto brevissima,
e molto chiara, nel qual momento gustavo una serenità,
pace, unione grandissima, della quale dopo, immediatamente oscurata
rimasi, con eguali, benché differenti pene, anzi peggiori,
nelle quali mi trovo sino al presente a guisa di cera liquefatta.
Parmi mi incenerissero, mi consumassero l'anima, e la vita sicché
mancando alle volte le forze come cosa fragilissima posso con
verità dire: Defecit in dolore vita mea, et anni mei
in gemitibus. D'altro gemito l'anima in tal tempo non esala,
che di questo: Quis dabit capiti meo aquam, et oculis meis
fontem lacrimarum, et plorabo die, ac nocte.
go
flos campi, et lilium convallium qui pascitur inter lilia. Ecco il Fior del campo, o freddo Mondo svegliati,
sveglia o cieco del tuo sonno: apri gli occhi, e mira in tuo contento
Gesù odorifero Fior nel Sacramento; egli in campo dimora
per mostrarti che a voglia tua ne sta se vuoi cibarti: non essendo
quel luogo da veruno, e sta in comune, ed è pronto ad ognuno,
non vi sono siepi, né meno spine, potrete entrarvi in copia,
e senza fine; non vi fu, non vi fu egli piantato, ma volontario
qui si ha incarcerato. Siccome il salvatico fior non ha cultore,
così coltivato non fu questo bel fiore; ma senza origine
si genera e produce, non tiene principio, non ha, non ha radice,
senza seme quello della terra è germogliato, così
dal Padre il Figlio è generato, senz'altro oggetto che
d'intender sé stesso, genera il Verbo in questo riflesso.
E mentre la terra vivifica il suo fiore, li fa spirar da quello
un grande odore; talché mediante l'una, e l'altra cosa,
spirano un aura soave assai odorosa; Così dal Padre, e
Figlio viene spirata, ed ecco la terza persona proceduta, sì,
sì che tra tale assomiglianza di l'un, e l'altro non vi
è molta disuguaglianza. Ecco nel nostro Campo già
spuntato il fiore, la di cui seme fu l'ardente amore: Iam hyemus
transiit, imber abiit et recessit, flores apparuerunt in terra
nostra. Amor lo trasse dal Cielo, e non la umanità,
il seme piantò della Divinità, ove si vide il fiore
spuntato, e in brevissimo tempo già fornito. Oh che celeste
fragranza, e grato odore spira, spira nell'alma questo fiore sì,
sì che: Odor unguentorum tuorum super omnia aromata;
ma qui non terminò l'ardente amore; ma in frutto si convertì
quello bel fiore, si fece maturo sopra sopra quella pianta ove
egli morse nella Croce Santa; o dolce vite, o dolce pianta inzuccarata
sopra di te vi sta l'uva distillata, sotto l'ombra tua voglio
sedere, e del tuo dolce frutto vuò gustare; sub umbra
illius quam desideraveram sedi: fructus eius dulcis est gutturi
meo. Su torchio fosti per opprimer l'amore il qual stilla
per noi dolce liquore, o sangue gustoso, che d'amore bolle, scorri
scorri veloce nelle midolle, e ivi penetrante sino al cuore, lieto
lo renderai vino d'amore: sì, sì che vinum laetificat
cor hominis: su, su correte dunque Alme assetate, nella cantina
di amore ivi bevete: Comedite amici, et inebriamini carissimi;
il quale mosto è dolce, e potentissimo genera all'anima
un sonno profondissimo: o lieto sonno, o dolce riposare, che nelle
braccia d'amore sa dormire, dormi, dormi sì ma nel suo
cuore, veglia bruciando in fiamme d'amore: Ego dormio et Cor
meum vigilat; ove lo Sposo parla assai sommesso, acciò
il sonno della Diletta non sia scommosso; poiché egli ancora
gode quella pace, in che la Sposa sua tace loquace, o lei avventurata,
o lei felice, per la quale lo Sposo così dice: Adiuro
vos filiae Hyerusalem per Capreas, cervosque camporum, ne suscitetis,
neque, vigilare faciatis dilectam quoadusque ipsa velit. O
finezze amorose, o gran stupore! prodigi son questi del divino
Amore: Gesù mio, Gesù mio fiamma cocente, io mi
distruggo mi consumo in fuoco ardente: lo muoio brucio mi ha ferito
Amore, con dardo sì acuto, che mi vibra il Cuore: vulnerasti
cor meum, vulnerasti cor meum: Ah che soffrir non si può
sì vivo incendio; Deh o slargami il Cuore, o ferma il fuoco,
poiché capire non potrà in luogo sì angusto,
ferma, ferma mio Dio smorza la fiamma, oh quanto arde, e consuma
il Divin fuoco! troppo troppo vivace sei fiamma Divina, or agile
ti mostri, or ponderosa; poiché ricentri pesante sino alle
midolle, e dopo leggiadra ti parti, ed altrove abbruci, sì,
sì, che, non leve pondus habet. O fuoco immenso,
che d'immensità ti pasci: Amor vivit excessibus.
O Pascolo infinito, o cibo eterno, che sazio trattieni chi ti
assapora, tu sostanza divina impingui il Cuore di chi ti gusta
con ardente amore, ah che mi abbrucia e consuma questa fiamma!
aiuto, aiuto Signore, deh calma, calma: Et lilium Convallium,
qui pascitur inter lilia: Voi siete dolce Amor mio giglio
delle valli, che amate di casto amor l'anime belle: Voi pascete
tra gigli di quei cuori, che spiran di purità almo candore,
bolle, bolle l'amor dentro il mio petto per voi Giglio di purità
caro diletto: Qui pascitur inter lilia. Io non l'intendo
no quello dicete, che Giglio siete, e di gigli vi pascete, come
di candido giglio vi vantate, se di candidi gigli pascolate. Dunque
di voi stesso vi nutrite, o pure, l'alme unite a voi così
chiamate, sì, sì che l'intendo o dolce, o caro,
e quello dicete voi molto mi è chiaro; e l'un, e l'altro
io vengo a capire, odo, odo mio Dio quello vuoi dire: Vivete sol
di voi stesso, senz'altro elemento, così vi date a noi
nel Sacramento, per dove s'uniscono a voi le creature, purché
siano puri mondi i loro Cuori, e transustanziandovi Voi nel loro
cuore quelli si convertino in Voi, per via d'amore, si uniscono
sì stretti ambedue insieme, che scioglier mai si potrà
tal legame; paiono una sol cosa; e il separarli, sembra anche
impossibile e il distinguerli, quantunque unica sia la sua sostanza,
e l'alma altro di quello non ha che somiglianza; con tutto ciò
siccome il ferro il fuoco ambedue uniti ognun tiene il suo luogo;
poiché smorzato il fuoco, e incenerito egli ritorna nell'esser
suo freddo gelato, così l'anima in questo pane si trasforma
il quale consumato in sé stessa ritorna, senza restarvi
altro in quello cuore, che la dolce fiamma del divin calore, ove
l'ardente fuoco s'ha smorzato, resta il luogo ove fu molto scaldato:
Così, così rimarrà sempre infiammato perché
sia quello cuore bene otturato, talché dunque mio Dio in
questo Convito non meno resta sazio il cibo del cibato essendo
uniti ambedue in una cosa; così si ciba in sì mensa
amorosa, l'uno influendo, e l'altro refluendo, così si
vive, così sempre godendo. O candidi gigli, che di voi
pascete, il puro Giglio, che voi pascolate, su, su dunque ognun
la voce alzate, e con dolce armonia così cantate: Dilectus
meus mihi, et ego illi, qui pascitur inter lilia, donec aspiret
dies, et inclinetur ombra. O voi felice, che in sì
dolce Giglio vi ritrovate il candido, il vermiglio, ed essendo
voi in quello strette unite siete dall'attributi suoi in parte
dotate; sicché siete adornate voi di purità, non
meno, che di ardente carità, la quale a canto del Giglio
come rosa fa innamorar Gesù della cara Sposa: Voi siete
all'amante Dio gigli odorosi, e l'ardente carità, purpuree
Rose, delle quali invaghito, e anelante se le mostra vezzoso il
caro amante, così le dice cantando assai languente, esala
l'amor suo molto cocente: Sicut lilium inter spinas, sic amica
mea inter Filias: si, sì Spose di Gesù ora gioite,
che siete al vostro Sposo alme gradite, o quanto soave odore le
recate alle narici divine profumate; sono soavi aromi i cuori
pure, del qual fumo si profuma Amore, e mentre dal vostro odore
resta assorbito, prorompe in queste voci inebriato: O Flos
pulcherrime de cuius suavi odore imbuor, de sapore inebrior.
Si, sì che ben sì può dir di costoro: Sancti
tui Domine florebunt sicut lilium, et sicut odor balsami erunt
ante te. Deh giubilate su candidi gigli, che siete del primo
Giglio Sposi, e Figli, candidi nel chiamarvi a lui vi generò,
vermigli nell'Eucharistico pane vi sposò. O Giglio fecondo,
o dolce mio sapore, ecco li gigli, che produsse amore; o come
di candidezza son vestiti, della vostra livrea sono adornati,
vivono lieti, e felici quelli cuori al dolce convito del Divino
amore, sono sono alla fine assai ferzati, mentre della carne tua
sono impinguati, o gran valore di un'anima cibata, della sostanza
divina a lei beata, o dolcezza d'un cuore peregrino, lo rinforzi
vigoroso al suo cammino. Tu sei l'azimo pan, che dà vigore,
per viaggiare qui l'umano cuore; Deh dolce pane voi date valìa
alla languente afflitta anima mia, che esanimata dal lungo viaggiare
non ardisce né meno alzare il piede, già stracca,
e lassa, e posta a sedere, sotto la pianta del tedio sta a dormire;
Dormitavit anima mea prae taedio: Svegliala, sveglia o
Dio dalle fortezza, non sii che dimori in questa sua lassezza,
sì, sì, che spero in te, e so per prova, quanto
sì dolce pan, quanto ci giova, rende l'anima, che lo mangia
invigorita, e la scuote dal sonno, e fa spedita, le pone le ali
alli piedi al viaggiare, e nell'altissimo monte fa salire, dove
dimora Iddio luogo sì ameno, che ivi legata starà
nel divin seno: ohimè non posso soffrir cotale gioia nel
solo pensiero di stanza sì amena mi consumo d'amore, l'anima
si strugge, mi viene meno il respiro, il Cuore fugge: Acque, acque
dal cielo Angeli santi, che consumata io muoio in fuoco ardente,
Madre Santissima deh dolce Maria, fate sciolta dal corpo sì
l'anima mia, acciocché nell'ampio Ciel possa accendersi
il Divin fuoco, l'anima incenerirsi; sì , sì, che
qui nel Mondo non vi è luogo ove possa capire sì
vasto fuoco. Ohimè che picciolo mi sembra tutto il creato,
per incenerirlo d'amore del caro Amato; la larghezza de' Cieli
anco son iota per ivi incenerirsi un'anima innamorata, non può
capirsi no quanto sia un Cuore aggrandito da Dio per via d'amore,
sfoga, sfoga Cuor mio esala un poco che gelato star non potrà
sì ardente fuoco, manda, manda veloci le tue scintille,
sì acute, e dense, che giungano alle stelle: Ah che mi
batte il Cuor con violenza, cessa, cessa mio Dio tanta influenza,
non più capisce il Cuor, or sovrabbonda, e in questo mar
d'amor ecco si affonda; eccolo sommerso, o Dio, no annegato, anzi
di fiamme ardenti incenerito: satis Domine, satis est.
