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1681 09 15 AMBP Lettera 34 / 81 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


h, fratello carissimo, che le dice il cuore di questo caso occorsomi? Mi fanno fare il cuore come la tinta, perché chi mi dice che tengo amicizia con barbari, chi che sarò perseguita e chi mi dice una cosa e chi un'altra, io che colpa è che entro sino a Tripoli di barbaria? Non posso pensar altro fuor che il demonio colà mi habbia rivelato acciò trapassando tanto la mia iniquità lui trasmette con quei perversi il mio nome per farmi: pari cum paribus.
Ad ogni modo io in tempo cosi sospetto non posso passar quieta questa legatura, che buono vedere fa corrispondenza di turchi e cristiani, e massime se segue come mi dice il cuore, e di altro canto mi preme sino all'anima il bene del prossimo e quello del Signore; onde la prego a darmi qualche parere come mi devo portare in avvenire, poiché per questa volta già lungamente le risposi secondo mi dettò la mia ignoranza, diretta bensì dalla bontà del Signore. Vorrei di più sapere circa il modo di parlare, cioè dei titoli dovutigli, poiché quantunque il sudetto sia soggetto qualificato, io con buona creanza gli diedi il titolo grammatico cioè, tu si, no etc. così facendo per addizione improvvisa poiché io sopra ciò non pongo pensiero ma corro con la lingua; non [di] meno per non far da capo voglio il suo parere benché spero non passar più oltre con la grazia del Signore.Palma a dì 15 Settembre 1681

[sua sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

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1681 09 22 AMBP Lettera 35 / 81 autog.


Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


ggi giorno 22 di Settembre riceviamo con la posta una lettera della signora, la quale dopo una lunga e mortale infermità già grazie a Dio sta libera dalla febbre, benché ancora in letto; onde per essa io rispondo, ma non a tutti i capi della sua lettera poiché chi può capire quelle polize di cambio, quelli abachi fatti cosi, e quell'altri intrichi con signor l'Amantia, de' quali io non intendo niente, e niente le rispondo, lasci che la signora si alzi da letto per darle di ciò risposta a compimento. Degl'occhiali bensì la signora molto si rallegrò e la ringrazia infinitamente, tanto più che in Palma vi è venuta una cecità quasi comune, che non si sente altro che busca di occhiali.
Onde il signor Arciprete glie ne fa istanza caldamente pregandola ad inviarne uno o due paia per lui, della medesima qualità di quelli del padre nostro confessore, essendo egli della medesima età e infermità, cioè di 56 anni, e provandosi quelli del padre sudetto gli parve fosse venuto alla vista di prima; onde con ogni istanza e sollecitudine ne lo prega.
In quanto poi alla sonnolenza di Roma in ordine alla controversia di Francia, qual voce può destarla? Una sola io stimo, l'ira di Dio, cui: sicut leo rapiens et rugiens rapisce e grida, arrivando al detto il fatto, all'avviso il castigo, e al ruggito la preda, rapendo con denti chi non si destò con gridi, Dio faccia che non sia, ma bramare la sanità nel riempirci di maligno umore e manifesta pazzia, io per me stimerei più homicida che barbiere quel che facendo tale officio nel voler cacciar sangue ungesse di veleno la punte del suo lancino, che invece di sgravar la vena gli avvelenasse il sangue; così farebbero i ministri di santa Chiesa destinati medi per la salute dei mondani, che se loro sono tali cioè nel loro officij riportatori meno di salute che di veleni meglio sarebbe non essere ministri.
Che homicidiale il nostro conflitto è questo appunto, ed io stimo che nostro Signore sia più sdegnato con l'infermieri che con l'infermi, cioè più con l'ecclesiastici e religiosi che con i laici secolari, io sono peggio di tutti e però più di tutti mi raccomandi al Signore.Palma il dì sudetto 1681.
Nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. La signora mi dice che resta assai meravigliata dei suoi scrupoli circa il denaro [che] le invia, onde lei le dice per sempre che non per altro le invia queste somme che per sua determinazione, sì che ne faccia quello che vuole a chi e come le piace essendo mandate per V. R. a sua disposizione, che quando qualche volta ne invia per altro affare con la medesima somma ne particolarizza la sua intenzione, ma quando l'invia senza dire altro sempre intende che sono a sua elezione come sono queste 50 onze che lei cenna mandateli per il signore l'Amantia.
Della elezione dei Cardinali non le dico niente, poiché stimo essere vergogna i siciliani dare notizia alli romani degl'eventi di Roma. V. R. tra queste porpore pensi che tutti quelli dell'altra vita sono porporati, chi di serafici ammanti, chi di fuochi purganti, e chi di fiamme infernali; io alla vista di questi stimerei uno scherno un eminentissimo cappello, poiché quello solo è eminente che là su ci corona dell'amor divino.
Carissimo fratello: quo vilior eo mihi carior, questo abbracci, questo stringa, e ne' medesimi riflessi meco replichi: quo vilior quo vilior eo mihi carior.


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1681 11 06 AMBP Lettera 43 / 81 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

l pari del suo affetto sono le sue cautele, carissimo fratello, onde io brevemente rispondo, dicendo che per essere sì vulgata verace e nota la materia della incursione divina nell'opere nostre, io non feci conto spiegarla in causa, poiché sarebbe cosa molta sofistica se volendo uno dir pane bisognasse spiegare essere fatto di quel frumento fruttato dal campo, coltivato dall'agricoltore, tolto dal granaio, crivellato dal panettiero, e perfezionato dal fornaio. Oh lunga saria! Io mi morrebbe di fame per non chiedere del pane con questa lunga storia, basta dir pane per intendersi tutte queste sue circostanze; così io feci nella spiegazione dell'opera del nostro intelletto, e dissi discorso naturale, intendendosi senza dubbio con l'aiuto della grazia di Dio, che essendo autore della natura senza esso ella non opera, come non può operare un corpo senza il suo capo, sì che da noi stessi niente possiamo senza la grazia ordinaria o straordinaria di Dio secondo lui vuol darla, la quale nell'opere della natura opera con naturale, e in quelle della grazia opera soprannaturale, quando però ella è in tal grado che bisogna sopraeccedere la natura, essendo così nella contemplazione infusa, dono di miracoli e di profezia etc..
Onde io mi dichiaro che nel dire naturale o appartenente all'homo, intendo con la grazia di Dio sufficiente e ordinaria, non solo attuale ma preveniente e susseguente nella perfezione, essendo tutte tre necessarie per ogni nostra benché piccola azione etiam, di un respiro, non potendolo fare la creatura senza queste tre incursioni di grazia, con le quali la può, lo fa, lo perfeziona: con la grazia preveniente si abilita, con l'attuale l'opera, e con la susseguente lo perfeziona; e se tanto bisogna per un solo respiro che è cosa indifferente, naturale e momentanea, come noi potremo altro senza la grazia di Dio: in quo movemur et sumus? Dunque etiam per ogni nostro respiro domandiamo a Dio la grazia preveniente: tua nos quaesumus Domine gratia semper preveniat l'attuale: dirige actus nostros in beneplacito tuo, quia tibi sine te placere non possumus la susseguente: et misericordia tua subsequatur me omnibus diebus vitae meae, nel rimanente dei quali la prego carissimo fratello a propormi altra materia essendo la più proporzionata quella delle mie miserie, poiché queste proposizioni scientifiche e scolastiche non convengono a femmina ignorante e peccatrice; onde io epilogando la spiegazione dei suoi quesiti qui fermo parole, e non stimando bisognare altro caramente la saluto raccomandandomi alle sue sante orazioni.
Palma a dì 6 Novembre 1681.

Sua sorella e serva in Christo
Maria Crocifissa della Concezione

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1681 11 26 AMBP Lettera. 49 / 81 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


'infermo senza cura, si visita la sera quando scura, così il motto siciliano, così lei meco, carissimo fratello, adducendo la tardanza di quell'ora, che scrive per farmi priva etiam di parole, quanto io sono di meriti, essendo io quella egrota, esule di ogni cura, etiam di me stessa, e però l'anima mia dimagrita di ogni merito, e spolpata di ogni bene giace meschina nel letto di sua miseria cosi scomodo, e stretto, che non habet ubi reclinat caput. Io questa povera le presento, acciò gli faccia carità, che una cosa ha di buono chi siede elemosinando nell'immenso portico del divino costato: ove traversata in soglia chiede a quelli [che] passano qualche sacra mica di quello riportano. Oh carità immensa, dei benedetti viatori, ecco già la mendica! Porgetegli almen qualche sospiro per vostra pietà, acciò da sì grato spiracolo: aspiret mihi odor amor sui, che qual aura odorosa conforta le mie piaghe; oh introdotti, fate tanto, aspirate o passeggeri questo soffio nel mio cuore, poiché quella aria assorbisce ella e la mia vita, e la mia natia magione.
Fratel mio il crocifisso, quel ristretto, quel buco, è il mio ospedale vivifico; qui io, ancor che languida, benedico i miei stroppichi, la mia attrazione, e membra paralitiche, per cagione dei quali io non ho habiltà al moto, non ho causa di partire, né piedi per andare. Oh dolce mia impotenza, qui mi arrocca il patire, qui il mio inchiodato Signore: hic nidificabo, nidificherò nel nido delle mie proprie pene formato di loto, frasche, e paglie di tante mie miserie, benché su quelle piante frondose di ameni girasoli, che sono quelle anime sbarbicate dall'orto di Adamo, e trapiantate in quello rovoso del monte Calvario, ove Iddio: secus decursus aquarum plantavit vineam iustorum, a modo che a rivi di quello torrente: de fontibus salvatoris, ingrossino i suoi tronchi questi girasoli divini, traendo fertilità dal suo sangue, e produzione eterna dal suo caldo solare, la di cui beltà invano procurano godere i miseri mondani, poiché sono riverse queste piante tutte al diritto di quel sole, che su il meriggio della croce sparge i suoi splendori.
Qui queste non sanno, altro esse non vogliono, che il sole nel suo punto, Iddio su il monte Calvario: quelle della destra non vedono, quelle della sinistra non curano, e quelle di dietro non badano: Gesù Cristo solo guardano: et hunc crucifixum. Oh mio chiaro orizzonte, plenissimo mio sole: salve oh trono solare, in cui si vitalizzano l'affetti, si illucidano i miei lumi, e si svanizzano le mie pene; comunicando di più questo divino alimento la sua proprietà, e figura, conferendole al girasole col suo incremento, poiché divinizzandolo gli partecipa il rotondo della eternità, il giallo della gloria, e nell'unione distinta dei suoi granelli, la distinta unione dei beati, facendolo al suo riverbero un Paradiso in terra.
Oh cuori crocifissi, germini beati, che fanno corona a quel giglio, fan siepe a quel legno fertile a pro nostro nel monte Calvario, nelle di cui rupi io ascosa vado, cogliendo quelle erbette concedute a quelle anime che non arrivano a quei fiori, tra le quali boscareccie alta piantarella fiorì, pascolando Iddio ad un'anima di una piccola conoscenza, ma luce beata, che da passaggio se li die[de] assiso in stato di onnipotenza, sedente nell'alto polo della eternità, essendo questo smisurato soglio dall'infimo dell'inferno, sino al sommo dell'empireo, e di tal circuito, quanto un cerchio infinito: benché per quel che segue fu in qualche momento terminato, e ciò a' piedi di quel gran Re, che stava assiso, nel di cui scabello eravi cinta nel polo la volubile ruota della mondana mole, giravoltando in modo, che niente fermava, travoltando di stato in stato coloro, che in essa dimoravano.
Ma in essa da principio non si vide che una sola moscarella, qual'era una giravoltata, ma quieta creatura cioè, immobile in se stessa nella continua rimozione da uno all'altro stato: sì che era da vedere la velocità di ruota sì grande: e la fermezza di quella cosa da niente, la di cui vista appena occhio scorgeva.
Oh misera figlia di Adamo, che fai o postera di pena, cosi assorbita di guai, e solitaria vermichina? Ma par ch'ella risponda: ai piedi del mio Dio ogni corso io fermo, ogni aquilone io calmo, e ogni oceano io ingoio; ciò senza parole, ma in quietissimi accenti: inconcentrando i suoi sottili piedini in quello infrangibile diamante del divin volere, ove ella era talmente introfondata con l'introgresso di una conformità al volere del Signore, che né vuole, né ruote mobilitavano l'ali, cioè, nemmeno l'appetito di partirsi da dove la stabiliva il Signore, quantunque in stato permanente mai si vide stabilire.
Oh cosa piccola, ma di grandissimo stupore, e fu il vederla ai piedi di Dio senza mai in stato, ma immobile in tutto, e quanto volubile in ruota, tanto ferma nella volontà del promotore, al di cui cerchio le voltava tanto quieta in sua faccia, quanto di dietro, quanto al sinistro quanto al capo destro, agendo nel suo volere tanto in stato di sua assenza, quanto di sua presenza, godendo parimente nei lati tanto per missione di gusti, quanto per nudità di tormenti, sussurrando in ogni stato: benedicam Dominum in omni tempore.
Oh musa mia cara, sabucetta canora, che cosi l'organizzò cara mia vermichina, la tua voce è più eccelsa, la tua melodia è più rara. Oh mia piccola moschina, muovi deh le tue aluccie, scuoti ormai i tuoi piedini, e posa nel mio cuore, acciò io impari da un vermuccio come devo amare, amare quel grande Iddio, che etiam la residenza ai suoi piedi fa portenti sì rari, al di cui pensare mi conquassa il desio, mi violenta l'anima, fan forte le mie vene, non posso più tardare.
Cielo, terra, andate, creature più non venite: inveni quem diligit anima mea, tenui eum, nec dimittam, non vo cielo, non vo terra, già nel mezzo è il mio tesoro, egli sta su quella ruota di una santa indifferenza, per dovunque lei volta, e gira sarà nel polo la mia stanza, così la mia vermuccia, così vuole mia maestra il di cui veder sì grato, il di cui stato sì buono pose, (per cosi dire) il medesimo Dio in tanta vaghezza, che tirandola su il dito della sua compiacenza disse: eo magis, quo minus vantando la sua vermuccia tanto grande nel suo dito assisa sopra ogni eccelsitudine arcana, quanto piccola in se stessa e nella eccellenza humana. Così disse sorvolandola, e sorridendo per diletto se la ingabbiò nel cristallo del suo cuore SS.mo; ove non più occhio la vide, seguendo al suo sparir altra vista mestissima, cambiandosi quella solitudine in una folta di animali; sì che si vide quella ruota ricoperta di moscacce, zanzare, e madragoni, cosi vermicolosi, e mobili come sogliono dimorare.
Questi erano i mondani, tutti sollecitudine nei loro intenti, volubili non solo in ruota delle contingenze mondane, ma del tutto in quello stato, ove li pone il Signore; sì che a questo loro posare, sì leggero seguiva alla loro vista un cadente bastoncino, cioè qualche travaglio etiam di condegno castigo, alla vista di cui sorvolano tutti in nebbia: benché chi più, chi meno: né si accorgevano li sciocchi che il bastone non era ruvoso, ma grondante di miele, acciò che posando sopr'esso ne traessero, non morte, ma liquor vitale.
Ma a questo non giunge la leggerezza del male, ma al primo veder della croce fuggono le mosche, e queste inaccorte zanzare: e non potendo ovviar quello fuggono (poiché: quis restitit Deo, et pacem habuit) si trattengono nell'aria di quella mobile inquietezza, patendo più orribile della croce che fuggono, la medesima resistenza. E tal ora (oh gran disgrazia) con impazienti sussurri si danno a guisa di madragoni in peccaminose querele, lagnandosi dei suoi fastidi e del datore; ma se più potevano si alzavano sino in alto, mordendo colà Dio con disperati aculei, che da loro provocato con maggiori percosse le cacciava da sé, e dai suoi aiuti, sì che li meschini dissipati: nec compuncti ne andarono malandate, la quale misera ciurma formò su quella ruota una nube, ma così densa, così oscura che impedì quella luce bellissima, ove terminando ogni contento, io principierò gran pianto.
Ohimè: oculus meus appropinquat ad mare, Maria sì dolente mi si gonfia nel cuore, che par mi menasse a morire: e ciò mi saria vita per tormi affatto dagli occhi questi assami, ed oh faccia Dio, che io non sia la più volubile, la più querela, e mordace; et il più che mi duole è, che quanto voliamo fuor di Dio fuggendo la croce, tanto ci cacciano fuor di lui i nostri peccati: opera enim illorum sequuntur illos, sì che, ove arriverà quel misero che tanti bastoni precorrono la sua fugacia? Oh sole, oscura il cielo, e tu mare inonda il mondo per impedire il corso a questi miseri corsieri: nunquam in eodem statu permanent, su tornate ai vostri nidi, che sono i sacri piedi, quali formati ci aspettano, o nel polo dell'eternità, o nel Calvario, in questo dì presente, colà nel futuro: o' frater, o' frater, an hic, an illic.
Carissimo mio in Gesù Cristo a suo bel modo scelga, io per me nol voglio adesso, che su il monte Calvario. Qui io voglio tutti, su tornate oh fuggitivi, qui oh mie perdute assami sono per noi pascoli di miele; ma ohimè loro non l'intendono, anzi restie rispondono: illa terra devorat habitatores suos, sì che dice il vero poiché: nisi granum frumenti cadens in terram mortuum fuerit ipsum solum manet, ma rifletta al fine: ipsum solum manet, che se ella la inghiotte, e per qualche momento l'assorbisce, non è che per eternamente moltiplicarlo, come appunto fa quella fiera marina, che nell'ingoiare Giona non fu crudele ma benigna, mentre qual madre nel suo seno libero lo solcò dell'onde marine: sic filius hominis in corde terrae, con cui ancora noi tanto dobbiamo; spezza dunque a duro ferro questa rocca del Calvario, ove introfondato il cristiano produrrà per cibo eterno olio, miele e grano; questa messe io qui aspetto, per questa fatico e sudo, sin che si sega il fieno: omnis caro fenum eia mio messaro, Gesù mio la falce è in pugno: hic ure hic seca ut in aeternum parcas, ecco qui io curvo il collo, la tua croce la mannaia, la tua lancia il mio cortello, il manigoldo il tuo volere, che mi tira e schianta il cuore, dopo che: quid mihi iam ultra mi amatissime Jesu: iam mundo et omnibus quae in mundo sunt iubens vale facio: iam gaudens ad te venio iam gaudens at te venio, così io, così V. R. carissimo fratello, acciò in quei secoli eterni ambedue corriamo; e finalmente la ringrazio di quelle inviate insieme con quelle altre coselle secondo la notazione. Io le gradisco molto, poiché le cose procurate da V. R. mi sono sempre in gusto, gradendole parimente dal signor Abbate, la di cui risposta già le inviavo con la posta passata; in tanto io le rispondo di quella letterina di suor Serafina di Dio, alla di cui risposta io non hebbi che fare che riconoscere più ingrandite le mie derelizioni.
Non di meno per non far peggio di una piccola moschiglia dissi: benedicam Dominum in omni tempore, e ciò mi vien facile, poiché solo in quello che Iddio non vuole io non ho pace, nel quale incontro la mia vermuccia entra in una fiamma vorace, qui V. R. rinfreschi le mie pene con altre tanto ardente orazione, lo faccia per carità, e non faccia come da principio che, all'inferma senza cura le scrive la sera quando scura: nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.
Palma a dì 26 Novembre 1681.

Sua sorella e serva in Christo
Maria Crocifissa della Concezione

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1681 12 09 AMBP Lettera 51 / 81 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


icevo in risposta di alcune mie una carissima vostra lettera, ove intendo con spasimo del mio cuore l'occulto male di santa Chiesa, e vorrei accompagnare le vostre doglianze con gemiti del mio cuore, per il che io mesi sono inviavo costì una gemibonda matrona che scindendosi il petto invitava al suo pianto tutte le creature; ohimè: scindite corda pectora, così a batti palme gemeva, ma per quanto io vedo forzata forse di ladro infernale fu presa per via questa dolente matrona, ed era tale, come di già si trova la quasi distrutta religione, figurando questa la riferita matrona; ma oh nostra perdita, oh sua ria sventura, e cui (ancor che in carta) così in odio la seguita io fidandola in carta così dolente l'involsi per farle udire suoi gemiti, e a nostro danno le grida, ma tanto suo esalo non piacque.
Onde anche cupa in sospiri chi sa qual torrente la sommerse, menandola seco in più arcipelogati martiri, povera donna, chi sa invece di esalare in qual profondo annida? Io per me non so che dire fuor che deplorare di santa Chiesa le così ignorate rovine, di cui (essendo il capo santa fede) la sudetta è il cuore, e mentre ella langue tutto il resto si duole, così facciamo noi ai piedi di Dio, gridando con nostri gemiti: descendat super nos misericordiam tuam, tanto ci ottenga la SS.ma sua Madre, ai piedi di cui diciamo: nos cum prole pia benedicat Virgo Maria, a dì 9 Dicembre 1681.

Sua sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]

P.S. La croce di sopra vede denota di questa non esservi copia, come saranno tutte quelle così segnate; così il mio confessore vuole [che] le dica, onde io fo la santa obbedienza, l'acclusa lettera è del padre Bartolotti, e si ricordi del fine di questa corrispondenza, e qui brevemente finisco havendola con la posta passata [an]noiato di una lunghissima lettera.

