
1681 09 15 AMBP Lettera 34 / 81 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare
h, fratello carissimo,
che le dice il cuore di questo caso occorsomi? Mi fanno fare il
cuore come la tinta, perché chi mi dice che tengo amicizia
con barbari, chi che sarò perseguita e chi mi dice una
cosa e chi un'altra, io che colpa è che entro sino a Tripoli
di barbaria? Non posso pensar altro fuor che il demonio colà
mi habbia rivelato acciò trapassando tanto la mia iniquità
lui trasmette con quei perversi il mio nome per farmi: pari cum
paribus.
Ad ogni modo io in tempo cosi sospetto non posso passar quieta
questa legatura, che buono vedere fa corrispondenza di turchi
e cristiani, e massime se segue come mi dice il cuore, e di altro
canto mi preme sino all'anima il bene del prossimo e quello del
Signore; onde la prego a darmi qualche parere come mi devo portare
in avvenire, poiché per questa volta già lungamente
le risposi secondo mi dettò la mia ignoranza, diretta bensì
dalla bontà del Signore. Vorrei di più sapere circa
il modo di parlare, cioè dei titoli dovutigli, poiché
quantunque il sudetto sia soggetto qualificato, io con buona creanza
gli diedi il titolo grammatico cioè, tu si, no etc. così
facendo per addizione improvvisa poiché io sopra ciò
non pongo pensiero ma corro con la lingua; non [di] meno per non
far da capo voglio il suo parere benché spero non passar
più oltre con la grazia del Signore.Palma a dì 15
Settembre 1681
[sua sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]
1681 09 22 AMBP Lettera 35 / 81 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare
ggi giorno 22 di
Settembre riceviamo con la posta una lettera della signora, la
quale dopo una lunga e mortale infermità già grazie
a Dio sta libera dalla febbre, benché ancora in letto;
onde per essa io rispondo, ma non a tutti i capi della sua lettera
poiché chi può capire quelle polize di cambio, quelli
abachi fatti cosi, e quell'altri intrichi con signor l'Amantia,
de' quali io non intendo niente, e niente le rispondo, lasci che
la signora si alzi da letto per darle di ciò risposta a
compimento. Degl'occhiali bensì la signora molto si rallegrò
e la ringrazia infinitamente, tanto più che in Palma vi
è venuta una cecità quasi comune, che non si sente
altro che busca di occhiali.
Onde il signor Arciprete glie ne fa istanza caldamente pregandola
ad inviarne uno o due paia per lui, della medesima qualità
di quelli del padre nostro confessore, essendo egli della medesima
età e infermità, cioè di 56 anni, e provandosi
quelli del padre sudetto gli parve fosse venuto alla vista di
prima; onde con ogni istanza e sollecitudine ne lo prega.
In quanto poi alla sonnolenza di Roma in ordine alla controversia
di Francia, qual voce può destarla? Una sola io stimo,
l'ira di Dio, cui: sicut leo rapiens et rugiens rapisce e grida,
arrivando al detto il fatto, all'avviso il castigo, e al ruggito
la preda, rapendo con denti chi non si destò con gridi,
Dio faccia che non sia, ma bramare la sanità nel riempirci
di maligno umore e manifesta pazzia, io per me stimerei più
homicida che barbiere quel che facendo tale officio nel voler
cacciar sangue ungesse di veleno la punte del suo lancino, che
invece di sgravar la vena gli avvelenasse il sangue; così
farebbero i ministri di santa Chiesa destinati medi per la salute
dei mondani, che se loro sono tali cioè nel loro officij
riportatori meno di salute che di veleni meglio sarebbe non essere
ministri.
Che homicidiale il nostro conflitto è questo appunto, ed
io stimo che nostro Signore sia più sdegnato con l'infermieri
che con l'infermi, cioè più con l'ecclesiastici
e religiosi che con i laici secolari, io sono peggio di tutti
e però più di tutti mi raccomandi al Signore.Palma
il dì sudetto 1681.
Nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. La signora mi dice che resta assai meravigliata dei suoi
scrupoli circa il denaro [che] le invia, onde lei le dice per
sempre che non per altro le invia queste somme che per sua determinazione,
sì che ne faccia quello che vuole a chi e come le piace
essendo mandate per V. R. a sua disposizione, che quando qualche
volta ne invia per altro affare con la medesima somma ne particolarizza
la sua intenzione, ma quando l'invia senza dire altro sempre intende
che sono a sua elezione come sono queste 50 onze che lei cenna
mandateli per il signore l'Amantia.
Della elezione dei Cardinali non le dico niente, poiché
stimo essere vergogna i siciliani dare notizia alli romani degl'eventi
di Roma. V. R. tra queste porpore pensi che tutti quelli dell'altra
vita sono porporati, chi di serafici ammanti, chi di fuochi purganti,
e chi di fiamme infernali; io alla vista di questi stimerei uno
scherno un eminentissimo cappello, poiché quello solo è
eminente che là su ci corona dell'amor divino.
Carissimo fratello: quo vilior eo mihi carior, questo abbracci,
questo stringa, e ne' medesimi riflessi meco replichi: quo vilior
quo vilior eo mihi carior.

1681 11 06 AMBP Lettera 43 / 81 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare
l pari del suo affetto
sono le sue cautele, carissimo fratello, onde io brevemente rispondo,
dicendo che per essere sì vulgata verace e nota la materia
della incursione divina nell'opere nostre, io non feci conto spiegarla
in causa, poiché sarebbe cosa molta sofistica se volendo
uno dir pane bisognasse spiegare essere fatto di quel frumento
fruttato dal campo, coltivato dall'agricoltore, tolto dal granaio,
crivellato dal panettiero, e perfezionato dal fornaio. Oh lunga
saria! Io mi morrebbe di fame per non chiedere del pane con questa
lunga storia, basta dir pane per intendersi tutte queste sue circostanze;
così io feci nella spiegazione dell'opera del nostro intelletto,
e dissi discorso naturale, intendendosi senza dubbio con l'aiuto
della grazia di Dio, che essendo autore della natura senza esso
ella non opera, come non può operare un corpo senza il
suo capo, sì che da noi stessi niente possiamo senza la
grazia ordinaria o straordinaria di Dio secondo lui vuol darla,
la quale nell'opere della natura opera con naturale, e in quelle
della grazia opera soprannaturale, quando però ella è
in tal grado che bisogna sopraeccedere la natura, essendo così
nella contemplazione infusa, dono di miracoli e di profezia etc..
Onde io mi dichiaro che nel dire naturale o appartenente all'homo,
intendo con la grazia di Dio sufficiente e ordinaria, non solo
attuale ma preveniente e susseguente nella perfezione, essendo
tutte tre necessarie per ogni nostra benché piccola azione
etiam, di un respiro, non potendolo fare la creatura senza queste
tre incursioni di grazia, con le quali la può, lo fa, lo
perfeziona: con la grazia preveniente si abilita, con l'attuale
l'opera, e con la susseguente lo perfeziona; e se tanto bisogna
per un solo respiro che è cosa indifferente, naturale e
momentanea, come noi potremo altro senza la grazia di Dio: in
quo movemur et sumus? Dunque etiam per ogni nostro respiro domandiamo
a Dio la grazia preveniente: tua nos quaesumus Domine gratia semper
preveniat l'attuale: dirige actus nostros in beneplacito tuo,
quia tibi sine te placere non possumus la susseguente: et misericordia
tua subsequatur me omnibus diebus vitae meae, nel rimanente dei
quali la prego carissimo fratello a propormi altra materia essendo
la più proporzionata quella delle mie miserie, poiché
queste proposizioni scientifiche e scolastiche non convengono
a femmina ignorante e peccatrice; onde io epilogando la spiegazione
dei suoi quesiti qui fermo parole, e non stimando bisognare altro
caramente la saluto raccomandandomi alle sue sante orazioni.
Palma a dì 6 Novembre 1681.
Sua sorella e serva in Christo
Maria Crocifissa della Concezione
1681 11 26 AMBP Lettera. 49 / 81 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare
'infermo senza cura,
si visita la sera quando scura, così il motto siciliano,
così lei meco, carissimo fratello, adducendo la tardanza
di quell'ora, che scrive per farmi priva etiam di parole, quanto
io sono di meriti, essendo io quella egrota, esule di ogni cura,
etiam di me stessa, e però l'anima mia dimagrita di ogni
merito, e spolpata di ogni bene giace meschina nel letto di sua
miseria cosi scomodo, e stretto, che non habet ubi reclinat caput.
Io questa povera le presento, acciò gli faccia carità,
che una cosa ha di buono chi siede elemosinando nell'immenso portico
del divino costato: ove traversata in soglia chiede a quelli [che]
passano qualche sacra mica di quello riportano. Oh carità
immensa, dei benedetti viatori, ecco già la mendica! Porgetegli
almen qualche sospiro per vostra pietà, acciò da
sì grato spiracolo: aspiret mihi odor amor sui, che qual
aura odorosa conforta le mie piaghe; oh introdotti, fate tanto,
aspirate o passeggeri questo soffio nel mio cuore, poiché
quella aria assorbisce ella e la mia vita, e la mia natia magione.
Fratel mio il crocifisso, quel ristretto, quel buco, è
il mio ospedale vivifico; qui io, ancor che languida, benedico
i miei stroppichi, la mia attrazione, e membra paralitiche, per
cagione dei quali io non ho habiltà al moto, non ho causa
di partire, né piedi per andare. Oh dolce mia impotenza,
qui mi arrocca il patire, qui il mio inchiodato Signore: hic nidificabo,
nidificherò nel nido delle mie proprie pene formato di
loto, frasche, e paglie di tante mie miserie, benché su
quelle piante frondose di ameni girasoli, che sono quelle anime
sbarbicate dall'orto di Adamo, e trapiantate in quello rovoso
del monte Calvario, ove Iddio: secus decursus aquarum plantavit
vineam iustorum, a modo che a rivi di quello torrente: de fontibus
salvatoris, ingrossino i suoi tronchi questi girasoli divini,
traendo fertilità dal suo sangue, e produzione eterna dal
suo caldo solare, la di cui beltà invano procurano godere
i miseri mondani, poiché sono riverse queste piante tutte
al diritto di quel sole, che su il meriggio della croce sparge
i suoi splendori.
Qui queste non sanno, altro esse non vogliono, che il sole nel
suo punto, Iddio su il monte Calvario: quelle della destra non
vedono, quelle della sinistra non curano, e quelle di dietro non
badano: Gesù Cristo solo guardano: et hunc crucifixum.
Oh mio chiaro orizzonte, plenissimo mio sole: salve oh trono solare,
in cui si vitalizzano l'affetti, si illucidano i miei lumi, e
si svanizzano le mie pene; comunicando di più questo divino
alimento la sua proprietà, e figura, conferendole al girasole
col suo incremento, poiché divinizzandolo gli partecipa
il rotondo della eternità, il giallo della gloria, e nell'unione
distinta dei suoi granelli, la distinta unione dei beati, facendolo
al suo riverbero un Paradiso in terra.
Oh cuori crocifissi, germini beati, che fanno corona a quel giglio,
fan siepe a quel legno fertile a pro nostro nel monte Calvario,
nelle di cui rupi io ascosa vado, cogliendo quelle erbette concedute
a quelle anime che non arrivano a quei fiori, tra le quali boscareccie
alta piantarella fiorì, pascolando Iddio ad un'anima di
una piccola conoscenza, ma luce beata, che da passaggio se li
die[de] assiso in stato di onnipotenza, sedente nell'alto polo
della eternità, essendo questo smisurato soglio dall'infimo
dell'inferno, sino al sommo dell'empireo, e di tal circuito, quanto
un cerchio infinito: benché per quel che segue fu in qualche
momento terminato, e ciò a' piedi di quel gran Re, che
stava assiso, nel di cui scabello eravi cinta nel polo la volubile
ruota della mondana mole, giravoltando in modo, che niente fermava,
travoltando di stato in stato coloro, che in essa dimoravano.
Ma in essa da principio non si vide che una sola moscarella, qual'era
una giravoltata, ma quieta creatura cioè, immobile in se
stessa nella continua rimozione da uno all'altro stato: sì
che era da vedere la velocità di ruota sì grande:
e la fermezza di quella cosa da niente, la di cui vista appena
occhio scorgeva.
Oh misera figlia di Adamo, che fai o postera di pena, cosi assorbita
di guai, e solitaria vermichina? Ma par ch'ella risponda: ai piedi
del mio Dio ogni corso io fermo, ogni aquilone io calmo, e ogni
oceano io ingoio; ciò senza parole, ma in quietissimi accenti:
inconcentrando i suoi sottili piedini in quello infrangibile diamante
del divin volere, ove ella era talmente introfondata con l'introgresso
di una conformità al volere del Signore, che né
vuole, né ruote mobilitavano l'ali, cioè, nemmeno
l'appetito di partirsi da dove la stabiliva il Signore, quantunque
in stato permanente mai si vide stabilire.
Oh cosa piccola, ma di grandissimo stupore, e fu il vederla ai
piedi di Dio senza mai in stato, ma immobile in tutto, e quanto
volubile in ruota, tanto ferma nella volontà del promotore,
al di cui cerchio le voltava tanto quieta in sua faccia, quanto
di dietro, quanto al sinistro quanto al capo destro, agendo nel
suo volere tanto in stato di sua assenza, quanto di sua presenza,
godendo parimente nei lati tanto per missione di gusti, quanto
per nudità di tormenti, sussurrando in ogni stato: benedicam
Dominum in omni tempore.
Oh musa mia cara, sabucetta canora, che cosi l'organizzò
cara mia vermichina, la tua voce è più eccelsa,
la tua melodia è più rara. Oh mia piccola moschina,
muovi deh le tue aluccie, scuoti ormai i tuoi piedini, e posa
nel mio cuore, acciò io impari da un vermuccio come devo
amare, amare quel grande Iddio, che etiam la residenza ai suoi
piedi fa portenti sì rari, al di cui pensare mi conquassa
il desio, mi violenta l'anima, fan forte le mie vene, non posso
più tardare.
Cielo, terra, andate, creature più non venite: inveni quem
diligit anima mea, tenui eum, nec dimittam, non vo cielo, non
vo terra, già nel mezzo è il mio tesoro, egli sta
su quella ruota di una santa indifferenza, per dovunque lei volta,
e gira sarà nel polo la mia stanza, così la mia
vermuccia, così vuole mia maestra il di cui veder sì
grato, il di cui stato sì buono pose, (per cosi dire) il
medesimo Dio in tanta vaghezza, che tirandola su il dito della
sua compiacenza disse: eo magis, quo minus vantando la sua vermuccia
tanto grande nel suo dito assisa sopra ogni eccelsitudine arcana,
quanto piccola in se stessa e nella eccellenza humana. Così
disse sorvolandola, e sorridendo per diletto se la ingabbiò
nel cristallo del suo cuore SS.mo; ove non più occhio la
vide, seguendo al suo sparir altra vista mestissima, cambiandosi
quella solitudine in una folta di animali; sì che si vide
quella ruota ricoperta di moscacce, zanzare, e madragoni, cosi
vermicolosi, e mobili come sogliono dimorare.
Questi erano i mondani, tutti sollecitudine nei loro intenti,
volubili non solo in ruota delle contingenze mondane, ma del tutto
in quello stato, ove li pone il Signore; sì che a questo
loro posare, sì leggero seguiva alla loro vista un cadente
bastoncino, cioè qualche travaglio etiam di condegno castigo,
alla vista di cui sorvolano tutti in nebbia: benché chi
più, chi meno: né si accorgevano li sciocchi che
il bastone non era ruvoso, ma grondante di miele, acciò
che posando sopr'esso ne traessero, non morte, ma liquor vitale.
Ma a questo non giunge la leggerezza del male, ma al primo veder
della croce fuggono le mosche, e queste inaccorte zanzare: e non
potendo ovviar quello fuggono (poiché: quis restitit Deo,
et pacem habuit) si trattengono nell'aria di quella mobile inquietezza,
patendo più orribile della croce che fuggono, la medesima
resistenza. E tal ora (oh gran disgrazia) con impazienti sussurri
si danno a guisa di madragoni in peccaminose querele, lagnandosi
dei suoi fastidi e del datore; ma se più potevano si alzavano
sino in alto, mordendo colà Dio con disperati aculei, che
da loro provocato con maggiori percosse le cacciava da sé,
e dai suoi aiuti, sì che li meschini dissipati: nec compuncti
ne andarono malandate, la quale misera ciurma formò su
quella ruota una nube, ma così densa, così oscura
che impedì quella luce bellissima, ove terminando ogni
contento, io principierò gran pianto.
Ohimè: oculus meus appropinquat ad mare, Maria sì
dolente mi si gonfia nel cuore, che par mi menasse a morire: e
ciò mi saria vita per tormi affatto dagli occhi questi
assami, ed oh faccia Dio, che io non sia la più volubile,
la più querela, e mordace; et il più che mi duole
è, che quanto voliamo fuor di Dio fuggendo la croce, tanto
ci cacciano fuor di lui i nostri peccati: opera enim illorum sequuntur
illos, sì che, ove arriverà quel misero che tanti
bastoni precorrono la sua fugacia? Oh sole, oscura il cielo, e
tu mare inonda il mondo per impedire il corso a questi miseri
corsieri: nunquam in eodem statu permanent, su tornate ai vostri
nidi, che sono i sacri piedi, quali formati ci aspettano, o nel
polo dell'eternità, o nel Calvario, in questo dì
presente, colà nel futuro: o' frater, o' frater, an hic,
an illic.
Carissimo mio in Gesù Cristo a suo bel modo scelga, io
per me nol voglio adesso, che su il monte Calvario. Qui io voglio
tutti, su tornate oh fuggitivi, qui oh mie perdute assami sono
per noi pascoli di miele; ma ohimè loro non l'intendono,
anzi restie rispondono: illa terra devorat habitatores suos, sì
che dice il vero poiché: nisi granum frumenti cadens in
terram mortuum fuerit ipsum solum manet, ma rifletta al fine:
ipsum solum manet, che se ella la inghiotte, e per qualche momento
l'assorbisce, non è che per eternamente moltiplicarlo,
come appunto fa quella fiera marina, che nell'ingoiare Giona non
fu crudele ma benigna, mentre qual madre nel suo seno libero lo
solcò dell'onde marine: sic filius hominis in corde terrae,
con cui ancora noi tanto dobbiamo; spezza dunque a duro ferro
questa rocca del Calvario, ove introfondato il cristiano produrrà
per cibo eterno olio, miele e grano; questa messe io qui aspetto,
per questa fatico e sudo, sin che si sega il fieno: omnis caro
fenum eia mio messaro, Gesù mio la falce è in pugno:
hic ure hic seca ut in aeternum parcas, ecco qui io curvo il collo,
la tua croce la mannaia, la tua lancia il mio cortello, il manigoldo
il tuo volere, che mi tira e schianta il cuore, dopo che: quid
mihi iam ultra mi amatissime Jesu: iam mundo et omnibus quae in
mundo sunt iubens vale facio: iam gaudens ad te venio iam gaudens
at te venio, così io, così V. R. carissimo fratello,
acciò in quei secoli eterni ambedue corriamo; e finalmente
la ringrazio di quelle inviate insieme con quelle altre coselle
secondo la notazione. Io le gradisco molto, poiché le cose
procurate da V. R. mi sono sempre in gusto, gradendole parimente
dal signor Abbate, la di cui risposta già le inviavo con
la posta passata; in tanto io le rispondo di quella letterina
di suor Serafina di Dio, alla di cui risposta io non hebbi che
fare che riconoscere più ingrandite le mie derelizioni.
Non di meno per non far peggio di una piccola moschiglia dissi:
benedicam Dominum in omni tempore, e ciò mi vien facile,
poiché solo in quello che Iddio non vuole io non ho pace,
nel quale incontro la mia vermuccia entra in una fiamma vorace,
qui V. R. rinfreschi le mie pene con altre tanto ardente orazione,
lo faccia per carità, e non faccia come da principio che,
all'inferma senza cura le scrive la sera quando scura: nos cum
prole pia benedicat Virgo Maria.
Palma a dì 26 Novembre 1681.
Sua sorella e serva in Christo
Maria Crocifissa della Concezione

1681 12 09 AMBP Lettera 51 / 81 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare
icevo in risposta
di alcune mie una carissima vostra lettera, ove intendo con spasimo
del mio cuore l'occulto male di santa Chiesa, e vorrei accompagnare
le vostre doglianze con gemiti del mio cuore, per il che io mesi
sono inviavo costì una gemibonda matrona che scindendosi
il petto invitava al suo pianto tutte le creature; ohimè:
scindite corda pectora, così a batti palme gemeva, ma per
quanto io vedo forzata forse di ladro infernale fu presa per via
questa dolente matrona, ed era tale, come di già si trova
la quasi distrutta religione, figurando questa la riferita matrona;
ma oh nostra perdita, oh sua ria sventura, e cui (ancor che in
carta) così in odio la seguita io fidandola in carta così
dolente l'involsi per farle udire suoi gemiti, e a nostro danno
le grida, ma tanto suo esalo non piacque.
Onde anche cupa in sospiri chi sa qual torrente la sommerse, menandola
seco in più arcipelogati martiri, povera donna, chi sa
invece di esalare in qual profondo annida? Io per me non so che
dire fuor che deplorare di santa Chiesa le così ignorate
rovine, di cui (essendo il capo santa fede) la sudetta è
il cuore, e mentre ella langue tutto il resto si duole, così
facciamo noi ai piedi di Dio, gridando con nostri gemiti: descendat
super nos misericordiam tuam, tanto ci ottenga la SS.ma sua Madre,
ai piedi di cui diciamo: nos cum prole pia benedicat Virgo Maria,
a dì 9 Dicembre 1681.
Sua sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]
P.S. La croce di sopra vede denota di questa non esservi copia, come saranno tutte quelle così segnate; così il mio confessore vuole [che] le dica, onde io fo la santa obbedienza, l'acclusa lettera è del padre Bartolotti, e si ricordi del fine di questa corrispondenza, e qui brevemente finisco havendola con la posta passata [an]noiato di una lunghissima lettera.
1682 02 10 AMBP Lettera 06 / 82 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare
arissimo fratello,
atteso quello [che] sa io non discorro del fatto ma dal preteso
effetto, quale io onninamente procuro senza voler saper altro
che il detto Evangelico: cum persequentur vos in civitate istam
fugite in aliam, che se tanto disse Dio per ogni sorte di persecuzione,
che sarà di quella che produce l'anima in una spirituale
ed eterna.
Io qui già sono arrivata, né pena mai sarebbe bastevole
a sgomentarmi se non fosse quella che quanto spiace a Dio tanto
laquea e rovini la mia lesa coscienza, la quale già tremula
in un dirupo di morte sente replicarsi da Dio: fatua fatua cave
ne decidas; che vuol dunque, io pazza sarei se per non rimuover
passo tremolassi in un pozzo, se non di peccato almeno d'inquietezza,
quale si è tanto orrenda che un piccolo inferno spasimante
restringo, ove parimente par si consumasse tutto il monastero,
sì che: demergite me in mari et cessabit tempestas, né
stimo dir più perché la determinazione è
fatta.
V. R. farà una delle tre cose, o venga lei, o mandi qualche
Padre a cui io conferisca quello [che] non posso per lettera,
come un tempo fece col padre La Rosa, o finalmente invii alla
dirutta l'acclusa lettera; una delle tre sia onninamente, altrimenti
perirà l'anima mia, né occorre dire che conferisca
col Padre spirituale, poiché le prime poche mie relazioni
hanno bastato per far che lui assentisse alla mia traslazione,
e se per ciò fosse dieci anni sarebbero che io sarebbe
altrove, oltre che egli su queste materie attende più alle
modestie che alla risoluzione, né bisogna star più,
poiché il tempo già l'ha imputridito, non che maturato
quando io sarò nella eternità cui mi gioveranno,
quelle che adesso non mi giovano so che né meno colà
mi gioveranno: praeterit enim figura huius mundi colà non
vi sarà specie di quelle che adesso mi trattengono, sì
che io per un vento perderò un acquisto infinito.
Carissimo fratello, senza altro cumulo di tanti miei peccati questo
mio assordamento basterà per rendere formidabile il mio
ultimo giudizio, egli mi violenta per più modi, divino,
humano proprio et alieno; divino per interne reclam(azion)i severissime
e soave, humano, consigliandomi ciò etiam l'amorevole,
ammirandosi (per quello sapete) che io havendo tante chiamate
in altri monasteri ne sto tra le dimore, spronandomi parimente
i contraddittori, non per insofferenza, ma per quelle laquei di
coscienza che non si possono evitare.
Proprio per quello equleo che di momento in momento con trucidazione
interna da Dio mi divide, da cui mi sento pian piano abbandonare
tralasciando quello più duro per il quale io procuro conferire,
alieno poiché quanto queste mi cacciano tanto l'aliene
mi tirano, essendo più volte chiamata da altri monasteri;
onde io scelgo l'ultimo sapendo che quantunque per fondarlo io
non valga, loro mi accetteranno per qualsivoglia modo, benché
a dire il vero io mal contenta mi espongo per monasteri [che]
mi chiamano, poiché quanto loro mi han richiesto tanto
io prontamente l'ho escluso, desiderando andare più ove
sono ributtata che ove sono voluta.
Onde non potendo far altro ho fatta questa elezione, desiando
per altro l'ingresso delle scalze di Santa Chiara di Roma, poiché
io quantunque non vo sentir niente di venir costì non di
meno mi piego, sapendo queste esserne più leghe lontane,
e ciò per tre motivi, primo per facilitazione del breve
ch'è motivo sodissimo il passare a più stretta religione,
secondo affin' di ritiro come già si trova fuori dell'abitato
questa abitazione, terzo per il suddetto fine di dispregio, inconoscenza
e inestimazione, poiché come queste madri non sapranno
altro non havendomi richiesto mai praticheranno meco come il mio
diportamento, per il quale saran costrette a deputarmi il vitto
assieme col porcello, nel qual pantano io troverò il mio
cielo, ed oh, ed oh fonte di loto tu il mio contento, sporca concava
mia ricca corona, limo di pene mie gemme e catene! L'inspiro,
lo bramo, lo voglio, lo procuro, per cui serrati oh cielo, aspetta
oh Paradiso, ritarda mio bene, acciò prima di venire io
assaggi questo miele: favus post felle gustavit, né voglio
gustar beatitudine prima che non mi satolli di humiliazione: si
quo vado (anima mia) per venire cupis per has tibi convenit spinas
transire, e però per esperimentare più intimi questi
aculei mi spoglio la veste della parte animale indutta di comodi,
patria, conoscenti e cognizione.
Onde mio carissimo io istantemente la prego benché non
di altro che di un semplice indirizzo, di come trattare col suddetto
monastero, con chi, se col confessore, con le madri, o cardinal
protettore; come devo indirizzarmi, poiché io medesima
farommi l'istanza etiam se bisognasse con la Sacra Congregazione,
poiché quanto: erit maius aedificium tanto altius fodit
fundamentum, e bisognerà sottopormi alla profondità
della mia sciocchezza per ergervi cosa di tanta importanza, né
si meravigli che io tanto presuma, poiché non teme restar
deriso chi mai pretese che derisione, che quando sarà,
l'esser mio non si scema, poiché non teme perder fama chi
mai n'hebbe prima.
Onde io con ogni libertà mi espongo al fatto, procurando
almeno le seconde di Genova se non potrò le prime di Roma,
acciò non potendo invenire quel miele, almeno fugga questo
fiele cotanto amarissimo per l'offesa del Signore cui: illuminat
sensus et corda nostra, acciò si prosegu(isc)a il tutto
secondo il suo volere, per amor di cui habbia pazienza, carissimo
fratello, e si degni nell'avviso soprascrivere la lettera diretta
al mio Padre confessore, fuori di cui (per quelle del monastero
intendo) il tutto gli confido: sub sigillo, e qui ai piedi di
nostra SS.ma Madre la saluto caramente nel Signore. Palma a dì
10 febbraio 1682.
sua indegnissima sorella
Maria Crocifissa della Concezione

1682 02 12 AGT Lettera 08 / 82 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare
omine quid multiplicati
qui tribulant me multi insurgunt adversum me, ed oh quanti ohimè,
oh misera me quanti, così meco dica, così carissimo
meco lacrimi, mentre né cento né mille sono i miei
spasimi, ma quante l'onde del mare tanti li miei acerbissimi dolori.
Credevo come cennavo nell'acclusa lettera scriverne qualche altra
in rimedio di tante mie pressure, ma il cielo mi confonde, poiché
havendone scritto due, una per V. R. separata dell'acclusa, e
l'altra per il padre Bartolotti esponendomi (benché alla
dirutta) prontissima per la sua chiamata quale erami fatta più
per cenni che con parole, qui si infuriò più implacabile
fortuna, poiché sapendo il mio Padre spirituale le passate
esperienze tutte inesaudite e vane mi sospese le lettere, e accorato
più che me, non sa ove trabalzarmi, conoscendo per altro
essere io il bersaglio di tanta ria fortuna non solo propria ma
di tutto il monastero, onde confuso non sa ove ribattere la concussa
nav[ic]ella della mia persona la tempesta mi affonda, il vento
mi conchiude.
Ohimè Signore per cui si procura non stanze né accomodi
ma una misera balena di qual si sia clausura per confinarvi questo
misero Giona, ma gli homini non si degnano etiam di consegnarmi
all'onde; onde all'asciutta mi sommergo per la mancanza di uno
humano remo; Gesù dammi aiuto, poiché anche il chiederlo
mi è proibito, benché io riconosco la ragione di
tal divieto, sì che volentieri mi resto non sapendo per
dove io prenderò partito.
Carissimo fratello non credevo sin qui ma il duolo mi ha menato,
onde io fermo parole mentre bastavano due per to[glie]rle l'aspettativa
cennata nel fine dell'acclusa lettera, sin che carissimo da me
non aspetti che doglie e sospiri con che la saluto e lascio ai
piedi del Signore. Palma a dì 12 Febbraio 1682.
vostra sorella indegna
Maria Crocifissa [della Concezione]
1682 02 18 AGT Lettera 09 / 82 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare
a flussione del
suo capo ha fluito parimente a noi tanti dolorosi sentimenti quanti
sono stati li nostri dolori, carissimo fratello tra tante nostre
pressure questa invero sarebbe la peggiore; onde io la prego:
in visceribus Jesu Christi a dirci il vero, poiché la sua
infedeltà nel celare le sue indisposizioni e patimenti
ci priva di ogni quiete, poiché sempre dice poco o niente
del suo male, e Dio sa se questa è flussione, o qualche
malattia più grave; circa questa materia io poco stimo
le sue parole, e Dio perdoni Roma che ci costituì in queste
torture, poiché quando qui arriva l'avviso della infermità
l'infermo può essere fatto polve[re], sapendosi dopo più
settimane. Così va la cosa, così di giorno in giorno
si lambicano le nostre cognizioni, poiché quando dice di
stare bene noi rispondiamo chi sa se [ha] finito di stare male,
pensando l'affetto sempre la parte peggiore. Così ha voluto
Dio, né noi vogliamo altro che il suo divin volere, per
amor di cui solleciti l'avvisi dandone almeno questa consolazione,
e havendole scritto con la posta passata una o due lettere, qui
non mi dilungo in altro, inviandole per fine la riscritta lettera
del signor Abbate Muti, quale io copiavo dalla copia qui rimasta
del primo originale, la data gliela ho posta a tanti di Novembre
come in quella era; onde li potrà fare assentire essere
per via sino adesso ritardata, e non essendo per altro compatisco
le sue infermità ma più le sue angustie cordiali,
che incontra in lei stesso e nella religione, così io me
l'immagino benché V. R. niente spiega nella sua lunga lettera,
tenendosi sempre nel generale, alla quale io non risposi prima
perché fu risposta della mia, ma io questo non havrei guardato
se l'urgenza che pluviose ci occorsero per cagione della visita
non havessero la mia penna in altro occupato. Onde mentre V. R.
attende alle lettere inviate, preparandosi a quelle a venire,
quale già mi sono intimate dal Padre confessore, io tratterò
le sue almeno compiangendole ai piedi del Signore che la salvi
e conservi come brama il mio cuore. Palma a dì 18 Febbraio
1682
sua sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]

1682 02 22 AMBP Lettera 10 / 82 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare
che cuore voglio
havere di inviarle le lettere promesse con la posta passata, mentre
per vederla ancora angustiato non mi dà l'animo arrivare
all'afflitta afflizione, e pure il tempo passa e il Padre confessore
che prima mi haveva sospeso l'inviarle, adesso mi chiama ordinandomi
con ogni sollecitudine che l'invii non conoscendo sino adesso
altra strada più sicura, ma io temo, temo, temo; ed oh,
mia cara creatura, se io fossi di presenza, oh quanto farei che
le mie lacrime le dimostrassero non esserle io molesta che per
una insuperabile costringenza, per la quale è impossibile
che resti, almeno sopra la faccia della terra, poiché quando
le rincrescesse il sottrarmi umanamente almeno bisogna farlo tirannicamente,
confinandomi in un fosso ove mai più veda luce nel cuore
della terra, forse qui tra qualche totale ritiro io mi salvassi
l'anima, liberandola di quelle occasioni che se non l'hanno nelle
branche almeno la cercano di predarla.
Carissimo fratello come può essere che non han preso quando
io sento li loro succhi, con che mi tirano sino la midolla del
cuore; oh pietà di Dio: ne tradas bestiis animas confitentes
tibi, io invoco il tuo aiuto pretendendolo dall'humano, né
in altro mi attendo che quello mi si presenta dal cielo per le
sue mani, né mi stia a dire carissimo, che io dichiari
la qualità dei motivi, incitamenti, e pene che tante volte
l'ho fatto scrivendo secondo il corso di questo particolare, dicendo
in primis l'inviti dolci e soprannaturali, secondo, le penalità
di coscienza sopra di che ne ho fatto pieghi, terzo, li sproni
alieni che in Jesu Christi mi violentano se non alla partenza
alla perdizione, sì che scrivendo nel primo in quanto a
Dio, nel secondo in quanto a me stessa, e nel terzo in quanto
all'alieni scrivo e riscrivo senza mai conclusione, essendo li
miei esaminanti più logisti che consultori.
Onde da me non si aspetti altro che la risoluzione: ella è
già fatta non da me ma dal mio Padre confessore. Iddio
non mi ha consegnato a venticinque tutte da una mano all'altra,
questo è il mio sostituito, e mentre l'obbedisco in tutto
perché non l'ho da obbedire in questo, egli due cose m'insinua,
o che mi parti da questo monastero, o che mi ritiri talmente in
esso come se fossi viva sepolta in un fosso, acciò colà
non arrivi nessuno commercio; egli non è leggero, anzi
eccedentemente posato, ma solo per quello comprende dalla mia
coscienza non può dir altro replicando, o partenza, o ritiro;
né io altrimenti richiedo, o trasferitemi in parte di mia
inconoscenza, o almeno di mia soggezione, o racchiudetemi in perpetua
chiusura, e sia tra un muro, tra un fosso, tra una sepoltura,
per carità, per carità; ma questo secondo non in
voce, ma con superiore decreto, acciò per indispensabilmente
possa essere effettuato, o questo, o quello, inviando io per l'effetto
del secondo già le lettere sudette, sperando in Dio che
forse non le cagioneranno tanta afflizione, legga per amor di
Dio, e non sia lettore ma operatore di pietà, come farebbe
ad un cane nelle branche di un leone, quando per liberarlo altro
non le costasse che tirare una pietra, dalla quale incontinente
fuggirebbe il leone.
Carissimo fratello, che cosa cara buttare quattro fatiche per
liberare un'anima dalle branche eternali, se alla sua maggior
pressura cosa giovasse, che cosa lascerebbe da fare, li miei sono
tutti peggiori, acuti, insoffribili e irrimediabili, e però
tutte irrimediate le lascio, ma la maggiore (che di danno spirituale)
questo solo ha di meglio che è irrimediabile, né
io la fuggo per ovviar patimento, anzi che lo procuro peggiore
quanto si è il vivere in una abbandonata concave, solo
l'anima procuro, all'anima bado e il gusto divino, per amor di
cui la prego a non darmi causa di qualche sproposito di mente,
poiché vuol dire assai un'anima concitata; di tanto la
prego almeno di qualche speranza, acciò che viva nostro
Signore, la ispiri, mentre ai suoi piedi la lascio e pregandola,
di segretezza di tutto ciò si concerne sopra di questa
materia, e precisamente nel nostro monastero, nel Signore la saluto
ricordandole di soprascrivere le risposte dirette al padre spirituale:
nos cum prole pia benedicat Virgo Maria. Palma a dì 22
Febbraio 1682.
Quando si risolvesse inviare l'acclusa al padre Bartolotti e lui
si contentasse, vorrei facesse la risposta che apparisse sua spontanea,
chiamata senza mia richiesta, con esibirsi etiam ad ogni spedizione
Pontificia, poiché quantunque io non pretendo da lui che
una semplice accettazione per conversa, incaricando questo alla
divina provvidenza, voglio non di meno che di questa forma apparisca
(tanto in questo quando in altro monastero) e ciò per quei
doveri che qui non uso spiegare che sarebbe un anticipare a me
e a V. R. molte fatiche, sì che basta per adesso questa
cennazione.
sua sorella indegna
Maria Crocifissa [della Concezione]
1682 05 11 AMBP Lettera 24 / 82 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare
e traenze dell'anima
mia sopra il mio proposto negozio sono affatto impercettibili,
essendo lamine e ferri che a crudi ritorti mi tirano fuori di
patria congiunti e conoscenti, mostrandosi: super unum montum
(che io stimo dal Calvario) più austerità di vita,
esili abbandoni, e somma contradicenza, per dove (a parer mio)
voce superiore m'istrada, conoscendola tale non solo nell'atto
proprio formato di ogni sovra humano contrasegno, ma nel suo effetto
totalmente sopra la natura, alla quale propensiona a tutto ciò
che contraddice la naturalezza humana, aderendo lei a quel tanto
che dovrebbe contraddire non solo per l'arduità della materia
da essa generalmente ricusata, ma per genio particolare, essendo
la mia tanto restia e pusillanime che s'inorridisce, non che si
piega a simili contingenze, vivendo (etiam per induzione divina)
nella vita usuale come nel proprio sesto, senza mai assentire
a novità veruna, e pure in questo caso (credo per superiore
dominio) si fletta e assenti a tutto ciò che è implicante
a lei e simpatico allo spirito, associandosi seco in tal modo
che mai poté essere che per atto sovra humano etc., bastando
ciò per dimostrarlo fuori di ogni naturale motivo, e come
tale o da Dio, o dal demonio che se si giudica dal primo è
degno tal intento, e se dal secondo stante la tenacissima indissolubiltà
dell'inganno è degno almeno per [as]solverlo da severissimo
castigo, in cui ecco la sodissima cagione del mio ritiro; quale
dandomisi sì per tale motivo bisogna che sia a titolo di
punizione, ritenendo in angusto carcere chi per andar vagando
non piacquero li limiti del proprio monastero. Nel quale motivo
si solvono tutti l'ostacoli propri e alieni del mio ritiro, proprio
non volendolo io mai voluto effettuare, quantunque per brama mi
si schiantasse il cuore per portar seco questo stato qualche apparenza
di bontà, quale in me sarebbe falsa, come anche per essere
di qualche singolarità, tutto che le nostre costituzioni
permettono in ogni tempo la sorella ritirata, il che non stando
nell'osservanza par che nell'intraprenderlo io (stante la mal
qualità del soggetto) fosse di mala conseguenza, il che
ostando al mio ritiro ha fatto sì che io ho sospeso l'intento,
alieni, quali sono di numero e importanza assai maggiore ostando
quasi tutta la comunità al mio ritiro per vari e insuperabili
motivi, benché l'une e l'altre cederanno quando non sarà
per mia elezione, poiché se sarà per ordine supremo
non prevarrà contro esso infima contradizione, né
io havrò da che temere, poiché essendo per mio castigo
non risulterà in mia lode, anzi in mia ignominia e umiliazione.
Onde io desidero sopra tutto la definizione di questo esame, sperandone
se è di Dio l'effetto del suo volere, e se dal demonio
il dolce castigo della mia angusta e perpetua prigione, a paragone
della quale mai tanto bene mi recò alta grazia dal cielo,
quanto ne aspetto di questo involontario inganno, non in se stesso
che lo detesto e abominio, ma perché essendo senza colpa
mi apporterà quel bene nell'effetto che io non cambierei
per la consolazione del Paradiso, benché ella sia la medesima
che a me in estratto si epiloga in un atto appropioso di mio bassissimo
reietto, sì che questo demonio (come io soggettandomi credo)
meco farà mal guadagno, lucrandomi a suo dispetto tutta
quella humiltà con chi lui non volle negozio, ed io pur
che l'habbi (già che Dio in esso me l'assegna) non curo
esigerla da un demonio, da cui sarà più fina, poiché
che viltà più estrema quanto si è il mendicare
li reietti vilissimi che ricusa e sprezza una sì vile creatura.
Oh santa humiltà, mia ricchezza e mia corona, io vi dirò
come il Profeta a Dio: si ascendero in coelum tu illic es; si
discendero in infernum ades, mentre per grazie e per inganni vi
trovo in Dio e ne' demoni.
Sì che carissimo fratello li miei esattori desii, la pregano
ad intervenire alla esigenza di sì maledetto pagatore,
estraendogli a suo mal sforzo la mia solitudine in una vil prigione,
per la quale tant'anni che sospiro, procurandola con molti mezzi
fino a trattarla con Monsignore, a cui due o tre anni sono scrissi
una lettera rappresentandogli questo mio desiderio, benché
per altro motivo, ma perché dopo vi riconobbe qualche manifestazione
delli difetti altrui, benché sciente a Monsignore, ritenne
con la carta anche i miei desideri, soffrendoli così ineseguiti
per non notificare quei difetti che si bisognavano esplicare per
rendere valevole la mia pretensione.
Ma adesso già che a V. R. sono (in)note le persone colà
nominate di cui cancellerò il nome e cognome, stimo che
in buona coscienza possa rappresentargliela, acciò si riconosca
la necessità e qualità del mio ritiro, essendo l'urgenza
più che in quel tempo oltre cresciuta, V. R. ne cavi solo
l'intento di questa notizia, senza riflettere alla sudetta imperfezione,
stimandola come non fosse, mentre per tale la dimostro per quiete
della mia coscienza. Sin qui quanto mi occorre, pregandola per
fine per la spedizione della mia causa, da cui dipende o mia partenza,
o mia prigione; per la prima non intendo la difficoltà
che nell'intraprenderla, poiché che difficoltà vi
è appresso la sede Apostolica l'andar da chi mi chiama,
esibendosi i pretendenti alla spedizione? Per la seconda né
meno, trattandosi di punire giustamente, che se per il suddetto
fallo nol merito essendo involontario, ogni altra mia colpa sarà
sufficiente motivo; una delle due io bramo, che se ambedue mi
si negano spero la morte intraprenda le mie giustizie, recidendo
il filo di mia vita col duro taglio di sì atroce negativa,
ed oh passo corto per arrivare al mio contento! Quale unicamente
bramo nel voler divino, che non volendo nell'opere sue trascurate
indugio, non riceverà a male che io dopo tant'anni con
qualche premura a queste negozio invigilo, bensì tutta
rimessa alle mense della sua divina disposizione, ove tutta mi
abbandono, mentre V. R. saluto: nos cum prole pia benedicat Virgo
Maria.
Palma a dì 11 Maggio 1682.
sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
P.S. La diligenza di soprascrivere le mie lettere dirette al mio Padre spirituale (dal qual modo due ne ricevo), sì come mi è stata carissima cosi prego a seguitarla per andar segreta questa materia.

1682 06 03 AMBP Lettera 31 / 82 copia
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare
himè che
infausta novella al nostro audito giunge, Francia negli errori,
e santa Chiesa nei pianti. Ah povera madre dei figli scissa in
tante parti nel cuore: ad orbis usque fines sunt mei lati dolores,
che se così un giorno pianse il simulacro della religione,
adesso più che così deplora l'avola dolente, riconoscendo
nei figli di quella non: nepotes sed inimicos, da cui forse conosce
la sua originale sciagura. Oh ree congiure, indottissimi consigli,
ove deturpandosi la madre non si corona che la sapienza humana:
consilium fecerunt in unum adversus Dominum adversus Christum
eius.
Ah, Signor mio, pazienza mio bene, è condannata già
la sposa vostra, la miglior parte del vostro SS.mo cuore, in cui
se non si revoca la condanna vedrassi rinovellata in essa la vostra
passione, bensì più fiera, non per mani di nemici
ma dei vostri conoscienzali, ohimè: si inimicus meus maledixisset
mihi sustinuissem utique ma de' miei più intimi, oh doglie,
oh torture, oh tradimenti crudeli, ne' quali si vede una povera
madre gemibonda, che muore, non di consunzione mortale, ma di
fierissimo dolore? Di cui che direste se agli occhi vostri si
mostrasse con quello braccio che: est ianitor coeli (l'autorità
del Papa) posta già quasi in scissione, la quale mezza
scissura avanzi con più tormento, cose se vedeste già
staccato un membro, non havendo altro attacco col corpo, che di
un fil di pelle, menandosi cosi in lento scivolo sino al piede,
onerato all'ingiù di quel medesimo gravore; ho che lento,
ma barbaro martirio! Habbi pietà, oh Parigi di tanta scissione,
v'è che le tue corone, e ingemmate salme, così scrivano
a Dio tanto dolore, i di cui dirottissimi pianti si cognovisse
al tu: utique fleres ed oh se spettatrice tu fossi di mostre sì
dolenti, io so che ai primi spasimi di sua madre intenerita con
Dio: utique fleres.
Oh sì: coelis disrumperet et descenderat almeno questa
somma veracia, che al cospetto di Dio tanto si duole, ma lei delusa
di ignoranza non trova pietà ne meno credenza, e però
chi la trucida, e scinde: laetaris cum male feceris et exultas
in rebus pessimis; ohimè, ohimè che talpa senz'occhi,
almeno se non è per la luce fosse per le lacrime versandone
a rapidi torrenti per le sue scurassante sciagure, poiché:
nescis nescis (oh misera) quod imminet tibi, ed io muoio di spasimo
in vedere un mio spiritual congiunto (di cui nostro capo è
Cristo) in tanto imminente precipizio; onde se loro mi esiliano
scindendosi (che mai sia) del nostro corpo mistico, io li lascerò
nel consenso per non veder tanto male, né so nel partirmi
qual petto qual cuore potrà sentir da Dio quest'ultimo
vale, ego (già che loro lo scacciano) ego (sta per dire)
non ero ultra nobiscum, soggiungendo per commiato: nec vos filii
nec ego pater, ed oh fiero a Dio, Gesù mio: quo vadis,
e non havendo dove, poiché sai: eum non receperunt, ecco
che io t'imbarco in un Nilo di lacrime, ergendoti vela, un aquilone
di sospiri, naufragando ambedue in una procella di pianti, nel
decorso di che, forse la terra aprendo sua bocca, nella mia sepoltura
assorbirà il torrente di tanto mio dolore, cosi ingrossato
al presente di tante mondane corruttele: o' utinam o' utinam,
aperi terra os tuum, et assorbit fluvium, in gioia, oh morte ti
prego questo scurile che mi affoga, questo mar che mi circonda,
mentre è tale il mondo, che cinge un sipario di miserie,
ove io essendo anche: circundederunt me mala quorum non est numerus.
Onde nel fonte delle mie lacrime, mai si sazia il cervo del mio
cuore, poiché le rovine son tali, che: si totus verter
in fletus nunquam satis deflevere, oltre che le cisterne del mondo
li suoi contenti, sono sì rarefatti e sul fine che più
disseccano, che saziano, ed io trovo nei suoi sorsi tanto avvelenate
amarezze, che nel porvi le labbra ritorno per ischifo alla amara
vena del mio cuore, assaggiando più saporito il piangerle
che il gustarle, né posso far di meno dirle (se per consolarmi
si appressano): recedite recedite nolite incumbere ut consolemini
me, poiché le sue stille più dagli occhi ne traggono,
essendo più vomitivi di sdegno, che sostanza di sapore,
e però il tenuo del mio petto trovando in queste fonti
o amarezza o seccaggine, grida nelle sue arsure: sitit anima mea
ad Deum fontem vivum, bramando cambierò molto di questi
torbidi bivieri, in quella perennissima sorgente, da cui indeficienti
defluviano tutte l'alme dolcezze divine, et humane.
Carissimo fratello io al decorso di quest'acque ne sto: non tanquam
lignum secus decursus aquarum, poiché imbecille mi rendono
le mie fievolezze, ma come rondine instabile agitata e concussa
di contrari venti, li di cui soffii gagliardi, per dove mi scherotono
sempre alla terra mi proclivano, aderendomi ogni vario accidente
al mio bramato fine, poiché: tedet animam meam vita mea,
e maggiormente per questa su detta pressura, della quale o sia
per riconoscermene cagione per il cumulo di tanti miei peccati,
o per altro che io non conosco, mi sento (ed io l'ho molto a bene)
per essa in duolo sì acerbo, che mi crucia di mestizia,
e tanto dura, quanto soffocata, essendo io in una comunità
così uguale, che etiam una tristezza nel volto cagiona
apprensione; e pensate come sarebbe il pregarne Dio con azioni
estrinseche, e mezzi singolari, il che dicendo absit bisogna ricorrere
all'interno, ritirando ogni opera, e sentimento in ciò
che non scorge il mondo, ove anche essendo invalidissima mi struggo
di desiderio non solo per atto di pietà verso la sudetta
inferma, ma per obbligo di coscienza, poiché quando una
piaga non è mortale (come grazia Dio è la presente)
se morte ne segue, più s'imputa al medico che al precursore,
sì che, oh Dio volesse, che si accertassero le cure di
questa mezza scissione, la quale andrà sempre più
in scivolo, se si aggrava di pondo corrosivo.
Sì che fratel mio noi non potendo altro, almeno col braccio
di carità abbracciamo quel membro, e con l'ascenzo dell'orazione
risaliamolo al suo luogo, e con l'unzione delle nostre lacrime
ristoriamolo con unzione di unguenti, circumlegandola sopra tutto
con giro dei nostri cilizi, e nodose penitenze, deh facciamolo
di grazia poiché sino adesso questa piaga non est circumligata,
neque uncta medicamento, nec fota oleo, e però isvenuta
la madre chiede languente recipe cordiale, cui: de corde vituli
gliela fa il Signore poiché: placebit Deo super vitulum
novellum, cornua producente et ungulas, come dovrebbe essere il
cristiano fervore aumento nel bene, mandando corna di fortezza
nella difesa di nostra santa fede cui coronando quelle anche in
simile crolli non è timor di cascare, ma ohimè che
il nostro bue è decrepito, e in simile avanzo par che:
recedet retro. Onde prima che mia madre spiri, io chiederò
questo estratto alla tua urna Signore, poiché quella del
nostro petto più racchiude veleni che lenitive: ipsa vulnerat
et percutit, manus tuae sanabunt, tu dunque mio bene ungerai le
nostre ferite, impugnando l'arma contro questa impugnazione, fa
che per debello sì fiero, armi squadra tua clemenza, con
cui depulendo la ruggine del nostro inveterato istrumento, fa
che primariamente si profili nell'intimo del nostro cuore cagionandone
acuti tagli di contrizione, e dopo così esanguinato di
lacrime, e penitenza vada più trucidevole, in ben di santa
Chiesa, traendo una simile sanguinolenza dal petto di chi l'oppugna.
Tu Signor mio: a quo bona cuncta procedunt, fa che l'immote spade
dei nostri affetti non restino oziose nella morta vagina dei nostri
cuori, ma sfoderate dalla vostra destra, siano a gloria vostra
invitte amazzoni, deh oh largiente bontà: qua te vicit
clementia, renditi a lei convinta, propiziando coloro (benché
fuor di ogni merito) che il mio cuore hanno interciso, dandone
in questa lotta di mente, se non corona almeno tregua, e mentre
per ciò: te cogat pietas ut mala nostra superes, io ogni
bene spero, né può venir fallito, per l'intercessione
della sua SS.ma Madre a cui umile prostrata così esortando
prego: o' Domina mea et constans adiutrix, doce nos ad praelium,
et pone nos iuxta te, et cuiurvis manus pugnet contra nos quia
tuo munimine sicuri nullius hostilitatis arma timeamus, in te
Domina speravi non confundar in aeternum. Carissimo fratello questi
sono li miei sensi, e parole, questa mattina, così rappresentati
alla presenza del SS.mo Sacramento, nella di cui assistenza, a
V. R. qui li confido, acciò con suoi sacrifici invigorisca
queste mie deboli preghiere, e qui cordialmente salutandola la
chiudo nel mio cuore, Palma a dì 3 Giugno 1682.
sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
P.S. Inconsiderata, carissimo, di ciò che doveva dire
nel principio così mi sono inoltrata nel già detto
sentimento, che solo adesso mi accorgo del mio mancamento, di
cui ravvista dico che la prego ad iscusarmi del mio lunghissimo
silenzio, così necessitato da scarsezza di tempo, nel quale
io ricevei la sua lettera circa la visita del nostro Prelato,
accettando di buon cuore i suoi avvertimenti, io so che sopra
questo suor Maria Serafica le scrisse, con cui io essendo di comune
parere non replico qui altra spiegazione, e volendo qui dirle
qualche querela in ordine all'avviso della sua corporale salute
di cui tanto ci tiene digiune non posso passar più oltre,
poiché è sopravvenuto a suor Maria Maddalena un
accidente così pericoloso che con molta fretta il medico
ordinò la santa confessione, ed io sto patendo questo mentre
si dà luogo al Padre confessore, onde qui la termino salutandola
nel Signore.
Soggiungo dopo due hore in che suor Maria Maddalena, par vada
alquanto meglio essendole cessati i più grandi sintomi,
qui includo la risposta del padre Bartolotti.
1682 07 01 AMBP Lettera 39 / 82 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare
nvio la lettera
del signor Abbate Muti di cui per una sua mi dice che io con queste
ricevute di ciò [che] lui mi manda mantengo la corrispondenza,
il che parmi verissimo, ma che habbia gusto in questo, Iddio sa
tutto, e così mi si amareggia l'animo quando io vedo simili
occasioni di scrivere, benché fosse per il dono di un tesoro,
non gustando in vero dono più prezioso che la quiete del
mio ritiro; ma come farò quando le occasioni tanto ci violentano?
Che farebbe V. R. se uno le mandasse con la lettera un libro,
una medaglia o altra cosa di devoto? Forse nemmeno gli farebbe
la ricevuta, certo che sì; or tale espediente quasi tutti
hanno preso coloro che non si vogliono spisare delle mie lettere
e basta che sia una orazioncella, una vecchia cartuccia, loro
la mandano per haverne risposta con la ricevuta.
Sì che con tale industria sono di nuovo talmente moltiplicate
le lettere che avendo per qualche tempo alquanto cessato adesso
sono peggio che prima; e tutte di persona di buona stima, sia
benedetto Dio, che tra gli altri mi tiene questa pressura il signor
Abbate Muti, che circa un anno è che lo mantengo sospeso
con la irrisoluzione di questo libro, domandandomi lui ben tre
volte se lo tenevamo in casa, dandogli io sempre lunghezza non
potendo esclusiva, e parimente alla S. D. Teresa Piccolomini che
quasi da altro anno mi importuna per la misura della corona di
nostra Signora, sì che alla fine mi bisognò non
di scortesarle più, poiché quando poi si tratta
di essere ingrata o poco civile a me non basta il cuore, e tanto
le ho significato per farla sciente della verità acciò
almeno mi raccomandi al Signore, in cui io la saluto raccomandandomi
alle sue orazioni.
sua sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]