Ohimè mi sento tremante, e penetrata d'un caldissimo amor
tutta bagnata, tremevoli membra mie già son partite, le
forze corporali sono smarrite; aiuto caro Signore morir mi sento,
muoio, muoio ohimè in dolce tormento; o patire amoroso,
o dolce martire, o quanto prezioso sarìa sì bel
morire, sì, sì, che fortis est ut Mors dilectio,
esala, esala anima mia almeno in parole, che sfogherà così
l'ardente amore, non può capire no solo nel petto, che
più si occuperà così ristretto, alza la voce
dunque grida Cuor mio: a voi scongiuro, o dal Ciel datemi a Dio,
o di Gerusalem figliuol di Dio pietà, pietà di me,
sviene il cuor mio, deh dite al dolce amor, ditegli un poco che
languisco, ed abbrucio in tanto fuoco; non voglio fiori no, né
meno pomi che in nulla gioveranno a miei sintomi: ma porgete il
pomo dolce del mio amato, ché di lui si addolcirà
il mio palato, datemi il mio languido cuore: Deh! fulcite me
floribus, stipate me malis; quia amore langueo: non più
deliqui no, deh pausa un poco l'ardente fiamma o Dio di questo
fuoco; perché mi brucia, mi consuma il seno, il Cuor mi
manca, e la anima vien meno, cessi cessi pure tanto languire,
che l'anima mia si sente morire: o voi Madre di Dio o Figlia,
o Sposa porgetemi questo pan Madre pietosa, e giacché avete
voi alle vostre figlie datole il puro Giglio, e fatte gigli, e
con materni affetti pietosi uniti l'avete al Giglio come rose;
Deh dunque non sprezzate o Madre bella, pietà, pietà
di me vil miserella; Cogli lo Giglio o santa Giardiniera, inghirlandarmi
il cuore in questa Primavera; ecco il tempo felice giorno tranquillo,
che il Giglio germoglia candido, e vermiglio, che in capo tiene
pochi fili d'oro per dimostrarmi, ch'egli è il mio tesoro:
Dilectus meus candidus et rubicundus electus ex millibus caput
eius aurum optimum. Tu sei del sacro vino dispensiera, inebria
l'anima mia, Madre mia cara, dal latte tuo scaturì sì
dolce vino, quando lo nutristi essendo pargolino: Pulchriora
sunt ubera tua vino: della sostanza tua egli allora visse;
l'umana porzion da te la trasse; Dunque per me nutristi Maria
Gesù umanato daglielo, daglielo or Sacramentato, bramo
tal pan da voi sacra fornaia, che sì ben stagionar lo sai
in fiamma divina, comprar voglio da Voi questo sapore, altra moneta
non ho, ecco il mio Cuore, questo è l'argento mio, questo
è il mio oro, pane, pane Maria, che sveno, e muoio, pasci
ancora me con le tue figlie le quali gustando il Giglio sono giglie,
e dando tu il giglio alle tue care Spose, facesti un mazzetto
di gigli e vaghe rose; sì che sembra questo serraglio un
orto ameno, li quali fiori Gesù si pone in seno, o luogo
felice avventurato orto, ove discende lo Sposo per diporto, e
passeggiando, per quello s'innamora d'un cuor puro qual giglio
l'odora; ed altrove prende una bella Rosa, ed è un Cuor
ardente della cara Sposa, e mentre in quelle sì stretto
si unisce, di quelle stesse si nutrisce, e pasce: Dilectus
meus descendit in hortum suum ad areolam aromatum ut pascatur
in hortis, et lilia colligat: Ego dilecto meo, et Dilectus meus
mihi, qui pascitur inter lilia.
.......Dunque dolce Maria, cara Signora fammi sazia
di Dio, innanzi che io muoia: Io non merito no Madre pietosa,
essere Giglio no, né meno Rosa; sazia dunque sarà
l'anima mia delle picciole miche, una figlia tua, cibami tu, e
sia qual vile ancilla, che Cagna leccherò manna sì
bella; godo essere schiava tua, e in questa campagna son vile
serva de' figli tuoi o Maria, godo sì vile, e molto assai
mi avanza il restar unita a questa comunanza, e benché
degna non son, Gesù, d'esser Rosa, godo del soave odor
della tua Sposa, così m'invaghisco ancor di quelli gigli,
che son della Madre tua care sue figlie, giubilo, canto mi soprabbonda
il Cuore della dolcezza di tali parole; vi rendo lodi Gesù,
dolce Maria d'avermi posto in questa compagnia, ove si canta con
l'opre quel canto della musica celeste, Santo, Santo: ahi che
non posso più Madre d'amore mi abbrucia il petto, e mi
s'invola il cuore, il quale lascio a voi, ed io fra tanto, in
pace mi riposo in questo canto:
Iesu, qui inter lilia
Rosas pascis purpureas,
Potuque tuo dulciter
Eas nutris feliciter:
Ecce Mater dat, ut lilium
Ad edendum dulcem Filium;
Eia ergo iubilemus,
Satis, satis requiemus.
.......Scusi
V. R. questa disordinata relazione di questa volta, ed in vero
parmi, che fosse molto proporzionata posta qui, poiché
tiene il fine per principio; ma da Vostra Riverenza si compatirà,
essendo essa originata da un potentissimo impeto d'amore, il quale
non ebbe riguardo a porre in ordine questa relazione; ma servò
altro fine, che di mero esalo, posimi per questo incontinente
a scrivere, onde proruppi in questi affettuosi respiri, unici
in vero per esalare uno spirito in questo modo soprabbondato dalle
grazie di Dio, e mentre, che nel sopradetto vi si contiene la
sostanza di quello, che conobbi, e vidi parmi non occorresse altra
relazione, potendosi da quella, che quasi fuor di me stessa dissi,
restar bene Vostra Riverenza informato di quello mi occorse. Solo
mi resta esplicarmi come, e quando questo mi avvenne, il quale
ora dirò. Oggi, giorno festivo, e giocondo a chiunque conosce
Dio, cioè il Cristianesimo, nel quale si solennizza la
festività del Corpus Domini, fatta la Comunione dalle sorelle,
con le quali io stando unitamente in coro alla presenza del Santissimo
Sacramento esposto, fui con violenza incredibile rapita fuor di
me stessa, nel quale stato mi occorse quello, che sopra si ha
detto, ed ora sto per dire; intesimi, dunque al primo arrivo di
abitazione sì nuova, ove fui da tal violenza condotta,
internamente dirmi: Ego Flos Campi.
.......Per il quale conobbi, che tale si mostrava il
Signore nel Santissimo Sacramento; la ragione è di già
sopra detta; soggiunse dopo la voce, e con più dolcezza
disse: et lilium Comvallium, ed in queste mostrommi, che
tale si dimostra nel medesimo Sacramento; ma con le religiose,
quelle però che con la debita disposizione lo ricevono,
fra le quali io vi vidi le nostre religiose già in atto
comunicate, benché chi più, chi meno candide, secondo
il merito loro, le quali mi parvero tutte unite in modo come molti
immaturi gigli in una Rama, e tra essi vi erano alcuni immaturissimi,
e quasi verdi, e posti in luogo il più basso, e queste
erano le più imperfette. Altri vi erano in posto più
alto, e più maturi, ed erano li meno imperfetti, vi furono
ancora benché pochissimi di quelli, che di già erano
maturi, e spiravano grandissimo odore, e gran vaghezza, e questi
erano vicini alla sommità di detta Rama, nella quale cima
uno solo vi era di sì indicibile leggiadria, e bellezza,
che non è possibile spiegarla, basta dire, che questo era
il bellissimo Sposo di quelli candidi giglietti li quali dimoravano
in sì unione con lui, che quasi vivevano inseparabilmente,
come fioriscono molti fiori in una sola radice. Per similitudine
questo ho detto, non essendo da me vista cosa nessuna immaginaria,
e con tutto che la principale unione di questo Sacramento sia
a tutte eguale; nulla di meno egli si mostra più stretto
alle Spose sue per la candidezza, con che lo ricevono, e perciò
si chiama in esse Giglio per dinotare, che con tutto, che questo
sia fiore, come quello del campo, tiene egli il suo grado in più
nobiltà sublime, essendo domestico, e di molta vaghezza,
così anco per il suo soavissimo odore, nel quale volse
significare, che egli nel suo, si fa sentire molto sensibile da
tali anime, dandole consolazioni interne, e soavissime, il che
non fa con chi come fiore del Campo lo riceve: Qui pascitur
inter lilia, ed in questo non mi dilato per averlo significato
sopra in che, e come si pasce questo Giglio; mostrommi ancora
il Signore che a tale purità, ed unione di dette anime
molto ne coopera la Madre Santissima, e quasi essa porge con la
pietosa mano il caro Giglio del pane sacro.