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1682 02 10 AMBP Lettera 06 / 82 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


arissimo fratello, atteso quello [che] sa io non discorro del fatto ma dal preteso effetto, quale io onninamente procuro senza voler saper altro che il detto Evangelico: cum persequentur vos in civitate istam fugite in aliam, che se tanto disse Dio per ogni sorte di persecuzione, che sarà di quella che produce l'anima in una spirituale ed eterna.
Io qui già sono arrivata, né pena mai sarebbe bastevole a sgomentarmi se non fosse quella che quanto spiace a Dio tanto laquea e rovini la mia lesa coscienza, la quale già tremula in un dirupo di morte sente replicarsi da Dio: fatua fatua cave ne decidas; che vuol dunque, io pazza sarei se per non rimuover passo tremolassi in un pozzo, se non di peccato almeno d'inquietezza, quale si è tanto orrenda che un piccolo inferno spasimante restringo, ove parimente par si consumasse tutto il monastero, sì che: demergite me in mari et cessabit tempestas, né stimo dir più perché la determinazione è fatta.
V. R. farà una delle tre cose, o venga lei, o mandi qualche Padre a cui io conferisca quello [che] non posso per lettera, come un tempo fece col padre La Rosa, o finalmente invii alla dirutta l'acclusa lettera; una delle tre sia onninamente, altrimenti perirà l'anima mia, né occorre dire che conferisca col Padre spirituale, poiché le prime poche mie relazioni hanno bastato per far che lui assentisse alla mia traslazione, e se per ciò fosse dieci anni sarebbero che io sarebbe altrove, oltre che egli su queste materie attende più alle modestie che alla risoluzione, né bisogna star più, poiché il tempo già l'ha imputridito, non che maturato quando io sarò nella eternità cui mi gioveranno, quelle che adesso non mi giovano so che né meno colà mi gioveranno: praeterit enim figura huius mundi colà non vi sarà specie di quelle che adesso mi trattengono, sì che io per un vento perderò un acquisto infinito.
Carissimo fratello, senza altro cumulo di tanti miei peccati questo mio assordamento basterà per rendere formidabile il mio ultimo giudizio, egli mi violenta per più modi, divino, humano proprio et alieno; divino per interne reclam(azion)i severissime e soave, humano, consigliandomi ciò etiam l'amorevole, ammirandosi (per quello sapete) che io havendo tante chiamate in altri monasteri ne sto tra le dimore, spronandomi parimente i contraddittori, non per insofferenza, ma per quelle laquei di coscienza che non si possono evitare.
Proprio per quello equleo che di momento in momento con trucidazione interna da Dio mi divide, da cui mi sento pian piano abbandonare tralasciando quello più duro per il quale io procuro conferire, alieno poiché quanto queste mi cacciano tanto l'aliene mi tirano, essendo più volte chiamata da altri monasteri; onde io scelgo l'ultimo sapendo che quantunque per fondarlo io non valga, loro mi accetteranno per qualsivoglia modo, benché a dire il vero io mal contenta mi espongo per monasteri [che] mi chiamano, poiché quanto loro mi han richiesto tanto io prontamente l'ho escluso, desiderando andare più ove sono ributtata che ove sono voluta.
Onde non potendo far altro ho fatta questa elezione, desiando per altro l'ingresso delle scalze di Santa Chiara di Roma, poiché io quantunque non vo sentir niente di venir costì non di meno mi piego, sapendo queste esserne più leghe lontane, e ciò per tre motivi, primo per facilitazione del breve ch'è motivo sodissimo il passare a più stretta religione, secondo affin' di ritiro come già si trova fuori dell'abitato questa abitazione, terzo per il suddetto fine di dispregio, inconoscenza e inestimazione, poiché come queste madri non sapranno altro non havendomi richiesto mai praticheranno meco come il mio diportamento, per il quale saran costrette a deputarmi il vitto assieme col porcello, nel qual pantano io troverò il mio cielo, ed oh, ed oh fonte di loto tu il mio contento, sporca concava mia ricca corona, limo di pene mie gemme e catene! L'inspiro, lo bramo, lo voglio, lo procuro, per cui serrati oh cielo, aspetta oh Paradiso, ritarda mio bene, acciò prima di venire io assaggi questo miele: favus post felle gustavit, né voglio gustar beatitudine prima che non mi satolli di humiliazione: si quo vado (anima mia) per venire cupis per has tibi convenit spinas transire, e però per esperimentare più intimi questi aculei mi spoglio la veste della parte animale indutta di comodi, patria, conoscenti e cognizione.
Onde mio carissimo io istantemente la prego benché non di altro che di un semplice indirizzo, di come trattare col suddetto monastero, con chi, se col confessore, con le madri, o cardinal protettore; come devo indirizzarmi, poiché io medesima farommi l'istanza etiam se bisognasse con la Sacra Congregazione, poiché quanto: erit maius aedificium tanto altius fodit fundamentum, e bisognerà sottopormi alla profondità della mia sciocchezza per ergervi cosa di tanta importanza, né si meravigli che io tanto presuma, poiché non teme restar deriso chi mai pretese che derisione, che quando sarà, l'esser mio non si scema, poiché non teme perder fama chi mai n'hebbe prima.
Onde io con ogni libertà mi espongo al fatto, procurando almeno le seconde di Genova se non potrò le prime di Roma, acciò non potendo invenire quel miele, almeno fugga questo fiele cotanto amarissimo per l'offesa del Signore cui: illuminat sensus et corda nostra, acciò si prosegu(isc)a il tutto secondo il suo volere, per amor di cui habbia pazienza, carissimo fratello, e si degni nell'avviso soprascrivere la lettera diretta al mio Padre confessore, fuori di cui (per quelle del monastero intendo) il tutto gli confido: sub sigillo, e qui ai piedi di nostra SS.ma Madre la saluto caramente nel Signore. Palma a dì 10 febbraio 1682.

sua indegnissima sorella
Maria Crocifissa della Concezione

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1682 02 12 AGT Lettera 08 / 82 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


omine quid multiplicati qui tribulant me multi insurgunt adversum me, ed oh quanti ohimè, oh misera me quanti, così meco dica, così carissimo meco lacrimi, mentre né cento né mille sono i miei spasimi, ma quante l'onde del mare tanti li miei acerbissimi dolori. Credevo come cennavo nell'acclusa lettera scriverne qualche altra in rimedio di tante mie pressure, ma il cielo mi confonde, poiché havendone scritto due, una per V. R. separata dell'acclusa, e l'altra per il padre Bartolotti esponendomi (benché alla dirutta) prontissima per la sua chiamata quale erami fatta più per cenni che con parole, qui si infuriò più implacabile fortuna, poiché sapendo il mio Padre spirituale le passate esperienze tutte inesaudite e vane mi sospese le lettere, e accorato più che me, non sa ove trabalzarmi, conoscendo per altro essere io il bersaglio di tanta ria fortuna non solo propria ma di tutto il monastero, onde confuso non sa ove ribattere la concussa nav[ic]ella della mia persona la tempesta mi affonda, il vento mi conchiude.
Ohimè Signore per cui si procura non stanze né accomodi ma una misera balena di qual si sia clausura per confinarvi questo misero Giona, ma gli homini non si degnano etiam di consegnarmi all'onde; onde all'asciutta mi sommergo per la mancanza di uno humano remo; Gesù dammi aiuto, poiché anche il chiederlo mi è proibito, benché io riconosco la ragione di tal divieto, sì che volentieri mi resto non sapendo per dove io prenderò partito.
Carissimo fratello non credevo sin qui ma il duolo mi ha menato, onde io fermo parole mentre bastavano due per to[glie]rle l'aspettativa cennata nel fine dell'acclusa lettera, sin che carissimo da me non aspetti che doglie e sospiri con che la saluto e lascio ai piedi del Signore. Palma a dì 12 Febbraio 1682.

vostra sorella indegna
Maria Crocifissa [della Concezione]

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1682 02 18 AGT Lettera 09 / 82 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


a flussione del suo capo ha fluito parimente a noi tanti dolorosi sentimenti quanti sono stati li nostri dolori, carissimo fratello tra tante nostre pressure questa invero sarebbe la peggiore; onde io la prego: in visceribus Jesu Christi a dirci il vero, poiché la sua infedeltà nel celare le sue indisposizioni e patimenti ci priva di ogni quiete, poiché sempre dice poco o niente del suo male, e Dio sa se questa è flussione, o qualche malattia più grave; circa questa materia io poco stimo le sue parole, e Dio perdoni Roma che ci costituì in queste torture, poiché quando qui arriva l'avviso della infermità l'infermo può essere fatto polve[re], sapendosi dopo più settimane. Così va la cosa, così di giorno in giorno si lambicano le nostre cognizioni, poiché quando dice di stare bene noi rispondiamo chi sa se [ha] finito di stare male, pensando l'affetto sempre la parte peggiore. Così ha voluto Dio, né noi vogliamo altro che il suo divin volere, per amor di cui solleciti l'avvisi dandone almeno questa consolazione, e havendole scritto con la posta passata una o due lettere, qui non mi dilungo in altro, inviandole per fine la riscritta lettera del signor Abbate Muti, quale io copiavo dalla copia qui rimasta del primo originale, la data gliela ho posta a tanti di Novembre come in quella era; onde li potrà fare assentire essere per via sino adesso ritardata, e non essendo per altro compatisco le sue infermità ma più le sue angustie cordiali, che incontra in lei stesso e nella religione, così io me l'immagino benché V. R. niente spiega nella sua lunga lettera, tenendosi sempre nel generale, alla quale io non risposi prima perché fu risposta della mia, ma io questo non havrei guardato se l'urgenza che pluviose ci occorsero per cagione della visita non havessero la mia penna in altro occupato. Onde mentre V. R. attende alle lettere inviate, preparandosi a quelle a venire, quale già mi sono intimate dal Padre confessore, io tratterò le sue almeno compiangendole ai piedi del Signore che la salvi e conservi come brama il mio cuore. Palma a dì 18 Febbraio 1682

sua sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]

Indice delle lettere

 

 

1682 02 22 AMBP Lettera 10 / 82 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


che cuore voglio havere di inviarle le lettere promesse con la posta passata, mentre per vederla ancora angustiato non mi dà l'animo arrivare all'afflitta afflizione, e pure il tempo passa e il Padre confessore che prima mi haveva sospeso l'inviarle, adesso mi chiama ordinandomi con ogni sollecitudine che l'invii non conoscendo sino adesso altra strada più sicura, ma io temo, temo, temo; ed oh, mia cara creatura, se io fossi di presenza, oh quanto farei che le mie lacrime le dimostrassero non esserle io molesta che per una insuperabile costringenza, per la quale è impossibile che resti, almeno sopra la faccia della terra, poiché quando le rincrescesse il sottrarmi umanamente almeno bisogna farlo tirannicamente, confinandomi in un fosso ove mai più veda luce nel cuore della terra, forse qui tra qualche totale ritiro io mi salvassi l'anima, liberandola di quelle occasioni che se non l'hanno nelle branche almeno la cercano di predarla.
Carissimo fratello come può essere che non han preso quando io sento li loro succhi, con che mi tirano sino la midolla del cuore; oh pietà di Dio: ne tradas bestiis animas confitentes tibi, io invoco il tuo aiuto pretendendolo dall'humano, né in altro mi attendo che quello mi si presenta dal cielo per le sue mani, né mi stia a dire carissimo, che io dichiari la qualità dei motivi, incitamenti, e pene che tante volte l'ho fatto scrivendo secondo il corso di questo particolare, dicendo in primis l'inviti dolci e soprannaturali, secondo, le penalità di coscienza sopra di che ne ho fatto pieghi, terzo, li sproni alieni che in Jesu Christi mi violentano se non alla partenza alla perdizione, sì che scrivendo nel primo in quanto a Dio, nel secondo in quanto a me stessa, e nel terzo in quanto all'alieni scrivo e riscrivo senza mai conclusione, essendo li miei esaminanti più logisti che consultori.
Onde da me non si aspetti altro che la risoluzione: ella è già fatta non da me ma dal mio Padre confessore. Iddio non mi ha consegnato a venticinque tutte da una mano all'altra, questo è il mio sostituito, e mentre l'obbedisco in tutto perché non l'ho da obbedire in questo, egli due cose m'insinua, o che mi parti da questo monastero, o che mi ritiri talmente in esso come se fossi viva sepolta in un fosso, acciò colà non arrivi nessuno commercio; egli non è leggero, anzi eccedentemente posato, ma solo per quello comprende dalla mia coscienza non può dir altro replicando, o partenza, o ritiro; né io altrimenti richiedo, o trasferitemi in parte di mia inconoscenza, o almeno di mia soggezione, o racchiudetemi in perpetua chiusura, e sia tra un muro, tra un fosso, tra una sepoltura, per carità, per carità; ma questo secondo non in voce, ma con superiore decreto, acciò per indispensabilmente possa essere effettuato, o questo, o quello, inviando io per l'effetto del secondo già le lettere sudette, sperando in Dio che forse non le cagioneranno tanta afflizione, legga per amor di Dio, e non sia lettore ma operatore di pietà, come farebbe ad un cane nelle branche di un leone, quando per liberarlo altro non le costasse che tirare una pietra, dalla quale incontinente fuggirebbe il leone.
Carissimo fratello, che cosa cara buttare quattro fatiche per liberare un'anima dalle branche eternali, se alla sua maggior pressura cosa giovasse, che cosa lascerebbe da fare, li miei sono tutti peggiori, acuti, insoffribili e irrimediabili, e però tutte irrimediate le lascio, ma la maggiore (che di danno spirituale) questo solo ha di meglio che è irrimediabile, né io la fuggo per ovviar patimento, anzi che lo procuro peggiore quanto si è il vivere in una abbandonata concave, solo l'anima procuro, all'anima bado e il gusto divino, per amor di cui la prego a non darmi causa di qualche sproposito di mente, poiché vuol dire assai un'anima concitata; di tanto la prego almeno di qualche speranza, acciò che viva nostro Signore, la ispiri, mentre ai suoi piedi la lascio e pregandola, di segretezza di tutto ciò si concerne sopra di questa materia, e precisamente nel nostro monastero, nel Signore la saluto ricordandole di soprascrivere le risposte dirette al padre spirituale: nos cum prole pia benedicat Virgo Maria. Palma a dì 22 Febbraio 1682.
Quando si risolvesse inviare l'acclusa al padre Bartolotti e lui si contentasse, vorrei facesse la risposta che apparisse sua spontanea, chiamata senza mia richiesta, con esibirsi etiam ad ogni spedizione Pontificia, poiché quantunque io non pretendo da lui che una semplice accettazione per conversa, incaricando questo alla divina provvidenza, voglio non di meno che di questa forma apparisca (tanto in questo quando in altro monastero) e ciò per quei doveri che qui non uso spiegare che sarebbe un anticipare a me e a V. R. molte fatiche, sì che basta per adesso questa cennazione.

sua sorella indegna
Maria Crocifissa [della Concezione]

Indice delle lettere

 

1682 05 11 AMBP Lettera 24 / 82 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


e traenze dell'anima mia sopra il mio proposto negozio sono affatto impercettibili, essendo lamine e ferri che a crudi ritorti mi tirano fuori di patria congiunti e conoscenti, mostrandosi: super unum montum (che io stimo dal Calvario) più austerità di vita, esili abbandoni, e somma contradicenza, per dove (a parer mio) voce superiore m'istrada, conoscendola tale non solo nell'atto proprio formato di ogni sovra humano contrasegno, ma nel suo effetto totalmente sopra la natura, alla quale propensiona a tutto ciò che contraddice la naturalezza humana, aderendo lei a quel tanto che dovrebbe contraddire non solo per l'arduità della materia da essa generalmente ricusata, ma per genio particolare, essendo la mia tanto restia e pusillanime che s'inorridisce, non che si piega a simili contingenze, vivendo (etiam per induzione divina) nella vita usuale come nel proprio sesto, senza mai assentire a novità veruna, e pure in questo caso (credo per superiore dominio) si fletta e assenti a tutto ciò che è implicante a lei e simpatico allo spirito, associandosi seco in tal modo che mai poté essere che per atto sovra humano etc., bastando ciò per dimostrarlo fuori di ogni naturale motivo, e come tale o da Dio, o dal demonio che se si giudica dal primo è degno tal intento, e se dal secondo stante la tenacissima indissolubiltà dell'inganno è degno almeno per [as]solverlo da severissimo castigo, in cui ecco la sodissima cagione del mio ritiro; quale dandomisi sì per tale motivo bisogna che sia a titolo di punizione, ritenendo in angusto carcere chi per andar vagando non piacquero li limiti del proprio monastero. Nel quale motivo si solvono tutti l'ostacoli propri e alieni del mio ritiro, proprio non volendolo io mai voluto effettuare, quantunque per brama mi si schiantasse il cuore per portar seco questo stato qualche apparenza di bontà, quale in me sarebbe falsa, come anche per essere di qualche singolarità, tutto che le nostre costituzioni permettono in ogni tempo la sorella ritirata, il che non stando nell'osservanza par che nell'intraprenderlo io (stante la mal qualità del soggetto) fosse di mala conseguenza, il che ostando al mio ritiro ha fatto sì che io ho sospeso l'intento, alieni, quali sono di numero e importanza assai maggiore ostando quasi tutta la comunità al mio ritiro per vari e insuperabili motivi, benché l'une e l'altre cederanno quando non sarà per mia elezione, poiché se sarà per ordine supremo non prevarrà contro esso infima contradizione, né io havrò da che temere, poiché essendo per mio castigo non risulterà in mia lode, anzi in mia ignominia e umiliazione.
Onde io desidero sopra tutto la definizione di questo esame, sperandone se è di Dio l'effetto del suo volere, e se dal demonio il dolce castigo della mia angusta e perpetua prigione, a paragone della quale mai tanto bene mi recò alta grazia dal cielo, quanto ne aspetto di questo involontario inganno, non in se stesso che lo detesto e abominio, ma perché essendo senza colpa mi apporterà quel bene nell'effetto che io non cambierei per la consolazione del Paradiso, benché ella sia la medesima che a me in estratto si epiloga in un atto appropioso di mio bassissimo reietto, sì che questo demonio (come io soggettandomi credo) meco farà mal guadagno, lucrandomi a suo dispetto tutta quella humiltà con chi lui non volle negozio, ed io pur che l'habbi (già che Dio in esso me l'assegna) non curo esigerla da un demonio, da cui sarà più fina, poiché che viltà più estrema quanto si è il mendicare li reietti vilissimi che ricusa e sprezza una sì vile creatura. Oh santa humiltà, mia ricchezza e mia corona, io vi dirò come il Profeta a Dio: si ascendero in coelum tu illic es; si discendero in infernum ades, mentre per grazie e per inganni vi trovo in Dio e ne' demoni.
Sì che carissimo fratello li miei esattori desii, la pregano ad intervenire alla esigenza di sì maledetto pagatore, estraendogli a suo mal sforzo la mia solitudine in una vil prigione, per la quale tant'anni che sospiro, procurandola con molti mezzi fino a trattarla con Monsignore, a cui due o tre anni sono scrissi una lettera rappresentandogli questo mio desiderio, benché per altro motivo, ma perché dopo vi riconobbe qualche manifestazione delli difetti altrui, benché sciente a Monsignore, ritenne con la carta anche i miei desideri, soffrendoli così ineseguiti per non notificare quei difetti che si bisognavano esplicare per rendere valevole la mia pretensione.
Ma adesso già che a V. R. sono (in)note le persone colà nominate di cui cancellerò il nome e cognome, stimo che in buona coscienza possa rappresentargliela, acciò si riconosca la necessità e qualità del mio ritiro, essendo l'urgenza più che in quel tempo oltre cresciuta, V. R. ne cavi solo l'intento di questa notizia, senza riflettere alla sudetta imperfezione, stimandola come non fosse, mentre per tale la dimostro per quiete della mia coscienza. Sin qui quanto mi occorre, pregandola per fine per la spedizione della mia causa, da cui dipende o mia partenza, o mia prigione; per la prima non intendo la difficoltà che nell'intraprenderla, poiché che difficoltà vi è appresso la sede Apostolica l'andar da chi mi chiama, esibendosi i pretendenti alla spedizione? Per la seconda né meno, trattandosi di punire giustamente, che se per il suddetto fallo nol merito essendo involontario, ogni altra mia colpa sarà sufficiente motivo; una delle due io bramo, che se ambedue mi si negano spero la morte intraprenda le mie giustizie, recidendo il filo di mia vita col duro taglio di sì atroce negativa, ed oh passo corto per arrivare al mio contento! Quale unicamente bramo nel voler divino, che non volendo nell'opere sue trascurate indugio, non riceverà a male che io dopo tant'anni con qualche premura a queste negozio invigilo, bensì tutta rimessa alle mense della sua divina disposizione, ove tutta mi abbandono, mentre V. R. saluto: nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.
Palma a dì 11 Maggio 1682.

sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

P.S. La diligenza di soprascrivere le mie lettere dirette al mio Padre spirituale (dal qual modo due ne ricevo), sì come mi è stata carissima cosi prego a seguitarla per andar segreta questa materia.

Indice delle lettere

 

 

1682 06 03 AMBP Lettera 31 / 82 copia

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


himè che infausta novella al nostro audito giunge, Francia negli errori, e santa Chiesa nei pianti. Ah povera madre dei figli scissa in tante parti nel cuore: ad orbis usque fines sunt mei lati dolores, che se così un giorno pianse il simulacro della religione, adesso più che così deplora l'avola dolente, riconoscendo nei figli di quella non: nepotes sed inimicos, da cui forse conosce la sua originale sciagura. Oh ree congiure, indottissimi consigli, ove deturpandosi la madre non si corona che la sapienza humana: consilium fecerunt in unum adversus Dominum adversus Christum eius.
Ah, Signor mio, pazienza mio bene, è condannata già la sposa vostra, la miglior parte del vostro SS.mo cuore, in cui se non si revoca la condanna vedrassi rinovellata in essa la vostra passione, bensì più fiera, non per mani di nemici ma dei vostri conoscienzali, ohimè: si inimicus meus maledixisset mihi sustinuissem utique ma de' miei più intimi, oh doglie, oh torture, oh tradimenti crudeli, ne' quali si vede una povera madre gemibonda, che muore, non di consunzione mortale, ma di fierissimo dolore? Di cui che direste se agli occhi vostri si mostrasse con quello braccio che: est ianitor coeli (l'autorità del Papa) posta già quasi in scissione, la quale mezza scissura avanzi con più tormento, cose se vedeste già staccato un membro, non havendo altro attacco col corpo, che di un fil di pelle, menandosi cosi in lento scivolo sino al piede, onerato all'ingiù di quel medesimo gravore; ho che lento, ma barbaro martirio! Habbi pietà, oh Parigi di tanta scissione, v'è che le tue corone, e ingemmate salme, così scrivano a Dio tanto dolore, i di cui dirottissimi pianti si cognovisse al tu: utique fleres ed oh se spettatrice tu fossi di mostre sì dolenti, io so che ai primi spasimi di sua madre intenerita con Dio: utique fleres.
Oh sì: coelis disrumperet et descenderat almeno questa somma veracia, che al cospetto di Dio tanto si duole, ma lei delusa di ignoranza non trova pietà ne meno credenza, e però chi la trucida, e scinde: laetaris cum male feceris et exultas in rebus pessimis; ohimè, ohimè che talpa senz'occhi, almeno se non è per la luce fosse per le lacrime versandone a rapidi torrenti per le sue scurassante sciagure, poiché: nescis nescis (oh misera) quod imminet tibi, ed io muoio di spasimo in vedere un mio spiritual congiunto (di cui nostro capo è Cristo) in tanto imminente precipizio; onde se loro mi esiliano scindendosi (che mai sia) del nostro corpo mistico, io li lascerò nel consenso per non veder tanto male, né so nel partirmi qual petto qual cuore potrà sentir da Dio quest'ultimo vale, ego (già che loro lo scacciano) ego (sta per dire) non ero ultra nobiscum, soggiungendo per commiato: nec vos filii nec ego pater, ed oh fiero a Dio, Gesù mio: quo vadis, e non havendo dove, poiché sai: eum non receperunt, ecco che io t'imbarco in un Nilo di lacrime, ergendoti vela, un aquilone di sospiri, naufragando ambedue in una procella di pianti, nel decorso di che, forse la terra aprendo sua bocca, nella mia sepoltura assorbirà il torrente di tanto mio dolore, cosi ingrossato al presente di tante mondane corruttele: o' utinam o' utinam, aperi terra os tuum, et assorbit fluvium, in gioia, oh morte ti prego questo scurile che mi affoga, questo mar che mi circonda, mentre è tale il mondo, che cinge un sipario di miserie, ove io essendo anche: circundederunt me mala quorum non est numerus.
Onde nel fonte delle mie lacrime, mai si sazia il cervo del mio cuore, poiché le rovine son tali, che: si totus verter in fletus nunquam satis deflevere, oltre che le cisterne del mondo li suoi contenti, sono sì rarefatti e sul fine che più disseccano, che saziano, ed io trovo nei suoi sorsi tanto avvelenate amarezze, che nel porvi le labbra ritorno per ischifo alla amara vena del mio cuore, assaggiando più saporito il piangerle che il gustarle, né posso far di meno dirle (se per consolarmi si appressano): recedite recedite nolite incumbere ut consolemini me, poiché le sue stille più dagli occhi ne traggono, essendo più vomitivi di sdegno, che sostanza di sapore, e però il tenuo del mio petto trovando in queste fonti o amarezza o seccaggine, grida nelle sue arsure: sitit anima mea ad Deum fontem vivum, bramando cambierò molto di questi torbidi bivieri, in quella perennissima sorgente, da cui indeficienti defluviano tutte l'alme dolcezze divine, et humane.
Carissimo fratello io al decorso di quest'acque ne sto: non tanquam lignum secus decursus aquarum, poiché imbecille mi rendono le mie fievolezze, ma come rondine instabile agitata e concussa di contrari venti, li di cui soffii gagliardi, per dove mi scherotono sempre alla terra mi proclivano, aderendomi ogni vario accidente al mio bramato fine, poiché: tedet animam meam vita mea, e maggiormente per questa su detta pressura, della quale o sia per riconoscermene cagione per il cumulo di tanti miei peccati, o per altro che io non conosco, mi sento (ed io l'ho molto a bene) per essa in duolo sì acerbo, che mi crucia di mestizia, e tanto dura, quanto soffocata, essendo io in una comunità così uguale, che etiam una tristezza nel volto cagiona apprensione; e pensate come sarebbe il pregarne Dio con azioni estrinseche, e mezzi singolari, il che dicendo absit bisogna ricorrere all'interno, ritirando ogni opera, e sentimento in ciò che non scorge il mondo, ove anche essendo invalidissima mi struggo di desiderio non solo per atto di pietà verso la sudetta inferma, ma per obbligo di coscienza, poiché quando una piaga non è mortale (come grazia Dio è la presente) se morte ne segue, più s'imputa al medico che al precursore, sì che, oh Dio volesse, che si accertassero le cure di questa mezza scissione, la quale andrà sempre più in scivolo, se si aggrava di pondo corrosivo.
Sì che fratel mio noi non potendo altro, almeno col braccio di carità abbracciamo quel membro, e con l'ascenzo dell'orazione risaliamolo al suo luogo, e con l'unzione delle nostre lacrime ristoriamolo con unzione di unguenti, circumlegandola sopra tutto con giro dei nostri cilizi, e nodose penitenze, deh facciamolo di grazia poiché sino adesso questa piaga non est circumligata, neque uncta medicamento, nec fota oleo, e però isvenuta la madre chiede languente recipe cordiale, cui: de corde vituli gliela fa il Signore poiché: placebit Deo super vitulum novellum, cornua producente et ungulas, come dovrebbe essere il cristiano fervore aumento nel bene, mandando corna di fortezza nella difesa di nostra santa fede cui coronando quelle anche in simile crolli non è timor di cascare, ma ohimè che il nostro bue è decrepito, e in simile avanzo par che: recedet retro. Onde prima che mia madre spiri, io chiederò questo estratto alla tua urna Signore, poiché quella del nostro petto più racchiude veleni che lenitive: ipsa vulnerat et percutit, manus tuae sanabunt, tu dunque mio bene ungerai le nostre ferite, impugnando l'arma contro questa impugnazione, fa che per debello sì fiero, armi squadra tua clemenza, con cui depulendo la ruggine del nostro inveterato istrumento, fa che primariamente si profili nell'intimo del nostro cuore cagionandone acuti tagli di contrizione, e dopo così esanguinato di lacrime, e penitenza vada più trucidevole, in ben di santa Chiesa, traendo una simile sanguinolenza dal petto di chi l'oppugna. Tu Signor mio: a quo bona cuncta procedunt, fa che l'immote spade dei nostri affetti non restino oziose nella morta vagina dei nostri cuori, ma sfoderate dalla vostra destra, siano a gloria vostra invitte amazzoni, deh oh largiente bontà: qua te vicit clementia, renditi a lei convinta, propiziando coloro (benché fuor di ogni merito) che il mio cuore hanno interciso, dandone in questa lotta di mente, se non corona almeno tregua, e mentre per ciò: te cogat pietas ut mala nostra superes, io ogni bene spero, né può venir fallito, per l'intercessione della sua SS.ma Madre a cui umile prostrata così esortando prego: o' Domina mea et constans adiutrix, doce nos ad praelium, et pone nos iuxta te, et cuiurvis manus pugnet contra nos quia tuo munimine sicuri nullius hostilitatis arma timeamus, in te Domina speravi non confundar in aeternum. Carissimo fratello questi sono li miei sensi, e parole, questa mattina, così rappresentati alla presenza del SS.mo Sacramento, nella di cui assistenza, a V. R. qui li confido, acciò con suoi sacrifici invigorisca queste mie deboli preghiere, e qui cordialmente salutandola la chiudo nel mio cuore, Palma a dì 3 Giugno 1682.


sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

P.S. Inconsiderata, carissimo, di ciò che doveva dire nel principio così mi sono inoltrata nel già detto sentimento, che solo adesso mi accorgo del mio mancamento, di cui ravvista dico che la prego ad iscusarmi del mio lunghissimo silenzio, così necessitato da scarsezza di tempo, nel quale io ricevei la sua lettera circa la visita del nostro Prelato, accettando di buon cuore i suoi avvertimenti, io so che sopra questo suor Maria Serafica le scrisse, con cui io essendo di comune parere non replico qui altra spiegazione, e volendo qui dirle qualche querela in ordine all'avviso della sua corporale salute di cui tanto ci tiene digiune non posso passar più oltre, poiché è sopravvenuto a suor Maria Maddalena un accidente così pericoloso che con molta fretta il medico ordinò la santa confessione, ed io sto patendo questo mentre si dà luogo al Padre confessore, onde qui la termino salutandola nel Signore.
Soggiungo dopo due hore in che suor Maria Maddalena, par vada alquanto meglio essendole cessati i più grandi sintomi, qui includo la risposta del padre Bartolotti.