1682 08 17 Lettera 46 / 82 LXXIX
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare
uis ergo nos separabit
a charitate Christi? tribulatio? angustia? an fames, etc. nessuna
per certo: poterit nos separare a charitate Dei, quae est in Christo
Jesu Domino nostro. Come dunque si mostra così diviso dalla
speranza, come se per V. R. non avesse detto Davide: beatus vir,
cuius est nomen Domini spes eius, riempiendo tutta la sua salmodia
di santa confidenza: ego autem semper sperabo, et adiiciam super
omnem laudem tuam. Sperabam usque ad mane, quasi leo sic contrivit
omnia ossa mea; dalla cui fierezza io trarrò il motivo
di ragguagliarlo di ciò che accade per avventura, acciò
che nell'avventurarsi egli a V. R., con più fierezza a
lui s'avventi per vincerlo con umil lotta: come appunto lo conculcò
questa figura, ch'è d'un anima mostrata sotto sembianza
di una piccola moschiglia, già ristretta nell'unghia della
suggestione diabolica, apparendo perciò da formidabile
leone, con branche sì smisurate, che per la grossezza non
poteva ben chiuderle, senza lasciare più, e più
fessure, onde nell'avventare quell'animaletta faticosamente risudava,
straccando nel depredarla più che se fosse stata smisurata
fiera, e ciò per la sua piccolezza.
Poiché essendole facile uscire dalle fessure delle sue
branche, ella nel più suo fiero rinserramento da esse ne
usciva, e per quanto questo mostro tremendo chiudeva le branche,
mai le poté tanto, che per esse non scappasse quella meschina;
onde a forza, e violenza di una rabbia indefessa, mai lasciava
d'inquietarla, ma in un graffiar continuo a morte la straccava.
Ma ella (per dirla in breve) così morta o semiviva per
far qualche travolo, non potendone stender altro fuor di quel
mastino: ecco nelle sue nari ne vola, ove, ohimè, colà,
che sente? essendosi con invisceratezza sì penale annidata
in quella ultima midolla, quanto pena, tanto rode quel debellante
leone: poiché nel sentirsi rodere da sì acuta puntura
si dibatte senza rimedio, senza poterla cacciar via da quegli
interni nascondigli; poiché le sue branche erano tali,
che prima si svelse le narici, che cacciò quella fuori,
perdendo per quel piccolo aculeo interno quelle invincibili forze
che pareggiano tutto l'inferno.
Oh che bella allegoria! Ma piena di vasti sensi da V. R. credo
già capiti; era già quella moschiglia già
franta quanto alla pena della diabolica suggestione, potendo dir
con Davide: quasi leo, sic contrivit omnia ossa mea. Ma non così
l'anima, che per essere umilissima, ed esinanita tutta nella propria
bassezza, a guisa di sottile ago entrando in quel midollo col
suo aculeo interno: praedam fecit praedatoris sui, penetrando
il cuore a chi le faceva formidabile guerra, che non si sbaraglia,
che da punture; cioè da cuori umili, ma pur coraggiosi,
e volubili al patire, correndo con ali invitte etiam nelle diaboliche
narici, cioè in più pena midollare; ove benché
si senta già nell'intimo del dragone, non di meno con umili,
e profondi gemiti ambisce più e più pene, gridando
a bassi sussurri: plura, plura Domine, eleggendosi per umiltà
gl'intestini di un demonio per agevolarsi all'altezza dei cieli:
de stercore erigens pauperem, oh cara mia bassezza, chi mai ti
saprà rinvenire? Per la brama di cui quest'anima concava
nelle diaboliche interiora: domus mea infernus est; qui s'interna,
acciò nel cuore dell'inferno cavi le fondamenta così
alta struttura; onde a colpi sì densi frema quel leone,
mentre nel cupo del suo cuore si edifica a suo dispetto tanta
umile erezione, dovendosi in tal fortezza rinchiudere quella superba
cresta, che per non lasciarla egli lasciò l'angeliche schiere,
ond'è che nel vedersi base di tal magione, cioè
sua cagione, freme, si crucia, e sviene, bramando così
concusso lasciar la già intrapresa suggestione, mentre
da lei, mercè l'umiltà santa, sperandone produzioni
di suo pro: fecit autem spinas, e così acute, e forti,
che per doglia ne muore, cioè a quella pretensione.
Non così, caro mio fratello, muore il nostro nemico; l'umile
lo dibatte, debella, uccide: e mercè dell'umiltà,
l'anima prende più forte corazza dell'amato bene: in quo
movemur, et sumus, con cui canta in quella lotta: vivo ego iam
non ego, vivit vero in me Christus; così la mia piccola
guerriera, così la moscarella di Christo, cantando, salirà
un giorno fuor di spasimo, come adesso speriamo: sperabam usque
ad mane, sin che rinasca il sole, ai raggi di cui vedrà
di questo lume la verità. Intanto umile canti quel secondo
versetto: ego autem semper sperabo, et adiiciam super omnem laudem
tuam, ricordandosi in questa lode di quell'altra moschiglia invariabile
nel dire: benedicam Dominum in omni tempore, mentr'io di questo
terzo, e secondo versetto, per ultimo ne ascendo al primo: beatus
vir, cuius est nomen Domini spes eius, che prima d'ogni altro
mi fa confessare mia colpa; poiché tenendo io il rimedio
infallibile di questa sua afflizione da due o tre mesi sono, l'ho
lasciato ozioso; onde questo primo versetto: beatus vir, cuius
est nomen Domini spes eius, me l'ha svegliato, essendo egli non
altro, che il SS.mo nome di Gesù, al di cui suono: omne
genuflectatur.
Sicché io, da che sono al mondo, mai di Dio tal possanza
provo, quale in questo sacrosanto nome, a segno, che quasi mi
ha privato di fede, essendo tale esperienza così infallibile,
e vera, come è quella dei Beati, che provasi a chiaro lume.
Sicché prima Iddio non saria, (cosa impossibile) che lasciasse
il suo utile questo dolcissimo nome. Né bisogna discorso,
ove sia l'esperienza: e tenendola io da bambina, etiam nel dire
Gesù a caso, durante quella prolazione, mi si sospende
ogni pena. Ma da cinque anni sono, oh prodigio mirabile! Gesù,
Gesù, Gesù, egli è sulle mie pene come l'acqua
sulli carboni; onde tal conforto io mai lo provo in atto dell'incentivo,
poiché nel presagirlo o prevederlo, recitando nove volte
tal nome, si ferma sul passo dato quella mala incursione. Il cielo
l'ha giurato, Gesù Cristo lo conferma quanto qui ne sta
notato. Onde per riguardo della croce, ciò nel mondo sta
segreto, poiché nell'applicar questo non vi sarebbe più
patire, né meno chi merita, e non di meno questa ignoranza
lo priva di quel gran diletto, che vi è nel proferirlo.
O' si sciret stultus mundus, Jesus quantus sis iucundus, plenus
dulcedine!
Lei dunque, carissimo fratello, per ogni ombra di pericolo lo
dica nove volte, ma con tale impressione, che lambendo tal dolcezza,
se ne imprimano le labbra, e il cuore, che proverà, come
io sento, nel petto darle un salto, così ballandole il
cuore non solo per diletto, ma per l'impeto, che sente nel vedersi
sciolto dalle mani di quella suggestione, sicché sino alle
fauci ascende per incontrare quella melliflua parola. Né
io qui più mi dilato, ma: gustate, et videte, e già
è liberato. Onde le replico, che la sera, ma non sempre,
solo quando prevede male, dica con dolce, e tarda impressione:
Gesù, Gesù, Gesù, Gesù, Gesù,
Gesù, Gesù, Gesù, Gesù, Gioseffo,
e Maria custodite il cuore, e l'anima mia; né bisogna far'
altro, poiché: omnis quicumque invocaverit nomen Domini
salvus erit; benché se per gratitudine ogni giorno o settimana
vuole recitare una orazione a questo dolcissimo nome, ella le
sta scritta dietro quella figurina della SS.ma Madre, di cui io
solo me ne privo per suo amore. Poiché due o tre anni sono
che la tengo, non tanto nel braccio, quanto nel cuore. Ella tiene
sul capo questo mellifluo nome, divampandole quelle adorabili
fiamme, che le soffia l'aura di quella settiforme Colomba, che
tiene sul petto: voi assieme co' suoi sguardi vibrate i vostri
affetti a quell'adorabile, e sacrosanto nome. E se la sua orazione
vi contenta nel recitarla, fatele la solita correzione: poiché
essendo mendicata da me, non può essere che sparsa di errori.
E qui per fine vorrei non solo guarirla, ma santificare il suo
male, esercitando in esso tutto ciò che operò Gesù
Cristo in simile guarigione, che nel cieco nato, nel paralitico,
nel lebbroso ordinò loto, piscina, e lavacro, accoppiando
sempre la virtù divina con la medicina umana, per dimostrarne,
che al mezzo umano egli conferisce il divino aiuto, acciò
annesso con queste paglie, nel risanarci ci prenda umili la sua
mano divina, riconoscendosi sottoposta a tanta miseria la misera
creatura.
Palma a dì 17 Agosto 1682.
sua sorella, e serva in Christo
Maria Crocifissa della Concezione
1682 10 03 AMBP Lettera 52 / 82 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare
ella sterilità
di un secco e muto giorno che cosa mai potrò rispondere
carissimo fratello? Egli [il giorno] così per me nel meriggio
si è fermato, poiché quel Giosuè potente
del mio demerito con la spada della divina giustizia, senza occaso
lo rende interminato, nel fermo del quale vorrei dir potendo:
benedicam Dominum in omni tempore, la saluta però la suola
del mio petto, la derelizione compagna, che unicamente dorme nel
mio cuore, e con profondità sì molle, che sepolta
nelle piume dei miei silenzi, dimora assente di compassione umana,
stimando tutt'altro qual si sia creatura, e pure agi a chi dorme,
e mostrando aggio somministra tormento, e volendo così
Dio: benedicam Dominum in omni tempore; né passo più
oltre per non frapporre la carriera del mio interno; la piaga
poi che V. R. patì nel corpo io l'hebbi nel cuore, benché
nel sentirla libero è stata pari la consolazione, nostro
Signore la seguiti per sua pietà col mantenerla integro
come io desidero.
Ieri, vigilia di nostra Signora del Rosario, con nostra particolare
consolazione ricevemmo il breve della grazia fatta a suor Maria
Serafica per assentarsi dell'ufficio di Superiora, cosa che mi
trasse le lacrime di consolazione, benché poco dopo si
raddoppiano per dolore deplorando il nostro povero monastero,
potendo egli dire: amici mei et proximi mei derelinquerunt me,
et ohimè voce di spasimo, e pur bisogna lasciarlo per non
ridurlo in peggio detrimento, per esplicare che, bisognerebbe
un lunghissimo discorso, la sostanza di cui io questa mattina
tutta l'ho stemperata sopra nel mio petto, versando in lacrime
quello per cui non bastano parole. Ohimè, oh quanto gran
cosa vi vuole per far che muoia una poco viva creatura; e pure
il taglio di mia vita reciderebbe quella di una comune rovina,
se suor Maria Serafica non fosse mia sorella sarebbe utile benché
martire Superiora, ma l'esserle io intima la rende in tale ufficio
proporzionatissima esca della comune rovina, così facendo
la iniqua fabbra della sospensione humana; questo non lo credete
a me, ma alla testificata esperienza, quale benché fosse
molta, e meno che nulla a paragone della futura, fratel mio, Iddio
ci liberi di una simile prova, onde preghiamo e pregate che Iddio
chiuda gli occhi a chi è causa di questa e di altra sciagura.
Io per me mi sento diminuire il cuore, le forze mi mancano, e
l'anima mi abbandona, e nel pensare oggi otto in cui si dispensano
le cariche del monastero il cuor mi trema, poiché se tanta
puzza spiro sepolta in cella, che contagio manderò esposta
nel foro? Chiudimi oh terra, salvami oh sepoltura, acciò
più non mi veda creatura humana: Domine Domine qui plasmasti
me miserere mei, io non ho altro merito per esser esaudita che
l'esser delle sue mani, in cui ancor che esasperata spero: in
manus tuas Domine commendo spiritum meum, nelle quali anche il
suo rimetto, acciò non confundamur in aeternum, e qui per
fine aspettando buon avvisi del suo cennato travaglio di tutto
cuore la saluto: nos cum prole pia benedicat Virgo Maria, Palma
a dì 3 Ottobre 1682.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Questa lettera che tanto ranilando ho scritto non sarebbe da mostrare che ad un confidente fratello, scusi dunque la corsa e la pressura del mio affanno accidentale e continuo che mi debilita nel tratto la dovuta attenzione. La notte, carissimo, che un tempo mi fu gloria adesso mi è tiranna, di sorte che ogni sera rassetto la cella stimando ritrovarmi morta la mattina; e pure smacella e non uccide questa tiranna notturna, tirando il giorno per suo fiero compagno, in cui così si muore cantando: benedicite lux et tenebrae Domino, V. R. qualche volta lo dica per me in questo bruno soggiorno come io fo per lei mentre non la stimo affatto libero di questo notturno martirio: merito merito haec patimur carissimo fratello.

1683 04 05 AMBP Lettera 20 / 83 autog. LXXXII
Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello
i in viridi ligno,
haec faciunt, in arido quid fiet? Se mentre la vita è verde,
e la nostra consanguineità vigore, V. R. è meco
sì morto, che sarà di mia cenere, quando più
non sarò in questo mondo? Ah labile sicurtà, quant'è
frale l'humana. Io prendo questo suo lungo silenzio di sei mesi
per un presagio di quello nel secolo venturo: poiché se
la sua penna fosse simulacro della sua carità, come farei
io in Purgatorio, ove, tanto mi suffragai, quando qui mi scrisse?
E pure ohimè, ohimè, qui devo dir più, che
la: miseremini mei, miseremini mei, saltem vos amici mei, quia
manus Domini tetigit me; e di un tocco sì trucidevole,
che nol sento mai di chirurgo, anzi di percussore, che per le
raffilate stilette dei miei peccati ulcera, e ferisce, e ripiagando
rinnova, facendo delle mie sensibilità un rugneto di ferite,
e un'ampia piaga, che essendo senza curativo, la vedreste: non
circumligata, neque oleo fota. E dico di quell'olio che le vergini
savie: acceperunt in vasis suis, facendosi con esso lume nel buio
di questo mondo, in acconcio di che senta la figura di un'anima
in recidiva, espressa, e dimostrata in una lampada consumata,
di cui la mia mente oggi è stata comprensora.
Costei dunque vide mai a guisa di accesa lampada, (cosi nei pristini
fervori) ove generalmente si trova (come in ogni razionale creatura)
acqua, olio, e lume: acqua la parte inferiore, e sue concupiscenze,
atto ed affetto a Dio totalmente inconfacevole; onde egli da sé
la reietta come cibo d'incombustione inappetibile alla sua natura:
quia tepidus es, ego incipiam te evomere ex ore meo: così
ricusando egli l'homo in questa sua porzione. Olio la parte superiore,
e suo atto ragionevole, di cui par dicesse colui: unxit me unctione
misericordiae suae; o per dir meglio Davide: impinguasti in oleo
caput meum; e benché ciò s'intende per la sua regia
unzione, non dimeno, par che in questo proposito il senso mistico
sopra intelliga il litterale; autenticandosi dall'effetto di questa
unzione, come il medesimo segue: ut inhabitem in domo Domini,
il che non potendo conseguire da questa regia unzione, come egli
altrove afferma: non salvatur rex per multam virtutem, (intendendosi
per la real potenza) bisogna conferisca più alla sua santità,
che alla corona; confermando ciò il medesimo Dio, dicendo:
oleo sancto meo unxi eum; ed è il medesimo, che egli conserva
in questa parte dell'homo, dandogli per ogni atto d'essa attuale
unzione nella grazia incursiva ed eccedente, ogni atto dei quali:
ex Deo est, come egli lo dice: sine me nihil potestis facere.
Lume, la grazia sopraveniente stante la sua disposizione, a misura
della quale arde, e illumina a proporzione d'essa, benché
nel merito stante la perseveranza e merito di Gesù Cristo:
non extinguetur in sempiternum, e tutto ciò: in vasis fictilibus
della nostra vitrea natura, sopra cui sospendendosi l'anima nel
bene operare, viene eretta dalli tre suspendacoli, seu catinelle
delle tre sue potenze, la quale attaccata alla fune della santa
fede; così sospesa di ogni altro fondamento, viene stabilita
quasi lucido candelabro: ante Dominum: nella quale sospensione,
oh che vampi, oh che lume manda nella sua accensione: lampades
eius, lampades ignis atque flammarum. Così l'anima benedetta
a cui non manca l'olio della perfezione, arrivandone sempre tante
misure, quante le buone azioni, nelle quali anche fa mestiere
andar tuttavia fratizzando la consumata bambagia con le forbici
della santa mortificazione, poiché anche nell'arsure divine
l'anima escrementata delle imperfezioni, dalle quali, se la carità
non si spegne, si oscura agli occhi di colui, che dice: ego iustitias
iudicabo; al di cui sacro cospetto, oh che prevaricazione sarebbe
veder questa medesima lampada, divenuta un vaso di lutezze, non
solo succida, e tizzosa per mancanza di tizziero, ma per la mancanza
di olio nella virtù mancata, nera, e quasi oscura, mostrando
in queste vampigli or mostra di morte, or vivezza di luce, vivendo
sempre tra emenda e recidiva, tra le quali attingendo la fiamma
all'acqua, oh che fischi rumoreggia, calmando questa frigidissima
porzione al tocco di ben fare, non che di contradizione, ha infida
deliquescenza e tu anche mi sembri l'ingrata coppia di due amici
infedeli, che assiemati nella mensa, nella croce proclamano: dividatur.
Ohimè, acqua insipida, e ingrata; tu tanto sei amica, quanto
sei vezzata, che nell'esser tocca di fuoco al bene attivo, tanto
fischi e gemi, sin che la fiamma uccidi: caro concupiscit adversus
spiritus; nel quale termine, ohimè, in queste clamanzie,
fratello, ecco il bene nel fine, già la lampada muore,
e sui fischi di queste clamite la sudetta mandò gli ultimi
respiri. Oh misera lampada, già consumata facella, così
all'altrui vista mostrata; onde affin di sua freddezza corronvi
a tuffone le mosche di più considerabili cascate, naufragandovi
in somma tutte le sorti di miserie, sì che quanto fulgì,
ed elusse, tanto si oscurò e languì, divenendo un
composto di corrotti animali, e una tomba di corruzione. Oh misera,
e pure tra tanta immersione qui esce in un aggio di falsa pace,
mostrando essere una di quelle, a cui Iddio: dimisit secundum
desideria cordis eorum ibunt in adiventionibus suis, oh pure di
quell'altre, che: dederunt labores eorum locustae, mentre occupa
tutto il suo essere l'animalità loro, tra la quale fetida
emergenza, anche la sudetta acqua si permuta, perdendo le sue
principali condizioni, cioè rinfrescare e pulire, poiché
nell'essere oleata, e succida non giova per lavare, e nell'essere
tiepida e stagionata, nemmeno per bere, come si è dell'anima
retroita nella perfezione, la quale per iscandalo diviene obbrobrio
delle medesime mondane: et senatorem perdidisti, et monacum non
fecisti; cosi derise il mondo un gran senatore, che lasciando
il mondo, attese all'eremo con dismessa perfezione. Ah miseria
nostra, acqua guasta, e sporcata, che non fosti per lampade, né
per sorso di biviere non sei per la divina, né sarai per
l'humana, perdendo per la prima la cristallina chiarezza, la luce
sovra humana, e nella seconda, la tua natia vena, potendo a tuo
bell'agio emanarti per il mondo nella correnza dei gusti, nei
torrenti degli aggi, e in un mar di piaceri; ma adesso già
riacconcata in un conchiglio di chiostro, così fetida ti
corrompi, e inverminita ti muori; ohimè acqua non sei,
né lume più sarai, ma a guisa di lutea lampada piena
di mosche, e schifo ne stai agli occhi di Dio quasi fetido turibulo!
Ah, carissimo fratello, che faremo di questo brutto vetro? Egli
forse sarà mai di quelli che: spiritus vadens, et non rediens,
tornerà mai sua luce, o si romperà nelle tenebre,
versando nell'acquedotto dell'inferno questo infetto residuo?
Ah, non sia mai, diciamo sino al fine, carissimo: paravi lucernam
Christo meo. Lume, lume mio Dio: olio di santo aumento, acciò
riaccesa la mia lampada, possa andar di buon passo in questo occidentale
esilio, in cui sia la tua pietà: lucerna pedibus meis,
per la quale non avendo olio di virtù: nisi parum, quo
ungar, cioè, quanto entra a misura nell'angusto vasetto
della mia volontà senza effettuazione veruna, pregoti,
oh mio Eliseo supremo, a darmi quanto bisogna alla tua poverina,
a cui riguardando vedovata di ogni bene, porgi la tua abbondanza
per abbondarla con suoi geniti, essendo tutta, e quanto tiene
destituto di bene divino, e generale. Ampio mio donatore, dammi
almeno quanto paghi i miei debiti, trovandomi astretta di tanti
cristiani, e regolari obbligazioni, che delegati dal regio Jus,
tutti astringendomi esclamano: redde quod debes. Né posso
dubitar di ciò, carissimo fratello, se pure le parti del
mio cuore, le disposizioni d'esso, non mancheranno in ricevere,
porgendo ogni una sotto la datrice mano il vasello della capacità
loro; ma vacua ed assente di ogni liquore humano; che se tanto
faranno, prima mancherà la mia capacità, che lo
stillicidio divino, di cui per tutta l'eternità ne sta
grondante il cielo. E qui io ricevo la sua lettera, essendo il
già detto quasi nel fine; onde facendomi da capo, veggola
con mia afflizione immerso negli affanni, sentendo nelli suoi
reciprochi lamenti tanto mio penoso assenso, che cancellerei con
le lacrime le mie sudette querele; ma ciò non importa:
flere cum flentibus così vuole il Signore, per volere di
cui la vedo affogato, come dice: in limo profundi; acque in vero
di odiabile pantano, ove anche li santi si hanno impaludato sino
al fondo sulla fradicia nav[ic]ella della proclività del
huomo, uscendone ben vero asciutte per mani di colui che: mari,
et venti obediunt ei, di queste acque io dunque anticipatamente
ho favellato, né occorre dirne, come felicemente solcarle.
Cuore dunque, fratello, non la contristi l'imbarco di questo pelago
amaro, che quantunque di acque torbide, sono attissime all'arrivo
per il cielo; così il pilota mi ha detto: in mari viae
tuae, et semitae tuae in aquis multis; alziamo dunque la vela
della nostra cooperazione, e sarà pronto quel vento, che:
ubi vult spirat, che se tanto sarà il nostro naviggio,
sarà in porto; ove anche dell'olio fa mestiere, come V.
R. sa della pesca del corallo; sì che all'effusione d'esso
si chiarifica il mare, mostrando ciò, che tiene nel profondo.
Oh santa virtù, olio sacro e benedetto, tu accendi fiamma
al cuore, porgi agli occhi lume per adescar con l'amo dell'emenda
le più impelagate imperfezioni. Qui attuffiamo, fratello,
se vogliamo l'ultimo effetto di questo olio santo: egli sì
come accende, ed illumina, così finalmente corona, in cui
(cioè nella perfezione) Iddio opera positivamente. Nell'atto
accende: ignis consumens est, consumando il reato nella via purgativa:
nell'abito illumina, scortando il sentiero della illuminativa:
et lux erat verbum, che se il giusto passo del cielo: ego sum
via e nel merito corona, augeando l'anima, sino all'apice dell'unitiva
terminata in gloria, e mentre che: finis coronat opus, egli che
è il fine di ogni mezzo, si dà all'anima, come final
diadema, come l'acclama Chiesa santa nelli fini d'ogni santo,
dicendolo nei martiri: corona confitentium, nei confessori: corona
celsior; e nelle vergini: corona virginum, chiamandole tutte nella
loro comune solennità, dicendo: venite, adoremus regem
regum, quia ipse est corona sanctorum omnium. Oh cerchio lieto,
e beato; oh recinto di eterno riso, qui serbiamo i contenti, qui
fratello li canti; tra tanto le meste olive intrecceranno le nostre
tempie; onde io tra questi troncosi oleastri del Gessemani la
inforesto, acciò l'anima sua sia: sicut oliva fruttifera
in domo Domini, gocciolando quell'olio, che si opprime nel torchio
della croce: si stringa, carissimo, si opprima bene in questo
torchio santissimo, che quanto più pesa tanta affluenza
distilla, onde noi accinte all'estratto, così all'autore,
ed all'istrumento invochiamo:
Mio Redentor fa che porga aita
Peso di croce a regolar mia vita.
Palma a dì 5 Aprile 1683.
sua serva e sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]
1683 08 30 AMBP Lettera 51 / 83
autog.
Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello
omine, apprehende
arma et scutum et exurge in adiutorium mihi, mi dispiace ben vero
dirlo con qualche sgomento per l'avvisata guerra dei turchi contro
l'Imperatore, e ciò come se fosse di colui che tenendo
il fuoco vicino egli si beffa dell'avviso, anzi per non dargli
udienza si distrae il viso.
Si ricorda di quei mostri, di quei bruti e aborti che due o tre
anni [fa] avvisai, in figura della religione, che a guisa di religiosi
partoriva tanti mostri? Che meraviglia dunque è se alla
caccia di queste fiere sono usciti tanti cani, tanti bracchi mori,
alla corsa dei quali par che suoni la cornetta della divina giustizia:
piglia, piglia, uccidi, uccidi.
Ohimè che cruda caccia: bosco si è il mondo, fiere
i religiosi, cani sono li barbari precorsi dal divino venatore;
poiché quantunque la stretta sia per tutti, non di meno
per Chiesa santa par fosse la tema maggiore di cui i religiosi
sono parte principale, sì che oh Dio, fosse a nostra vista
questa fierissima caccia, quale io posso dire del divin furore,
cui, prima che il turco viene a giornata, egli prearma i giudizi
suoi, sino adesso tanto in disfavore che mi sento perire iusta
(bensì) et incomprehensibilia sunt iudicia tua Domine.
Dica mio fratello, pensi quel vuole, che uno è il mio motivo
di tanto gran castigo, la scadutezza del chiostro, di frati, moniali,
ed ecclesiastici, che a me figurano i capelli di Chiesa santa,
non solo per il grado riguardevole, quasi di corona, ma per il
decoro [che] le recano, quando essa da loro crinandosi si esonera
di quelle fogge e virtù che essi professano, che se il
cristiano la intuisce con la necessaria veste, mediante l'osservazione
dei precetti, questi la sovrabbelliscono con i castighi evangelici,
con che precisamente ne' crini (che sono l'esecutori) si rende
talmente speciosa che da lei si canta: sicut sponsam ornatam viro
suo.
Così ella fu, ma non già è, anzi ricordatevi
due anni sono che la descrissimo scapigliata, rilassando quei
crini che già stavano da totalmente cadere, a segno che
quasi adesso calva ne rimane, e ciò principalmente per
un gran dolore di capo, dico delli Superiori, che paiono in ciò
illetarghiti, tanto che ne dice quel davidico medico: convertetur
dolor eius in caput eius et in verticem ipsius iniquitas eius
descendet.
Ohimè dunque, chiuse gli occhi nostra madre, sta non solo
calva di crini, ma gravata di gran male, di cui io posso assicurare
queste sue gemebonde parole: iniquitates meae multiplicatae sunt,
super capillos capitis mei, quali io dal mio capo almeno vorrei
sciogliere in pianto, vorrei svellere in lutto, essendo di esse
la peggiore, puotendo per altro essere una di quelle a cui disse
lo sposo: vulnerasti cor meum in uno crine colli tui, il di cui
sacro diletto sarebbe stato (mercé tanto merito) rinforzativo
ai cristiani, e sbaraglio dei mori, e non essendo ciò,
tanto è concludere, quanto non giovare e dato questo ecco
io la cagione.
Ohimè fratel mio: modicum fermenti tanta massa corrumpit,
preghi per me, come io fo per V. R., ed ambedue per santa Chiesa,
per cui continuano queste madri benché con qualche riserva
sin che sopravvenga come speriamo l'ordine quale, che se ne meno
queste fosse sarebbe un volontario perire, il che mai voglia il
Signore, e per fine la assicuro che la mancanza di mie lettere
si è per la siccità di materia, che parmi non l'habbia
secondo la sua intenzione, e non essendo per gusto suo, a che
perdere il tempo quando del mio posso farne di meno? Onde io qui
lo tralascio ancor V. R. nella piaga di Gesù Cristo: nos
cum prole pia benedicat Virgo Maria.
Palma a dì 30 Agosto 1683.
sua sorella e serva in Christo
Maria Crocifissa della Concezione

1683 09 16 AMBP Lettera 54 / 83 autog.
Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello
enedictus Deus,
carissimo fratello, i di cui giusti giudizi talmente ci pressurano
che par ci avvincano: noi siamo in uno stato per la continua e
quasi irrimediabile infermità di nostra madre, che poco
animo ci resta. Essa è tanto gravemente inferma che tra
infermità e recidive si può stimare poco o mala
viva, se Dio in speciale modo non l'aiuta non pare possa andar
più oltre la sua vita, e massime adesso, che ritrovandosi
nella terza recidiva talmente si vede oppressa da acutissima febbre
debiltà e sintomi mortali che vuole essere l'aiuto del
Signore.
Ieri nono giorno della sua ricaduta la vidimo quasi su il finire,
benché il settimo l'hebbe peggiore, a segno che di sera
si fece confessare, e se sapeste, carissimo fratello, quante angosce
ciò reca, quante conseguenze ciò tira, oh Dio, che
per dirlo mi bisognerebbe di presenza. Basta, ne raccomandi a
Dio che la nostra afflizione benché appaia temporale più
si può dire spirituale ed è un flagello che solo
i miei peccati lo meritano, siamo tutte quattro tanto dibattute
e lasse (non di travaglio corporale benché questo sia tanto
che lo sa il Signore) ma di pressure interne, che tal volta non
si può evitare l'esasperazione; noi siamo tutte imperfette,
tutte assediate, e tutte quasi perse, stiamo poi così bene
di salute che il medesimo giorno che la signora fu così
male [che] fu necessario a suor Maria Serafica prendere la medicina,
perché i suoi morbi sono repentini, suor Maria Maddalena
non si poté alzar da letto, benché verso la sera
per una sincope mortale presa alla signora a lei si trascinò
mezza viva, suor Maria Lanceata pare un cadavere vestito, benché
ella sia la principale infermiera, poiché io che sono la
più forte sono stata oppressa di una apostema nel piede
che non mi fa camminare, tutto che adesso posso dare qualche zoppicone;
inoltre li offici nostri che sono di celleraria portinara e speziala
talmente il tempo e la forza ci rubano che non si trova modo etiam
di un respiro, ma se credete che sono questi l'affanni, oh quanto
sarebbe lontano: l'anime fratello, l'anime ci dolgono: queste
raccomandi a Dio, già che toltone l'orazione non gli può
dar altro da lontano (siamo poi, per cennar tutto) nella elezione
della nuova Abbadessa che si farà oggi otto giorno di nostra
Signora del Rosario, ohimè,
Così io vedo il nostro monastero e più d'esso
il mio cuore, che V. R. raccomanderà a Dio acciò
riesca un soggetto non mercenario ma Pastore; e per fine l'avvisi
del turco quanto ci riescono cari per sentirle, tanto trafiggono
l'animo nel sentirli sì male per noi, che solo (come dice)
miracolosamente ne possiamo restare vincitori; e se ciò
duole, più acutamente accora che i cuori sono freddi, la
lingua muta, e gli occhi diseccati; ohimè fratello (e segretamente
glie lo confido altrimenti darei scandalo) io sentomi un cuore
di marmo, e quasi senza doglia, cosa mai provata nell'occorrenza
di Francia e Messina, ohimè sento dirmi nell'animo: si
populus meus audisset me, pro nihilo forsitan inimicos eorum humiliassem,
ma perché loro: ibunt in adinventionibus suis, io ragionevolmente
replico a Dio: maledixisti sceptris eius capiti bellatorum eius,
tanto adesso mi passa, benché per quanta forza mi dà
Dio procuro rifiutare questo mio sentimento, che non bisogna quiete
ove si debella Dio, il suo honore, e il prossimo.
Preghi Dio fratello che io possa non commettere questa imperfezione,
non perché io prevalga appresso Dio, poiché: spem
in alium numquam habui praeterquam in Deum Israel, ma per non
mancare di questo mio dovere, come farà ogni cristiano,
e precisamente in questo santo Giubileo che Dio permetta con ogni
nostro bene a suo santo honore, con che la lascio sotto la pietosa
destra della Madre SS.ma acciò per sempre la salvi e protegga.
Palma a dì 16 Settembre 1683.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Faccia la carità carissimo fratello, con prima
comodità inviare la vita della infanta Margarita quale
un tempo mandaste, ed io la diedi al signor Principe di Rafadale
(1), che me ne prestò occasione; onde al monastero me ne
trovo debitrice, mi faccia la carità acciò non muoia
col carico di questa restituzione.
(1) D. Francesco Montaperto e Bonanni, che si investì del
titolo il 14 Aprile 1682;
1683 11 08 AMBP Lettera 73 / 83 autog. LXXXIV
Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello
um ingemueris, tunc
salvus eris. Ohimè, che vita è questa, in cui senza
un continuo gemito non mi potrò salvare? E pure ella è
sì preziosa, che quasi alchimia minerale, rende tutt'oro
il medesimo patire, senza il cui merito non mi potrò salvare:
cum ingemueris, tunc salvus eris, ne mai mi condurrò a
salvamento fuori dal pelago del pianto. Carissimo fratello, ecco
il mare del nostro imbarco, l'onde di nostra nave, il corso, le
sponde, la vista dei bramati lidi. Spiega vela, anima mia, cuore
mio parti dal tutto: adeamus ad Dominum. Valete amici, agi, e
conforti: valete, et deiniceps me quiescere permittite. Ed oh
fin qui quanto mi costa poco, un dire, a Dio, mi spiaccia quando
si tratta di cosa a me aliena.
Non è qui, l'ostacolo, carissimo fratello, il tutto sta
nell'ancora dell'amor proprio: questo ferma la nave, urtandola
in scoglio che la fa perire: il reggimento di noi stessi, quella
scelta, che fo di questo e quello, oh quanto mi danneggia, sentite
la storia d'un pazzo.
Questo era solo in una casa, di cui il muro presagiva rovina,
al riparo di che, egli, aiuto, aiuto, con molte strilla gridava,
tanto che un potentato contiguo costituì i suoi servi in
aiuto di quel misero, che più che mai li chiamava, i quali
con appoggi, e legni sospesero la rovina di quegli ottimi impieghi:
ricusò l'ingrato pazzo, e impugnando quei sostegni, li
rivolse sopra l'aiutatori, scaricandogli sopra a guisa di bastoni:
ma la pazzia qui non ha termine: poiché con bravi vanti
da se stesso si accinse alla riparazione; onde con cervello affatto
uscito appiccia fune alla tremula parete, e ciò con tanto
sforzo, che non poteva più perdurare, nella quale stracchezza
egli attaccò pondi, e marmi alle cadenti funi, acciò
mentre egli respira, quelle non cessano di tirare alla parete
che declina; intanto egli di sotto si buttò a dormire,
quasi sicuro della reparazione. Ohimè: fatue, fatue quo
vadis? Ove ti portano le tue pazzie? Ove le tue sciocchezze? Questo
è quel cristiano, che: tanquam vas figuli tiene il suo
ricovero, che per ogni soffio di quel vento, che spira l'austro
del mal fomite apre le fessure, tremolando le rovine; dopo di
che vengono le voci: Domine, Domine, tu qui distructa, et collapsa
reparas, ad adiuvandum me festina, che tal ora per atto di pietà
costituisce adiutori, cioè, mezzi humani, e divini, che
con appoggi di croci, legni di più gioghi sospendano le
cadenze dei nostri precipizi; poiché la croce sempre aggiusta
l'homo, tirandolo alla parte contraria di quella, ove lui per
rovinar si declina.
Ohimè, dico all'ora sì che vengon le pazzie; non
vogliono i soccorsi; vadano via l'aiuti, ah dice quel bravo: questo
non fa per me, questa croce non è buona, m'inquieta, mi
rovina, io farò cosi: così voglio questo, meglio
è quello, e poi mi porrò a dormire, a quietare,
così il pazzo che disse, cosi quell'uomo scemo, a cui Iddio
manda quella infermità, quella tentazione etc., acciò
lo divertisca di quello suo peggio, che lo fa rovinare. Poiché
anche i medici, per curare un morbo occulto, tormentano quasi
tutte le parti corporali, vessicando tal'ora le gambe, lancettando
le braccia, assetando la bocca, con cent'altri dolori, medicando
con tutte queste quello, che il fa morire, essendo uno curativo
dell'altro dolore; e pure il medico si obbedisce, e Dio si riprova,
dalle mani di cui i pazzi ricusano quelle croci, che sono, delle
loro rovine, fortezze, e appoggi ributtando da sé con superba
abusione tali soccorsi con ingratissimi rifiuti: quasi colui,
che: mundum pugillo contines, non sapesse contenere ritte le loro
casette di loto, sì che erigendosi da loro stesse, distorgono
con forza, e furia (almen per quanto vagliono) le croci e i sostegni,
dicendo con baldanza: proiiciamus a nobis iugum ipsorum, ribattendolo
in viso a Dio, et ai suoi mezzi.
Ohimè, ingrati cuori, la di cui irascibile resistenza maggiormente
l'accende, infermandole la testa (cioè la superbia, che
è il capo d'ogni male) di altera frenesia: convertetur
dolor eius in caput eius, et in verticem ipsius iniquitas eius
descendet. Ed oh che iniquo morbo è questo, quando nel
capo è fermato; egli è morbo, che sempre ascende:
in coelum conscendam, di cui morì lucifero, ma non con
tanto delirio, quanto costoro, poiché dicendo quello: ero
similis altissimo, questi la sua parità trascendono, mentre
non solo pareggiano a Dio nei giudizi, ma li pospongono a' loro.
Oh Dio, che taccia è questa, e pure questo vuol dire, quando
io ricuso, e procuro di non avere quello [che] Dio vuole: le quali
industrie, e renitenze sono quelle funi, e pesi, che tirano la
mia casa in distruzione. Ohimè, pazzi, che fate? Credete
edificare, e sfabbricate. Quel voglio, e quel mi piace, sono torri
di vento, e casa di dannati: in vanum laboraverunt, qui aedificant
eam; poiché un giorno Iddio, propterea destruat te in finem,
evellet te, et emigrabit te de tabernaculo tuo, et radicem tuam
de terra viventium.
Ah giusta sentenza, per cui si svelleranno le radici di coloro,
che alteri sormontorno alle cime, Gesù mio: supernus artifex,
ecco qui un cuore di[st]rutto, un sasso franto, e smacinato; l'anima
mia: tanquam parieti inclinato già cede in rovina. Ohimè,
le tante salme l'atterrano, l'iniqui pondi, né può
sostenere quello ismisurato del mio amor proprio, già che:
amor meus, pondus meus: taglia deh questo gran piombo, i suoi
nodi e le sue funi, di cui, ohimè, sento i giacchi, l'aspri
tiri, e le torture: funes peccatorum circumplexi sunt me; sgiacca
oh Dio quelle gran maglie, con che mi tiro alla rovina, procurando
ergere muri, quando sbasso i fondamenti; frena dunque incauto
fabbro; non più tu pazzo mio cuore; venga Dio divino artefice:
Domine, tu me adiuvando respice, guarda con gli occhi di tua clemenza
questo muro sfondamentato: et motum est cor de loco suo, ne resterà
di reclinare a quanto mal vi sia: donec requiescam in te; onde
io ti prego, acciò mandi appoggi, croci, flagelli, e funi,
che stabili lo fermano nella sodezza del tuo volere; mio Dio,
fortificalo con quel tronco, che svelto dall'orto di Adamo si
trapiantò nel Calvario, acciò corretto dai suoi
agri pruneti, rifruttasse a noi frutti divini, il più dolce
dei quali sei tu pomo dolcissimo, a cui non chiedo gusti dal miele,
che grondi, ma fortezza del tuo tronco; nodi delle tue funi, e
taglio della tua lancia, acciò recida della parete che
versa le funi, e pesi, che lo tirano: et quia pondus propriae
actionis gravat; il tuo taglio discarichi, e recida, rifacendo
le contratte fessure con il forziero di tua croce, con cui indissolubilmente
lega: solve (oh ciel di grazia, oh mia croce, e crocifisso) solve
illud a seipso, dai suoi pesi, e miserie: et liga ipsum in te
insolubile nexu.
Carissimo, così preghiamo da Dio quanto noi non possiamo:
poiché ogni ottimo dono viene dal cielo, che se Dio non
dà per noi non possiamo avere, e ciò mai avremo
senza la nostra cooperazione, quale è quella piccola favilla,
che accende un gran moggio di carbone, l'assenza del quale tal
ora mi fa ridere, vedendo cert'anime affaccendate all'intorno
del suo estinto braciere, ove non vi è, che un moggetto
di nero carbone, certi oscuri desideri, con che voglion fare,
voglion dire e massime nei monasteri, ove oh quante riforme sono
nelle parole, sì che le vedreste tutte attività:
intorno a quel braciere si sfiatano a soffiare, lo sventilano
con ventagli di certe cooperazioni ab extra, procurano, circondano
senza frutto quel freddo carbone: e tutto ciò sta in consigli,
pareri, e consulte, senza mai porvi la scintilla della vera cooperazione,
che ogn'una senza tanti punti e postille da se potrebbe effettuare.
Onde tra tante brighe tal ora il suo carbone soffia, e risoffia,
parla, e cicaleggia, et invece di accendersi, più si viene
a raffreddare, sì che disanimata quell'anima, stracca si
distorna, pigliansi, dice il braciere, e il carbone, che io non
posso più soffiare, ignorando l'incauta, che tra due soffi
sarebbe acceso se l'havesse operato con la scintilla della effettiva
cooperazione; ed oh di questi vani soffi quant'io ho visto patire,
senza far altro, che perder tempo in volgere, e sfogliare le regole,
e costituzioni, alle quali (essendo io tanto da poco per spiegarle,
e ridurle al vero senso) sempre quasi mai ho toccato, lascio la
loro spiegazione a chi me l'insegna, mentre ancora non ho finito
di leggere il primo capitolo dei 12 gradi dell'humiltà
in essa prescritti dal Padre S. Benedetto, né so se con
la pratica le finirò di leggere, mentre tra 25 anni che
li studio, ancora non ho letto l'H, che è dall'humiltà
il primo carattere; di cui all'ora avrò la vera scienza,
quando praticherò, e conoscerò che io sono quel
nulla, che niente di buono prevalgo, com'è questa lettera
nell'alfabeto, il che sarà cent'anni dopo il giorno del
giudizio, mentre per una lettera non ha bastata la carriera di
tant'anni.
Dopo le quali ventine di secoli, all'ora sì che accetterò
le tante richieste fondazioni, e straccerò il breve, che
mi esenta di gradi; volendo essere Superiora, quando sarò
humile; non dovendo una nell'estrinseco esser capo, se nell'interno
non è coda; intanto attenderò allo studio di questa
lettera, composta parimente di A. C. ac, che vuol dire: accipe
cuncta, abbracciando l'humiltà, nell'atto tutta la santità,
e nel merito tutto Dio per premio.
Oh che ricchezza; io tra le virtù l'epitaffierei dal: non
plus ultra, mentre in un atto cielo e terra abbraccia, tenendo
le virtù tutte al suo acquisto, che per circostanza, che
per conseguenza, poiché praticando come sue circostanze
la povertà, obbedienza, pazienza, etc. consegu(isc)e la
carità, zelo, magnanimità, fede e prudenza, etc.;
onde: hoc ego ipsis virtutibus mirabilius iudico.
Carissimo fratello: quid hic statis tota die otiosi, questo è
lavoro solo di questa giornata; la santa humiltà non s'arbitra
all'altra vita; solo qui si negozia, ed io sono all'occidente
di questo lavoro, per cui, ohimè! l'undecima ora non basta.
Ah che per niente altro bramo più la vita, solo per questo:
adauge Domine, adauge tempora, già sentomi nel carnevale
di questa dolce sostanza, nel quale tempo, se gli homini fanno
pazzie, io perché non farò portenti, saziandosi
essi loro nelle crapule, et io negli obbrobri, e ciò quanto
essi più negl'ultimi, tant'io negl'ultimi respiri, in cui
vorrei sì obiettosa morire, quanto mai fui corrottissimo
animale.
In tanto mentre il mio carnevale già spira, mi accingo
all'opera di questa cara opulenza, che se tra i conviti si ricercano
i primi, i più stretti nel sangue, io lo farò con
li miei: venite, comedite, et inebriamini carissimi; la mensa
sta all'ordine, ella è la croce, suppelletta la sacra specie,
la credenza, le virtù cristiane, le forchette, tringieri,
e cocchiarini, i dispregi, l'obbrobri, la povertà, il patire:
all'invito di che risuona a pranzo la tromba della dottrina evangelica,
che invita, e non precetta alla sazietà di quella; noi
però, carissimo, che siamo assisi per obbligo della nostra
professione a questa mensa, a noi conviene gustarla, acciò
corpulenti, e robusti ci incamminiamo: in fortitudine cibi illius
per l'eterna residenza; al che carissimo, non più nausee,
non più inappetenze, andiamo famelici al convito, mentre
Dio infin dai nostri primi anni con tanta prevenzione ci induce,
e propensa, a segno che dal posto di nostra nascita pian piano
ci bassa in sepoltura, essendo sino adesso arrivati da quei posti
a quest'infimo regolare di cannavi, luoghi immondi, e cucine,
da cui (oh che allegrezza) poco, oh niente habbiamo a scendere
per infermarci per sempre nel ultimo concavo.
Oh che gran cammino da colà, sino a questo fondo, da dove
l'anima nostra costernata forte dirà: inclinata resurgo;
onde anch'io dal fine di questo foglio salgo al capo, conchiudendo
per risposta di due sue letterine il detto di Isaia: cum ingemueris
salvus eris; e tanto basta per far che onerato di pene scende
a questo fondo, ch'è l'unico posto per risalire in alto;
havendo detto la medesima verità: qui se humiliat exaltabitur,
né può esser salita senza precedente bassezza, né
quella mai senza imminente cascata: qui se exaltat humiliabitur.
Carissimo fratello, iddio ci conceda uno, e ci liberi dall'altro,
e sia per intercessione della sua SS.ma Madre, per amor di cui
conchiudo con dirle:
si ergo frater vere Mariam diligis, et ei placere cupis, emulare
hanc virtutem,
e lei la conservi.
Palma a dì 8 Novembre 1683.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

1684 03 13 AMBP Lettera 11
/ 84 copia
Al molto reverendo padre Don Gioseffo Maria Tomasi,
Chierico Regolare, mio fratello
enient romani et
tollent nostrum locum et gentem, così faccia che dica la
sua carità, carissimo fratello, poiché nel dimorare
sì assente del nostro desideratissimo impiego di lunga
fatta lo vince quella del nostro Padre D. Geronimo, mentre di
lungi è venuta per torle di mani la corona, con che io
vedo le prime nuovissime, e le nuovissime prime, e il condannerei,
se per altro non mi ritenessi il suo staccamento cotanto a me
carissimo. Onde quanto lodo la carità del primo, con ugual
preconio commento lo stacco del secondo, solo me confuto, che
tra l'uni, e gl'altri esempi nuoto vuota nel bene, come la navicella
nel mare, servirò almeno per riportare di alto e basso
li naviggi passeggeri, che navigano dalla terra al cielo per eternamente
illidarsi nel porto felice della divina fruizione, tra li quali
mi si carica il grosso cariaggio dei meriti di questo buon padre
che mi soprafà sì forte di ogni sua carità,
che mi corre tema non affondi, come farei se rigettassi il tutto
nel pelagio profondo della mia ingratitudine, già che posso
dir di sua effluenza (demersit me) per l'ingoi mi ha dati, li
quali ingrati flutti ancor'essi elevano le voci, lodando colui
ch'è mirabile in questi golfi, estollendo anche dal fondo
l'immersi naufragati, come io esperimento per la potentissima
pescaggine della sua benigna destra, che si è servito per
amo ed esca del sudetto Padre, la di cui carità confesso,
e stimo mia adeguatissima restia, dalla quale non trascendo al
particolare per molta fretta mi sta nella penna, dovendo straccarla
da tre altre, fra brevissimo tempo, e sono una al Padre loro generale,
una al signor Cardinal Crescenzio, e la terza per la nostra società
spirituale, e tutte per comando di detto Padre qual'io prontissima
obbedisco almeno per cenno di tanta mia obbligazione, in tanto
la saluto ai piedi di nostra santa Madre lasciandola sotto la
sua protezione. Palma a dì 13 Marzo 1684.
Sua sorella indegna
Maria Crocifissa della Concezione
1684 06 03 AMBP Lettera 29 / 84 copia LXXXVII
Al molto reverendo padre Don Gioseffo Maria Tomasi,
Chierico Regolare, mio carissimo fratello
ve dopo sei mesi
carissimo fratello, tant'è che non le scrivo, forse per
giustificare la mia penna mentre nel istraccarsi tanto in più
centinaia di lettere a chi non vidi e conobbi mai, così
si risparmia con un mio unico fratello, che se ella è sì
restia con chi tiene tanto affetto, poiché in vero è
grandissimo, qual crede lo sia con chi non vorrebbe parola? E
pure: quid aliud post Deum, amare cupio verun per certo poiché:
Deus mihi totum est, che se egli vuole mi stacchi da un caro e
mi affatichi per uno straniero: ita factum est, sit nomen Domini
benedictum.
Così dice ancor V. R., carissimo fratello, acciò
di pari passo: peregrinamur ad Dominum, in cui (per dirla) sento
uno stravagantissimo avvenimento, semina ceci oggi il mio campo
e par si raccolga frumento; ohimè: vox Jacob est sed manus
sunt Esau, io sento il mio cuore in un abisso di guai, che par
più fiero non l'habbia mai l'infermo, e pur nel sentir
tanto, subentra nell'intimo di tal senso altro opposto mirabile
per cui l'anima si muore di crucio, e di contento; ohimè
oggetto incredibile, ove seme acerbissimo produce frutto soave,
in cui l'anima: pertulit dura, sensit suavia, et gessit mira,
e di tal modo che eccede la mente obliqua della inesperimentata
creatura, sì che tal ora su l'onde dell'angustie nel sentirle
fierissime, ama il motor di quei flutti, nell'arsure l'accensore
di quelle fiamme e nei suoi tagli l'impugnator di quei ferri,
e cui anela anche nel senso, ancor che basso ed estrinseco, ohimè:
vox quidem vox Jacob est, manus, manus sunt Esau, e sono queste
quelle di Dio che slanciano ferri e insinuano fiamme per brama
di cui si precipita sì incontinente l'anima, che trascorre
olimpi, e oceani, spacciandosi con una girar di piede di tutte
le creature, non può offrir respiro, ne men saluto che
l'arresti. Neque salutaveritis in via tanto corre inarrestabile
all'impeto che la spira: il di cui retto navigio non è
menato da austro, o vento humano, ma dal soffio di colui che:
mari e venti obediunt ei, ove quanti venti lo concludono, quante
piogge lo gravano, tanto più si affonda nel pelago fondale
del divino amore, che se soffia vi corre, se pluvia vi si immerge,
e se fluttua vi si affonda, ed oh che inestaccabile impiccio è
quello d'un cuore amante!
Oh carissimo, oh carissimo, che cosa è amare Dio! Qual
laccio egli ci tesse quando ci si scuopre! L'anima non può
più sedarsi: corre tutto il suo essere, si snodano per
andarci le viscere, e le vene. Gesù, che ferro forte, che
graffio inescroccabile è quando impiccia un'anima! Parla
tu attratto SS.mo, o pur tu divino tormento qual sia l'attratto
e duolo di un cuore così divinamente impegnato. Ohimè,
che fiero ritegno, l'ancora al mondo e il vola al Paradiso, verso
cui esanguinandola la tira il graffio infinito, ah che divisorio
fiero, a paragone cui l'anima stima niente ogn'altro suo duolo,
a segno che: de cruce siles et de siti clamas. Ohimè sentite
le sue voci: sitivit anima mea ad Deum fontem vivum, quando veniam,
et apparebo ante faciem Dei, ohimè che fiera sete! L'alma
si muore sopravvenendole con tale arsura una etisia sì
incurabile che par non habbia del humano che la pelle sull'osso,
cioè, l'estrinseca figura, che quanto estenuata dal mondo
tanto si nausea del suo mal vivere: omnis iniquitas opilabit os
suum, non ha cuore di aprirlo per gustare le sue dolcezze anzi
suoi veleni, inappetisce i suoi gusti, per lui non ha sapore,
e quanto lo serra per questo, e per tacere le sue pene tanto l'apre
in clamare l'arsura del suo cuore: de cruce siles, et de siti
clamas.
Ah che vorace incendio quando si ha un Dio per carbone! Considerate
un'anima così arsa di Dio, qual può essere la sua
aderenza, l'impeto, il corso verso la perennità divina,
e pure tenue argine l'impedisce quello eccelso ingoio: un sassolino
di loto, ohimè il fiato mio vivo, fa che io non affondi
nel pelago divino; ah cristiani, fate consulta! Oh medici, come
io potrò morire? E tanti se ne trovano che fan sanare,
e verun per far morire. Spade, mannaie, epulei, e fuochi come
per me oziate, deh innovate sopra me le tiranniche fierezze dei
martiri! Già ite, iscuotendo nel mio sangue la ruggine
di tanti secoli passati. Innova mio Gesù: dies nostros
sicut a principio, i di cui inveterati martiri già mutarono
scena in questi tempi, essendo i più fieri tiranni le nostre
intrinseche: inimici hominis domestici eius, io per me non trovo
peggio contrario che i miei prolungati respiri, mentre esse mi
provocano tanto infinito bene, e pure mercé una invitta
pazienza pabulo e tanto mio dispendio questi tiranni, per essermi
più fieri, Gesù che fiele ardente è quello
le do mattina, e sera in refettorio, pensando che su l'estinguersi
io ravvivo il mio fuoco per meglio incenerirmi, oh mani (io tal'ora
dico) voi mi siete sì fiere nel darmi quello momento, come
fareste a colui che mandando su l'onde a forza di braccia, voi
con pesi, e tiri di nuovo l'immergeste nel primiero fondale, facendo
sempre così quand'io prendo ristori, che sono dell'anima
mia i pesi più gravi, a segno che più volte ho detto
nel pranzo: mittamus lignum in pane, tanto la croce ne sento,
che se fosse di bronzo non sarebbe più grave.
Onde quando ricevo dalla bocca tramando degli occhi, potendo dir
con Davide: fuerunt mihi lacrimae meae panes die ac nocte; e ciò
benché spesso non sempre, ma quando l'ansie mi s'accendono
dicendomi a furia et impeti: ubi est Deus tuus, ed ecco qui carissimo
fratello la mia più ardua penitenza, il di cui immediato
istrumento è Dio, a cui parimente posso dire: tibi soli
peccavi, avendo di più in esso offeso tant'altre sue creature,
è bene dunque che loro sottraggono da me ogni loro gusto,
fuggono dal mio affetto acciò io dica: recedite polluti,
andate oh divine manifatture da me per altro sì fetidamente
guaste che anche i miei marciumi me l'han tolto o velate, rimanga
meco quel sole il di cui raggio non ammetta seco loto quantunque
in esso infangato: nemo bonus nisi Deus, sottragga esso l'attimo
del mio cuore, e lo sospenda nelle impausibili fatiche di cento,
e mille affanni, che nulla mai saragli penoso mentre è
nel raggio di sua luce: obsecro (in somma carissimo) ut videam
faciem regis e ne men' per cancello tra le impermanenze di questo
carcere, che lo mostrano, e lo tolgono, ma a: revelata facie,
e non temo che egli meco si affissa, che se resterà provocato
dalla mia iniquità: interficiat me, acciò, acciò
facendo cassa apertura, s'insinua in me più profondo, benché
per intuito di mortale ferita, venga in me la sua destra, e la
godrò ancor che per severissima giustizia: laetabitur iustus
cum viderit vindictam, e se il gaudio è sì pieno
nel vederlo nei fulmini, qual sarà nell'immergenze delle
sue misericordie, nel di cui sacro nuoto la immergo, e lascio,
anzi di bel nuovo ripiglio mentre qui mi arriva la sua letterina
per la quale nella scarsezza di scrivere par ci rendessimo la
pariglia, e mentre mi dice che io compro assai caro l'inchiostro,
io pensavo che V. R. l'usasse come se fosse latte d'uccello, ma
benedetto sia Dio che la vostra povertà non è altrimenti
di questo ma di quel tempo che: non poterit pretio emi, habbisi
dunque tutto per Dio che nella eternità l'effonde senza
termine, nella di cui comunicazione si abboccano l'anime meglio
che in parole, e con tal frutto che più effettua una detta
parola che cento, e mille lingue essendo che: Verbo Domini coeli
firmati sunt et spiritu oris eius omnis virtus eorum, come dunque
in esso non fermeransi i nostri labili discorsi che spesso così
scurili fuor di lui si affondano, essi si stabiliscono in lui,
altrove non vagarono già[m]mai.
Saziansi qui fratel mio, sopisconsi in esso le più loquacie
del mondo, poiché Deus erat Verbum, e quantunque semel
locutus est non dimeno da che aprì proferì nella
generazione del suo Verbo che fu senza principio, giammai ha cessato,
e tutto il circolo eterno non basterà per fornire la proferta
di tal Verbo, di che argomenti qual sia la favella di Dio Padre
che per spazio sì interminato non ha detto né dirà
che un solo verbo, e ciò parimente l'indicibile qualità
del figlio mentre per spazio sì infinito un solo verbo
ha detto di lui quell'ore eterno, cui: semel locutus est, e già
mai sarà per tacere, ciò che essenzialmente non
può finire, cioè cessare dell'attuale sua generazione,
in cui né principia né conchiude, attuando sempre
l'oggetto in una totale perfezione, ed ecco qui la gran parola
in cui senza dir altro: omnia per ipsum facta sunt, in cui tacendo
si narrano quanto in esso vivono, fuori di cui tutte le cose si
annullano, sine ipso factum nihil, e qui fratel mio mi ritorce
la penna il segno del desinare, e lascio questo gran senno pieno
di deifiche dolcezze per quelle apparecchiate in succide pentole,
le quali oltre al cagionarmi il sudetto fiele mi distolgono da
questo miele cosi grondoso per me nel mellifluo briscaio del paterno
cuore, non dimeno in questo cenno del mio pranzo: ego video ollam
succensam, mentre colui che infonde il suo amore per l'altezza
di tale lume anche l'accende per l'ebollenza di nere pentole,
come è l'essere humano cotanto fragile verso Dio, e affumicato
nella parte inferiore di quelle zucche ardenti delle nostre passioni,
la quale vorace fiamma può trasmutarsi tutta in luce, quando
nella pentola dell'anima cuoce non senso ma divino amore, in effetto
di che io vado al pranzo, per il quale: humiliata sum et salva
a bonis.
In ordine carissimo alla vita del nostro signor padre, io sempre
ne sento molto contento, ma adesso lo provo grandissimo per vederla
in mani, come l'esperienza l'attesta, di tanta perfezione, sono
quelle del Padre Biagio [della Purificazione] delli carmelitani
scalzi, in cui stimo si fortunerà questa devota narrativa,
né posso sperarla che doppiamente desiderabile, mentre
anche vi interviene l'affettuosa sopra intendenza del nostro Padre
Bernardo di Gesù cotanto verso noi ben inclinato, io se
non fossi soverchiamente impegnata col santo ritiro per cui difficilmente
mi fo sentire, havrei voluto ringraziare, e l'uno, e l'altro di
questa loro santa briga, ma per tal motivo mi ho ritirato, e spero
farete voi il dovere di tutte noi, e per la relazione mi dite
del nostro buon fratello io non so che dire, direi assolutamente
di no, stante la mia inattissima insufficienza, ma mi sospendo,
considerandomi forse qualche volontà di Dio, per che sei
mesi sono facendo io li 10 giorni del mio annuale ritiro m'improvvisò
un pensiero, che mi istigava a tale narrativa, e con facilità
sì grande che l'havrebbe fatta tra dimora brevissima, ma
io mi trattenni stimandomi forse appassionata, e di molta insufficienza,
benché di passaggio lo significavo a suor Maria Serafica,
ma adesso che potrei farlo senza sospetto di passione per venirmi
imposto si oppone il meglio, trovandosi il mio tutto in una somma
seccaggine, che par l'anima mia un tronco d'inverno, la di cui
variabile permanenza or l'infiora, or la fruttifera ed or la disfronda,
ed è quella pianta eretta al decorso di tante lacrime che
fructum suum dabit in tempore suo, se Dio vuol fertilarlo di ciò
può farlo in un momento, altrimenti pur che sia di suo
gusto: in ignem mittatur, la saluto per fine a piedi della Madre
SS.ma a cui la consegno per la eternità infinita. Palma
a dì 3 Giugno 1684.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

1684 06 07 AMBP Lettera 32 / 84 autog.
Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello
opo serrata l'acclusa,
arriva la posta con una di suor Maria Serafica e una della signora
[madre] la quale non risponde per ritrovarsi inferma e alquanto
grave, di sorte che già prese il santo viatico, e sta con
febbre ed esito considerabile, che ci tiene assai dubbiose per
essere di forza fiacchissima e di buona età; pregate Dio
per esse istantemente, e per tutte noi che ci ritroviamo di anima
e corpo assai travagliate e non ostante ciò non lascio
di esporle ciò che la signora mi comunica per suo avviso
ed è che la madre Abbadessa di nome suor Maria Scolastica,
si trova alquanto mortificata per causa che V. R. non si degnò
farle due righe con l'occasione di questa carica, lei la stima
con affetto isviscerato, e però non per onoranza ma per
affetto si duole di questa mancanza. Onde se potrà rifarla
con qualche scusa sarebbe bene farle qualche lettera pur che sia
presto e caldissima, il che potrà fare con dirle che non
il fece prima per non farlo a titolo di buon ora, essendo questi
complimenti al nostro monastero implicanti, o pure le dica altro
fuor che sia senza bugia, e qui non essendo per altro di cuore
la saluto come fanno le nostre sorelle e la signora, che le dà
la santa benedizione, et nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.
Palma a dì 7 Giugno 1684.
Sua sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]
P.S. Qui è venuto serio un sacerdote romano per conferire alcune confidenze della Duchessa di Poli, noi non sappiamo chi sia e si trattiene in Palermo, si chiama D. Xiepoli Muti, se il conosce ne dia ragguaglio.
1684 07 28 AMBP Lettera 41 / 84 copia
Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello
on la maggior fretta
che si può immaginare scrivo queste due righe, poiché
la continua infermità di nostra madre ci tiene tanto occupate
che quasi non ci dà respiro, che se fossero accidenti ordinari
basterebbe solo una di noi per assisterla, ma perché per
ordinario sta quasi con sintomi come di agonie, bisogna tutte
assistere alla sua cura, sì che V. R. ancora parteciperà
di questa nostra continua pressura, havendone breve e rara la
nostra corrispondenza; essa la benedice come parimente tutte le
sorelle la salutano, e ci scuserà se prontamente non rispondiamo
alla richiesta [che] fa circa la nave che venne in Palma carica
di riso, se era di cristiani o di mori; appresso suor Maria Serafica
s'informerà dandole con la seguente posta compita soddisfazione.
Preghi Dio per noi acciò che su tante burrasche non perigliamo;
l'avvisi della guerra qui sono carissimi, e fuori li bramano sopra
ogni altra notizia, poiché dalle tante ne vengono solo
alle sue si dà indubitata credenza, benché nel darle
la avviso a farlo come per andare nelle mani di molti, scrivendo
in polisino a parte se cosa le occorre di più confidenza,
e del sudetto potrà cavare se io posso esigere tempo per
attendere alla relazione di nostro fratello, per cui tre interi
giorni al fine mi condurrebbero.
Preghi Dio che ne potessi havere uno o due acciò la potessi
inviare con la copia del primo libro della vita del nostro santo
zio, il quale nel ispedirsi invieremo; la saluto per fine riverendo
humilmente il padre Vitale, nos cum prole pia benedicat Virgo
Maria.
Palma a dì 28 Luglio 1684.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
Non sa niente chi aspetta ed aspetta l'eclisse del sole, e poi sorti come mai havesse stato, o beato chi alza più in alto gli occhi, e del tutto: solum dilexit autorem.