.......La mano pietosa conobbi essere la potentissima
protezione sua, mediante la quale il nostro monastero si mantiene
in fervore, e ritiratezza, ed essendo tale, per necessaria conseguenza
Iddio si compiace molto di unirsi a quelle anime, che vivono sì
protette da sua Madre Santissima, e distaccate dal mondo, talché
se non fosse la protezione della Madre Santa, forse, e senza forse
non vi saria scarsezza delle gravi imperfezioni nella nostra Comunità,
alla quale miseria vive molto soggetta l'umana fragilità,
e così per uguale conseguenza il Signore si allontanerebbe
da noi, e l'unione non sarebbe sì stretta come adesso si
vede, talché il rivolo di questo bene scaturisce dalla
limpidissima fonte della devozione della Santa Madre; del quale
occulto beneficio se ne deve rendere lode ed amore. In quanto
dopo, se quella relazione sarà manchevole io non posso
meglio accomodarla; poiché se non ho saputo bene spiegarmi,
stando fuori di me stessa, benché non totale, come potrò
ora farlo, che in me stessa sono? compatisca dunque V. R. perché
quello non ho potuto fare stando nel letto, né meno potrò
farlo, stando in terra, e per questo sino a qui mi basta. Mi accorgo
io dopo, che in quello ho detto vi sono certe consonanze, il che
mi ha dato occasione da ridere, burlando me stessa, vedendo che
sono divenuta Poeta, e da dove a me queste poesie? e quando mai
me l'ho sognato: non avendo in esse né genio né
sufficienza nessuna, me la voglio pigliare a riso; poiché
se per altro l'avessi appreso non mi bastavano molti giorni per
piangere la mia superbia la quale tanto si dilata. Or via voglio
io rallegrarmi con questa musa, la quale tanto si va circuendo
meco, non voglio rigettarla, forse con questo restasse vinto di
cortesia il Signore, il quale sempre mi tratta con questi gabbarelli;
facendomi fare, e dire quello che io né meno voglio pensarvi,
ed il peggio è che mi tiene alle volte incognito quello
ho fatto, o detto. E mentre io credo non aver fatto nulla, e me
ne sto allegra ringraziandolo di questo; esso fra tanto ha fatto
il fatto suo, senza che io me ne sia accorta. Bene ora io me l'ho
insegnato a conoscere, poiché egli quando non mi dà
molto udienza, quando sopra ciò li tratto, allora sì
che mi ha fatto quello, che tanto temo; questa poco udienza, egli
così la costuma, cioè che pian piano mi va facendo
parlare con pormi pensieri diversi nel cuore, e benché
io sia assicurata nell'interno di non incorrere più in
simili cose esteriori; nondimeno vi vo sempre timida, e paurosa
con il chi sa, in bocca: ma io non più farò così,
anzi come ho detto voglio vincerlo in cortesia, mi dispiace (
per così dire ) non poterlo fingere ancora nel cuore, essendo
egli molto bene occhiuto in quello, per li quali motivi s'informa
di quanto mi occorre: or sia come si voglia, io voglio fare sempre
quello che piace a Dio; ma considerando la mia molta rozzità,
ed ignoranza tanto nel parlare, quanto nell'intendere, come anco
a V. R. è nota, praticandola quasi giornalmente, mi vado
assicurando. Dico, che quello in me di straordinario occorre sia
fuori d'ogni industria, e bugia, straordinario, e soprannaturale
io chiamo quello, che in questa relazione mi ha occorso; poiché
quantunque fosse questo scritto lunghissimo, io nel porlo qui
per la veemenza dell'impeto con che mi posi a farlo con velocissima
mano scrissi tutto il sopradetto non ponendoci altro tempo, che
circa mezza ora, cosa in vero insolita, ed a non poter riuscire,
massime in donne le quali sogliono essere nello scrivere per lo
più tardissime, talché conoscendomi sì diversamente
mutata dall'esser mio naturale in simili cose mi do a capire che
non può essere d'altro causata tal mutazione, che dal potentissimo
braccio dell'Altissimo, il quale infirma mundi eligit:
Dunque forza mi è il dire: Haec mutatio dexterae Excelsi:
non so se V. R. si ricordi, che pochi giorni sono mi ammonì
forte di certo mancamento di obbedienza da me per inavvertenza
commesso; il che fu l'avere io stracciato certa carta dove stavano
scritte alcune poche righe di mia mano, le quali furono notate
da me; non per altro, che per mero esalo spirituale; dato dunque,
che di ciò si ricordi, io li dirò, che quelle istesse
parole, che ivi stracciavo le vedo io in questo scritto ripetute,
e stanno poste poco più a basso del principio: Sono qui
state dette da me, senza che io volessi farlo, poiché né
meno vi ho pensato più, di quando per ciò fui ripresa,
solo parmi me l'abbia fatto ripetere il Signore per risarcire
esso a quello io mancavo, e per denotarmi ancora, come più
volte mi ha insegnato che non vi sia né meno una sillaba
di quello mi succede, che non sia manifestato alla santa obbedienza.
ono io ad una certa persona obbligatissima, la
quale contro ogni mio merito mi colmò de' benefici spirituali,
e ciò fa tanto allo spesso, e con caldezza sì grande,
che mi rende stupita di Carità, sì perfetta: vivo
io per questa come sottoposta ad una grave salma e mi rendo inabilissima
a soddisfare a tanto obbligo, sempre vado pensando come, ed in
che modo potessi almeno in parte beneficarla, e mentre altro non
trovo in me, che inabilità e miseria, me ne resto per lo
più in confusione grande. Or stando un giorno in questa
confusione, e dovendomi comunicare poco dopo, pensava tra me stessa
in qual modo potessi offrire al Signore la comunione di quel giorno
la quale volevo applicarla per quella persona; ma non trovando
modo nessuno così come alla cieca feci la comunione, e
perdurando nel medesimo oscuro, non sapendo né anche raccomandarla
al Signore, cercava tra me stessa come potessi ritrovar modo per
compire all'obbligo mio; e stando così, e molto affaticata
intesi nell'interno amorosamente dirmi: Figlia voglioti grata;
e benché tali parole schiarirono quell'oscurità;
non dimeno non mi tolsero la confusione, poiché non mi
mostrarono in che doveva mostrarmi tale; e fatta più ansiosa
di tale virtù: parevami mi distruggessi di voglia, cioè
da benificare quella, e mentre così dimoravo di nuovo disse:
Figlia voglioti grata, o Dio, che non posso qui esprimere
la grande efficacia di tali parole: mi rendevano tutta fuoco nel
quale abbruciavo di desiderio di ciò eseguire; ma quanto
era tale desiderio tanta era la pena per non aver modo per dove
potessi eseguirlo ed in questo ecco la terza volta: Figlia
voglioti grata era tale voce detta simile a chi comparendo
da una porta dice in brevità alcune parole, e dopo fugge;
e per questo erami questa pena insoffribile; poiché parevami
accendesse il fuoco Iddio, e dopo si nascondesse senza darmi tempo
di poterli dire la mia ragione, cioè, che mi desse lui
modo di eseguirla; ma in questa terza volta, appena egli proferì
la seconda parola, che io internamente insegnata con la mano di
una voce lo trattenni, così dicendogli: Inveni, quem
diligit anima mea, tenui eum nec dimittam. O buon Gesù
quanto benigno, e dolce si mostra con chi vuol tenerlo, come mansueto
agnellino, si lascia legare col vile funicello d'un cuore umano,
e mentre così legato lo strinsi lo necessitai a meco rimanersi.
Devo qui dire, che mi sentivo io in questo mentre come altre volte
mi è occorso, cioè sottratte dall'anima le cognizioni
della potenza, e grandezza di Dio; ma solo dimoravo con bassissimo,
e semplice sentimento, come da fanciulla non avendo altro nella
cognizione che il paterno Amor di Dio e la filiale confidenza
dell'anima con la quale in tutto operavo, trattando il Signore
da vero Padre: or dunque mentre così parmi dicessi: Deh
Signor mio non più mi replicate lo stesso, poiché
io son, e voglio in tutti i modi essere alla santa gratitudine
amicissima. A che dunque sempre dirmi l'istesso? Voi mi volete
far morire di doglia, insegnatemi Signor mio, datemi il modo.
Alle quali parole parmi restasse muto il Signore, benché
o gran dolcezza del silenzio di Dio, quando tacendo sorride negli
sguardi amorosi! e mentre in questo tempo l'anima languente dimorava,
ecco amoroso dolce, e lietamente disse: Filia praebe mihi cor
tuum. Parvero a me queste sue parole una limpidissima fonte,
dove qual sitibonda cerva estinsi la sete di giovare a quell'anima.
Ecco dunque preso in spirito quel cuore l'offersi con gran prontezza
al Signore con solamente dirli: Accipe Domine, et confige legis
amore tuae. Parmi egli molto volentieri l'accettasse. Fra
questo io molto desiderosa aspettavo la riuscita di quello ne
voleva fare il Signore: ecco fui domandata dal Signore, come chi
piglia altrui parere, in che cosa volevo beneficare quell'anima,
ed in che applicare la volessi; onde io secondo al solito mi rimisi
a lui, con dirli: Fiat voluntas tua: orsù, sollecito
parmi dicesse, disponiamo il negozio; io voglio a tue preghiere
far detta anima buon'artista; ma di qual arte tu credi? io non
so, li risposi. Ditelo presto Signore, ed egli soggiunse Voglio
e due volte parmi lo dicesse, e tra l'uno, e l'altro mi parve
vi passassero molti anni nel mezzo, tanto che mi sentivo venir
meno di saperlo; disse, voglio farla artefice di buona Creta:
stupivo io a questa inaspettata risoluzione, e benché rimanevo
ammutolita, nondimeno pensavo tra me stessa tali pensieri, cioè
che mi pareva una viltà grandissima di quell'anima e disonore
del medesimo Iddio il rimettere la detta in quel basso esercizio;
e quasi querelandomi di nascosto, dicevo, che se ciò avessi
saputo prima mai l'avrei fatto simile domanda; e mentre tal pensiero
rivolgevo tra me stessa, parmi fossi dal Signore domandata, se
quella sua determinazione fosse piaciuta, e benché temevo
il dirlo, nulla dimeno, così parmi li dicevo: Signore per
dirvi il vero a me pare ( con buona licenza ) questa vostra determinazione
una grandissima vergogna; io patisco rossore nel solo pensarci.
Pensavo già che la volevate fare artefice almeno di buona
arte, ma non sì vile. Ma di quale? soggiunse. Piglierei
io la più sublime, li dissi, come di orefice, gioielliere
del Paradiso, o altra simile, ed egli; no buon cretaio la voglio,
così la desidero abbi pazienza; poiché non sai che
dirti. Ma come potrò dire mai la dolcezza del Signore
in così dire: ah che non vi è chi possa significare
almeno, la giocondità si trova nel passar tempo con Dio!
o spassi, o contenti, la di cui esplicazione è muta; or
vedendo io così forte stabilito il Signore, non potendo
col mio ignorantissimo intendimento soffrire l'esecuzione di quell'arte
mi rivolsi, come a chi cerca aiuto altrove nella mia Santa Madre
e così parmi la prendessi a dirle: Signora voi nulla sapete
di quello mi ha occorso col vostro Santissimo Figliuolo, e di
punto in punto le raccontavo il fatto, e giunta nel fine le dissi:
Signora da voi spero l'aiuto: Deh per pietà desistetelo
voi poiché egli di me non si cura; la quale parmi si mostrasse
a me molto favorevole, e come chi piacevolmente ascolta: ora animata
da questa sua pietosa mostra, speravo, che se ad essa avessi fatto
tale domanda me l'avrei riuscito senza quell'affronto, che adesso
sentivo; onde mi risolsi fare ad essa quell'offerta del sopradetto
cuore, risoluta dunque così: così parmi al Signore
dissi: deh Signore mio io mi trovo di quel che feci pentita, rendetemi
di grazia il cuore, che vi diedi: io lo voglio presto Signore
per consegnarlo, a chi lo impiegherà, credo io in arte
più sublime: così parmi farà secondo la benignità
mostratami: me lo rese egli, benché molto tardi, il quale
di nuovo l'offersi alla Santissima Madre dicendo ancora ad essa
quelle parole: si mostrò essa assai contenta di tale offerta,
e fece mostra come nulla sapesse della determinazione del suo
Santissimo Figlio, né del mio sentimento; ma fattesi nuova
del tutto, mostrommi come voleva impiegare detta anima in una
nobilissima arte, e volendo io sapere, mi diede a capire come
era l'arte di operare buona creta: oh Dio da quale stupore io
fui assalita! non sapevo che dire, né che fare, rimasi
confusissima e posta in silenzio, non più replicavo; ma
come all'oscuro senza cognizione nessuna di quell'arte mi tacqui,
benché in tale stato mi lasciò pochissimo, e quasi
per tenerezza materna il tutto mi mostrò con solamente
fissarmi con acutissimi raggi di lumi, e senza proferir parola;
e ciò fu in brevità grandissima. Conobbi con chiara
luce, che significava quell'arte di buona creta, il quale altro
non era, che il corso della consumata perfezione, consistente
in tre gradi, cioè purgativa, illuminativa, ed unitiva.