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1682 07 01 AMBP Lettera 39 / 82 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


nvio la lettera del signor Abbate Muti di cui per una sua mi dice che io con queste ricevute di ciò [che] lui mi manda mantengo la corrispondenza, il che parmi verissimo, ma che habbia gusto in questo, Iddio sa tutto, e così mi si amareggia l'animo quando io vedo simili occasioni di scrivere, benché fosse per il dono di un tesoro, non gustando in vero dono più prezioso che la quiete del mio ritiro; ma come farò quando le occasioni tanto ci violentano? Che farebbe V. R. se uno le mandasse con la lettera un libro, una medaglia o altra cosa di devoto? Forse nemmeno gli farebbe la ricevuta, certo che sì; or tale espediente quasi tutti hanno preso coloro che non si vogliono spisare delle mie lettere e basta che sia una orazioncella, una vecchia cartuccia, loro la mandano per haverne risposta con la ricevuta.
Sì che con tale industria sono di nuovo talmente moltiplicate le lettere che avendo per qualche tempo alquanto cessato adesso sono peggio che prima; e tutte di persona di buona stima, sia benedetto Dio, che tra gli altri mi tiene questa pressura il signor Abbate Muti, che circa un anno è che lo mantengo sospeso con la irrisoluzione di questo libro, domandandomi lui ben tre volte se lo tenevamo in casa, dandogli io sempre lunghezza non potendo esclusiva, e parimente alla S. D. Teresa Piccolomini che quasi da altro anno mi importuna per la misura della corona di nostra Signora, sì che alla fine mi bisognò non di scortesarle più, poiché quando poi si tratta di essere ingrata o poco civile a me non basta il cuore, e tanto le ho significato per farla sciente della verità acciò almeno mi raccomandi al Signore, in cui io la saluto raccomandandomi alle sue orazioni.

sua sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]

Indice delle lettere

 

 

1682 08 17 Lettera 46 / 82 LXXIX

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


uis ergo nos separabit a charitate Christi? tribulatio? angustia? an fames, etc. nessuna per certo: poterit nos separare a charitate Dei, quae est in Christo Jesu Domino nostro. Come dunque si mostra così diviso dalla speranza, come se per V. R. non avesse detto Davide: beatus vir, cuius est nomen Domini spes eius, riempiendo tutta la sua salmodia di santa confidenza: ego autem semper sperabo, et adiiciam super omnem laudem tuam. Sperabam usque ad mane, quasi leo sic contrivit omnia ossa mea; dalla cui fierezza io trarrò il motivo di ragguagliarlo di ciò che accade per avventura, acciò che nell'avventurarsi egli a V. R., con più fierezza a lui s'avventi per vincerlo con umil lotta: come appunto lo conculcò questa figura, ch'è d'un anima mostrata sotto sembianza di una piccola moschiglia, già ristretta nell'unghia della suggestione diabolica, apparendo perciò da formidabile leone, con branche sì smisurate, che per la grossezza non poteva ben chiuderle, senza lasciare più, e più fessure, onde nell'avventare quell'animaletta faticosamente risudava, straccando nel depredarla più che se fosse stata smisurata fiera, e ciò per la sua piccolezza.
Poiché essendole facile uscire dalle fessure delle sue branche, ella nel più suo fiero rinserramento da esse ne usciva, e per quanto questo mostro tremendo chiudeva le branche, mai le poté tanto, che per esse non scappasse quella meschina; onde a forza, e violenza di una rabbia indefessa, mai lasciava d'inquietarla, ma in un graffiar continuo a morte la straccava.
Ma ella (per dirla in breve) così morta o semiviva per far qualche travolo, non potendone stender altro fuor di quel mastino: ecco nelle sue nari ne vola, ove, ohimè, colà, che sente? essendosi con invisceratezza sì penale annidata in quella ultima midolla, quanto pena, tanto rode quel debellante leone: poiché nel sentirsi rodere da sì acuta puntura si dibatte senza rimedio, senza poterla cacciar via da quegli interni nascondigli; poiché le sue branche erano tali, che prima si svelse le narici, che cacciò quella fuori, perdendo per quel piccolo aculeo interno quelle invincibili forze che pareggiano tutto l'inferno.
Oh che bella allegoria! Ma piena di vasti sensi da V. R. credo già capiti; era già quella moschiglia già franta quanto alla pena della diabolica suggestione, potendo dir con Davide: quasi leo, sic contrivit omnia ossa mea. Ma non così l'anima, che per essere umilissima, ed esinanita tutta nella propria bassezza, a guisa di sottile ago entrando in quel midollo col suo aculeo interno: praedam fecit praedatoris sui, penetrando il cuore a chi le faceva formidabile guerra, che non si sbaraglia, che da punture; cioè da cuori umili, ma pur coraggiosi, e volubili al patire, correndo con ali invitte etiam nelle diaboliche narici, cioè in più pena midollare; ove benché si senta già nell'intimo del dragone, non di meno con umili, e profondi gemiti ambisce più e più pene, gridando a bassi sussurri: plura, plura Domine, eleggendosi per umiltà gl'intestini di un demonio per agevolarsi all'altezza dei cieli: de stercore erigens pauperem, oh cara mia bassezza, chi mai ti saprà rinvenire? Per la brama di cui quest'anima concava nelle diaboliche interiora: domus mea infernus est; qui s'interna, acciò nel cuore dell'inferno cavi le fondamenta così alta struttura; onde a colpi sì densi frema quel leone, mentre nel cupo del suo cuore si edifica a suo dispetto tanta umile erezione, dovendosi in tal fortezza rinchiudere quella superba cresta, che per non lasciarla egli lasciò l'angeliche schiere, ond'è che nel vedersi base di tal magione, cioè sua cagione, freme, si crucia, e sviene, bramando così concusso lasciar la già intrapresa suggestione, mentre da lei, mercè l'umiltà santa, sperandone produzioni di suo pro: fecit autem spinas, e così acute, e forti, che per doglia ne muore, cioè a quella pretensione.
Non così, caro mio fratello, muore il nostro nemico; l'umile lo dibatte, debella, uccide: e mercè dell'umiltà, l'anima prende più forte corazza dell'amato bene: in quo movemur, et sumus, con cui canta in quella lotta: vivo ego iam non ego, vivit vero in me Christus; così la mia piccola guerriera, così la moscarella di Christo, cantando, salirà un giorno fuor di spasimo, come adesso speriamo: sperabam usque ad mane, sin che rinasca il sole, ai raggi di cui vedrà di questo lume la verità. Intanto umile canti quel secondo versetto: ego autem semper sperabo, et adiiciam super omnem laudem tuam, ricordandosi in questa lode di quell'altra moschiglia invariabile nel dire: benedicam Dominum in omni tempore, mentr'io di questo terzo, e secondo versetto, per ultimo ne ascendo al primo: beatus vir, cuius est nomen Domini spes eius, che prima d'ogni altro mi fa confessare mia colpa; poiché tenendo io il rimedio infallibile di questa sua afflizione da due o tre mesi sono, l'ho lasciato ozioso; onde questo primo versetto: beatus vir, cuius est nomen Domini spes eius, me l'ha svegliato, essendo egli non altro, che il SS.mo nome di Gesù, al di cui suono: omne genuflectatur.
Sicché io, da che sono al mondo, mai di Dio tal possanza provo, quale in questo sacrosanto nome, a segno, che quasi mi ha privato di fede, essendo tale esperienza così infallibile, e vera, come è quella dei Beati, che provasi a chiaro lume. Sicché prima Iddio non saria, (cosa impossibile) che lasciasse il suo utile questo dolcissimo nome. Né bisogna discorso, ove sia l'esperienza: e tenendola io da bambina, etiam nel dire Gesù a caso, durante quella prolazione, mi si sospende ogni pena. Ma da cinque anni sono, oh prodigio mirabile! Gesù, Gesù, Gesù, egli è sulle mie pene come l'acqua sulli carboni; onde tal conforto io mai lo provo in atto dell'incentivo, poiché nel presagirlo o prevederlo, recitando nove volte tal nome, si ferma sul passo dato quella mala incursione. Il cielo l'ha giurato, Gesù Cristo lo conferma quanto qui ne sta notato. Onde per riguardo della croce, ciò nel mondo sta segreto, poiché nell'applicar questo non vi sarebbe più patire, né meno chi merita, e non di meno questa ignoranza lo priva di quel gran diletto, che vi è nel proferirlo. O' si sciret stultus mundus, Jesus quantus sis iucundus, plenus dulcedine!
Lei dunque, carissimo fratello, per ogni ombra di pericolo lo dica nove volte, ma con tale impressione, che lambendo tal dolcezza, se ne imprimano le labbra, e il cuore, che proverà, come io sento, nel petto darle un salto, così ballandole il cuore non solo per diletto, ma per l'impeto, che sente nel vedersi sciolto dalle mani di quella suggestione, sicché sino alle fauci ascende per incontrare quella melliflua parola. Né io qui più mi dilato, ma: gustate, et videte, e già è liberato. Onde le replico, che la sera, ma non sempre, solo quando prevede male, dica con dolce, e tarda impressione: Gesù, Gesù, Gesù, Gesù, Gesù, Gesù, Gesù, Gesù, Gesù, Gioseffo, e Maria custodite il cuore, e l'anima mia; né bisogna far' altro, poiché: omnis quicumque invocaverit nomen Domini salvus erit; benché se per gratitudine ogni giorno o settimana vuole recitare una orazione a questo dolcissimo nome, ella le sta scritta dietro quella figurina della SS.ma Madre, di cui io solo me ne privo per suo amore. Poiché due o tre anni sono che la tengo, non tanto nel braccio, quanto nel cuore. Ella tiene sul capo questo mellifluo nome, divampandole quelle adorabili fiamme, che le soffia l'aura di quella settiforme Colomba, che tiene sul petto: voi assieme co' suoi sguardi vibrate i vostri affetti a quell'adorabile, e sacrosanto nome. E se la sua orazione vi contenta nel recitarla, fatele la solita correzione: poiché essendo mendicata da me, non può essere che sparsa di errori.
E qui per fine vorrei non solo guarirla, ma santificare il suo male, esercitando in esso tutto ciò che operò Gesù Cristo in simile guarigione, che nel cieco nato, nel paralitico, nel lebbroso ordinò loto, piscina, e lavacro, accoppiando sempre la virtù divina con la medicina umana, per dimostrarne, che al mezzo umano egli conferisce il divino aiuto, acciò annesso con queste paglie, nel risanarci ci prenda umili la sua mano divina, riconoscendosi sottoposta a tanta miseria la misera creatura.
Palma a dì 17 Agosto 1682.

sua sorella, e serva in Christo
Maria Crocifissa della Concezione

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1682 10 03 AMBP Lettera 52 / 82 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare


Jesus + Maria


ella sterilità di un secco e muto giorno che cosa mai potrò rispondere carissimo fratello? Egli [il giorno] così per me nel meriggio si è fermato, poiché quel Giosuè potente del mio demerito con la spada della divina giustizia, senza occaso lo rende interminato, nel fermo del quale vorrei dir potendo: benedicam Dominum in omni tempore, la saluta però la suola del mio petto, la derelizione compagna, che unicamente dorme nel mio cuore, e con profondità sì molle, che sepolta nelle piume dei miei silenzi, dimora assente di compassione umana, stimando tutt'altro qual si sia creatura, e pure agi a chi dorme, e mostrando aggio somministra tormento, e volendo così Dio: benedicam Dominum in omni tempore; né passo più oltre per non frapporre la carriera del mio interno; la piaga poi che V. R. patì nel corpo io l'hebbi nel cuore, benché nel sentirla libero è stata pari la consolazione, nostro Signore la seguiti per sua pietà col mantenerla integro come io desidero.
Ieri, vigilia di nostra Signora del Rosario, con nostra particolare consolazione ricevemmo il breve della grazia fatta a suor Maria Serafica per assentarsi dell'ufficio di Superiora, cosa che mi trasse le lacrime di consolazione, benché poco dopo si raddoppiano per dolore deplorando il nostro povero monastero, potendo egli dire: amici mei et proximi mei derelinquerunt me, et ohimè voce di spasimo, e pur bisogna lasciarlo per non ridurlo in peggio detrimento, per esplicare che, bisognerebbe un lunghissimo discorso, la sostanza di cui io questa mattina tutta l'ho stemperata sopra nel mio petto, versando in lacrime quello per cui non bastano parole. Ohimè, oh quanto gran cosa vi vuole per far che muoia una poco viva creatura; e pure il taglio di mia vita reciderebbe quella di una comune rovina, se suor Maria Serafica non fosse mia sorella sarebbe utile benché martire Superiora, ma l'esserle io intima la rende in tale ufficio proporzionatissima esca della comune rovina, così facendo la iniqua fabbra della sospensione humana; questo non lo credete a me, ma alla testificata esperienza, quale benché fosse molta, e meno che nulla a paragone della futura, fratel mio, Iddio ci liberi di una simile prova, onde preghiamo e pregate che Iddio chiuda gli occhi a chi è causa di questa e di altra sciagura. Io per me mi sento diminuire il cuore, le forze mi mancano, e l'anima mi abbandona, e nel pensare oggi otto in cui si dispensano le cariche del monastero il cuor mi trema, poiché se tanta puzza spiro sepolta in cella, che contagio manderò esposta nel foro? Chiudimi oh terra, salvami oh sepoltura, acciò più non mi veda creatura humana: Domine Domine qui plasmasti me miserere mei, io non ho altro merito per esser esaudita che l'esser delle sue mani, in cui ancor che esasperata spero: in manus tuas Domine commendo spiritum meum, nelle quali anche il suo rimetto, acciò non confundamur in aeternum, e qui per fine aspettando buon avvisi del suo cennato travaglio di tutto cuore la saluto: nos cum prole pia benedicat Virgo Maria, Palma a dì 3 Ottobre 1682.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. Questa lettera che tanto ranilando ho scritto non sarebbe da mostrare che ad un confidente fratello, scusi dunque la corsa e la pressura del mio affanno accidentale e continuo che mi debilita nel tratto la dovuta attenzione. La notte, carissimo, che un tempo mi fu gloria adesso mi è tiranna, di sorte che ogni sera rassetto la cella stimando ritrovarmi morta la mattina; e pure smacella e non uccide questa tiranna notturna, tirando il giorno per suo fiero compagno, in cui così si muore cantando: benedicite lux et tenebrae Domino, V. R. qualche volta lo dica per me in questo bruno soggiorno come io fo per lei mentre non la stimo affatto libero di questo notturno martirio: merito merito haec patimur carissimo fratello.

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1683 04 05 AMBP Lettera 20 / 83 autog. LXXXII

Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello

 

Jesus + Maria


i in viridi ligno, haec faciunt, in arido quid fiet? Se mentre la vita è verde, e la nostra consanguineità vigore, V. R. è meco sì morto, che sarà di mia cenere, quando più non sarò in questo mondo? Ah labile sicurtà, quant'è frale l'humana. Io prendo questo suo lungo silenzio di sei mesi per un presagio di quello nel secolo venturo: poiché se la sua penna fosse simulacro della sua carità, come farei io in Purgatorio, ove, tanto mi suffragai, quando qui mi scrisse? E pure ohimè, ohimè, qui devo dir più, che la: miseremini mei, miseremini mei, saltem vos amici mei, quia manus Domini tetigit me; e di un tocco sì trucidevole, che nol sento mai di chirurgo, anzi di percussore, che per le raffilate stilette dei miei peccati ulcera, e ferisce, e ripiagando rinnova, facendo delle mie sensibilità un rugneto di ferite, e un'ampia piaga, che essendo senza curativo, la vedreste: non circumligata, neque oleo fota. E dico di quell'olio che le vergini savie: acceperunt in vasis suis, facendosi con esso lume nel buio di questo mondo, in acconcio di che senta la figura di un'anima in recidiva, espressa, e dimostrata in una lampada consumata, di cui la mia mente oggi è stata comprensora.
Costei dunque vide mai a guisa di accesa lampada, (cosi nei pristini fervori) ove generalmente si trova (come in ogni razionale creatura) acqua, olio, e lume: acqua la parte inferiore, e sue concupiscenze, atto ed affetto a Dio totalmente inconfacevole; onde egli da sé la reietta come cibo d'incombustione inappetibile alla sua natura: quia tepidus es, ego incipiam te evomere ex ore meo: così ricusando egli l'homo in questa sua porzione. Olio la parte superiore, e suo atto ragionevole, di cui par dicesse colui: unxit me unctione misericordiae suae; o per dir meglio Davide: impinguasti in oleo caput meum; e benché ciò s'intende per la sua regia unzione, non dimeno, par che in questo proposito il senso mistico sopra intelliga il litterale; autenticandosi dall'effetto di questa unzione, come il medesimo segue: ut inhabitem in domo Domini, il che non potendo conseguire da questa regia unzione, come egli altrove afferma: non salvatur rex per multam virtutem, (intendendosi per la real potenza) bisogna conferisca più alla sua santità, che alla corona; confermando ciò il medesimo Dio, dicendo: oleo sancto meo unxi eum; ed è il medesimo, che egli conserva in questa parte dell'homo, dandogli per ogni atto d'essa attuale unzione nella grazia incursiva ed eccedente, ogni atto dei quali: ex Deo est, come egli lo dice: sine me nihil potestis facere. Lume, la grazia sopraveniente stante la sua disposizione, a misura della quale arde, e illumina a proporzione d'essa, benché nel merito stante la perseveranza e merito di Gesù Cristo: non extinguetur in sempiternum, e tutto ciò: in vasis fictilibus della nostra vitrea natura, sopra cui sospendendosi l'anima nel bene operare, viene eretta dalli tre suspendacoli, seu catinelle delle tre sue potenze, la quale attaccata alla fune della santa fede; così sospesa di ogni altro fondamento, viene stabilita quasi lucido candelabro: ante Dominum: nella quale sospensione, oh che vampi, oh che lume manda nella sua accensione: lampades eius, lampades ignis atque flammarum. Così l'anima benedetta a cui non manca l'olio della perfezione, arrivandone sempre tante misure, quante le buone azioni, nelle quali anche fa mestiere andar tuttavia fratizzando la consumata bambagia con le forbici della santa mortificazione, poiché anche nell'arsure divine l'anima escrementata delle imperfezioni, dalle quali, se la carità non si spegne, si oscura agli occhi di colui, che dice: ego iustitias iudicabo; al di cui sacro cospetto, oh che prevaricazione sarebbe veder questa medesima lampada, divenuta un vaso di lutezze, non solo succida, e tizzosa per mancanza di tizziero, ma per la mancanza di olio nella virtù mancata, nera, e quasi oscura, mostrando in queste vampigli or mostra di morte, or vivezza di luce, vivendo sempre tra emenda e recidiva, tra le quali attingendo la fiamma all'acqua, oh che fischi rumoreggia, calmando questa frigidissima porzione al tocco di ben fare, non che di contradizione, ha infida deliquescenza e tu anche mi sembri l'ingrata coppia di due amici infedeli, che assiemati nella mensa, nella croce proclamano: dividatur.
Ohimè, acqua insipida, e ingrata; tu tanto sei amica, quanto sei vezzata, che nell'esser tocca di fuoco al bene attivo, tanto fischi e gemi, sin che la fiamma uccidi: caro concupiscit adversus spiritus; nel quale termine, ohimè, in queste clamanzie, fratello, ecco il bene nel fine, già la lampada muore, e sui fischi di queste clamite la sudetta mandò gli ultimi respiri. Oh misera lampada, già consumata facella, così all'altrui vista mostrata; onde affin di sua freddezza corronvi a tuffone le mosche di più considerabili cascate, naufragandovi in somma tutte le sorti di miserie, sì che quanto fulgì, ed elusse, tanto si oscurò e languì, divenendo un composto di corrotti animali, e una tomba di corruzione. Oh misera, e pure tra tanta immersione qui esce in un aggio di falsa pace, mostrando essere una di quelle, a cui Iddio: dimisit secundum desideria cordis eorum ibunt in adiventionibus suis, oh pure di quell'altre, che: dederunt labores eorum locustae, mentre occupa tutto il suo essere l'animalità loro, tra la quale fetida emergenza, anche la sudetta acqua si permuta, perdendo le sue principali condizioni, cioè rinfrescare e pulire, poiché nell'essere oleata, e succida non giova per lavare, e nell'essere tiepida e stagionata, nemmeno per bere, come si è dell'anima retroita nella perfezione, la quale per iscandalo diviene obbrobrio delle medesime mondane: et senatorem perdidisti, et monacum non fecisti; cosi derise il mondo un gran senatore, che lasciando il mondo, attese all'eremo con dismessa perfezione. Ah miseria nostra, acqua guasta, e sporcata, che non fosti per lampade, né per sorso di biviere non sei per la divina, né sarai per l'humana, perdendo per la prima la cristallina chiarezza, la luce sovra humana, e nella seconda, la tua natia vena, potendo a tuo bell'agio emanarti per il mondo nella correnza dei gusti, nei torrenti degli aggi, e in un mar di piaceri; ma adesso già riacconcata in un conchiglio di chiostro, così fetida ti corrompi, e inverminita ti muori; ohimè acqua non sei, né lume più sarai, ma a guisa di lutea lampada piena di mosche, e schifo ne stai agli occhi di Dio quasi fetido turibulo! Ah, carissimo fratello, che faremo di questo brutto vetro? Egli forse sarà mai di quelli che: spiritus vadens, et non rediens, tornerà mai sua luce, o si romperà nelle tenebre, versando nell'acquedotto dell'inferno questo infetto residuo? Ah, non sia mai, diciamo sino al fine, carissimo: paravi lucernam Christo meo. Lume, lume mio Dio: olio di santo aumento, acciò riaccesa la mia lampada, possa andar di buon passo in questo occidentale esilio, in cui sia la tua pietà: lucerna pedibus meis, per la quale non avendo olio di virtù: nisi parum, quo ungar, cioè, quanto entra a misura nell'angusto vasetto della mia volontà senza effettuazione veruna, pregoti, oh mio Eliseo supremo, a darmi quanto bisogna alla tua poverina, a cui riguardando vedovata di ogni bene, porgi la tua abbondanza per abbondarla con suoi geniti, essendo tutta, e quanto tiene destituto di bene divino, e generale. Ampio mio donatore, dammi almeno quanto paghi i miei debiti, trovandomi astretta di tanti cristiani, e regolari obbligazioni, che delegati dal regio Jus, tutti astringendomi esclamano: redde quod debes. Né posso dubitar di ciò, carissimo fratello, se pure le parti del mio cuore, le disposizioni d'esso, non mancheranno in ricevere, porgendo ogni una sotto la datrice mano il vasello della capacità loro; ma vacua ed assente di ogni liquore humano; che se tanto faranno, prima mancherà la mia capacità, che lo stillicidio divino, di cui per tutta l'eternità ne sta grondante il cielo. E qui io ricevo la sua lettera, essendo il già detto quasi nel fine; onde facendomi da capo, veggola con mia afflizione immerso negli affanni, sentendo nelli suoi reciprochi lamenti tanto mio penoso assenso, che cancellerei con le lacrime le mie sudette querele; ma ciò non importa: flere cum flentibus così vuole il Signore, per volere di cui la vedo affogato, come dice: in limo profundi; acque in vero di odiabile pantano, ove anche li santi si hanno impaludato sino al fondo sulla fradicia nav[ic]ella della proclività del huomo, uscendone ben vero asciutte per mani di colui che: mari, et venti obediunt ei, di queste acque io dunque anticipatamente ho favellato, né occorre dirne, come felicemente solcarle. Cuore dunque, fratello, non la contristi l'imbarco di questo pelago amaro, che quantunque di acque torbide, sono attissime all'arrivo per il cielo; così il pilota mi ha detto: in mari viae tuae, et semitae tuae in aquis multis; alziamo dunque la vela della nostra cooperazione, e sarà pronto quel vento, che: ubi vult spirat, che se tanto sarà il nostro naviggio, sarà in porto; ove anche dell'olio fa mestiere, come V. R. sa della pesca del corallo; sì che all'effusione d'esso si chiarifica il mare, mostrando ciò, che tiene nel profondo. Oh santa virtù, olio sacro e benedetto, tu accendi fiamma al cuore, porgi agli occhi lume per adescar con l'amo dell'emenda le più impelagate imperfezioni. Qui attuffiamo, fratello, se vogliamo l'ultimo effetto di questo olio santo: egli sì come accende, ed illumina, così finalmente corona, in cui (cioè nella perfezione) Iddio opera positivamente. Nell'atto accende: ignis consumens est, consumando il reato nella via purgativa: nell'abito illumina, scortando il sentiero della illuminativa: et lux erat verbum, che se il giusto passo del cielo: ego sum via e nel merito corona, augeando l'anima, sino all'apice dell'unitiva terminata in gloria, e mentre che: finis coronat opus, egli che è il fine di ogni mezzo, si dà all'anima, come final diadema, come l'acclama Chiesa santa nelli fini d'ogni santo, dicendolo nei martiri: corona confitentium, nei confessori: corona celsior; e nelle vergini: corona virginum, chiamandole tutte nella loro comune solennità, dicendo: venite, adoremus regem regum, quia ipse est corona sanctorum omnium. Oh cerchio lieto, e beato; oh recinto di eterno riso, qui serbiamo i contenti, qui fratello li canti; tra tanto le meste olive intrecceranno le nostre tempie; onde io tra questi troncosi oleastri del Gessemani la inforesto, acciò l'anima sua sia: sicut oliva fruttifera in domo Domini, gocciolando quell'olio, che si opprime nel torchio della croce: si stringa, carissimo, si opprima bene in questo torchio santissimo, che quanto più pesa tanta affluenza distilla, onde noi accinte all'estratto, così all'autore, ed all'istrumento invochiamo:
Mio Redentor fa che porga aita
Peso di croce a regolar mia vita.
Palma a dì 5 Aprile 1683.

sua serva e sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]

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1683 08 30 AMBP Lettera 51 / 83 autog.

Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello

 

Jesus + Maria


omine, apprehende arma et scutum et exurge in adiutorium mihi, mi dispiace ben vero dirlo con qualche sgomento per l'avvisata guerra dei turchi contro l'Imperatore, e ciò come se fosse di colui che tenendo il fuoco vicino egli si beffa dell'avviso, anzi per non dargli udienza si distrae il viso.
Si ricorda di quei mostri, di quei bruti e aborti che due o tre anni [fa] avvisai, in figura della religione, che a guisa di religiosi partoriva tanti mostri? Che meraviglia dunque è se alla caccia di queste fiere sono usciti tanti cani, tanti bracchi mori, alla corsa dei quali par che suoni la cornetta della divina giustizia: piglia, piglia, uccidi, uccidi.
Ohimè che cruda caccia: bosco si è il mondo, fiere i religiosi, cani sono li barbari precorsi dal divino venatore; poiché quantunque la stretta sia per tutti, non di meno per Chiesa santa par fosse la tema maggiore di cui i religiosi sono parte principale, sì che oh Dio, fosse a nostra vista questa fierissima caccia, quale io posso dire del divin furore, cui, prima che il turco viene a giornata, egli prearma i giudizi suoi, sino adesso tanto in disfavore che mi sento perire iusta (bensì) et incomprehensibilia sunt iudicia tua Domine.
Dica mio fratello, pensi quel vuole, che uno è il mio motivo di tanto gran castigo, la scadutezza del chiostro, di frati, moniali, ed ecclesiastici, che a me figurano i capelli di Chiesa santa, non solo per il grado riguardevole, quasi di corona, ma per il decoro [che] le recano, quando essa da loro crinandosi si esonera di quelle fogge e virtù che essi professano, che se il cristiano la intuisce con la necessaria veste, mediante l'osservazione dei precetti, questi la sovrabbelliscono con i castighi evangelici, con che precisamente ne' crini (che sono l'esecutori) si rende talmente speciosa che da lei si canta: sicut sponsam ornatam viro suo.
Così ella fu, ma non già è, anzi ricordatevi due anni sono che la descrissimo scapigliata, rilassando quei crini che già stavano da totalmente cadere, a segno che quasi adesso calva ne rimane, e ciò principalmente per un gran dolore di capo, dico delli Superiori, che paiono in ciò illetarghiti, tanto che ne dice quel davidico medico: convertetur dolor eius in caput eius et in verticem ipsius iniquitas eius descendet.
Ohimè dunque, chiuse gli occhi nostra madre, sta non solo calva di crini, ma gravata di gran male, di cui io posso assicurare queste sue gemebonde parole: iniquitates meae multiplicatae sunt, super capillos capitis mei, quali io dal mio capo almeno vorrei sciogliere in pianto, vorrei svellere in lutto, essendo di esse la peggiore, puotendo per altro essere una di quelle a cui disse lo sposo: vulnerasti cor meum in uno crine colli tui, il di cui sacro diletto sarebbe stato (mercé tanto merito) rinforzativo ai cristiani, e sbaraglio dei mori, e non essendo ciò, tanto è concludere, quanto non giovare e dato questo ecco io la cagione.
Ohimè fratel mio: modicum fermenti tanta massa corrumpit, preghi per me, come io fo per V. R., ed ambedue per santa Chiesa, per cui continuano queste madri benché con qualche riserva sin che sopravvenga come speriamo l'ordine quale, che se ne meno queste fosse sarebbe un volontario perire, il che mai voglia il Signore, e per fine la assicuro che la mancanza di mie lettere si è per la siccità di materia, che parmi non l'habbia secondo la sua intenzione, e non essendo per gusto suo, a che perdere il tempo quando del mio posso farne di meno? Onde io qui lo tralascio ancor V. R. nella piaga di Gesù Cristo: nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.
Palma a dì 30 Agosto 1683.

sua sorella e serva in Christo
Maria Crocifissa della Concezione

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1683 09 16 AMBP Lettera 54 / 83 autog.

Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello

 

Jesus + Maria


enedictus Deus, carissimo fratello, i di cui giusti giudizi talmente ci pressurano che par ci avvincano: noi siamo in uno stato per la continua e quasi irrimediabile infermità di nostra madre, che poco animo ci resta. Essa è tanto gravemente inferma che tra infermità e recidive si può stimare poco o mala viva, se Dio in speciale modo non l'aiuta non pare possa andar più oltre la sua vita, e massime adesso, che ritrovandosi nella terza recidiva talmente si vede oppressa da acutissima febbre debiltà e sintomi mortali che vuole essere l'aiuto del Signore.
Ieri nono giorno della sua ricaduta la vidimo quasi su il finire, benché il settimo l'hebbe peggiore, a segno che di sera si fece confessare, e se sapeste, carissimo fratello, quante angosce ciò reca, quante conseguenze ciò tira, oh Dio, che per dirlo mi bisognerebbe di presenza. Basta, ne raccomandi a Dio che la nostra afflizione benché appaia temporale più si può dire spirituale ed è un flagello che solo i miei peccati lo meritano, siamo tutte quattro tanto dibattute e lasse (non di travaglio corporale benché questo sia tanto che lo sa il Signore) ma di pressure interne, che tal volta non si può evitare l'esasperazione; noi siamo tutte imperfette, tutte assediate, e tutte quasi perse, stiamo poi così bene di salute che il medesimo giorno che la signora fu così male [che] fu necessario a suor Maria Serafica prendere la medicina, perché i suoi morbi sono repentini, suor Maria Maddalena non si poté alzar da letto, benché verso la sera per una sincope mortale presa alla signora a lei si trascinò mezza viva, suor Maria Lanceata pare un cadavere vestito, benché ella sia la principale infermiera, poiché io che sono la più forte sono stata oppressa di una apostema nel piede che non mi fa camminare, tutto che adesso posso dare qualche zoppicone; inoltre li offici nostri che sono di celleraria portinara e speziala talmente il tempo e la forza ci rubano che non si trova modo etiam di un respiro, ma se credete che sono questi l'affanni, oh quanto sarebbe lontano: l'anime fratello, l'anime ci dolgono: queste raccomandi a Dio, già che toltone l'orazione non gli può dar altro da lontano (siamo poi, per cennar tutto) nella elezione della nuova Abbadessa che si farà oggi otto giorno di nostra Signora del Rosario, ohimè,

Il ciel nero e turbato
Tien' nel seno nebbie oscure
E mi predice guai future
Oltr'al male non passato
Ohimè il Ciel è turbato

Così io vedo il nostro monastero e più d'esso il mio cuore, che V. R. raccomanderà a Dio acciò riesca un soggetto non mercenario ma Pastore; e per fine l'avvisi del turco quanto ci riescono cari per sentirle, tanto trafiggono l'animo nel sentirli sì male per noi, che solo (come dice) miracolosamente ne possiamo restare vincitori; e se ciò duole, più acutamente accora che i cuori sono freddi, la lingua muta, e gli occhi diseccati; ohimè fratello (e segretamente glie lo confido altrimenti darei scandalo) io sentomi un cuore di marmo, e quasi senza doglia, cosa mai provata nell'occorrenza di Francia e Messina, ohimè sento dirmi nell'animo: si populus meus audisset me, pro nihilo forsitan inimicos eorum humiliassem, ma perché loro: ibunt in adinventionibus suis, io ragionevolmente replico a Dio: maledixisti sceptris eius capiti bellatorum eius, tanto adesso mi passa, benché per quanta forza mi dà Dio procuro rifiutare questo mio sentimento, che non bisogna quiete ove si debella Dio, il suo honore, e il prossimo.
Preghi Dio fratello che io possa non commettere questa imperfezione, non perché io prevalga appresso Dio, poiché: spem in alium numquam habui praeterquam in Deum Israel, ma per non mancare di questo mio dovere, come farà ogni cristiano, e precisamente in questo santo Giubileo che Dio permetta con ogni nostro bene a suo santo honore, con che la lascio sotto la pietosa destra della Madre SS.ma acciò per sempre la salvi e protegga. Palma a dì 16 Settembre 1683.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. Faccia la carità carissimo fratello, con prima comodità inviare la vita della infanta Margarita quale un tempo mandaste, ed io la diedi al signor Principe di Rafadale (1), che me ne prestò occasione; onde al monastero me ne trovo debitrice, mi faccia la carità acciò non muoia col carico di questa restituzione.
(1) D. Francesco Montaperto e Bonanni, che si investì del titolo il 14 Aprile 1682;

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1683 11 08 AMBP Lettera 73 / 83 autog. LXXXIV

Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello

 

Jesus + Maria


um ingemueris, tunc salvus eris. Ohimè, che vita è questa, in cui senza un continuo gemito non mi potrò salvare? E pure ella è sì preziosa, che quasi alchimia minerale, rende tutt'oro il medesimo patire, senza il cui merito non mi potrò salvare: cum ingemueris, tunc salvus eris, ne mai mi condurrò a salvamento fuori dal pelago del pianto. Carissimo fratello, ecco il mare del nostro imbarco, l'onde di nostra nave, il corso, le sponde, la vista dei bramati lidi. Spiega vela, anima mia, cuore mio parti dal tutto: adeamus ad Dominum. Valete amici, agi, e conforti: valete, et deiniceps me quiescere permittite. Ed oh fin qui quanto mi costa poco, un dire, a Dio, mi spiaccia quando si tratta di cosa a me aliena.
Non è qui, l'ostacolo, carissimo fratello, il tutto sta nell'ancora dell'amor proprio: questo ferma la nave, urtandola in scoglio che la fa perire: il reggimento di noi stessi, quella scelta, che fo di questo e quello, oh quanto mi danneggia, sentite la storia d'un pazzo.
Questo era solo in una casa, di cui il muro presagiva rovina, al riparo di che, egli, aiuto, aiuto, con molte strilla gridava, tanto che un potentato contiguo costituì i suoi servi in aiuto di quel misero, che più che mai li chiamava, i quali con appoggi, e legni sospesero la rovina di quegli ottimi impieghi: ricusò l'ingrato pazzo, e impugnando quei sostegni, li rivolse sopra l'aiutatori, scaricandogli sopra a guisa di bastoni: ma la pazzia qui non ha termine: poiché con bravi vanti da se stesso si accinse alla riparazione; onde con cervello affatto uscito appiccia fune alla tremula parete, e ciò con tanto sforzo, che non poteva più perdurare, nella quale stracchezza egli attaccò pondi, e marmi alle cadenti funi, acciò mentre egli respira, quelle non cessano di tirare alla parete che declina; intanto egli di sotto si buttò a dormire, quasi sicuro della reparazione. Ohimè: fatue, fatue quo vadis? Ove ti portano le tue pazzie? Ove le tue sciocchezze? Questo è quel cristiano, che: tanquam vas figuli tiene il suo ricovero, che per ogni soffio di quel vento, che spira l'austro del mal fomite apre le fessure, tremolando le rovine; dopo di che vengono le voci: Domine, Domine, tu qui distructa, et collapsa reparas, ad adiuvandum me festina, che tal ora per atto di pietà costituisce adiutori, cioè, mezzi humani, e divini, che con appoggi di croci, legni di più gioghi sospendano le cadenze dei nostri precipizi; poiché la croce sempre aggiusta l'homo, tirandolo alla parte contraria di quella, ove lui per rovinar si declina.
Ohimè, dico all'ora sì che vengon le pazzie; non vogliono i soccorsi; vadano via l'aiuti, ah dice quel bravo: questo non fa per me, questa croce non è buona, m'inquieta, mi rovina, io farò cosi: così voglio questo, meglio è quello, e poi mi porrò a dormire, a quietare, così il pazzo che disse, cosi quell'uomo scemo, a cui Iddio manda quella infermità, quella tentazione etc., acciò lo divertisca di quello suo peggio, che lo fa rovinare. Poiché anche i medici, per curare un morbo occulto, tormentano quasi tutte le parti corporali, vessicando tal'ora le gambe, lancettando le braccia, assetando la bocca, con cent'altri dolori, medicando con tutte queste quello, che il fa morire, essendo uno curativo dell'altro dolore; e pure il medico si obbedisce, e Dio si riprova, dalle mani di cui i pazzi ricusano quelle croci, che sono, delle loro rovine, fortezze, e appoggi ributtando da sé con superba abusione tali soccorsi con ingratissimi rifiuti: quasi colui, che: mundum pugillo contines, non sapesse contenere ritte le loro casette di loto, sì che erigendosi da loro stesse, distorgono con forza, e furia (almen per quanto vagliono) le croci e i sostegni, dicendo con baldanza: proiiciamus a nobis iugum ipsorum, ribattendolo in viso a Dio, et ai suoi mezzi.
Ohimè, ingrati cuori, la di cui irascibile resistenza maggiormente l'accende, infermandole la testa (cioè la superbia, che è il capo d'ogni male) di altera frenesia: convertetur dolor eius in caput eius, et in verticem ipsius iniquitas eius descendet. Ed oh che iniquo morbo è questo, quando nel capo è fermato; egli è morbo, che sempre ascende: in coelum conscendam, di cui morì lucifero, ma non con tanto delirio, quanto costoro, poiché dicendo quello: ero similis altissimo, questi la sua parità trascendono, mentre non solo pareggiano a Dio nei giudizi, ma li pospongono a' loro. Oh Dio, che taccia è questa, e pure questo vuol dire, quando io ricuso, e procuro di non avere quello [che] Dio vuole: le quali industrie, e renitenze sono quelle funi, e pesi, che tirano la mia casa in distruzione. Ohimè, pazzi, che fate? Credete edificare, e sfabbricate. Quel voglio, e quel mi piace, sono torri di vento, e casa di dannati: in vanum laboraverunt, qui aedificant eam; poiché un giorno Iddio, propterea destruat te in finem, evellet te, et emigrabit te de tabernaculo tuo, et radicem tuam de terra viventium.
Ah giusta sentenza, per cui si svelleranno le radici di coloro, che alteri sormontorno alle cime, Gesù mio: supernus artifex, ecco qui un cuore di[st]rutto, un sasso franto, e smacinato; l'anima mia: tanquam parieti inclinato già cede in rovina. Ohimè, le tante salme l'atterrano, l'iniqui pondi, né può sostenere quello ismisurato del mio amor proprio, già che: amor meus, pondus meus: taglia deh questo gran piombo, i suoi nodi e le sue funi, di cui, ohimè, sento i giacchi, l'aspri tiri, e le torture: funes peccatorum circumplexi sunt me; sgiacca oh Dio quelle gran maglie, con che mi tiro alla rovina, procurando ergere muri, quando sbasso i fondamenti; frena dunque incauto fabbro; non più tu pazzo mio cuore; venga Dio divino artefice: Domine, tu me adiuvando respice, guarda con gli occhi di tua clemenza questo muro sfondamentato: et motum est cor de loco suo, ne resterà di reclinare a quanto mal vi sia: donec requiescam in te; onde io ti prego, acciò mandi appoggi, croci, flagelli, e funi, che stabili lo fermano nella sodezza del tuo volere; mio Dio, fortificalo con quel tronco, che svelto dall'orto di Adamo si trapiantò nel Calvario, acciò corretto dai suoi agri pruneti, rifruttasse a noi frutti divini, il più dolce dei quali sei tu pomo dolcissimo, a cui non chiedo gusti dal miele, che grondi, ma fortezza del tuo tronco; nodi delle tue funi, e taglio della tua lancia, acciò recida della parete che versa le funi, e pesi, che lo tirano: et quia pondus propriae actionis gravat; il tuo taglio discarichi, e recida, rifacendo le contratte fessure con il forziero di tua croce, con cui indissolubilmente lega: solve (oh ciel di grazia, oh mia croce, e crocifisso) solve illud a seipso, dai suoi pesi, e miserie: et liga ipsum in te insolubile nexu.
Carissimo, così preghiamo da Dio quanto noi non possiamo: poiché ogni ottimo dono viene dal cielo, che se Dio non dà per noi non possiamo avere, e ciò mai avremo senza la nostra cooperazione, quale è quella piccola favilla, che accende un gran moggio di carbone, l'assenza del quale tal ora mi fa ridere, vedendo cert'anime affaccendate all'intorno del suo estinto braciere, ove non vi è, che un moggetto di nero carbone, certi oscuri desideri, con che voglion fare, voglion dire e massime nei monasteri, ove oh quante riforme sono nelle parole, sì che le vedreste tutte attività: intorno a quel braciere si sfiatano a soffiare, lo sventilano con ventagli di certe cooperazioni ab extra, procurano, circondano senza frutto quel freddo carbone: e tutto ciò sta in consigli, pareri, e consulte, senza mai porvi la scintilla della vera cooperazione, che ogn'una senza tanti punti e postille da se potrebbe effettuare.
Onde tra tante brighe tal ora il suo carbone soffia, e risoffia, parla, e cicaleggia, et invece di accendersi, più si viene a raffreddare, sì che disanimata quell'anima, stracca si distorna, pigliansi, dice il braciere, e il carbone, che io non posso più soffiare, ignorando l'incauta, che tra due soffi sarebbe acceso se l'havesse operato con la scintilla della effettiva cooperazione; ed oh di questi vani soffi quant'io ho visto patire, senza far altro, che perder tempo in volgere, e sfogliare le regole, e costituzioni, alle quali (essendo io tanto da poco per spiegarle, e ridurle al vero senso) sempre quasi mai ho toccato, lascio la loro spiegazione a chi me l'insegna, mentre ancora non ho finito di leggere il primo capitolo dei 12 gradi dell'humiltà in essa prescritti dal Padre S. Benedetto, né so se con la pratica le finirò di leggere, mentre tra 25 anni che li studio, ancora non ho letto l'H, che è dall'humiltà il primo carattere; di cui all'ora avrò la vera scienza, quando praticherò, e conoscerò che io sono quel nulla, che niente di buono prevalgo, com'è questa lettera nell'alfabeto, il che sarà cent'anni dopo il giorno del giudizio, mentre per una lettera non ha bastata la carriera di tant'anni.
Dopo le quali ventine di secoli, all'ora sì che accetterò le tante richieste fondazioni, e straccerò il breve, che mi esenta di gradi; volendo essere Superiora, quando sarò humile; non dovendo una nell'estrinseco esser capo, se nell'interno non è coda; intanto attenderò allo studio di questa lettera, composta parimente di A. C. ac, che vuol dire: accipe cuncta, abbracciando l'humiltà, nell'atto tutta la santità, e nel merito tutto Dio per premio.
Oh che ricchezza; io tra le virtù l'epitaffierei dal: non plus ultra, mentre in un atto cielo e terra abbraccia, tenendo le virtù tutte al suo acquisto, che per circostanza, che per conseguenza, poiché praticando come sue circostanze la povertà, obbedienza, pazienza, etc. consegu(isc)e la carità, zelo, magnanimità, fede e prudenza, etc.; onde: hoc ego ipsis virtutibus mirabilius iudico.
Carissimo fratello: quid hic statis tota die otiosi, questo è lavoro solo di questa giornata; la santa humiltà non s'arbitra all'altra vita; solo qui si negozia, ed io sono all'occidente di questo lavoro, per cui, ohimè! l'undecima ora non basta. Ah che per niente altro bramo più la vita, solo per questo: adauge Domine, adauge tempora, già sentomi nel carnevale di questa dolce sostanza, nel quale tempo, se gli homini fanno pazzie, io perché non farò portenti, saziandosi essi loro nelle crapule, et io negli obbrobri, e ciò quanto essi più negl'ultimi, tant'io negl'ultimi respiri, in cui vorrei sì obiettosa morire, quanto mai fui corrottissimo animale.
In tanto mentre il mio carnevale già spira, mi accingo all'opera di questa cara opulenza, che se tra i conviti si ricercano i primi, i più stretti nel sangue, io lo farò con li miei: venite, comedite, et inebriamini carissimi; la mensa sta all'ordine, ella è la croce, suppelletta la sacra specie, la credenza, le virtù cristiane, le forchette, tringieri, e cocchiarini, i dispregi, l'obbrobri, la povertà, il patire: all'invito di che risuona a pranzo la tromba della dottrina evangelica, che invita, e non precetta alla sazietà di quella; noi però, carissimo, che siamo assisi per obbligo della nostra professione a questa mensa, a noi conviene gustarla, acciò corpulenti, e robusti ci incamminiamo: in fortitudine cibi illius per l'eterna residenza; al che carissimo, non più nausee, non più inappetenze, andiamo famelici al convito, mentre Dio infin dai nostri primi anni con tanta prevenzione ci induce, e propensa, a segno che dal posto di nostra nascita pian piano ci bassa in sepoltura, essendo sino adesso arrivati da quei posti a quest'infimo regolare di cannavi, luoghi immondi, e cucine, da cui (oh che allegrezza) poco, oh niente habbiamo a scendere per infermarci per sempre nel ultimo concavo.
Oh che gran cammino da colà, sino a questo fondo, da dove l'anima nostra costernata forte dirà: inclinata resurgo; onde anch'io dal fine di questo foglio salgo al capo, conchiudendo per risposta di due sue letterine il detto di Isaia: cum ingemueris salvus eris; e tanto basta per far che onerato di pene scende a questo fondo, ch'è l'unico posto per risalire in alto; havendo detto la medesima verità: qui se humiliat exaltabitur, né può esser salita senza precedente bassezza, né quella mai senza imminente cascata: qui se exaltat humiliabitur.
Carissimo fratello, iddio ci conceda uno, e ci liberi dall'altro, e sia per intercessione della sua SS.ma Madre, per amor di cui conchiudo con dirle:
si ergo frater vere Mariam diligis, et ei placere cupis, emulare hanc virtutem,
e lei la conservi.
Palma a dì 8 Novembre 1683.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

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1684 03 13 AMBP Lettera 11 / 84 copia

Al molto reverendo padre Don Gioseffo Maria Tomasi,
Chierico Regolare, mio fratello

Jesus + Maria


enient romani et tollent nostrum locum et gentem, così faccia che dica la sua carità, carissimo fratello, poiché nel dimorare sì assente del nostro desideratissimo impiego di lunga fatta lo vince quella del nostro Padre D. Geronimo, mentre di lungi è venuta per torle di mani la corona, con che io vedo le prime nuovissime, e le nuovissime prime, e il condannerei, se per altro non mi ritenessi il suo staccamento cotanto a me carissimo. Onde quanto lodo la carità del primo, con ugual preconio commento lo stacco del secondo, solo me confuto, che tra l'uni, e gl'altri esempi nuoto vuota nel bene, come la navicella nel mare, servirò almeno per riportare di alto e basso li naviggi passeggeri, che navigano dalla terra al cielo per eternamente illidarsi nel porto felice della divina fruizione, tra li quali mi si carica il grosso cariaggio dei meriti di questo buon padre che mi soprafà sì forte di ogni sua carità, che mi corre tema non affondi, come farei se rigettassi il tutto nel pelagio profondo della mia ingratitudine, già che posso dir di sua effluenza (demersit me) per l'ingoi mi ha dati, li quali ingrati flutti ancor'essi elevano le voci, lodando colui ch'è mirabile in questi golfi, estollendo anche dal fondo l'immersi naufragati, come io esperimento per la potentissima pescaggine della sua benigna destra, che si è servito per amo ed esca del sudetto Padre, la di cui carità confesso, e stimo mia adeguatissima restia, dalla quale non trascendo al particolare per molta fretta mi sta nella penna, dovendo straccarla da tre altre, fra brevissimo tempo, e sono una al Padre loro generale, una al signor Cardinal Crescenzio, e la terza per la nostra società spirituale, e tutte per comando di detto Padre qual'io prontissima obbedisco almeno per cenno di tanta mia obbligazione, in tanto la saluto ai piedi di nostra santa Madre lasciandola sotto la sua protezione. Palma a dì 13 Marzo 1684.