1684 11 19 AMBP Lettera 67 / 84 copia
Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello
ino adesso fratello
la relazione promessale non si è potuta esigere dal nostro
Padre confessore, che havendola già resa si è data
alla copia e fra una settimana s'invierà sicura, vi è
però in essa qualche cosa di avvertire, e la restringo
in 4 punti.
Primo, che la relatrice dimostri nel dire qualche grandezza temporale
del soggetto, e ciò per due cagioni, la prima è
propria, la seconda è aliena; per la prima dico che se
vuole tacere da esso tutto il lustro mondano, par che con esso
anche si oscuri tutto l'ammirabile, qual si è l'incompetenza
del fausto con l'umiltà, la delicatezza con l'asprezza,
il dominio con la soggezione etc., nei quali vive la virtù
cotanto sopra imperio all'opposto che ostà, che si ammira
quasi sovra humana, e si riconosce di sì alta forza come
fiamma nell'acqua che l'incalora quando ella procura di smorzarla,
come fu quest'anima che santificò la vanità quando
ella procurò dannarla.
Secondo è aliena, poiché essendo il nostro Principe
non di esempio universale ma singolarmente a quelli che lo pareggiano
nello stato, e condizione, se li togliesse la manifestazione dell'essere
par seco si meni l'imitazione, per la quale si facilita la virtù
in ogni stato obiettando la difficoltà che l'esclude dei
posti, e dei palaggi, oltre che ogni cosa appetisce il suo consimile
stimolando molto una adeguata esperienza, e tutto ciò consana
l'innotizia della persona che notifica, poiché sarebbe
indecente in bocca di una sorella la di cui innominazione rimedia
ogni cosa, secondo punto si è una certa amplificazione
degli interni sentimenti per altro da quello poco e mal espressionato.
Onde a chi lo conobbe così ispecificato nel bene le potrebbe
stimare esagerate, o sopra arrivate di parole, per esempio un
dir vada via quando si parla del mondo, un sospiro, un chiuder
d'occhio quando se gli offr(isc)e il suo più bello non
dimostra di chi si opera con divorzio, uno sdegno, un gran stuffo
del mondo, come però V. R. il direbbe, piangerebbe forse
quel sospiro effigierebbe quel moto, certo che non, ma esprimendo
il sentimento lasciò via quell'atto dimostratorio, sì
parimente ho dimostrato io in parole ciò che dimostrò
lui in opere e verità.
Terzo punto è la minuzia di certe notizie forse troppo
esattamente narrate, qual io anche avvedutamente descrissi, primo
perché ove non è copioso l'eroico bisogna cumularlo
del ordinario, la di cui molteplicità quasi equivalente
il primo, segnalandosi l'eroico nella forza, e l'ordinario nel
numero.
Onde ho stimato non lasciarne veruna, acciò di molta assiduata
bontà si comprende una eroica perseveranza, secondo perché
essendo questa mia una relazione notiziosa per chi l'havrà
da ridurre in propria forma (1), meglio è sopra eccedere
che mancare acciò lo scrittore habbia che escludere, e
non che desiderare. Quarto punto, e questo è iscusabile
qual'è la mia insufficienza per la quale posso dire dell'operato:
ex Deo est, fuori di cui non tengo né meglio né
peggiore, e dico peggio perché essendo io di condizione
che non devio dalla peggio donnesca, l'havrei voluto descrivere
alla rustica per non uscire dalla mia sfera ove a graffi di più
sforzi l'ho stirata, ma perché nemmeno di tal sorte potei
arrivarla essendo io un vaso anche vuotissimo del niente, sì
come Dio me la die[de] così l'ho data, non perché
ella fosse tale, ma per quella e stimarla dal Signore, il di cui
sacro nome se veruno mai poté dire senza il suo aiuto,
pensi lei se lingua sì dolosa poté dir da sé
tante sue lodi, al quale fine sono descritte quella bontà,
essendo tutte rivi della sua alma sorgente, quale anche per spruzzoli
emanò a me il decorso di quella narrativa, lutea bensì
in questo discorso l'appresto, intorbidato di quelle arenate riviere
ove l'abitano le paludose rane di tante loquaci ma imperfette
locuzioni: bibe (non di meno mio Dio) tu et camelis tuis, acciò
queste ne traggono qualche sorso di buon esempio, e tu per l'uno
e l'altro di compiacimento. E qui brevemente ne abbozzo qualche
generale notizia per riconoscerne la somma, ella dunque dirò
che sta epilogata in due capitoli, il primo esplica i beni di
natura e il secondo della grazia, ognuno di detti capitoli tiene
per principio una breve introduzione separata, ambedue figurano
Don Ferdinando (2) quasi una pianta nell'orto di Adamo, la prima
lo dimostra fino all'anno 17 di sua età coltivato della
natura, e la seconda fino a morte innestato della grazia, cui
per il recidacolo della croce incidendogli in questo tempo i ramoscelli
delli gusti mondani, li preforò in questo taglio l'innesto
del Signore in cui si vede questa ragionevole pianta non più
boscareccia e salvatica come si vide nel campo della natura, ma
domestica e divina.
Onde dicendo la prima: ego plantavi la seconda soggiunge: ego
rigavi e perché si tratta di villaggi s'introducono alla
villana con questa bassa rima:
Per il che fratel mio: confusio faciei meae cooperuit me, sarei
per mascherarmi di mille rossori tanta è la burla che sento
nel vedermi correre quando non so camminare, scusi carissimo questa,
e altre superfluità che mi sono venute con tanta importunità
che per molti rigetti non le potei ributtare, l'accolsi bensì
per confidarle ad un fratello che gli darei in mano tutto il mio
cuore, e le scrissi sciolte del quaderno acciò facilmente
da esso le potesse separare, benché dopo mi avvidi priva
di questa intenzione, ritrovandole attaccate col medesimo per
inavvertenza, non di meno io glielo consegno assieme con il braciere
acciò lo bruci in parte o in tutto secondo il dettame del
Signore alli cui piedi prostrata, del tutto la sottopongo a Dio
alla santa fede, e ai miei superiori, ch'è il fine con
che bramo salutarla in Cristo lasciandola protetto della Madre
di Pietà di cui: nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.
Palma a dì 19 Novembre 1684.
serva, e sorella in Christo
Maria Crocifissa della Concezione
(1) Parla di Fra Biagio della Purificazione, autore di una
biografia del Duca Giulio Tomasi e di suo figlio Ferdinando pubblicata
nel 1685;
(2) Questo manoscritto di Suor M. Crocifissa, di cui una copia
è custodita nell'archivio del Monastero del SS.mo Rosario
è quello da cui trasse ampiamente notizie B. della Purificazione
per la biografia di Ferdinando, unita all'opera cit. nella nota
precedente.
1684 11 27 AMBP Lettera 69 / 84
autog.
Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello
er la lettera di
M. Antonino Alfano ricevo quelli documenti della sua carità,
che io sommamente gradisco, perché in vero è una
gran mostruosità sentire di una mente villana di lingua
sì altiera, come se vedesse una capanna tenere per porta
un portico superbissimo, ove entrando la folla di più personaggi
sospendessero il passo per non trovare altra capacità in
quella che quanto può capire una racchinata persona.
Oh la gran burla! quest'è quell'anima piccola di virtù
e ampia di loquela, ma io sto facendo lo stesso, che importava
dire questa similitudine per una semplice ricevuta? Mi perdoni
fratello, così fu la relazione dell'altro nostro D. Ferdinando:
credevo fare una formica e sortì una fiera, e divorò
tanta carta che mi vergogno a mandarla, essa oggi sta di partire
e non finirei di farmi scusa tanto la stimo noiosa, e la fo parimente
di quel povero Antonino che mentre scrivendogli di quel modo io
non intesi signoreggiare seco ma compire in buon grado, e ciò
perché non era lettera mia rettamente ma in nome della
Signora, di cui egli havrebbe ricevuta una burla se l'usciva della
sua sfera; sentite cosa ridicola.
Vi era un homo ordinario, a cui un altro suo pari disse (signor
don tale) il che sentendo colui stimandosi burlato di sì
inconveniente titolo s'infuriò, talmente che il precorse
di gridi e poco mancò che non l'accompagnò di bastonate,
e consideri le risa di chi fu presente, essendo li gesti più
ridicoli delle parole; senta fratello, così sono l'effetti
delle cose estreme: unusquisque stat in gradu suo, così
parmi ho inteso dire, del resto io gli riscrissi di nuovo e Dio
faccia non sia peggio della prima, scusi quando fosse, quando
mai feci il segretario?
Sento poi che la vita di nostro Padre sta quasi spedita quando
credevamo non fosse principiata, ed era cosa da dire cosi alla
fredda, quando a noi uscì il cuore dal petto per estrema
allegrezza, lodato sia il Signore che sì ci ha consolate,
benché la consolazione ne fu temperata considerando la
brevità del tempo, per la quale si giudica non possa essere
sì diffusa anzi epilogata. Per carità, ne dica qualche
suo senso, e che era gran cosa se ne mandasse qualche capitolo
per vedere almeno lo stile, l'esplicazione etc., basterebbe per
ciò quanto ingrosserebbe un piego, se le pare ci potrebbe
compiacere solo di questo, perché inviarla tutta per più
motivi non è da effettuare. Non so però che cosa
vado sentendo, mi fu detto di passaggio un certo vostro pensiero
circa questo negozio, lei fratello che vuole burlare, parmi volle
scorticare la formica e vestirne il bue, e del cuoio di questo
vestirne quella quando l'uno restava nudo e l'altra soffocata:
quid mihi onera vis imponere quae non possum portare.
Ohimè, oltre alle mie imperfezioni e ignoranze che affatto
mi impossibilitano chi mi darà tempo di vedere una Messa,
di recitare un rosario, o un quarto di raccoglimento, così
piacque a Dio, cosi disposero li miei peccati che mi condannarono
la vita come in una galera di tormento.
Oggi sentivo Messa fino quasi alla consacrazione, ieri recitavo
il rosario in due vicende (perché oggi non l'ho recitato)
e mi parvero delle giornate più quiete, non è credibile
lo stato in che sono, e pure l'angustie più fiere sono
l'inesplicate, e quando io le sento dire simili pensieri, riconosco
quanto iscienze dimora dello stato nostro, beato V. R. che nemmeno
il percepisce, io ne godo sommamente, benché considero
anche con lacrime la sua parte dell'angosce, benedetto sia Dio
dell'uni e l'altre, questo è il dovere portare tanti pesi
quanto ho commesso peccati, benché la pietà di Dio
infinitamente me l'ha minorate.
Preghi Dio carissimo, acciò l'agevoli tanto quanto possa
salire al cielo, ove parimente invio V. R. sulle piume agilissime
della pietà di Dio, ove la lascio e di cuore la saluto,
nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.
Palma a dì 27 Novembre 1684.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

1684 11 30 AMBP Lettera 70 / 84 copia
Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello
rater habeo tibi
aliquid dicere, e questo è un pensiero sì vasto,
cresciuto nell'angustia del mio petto, che adesso par voglia uscire
se non all'effetto dalla sua comunicazione. Oggi dunque 2°
giorno del mio ritiro e della crocifissione di sant'Andrea Apostolo
esplicherò altra più fiera crocifissione, qual patisce
santa Chiesa nelle cinque divisioni principali delli pagani, eretici,
scismatici, giudei, e disgraziati christiani, tra le quali perché:
nescit homo utrum amore an odio dignus sit, io pavento la prima,
e come tale vorrei sino al cielo alte le grida in aiuto di quest'anime,
che parmi tenessero santa Chiesa al suo sposo Cristo in una innovata
crocifissione, le di cui continue voci: continuo morior così
si fan' sentire su il monte Calvario, da dove ancor che impassibile
riceve in quanto all'atto tanti martiri, quanto le suddette l'ignorano,
voci ben vero sono queste del nostro bene che langue come quelle
della sua morte crudele per la quale se il sole si ascose per
non udirle, sotto qual nera gramaglia si asconderà l'empio
uditore, e pure esse sono sì forti che solo l'inaudita
empietà: obturat aures suas ne audiat sanguinem, le di
cui loquaci stille clamano alti e forti lamenti, ed io come complice
di tal fierezza ben da vicino l'intendo, e vorrei lavorarmi l'anima
per consanarle il cuore, e penso se mai medicina vi fosse per
consolidare le sante membra recise, che sono di ciò la
causa principale, e perché sono il numero delle cinque
piaghe SS.me si potrebbero istituire cinque solitarie oranti quasi
infermiere di questi sacri livori.
Penso, carissimo, (e lo dico in estratto finché l'approvi
parere più sodo) di fondare un monte Calvario, cioè
un piccolo reclusorio claustrato, non più che di 9 sorelle,
e così divise, le prime cinque che formano misticamente
il sacro corpo di Gesù Crocifisso totalmente romite, applicandosi
ogn'una ad una sacratissima piaga, verso la quale qual devota
infermiera potrà attuarsi non solo a curarla con atti virtuosi,
ungerla con le lacrime, fasciarla con l'amplessi etc., ma di vantaggio
estorgli via quel ferro che se la ripiaga, come farà con
una indefessa e calda orazione per una di quelle cinque divisioni
che qual taglio lacera con esso Chiesa santa, per la riduzione
di cui applicherà tutti gl'atti impetratori di digiuni,
discipline etc., come se le potrebbe prescrivere da per ognuna
nelle sue costituzioni separate.
Queste potrebbonsi chiamare le sacre infermiere delle divine piaghe,
o pure le solitarie colombe delli sacri forami, e tra di loro
suor Maria Trafitta, suor Maria Lanceata, suor Maria Ferita, suor
Maria Coronata e suor Maria Spirata che sono le proprietà
del Crocifisso, la sesta sorella potrebbe essere la Superiora,
figurando come quelle il Crocifisso questa benedetta Madre a'
pie[di] della croce, cui con pari attitudine e contemplazione
pregherà per il resto della cristianità, acciò
costante perseveri con eterno aumento nella perfezione della santa
Fede, come invacillante si stabilì e perseverò la
Vergine a pie[di] del Crocifisso, in oltre sì come ella
principalmente li si compose per assistere alla cura vigilanza
e sollievo del suo benedetto figlio, così la sudetta quasi
Madre di quelle figlie che il Crocifisso figurano persisterà
con continuata attinenza, alla cura avanzo e buon governo della
sua crocifissa famiglia, e questa si potrà chiamare suor
Maria Crocifissa a cui io darò il nome, portandosi come
sulle spalle la croce di quella carica così nell'anima
il compendio di tutta quella crocifissione.
La settima, ottava, e nona sorella saran' figura delle 3 Marie
cioè, Marta, Salomè e Maddalena, e perciò
tutte attive destinate all'opere manuale del monastero, e perché
nel tempo della passione la Maddalena mistamente operava, agendo
nell'orto e contemplando nel monumento la sua luogotenente, potrà
essere corista e quasi conversa, attuandosi al coro e parimente
all'opere distrattive, come di sacrestana celleraria etc., né
ciò le sarà sopra misura poiché il dar recapito
per una Messa, provvedere il vitto per nove sorelle, servirne
qualched'una inferma non le sarà grave, l'altre due potran'
essere converse per applicarsi alle fatiche, di tutto ciò
che questo provvede, il di cui merito e orazione sarà applicare
all'anime del Purgatorio, poiché sì come quelle
fiamme purgatrici sono totalmente attive preparando di discontro
in discontro l'anime al Paradiso; così questi incessanti
impieghi attuandosi necessariamente nel corpo inarrestano verso
Dio lo Spirito, senza il quale piede benché di loto egli
non può arrivare; onde le tre che dico istraderanno l'uni
e l'altre al Paradiso, con l'azione li viventi e col merito le
purganti, e queste si potran' dire suor Maria Maddalena, suor
Maria Marta, e suor Maria Salomè, ed ecco già tutto
il mondo Purgatorio e cielo ristretto in questo angusto Calvario,
ove è vero mio Dio che: in manus tuas omnes fines terrae,
che se in un solo buco di quella la tua medica amante trova cielo
e terra: quid ultra cum mundo, vada egli lungi da qui, resti per
sempre in terra e però, carissimo, l'auge istituto di questo
solitario monte, dovrà essere un indispensabile ritiro
ove non sarà parlatorio, non che ruote e grate, e delle
robe commestibili per non dire di soverchio, tralascio il modo
come potessero entrare. La Chiesetta potrà essere ben piccola
di un solo altare e con la celebrazione di una sola Messa senza
feste, funzioni e altre materie di concorsi, anzi che si potrebbe
includere nella clausura fuor che del gratone fino alla porta
come si usa in Napoli, e sopra tutto penso si potesse ottenere
l'introito in essa delle medesime monache, acciò possono
servirla in tutto fuor che nel tempo del santo sacrificio, per
il quale e solo durante tal tempo possa entrare il sacerdote e
suo ministro, e dopo finito uscendo incontinente rivadano a porte
serrate le sorelle per sparecchiare il tutto e ordinarlo per il
giorno seguente, né questo sembri irriverenza essendo ciò
proprio dei chierici, poiché stimo non spreggerà
Chiesa santa l'omaggio estrinseco di esemplarissime Vergini. Quando
la prima pisside del SS.mo Sacramento fu l'utero sacrosanto della
Vergine SS.ma, i di cui mistici geniti qual saranno queste Vergini
collatteranno col suo e nostro gratuito gemello il dolce latte
di questo ministero, lattando ella l'uno col pabulo di quell'intrinseco
culto, e l'altre per suo esempio di questo estrinseco impiego.
Oltre che anche per motivo ordinario ciò pare effettivo,
poiché secondo l'andamenti dei tempi vedonsi dei chierici
coniugati al servizio delle Chiese, e supposto questo quanto magis
le spose di Cristo e qui tralascio altri moltiplicati motivi per
non mettere la trave avanti il bue; in somma se Dio il permetterà
sarà questa Chiesetta un lustro di povertà e di
vaghezza, e ciò senza altro fine che di pura riverenza,
e per omaggio di chi: dilexi decorem Domus tuae, l'auge poi d'ogni
beltà sarà il medesimo Signore, e senta, il trono
della sua camera reale, quale si è l'altare sacrosanto,
questo sì come sarà unico trarrà seco ogni
possibile valitudine di quella povertà, ove, invece di
custodia sacramentale si potrà ergere un monte proporzionato
al medesimo altare, e di materia ove possono arrivare le forze
di quella casa, sopra cui si fermerà un alto e independente
Crocifisso a misura di un homo, a' pie[di] della cui croce alla
destra sarà la SS.ma Vergine, alla sinistra santa Maria
Maddalena e alle nicchie di lato (come sono in Chiesa nostra)
le faran compagnia in una santa Marta, e nell'altra santa Salomè,
acciò il materiale di fuori mostri lo spirituale di dentro,
adorandosi per l'uni e gl'altri su quel vertice montium un erto
Calvario e un Tabor supremo, quello assolato di un morto Crocifisso,
e questo glorificato del SS.mo Sacramento, e se la elemosina ci
propizia si potrebbe tra il cornicione che gira la Chiesa porre
li personaggi delli dodici Apostoli di legno o di pietra, acciò
in figure sembri il vero Cenacolo, e l'impiego di dentro, che
è l'attenzione della integrità apostolica giusta
la forma della primitiva Chiesa.
Fin qui l'accento di questo abitacolo divino passando anche di
corsa nella notizia del resto, e della edificazione dico che il
mio ruvido giudizio per essa si è fatto architetto, e forse
insegnerà la mano per farne qualche abbozzo; onde solo
qui accenno che sta in forma di croce nel mio pensiero, basta
vedrete forse il disegno almeno per ridere di questo mal muratore
che tanto nell'aria sa fabbricare.
Resti che io notifichi il sito e la spesa di questo edificio,
e per il primo mi parrebbe attissimo il poggio di sant'Angelo
luogo solitario ma non deserto, come deve essere una casa di monache
non fuori di vista per decoro del sesso, e solitario per libertà
dello spirito, questo luogo oltre a queste condizioni tiene ampiezza,
amenità e comodità d'acqua, e sta quanto alla vista
della terra tanto da lei solitaria per essere capo d'està.
Altri pensieri mi vengono e più proporzionati allo Spirito,
è di potersi erigere nella via crucis verso il monte Calvario,
ove oltre all'equità dell'opere essendo questo e quello
assai uniforme vi è la comodità di quei padri vicini
quando come speriamo si abiterà in convento detto monte
Calvario, dei quali queste solitarie colombe attenderebbero il
pascolo e spirituale indirizzo, acciò in un medesimo nido
del SS.mo costato, fecondassero l'une e l'altre una volubilità
di spirito, vi è però qui il mancamento dell'acque
(assai necessaria per abitazione di monache) ove senza molta spesa
non potrà venire quella di San Leonardo da qui alquanto
lontana.
Qui non di meno assai inclinano le nostre sorelle a chi ho confidato
il tutto segreto modo, il valsente poi di detta opera non trapassa
la somma di 9 mila scudi, cioè 4 per la fabbrica e cinque
per fondo di onze cento d'entrata, settanta per dote delle sette
coriste e onze 30 sopra mantenimento di 2 converse e altri stipendiati
ministri, e benché questa somma non arriva a quella delle
nostre annualità decorse, non di meno io non penso a ciò
per molte cause, e la principale: non est de hoc mundo, ma di
quel povero Crocifisso che in dire ciò mostrò altri
tesori nel suo regno, e sono di quelli ricchi trasporti che colà:
manus pauperum deportaverunt, tra le quali io la più miserabile
non mi arrossirei di mendicare, acciò sì come il
suo santo sepolcro di carità le fu dato, cosi parimenti
si edificasse il reclusorio di quelle che seco si seppelliscono
in questo monte Calvario, e lei fratello che direbbe di una sua
sorella che sotto manto di penuria andasse mendicando con carte?
Ma sia come vuole, io non curerei di farlo, benché ritornassi
quanto nuda di elemosina tanto carica di dispregi, e poiché
gran cosa farei, quando per meno ogni giorno ciò fanno
li gran monarchi del mondo: panem nostrum quotidianum da nobis
hodie, loro per un solo giorno lo chiedono ed io per un giorno
eterno, già che quello chiedo pabula per l'eternità
un mondo intero: omnes mendici Dei sumus ante ianuam magni patris
familias stamus, nella cui empirea soglia io fermo l'intuito o
l'esito di questo mio pensiero, acciò l'introduca e l'escluda
secondo il voler divino, e qui havendo accennato all'ingrosso
la formalità del negozio resta la sua interiorità
essenziale, qual'è la pratica delle costituzioni consistente
nel coro, capitolo, parlatorio, numero, abito, refettorio etc.
nelle quali due ultime si potrebbe indulgere tutto il rigido del
parlatorio, ascrivendogli una vita quanto ritirata tanto meno
austera, e ciò affin di conseguire la perseveranza havendo
detto il nostro Salvatore: qui perseveraverit usque in finem salvus
erit, e per altro l'assioma: nullum violentum desabile, ma passiamo,
che queste non sono materie d'un foglio, ma se l'effetto s'incammina
di un volume intero.
Non voglio però qui occultare ciò che mi parrebbe
bene per l'anime e gloria del Signore, senta ma non giudichi,
fin che la riflessione non spiana l'impedimenti, penso dunque
di esporre i vicendevoli progressi che di questo Calvario, potrebbero
godere queste nostre madri del SS.mo Rosario, nel di cui buon
uso e costituzioni essendo l'annuale ritiro da farsi ogn'anno
per 10 giorni mi rappresenta utilissimo e di molto godimento se
si potesse ottenere da loro il farlo in questo nuovo monastero,
ove e per la novità e austerità della vita stimo
si vedrebbe gran frutto di questa santa ritirata, a me sembra
cosa assai difficile a prima vista, ma quando la considero nella
sua essenza parmi non so che di poca confidenza se ci viene negata.
Che frattura di clausura sarà mai quella di una povera
monaca, quando per un quarto d'ora di viaggio, andasse una volta
l'anno retto tramite in un altro più austero monastero,
e ciò in una carrozza ben serrata, di oscura sera, con
guardia del vicario e cappellano dell'uno e l'altro monastero
io non la stimo mai per altro che di una ben grande mortificazione,
perché se l'havesse da far io direi: libera nos Domine,
ma alla fine soggiungerei: eamus et nos ut moriamur cum eo, acciò
assieme con le compagne ritrovassimo colà per morir, con
lui che non in carrozza ma sotto carica spietata intraprese la
via della morte non che di una santa ritirata. Impugni V. R. un
maturo fico e lo stringa a tutta forza, e lo vedrà per
le fessure tutto uscito, queste sono della clausura le stretture
moniali, per le quali tutto il chiostro si stravasa dalle grate.
Lascia dunque oh santa mano almeno un po' di lento a chi dell'uscite
anche ottura lo spiracolo, e perché l'uno e l'altro monastero
si pretendono (e questo vive) con molta specialità di spirito
di sorte, che emula la sua sorte non solo Sicilia ma anche fuori
Italia, dico che anche per mercede le converrebbe questa concessione,
e quando non fosse per altro per stimolare alla sua imitazione
gl'altri monasteri, poiché se s'invogliano di tale indulto
se li potrebbe rispondere: ut et vos faciatis dandogli promessa
del privilegio se loro la faranno del ritiro e Dio volesse che
per ottenere una sì santa uscita si lasciassero tutte quelle
incessanti che si fanno delle grate, per le quali si vedono tanti
guasti fichi che il poco rimasto dentro non è che per sporcare
la mano.
Ohimè: videte ficulneas etc. nostro Signore qui la mostra
per esempio di produzione, quasi presaga della lieta stagione
e parimente altrove per speculo di seccaggine, indegnandola con
la sua maledizione, forse per mostrare la qualità di tal
sesso quanto sia facile a produrre e quanto a seccare, essendo
per sua natura ottimo nel bene, e nequissimo nel male, sì
che i monasteri se non sono santi possono essere assai cattivi,
ed io tra uno dei migliori il mio fico ancora ha [da] maturare;
onde per vangali e rivi di nuove piante e penitenze desio meglio
cultura su questo ermo Calvario, acciò almen li miei pianti:
fructum afferunt in patientia. Ove (per ritornare alla nostra)
questa sorella pro tempore romita non contravverrebbe il numero
misterioso di questo santo luogo, poiché anche da passo
assiste al Signore la santa Veronica, come questa di transito
la viene per imitare, portandosi al ritorno nell'anima quella
santa impressione che le cagionerà quella santa ritirata.
Carissimo fratello questo si pretende per motivo santo e pure
di necessità, senza il quale mezzo (di che queste monache
si compiacerebbero assai) chi potrà svellere da' loro fraterni
affetti suor Maria Serafica destinata a parer mio in questo luogo
per la Maria Crocifissa.
Io per me senza questo non lo stimo atto possibile, quando per
ogni ombra di fondazione come fu quella di Scicli sbadano gli
occhi per tema di non perderla, e la tengono sì forte che
non è credibile, ma quando si sperasse questa sua vicendevole
assistenza sarà cosa trattabile, oltre che questo piccolo
reclusorio si può dire diviso ma non diverso di quello,
essendo del medesimo abito e istituto del padre santo Benedetto,
le di cui regole e costituzioni osserveranno queste solitarie,
con l'aggiunta bensì di qualche sopra erogazione.
Onde questo si può dire figlio e quello padre, o pure rampollo
di quella vita che sotto duro torchio di croce manda l'uve delle
sue figlie, per estrarne colà il mosto dolcissimo del divin
amore, nella di cui sacra fornace io butto questi miei pensieri,
affinché se sono paglie si consumano, e se sono oro si
raffinano, essendo verissimo che opus quale sit ignis probabit,
e qui mi resto come gemibondo pavone, che pavoneggiandosi delle
piume manda forte le grida per la bruttezza dei piedi.
Ohimè le penne dei miei desii, che su quel monte volubilmente
mi salgono lusingano in parte la mia propensione, ma se guardo
i miei piedi sì sordidi e pigri nella via del Signore;
ah che le mie voci assorderanno i cieli, sotto cui non essendo
degna di guardare non che di salire questo monte sublime, griderò
alle sue falde: levavi oculos meos in montes unde veniet auxilium
mihi, forse in aiuto delli miei caduti passi qualche crocifissa
mano colà mi salisse, e caso che: dextera Domini exaltavit
me, non in quelli regi forami ma qual povera Marta nelle più
affumicate officine, dirò con pari contento: sufficit mihi
et prosit illi, essendo per quella una regia magione la piaga
di Cristo, e parimenti per me il loro humile servizio, in cui
sarà gloria comune il vederci annoverate non in quelli
nuovi cori angelici, ma in queste altre tanto crocifissi, la di
cui uniforme incombenza sarebbe come quelle: ante tronum Dei,
queste ante montem crucifixi, cantando se l'uni con giubilo il
triplicato: Sanctus, queste con gemiti i triplicati chiodi, acciò:
simul unanimes semper canamus ipsi cum iubilo (sanctus, sanctus,sanctus)
et nos semper Christo confixi sumus, nelle cui sacre ferite ori,
consulti e avvisi, mentr'io in esse la lascio, la trovo e la saluto,
e sono la sua serva e sorella in Christo:
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Per non correre fuori tempo trattengo il su cennato disegno.
Palma il dì sudetto 1684.
1684 12 16 AMBP Lettera 73 / 84 autog.
Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello
opo 3 settimane
quasi passate arrivano da costì 4 carissime sue, 2 alla
santa madre delli 4 e 11 di Novembre, la terza a suor Maria Maddalena
e la quarta a me benché in risposta della mia, per la quale
dico: divitias et paupertatem ne dederis mihi sed tantum victui
meo tribue necessaria. Non desideri fratello né in eccesso
la vita, né in eccesso la morte, ma solo una santa indifferenza,
V. R. si duole di qualche orrore che sente per havere a morire,
ed io tal'ora diversamente di havere a campare, nelle quali due
estremità senta un caso occorso alli 4 del corrente, che
fa tremare. Due giorni sono mi scrisse un Padre Cappuccino più
morto che vivo, e se la lettera non stesse in serbo per ciò
che può succedere gliela invierei per piangere; in una
città convicina un Padre di 70 anni, e di religione cinquantotto,
ritrovandosi infermo e quasi vicino a morte ogn'uno ne supponeva
miracoli, essendo di quelli che non si possono seppellire per
il concorso dei popoli, si aspirava alle sue vesti, capelli etc.
come stimatissime reliquie, era stato provinciale più volte
e confutatore di eretici etc. per dove costui passava il nome
ogn'uno inarcava il ciglio preconizzandolo di lode.Questo assalito
due mesi prima della morte di un ritiro estremo s'infiacchì
sopramodo, e avvicinandosi alla morte gli sopravvenne (per segni
che dimostrò) una brama di morire che lo coricò
quasi nella disperazione, e procurando la morte per industrie
e sforzi si componeva come per forza nell'ultimo Agone, il che
indi con forti colpi di braccia, mettendosi il cinto alla bocca,
alzandosi in piedi e poscia buttarsi da colpo e simile, affine
di mettersi in agonia e finirla; altre volte diceva: io sono dannato,
il demonio mi dice: "uccidi te stesso e andremo presto all'inferno",
e si vedeva che lui cercava di assentire alla suggestione con
effettuare le cose sudette. Alla fine perché io non voglio
inorridirvi del tutto, vi notifico del termine che fu il buttarsi
di una finestra tre hore prima di morire, ove egli disse che glielo
buttarono due demoni, trascinandolo uno per il cinto e l'altro
per il collo, e in vero costoro bisognò farlo, poiché
oltre che egli era moribondo inabile al moto slegarono una incirata
della finestra legata con chiodi, quale di buon garbo ritrovarono
i Padri rassettata in un angolo della cella, sotto la di cui finestra
ritrovandosi a passare un terziario vedendo il moribondo colà
rovesciato e quasi morto gridò fino alle stelle, e correndo
i Padri come si può credere ritrovarono quel meschino con
un braccio rotto e il resto fracassato, cui nel vedersi riportato
di nuovo in cella disse buttatemi di nuovo dalla finestra o pure
in sepoltura, alle quali voci inorriditi i Padri gli die[de]ro
mille persuasive acciò si pentisse, e dimostrando lui segni
probabili di pentirsi con battersi il petto li die[de]ro l'assoluzione,
ma immediatamente egli ripigliò a dire: tre volte sono
condannato, rispondendo alla dissuasione contraria che Gesù
e Maria lo condannavano e l'angelo suo custode lacrimava, il che
aggravato di forti lamenti spirò fra 3 hore. La di cui
morte lasciò i Padri cotanto attoniti che si han bisognato
cavar sangue e quasi tutti purgare, scrivono con tanti pianti,
espressioni e lamenti che ieri sera fino alle quattr'hore mi fecero
singhiozzare, e perché la persona defunta è cognitissima
alla nostra comunità; la vedrebbe una Ninive se fosse presente.
Ohimè nel vederlo dirci: Justus autem quid fecit, a che
tante doglie di chi non vi ha parte, pianga l'inferno, pianga
chi non confida nel Signore, per la di cui sconfidenza, per quanto
si crede, costui si smarrì.
Ah stretti cuori in sperare, e più corte braccia in havere,
poiché tanto si acquista quanto si sa sperare, carissimo
fratello ogni estremo è vizio, non voglia presumere né
sconfidare, non brami la morte né voglia campare: Deus
mihi totum, qui ampli il desiderio, adegui il cuore e smisuri
l'affetto, mentr'io la lascio in Gesù Cristo.
La signora segue assai inferma, suor Maria Maddalena è
in letto, l'altre due sono occupatissime una alla porta l'altra
al cellerato; onde considerate se io essendo sola per tutte posso
dilungarmi e però dico brevemente che in Palma sono grandissimi
disturbi e d'ogni genere di stato, cioè tra il procuratore
di Giulio Maria e l'affittatore detto il primo D. Mariano Fiascone,
e il barone di Bessima, la seconda discordia è tra li ecclesiastici,
tra li deputati della Sacra Distribuzione e il reverendo Arciprete,
li primi per [
] e questo [
.] inondazione [
.]
ambedue le parti in Aragona dal signor Principe si è serrata
la Chiesa, è stata in parte espoliata di giugali (1), benché
per serbo, e si fulminano scomuniche e carcerazioni, etc.; il
punto è ampio e da me poco percepito, solo parmi consistesse
nel possesso dei giugali pretesi dall'Arciprete e della suddetta
Distribuzione, la causa sta in piedi, e oggi in Aragona si effettuerà
la decisione, ogn'uno grida il Padre D. Giuseppe, ogn'un piange
il Padrone: et omnia flumina intrant in mare, intorrentandosi
tutto ciò nella religiosità della signora, la quale
ancor essa è entrata in scrupolo riconoscendosi in parte
complice di qualche oppressione, ed io non dico niente di noi
fuor che: Domine auge patientiam auge dolorem.
Dico di più che con la cassettina delle inviate scritture,
per non inviarla mezza vuota di sotto vi sono una decina di personaggi
di alabastro che formano una santa pastorale, la godrete per amor
mio che mi fu regalata, ed io la giudicavo alquanto accetta perché
mi diceste una volta che per la Duchessa di Poli simile alabastri
costì si erano per gradire per le cose migliori. Onde io
gliela do, se vuol ritenerla per lei, se vuol darla a nome suo
o mio, o farne altro, tutto a sua disposizione; io poi non le
dico niente del contraccambio, ma V. R. sarebbe assai sconoscente
se non la guiderdonasse con qualche figurina, ma non la mandi
di qualche vecchione o di qualche tedeo che la voglio di molta
devozione.
In quanto poi della somma che lei dice con quella intenzione,
la signora quando la manderà specificherà l'intenzione
come gusta, e circa la vita di nostro Padre io non finisco di
desiderarla, benché havendo letto questi giorni del mio
ritiro buona parte di quella del nostro Padre D. Carlo ne ho fatto
meglio concetto, ella è sostanziale efficace e interrotta,
e quello la mostra prolissa parmi non fosse nell'autore ma nella
carriera della vita, poiché non essendo il soggetto stabilito
in un'opera anzi variamente applicato in fondazione di monasteri,
di conventi, negozi, consulti, consigli etc.; bisogna manifestare
il fattore, la diffusione bensì delli medesimi atti io
non la nego mentre potrebbe essere più succinta, ma l'opere
sono sì gravi e anche allettative che la prolissità
non [in]fastidisce il lettore.
Onde parmi bene pensare alla correzione e non all'esclusiva, pensateci
bene, e non tardiamo in ciò che è gloria di Dio.
Della elezione già fatta di Mons. Malaspina stimo il demonio
se l'habbi preforato nel cuore, portando egli un buon Prelato
come spina nell'intimo che noi lascia quietare; nostro Signore
fortifichi talmente questa spina che sia quanto dardosa nel pungere
ogni sorte di mal gregge tanto assottilata in se stesso e nella
parsimonia del cuore, a chi per carità sì smoderata
bisognano cibi lievi, come si suol dire (buona preda leggera bracca)
e quest'è l'anima astenuata d'ogni creatura. Io lo desio
santo e infiggerò questa spina nel divinissimo costato,
non per trafiggerlo di spasimo ma per saettarlo di amore, similmente
scrissi benché in altro senso a Mons. Graffeo già
eletto vescovo di Mazara che si licenziò per Roma; onde
quando per qui il vedrà faccia quella stima si merita la
sua persona, poiché oltre alla prelatura è di nobiltà
assai rara. Egli si chiama il padre Fra Francesco Maria Graffeo
uomo di humiltà grande, che io ho parlato e ultimamente
scritto, sapete è francescano della scarpa e non vi dico
altro. Questa settimana è stata per me tutta di prelature
mentre da tre mitre sono stata ricercata, e tutte tre quanto assunte
tanto tribolate. Oh mondo le tue dolcezze quante sono affilate,
beate sono quelle per cui San Bernardo dice del Signore: crucem
amaram suis amare
bus dulcoravit.
Carissimo fratello già che la croce è inevitabile
procuriamo il rimedio infallibile, qual'è il patirla per
Dio che è la soavità del medesimo tormento, qui
la lascio con lui pregandola a seguire l'orazione per quella persona
a cui un anno si le fece a mia richiesta l'ammonizione, sia per
amor di Dio quanto si patisce per questa occasione, non tanto
per altro quanto per sentimento della perfezione che par vadi
poco bene, preghi, preghi preghi e qui mi resto. Palma a dì
16 Dicembre 1684.
Sua sorella in Christo
Maria Crocifissa della Concezione
(1) tutti gli arnesi e vasellami sacri di una Chiesa;
P.S. Le raccomando l'anima di D. Simon Pietro Arizzi nipote
dell'astrologo Odierna, che passò all'altra vita pochi
giorni sono, e me[ntre] oggi otto con soddisfazione e stima universale,
le raccomando ancora l'anima di D. Tommaso d'Amico che parimente
è morto, ma non in Palma e secondo dicono morì di
morte subitanea. Onde lo raccomanderà a Dio con maggior
caldezza stante la morte improvvisa.
Tengo spedita una mia lunga lettera per V. R., ma dovendosi mostrare
al Padre spirituale vi sento molta ripugnanza, trattandosi di
certi miei antichi e nuovi pensieri, quale io non confiderei fuor
che a lei molto volentieri; in caso di consulta bensì o
di altro buon fine gliene do licenza tenendo meno ripugnanza agli
stranieri che al sudetto presente, per timore di che la differisco
di giorno in giorno, ma per l'altra posta spero inviargliela con
la grazia del Signore.

1684 12 29 AMBP Lettera 75 / 84 autog.
Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello
onsignor Graffeo,
eletto vescovo di Mazara, inviandosi costì per la consacrazione
porta seco il Padre Bagilleri Crescimanni, fratello carissimo
del signor barone di Bessima, oggi governatore di questa terra
di Palma e perché è soggetto oltre alla nascita,
di riguardevole spettativa sarà vostra la sorte di riverirlo
di presenza, dandogli di ciò motivo non solo il gran merito
di cotesti signori, ma di vantaggio lo stimolo della nostra obbligazione,
di cui non occorrendo altra notizia mi rimetto alla sua anteceduta
scienza.
In tanto l'avviso come la signora madre continuando tutta via
assai inferma non lascia non ostante le sue di soccorrere nelle
indisposizioni di V. R., in ordine alle quali prevalendosi delli
favori del sudetto padre le rimette per le sue mani una scatolina
di giacinto senza odore, l'userà senza scrupolo essendole
dato come per carità tutto a sua disposizione, e non essendo
per altro preghi nostro Signore per me, come io farò per
lei mentre la salutano le sorelle e signora madre dandole con
ogni affetto la benedizione, et nos cum prole pia benedicat Virgo
Maria, Palma a dì 29 Dicembre 1684.
Sua serva e sorella
Maria Crocefissa della Concezione
1685 04 09 AMBP Lettera 26 / 85 autog.
Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello
i ricordi fratello
dei mesi addietro, nei quali conferendole io certi miei pensieri
in estratto sopra la fondazione di un nuovo monastero, V. R. se
bene ne approvò il modo si fermò nel resto, dicendo,
che se a Dio piaceva, o non, ne avrebbe precluso o facilitato
la strada, tanto lei mi asserì, né io volli altro
per lasciare il tutto ai piedi del Signore, e se dire voglio il
vero mai hebbe maggiore deietto qual fu ai piedi di Dio questo
abbandonato pensiero, in cui io giacqui spensierata del negozio
lasciandolo come esanime nella provvidenza divina, nel quale tempo
nel più dormente mio stato martedì 3 dì del
corrente mi capitarono due lettere della città di Trapani,
in cui una signora detta D. Maria Napoli (1) offre spontaneamente
cinquanta mila scudi per opere pie a mia elezione, e non esplicando
altro fuor che un ritiro di vergini. Lo rimette a me se pure giudico
altrimenti, in somma conclude con efficacissime espressioni che
io determinassi di sua sostanza e persona come cosa propria, asserendo
il mio parere per chiodo della sua determinazione. Ella è
giovane nobile di anni 29 e senza erede o parenti, e perché
non vuol sentire mondo ancor che da lui seguitata brama conchiudersi
in ritiro per consacrarsi vergine a Gesù Crocifisso, e
dice ciò con sensi sì devoti che promuove l'anima
a molta devozione. Io manderei la sua lettera ma stimo la voglia
il Padre mio confessore, soggiunge con essa il medesimo un Padre
gesuita di cui è l'altra lettera, benché essendo
la somma ascendente anche per due monasteri, egli per alcuni motivi
ne loda uno senza clausura, lasciando in mia libertà il
rimanente.
Onde io spratica e senza spirito mi porterei qui di volo per qualche
suo consiglio, temo di lasciare l'offerta, e non mi attendo accettarla,
dovendo per la mia inabiltà fuggire, e per la gloria di
Dio accettare, il massimo poi dei miei desideri è che si
effettuasse questa opera senza mia intromissione.
Solo io sarei come quello povero architetto che compendiando l'edificio
in un foglio, altro l'edificasse col suo dispendio, che se questo
sarà quel: supernus artifex; io adesso provo il suo moto
sì violento come colui che volendo alzare una lapide, quanto
più pesa tanto più si sforza, sì pare a me
l'incitamento presente mentre per rimuovere me marmo infrangibile
scuote da lontano ignotissimi istrumenti; onde stante tali scosse:
lapis de pariete clamabit, senza dir altro però che: fiat
voluntas Domini, e se a Dio piacesse che lapides sancti elevabuntur
super terram (dico li miei sassi desideri più freddi che
marmi); all'ora sì che non temerei più martellate
di contradicenze purché mi assiedasse parete del Signore;
in tanto carissimo fratello mi dispiace la sua lontananza bramando
io non muover passo senza il suo parere, ma perché la convenienza
non ammette questa dimora finché voi risponderete a questa,
io per non tenere sospesa l'autrice confiderò solo la fondazione
al Padre sudetto, senza specificarle persona, che se a loro piace
effettuarlo da per loro senza nostro intervento io ne starò
assente; ma se personalmente da noi vogliono essere servite all'ora
sì che entreranno li travagli, non per me che: quocumque
loco fuero semper Jesum invenero, ma per altri rispetti, e qui
non passo oltre essendo questo il barlume di questo nascente sole,
in cui ancor che fosse per vivere io sempre aspiro all'occaso
dei miei giorni, in tanto come per non oziare la vita si impiega
in queste sante azioni quali spruzzoli o presagi di quelli eterni
impieghi, nei quali benché andasse tutto il sangue sono
cose tanto da niente per chi sitibondo vive, che più attendono
l'arsure che spegnino le brame, io non sono di queste, anzi selce
durissima, e di condizione sì deteriorabile che quanto
più l'irradia il sole tanto più secca rimane, benché
essendolo meco Cristo: petra autem erat Christus, diverrò
alli suoi colpi di arido sasso perennissima fonte, Gesù,
che: percussit petra et fluxerunt aqus, inondi l'anima mia di
lacrime, con che io purifichi il vaso per le grazie divine.
V. R. lo pregherà perciò, mentr'io mi rallegro della
già arrivata relazione di nostro fratello, io mentre la
scrissi in alcuni punti lacrimava tanto che mi era bisogno di
sospensione; onde non mi meraviglio che lei tanto ne è
intenerito, e ringrazio Dio che le sia piaciuta sperando di rivederlo
all'altra vita, e perché altre tanto mi dolgo del presepio
arrivato sì mal acconcio spero mandarvene un altro per
rimediare l'accaduto. In tanto la ringrazio della larghissima
ricompensa in 12 figure, quali saranno a me duplicatamente care,
come mi terrò la già arrivata dell'angelo custode
essendo stata desideratissima da me, e per non dire di vantaggio
finché arrivano qui, la lascio salutandola ai piedi della
SS.ma Madre, Palma a dì 9 Aprile 1685.
(1) di Marsala, che voleva fondare un Monastero per ritiro di monache, a sue spese e sotto la guida della Venerabile;
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
P.S. Quando detta fondazione s'incamminasse desidererei sapere se sarà per incontrare straordinaria difficoltà nella concessione, a me pare non fosse nuovo istituto, benché di maggiore rigore, onde non mi rappresenta tanta difficoltà, del resto ne attendo del tutto il suo parere.

1685 05 07 AMBP Lettera 35 / 85 autog.
Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello
uanto tempo è
che sono in necessità di confidarle alcuni miei accadimenti,
li quali se non li dico a V. R. a chi mai troverò a chi
confidare il mio cuore? Sappia fratello che io sono femmina e
cotanto scarsa di guida, che passano mesi e mesi senza dir parola
di mia coscienza, e sono da 8 mesi in circa che me la passo senza
confessione, e con otturamento tale che nemmeno lo sanno le nostre
sorelle, ordinando così il mio Padre confessore, e però
l'angustie, li guai, li occupa cuore sono tanti che il cennato
è ristoro e quasi mai vi penso, e di tutte non dico altro
che: angustiae mihi undique, dolore sento, e per venire al vero
punto che è questo per cui scrivo dico che ha mai V. R.
visto spugna nell'acqua tutta insuppata d'essa di fuori e dentro?
Così riguardi me, imbevuta di guai propri e alieni, che
con essere in tanto tossico non lasciano di bere al mio catino,
tante altre persone asciuttandomi di quella poca sostanza che
nemmeno basta a me per respirare, e l'immergenze sono tali che
parmi affogano per le molte occasioni. Ne senta una, per cui la
vorrei presente, per dirle una lunga serie di discorsi accadutimi
col signor Abbate Rini, al presente Vicario generale (1).
Questo è un signore siciliano ma di genio, volontà,
lingua, e quanto dire si può tutto romano, voletelo conoscere,
miri se stesso, ed io non ho visto parità più simile,
toltane la faccia che lui e voi, egli è della vostra età,
personaggio, loquela, voce, inclinazione ed etiam infermità,
e quando credeva differenziarlo in qualche cosa di funzione pubbliche
lo ritrovammo peggio di V. R., poiché sortendo nella sua
venuta il monacato di una nostra sorella egli si tirò indietro
nell'invito, con dire che etiam nella Cattedrale non si rischia
mai in simili azioni, essendo soggetto a un tremore sì
gagliardo nel farle che bisogna lasciarle nel menzo, onde non
fu possibile, e chi vide lui si soddisfa di lei.
Questo bensì tiene meglio di V. R., che essere instancabile
di Roma si portò come tirato in Sicilia per una mia parola,
egli più anni dimorò costì e stava in Roma
sì contento come nel centro suo, ma perché Monsignore
suo zio, onninamente lo volle seco per dopo farlo Vicario generale,
si servì per mio mezzo per farlo venire, in somma si mostrò
e si mostra a me tanto soggetto che non è credibile, e
mi disse che non dirà mai, non se io le cenni che vada
da dove si sia all'Indie, egli fu da me, e mi parlò in
due volte 4 hore, e potei io dire di lui: la voce è di
Esaù ma il tatto è di Giacobbe, poiché nella
vista pare un Prelatone e un romanaccio assai grave, ma poi maneggiandolo
è tutto humiltà, zelo e di santa intenzione, e per
la immunità ecclesiastica è sì forte e zeloso,
che mi disse che se fosse bisogno si metterebbe in sua difesa
un cannone nel petto per difenderla con la propria vita, della
quale fa tanto disprezzo quanto pare la str[ada].
Egli venne di Girgenti per conferirmi certe sue urgenze e pensieri,
quali non posso dire, dirò bensì che queste sue
materie tendevano alla rinunzia del suo Vicariato, nelle quali
sue proposizioni io gli risposi assai alla sproposita introducendolo
nel Vescovato, quando lui trattava di lasciare il Vicariato e
non temendo introdurlo più dentro, suggerendogli la coadiutoria
del Vescovato di Girgenti, quale secondo si usa tira la successione,
al che egli stordì, e pigliando in orrore il mio pensiero
lo prese quasi in burla, ma vedendo me che di garbo glielo rinsinuava
mi disse (signora ecce me) e ciò per atto di rassegnazione
perché etiam naturalmente ripugnava, trapassò non
dimeno più il discorso lui sempre difficoltando ed io facilitando,
in somma sono passate tanto oltre le cose per dirle in brevità
che io già fui astretta di scriverne a Monsignore, cui
essendo tenerissimo di questo suo nipote non bada ad altro che
al tenerselo seco e di ciò non ha risposto. Ma il negozio
essenziale non è questo, ma è la sua partenza di
Girgenti, ove (per motivi quali io non posso dire né meno
a Monsignore) il detto Vicario non deve più dimorare, sì
che la coadiutoria servirebbe per pretesto di detta partenza per
la quale bisognerebbe la sua persona in Roma o in Spagna per procurarla,
e dato che si habbi il primo intento che la sua lontananza della
corte e città di Girgenti, se il secondo si può
ottenere cioè l'auditoria sarà bene, altrimenti
basterà il primo, il quale se non si effettua corre pericolo
l'anima del signor Abbate e anche la mitra dello zio gran detrimento,
le difficoltà che dicono ritrovarsi in questa coadiutoria
sono due; la prima è la spesa per la quale si apprende
grandissima, la seconda è che il Vescovo presente essendo
siciliano il successore deve essere spagnolo, il che la esperienza
lo mostra fattibile poiché Monsignor Gisulfo e Monsignor
Amico furono l'uno dopo l'altro siciliani, delli quali due punti
vi prego quanto posso ad informarvi, perché se tale impresa
è impossibile si tenta altro pretesto per assentare questo
signore, dovendo per ogni modo partire e non vi ammirate in vedere
che io m'ingerisco in cose sì fatte, quali mai ho potuto
sentire il nome poiché due potentissimi motivi mi ci tirano
a viva forza.
Il primo è il merito e obbedienza di questo signore, cui
come Superiore mi astringe e precetta a non lasciarlo in questo
affare, essendo per altro come senza moto, dicendo che mai altro
ne farà se non viene indirizzato dalle mie mani, e non
fu altrimenti, poiché tra una settimana mi ha mandato in
lettere 8 fogli tutti pieni, secondo per gloria di Dio acciò
per la partenza di detto si eviti qualche gran male, e per il
merito, zelo e humiltà di questo signore tal dignità
si conferisca, non a chi la procura ma a chi la sa portare dei
quali se io fossi dispensatrice solo le darei a chi ne mostra
le fughe.
Carissimo fratello la mia premura sopra questo è grandissima,
e mi dispiace non poterle dire quanto vorrei per farla accingere
a quest'opera, basta, almeno lo faccia per (...) illucidando me
sopra il negozio, e non frapponga tempo poiché l'urgenza
corre e il tempo è breve, nel quale io vorrei gridare a
V. R.: adiuva me solitaria, e l'essere io senza un fratello presente
almeno vicino mi fa provare la vita un lago di leoni, quale per
me sono tante urgenze gravissime di fondazioni, vescovadi etc.,
e non dica assentatevi, perché non posso più alcanzarle
assai si è fatto nel risparmio di tante lettere, sopra
cui il detto Vicario invigilò con tanta carità e
zelo, che mai altro più favorevole ne vidi verso il nostro
monastero, sopra di che altra più lunga carta vi vorrebbe
per raccontarle di lunghe traccie usò e l'incarichi che
si esibì per evitare il concorso di tante lettere.
Ma per dirla in brevità mandò ordine che ad altre
lettere non rispondessi che alle sole mandate da lui, da V. R.,
e dal Padre spirituale, e così provo qualche riposo grazie
al Signore, e qui mancandomi la carta resto come sopra pregandola,
e non tema di mia comparsa poiché io solo entro in qualche
segreto indirizzo di detto signore, cui è tanto zeloso
del mio nome che nemmeno mi nomina con suo zio, indirizzandosi
di me nel intrinseco del suo cuore, ed è sopra tutto zelantissimo
della immunità moniale.
(Andate indietro) questo lo dico perché io sono il suo
genio, quanto anche in ciò le assomiglia nel volere il
mio nome coperto come si deve, al che triplicando la mia voce:
o' utinam soggiunge, almeno almeno: antequam moriar, intanto preghi
Dio per me mentre io la saluto, nos cum prole pia benedicat Virgo
Maria. Più giorni sono s'inviò una scatolina con
la vita del Padre D. Carlo al Padre Vitale, ov'erano 3 immagini
ricamate per le tre religiose che ci mandarono le cosarelle di
devozione, non so se è arrivata. Palma a dì 7 Maggio
1685.
(1) Mons. Giuseppe Maria Rini, Abbate di Mandanice, nipote del Vescovo di Girgenti Francesco Maria Rini, esiste tra la Venerabile e l'Abbate una copiosa corrispondenza;
sua sorella e serva indegna
Maria Crocifissa della Concezione
P.S. Dica meco fratel mio confessiamo, esultiamo lodiamo la somma carità di Dio, egli è carbone, egli è fuoco, essendo lui da se stesso amante, ed amato, oh perfezione divina che tira a sé un divino Amore, oh amor infinito che mostri nelle tue fiamme la dignità dell'oggetto amato, oh Dio tutto abile tutto adorabile in cui si racchiudono tutte le cause ed ardori delli divini incendi, amorose fiamme, deifico ardore che d'altri legni non arde che delli medesimi, quali cuori divini di cui per una eternità vivo vi mantiene, sì fratel mio e non lo possiamo negare che Iddio è tutto fuoco e tutto ardore.
1685 07 28 AMBP Lettera 56 / 85
copia
Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello
nvio con questa
una mia al Padre Biagio della Purificazione, e la prego a dargliela
se lo riconosce opportuno, io volevo con lui più dilatarmi
ma non so se è Padre di molta pazienza, bisognandone tanta
a chi mi tratta quanto io ritengo miseria, vorrei però
gli dicesse ciò che mi restò sulle labbra, qual
si è dell'abitino che mi rubò la penna senza che
mai io havessi pensato a tratto sì confidente quel [che]
richiedeva sì piccolo donativo. Io non di meno non volli
rifare la lettera, ma lascio che Dio mi aiuti se a V. R. non piace
o quello non l'accetta, gli dica però, la prego, che essendo
io la sua carmelitana interna vivendo della gran Teresa, insanabilmente
ferita dovetti per la prima volta apprestarmi ai suoi piedi con
sì devota insegna, e la portavo alle mani perché
la ritengo al cuore.
Mi scusi di più se lusingandomi l'affetto volli formarlo
con le mie spratichissime mani, con che privandolo della finezza,
con che eccellentemente li ricamano nel nostro monastero l'irrusticano
con l'inettezze di me ruvida discepola, in somma io non so dire
ciò che lei meglio dirà, e gli baci per me la mano
come io farei alli suoi piedi, dovendo far di vantaggio non solo
a soggetto sì degno ma a chi si sia peccatore, sotto il
pavimento dei quali humiliamoci fratello, humiliamoci fratello,
Palma a dì 29 Luglio 1685.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
P.S. Si ricordi fratello delle figurine delle nostre monache, che l'aspettiamo con ansia havendone promesso la madre Abbadessa con tal comportamento una buona ricreazione.