Ed altrettanto è necessario passare la creta per ridursi
a perfezione, nel principio essa dimora in grossi mattoni, e per
ridurla in minutissima polvere, sogliono i suoi artefici farla
ben calpestare da grande animale simile ai cavalli, e questo è
il primo per il quale si intende il Purgativo; poiché si
trova il senso in quello stato sì forte, e sfrenato, che
fa comparire la passione, come dire mattone ad espugnarsi, e fa
bisogno l'uso di forti animali per debellarle, cioè mortificazioni
gagliarde; ridotta in buona disposizione la terra si fa molle
con l'acqua; similitudine proporzionatissima alla via illuminativa,
la quale consiste in essere innaffiata l'anima colla fresca rugiada
del cielo, cioè consolazione, e lumi interni, e siccome
quella materia fatta trattabile se le potrà dare qualsisia
forma, così in questo stato l'anima tiene disposizione
sufficientissima per fare quanto sarà gusto di Dio. Deve
per ultimo passare al terzo: ed è lo stagionarsi nel fuoco,
siccome avviene all'anima nello stato unitivo, ove restasi bene
purgata, non solo delle imperfezioni, ma di più della stessa
sensibilità di ogni consolazione spirituale; ed in questa
insensibilità resta l'anima soda, e stabilita nel fino
amore, benché non comparisca in essa sorte nessuna di sensibile
consolazione, come appunto avviene al vaso di creta, il quale
nello stagionarsi si dissecca quell'umido, ma lo lascia molto
forte, senza la quale siccità rimarrebbe assai molle, e
facile a deformarsi ad ogni benché piccolo urto, ne succede
all'anima etiam in questo stato alle volte essere da alcun colpo
percossa, la quale non ostante l'essere perfezionata si rende
come rotta in alcune imperfezioni; poiché alla fine dimora
come fragilissima creta, essendo nella presente vita: ma essa
di ciò non si sbigottisce; ma purissima Maestra di quest'arte
incomincia di nuovo a preparare la creta dell'anima propria coll'esercizio
della via purgativa, seguendo ancora l'illuminativa, e per fine
arriva da dove partì, cioè l'unitiva, e se di nuovo
li succede, ecco sempre ritorna a far lo stesso, siccome appunto
avviene a chi opera quell'arte; poiché benché sia
sottoposta a facilmente spezzarsi; nondimeno non vi sarà
molto interesse, non perdendosi altro che la fattura, potendosi
sempre operare la stessa materia. Conobbi in questo, che con tutto
che l'anima dimorasse in sublimissimo stato di perfezione com'è
l'unitivo, con tutto ciò non tralascia mai l'esercizio
degli stati più bassi, come sono il purgativo, ed illuminativo,
facendole bisogno nell'arte di amare d'ogni benché picciolo
strumento: ogni cosa però secondo il tempo si adopera.
Suole il Signore, come per scherzo battere tali anime allora,
che pare ad esse essere già compito, e stagionato il vaso
dell'anima sua; cioè quando si trovano in somma pace, e
gusto interno allora sì che eccoti un bel colpo di Croce
dal quale resta il vaso fratto, e fatto in pezzi. Oh Dio vi dico
il vero siete un poco... or non voglio dirlo, e quella poverina
suda, fatica per compirlo, e Voi in un sol tocco le guastate il
tutto, veramente vivace di cuore non possiate stare senza passare
il tempo in questi delizie e giuochi: Ludens in orbe terrarum,
et deliciae meae esse cum filiis hominum. Occorrono ancora
molto allo spesso queste faccende in quello secondo stato dove
solamente bastano per deformare il vaso lente percosse di piccole
crocette; poiché per la sua mollezza ogni cosa le deforma;
benché sia da altro canto assai facile ad accomodarsi,
non causando tanta fatica, come quando è stagionato. Mostrommi
qui il Signore, come nel secondo e terzo stato, è più
spesso la croce, e come da essi differentemente è abbracciata.
Nel secondo batte il Signore con la Croce, e resta nell'anima,
che a guisa di molle creta dimora molto bene impressa; ma non
senza imbrattare la stessa Croce colle sue mollezze, essendo che
l'anima commette allo spesso certe imperfezioni nel portarla;
e così resta alquanto imbruttita un poco la Croce: non
così avviene nel terzo stato, poiché scoppiando
sopra ottiene quello pretende senza imbrattarsi con imperfezione
importante, e se con minutissime polvi s'imbratta con una lenta
scossa si libera, essendo quella secca, e facile a levarsi. Sono
in questo terzo grado le consolazioni divine differenti di quelle
che si trovano nel secondo stato, non dico in quanto alla specie;
poiché sono qual'è la stessa; ma in quanto all'effetto,
poiché nel secondo, altro effetto non fanno, che di quello
fa l'acqua nella terra, cioè disporlo bene per darli forma,
dispongono l'anima, e la fanno pieghevole a quanto Iddio le comanda:
ma qui nel terzo fanno lo stesso ufficio dell'acqua; ma con differente
fine, il quale è il tenere ben pieno il vaso di essi, acciò
così abbondato di sì freschissima acqua possa il
suo Padrone estinguersi la sete, così anco ne gusta lo
stesso vaso, essendo sempre sazio, e penetrato di sì bella
rugiada, cioè l'unione di Dio della quale pieno, inzuppato,
e stillante vive. Conobbi io lo stato della sopraddetta persona,
il quale era nel fine del secondo, e principio del terzo; ma il
fine del secondo, essa ben lo conosce, ma il principio del terzo
le sta molto occulto, ed è in questo simile ad un vaso
il quale è stato molto da presso fornito, ed anco in parte
stagionato; ma non con calore di fuoco; ma come dir volessimo
al Sole, e così mezzo arido se li ponesse un poco d'acqua,
tanto, che solo bastasse a penetrare, e non ad empire detto vaso,
e così vuoto dimorasse, benché sazio. Or così
appunto conobbi detta anima; la forma fine del secondo, la mezza
siccità, e la sazietà principio del terzo, la quale
vacuità, e forma a lui è nota, essendoli incognita
la penetranza del suddetto vaso dell'anima propria, benché
sempre essa, stima, trovarsi appena nelli mattoni di detta Creta.
Fummi mostrato ancora, chi fossero gli artisti di quell'arte,
che io chiamavo orefici, li quali erano le superbissime Creature;
e parmi così mi fosse detto: Figlia sono costoro belle
in apparenze, ma vilissime in sostanza; poiché sono come
durissimi metalli nel proprio parere, resistono, e non si lasciano
penetrare dal dolcissimo licore della grazia di Dio, e benché
alle volte sono capaci delle grazie di Dio, le quali per occulti
giudizi divini li sono concesse, esse nondimeno tengono quelle
senza penetrarci nessuna, e se la Croce le batte, esse come ferro
resistono senza farli altro effetto; che di vacuo sono, tutte
querele, e strepito si mostrano. Il fuoco solo li potrà
liquidare; il primo sarà quello di atrocissime tribolazioni,
alle quali non possono naturalmente resistere, e raffreddato questo
divengono peggiori assai di prima, cioè deformati, e sminuiti,
qual liquefatto, e celato piombo; il secondo sarà quello
dell'Inferno. Or questi sono gli orefici, che tu in quell'anima
desideravi! ohimè misera me! parmi io dicessi; o cecità
inaudita! e dove ero io quando ciò desideravo? e mentre
in questi clamori proruppi intesi dirmi dal Signore così:
Giacché mia Madre tiene applicata l'arte della Creta
in quell'anima, non sarà bene adattarti in quest'altra,
giacché da principio sì bene la capisti. Liberami,
liberami Signore di quest'Inferno, gridando io dissi: vada veloce
da me questa viltà Signor mio non lo fate, no Signore,
oh gran miseria di un'anima cieca! oh stoltezza grande di chi
desidera quello, che né meno conosce! mai più mai
più mio Dio simile errore, voglio accecarmi, per non esservi
da vero. Non posso qui esplicare il gran terrore, che intesi in
questa offerta dal Signore fattami patire, benché in pochissimo
tempo terribilissime angosce, e credo l'abbia fatto, il Signore
per giustamente castigarmi di quella ignorante repulsa fattagli
da principio, benché fummi tale castigo dato, assai piacevole
per rispetto della molta semplicità, con che io commisi
quell'errore. Ma o gran bontà del Signore il quale dopo
immediatamente quel gran terrore, amoroso, e dolcemente disse:
Iacta curam tuam in Domino, et ipse te enutriet. Mi furono
tali parole, come un potentissimo vino, che mi inebriò
in modo, che mi rese totalmente addormentata, e con un fiat
voluntas tua l'anima mia, e quella della già detta
persona consegnavo totalmente nella dolce disposizione di Dio
nella quale come deliziosissimo letto proseguivo il mio sonno,
e nel ritornare in me stessa mi ritrovavo in bocca queste parole:
Mihi autem adhaerere Deo bonum est, ponere in Domino spem meam.
- Devo qui dire che quando dico: così disse, ed egli
così mi soggiunse, io non intendo dire che sia stato
in modo di parole; ma per via di cognizioni le quali non posso
esplicarle con altro, che con li termini già detti. Stando
un'altra volta supplicando il Signore per la emendazione d'una
persona, la quale se vuole lo dirogli a bocca chi si sia: e nel
replicare dette suppliche m'intesi come una voce paziente, e come
li avesse dispiaciuto il dirli, così dire: Filia, quod
ad nos pertinet, consumatum est. E come altro non li restasse
a fare, che tollerare in silenzio quel negozio, mi tolse egli
dal Cuore ogni voglia di più pregare; anzi restava, appena
proferita l'ultima sua parola, sì scordata di tal faccenda,
che sino ad ora non vi ho pensato, e parmi me ne sia ricordata,
non per altro, che per manifestarlo qui. Del resto se tal spensieramento
sia bene eseguito, io nol so, giudichi, e comandi Vostra Riverenza
il meglio, che io prontamente l'eseguirò - l'ultima persona
raccomandata è quella di cui si disse in altro luogo: Corvo
ti vedo nero, non più Colomba.
ve
era il mio povero cuore poche ore sono? ove rimasto sei così
straniero, ah che in baleno svanirono i raggi divini, o Iddio
sa il tutto, o come vivo ohimè priva di vita, dimoro come
in un luogo angusto, e otturato pieno di ardente calore, senza,
che possa almeno respirare, se cerco il respiro, di fuoco mi imbevo
di fuoco, o quanto acuto è il continuo rimorso di aver
gravemente offeso Iddio, e tanto più atroce, quanto parmi
disperato il rimedio; ( dico ben confessarmi ) poiché so
per prova, e certificata ne sono, né vi sia chi al contrario
mi dica, che non potrò giammai bene farlo. Questo è
l'aspro tormento, che mi laquea il Cuore di continuo: vedo la
morte vicina, le gravi colpe indosso, e quello che in dir io tremo,
l'Inferno aperto, e Dio sdegnato, e minaccioso. E chi mai tal
sventura provò a pari della mia? lo so, e così si
costuma nell'amorosa legge di Dio, che pentito il peccatore, la
penitenza qual medicina lo risana; ma io misera tal medicamento
non trovo, anzi mi peggiora nel male; poiché conosciuto
l'errore mi cruccia, mi consuma il dolore; ma indarno, invano
mi confesso, li ridico; e pur sempre sento ridirmi, indarno, invano.