Sua sorella indegna
Maria Crocifissa della Concezione

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1684 06 03 AMBP Lettera 29 / 84 copia LXXXVII

Al molto reverendo padre Don Gioseffo Maria Tomasi,
Chierico Regolare, mio carissimo fratello

Jesus + Maria


ve dopo sei mesi carissimo fratello, tant'è che non le scrivo, forse per giustificare la mia penna mentre nel istraccarsi tanto in più centinaia di lettere a chi non vidi e conobbi mai, così si risparmia con un mio unico fratello, che se ella è sì restia con chi tiene tanto affetto, poiché in vero è grandissimo, qual crede lo sia con chi non vorrebbe parola? E pure: quid aliud post Deum, amare cupio verun per certo poiché: Deus mihi totum est, che se egli vuole mi stacchi da un caro e mi affatichi per uno straniero: ita factum est, sit nomen Domini benedictum.
Così dice ancor V. R., carissimo fratello, acciò di pari passo: peregrinamur ad Dominum, in cui (per dirla) sento uno stravagantissimo avvenimento, semina ceci oggi il mio campo e par si raccolga frumento; ohimè: vox Jacob est sed manus sunt Esau, io sento il mio cuore in un abisso di guai, che par più fiero non l'habbia mai l'infermo, e pur nel sentir tanto, subentra nell'intimo di tal senso altro opposto mirabile per cui l'anima si muore di crucio, e di contento; ohimè oggetto incredibile, ove seme acerbissimo produce frutto soave, in cui l'anima: pertulit dura, sensit suavia, et gessit mira, e di tal modo che eccede la mente obliqua della inesperimentata creatura, sì che tal ora su l'onde dell'angustie nel sentirle fierissime, ama il motor di quei flutti, nell'arsure l'accensore di quelle fiamme e nei suoi tagli l'impugnator di quei ferri, e cui anela anche nel senso, ancor che basso ed estrinseco, ohimè: vox quidem vox Jacob est, manus, manus sunt Esau, e sono queste quelle di Dio che slanciano ferri e insinuano fiamme per brama di cui si precipita sì incontinente l'anima, che trascorre olimpi, e oceani, spacciandosi con una girar di piede di tutte le creature, non può offrir respiro, ne men saluto che l'arresti. Neque salutaveritis in via tanto corre inarrestabile all'impeto che la spira: il di cui retto navigio non è menato da austro, o vento humano, ma dal soffio di colui che: mari e venti obediunt ei, ove quanti venti lo concludono, quante piogge lo gravano, tanto più si affonda nel pelago fondale del divino amore, che se soffia vi corre, se pluvia vi si immerge, e se fluttua vi si affonda, ed oh che inestaccabile impiccio è quello d'un cuore amante!
Oh carissimo, oh carissimo, che cosa è amare Dio! Qual laccio egli ci tesse quando ci si scuopre! L'anima non può più sedarsi: corre tutto il suo essere, si snodano per andarci le viscere, e le vene. Gesù, che ferro forte, che graffio inescroccabile è quando impiccia un'anima! Parla tu attratto SS.mo, o pur tu divino tormento qual sia l'attratto e duolo di un cuore così divinamente impegnato. Ohimè, che fiero ritegno, l'ancora al mondo e il vola al Paradiso, verso cui esanguinandola la tira il graffio infinito, ah che divisorio fiero, a paragone cui l'anima stima niente ogn'altro suo duolo, a segno che: de cruce siles et de siti clamas. Ohimè sentite le sue voci: sitivit anima mea ad Deum fontem vivum, quando veniam, et apparebo ante faciem Dei, ohimè che fiera sete! L'alma si muore sopravvenendole con tale arsura una etisia sì incurabile che par non habbia del humano che la pelle sull'osso, cioè, l'estrinseca figura, che quanto estenuata dal mondo tanto si nausea del suo mal vivere: omnis iniquitas opilabit os suum, non ha cuore di aprirlo per gustare le sue dolcezze anzi suoi veleni, inappetisce i suoi gusti, per lui non ha sapore, e quanto lo serra per questo, e per tacere le sue pene tanto l'apre in clamare l'arsura del suo cuore: de cruce siles, et de siti clamas.
Ah che vorace incendio quando si ha un Dio per carbone! Considerate un'anima così arsa di Dio, qual può essere la sua aderenza, l'impeto, il corso verso la perennità divina, e pure tenue argine l'impedisce quello eccelso ingoio: un sassolino di loto, ohimè il fiato mio vivo, fa che io non affondi nel pelago divino; ah cristiani, fate consulta! Oh medici, come io potrò morire? E tanti se ne trovano che fan sanare, e verun per far morire. Spade, mannaie, epulei, e fuochi come per me oziate, deh innovate sopra me le tiranniche fierezze dei martiri! Già ite, iscuotendo nel mio sangue la ruggine di tanti secoli passati. Innova mio Gesù: dies nostros sicut a principio, i di cui inveterati martiri già mutarono scena in questi tempi, essendo i più fieri tiranni le nostre intrinseche: inimici hominis domestici eius, io per me non trovo peggio contrario che i miei prolungati respiri, mentre esse mi provocano tanto infinito bene, e pure mercé una invitta pazienza pabulo e tanto mio dispendio questi tiranni, per essermi più fieri, Gesù che fiele ardente è quello le do mattina, e sera in refettorio, pensando che su l'estinguersi io ravvivo il mio fuoco per meglio incenerirmi, oh mani (io tal'ora dico) voi mi siete sì fiere nel darmi quello momento, come fareste a colui che mandando su l'onde a forza di braccia, voi con pesi, e tiri di nuovo l'immergeste nel primiero fondale, facendo sempre così quand'io prendo ristori, che sono dell'anima mia i pesi più gravi, a segno che più volte ho detto nel pranzo: mittamus lignum in pane, tanto la croce ne sento, che se fosse di bronzo non sarebbe più grave.
Onde quando ricevo dalla bocca tramando degli occhi, potendo dir con Davide: fuerunt mihi lacrimae meae panes die ac nocte; e ciò benché spesso non sempre, ma quando l'ansie mi s'accendono dicendomi a furia et impeti: ubi est Deus tuus, ed ecco qui carissimo fratello la mia più ardua penitenza, il di cui immediato istrumento è Dio, a cui parimente posso dire: tibi soli peccavi, avendo di più in esso offeso tant'altre sue creature, è bene dunque che loro sottraggono da me ogni loro gusto, fuggono dal mio affetto acciò io dica: recedite polluti, andate oh divine manifatture da me per altro sì fetidamente guaste che anche i miei marciumi me l'han tolto o velate, rimanga meco quel sole il di cui raggio non ammetta seco loto quantunque in esso infangato: nemo bonus nisi Deus, sottragga esso l'attimo del mio cuore, e lo sospenda nelle impausibili fatiche di cento, e mille affanni, che nulla mai saragli penoso mentre è nel raggio di sua luce: obsecro (in somma carissimo) ut videam faciem regis e ne men' per cancello tra le impermanenze di questo carcere, che lo mostrano, e lo tolgono, ma a: revelata facie, e non temo che egli meco si affissa, che se resterà provocato dalla mia iniquità: interficiat me, acciò, acciò facendo cassa apertura, s'insinua in me più profondo, benché per intuito di mortale ferita, venga in me la sua destra, e la godrò ancor che per severissima giustizia: laetabitur iustus cum viderit vindictam, e se il gaudio è sì pieno nel vederlo nei fulmini, qual sarà nell'immergenze delle sue misericordie, nel di cui sacro nuoto la immergo, e lascio, anzi di bel nuovo ripiglio mentre qui mi arriva la sua letterina per la quale nella scarsezza di scrivere par ci rendessimo la pariglia, e mentre mi dice che io compro assai caro l'inchiostro, io pensavo che V. R. l'usasse come se fosse latte d'uccello, ma benedetto sia Dio che la vostra povertà non è altrimenti di questo ma di quel tempo che: non poterit pretio emi, habbisi dunque tutto per Dio che nella eternità l'effonde senza termine, nella di cui comunicazione si abboccano l'anime meglio che in parole, e con tal frutto che più effettua una detta parola che cento, e mille lingue essendo che: Verbo Domini coeli firmati sunt et spiritu oris eius omnis virtus eorum, come dunque in esso non fermeransi i nostri labili discorsi che spesso così scurili fuor di lui si affondano, essi si stabiliscono in lui, altrove non vagarono già[m]mai.
Saziansi qui fratel mio, sopisconsi in esso le più loquacie del mondo, poiché Deus erat Verbum, e quantunque semel locutus est non dimeno da che aprì proferì nella generazione del suo Verbo che fu senza principio, giammai ha cessato, e tutto il circolo eterno non basterà per fornire la proferta di tal Verbo, di che argomenti qual sia la favella di Dio Padre che per spazio sì interminato non ha detto né dirà che un solo verbo, e ciò parimente l'indicibile qualità del figlio mentre per spazio sì infinito un solo verbo ha detto di lui quell'ore eterno, cui: semel locutus est, e già mai sarà per tacere, ciò che essenzialmente non può finire, cioè cessare dell'attuale sua generazione, in cui né principia né conchiude, attuando sempre l'oggetto in una totale perfezione, ed ecco qui la gran parola in cui senza dir altro: omnia per ipsum facta sunt, in cui tacendo si narrano quanto in esso vivono, fuori di cui tutte le cose si annullano, sine ipso factum nihil, e qui fratel mio mi ritorce la penna il segno del desinare, e lascio questo gran senno pieno di deifiche dolcezze per quelle apparecchiate in succide pentole, le quali oltre al cagionarmi il sudetto fiele mi distolgono da questo miele cosi grondoso per me nel mellifluo briscaio del paterno cuore, non dimeno in questo cenno del mio pranzo: ego video ollam succensam, mentre colui che infonde il suo amore per l'altezza di tale lume anche l'accende per l'ebollenza di nere pentole, come è l'essere humano cotanto fragile verso Dio, e affumicato nella parte inferiore di quelle zucche ardenti delle nostre passioni, la quale vorace fiamma può trasmutarsi tutta in luce, quando nella pentola dell'anima cuoce non senso ma divino amore, in effetto di che io vado al pranzo, per il quale: humiliata sum et salva a bonis.
In ordine carissimo alla vita del nostro signor padre, io sempre ne sento molto contento, ma adesso lo provo grandissimo per vederla in mani, come l'esperienza l'attesta, di tanta perfezione, sono quelle del Padre Biagio [della Purificazione] delli carmelitani scalzi, in cui stimo si fortunerà questa devota narrativa, né posso sperarla che doppiamente desiderabile, mentre anche vi interviene l'affettuosa sopra intendenza del nostro Padre Bernardo di Gesù cotanto verso noi ben inclinato, io se non fossi soverchiamente impegnata col santo ritiro per cui difficilmente mi fo sentire, havrei voluto ringraziare, e l'uno, e l'altro di questa loro santa briga, ma per tal motivo mi ho ritirato, e spero farete voi il dovere di tutte noi, e per la relazione mi dite del nostro buon fratello io non so che dire, direi assolutamente di no, stante la mia inattissima insufficienza, ma mi sospendo, considerandomi forse qualche volontà di Dio, per che sei mesi sono facendo io li 10 giorni del mio annuale ritiro m'improvvisò un pensiero, che mi istigava a tale narrativa, e con facilità sì grande che l'havrebbe fatta tra dimora brevissima, ma io mi trattenni stimandomi forse appassionata, e di molta insufficienza, benché di passaggio lo significavo a suor Maria Serafica, ma adesso che potrei farlo senza sospetto di passione per venirmi imposto si oppone il meglio, trovandosi il mio tutto in una somma seccaggine, che par l'anima mia un tronco d'inverno, la di cui variabile permanenza or l'infiora, or la fruttifera ed or la disfronda, ed è quella pianta eretta al decorso di tante lacrime che fructum suum dabit in tempore suo, se Dio vuol fertilarlo di ciò può farlo in un momento, altrimenti pur che sia di suo gusto: in ignem mittatur, la saluto per fine a piedi della Madre SS.ma a cui la consegno per la eternità infinita. Palma a dì 3 Giugno 1684.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

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1684 06 07 AMBP Lettera 32 / 84 autog.

Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello

 

Jesus + Maria


opo serrata l'acclusa, arriva la posta con una di suor Maria Serafica e una della signora [madre] la quale non risponde per ritrovarsi inferma e alquanto grave, di sorte che già prese il santo viatico, e sta con febbre ed esito considerabile, che ci tiene assai dubbiose per essere di forza fiacchissima e di buona età; pregate Dio per esse istantemente, e per tutte noi che ci ritroviamo di anima e corpo assai travagliate e non ostante ciò non lascio di esporle ciò che la signora mi comunica per suo avviso ed è che la madre Abbadessa di nome suor Maria Scolastica, si trova alquanto mortificata per causa che V. R. non si degnò farle due righe con l'occasione di questa carica, lei la stima con affetto isviscerato, e però non per onoranza ma per affetto si duole di questa mancanza. Onde se potrà rifarla con qualche scusa sarebbe bene farle qualche lettera pur che sia presto e caldissima, il che potrà fare con dirle che non il fece prima per non farlo a titolo di buon ora, essendo questi complimenti al nostro monastero implicanti, o pure le dica altro fuor che sia senza bugia, e qui non essendo per altro di cuore la saluto come fanno le nostre sorelle e la signora, che le dà la santa benedizione, et nos cum prole pia benedicat Virgo Maria. Palma a dì 7 Giugno 1684.

Sua sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]

P.S. Qui è venuto serio un sacerdote romano per conferire alcune confidenze della Duchessa di Poli, noi non sappiamo chi sia e si trattiene in Palermo, si chiama D. Xiepoli Muti, se il conosce ne dia ragguaglio.

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1684 07 28 AMBP Lettera 41 / 84 copia

Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello

 


Jesus + Maria

on la maggior fretta che si può immaginare scrivo queste due righe, poiché la continua infermità di nostra madre ci tiene tanto occupate che quasi non ci dà respiro, che se fossero accidenti ordinari basterebbe solo una di noi per assisterla, ma perché per ordinario sta quasi con sintomi come di agonie, bisogna tutte assistere alla sua cura, sì che V. R. ancora parteciperà di questa nostra continua pressura, havendone breve e rara la nostra corrispondenza; essa la benedice come parimente tutte le sorelle la salutano, e ci scuserà se prontamente non rispondiamo alla richiesta [che] fa circa la nave che venne in Palma carica di riso, se era di cristiani o di mori; appresso suor Maria Serafica s'informerà dandole con la seguente posta compita soddisfazione.
Preghi Dio per noi acciò che su tante burrasche non perigliamo; l'avvisi della guerra qui sono carissimi, e fuori li bramano sopra ogni altra notizia, poiché dalle tante ne vengono solo alle sue si dà indubitata credenza, benché nel darle la avviso a farlo come per andare nelle mani di molti, scrivendo in polisino a parte se cosa le occorre di più confidenza, e del sudetto potrà cavare se io posso esigere tempo per attendere alla relazione di nostro fratello, per cui tre interi giorni al fine mi condurrebbero.
Preghi Dio che ne potessi havere uno o due acciò la potessi inviare con la copia del primo libro della vita del nostro santo zio, il quale nel ispedirsi invieremo; la saluto per fine riverendo humilmente il padre Vitale, nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.
Palma a dì 28 Luglio 1684.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

Non sa niente chi aspetta ed aspetta l'eclisse del sole, e poi sorti come mai havesse stato, o beato chi alza più in alto gli occhi, e del tutto: solum dilexit autorem.

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1684 11 19 AMBP Lettera 67 / 84 copia

Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello

 

Jesus + Maria

ino adesso fratello la relazione promessale non si è potuta esigere dal nostro Padre confessore, che havendola già resa si è data alla copia e fra una settimana s'invierà sicura, vi è però in essa qualche cosa di avvertire, e la restringo in 4 punti.
Primo, che la relatrice dimostri nel dire qualche grandezza temporale del soggetto, e ciò per due cagioni, la prima è propria, la seconda è aliena; per la prima dico che se vuole tacere da esso tutto il lustro mondano, par che con esso anche si oscuri tutto l'ammirabile, qual si è l'incompetenza del fausto con l'umiltà, la delicatezza con l'asprezza, il dominio con la soggezione etc., nei quali vive la virtù cotanto sopra imperio all'opposto che ostà, che si ammira quasi sovra humana, e si riconosce di sì alta forza come fiamma nell'acqua che l'incalora quando ella procura di smorzarla, come fu quest'anima che santificò la vanità quando ella procurò dannarla.
Secondo è aliena, poiché essendo il nostro Principe non di esempio universale ma singolarmente a quelli che lo pareggiano nello stato, e condizione, se li togliesse la manifestazione dell'essere par seco si meni l'imitazione, per la quale si facilita la virtù in ogni stato obiettando la difficoltà che l'esclude dei posti, e dei palaggi, oltre che ogni cosa appetisce il suo consimile stimolando molto una adeguata esperienza, e tutto ciò consana l'innotizia della persona che notifica, poiché sarebbe indecente in bocca di una sorella la di cui innominazione rimedia ogni cosa, secondo punto si è una certa amplificazione degli interni sentimenti per altro da quello poco e mal espressionato.
Onde a chi lo conobbe così ispecificato nel bene le potrebbe stimare esagerate, o sopra arrivate di parole, per esempio un dir vada via quando si parla del mondo, un sospiro, un chiuder d'occhio quando se gli offr(isc)e il suo più bello non dimostra di chi si opera con divorzio, uno sdegno, un gran stuffo del mondo, come però V. R. il direbbe, piangerebbe forse quel sospiro effigierebbe quel moto, certo che non, ma esprimendo il sentimento lasciò via quell'atto dimostratorio, sì parimente ho dimostrato io in parole ciò che dimostrò lui in opere e verità.
Terzo punto è la minuzia di certe notizie forse troppo esattamente narrate, qual io anche avvedutamente descrissi, primo perché ove non è copioso l'eroico bisogna cumularlo del ordinario, la di cui molteplicità quasi equivalente il primo, segnalandosi l'eroico nella forza, e l'ordinario nel numero.
Onde ho stimato non lasciarne veruna, acciò di molta assiduata bontà si comprende una eroica perseveranza, secondo perché essendo questa mia una relazione notiziosa per chi l'havrà da ridurre in propria forma (1), meglio è sopra eccedere che mancare acciò lo scrittore habbia che escludere, e non che desiderare. Quarto punto, e questo è iscusabile qual'è la mia insufficienza per la quale posso dire dell'operato: ex Deo est, fuori di cui non tengo né meglio né peggiore, e dico peggio perché essendo io di condizione che non devio dalla peggio donnesca, l'havrei voluto descrivere alla rustica per non uscire dalla mia sfera ove a graffi di più sforzi l'ho stirata, ma perché nemmeno di tal sorte potei arrivarla essendo io un vaso anche vuotissimo del niente, sì come Dio me la die[de] così l'ho data, non perché ella fosse tale, ma per quella e stimarla dal Signore, il di cui sacro nome se veruno mai poté dire senza il suo aiuto, pensi lei se lingua sì dolosa poté dir da sé tante sue lodi, al quale fine sono descritte quella bontà, essendo tutte rivi della sua alma sorgente, quale anche per spruzzoli emanò a me il decorso di quella narrativa, lutea bensì in questo discorso l'appresto, intorbidato di quelle arenate riviere ove l'abitano le paludose rane di tante loquaci ma imperfette locuzioni: bibe (non di meno mio Dio) tu et camelis tuis, acciò queste ne traggono qualche sorso di buon esempio, e tu per l'uno e l'altro di compiacimento. E qui brevemente ne abbozzo qualche generale notizia per riconoscerne la somma, ella dunque dirò che sta epilogata in due capitoli, il primo esplica i beni di natura e il secondo della grazia, ognuno di detti capitoli tiene per principio una breve introduzione separata, ambedue figurano Don Ferdinando (2) quasi una pianta nell'orto di Adamo, la prima lo dimostra fino all'anno 17 di sua età coltivato della natura, e la seconda fino a morte innestato della grazia, cui per il recidacolo della croce incidendogli in questo tempo i ramoscelli delli gusti mondani, li preforò in questo taglio l'innesto del Signore in cui si vede questa ragionevole pianta non più boscareccia e salvatica come si vide nel campo della natura, ma domestica e divina.
Onde dicendo la prima: ego plantavi la seconda soggiunge: ego rigavi e perché si tratta di villaggi s'introducono alla villana con questa bassa rima:

NATURA GRAZIA

Pianta di frond'e fior' tragica scena Arida terra l'hom, erma foresta
D'umo vital, à chi divin' cultura Inculta senz'umor d'arcano Rio,
Arbitra riga di fluvida vena Cui la pianta riga, incid'e innesta
Rivo è la grazia, fabro la natura Taglio è la croce, divo innesto Dio

Per il che fratel mio: confusio faciei meae cooperuit me, sarei per mascherarmi di mille rossori tanta è la burla che sento nel vedermi correre quando non so camminare, scusi carissimo questa, e altre superfluità che mi sono venute con tanta importunità che per molti rigetti non le potei ributtare, l'accolsi bensì per confidarle ad un fratello che gli darei in mano tutto il mio cuore, e le scrissi sciolte del quaderno acciò facilmente da esso le potesse separare, benché dopo mi avvidi priva di questa intenzione, ritrovandole attaccate col medesimo per inavvertenza, non di meno io glielo consegno assieme con il braciere acciò lo bruci in parte o in tutto secondo il dettame del Signore alli cui piedi prostrata, del tutto la sottopongo a Dio alla santa fede, e ai miei superiori, ch'è il fine con che bramo salutarla in Cristo lasciandola protetto della Madre di Pietà di cui: nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.
Palma a dì 19 Novembre 1684.

serva, e sorella in Christo
Maria Crocifissa della Concezione

 

(1) Parla di Fra Biagio della Purificazione, autore di una biografia del Duca Giulio Tomasi e di suo figlio Ferdinando pubblicata nel 1685;
(2) Questo manoscritto di Suor M. Crocifissa, di cui una copia è custodita nell'archivio del Monastero del SS.mo Rosario è quello da cui trasse ampiamente notizie B. della Purificazione per la biografia di Ferdinando, unita all'opera cit. nella nota precedente.

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1684 11 27 AMBP Lettera 69 / 84 autog.

Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello

 

Jesus + Maria

er la lettera di M. Antonino Alfano ricevo quelli documenti della sua carità, che io sommamente gradisco, perché in vero è una gran mostruosità sentire di una mente villana di lingua sì altiera, come se vedesse una capanna tenere per porta un portico superbissimo, ove entrando la folla di più personaggi sospendessero il passo per non trovare altra capacità in quella che quanto può capire una racchinata persona.
Oh la gran burla! quest'è quell'anima piccola di virtù e ampia di loquela, ma io sto facendo lo stesso, che importava dire questa similitudine per una semplice ricevuta? Mi perdoni fratello, così fu la relazione dell'altro nostro D. Ferdinando: credevo fare una formica e sortì una fiera, e divorò tanta carta che mi vergogno a mandarla, essa oggi sta di partire e non finirei di farmi scusa tanto la stimo noiosa, e la fo parimente di quel povero Antonino che mentre scrivendogli di quel modo io non intesi signoreggiare seco ma compire in buon grado, e ciò perché non era lettera mia rettamente ma in nome della Signora, di cui egli havrebbe ricevuta una burla se l'usciva della sua sfera; sentite cosa ridicola.
Vi era un homo ordinario, a cui un altro suo pari disse (signor don tale) il che sentendo colui stimandosi burlato di sì inconveniente titolo s'infuriò, talmente che il precorse di gridi e poco mancò che non l'accompagnò di bastonate, e consideri le risa di chi fu presente, essendo li gesti più ridicoli delle parole; senta fratello, così sono l'effetti delle cose estreme: unusquisque stat in gradu suo, così parmi ho inteso dire, del resto io gli riscrissi di nuovo e Dio faccia non sia peggio della prima, scusi quando fosse, quando mai feci il segretario?
Sento poi che la vita di nostro Padre sta quasi spedita quando credevamo non fosse principiata, ed era cosa da dire cosi alla fredda, quando a noi uscì il cuore dal petto per estrema allegrezza, lodato sia il Signore che sì ci ha consolate, benché la consolazione ne fu temperata considerando la brevità del tempo, per la quale si giudica non possa essere sì diffusa anzi epilogata. Per carità, ne dica qualche suo senso, e che era gran cosa se ne mandasse qualche capitolo per vedere almeno lo stile, l'esplicazione etc., basterebbe per ciò quanto ingrosserebbe un piego, se le pare ci potrebbe compiacere solo di questo, perché inviarla tutta per più motivi non è da effettuare. Non so però che cosa vado sentendo, mi fu detto di passaggio un certo vostro pensiero circa questo negozio, lei fratello che vuole burlare, parmi volle scorticare la formica e vestirne il bue, e del cuoio di questo vestirne quella quando l'uno restava nudo e l'altra soffocata: quid mihi onera vis imponere quae non possum portare.
Ohimè, oltre alle mie imperfezioni e ignoranze che affatto mi impossibilitano chi mi darà tempo di vedere una Messa, di recitare un rosario, o un quarto di raccoglimento, così piacque a Dio, cosi disposero li miei peccati che mi condannarono la vita come in una galera di tormento.
Oggi sentivo Messa fino quasi alla consacrazione, ieri recitavo il rosario in due vicende (perché oggi non l'ho recitato) e mi parvero delle giornate più quiete, non è credibile lo stato in che sono, e pure l'angustie più fiere sono l'inesplicate, e quando io le sento dire simili pensieri, riconosco quanto iscienze dimora dello stato nostro, beato V. R. che nemmeno il percepisce, io ne godo sommamente, benché considero anche con lacrime la sua parte dell'angosce, benedetto sia Dio dell'uni e l'altre, questo è il dovere portare tanti pesi quanto ho commesso peccati, benché la pietà di Dio infinitamente me l'ha minorate.
Preghi Dio carissimo, acciò l'agevoli tanto quanto possa salire al cielo, ove parimente invio V. R. sulle piume agilissime della pietà di Dio, ove la lascio e di cuore la saluto, nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.
Palma a dì 27 Novembre 1684.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

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1684 11 30 AMBP Lettera 70 / 84 copia

Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello



Jesus + Maria


rater habeo tibi aliquid dicere, e questo è un pensiero sì vasto, cresciuto nell'angustia del mio petto, che adesso par voglia uscire se non all'effetto dalla sua comunicazione. Oggi dunque 2° giorno del mio ritiro e della crocifissione di sant'Andrea Apostolo esplicherò altra più fiera crocifissione, qual patisce santa Chiesa nelle cinque divisioni principali delli pagani, eretici, scismatici, giudei, e disgraziati christiani, tra le quali perché: nescit homo utrum amore an odio dignus sit, io pavento la prima, e come tale vorrei sino al cielo alte le grida in aiuto di quest'anime, che parmi tenessero santa Chiesa al suo sposo Cristo in una innovata crocifissione, le di cui continue voci: continuo morior così si fan' sentire su il monte Calvario, da dove ancor che impassibile riceve in quanto all'atto tanti martiri, quanto le suddette l'ignorano, voci ben vero sono queste del nostro bene che langue come quelle della sua morte crudele per la quale se il sole si ascose per non udirle, sotto qual nera gramaglia si asconderà l'empio uditore, e pure esse sono sì forti che solo l'inaudita empietà: obturat aures suas ne audiat sanguinem, le di cui loquaci stille clamano alti e forti lamenti, ed io come complice di tal fierezza ben da vicino l'intendo, e vorrei lavorarmi l'anima per consanarle il cuore, e penso se mai medicina vi fosse per consolidare le sante membra recise, che sono di ciò la causa principale, e perché sono il numero delle cinque piaghe SS.me si potrebbero istituire cinque solitarie oranti quasi infermiere di questi sacri livori.
Penso, carissimo, (e lo dico in estratto finché l'approvi parere più sodo) di fondare un monte Calvario, cioè un piccolo reclusorio claustrato, non più che di 9 sorelle, e così divise, le prime cinque che formano misticamente il sacro corpo di Gesù Crocifisso totalmente romite, applicandosi ogn'una ad una sacratissima piaga, verso la quale qual devota infermiera potrà attuarsi non solo a curarla con atti virtuosi, ungerla con le lacrime, fasciarla con l'amplessi etc., ma di vantaggio estorgli via quel ferro che se la ripiaga, come farà con una indefessa e calda orazione per una di quelle cinque divisioni che qual taglio lacera con esso Chiesa santa, per la riduzione di cui applicherà tutti gl'atti impetratori di digiuni, discipline etc., come se le potrebbe prescrivere da per ognuna nelle sue costituzioni separate.
Queste potrebbonsi chiamare le sacre infermiere delle divine piaghe, o pure le solitarie colombe delli sacri forami, e tra di loro suor Maria Trafitta, suor Maria Lanceata, suor Maria Ferita, suor Maria Coronata e suor Maria Spirata che sono le proprietà del Crocifisso, la sesta sorella potrebbe essere la Superiora, figurando come quelle il Crocifisso questa benedetta Madre a' pie[di] della croce, cui con pari attitudine e contemplazione pregherà per il resto della cristianità, acciò costante perseveri con eterno aumento nella perfezione della santa Fede, come invacillante si stabilì e perseverò la Vergine a pie[di] del Crocifisso, in oltre sì come ella principalmente li si compose per assistere alla cura vigilanza e sollievo del suo benedetto figlio, così la sudetta quasi Madre di quelle figlie che il Crocifisso figurano persisterà con continuata attinenza, alla cura avanzo e buon governo della sua crocifissa famiglia, e questa si potrà chiamare suor Maria Crocifissa a cui io darò il nome, portandosi come sulle spalle la croce di quella carica così nell'anima il compendio di tutta quella crocifissione.
La settima, ottava, e nona sorella saran' figura delle 3 Marie cioè, Marta, Salomè e Maddalena, e perciò tutte attive destinate all'opere manuale del monastero, e perché nel tempo della passione la Maddalena mistamente operava, agendo nell'orto e contemplando nel monumento la sua luogotenente, potrà essere corista e quasi conversa, attuandosi al coro e parimente all'opere distrattive, come di sacrestana celleraria etc., né ciò le sarà sopra misura poiché il dar recapito per una Messa, provvedere il vitto per nove sorelle, servirne qualched'una inferma non le sarà grave, l'altre due potran' essere converse per applicarsi alle fatiche, di tutto ciò che questo provvede, il di cui merito e orazione sarà applicare all'anime del Purgatorio, poiché sì come quelle fiamme purgatrici sono totalmente attive preparando di discontro in discontro l'anime al Paradiso; così questi incessanti impieghi attuandosi necessariamente nel corpo inarrestano verso Dio lo Spirito, senza il quale piede benché di loto egli non può arrivare; onde le tre che dico istraderanno l'uni e l'altre al Paradiso, con l'azione li viventi e col merito le purganti, e queste si potran' dire suor Maria Maddalena, suor Maria Marta, e suor Maria Salomè, ed ecco già tutto il mondo Purgatorio e cielo ristretto in questo angusto Calvario, ove è vero mio Dio che: in manus tuas omnes fines terrae, che se in un solo buco di quella la tua medica amante trova cielo e terra: quid ultra cum mundo, vada egli lungi da qui, resti per sempre in terra e però, carissimo, l'auge istituto di questo solitario monte, dovrà essere un indispensabile ritiro ove non sarà parlatorio, non che ruote e grate, e delle robe commestibili per non dire di soverchio, tralascio il modo come potessero entrare. La Chiesetta potrà essere ben piccola di un solo altare e con la celebrazione di una sola Messa senza feste, funzioni e altre materie di concorsi, anzi che si potrebbe includere nella clausura fuor che del gratone fino alla porta come si usa in Napoli, e sopra tutto penso si potesse ottenere l'introito in essa delle medesime monache, acciò possono servirla in tutto fuor che nel tempo del santo sacrificio, per il quale e solo durante tal tempo possa entrare il sacerdote e suo ministro, e dopo finito uscendo incontinente rivadano a porte serrate le sorelle per sparecchiare il tutto e ordinarlo per il giorno seguente, né questo sembri irriverenza essendo ciò proprio dei chierici, poiché stimo non spreggerà Chiesa santa l'omaggio estrinseco di esemplarissime Vergini. Quando la prima pisside del SS.mo Sacramento fu l'utero sacrosanto della Vergine SS.ma, i di cui mistici geniti qual saranno queste Vergini collatteranno col suo e nostro gratuito gemello il dolce latte di questo ministero, lattando ella l'uno col pabulo di quell'intrinseco culto, e l'altre per suo esempio di questo estrinseco impiego. Oltre che anche per motivo ordinario ciò pare effettivo, poiché secondo l'andamenti dei tempi vedonsi dei chierici coniugati al servizio delle Chiese, e supposto questo quanto magis le spose di Cristo e qui tralascio altri moltiplicati motivi per non mettere la trave avanti il bue; in somma se Dio il permetterà sarà questa Chiesetta un lustro di povertà e di vaghezza, e ciò senza altro fine che di pura riverenza, e per omaggio di chi: dilexi decorem Domus tuae, l'auge poi d'ogni beltà sarà il medesimo Signore, e senta, il trono della sua camera reale, quale si è l'altare sacrosanto, questo sì come sarà unico trarrà seco ogni possibile valitudine di quella povertà, ove, invece di custodia sacramentale si potrà ergere un monte proporzionato al medesimo altare, e di materia ove possono arrivare le forze di quella casa, sopra cui si fermerà un alto e independente Crocifisso a misura di un homo, a' pie[di] della cui croce alla destra sarà la SS.ma Vergine, alla sinistra santa Maria Maddalena e alle nicchie di lato (come sono in Chiesa nostra) le faran compagnia in una santa Marta, e nell'altra santa Salomè, acciò il materiale di fuori mostri lo spirituale di dentro, adorandosi per l'uni e gl'altri su quel vertice montium un erto Calvario e un Tabor supremo, quello assolato di un morto Crocifisso, e questo glorificato del SS.mo Sacramento, e se la elemosina ci propizia si potrebbe tra il cornicione che gira la Chiesa porre li personaggi delli dodici Apostoli di legno o di pietra, acciò in figure sembri il vero Cenacolo, e l'impiego di dentro, che è l'attenzione della integrità apostolica giusta la forma della primitiva Chiesa.
Fin qui l'accento di questo abitacolo divino passando anche di corsa nella notizia del resto, e della edificazione dico che il mio ruvido giudizio per essa si è fatto architetto, e forse insegnerà la mano per farne qualche abbozzo; onde solo qui accenno che sta in forma di croce nel mio pensiero, basta vedrete forse il disegno almeno per ridere di questo mal muratore che tanto nell'aria sa fabbricare.
Resti che io notifichi il sito e la spesa di questo edificio, e per il primo mi parrebbe attissimo il poggio di sant'Angelo luogo solitario ma non deserto, come deve essere una casa di monache non fuori di vista per decoro del sesso, e solitario per libertà dello spirito, questo luogo oltre a queste condizioni tiene ampiezza, amenità e comodità d'acqua, e sta quanto alla vista della terra tanto da lei solitaria per essere capo d'està. Altri pensieri mi vengono e più proporzionati allo Spirito, è di potersi erigere nella via crucis verso il monte Calvario, ove oltre all'equità dell'opere essendo questo e quello assai uniforme vi è la comodità di quei padri vicini quando come speriamo si abiterà in convento detto monte Calvario, dei quali queste solitarie colombe attenderebbero il pascolo e spirituale indirizzo, acciò in un medesimo nido del SS.mo costato, fecondassero l'une e l'altre una volubilità di spirito, vi è però qui il mancamento dell'acque (assai necessaria per abitazione di monache) ove senza molta spesa non potrà venire quella di San Leonardo da qui alquanto lontana.
Qui non di meno assai inclinano le nostre sorelle a chi ho confidato il tutto segreto modo, il valsente poi di detta opera non trapassa la somma di 9 mila scudi, cioè 4 per la fabbrica e cinque per fondo di onze cento d'entrata, settanta per dote delle sette coriste e onze 30 sopra mantenimento di 2 converse e altri stipendiati ministri, e benché questa somma non arriva a quella delle nostre annualità decorse, non di meno io non penso a ciò per molte cause, e la principale: non est de hoc mundo, ma di quel povero Crocifisso che in dire ciò mostrò altri tesori nel suo regno, e sono di quelli ricchi trasporti che colà: manus pauperum deportaverunt, tra le quali io la più miserabile non mi arrossirei di mendicare, acciò sì come il suo santo sepolcro di carità le fu dato, cosi parimenti si edificasse il reclusorio di quelle che seco si seppelliscono in questo monte Calvario, e lei fratello che direbbe di una sua sorella che sotto manto di penuria andasse mendicando con carte? Ma sia come vuole, io non curerei di farlo, benché ritornassi quanto nuda di elemosina tanto carica di dispregi, e poiché gran cosa farei, quando per meno ogni giorno ciò fanno li gran monarchi del mondo: panem nostrum quotidianum da nobis hodie, loro per un solo giorno lo chiedono ed io per un giorno eterno, già che quello chiedo pabula per l'eternità un mondo intero: omnes mendici Dei sumus ante ianuam magni patris familias stamus, nella cui empirea soglia io fermo l'intuito o l'esito di questo mio pensiero, acciò l'introduca e l'escluda secondo il voler divino, e qui havendo accennato all'ingrosso la formalità del negozio resta la sua interiorità essenziale, qual'è la pratica delle costituzioni consistente nel coro, capitolo, parlatorio, numero, abito, refettorio etc. nelle quali due ultime si potrebbe indulgere tutto il rigido del parlatorio, ascrivendogli una vita quanto ritirata tanto meno austera, e ciò affin di conseguire la perseveranza havendo detto il nostro Salvatore: qui perseveraverit usque in finem salvus erit, e per altro l'assioma: nullum violentum desabile, ma passiamo, che queste non sono materie d'un foglio, ma se l'effetto s'incammina di un volume intero.
Non voglio però qui occultare ciò che mi parrebbe bene per l'anime e gloria del Signore, senta ma non giudichi, fin che la riflessione non spiana l'impedimenti, penso dunque di esporre i vicendevoli progressi che di questo Calvario, potrebbero godere queste nostre madri del SS.mo Rosario, nel di cui buon uso e costituzioni essendo l'annuale ritiro da farsi ogn'anno per 10 giorni mi rappresenta utilissimo e di molto godimento se si potesse ottenere da loro il farlo in questo nuovo monastero, ove e per la novità e austerità della vita stimo si vedrebbe gran frutto di questa santa ritirata, a me sembra cosa assai difficile a prima vista, ma quando la considero nella sua essenza parmi non so che di poca confidenza se ci viene negata.
Che frattura di clausura sarà mai quella di una povera monaca, quando per un quarto d'ora di viaggio, andasse una volta l'anno retto tramite in un altro più austero monastero, e ciò in una carrozza ben serrata, di oscura sera, con guardia del vicario e cappellano dell'uno e l'altro monastero io non la stimo mai per altro che di una ben grande mortificazione, perché se l'havesse da far io direi: libera nos Domine, ma alla fine soggiungerei: eamus et nos ut moriamur cum eo, acciò assieme con le compagne ritrovassimo colà per morir, con lui che non in carrozza ma sotto carica spietata intraprese la via della morte non che di una santa ritirata. Impugni V. R. un maturo fico e lo stringa a tutta forza, e lo vedrà per le fessure tutto uscito, queste sono della clausura le stretture moniali, per le quali tutto il chiostro si stravasa dalle grate.
Lascia dunque oh santa mano almeno un po' di lento a chi dell'uscite anche ottura lo spiracolo, e perché l'uno e l'altro monastero si pretendono (e questo vive) con molta specialità di spirito di sorte, che emula la sua sorte non solo Sicilia ma anche fuori Italia, dico che anche per mercede le converrebbe questa concessione, e quando non fosse per altro per stimolare alla sua imitazione gl'altri monasteri, poiché se s'invogliano di tale indulto se li potrebbe rispondere: ut et vos faciatis dandogli promessa del privilegio se loro la faranno del ritiro e Dio volesse che per ottenere una sì santa uscita si lasciassero tutte quelle incessanti che si fanno delle grate, per le quali si vedono tanti guasti fichi che il poco rimasto dentro non è che per sporcare la mano.
Ohimè: videte ficulneas etc. nostro Signore qui la mostra per esempio di produzione, quasi presaga della lieta stagione e parimente altrove per speculo di seccaggine, indegnandola con la sua maledizione, forse per mostrare la qualità di tal sesso quanto sia facile a produrre e quanto a seccare, essendo per sua natura ottimo nel bene, e nequissimo nel male, sì che i monasteri se non sono santi possono essere assai cattivi, ed io tra uno dei migliori il mio fico ancora ha [da] maturare; onde per vangali e rivi di nuove piante e penitenze desio meglio cultura su questo ermo Calvario, acciò almen li miei pianti: fructum afferunt in patientia. Ove (per ritornare alla nostra) questa sorella pro tempore romita non contravverrebbe il numero misterioso di questo santo luogo, poiché anche da passo assiste al Signore la santa Veronica, come questa di transito la viene per imitare, portandosi al ritorno nell'anima quella santa impressione che le cagionerà quella santa ritirata.
Carissimo fratello questo si pretende per motivo santo e pure di necessità, senza il quale mezzo (di che queste monache si compiacerebbero assai) chi potrà svellere da' loro fraterni affetti suor Maria Serafica destinata a parer mio in questo luogo per la Maria Crocifissa.
Io per me senza questo non lo stimo atto possibile, quando per ogni ombra di fondazione come fu quella di Scicli sbadano gli occhi per tema di non perderla, e la tengono sì forte che non è credibile, ma quando si sperasse questa sua vicendevole assistenza sarà cosa trattabile, oltre che questo piccolo reclusorio si può dire diviso ma non diverso di quello, essendo del medesimo abito e istituto del padre santo Benedetto, le di cui regole e costituzioni osserveranno queste solitarie, con l'aggiunta bensì di qualche sopra erogazione.
Onde questo si può dire figlio e quello padre, o pure rampollo di quella vita che sotto duro torchio di croce manda l'uve delle sue figlie, per estrarne colà il mosto dolcissimo del divin amore, nella di cui sacra fornace io butto questi miei pensieri, affinché se sono paglie si consumano, e se sono oro si raffinano, essendo verissimo che opus quale sit ignis probabit, e qui mi resto come gemibondo pavone, che pavoneggiandosi delle piume manda forte le grida per la bruttezza dei piedi.
Ohimè le penne dei miei desii, che su quel monte volubilmente mi salgono lusingano in parte la mia propensione, ma se guardo i miei piedi sì sordidi e pigri nella via del Signore; ah che le mie voci assorderanno i cieli, sotto cui non essendo degna di guardare non che di salire questo monte sublime, griderò alle sue falde: levavi oculos meos in montes unde veniet auxilium mihi, forse in aiuto delli miei caduti passi qualche crocifissa mano colà mi salisse, e caso che: dextera Domini exaltavit me, non in quelli regi forami ma qual povera Marta nelle più affumicate officine, dirò con pari contento: sufficit mihi et prosit illi, essendo per quella una regia magione la piaga di Cristo, e parimenti per me il loro humile servizio, in cui sarà gloria comune il vederci annoverate non in quelli nuovi cori angelici, ma in queste altre tanto crocifissi, la di cui uniforme incombenza sarebbe come quelle: ante tronum Dei, queste ante montem crucifixi, cantando se l'uni con giubilo il triplicato: Sanctus, queste con gemiti i triplicati chiodi, acciò: simul unanimes semper canamus ipsi cum iubilo (sanctus, sanctus,sanctus) et nos semper Christo confixi sumus, nelle cui sacre ferite ori, consulti e avvisi, mentr'io in esse la lascio, la trovo e la saluto, e sono la sua serva e sorella in Christo:

Maria Crocifissa della Concezione

P. S. Per non correre fuori tempo trattengo il su cennato disegno.
Palma il dì sudetto 1684.

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1684 12 16 AMBP Lettera 73 / 84 autog.

Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello

 