1685 09 30 AMBP Lettera 61 / 85 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
icevo in risposta
di più mie una sua letterina, con il numero di 46 figurine
che oggi si compartiranno alle sorelle, e spero di vantaggio corrisponderanno
al donativo, almeno con la recitazione del versetto: sancta Mater
istud agas etc. Io per me ne resto consolatissima non solo per
il genio [che] vi ho e per il datore, ma di vantaggio per essere
cose di devozione, benché questa consolazione a primo incontro
mi fu intorbidita, poiché osservando il piego ben grosso
credevo fosse la spedizione delle 2 sorelle, ma ritrovandomi priva
di questa consolazione venne anche meno quella delle figurine,
e non sappiamo quando faremo davvero questo buon incontro sperandolo
sempre di ordinario in ordinario, sia benedetto Dio che quanto
più si abbrevia la vita dell'homo tanto questo nell'opere
si va ritardando, e per essere ai tempi nostri spedito un negozio
bisogna s'invecchia un Adamo.
In quanto poi ai sensi inseritomi circa il negozio della fondazione,
io riconoscendoli tutti invariabilmente oziosi, cioè, di
lasciare il tutto senza muover dito anch'io parimente mi ozio,
riconosco bensì i nostri immarmoriti tempi in cui nel promuoversi
un bene chi lo dice irriuscibile, chi l'esclude per difficile,
e chi lo dà per intrattabile, io tutto tengo per bene stante
la mia persona del tutto invalidissima, ma non in quanto a quella
di Dio per cui i Santi si sono svenati in spianare altri monti,
santa Teresa nelle fondazioni anche stimate impossibili, san Saverio
tra l'impraticabili boschi ove santamente morì anche senza
sacramenti, e chi di un modo chi d'altro in opere e patimenti,
benedetti quei tempi in cui i santi Apostoli, i Martiri di Cristo
non oziarono momento per propagare la nostra santa Fede, che se
mi dirà che allora era nascente io le soggiungo che adesso
è quasi morta. Onde se non si ravviva nelli più
spiriti vitali quali sono le religioni, forza è che peggiora,
carissimo fratello tanta agenza mondana e oziosità divina
mi trafiggono l'anima, ed è una meraviglia quanto oggi
per Dio il mondo sta dormendo, ma più mi stupisco di chi
gli canta la nenia invece di destarlo, avvertite che io non dico
per il punto suddetto che l'impedirmi ciò che non conviene
non è che buonissimo, ed io ne lodo Dio con mille cuori
e lingue per altro non di meno, quando le persone (fuor di me)
sono alquanto idonee per il servizio di Dio non vorrei fossero
escluse con tanta risoluzione; Dio è tutto amore, l'amore
è tutto agenza, opera: et numquid excidit e a tal riflesso
tale deve essere servito, e quando mai l'opera non sortisse basta
che l'anima viva con questa amorosa agenza oltre che nostro Signore
in quanto all'affetto già la tien per fatta.
Se buttate un marmo in una fornace esso ozioso vi dimora cent'anni,
se poi buttate un carbone egli prima lascia il suo essere permutandosi
in cenere che in essa invariabilmente perduri, cosi l'anima trascurata
ella anche tra le fiamme ozia in negligenza, ma un cuore acceso,
oh egli ha da accendere altri (che è l'agenza sua naturale),
oh egli ha da incenerire: aut pati aut mori, cosi la gran Teresa,
volendo patire, faticare e promuovere l'opere di Dio che sono
l'effetti di un infaticabile amore o pur morire, e mentre per
me non fa il primo di che nemmeno fomento un pensiero, mi ottenga
al meno una cenere finale, in cui terminando i miei trascurati
giorni possa dire a Dio con Davide: in pace in idipsum dormiam
et requiescam, qui si fermi fratello né altro pensi per
me che il santo Paradiso, io per ansia di questo la lascio con
un sospiro: o' utinam o' utinam, eia ergo advocata nostra, et
Jesum benedictum fructum ventris tui nobis post hoc exilium ostende
o' clemens o' pia o' dulcis Virgo Maria.
Palma a dì 30 Settembre 1685.
la sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
1686 01 22 AMBP Lettera 7 / 86 copia
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
icevo la risposta
della sua venuta, qui sopra la quale materia vorrei dire il motto
siciliano cioè che (andavo per la decima e vi lasciavo
il sacco); credevamo havere lei e perderemo Giulio, sopra il quale
negozio io mi sento il cuore tra una incudine battendomi la compassione
del detto figliolo in risicarlo cosi malamente in mare e alla
strania, e pure il suo dispiacimento quando ciò non riuscisse,
essendo sin ora quasi impossibile ad ottenerlo dal signor Principe,
oltre che il figliolo è sì delicato che per cavalcare
mezzo miglio di via quando fu qui si accalorò di maniera
che il domani si ritrovò tutto coperto di macchie rosse
con febbre che sino adesso (che sono da 3 mesi) combatte con le
medesime macchie già ridotte in piaghe; egli poi benché
spiritoso tiene una vinetta di nostro Padre, cioè di umore
malinconico che di quando in quando si butta in una gran malinconia
che si fa come un morto, e lo consideri solo in Roma e anche lontano
di San Silvestro, poiché alla fine la sua assistenza sarà
in qualche ora, non di meno tutto ciò sarebbe superabile
per il gran affetto che le porta e desiderio di dimorare con lei
ma l'impossibile sta in mani del signor Principe, e di Agata sua
mamma, la quale per essere sopra ciò inconvincibile, di
giorno e notte vi sta all'orecchio per dissuaderlo che alla fine
si havrebbe rotto un marmo non che un povero figliolo, e non ostante
ciò se Dio vuole può spianare monti, onde si aspetta
il padre Desiderio [De Caro].
Io poi le vorrei domandare una carità e lo fo costretta
dal dovere, perché fuggo quanto posso d'incomodarla, ma
in questo par non possa far di meno per esservi qualche fine della
santa obbedienza, dirò dunque che sono più mesi
che la madre Abbadessa ci fece assentire che desiderava una reliquia
di santo o santa insigne, con la autentica per compiacerne ad
un suo cognato detto Antonino Marino, il quale è molto
benefattore del monastero, perché essendo procuratore d'esso
lo serve gratis, regalandone quasi onze 12 l'anno, quanto gli
toccherebbe di salario, e però mi parrebbe quasi obbligo
di compiacerlo in questa pia domanda, della quale vi prega la
signora la quale l'ha detto a me per ritrovarsi spedita la sua
lettera, e se farà questa carità ne faccia ancora
un'altra a me essendo io devotissima di queste sante ossa.
Onde se ne può mandare buona quantità di pezzetti
per farne Agnus Dei mi sarebbero gratissime non havendo noi quasi
altro che mostrarci grate o complite con le persone, né
mi stia a dire che non se ne possono trovare, perché nel
medesimo tempo che voi così diceste a suor Maria Serafica
il Padre Vitale ne mandò una intera cassetta per darle
a sua disposizione, e vi erano insigni e grandi quanto anche una
mano; onde si scoprì la sua lagnusia (1) per la quale solo
mancava in procurale. Io havrei scritto a detto Padre per domandargli
questo favore, già che lui tiene tanta facilità
in haverle, ma iscorgendolo tanto in freddezza con me a segno
che havendogli mandato tre figure di ricamo, nemmeno volle farne
ricevuta mi sono trattenuta dicendo per ciò tra me stessa:
solus mihi sufficit unus, qual'è il soccorso divino. Circa
poi il negozio di Scicli suor Maria Serafica mi dice che lei vuole
qualche notizia in quanto a quello [che] si è fatto; onde
vi dirò, che in venire il breve della fondazione, i Giurati
di detta città assieme con il collegio dei Padri Gesuiti
e protettore di detto monastero domandarono a tutta la comunità
tre delle nostre sorelle per detta fondazione, facendolo con tanta
humiltà ed astringenza che le nostre sorelle benché
sempre per il corso di più anni l'havessero fatta ripulsa
non di meno si piegarono, e mostrando qualche volontà di
rimettersi nelle mani di Monsignore dissero, che se lui le comandava
loro sarebbero andate sperando in Dio per il merito della santa
obbedienza. Onde parve al Padre confessore che si chiamasse in
Palma alcuna persona di detta fondazione, acciò informasse
le concorrenti del tutto, come si fece chiamando due Padri Gesuiti
che incontinente si disposero, il che saputo Monsignore fortemente
si dispiacque apprendendo sinistramente, quasi noi incamminassimo
altra fondazione senza dargliene avviso, quando con ciò
altro non si procurava che una semplice informativa, acciò
piacendo il tutto, a lui si rimettessero i soggetti, e si pregiudicò
sì fortemente che con fulminante ordine chiamò in
Girgenti il Padre confessore, cui non ostante tutto ciò
che fece non poté dargli soddisfazione, e lo rimandò
facendolo delegato di detto negozio acciò l'informasse
delli soggetti idonei per detta fondazione, in effetto di che
il detto Padre l'avvisò come erano quattro le concorrenti
e abili per detto ministero, cioè, suor Maria Scolastica
e compagna suor Maria Iachina, suor Maria Maura e compagna suor
Maria Caterina, e queste ultime due la prima è figlia di
D. Baldassare Di Caro e l'altra è figlia del barone Ribera,
ambedue nostre parenti, e stimo che queste saranno le elette,
benché essendo Monsignore eterno nelle sue cose dopo tale
avviso che va per i due mesi non ha fatto veruna mossione, tra
il quale tempo venne la vostra lettera che dava il parere a suor
Maria Serafica di andare a detta fondazione, per il che si sta
con molta perplessità dicendo alcune che fosse volontà
di Dio l'andarvi, mentre ella fu sciolta dal principale impedimento
(che era il vostro parere che di ciò l'impediva) mentre
ancora non si è fatta elezione veruna, tanto più
che il Vescovo era incasciato forte volendo che ella andasse,
mentre il breve era venuto in sua persona, benché in sua
mancanza concedeva ad altri, altre dicono che non è volontà
di Dio che vada mentre il suddetto impedimento si disciolse in
tempo che le cose sono indirizzate altrimenti e il Vescovo già
si contentò lasciarla, dopo che seppe volessero cosi Giulio
Maria e il Principe d'Aragona.
In somma si sta in una placida contesa, perché tutti alla
fine vogliono ciò che vuole il Signore, ed io tra le altre
anche patisco qualche scossa che mi muove ad andarvi non per altro
bensì che per indegna compagna, al che mi indusse il Padre
confessore, benché io gli risposi di burla, ma adesso chi
sa, se la terra di Scicli farebbe a me più presta sepoltura
ch'è l'unica fondazione della mia continua brama, vi propensa
anche il mio cuore, per altri nascosti pensieri, e però
mi dica qualche parola e ne preghi il Signore, con cui la lascio
e cordialmente la saluto, nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.
Palma a dì 22 Gennaio 1686.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
(1) Pigrizia, poltroneria;
P.S. L'acclusa lettera sarà per la persona a cui va, alla
quale ho dato quei titoli che lei diede a me come le dissi, mando
di più una lettera di Giulio Maria per vedere la sua volontà
circa la fondazione di Scicli, benché i suoi ostacoli sono
appunto, come di figlioli che in un punto si dissolvono per la
sua docilità naturale, lui sta un poco incagnato con V.
R. perché essendo in quella età, che stima a gran
segno le figurine lei mai gliene manda veruna, e pure nel dargliene
noi certe di carta lui ne fece tanta festa che mai l'havrebbe
creduto, meschino, egli toltone il necessario è veramente
orfano, ed è cresciuto senza mai havere un giochetto di
mano.

1686 05 26 AMBP Lettera 12 / 86 autog.
Al reverendo padre
Don Gioseppe Maria Tomasi, mio carissimo fratello
arissimo fratello
io trafitta delle sue angustie, il peggio di che mi dolgo si è
il non accertarle il rimedio, poiché di quanti benché
ignorante glie n'ho suggerito, o li ricusa, o non le giovano.
Onde io vorrei esperimentata di ciò perché sono
al: non plus ultra travagliata di rimorsi, suggerirgliene uno
che l'ho esperimentato assai giovevole, e questa è l'applicazione
all'attività manuale o di altre occorrenze che V. R. potrebbe
trovare negli studi, o composizioni di materie difficili, poiché
questa applicazione bisogna essere faticosa e continua per giovare,
ed io applicata in essa essendovi costretta sono divenuta tutt'altra
per il corso di tre mesi, provi e vedrà la verità
di quest'effetto che io posso dire mirabile, e in vero così
si esperimenta nell'infermi maligni che se l'applicano fregature
dolorosissime vessicanti etc. per divertire all'estrinseco l'umor
maligno.
Questo che commuove gli scrupoli è (a parer mio) un demonio
cupo e funesto, che invischiato nella apprensione non vuol partire
dal suo sesto; onde bisogna trarlo a forza di attratti violenti
ordinati dal Padre spirituale, che estratto che sarà, in
vedendo la luce sparirà come la nebbia al sole; fratello
carissimo lei nella camera di questo tale non vedrà mai
luce, ma nel mezzo barlume della sua opinione non osserverà
che fantasmi e ombrose caligini, esca dunque, esca presto di tale
oscurità, e cerchi il sole della santa obbedienza, qual'è
l'aurora della divina luce: in lumine tuo ch'è la sua guida:
videbimus lumen ch'è l'immediata luce suprema e divina,
il secondo rimedio è il non applicarsi a questi scrupoli
sopendoli nella mente e tacendoli nella lingua finché cosi
sepolti periscono, poiché il mare non butta tant'arena
quanto questi adducono ragioni, quali mai restano paghi. Onde
meglio è troncare il capo al serpe che svellere ad uno
ad uno i suoi denti, dei quali appena toccherà il primo
che lui infierito vomiterà il suo veleno fuori, dunque
fratello fuori di toccarlo poiché solo di lontano e senza
veruna altra cosa che la lontananza potrà ucciderlo, avverta
però che le sue attraenze sono fortissime, e nel escluderle
le sembrerà di perdersi, ma questo è che risana,
e la salute sta in questa violenza; fratello si faccia forza ormai
e in un momento le si aprirà il cielo e chiuderà
l'inferno, e Dio volesse che io operassi come dico che non proverei
il contrario, ma io essendo fiacchissima in quello riconosco temo
qualche caduta Dio mi liberi di cosa straordinaria.
Onde per carità e quanto posso la prego a non iscordarmi
nell'abisso, che non so come più alzarmi, se la carità
di Dio e delli suoi servi non mi agevola io non toccherò
che terra. Ohimè fratello al cielo al Paradiso, al riflesso
di cui la ammiro e così la lascio, nos cum prole pia benedicat
Virgo Maria. Palma il dì 26 Maggio 1686.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa (della Concezione)
P. S. L'accluse lettere sono per il Padre Biagio [della Purificazione] a cui darà quella della religiosa di santa Cecilia, e se riconoscerà di dargliela aperta mi contento. Questa lettera è scritta alla presenza del SS.mo Sacramento esposto, per esservi con la sua grazia la sua consolazione, e credendo dirle due parole ho riempito il foglio scrivendolo alla fuga e in una grada quasi oscura, onde scusi il carattere pieno di mancamenti.
1686 10 11 AMBP Lettera 31 / 86 copia
Al reverendo padre
Don Gioseppe Maria Tomasi, mio carissimo fratello
ilettissimo fratello.
Foris pugnae, intus timores. Si suol dire ma io per me
direi: intus pugnae foris timor mentre per l'occorrenze presenti
avvisatele, già in quanto all'estrinseco, altro non si
osserva in me, che guardie, antemurali nell'estrinseco e lutti
nell'interno, ove io non sento che un rotto Campidoglio di lutti,
e di martirio, e tanto più fiero, quanto occulto all'udito
humano. Sentiste già da suor Maria Serafica quanto dispose
di me il signor Vicario generale per la fondazione di Scicli?
Ma io vorrei che entrasse più al fondo, ove non ha entrata,
non solo lei ma né meno il confessore, intendendo dire
del presente.
Ma mi confondo, poiché chi potrà dire l'intrichi,
l'inviluppi, che si stanno da alcuni recidendo, e di alcuni altri
macchinando.
Io le significherò in abbozzo, e con tale segretezza, che
mai l'ho significato nemmeno alla signora madre e sorelle, non
che fuori del monastero, e stimandola sciente della mia offerta
per la fondazione di Scicli altro di ciò non replico, seguendo
a significarle l'occulto del seguito, per il che bisogna dirle
che Monsignore di Girgenti non sta in buona corrispondenza con
quello di Siracusa che è l'ordinario di Scicli, il quale,
o altra persona per lui sapendo la mia offerta e la negativa di
Monsignore di Girgenti sono entrati sì fattamente nella
materia, che si dichiara offensiva essendo negato ciò che
fu concesso dalla sede Apostolica, e ciò arriva a tal segno
che s'indagano brevi assoluti e altre cose che dottrinalmente
dicono, qual'io non l'intendo, per il che altro non bisogna che
un sì di mia mano espresso in carta, quale unicamente pretendono,
e benché io per l'impenetrabile guardia del nostro Vescovo
mai potrei darglielo non di meno loro tengono la mia offerta in
scritto, benché adesso io altrimenti intendo, e supposto
ciò in quella Diocesi, sentite nella nostra, ove havendosi
penetrato dal nostro Monsignore questo trattato ingagliardì
tanto in eccesso la negativa che mai l'havrei creduto, e non assicurandosi
d'altro egli medesimo si è fatto latore dal suo Vescovado
al monastero, venendo tre volte da Girgenti [en]tro due settimane,
lasciando per ciò tante guardie siepi ed antemurale che
non è credibile, e per sospetto che tiene del nostro Padre
confessore passato lo proibì affatto di metter piede nel
nostro monastero, levandolo così impetuosamente come forse
vi notificò suor Maria Serafica, e sostituendo in suo luogo
D. Narcisi Ottaviano, altra libertà non mi lasciò
di comunicarle che la necessaria confessione, licenza della comunione
e di qualche penitenza, e del resto il tutto la passasse con lui
senza uscir pensiero fuori delle sue mani, e questo è poco
a paragone del rimanente.
Onde io possa dire: dereliquit me virtus mea, mentre l'anima è
in Palma e la guida è in Girgenti, la quale benché
sia piena di carità, zelo e prudenza non di meno se: septies
in Die cadet iustus, come farò io in haverla sì
rara, e poi in tempo sì luttuoso per i pensieri che mi
precipitano e per le quali forze m'abbandonano, come destituite
le provo in soggiungere qui il terzo punto qual'è il mio
stato tra l'uno all'altro Prelato, dalle quali mani io come uccello
dal sparviere vorrei fuggire. Ohimè clementissimo mio bene:
emitte lucem tuam et veritatem tuam, acciò per l'una e
l'altra quasi due ali possa ascendere: ad montem sanctum tuum
di un solitario abbandono fuor di questo regno, ove, per la falsa
stima spasimo e muoio, poiché se la tua luce mostra la
mia indignità, e la tua verità la mia falsa virtù
io sarò dal mondo abborrita non che sì cercata.
Signore dammi aiuto, fratello qualche conforto, io sento che spiro,
mi si confonde talmente l'anima tra questo recinto che pensando
in barbaria prendo qualche respiro, forse tra quelli nemici che
contradicono solo la vita, lasciando intera l'anima trovasse quello
stato abietto ove si crocifisse il mio bene sì esule d'ogni
honore, che se egli altro non scelse in questo mondo come io non
spezzerò catene per aborrire il contrario qual sento d'inferno
vivo, non solo nello spirito ma nella natura propensa per codardia
ad ogni bassezza, la coscienza poi lo pena doppiamente, ove, un
grido di eterno pianto mi accusa di ciò cagione, essendo
vissuta ria, iniqua e falsaria.
Onde se io potessi bagnare delle mie lacrime i piedi del sommo
Pontefice, gli direi avvolta nel pianto: recordate santissime
quod sumus filij et heredes non solo di Dio ma di Chiesa santa,
di cui domando per legittima la giustificazione della mia coscienza
etc., la quale sempre andrà fallita nella propria Patria,
ma perché tale voce all'udito non arriva morte sentila
tu, e dì in nome del mio Prelato a quell'altro pretensore:
nec mihi nec tibi sit sed dividatur mandando il corpo alli vermi
e l'anima in Paradiso.
Oh lieta decisa Signor quando sarà, in tanto fratel mio
per quella estrema pietà che lei havrebbe di un barbaro
vedendolo dannare e morire, io la prego ad haverla verso me che
di peggior modo lo sono tra li cristiani, e le circostanze di
mia vita e il nuovo stato mi sovrasta l'indica di vantaggio anche
con perdita infinita, e perché altro non posso dire, senta
per il poco ch'ho detto, e per il molto che taccio questo sfogo
del cuore:
e però di me non dico altro conchiudendo il tutto in
questo cantico muto, ma perché questa materia mi sembra
un intrico di mille scene sentitene la quarta che la fa il mondo,
cui perché quando si tratta di spirito: mundus eum non
cognovit e massime in questo negozio che dal nostro Prelato è
stato trattato segretissimo mostrando di fare per altro motivo
ciò che ha ordinato.
Onde ingannandosi affatto il mondo si è sparso per quasi
tutto il regno, che nel monastero di Palma vi è quasi un'altra
suor Christina (1)di Palermo illusa, iniqua e falsaria, e però
il Vicario generale in persona così allo spesso vi assiste
per rimediare, e sentendo tanti ordini, guardie, proibizioni,
cambi di guida etc. anche fulminanti con scomuniche e precetti
strettissimi, ne giudica con qualche ragione un interiore male,
e con tali dicerie e accrescimenti che dicono essere arrivate
le cose all'inquisizione, e Dio volesse (toltone però l'offesa
di Dio) che io invece di capitare nelle mani dei pretensori capitassi
in quelle degl'inquisitori, ove, si assicura l'innocenza e in
quelli la stima. Onde io andrei più volentieri al santo
Offizio che alla fondazione, ma non così dice il monastero
afflittissimo al sommo, e precisamente il signor Principe d'Aragona
e il nostro di Lampedusa, i quali sono entrati in una gagliarda
passione contro il Vicario generale che se sfogano Dio ci liberi
come mostrano sarà con nostro sentimento, sapendo che detto
signore il tutto fa per impedire detta mia traslazione, anche
da loro negata che se a loro fosse ciò palese riceveriano
a favore non che a pregiudizio, ma perché il tutto per
dovuto rispetto sta nascosto corre il mondo come giudica e Dio
come opera tra le quali io me la passo come Dio sa, desiderando
almeno l'aiuto delle vostre orazioni, e di qualche consiglio poiché
io mi sento il sopradetto "sì" in Siracusa su
le labbra, per alcanzare almeno la patria, li parenti e l'imminente
carica di Abbadessa che sopra sta a suor Maria Serafica, la quale
per occulti motivi per me è fuoco morto che mi consuma
senza conoscenza humana, benché essendo tanto dilatata
la mia infezione precisamente per il regno, mentre starò
in esso farò come il pesce sulla brace che per dove si
volta trova fuoco, Signore pietà concedetemi invece di
questo quel del Purgatorio, ove si consumano i difetti e non l'anima
e il corpo: mors christianis ludus est, ed io l'aspetto per delizia
benché tremo di paura, meglio è farla con Dio che
con il mondo, cui s'inganna e lusinga, ma quello punisce e perdona.
O' utinam Cristo mio quando la faremo insieme fuori dal mondo?
oh sì felici: tibi copula nunc socior in aeternum, lei
così meco replica carissimo fratello, quali parole vorrei
le dicesse per me nel santo sacrificio, e domandi per me somiglianti
aiuti a chi mi farà la carità quale anche io, incessantemente
continuo per V. R. che cordialmente saluto restando, Palma 11
Ottobre 1686.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
P.S. In libertà della vostra solita scrupolosità
dichiaro che la segretezza sopra cennata s'intende per queste
nostre parti restando libera per costì e a chi giudica,
vorrei mandarle copia degl'ordini intimati sopra la mia persona,
ma per essere copiosi non ho tempo di copiarli, forse con l'altra
posta li manderò, e trovandomi le copie della mia offerta,
e risposta dell'esclusiva l'invio per ciò che possono servire.
Il breve che per me si dice non è di fondatrice ma di coadiutrice,
già che le due elette sono molto inferme e la mia offerta
fu dopo l'elezione, non che fosse stata tale ma cosi apparisce
appresso dei pretensori, alli quali il nostro Prelato havendo
spedito con celerità le due elette acciò non domandassero
altro, loro senza alterare l'elezione trovano modo per la terza
come dissi di sopra: fiat voluntas Domini.
Oggi sento per una sua a suor Maria Serafica il vostro contrario
parere alla nostra offerta quando ella fu per vostro consiglio,
né posso lamentarmi d'altro che della sua lontananza, duro
flagello del nostro abbandono, per la quale il poco che dice si
sente in diverso senso o inesplicato, se V. R. fosse presente
forse il torrente non si saria gonfiato, in somma Roma è
il suo Paradiso e il nostro Purgatorio.
(1) Suor Cristina Rovere. Ved. Nota a lett. 1. 11. 1679.

1687 01 23 AMBP Lettera 05 / 87
copia
Al reverendo padre
Don Gioseppe Maria Tomasi, mio carissimo fratello
e si degna sentire
materia per la quale io dovrei essere lunghissima, io non mi fo
indietro di raccontarle l'ammirazione grandissima non solo mia,
del monastero e Palma, ma di tutta la Diocesi per la grandissima
mutazione in spirito ha fatto tra due, tre mesi il signor Vicario
generale, e dirò con verità: haec mutatio dexterae
excelsi, mentre di tutto humano che era e di qualche senso ancora
in questa ultima sua venuta comparve cosi mutato e differente
che posso dire in esso: non novis hominem ma bensì vi conosco
per il suo homo vecchio un innovato spirito dato alla penitenza
che la esercita alquanto aspra, avvolto tra le lacrime che l'interrompe
la Messa, e tutto dispreggio del mondo, conformità con
Dio e conversione eroica, e le mie orecchie alle quali egli ha
fatto sentire qualche sua confidenza, tanto dello stato in cui
era quanto in quello si trova, possono testificare che ai tempi
nostri la sua conversione se non è unica è nuova,
ed io le confido che più e più volte ho fatto seco
la Maddalena alla grada come pure fo ora, poiché proruppe
con tanta efficacia nell'espressivi dolorosi della sua vita passata
che vi fa scoppiare l'anima, né sa darsi altro nome che
il diavolo del mondo e la feccia dell'inferno, confessandosi per
altro tra lo spazio di due mesi composto di portenti e convinto
di lume. Egli non sa dove sia sentendosi tutt'altro, e pure quando
la penultima volta in questa si fe[ce] vedere era un giovane di
vista assai mondana, fastoso, imperante, e tutto di Adamo, portava
diamanti ai polsi, odore nel vestito, gran servitù, e tutto
simile il resto, adesso ne viene benché nascostissimo nel
bene carico di cilizi.
Benché a me sola il confida, fatto di lacrime, servito
da due servi, modestamente vestito, e del resto tutto pausato
umile e caritatevole, e il resto che non mostra è per una
grandissima avversione che tiene all'affrettata santità
e vista estrinseca, essendo di animo assai sciolto coraggioso
e libero; onde a me sembrò incredibile quando intesi al
ritorno degl'ordinanti, che già il Vicario generale si
haveva tosato i capelli, che portava lunghi havendo riconosciuto
in esso un gagliardo senso, di ciò non per altro bensì
che per non dare mostra di spiritualità in esso, essendo
questo uno delli più ostacoli forti che l'impedivano, e
pure adesso dopo il ritorno di questa sua ultima venuta in arrivare
in Girgenti rinunziò il Vicariato, con stupore di chi l'intese
e sommo dispiacere del Prelato, cui costituì nel suo posto
il canonico Caetano detto D. Cesare, e fra due mesi egli anche
lascerà la stanza del Vescovado passando in Roma per dispogliarsi
affatto, e sarà questo per lui la più gran cosa
del mondo mentre si trova in questa città con parenti etc.
sommamente attaccato, e parte senza altro intento che per cercare
Dio e il suo SS.mo volere di cui per occulti miei motivi e pareri
io l'ho affidato, la meraviglia (si) è che Monsignore suo
zio quando per minimo cenno due anni prima ciò si motivava
non era possibile sentirlo non che permetterlo, e adesso che vuole
Dio si priva con facilità di un nipote, che l'è
cuore e bastone, cuore in amarlo e bastone per aiutarlo, il senso
però ch'egli dimostra in lasciare in abbandono il nostro
monastero non è credibile né finto, anzi così
grande e verace come l'opere lo dimostrano, e qui mi confondo
in dargliene qualche saggio perché non basta dire che è
stato a noi più che Padre e protettore, havendo trapassato
l'affetto dell'uno e l'altro.
Chiama il nostro monastero il mio Beniamin segreto benché
lo mostra in pubblico, poiché in minima cosa di suo servizio
tralasciando ogni consuetudine della corte egli di propria mano
spedisce escludendo per noi tutti li ministri, ma questo è
niente a paragone del rimanente havendo fatto per ciò un
gran strapazzo del suo personale, venendo a noi più leghe
tra pioggia, intemperie e venti, lagnandosi sempre del più
che desidera fare senza mai dire basta, ne tiene poi un zelo sì
grande che nol confida nemmeno a' visitatori, e prima di partirsi
procurerà che in detta visita, la quale sta per uscire
il nostro monastero non sia visitato fuor che di Monsignore, il
quale essendo impedito per visitare tutta la Diocesi solo uscirà
per visitare il nostro monastero, favore sì raro che chi
l'intende resta in ammirazione, e tutto per opera del signor Vicario,
di cui non sapendo io tanto (parlando del comune) quanto sa meglio
suor Maria Serafica per le grand'opere ed espressioni della sua
carica a lei mi rimetto, la quale in estratto mi dice che per
le molte e continue contrarietà che ha patito e patisce
il nostro monastero, se non fosse stato difeso da detto signore
già sarebbe rovinato. Io poi di me non so esplicare in
minimissima parte l'eccessi della sua carità non essendomi
stato guida ma Angelo di pietà meglio che non fu il Raffaello
e Tobia, havendomi non solo illuminato dalla mia cecità,
ma con mille aiuti mi ha dato porto e via, benché la ridussero
sì breve i miei demeriti e peccati, che mi servirà
per più fiera afflizione restando io adesso priva del mediocre
e meglio, qual fu il primo Padre, e signor Vicario il secondo.
Onde mi contenterò del solo arido legno che sostenta il
Crocifisso, in cui varcando quello per Roma io farò altre
tanto immergendomi tra l'abbandoni su questo duro legno, e non
si scandalizzi per tanto mio senso, che essendo io sempre stata
insensibile alla mia guida, adesso che Dio me la die[de] per cruda
pena, se io mi contristo non è per essa ma per volontà
divina, né posso soffrire essere sbalzata altrove in qualche
altro Padre cui sa, poiché ovunque andrò sempre
mi sarà amara.
Ah dunque io sempre dico alli giudizi di Dio: unum peribit et
multos occiditis, e lo dico con le lacrime mentre in molti casi
simili a questo, tutte d'angosce al nostro monastero cercando
di castigare me sua principale cagione, uccidono tanti cuori quanto
sono quelli delle nostre sorelle, delle quali chi potrà
dire l'acuto sentimento per la perdita del signor Vicario, essendo
egli stato a tutte più che Padre e protettore; onde è
cosa di gran la stima vedere tutte piangenti per tale perdita,
e ci parve fosse stato un lampo che nacque e finì, e pregano
tutte a gran forza che nostro Signore lo ritorni non solo per
nostro interesse, ma perché non è soggetto di oziarsi
per la santa Chiesa, ed io per il bene di questa lo desio suo
gran ministro, benché egli non acconsente all'ombra, che
se in altro tempo per qualche momento vi attese adesso non pensa
che al divin volere, ed io altro non le rappresento che l'adempimento
di quello, benché nel cupo del mio cuore lo vorrei gran
cosa in santa Chiesa, e questo in me è cosa nuova, poiché
in materie di dignità io per veruno vivo propensa, sì
che preghiamo Dio che facci tutto secondo il suo divino beneplacito,
egli verrà costì per bene dell'anima sua, benché
mostra nell'estrinseco per essere (per) ordine di Monsignore,
e in questa venuta viene con ansia sì grande di sociarsi
spiritualmente con un che non saria più se fosse nostro
fratello, lo proverà però più che tale nell'affetto,
benché egli sopra tutto sta sopra il gusto, che se V. R.
altrimenti le mostrerà egli anche farà come vede
e non le dico altro sapendo quanto lei farà più
d'esso, poiché questo non solo è dovere di giustizia,
di gratitudine etc., ma per debito proprio havendo egli sborsato
con la sua assistenza quanto lei havrebbe dovuto al nostro monastero
con la sua presenza, ed io non so far altro che raccomandarlo
a Dio, in cui la saluto e prego a darmi qualche insegnamento preparativo
come mi devo diportare circa questa sua venuta costì, poiché
non so come devo fare se egli mi ricerca qualche lettera come
onninamente la volle da me il padre Vitale al Cardinal Crescenzio,
cosa che mi vide confusa e senza potergliene domandare, non potei
evitarla, egli viene sotto la protezione del Cardinal Lauria,
hor mi dica come devo rispondere in simili richieste se la devo
fare spontanea, e non tardi a prevenirmi poiché io sto
più sopra il dettame di V. R. su questo particolare che
in quello di mille direttori.
Carissimo fratello sentirà con la seguente posta da me
o di suor Maria Serafica, un certo grave imbarazzo fra noi e il
santo Offizio, e corre troppo violento, ed io mi sento rallegrare
il cuore tenendo non so che di naturale aderenza con questo santo
tribunale, ma per la stessa cagione temo ciò non vadi innanzi,
poiché quando la cosa piace a me Dio ne fa di senza: fiat
voluntas Domini. Più mesi sono volevo domandare a V. R.
qualche notizia (spronata di cosa mia interna), se si trova costì
la madre della Regina di Spagna nostra signora, e se vi è,
in che stato la passa con che società e spirito etc., dicendomi
di più se seguita infeconda la suddetta nostra Regina e
ogni altra simile circostanza che non sarà cosa né
curiosa né vana, e qui pregandola per fine di qualche notizia
circa lo stato di salute e spirito di V. R., replicatamente glie
lo domando per amore di quella purissima Madre alli cui piedi
la lascio e caramente saluto. Palma lì 23 Gennaio 1687.
Sua sorella e serva indegna
Maria Crocifissa [della Concezione]
P.S. Sarebbe materia assai lunga se io le dicessi il contenuto di quella lettera [che] m'inviò dicendomi che non sapeva di chi è, di che materia mi trattasse; onde io brevemente le dico che era della città di Livorno, di un padre Cappuccino che sta ministro di un certo serenissimo gran Duca, portandomi notizia della sua gran Duchessa che seco di me haveva trattato, dicendomi di più che mi voleva in una società di spiriti perfetti, la quale alcuni anni sono mi fu proposta di certi Padri di Malta, li quali non havendo udienza da me per essermi impedite le lettere dal signor Vicario generale, fecero questa lunga girandola fino a Livorno, acciò mi capitasse l'invito per mano sua non potendo io riceverlo per altra strada, la quale lettera capitando per mala sorte in tempo che vi era di presenza il signor Vicario, io per convenienza non potei nasconderla; onde restò nelle sue mani la seconda volta proibita dicendomi che per più rispetti egli non vuole che risponda, e principalmente per secondare il gusto di V. R., poiché se lei l'havesse letta così havrebbe disposto. Resto bensì soddisfatto della sua lettera in cui la sudetta si cenna e ne fece mille grate espressioni incarendomi che le avvisi della sua partenza, come già ho fatto e finalmente la saluto restando ai piedi del Crocifisso.
1687 04 06 AMBP Lettera 16 / 87 autog.
Al reverendo padre
Don Gioseppe Maria Tomasi, mio carissimo fratello
l gran timore che
tengo di essersi smarrita o pure (come avvisate) diserrata per
via, una mia lunga lettera in cui erano alcune mie confidenze,
mi rende così confusa che per saperne la certezza prendo
in questa la penna pregandola per carità di darmene qualche
notizia, che per esserle alla memoria glie la contrasegno con
dirle che era data alle 20 di Gennaio o poco giorni più,
trattandovi della mutazione di certa persona che per l'istesso
timore qui non la nomino, domandandole verso l'ultimo come mi
doveva diportare in certa richiesta che prevedeva mi fosse fatta
di scrivere costì a persone qualificate, come un tempo
mi occorse col padre Vitale; queste e simili materie erano in
quella che se la ricevette Dio la perdoni che gran pensiero mi
ha dato per non farne almeno la ricevuta perché risposta
non la merito, dica di grazia per adesso come è passato
il tutto, perché in avvenire staremo cautelatissime, poiché
già che Dio chiude anche questa porta di qualche piccolo
esalo facendo che così sia palese, di un regno all'altro
ciò che scrivo ad un fratello: fiat voluntas sua.
Il signor Abbate Rini già si è partito per costì
e per effetto di carità si ha(ve) offerto non solo a volerle
portare nostre lettere, ma quasi ci astrinse per il molto gusto
[che] mostrò a inviarle per suo mezzo alcune cosette di
devozione, acciò con tale mezzo (com'egli per sua humiltà
disse) si potesse dedicare tutto a V. R., al che havendo noi ricusato
alla prima richiesta, non solo per non dargli questo fastidio,
ma per essere cose fuori il vostro genio alla fine siamo condiscese
operando all'infretta qualche cosettina, tra le quali la mia porzione
fu un quadretto della Concezione SS.ma, che non riuscì
tanto male come io credeva per il poco tempo vi fu, solo mi dispiace
che sarà di suo dispiacere non per la sua qualità,
ma perché V. R. non gradisce e non inclina a queste dimostrazioni,
contrario di me che inclino tanto a compiacerne a chi le gusta
che quando non ho che dare gli dono il volere, questo io l'ho
dalli nostri Padri terreno e celeste, poiché il primo si
fece chiamare il più liberale e il secondo dopo haver dato
tutto all'homo si vacuò il cuore per non havere più
che dare.
Lodo con tutto ciò anche il suo buon fine in questa strinzione,
non dico di dare che la so liberalissimo fin dove arriva, ma di
ricevere per timore io credo di non produrre qualche affezione,
quale alle volte si eradica tanto con noi stessi per quanto si
svelle in quei di fuori; onde io meglio eleggerei qualche mala
mescolanza nella virtù della carità che il totale
amor proprio, perché quella la comanda Dio ma questa non
lo trovo nel suo testamento né vecchio né nuovo.
In somma carissimo fratello io cerco di farla humano per quanto
la desio divino, poiché da questa infima radice si ascende
a quella cima, Iddio glie la conceda come io prego e desidero,
perché da qualche tempo fino adesso sopra di lei Iddio
non mi ispira altro, onde io questo la persuado non solo per suo
bene ma per voler divino in cui santamente la lascio e cordialmente
saluto. Palma a dì 6 Aprile 1687.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]
P.S. Quando veramente le cosette mandatele le fossero d'impiccio
non sapendo che farne io le do il modo di smaltirle, potendo dare
il quadretto o qualche altra cosa al medesimo signor Abbate che
è gradevolissimo e di genio inclinato a queste cose, stimandosi
ben pagato il porto con questo atto di confidenza, e lo dico per
levarla d'imbarazzo perché se le vorrebbe ritenere per
lei o darle ad altri, a mio o a suo nome da per tutto ci rimettiamo
alla sua disposizione.
Non rispondo per adesso alla lettera del padre Bartolotti, perché
trattandomi di così santo ritiro qual si è intrapreso
in questo suo nuovo monastero, mi si ha talmente commosso l'anima
alle brame e gli occhi alle lacrime, che per esse tre volte l'ho
tralasciato senza poterla finire, il cuore mi esce per un santo
divorzio o dal monastero alla solitudine, o dal mondo al Paradiso,
appresso rispondo.

1687 06 19 AMBP Lettera 37 / 87 LXXXXVIII
Al reverendo padre
Don Gioseppe Maria Tomasi, mio carissimo fratello
arissimo in Gesù
Christo fratello, prima charitas incipit a semetipso. Così
la sua lettera mi fa dire, benché considerando per altro,
che: charitas non quaerit quae sua sunt, concludo in favore d'ambo
gli opposti: omnia possum in eo, qui me confortat; conclusione
sì vasta, generalità sì magnanima, che può
competere colla divina.
Non mi restringerei io dunque in un sol impiego per Dio; ma nell'accingermi
al suo cenno, direi: omnia possum alla fronte di quello. Attualmente
però parmi assai lodabile il suo pensiero d'impiegarsi
principalmente allo studio di detta virtù, frapponendovi
per secondo quello delle scolastiche materie, al quale si deve
anteporre il primo della perfezione: initium sapientiae timor
Domini, senza cui la sapienza riesce quanto dolce alla bocca degli
uomini, tanto amara allo stomaco della loro perfezione; volete
più: San Giovanni, volendo egli forse spiegare questo senso,
disse di quel misterioso libro: erat in ore meo tanquam mel dulce,
et cum devorassem eum, amaricatus est venter meus; oh gran passaggio,
un volume del cielo, un contenuto divino, essendo dolcissimo,
si digerisce amaro, bisogna riferirlo, non alla sostanza, ma al
mal ricevimento, che lo permuta in veleno. E notate quel: cum
devorassem, indice infallibile dell'avidezza negli studi, come
accade a coloro, che insipienti del vero: multa sciunt, et seipsos
nesciunt.
Degnisi però la pietà divina istruire mio fratello
di più alta scienza, qual egli medesimo insegna nell'erudita
cattedra della croce, dicendo: discite a me, quia mitis sum, et
humilis corde, intelligenze tanto eccelse, e preclari, che ne
adorano la pratica gli angelici cori; oh croce santa, sacra ignominia,
divinissima scuola, lungi di cui nemmeno il medesimo Cristo profittò
appieno ai suoi uditori: predicò egli la sua notizia, replicando
alli discepoli, e turba amica, e nemica: ego sum lux mundi,...ego
via, veritas, et vita,...ego principium,...ego sum panis vivus,
etc. e sempre ne riportò: quis est hic? ..tu quis es?..quid
est hoc? e simili spratichezze: tanto che alla fine così
placidamente si duole: Tanto tempore vobiscum sum, et non cognovistis
me? Ma non così stando egli sulla pratica della croce,
ove, insegnando più il facere, che il docere, insinuò
più facile la sua notizia di quello fece con la predicazione:
a segno che illuminate le medesime nottole dei suoi crocifissori,
esclamarono tra le tenebre: Vere hic homo filius Dei erat.
Oh santo spettacolo! che istruì in un momento l'ignoranza
di quest'uomo, altro in vero non lo poté, che gl' erudimenti
di un morto Crocifisso, le cui ferite sono lingue, e l'ignominie
scuole.
Carissimo fratello, ammiri un Dio tra la predicazione incognito,
e tra gli obbrobri adorato; perciò San Paolo, altro non
vuol sapere: nisi Jesum Christum, et hunc crucifixum. Questi a
Longino aprì gli occhi, egli ad ogn'anima il cuore: e Dio
volesse, che il mondo le aprisse alla croce per intendere i profondi
arcani della scuola del Crocifisso, l'oziosità della quale
fa dire al medesimo Crocifisso: quanti mercenarii in Domo patris
mei abundant panibus, ego autem hic fame pereo.
Quanti, ohimè, teologi, notomisti della mia divina essenza
abbondano d'intelligenze nell'essere di mio padre: ego autem hic,
nell'umanità SS.ma (boscareccia in vero a paragone di quella)
fame pereo; non della sostanza del padre, che gli sono consustanziali
per natura; ma di quell'anime, che ammirandomi divino, mi rifiutano
umano; parsimonia sì fiera a quella bocca (che anche impassibile)
famelica si proclama. Apprezziamo dunque noi gli stolti per Cristo:
perché solo i semplici intendono il Crocifisso; consideri,
fratello, che i più pingui alimenti dell'uomo sono uccelli
strozzati, bestie, e pesci uccisi, corpi morti, che alimentano
una infinità di vivi. Non potrà dunque essere meno
sostanziale all'anime quel sacro morto agnello, che in croce per
nostro cibo s'uccise; ma in vano, perché la nostra inappetenza
e morto lo ricusa, e pane vivo lo nausea: Anima nostra nauseat
super cibo isto levissimo. Ohimè dunque, l'infermo va in
rovina: si ciba di cipolle, e lascia cibi d'eterna vita.
Deh carissimo, non più in corruttele i nostri gusti, né
in carte insensibili le nostre penne, e studi, ma intinte nel
divin sangue assaggiamo virtù, e imprimiamo amore le di
cui sacratissimi attratti, quanto siano efficaci in quella crocifissa
calamita, lo dicano quell'anime, che indissolubili gli sperimentano.
Ed io ne giudico alcuna, che attratta dalla tenacissima veemenza
di quello attrattivo amore patisce piombo nei piedi, e volubilità
nel cuore. E, oh Purgatorio! non lo creda da burla, ch'è
la maggior novità dello spirito; tanto che per brama di
velocissimamente salire sulla croce di Cristo, patisce i medesimi
effetti del ratto mentale, cacciando via in aria anche il corpo
questa volubile aderenza; con questa diversità però,
che l'attratto godibile, e mentale, in quanto al volo estrinseco,
solo è visibile agli astanti, essendo perfettamente astratta
l'anima dal corpo: ma questo penoso, essendo quasi in sé
l'anima con incredibile stupore è visibile all'ascendente.
Ed oh che meraviglia vedere salire un marmo a soffi di desiderio!
mio Dio, questi sono i grandi respiri, con i quali promettesti:
omnia traham ad me ipsum, questi pure i tuoi gran fossi: contra
folium, quod vento rapitur, poiché più fievole tal'anima
di una foglia leggera, la tiri alle tue piaghe, e la ributti alle
sue pene, alti, e bassi sì fieri, che quasi eculeo patisce
in questa aspirazione. Stimo però brevi, ed incompiti i
moti di tali penosi tiri, contrapiombati d'indicibili pene, nelle
quali s'effettua la giusta forma del nostro Crocifisso Salvatore,
effigiata vivamente in quell'anima, che elevata da terra, espansa
nelle braccia lo pareggia in tutto nella crocifissione. E dopo
questo tremino i cieli, contremiscano i Calvari, mentre anche
nei loro eccessi i luciferi precipitano, e i crocifissi si dannano;
e uno di questi anco a spalla del medesimo Salvatore. Signore,
dammi dunque umiltà, per mancanza di cui l'uno, e l'altro
perì, e riserva per altri questi eccessi mirabili, dei
quali alla tua croce m'abbraccio, nelle tue piaghe mi ricovero,
essendo calamita dei giusti, e nido dei peccatori; qui, fratello,
la voglio, acciò col pietoso Giuseppe (già che ne
gode il nome) non mi porti a salire sugl'eccessi della croce,
ma depone da quella nel mio petto il mio morto Redentore, alla
cui divina custodia sedula rimango, associando l'anima sua per
grata compagnia, acciò unitamente: compatiamur, et conglorificemur.
Si componga V. R. alla destra dell'afflittissima Madre, che io
mi ritiro alla finestra con Maddalena peccatrice, di cui siano
seguaci le mie lacrime, come lo furono gli errori: Domine Jesu
liceat mihi cum Maria flere, quia nequit cor meum, ut debet, te
amare. Qui la lascio, e cordialmente saluto. Palma a dì
19 Giugno 1687.
Sua sorella, e serva indegna
Maria Crocifissa della Concezione
1687 12 03 AMBP Lettera 73 / 87
autog.
Al mio carissimo fratello in Christo dilettissimo
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
uesto medesimo foglio
in cui brevemente scrivo la certificherà che già
m'è arrivata la carta da me tanto tempo aspettata, e di
tanta quantità che solo la materia delli miei peccati la
potran' riempire, mancandomi però altra materia per occuparla
prego Dio la facci ritornare costì con l'avvisi della mia
morte per essere al maggior segno utilmente applicata.
In tanto glie ne ringrazio vivamente pregando Dio gliela permuti
in tanta candidezza d'animo per quanto basta a ricevere l'impressione
della sua infinita grazia, e del padre missionario che mi notifica
e di quello [che] l'accadde con i turchi nemici; io ringrazio
Dio che sempre va innovando a pro della nostra santa Fede li portenti,
benché il profitto è sì raro nella ferocia
del mio petto che poco lo scorgo: etiam si mortui resurgunt etc.
e però per non andare in ozio questo mirabile successo
l'ho consegnato nel medesimo foglio a suor Maria Serafica per
approfittarlo in altri com'ella ha fatto divulgandolo fuori del
monastero. E per fine ricevo assieme col saluto del padre Bartolotti
qualche altro sospetto che difficilmente posso da me cacciare,
ma rimettendolo nelle mani di quel Signore che almeno lo permette
resto lodando il suo SS.mo volere, le sorelle di Scicli mi han
lasciato istantissima commessione come furono per il signor Abbate,
di notificarle al vivo il loro ardente desiderio di non essere
in minima parte decadute dalla sua orazione come se più
che mai fossero nel nostro monastero, e dissero ciò con
sì devoto senso che appressandosi al mio petto mi lasciarono
in un momento l'abito irrigato di lacrime qual io non potei scuotere
senza l'abbondanza delle mie, e però riferendole questi
loro tenerissimi ossequi, intendo compire alla mia promessa e
loro vivo desiderio, con che desiderandole altra tanta carità
per aiuto della povera anima mia la saluto caramente rimettendole
l'acclusa risposta per il signor Abbate a cui anche per suo mezzo
mi offr(isc)o devotissima serva. Palma a dì 3 Dicembre
1687.
Sua sorella e serva in Christo
Maria Crocifissa della Concezione