Se io torno e più esageratamente li dico: indarno, invano
io intendo: o Dio riveditor dell'interno, voi bene sapete in qual
pena mi struggo, mi consumo, e muoio: sono queste due sole parole,
che sì spesso sento dirmi, due incessabili mantici, che
avvivano ardenti le fiamme, voragini della mia macchiata ed amara
coscienza. Io abbrugio, e muoio di voglia incessabile di placare
l'offeso, e pur sento dirmi: non puoi: bramo, e chiamo testimonio
il mio Dio, quante e quante volte per gran tormento esclamo di
voler emendarmi del tradimento fattoli, e pur vedo che non posso;
se mi volto al mio tradito Signore, altra udienza non trovo, che
non so ove trovarlo, e parmi che al vento io parli. O strage crudele
della privazione di un Dio! qual vita potrà trovar chi
non ha fiato! ah che vivere l'anima non può senza di Dio.
Vivo io, e parmi vivessi senza respiro, mentre non sento il mio
fiato in tanto fuoco. Deh Signor mio io muoio dalli miei errori
incenerita (basta, basta) credo io, d'essere da tali fiamme consumata,
fate per pietà, che almeno in questo angusto e focoso luogo,
entri come per transito la vostra dolce presenza, la quale servirà
all'anima mia, qual vitale respiro, per la quale si cambierà
la morte in vita, il fuoco in fresco, l'Inferno in Cielo, e il
tutto in Voi. Ma ohimè, che tanto dar non si può
a chi sta in peccato: misera me! Iddio, ecco fa il sordo, altra
risposta non dà, che di un bel nulla, e pur si avvera:
Indarno, invano al vento parli. Merito io tutto ciò,
e peggio ancora; poiché ingannatrice sono stata di chi
disingannar vorrei, e ora non posso. O come seppi io bene allora
farlo! finsi con tanta industria, che dir nol posso: ma come meglio
seppe Iddio, coll'istesso strumento che io l'offesi, ben castigarmi;
poiché non trovo credenza alcuna nel disdirmi. E come dunque
potrò ben confessarmi? sì, sì: Signor Voi
più che ragione avete, non ho che dirvi, altro più
di tanto io merito, attendete. Dunque voi, o mia perversa volontà,
gustate a vostro marcio dispetto i frutti del vostro misero giardino
il quale con tante delizie piantaste per vostro unico diporto,
passeggiate pure per quelle, non già come credeste fiorite
pianure; ma oscurissimi labirinti pieni di acutissime spine, ove
per vostro esalo vi rivolgerete di continuo, senza mai più
speranza di uscirne. Abbiate pazienza, e non vi state a fare della
distorta, vi aveste per innanzi pensato, bisogna sempre qui dimorare
e sarà il cammino, che voi farete post tenebras, et
lubricum: mi dispiace, che non soffrite peggio. O che odio
mi assalisce contro sì animalesca creatura, vorrei mandarle
tali, e tante saette di furor divino per quante parole, e sillabe
proferì nell'atto d'ingannare altrui, vorrei vederla incenerita
di fuoco, penetrata da baleni, sommersa dalle tempeste, atterrita
di minacce, ed estinta da più penose morti; Signor mio,
Signor mio io non vi impedisco, fate con giustizia il corso vostro:
scaricate sopra costei aspro il castigo. Ma o mutabilità
terribile, quale mi trafigge il cuore! pavento, mi sbigottisco
nel voler tanto soffrire. Più, e più mi esibirei
Signore di quanto ho detto, ma con questo però che non
concernesse nella anima, e in vostra offesa. Questo mi affligge,
e mi tormenta: la coscienza macchiata: io non temerei esser ombra
oscurissima, purché non mi rendessi fuggitiva al sole;
l'essere io peccatrice, e come cieca all'oscuro, non mi dà
tanto cordoglio, poiché per natura io sono, ma quello,
che mi trafigge egli è, che le caligini delle mie scelleratezze,
come ombra fugace, mi allontanarono da voi lucido, ed irradiato
Sole: e con ragione ciò mi avviene; poiché siccome
non possono accompagnarsi Sole, ed ombra, così non potranno
giammai convenirsi peccato, e Iddio.
.......Dunque così sarò sempre allo oscuro
priva del Sommo bene, e senza luce: ohimè chi mi darà
un divertimento almeno momentaneo da queste affannose angosce?
o come son divenuta odiosa alle creature, e pure a Dio! e ciò
non é meraviglia, perché con essere io tanto amatrice
di me stessa, pure mi odio, e mi aborrisco, ed il voler di continuo
confessarmi, mi è continua ed intollerabile morte: mio
Dio voi conoscete il tutto, la conformità al voler Divino,
non mi posso io anteporre per sollievo, sapendo certissimo quanto
dimora lontano da quello mi affligge cioè il peccato, l'obbedienza
nemmeno; poiché quanto essa comanda il tutto è in
ordine di quello io falsamente l'ho informato, come Paradiso abbraccerei
l'Inferno, se con gusto di Dio lui fosse dato; ma per volontà
propria vi casco, ohimè mi danno. Aiuto aiuto Signore,
io sull'orlo dell'Inferno forte tremo, di punto in punto mi vedo
nel suo fondo: ah che amaro invocare è questo mio! Invano
io grido, indarno io esclamo, e se tutte le acque del Creato buttassi
in lacrime non mai sazia sarei nell'uguagliarle alle mie pene,
sempre afflitta dirò: non satis digne flevero. Conosco
avermi Dio serrato tutte le porte da dove io potessi uscire da
questi amari lacci, poiché oltre il vietarmi confessarmi
bene del modo già detto mi impedisce ancora ogni altro
rimedio per meglio soddisfarmi in questo Sacramento; attesoché
se con solito Confessore io provo confessarmi, stimando certissimo
essermi data la credenza bramata, sperimento nella prima parola
una rivolsione sì grande nell'interno, che non so come
esprimerla, mi causa uno stupore grandissimo, e resto come attonita
senza che potessi formare parola; si estende ancora nell'esterno
con un forte tremore, tanto che forzata sono a presto finire,
come meglio posso senza dir altro, che quelli soli peccati, che
avrò commesso dall'ultima confessione in poi, e fuor di
questa materia, altre volte diversamente mi avviene, ed è
che stando per confessarmi dimoro con fermissimo proposito di
voler accusarmi delli sopraddetti peccati, qual in atto mi tormentano;
ma dato appena principio alla confessione rimango sì quieta
di quelli rimorsi, che parmi un vero sproposito voler dire quello
che mai giudico aver commesso, e così finisco la confessione,
senza che faccia menzione di tal materia: ma nell'uscire come
pronti si trovano gli stessi a molestarmi, e con più vigore
mi affliggono, e se di nuovo a confessarmi ritorno, sempre lo
stesso mi avviene. Veramente io non son capace, come ciò
mi possa accadere, se per prova non lo sapessi, giammai il crederei;
sicché a chi mi è concesso il ben dirle, non mi
è prestata credenza, e dove credito ritrovo, non posso
io dirle; simile mi accade nel comunicarmi, trovandomi per un
mezzo quarto di ora innanzi della Comunione quietissima, ed esente
di tali disturbi, tanto che non posso lasciare di comunicarmi
per simili cose; ma appena ricevuto il Signore, che divengo come
sopra ho detto; come dunque più chiaro si vuole il segno,
che vuole Iddio lasciarmi in sì infelice stato per suo
giusto, e severo castigo. Il non tralasciare mai io di comunicarmi
per tale causa mi è sicuro indizio di moltiplicare castighi
tanti, per quante volte indegnamente ho ricevuto il Signore: ma
o come io mi mostro ignorante nel notare le acute spine, che da
continuo mi pungono, e trapassano il cuore! parmi impossibile
il numerarle, non che il dirle; e dove lascio, dove, quelli mortiferi
pensieri, che nell'Inferno a gran forza mi tirano? ove l'odio
contro Iddio? ove lo sdegno col prossimo, e più con le
superiore, ed amanti di Dio stimandole tutte per fattucchiere,
ingannatori, e peggio, e quanto più sante, tanto più
la voglia io sento in aborrirle? ove il tedio continuo delle cose
di Dio? l'obbedienza parmi catena, la clausura carcere, le sorelle
nemiche, il silenzio importuno, l'orazione tormento, il coro Inferno,
le vigilie noiose, le mortificazioni moleste, le penitenze insoffribili,
e per dirlo in breve, Iddio non buono! ohimè quanto mi
accora quest'ultimo pensiero! oh quanto mi interrisco quando l'intendo!
Se in tutti dissimulo, qui non possono gli occhi non amaramente
mostrarlo; poiché con tutto che tali perverse voglie soffro,
sempre sento nel più profondo dell'anima certo rimorso,
saporetto d'amore verso Iddio. Or io non posso negarlo, e voglio
dirlo, e sia come in secreto: io l'amo, io voglio bene al Signore,
e pure sia come non detto; poiché son certa, che quanto
ne sarò pentita; io fra me stessa stupisco di quello, che
sì variamente mi accade, e non so capirlo. Vedo, che se
quelle cose, che sopra son dette mi dispiacciono, le sue contrarie
mi sdegnano, se l'obbedienza mi sembra schiavitù, la libertà
non bramo, anzi la fuggo; se il monastero parmi catena, il mondo
inferno; se il mortificarmi mi affligge, il proprio comodo mi
cruccia, e così d'ogn'altro mi trovo disgustata del tutto,
e tutto amaro. Non trova l'anima mia meschina altro sapore, che
del soprastante Inferno; in somma amarezza, parmi sempre, che
con amare voci pianga la sua sventura, dicendo: Dolores Inferni
circumdederunt me, praeoccupaverunt me laquei mortis. Ma dico,
e ridico, e sempre la scorza superficialmente esagero; altro inferno,
altri martirii vi sono nelle midolla, la quale è la divisione,
che l'anima di tempo in tempo sente di Dio, e alle volte in parte,
altre volte in tutto, siccome ella lo prova, altre volte nell'effetto,
ed altre in atto. Oh potessi almeno in parte spiegarlo, acciò
col dirlo esalasse il mio soffocato spirito alquanto, sono le
divisioni delle membra le scorticature della pelle, le disgiunture
dell'ossa uno spasso, un riso a comparazione della sensibile divisione
dell'anima da Dio. Per non tralasciarla del tutto potrassi comparare
in parte a chi dopo aver mangiato buona quantità di pane,
e fatto del pane sua intima sostanza, tanto che non più
differenza vi scorga dalle viscere sue, se dopo tal mutazione
chi li diede il pane con risoluto volere lo domandasse volendolo
in tutti i modi, siccome si trova, e sia come si voglia, bisognerebbe
che si svenasse quel meschino per renderglielo; ma poco sarìa
la crudeltà, se tutto quello transustanziato pane si trovasse
in un sol membro del suo Corpo: poiché dividendo quello
sarìa pagato quel tale; ma più atroce bisogna succedere
la pena; poiché essendosi il pane sparso per tutte le vene
a più piccole viscere; forza sì è svenarsi
tutto, e con minutezza esattissima ritrarre quella porzione dalle
più intime parti del corpo suo con estrema sua doglia,
tal che bisogna stillare ogni picciola stilla del suo sangue,
dividere le midolle, sminuzzare l'ossa, ritorcere li muscoli,
offendere nervi, e più di quello potrassi immaginare. Misera
anima mia tu ben lo sai, come questi son giochi, a par delli tuoi;
l'averti fatto Iddio per partecipazione, e per natura una simil
cosa con lui, pure un tempo sensibilmente quasi deificata ti intendesti,
e come tale la sua gloria assaggiasti. Ohimè ora oh quanto
trafigge in questa divisione sì atroce, che per ogn'ora
gusti! oh lacrimevole vista se dagli occhi corporali fosse concessa!