Jesus + Maria


opo 3 settimane quasi passate arrivano da costì 4 carissime sue, 2 alla santa madre delli 4 e 11 di Novembre, la terza a suor Maria Maddalena e la quarta a me benché in risposta della mia, per la quale dico: divitias et paupertatem ne dederis mihi sed tantum victui meo tribue necessaria. Non desideri fratello né in eccesso la vita, né in eccesso la morte, ma solo una santa indifferenza, V. R. si duole di qualche orrore che sente per havere a morire, ed io tal'ora diversamente di havere a campare, nelle quali due estremità senta un caso occorso alli 4 del corrente, che fa tremare. Due giorni sono mi scrisse un Padre Cappuccino più morto che vivo, e se la lettera non stesse in serbo per ciò che può succedere gliela invierei per piangere; in una città convicina un Padre di 70 anni, e di religione cinquantotto, ritrovandosi infermo e quasi vicino a morte ogn'uno ne supponeva miracoli, essendo di quelli che non si possono seppellire per il concorso dei popoli, si aspirava alle sue vesti, capelli etc. come stimatissime reliquie, era stato provinciale più volte e confutatore di eretici etc. per dove costui passava il nome ogn'uno inarcava il ciglio preconizzandolo di lode.Questo assalito due mesi prima della morte di un ritiro estremo s'infiacchì sopramodo, e avvicinandosi alla morte gli sopravvenne (per segni che dimostrò) una brama di morire che lo coricò quasi nella disperazione, e procurando la morte per industrie e sforzi si componeva come per forza nell'ultimo Agone, il che indi con forti colpi di braccia, mettendosi il cinto alla bocca, alzandosi in piedi e poscia buttarsi da colpo e simile, affine di mettersi in agonia e finirla; altre volte diceva: io sono dannato, il demonio mi dice: "uccidi te stesso e andremo presto all'inferno", e si vedeva che lui cercava di assentire alla suggestione con effettuare le cose sudette. Alla fine perché io non voglio inorridirvi del tutto, vi notifico del termine che fu il buttarsi di una finestra tre hore prima di morire, ove egli disse che glielo buttarono due demoni, trascinandolo uno per il cinto e l'altro per il collo, e in vero costoro bisognò farlo, poiché oltre che egli era moribondo inabile al moto slegarono una incirata della finestra legata con chiodi, quale di buon garbo ritrovarono i Padri rassettata in un angolo della cella, sotto la di cui finestra ritrovandosi a passare un terziario vedendo il moribondo colà rovesciato e quasi morto gridò fino alle stelle, e correndo i Padri come si può credere ritrovarono quel meschino con un braccio rotto e il resto fracassato, cui nel vedersi riportato di nuovo in cella disse buttatemi di nuovo dalla finestra o pure in sepoltura, alle quali voci inorriditi i Padri gli die[de]ro mille persuasive acciò si pentisse, e dimostrando lui segni probabili di pentirsi con battersi il petto li die[de]ro l'assoluzione, ma immediatamente egli ripigliò a dire: tre volte sono condannato, rispondendo alla dissuasione contraria che Gesù e Maria lo condannavano e l'angelo suo custode lacrimava, il che aggravato di forti lamenti spirò fra 3 hore. La di cui morte lasciò i Padri cotanto attoniti che si han bisognato cavar sangue e quasi tutti purgare, scrivono con tanti pianti, espressioni e lamenti che ieri sera fino alle quattr'hore mi fecero singhiozzare, e perché la persona defunta è cognitissima alla nostra comunità; la vedrebbe una Ninive se fosse presente. Ohimè nel vederlo dirci: Justus autem quid fecit, a che tante doglie di chi non vi ha parte, pianga l'inferno, pianga chi non confida nel Signore, per la di cui sconfidenza, per quanto si crede, costui si smarrì.
Ah stretti cuori in sperare, e più corte braccia in havere, poiché tanto si acquista quanto si sa sperare, carissimo fratello ogni estremo è vizio, non voglia presumere né sconfidare, non brami la morte né voglia campare: Deus mihi totum, qui ampli il desiderio, adegui il cuore e smisuri l'affetto, mentr'io la lascio in Gesù Cristo.
La signora segue assai inferma, suor Maria Maddalena è in letto, l'altre due sono occupatissime una alla porta l'altra al cellerato; onde considerate se io essendo sola per tutte posso dilungarmi e però dico brevemente che in Palma sono grandissimi disturbi e d'ogni genere di stato, cioè tra il procuratore di Giulio Maria e l'affittatore detto il primo D. Mariano Fiascone, e il barone di Bessima, la seconda discordia è tra li ecclesiastici, tra li deputati della Sacra Distribuzione e il reverendo Arciprete, li primi per […] e questo [….] inondazione [….] ambedue le parti in Aragona dal signor Principe si è serrata la Chiesa, è stata in parte espoliata di giugali (1), benché per serbo, e si fulminano scomuniche e carcerazioni, etc.; il punto è ampio e da me poco percepito, solo parmi consistesse nel possesso dei giugali pretesi dall'Arciprete e della suddetta Distribuzione, la causa sta in piedi, e oggi in Aragona si effettuerà la decisione, ogn'uno grida il Padre D. Giuseppe, ogn'un piange il Padrone: et omnia flumina intrant in mare, intorrentandosi tutto ciò nella religiosità della signora, la quale ancor essa è entrata in scrupolo riconoscendosi in parte complice di qualche oppressione, ed io non dico niente di noi fuor che: Domine auge patientiam auge dolorem.
Dico di più che con la cassettina delle inviate scritture, per non inviarla mezza vuota di sotto vi sono una decina di personaggi di alabastro che formano una santa pastorale, la godrete per amor mio che mi fu regalata, ed io la giudicavo alquanto accetta perché mi diceste una volta che per la Duchessa di Poli simile alabastri costì si erano per gradire per le cose migliori. Onde io gliela do, se vuol ritenerla per lei, se vuol darla a nome suo o mio, o farne altro, tutto a sua disposizione; io poi non le dico niente del contraccambio, ma V. R. sarebbe assai sconoscente se non la guiderdonasse con qualche figurina, ma non la mandi di qualche vecchione o di qualche tedeo che la voglio di molta devozione.
In quanto poi della somma che lei dice con quella intenzione, la signora quando la manderà specificherà l'intenzione come gusta, e circa la vita di nostro Padre io non finisco di desiderarla, benché havendo letto questi giorni del mio ritiro buona parte di quella del nostro Padre D. Carlo ne ho fatto meglio concetto, ella è sostanziale efficace e interrotta, e quello la mostra prolissa parmi non fosse nell'autore ma nella carriera della vita, poiché non essendo il soggetto stabilito in un'opera anzi variamente applicato in fondazione di monasteri, di conventi, negozi, consulti, consigli etc.; bisogna manifestare il fattore, la diffusione bensì delli medesimi atti io non la nego mentre potrebbe essere più succinta, ma l'opere sono sì gravi e anche allettative che la prolissità non [in]fastidisce il lettore.
Onde parmi bene pensare alla correzione e non all'esclusiva, pensateci bene, e non tardiamo in ciò che è gloria di Dio. Della elezione già fatta di Mons. Malaspina stimo il demonio se l'habbi preforato nel cuore, portando egli un buon Prelato come spina nell'intimo che noi lascia quietare; nostro Signore fortifichi talmente questa spina che sia quanto dardosa nel pungere ogni sorte di mal gregge tanto assottilata in se stesso e nella parsimonia del cuore, a chi per carità sì smoderata bisognano cibi lievi, come si suol dire (buona preda leggera bracca) e quest'è l'anima astenuata d'ogni creatura. Io lo desio santo e infiggerò questa spina nel divinissimo costato, non per trafiggerlo di spasimo ma per saettarlo di amore, similmente scrissi benché in altro senso a Mons. Graffeo già eletto vescovo di Mazara che si licenziò per Roma; onde quando per qui il vedrà faccia quella stima si merita la sua persona, poiché oltre alla prelatura è di nobiltà assai rara. Egli si chiama il padre Fra Francesco Maria Graffeo uomo di humiltà grande, che io ho parlato e ultimamente scritto, sapete è francescano della scarpa e non vi dico altro. Questa settimana è stata per me tutta di prelature mentre da tre mitre sono stata ricercata, e tutte tre quanto assunte tanto tribolate. Oh mondo le tue dolcezze quante sono affilate, beate sono quelle per cui San Bernardo dice del Signore: crucem amaram suis amare …bus dulcoravit.
Carissimo fratello già che la croce è inevitabile procuriamo il rimedio infallibile, qual'è il patirla per Dio che è la soavità del medesimo tormento, qui la lascio con lui pregandola a seguire l'orazione per quella persona a cui un anno si le fece a mia richiesta l'ammonizione, sia per amor di Dio quanto si patisce per questa occasione, non tanto per altro quanto per sentimento della perfezione che par vadi poco bene, preghi, preghi preghi e qui mi resto. Palma a dì 16 Dicembre 1684.

Sua sorella in Christo
Maria Crocifissa della Concezione


(1) tutti gli arnesi e vasellami sacri di una Chiesa;

P.S. Le raccomando l'anima di D. Simon Pietro Arizzi nipote dell'astrologo Odierna, che passò all'altra vita pochi giorni sono, e me[ntre] oggi otto con soddisfazione e stima universale, le raccomando ancora l'anima di D. Tommaso d'Amico che parimente è morto, ma non in Palma e secondo dicono morì di morte subitanea. Onde lo raccomanderà a Dio con maggior caldezza stante la morte improvvisa.
Tengo spedita una mia lunga lettera per V. R., ma dovendosi mostrare al Padre spirituale vi sento molta ripugnanza, trattandosi di certi miei antichi e nuovi pensieri, quale io non confiderei fuor che a lei molto volentieri; in caso di consulta bensì o di altro buon fine gliene do licenza tenendo meno ripugnanza agli stranieri che al sudetto presente, per timore di che la differisco di giorno in giorno, ma per l'altra posta spero inviargliela con la grazia del Signore.

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1684 12 29 AMBP Lettera 75 / 84 autog.

Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello



Jesus + Maria


onsignor Graffeo, eletto vescovo di Mazara, inviandosi costì per la consacrazione porta seco il Padre Bagilleri Crescimanni, fratello carissimo del signor barone di Bessima, oggi governatore di questa terra di Palma e perché è soggetto oltre alla nascita, di riguardevole spettativa sarà vostra la sorte di riverirlo di presenza, dandogli di ciò motivo non solo il gran merito di cotesti signori, ma di vantaggio lo stimolo della nostra obbligazione, di cui non occorrendo altra notizia mi rimetto alla sua anteceduta scienza.
In tanto l'avviso come la signora madre continuando tutta via assai inferma non lascia non ostante le sue di soccorrere nelle indisposizioni di V. R., in ordine alle quali prevalendosi delli favori del sudetto padre le rimette per le sue mani una scatolina di giacinto senza odore, l'userà senza scrupolo essendole dato come per carità tutto a sua disposizione, e non essendo per altro preghi nostro Signore per me, come io farò per lei mentre la salutano le sorelle e signora madre dandole con ogni affetto la benedizione, et nos cum prole pia benedicat Virgo Maria, Palma a dì 29 Dicembre 1684.

Sua serva e sorella
Maria Crocefissa della Concezione

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1685 04 09 AMBP Lettera 26 / 85 autog.

Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello

 

Jesus + Maria

i ricordi fratello dei mesi addietro, nei quali conferendole io certi miei pensieri in estratto sopra la fondazione di un nuovo monastero, V. R. se bene ne approvò il modo si fermò nel resto, dicendo, che se a Dio piaceva, o non, ne avrebbe precluso o facilitato la strada, tanto lei mi asserì, né io volli altro per lasciare il tutto ai piedi del Signore, e se dire voglio il vero mai hebbe maggiore deietto qual fu ai piedi di Dio questo abbandonato pensiero, in cui io giacqui spensierata del negozio lasciandolo come esanime nella provvidenza divina, nel quale tempo nel più dormente mio stato martedì 3 dì del corrente mi capitarono due lettere della città di Trapani, in cui una signora detta D. Maria Napoli (1) offre spontaneamente cinquanta mila scudi per opere pie a mia elezione, e non esplicando altro fuor che un ritiro di vergini. Lo rimette a me se pure giudico altrimenti, in somma conclude con efficacissime espressioni che io determinassi di sua sostanza e persona come cosa propria, asserendo il mio parere per chiodo della sua determinazione. Ella è giovane nobile di anni 29 e senza erede o parenti, e perché non vuol sentire mondo ancor che da lui seguitata brama conchiudersi in ritiro per consacrarsi vergine a Gesù Crocifisso, e dice ciò con sensi sì devoti che promuove l'anima a molta devozione. Io manderei la sua lettera ma stimo la voglia il Padre mio confessore, soggiunge con essa il medesimo un Padre gesuita di cui è l'altra lettera, benché essendo la somma ascendente anche per due monasteri, egli per alcuni motivi ne loda uno senza clausura, lasciando in mia libertà il rimanente.
Onde io spratica e senza spirito mi porterei qui di volo per qualche suo consiglio, temo di lasciare l'offerta, e non mi attendo accettarla, dovendo per la mia inabiltà fuggire, e per la gloria di Dio accettare, il massimo poi dei miei desideri è che si effettuasse questa opera senza mia intromissione.
Solo io sarei come quello povero architetto che compendiando l'edificio in un foglio, altro l'edificasse col suo dispendio, che se questo sarà quel: supernus artifex; io adesso provo il suo moto sì violento come colui che volendo alzare una lapide, quanto più pesa tanto più si sforza, sì pare a me l'incitamento presente mentre per rimuovere me marmo infrangibile scuote da lontano ignotissimi istrumenti; onde stante tali scosse: lapis de pariete clamabit, senza dir altro però che: fiat voluntas Domini, e se a Dio piacesse che lapides sancti elevabuntur super terram (dico li miei sassi desideri più freddi che marmi); all'ora sì che non temerei più martellate di contradicenze purché mi assiedasse parete del Signore; in tanto carissimo fratello mi dispiace la sua lontananza bramando io non muover passo senza il suo parere, ma perché la convenienza non ammette questa dimora finché voi risponderete a questa, io per non tenere sospesa l'autrice confiderò solo la fondazione al Padre sudetto, senza specificarle persona, che se a loro piace effettuarlo da per loro senza nostro intervento io ne starò assente; ma se personalmente da noi vogliono essere servite all'ora sì che entreranno li travagli, non per me che: quocumque loco fuero semper Jesum invenero, ma per altri rispetti, e qui non passo oltre essendo questo il barlume di questo nascente sole, in cui ancor che fosse per vivere io sempre aspiro all'occaso dei miei giorni, in tanto come per non oziare la vita si impiega in queste sante azioni quali spruzzoli o presagi di quelli eterni impieghi, nei quali benché andasse tutto il sangue sono cose tanto da niente per chi sitibondo vive, che più attendono l'arsure che spegnino le brame, io non sono di queste, anzi selce durissima, e di condizione sì deteriorabile che quanto più l'irradia il sole tanto più secca rimane, benché essendolo meco Cristo: petra autem erat Christus, diverrò alli suoi colpi di arido sasso perennissima fonte, Gesù, che: percussit petra et fluxerunt aqus, inondi l'anima mia di lacrime, con che io purifichi il vaso per le grazie divine.
V. R. lo pregherà perciò, mentr'io mi rallegro della già arrivata relazione di nostro fratello, io mentre la scrissi in alcuni punti lacrimava tanto che mi era bisogno di sospensione; onde non mi meraviglio che lei tanto ne è intenerito, e ringrazio Dio che le sia piaciuta sperando di rivederlo all'altra vita, e perché altre tanto mi dolgo del presepio arrivato sì mal acconcio spero mandarvene un altro per rimediare l'accaduto. In tanto la ringrazio della larghissima ricompensa in 12 figure, quali saranno a me duplicatamente care, come mi terrò la già arrivata dell'angelo custode essendo stata desideratissima da me, e per non dire di vantaggio finché arrivano qui, la lascio salutandola ai piedi della SS.ma Madre, Palma a dì 9 Aprile 1685.

(1) di Marsala, che voleva fondare un Monastero per ritiro di monache, a sue spese e sotto la guida della Venerabile;


Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

P.S. Quando detta fondazione s'incamminasse desidererei sapere se sarà per incontrare straordinaria difficoltà nella concessione, a me pare non fosse nuovo istituto, benché di maggiore rigore, onde non mi rappresenta tanta difficoltà, del resto ne attendo del tutto il suo parere.

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1685 05 07 AMBP Lettera 35 / 85 autog.

Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello

 

Jesus + Maria

uanto tempo è che sono in necessità di confidarle alcuni miei accadimenti, li quali se non li dico a V. R. a chi mai troverò a chi confidare il mio cuore? Sappia fratello che io sono femmina e cotanto scarsa di guida, che passano mesi e mesi senza dir parola di mia coscienza, e sono da 8 mesi in circa che me la passo senza confessione, e con otturamento tale che nemmeno lo sanno le nostre sorelle, ordinando così il mio Padre confessore, e però l'angustie, li guai, li occupa cuore sono tanti che il cennato è ristoro e quasi mai vi penso, e di tutte non dico altro che: angustiae mihi undique, dolore sento, e per venire al vero punto che è questo per cui scrivo dico che ha mai V. R. visto spugna nell'acqua tutta insuppata d'essa di fuori e dentro? Così riguardi me, imbevuta di guai propri e alieni, che con essere in tanto tossico non lasciano di bere al mio catino, tante altre persone asciuttandomi di quella poca sostanza che nemmeno basta a me per respirare, e l'immergenze sono tali che parmi affogano per le molte occasioni. Ne senta una, per cui la vorrei presente, per dirle una lunga serie di discorsi accadutimi col signor Abbate Rini, al presente Vicario generale (1).
Questo è un signore siciliano ma di genio, volontà, lingua, e quanto dire si può tutto romano, voletelo conoscere, miri se stesso, ed io non ho visto parità più simile, toltane la faccia che lui e voi, egli è della vostra età, personaggio, loquela, voce, inclinazione ed etiam infermità, e quando credeva differenziarlo in qualche cosa di funzione pubbliche lo ritrovammo peggio di V. R., poiché sortendo nella sua venuta il monacato di una nostra sorella egli si tirò indietro nell'invito, con dire che etiam nella Cattedrale non si rischia mai in simili azioni, essendo soggetto a un tremore sì gagliardo nel farle che bisogna lasciarle nel menzo, onde non fu possibile, e chi vide lui si soddisfa di lei.
Questo bensì tiene meglio di V. R., che essere instancabile di Roma si portò come tirato in Sicilia per una mia parola, egli più anni dimorò costì e stava in Roma sì contento come nel centro suo, ma perché Monsignore suo zio, onninamente lo volle seco per dopo farlo Vicario generale, si servì per mio mezzo per farlo venire, in somma si mostrò e si mostra a me tanto soggetto che non è credibile, e mi disse che non dirà mai, non se io le cenni che vada da dove si sia all'Indie, egli fu da me, e mi parlò in due volte 4 hore, e potei io dire di lui: la voce è di Esaù ma il tatto è di Giacobbe, poiché nella vista pare un Prelatone e un romanaccio assai grave, ma poi maneggiandolo è tutto humiltà, zelo e di santa intenzione, e per la immunità ecclesiastica è sì forte e zeloso, che mi disse che se fosse bisogno si metterebbe in sua difesa un cannone nel petto per difenderla con la propria vita, della quale fa tanto disprezzo quanto pare la str[ada].
Egli venne di Girgenti per conferirmi certe sue urgenze e pensieri, quali non posso dire, dirò bensì che queste sue materie tendevano alla rinunzia del suo Vicariato, nelle quali sue proposizioni io gli risposi assai alla sproposita introducendolo nel Vescovato, quando lui trattava di lasciare il Vicariato e non temendo introdurlo più dentro, suggerendogli la coadiutoria del Vescovato di Girgenti, quale secondo si usa tira la successione, al che egli stordì, e pigliando in orrore il mio pensiero lo prese quasi in burla, ma vedendo me che di garbo glielo rinsinuava mi disse (signora ecce me) e ciò per atto di rassegnazione perché etiam naturalmente ripugnava, trapassò non dimeno più il discorso lui sempre difficoltando ed io facilitando, in somma sono passate tanto oltre le cose per dirle in brevità che io già fui astretta di scriverne a Monsignore, cui essendo tenerissimo di questo suo nipote non bada ad altro che al tenerselo seco e di ciò non ha risposto. Ma il negozio essenziale non è questo, ma è la sua partenza di Girgenti, ove (per motivi quali io non posso dire né meno a Monsignore) il detto Vicario non deve più dimorare, sì che la coadiutoria servirebbe per pretesto di detta partenza per la quale bisognerebbe la sua persona in Roma o in Spagna per procurarla, e dato che si habbi il primo intento che la sua lontananza della corte e città di Girgenti, se il secondo si può ottenere cioè l'auditoria sarà bene, altrimenti basterà il primo, il quale se non si effettua corre pericolo l'anima del signor Abbate e anche la mitra dello zio gran detrimento, le difficoltà che dicono ritrovarsi in questa coadiutoria sono due; la prima è la spesa per la quale si apprende grandissima, la seconda è che il Vescovo presente essendo siciliano il successore deve essere spagnolo, il che la esperienza lo mostra fattibile poiché Monsignor Gisulfo e Monsignor Amico furono l'uno dopo l'altro siciliani, delli quali due punti vi prego quanto posso ad informarvi, perché se tale impresa è impossibile si tenta altro pretesto per assentare questo signore, dovendo per ogni modo partire e non vi ammirate in vedere che io m'ingerisco in cose sì fatte, quali mai ho potuto sentire il nome poiché due potentissimi motivi mi ci tirano a viva forza.
Il primo è il merito e obbedienza di questo signore, cui come Superiore mi astringe e precetta a non lasciarlo in questo affare, essendo per altro come senza moto, dicendo che mai altro ne farà se non viene indirizzato dalle mie mani, e non fu altrimenti, poiché tra una settimana mi ha mandato in lettere 8 fogli tutti pieni, secondo per gloria di Dio acciò per la partenza di detto si eviti qualche gran male, e per il merito, zelo e humiltà di questo signore tal dignità si conferisca, non a chi la procura ma a chi la sa portare dei quali se io fossi dispensatrice solo le darei a chi ne mostra le fughe.
Carissimo fratello la mia premura sopra questo è grandissima, e mi dispiace non poterle dire quanto vorrei per farla accingere a quest'opera, basta, almeno lo faccia per (...) illucidando me sopra il negozio, e non frapponga tempo poiché l'urgenza corre e il tempo è breve, nel quale io vorrei gridare a V. R.: adiuva me solitaria, e l'essere io senza un fratello presente almeno vicino mi fa provare la vita un lago di leoni, quale per me sono tante urgenze gravissime di fondazioni, vescovadi etc., e non dica assentatevi, perché non posso più alcanzarle assai si è fatto nel risparmio di tante lettere, sopra cui il detto Vicario invigilò con tanta carità e zelo, che mai altro più favorevole ne vidi verso il nostro monastero, sopra di che altra più lunga carta vi vorrebbe per raccontarle di lunghe traccie usò e l'incarichi che si esibì per evitare il concorso di tante lettere.
Ma per dirla in brevità mandò ordine che ad altre lettere non rispondessi che alle sole mandate da lui, da V. R., e dal Padre spirituale, e così provo qualche riposo grazie al Signore, e qui mancandomi la carta resto come sopra pregandola, e non tema di mia comparsa poiché io solo entro in qualche segreto indirizzo di detto signore, cui è tanto zeloso del mio nome che nemmeno mi nomina con suo zio, indirizzandosi di me nel intrinseco del suo cuore, ed è sopra tutto zelantissimo della immunità moniale.
(Andate indietro) questo lo dico perché io sono il suo genio, quanto anche in ciò le assomiglia nel volere il mio nome coperto come si deve, al che triplicando la mia voce: o' utinam soggiunge, almeno almeno: antequam moriar, intanto preghi Dio per me mentre io la saluto, nos cum prole pia benedicat Virgo Maria. Più giorni sono s'inviò una scatolina con la vita del Padre D. Carlo al Padre Vitale, ov'erano 3 immagini ricamate per le tre religiose che ci mandarono le cosarelle di devozione, non so se è arrivata. Palma a dì 7 Maggio 1685.

(1) Mons. Giuseppe Maria Rini, Abbate di Mandanice, nipote del Vescovo di Girgenti Francesco Maria Rini, esiste tra la Venerabile e l'Abbate una copiosa corrispondenza;

sua sorella e serva indegna
Maria Crocifissa della Concezione

P.S. Dica meco fratel mio confessiamo, esultiamo lodiamo la somma carità di Dio, egli è carbone, egli è fuoco, essendo lui da se stesso amante, ed amato, oh perfezione divina che tira a sé un divino Amore, oh amor infinito che mostri nelle tue fiamme la dignità dell'oggetto amato, oh Dio tutto abile tutto adorabile in cui si racchiudono tutte le cause ed ardori delli divini incendi, amorose fiamme, deifico ardore che d'altri legni non arde che delli medesimi, quali cuori divini di cui per una eternità vivo vi mantiene, sì fratel mio e non lo possiamo negare che Iddio è tutto fuoco e tutto ardore.

Indice delle lettere

 


1685 07 28 AMBP Lettera 56 / 85 copia

Al molto reverendo padre
Don Gioseffo Maria Tomasi, Chierico Regolare, mio carissimo fratello

 

Jesus + Maria

nvio con questa una mia al Padre Biagio della Purificazione, e la prego a dargliela se lo riconosce opportuno, io volevo con lui più dilatarmi ma non so se è Padre di molta pazienza, bisognandone tanta a chi mi tratta quanto io ritengo miseria, vorrei però gli dicesse ciò che mi restò sulle labbra, qual si è dell'abitino che mi rubò la penna senza che mai io havessi pensato a tratto sì confidente quel [che] richiedeva sì piccolo donativo. Io non di meno non volli rifare la lettera, ma lascio che Dio mi aiuti se a V. R. non piace o quello non l'accetta, gli dica però, la prego, che essendo io la sua carmelitana interna vivendo della gran Teresa, insanabilmente ferita dovetti per la prima volta apprestarmi ai suoi piedi con sì devota insegna, e la portavo alle mani perché la ritengo al cuore.
Mi scusi di più se lusingandomi l'affetto volli formarlo con le mie spratichissime mani, con che privandolo della finezza, con che eccellentemente li ricamano nel nostro monastero l'irrusticano con l'inettezze di me ruvida discepola, in somma io non so dire ciò che lei meglio dirà, e gli baci per me la mano come io farei alli suoi piedi, dovendo far di vantaggio non solo a soggetto sì degno ma a chi si sia peccatore, sotto il pavimento dei quali humiliamoci fratello, humiliamoci fratello, Palma a dì 29 Luglio 1685.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

P.S. Si ricordi fratello delle figurine delle nostre monache, che l'aspettiamo con ansia havendone promesso la madre Abbadessa con tal comportamento una buona ricreazione.