1687 12 28 AMBP Lettera 77 / 87 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
arò io con
questa per salutarla caramente e raccomandarmi alli suoi santi
sacrifici, come io sempre fo nelle mie indegne orazioni, e perché
il mio sesso più inclina all'ago che alla penna, fui motivata
un giorno di un devoto pensiero di esprimere in lavoro ciò
che poteva con la penna, e però semplice e mal condizionata
le invio l'acclusa figurina di nostra Signora, con un'animetta
sospirante nel suo seno SS.mo che può rappresentare il
desiderio che tengo di vedere la sua in un somigliante modo, essendo
tal posto il più morbido e sicuro del Paradiso.
E sono da due mesi che la tengo in cella, havendola fatta per
un santo motivo ma il gran timore che ho in tutte le mie cose
mi ha fatto tremare di dubbio prima d'inviarla, giudicando che
V. R. sentirà questa cosa se non per mala almeno per sproposita,
ma quando solo in questo restasse giustamente sana compresa perché
qualcosa mai io fo che non sia cattiva, di che poco curo quando
non è viziosa.
Ma se di un fratello io tanto discorro che sarà di chi
non è tale? e pure una somigliante figurina ho già
incluso nelle lettera del signor Abbate non ostante il dubbio
di più giusto timore, e però la prego a farmi in
questo il decisore desiderando io che né per me resti,
né che per me vada potendo errare in ogni mia azione; onde
la rimetto a V. R. di darla o non darla al predetto signore, che
se risolve di non dargliela mi rimandi di nuovo la sua lettera
ove detta figura sta rinserrata, che io rifacendo la lettera,
già che è sua risposta, la rimanderò senza
la figura, e della sua che senza tante cautele confidentemente
le mando ne faccia quello [che] vuole, basta che le faccia qualche
interna impressione ricordandosi della mia pur troppo indelebile
in ogni genere d'imperfezione.
Giulio Maria mi manda una certa figura che dicono di astrologica
fatta in sua persona quale le mando per vedere che sia, io per
me quando la leggo tutta m'arriccio perché nomina certi
Mercuri[o], Venere che mi sembrano cose di gentilesimi e non vorrei
che questo picciotto inciampasse in qualche errore, perché
è tanto infangato in queste astrologie, astronomie, poesie
che dice, che parlando con esso mi pareva che parlassi col patristrolaco.
Tu (io alle volte gli diceva) tu che hai da fare di queste cose?
Attendi a materie di governo di cristianità, sapere etc.,
e lascia il resto perché non t'importa, ma lui confessando
ciò essere la verità appuntava gli occhi applicatissimo
e incominciava a dire peggio, di modo che quando si metteva innanzi
al povero del Padre Desiderio lo confondeva di dubbi, facendogli
voltare il cervello, mi dispiace che non ho potuto trovare alcuni
anagrammi bellissimi che fece alla grata sopra il nome di suor
Maria Serafica, di V. R., e altre sue zie che l'havrei inviati.
In somma veda questa sua figura e sua lettera che le mando per
sopra carta di questa e dica se vi è cosa di male perché
lui meschino è dispostissimo ad emendarsi per ogni minimo
cenno; io li risposi come mi dettò il sentimento benché
non so se dissi bene, ed egli secondo mi rispose ne cavò
gran utile, del resto preghi Dio per tutte, come tutte preghiamo
per lei mentre la saluto e lascio nel Signore.
Palma a dì 28 Dicembre 1687.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
P.S. Di quello [che] le dissi circa la figura del signor Abbate, cioè, rimettendomi a V. R. di darla non gli dica niente, perché che dirà che io le confido le sue cose, come in verità mai da che egli è venuto costì le ho detto niente delle sue lettere, essendo tutte cose interne e spirituali, ma quando egli le parlasse di questa figura o per altro fine potete dirgli se vuole che lei n'hebbe una consimile, in somma faccia come vuole, e bisogna distinguerle il tutto per essere lei anima scrupolosa.
1688 03 05 AMBP Lettera 19 / 88 copia LXXXXIX
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
a grata ricevuta
[che] mi fa dell'inviatavi immaginetta di nostra Signora, stimola
maggiormente il mio cuore a gradire i suoi gradimenti non dovuti
per certo a me, che mai fo bene, ma a quella serenissima Signora
che tanto m'ispirò, per dimostrare a V. R. e al signor
Abbate qual sia la positura dell'anime loro nel petto sacrosanto
della medesima Regina; né giudichi ciò atto di presunzione,
stante la dignità del deposito: perché quant'è
sublime, tanto s'offr(isc)e ricettacolo universale di giusti e
peccatori, e tanto vuol dire la forma di quell'anima reclinata
nel petto di Maria SS.ma, cioè negli occhi sospirante peccatrice,
chiedendo aiuto e perdono delli suoi peccati; nell'aggio perficiente,
godendo in quel seno le materne delizie; e nella positura perfetta
stando quasi scudo innanzi la madre per riparare i colpi delle
sue offese, né di altro si gloriano tali anime che di essere
(prima che colpiscono Dio) di quelle ferite.
Io manufeci questa immagine in tempo che il piccolo Salvatore
stava nella dolce carcaretta di sua madre poco prima del suo Natale,
ove di proposito quest'anima stando al di fuori nel grembo di
quella poté dirsi suo scudo e antemurale, e pensava io
all'ora comunicare sopra ciò più dilatati sensi
se non mi havesse impedito quel timore, che giudicando atto superfluo
tal donarello anco fino adesso mi ha fatto temere; ora però
perché V. R. non seconda anzi caccia da me questo timore
con i suoi gradimenti vorrei esporle qui un lavoro più
sublime e un disegno più dilettevole, non manufatto degli
uomini ma del divino amore, quale avendolo impresso con deifico
sapere nel medesimo cuor di Dio l'esposi alla vista di una creatura
acciò lo seguisse con l'opere: secundum exemplar, senta
in brevità; era costei agitatissima un giorno non dico
di vari, ma d'infiniti pensieri, a segno che Signore (spasimando
disse) se il mio cuore fosse mare, non dibatteria tant'onde quanto
fluttua pensieri.
Ohimè: infixa sum in limo profundi, e però spiega
ti prego qualche vela di pietà per solcar l'anima mia di
questo mar che l'affoga.
Ma perché il pelago era intorbidato da quel spiritus procellarum
l'improcellò fin al fondo in un insolcabile pensiero di
sospezione, sospettandosi delusa non di materia terrena che sarebbe
stata di nessuna briga, ma di certo ben dell'anima giudicandolo
non reale in una certa persona; importanza sì grande che
menava malissime conseguenze, né era modo di spicciarlo
perché per ogni congiuntura più l'inviluppava il
demonio, e di tal sorte che intromettendosi questo anche nell'esali
faceva quella dicesse senza saper che dire: o' utinam corda fuissent
fenestrata, ed era per morire tanto la corrodeva l'ansia per la
busca di qualche cordiale apertura, non trovandosi al mondo né
cuore aperto né petto fenestrato.
mio Dio diceva: fac mecum signum in bonum, ut videant qui oderunt
me et confundantur, quoniam etc. e ridotta quasi errante con gli
occhi, e con la mente per un tal contrassegno intese una voce
che appropriando a sé le parole di Davide disse: in me
sunt vota tua; ove ella agitata rispose e girando gli occhi quasi
per cercar la voce si abbatté con l'immagine di un Crocifisso,
fissando non con le luci corporali ma con quelle della mente la
desiderata finestra nel suo SS.mo costato, standovi come prospiciens
per cancellos il suo saltante cuore.
Ed oh cui dir potrà l'ammirabile viste di questa: Janua
Coeli e l'amanti risalti di sì fenestrato oggetto, n'hai
visto oh mondo carcerati amanti, oh ritenuti affetti, per certo
che sì mai sen' vide come il mio Signore, che non potendo
slanciarsi fuori di quel buchetto uscendo fuor di sé disse
alla spettatrice che per ascender languiva: ascende superius,
attraendola con ciò in esso per l'apertura di quel finestrino,
ove qual nidificante colomba: in foraminibus petrae che erat Christus
produsse più elevate notizie prelucidandola il dilettissimo
socio, non solo della sua unità nel cielo ma di quella
sua nel Calvario, in cui unicamente aprì quella finestra
d'amore non per secondare la curiosità di Seneca che sospirò
come sopra disse: o' utinam etc., ma per sborsare da questa apertura
con il prezzo della redenzione una amorosa evidenza all'anima,
standone così intrinsecamente preso d'amor che non potendola
vedere tenendo in croce, serrate le luci aprì per mirarla
quest'occhio cordiale che tiene nel cuore, per dove dopo singolarissimi
lumi regredendo al basso quest'anima con uno umilissimo deietto
la lasciò ammirata se della sua unità nel cielo
(di che totalmente si tace) pure non meno di quella del Crocifisso,
solitario in croce, singolare nel petto, e unico nell'amore, oh
vera dunque: una et summa Deitas sancta et una unitas, che se
il mio esemplare è questo io devo unicamente seguirlo singolarmente
cercarlo e incomparabilmente amarlo. E lei, fratello, che dice
di sì impareggiabile oggetto, unico nel cielo e solo nel
Calvario, ne sono forse al mondo, lei che l'ha camminato a cuori
aperti e petti finestrati, ne incontrò mai per costì
amanti sì diffusi che si stemperano i petti? ah unico bene:
quis ut Deus, nessun' per certo: sicut Deus noster, e però
io che pazzamente e fuor di lui: in omnibus requiem quaesivi posso
assicurarla che solo ritrovandola in esso: in haereditate Domini
morabor che sono i divinissimi esempi ignominie e croci per posterità
lasciate; qui caro fratello l'invito se è afflitto, gravato
ed oppresso non havendogli il sacro testatore lasciato alli ricchi
sublimi e felici del mondo, ma: qui laboratis et onerati estis
qui son le sue ricchezze e nostre fortune ove io adorando i sacri
depositi di questi qual sono le sue ferite dirò con ogni
prontezza il suo domandato: pater noster che se lei dirà
per me una reciproca Ave Maria spero ambedue vivremo tra le piaghe
del figlio e petto della madre che sono i due oggetti da me rappresentati
uno con l'ago e l'altro in questo foglio acciò per il visibile,
all'invisibile ci perfezioniamo. E di quello mi dice di Giulio
Maria io sono secondo i suoi sensi, e ringrazio Dio che circa
il punto della astrologia mi die[de] tal lume che io gli risposi
secondo le sue parole, e perché il figliolo è quanto
attaccato alle scienze, tanto docile ai consigli, non bisognò
altro per lasciare questa sua inclinazione, e mai più l'ha
ripigliata dopo tale ricordo, ma sentita pena, e che amara vita
passa egli è di una qualità che difficilmente lo
conosce chi non lo pratica, il mondo lo stima, disapplicato, posato
e assai flemmatico, ma chi lo conosce lo vede assai contrario,
tra i quali opposti a me par fosse né generalmente freddo,
né generalmente spiritoso, essendo un fuoco ove inclina
e un ghiaccio ove non genia, parlategli di governo, ragione di
stato ed altro che egli diviene di marmo, e nel medesimo punto
toccategli novità, scienze ed anima che sopramodo si accalora,
né sa ritenersi nel termine degli studi generali bisognandogli
sempre l'impiego di qualche sua particolare inclinazione, ed è
per natura tanto irritenibile in queste applicazioni di mente
che mena una vita insodisfattissima venendogli quasi tutti disapprovati
questi suoi studi e inclinazioni essendo contro la sua vocazione
o per dir meglio contro stato, quale è affatto contrario
della medesima sua vocazione, in somma egli vive come un pieno
torrente che trovando argine per tutto si acquedotta ove trova
la corrente, e se sapesse il poverino quanto studi a sua inclinazione
ha indagato non lo crederebbe sempre riportandone invece di progresso
disapprovature e ritenghi, ma alla fine non so se per sboccamento
di questo suo naturale o per divina ispirazione: optimam partem
elegit dandosi ad una vita meno scolastica che cristiana, ed è
tanto timoroso e aggiustato di passo che confidando il suo interno
ad una padre gesuita, questo stupito delli suoi buonissimi sentimenti
disse che sarà un homo che darà assai che fare al
mondo, né volle dir altro per essere fedele a chi haveva
promesso segretezza, e a me così sembra il principio, ma
che vuol fare, egli è figliolo e parmi portasse nello spirito
l'indole della natura quale essendo in esso curiosissima lo tira
fuor di modo nel punto della sua predestinazione, sopra di che
s'appassiona tanto il poverino che lo trasmette affatto fuori
d'ogni contento, e il dubbio di salvarsi congiunto insieme con
l'immaturità degli anni e inespertezza dello spirito lo
rende spasimante confessando per un inferno con tal pericolo il
mondo, né vuol fermarvisi se prima non s'accerta la via
di salvarsi per il che sproposita (come per la sua acclusa vedrà)
anco nelle domande.
Oh che affanno ci reca, veda semplicità, tanti gran spiriti
al mondo (io le dico) s'han consumato in pianto, amara vita e
stento per accertar tal dubbio sempre dicendo: nescit homo an
odio an amore dignus sit, e tu frasca di niente non vuoi soffrire
e muori volendo la certezza della sua salvazione, e similmente
tutte siamo stracche per quietarlo, ma lui sempre risponde: signora
zia m'accerti altrimenti muoio e questo patibolo maggiore lo patisce
suor Maria Serafica ch'è la sua vera mamma a cui è
diretta l'acclusa, e tutto ciò a me la stima il cuore poiché
entra in certe pressure, e delicati pensieri che non vorrebbe
essere al mondo. Iddio l'aiuti carissimo, e pure noi il poco che
valgono le nostre orazioni, egli è carne nostra e figlio
del nostro carissimo Ferdinando, ma il maggior motivo si è
l'essere creatura di quel Dio che ci fe[ce] dire: carnem tuam
ne despexeris, onde lo faremo per ragione umana e per compiacenza
divina.
Sento poi con mia confusione e contento i favori le fa il signor
Abbate, né occorre difficoltà per crederlo trovandomi
io parimente confusa per l'abbondanza di quello, gli dica quando
egli tanto la soprafà di esse che lei è mio fratello,
forse con la ricordanza di tal demerito i suoi favori si moderassero
alquanto, ma ciò non creda poiché havendogli io
dimostrato e rimostrato a tal fine la mia indegnità egli
più che mai insisté con la sua carità, essendo
essa della giusta indole di quel Dio che: humilia respicit, habbiamo
dunque pazienza in portare il favorito peso di tanto grande obbligo,
poiché gente sì giusta sempre occorre la più
misera, nostro Signore guardi il signor Abbate quando desidero
mio fratello quanto bramo e l'uno e l'altro lascio e conservo
nel petto della SS.ma Vergine e nel seno divino, Palma a dì
5 Marzo 1688.
sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Ricevo la lettera del signor Abbate e non so se vi bisogna replica, mi lasci pensarvi un poco, e se bisognerà scriverò con la seguente posta, perché non vorrei essere molesta più del bisogno, mi faccia a carità accertarmi del suo gusto o disgusto nelle mie lettere, perché l'occhio che guarda accerta la verità più dell'assente.

1688 07 06 AMBP Lettera 57 / 88 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
arissimo fratello,
ricevo una sua senz'altro per me e per V. R., ma per solo motivo
di carità verso una afflittissima signora, ch'è
il meglio si possa havere per amor di quel Dio che pospose se
stesso al bene del peccatore. Ond'io con ogni prontezza oggi mi
dimostro sua seguace, poiché stando in pensiero di comunicarle
qualche mio urgentissimo bisogno in ordine al mio interno volentieri
lo tralascio, o lo pospongo per dare il tempo (quale è
brevissimo per la venuta dell'ordinario) alla inclusa lettera
di questa signora. Io glie la invio ma non risolutamente per darla
perché la licenza di Monsignore è che io possa rispondere
alle lettere sue e a quelle [che] mi vengono per le sue mani,
ma non so se s'intende per questa signora che tutto che m'habbia
scritto molto tempo e non mi ricordo se mi capitò la sua
lettera per mano sua, e se questa può passare per risposta
di quella.
Veda come si può fare senza scrupolo che io rimetto il
tutto al suo parere, almeno costì vi è il signor
Abbate che con più sicurtà potrà presupporre
la volontà di Monsignore, altrimenti la butti nel fuoco
che l'obbedienza renderà per essa più efficace la
mia benché indegna orazione, e preghi Dio, carissimo fratello,
che io possa mettere in effetto il mio su cennato ricorso almeno
per via di comunicazione, il quale benché adesso io lascio
per il sudetto buon fine, non di meno la causa principale è
una penosa irrisoluzione che a capo di più mesi d'ogni
piccolo impedimento mi lascio impedire, né so a chi [in]fastidirne,
quando scrivo ad uno mi sospendo parendomi meglio comunicarlo
all'altro, e quanto scrivo questo mi pento e mi resto parendomi
meglio di dirlo al primo, e mi passa la vita senza farlo all'uno
e all'altro.
Ma l'altro ieri finalmente proposi effettuarlo con chi mi scriverà
il primo, ed hebbi sommo gusto d'essere stato V. R. perché
principiando quasi a sentire le mie miserie, mai ne sarà
tanto noiato come dovrebbero essere coloro che senza una ardente
carità non sarebbero più per soffrirmi, Dio Signore
nostro dia fine a tanti guai che sariano giochi se non tirassero
l'eterni: a penis inferni libera nos Domine.
Mi rallegro poi e sopra ogni maniera goda che la sento in esalo,
in quanto al corpo è diffuso in qualche esercizio di carità
in aiuto del prossimo, lo faccia maggiormente fino al fine che
sarà sommo il giovamento spirituale e corporale, sopra
di che con straordinaria ardenza io non so restare di raccomandarla
al Signore, e sono tanto intenta in questo come altro pensiero
non vi fosse in causa mia, Iddio la pigli per sé perché
io cerco spuntarla con San Paolo dicendo: vivo ego iam non ego
vivit vero in me Christus e Dio volesse che tutto il mondo abbandonasse
il tutto nelle sacre braccia del faccendiere Cristo.
Io in questo la lascio per riposare nel tempo e nell'eterno; Maria
Lanceata sta ancora confinata nel letto e con qualche mio scrupolo,
perché essendosi il giorno di Pentecoste rappresentato
Dio nel mio intendimento non in fiamme di fuoco ma di sdegno contro
i peccati del mondo, e con un Jus così ragionevole della
sua lodabile giustizia, io non per ritenerla anzi per darle pabulo
tanto giusta mi parve l'offersi la consumazione del mio spirito,
e nella parte carnale quella dei miei parenti, e in atto la maggior
penalità della nostra inferma per cui stava in atto pregando,
cui di quel punto in poi peggiorò di tal modo che non solo
nel medesimo giorno si coricò aggravatissima in letto (dal
quale in questo giorno si era alzata) ma diede in pericoli d'etescia
mortale, cosa a me di tanto scrupolo parendomi dovesse ritrarre
sopra me tutta l'offerta che con replicate suppliche me l'ho incaricato
tutta, e pare Dio non l'habbia escluso perché l'inferma
è quasi totalmente buona. Questo è negozio lungo,
ed è tanto giusto assecondabile e dovuto l'essenziale ed
effetto dello sdegno divino che poco sarebbe dargli per esca un
mondo, egli bensì lo riceva per pabulo del suo amore che
non è meno attributo delle perfezioni divine, e per fine
la lascio e replicatamente la saluto.
Palma a dì 6 Luglio 1688.
Sua sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]
P.S. Nel sopra scritto della lettera inclusa non vi è il titolo di D. perché né V. R. lo dice, dicendo solo che si chiama, né io so se costì si usa, se bisogna nel vacuo lasciato aggiungetelo di mano propria.
1688 08 22 AMBP Lettera 70 / 88 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
pero che la sua
carità non voglia [in]fastidirsi del mio lastimevole stato,
in cui più d'ogni solita pressura fo miserabile dimora,
la causa fu il sentimento accadutomi nella solennità di
Pentecoste giorno 5 di Giugno, il quale essendo esaminato dal
Padre Pietro Attardo nella città di Girgenti mi scrive
l'acclusa lettera, percependo io da essa mille infuocati inferni
per ogni parola, e benché da principio essa non condanna
specificatamente, non di meno disapprovando l'effetti qual furono
le mie preghiere pure disapprova la causa non potendo una buona
radice produrre frutti sì pessimi, di che data in precipizio
tutta la macchina, io sono caduta in un fosso che sembra non vi
potesse uscire humana creatura.
Ohimè carissimo fratello, è conflitto mai provato,
né lingua lo può esprimere essendo occulto ed ignoto,
fu lettera questa, o cedola di condanna? mi scrisse, mi confuse,
e poi disparve, e il suo silenzio dopo la mia risposta (in cui
mi confessavo ingannata come lui diceva) mi fu peggior conferma
della prima, perché se tale egli non m'intendeva avrebbe
fatto la carità di replicarmi per to[glie]rmi da quell'inferno
che secondo gli scrissi l'anima mia sta patendo, in cui peno carissimo
orribili tormenti nello spirito nella coscienza e d'ogni maniera,
che se io li volessi distinguere non saria per finire, in somma
tra essi io muoio, non so dirle, mi confondo, se sono deste all'inquiete,
al pianto, al rimorso tutte l'occorrenze di mia via stimandosi
ogni mio sentimento non vero, falso, diabolico, illuso, perché
non differendo lo spirito del suddetto sentimento niente di ogn'altro
passato, se è falso l'uno sarà falsissimo ogn'altro
pensiero di tant'angustia, che oltre al darmi invece di un Dio
un demonio, ch'è il non plus ultra d'ogni final affanno,
mi tragitta in un laqueo di perduta coscienza, parendomi per quest'ultimo
sentimento di haver infamato la Chiesa, esonerato i ministri,
contradetto i culti, corrotto la fede, imposturato i pastori e
cento e mill'altri orribilissimi mali, ed oh cuore riposa, se
poi tra tante spine, io mi confesso del tutto ma con giacchi e
strettezze incredibili non potendosi allargare, (per quello appresso
dirò) col Padre confessore.
Onde al sentir dei sacramenti tremo, ritremo e dei patiboli li
stimo parendomi dover essere io e non altri la sacrilega che descrisse,
Signor che giusta pena: incidit in foveam quam fecit e però
toccano a me quei castighi e lacrime prescritte per altri in quella
mia scrittura.
Io ne verso è vero, e lo san quegl'occhi che appena più
san guardare senza pioggia di dolore, ma non si può fare
che talvolta non resti per dar la parte alla febbre, agli spasimi,
alle mancanze e tutta distruzione corporale perché concorrendo
a quella dello spirito la destituzione del corpo posso dire per
l'uno e l'altro: circumdederunt me dolores mortis, e pericula
inferni invenerunt me, ed ohimè sì gagliarde mi
occorsero che non mi danno respiro nemmeno per questo esalo, perché
nessun mio pensiero sento senza rimorso, e però passo a
dichiarale la causa di andare sì stretta col mio Padre
confessore essendo questa; egli è di un spirito tutto fervore
e carità, ma così risoluto e pronto all'opera che
non frappone momento in ciò che stima volontà e
servizio di Dio, cosa a me di tanta ammirazione, dubbio e ritegno
che per tema di non incorre[re] in qualche subita spedizione niente
gli promuovo, non gli cenno, non gli dico, e li vivo da volo perché
quel: dicto facto mi confonde, per il che ne sto in un altro caso
più lacrimevole dal sudetto, ma volendo dire dell'incominciato
dico che essendo stata costretta a darmene in colpa, benché
per quanto mi astrinse la giustificazione necessaria lo trovai
tanto contrario del parere del padre Attardo che a furia lo contradissi
e diversamente m'impose, né io gli diedi campo di inoltrarsi
più, ma astringendo le spalle e cuore dissi farò
l'obbedienza.
Ma di chi io non lo so, mi struggo per ritrovarla poiché
opposti sì gagliarde me ne dilungano sì fattamente
che esule di tal comandi non so a chi obbedire, uno mi dice contraddite
lo stimolo, l'altro lo fa seguire, e benché questo mi quieta
alquanto sulla materia degl'inganni assicurandosi non esservene
mi suscita maggior scompiglio di lutti, e peggio inferno ed è
contro la fede innalzandosi un fiero linguaggio che contraddice
un Dio di tante lingue, una causa di vari effetti, e un autor
di diversi stimoli, etc.; oh fiera cosa, e pure ella non è
che una sola apertura per dove entrano ogni sorte di mali sensi,
di disperazione, di fuga, di bestemmia, di libertà, disubbidienza
ed altri che distinti e in confuso mi lacerano infiniti, di modo
che cadendo in un giacco peggio del primo provo ambe le guide
due voraci penali, una contra la fede e l'altra in disperazione,
concludendosi dall'uno all'altro in me una fuga sì fatta,
non solo d'essi ma d'ogni creatura, che se il mio corpo havesse
l'agilità dello spirito sarebbe già arrivato nel
centro della terra, tanto desidera il divorzio d'ogni creatura.
Ah se sentisse li miei, li tuoi accenti e moti interni vedrebbe
precipitare un pesce nell'acqua, una farfalla nel fuoco e una
pietra nel centro dei cristiani, lasciatemi, ite pensieri, di
me non [avete] tante cure, io muoio per ansia di vedermi sepolta
in un antro, scordata di ogn'uno, e sciolta d'ogni pensiero.
Caro abbandono, vero aggio e delizia di un petto cristiano, Cristo
mio qual arido legno del tuo abbandonato patibolo, produce a chi
l'assaggia frutti sì buoni che rendono acerbi quelli delle
creature, ma perché il mio palato non è si allettato
del primo, quanto è amareggiato dei secondi il Signore
non esaudisce le mie brame conoscendo ancor'io che più
per interesse che per distacco fuggo le creature, amarezza per
me indicibile, deducendo il bene in tanto male.
Onde tal volta sospendo ancora il bene per non incorre[re] in
un difetto peggiore, ma questo non va di proposito e mi è
uscito fuori del passo, quale ripiglio e dico che questi discordi
comandi mi rendono confusa, in modo [che] non sapendo come pregare
Dio sopra il particolare impostomi dalli due Superiori, volendo
uno di un modo e l'altro di un altro, che ho determinato farlo
di nessun modo, sì che lasciando da me stessa l'orazione
per dubbio di non disobbedire bisognando farla o di una maniera,
o d'altra, solo mi ho serbato qualche orazione vocale e il SS.mo
Rosario, fuori dei quali la mia bocca non si apre, né il
mio cuore dice che queste brevi parole, Signore vi prego secondo
la santa obbedienza e cosi mi taccio, benché ancora in
questa lasciata di orazione non sento meno rimorso e conflitto,
parendomi essere cosa volontaria, benché io lo fo per assecondare
la santa obbedienza, resta però lo spirito senza questo
nutrimento, come tra una zuffa di fiere nemiche senza cibo, privo
d'armi, e senza moto, e queste sono cose che si dicono tra due
parole quando le loro penalità sono tante che la minima
d'esse riempirebbe più fogli, e sono vissuta in esse da
venti giorni continui che mi han sembrato 20 anni, né ho
speranza di finire essendo questi che ho delle prime e ultime
parole, che se Dio mi dà grazia sentirne qualche una da
costì, già che altro scampo non mi resta, stimo
che non potendo essere prima di due mesi non mi troverà
viva che sarebbe per me la consolazione più sicura. In
tanto io resto pregandola a compatire tante mie e vostre noie,
delle quali mai sì largamente l'havrei notificato come
mai in tant'anni ho fatto, se non fosse stata la santa obbedienza
che sol in questo fo sicura, e compatisca se altro non soggiungo
perché secondo il tempo non sono capace d'altro, non solo
dell'alieno ma anco del proprio corpo in cui sostengo la febbre,
freddi tremori e sintomi grandissimi come li rumori che si fanno
in strada, stand'io sì occupata nell'interno che di tal
pena non mi estrae qual si sia fatica: foris, però: pugna,
intus timores, provando generalmente in tutto inenarrabili affanni
che per non essere attrevita non li chiamo sopra umani, ne' quali
come impelagata ne resto dicendo al sommo Dio: emitte manum tuam
de alto eripe me et libera me de aquis multis, ove, ancor che
affogata richiamo Maria vera stella del mare acciò salvando
ancor V. R. dalli procelle, dia aiuto a me nei perigli, come stimo
farà con le sante orazioni, salutandola per fine in quest'ombra
di morte e pelago fundale, Palma a dì 22 Agosto 1688.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
P.S. Desidererei che di quanto ho detto circa i miei direttori,
non se glie ne desse notizia, affine di darvi rimedio, né
per altro, non perché io intendessi dire cosa contro la
loro virtù, perché anzi così hanno operato
per haverla grandissima e ciò che ho detto lo direi in
loro presenza, ma perché l'esperienza m'insegna che in
ordine alla mia persona, più si cerca rimediare e più
si rovina, essendo ciò facilissimo quando se li dà
occasione di maggior dispiacere quale a me anco sarebbe grandissimo.
Io havrei di più notificato il sudetto al signor Abbate
non essendo sopra questo tra lui e V. R. differenza nessuna, ma
perché la sua lettera sta occupata di altre materie questa
notizia non hebbe luogo contenendo una lettera intera; onde rimetto
il tutto alla sua disposizione e al di lui volere restando nell'uno
e [ne]ll'altro tutta rimessa a quello del Signore.

1688 09 05 AMBP Lettera 73 / 88 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
icevo con mia consolazione
due sue in risposta delle mie e sento la grande apprensione [che]
le ha fatto l'esercizio di quelle mie offerte per V. R. a Dio
Signore nostro di impiegarla in cosa di suo servizio, cosa appresso
me d'importanza veruna, fuor che di offrire a Dio ciò,
che realmente è suo, non essendo altrimenti l'esser nostro.
Che poi io abbia particolarizzato questo con offrirla al Signore
in cosa di faticoso impiego è stato per effetto di umiliazione
sapendo che nelle corti dei gran signori solo la gente bassa e
minuta fatica, oziando per altro quella di camera, e di onore.
Oltre che sapendo io il suo irrimediabile deiettamento, più
per genio bensì, che per inabilità, ho procurato
offrirla a Dio come fa un amico all'altro, offrendogli, se non
l'opera, la volontà quale Dio accetta tanto, e gradisce
a tal segno, che anco per un simile desiderio ha dato il merito
del martirio; così leggiamo dei Santi dalli quali io sono
stata insegnata [in] questi sentimenti.
Del resto, poiché lei mi fa atterrire con impormi un diligente
esame, se questi miei sono desideri dell'Angelo della luce, o
di quello delle tenebre, io non pensai mai di parlare con simili
dettami, ma semplicemente che se vi è pericolo di poter
esser dal demonio, io revoco quanto ho detto, cancellando per
sempre questo discorso; ne caverò bensì maggior
considerazione nel mio parlare, come pure il mio Padre spirituale
continuamente mi astringe, potendo essere appreso di mille maniere.
In tanto la prego a quietarsi sopra questo negozio, a ciò
mi quieti ancor io essendo stata la causa di questo suo disturbo
mi perdoni, come spero farà benignamente il Signore.
Mi trovo con qualche pentimento della lettera [che] le mandai
del Padre Attardo, primo perché poteva far di meno strascinar
questa faccenda, e secondo perché io ho una antica consuetudine
di non mostrare mai fuor che astretta dell'obbedienza le lettere
[che] mi vengono dalle persone, parendomi dovuta questa fede alta,
già che loro con tanto buon cuore mi confidano i loro sentimenti,
il che non avendo osservato in questa occasione mi crucia un prolisso
e interno sentimento, e maggiormente mi affligge per vedermi quasi
astretta a mandarle questa seconda, senza la quale resterebbe
imperfetta la notizia, se io ho fatto errore mi faccia la carità
avvisarmelo che io sono pronta all'emenda, l'effetto poiché
in me ha cagionato questa seconda lettera è stato alquanto
consolatorio in quanto agl'inganni del demonio, benché
circa il punto dell'orazione dicendo egli il medesimo io resto
come prima, cioè, tra il dispari comando dell'uno e l'altro
direttore, quali camminano senza speranza di aggiustarsi, non
sapendo il Padre Attardo il disparere del Padre confessore che
continua il suo comando, spero bensì qualche provvidenza
di Dio o almeno che passerà questa come hanno passato tante
altre afflizioni.
Trovai nella sua lettera una figurina quale mi è stata
gratissima, e maggiormente per osservare in essa segni di guerra
e di vittoria, essendovi un santo romito quasi in bocca di un
smisurato Dragone, che mostra la fiera lotta di questo mondo,
e un altro circondato di bellissime palme denotando le vittorie,
riflessione a me sì profittevole per non dir necessaria
per le mie fierezze interne che non posso restare di gradirle
sopra modo, anzi di ricompensarle con mandare a voi che ne siete
stato il datore, una pari figurina del glorioso Patriarca San
Giuseppe, per essere il santo del suo nome ed io lo ho lavorato
per mio deviamento spirituale, a motivo del suo affetto come pure
santo lo tengo verso il signor Abbate, sperando con un altra somigliante
figurina svegliarlo a maggior fervore verso questo santo, già
che per una sua per via di Monsignore, mi dà motivo di
infervorarlo di questo santo glorioso vecchierello.Onde io per
la medesima strada l'invierò questa figurina, e non lo
fo con la circostanza di rimetterlo a voi come feci la volta passata
con una simile figurina perché bisogna essere per la strada
suddetta, e per non aver avuto V. R. nella volta che dico difficoltà
nessuna, e per quello tocca a V. R. bisogna compatirmi se io non
incontro il suo gusto anco in questo piccolo dono, che servirà
per raccomandarmi una sola volta al medesimo santo a ciò
mi dia buona morte essendone speciale avvocato, così ancor
io pregherò per lei e per ogni altra sua necessità
e particolarmente lo farò a Dio benedetto e sua Madre SS.ma,
a ciò dia quiete a Roma e vera obbedienza a Francia, da
cui dipende l'atto della giustizia o della misericordia di Dio
sopra la Chiesa, tra le quali si continua in bilancia, e preghiamo
ancora per questa viva guerra tra i cristiani e turchi, contro
i quali benché vi sia qualche vittoria sono però
più gl'esiti che gl'acquisti, quali non possono totalmente
essere se non vi è forza di lungamente perdurarla, ed io
vorrei la Chiesa tenesse per mano le forze per ciò che
le potesse avvenire in casa propria, ma rida di queste cose, già
che parla di guerra chi ne meno sa filare, e con questo devoto
riso contenta finisco e di vero cuore la saluto. Palma a dì
5 Settembre 1688.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]
1688 09 26 AMBP Lettera 80 / 88
autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
icevo con la solita
consolazione una sua lettera del 24 di Agosto, e tutto che non
vi fosse bisogno di replica per essere risposta di 2 mie, risolvo
farla per chiarirle della verità circa il suo pensiero,
di ritirasi in qualche piccola casetta della sua religione, benché
al presente le stia quasi scemato, io è vero che non pensavo
a questo, ma nemmeno lo ho errato pensando sempre in quello spero
che sia, e non a questo negozio che forse non avrà effetto,
che se lo avrà io dubito non incontrerà con più
facilità in quello [che] va fuggendo ritrovando alla fine
qualche oneroso carico invece di ritiro; del resto diciamo tanto,
per quello io penso, quanto per quello lei: cogitate: vias tuas
Domine demostra mihi et semitas tuas edoce me, in quanto poi lei
dice che non specificò il negozio a ciò l'orazioni
fatte per esso fossero pure e senza macchia di passione.
Io non trovo in questo ove la passione possa subentrare, perché
quando V. R. è lontano da noi fin a Roma poco importa se
vi sarà altrettanto, anzi che anco la sua venuta in Palma,
se Dio la disponesse, né meno mi apporterebbe passione
nessuna, e tutto che non vi è altra cosa che più
di questa mi consolerebbe al mondo, nulla di meno una chiusa d'occhi
considerandone il fine il quale amareggia l'antecedente d'ogni
consolazione me ne spisa, in modo che né meno lo desidero,
fuor che per qualche utile e urgentissimo bisogno, quale già
giornalmente si va a tutta forza dimostrando nelle estrema necessità
tiene della sua persona questo povero figliolo, che per non poter
venire in casa sua quasi si va disperando. Oggi per tal causa
è venuto di Aragona il padre Desiderio, e appena era arrivato
e detto Messa, che fu di nuovo richiamato, perché quando
questo povero figliolo vede alcuno di Casa sua come vedesse l'unico
suo esalo.
Oltre che con i vecchi vi tiene gran naturalezza e non li allontanerebbe
mai, ma per tornare a quello [che] diceva, con ogni fede la assicuro
che se è cercato non è per leggerezza, né
meno ho pensato di dire per questa sua venuta quando altre volte
le ho consigliato l'applicarsi al bene del prossimo che troppo
sarebbe stato consiglio interessato, tra l'altro se le consiglierei
questa carità, quasi bagatella essendo essa un semplice
passo e non termine di maggiori importanze, alle quali se Dio
la ha destinato non potrà contraddire, la maggiore dei
quali essendo l'amar di Dio, a questo per fine la persuado a farlo
con tutte le forze, mente e cuore, per questo io continuamente
prego per V. R. come la prego a farlo qualche volta per me dicendo
al Signore: vias iniquitatis amove a me, e altre: in via tua vivifica
me, perché di ambedue i modi lì cammino languendo
quasi inferma, e malignando come iniqua, che se l'una mi conduce
a morte l'altra all'inferno, nel di cui precipizio: Domine (l'anima
mia grida) periculum meum manibus meis est adiuva me solitariam,
ed oh solitudine solo mi aiuti, circondata di gente, angustie
e pericoli, e del mio stato non la particolarizzo altro essendo
quello che per mie lettere le ho detto. Io sto non tanto bene
di salute e però prima di mancarmi totalmente spero fra
breve entrare nella solitudine annuale, benché mi hanno
dilungato l'entrata altri otto giorni i Superiori, e di ogni tempo
che sia mi ricorderò di lei straordinariamente, e la prego
che mi ricordi all'orazioni del Padre Vitale a cui riverisco,
perché sì come nei morbi straordinari si chiamano
medici insoliti, così in questo tempo di mio straordinario
pericolo ed afflizione devo ricorrere ai massimi direttori, egli
da tali mi benedica e mi raccomandi al Signore.
L'acclusa lettera è del signor Abbate, e la assicuro che
per quello mi scrive la ama più che da fratello, lo remuneri
Dio perché l'opere nostre non valgono, in tanto la saluto
lasciandola sotto la protezione della Vergine SS.ma pregandola
che la santifichi e conservi, e resto oggi dopo scritta questa
è venuta una sua lettera con i suoi sentimenti, circa la
sua venuta giudicando non farla fino dopo il casamento di Giulio
come tutte confermiamo; onde si quieti sopra questo come ancora
noi procureremo di quietare il figliolo, la di cui venuta annuale
sarà fra breve, e Dio ci dia pace perché troppo
si affligge il povero figliolo. Palma 26 Settembre 1688.
Sua sorella indegna
Maria Crocifissa [della Concezione]

1688 10 18 AMBP Lettera 86 / 88 CII
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
arissimo in Gesù
Cristo fratello, ricevo come venuta dal cielo la sua lettera,
e maggiormente i suoi umilissimi dettami, consistenti in tre punti.
Primo, di cacciarmi dall'anima ogni ansia di sicurezza in materie
di lumi. Secondo, stimarmi in buona coscienza, quanto questi sono
senza finzione, e riferiti con schiettezza. E terzo, rimetterli
tutti nel parere del Direttore, a cui mi devo uniformare; sopra
i quali, V. R., carissimo fratello, mi avete dato un grand'ozio,
non trovando io niente da fare.
Primo, io sono stata sempre per naturalezza, bensì tanto
nemica di avanzarmi in queste cose, che mi dispiace esser morto
il mio unico Padre spirituale, che avendomi diretto per il corso
di anni vent'otto, potrebbe dire quando mai in queste occorrenze
io gli abbia discorso, né per ansia di sicurezza, né
per cosa nessuna. Perché avendogli io detto la prima volta,
che mi occorsero, a ciò che occorrendo casi irreprensibili
me l'avvisasse, e correggesse per io emendarli, mai più
di tali materie gli discorsi: e se altre due volte egli me ne
uscì discorso per mera urgenza, furono le mie risposte
sì asciutte, che mi ordinò le rispondessi in un
polisino per averne soddisfazione, ne so far di meno, tanto è
spensierato il mio cuore, senza ammettere pensiero di sicurtà,
o cosa veruna. E della medesima forma, anzi con maggior rigore,
seguito col Direttore presente, a cui né meno ho fatto
la domanda suddetta, come una volta per sempre feci col passato,
supponendo la faccia egli senza mio intervento.
E questo sopimento estrinseco è figura di quello interno,
ove dopo di aver consegnato tutto, ne sto così spensierata,
che il medesimo giorno ne perdo il pensiero. E la sicurtà,
che dite, in me non ha urgenza alcuna; perché questi sentimenti,
tutto che fossero veri, giovano una paglia quando non corrispondono.
Se l'ho, non mi santificano; se non l'ho, non me ne contristo,
sapendo non esservi sicurtà in questo mondo; e mentre siamo
in esso, né meno vi è nei lumi del Paradiso: nunquam
est securitas, neque in coelo unde cecidit Lucifer, neque in Paradiso
ubi corruit Adam, neque in hoc mundo; sì che solo nella
pietà di Dio io ho posto questa sicurezza.
E dopo che scrissi con straordinario inchiostro una protesta,
protestando a Dio, e al mio confessore l'integrità della
mia mente, e la seria volontà in non voler errare nei miei
sentimenti, conformandoli tutti secondo Dio, e la nostra santa
fede, talmente ebbi quiete, che mai più ne temerò.
E l'angoscia, che orribilmente mi trafisse, per la lettera del
Padre Attardo, non fu per mancanza, o sollecitudine di questa
sicurtà, ma per una fiera decisione, che io appresi diabolica
per le sue parole; cosa sì orrenda, che ne avrebbe tremato
un santo. E benché adesso sia dichiarata in meglio, bastano
le circostanze per darmi assai che fare. Ma passiamo via, perché
il latore fa fretta.
Il secondo punto è lo stimarmi in buona coscienza, quando
queste straordinarie notizie sono senza finzione. Cosa per grazia
di Dio da me tanto strana, che posso dirla quasi impossibile:
quid gloriaris, quasi non acceperis? sarebbe per me un gran vanto,
una gloria incredibile il profetare questi lumi senza averli veduti:
che io sappia di Dio, significa il Paradiso senza averlo veduto,
sarebbe un'indovinare da non farsi in questo mondo tanto infimo,
ed oscuro. Se lei mi scrivesse come sono l'Indie senza partirsi
da Roma, oh io la stimerei più d'un indiano, mentre sa
quanto ne sa un cittadino; ed io sarei una gran santa, e più
d'ogni santo, se io sapessi per invenzione quanto loro fanno per
pratica.
Ah fratel mio, tolgansi dal nostro credere queste impossibili
finzioni, che non si può mai fingere ciò che non
si può comprendere: ed io, che sono di sì vile sfera,
altro non so, che quel mi vien mostrato: quid gloriaris, dunque:
quasi non acceperis? Che poi circa la spiegazione si vada con
qualche forma, certo è, che si finge, e si va parabolizzando;
perché un purissimo spirito non potendo penetrare in selce
durissima, qual'è l'intendimento umano, bisogna si venga
ai ferri dei suoi proporzionati strumenti, per introdurvelo almeno
per fessure. Così i miei ragguagli vanno pieni di forme,
quali mai ho veduto in materie intellettive, la di cui essenza,
io sono certa, che la ho e la posseggo certissima, benché
circa luogo, tempo, ed altra circostanza, e Dio mi aiuti, se in
questi arcipericoli io non vado bene, potendo incorrere negl'infernali
dirupi. Né altro bastone mi porta, che la santa obbedienza,
che è il terzo punto, a cui io non fo nascondiglio, oh
piccola resistenza, anco a fin di gratitudine: perché di
tutti i mali, che sopra me imperversano, essa sempre mi fu rifugio
universale. Ed il presente per questo mi affoga; poiché
per i suoi dispareri non so come la [posso] seguire.
Carissimo fratello, V. R. è assai lontano: né io
so dirle gl'inviluppi, gl'intrichi, che né meno saprei
dire, se fosse vicino, e però la prego a darmi quell'aiuto,
che di ogni luogo si può conferire con il divin ricorso,
tanto a me necessario, più che non è al corpo il
respiro: e assieme con me preghi Dio a ciò mi liberi non
di tormenti, che già ne sono esclusa di starne senza, ma
delle sue offese, duri tiranni di questo afflitto cuore. E mi
faccia piacere replicare la supplica, a ciò mi tolga di
mano questa pericolosa penna, privandomi di quella materia per
cui vengo costretta a maneggiarla. Ah, io ne sto in fieri travagli,
non per questa, che scrivo, che è cosa di pass[aggi]o,
ma per altra materia, che per altro motivo passa; la saprete appresso,
benché dopo più giorni, dovendone di ogni scritto
fare quattro copie, delle quali sono sì pigra, poco paziente,
che scriverei un quaderno, e non copierei un foglio. Oltre che
i nostri esercizi regolari sono sì copiosi, ed interrotti,
che appena lasciano due ore il giorno. E qui finisco per la fretta
mi viene fatta, riservando ai piedi di Dio la carità [che]
mi ha conferito, della quale ringraziandola per fine, con pregare
Dio la santifichi, la saluto, e lascio ai suoi piedi, Palma a
dì 18 Ottobre 1688.
di V. R.
sorella, e serva indegna
Maria Crocifissa della Concezione
1688 11 08 AMBP Lettera 93 / 88 autog.
Al mio carissimo fratello in Christo dilettissimo
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
icevo la sua letterina
con l'espressione del vostro gradimento per la figura inviatale
del glorioso San Giuseppe e spero che ai suoi piedi si ricorderà
di questa povera creatura, già che colma di miserie e di
benefici divini vive ingratissima col suo Creatore, cosa appresso
me sì orribile che mi stimola con gran veemenza a pregare
Dio per altri, e precisamente per V. R. a ciò la liberi
di tanta grave miseria, io fo quanto posso, e prego per quanto
valgo in suo aiuto non solo come sempre, ma di presente con speciale
modo per gradimento di qualche sua fatica in mio beneficio, e
glie ne ringrazio con tutto l'affetto mentre i suoi salutevoli
dettami li esperimento non solo di profitto ma di mio sollievo,
così parimenti confesso quelli del signor Abate a cui ancor
lei da mia parte ringrazierà con umilissimo affetto; io
tengo per l'uno e l'altro, spedisco le copie di un certo mio sentimento,
ma lascio di mandarne perché il Padre confessore ancora
non ha mandato l'originale a Monsignore, non so se fo bene a fare
così perché non vorrei in questo fare alcun errore.
Io non dissi niente di ciò al signor Abate, nella sua acclusa
lo dica V. R. perché mi uscì di mente, e spero forse
mandarle con la seguente posta se si spedisce il Padre confessore,
in tanto ancora io mi spedisco essendo già venuto l'ordinario,
dispiacendomi per fine dei disturbi si dispongono tra la santità
del Pontefice e potenza del Re di Francia; che si vuol fare, bisogna
[che] vada così, fuoco di fresco spento facilmente si ravviva.
Io stimai certo e affatto smorzato quello acceso per la controversia
del franco, ma ecco già lo ravviva il soffio dell'ira di
Dio rinnovato veemente dai nostri peccati: ab ira tua libera nos
Domine, così replichiamo le voci come già si effettuano
nel nostro monastero, per una cosa di tanta conseguenza a ciò
Dio Signore nostro si degni mostrare, ma non insanguinare la spada
del suo giusto furore, e delle vittorie avvisate contro il turco
io mi rallegro, ma ne aspetto il fine per farlo con tutta ragione,
e non avendo tempo per altro per fine la saluto lasciandola sotto
il patrocinio della Madre SS.ma, che è dei buoni e rei
l'unico rifugio.
Giulio Maria la saluta e domanda la benedizione e per essere affrettato
del tempo non le scrive, appresso lo farà con maggiore
dilazione; esso è di buonissima natura ma tra un anno ha
fatto gran salto ritornando un gran cervello, e Dio l'aiuti, benché
attualmente non è male, ma corre gran pericolo, e sopratutto
perché in ogni modo ricusa a tutta forza il ritornare in
Aragona ove vive con più timore, e però ieri mandò
risoluto il Padre M. Caro a farlo sentire al Principe suo zio
per lasciarlo in Palma, almeno per lungo tempo e se ne aspetta
la risposta, ed è mio sommo orrore il sentirlo discorrere
con una naturale baldanza di certi spropositi, nominando non so
che linguaggi e proprietà che dice, Gesù (io le
dico), Giulio, Giulio tu che sei polve[re] che sei pazzo, polvere,
cenere che dici, e lui ne fa le risate domandandomi alla fine
perdono con dire che lo fa per godere dei nostri spaventi, teme
Dio non vi è dubbio e si tramuta come un cadavere quando
teme di sua salute, ma questi sentimenti non sono sicuri in mano
di tanti pericoli quali egli corre gravissimi se resta assoluto
e solo nel dominio e lo ha parimente a gran segno sopra il sapere
fin dove arriva in scienza, parlandone con qualche immoderato
brio in modo che discorre con una continua latinanza; in somma
pare a me che per ogni via abbia bisogno d'aiuto qual egli pure
domanda con istantissime domande come ancor V. R. farà
con le sue orazioni e di nuovo la saluto.
Palma, 8 Novembre 1688.
Sua sorella e serva in Cristo
Maria Crocifissa [della Concezione]

1688 12 01 AMBP Lettera 96 / 88
autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
aranno queste due
righe per salutarla e compatirla della sua infermità, che
parmi sia stata medicina della mia mentre quasi mi ho divertito
da essa per compassione della sua, mi consolo bensì che
sia cessata desiderando miglior avviso nella seguente posta.
Io ho ringraziato benché insufficientemente il signor Abbate
dei favori le hanno fatto facendolo pure con me Giulio Maria perché
avendo inteso le medesime cortesie vi ha voluto accompagnare anco
la sua espressione, ed è tanto affezionato con V. R., noi,
e tutto il monastero che non è credibile a segno che avendo
dimorato in Palma circa due mesi non si ha dato un sol giorno
di spasso per non allontanarsi dal nostro monastero, e per aver
uscito una sola volta a caccia lo fece aprire quasi di notte tempo
per sentirne nuova con l'accluso polisino, e credo gli sarà
un colpo mortale la partenza per Aragona, lo raccomandi al Signore
perché tiene gran sensi. Io poi volevo dirle qualche altra
cosa ma il tempo mi manca e con esso il fiato che mi si preoccupa
notabilmente nello stare cosi piegata, questa è la mia
infermità mancandomi il respiro per non aspirarlo sempre
al cielo, Iddio abbia pietà di me mentre io in penitenza
gli offro questo penoso ritegno a ciò non l'abbia lungamente
in questo mondo in cui pregando sempre per lei caramente la saluto.
Palma a dì 1 Dicembre 1688.
Sua sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]
1688 12 18 AMBP Lettera 101 / 88 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
ento i suoi affanni
con tal sentimento sapendo che quasi mai ne è libero che
posso dirli più che propri, benché i miei siano
peggiori, e riconosco per tutti, che siamo nati per patire, e
per vivere morendo, cosi ha voluto il nostro padre Adamo, e le
nostre seguaci miserie per le quali anco volle morire penando
un Cristo Redentore, per amor di cui la prego a darsi conforto
persuadendosi, che i nostri conflitti non sono di quelli che al
mondo sono i peggiori. Questi sono l'ostinate offese di Dio, ohimè:
doleo super omnia offendisse te amabilem super omnia.
Ah carissimo fratello questo è il massimo dei miei conflitti,
che alle volte si riduce in vivo inferno, di che non vorrei ragionarle,
per non turbare la sua mente. Ma perché so che è
conforto dell'afflitto aver compagno nelle pene, glie ne significherò
una che è generalissima del mio cuore, e mi dispiace che
la fo in tempo, che non mi posso dilatare per causa di una certa
proibizione che ho manifestato al signor Abbate, con cui ho dipartito
la materia, per non poterla dilungare tutta in una lettera.
Sappia dunque che io patisco nella coscienza più che mille
inferni, a segno che ogni una di queste sillabe dovrebbero essere
fogli per esplicarle, e questo è per causa dei miei scritti,
parendomi dopo averli fatti di aver commesso un mondo di scelleragini,
e di tal quantità che solo ne è capace l'inferno,
e la misericordia di Dio che unicamente può perdonarle,
e parmi che vivessi falsamente per la falsità di questi
scritti; benché in atto di farli non intendo fare errore.
In somma parendomi questa una materia d'inferno, ed io in esse
un demonio, vi sento tant'orrore, che meglio mi slancerei nell'inferno,
se fosse gusto di Dio che applicarmi in un tale racconto. E sto
così dalla fine dell'uno fino al principio dell'altro,
quale fo con quiete sino alla fine; in cui di nuovo m'inquieto
come ho detto.
Nel quale inesplicabile orrore io non so dire come in me si ritirasse
un nuovo inferno, per essermi imposto di scrivere una nuova relazione.
La causa fu questa che avendo io manifestato al Padre Attardo
per un accadimento involontario certo mio desiderio, sopra certa
inquisizione egli, dopo avermi detto quello [che] Dio l'ispirò,
mi disse che non essendo altro il mio inquisitore che Monsignore
illustrissimo attendessi a fargliene il processo, facendo una
narrativa del mio stato dal tempo, che fece l'ultima sino al presente,
fuori la quale buttassi per tutto la penna, e il calamaio.
E benché questa ultima proibizione mi consolasse in modo,
che potei tollerare il comando per detta narrativa sento non di
meno tanto spasimo in farla, stando io nell'aborrimento suddetto
che parmi ogni suo pensiero mi ritizzasse l'inferno. E benché
egli mi ordinò di farla brevissima, nulla di meno io niente
posso farla, niente pensarla, e per nessun modo soffrirla. Ohimè
come posso io seguire tante rovine, replicare tanti errori, tanti
malvagi inganni, e poi vuole che io viva, ove non posso emendare
tante rovine che costringono alla perdizione, per affanno di cui
io mi slancerei da qual si voglia precipizio, non che dalle mura
del monastero: Domine tu scis, e lascio il resto, dei quali conflitti
io non dissi niente al Padre Attardo perché lo vide in
tanto gran che fare nell'arguità dei miei scritti, che
non mi parve arrivargli materia di più confusione, e fu
tanto la mia che nemmeno gli dimostravo difficoltà della
suddetta relazione.
Onde lo dico a V. R. a ciò mi si dia qualche aiuto, come
Dio me lo diede nella proibizione dello scrivere, essendo questa
materia di tanto mio rimorso che è un guasta stomaco continuo
che mi toglie l'appetito al bene, al vivere, e ai SS.mi Sacramenti
parendomi l'esercitassi sacrilegi, e dell'orribilità delle
altre croci non dico niente perché: nulla sunt graviores
cruces quam mala conscienza, con che la saluto. Palma, 18 Dicembre
1688.
sua sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]

1689 01 10 AMBP Lettera 2 / 89
autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
arissimo fratello,
aspettavo in questa settimana qualche sua lettera secondo [quanto]
mi promise la posta passata, a ciò senza moltiplicare mie
lettere le avrei risposto con dirle che mi trovo pentita di averle
domandato aiuto circa la narrativa le avvisai, poiché essendomi
domandata con qualche fretta non mi dà tempo fin alla sua
risposta, quale se non ha fatto non pigli questo fastidio, perché
sarà inutile, e di mio sentimento se mi giunge dopo aver
fatto detta narrativa il rimedio di non farla, così vuole
Dio, poiché le cose di lontano poco o niente giovano.
Onde io in avvenire sarò più considerata in questi
ricorsi tanto più che non so la sua intenzione e quella
del signor Abbate su queste notizie, se le ricercano solo delle
materie interne o pure di ciò mi occorre con la guida e
Padre confessore, se mi farà carità di specificarla
io mi regolerò secondo il loro dettame, il cuore però
mi dice che sta per via qualche mia buona riprensione, perché
non mi scopro col padre Attardo come fo con loro, e Dio mi faccia
bugiarda a ciò non mi arrivi questa imposizione, benché
io di ogni modo la farò per quanto può riuscire
essendo prontissima al minimo cenno del divino volere, per permissione
di cui, sa niente che il mio Padre confessore permutò in
un istante in agreste le sue uve? E lo fe[ce] in tal modo che
inacidisce etiam il tratto umano. Oh se io le contassi questa
sua mutazione quanto per me va bene, benvenute però, anzi
bene ite questi cambiamenti mentre mi fanno conoscere essere io
in un essere ove: nunquam in eodem statu permanent, il che indica
passaggio poiché quando l'accessione fa moto sta di lasciare.
Io sono in questo transito, e bene, per me scorrono i fiumi mentre
in questa mutazione tutti si adunano a mare, oh santi affetti,
ora sì che sono veri: quite ... premunt hos arctius amabis,
preghi Dio che mi stabilisca in questo, e parimenti, per la nostra
quiete esteriore, poiché tutto che la sorte del nostro
Giulio Maria sia stimabile al mondo tirando seco l'affetto di
molte persone riesce niente di meno di qualche disturbo a nostra
madre e sorelle non potendosi scusare delle visite di quelle persone
di qualità che vengono a visitarlo dalle città convicine.
Io grazie a Dio ne sono assente per la carità mi continua
l'illustrissimo Monsignore, benché di questa ultima si
sta aspettando del signor Principe di Raffadali, mi trema il cuore
tutto che lo ho prevenuto con molte diligenze, e Dio ci aiuti
con l'occorrenze di questo figliolo poiché per una incorreggibile
passione di non voler patire la nostra separazione è cascato
infermo stando in atto di partire, e oggi è il sesto delle
sue accessione, né io so dire l'affettuosi spettacoli del
signor Principe suo zio per tale accidente, ha mandato medici,
persone che informano, Serii che vanno e vengono trovandosi per
una sì fatta passione ancora esso infermo.
Oh duro campare, questo s'ammala per non voler partire, quello
s'inferma perché lo vuole, vede che cose nutrisce il mondo,
oggetti che infermano affetti che uccidono, solo resta il contento
per l'anime staccate perché mai più viene febbre,
mai più dolore per cui non ha che lasciare: cantabit vacuus
coram latrone viator. A Dio dunque fratello per questo spicciato
cammino, agile su fino all'arrivo del cielo, per dove la lascio
e caramente saluto, Palma, 10 Gennaio 1689.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]
1689 02 28 Lettera 12 / 89 CIV
Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
icevo una sua del
22 di Gennaio con mia consolazione, e solo la mia incapacità
me la rende incompiuta, poiché gli aiuti, e pareri [che]
mi dà sono attissimi, e bastanti per la mia quiete interiore.
Io cordialmente la ringrazio, e spero farlo di vantaggio ai piedi
di quel trafitto Crocifisso nostro vero remuneratore, di cui perché
è il vero tempo, essendo il quaresimale, spero dall'urne
sacratissime delle sue ferite ricevere per me, e per V. R. una
salutare unzione. Ed oh medici santi! sacra medicina! che dice:
etiam eos, qui incurabiliter peccaverunt, salvari volo, nullumque
perire.
In questi dunque respiro, seguendole a dire, che l'instabilità
del mio scrivere, mostrandomi ora quieta, ed ora inquietissima,
è cagionata dalla sincerità con che la tratto, mostrandole
il mio stato come presentemente lo provo. Che se un tempo le dissi
essere quieta sopra il particolare dei miei scritti, era forse
quel tempo, nel quale vi sono in sommo, che è quando li
sto facendo; fuori del quale io non ho quiete; essendo stato questo
il tempo, in cui inquietissima le scrissi, avendo detto la verità
nell'uno e l'altro tempo. Adesso fo però, che il fatto
è fatto, e Dio mi ha fatto grazia di liberarmi di questo
pericoloso esercizio, altro non mi resta, che ringraziare Dio,
e giubilare con mille voci, e cuori di questo gran dislaccio,
avendomi con esso rotto quella occasione, che tanto mi infastidiva,
lei e qualche altro, e sopra tutto il Padre Attardo, con cui non
avrò altra occasione.
Benedetto tu dunque mio Dio, che: dirupisti vincula mea, tibi
sacrificabo hostiam laudis. La perfezione dell'opera però
stando nella perseveranza, io la prego per quanto arrivare posso:
et in visceribus Jesu Christi per la durata fino a morte di questo
beneficio. Primo, a ciò ne preghi Dio, e dopo a dirne qualche
parola, a ciò seguissi finché sarò in vita;
poiché si tratta di stabilire, e di riportare un'anima
in cosa, che non è possibile che la ripigli più
con pazienza. E sento tanta fragilità, che ogni lettera,
che vedo la piglio con paura, temendo non sia qualche nuovo ordine
del Padre Attardo. E pregate Dio ancora per questo poiché
tutto il mio vivere è vizio, e spero emendarlo in questo
santo tempo quaresimale, a ciò digiuni col corpo ogni mio
mal sentimento e passione; nel fine del quale la prego ad avere
memoria di me nelle sante visite farete in quei tenerissimi luoghi,
e misteri della SS.ma passione, e particolarmente in quella piissima
salita della scala santa, per ove discese, e salì la vera
innocenza per essere condannata. Alti, e bassi di tanto affetto,
che non so come non vi resta insassito per ammirazione l'uomo!
Oh lei felice alla vista di sì dolci spettacoli! iube me
venire ad te; a ciò avvolta spiritualmente nella sua devozione
possa con V. R. venerare sì adorabili misteri; ed io pure
in tal tempo avrò memoria di lei nelle mie povere orazioni,
pregandole per fine, che nella suddetta visita della scala santa,
oltre a condurmi spiritualmente con V. R., mi tocchi l'acclusa
coronetta in quei santi gradini, ove lasciò le stille del
sangue il nostro Innocentissimo condannato, e gli dica ogni volta
per me, e lei: trahe nos post te patientissime Jesu, a ciò
tirandone di pari giogo per quella scala di dolore, arriviamo
in quella di godimento; mentre io la saluto, e lascio nel cuore
trafitto di Gesù Crocifisso. Palma a dì 28 Febbraio
1689
Sua serva, e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

1689 08 30 AMBP Lettera 50 / 89 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
arissimo fratello
più tempo è che non scrivo, e adesso lo fo brevemente
per rispondere alla sua del 29 di Luglio le di cui materie essendo
importantissime e universali le raccomanderemo al Signore che
sa meglio fare che l'uomo dire, e per me altro tempo par non sia
che di sentir San Giovanni che dice: filioli mei non diligamus
verbo neque lingua sed opere et veritate, onde io osservante di
ciò restringo il tutto a ciò sappia meno dire che
operare.
La ringrazio assai di aver gradito la figurina dell'umile e povero
Francesco, epiteti sì pregiabili quanto il Paradiso, già
che furono il prezzo per comprarlo, né meno la ringrazio
delle notizie mi da quasi tutte carissime, solo quella mi dispiace
del sinistro accidente accaduto al signor Abbate.
Oh Dio quanto costì vanno male sicure l'ossa, che i pericoli
per furia di cavalli e chi per caccia di una mosca, estremi sì
distanti che conviene a voi il ponderarli perché a me cosa
rappresentano, dica al signor Abbate: posuisti in nervo pedem
meum, a ciò lo dica con tutto l'affetto al Signore, mentre
egli con tal slogatura gli trattiene il passo e l'anima nel suo
divino volere, io lo riverisco, e non gli scrivo come dovrei per
compatirlo dovendogli dare questo fastidio per via di Monsignore
illustrissimo da cui in questo punto sua lettera ricevo, e concludo
questa lettera con la doglianza della morte del sommo Pontefice
(1) come V. R. conclude la sua con l'avvisi di sua buona salute
che Dio gliela conceda eterna, ed è stata tal novità
la causa perché non ho scritto e perché lo fo brevemente
poiché per timore della mia fragilità temo non mi
faccia violenza qualche parola della materia proibita con la conseguenza
di qualche deplorabile settimana come è stata la presente
per avermene scappate alcune nella polisina [che] le feci la settimana
passata.
Restiamo dunque fratello fin tanto si dice il: tu autem Domine
di questa gran lezione o elezione pastorale, in tanto lei si tenga
forte in piedi perché Dio sa dare buoni ceppi per chi troppo
cammina su la propria direzione, e sugli scrupoli di coscienza
ed altre fughe li corre sì pari col signor Abbate che pare
stroppicate tutti in un sentiero, attenti perché dice Giob:
Gressus meos dinumerasti sed parce peccatis meis, Dio sia che
vi porti, la sua Madre vi giunghi al termine dei beati: Janua
coeli ora pro nobis, in tanto io povera viatrice in questo sentiero
la saluto con raccomandarmi al suo santo sacrificio,
Palma a dì 30 Agosto [16]89.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]
P.S. Mi dice se io sto sola in tempo di fulmini, ed io le dico
che usanza fullone, 30 e quaranta sorelle tutte ci affolliamo
in un cantone, e Dio guardi una si allontana, mille mani la tirano
prima che scappa.
Ah che spagnato tempo: a fulgure et tempestate libera nos Domine.
(1) - Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi)
1690 01 10 AMBP Lettera 01 / 90 copia
Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
arissimo fratello
impedita a maggior segno della mia infermità credeva far
questa la settimana entrante, ma perché per la medesima
causa non mi assicuro momento risolvo fare queste poche righe
per salutarla caramente e ringraziarla molto delle devote figure
del Sommo Pontefice, vivo o morto che Dio feliciti; in quanto
poi alla mia infermità quale posso chiamare prolissa agonia,
posso dirla in stato migliore e sto pigliando il brodo ordinato
da costì l'anno passato provandone né bene né
male che è il migliore beneficio per me perché ogni
altro medicamento mi rende peggiore; ne ho preso 4 sin ora con
disposizione totale di rimettermi in tutto a quanto faranno di
me volendo così Dio e i miei Superiori, né di doglia
più acerba io mi posso lamentare mentre ogni una è
meno dura della morte, quale io provai e provo quasi ogni notte
con quelle mancanze di forze umane e divine che mai pensar si
può di una amara derelizione, solo quella la conforta che
patì in croce il nostro Salvatore dicendo: Deus Deus ut
quid dereliquisti me. Ohimè che amare voci, chi le può
sentire senza chiedere a Dio maggiori abbandoni? abbandoniamoci
in esso carissimo fratello poiché i suoi esempi sono più
che voci come si dice: validiora sunt exempla quam verba.
Sento poi la sua irrisoluta volontà di andare a Milano,
che ancor me tiene irrisoluta, vorrei per darle esalo, e non vorrei
per non metterla in pericolo, e sarò contentissima se non
si esporrà a tanto per non rischiare il certo per l'incerto
e vivere più sicuro, aspetti un poco carissimo fratello
perché ogni excelsa veduta, e il vero San Carlo è
in Paradiso, questo poco però non le faccia ombra pensandosi
vicino a morire, poiché mille anni in Dio sono meno di
un nulla, e questo niente che è la vita umana già
spedì alla mia povera Margherita, la di cui morte accaduta
la notte della santa Epifania fu a me e a tutte noi tanto sensibile
per essere stata non solo mia ma di tutta la casa e monastero
sviscerata nutrice che dopo la morte dei nostri padre, zio e fratello,
altro non è stato maggiore il sentimento e perché
procuro ridurlo in carità vi prego ad aiutarmi in questo,
già che non mando respiro che non sia per suo suffragio
ed è obbligo di gratitudine quello mi sprona, poiché
non è credibile l'affetto con che visse e morì per
nostro amore e furono l'ultimi eccessi quelli che per la mia infermità
patì passando 30 notti di crudo inverno dietro la porta
del nostro parlatorio in amarissimo pianto, dopo le quali tra
4 giorni santamente passò nel Signore; e consideri me come
la passi sotto il peso di tanta obbligazione.
Onde non le dico altro per essere aiutata dal suo sacrificio tanto
più che lei poveretta sempre si raccomandava al figlio
di Roma, facendosi sentinella di tutti li peregrini per sentirne
qualche nuova, e sempre l'aveva buonissime, perché oggi
eravate Papa e domani Cardinale.
E per fine avrei da dirle qualche cosa di Giulio Maria, ma la
forza mi manca serbandola appresso se piace a Dio, lodo bensì
la lettera pensa fare al signor Principe di Aragona non tanto
per altro quanto per dimostrare qualche atto sommesso, perché
tanta nostra taciturnità non vorrei fosse appresa per alterigia
etc.; oltre che questo signore riceve questi atti volentieri sommessi,
ciò pare a me rimettendomi a V. R. con che la saluto caramente
desiderando in vita le sue orazioni e dopo morte i suoi suffragi,
lasciandola in tanto nelle piaghe del Signore in cui io resto.
Palma a dì 10 Gennaio 1690.
Sua serva e sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]
P. S. Ricevo la lettera del signor Abbate e non rispondo, perché
non so se V. R. e lui sarete costì stando l'uno e l'altro
in partenza; oh Dio, ed io quando lo farò? ohimè
quanto sono dura, quanto inceppata in questa terra ferma!