oh come tutto il Mondo per crudo che sia si commuoverebbe al pianto
per sì compassionevole caso, ed amaro successo! Sentimi,
quando in atto la provo non so come dirla, non trovo parola, mi
confondo; vorrei dire come chi per grand'emissione di sangue,
che mentre lo manda pian piano svanisce, e poco meno, che non
muore. Ma lasciamo da parte tali somiglianze, che alla fine sono
cose corporali tanto diverse dall'anima, che non si possono in
niun modo comparare con essa, parmi perdere il tempo nel trattenermi
qui senza alcun frutto. Basta, Dio vede il tutto; ma quando nell'effetto
tal divisione intendo, non so discernere se l'anima stia totalmente
intera o pur divisa, parmi Signore abbiate tolta la miglior parte
di essa, quale trattenete in voi, avendola con voi menato, quando
da me partiste. Voi Signor mio, giacché meco dimorar non
volete, almeno non mi togliete il fatto mio; Voi non sapete ben
compartire, e se per intima unione appena si potrà conoscere
in Voi la parte mia, per la gran similitudine tiene con Voi, venite
pure Voi, che io a Voi bramo, e la mia più bella parte
siete Voi: Dominus pars haereditatis meae. E così
saremo sempre in pace ambedue accordi; ma o come divisa, e con
mia intollerabile pena tal disunione soffro! Parmi in questo stato
sia veramente l'anima mia smezzata, poiché le potenze sue
non operano il suo officio compito, la memoria appena si ricorda,
l'intelletto non intende, la volontà non ama, e se in tali
esercizi si adattano assai imperfettamente l'adoperano, sono alla
fine la metà in me stessa, e la metà smarrita, e
mentre non trovo Dio son priva di quella, o quante volte bramo,
e non posso andare a busca di Dio! poiché cieca, all'oscuro,
inabile mi trovo, una sola luce, e quasi languente mi illumina,
qual'è la Fede santa, e questa alle volte più mi
tormenta, perché essa con la sua guida certamente mi dice:
Ecco qui vi é Iddio: e l'anima più ansiosa
lo cerca, e pur nol trova. Oh spasimi crudeli sono questi conoscere
esservi Iddio, e mai udirlo, e vederlo: che sarà dopo,
quando alle volte si asconde quella piccola luce, che ci insegna
a Dio per fede? e par che ci volesse di punto in punto per la
quale almeno si scorge l'ombra di Dio, or sì che dir io
posso, che vivo all'oscuro in folte tenebre, senza speranza d'uscirne,
parendomi queste amarezze, senza fine, e che altro, non l'avranno
da succedere, che quelle eterne, cammino così come all'oscuro,
ed appena per l'immobilità penosa mi è permesso
il dire: Anima mea desideravit te in nocte. Oh! come vado
( per dir così ) a carponi cercando ove egli sia, tento
trovarlo nelle creature, ah che non ve lo trovo, ed oh quanto
insipido lo gusto, più non l'intendo, quello gusto dolcissimo,
come quando vi miravo Iddio! se alle piante, all'uccelli, ed altre
creature simili miro, tutte siccità mi sembrano, se al
Cielo mi rivolgo senza Iddio lo trovo. Oh che compassionevole
mostra l'anima fa, quando come spirante ad ogni una di quelle
languidamente dice: Ubi te invenero, ubi te invenero? restando
nel fine senza speranza nessuna del suo desiderato. Vivo qui come
morta senza morire. Oh Cruccio! oh Inferno ancora in vita! ingemisco,
pavento, esclamo, e gelo; e pure invano mi protesto, scongiuro,
invoco, e parmi al vento. Oh crudo tratto di un cuore in peccato!
oh bruttezza indicibile dell'offesa di Dio! ove ridotto mi ha
la volontà propria; Quomodo cecidisti Lucifer! Oh
mio infelice stato! oh preludio infallibile d'Inferno! oh Dio,
oh Dio qual pena patisco, e quale aspetto! questo è il
premio, che mi ha dato il senso, quale cotanto seguivo! Signore
pietà di me, pietà vi offesi vorrei emendarmi, non
mi negate il modo; ah che non posso più mi rendo lassa,
mi struggo mi consumo, e Dio fa il sordo. Cessi or mai questo
modo di esalo, ripigliano gli occhi il suo quello più amaro,
benché giovar non potrà, almen respiro; poiché
ad un male eterno altro non vi vuol che pianto infinito, e perciò
bisogna dire: Si totus vertar in fletum, et nequaquam guttae
sint lacrymarun sed abundantia Fluminum, non satis digne flevero.
Così stavo io con l'amarezze cennate nel più colmo
di quelle.
.......La sera della Vigilia di nostra Signora ero veramente
sopraffatta di tali affanni, tanto che dimoravo come attonita
senza poter resister più a tali martirii, basta solamente
dire, che sostenevo tutte le sopraddette pene. Dimoravo io in
questo tempo con tutte le sorelle in tempo di ricreazione, e fummi
in quello istante data da una sorella una picciola rama, che noi
chiamiamo Mortilla, quale abbia essa fatto senza fine nessuno:
ma vedutala per terra, come a caso me la porse. Prendevo io quella
in mano, ed in segno di gratitudine le dissi: è bella,
ma, oh quanto mi costò quello allegro sembiante con la
parola è bella! mi intesi dividere il Cuore in molte
parti nel volere in ciò contraffarmi; fu la ripugnanza
sì grande nel solamente prenderla, che parevami vi fosse
sopra il braccio, che doveva stendere, un pesantissimo monte,
con tutto ciò con violenza mi posi ad alzarlo: e così
la presi; nel mirarla che feci, mi intesi repentinamente mutata,
e vidi in quella la bramata presenza del Signore, siccome egli
si trova in tutte le cose per essenza, per potenza, e presenza.
Non solo ve la conobbi per certezza di Fede, ma sensibilmente
la gustavo, oh come fu più dolce essendo inaspettata! miravo
io quella con giulivo stupore, si saziò l'Anima, si rallegrò
il Cuore , si perfezionarono le potenze, svanì l'Inferno,
comparve il Paradiso, tutto giubilo, tutto amore, tutto pace spirò,
ove Iddio comparse; altro non si vide in me per quello tempo,
che somma letizia, tanto che ridondavano quelli segni ancora,
nell'esterno, vedendomi ancora nel corpo certi segni di vero gaudio,
ed estremo giubilo. Ma più di questo mi accadde: poiché
stando io così, intesi nell'interno dirmi tre sole parole,
le quali mi furono dette dal Signore in altra occasione, e furono
queste: Virescit, florescit, succrescit; quali mi servirono
come da sproni per farmi alienare da' sensi, e nel sentirmi da
principio alienare; come che non fu tanto violento; ma a poco,
a poco sollecita mi alzai per andarmi in più remoto luogo,
ove non fossi dalle sorelle veduta. Ma in questo cammino mi avvenne
cosa da me mai più provata, poiché non ostante essere
il cammino vicinissimo, circa non più di venti passi, mi
parve con verità, più che di un miglio, tanto era
il dolore, che in esso provavo; mi sentivo i nervi, come ritratti;
il Cuore con tal violenza batteva, che ritirò più
dell'altro il sinistro braccio, e con tutto, che sollecita camminassi,
non potei far di meno, che non cascassi due volte; veramente par
che la mala sorte tutta cadesse sopra il povero sinistro braccio;
poiché nel cascare che io feci sopra esso mi posai; sicché
si può chiamare sfortunato, e mi fa venire il riso nel
vederlo sino ad ora così inutile, e ritorto. Giunta dopo
nel luogo determinato mi parve quell'arrivo un Paradiso, e rammentandomi
le tre già dette parole conobbi essere intese per cognizione
di un'Anima la quale vive in grazia essendo che verdeggia nella
Creazione, fiorisce nella durazione, e cresce in gloria. Oh bella
cognizione fu per me questa! oh quanto si rallegrò allora
lo spirito mio! oh belli effetti della grazia di Dio! non posso
né voglio più dilatarmi nella dichiarazione di tale
intelligenza; poiché come l'esperienza mi insegna, più
l'avvilisco, che dichiaro con le mie rozze parole, dunque diciamola
in breve. Le tre udite parole parmi fossero dette per quella ramoscella,
le quali nella cognizione furono intese per un'Anima in grazia,
quale io dopo il suo valore, conobbi la poca stima si fa nel mondo,
sì della grazia di Dio, come dell'anime giuste, che quasi
buttate per terra dimorano nella mente del mondano, siccome quella
rametta dimorava calpestata da ognuno, e vilipesa; mi riempì
di somma gioia la bontà del Signore nel suo tanto bassarsi
sino ad accompagnarsi non solo con l'anima per via di unione diffusiva;
ma ancora sostiene, come quella stessa il vilipendio fattogli
da chi così la stima, oh anima bella, oh grand'eccellenza
de' Giusti! oh Dio immortale, e fonte di dolcezza! beato mio Dio
chi nell'esser tuo si sazia, oh limpida sorgente, e bella fonte!
dolce, dolce tu sei da dove spandi: ah che io lo dissi che non
voleva inoltrarmi; ma pur non l'ho atteso, ma voglio farlo, poiché
non è del mio dire, il Voi lodare, e perciò mi emendo.
Godevo io di questa cognizione per pochissimo tempo, ma per quanto
breve, tanto assai sublime, poiché secondo io credo non
trapassò il tempo di circa mezz'ora, quando mi intesi in
me stessa compiti sensi, ritrovandomi io in bocca tali parole:
Oh grande Iddio! oh piccolo Signore! poiché ti trovi
in te stesso, ed in cosa sì vile, intendendo dire vile
per quella rama, ove parmi gemma smarrita avere ritrovato
il Signore, nel dire l'ultima parola cioè sì
vile divenni con mia amara doglia peggio assai di prima con
le medesime pene, e perversi pensieri; talché parmi il
tutto passare in un baleno, senza che mi ricordass'io di niente
per mio conforto: solo mi sono ricordata di quello mi avvenne,
mentre qui lo pongo, e mentre così arida, e derelitta rimasi,
cercavo forse sortito mi fosse di nuovo quella rametta rimirare;
ed avendomela nel risentirmi ritrovata strettamente in mano con
molta industria mi posi a rivolgerla, ma altro non le vidi, che
somma insipidezza, e gran noia mi diede, come tale per terra la
buttavo nel primiero luogo, e mentre le tenebre al mio solito
s'avvicinano, finisco con amaro, e forzato silenzio.