1690 02 -- AMBP Lettera 03 / 90 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
utto che questa
mattina mi sia confessata a letto, per i miei pericolosi sintomi,
non lascio di darle avviso del mio momentaneo miglioramento, già
che la prima parola mi esce dopo di averlo, altro non è
che di notificarlo presto a coloro che per carità tanto
della mia pena si affliggono, la di cui passione tanto mi affligge
che desidererei morire in un bosco per non cagionare tanto sentimento,
tra le quali essendo V. R. a segno che il signor Abbate mi scrive,
che andò seriamente da lui per sentire nuova di me. Io
con qualche sforzo ricompenso i suoi passi con queste faticate
righe, e lo fo con la promessa di altre seguenti se Dio mi dà
forza, perché suor Maria Serafica mi disse che non avendo
lei tempo, le notificassi io una novità ne occorre per
due fondazioni, [che] intraprende fare il signor Principe di Raffadali,
volendole in ogni modo dirigere sotto l'indirizzo e parere di
nostra madre e sorella, sperandola fondatrice; una è di
monache claustrate, e l'altra di ree pentite, sopra la quale di
ree pentite considerate il mio cuore mettendomi alle ali tanti
miei peccati, né altro le dico serbandomi appresso Dio
quello [che] vuole. In tanto la saluto caramente restandomi in
uno stato di tanto mio tormento che in ogni momento spiro nelle
braccia della croce e della fede, adiuva me solitariam fratello
carissimo, che troppo afflitta languisco. Palma, a dì Febbraio
1690.
Sua sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]
1690 03 02 AMBP Lettera 04 / 90 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
arissimo fratello
se la vista di un Padre rallegra il cuore di un derelitto figlio,
quale a me poté essere, benché figlia ingrata la
vista di quel Padre celeste che lei in otto figurine mi rappresenta
in figura, ohimè, pater noster qui es in coelis, Padre
di pietà, genitore celeste guarda i figli (geniti) tuoi,
l'esiliati tuoi figli fatti eredi di miserie, tra i quali geme
il mio cuore dicendo: adveniat regnum tuum adveniat regnum tuum
soggiungendo però: fiat voluntas tua sicut in coelo et
in terra, ed è la conclusione fratello mio di tutti i nostri
desideri dovendoli avere maggiormente della volontà del
Signore, la quale essendo oggi a me favorevolissima per la consolazione
[che] mi ha dato per le suddette figurine, ne ringrazio primariamente
la sua pietà e dopo il suo affetto che non potendomi giovare
al corpo per l'infermità [che] sostegno, mi consola lo
spirito restando confortato e l'uno e l'altro, perché stando
io nei languori del mio solito affanno mi divertirono molto le
vostre figurine.
Onde io non so dire quanto le ho gradite e quanto glie ne ringrazio
sperando farlo meglio domani, primo Venerdì di Marzo alla
presenza del SS.mo Sacramento e dirò per V. R. 7 volte
il: pater nostrum, in onore delle 7 parole che disse in croce
il suo divino Autore, a ciò egli ne ridica altre 7 a V.
R., cioè: remittuntur tibi peccata tua vade in pace, e
questa temporale ed eterna nella patria beatifica, né altro
si può domandare di più per che il godimento di
un Dio non tiene meglio, il suo gusto l'avanza, ma egli pure è
in quello poiché nessuno lo gode con suo dispiacere, diciamo
dunque francamente: adveniat regnum tuum desiderando tal trasporto
per infinitamente benedirlo, in tanto carissimo cacciamo con sproni
questa bestia che per il sentiero del tempo a Dio ci avvicina,
e perché la mia tiene una bisaccia di dolori e un altra
di negligenza, grida al condottiero: gressus meos dirige secundum
eloquium tuum e non lo domini altro bastone fuori del vero sentiero;
in tanto fratello mio io in tal pellegrinaggio la saluto e pregole
forza per il termine beato in cui, quando io le scrivo o le esalo
qualche mio pensiero, provo il sollievo di un tal viandante che
incontrato con un altro siedono lassi in qualche campo ameno,
ove ancora io se non vi fossi aggiungerei qualche fonte di lacrime
per saziare la sete di tante mie sciagure, ma perché la
guida non lo permette, e vuole che arida mi parta, io lascio questa
fonte nell'acquedotto del cuore, e seguito il riposo di cose indifferenti,
e potranno essere l'occorrenze della fondazione [che] le dissi
la settimana passata, ma perché le forze mi mancano e la
lettera del fondatore si smarrì quale credeva inviarle
per farla capace del tutto; altro non soggiungo che un mio pensiero
sopra questo negozio, e perché urge a me sino all'anima
e non permette tempo mi attentai di scriverlo al Padre Attardo,
non ostante la legge inviolabile del mio silenzio, avendo quasi
due anni che non gli scrivo, la quale lettera ho copiato per voi
a ciò resti capace se non dei miei bisogni (quali scriverei
con sangue) almeno dei miei desideri per offrirli a Dio nell'affetto,
quando non fossero degni di esecuzione, e con quanta libertà
l'invio a V. R. perché di un fratello che posso temere
tanta timidezza mi ritiene per inviarle a Girgenti, essendone
io già svezzata per urgenze maggiori, e tutto che il tempo
mi stringe facendo fretta il fondatore non finisco di risolvere
d'inviare al Padre suddetto la cennata manifestazione, preghi
V. R. dunque per me, già che altro non mi resta, a ciò
faccia la volontà del Signore. E quando la suddetta lettera
non si trovasse le dico in ristretto che per la fondazione claustrata
sono chiamate con espressioni incredibili una o due delle nostre
sorelle, facendone viva supplica a nostra madre, a ciò
le conceda per fondatrice, in tanto detto signore ha voluto il
breve della nostra fondazione per fondarlo uniforme, e la fondazione
della nostra Batiella per quella delle ree pentite ricercandone
da qui ogni direzione spirituale e temporale, né altro
soggiungo che la penna mi cade, io sto pigliando il brodo con
qualche giovamento perché i sintomi non sono tanto continui
né tanto mortali.
Dio le paghi la carità per esserne stato il mezzo, perché
altro medicamento mai mi poté giovare ed ogni altro di
qualche più potenza l'esperimento veleno, in tanto con
ogni affetto la saluto e lascio nel Signore, Palma a dì
2 Marzo 1690.
Sua sorella indegna
Maria Crocifissa [della Concezione]

1690 04 16 AMBP Lettera 05 / 90 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
icevo carissimo
fratello la sua lettera, e poco dopo le figure mi mandò
per via della signora zia suor Antonia, quali duplicatamente mi
sono piaciute, non solo per se stesse, che sono bellissime, ma
per aver che dare alle nostre monache, non essendovi cosa al mondo
che maggiormente mi soddisfi quanto il dare gusto agli altri,
ed esservi liberale.
Onde io la ringrazio assai di questa occasione [che] me ne da,
e maggiormente glie ne ringrazierei se dietro le medesime figurine
vi avesse scritto qualche sentenza (come dice) di mano sua, sapendo
quanto gran stima ne fanno le nostre sorelle, ma mi compiaccio
del risparmio di questa nostra fatica, quale piglierò io,
benché più imperfetta, e sarà comune la gratitudine
di quelle [che] le riceveranno avendola a lei per le figure, ed
a me per i notamenti.
Onde a noi resta averla infinitamente a Dio per l'incessanti benefici
ne fa essendo tanti, e tali, che se si conoscessero, sarebbero
per rapire la nostra mente, ed io incapacissima che sono, per
non confondermi di tutte, uno per giorno ne stanzio da vero, e
oggi mi è toccato dire con Davide: Domine eduxisti ab inferno
animam meam, salvasti me a descentibus in lacum, ohimè,
e le par poco, fratello, una liberazione d'inferno, non una ma
mille volte, quante attualmente con l'errore vi ho stato correndo;
oh pietà di Dio, quanti ed oh, quante vi sono andate al
primo errore senza ritegno, ed io al doppio di tanti anni, al
cumulo di tante colpe, ancor sono in stato di eternamente goderlo,
Gesù mio, che amor ti devo, quanti cuori, quante vite,
quanti tormenti per corrispondenza di sì reciproco amore.
E poi ci confondiamo, fratello, dei crudi incontri, dei penosi
stadi che bisognano nel breve corso della nostra salvazione, e
non vede quanto Dio lo ha tirato, quanto lo ispira in eccesso
con li tiracoli excelsi del suo costante amore; arda dunque il
nostro petto, non delle fiamme infernali, dei quali lui ci ha
liberato, ma di quelle divine del suo santo Amore: fac ut ardeat
cor meum in amando Christum Deum, ut sibi complaceam, Madre SS.ma
concludete le mie brame, consumate i miei eccessi accidenti al
mio cuore, quali esplicare non si possono per un beneficio sì
infinito, per un tempo, è stato sì inestimabile
di poter ancora veder Dio, e goderlo in eterno, impossibile per
altro ai miseri dannati. Oh gran vantaggio! io non so come si
può piangere al mondo come l'afflitti si dolgono, i poveri
si contristano tenendo quel gran valente che non l'hanno più
pingui, né più felici i monarchi del mondo: Jubilate
Deo omnis terra servite Domino in laetitia. Io così mi
rallegro il cuore, e caccio le mie fiere mestizie, carissimo fratello,
perché essendo il mio male un edificio di angustie (ed
oh quanto a diluvio) spirituali, e temporali mi sono accordata
col medico: lui a medicare il corpo, ed io all'anima applicando
ogni uno i proporzionati rimedi per la guarigione, volesse Dio
io profittassi tanto quanto il medico, poiché almeno il
suo infermo vive, e la mia sta su il spirare, e questo proviene
dalla qualità dei rimedi quale egli senza suo incomodo
piglia dallo speziale; ed io dell'urna insoffribile della mia
violenza: componendo sentimenti di allegrezza nella mia somma
mestizia. Né si può far di meno per la salute eterna
mentre solo i violenti rapiunt illud.
Allegramente dunque carissimo fratello, siano le nostre lacrime
non indizio di pianto, ma di contento, perché oltre al
suddetto il nostro Salvatore oggi soggiunge: tristitia nostra
vertetur in gaudium.
Io già che sono fatta medico le farei un: recipe di mutatione
d'aere, se non fosse sospetta di passione di rivederla. Ma lasciamo
fare a Dio, forse l'ordinerà lui per via di necessità,
non che di convenienza; in fin adesso ve ne sono l'indizi, perché
le cose di nostro nipote si vanno affrettando, o con il primo,
o con l'altro stabilimento, ove, V. R. sarà necessario,
almeno per un buon principio, e se manca questo motivo, forse
non ne mancherà qualch'altro: fiat voluntas Domini.
E perché egli di dure pietre può suscitare figli
di buona generazione ha fatto che questa povera Palma che tiene
l'epitaffio: inculta dulciora tra l'incultezze dei suoi estinti
Padroni ha prodotto tanti avanzi, e frutti, che si può
dire meglio dei tempi passati, e ciò in ogni sorte di aumenti
e precisi spirituali che nell'osservare le funzioni non solo si
approfitta ma si diletta la mente, vi sono gente di molto garbo
e di affezionatissimo servizio che si appassionano per la terra
come per la persona loro, questi né io né V. R.
conosce perché sono figli di quei Padri che erano in tempo
di nostro Padre cioè, li Celesti, li Paduri, li Stefani,
li Vincenzi, li Schembri etc.; quali moltiplicati formano un buon
popolo, e sono da stimare per la gran fratellanza [che] osservano
essendo attivissimi in ogni esercizio della vita loro, sì
che riducono Palma in buonissimo essere, oltre all'ecclesiastici
che sono di più numero e di meglio esercizio, e in questa
quaresima oltre alle quasi continue funzioni l'hanno suggellato
con le fervorissime quarant'ore, tra i quali frutti si convertì
una donna che si chiama pubblica, cioè credo io che abbia
offeso il Signore scopertamente e questa ora si chiama rea pentita,
quale mi fece vedere suor Maria Lanceata sapendo quanto io sono
propensa con simile gente, e meschina mi parse devotella, ma non
come credeva con due fonti di lacrime e altri mirabili segni di
umiliazione. Onde la suddetta Lanceata quasi ebbe l'intento di
farmi raffreddare con simile vocazione perché se io avesse
a vivere così come vidi quella poco vi sarebbe che desiderare,
benché questo non basta per to[glie]rmi sì forte
attratto del petto perché quanti peccati, quali in me sono
infiniti, tanta penitenza; onde non per questo io dismetto la
mia brama di rea pentita, ma perché così vuole la
santa obbedienza; l'ordine di cui esplico in altro foglio perché
mi è finita la carta e la saluto,
Palma a dì 16 Aprile 1690.
Sua sorella indegna
Maria Crocifissa [della Concezione]
1692 05 07 AMBP Lettera 28 / 92 copia
Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
asqua celeste V.
R. bene predisse in questa ultima lettera alla signora madre,
perché ella l'ebbe felicissima, il giorno di santa croce,
lasciandola tutta a noi con un volo al Paradiso, e fu per lei
vera croce pasquale mentre in questo giorno terzo di Maggio quando
di lei si cantava: in hoc pascali gaudio depose i suoi affanni
e godé i suoi trionfi, e noi che siamo restate quasi quattro
Marie ai piedi di questa croce per noi dolorosa quanto per quella
felice vogliamo partecipare le materie al nostro addolorato Giovanni.
Senta dunque carissimo fratello la dolce morte di nostra madre,
purificata d'affanni non che di straordinarie afflizioni, ella
il 2 (giorno di) Maggio lo passò in quello stato come vi
significai la settimana passata, anzi con molto miglioramento
come dicevano i medici, dandogli speranza di riaversi fra breve,
benché ella sorridendo rispose dicendogli, dite al Principe
mio nipote (che ansiava per vederla) che si tolga la speranza
di vedermi perché è impossibile, e loro mi facciano
grazia starmi attenti per avvisarmi dell'ultimo punto che solamente
attendo, questi sorrisero come ad un passatempo e si partirono;
la sera anco noi con straordinaria quiete la lasciammo fin al
tempo di rivederla che fu nel seguente giorno in cui venendogli
ad ore 9 sull'alba un rizzonetto di freddo con un dissenso nel
petto che le impossibilitò il cibo e respiro, la rese spedita
con una gagliardissima febbre, l'osservarono stupiti i medici
di cosa sì improvvisa e sollecitarono i sacramenti, quali
avendo compitamente ricevuti con cinque indulgenze plenarie in
sensi perfetti e devoti licenziò da sé placidamente
le figlie, come mai conosciuto l'avesse, mettendosi tutta nelle
mani del Padre spirituale, sotto la di cui direzione assentendo
con gl'occhi a tutti i suoi atti ed offerte, tra tre credi di
agonia con i più lievi affanni della sua infermità
ne passò placidamente al Signore nel dì 3 Maggio,
giorno di santa croce, Sabato di nostra Signora e vigilia di San
Felice ad ore 15.
Morte, che io posso dire sì alleggerita di affanni quanto
pesante di grazie del Signore, perché se per la mancanza
de' primi nemmeno scolorì il volto nell'agonia, così
per le seconde viene ammirata d'insoliti contrassegni; il primo
fu un reciproco affetto della mia Colomba Rosata alla sua accesa
devozione [che] le portava poiché stando il suo cadavere
in cella all'ora che fu vestito e ben accomodato entrò
con rapido volo una colomba nella sua cella, ove era il suo cadavere
venendo da quel giardino dove sta la cappelletta della Colomba
Rosata, la quale colomba mai vista dimorò costantissima
più tempo nella predetta cella non ostante la caccia di
2 gatti che la tramandavano.
Dopo qualche tempo senza fermarsi mai intorno al corpo fece due
immediati voli uno sopra l'altare di nostra Signora del Riposo,
e l'altro in quello della Concezione, ambedue frequentati dalla
signora madre, e perché fu portata forzatamente in sacrestia
sorvolò con tanto impeto senza posarvi che lasciò
due penne, quasi non volendo posare che nella predetta cella (ma
oh meraviglia) poiché essendo da questa il corpo della
signora madre uscito e portato in sacrestia la colomba lo seguì
stabilendosi in questa (da cui prima che vi fosse il corpo era
fugata) con quella medesima stabilità come stava in cella,
e vi dimorò finché facendogli per spratichezza gagliardo
moto per pigliarla volò sopra il tetto estrinseco nella
nostra Chiesa standovi tutto il tempo che il corpo fu insepolto,
che fu da 2 giorni fin alla sepoltura senza mai più essere
veduta la misteriosa colomba.
Ella era mans[uet]issima e come di abito vedovile giusto lo stato
della signora, il collo e petto bianco e il resto violato o palombino,
stava sulle mie ginocchia sì quieta ed immobile che mi
pareva l'anima di mia madre spruzzata dalle mie lacrime e annidata
nei miei dolori, quale io taccio per non attrarre i suoi, già
che sono calamita d'infinite sciagure: Pater noster, Pater noster
carissimo fratello, questo è quel: pan luminum che consola
l'anime nostre con le chiarezze della verità, mostrate
evidentissime con più segnalati favori, tra li quali non
vi fu piccolo quello [che] oculatamente osserviamo nel suono del
suo mortorio, poiché essendo ferventissimo per una novena
continua e di tale campane che due converse le suonano e moto
difficilissimo, si confuse la povera sacrestana, a segno che non
potendo avere altro aiuto disse aiutatemi Signuruzza perché
io muoio, alle quali parole alleggerì quel peso, e si facilitò
tanto quel moto che si vanno chiamando le più inferme del
monastero per suonare il mortorio, potendolo facilmente suonare
con una mano, questa però nel solo mortorio perché
nel resto suona con la difficoltà del medesimo peso, solo
mi dispiace che tra tanto alleviamento solo il mio senso non si
può sollevare, e perché la morte non diede tempo
all'apparecchio del funerale essendo sortita tra 6 ore di febbre.
San Felice gradevole della sua devozione con che ogni anno le
solennizzava questo giorno, le cedette la sua festa tramutandola
tutta in esequie superbissime giusto l'apparecchio della sua singolarissima
festa, sì che nella medesima vigilia invece del vespro
si principiò il funerale con tutte quelle concorrenze di
più voci di eunuchi, apparati, oratore funebre, e copiosi
lumi e questa per noi fu la mai creduta festa del nostro San Felice,
solo l'artificio del fuoco restò inservibile per la signora
madre, forse perché fu estinto per lei quello del Purgatorio
come speriamo per la misericordia di Dio; la sua sepoltura fu
nella nostra comune sopra però la lapide di una di quelle,
in un baule foderato di drappo secondo il dovere religioso, prima
di che tutto che con 4 corrieri ad istanza comune si supplicasse
Monsignore, per racchiuderla in Chiesa nella sepoltura di nostro
Padre, non fu possibile ottenerla forse per dimostrare Dio altra
grazia speciale poiché dopo 4 giorni della sua morte, e
morte sì fluida in pienezza di petto dimorò non
solo incorrotta ma senza verun segno di mollizia, bella come un
angelo trattabile odorosa ed asciutta, benché per il luogo
dov'è bisogna che l'interezza sia portento perché
consuma anche il ferro l'umidità della nostra sepoltura,
in cui godendo ella quella dolcissima requie che meritarono l'eccessi
suoi dolori, anco io quieto la mia lingua lasciando in pace quanto
dir dovrei della sua persona.
D. Giulio poi e D. Anna nostri nipoti sono stati due mezzi per
dimostrare i tragici passi dei passaggi mondani, un giorno e una
notte furono passando da chiarissimi lumi in più immediate
scure, il Giovedi e Venerdì pomposi come due stelle tra
le gioie, e il Sabato anneriti tra lutti e dolori, fu fuga di
morte quella che li cacciò in un ritorno sì deplorabile
quanto la venuta fu applaudibile.
O' munde preditor, bona cuncta promittis sed cuncta mala profers,
né le dico altro delle loro angustie venuta a piangere
invece di godere perché sono tante le sue sfortune quanto
l'amabili modi, a segno che li chiamano comunemente i dolci unguenti
delle nostre ferite, loro e particolarmente D. Anna insisteva
[in] replicate ragioni di non doversi partire da Palma per non
lasciare orfani i palmesi, quali a voce di pianti l'accompagnarono
fino fuori la terra dicendo: signora a chi ne lasciate? ma la
prudenza impedì sì subitania determinazione, ella
nel medesimo giorno che morì la signora madre oltre alle
finissime dimostrazioni ne scrisse due biglietti pregandone a
darci licenza di restare etc., come vedrete in questa che mando
piena di vero affetto, come pure hanno fatto con essa i signori
suoi parenti con [in] arrivare in Aragona con affetto inaspettato;
e di quello [che] ha fatto D. Giulio non potremo mai spiegarlo,
perché oltre alle dolorose dimostrazioni in persona propria
ordinò al Governatore con ordine scritto e solennissimo
che invece della sua persona obbedissero e servissero noi nel
monastero, come la signora non fosse passata al cielo, intimando
alli trasgressori le pene possono dare le sue disgrazie etc. e
se ne vede l'effetti con nostro incredibile disgusto perché
noi nauseamo non che sgradiamo questi stuffi del mondo.
Mandò il giorno seguente del funerale la elemosina di mille
Messe oltre a quelle mandate nei conventi di Girgenti, il funerale
e novena è tutto di sue spese, e il nono giorno ha ordinato
di farsi superbissimo e con tutte quelle ingiunte che non si sono
potute fare nel primo per la brevità del tempo, in somma
siamo state colmate di grazia di Dio nel temporale e nel spirituale
in modo mai pensato non che mai meritato; onde resta a noi il
gradirlo da Dio con un totale distacco non solo di madre già
sciolta ma d'ogni predetto vincolo che il mondo offre per essa.
No carissimo fratello, ma gridiamo a gran voci: dirupisti vincula
mea tibi sacrificabo ostiam laudis, e questa e il nostro cuore
in cielo ove è padre e madre, zio e fratello e tutto ha
fatto un trasferimento. Io qui la lascio e saluto, Palma a dì
7 Maggio 1692.
[sua sorella]
Maria Crocifissa della Concezione]

1692 06 23 AMBP Lettera 13 / 92 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
o non so come ogni
settimana: versus est in luctum chorus noster, e si permuta in
pianto tutta quella consolazione che prima sentivamo all'arrivo
delle sue lettere, sentendole ancora dire alla signora madre,
dimorando lei in una regione sì lontana ove le nostre lettere
[non] capitano, né le nostre notizie vi arrivano.
Oh lunga distanza, diversità infinita chi potrà
simileggiare la santa gente di quel indeficiente piacere con quella
interminabile delle nostre lacrime, li seduli sicurtà delle
divine residenze, con l'immobili incostanze dei nostri pericoli?
Oh vita, oh morte, chi ne farà paragone? In somma: beati
mortui qui in Domino moriuntur, tra i quali essendo con evidentissime
segni la nostra carissima madre altre lacrime non trovo che quelle
di somma tenerezza per piangere i nostri lasciti e sue ereditate
sciagure. Queste sono le nostre naturalezze generate da quella
carne proclivissima al male e produttrice di tante pene, e volesse
Dio che io fossi erede di virtù dello spirito di Dio come
sono di mille naturalezze ed angustie della madre naturale, Signore
mio Gesù Cristo testatore celeste che questa eredità
mi lasciaste in croce, dicendo dopo il corso della tua santa vita:
ita et vos faciatis, io rinunzio ogni bene, ogni sostanza naturale
propria e caduca per l'investitura di una povera vita spogliata
in croce d'ogni consolazione umana propria e divina.
Questa croce SS.ma del distacco terreno che mantiene l'anima distinta
e sospesa sopra il loto mondano, e i tre chiodi delle nostre mortificate
potenze che in essa la stabiliscono siano le prime investiture
del nostro spirato Crocifisso, a ciò veri figli di Dio
possiamo essere come dice San Paolo eredi: quidem Dei coheredes
autem Christi, i quali veracissimi beni, e reversioni SS.me, dalla
terra al cielo e dall'umano al divino consolano le nostre doglianze
estinguendo la grazia e gli sfoghi della natura, così spero
carissimo fratello sia rimasto il suo senso, in questo colpo acutissimo,
già che più fiero non lo poteva dare il mondo, a
segno che perché siamo terra tutto che il cielo pluvia
mille conforti quella incessante traspira certi tra fochi e terrosi
vapori che se non arrivano a far tuoni di pianti almeno incaliginano
e densamente oscurano il chiaro lume delle suddette considerazioni,
né altra consolazione si aspetta umanamente parlando che
la vostra venuta non solo consolatoria ma realmente necessaria,
perché noi spratiche del tutto abbiamo sospeso ogni determinazione
circa fin al suo indirizzo, peggio però sta indeterminato
D. Giulio Maria fino al medesimo indirizzo quale aspetta con tanta
ansia che tra pochi giorni ha domandato più volte che nuova
c'è della sua venuta, come se Roma fosse distante fino
alla Alicata, e però noi abbiamo detto che si quietasse
per due mesi che tanto vi bisogna per sentire la vostra risposta,
mandatela presto per carità bastando per ora la sicurtà
della vostra venuta perché certo è che non può
essere prima della rinfrescata, per il quale tempo pure sarà
la venuta di stato dei nostri nipoti, perché avendo piaciuto
il paese e monastero, a D. A. Maria caccia con ambe gli sproni
per stabilirvisi di stato, a segno che il signor suo Padre per
darle gusto le sta facendo il mobile incluso nella dote, della
quale non avendone avuto niente sin ora chi le ha da dare li ha
fatto a sentire che si vuole aggiustare, e sarà quanto
poco tanto puntuale, e fra due mesi avremo almeno quanto potranno
erigere casa, in tanto questa buona figliola più moniale
che mondana anela alla licenza di potere entrare nel monastero
ove etiam per genio ha lasciato il cuore, e aspetta la vostra
venuta con questa doppia consolazione, né meno desidera
quella di potere entrare nel monastero delli 7 Angeli in Palermo
per esserci cresciuta da quelli madri che ama quanto il cuore.
Onde non faccia che resti priva di questa consolazione, che oltre
all'essere cosa spirituale non è degna di esserne esclusa
per essere sì amabile umile e scrupolosa che si ha disegnato
la cucina per farne la cuciniera a che viene inclinata, e quando
io fui inferma mi faceva qualche cosetta ogni mattina cuocendo
con le sue proprie mani arrivando a fare allo spesso cose di molta
più quantità per 52 persone quante sono tutte di
comunità tutte dalle mani di questa gentile cuocarella,
in somma di faccia, di persona e di costume non si può
meglio desiderare; onde noi vorremmo che la quantità della
carta e nacchari potrà essere quanto ne [ri]entra in quelli
denari secondariamente mandati per comprarsi di nuovo le cose
di cera, le quali se in queste si troveranno spese per essersi
forse le prime trovate guastate, le manderà appresso secondo
l'avvisi che manda.
[ Palma a dì 23 Giugno 1692]
[sua sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]
1692 07 21 AMBP Lettera 15 / 92 copia
Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
edo per la carissima
sua del 21 di Giugno il mare magno della vostra malinconia che
V. R. chiama svogliamento del mondo, il che io non nego, benché
pure conosco che alle volte è puro effetto della natura
cagionato di contrarietà, o di umore malinconico quello
che appare totalmente prodotto dallo spirito; carissimo fratello
[ciò che] prova adesso è il nostro vivere sì
nauseante del mondo, quando non assaggiamo in esso altro che amarore,
all'ora sì quando eravamo meno afflitti e più consolati
per la vita di nostra madre, era tempo di dire: Eripe me, poiché
oltre all'offerta di una vera consolazione, ove sono accomodi
e contenti non commora Dio, e nel monte Tabor egli numerò
i momenti, ma sulla croce la dilungò tanto che etiam morto
fino alla sera non vi era modo di seppellire.
Oh avidezza di Dio di una vita scontenta, umile e disprezzata
che non potendola quasi tirare più oltre, dovendo come
uomo morire, la continua non meno nell'avvilito sacramento, in
cui serrato in un buco, sottoposto a ferramenti, soggetto al sacerdote,
imboccato tra le salive fetenti, coperto di vile seta escrementata
di vermi, contenuto di metalli duri di cuore di miniere si espone
di notte e giorno alla condotta di vilissimi infermi nell'ospedale,
nei tuguri, e vilissime botteghe.
Oh vita di Gesù Cristo sopravvissuta per ansia di patimento
in questa vilissima mostra fin al giudizio finale! e noi per la
minima parte dei suoi patimenti gridiamo: Eripe me Eripe me, quando
dovremmo alla misura dei nostri affanni desiderare più
lunghi giorni per dire con coppia sì santa: cum ipso sum
in tribulatione, fate sì carissimo fratello che il fuoco
di tanto esempio estingua affatto i vostri avviliti desii, e dica
almeno: fiat voluntas Domini. Noi cosi pure diremo per la sua
fredda venuta perché poca speranza ne dà arrivando
all'afflitte afflizioni, questa non cerchiamo per sola consolazione,
perché per questo motivo tanti anni mai la ricercassimo,
ma per mera necessità e indirizzo di quelle spratiche figliole
inespertissime al governo a segno che quelli 4 giorni vi dimorarono
fino molti sgarbi, essendo senso comune che non devono ritornare
senza l'assistenza del Padre D. Giuseppe.
Del resto che V. R. così dispone faremo un fascio di tante
maggiori tribolazioni quanto l'ingrossa questa sua freddezza,
noi la taceremo in Aragona perché stante il di loro senso
non le dà l'animo di darle questo avviso, e buono è
che stanno con questa aspettativa, loro sempre la salutano come
io fo con le sorelle pregandola a dare cura alla sua salute, già
che altro conforto non ne resta al mondo che di un fratello lontano,
Dio la guardi carissimo fratello in cui la lascio e saluto,
Palma a dì 21 Luglio 1692.
[Sua sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

1692 10 26 AMBP Lettera 24 / 92 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
rima che altra cosa
m'impedisca, applico in questa l'ora brevissima di questo disoccupato
tempo, e già che per me è sì oneroso che
posso dirlo corso assai grave importabile e confuso prendo con
V. R. questo esalo e sospirando dico, oh giorni miei troppo afflitti,
quando mai finiranno i miei deplorabili tempi? muoio in essi ohimè,
spasimo, crucio, mio carissimo fratello, mi dia aiuto, come lo
darebbe ad una creatura dolente nel fondo orribile di un ardente
Purgatorio, né io posso dir altro dei miei più crudi
tormenti, quanto dirle in ristretto che io bramo, desidero un
ardente buco, una fessura oscurissima del santo Purgatorio.
Ohimè: quis mihi det ut moriar, quis mihi det ut moriar,
bagnano pur questa carta le mie lacrime a filo, temperano ormai
le mie fervide angustie già che li fan bollire fuori, e
di tal sorte abbondante che se V. R. fosse presente ne scorgerebbe
in me una amara sorgente, la causa non è consapevole al
mondo non solo per incapacità ma perché l'afflitti
miei sensi sono inauditi e di uno mai creduto abbandono, odino
me solo le pietre affatto insensibile e queste sono le mute pareti
di questa mia solitudine unici conforti dei miei dolori, e se
qualche altro ne provo nell'udito umano, lo trovo non meno indurito
non dico nel conforto ma maggiormente nel credito da cui vengo
non creduta non che confortata e compatita, Gesù mio quanto
perse quest'anima nel perdere la tua presenza se pur non è
smarrita la tua grazia perché: omnia bona venerunt mihi
pariter cum illa, e senza questa si è inferocita verso
me ogni creatura, chi più può dirsi disgiunzione
di sangue, controversie implacabili con le medesime congiunzioni
naturali, non essendovi mai pace, continui dispiaceri, e disunioni.
Crucio fratel mio, tra tante opposti che mi fugano, mi caccia
fuori il sangue, mi percuotono gli affanni, e mi mandano fuor
del mondo tutte le creature, se mi ritiro in me per non saper
dove alloggiarmi trovo un alloggio sì oscuro, una asciuttezza
sì grande di tutto ciò che fa viver e che solo l'anima
vive perché è immortale, Signor mio: intus et foris
che povertà, che esilio trova il mio piede, non ha, non
tiene dove tenersi, onde posare e se io cadessi, come per debiltà
fo più volte il giorno, bisogna mi riceva fin l'inferno
perché mi ributta il mondo, e però in ogni cascata
in esso m'intendo: Domus mea infernus est, e quanto in esso si
chiude consideri nel mio cuore solo la speranza di uscirne e la
consumazione del male, perché l'incentivi l'ho se mi dissomigliano
di quel stato miserabile quale io posso dire: terra miseria est
... ubi umbra mortis et nullus ordo sed senpiternus horror inhabitat.
Nella spiuma fratel mio e nella residuata feccia si trovano tutte
le lordure della cuocente pentola, principio deplorabile e fine
più lacrimoso dell'uomo, come è stato il mio che
nel bollore dei miei anni passato in scrupoli, infermità
e travagli piansi in quei giorni la spiuma lordissima di tanti
miei peccati, dopo i quali assaggiato qualche gusto con la serenità
di mezzo, ecco[mi] già arrivata alla feccia se non ancora
della vecchiaia almeno del mal residuato inveterato e cattivo,
e questo oltre al dispiacer feccioso dispiacevole a tutte che
arreca nausea e schifo, sta entro il mio corpo quasi in pentola
rotta nella sanità, annerita nel concetto, fredda in se
stessa, deposta per disutile, e in un angolo di cucina quasi rotto
rastrello per vaso e cibo di animali, come sto io in un altro
del monastero per nutrire con la mia sordida feccia le mie passioni
e moti animali.
Signor mio che cosa aspetto, parmi fossi arrivata a quel punto
in cui solo la morte conviene, solo questa può rendere
servibile questo franto rastrello per nettare o raccogliere in
esso come faceva Giob i vermi e la putredine della mia ultima
consumazione, fino alla quale fratel mio faccia come fa quel Signore
a cui si dice e sia: si peccavimus tui sumus.
Non indegni una sì mal condizionata sorella, una sì
deposta creatura perché se con tutti i miei errori non
mi sdegna la purità degli angeli, ma mi cerca e riceve
con segni dolcissimi di tutte le sue miserazioni; così
lei seguace dell'istesso mi riguardi fratello, mi compatisca socio,
e mi aiuti cristiano, e siale questa lettera da principio a fine
tutta composta di lacrime quasi confortativo nel divino della
mia morte, perché la morte che termina tanti guai non è
degna di pianto ma di contento, in tanto io attendo a compire
questa mia vita tutta contraria di quella apparisce di fuori,
tanto che questo giorno per me straordinariamente attossicata
di lacrime, già mi si fanno le congratulazioni venendo
stimata da tutte delle straordinarie allegre per la venuta faranno
fra pochissime ore i nostri nipoti che se ne vengono per stabilirsi
per sempre e porteranno alle miei cruci più recruci e tormenti,
non per colpa loro, ma per la qualità mia che converto
il dolce in amaro, e già che l'ho tanto, non voglio cagionarlo
a V. R. parimente. Mutando discorso glie ne do buon avviso poiché
prima di quello credeva già sono venuti con buona salute
e meglio disposizione di attendere alla casa loro e servizio di
Dio.
Palma a dì 26 Ottobre 1692.
[sua sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]
P. S. È bene carissimo fratello trovarsi spedita la
mia lettera, poiché la materia da V. R. raccomandata della
regolarità dissoluta non può capire in carta nemmeno
nel mio cuore, benché dagli occhi tramandata, sta però
nel vasto risentimento di Dio come gemebonda madre che debilitata
dalli propri geniti, non figli ma distruttori, li genera infermucci
nei noviziati e li stabilisce incurabili nella professione; oh
disgrazia dei nostri tempi, preghiamo Dio a ciò restaurata
nell'una, e sciolta nell'altra possa restare sempre libera nella
eredità dei buoni disereditando i cattivi; sant'Ignazio
m'intende che con anticipato Spirito Santo prescrisse nella provettura,
la sua professione.
Ma oh che dirà il mondo, o li contrari: mundus eum non
cognovit, questo è l'interesse di Dio insinuato per lume
ai supremi Prelati, i cui sensi e decreti debbonsi sentire come
ex ore altissimi, a cui io umilmente prego, e V. R. caramente
saluto.
Il decreto di San Giuseppe si mandò prima di sentirsi al
signor Vicario generale con una comodità che non si poté
trasferire, e ne desideriamo qualch'altro per il nostro monastero
e clero da cui unitamente è salutato.
1693 01 14 AMBP Lettera 01 / 93
autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
i trema la mano,
non solo per la mia infermità non ancora affatto guarita,
ma perché sotto li piedi ne trema la terra, e pare ne ributti
con li suoi terremoti e loquaci aperture: terra tremuit et quievit;
ma questa volta non già perché replica, e non cessa
il suo formidabile tremore. Io per me tremo con essa, e non sarei
da scrivere, ma da lacrimare, perché per li miei peccati:
veniunt adversa; ma suor Maria, nostra sorella, a cui tocca scrivere
questa settimana, mi chiama in aiuto rendendosi insufficiente
alla notizia di tanta nostra sciagura.
Sappia dunque che, Venerdì notte 9 del corrente, abbiamo
avuto come un vento nell'udito che fece tremare li letti delle
sorelle, quali destandosi appena l'appresero, perché siamo
non pratichissime di questi mai successi avvenimenti, chi asperse
la cella di acqua benedetta stimandolo demonio, chi cacciò
fuori credendo qualche gatto muovesse il letto, chi una cosa,
e chi altra fino alla mattina, quando s'intese per tutto esservi
stato terremoto. (1)
Domenica poi, undici del medesimo, ad hore 21 replicò con
una terribile tempesta di tuoni, vento, grandine e pioggia di
molto spavento, oscurò siffattamente il giorno quasi totalmente
oscuro, in cui seguì come un rimbombo che faceva saltare
la terra sotto li piedi, e muoveva le mura con continuo movimento;
le lampade di sospese mai [si] fermavano, li quadri si scuotevano,
le finestre, porte ed altre aperture ribattevano, queste voci
però delle creature insensibili furono poche a comparazione
di quelle spaventevoli [che] facevano le creature ragionevoli.
Si vide e sentì un grido generalissimo in tutto il popolo,
correvano con urla di fortissimo pianto in tutte le Chiese, e
come una furia di vento ne entrarono a centinaia nella nostra
Chiesa; le donne si stracciavano le trecce, si battevano li petti,
si percuotevano la faccia sopra li mattoni gridando pietà,
misericordia; gli uomini facevano non meno buttati da capo a piedi
sul pavimento, da dove vedendosi risaltare rinvigorivano le voci
senza mai finire.
Oh cosa orrenda! gridava per noi quasi l'universo, uomini, donne,
cielo, aria, acqua, e terra, fino alle campane [che] da loro stesse
risuonavano, rimuovendosi in quel terremoto li loro campanili.
Ma chi può dire il gran vantaggio di tutte le nostre più
timide, più semplici e più indebolite sorelle, le
quali oltre avanzando quanto ho detto, sono rimaste sfigurate
e distrutte di tanti spettacoli, lacrime, digiuni, processioni
e discipline, a segno tale che molte caddero una sull'altra in
sincope mortali, e sono seguite febbri, deliqui, dolori, etc.,
che muoverebbero le più dure pietre a compassione.
Oh giusta ira di Dio! ecco qui la colpevole: iustus autem quid
fecit; piangono per me tante sue creature, tanto che egli stesso
ne mostra i segni, facendone a me una doppia partecipazione; era
io in questo tempo, in una cava sotterranea da dieci palmi, sotto
il più basso nostro pavimento, e chiamasi la cava della
Colomba Rosata, per essere dietro la sua cappella, (2) quivi in
remotissima parte lontana affatto dell'abitato; stava io come
sepolta dietro quelle devotissime mura, quelle in un momento in
quella sovversione d'aria si resero muovibili, conchiudendomi
in quella angusta caverna stretta ed oscura, il pavimento mi alzava
li piedi, le mura cadevano ai miei lati, e l'uni e l'altri mi
ributtavano la persona.
Mi alzavo io sollecita, a questa spaventevole immobilità,
per uscirne la porta, ma la ritrovai si fortemente serrata di
quella ventosa tempesta, che né botte, né forze
bastarono per aprirla, né la mia voce poteva sentirsi per
la gran distanza del luogo sotterraneo e disabitato; ma oh provvidenza
divina! oh gran misericordia! nei casi disperati, quale stando
io per abbandonarmi estinta in quella cava di mobile tormento,
mi si aprì lievemente la porta contro il verso di quella
serratura, ma perché mi ributtava mobilmente la terra in
un risalto continuo, e le mie membra per il terrore più
d'essa tremavano, non poteva dare passo, non che salire la prima
scala fino al primo pavimento, dovendone salire altre due e più
corridori per trovare le sorelle.
Ohimè fratello, fu colpo del cielo sopra me troppo tremendo,
ma non privo di pietà, poiché in quella orribile
mobilità della terra (in cui ogni passo mi pareva affondasse
un precipizio) mi intesi come risalire sopra essa in un ponte
rilevato, passando in questa con qualche mitigazione sopra quel
terremoto; arrivai insomma fino all'ultime stanze, senza mai vedere
persone incontrandomi fino ad esse, le voci dei loro pianti che
fecero la via per ritrovarle, crebbero alla mia vista più
che mai, perché non vedendomi tra esse per molto tempo
mi ricercassero, mi credevano assorbita dalla terra o di qualche
altra disgrazia, e tutto che passasse più tempo in questo
mio deplorabile cammino; ritrovai ancora in moto quel pavimento
di nostra Signora del Riposo, (3) ove erano tutte sì dimoranti
sempre la sua lampada nel quale tempo sopravvenne quella furia
di popolo come sopra ho detto.
Il terremoto ha replicato più volte, ma in parte bassa
o sotterranea ove io l'ho inteso è stato più terribile,
a segno che nella sacrestia della Colomba Rosata, che è
la prima [cosa che si] incontra di quella suddetta cava, si ritrovarono
le casse cadute e rovesciate della parte davanti, e li quadri
delle mura caduti per terra, la porta smurata, etc.. Benché
in tutto il monastero di ciò non vi è stato segno,
ed è rimasto intero, siamo noi però le meno anzi
niente danneggiate, né di fabbriche, né di persone
per grazia di Dio, perché altri danni e molte rovine sono
state in altre parti. E delle più appresso, sono venute
fra breve questi avvisi, cioè, nella Alicata è stato
il terremoto assai più del nostro, nel quale cadde la cupola
di sant'Angelo, sopra fortissime colonne parimente cascate, sconquassò
tutta la Madre Chiesa e un'altra del Salvatore, atterrò
li bastioni regi, la porta grande della città, e innumerabili
case della medesima; in Girgenti buttò per terra li tetti
di due monasteri, buona parte del Seminario, e aprì quasi
tutta la Madre Chiesa; in Naro sfabbricò molte case, e
aprì una voragine di due miglia e simili danni; Camastra
si sfabbricò quasi tutta, e in tutti non vi è stato
danno di persone fuorché un povero putto in questa ultima
nominata, questi sono a noi li più vicini; benché
dicono che altri e peggio avvisi verranno dalle lontane, né
mi dà l'animo ravvisarle tutte, perché una continua
voce di pianto di questo contrito popolo mi atterrisce il senso
e mi stupidisce la mano.
Ieri questo popolo penitente portò dalla loro Madre Chiesa,
la santa cassa del corpo di San Traspadano, l'immagine della protettrice
nostra Signora del Rosario, e quella di santa Rosalia, esponendosi
ancora la santa cassa del nostro glorioso San Felice, la quale
processione dimostrò la nostra Palma una Ninive convertita,
le loro preci furono una continua voce di pianto, il clero, confraternite
e gente migliori erano vestite di penitenza, coronate di spine
e corde al collo; il primo dei quali così penitente comparso
fu il nipote nostro, e perché si disciplinò in pubblico,
sollevò per tenerezza tanto grido nel popolo, che disciplinandosi
ancor questo, mi parve per spavento essere il giorno del giudizio,
li confessori assistono da mattina a sera alle confessioni, l'Arciprete
assiste alla persuasione apostolica con assai profitto, e perché
questi non bastano si sono chiamati religiosi dei più vicini
conventi.
Tra tanto stiamo con la morte sulle labbra, perché il meno
vi si pensa trema la terra, e con tanto nostro spavento ed imbecillità
dei corpi, che etiam quando non è gridiamo come tremasse,
perché ci vacilla la testa; in somma ogni moto, ogni fiato,
io muoio e mi tramuto, e tutte siamo così, perché
questa notte senza esservi moto si suscitò non so che nel
popolo, e senza saper come, uscirono dalle loro case come una
furia del mare portandosi in campagna a torma a torma, essendovi
al nostro rimpetto sul poggio di sant'Angelo più di settecento
persone, e alla fine si trovò questo fracasso senza causa
e per mera apprensione. Oh Dio! oh Dio! oh pietà divina:
averte iram tuam a nobis, altre voci non si sentono, e simile
preci si proclamano, e le nostre sorelle stanno in tanto fervore
che fanno vedere il nostro monastero come quello di San Giovanni
Climaco, e una Ninive in pianto. Il giorno del terremoto, tutto
che si fossero tutte generalmente comunicate, si vollero di nuovo
confessare dimorando il confessore entro la nostra Chiesa sino
alle tre hore, e stiamo in questa spasimevole aspettativa di qualche
nuova replica come sin'hora ha fatto, benché è passato
senza moto un giorno e una notte intera.
Carissimo fratello, assecondi le nostre preghi[ere], plachi Dio
l'ira del Signore, e noi l'abbiamo fatto non meno per codeste
parti, il dubbio di esservi stato costì, ci tiene in pena
e con grandissima pressione. Avvisi presto per carità e
per nostra quiete, li nostri sbigottiti nipoti consideri come
siano, l'una inferma benché migliorata e l'altro afflittissimo
per tante penose contingenze; sono però ambedue di stimatissima
qualità, timorosi di Dio, approfittati delle croci, frequenti
nei sacramenti, confessandosi per lo più ogni tre giorni;
ma il nostro è tanto tenero di cuore che commette la giustizia
ai buoni ministri per non poterla esercitare; ella è un
poco più virile, e appena riavuta del morbo e ravvisata
di tante spese diede [
.] premeditano al presente per bene
della casa e servizio del Signore, e vi attenderebbero di vantaggio,
ma poveretti troppo li sbatte la croce, benché con loro
perfezione; preghi Dio per esse, e per tutte noi nelle presenti
sciagure, per le quali scusi lo sbaglio di questa carta avendone
lasciato bianco mezzo foglio, perché non so che dire, e
scrivo tremando, e particolarmente ora che parmi se non fu la
mia testa avessi inteso certo tremito, e cento anni mi pare ne
domando per accertarmene, e però finisco: Christus nobiscum,
state, amen.
Palma, a di 14 Gennaio 1693.
[vostra sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]
(1) Parla del terremoto che sconvolse gran parte della Sicilia;
(2) La cappella della Colomba Rosata, è ubicata a piano
terra e a livello del giardino attuale del Monastero;
(3) La cappella di Nostra Signora del Riposo, si trova ubicata
a piano primo vicino al coro delle monache.

1693 02 05 AMBP Lettera 03 / 93 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
icevo in questa
settimana una carissima sua del tre di Gennaio,[
.] altro
ma d'ogni tempo benedire il Signore come per altra mia le scrissi
il tempo presente, però ci diverte d'ogni altra applicazione
fuorché degli spettacoli presenti, quali sono tanti e tali
giornalmente se ne raccontano che parmi [la] Sicilia essere divenuta
la valle di Giosafat, ove sarà l'ultimo giudizio; tali
segni si sono osservati per l'occorsi terremoti, non solo in terra
ma nel cielo, nel mare e tutti gl'elementi. L'aere si mostra allo
spesso terroso, oscurando quasi [a] notte il giorno; il fuoco
di Mongibello folgoreggia come gran tiri di cannonate le fiamme,
tra delle quali distrusse in un istante tre distanti città,
ove, andarono a colpire.
Il mare in qualche parte si alza più del solito, trenta
e quaranta palmi, e in altre si ritira disseccando l'acque sino
al centro; come accadde due miglia lontano di Malta, ove stando
navigante una nave disseccarono l'acque, subbissandola fino al
centro, fino al termine di sì spaventosa seccaggine; perché
ritornando di nuovo l'acque la salirono di nuovo nel pristino
stato, ma con tale spavento dei marinari, parendogli venire dalle
più formidabili profondità del mondo, che dispensando
tutta la mercanzia ai poveri, vanno per amor di Dio elemosinando,
e vedesi in vederli non sembianze d'uomini ma di cadaveri attoniti;
come già ne sono pieni li boschi, salvandosi in essi li
pochi rimasti delle città distrutte. La nostra marina pure
mostrò la sua meraviglia, mentre verso il nostro castello
di Monte chiaro si ritirò quasi un miglio, ma con molta
più meraviglia, perché da dove partì non
lasciò arena o scogli, ma fertilissima terra a segno che
possono lavorarla come la più campagna amena. (1)
In somma questi tre elementi sono state assentiti alla loro compagna
terra, origine e causa di tutti li sconvolgimenti, solo io non
assento alle disposizioni divine con la pretesa mia emendazione,
per cui sono venuti questi deplorabili castighi; e benché
Dio [si] mostra placato per intercessione di sua SS.ma Madre,
essendo più di 25 giorni senza moto di terra, siamo rimaste
però così tremebonde sopra essa, e tanto imbecilli
di testa che tutte tremiamo senza terremoto nessuno. E dicono
che il nostro fu niente, e solo formidabile, e da noi assai lontano
per cui tremò tutta Sicilia, e mi vengono le lacrime pensando
che oggi è sant'Agata, protettrice gloriosa della distrutta
Catania. Mirabile caso successe però della venerazione
dei santi, poiché distruggendosi questa tutta, e pure tutta
la Chiesa della predetta santa, solo restò intera una piccola
cappella ove si conservano le sue ossa nella preziosa Cassa; ma
fu di vantaggio stupendo ciò che in Modica successe del
SS.mo Sacramento, perché atterrandosi tutte etiam le Chiese
e sacramentati altari, un parroco il domani facendo dissotterrare
il tempio per ritrovare la sacra Pisside, ove solo otto particole
aveva lasciate, la ritrovò pienissima col numero di quante
particole erano nelle Chiese sacramentate, essendo tutte in una
pisside invisibilmente trasportate. Ciò si predicò
nella nostra Chiesa con frutto e stupore di tanto miracolo.
Altre ne dicono, ma io con uno finisco, e l'occhio mio ne fu testimonio,
ricordatevi prima che nel tetto della nostra Chiesa vi sono tre
quadri, uno di nostra Signora del Rosario, il secondo di santa
Scolastica e il terzo di santa Metilde, poco distanti uno dell'altro;
(2) il primo stando noi tutte nel coro nel tempo medesimo che
il primo terremoto era cessato, mostrò una evidentissima
meraviglia osservata anche da tutto il popolo, e fu un dibattimento
assai gagliardo di detto quadro, stando però fermissime
non solo i due quadri con esso ma tutto il tetto, e dibatteva
di tale forma come avesse sostenuto il tetto con le proprie spalle,
credendo tutte che similmente faceva la figura di quella Madre
tenendo il tetto che non precipitasse in rovina, gridava fra questo
alla vista di tanto spettacolo tutto il popolo, seguendo a più
gran voci il SS.mo Rosario. Nella fine del quale fermò
quel dibattimento, riconosciuto miracoloso per voce popolare,
né si può dire quanto di ciò universalmente
sono restate devote, tra venti e più giorni altro non si
ha visto che lacrime e sangue ai piedi di questa Signora, che
ultimamente se l'hanno riportata nella loro Matrice con una bellissima
Palma nelle mani con l'offerta che dice:
Nelle tue mani, de', difesa sia
Questa Palma che vive per Maria.
Noi pure prima di andarsene questa gran Madre del Rosario, non
potendola seguire col corpo, le demmo nelle mani a guisa di corona
una filza dei nostri cuori che per essere noi tra monache, novizie
e converse 53 formarono appunto la terza parte del SS.mo Rosario,
e per finimento a guisa di medaglia ne pendeva uno ben grande
con la scrittura che diceva (del popolo di Palma), e se il divino
gradimento fu come la vista quale fu bellissima come di finissimo
corallo.
Noi possiamo tutte stare liete, benché dopo portenti tutte
dobbiamo dire: servi inutiles sumus, ed io vera feccia del mondo,
e secco legno d'inferno ho pregato con vere lacrime a Dio, che
riemerga me nel mare di tante pubbliche sciagure, acciò
non siano penate da giusti tanti miei incessanti errori; caro
mio, amato fratello assecondi le mie lacrime le mie giuste preghiere,
e dica con me al nostro vero bene: auditui meo dabis gaudium et
letitiam, acciò mi chiami nella regione beata, con questo
sospiro la lascio, e sospirando la saluto. Palma, a dì
5 Febbraio 1693
[sua sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]
P. S. Più belli versi si sono fatti in questa occasione del terremoto, quattro dei quali benché siciliani mi trovo presente e l'invio acclusi, essendosi cantati nella nostra Chiesa con molto profitto e pianto universale.
(1) La venerabile comunica al fratello che in Palma vi è
stato un maremoto;
(2) Parla dei tre quadri che sono incorporati nel soffitto ligneo
della Chiesa del Monastero;
1693 04 06 AMBP Lettera 08 / 93 autog.
Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
n questa posta riceviamo
una carissima sua del 7 di Marzo, con l'avviso della sua mediocre
salute, assalita di quando in quando di quello accidente nel cuore,
che quanto meno vi si pensa, tanto meno assalisce essendo soggetti
etiam all'immaginativa questi effetti cordiali, e comunque sia
bisogna soffrirli con la dolce facilità della volontà
di Dio, giacché questo è il mezzo più facile
di abbracciare la croce, come egli medesimo l'accettò dicendo
al padre: non mea voluntas sed tua fiat, e la chiamò col
nome di calice per dimostrare forse la brevità dell'umano
patire, come è il breve transito di una liquida bevanda,
somigliantissima alla vita umana impermanente nel bene e pure
nel patire, e se il supposto è tale, tale pure sono le
sue supposizioni: transeunt universa et tu cum illis, e noi già
ne stiamo osservando le scene nella prosperosa Casa dei Sig.ri
Ribera.
Mentre nel colmo delle loro ricchezze, fondate stabilissime nella
prosperità di due figli maschi di età trentesima,
ecco l'atterra la morte togliendogli ambedue tra il breve spazio
di 3 mesi, uno già lo sapete, e di quella disgraziata maniera
la fece, e l'altro sta spirando con una febbre maligna di 14 giorni
in circa; ma come un santo, perché dissentendo alla gagliarda
col Sig.re suo padre circa la sua vocazione di farsi onninamente
religioso, ecco Dio aggiusta la lite, lo toglie dal mondo in atto
di accasarsi, prima di sottoscrivere il matrimonio, da cui quanto
lietamente si sbriga come bramava, tanto afflitto lascia il povero
genitore, che incapace di tale doglia sta fuggito di casa senza
mai più tornarvi. Fuorché una volta chiamato per
l'ultima benedizione dal moribondo figliolo, che più aggiustato
di questo gli fece dopo l'ultime funzioni una riverente ammonizione
per l'eccesso di quel sentimento, dicendogli tali e tante cause
di conforto, e di sua bassezza e labile importanza di sua casa,
che fece piangere un popolo, e questo è il suo stato tutto
quiete per se stesso, e tutto affanno per il padre e madre, quali
piange la casa estinta, il figlio quasi morto, e il padre mezzo
scemo: o munde preditor, bona cuncta promittis sed cuncta mala
profers.
E stando noi fra queste scene ecco fu chiamata suor Maria Serafica
in parlatorio, ove ritrovò come un uomo attonito D. Geronimo
Ribera, zio del suddetto moribondo, che essendo venuto a piedi
da Scicli in Palma appena aveva discorso, e credendosi la suddetta
sorella essere così per il mal stato del nipote, e per
tale causa venuto egli nell'esserne domandato rispose, che nipote,
che nipote, altro che uno mi tormenta avendone visto morire dodici
mila tra tre momenti. Ne sa parlare d'altro che del terremoto,
numerando quanto palazzi tanto monumenti, essendo divenuti tali
tutti quelli sontuosissimi della città di Scicli, e guardando
come fantasma il tetto del nostro parlatorio disse: questo è
il primo tetto che vedo dopo il terremoto, e disse che "se
parlassi 10 anni, mai potrei dire quanto intesi e vidi in questa
distruzione", i di cui pochi abitanti restarono fino adesso
tutti tremanti dal cinto abbasso, e con tanta mancanza di retto
giudizio che appena conoscono la diversità del sesso, tale
che in una baracca di quelle loro campagne vi stanno e dormono
gente diversa, cioè religiosi, donne e secolari senza avvertire
la loro condizione, e questo meschino dice una cosa, e poco dopo
la replica, e ridice più volte senza sapere come se li
nomina il nipote morente che lui stimava più del suo cuore,
e lui vi risponde (12 mila morti tra tre momenti) né bada
ad altro, né si cura di niente.
E pure Scicli è la più piccola città delle
subissate, ed io ammiro la gran potenza della croce, perché,
se un colpo di questo sbarbicò di tale sorte etiam l'affetti
naturali di questo Sig.re, a segno che passando per la Alicata
non entrò in essa per vedere un carissimo nipote in fine
di morte, né tiene pensiero d'andarvi, che farà
il tocco di quel Crocifisso che santificò la croce e rapisce
in un sguardo tutti li spiriti angelici non che affetti umani?
Oh sacra calamita: trahe me post te mi bone Jesu e perché
questa arriverà costì in quei giorni, che si farà
l'anniversario della morte di nostra Sig.ra e santa madre, ricordatevi
in tali giorni dei godimenti della madre e lacrime delle figlie
ancora recenti nei nostri cuori, e ciò non tanto per la
sua assenza quanto per invidia di rivederla beata, così
la spero nel cielo per essere vissuta santamente in terra. La
medesima suor Maria Serafica la prega a mandare i breviari [che]
una volta le disse suor Maria Maddalena, per una sorella secondo
la nota inviata, e glie lo raccomanda assai non ostante averle
detto di non mandarli nella posta passata.
Di D. Giulio non ho che dirle di nuovo, ma che seguitano nelle
stesse risoluzioni come nell'acclusa vedrà i suoi stessi
sensi, per cui lo raccomanderete al Signore: fiat voluntas Domini,
per amore di cui raccomandandole la vostra salute e spesse notizie
d'essa, per nostra unica consolazione, caramente la saluto, e
lascio nel Signore. Palma, a dì 6 Aprile 1693.
[sua sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]
P. S. La sorella del breviario mi ha dato l'acclusa nota, quale mi pare un imbroglio tale che lei stessa mi disse per dirle che se non si sente, o trova difficoltà, lo mandi senza legato, come disse la prima volta, che lo farà fare a suo modo in Palermo.

1693 07 04 AMBP Lettera 10 / 93 autog.
Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
enché non
siano venute sue lettere, ed io oggi sia poco buona di salute,
per essermi questa mattina alzata di letto ove sono stata con
febbre, scrivo questa brevissima per non disordinare la regola
di scrivere una di noi ogni settimana; quale toccando a me di
presente sono a darle notizia di noi, che di ogni stato la passiamo
bene mentre nello prospero e nell'avverso si fa la volontà
del Signore.
Io però mi sento come un fiore marcito e vicino alla recisione,
parlo dell'anima assai somigliante al corpo, poiché disseccata
affatto dalle annaffiature necessarie, umane e divine: sic efflorebit,
nemmeno l'associa il suo indivisibile compagno assai disseccato
ed infermo, che lo direbbe un secco fieno estinto: omnis caro
fenum, disponendosi ad essere pascolo di vermi come adesso è
cibo d'animali quali sono le mie insaziabili passioni, e di questo
arido germe, che sugo mai potrebbe esprimere! qualche lacrima
lo bagna, ma senza penetranza come nella paglia secca, che più
se ne in fradicia che si ravviva.
Preghi Dio per le mie aridezze, che per essere troppo estive nella
immaturità delle mie opere sono cadute per terra rifiutate
da Dio, dagli uomini e dagl'animali, poiché nemmeno l'appetiscono
le mie stessi passioni, questo è il mio stato derelitto
in terra, ove starò fin al risorgimento finale: surgite
mortui, per andare all'eterna resurrezione, in tanto la saluto
come fanno le sorelle tutte del monastero e le nostre [........].
[Palma, a di 4 Luglio 1693]
[sua sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]
1693 07 29 Lettera 12 / 93 CVI
Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
spettare tempo,
e ordine per scrivere, secondo fra le sorelle costumano, per me
non è possibile, perché la mia infermità
solo lo permette quando piace a Dio, e siccome tra più
mesi me l'ha impedito con acerbi impedimenti, così adesso
mi dà luogo per superarli, ma non per fuggirli, e tuttoché
potessi, mai non sarei per farlo, sapendo, che ove sta la croce
è il Crocifisso, e allora che egli si depose di croce,
io scenderò dal mio patibolo, che fu verso l'occaso, quando
in quel della mia vita io mi deporrò in sepoltura.
Oh afflitto tempo più del presente amarissimo! quando mi
licenzierò dalla croce, l'abbraccerò strettissima
per mai più vederla nella vita eterna; né altra
tenerezza più cruda di parenti, ed amici mi sento nella
fine di questi mezzi estinti giorni, quale è verso la croce,
a me più assidua di madre, più intima di parenti,
e più giovevole di amici.
O' crux ave spes unica, di cui più m'intenerisce la licenza,
che la salita; e benché colà sono li frutti di questa
santa radice, e la mano gloriosa che la ha piantata, rammenterò
sempre li suoi benefici, non potendo le mie pene, e beata me se
per ultimo vale, morrò baciando questo santo Legno: o'
baculum senectutis nostrae; né altro sostiene le mie forze,
e gli aspri cammini della nostra peregrinazione.
Intanto, carissimo fratello, il mio desiderio: sursum respicit,
e l'anima con la lingua mia: suspirat, et clamat: aperi Domine
portam Regni tui, et introduc peregrinam de exilio ad te revertentem;
audi me Domine, et salva me a corporis vinculo; e sono non passi,
ma veloci stadi per arrivarvi questi fervidi desideri, perché
consumano la vita, e le forze naturali.
Ma Dio, che sul dorso di una piccola bestiola trasporta da un
luogo all'altro montagne di pietre per smisurate fabbriche, così
sopra tenue forze carica con la sua possanza some di alti conflitti
per suoi disegni divini; ed io, che porto da sassi li miei onerosi
peccati, dirò carica, e stracca: ut iumentum sum apud te,
et ego semper tecum; e so, che non mi caccerà lontano da
sé, se li porto non nell'opera, ma nel pentimento. E dalla
sua presenza, saremo, carissimo fratello, (almeno per grazia)
non solo alleggeriti, ma personalmente aiutati, mettendosi insieme
con noi all'aratro, sotto quel giogo, che egli chiama soave, e
leggero, anzi di più mentre non da pari, ma da ministro
ci promette questo aiuto, come dice: Ego in medio vestrum sum,
sicut qui ministrat.
Ah dolce promessa! e chi non andrebbe in corso, alla fatica, alla
morte per morire con Cristo, come ai suoi compagni consigliò
San Tommaso: Eamus et nos, ut moriamur cum eo, dal quale coraggio
nacque in questo magnanimo discepolo l'introduzione beata della
sua mano nel lato giocondo del suo Redentore, volendolo accettare
nel diletto, come egli si offerse nel patimento: si compatimur,
ut et conglorificemur.
Animo dunque, coraggio, carissimo, al patire, alla morte appresso
Gesù Cristo; e se egli è sì copioso in aiutare,
quanto lo sarà in retribuire, ove d'immensa misura centuplica
le nostre misurate fatiche, premiandole colà con una eterna
molteplicità di beni? Sustine, dunque: sustine tempus ad
modicum, et videbis mirabilia; né altro ci manca per faticare
con fortezza in società di colui, che da: pro parvis immensa,
pro infimis summa, pro perituris aeterna. E frattanto se la vita
viene meno, e finirà del tutto, separando la carne nostra
per unirci in Paradiso: Exultemus, et laetemur, perché
il frumento mentre sta unito nel granaio non fa veruno frutto,
come copioso lo rende quando la terra del campo frapponendovi
sotterra l'uno, e l'altro granello; così il corpo umano,
frappostavi quella della sepoltura di parenti, conoscenti, ed
amici, produrrà quei frutti, che gusta l'anima sua in Paradiso.
Oh Dio, che felice raccolto! ma seminato di lacrime, quali in
questo punto solo restano agli amici, e parenti del glorioso Mietitore.
E se io arriverò a termine con quei mendici spigaroli però,
che vanno raccogliendo nei seminati altrui, dietro li mietitori,
come già fo mendicando dell'ampia villa di Cristo il viver
mio nei suoi copiosi meriti.
Oh che lieta giornata sarà la mia morte! che così
sortisce senza veruno dolore, fuorché il naturale, e di
che lascio a V. R., e mie sorelle, che etiam della infermità
si mostrano inconsolabili; onde resterà a lei questo officio
di consolatore, mentre io l'ho fatto antecedentemente a V. R.
con i predetti sensi, e tanto io nella morte, quanto chi resta
nel dolore, dica ogn'uno da per sé uniformato al divino
volere, vero letto di pace: in pace in idipsum dormiam, et requiescam.
Palma, a dì 29 Luglio 1693.
umilissima serva, e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

1693 09 08 AMBP Lettera 13 / 93 autog.
Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
icevo con mia afflizione
la sua carissima lettera del 8 d'Agosto, per sentire la straordinaria
scossa [che] vi ha dato la vostra indisposizione, benedetto sia
Dio: cuius livore sanati sumus perché riflettendo alle
sue piaghe invigorisce ogni anima, e rinforza più che sana
per soffrire ogni dolore: videns tuas angustias Domine meas levius
portabo, e cui si lamenterà del cuore vedendo il suo spalancato,
cui dei piedi e delle mani alla vista di quei chiodi, o pure del
capo al riflesso delle sue spine, né mai da tutto il corpo,
considerando il suo esangue e consumato: non est santitas in carne
mea.
Ah! carissimo infermo, unguento e medicina d'ogni cuore, e corpo
addolorato, e benché V. R. chiama ospedale il mondo per
li dolori e marciume in esso di molte miserie, io ritrovo in Cristo
più ospitalità santa, e più salubre medicina
propria, maggiormente per tutte le incurabili, e quanto più
disperate del medico e inguarite dalle cure, tanto più
(come disse) rinvigorite e forte di queste eccelse medicine; questi
sì fratel mio siano i nostri curativi per sostenere assieme
con li dolori le conseguenze più amare delle medesime indisposizioni,
e facciamo conto che tutte miste siano un medicamento per la salute
eterna, conseguita nel giorno della nostra resurrezione, e mentre
cessano tutti li lamenti soggetti a quel gran penante in croce
che: est salus vita et resurrectio nostra.
Io non nego qui la parte al senso assai per altro addolorato,
per sentirla sì afflitto nel corpo e nello spirito, pazienza
fratel mio, questa amara vita passerà quanto presto, e
se il mondo è palude ove: refrigescit charitas, e Davide
gridò in essa: infixus sum in limo profundi bisogna sentire
le fastidiose grida delle sue rane, quali ognun grida a suo modo,
chi per dolore, chi per querele e tutte uniformi per varie afflizioni;
ma chi come Sicilia, che per la strage dei terremoti manda miserabili
clamori, con le rovine, poiché essendo in qualche modo
riparate per li poveri abitatori caddero di nuovo rovinate dai
terremoti che seguitano in quelle parti, e non sappiamo se accadde
il medesimo al riparato monastero di Scicli, a cui si mandarono
da qui due barche di canne, perché invece le mura le fanno
incannate, e mandano per canne per ogni luogo che possono trovarle,
avendo reso in penuria i canneti, e vi è sopragiunto il
flagello delle pulci in tanta smisurata copia per la polve[re]
delle rovine e fradiciume dei corpi morti che ne vedono ricoperti
li pavimenti. E il primo piede che scende la mattina in terra,
si vede ricoperto in modo di questi animali che par fosse con
scarpa e calzetta, senza minimo luogo ove non fosse da esse ricoperto;
scrivono impazienti, gridano avvinti senza rimedio fuorché
di continue scotole nell'acque, quale quasi condensano per la
quantità di questi animali che hanno ritrovato li flagelli
del Faraone. La nostra sorella colà ha speso da 2 cento
onze in semplici ripari, per buttarsi a terra quando sarà
tempo di formalmente fabbricare.
Oh gran rovina, preghi carissimo per questo afflitto regno, ed
io pregherò, benché indegna, per il nostro Pontefice,(1)
e [per] tutti li figli della Chiesa, acciò siamo buone
pecorelle del nostro buon Pastore. Li nostri nipoti stanno l'uno
bene e l'altra mediocre di salute, ma fermi per ora nella città
di Palermo, benché passeranno alla Torretta fra breve;
pregate ancora per essi, e per la concordia loro col signor Principe
loro padre, con cui dibattono per lo stato di Palermo volendo
questo che incontinente si partano, e disse l'altro giorno: oh
quanto era meglio fosse morta mia figlia in quella infermità
mortale, che non mi terrebbe con questa lamentela nel cuore, e
le rispose un uditore Palmese: Sig.re quanto dite bene, noi siamo
pentiti dei voti fatti.
Ed ecco già due voci di rana, che variamente gridano la
loro afflizione, ed io che più di ogni una sono infissa
e profonda in questa fetida palude soggiungo la mia voce più
dolorosa di tutte, e dico: doleo super omnia offendisse te amabilem
super omnia, perché sopra ogni tormento deve essere inconsolabile
quello di avere offeso Dio, nostro unico bene e vero Creatore,
con che implorando vere lacrime da chi lo pianse perfettamente
ai piedi della croce; dico per ambedue questa supplica: quando
corpus morietur fac ut anima donetur Paradisi gloria, e perché
io aspiro e confido assai in queste parole, la prego a replicarle
qualche volta per me, giacché vedo quasi prossimo il tempo
di effettuarsi questa orazione, a Dio fratello, in esso la lascio
e caramente saluto.
Palma, a dì 8 Settembre 1693
[umilissima serva, e sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]
(1) Innocenzo XII;
1693 12 12 AMBP Lettera 14 / 93 autog.
Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
a vostra carissima
lettera diretta a me, mi trafisse l'anima per sentire in essa
le vostre passioni cordiali e oppressioni di spirito non meno
afflittive, e chiamo Dio in aiuto dicendogli con il santo Davide:
non me demergat tempestas aquae neque assorbeat me profundum,
non essendo meno li naufragi e fluttui di questo mondo; benché
con la medesima tempesta la voglio inanimare ricordandole che
quando il mare sta in furia, fa in un istante due effetti assai
contrari, cioè, quanto assicura i pesci interiorati in
esso tenendoli liberi di pesca e pescatori, quali non assicurano
le reti nell'impeti marini, tanto rigettano, dibattono li legni
estrinseci facendoli pericolare e talvolta perire.
Ed ecco l'uomo fratel mio: sicut mare tremens; oh affanni di morte
quando egli è sossopra nelle fantasime, soffiato di sentimenti,
commosso delle fomite, sconfitto degl'assalti, precorso dal demonio,
assorbito dall'umano, e abbandonato dal divino. Oh che fortuna,
oh che procella, oh rabbia marina, ma felici i pesci, i nostri
interni sentimenti li quali immersi in tanti infortuni e tribolazioni
vivono liberi di quelle reti, ed esca dolcissima che alletta all'amo
dei gusti terreni, ove, nelle calme e bonacce si adescano al male
tante creature.
Oh dunque sante procelle! fate a cavalloni degl'impeti, frenate
mai le furie, spezzate le reti, e tutti gli adescamenti umani,
acciò non venga all'effetto sì iniqua pescagione,
né curiamo carissimo il secondo effetto contrario, cioè,
se li legni patiscono, le vele, li remi si rompono, e tutta la
nostra esteriorità e sensibilità proclamano: Domine
salva nos perimus, poiché Gesù assicurato l'interno
dorme in procella sulla sicurtà dell'anima, e sì
assonnato e stabile, che dice in tal sonno: cum ipsa sum in tribulatione,
ed io di tale stato ne sto in parte all'effetti, perché
in sentirla afflitto, oh quanto mi affliggo, e grido col marinaio:
calma, calma; ma poi considerando li suoi pesci sicuri, anzi lontani
di adescamento umano a segno che più brama morire, che
in questo mondo godere, mi rientro nell'onde e aguzzo con esse
di vera consolazione.
In somma fratel mio baciamo, adoriamo, la Mano onnipotente che
tra il pelago immenso della sua pietà tiene frenati li
nostri sentimenti, e disingannate dall'amo traditore; fatevi cuore
nell'angustie presenti, e dite: plura plura in avvenire, e se
gli avari astengono sé stessi per cumuli terreni, l'ambiziosi
che lasciano per le loro pretensioni, come pure ogni eccesso sormonta
nell'ambire, perché noi non faremo lo stesso nel servizio
del Signore, il quale essendo composto di croci giusta la forma
del suo fabbricatore, dovremmo in eccesso ambirle come mezzi per
arrivare alla fine. Salga carissimo, questi sacrati scalini, che
stando nella forma usuale di scala movibile, forma ogni uno una
croce con l'orma traversa del nostro piede, ne altro fa l'anima
nel salire al cielo, che formar quanti passi tante croci durissime.
Gesù mio qual furono le tue dalla nascita alla morte, dalla
culla alla croce, nato tra le pene, vissuto tra fatiche, e morto
di dolore, così egli lo conferma: tota vita mea obsita
spinis. Ah! generale causa di tutto il nostro ben fare, egli espressione
del nostro bene, lume dei nostri sentieri, forziere delle nostre
fatiche, e norma Maestro anzi furiere delle nostre pene, quale
non saranno da noi aborrite mentre l'espresse, schiarì,
fortificò e patì il nostro Redentore, in cui già
che non mancano esempi per le nostre sofferenze. Io solo Lui vi
propongo per essere con pazienza afflitto, e con guiderdone consolato,
e sarà il più longanime e dilatato del mondo, se
in questo interminabile spazio sarà solo in Dio racchiuso:
Deus in quo omnia; tirate a voi, chiamate a voi, eternate a voi
questo mio fratello, acciò stabilito nell'abisso delle
vostre grazie, goda l'immenso che racchiude il tutto, e cosi facendo
apertura a tutto ciò che ha Dio, toltone il male che solo
ne sta di fuori, praticherà il tutto, cioè con il
proprio, con l'umano, e con il divino.
Oh! solitudine di un cuore solo a Dio, ove si rende con tutti
affatto conversabile, poiché quanto Dio racchiude sono
suoi soci indivisibili, qualità in vero di un'anima solitaria
che assolata con Dio, feconda con esso oggetti infiniti di eterna
conversazione, e qui trascendono li santi in una carità
si diffusa verso il prossimo, estratta da quella di Dio che si
anatematizzano per essa, si decollano, si frammentano, si bruciano,
e muoiono per imprimere nell'anime l'apostolica predicazione.
E noi ohimè un pensiero, una larva, un'ombra, ci estrae
le voci: perimus perimus, ma non importa, facciamo almeno tanto
guadagno nell'umiltà, quanto quelli ne furono nelle prodezze
loro: ipse cognovit figmentum nostrum, stiamo ai piedi di tutti
soprannominando l'essere nostro se non: id quod sum almeno perissimo
del mondo, poiché questo non fu gran Paolo nell'alto se
non vi era nel profondo: universae viae Domini misericordia et
veritas, e mentre ne sto in quella del mio niente verità
schiettissima, prego Dio ne faccia partecipi della sua misericordia.
Dai nostri nipoti posso dirle di stare bene, e quanto mi spiacciono
le loro afflizioni tanto mi soddisfano li loro costumi, la nostra
grazia però Dio l'ha in eccesso buona, ma naturale a segno
che si dichiara affatto inabile al governare, non sa dire di no,
tutto che li cacciassero gli occhi, che è un difetto notabile
per il governo, e se non sa dispiacere nessuno. Pensate la moglie
da che nascono tutte le sciagure, e vive tra due spasimi, perché
anche vorrebbe compiacere il Principe, suo suocero, che lo costringe
a venire, vive sopra tutto timoratissimo di Dio con aborrire il
peccato, etiam nelle persone fuori il suo dominio, ma da, di tal
sorte, nell'eccesso che incorse in pericolo di disfida con un
suo pari, e questo fu un Sig.re, secondo o terzogenito di un titolato
personaggio; il quale stando di luogo, nel territorio della Torretta,
gli passò molti complimenti di visite, etc., ma con mala
corrispondenza di nostro nipote, il quale freddamente lo trattò,
per orrore di avere sentito che quello teneva una femmina con
offesa del Sig.re.
Onde non meno spraticu(1) che attrevitu(2) gli mandò un
giorno 12 soldati, con un gentiluomo supplicandolo di quella femmina
per ovviare nei suoi stati l'offesa del Signore, né le
dico altro lasciando considerare a V. R. l'aspettativa di una
tale risposta di persona, tale che etiam vive lontano e disgustato
con suo fratello, e pure ella fu piacevole e con negativa cortese
confessandosi ancor lui cristiano, e che non si esponeva al cimento
come la politica l'insegnava, perché l'amava da fratello,
etc.; il che fu attribuito a miracolo per l'orazioni del nostro
monastero, simile cosa di più benché per altra causa
l'occorse con personaggio simile, benché di anni più
maturi, essendosi parimente quietato per grazia del Signore, che
lo raccomanderà con tutta carità come la prego per
me, e tutte le sorelle, e religiose che la salutano, e fanno per
lei continue orazioni.
Palma, a dì 9 Dicembre 1693.
[sua sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]
(1) inesperto;
(2) ardito;
P. S. Dopo di questa viene la posta, con una lettera sua, ma
di mano aliena, per la vostra febbre catarrale, ma cessata in
quel giorno con nostro conforto per quanto fu la prima afflizione,
che al vedere il primo carattere di mano d'altri ne gela il sangue
nelle vene, benedetto sia Dio che cumula angustie, benché
meno assai dei miei peccati, e la prego quanto posso a darle cura
con esali decenti. Giacché questi bisognano per li mali
del cuore, e si faccia fortezza a continuarle, tuttoché
ripugna il medesimo male, perché con l'esercizio egli si
viene a superare e affatto guarire; lo faccia, per carità
e consolazione delle nostre sorelle, giacché troppo ci
ingrossa l'angustie la sua indisposizione, aspettiamo nuovi avvisi,
e ottime secondo le desideriamo.
E' venuto avviso certo, della morte immatura del signor Marchese,
figlio primogenito del Sig. Principe di Raffadali, (1) essendo
morto in età di 28 anni e senza figli, con inconsolabile
pena della Marchesa e suoi genitori, l'avviso per passarle caldo
ufficio di condoglianza, e suffragare quella Anima secondo la
nostra obbligazione. E' morto pure un nipotino di Monsignore,
e benché morì in età di 8 anni è stato
senso inconsolabile di tutti quei Sig.ri come sarà dal
signor Vicario generale che sta in atto visitando la Diocesi in
modo assai esemplare, e per fine preghi per noi in questo entrante
mese, perché si divulgano pronostici assai funesti del
terremoto, quasi dovesse venire nel giorno stesso che fu 11 di
Gennaio, nel quale si preparano molti buoni esercizi come qui
si farà con la santa indulgenza, mandata da V. R. che tirerà
gran gente delle parti con vicine, e si sta con molto spavento
e perdizione di cuore, ohimè carissimo fratello: ab ira
tua libera nos Domine.
Palma, a dì 12 Dicembre 1693
(1) D. Domenico Montaperto e Lanza, Capitano di Palermo 1689 e Pretore 1690, sposò Maria del Carretto, figlia del Conte di Racalmuto, e privo di prole premorì al padre D. Francesco Montaperto e Bonanni;

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
n questo giorno
dell'Epifania del Signore è venuta una sua del cinque di
Dicembre, diretta a suor Maria Alipia, con nostra consolazione
per sentirla con mediocre salute, che è quanto nello stato
nostro si può godere, così pure noi al presente
l'abbiamo per grazia del Signore, la di cui odierna manifestazione
ai Re Magi rappresenta all'anime nostre altissimi misteri, ma
io ignorante del tutto, lascio, che voi profondamente l'ammiriate,
e solo resta per me l'eccesso dell'amor divino verso l'uomo, e
il sommo della nostra bassezza in verso Iddio, che sono i due
motivi, che rendono gradite a Dio l'operazioni dell'uomo, li consideri
bene, che li troverà annessi fra di loro; perché
se Dio non amasse, non accetterebbe, non che gusterebbe cose sì
vili, che ne meno si pregiano da uno all'altro fra le creature.
Ditemi, gusti lei, che la ami quel familiare del Papa, che la
conosca quel bifolco della villa, o la pratichi, riverisca, e
cerchi, ogni, oh qual si sia creatura? al certo che no; anziché
li spregiano da grandi non solo l'udienza, ma gl'omaggi dei minimi.
Ah! caro fratello, il nostro Dio opera differentemente dall'uomo,
e con indifferenza infinita ama tutti, cerca tutti, e non esclude
nessuno: nobis datus, nobis natus ex intacta Virgine.
Ecco l'amore, prima causa della sua generale accettazione, riceve
dalla Vergine latte, dai pastori cibi usuali, dai Regi magnifici
doni, e da tutti secondo la loro condizione. Chi ama non ricusa
né anco uno sguardo dell'amato amatore: amor, si amor est,
recipit omnia.
Oh Signor mio, e da me quanti disgusti, quante offese, ed iniquità
ricevete? Ma ohimè, il vostro santo amore recipit omnia,
recipit omnia, così io ricevessi da voi siccome benefici
infiniti, così patimenti interminati per uniformarmi alla
vostra generale ricezione di godimenti, e disgusti, servizi, e
peccati; datemi almeno un cuore sì vasto, che possa capire,
contenere, ed amare queste chiare evidenze, e troppo scoperti
eccessi del vostro santo amore. E perché questo vive d'eccessi,
si compiace d'alimentarsi di un eccesso contrario alla sua grandezza,
che è la bassezza dell'uomo, seconda causa delle sue grate
ricevute, e compiacimenti delle creature; e questo si è
come li gran Sig.ri del mondo, che maggior gusto ricevono da una
semplice lode di un pappagallo, (come si ricorderà in casa
nostra) che del corteggio dei suoi ossequiosi, perché da
questi si riceve il dovere, ma da quello, ciò, che ha dell'insolito,
quale è il proferire in un piccolo animale, in cui non
si riguarda la parola, ma il proferente, che la proferisce quasi:
praeter naturam.
Oh santo Giobbe, dichiarate voi l'opere nostre, e quali sono più
sproporzionate, e difficili l'opere sante in coloro, che non possono
dire Gesù: nisi Spiritu Sancto, o le parole nei pappagalli
che solo un uomo, e senza alta virtù può suggerirle?
al certo, che egli a favore nostro risponde: quis potest facere
mundum de immundo conceptum semine?
Ah! dunque fratel mio, sono dichiarate l'opere nostre tutte sozzure,
e lordezze stante l'originale immondezza, e però Dio (e
nessun altro come esso) cognovit figmentum nostrum, riceve da
noi, quasi fuor di potere, con insolito gusto le sante operazioni,
e più che da pappagalli, lode; si compiace di esigere perle
tra l'umane sozzure, tal che non l'eminenza dell'opere umane,
ma la nostra bassezza inabile per quelle rende accettabili, quasi
degenerate da essa, le sante operazioni.
Oh quanto si predica quel favo di miele estratto dalla bocca del
leone, come se a milioni mai veduti ne avessimo nei nostri alveari;
ma tale lo rende predicabile per tutto l'insolito luogo. Sì,
dunque, fratel mio, umiliamoci di cuore, e niente stimiamo nostro,
ma come sopramesso etiam un buon pensiero; ed io tengo nell'anima
tanto distesa, e visibile questa verità, che se mi vedessi
avanti ossequiosa, e prostrata tutta la corte del cielo, e lo
stesso Dio verso me nel più sublime eccesso delle sue compiacenze
direi con atto parimente stupendo: Oh come maggiormente ciò
fanno per vedere tra tante mie spine gl'innesti dolcissimi delle
loro sante operazioni! e benché la mia selvatichezza dà
a quelle, sapore del mio Botro amarissimo prodotto da Adamo, si
addomesticano alla fine con le mescolanze gratissime della divina
accettazione: recipe dunque dulcis amor, non solo li frutti, ma
il tronco, la radice, e li rami; anima, corpo, vita, forze, e
cuore: recipe dulcis amor, nunc, et in aeternum; così parimenti
prego per lei, per li nostri, ed università del mondo,
perché senza riserva unitamente: Domini sumus.
Palma, a dì 6 Gennaio 1694.
di V. R.
umilissima serva, e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
1694 09 10 AMBP Lettera 11 / 94 copia
Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
o scrivo in uno
stato, ove sono vissuti li santi in questo mondo, e li beati nel
Paradiso, perché mi trovo carica di croci, come vissero
li primi, e cibata giornalmente di Dio, di cui si alimentano li
secondi, per essere in questa settimana all'assistenza del SS.mo
Sacramento; misera me, se sprofittata dell'uno e l'altro, la passerò
come il mal ladrone in croce, e come Giuda nella mensa sacramentale.
Di questo io più vivamente mi dolgo, perché cibata
da quel Dio: a quo bona cuncta procedunt, solo per mio difetto
rimango di tale sostanza non parte sua, trasformata per grazia,
ma suo esitato escremento, così sono li cattivi in questa
divina cognizione tramandati da esso nella cloaca infernale: sumunt
boni, sumunt mali, sorte tamen inaequali vitae vel interitus.
Ah! Signor mio: ne proiicias me a facie tua, non mi mandare all'inferno
se non è per suggellarlo, acciò nessuno vi discenda,
che per questo fosse, vi andrei volentieri per dar fine e chiusura
a tante bestemmie, e maledizioni; ma io che non basto frenare
tante mie voglie che colà mi precipitano, come sarò
argine di quel grosso torrente che a mille a mille l'anime vi
mena? resta che assieme con questa impetuosa fiumara: deducam
quasi torrentem lacrymas etc., acciò almeno pareggiano
torrenti di lacrime e di perdizione.
Oh carissimo fratello, oh quanti, oh quanti calvari oggi sono
al mondo per crocifiggere giornalmente il nostro Redentore, tali
anzi più crudi sono quelli profanati altari, ove, come
agnello ucciso grida l'immacolato, dicendo al sacrilego: tu me
iterum crucifigis, e sono spettacoli più replicati, crudeli,
sacrifici indegni, di quello si furono li torti e strazi dei suoi
crocifissori.
Signor mio, che gran male dunque è strappare con terremoti
la terra, con armi li corpi umani, e con debelli domestici frangere
con tanti mezzi l'umana consolazione, quando noi da fiere voraci
facciamo lutti e macelli del nostro Creatore.
Ah santo Padre, Sommo Pontefice, fin dove ha da sormontare il
numero dei preti? quanti, quanti senza termine hanno da celebrare?
a tutto si dà limite, a tutto moderazione, e sopra un Dio,
libertà? accipite eum vos, et crucifigite, così
grida non nell'intenzione, ma nell'effetto la numerosità
dei sacerdoti, a cui Davide soggiunge: multiplicasti gentes et
non magnificasti laetitiam, perché è degna più
di lacrime, che di letizia questa moltiplicazione; e se le perle
orientali e tutte pietre preziose fossero quanto l'arena del mare,
e quanto rare quanto quelle scemerebbero stima, perché
ove si trova la copia, manca la stima: ubi duo, vel tres etc.
dice Dio, significando che in quelli poco più d'uno egli
si trova, o come altrove conferma dicendo: multi sunt vocati pauci
vero electi, escludendo in tutto la copia la molteplicità
dei suoi numerosi, ma poco eletti sacrifici.
Ah fratel mio che giovano molti vasi vuoti all'assetato, e più
tubi franti nell'acquedotti, se non portano alla comune fontana
l'acqua della copiosa sorgente? Questi sono li religiosi ed ecclesiastici
di capacità più propinqua et immediata, per ricevere
e distribuire la grazia dei sacramenti, la quale torbida, e mancante,
si acquedotta ai popoli per li falsi viatici delle loro fratture,
e però ne sta sì arida e sterile la terra universale,
che possiamo dire alla in deficiente sorgente: anima nostra sicut
terra sine aqua tibi, e come vogliamo poi che frutti, non avendo
né acqua, né cultori?
Io non dico che li suddetti siano tali, perché tremo di
mettere la lingua nelle pupille degli occhi del Signore, ma ancora
in queste talvolta si pongono li ferri non che le mani per curarle
dalle loro appannature e quando la metà perisse, Gesù
Cristo lo consiglia nell'Evangelo: si oculus tuus scandalizat
te, erue eum, et proiice abs te, perché meglio si vede
con un occhio sano, che tenerli ambedue all'oscuro, per non offendere
con la luce l'insano e cattivo, così alle volte anco le
oscurano li buoni, per non zelare li mali.
Ah Signor mio chi seguita te: non ambulat in tenebris, tu vera
e santa guida, e giusta bilancia del tutto, e non perché
foste fra noi mite ed umile di cuore, non impugnaste la sferza
contro li profanatori del tempio, essendo quanto severo in questo,
tanto mite nel resto: dilexi decorem domus tuae, ed io perché
vi sono dentro e scrivo nel coro all'assistenza del SS.mo Sacramento;
mi ho lasciato uscire di bocca li giusti biasimi del male, che
sto facendo, perché ricevo questa liquida manna stemperata
per amore non con le suddette fratture, ma: tanquam vas perditum,
e si forata nel fondo del mio instabile contegno, che restami
solo qualche umido suo residuo, quale serve per nutrire le mosche
di tante mie golose soddisfazioni.
Ohimè fratel mio troppo è macchiata questa Anima,
e ho detto l'indecenze di questo cibo sacrosanto, perché
sono versata nelle sue irriverenze, e la lingua parla dell'abbondanza
del cuore; ma d'ogni modo che lo ricevo, sempre in quello atto
ho memoria di V. R., e ciò per più motivi, come
pure la tengo dei miei particolari, ma il fine principale si è
il parziale gusto di questo immacolato agnello, che vuole li vicini
nel sangue e nello spirito, siano pure tali in questa sacramentale
partecipazione, e lo conserva da quando lo comandò agl'Ebrei
nella cena legale: assumant vicinum. Onde nella convocazione di
tutti li miei affetti, sentimenti, etc., per questo sacro convito;
dopo di questi lei è il primo seduto a mensa, per ricevere
con molti altri cibi eletti di tutta perfezione.
Palma, a dì 10 Settembre 1694.
[umilissima sorella, e serva]
[Maria Crocifissa della Concezione]

1694 10 14 AMBP Lettera 12 / 94 CVIII
Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
a sua carissima
lettera del 8 Settembre a suor Maria Antonia, mi dà motivo
di risponderle, come fo, salutandovi con tutta devozione in questa
solitudine del mondo, ove perché tutti siamo: tanquam nihilum,
solo, e unicamente vi trovo chi dice: praeter me non est alter,
ed io confermo lo stesso; giacché in questa gran solitudine
della sua unità, se creature straniamente vi sono, niente
lo associano, perché solo la parità forma perfetta
la conversazione. Così li santi romiti tra la moltitudine
delle fiere, uccelli, e vermicciuoli si chiamavano solitari, non
sentendo veruna società di quelle dissimili creature.
Ah, dunque, Signor mio Tu solus Sanctus; ed io unicamente ti trovo
in questo antro mondano: quis similis tui? quis similis tui in
fortibus Domine? Così, fratel mio, andiamo cantando in
questo sacro Romitorio dell'essere divino, facendo con esso dimenticanza
di tutte le cose del mondo; e se gli uomini ci lodano, sono uccelli,
che cantano; se ci minacciano, sono fiere, che ruggiscono; se
ci mordono, sono scorpioni, che morsicano; e quanto piace, o dispiace,
sono transiti di bestie, ed occorrenze di selve, dissimili in
tutto dell'unico abitatore: oculi mei semper ad Dominum, quoniam
ipse evellet de laqueo pedes meos: gli occhi nostri sempre a colui,
che essendo pratico, e adiutore del passo, ci libera dagl'inciampi,
ripara dalla pioggia, e difende dai venti, e percuote col bastone
li conculcatori: leonem, et draconem.
Oh santo Romito, unico in essenza, ed in questa impareggiabile,
deh ammetti noi quasi vermicelli in questa sacratissima selva,
fuori, e distanti dai commerci umani; sì, fratel mio: dilexit
me unice. Così si stacchi dall'anime nostre ogni orrore
di questa solitudine, ed ogni diletto di così ameni prati,
ma solo viviamo nell'una e nell'altre, per seguire o in gusto,
o in affanno l'unico Abitatore: recipe me dulcis amor, nunc, et
in aeternum; diciamo così, finché sciolte l'anime
nostre dalla compagnia di queste vipere interne, che sono peggiori
delle suddette selvatiche, lo godremo associato da quei volanti
spiriti, e melodie sovrane; adesso però tra questi ceppi
di morte bisogna imitare le povere prigioni, li quali non attendono
all'accomodo, ed abbellimento del carcere, anzi meno che possono
lo rimirano, ma solo l'uscita sospirano, e procurano; come dovremmo
fare noi, procurando con dispendi di sante operazioni, e sospiri,
e gemiti la nostra mondana scarcerazione.
Ma ohimè, che li delitti hanno reso impazziti siffattamente
li carcerati, che spendono in addobbo della prigione tutto ciò,
che si dovrebbe per la scarcerazione. O' mendaces filii hominum!
Mentono i vostri desideri, vi deludono i vostri intenti, sono
bugiarde le vostre ragioni: Deus veritas est; ed egli non dice
così, ma: facite vobis sacculos, qui non veterascunt, thesaurum
non deficientem in coelis; ma al rovescio dagli uomini s'intende
per impoverire il cielo dell'anime loro. Oh gran sciocchezza!
io non l'intendo come così allegramente si perde il Paradiso,
e se non espurgarsi per gli occhi tanta meraviglia, mi si volterebbe
il cervello, perché nemmeno per ragione ciò si può
capire.
Ah dunque, Signor mio: felix quem elegisti, et assumpsisti, negli
eterni tabernacoli, fuori di questo mondo scemo nell'opere, e
privo di ragione, e se qualche raggio di luce tra tanta caligine
discende, è, come baleno tra lo scuro, che più inorridisce,
che piace, mostrando quanto la lucidezza di Dio, tanto la cecità
delle creature, e se la luce negli effetti dispiace, perché
il mondo è sproporzionato ai contenti, pensate voi quale
affanno contiene l'intera penalità dell'esilio, solo soffribile
per essere assai breve. Ma per coloro, a cui quella brevità
dispiace, non vi è contento, né consolazione; onde
è bene si mantenga questa vita in affanno con ambirne il
fine, per essere così capace di quella consolazione.
O' utinam, fratel mio: dies illa illuxisset, et cuncta haec temporalia
finem accepissent.
Intanto abbiamo quella pazienza, che mai potremo esercitare in
Paradiso; e facciamo conto, che l'eternità ci dica, come
disse al primogenito il padre del figliuolo prodigo: fili tu semper
mecum es, così l'eternità: voi nella mente di Dio
siete stati meco, e sempre eternamente vi starete, e tutto il
mio è vostro, ma il mondo non già; mortuus erat,
et revixit per mezzo della croce, e pazienza di Gesù Cristo,
a cui si devono li conviti, le gioie, le feste, e li concorsi
interi; per ora si assaggino questi bocconi di pazienza, cibi
di croci, agnelli svenati, morti, e crocifissi, e poi torneremo
da capo alla primogenitura, all'eredità del cielo per godere
non crocifisso, ma glorioso colui, che disse al padre: sicut tu
pater in me, et ego in te, ita ipsi in nobis unum sint. Oh dunque:
sacrum convivium, che li assaggia sulla croce, e si digerisce
in cielo, transustanziandosi l'anime nostre di quel modo possibile
con il figlio penante, e con il medesimo gaudioso.
Sì, fratel mio: si tamen compatimur, et conglorificemur.
Di questo, e non d'altro per ora è capace l'intendimento
umano, serbandosi maggiori vantaggi d'eccellenze infinite in quel
chiaro soggiorno, che mostrerà quel che occhio non vide,
orecchio mai intese, ne intelletto capisce quali siano in Dio
così veraci motivi. Io nella considerazione di questa verità
la lascio, perché saranno più profittevoli li suoi
interni sentimenti, che la mia estrinseca espressione. Gesù
nostro bene ne dia quello [che] dice la lingua, e quello brama
il cuore; e V. R. mi perdoni se superfluamente occupo interamente
li fogli con suo disagio, perché toltone questo esalo,
non tengo altra apertura ai miei sentimenti.
Palma, a dì 14 Ottobre 1694.
di V. R.
umilissima serva, e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
1694 11 11 AMBP Lettera 13 / 94 autog.
Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
a sua carissima
lettera del 9 di Ottobre, unitamente ci consola per avviso di
sua buona o mediocre salute, come noi grazie a Dio della stessa
maniera la godiamo, e tocca a me il rispondere in questo devoto
giorno del glorioso San Martino, e per V. R. memorabile per avere
lasciato in questo giorno l'Egitto del mondo, e si licenziò
dalla casa paterna, parenti ed amici, per fare partenza alla religione,
ed io me ne ricordo quasi ogni anno in quelle parole [che] si
dicono in questo giorno: cur nos Pater deseris etc., perché
trovandomi antifonaria, e commossa teneramente dalla sua partenza
diceva queste parole con una corrente di lacrime che fece bagnata
la terra. Segni fratel mio della mia fragilità, che presaga
forse della sua lunga assenza denunziò si rigida partenza,
e però sulla trentina degli anni ancora si duole con l'effetto
di quello si dice: spiritus promptus est caro autem infirma; benedetto
bensì quel vale santo, quei felicissimi tempi che lasciaste
il tutto e il dispregiabile mondo: beatus qui sponte deserit quaecumque
carnaliter delectant in terra ubi omnia sunt periculis et laqueis
plena, questo dice il Gersone, ma perché San Gregorio dice:
valde laboriosum est relinquere semetipsum. Io questa mattina
dopo la santa comunione ho pregato Dio, che per intercessione
del predetto santo, desse perfetto grado alla nostra vocazione
religiosa, e giacché per sua pietà quasi tutte noi
ha fatto degne di questa grazia, sopra mettesse l'auge al nostro
glorioso termine, e sopra tutto mi sono intenerita sulla sua preghiera,
pregandole l'effetto con qualche lacrima di questo desiderio.
Oh fratel mio, che cosa ben grande è la perfezione, è
parte trasfusa di Dio l'umana perfezione, ed è originata
a noi dalla sua sorgente capitale, essendo la sua semplicissima
essenza di tutta perfezione: Deus a quo bona cuncta procedunt,
faccia noi eredi di quel bene che gli uomini poco stimano, anzi
lo pospongono all'eredità mondana, Gesù, io stordisco
quando penso alla poca stima [che] fanno gli uomini di questa
regia corona: posuisti super caput eius coronam de lapide pretioso.
Sì Gesù mio, così con la virtù e meriti
l'anime giuste al Coronato, ma quelli che sono diversi stimano
questa corona una mitra di frusta e di pazzia: nos insenzati vitam
illorum estimabamus insaniam: e pure non si condanna temerità
si orrenda, qual si è il dispregio di una lesa corona;
Faraone condannò il piccolo Mosè per aver in presago
impadronito la sua, e sommerse nel suo sdegno quel indicativo
accento, e noi non sommergeremo nel mare delle nostre lacrime
l'irriverenza e poca stima di sì eccellente corona. Abbracciamola
almeno nel nostro cuore, con l'esercizio della più cospicua
virtù, acciò essendo con essa Re di burla al mondo,
lo siamo di meriti in Paradiso; ed oh santa ignominia, umiltà
santa, ella è la più gemma preziosa di questa aurea
corona. Onde quanto per me la bramo, tanto per voi perfetta la
prego, ma non rimpicciolita e sospesa, come è un anima
umile, e nell'essere proprio trattenuta senza altro avanzo, che
del proprio profitto; ma tanto coraggiosa in Dio quanto avvilita
in essa: omnia possum in eo qui me confortat, il grano della senape
mentre sta solo è il più piccolo del mondo, ma insinuato
in terra: maius est omnibus oleribus. Così l'anime umili
ed annientate si dimorano in questa senza la confidenza in Dio,
saranno le più sterili nell'opere e più avvilite
del mondo, ma se alla loro piccolezza succede come: de iure la
confidenza in Dio, e si insinuano fino all'intimo nella fortezza
di quello fertilizzeranno più che seme e frutteranno sopra
ogni pianta rami, fronti e frutti per sostegno dei maggiori, e
ombra delle minori, sotto cui straccano e respirano li poveri
aviatori, giovate a maggior segno delle loro orazioni, benefici
e dottrine.
Oh che fecondo granello fu l'umile Francesco, Domenico, Ignazio
ed è stato ogni santo, che insinuati nell'ampio contegno
di Dio, fruttarono più opere sante che non frutta, la terra
frutti naturale; carissimo fratello ecco il tempo nostro, tempo
di seminare, lasciamo la conservazione del seme, non più
riposo, muoia e vada in terra: pulvis et cinis, ma qui non resti
ma mandi il germoglio in alto nell'essere divino, da cui attraendo
abilità dica a ben comune: tamquam prodigium factus sum
multis tu adiutor fortis. Così la prego, tale la bramo
carissimo fratello per essermi di doppio nodo congiunto nella
carne e nello spirito, perché nostro Signore disse: quelli
sono li miei parenti che fanno la volontà di mio Padre,
che sta nei cieli, la quale altra non è che la nostra santificazione
come pur egli disse: haec est voluntas mea santificatio vestra.
Io poi la ringrazio dell'acqua mandata, per medicamento mio e
delle sorelle, ella ancora non è venuta e la proveremo
con molta speranza di giovamento, benché in quanto a me
temo di qualche impedimento, perché le cose fresche nuocciono
alla maggior parte delle mie infermità, tanto che anco
l'estate bisogna tenervi sopra qualche calore, e parmi precise
quella ritenzione, etc., sia cagionata di freddo e flati, (1)
perché si mitiga con questo calore.
Del resto io inclino molto a quest'acqua, benché il medico
non può farne giudizio per non saperne la composizione,
e sopratutto ringraziamo l'affetto di chi scrisse la notizia di
detta acqua, e maggiormente per essere amico chi la tiene del
nostro amatissimo zio padre D. Carlo s. m., e obbligate tutte
alla sua carità le faremo unitamente la santa comunione.
I terremoti poi seguiti in Napoli mi hanno parso un nuovo bollore
della divina giustizia, la quale stando scaldata dalle nostre
fervide passioni: sicut olla succensa per ogni avanzo dei nostri
peccati manda nuovi bollori esitando castighi, e se non fosse
qualche rumino d'intercessione, e aspersione di lacrime sopra
questa ebollizione, che la ritrae dentro nella sospensione di
questi esiti furiose, sarebbe consumpto non solo Napoli e Sicilia,
ma tutto quello dimora sopra la terra.
Oh nostri peccati, legni aridi e cuocenti che a cumulo ardendo
sotto la divina giustizia cagionano, non di Mongibello e Vesuvio,
ma di più fervido fuoco sì formidabili incendi,
e noi ancora ne abbiamo abbrustoliti gli occhi nelle stragi [che]
si osservano; come fu l'altro ieri che passarono due nobilissime
religiose, che ritornarono nella loro clausura per essere già
in qualche modo abitabile, e perché fin'hora si erano ricoverate
in Girgenti, Monsignore illustr/mo mandò ordine alla nostra
madre Abbadessa, che lasciasse visitare le nostre religiose, le
quali salutate da quelle devote viatrici, non può dirsi,
non può credersi gli spettacoli che contarono, gli spasimi
dei vivi e mortalità delle povere creature, sono storie
mai intese per centinaia di secoli; gli stessi cadaveri usciti
dalle rovine erano per nuovi terremoti di nuovo schiacciati, la
stupidità dei vivi, la puzza dei morti, la fame, il freddo,
la pioggia, li furti, le uccisioni dell'uno e l'altro, li riduceva
quasi animali e fuori l'umana condizione.
Oh cosa orrenda, voi non lo credereste carissimo fratello, ma
il peggio d'ogni altro è il danno dell'anime, e maggiormente
delle claustrate raminghe, di cui si hanno scoperto mali sì
brutti che non si può sentire; ma queste due sono santarelle
nominate una suor Felice Maria, e l'altra suor Florida Maria Caetano,
cugine del Principe di Sortino, ove rovinò con tutta la
città tutto il loro monastero, e una conversa che portarono
qui con esse detta Natalizia, perde[tte] sotto le rovine 35 parenti.
Oh la meschina faceva fonte degli occhi, e le coriste suddette
perdettero parimenti 2 sorelle e due nipoti monache con esse,
e una nipote restò con la sola camicia sopra una punta
di piliere (2), che volete dire meraviglie: ab ira tua libera
nos Domine, e varrà questa per voi raccomandarle al Signore
e vivi e morti.
Li nostri nipoti stanno bene per grazia del Signore, e seguita
la Sig.ra nipote come il primo avviso per grazia del Signore,
e V. R. preghi assieme con me il Signore e Madre SS.ma, che infonda
assieme con l'anima qualche speciale grazia a questa creatura,
per bene proprio e suo santo servizio.
Io vorrei ogni uno che viene al mondo fosse non distruttore, ma
artefice della Chiesa del Signore, almeno con spalle sì
forti come San Francesco, che Dio lo mostrò in sogno al
sommo Pontefice, quasi sostegno della cadente Chiesa; o' utinam
fratel mio venissero per questo tutte le nascenti creature, preghi,
preghi per le future e presenti e anime purganti, e più
di tutte per me nuda di bene e mendicante di sante orazioni, li
mendichi pure lei per me al nostro Padre Vitale, a cui riverisco
e domando la santa benedizione, saluto il fratello Butticè,
e prego Dio per esso per la carità fa a mio fratello, al
quale saluto come fanno le sorelle,
Palma, a dì 11 Novembre 1694.
[umilissima serva, e sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]
(1) aria racchiusa nel corpo animale, che si genera negli intestini;
(2) pilastro