.......Giacché l'esperienza m'insegna quanto difficoltoso mi riesce il trattare di presenza le cose in materia di spirito, e quelle più che di penitenza si tratta, sentendo ripugnanza grandissima nel solo nominarle; dico dunque, che essendomi necessario di ciò trattare per alcune licenze, che devo prendere in corrispondenza di quello parmi siami nuovamente ispirata, stimo perciò, giacché in atto di scrivere mi trovo, risparmiare a Vostra Reverenza il travaglio in riudirmi nel manifestarmi, con porlo qui; ma perché giudico certissimo esser interrogata da dove tali ispirazioni procedettero, parmi bene primo manifestare la causa di tali effetti, e perciò incomincio. Il giorno di nostra Signora della Neve, stando recitando il SS. Rosario, arrivata al terzo mistero de' dolorosi, m'intesi cordialmente trafitta da quelle acutissime spine, che il santo Capo del Signore pungevano, parmi, che sensibilmente provassi quelle acute punture in modo, che sparse, e fortemente piantate mi circondarono in forma di Corona il Cuore, talché non più l'udivo palpitare; ma come immobile fermato da quelle punture rimase. Fu la doglia che intesi veramente estrema, ed assai sottile, l'anima ancora fu dalla medesima fermezza immobilitata, poiché non poté più passare innanzi nell'orazione vocale; ma forza li fu rimanersi nella contemplazione della compassionevole coronazione del paziente Signore. Sentivo io nel compatirlo estrema angoscia, basta il solo dire, che vivamente mi furono impresse nel Cuore; mi parvero le sacre gocce, che dal Divino capo cadevano non già di vivo sangue; ma come ardenti scintille mi furono mostrate, le quali erano mandate dalla fornace ardente del suo Divino Cuore, quale per suo sfogo permise li fosse il Capo forato, acciò esalasse alquanto l'interno ardore e benché tal martirio atrocissimo fosse come esalo, lo soffrì in comparazione del fuoco di amore, che il consumava il Cuore. Più l'affliggeva quel che patir non poté, che quel che soffriva. O focoso vapore, che al sacro Capo ascendete, e nel risolvervi in sangue vi cambiate! Oh Sacre Stille! Oh carbone di Amore! Pioggia, pioggia non di acqua, ma di fuoco. Oh diluvio amoroso! Oh vasto mare, ove giace sommerso il Divin Cuore! Mi mostrò ancora il Signore l'estrema doglia, che in tale Coronazione patì la Santissima Madre, quale arrivò a tanto, sino ad uguagliarsi con quella del suo Santissimo Figlio. Sicché non meno io compativo il coronato Capo del Figlio, che il trafitto cuore della Madre, e tanto più io vivamente l'intesi, in quanto, che quella piccola particella, che ne stavo provando nel Capo, come il Signore, ma nel cuore come Maria Signora Nostra, e così par che per similitudine più quella di essa Vergine provassi; ma in quanto agl'effetti, che tali dimostrazioni mi causarono, siccome non ho potuto dimostrare quelli, che intesi nel compatire il Figlio, né meno saprò quelli della Madre; solo dirò, che mi struggeva di doglia di volere imitare ambedue in quel conflitto; ove io avessi potuto almeno in parte alleviarli da sì aspro, martirio. Oh come! oh come mi avrei fortemente legato con quelle orride punture, conficcarmele nelle più intime parti del Cuore! o sacri dardi! o felici punture, io vi amo, vi bramo, e pure vi adoro, poiché appagaste il Signore nel suo desio; egli volse patire, e pure l'ottenne! o sacro strumento, che saziasti un Dio! o dolce forame per dove esala Amore! oh se io potessi col mio sangue innaffiarvi! oh come lo spargerei di vero Cuore! felice sarei io se le mie ossa nel coltivarvi saranno acute accette. Oh, fortunata saria se in questo impiego ponessi tutto il mio in sì bello spinaio; forse chi sa se con sì rubiconda innaffiatura mandasse molte Rose ognuna spina. Oh Dio fiorisse la spina del mio Cuore, mandasse la Rosa del Divino Amore! Simiglianti furono gli affetti, che in quello stato proruppe, e mentre con incredibile brama cercavo il modo come potessi in parte compatire al Signore nelle sue spine, e coronare Maria di Rose nel suo Rosario; parmi mi voltassi per aiuto al mio Angelo Santo, il quale oh! quanto dolcemente provvede a tutti i nostri bisogni! ma qui più d'ogni altro tempo benigno si mostrò con speditamente nell'interno dirmi: Coronemus Maria Rosis. Per le quali parole io compresi, come ciò si potria eseguire con farmi, dette parole, di alcuna materia, che se li possono conficcare per ogni lettera dieci chiodetti; poiché abbreviato il nome di Maria, vengono ad essere appunto quindici lettere, che formano li quindici misteri del Rosario, e così poste in modo di Catena ponersi in Capo in forma di Corona, acciocché imitando il Figlio nelle spine resterà la Madre coronata di Rose; e siccome il frutto delle spine sono le rose; così il frutto delle penitenze sono la dilezione del Signore, e di sua Santa Madre; tengo io grandissima voglia per porre in opera la già detta corona; ma con tutto ciò dimoro prontissima a quanto mi sarà dalla santa obbedienza ordinato; non solo voglio licenza nell'usarla; ma ancora nel formarla, e benché la tengo in ordine, e compita, avendola dopo tale inspirazione subitamente finita, con tutto ciò sono pronta a disfarla, e di nuovo rifarla per in tutto a secondare la volontà della santa obbedienza poiché nel fine di detta inspirazione, parmi essere avvertita con sentimenti simili a queste parole, cioè: Se tale penalità non ti sarà permessa sarai bene avvertita ad incoronarti di più preziosa Corona. Quale conobbi essere la santa obbedienza Sentomi ancora inclinatissima in volere sperimentare alcuna particella del dolore, che il Signore soffrì nelle sante piaghe; e perciò tengo pure della stessa materia compito le cinque lettere, che formano il Santissimo nome di Gesù, e se così Dio l'inspira ne desio la licenza di poterle usare, non nelli medesimi luoghi per più ragione conveniente; ma almeno in quelle parti, che le sono più vicine. Desidero io ciò per l'obbligo tengo di corrispondere al mio nome, e giacché per la mia tristezza non ho voluto conformarmi con il Crocifisso Signore nella virtù, almeno vorrei rassomigliarmi con esso in questa poca pena, e siccome porto il nome del Figlio congiunto con quello della Madre, così vorrei segnarmi con le piaghe di Gesù, e con suggello di Maria.
acrimosa fu in vero la mostra fece il Signore
nella già passata notte, che luce il suo oscuro mi parve
in comparazione delle mie interne caligini; poiché oltre
il ritrovarmi affatto priva della presenza del Signore, mi sentivo
vivamente molestata di moltissime tentazioni contro la santa Fede
sì terribili ed irremissibili, che mi riducevano alla fine
trafitta, e combattuta di molte altre, come di disperazione, bestemmia,
odio e altre simili. Signore mio voi ben sapete quello io dico,
solo chi vede compatisce sì penoso stato, Iddio sa come
quello passò, e come adesso mi trovo; più d'ogni
altro mi laqueava il cuore il ritrovarmi in sì grande tempesta
sola, e secondo mi parve allora, senza Dio. Navigò la mia
anima afflitta in tali procelle, come nave sprovvista senza Nocchiero;
fui di questa amara solitudine fra poco rimessa in un'altra più
orrenda, quale fu, che volendo secondo il mio solito incominciare
l'orazione non mi fu negata nell'applicarmi; anzi molto agevolmente
introdotta con sentirvi in tale introduzione molto sensibile la
presenza del Signore; ma fu sì momentanea, che appena dato
principio nel gustarla, che mi sparì fugacissima, restando
benché orante mezza fuor di me stessa derelitta, e sola,
assai peggio di prima; perché ritrovandosi l'anima quasi
fuor di sé stessa, e non ritrovandosi in tale uscita, con
chi riunirsi, viveva sciolta da' propri sentimenti sola, e limitata
in sé stessa senza essere applicata né in Dio, né
meno nelli propri sensi; ma come a chi vive senza respiro posta
in mezzo aere, senza che gode il Cielo, né anco Terra.
O solitudine atroce, o stato orrendo per cui l'anima in punto,
in punto crede morirsi! Chi mai compatir potrà chi tanto
non prova? Certo nessuno fuor di tale stato, né meno io
stessa appieno mi compatisco quando fuori di tal patibolo sono,
qual gelo? qual languore? quali angosce? Tu solo Signore lo sai;
geme l'anima allora; ma senza mandare per suo esalo un interno,
e ben rimoto sospiro; poiché si trova in tale solitudine
abbandonata ancora dalle sue proprie potenze, e come tale immobile
si vede senza fare un moto, non dico di aiutarsi in sé
stessa, né meno chiederlo a Dio; ma né anco può
simili cose considerare. Il tutto soffre senza alcun sollievo
in amaro silenzio. Or così io appunto stavo, parendomi
dimorassi, oltre la solitudine già detta, come per similitudine
in un grandissimo, ed orrido deserto; così parmi chiamarlo
quel luogo, ove mi vidi; poiché non si possono con altro
spiegare le cognizioni intelligibili, che con similitudine di
forme, e figure. Dico dunque, che rassomiglio quel luogo in un
deserto vasto, e tenebroso; poiché non vi intesi in tale
stato certa angustia nella capacità altre volte da me provata
a guisa di penosa carcere, anzi mi parve avessi io allora mirabilmente
la sufficienza di percepire dilatata, benché non d'altro
che di quello stava provando, cioè di funesti successi:
non può il mio Cuore di ciò rammentarsi, senza paventare
in estremo. O spaventoso deserto, che produce le fiere delli miei
amari cordogli! fatti cuore anima mia, che sarai dalli sovrastanti
avvenimenti, che quali mastini ti cercano, divorata, e digerita.