1695 02 06 AMBP Lettera 01 / 95 autog. CIX
Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
n questa settimana
è venuta una sua brevissima del primo di Gennaio, ed io
molto mi lamenterei della brevità delle sue lettere, se
non supponessi che il tempo [che] leva a noi lo dà a Dio
in più utili impieghi; io però non so darlo bene
a nessuno, perché lo perdo invano, né trovo come
in questa passarlo bene, perché l'inverno dell'anima mia
è sì pieno di seccaggine, e freddo di sentimenti
che solo pluvia lacrime. La cagione fratel mio è probabile
in quanto all'anima, perché senza Dio suo calore naturale,
gela e dissecca più che stagione invernale, e l'oscure
nebbie sono tante che per spiegarmi non vedo raggio etiam di ragione.
Ah fratel mio: in tenebris sedeo, et lumen coeli non video, e
non potendo esprimere questa sedulità dell'anima sentite
quella del corpo, che per ridondanza è sua immagine viva,
già sono 8 mesi che sono carcerata in cella, li forti vincoli
sono l'incurabili miei mali insanabili, quasi tutti a parere dei
medici, questi miei morbi sono i ministri della mia prigione.
Chi mi proibisce la luce, perché un aura, un soffio di
vento mi peggiora, chi non mi concede moto con impossibilitarmi
a farlo, chi non mi concede cibo fuorché due o tre cose
le più dispiacevoli al gusto, quali solo non mi danneggiano,
e chi una cosa chi altra quante copiose e varie sono tante proibizioni
[che] osservo, ma l'arciministro del mio tormento che io chiamo
mio carceriere è una infermità che non mi lascia
dare passo, e toltone quelli [che] bisognano per la santa comunione
e Messa, altri non ne posso senza dolore estremo, tal che per
ordine dei Superiori conoscenti come tutte di questi estremi bisogni,
mi fanno cibare in una cella disoccupata, vicina alla mia portandomi
il cibo del refettorio una sorella conversa, che solo per questo
entra nel Romitorio, ove mi lasciano fuori della infermeria, perché
li miei mali sono incapaci di medicamenti, e solo si curano con
l'immutabilità del corpo senza passo veruno.
E così la passo in un necessario e interminato ritiro non
solo in cella, ma in un solo cantone d'essa avanti il mio tavolino,
sopra cui tengo un libretto per la lezione, e sotto tutto ciò
che bisogna per esercizio di mano perché io sono attiva
assai di mia natura, né passo momento senza lavoro. Ed
ecco carissimo il mio avvilito mondo, tanto ridotto quanto può
entrare in cinque palmi di terra, e il resto da me fece transito
e disse a Dio, ed io giuliva con esso: vale valde facio; solo
mi pesa l'anticipata perdita delle religiose, che non potendo
io uscire né loro entrare nel Romitorio, quale è
il mio unico conforto, sono già 8 mesi che non converso
con esse, benché le nostre tre sorelle vengono qualche
volta per vedermi; ma io contenta più delle mie nude ed
uniche compagne, croce e solitudine, con queste la passo volentieri.
Non creda però che io sia tanto morta nell'attività
per quello posso che non mi adoperi a ravvivare lo spirito con
tutte li mezzi possibili, e perché l'ottusione interna
mi oscura ogni lume, per introdurmi al bene sono divenuti gli
occhi miei l'unico soggetto della mia orazione, e solo penso ciò
che con essi ammiro, e siccome entra la morte per finestra, così
per essa parmi entrare la vita.
Onde io tenendo una cappella in cella, fonda nel muro circa due
palmi, quale finisce sopra il tavolino qui acconcio il mistero
secondo [come] corre il tempo, adesso vi è stata poveramente
la grotta di Bettalem, tenendovi con siti verosimili i tre santi
poverelli, secondo [come] poté variarsi fino alla purificazione,
nel quale giorno oh come si disgiunse da quella devota vista l'anima
mia, perché più che respiri alitavano il mio spirito
li loro esempi di tutte virtù e perfezione, e nell'ultimo
giorno in atto di partirsi cosi io disse per licenza:
Ma lei carissimo fratello non si faccia beffe di questa imperfetta
canzone, né delle suddette acconciature della mia cappella,
perché la necessità non ha legge, e quando al corpo
umano manca il calore naturale si aiuta con calori estrinseci;
si ricordi del vecchio Davide accalorato della adolescente, e
noi altro non facciano che nell'inverno fuoco e nell'estate neve.
Ah Signor mio, abbi pietà di questa mia raffreddata vita,
e più che oscurata luce che vede per immagine ciò
che non può per lume, tempo fu che stimai distrazione,
quello procuro adesso per incentivo di fare bene; bisogna in vita
nostra essere impermanente come fu Gesù Cristo in essa,
e se egli non ebbe stabilità nel vitto cibando latte in
Bettalem, lautezze con pubblicani, pesci con gl'Apostoli, e anco
biada tra li seminati, io perché vorrò sempre le
prime e mai l'ultime biade scorticando con stenti queste spoglie
estrinseche per nutrirmi l'anima: sicut medulla tritici?. Non
rida dunque fratel mio di queste sante bagattelle nella mia cappella,
ove, è racchiuso per me il mondo e il Paradiso, e scusi
se io sono sì povera di sensi e parole, a segno che ho
mendicato della mia povera vita la materia di occupare questo
foglio, perché non potendo in questa mia solitudine avere
altro oggetto che me. Le ho raccontato come me la passo con confidenza
fraterna, e sarei più che contenta se con me fosse Gesù
Cristo, se non personalmente almeno nei suoi santi esercizi, facendole
di pari coppia nella perfezione.
Ma ohimè che non so dove sia, né in presenza, né
nell'azione: si tu sustulisti eum dicito mihi, dica se lo pigliò
per esemplare e lo tiene impresso, e consimile nelle sue azioni
che io imiterò la copia se non l'originale, e però
fratel mio mi racconti qualche suo esercizio, tanto di religione
quanto di studio, conversazione, etc.; perché io sempre
ho questo pensiero sopra di lei, che vita fate di sano o infermo,
se si alza di notte ed in che tempo, che pranza, come veste, etc.;
e di questo io conoscerei la sua buona o mala salute, secondo
le dispense o interezza regolare, appressiamoci almeno con le
notizie, giacché tiene lontani li passi, finché
un fiato ci separi per sempre in questa labile vita.
In tanto perché questa arriverà costì nel
mese santo, Marzo, in cui s'incarnò e morì il nostro
Salvatore, la prego a ricordarsi di me in tempi sì devoti,
ed io sì misera come sono lo farò per V. R. come
assiduamente fanno le religiose, quali la salutano come fa suor
Maria Teodoreta, nel cortile di Scicli in cui si trova con titolo
di chiostro; oh poveretta quanto è mal ridotta, fabbricano
e disfabbricano perché: manus Domini tetigit nos, e con
un lieve tocco di terremoto e vento porta le nuove fabbriche in
rovina, preghi per tutte presenti e lontane dei divini castighi.
L'acqua che mandò poi ci ha fatto coppieri del Paradiso,
e come che opera quasi miracolosamente e vedono che esce dal monastero,
la chiamano chi celeste e chi beata, noi ridiamo di questo, e
per informarle abbiamo mostrato la nota venuta da costì
dei suoi buoni effetti, ma che basta a fare credere il comune.
Ieri venne un corriere di Aragona, e bisognò dargli una
piccola caraffa; io non l'ho provato in bevanda, perché
come che ogni medicamento mi danneggia termino di applicarla,
ieri però mi servì d'unzione alla parte inferma,
e questa mattina pare che sia migliore, seguiteremo, e sia fatta
sempre la volontà del Signore; qui mi hanno fatto domanda
di qualche: Agnus Dei quale io fo a voi, e se ne potrà
mandare qualche numero sarebbe carità congiunta colla devozione
e doppiamente meritoria, e per fine desiderandole santità
e salute la saluto, e lascio a piedi di quel Datore che l'una
e l'altra può dare.
Palma, a dì 6 Febbraio 1695.
[umilissima serva, e sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]
P. S. Riceviamo i fogli greci, quali io interamente ho serbato
per questa Quaresima, per esercizio della santa passione, e lei
sarà in essa memorato come speziale di questo estratto
che raduna recente il sangue del Signore.
Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
lla carissima sua
del 19 Febbraio a suor Maria Antonia, rispondo io in questo ammirabile
giorno dell'incarnazione del Verbo, in cui le creature confessano
oscurità per comprendere questo gran mistero con perfezione,
ed io cieca nottola più di tutte oscura, altro non dirò:
altus est Deus, et humilia respicit; e siccome l'acqua del ruscello
non potendo ascendere alla cima dell'albero s'interna con maggior
utilità nella radice; così noi, carissimo fratello,
mentre siamo al fondo della presente vita dovremmo discendere
più scorrevoli all'umiltà, che all'altezze, ed oggi
il figliolo di Dio bassa con noi, ma precipitosamente nell'abisso
dell'umiltà, che lo perdiamo dagli occhi; né mai
l'uomo conobbe perfettamente la sua umiliazione, poiché
chi vuole conoscere l'alto, e basso dell'edificio, bisogna lo
misuri dal tetto, che se lo misura dalla metà, o poco più
alto del pavimento, lo stimerà sproporzionato, e basso.
Così noi non potendo arrivare alla sommità infinita
dell'Essere divino, lo misuriamo da dove arriva il nostro intendimento,
poco più alto del suolo, che è l'Essere di Dio umanato,
fondo assai basso del divino: fundamenta eius in montibus sanctis;
così questi, tutto che sublimi, l'hanno misurato con bassa
misura in questa infelice vita mortale, stimandolo potentissimo,
altissimo, incomprensibile, etc., e per la parte bassa umilissimo,
avvilito, e poverissimo, etc.; ma le nostre misure sono corte,
ne l'altezza si comprende, ne l'umiltà si stima, non conoscendo
gl'infiniti spazi, né l'alto immenso, da dove è
abbassato questo divino precipizio. Ne domandi agli Angeli tutti,
Spiriti più capaci, che pigliando la misura un poco più
alta, secondo la loro capacità, velano le loro facce per
l'incomprensibilità di sì alto, e profondo mistero,
quale dal tetto nessuno ha misurato, fuorché l'architetto
Dio con la capacità di se stesso.
Ah, Signor mio, ed io, che sono verme, e non uomo, entro per fessura
nel basso suolo dell'Esser tuo umanato, ove, senza intelligenza
del tetto, bastami il fondo buco dell'umiltà del Verbo
e benché, come ho detto, è vasto, e ferrato alla
capacità degli uomini, per me è di serrato, non
volendone più apertura, che quanto basta all'ingresso d'un
piccolo vermicello, lasciando fuori gli eccessi copiosi di straordinaria
intelligenza, e questo è, fratel mio, l'avvilirsi, divenire
piccolo nella stima, grandezza, comodità, scienze, etc.,
per poter entrare per buco furtivo, non potendovi avere l'ingresso
con quella roba, che porta seco l'intendimento umano. Violenti
rapiunt illud così si ruba l'introduzione nel Verbo per
internarci nelle sue virtù, ed esercitarle con esso, e
siccome gl'internati in un corpo, altro oggetto non vedono, e
il non nato bambino sta nudo nell'utero materno, così gli
annessi, ed inclusi in Gesù Cristo, spogliati di tutto,
altro non intendono, che: Jesum Christum, et hunc crucifixum,
spogliato di tutto, fuorché dell'umiltà, e dispregio;
e benché tutta la sua vita ne fosse un aggregato, le sfavillò
alla fine nell'ultime ventiquattro ore, come fa una macchina di
fuoco, che infiammando pian piano negli ordini inferiori, nell'ultime
divampa tutto con applauso, e voci dei spettatori. Oh giuoco dunque,
oh che giorni aspettiamo in questi ultimi di Quaresima, nei quali
si vedrà un Cristo in croce, disfatto in faville del suo
santo amore, e scintillando esempi a chi d'umiltà, a chi
d'obbedienza, rassegnazione, etc., a me toccherà la prima,
come virtù primogenita della sua umanità, e prima
esercitata pigliando carne umana, all'hora, che chiamandosi la
Vergine, ancella di Dio, questo si scoprì figlio d'una
schiava. Oh lunghi elogi! descrizioni infinite direi dell'umiltà
della madre, e più profonda bassezza del Figlio Salvatore;
e quanto disse San Paolo della carità, io direi di vantaggio
dell'umiltà; poiché se la prima dà vita allo
spirito, la seconda le dà conservazione, e senza questa
radice, come reciso fiore: sic efflorebit e che giova la virtù
senza durata? l'umiltà non cerca le sue cose, perché
reputandosi indegna, le cede ad altri: non è ambiziosa,
che di maggior bassezza, non litiga, perché cede, non giudica
male, che di sé; rispetta tutti, come infima si pospone
come ultima, con gaude dell'altrui bene, confessa il proprio male,
e in somma: omnia suffert, perché lo merita: omnia credit,
assoggettando la sua all'altrui opinione: omnia sperat, in cui
senza proprio merito la mantiene: et omnia sustinet, confessandosi
sempre degna di pene maggiori, e disse di vantaggio, perché
la carità opera godendo: Amor non laborat; ma l'umiltà,
penando, duplicando il merito colla croce di Gesù Cristo,
che fu un composto d'umiltà e patimento, e qual più
poté essere di quello fu nel Calvario, ignudo, ferito,
svergognato, vilipeso, e morto appeso. Ego sum vermis, et non
homo. Si compara agli animali, e a quelli più minuti soggetti
alle medesime bestie; ed io, ohimè, se mi manca un decoro,
un sospetto di perderlo, imbestialisco per sentimento, facendomi
bestia per superbia, e Dio verme per umiltà.
Oh lacrime! oh pentimenti! piangete li miei errori, le mie tante
distanze, che mi allontanano dall'umilissimo Signore: Tu solus
humilis, tu solus humilis: ripara tu le mie alterigie, distruggi
li miei agi con un diluvio di croci, e avvilimenti, ed io ardo
di averli, non perché fossi umile, anzi perché ne
sono assente, perché ove manca l'acqua, abbonda la sete,
e però arida d'umiltà, sempre sitibonda ne ho vissuto,
e più che assetata ne vivo: crucior in hac flamma, perché
li legni della sua croce troppo cumulano in me la cenere dell'umiliazione,
per un atto della quale io cederei tutti gli eccessi di mente,
che dal cielo potrei avere in questa vita mortale, nel cui brevissimo
tempo l'umiltà si lavora, restando per le glorie, e diletti
tutto il corso eterno. Eja dunque cuor mio: quod facturus es,
fac citius; fa presto in vita ciò che non puoi fare nell'altra;
e prima che i vermi consumeranno la massa corporale, annienta
te stesso nell'umiliazione; sì, fratel mio, questo è
il tempo propizio per ottenerlo, giacché cinque fonti ne
mandano le cinque piaghe del nostro umilissimo Redentore, lo preghi
in quei giorni, che questa le arriva, perché sempre sono
flessibili a nostro bene queste sacre aperture.
Ed io benché misera, lo pregherò per V. R. lo stesso
intento, come farò il Giovedì Santo con le cinque
preghiere allo svenato agnellino, da lei assegnatomi nella santa
comunione, che farò a sua intenzione: così alter
alterius agevoliamo il nostro passo in questa presente peregrinazione.
Hieri la finì quella povera verginella attratta, a cui
nostro nipote, secondo le dissi, faceva la carità, e fu
in giorno di Sabato mentre si predicavano li dolori della Vergine
addolorata, con tutti li segni di predestinazione. Oh avventurata,
già benedirà quei spasimi, abbandoni, e miserie,
che le tesserono immortali corone; e noi speriamo le stesse, se
in questa vita le tesseremo di spine. Tota vita mea (disse Gesù
Cristo) obsita spinis, tessendola sì aspramente lui, per
spuntare alla nostra le dolorose punture, con cui santamente la
lascio, e caramente saluto.
Palma, a dì 25 Marzo 1695.
umilissima sorella, e serva
Maria Crocifissa della Concezione

1695 04 11 AMBP Lettera 04 / 95 autog. CXI
Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
erché la
mia infermità impedisce l'ordine delle nostre lettere,
non potendo alle volte scrivere come dovrei, scrivo in questa
settimana, che tocca alla nostra sorella maggiore, per ritrovarmi
mediocre di sanità, come tutte la passiamo per grazia del
Signore, lo stesso almeno desideriamo di V. R., per passarla tutte
senza eccesso di buona, o mala salute; stando nel mezzo la perfezione.
Così Dio Signore nostro si vide fra due animali nel Presepio,
fra due Profeti nel Tabor, e fra due ladri nel Calvario, e dopo
la resurrezione tra due Discepoli in Emmaus, proferendo in discorsi,
e misteri a tutte l'altre questa apparizione, e come poté
essere più grata! cibarsi con essi, camminare insieme,
ed accenderli di amore: Nonne cor nostrum ardens erat, oh fortunati
due! Ma il di mezzo è più dolce: Ubi sunt duo, vel
tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum: il terzo
egli lo soggiunse in dubbio, vel tres, per scarseggiare quanto
si può l'umana conversazione, non tanto però, che
per indiscreto fuggire diventiamo bestie; l'uno Dio non l'ammise,
come li due in questo tempo pasquale, destinato etiam nei chiostri
a qualche straordinaria ricreazione, e questo fu San Tommaso,
che per trovarsi solo fuori l'Apostolato, ebbe quasi posposta,
con qualche rimprovero, la sua apparizione.
Io amo questo santo [Apostolo] con qualche parzialità,
e sento con vergogna questo Evangelo nell'ottava di pasqua, tanto
che nel medesimo giorno amichevolmente così li feci la
correzione, che cosa è, Apostolo mio, che ogni anno per
il gran rispetto [che] vi porto mi fate arrossire? e fu cosa da
fare quella [che] faceste di non volere credere, etiam con testimoni
oculati quello, che senza vedere, e palpare credono tutti li poveri
cristiani? che fede fu la vostra inferiore a qual si sia cristiano
peccatore? tutto il coraggio fu in dire: Eamus et nos ut moriamur
cum eo? vi offriste a morire in croce, e poi moriste alla fede?
Ah alte cadute! (par egli rispose) quando io dissi, eamus, era
col mio Maestro, ma discredendo, ohimé, ne fui lontano,
perché con lui è ogni bene, e fuori di lui è
ogni male.
In quo vivimus, movemur, et sumus etc.: ed oh alto essere di Dio!
e se un Apostolo vicino a questo abbraccia la morte, e lontano
dal medesimo non fa un atto di fede; come noi più miseri
non voliamo, non ci incateniamo con li ferri all'origine, causa,
e sostegno d'ogni nostro bene, tanto più ch'egli pronto
a darlo, grida con cinque bocche aperte, che sono le sante piaghe
santissime: Eum qui venit ad me non ejiciam foras, ne lascerà
predarli da mano nemica, perché la sua mano potente confermando
grida: non rapiet eas quisquam de manu mea.
E se li schiavi soffrono l'impronta, e tal volta il nervo dal
padrone, li giumenti la soma, et il bue l'aratro dalle medesime
mani; noi perché ricuseremo quello della mortificazione,
portato prima, e poi chiamato lieve, e più che soave dal
nostro divino Impositore? il quale essendo inseparabile da questa
virtù, volle [che] precedesse alla divina unione, dicendo:
neghi se stesso, pigli la croce e seguiti me.
E' bene dunque, fratel mio, che si abbracci la croce della mortificazione
per non separarci dal Crocifisso, da cui dipende ogni nostro bene,
e siccome lo schiavo, il giumento, et il bue non servono, né
giovano in ozio, così l'anime mortificate non utilizzano
mai per Dio, né per il fertile campo della perfezione,
e quando l'occasioni mancassero, dovremmo andare alla busca di
esse da un mondo all'altro, come fanno gli Armeni, che per avanzare
prezzi cavano fin dall'Indie le loro gemme, e preziosi metalli.
Ah dure fatiche per momentanei guadagni! e noi senza uscire di
cella, e talvolta dal proprio pensiero, potremmo col traffico
di nostra violenza guadagnare un Dio, e con esso il valore di
ogni buona opera a lucro immortale: omnia possum in eo, qui me
confortat; e se questo gran prezzo non basta, io non so che dire,
perché valde avarus est, cui Deus non sufficit. Trasfondi
tu, Gesù mio, tanto valore nella cupidigia degli uomini
di tanto prezzo dell'anime, acciò avidi di tanto bene lo
comprino col divorzio d'ogni male, ed io miserabile, che al caldo
delle mie fervide passioni liquefeci questa perla nella bocca
di tanti miei gusti, dando come si suole dire: margaritas porcis;
vorrei per pentimento liquefarne altrettante indurite in questi
occhi, giacché mi ha congelato le lacrime il vento dei
miei sospiri. E come il secco vento inaridisce li campi, così
questa influenza dissecca l'anima mia di ogni consolazione, Anima
nostra sicut terra sine aqua tibi, e dopo di dirlo a Dio lo replico
a voi, acciò mi riguardiate come arida terra, che per le
crepature manda questi piccoli esali per elevarli più su
nella vostra orazione, quale pure io fo per voi continuando reciproche
preghiere.
Questi giorni addietro Monsignore illustr/mo, mi mandò
due tomi della vita di nostra Signora, rivelata alla V. M. Maria
di Gesù religiosa dell'osservanza di San Francesco se mal
non mi ricordo, e questa la scrisse diffusamente in otto tomi
contenendo cose occulte e segretissime, circa la vita di nostra
Signora fin'hora mai sapute, la stampa è nuova uscita in
Spagna, in lingua castigliana che è la nativa cronica della
medesima venerabile spagnola, ove nel fine va scritta la sua vita,
ma per causa dell'idioma straniero qui riesce non intelligibile,
e però caso che costì fosse tradotta nella italiana
ne sarebbe carissima, perché essendo materia di nostra
Signora, e sostanza materna, è più che dolce per
l'anima: o' clemens, o' pia, o' dulcis Virgo Maria.
Io poi le sorelle e tutte religiose la ringraziamo infinitamente
della diligenza e fatica usata, per l'officio già ottenuto
nella festa di San Felice, e pregheremo Dio e il medesimo santo
corrispondano loro alla carità dell'eminentissimo Card.
Colloredo, facendosi dal medesimo eternamente lodare in Paradiso,
e in vita che vogliamo lunghissima, lo facciano parimente esigendone
sempre gusti, giacché sono più che lingue lodatrici
li santi e pie operazioni; noi manderemo la lettera a Monsignore
illustr/mo per la spedizione che varrà per l'anno seguente,
perché in questa San Felice accade il giorno dei santi
Apostoli Filippo e Giacomo, Domenica IV dopo Pasqua, e resto quanto
consolata di questo, tanto afflitta del suo maestro ebreo che
io non so come può mirarlo con occhi senza lacrime, io
per me morirei se vedessi uno di questi sapendo [per] certo, che
perseverando ha da precipitare all'inferno, gli dica che non aspetta
più il Messia, perché egli è già venuto
l'aspetta in croce a penitenza, e se non si contenta, prima del
Messia incontrerà l'inferno. (1)
Oh gran durezza, loro la portarono dall'Egitto volendo imitare
più Faraone tiranno che Cristo loro liberatore: induratum
est cor Faraonis, il quale ancor vive nell'ebraica perversione.
Io domani pregherò per il suddetto nella santa comunione,
e volesse Dio che egli primo pigliasse da lei la verità
della fede, che lei da esso l'ebraica favella; oh, ed io restassi
cieca degli occhi per avere costui lume della fede, con il quale
desiderio la saluto, come fanno le sorelle e tutte religiose,
facendola sempre partecipe delle comuni orazioni.
Palma, a di 11 Aprile1695
di V. R.
[umilissima serva, e sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]
P. S. La sua lettera ricevuta fu del 12 di Marzo, e stiamo
attendendo l'offici, della santa passione quali ancora non sono
arrivate in Palermo.
(1) È il rabbino Moisé Cave, che insegnava al santo
la lingua ebraica, e che fu da questi convertito nel 1698.
1695 11 13 AMBP Lettera 09 / 95 autog.
[Al mio carissimo fratello,
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare]
n questa settimana
è venuta una sua carissima lettera, con l'avviso della
solita mancanza delle nostre lettere, come allo spesso proviamo
noi delle sue, senza conoscerne la causa, fuorché Dio voglia
privarne di tanta consolazione. La sua è del 8 Ottobre,
con l'indirizzo per applicare il nostro capitale alla tavola di
Palermo, sopra di che nostra sorella le rispose a complimento,
perché io di questo linguaggio non ne sento parola, e di
presente ne anco mi penetra altra materia, fuorché quelle
a me adeguate parole taedet animam meam vitae meae, e tedierebbe
per la sua qualità al più gran paziente del mondo,
non che al mio debole spirito tenue e delicato.
Sono in un Purgatorio di corporali morbi, in un diluvio d'inevitabili
pensieri, in una folta caligine d'inquietudini, un vento che mi
agita, esilio che mi divorzia, pericolo che mi precipita, affanno
che mi divora, e vita ohimè che mi abbatte e mi reietta.
Ah vita nemica lasciami, lascia, dimitte li miei giorni, e non
mi stare in dorso come vendicatrice nemica, sì fratello
mio, sono nell'unghie della morte e nelle branche della vita,
tra le cui crudeltà vorrei né vivere né morire,
ne so che fare; patisco bensì come viva e come morta, perché
sono vivissima nelle pene, e morta ad ogni consolazione mors et
vita duello, ma alla fine mi vincerà la morte, quando finirà
il duello. In tanto venga dal cielo soccorso quia non est alius
qui pugnet pro nobis nisi tu Deus noster gridi così per
me, gridi per il turco e per li cristiani, stracchi tutte, chi
nell'estrinseco e chi nell'interiore, e perché ancor V.
R. sia milite cristiano (militia est vita hominis) pregherò,
benché indegna, per la sua lucta spirituale, e in quanto
al nostro stato estrinseco stiamo tutte in un mediocre patimento,
perché solo è malo l'eterno privo di merito e del
divino beneplacito.
Stiamo aspettando la conclusione dell'opera della Sig.ra entrante,
che manca per la prossima dispensa e consenso dei Sig.ri parenti,
che tenacemente ostacolano, ma lei dopo procurato il loro gusto
sta molto costante per entrare, tanto se vogliono, tanto se dissentono;
ella cambiò modo e strada di trattare, e lasciando li primi
mezzi gg., la tratta per via di Monsignore, e ultimamente le scrisse
ricusando la servitrice per aiuto delle sue infermità,
dimostrando virtù veramente ammirabile e fondamenti stabilissimi.
Noi siamo domandate della verità di questo con domande
ammirative, e tutta [la] Sicilia parla lodando la nostra comunità,
più nella esclusiva che nell'accettazione, dandosi in ciò
a conoscere per disinteressata, tanto di lucri quanto di pregi
umani; dicano quello che vogliono, io sempre dirò: Deus
meus est omnia.
Qui se ne diede avviso al Sig. Principe d'Aragona, (1) che gradì
e rispose con edificazione, secondo i sensi suddetti, e si darà
ai Sig.ri Nipoti per avvertire alle loro convenienze nella venuta
e stato qui di questa Sig.ra, etc.. Loro stanno bene assai e secondo
dicono Ninuzzo Maria è figlio di grazia tutto bello rifatto
grazioso e prosperoso, e sopra tutto è saggio senza mai
mandare voce di pianto, ma sentite li suoi giochi, tutti sono
solitari con li chiodi di quelle sedie che hanno teste grandi
come taccioni, e perché queste sono lustri e mostrano quelle
figurine, esso tutto il giorno salta per pigliare quelli vavatelli,
ne riceve buone testate nel braccio della medesima sedia, senza
mai piangere ricevendo questo dolore per tanto giocare; così
sono l'avidezze degli uomini che struggono le loro teste per ambire
quel finto lustro delle loro pretensioni, e alla fine umiliate
capita vostra facendo il gioco in sepoltura. Questo documento
mi ha dato il nostro grato innocente, il quale fa estenuare di
carne la sua nutrice, perché se qualche sera ne ciba egli
passa inquieta la notte come avesse febbre, e lasciandola il figlio
dorme ad uso naturale, preghi Dio per sì devoti presaghi
acciò non faccia il mio mal fine, e la saluto come fanno
le sorelle.
Palma, 13 novembre 1695.
[umilissima serva]
[Maria Crocifissa della Concezione]
(1) D. Baldassare Naselli e del Carriglio, prese l'investitura l'8 maggio 1674, eletto Vicario generale nelle città di Girgenti, e di Licata nell'anno 1676;

1696 02 12 Lettera 02 / 96 CXII
Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
n questa settimana
restiamo consolate di una carissima sua del 7 Gennaio, ed io più
di tutte ricevo carità per li quattro paia d'occhiali;
mandati separatamente due paia per volta, e l'aspetto con desiderio,
stante la molta necessità; e prima d'averli ringrazio il
suo affetto, come farei al Sole ministro della luce, come V. R.
mi è, di giorno e di notte in questa provisione d'occhiali.
Oh carissimo fratello, già incomincio a perdere di vista
il mondo, e sia il ben andato, lo vorrei né lontano, né
vicino. Luogo, ove si offende Dio; ove questo patì; ove
l'anime si perdono; e chi vi starebbe volentieri? solo per esilio,
per purga, per giusto giudizio di Dio di cuore l'abbracciamo.
Io vi sto per lo più mestissima, mirando per li buchi di
questa oscura prigione (che sono l'apertura dei buoni pensieri)
se forse la mia libertà si appressa; e parmi ogni dolore,
o aggravamento del corpo un tocco di chiave per aprire la mia
dura prigione. Oh venisti (io alle volte li dico) sei tu forse
il prigioniero per darmi l'ultimo passo dal ceppo al Paradiso?
ma egli pare che risponda: Ego non, ecce venturus: già
lo mostra vicino: ecce venturus.
Si, fratel mio, forse può dirsi per me: prope est salus,
non mi lusingo però con questa aerea speranza, perché
a comparazione della lunghezza eterna può dirsi: propè
un secolo, e un migliaio: Quoniam mille anni ante oculos tuos
tanquam dies hesterna, quae praeteriit; meglio è affrettare
il passo delle nostre buone opere, acciò con le male non
si dia occasione di allungare la vita, come alle volte fa la pietà
divina per aspettare la penitenza, a questo fine anco sono risuscitati
cadaveri per rimettersi in grazia. Onde se io non vedrò
incenerito il mio corpo, non tralascerò il timore di ripigliarlo;
giacché per un'anima nemica di esso non può trovarsi
più formidabile Purgatorio, e pensate, che sia il tenerlo
addosso, non per rimetterci in grazia, come già dissi,
ma per fomento di perderla, giacché a questo non induce
la nostra umana natura.
Oh Fratel mio, con quante ansie di cuore dovrebbe l'anima nostra
desiderare la corporale separazione. Io per me [ri]empirei li
fogli tutti di vari e giusti motivi per quel che sento; ma basta
dire, per soffrire il contrario: fiat voluntas Domini. Mentre
siamo in via di fare dovremmo, come fa un serio, e caricato viatore,
che a passi di distacco ansiosi del fine, non si attacca agl'incontri,
né con essi si trattiene; solo uno sguardo dà a
tutti, e passa avanti.
Oh facessimo così a tutti gl'umani incontri propri, e alieni,
aspri, o giolivi (senza mai fermarci con sensi passeggeri) uno
sguardo a tutti secondo [come] suggerisce la ragione, e passa
avanti, senza riflettere al transitorio, ma all'eterno fine; veda
che questi incontri alle volte trattengono la mente, vogliono
sedere con noi sotto qualche lieta posa di giocondo pensiero,
etc..
Ma non perdiamo tempo, passiamo avanti, e se vogliono società,
vengano camminando entro il sentiero nostro d'un virtuoso cammino,
fuori di che, per noi non sia compagno, né arresto, o discorso;
come fece Gesù Cristo per la via di Emmaus, che non si
arrestò in via, ma attese al discorso camminando. Per amore
di Dio nessuno ne [di]storce il passo, e ritardi la via: quoniam
advesperascit; e se si annota, o si ritarda, si precipita il passo
fuori del divino sentiero.
Io non dico, che andiamo in solitudine, ove non sono incontri,
come gli inabitati deserti, ma nel comune sentiero, senza arresto
all'umano; diamo l'orecchio, e lo sguardo al compagno, e il passo
al Cielo. Io di questi incontri ne ho molti; altri nell'udito
per quel che occorre al monastero; altri nella mente per causa
propria; dopo sentire li primi, e considerare li secondi, lascio
nel loro passo a tutti, e dico: a Dio, riferendo, e trasmettendo
a questo tutti i miei e comuni bisogni.
Palma, a di 12 Febbraio 1696
di V. R.
umilissima serva, e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
1697 01 18 AMBP Lettera 13 / 97 autog.
Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
arissimo fratello
io sono in [uno] stato che vi scrivo lacrimando, e per l'acerbissimi
spasimi tremando, di giorno e notte [mi] crucio senza respiro,
botte crudeli con che fuori di sé mi caccia il mondo, ma
io vorrei baciare li suoi bastoni, mentre fan dire a tutte le
mie brame: in Domum Domini ibimus, dove V. R. sarà come
sempre mi è stato caro diletto ed unico fratello, e come
tale le raccomando l'anima mia carica di colpe più di quello
[che] è stata carica di pene. A Dio fratello carissimo,
spero rivederla in Paradiso mentre l'abbraccio cordialmente, e
semiviva la saluto.
Palma, a dì 18 Gennaio 1697.
sua indegna sorella
Maria Crocifissa della Concezione

1697 06 15 AMBP Lettera 15 / 97 copia
Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
arà la presente
per salutarla con la memoria di me, dimorante in tanti affanni
mentali e corporali, che mai credeva trovare tanta feccia nella
fine dei miei giorni, ma perché la grassa sostanza dei
miei errori tanta si residua al fondo, parmi che nei bollori dei
miei sensi potessi dire: ira Dei ascendit super eos, e trasmessa
dal fondo tanta rea sostanza ascende nella parte superiore dell'anima,
dove sento fieri abbandoni, impeti nequissimi e veementi suggestivi,
per li quali se volessi aprire la bocca alla significazione metterebbe
in fuga di che sono talvolta rari che le mie fauci per le gemebonde
lacrime, ed escluse preghiere, e circa il corpo bisogna operare
non meno, perché egli manda altrettanta copia per i suoi
dolori.
Ohimè sono avvinta, mi confesso al non poter più,
e sono sopra forza li smisurati tormenti, mi creda, che sono in
quelli affanni, e pressioni, che: nemo credit nemo credit, e con
tutto che la mia vita è tale senza intermissione non desidero
lasciarla tremando dell'altra eterna quale aspetto peggiore, piango
la presente, e contremo la futura, perché se in un mondo,
dove si pospongono li castighi io peno tanto, che saranno nell'altro
luogo le punizioni ai delinquenti? Oh tempo! oh tempo! egli mi
è stato tiranno, il trascorso perché ho errato,
il presente perché lo peno, e il futuro perché l'aspetto.
Ah! ah aiuto fratello, acciò non sia eterno, e tolga con
sue preghiere da questa mia bocca, e cuore quello iniquo verso
sovente nelle mie labbra stimolata: melius erat illi si natus
non fuisset, e benché nella bocca di Gesù Cristo
fu Paradiso, nella mia sarebbe inferno, perché mi viene
di dirlo contro la creazione dichiarandola in odio, e non in beneficio
dell'uomo, mentre per doveri della vita mortale più pare
sia destinata all'inferno, che facilitata al Paradiso, e però:
multi sunt vocati, pauci vero electi, e per la paucità
dei buoni piange nell'essere umano una infinità di rei,
etc..
Absit, absit però queste voci nemiche quali esprimo per
metterle sotto li piedi lodando, benedicendo, e ringraziando Dio
per il beneficio della creazione, redenzione, conservazione, e
glorificazione; ma ohimè quanto mi costano questi atti
contrari nell'attuali influssi tentativi, e veemenze corporali.
Oh! che sono sangue, sono di sforzi, e uscite di cuore; preghi,
preghi carissimo per la lotta del mio letto, e dica per le mie
debolezze a Dio: apprende arma, et scutum, et exurge in adiutorium
mihi, io pure lo replico per V. R. a ricordo dei miei stessi affanni,
perché loro sempre mi rappresentano li suoi, essendo pure
in questo mondo di ribelli, e mi rallegro sentirla in mediocre
stato, perché la presente vita è tanto infetta,
che la mediocrità è la cosa migliore. Le nostre
sorelle pure la passano similmente, benché le vedo quasi
cadaveri per l'affanno di mia partecipazione; il peggio però
è quello [che] suppongono della mia morte; quale non possono
soffrire. Onde allorché sarà, glie le raccomando,
e chi sa se la perdita di una rea sorella le consolasse con la
vista di un caro fratello, quale io non merito vedere in Paradiso.
Basta carissimo fratello l'aiuto di questa anima, come la prego
a darmelo nel vostro santo sacrificio, e da questo punto glie
lo domando, perché il timore e pericolo di perdere Dio
è stato più orrendo dello stesso Purgatorio.
E' perché vi suppongo una nostra sorella defunta, detta
suor Maria Giovanna, nipote del signor Arciprete (1) morta di
pochi giorni vi prego a suffragarla, la di cui santa morte fu
avvisata sei mesi prima che morisse, e fu di questo modo: la penultima
sorella defunta detta suor Maria Francesca, stando in punto di
spirare l'anima e di più tempo che non poteva proferire
alzò più volte la voce dicendo: suor Maria Giovanna,
e domandata se cosa le bisognasse e perché chiamava a quella,
essa perché aveva perduto l'udito mostrava non sentire,
ma replicava più suor Maria Giovanna, tanto che la Superiora
facendole appressare la stessa le domandò perché
la chiamasse e che già era presente, ma lei perdurando
nella stessa insensibilità, e taciturnità di moribonda
altro non replicava che suor Maria Giovanna, la quale confessò
una tanta commozione interna, che la meno specie provò
era l'estrinseca parola, e restò nel monastero un timore
grande della morte della sorella chiamata; come appunto seguì
dopo sei mesi, e si sono seppellite in due sepolture adunate per
necessità di non esserne altre vuote, volendole Dio così
unite benché nella loro vita vissero senza particolarità
nessuna, ma ugualmente amandosi come tutte l'altre.
Questa era delle pusillanimi e timide del monastero, e considerate
chi poté fare in questa preparazione, e il monastero tutto
è sbigottito per la singolarità di questo avviso,
e tutte tremavano nell'agonia di questa ultima pensando ciascuna
essere chiamata, benché ella morì come un angioletta
senza dir altro per ultima parola che: te ergo Domine quaesumus
tuas famulas subveni quas pretioso sanguine redemisti, con che
abbassò il capo, e diede l'anima al suo Creatore; respirarono
pure con essa tutte quelle paurose, che aspettavano essere chiamate,
le quali più giorni prima facevano per lo spavento azioni
ridicole, suor Maria Maddalena andava con braccia aperte dicendo
cristiani aiutatemi, perché se mi sento chiamare morirò
per spavento prima della moribonda nella medesima cella. La Sig.ra
Principessa era della sua partita e ancora stupefatta parla, benché
altre più animose erano preparate di rispondere alla chiamata
con un: Te Deum laudamus, ed altre indifferenti con un: fiat voluntas
Domini; solo io piangendo, e curva d'ancora di errori avrei detto:
non intres in iudicium cum serva tua: o pure: dimitte me ut plangem
paululum dolorem meum, perché parmi non aver ancora lacrimato
bastante il dolore presente in espiazione del futuro.
Oh carissimo fratello, quanto importa più l'eterno del
transitorio, preghi per l'uno, e l'altro, perché in bene
o in male, l'uno e l'altro si ammagliano, e mentre li miei dolori
danno termine al respiro mi hanno dato con l'aggravarmi in quel
punto, io lascio la penna, e ripiglio l'affanno per fare nell'una
e l'altra la volontà di Dio, e le raccomando di pregare
Dio, e accalorare l'opera delle Scuole Pie in Palma, perché
questa va male senza gli operai, noi facciamo lo stesso appresso
Dio e nipoti, quali grazia Dio tengono buon cuore, e ottime qualità
e costumi, ma hanno bisogno di sprone, né posso dire [di]
più per l'aggravamento suddetto.
Restando col cenno del nostro buon Prelato di cui corre ottima
fama, e parlando con li nostri nipoti, li discorse tutto acceso
delle Scuole Pie, impegnandosi alla cooperazione d'esse in servizio
del Signore, ai piedi di cui, e della nostra Regina sua madre
le prego ogni bene, e la saluto di cuore.
[Palma], a dì 15 Giugno 1697.
[sua indegna sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]
(1) D. Felice Focolari, terzo arciprete della terra di Palma;
P. S. Scritto prima di venire la posta, perché bisogna
stare con l'infermità, e non col tempo, secondo il respiro
mi danno li dolori, che per lo più è rarissimo e
tra un mese appena ne trovo un quarto, o un miserere benché
adesso è stato più durabile, ma ora non posso più,
bisogna finire. Se cosa vi sarà di rispondere alla vostra
lettera ventura risponderanno le sorelle.
1698 04 14 AMBP Lettera 08 / 98 copia
Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
arissimo fratello,
il suo silenzio è a me lungo abbandono, asseconda quel
di Dio, e del tutto, e soffrendolo io in questo stato generalissimo,
divini ed umani sono peggio assai del paralitico della piscina,
perché se egli disse: homo non habeo, aveva un Dio per
esso, ma per me veruno, e a tanti spaventevoli affanni nell'animo,
e nel corpo: non est qui adiuvet, e però gridano contro
me tutte le sciagure: persequimini et comprendite eam, come già
mi tengono compresa nelle loro fierezze in una vita peggio di
mille morti, in cui oh, se li miei spasimi per momento mi lasciassero,
e li miei occhi intorrentassero quante lacrime tanto inchiostro,
mai potrei dire le doglie, li tormenti corporali, quali li medici
chiamano inauditi, per essere con le qualità mai intese
nella loro professione; ma essi, che possono sapere quando quell'unico
del monastero, una sola volta tra sette mesi mi osservò;
perché da se stesso si ritira, osservando sì giusto
il polso, come la più sana del mondo, e pure era in stato,
che per l'agonia del volto mi ordinò li sacramenti, e si
partì, e sempre più sono peggiorata a segno, che
sento nelle viscere mie tutte l'eculei graffi, e bruciori del
mondo.
Ohimè fratel mio, parlo per la centesima parte meno di
quello [che] patisco, e senza scrupolo d'esagerazione; con tale
immobilità, e assiduità sono queste pene, che né
giorno né notte provo respiro, senza tregua, e senza mancanza,
e considerate sono, e se qualche volta in esso mi abbatto, sento
lo stesso tormento; tal che ho quasi perso la vista per l'incontenibile
pianto, (solo effetto di natura) bisognando rasciugare al sole
il mio guanciale tanto sta penetrato di lacrime; e consumata di
spasimo posso dire: pelli meae consumptis carnibus, mentre non
solo la carne è già partita, ma la stessa pelle
è tanto disseccata, e ruvida, come scorza di pianta, e
ciò ancora per la mancanza di cibo ridotto in pochissima
quantità di carne arrostita o bollita, senza altra mescolanza
(perché etiam una mandorla mi avvelena) e una minestrina
in brodo ben magro, e scipito (perché non solo cose di
sostanza, ma il sale mi danneggia) questo, e non altro è
il mio cibo, quale per la nausea prendo misto di lacrime assieme
col bere, quale si scalda al fuoco prima di pigliarlo.
Oh castigo del mio diletto forse nel cibo, mentre cose che si
danno agli stessi moribondi a me sono veleni; ma ciò vada
per niente per quello [che] patisco nell'anima, perché
8 anni di pessima infermità, 2 di intollerabile peggioramento,
e 8 mesi immobile in letto sempre sopra una punta d'osso, senz'altro
moto, che del capo e un braccio, con cui distesa, e travagliando
scrivo; non possono paragonarsi all'orribili tormenti [che] patisco
nell'anima quale chiamo inferno, perché patendo nel corpo
la pena del senso, parmi nell'anima patisse quella del danno,
con le stesse violenze, stimoli, e influssi dei dannati.
Ohimè, ohimè, ohimè quale di loro non ho,
forse di rabbia, di maledizione, di bestemmia, di miscredenza,
di rifiuti, di prevaricazione, etc., e sopra tutto di odio contro
Dio e la fede; che un solo sguardo a Dio mi costa: stridor dentium.
Ah! ah ecco in questo letto un mal ladrone in croce che muore
penando, e nell'incentivo bestemmiando, e maledicendo, e solo
il consenso mi ritarda l'inferno.
E di quello in questo patisco (perché niente ho detto)
dico ciò, che del cielo disse San Paolo: nec oculus vidit,
nec auris audit, nec in cor hominis ascendit, o pure descendit;
bisognando abbassare per conoscere li miei abissi infernali, da
dove esclamo all'Altissimo, e in esso a lei caro fratello: de
profundis clamavi ad te Domine, Domine exaudi vocem meam; acciò
esclami, mitighi e commuti questo mio stato, composto di sua offesa,
e mia perdizione. Aiuto, aiuto soccorso caro fratello, eia presto
velociter exaudi me, cito (gridi) anticipent nos misericordiae
tuae, Domine ad adiuvandum me festina, festina, festina, prima
che finisca l'ultimo passo dell'inferno.
Sì, sì fratel mio orate, celebri, roghi Dio,
la Vergine e li santi, che sta di perire, e spirare la sua afflitta
sorella, ed io essendo tale, né le mie lacrime, né
li miei estinti calori hanno potuto smorzare, o raffreddare in
me il vostro amore; e per quel [che] posso supporre di amare in
un fratello poco contento, e meno prosperato (perché siamo
in un mondo di guai, e nella religione la di cui croce si divide
in molte specie) sempre offro per V. R. li miei dolori, in unione
e meriti di quelli di Gesù Cristo, per li quali spero le
gioveranno più di ogni altra sublime orazione, perché
giovano più dei dolci l'amare medicine: de cuius livore
(parlo di quelli di Gesù Cristo) sanati sumus. E perché:
charitas non quaerit quae sua sunt, io sì morta come sono,
la prego a pregare Dio, e a considerare bene, la principiata fondazione;
perché circa l'istituto scarso d'ogni utile, e buona qualità
di soggetti li più reietti in Sicilia, ogni uno non li
loda, e preciso il nostro Prelato dicendo, che con 2 cento onze
d'entrata, e senza cinque mila scudi o onze di fabbrica si poteva
fare nel Calvario un bel convento di santa Teresa, o riformati
di sant'Agostino, che sono le 2 riforme, che oggi più rilucono,
e che attendono alla amministrazione dei SS.mi Sacramenti, prediche,
e sermoni, e tutti [gli] atti di carità con moribondi,
e vivi, e per se stessi di vita mezza eremitica, e molto esemplare,
il che in questi il tutto va perduto, solo per l'utile delle scuole,
fuori di che dicono loro stessi, che poco possono fare.
Onde per le scuole sarà bastevole per li pochi studenti
di Palma, un buon soggetto di tutte scienze, col trattenimento
di onze 40 annue, cioè 20 che offre la Sig.ra Principessa
per ansia di sentire prediche, e 20 tra [la Sacra] Distribuzione,
e lucri della scuola, e questo si sta procurando, che se sarà
buono se arriverà ai 50, per quello [che] avrà in
altri impieghi. Ma per dirla in confidenza il più che disanima,
fu l'esperienza del predicatore del suddetto istituto, privo di
quelle qualità che si devono avere, e pure questo in tutta
la provincia è il migliore, oltre alla tardanza di cinque
o più anni, perché prima di questo tempo per le
spese della fabbrica non si può spedire, in cui sono assegnate
onze 200 l'anno, e il Calvario è pronto, luogo che rapisce
li cuori. Onde preghi molto per essere cosa di considerazione,
e finendo la carta e la forza, per la forza dei miei dolori finisco
e la saluto.
Palma, a dì 14 Aprile 1698.
[sua indegna sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]
P. S. Faccia la carità di visitare per me una volta il santo corpo di San Filippo Neri, (ed oh, se fosse col santo sacrificio della Messa!) pregandolo per le mie necessità, perché vi tengo molta fede: fiat voluntas Domini, e non occorre farle la pazienza per questo illeggibile, e storto carattere stentato [per la] distesa e sopra un braccio, perché in farlo tutta tremo, e però scusi se per la mia e vostra fatica, è più un anno che non le scrivo, e di nuovo la saluto.

1698 07 20 AMBP Lettera 27 / 98 copia
Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare
arissimo fratello,
unico al mondo, e in Cristo dilettissimo; lo stesso motivo, che
serra la bocca a lei, per compassione delle mie pene, con maggiore
forza impedisce a me le parole, perché se gl'amici di Giob:
tacquero per vederlo sì afflitto, quanto dovette tacere
l'afflitto, oggetto della loro taciturna compassione? Silenzio,
ohimè sì crudo, che effonde sangue per l'ulcere,
non potendo per la bocca parole, è proprio degl'afflitti.
Fratello, il tacere nei tormenti, come Gesù Cristo tacque
in croce, solo aprendo la bocca per sette brevissime parole, ma
io non attrivendo seguire il suo sacro silenzio, effettuerò
l'imperfettissimo mio con quello del pesce, giacché tra
li volatili, e animali terrestri, questo solo non ha voce, per
il continuo ingoio dell'acque come sempre tace l'anima mia in
un mare di dolori, dove solo strepitano l'onde di tanta dolorosa
procella in cui posso dire: inundantes aquae sic rugitus meus,
e lasciando la generale corrente dei miei spirituali e corporali
affanni, solo l'ultimo ingiunto della perdita di nostro nipote
(1) mi avrebbe, se esplicare il potesse, fatto gridare: cum clamore
valido in manus tuas Domine commendo spiritum meum perché
piange la carne, ma più deplora l'invidia di consegnare
a Dio l'anima mia, come la trasmise quell'anima fortunata a breve
vita, longanime sorte, tra momenti acquistata.
Questa fu come spero quella del nostro caro nipote, mentre prevenendo
Dio con la sua misericordia gli diede una vita sì buona
e cristiana, che visse per grazia, e natura grato a Dio, ed agli
uomini. Sicché posso, dire: placita erat Deo anima illius,
e tale la contrassegnò nella fine comparendo il suo termine
a quello della sua amara passione, perché aveva il nostro
benedetto figlio, devozione infallibile alla sacra immagine del
SS.mo Crocifisso del Duomo di Palermo; tal che d'ogni tempo circa
due hore di notte lo visitava ogni giorno con la Principessa moglie,
e li tenevano quotidiano lume di una lampada, sotto la cura di
un Prete per loro devozione, oltre alla speciale memoria, che
da che nacque sempre conservò alla sua santa passione,
e Dio centuplicando tal bene permise, che il Giovedì si
comunicasse, e il Venerdì spirasse in quella hora medesima
seconda di notte, che lui visitava la sua crocifissa Immagine,
e con essa quasi in una stessa hora lo depose di croce trasferendolo
come lui dalla croce al monumento, così quello della croce
di questo mondo nell'altro beato.
Così spero carissimo fratello, così respiro e vivo,
altrimenti per la perdita di un caro, e degno figlio sarebbe inconsolabile
il dolore, né sto a ravvisarlo con discorsi di dolorose
conseguenze per la rimasta mestizia in tutta la desolata Casa,
terre, moglie, e pupillo, perché oltre all'essere quasi
indicibile una sola cosa può mitigarla quale è la
volontà di Dio feconda all'anime nostre di più giocondi
affetti, influendole fuori alla luce per le dolorose parti di
tanti dolori; e già uno primogenito sta quasi all'uscita
per li santi pensieri, e risoluti proponimenti di darsi a Dio
la vedova, nostra nipote.(2) Ella è giovane di 26 anni,
bella ricca e di tali costumi cristiani e naturali, che pare sia
soggetto di più secondi pretendenti; ma ella talmente nausea,
e fugge il mondo, che mi scrisse risoluta di volersi vestire di
lana, tagliarsi li capelli e fare voto di castità, serbando
quello di povertà e obbedienza, quando può entrare
nel monastero essendo per hora impedita per la cura del pupillo.
Di che essendo da noi ritardata per farlo con più maturazione,
e pigliarne il parere di V. R., come la preghiamo, essa si sottomise
come vedrete dell'acclusa il Sig. Principe padre, giubila a sì
santi pensieri della figlia, e stimando vengono da noi rincara
la cultura di questa anima, e si protestano l'uno, e l'altra volere
dipendere dal vostro parere, come puntualmente eseguiscono tanto
nello spirituale, quanto nel temporale, nel quale si deporta con
tutte, Casa, vassalli, e monastero con ogni carità, e affetto
tanto che si duole del ricco lascito [che] li fece il Principe
senza suo intervento, dolendosi non meno dello scarso nostro scusandolo,
che il testamento fu suggerito in stato di moribondo, e fece una
elemosina al monastero di onze 60 per l'anima del Principe b.
m.; oltre al sovvenirlo alle volte di cose di rilievo, e altri
di confidenza, e sentendo, che il monastero perdeva alla morte
del Principe da onze 60 l'anno, tra censi e frutti del giardino
volle essa continuarle questa carità come affittuaria,
non potendo come tutrice a conto del pupillo, in somma è
una figlia sì buona per tutto che pare parto della provvidenza
del Signore.
Brama entrare nel monastero nostro e non potendo per sempre, lo
desidera per alcune volte, onde faccia la carità della
licenza procurandola con ogni maggiore sforzo, perché adesso
sarà facile, essendo ella vedova, e come una vera religiosa,
altre tanto buona sarà per l'effetto delle Scuole Pie;
benché essendo giovane inesperta, si confonde come metterla
in opera, mancando più per reggitori, che per sostanza
di fondarla la vostra persona. Per questo, oh! quanto sarebbe
necessaria, senza la quale parmi difficile, perché ognuno
si guarda l'uno con l'altro per spratichizza di come effettuarla,
ancora si sta in dubbio circa il sito della fabbrica, e li stessi
Padri pare che non abbiano finora né calore, né
molta esperienza; con tutto ciò ella si farà infallibilmente,
perché l'ebbe tanto a cuore l'anima benedetta, che non
curando cosa nessuna di sua casa, solo questa rincarò col
fiato sulle labbra, per carità si accinga al tutto non
solo di stimolo generale, ma particolareggiando il modo di tutto
quello [che] bisogna.
E giacché discorro di questo voglio sincerarmi dell'intenzione
della Sig.ra Principessa (2), la quale mai è stata di impedimento
di tale opera, anzi sommamente la loda, questo bensì che
desidera da per se fondare quella di San Pietro d'Alcantara nell'eremo
del Calvario, dando il primo luogo alle Scuole Pie,(3) e già
ne tiene buona speranza con una calda condiscendenza dei Padri,
tanto che sarebbero due di loro venuti subito alla prima richiesta,
se non aspettavano il loro Padre provinciale, il quale pure consente,
e si sta trattando molto bene; anzi un Sig.re di Napoli, per sua
devozione vi vuole intervenire, contribuendo il denaro per una
soda fondazione.
Io per me ne godo molto, benché senza intervento di una
parola, perché li miei continui spasimi, che non mi fanno
ricevere visite e più di un anno, che non parlo con questa
Sig.ra, la prego però a rallegrarvene ancora quando sortisse,
perché giovano ai prossimi più l'esempi, che le
parole, e questi utilizzano con l'uni, e gl'altri; io vorrei dire
[di] più sopra altre materie, ma li miei dolori mi impossibilitano.
Onde fo fine dando principio alla carità di me stessa,
perché: charitas incipit ab ego, e con lacrime di cuore
le raccomando questa anima, in un indicibile stato di afflizione
ridotta, incapace non solo di tutte i mezzi induttivi al bene,
e al presente patire, ma infusa in una opposta avversione ai medesimi
motivi, e ciò con un diluvio di contrarietà agli
stessi per via d'incentivi, e speculazione.
Ohimè, ohimè carissimo fratello, non è stato
che lingua possa dire, né foglio capire; onde per almeno
accennare la prima maglia di questa infinita catena che in tanti
anelli d'innumerabili afflizioni pare mi tira all'inferno; una
voce le esplico, che per ogni momento mi grida, ed esplica perescita,
e ciò con tanta probabilità ed evidenza che potrei
in vedere più l'essere mio che questa credenza, per il
quale fine pullulano nel senso disperati stimoli contro il mio
ben fatto perescito, e voto, e contro sopra tutto la creazione
odiando l'essere per non consumarlo in un fine dannato, etc..
Ah ah audite coeli quae loquor, oda lei le mie pene, giacché
sono inaudite e prive di pratica dalle terrestri creature; fratel
mio, fratel mio vorrei mandare fiamme per parole giacché
ardo di affanno in questo presago d'inferno, gridate voi per evitarmelo:
Domine ne permittas me separari a te, acciò non separi
dalla sua gloria che tiene unite alla sua pena, essendo l'unione
dell'una e l'altra atto di giustizia. Dite all'eterno Padre per
me: ne proiicias me a facie tua, e se vuole cacciarmi fuori del
Paradiso mandi con me il suo figliolo all'inferno, giacché
Davide disse: si discendero in infernum ades, ed io vi starò
contenta con l'uno e l'altro, giacché verrà meco
ancor esso, essendo col figlio indivisibile, altrimenti io li
ruberò il figlio con il quale per le mie pene confissa:
sum + per vivere inschiodabile, o tutte due all'inferno, o unitamente
in Paradiso.
Sì, Cristo mio bene, e dalla mia croce indivisibile non
mi lasciare, gridano a te le mie voci: mane nobiscum quoniam advesperascit,
e prima che arrivi a me l'eterno scuro anticipa l'eterna luce
dando all'anima mia il: requiem aeternam, eia eia dulcissima aurora
dell'eterno sole tuo figlio: eia ergo advocata nostra illos tuos
misericordes oculos ad nos converte, et Jesum benedictum fructum
ventris tui nobis post hoc exilium ostende, o' clemens, o' pia,
o' dulcis Virgo Maria.
Col quale supplicante, e gemebondo fine vi assicuro per mille
volte, che voi siete il mio carissimo fratello sempre offerto
a Dio con l'offerta dei suoi, e miei dolori, ne mai cesserò
finché cessando questa rana d'inferno di proclamarmi perescita
intonerà l'eterno: sanctus quella dolcissima serena tra
il mare della divina misericordia con cui assieme: cantemus Domino
gloriose, uscendo da questo ranoso Egitto per andare alla terra
promessa della gloria infinita amen. Amen carissimo fratello,
e con le sorelle caramente la saluto.
Palma, a dì 20 Luglio 1698
[vostra indegna sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]
(1) Giulio, IV Duca di Palma.(Palma 1670 - Palermo 1698)
(2) D. Anna Maria Naselli, figlia di Baldassare, Conte di Comiso
e secondo Principe di Aragona, vedova di Giulio Tomasi, suo nipote;
(3) L'istituto delle Scuole Pie, sarà inaugurato nel Dicembre
del 1708;
P. S. Dopo la presente lettera arriva la carissima sua a suor
Maria Antonia del 21 Luglio, con la santa persuasiva di aspirare
al cielo fuori di questo esilio, verità si manifesta atta
a commuovere sassi, fuorché il mio cuore più che
sasso durissimo, e incapace d'ogni santa penetrazione; con tutto
ciò glie ne ringrazio molto, come fo della figurina dimorata
sopra l'altare di San Filippo Neri, gradendo la figura e la significazione,
e perché desidero con veemenza la libertà o mitigazione
di questo mio contegno, flagello, che nuoce più all'anima
che al corpo, bramerei fare ricorso a qualche Servo, o Serva del
Signore.
E ciò per due fini, primo per fare la volontà di
Dio, giacché vuole essere pregato nelle nostre afflizioni,
come dimostra la Chiesa ascrivendone etiam le preghiere per le
particolari afflizioni, come sono infermità, pioggia, etc.;
secondo a fine di umiliazione, giacché è atto sottomesso
il domandare aiuto, ed egli: humilibus dat gratiam. Onde io lo
farei volentieri non solo alle più inique peccatrici, tutte
migliori di me, ma allo stesso demonio per esser peggiore di lui
nel numero degl'errori, come sarei stata nella disgrazia senza
la pietà del Signore. Onde mi consigli fratello se devo
farlo per qualche mezzo, o mia lettera, quale io farei di lacrime
di sangue e a chi, perché ai tempi nostri nessun santo
vivo si nomina, dicono che in Napoli ve n'è una detta suor
Serafina, gran Serva del Signore, se vi pare ricorrere a questa,
o forse costì ne conoscerà altra, mi dia consiglio
per carità mentre sono in stato di speranza: et antequam
vadam ad terram tenebrosam etc..
Fine delle lettere