Non ti giova il temere, che ti prederanno al fine, sola sei, sola
sarai senza valor di fuggire, immobile ti trovi, la fuga impossibile,
le fiere vicine, lontano l'aiuto, la morte indosso. O lugubre
successo! o funesto spettacolo! di tal sorte erano li sentimenti
dell'anima, mentre dimorava in questo deserto, e con sommo silenzio
dimoravo al principio per buon tempo; benché a me parve
tal dimora più di mille anni, senza altro sentire, che
la penosa solitudine, e li timori cennati. Proemio fu questo immobile
silenzio della mesta tragedia seguente. Terminò questo
stupido stato con una più penosa vista, e fu che essendo
in parte promosso da quella immobilità l'anima poté,
come chi dà una girata, collo sguardo, alquanto muoversi;
ma non già per suo sollievo le fu tanto concesso, anzi
per maggiormente affliggersi; poiché con quello disavventurato
sguardo, ohimè che vidi! vidi dico il Signore in atto piangente
tutto lasso, e tremante a guisa d'afflitto peregrino, tutto di
sudor bagnato, con le membra languide, e stracche; mostrossi come
chi per lungo viaggio alla fine inabile si mostra in proseguirlo
anzi disanimato, e confuso sopra un sasso ne siede assai pensieroso
di quello deve fare: ohimè come lo dirò! come proseguirò
il mio discorso in un mare di tenerezza cagionato da sì
compassionevole memoria! ah che si rende il mio cuore, e mi domanda
alquanto pausa; riposa dunque cuor mio nello spinoso letto dell'amarezze
di un Dio, più considerar si può, che io in parte
dirlo, qual confusione reca un sembiante di un Dio sì mesto,
e doloroso, stupida mi rese quella compassionevole mostra del
Signore, benché per allora altro non conobbi, che la superficiale
mestizia di Dio, senza conoscere perché, ed in che modo.
Ruppe alla fine quel stupido silenzio un veementissimo impeto
di trattenuto cordoglio, e come respirando ansiosa li dissi: qual
infortunio vi occorse mio Dio? quale disastro, che sì mesto
vi trovo in questo selvatico luogo? chi vi condusse Signore in
parte sì alpestre? Ohimè che miro! Iddio senza conforto,
tacito in pazienza, e bisognoso! dite, dite Signore esalate il
cordoglio, che tanto vi cruccia, e così vi tormenta; ma
oh quanto doglioso qui soggiunse il Signore, così dicendo:
Sono uscito figliuola in generale visita per visitare i miei
ovili in gabella: ma o quanto male mi vanno i cari affitti! basta
figliuola ho ritrovato i macelli. Parmi in dir ciò
forzatamente tacesse il Signore, quasi per estrema doglia non
potesse più inoltrarsi in parole. E ripigliato ancora da
me il primiero silenzio dimorammo in estrema angoscia senza nessuna
operazione interna benché in quelli muti, e funesti accenti
gran cose mostrommi, quali io non posso veramente manifestare
essendo cose sottilissime, e di sublime intelligenza, e tutte
consistenti in Dio, e nelle operazioni sue in sé stesso,
sono tali, che nemmeno io ora capisco, né trovo vocaboli
opportuni, come domandare almeno i capi di quelle volendolo qui
notare; solo per Provvidenza divina trovo come significare i nomi
di sole due cognizioni avute, quali sono: come possono esser bastevoli
le miserie umane per contristare Iddio, facendo il medesimo effetto,
che fanno l'estreme fatiche per straccare l'uomo, così
ancora come Dio le riceve in sommo rammarico senza punto contristarsi,
non potendo in modo nessuno intendere nocumento, e noia, basta
così significarle in sbozzatura, non essendomi permesso
il meglio spiegarlo. Credo abbia il Signore fatto in questi due
soli capi nominare, acciò non scandalizzi, chi sente dirmi,
Iddio piangente, e contristato, acciò si sappia, che intendo
dire di quel modo che è dal tutto diverso dal senso formato
delle parole già dette: mi mostrò chiaramente il
Signore ancora in silenzio che erano i suoi ovili, e gabellieri;
volendo con tali nomi chiamare le Religioni, e Spirituali adunanze
con suoi superiori; e con tutto che restava malissimo soddisfatto
delle pecorelle sue; nondimeno molto più si lagnava con
li superiori di quelle nominandoli alla fine non più gabellieri,
o affittatori come in verità tenevano l'officio, ma mercenari,
e dissipatori del suo gregge. Dirò per maggior chiarezza
per quanto possibile mi sia le opportune parole per formare il
senso giusto secondo la cognizione avuta, e parmi fossero tali:
Sappi, che io pongo ogni industria nel tratto che faccio con le
creature di conversare a suo costume, acciò sia senza scusa,
ed ancora più comodo il negozio fra noi: eccoti un esempio
chiaro di quello al presente ti mostro. Io amo le anime ragionevoli
tanto che trascende ogni capacità di loro stesse; ma quelle
più dei fedeli tengo grandissimo pensiero, acciò
si aumenta questa grata adunanza e perciò ne ho scelte
alcune, ed in disparte l'ho poste per meglio applicarsi alla cura
delle rimaste in comune, e questi sono li Religiosi, ed Ecclesiastici,
quali desidero, ed in verità lo bramo, che si affaticassero
a guisa di vigilanti Pastori nell'aggregare al suo ovile, cioè
nell'osservanza Evangelica le mie care pecorelle, e quelle più
che smarrite corrono nelli precipitosi dirupi del presente mondo.
Tengono ognuno di essi sufficienza bastante per aiutare i prossimi,
almeno coll'orazione, e buon esempio, né punto trascurato
mi sono nel buono ragionamento di tali sequestrate pecorelle;
poiché, l'ho posto in cura! come ad essi quelle ad un altro
affittatore nelle cui mani tutte le ho date in gabella con li
medesimi patti, che si costuma in tal negozio nel mondo, ricercandone
solo per me, giacché di tutte dispogliato ne sono, un convenevole
tributo, il quale sarà l'avanzo, e buona cura dello stesso
gregge, mantenendole sì ben governate, e sane, che non
possa io star mal soddisfatto nella consegna; a suo tempo farommi
del fatto mio, voglio ancora senza punto uscire dagli usati patti,
oltre il buon governo, cioè il mantenerle con la perfezione
dovuta, una buona somma per util mio proprio, dico la gloria mia
accresciuta, e dilatata per mezzo di quelle anime: e tanto mi
basta, ma ohimè come defraudato mi vedo in ambedue gli
affitti, sono li religiosi dormienti in custodire i fedeli li
quali sono dissipati, anzi divorati da' Prelati loro; miseri greggi!
anime care! e qui si tacque, dico cessò il discorso intelligente,
e per estrema angoscia restò l'Anima, e Dio, come non più
capaci di doglia in un mesto silenzio, e lugubre stupore, e fatta
alquanto pausa ripigliò il Signore dicendo: pieno di proprio
interesse oggi si vive al Mondo; ma di quelle più d'ogni
altro mi lagno, che in un mio luogo già sono; oh come scordate
le vedo della gloria mia in discapito delle anime a sé
commesse; nulla mi giovò il darle per esempio nell'Evangelo
mio un vero ed amoroso Pastore il quale dilungatosi dalle novantanove
pecorelle affaticato, sudò cercando la pecorella smarrita;
anzi tutto all'opposto fanno, pigliando per essi, quelle, che
più quiete, e robuste conoscono, facendosi da quelle obbedire,
riverire, e anco servire a cenno, non per altro, che per comodo
proprio, e mentre nel governo di queste non bisogna durare fatica
facilmente se l'eleggono trascurando dal tutto in quelle povere
smarrite, alle quali per un poco di patire, che nel ridurle vi
si trova ognun le fugge. Son mercenari, Figlia, e non Padrone,
pigliano per quanto possono di gusti, e comodi, mentre le mie
pecorelle ritengono; e dopo di quelle, che il Padrone rimane nella
sicurtà, come per altro tal cura data non li fosse, che
per sua preminenza, e dignità. Guarda, guarda per le anime
di costoro, oh come con propri occhi vedono, e conoscono la precipitosa
caduta della pecorella: e con tutto ciò agiatamente siedono
nel soglio della misera superbia, e per un pensiero vile di non
essere scemate nell'onore lasciano rovinarla, dicendo, se si partì
vada, se corre tramonti, la superbia le sostiene, il rispetto
umano qual catena le lega, oh macelli, oh macelli di anime redente,
quanto mi affliggono, quanto mi tormentano! mio Dio, mio Dio aiuto
Signore, che dirò? che farò in tanto conflitto?
oh grande sventura! oh cecità umana! sopravanza in bruttezza
il tutto un cuore cieco; oh Religiosi! oh Prelati ove trascorsi
siete, ove badate! aprite ben gli occhi, e fissamente mirate un
Dio per voi piangente, un Dio quasi esalante; ecco geme il Divino,
l'impassibile manca, l'onnipotente langue, l'infinito si stracca,
s'imbrunisce la luce, e piange un Dio; ohimè qual sinistro
caso successe al Mondo? qual disastro nel Cielo, mentre così
Dio in lutto si occupa: oh causa orrenda della sciagura di un
Dio! ciechi son gli occhi, che tal sventura non vedono! miseri
noi Religiosi ingrati, ciechi siamo posti in tenebre oscure, e
come tale non vi è conoscenza dell'eclissato sole; oh potessi
mio Dio con gemito infinito andare esclamando per il mondo: Vae
caecis oculis, qui te non vident vae caligantibus oculis, qui
te videre non possunt, ohimè aiuto Signore reprimete
l'impulso, che morir mi sento. Oh amarezze indicibili! o inesplicabili
pene! misero Mondo sei divenuto un vaso di veleno. Ah, ah mi darò
mai esalo in tanto sconforto! né men lo voglio mentre geme
Iddio. O quanto amaramente ripigliò il Signore, ed in brevità
disse: Quid est quod Dilectus meus in domo mea fecit scelera
multa? pietoso mio Dio a gran ragione vi lagnate: e bene io
allora conobbi esser ciò detto per quelli miseri ambiziosi
che precipitosi ne corrono nell'infernal voragine, procurando
volontariamente simile Inferno; dico offizi di prelature; o laidezze
incredibili! oh superbia inaudita così contro Iddio operata!
otturansi gli occhi miei; sia io cieca Signore, acciò non
veda simili bruttezze nel mondo; per altro non desidero le luci,
che per applicarle non a mirare, anzi per incessantemente piangere
l'umane fragilità, e l'offese di Dio, non posso più,
aiuto Signore, mi muoio di doglia, si abbatte l'anima, il silenzio
ripiglio. Rimasi di nuovo nel fine di tal'esalo, come prima in
silenzio, era sì doglioso questo taciturno stato di ambedue,
che quello che provavo in quelli esalosi respiri, benché
mi sentivo morir di doglia; con tutto ciò in comparazione
di questo soffocato silenzio posso nominarlo esalo. Cessò
questa dogliosa mostra del paziente Signore così in silenzio
come appunto ho detto, restando esso senza nessun sollievo, né
conforto; ma come inconsolabil del fatto, mi sparì dagli
occhi. Come restavo io più immaginar si può, che
bene spiegarlo, e benché nel risentirmi trovata mi fossi
in un mar di amarezze d'una gran copia di lacrime; nulladimeno
mi sentiva assai fortificata nell'anima, e pronta ad esibirmi
a tutti di castighi meritati di quelle anime; siccome nell'offrirmi
al Signore per carità li chiesi; non solo nell'anima fortificata
m'intesi; ma ancora nel corpo, non ostante avermi passata una
intera notte in agonia estrema Credo sia stato questo, effetto
della bramata presenza del Signore.