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1685 09 30 AMBP Lettera 61 / 85 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

icevo in risposta di più mie una sua letterina, con il numero di 46 figurine che oggi si compartiranno alle sorelle, e spero di vantaggio corrisponderanno al donativo, almeno con la recitazione del versetto: sancta Mater istud agas etc. Io per me ne resto consolatissima non solo per il genio [che] vi ho e per il datore, ma di vantaggio per essere cose di devozione, benché questa consolazione a primo incontro mi fu intorbidita, poiché osservando il piego ben grosso credevo fosse la spedizione delle 2 sorelle, ma ritrovandomi priva di questa consolazione venne anche meno quella delle figurine, e non sappiamo quando faremo davvero questo buon incontro sperandolo sempre di ordinario in ordinario, sia benedetto Dio che quanto più si abbrevia la vita dell'homo tanto questo nell'opere si va ritardando, e per essere ai tempi nostri spedito un negozio bisogna s'invecchia un Adamo.
In quanto poi ai sensi inseritomi circa il negozio della fondazione, io riconoscendoli tutti invariabilmente oziosi, cioè, di lasciare il tutto senza muover dito anch'io parimente mi ozio, riconosco bensì i nostri immarmoriti tempi in cui nel promuoversi un bene chi lo dice irriuscibile, chi l'esclude per difficile, e chi lo dà per intrattabile, io tutto tengo per bene stante la mia persona del tutto invalidissima, ma non in quanto a quella di Dio per cui i Santi si sono svenati in spianare altri monti, santa Teresa nelle fondazioni anche stimate impossibili, san Saverio tra l'impraticabili boschi ove santamente morì anche senza sacramenti, e chi di un modo chi d'altro in opere e patimenti, benedetti quei tempi in cui i santi Apostoli, i Martiri di Cristo non oziarono momento per propagare la nostra santa Fede, che se mi dirà che allora era nascente io le soggiungo che adesso è quasi morta. Onde se non si ravviva nelli più spiriti vitali quali sono le religioni, forza è che peggiora, carissimo fratello tanta agenza mondana e oziosità divina mi trafiggono l'anima, ed è una meraviglia quanto oggi per Dio il mondo sta dormendo, ma più mi stupisco di chi gli canta la nenia invece di destarlo, avvertite che io non dico per il punto suddetto che l'impedirmi ciò che non conviene non è che buonissimo, ed io ne lodo Dio con mille cuori e lingue per altro non di meno, quando le persone (fuor di me) sono alquanto idonee per il servizio di Dio non vorrei fossero escluse con tanta risoluzione; Dio è tutto amore, l'amore è tutto agenza, opera: et numquid excidit e a tal riflesso tale deve essere servito, e quando mai l'opera non sortisse basta che l'anima viva con questa amorosa agenza oltre che nostro Signore in quanto all'affetto già la tien per fatta.
Se buttate un marmo in una fornace esso ozioso vi dimora cent'anni, se poi buttate un carbone egli prima lascia il suo essere permutandosi in cenere che in essa invariabilmente perduri, cosi l'anima trascurata ella anche tra le fiamme ozia in negligenza, ma un cuore acceso, oh egli ha da accendere altri (che è l'agenza sua naturale), oh egli ha da incenerire: aut pati aut mori, cosi la gran Teresa, volendo patire, faticare e promuovere l'opere di Dio che sono l'effetti di un infaticabile amore o pur morire, e mentre per me non fa il primo di che nemmeno fomento un pensiero, mi ottenga al meno una cenere finale, in cui terminando i miei trascurati giorni possa dire a Dio con Davide: in pace in idipsum dormiam et requiescam, qui si fermi fratello né altro pensi per me che il santo Paradiso, io per ansia di questo la lascio con un sospiro: o' utinam o' utinam, eia ergo advocata nostra, et Jesum benedictum fructum ventris tui nobis post hoc exilium ostende o' clemens o' pia o' dulcis Virgo Maria.
Palma a dì 30 Settembre 1685.

la sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1686 01 22 AMBP Lettera 7 / 86 copia

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


icevo la risposta della sua venuta, qui sopra la quale materia vorrei dire il motto siciliano cioè che (andavo per la decima e vi lasciavo il sacco); credevamo havere lei e perderemo Giulio, sopra il quale negozio io mi sento il cuore tra una incudine battendomi la compassione del detto figliolo in risicarlo cosi malamente in mare e alla strania, e pure il suo dispiacimento quando ciò non riuscisse, essendo sin ora quasi impossibile ad ottenerlo dal signor Principe, oltre che il figliolo è sì delicato che per cavalcare mezzo miglio di via quando fu qui si accalorò di maniera che il domani si ritrovò tutto coperto di macchie rosse con febbre che sino adesso (che sono da 3 mesi) combatte con le medesime macchie già ridotte in piaghe; egli poi benché spiritoso tiene una vinetta di nostro Padre, cioè di umore malinconico che di quando in quando si butta in una gran malinconia che si fa come un morto, e lo consideri solo in Roma e anche lontano di San Silvestro, poiché alla fine la sua assistenza sarà in qualche ora, non di meno tutto ciò sarebbe superabile per il gran affetto che le porta e desiderio di dimorare con lei ma l'impossibile sta in mani del signor Principe, e di Agata sua mamma, la quale per essere sopra ciò inconvincibile, di giorno e notte vi sta all'orecchio per dissuaderlo che alla fine si havrebbe rotto un marmo non che un povero figliolo, e non ostante ciò se Dio vuole può spianare monti, onde si aspetta il padre Desiderio [De Caro].
Io poi le vorrei domandare una carità e lo fo costretta dal dovere, perché fuggo quanto posso d'incomodarla, ma in questo par non possa far di meno per esservi qualche fine della santa obbedienza, dirò dunque che sono più mesi che la madre Abbadessa ci fece assentire che desiderava una reliquia di santo o santa insigne, con la autentica per compiacerne ad un suo cognato detto Antonino Marino, il quale è molto benefattore del monastero, perché essendo procuratore d'esso lo serve gratis, regalandone quasi onze 12 l'anno, quanto gli toccherebbe di salario, e però mi parrebbe quasi obbligo di compiacerlo in questa pia domanda, della quale vi prega la signora la quale l'ha detto a me per ritrovarsi spedita la sua lettera, e se farà questa carità ne faccia ancora un'altra a me essendo io devotissima di queste sante ossa.
Onde se ne può mandare buona quantità di pezzetti per farne Agnus Dei mi sarebbero gratissime non havendo noi quasi altro che mostrarci grate o complite con le persone, né mi stia a dire che non se ne possono trovare, perché nel medesimo tempo che voi così diceste a suor Maria Serafica il Padre Vitale ne mandò una intera cassetta per darle a sua disposizione, e vi erano insigni e grandi quanto anche una mano; onde si scoprì la sua lagnusia (1) per la quale solo mancava in procurale. Io havrei scritto a detto Padre per domandargli questo favore, già che lui tiene tanta facilità in haverle, ma iscorgendolo tanto in freddezza con me a segno che havendogli mandato tre figure di ricamo, nemmeno volle farne ricevuta mi sono trattenuta dicendo per ciò tra me stessa: solus mihi sufficit unus, qual'è il soccorso divino. Circa poi il negozio di Scicli suor Maria Serafica mi dice che lei vuole qualche notizia in quanto a quello [che] si è fatto; onde vi dirò, che in venire il breve della fondazione, i Giurati di detta città assieme con il collegio dei Padri Gesuiti e protettore di detto monastero domandarono a tutta la comunità tre delle nostre sorelle per detta fondazione, facendolo con tanta humiltà ed astringenza che le nostre sorelle benché sempre per il corso di più anni l'havessero fatta ripulsa non di meno si piegarono, e mostrando qualche volontà di rimettersi nelle mani di Monsignore dissero, che se lui le comandava loro sarebbero andate sperando in Dio per il merito della santa obbedienza. Onde parve al Padre confessore che si chiamasse in Palma alcuna persona di detta fondazione, acciò informasse le concorrenti del tutto, come si fece chiamando due Padri Gesuiti che incontinente si disposero, il che saputo Monsignore fortemente si dispiacque apprendendo sinistramente, quasi noi incamminassimo altra fondazione senza dargliene avviso, quando con ciò altro non si procurava che una semplice informativa, acciò piacendo il tutto, a lui si rimettessero i soggetti, e si pregiudicò sì fortemente che con fulminante ordine chiamò in Girgenti il Padre confessore, cui non ostante tutto ciò che fece non poté dargli soddisfazione, e lo rimandò facendolo delegato di detto negozio acciò l'informasse delli soggetti idonei per detta fondazione, in effetto di che il detto Padre l'avvisò come erano quattro le concorrenti e abili per detto ministero, cioè, suor Maria Scolastica e compagna suor Maria Iachina, suor Maria Maura e compagna suor Maria Caterina, e queste ultime due la prima è figlia di D. Baldassare Di Caro e l'altra è figlia del barone Ribera, ambedue nostre parenti, e stimo che queste saranno le elette, benché essendo Monsignore eterno nelle sue cose dopo tale avviso che va per i due mesi non ha fatto veruna mossione, tra il quale tempo venne la vostra lettera che dava il parere a suor Maria Serafica di andare a detta fondazione, per il che si sta con molta perplessità dicendo alcune che fosse volontà di Dio l'andarvi, mentre ella fu sciolta dal principale impedimento (che era il vostro parere che di ciò l'impediva) mentre ancora non si è fatta elezione veruna, tanto più che il Vescovo era incasciato forte volendo che ella andasse, mentre il breve era venuto in sua persona, benché in sua mancanza concedeva ad altri, altre dicono che non è volontà di Dio che vada mentre il suddetto impedimento si disciolse in tempo che le cose sono indirizzate altrimenti e il Vescovo già si contentò lasciarla, dopo che seppe volessero cosi Giulio Maria e il Principe d'Aragona.
In somma si sta in una placida contesa, perché tutti alla fine vogliono ciò che vuole il Signore, ed io tra le altre anche patisco qualche scossa che mi muove ad andarvi non per altro bensì che per indegna compagna, al che mi indusse il Padre confessore, benché io gli risposi di burla, ma adesso chi sa, se la terra di Scicli farebbe a me più presta sepoltura ch'è l'unica fondazione della mia continua brama, vi propensa anche il mio cuore, per altri nascosti pensieri, e però mi dica qualche parola e ne preghi il Signore, con cui la lascio e cordialmente la saluto, nos cum prole pia benedicat Virgo Maria. Palma a dì 22 Gennaio 1686.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione


(1) Pigrizia, poltroneria;
P.S. L'acclusa lettera sarà per la persona a cui va, alla quale ho dato quei titoli che lei diede a me come le dissi, mando di più una lettera di Giulio Maria per vedere la sua volontà circa la fondazione di Scicli, benché i suoi ostacoli sono appunto, come di figlioli che in un punto si dissolvono per la sua docilità naturale, lui sta un poco incagnato con V. R. perché essendo in quella età, che stima a gran segno le figurine lei mai gliene manda veruna, e pure nel dargliene noi certe di carta lui ne fece tanta festa che mai l'havrebbe creduto, meschino, egli toltone il necessario è veramente orfano, ed è cresciuto senza mai havere un giochetto di mano.

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1686 05 26 AMBP Lettera 12 / 86 autog.

Al reverendo padre
Don Gioseppe Maria Tomasi, mio carissimo fratello


Jesus + Maria

arissimo fratello io trafitta delle sue angustie, il peggio di che mi dolgo si è il non accertarle il rimedio, poiché di quanti benché ignorante glie n'ho suggerito, o li ricusa, o non le giovano. Onde io vorrei esperimentata di ciò perché sono al: non plus ultra travagliata di rimorsi, suggerirgliene uno che l'ho esperimentato assai giovevole, e questa è l'applicazione all'attività manuale o di altre occorrenze che V. R. potrebbe trovare negli studi, o composizioni di materie difficili, poiché questa applicazione bisogna essere faticosa e continua per giovare, ed io applicata in essa essendovi costretta sono divenuta tutt'altra per il corso di tre mesi, provi e vedrà la verità di quest'effetto che io posso dire mirabile, e in vero così si esperimenta nell'infermi maligni che se l'applicano fregature dolorosissime vessicanti etc. per divertire all'estrinseco l'umor maligno.
Questo che commuove gli scrupoli è (a parer mio) un demonio cupo e funesto, che invischiato nella apprensione non vuol partire dal suo sesto; onde bisogna trarlo a forza di attratti violenti ordinati dal Padre spirituale, che estratto che sarà, in vedendo la luce sparirà come la nebbia al sole; fratello carissimo lei nella camera di questo tale non vedrà mai luce, ma nel mezzo barlume della sua opinione non osserverà che fantasmi e ombrose caligini, esca dunque, esca presto di tale oscurità, e cerchi il sole della santa obbedienza, qual'è l'aurora della divina luce: in lumine tuo ch'è la sua guida: videbimus lumen ch'è l'immediata luce suprema e divina, il secondo rimedio è il non applicarsi a questi scrupoli sopendoli nella mente e tacendoli nella lingua finché cosi sepolti periscono, poiché il mare non butta tant'arena quanto questi adducono ragioni, quali mai restano paghi. Onde meglio è troncare il capo al serpe che svellere ad uno ad uno i suoi denti, dei quali appena toccherà il primo che lui infierito vomiterà il suo veleno fuori, dunque fratello fuori di toccarlo poiché solo di lontano e senza veruna altra cosa che la lontananza potrà ucciderlo, avverta però che le sue attraenze sono fortissime, e nel escluderle le sembrerà di perdersi, ma questo è che risana, e la salute sta in questa violenza; fratello si faccia forza ormai e in un momento le si aprirà il cielo e chiuderà l'inferno, e Dio volesse che io operassi come dico che non proverei il contrario, ma io essendo fiacchissima in quello riconosco temo qualche caduta Dio mi liberi di cosa straordinaria.
Onde per carità e quanto posso la prego a non iscordarmi nell'abisso, che non so come più alzarmi, se la carità di Dio e delli suoi servi non mi agevola io non toccherò che terra. Ohimè fratello al cielo al Paradiso, al riflesso di cui la ammiro e così la lascio, nos cum prole pia benedicat Virgo Maria. Palma il dì 26 Maggio 1686.


Sua serva e sorella
Maria Crocifissa (della Concezione)

P. S. L'accluse lettere sono per il Padre Biagio [della Purificazione] a cui darà quella della religiosa di santa Cecilia, e se riconoscerà di dargliela aperta mi contento. Questa lettera è scritta alla presenza del SS.mo Sacramento esposto, per esservi con la sua grazia la sua consolazione, e credendo dirle due parole ho riempito il foglio scrivendolo alla fuga e in una grada quasi oscura, onde scusi il carattere pieno di mancamenti.

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1686 10 11 AMBP Lettera 31 / 86 copia

Al reverendo padre
Don Gioseppe Maria Tomasi, mio carissimo fratello

 

Jesus + Maria

ilettissimo fratello. Foris pugnae, intus timores. Si suol dire ma io per me direi: intus pugnae foris timor mentre per l'occorrenze presenti avvisatele, già in quanto all'estrinseco, altro non si osserva in me, che guardie, antemurali nell'estrinseco e lutti nell'interno, ove io non sento che un rotto Campidoglio di lutti, e di martirio, e tanto più fiero, quanto occulto all'udito humano. Sentiste già da suor Maria Serafica quanto dispose di me il signor Vicario generale per la fondazione di Scicli? Ma io vorrei che entrasse più al fondo, ove non ha entrata, non solo lei ma né meno il confessore, intendendo dire del presente.
Ma mi confondo, poiché chi potrà dire l'intrichi, l'inviluppi, che si stanno da alcuni recidendo, e di alcuni altri macchinando.
Io le significherò in abbozzo, e con tale segretezza, che mai l'ho significato nemmeno alla signora madre e sorelle, non che fuori del monastero, e stimandola sciente della mia offerta per la fondazione di Scicli altro di ciò non replico, seguendo a significarle l'occulto del seguito, per il che bisogna dirle che Monsignore di Girgenti non sta in buona corrispondenza con quello di Siracusa che è l'ordinario di Scicli, il quale, o altra persona per lui sapendo la mia offerta e la negativa di Monsignore di Girgenti sono entrati sì fattamente nella materia, che si dichiara offensiva essendo negato ciò che fu concesso dalla sede Apostolica, e ciò arriva a tal segno che s'indagano brevi assoluti e altre cose che dottrinalmente dicono, qual'io non l'intendo, per il che altro non bisogna che un sì di mia mano espresso in carta, quale unicamente pretendono, e benché io per l'impenetrabile guardia del nostro Vescovo mai potrei darglielo non di meno loro tengono la mia offerta in scritto, benché adesso io altrimenti intendo, e supposto ciò in quella Diocesi, sentite nella nostra, ove havendosi penetrato dal nostro Monsignore questo trattato ingagliardì tanto in eccesso la negativa che mai l'havrei creduto, e non assicurandosi d'altro egli medesimo si è fatto latore dal suo Vescovado al monastero, venendo tre volte da Girgenti [en]tro due settimane, lasciando per ciò tante guardie siepi ed antemurale che non è credibile, e per sospetto che tiene del nostro Padre confessore passato lo proibì affatto di metter piede nel nostro monastero, levandolo così impetuosamente come forse vi notificò suor Maria Serafica, e sostituendo in suo luogo D. Narcisi Ottaviano, altra libertà non mi lasciò di comunicarle che la necessaria confessione, licenza della comunione e di qualche penitenza, e del resto il tutto la passasse con lui senza uscir pensiero fuori delle sue mani, e questo è poco a paragone del rimanente.
Onde io possa dire: dereliquit me virtus mea, mentre l'anima è in Palma e la guida è in Girgenti, la quale benché sia piena di carità, zelo e prudenza non di meno se: septies in Die cadet iustus, come farò io in haverla sì rara, e poi in tempo sì luttuoso per i pensieri che mi precipitano e per le quali forze m'abbandonano, come destituite le provo in soggiungere qui il terzo punto qual'è il mio stato tra l'uno all'altro Prelato, dalle quali mani io come uccello dal sparviere vorrei fuggire. Ohimè clementissimo mio bene: emitte lucem tuam et veritatem tuam, acciò per l'una e l'altra quasi due ali possa ascendere: ad montem sanctum tuum di un solitario abbandono fuor di questo regno, ove, per la falsa stima spasimo e muoio, poiché se la tua luce mostra la mia indignità, e la tua verità la mia falsa virtù io sarò dal mondo abborrita non che sì cercata.
Signore dammi aiuto, fratello qualche conforto, io sento che spiro, mi si confonde talmente l'anima tra questo recinto che pensando in barbaria prendo qualche respiro, forse tra quelli nemici che contradicono solo la vita, lasciando intera l'anima trovasse quello stato abietto ove si crocifisse il mio bene sì esule d'ogni honore, che se egli altro non scelse in questo mondo come io non spezzerò catene per aborrire il contrario qual sento d'inferno vivo, non solo nello spirito ma nella natura propensa per codardia ad ogni bassezza, la coscienza poi lo pena doppiamente, ove, un grido di eterno pianto mi accusa di ciò cagione, essendo vissuta ria, iniqua e falsaria.
Onde se io potessi bagnare delle mie lacrime i piedi del sommo Pontefice, gli direi avvolta nel pianto: recordate santissime quod sumus filij et heredes non solo di Dio ma di Chiesa santa, di cui domando per legittima la giustificazione della mia coscienza etc., la quale sempre andrà fallita nella propria Patria, ma perché tale voce all'udito non arriva morte sentila tu, e dì in nome del mio Prelato a quell'altro pretensore: nec mihi nec tibi sit sed dividatur mandando il corpo alli vermi e l'anima in Paradiso.
Oh lieta decisa Signor quando sarà, in tanto fratel mio per quella estrema pietà che lei havrebbe di un barbaro vedendolo dannare e morire, io la prego ad haverla verso me che di peggior modo lo sono tra li cristiani, e le circostanze di mia vita e il nuovo stato mi sovrasta l'indica di vantaggio anche con perdita infinita, e perché altro non posso dire, senta per il poco ch'ho detto, e per il molto che taccio questo sfogo del cuore:

Diri, dure, dal ciel aspri martiri Solitarie pene solo à Dio
Fiero languir, dolor, crudel'affanno Manifeste, che vede senz'inganni
Soffre chi dal human' non può fugire Chi dimostrar' li può senza d'un rio
Quando scuril'al cielo l'anzie vanno Di lacrime, che emana tanti danni
O' forti lacci, quest'è un fier' morire Tu sacro silenzio umil' e pio
Mentre ritent'al suoi ceppo mi danno Ricevi li miei muti intim'affanni
Se nol credete io vi posso dire Ove per sempre in te lascio in oblio
Che siete senza cuor', o' ver' tiranno Ciò che ignora il mondo e sape Dio.

e però di me non dico altro conchiudendo il tutto in questo cantico muto, ma perché questa materia mi sembra un intrico di mille scene sentitene la quarta che la fa il mondo, cui perché quando si tratta di spirito: mundus eum non cognovit e massime in questo negozio che dal nostro Prelato è stato trattato segretissimo mostrando di fare per altro motivo ciò che ha ordinato.
Onde ingannandosi affatto il mondo si è sparso per quasi tutto il regno, che nel monastero di Palma vi è quasi un'altra suor Christina (1)di Palermo illusa, iniqua e falsaria, e però il Vicario generale in persona così allo spesso vi assiste per rimediare, e sentendo tanti ordini, guardie, proibizioni, cambi di guida etc. anche fulminanti con scomuniche e precetti strettissimi, ne giudica con qualche ragione un interiore male, e con tali dicerie e accrescimenti che dicono essere arrivate le cose all'inquisizione, e Dio volesse (toltone però l'offesa di Dio) che io invece di capitare nelle mani dei pretensori capitassi in quelle degl'inquisitori, ove, si assicura l'innocenza e in quelli la stima. Onde io andrei più volentieri al santo Offizio che alla fondazione, ma non così dice il monastero afflittissimo al sommo, e precisamente il signor Principe d'Aragona e il nostro di Lampedusa, i quali sono entrati in una gagliarda passione contro il Vicario generale che se sfogano Dio ci liberi come mostrano sarà con nostro sentimento, sapendo che detto signore il tutto fa per impedire detta mia traslazione, anche da loro negata che se a loro fosse ciò palese riceveriano a favore non che a pregiudizio, ma perché il tutto per dovuto rispetto sta nascosto corre il mondo come giudica e Dio come opera tra le quali io me la passo come Dio sa, desiderando almeno l'aiuto delle vostre orazioni, e di qualche consiglio poiché io mi sento il sopradetto "sì" in Siracusa su le labbra, per alcanzare almeno la patria, li parenti e l'imminente carica di Abbadessa che sopra sta a suor Maria Serafica, la quale per occulti motivi per me è fuoco morto che mi consuma senza conoscenza humana, benché essendo tanto dilatata la mia infezione precisamente per il regno, mentre starò in esso farò come il pesce sulla brace che per dove si volta trova fuoco, Signore pietà concedetemi invece di questo quel del Purgatorio, ove si consumano i difetti e non l'anima e il corpo: mors christianis ludus est, ed io l'aspetto per delizia benché tremo di paura, meglio è farla con Dio che con il mondo, cui s'inganna e lusinga, ma quello punisce e perdona. O' utinam Cristo mio quando la faremo insieme fuori dal mondo? oh sì felici: tibi copula nunc socior in aeternum, lei così meco replica carissimo fratello, quali parole vorrei le dicesse per me nel santo sacrificio, e domandi per me somiglianti aiuti a chi mi farà la carità quale anche io, incessantemente continuo per V. R. che cordialmente saluto restando, Palma 11 Ottobre 1686.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

P.S. In libertà della vostra solita scrupolosità dichiaro che la segretezza sopra cennata s'intende per queste nostre parti restando libera per costì e a chi giudica, vorrei mandarle copia degl'ordini intimati sopra la mia persona, ma per essere copiosi non ho tempo di copiarli, forse con l'altra posta li manderò, e trovandomi le copie della mia offerta, e risposta dell'esclusiva l'invio per ciò che possono servire. Il breve che per me si dice non è di fondatrice ma di coadiutrice, già che le due elette sono molto inferme e la mia offerta fu dopo l'elezione, non che fosse stata tale ma cosi apparisce appresso dei pretensori, alli quali il nostro Prelato havendo spedito con celerità le due elette acciò non domandassero altro, loro senza alterare l'elezione trovano modo per la terza come dissi di sopra: fiat voluntas Domini.
Oggi sento per una sua a suor Maria Serafica il vostro contrario parere alla nostra offerta quando ella fu per vostro consiglio, né posso lamentarmi d'altro che della sua lontananza, duro flagello del nostro abbandono, per la quale il poco che dice si sente in diverso senso o inesplicato, se V. R. fosse presente forse il torrente non si saria gonfiato, in somma Roma è il suo Paradiso e il nostro Purgatorio.

(1) Suor Cristina Rovere. Ved. Nota a lett. 1. 11. 1679.

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1687 01 23 AMBP Lettera 05 / 87 copia

Al reverendo padre
Don Gioseppe Maria Tomasi, mio carissimo fratello

 

Jesus + Maria

e si degna sentire materia per la quale io dovrei essere lunghissima, io non mi fo indietro di raccontarle l'ammirazione grandissima non solo mia, del monastero e Palma, ma di tutta la Diocesi per la grandissima mutazione in spirito ha fatto tra due, tre mesi il signor Vicario generale, e dirò con verità: haec mutatio dexterae excelsi, mentre di tutto humano che era e di qualche senso ancora in questa ultima sua venuta comparve cosi mutato e differente che posso dire in esso: non novis hominem ma bensì vi conosco per il suo homo vecchio un innovato spirito dato alla penitenza che la esercita alquanto aspra, avvolto tra le lacrime che l'interrompe la Messa, e tutto dispreggio del mondo, conformità con Dio e conversione eroica, e le mie orecchie alle quali egli ha fatto sentire qualche sua confidenza, tanto dello stato in cui era quanto in quello si trova, possono testificare che ai tempi nostri la sua conversione se non è unica è nuova, ed io le confido che più e più volte ho fatto seco la Maddalena alla grada come pure fo ora, poiché proruppe con tanta efficacia nell'espressivi dolorosi della sua vita passata che vi fa scoppiare l'anima, né sa darsi altro nome che il diavolo del mondo e la feccia dell'inferno, confessandosi per altro tra lo spazio di due mesi composto di portenti e convinto di lume. Egli non sa dove sia sentendosi tutt'altro, e pure quando la penultima volta in questa si fe[ce] vedere era un giovane di vista assai mondana, fastoso, imperante, e tutto di Adamo, portava diamanti ai polsi, odore nel vestito, gran servitù, e tutto simile il resto, adesso ne viene benché nascostissimo nel bene carico di cilizi.
Benché a me sola il confida, fatto di lacrime, servito da due servi, modestamente vestito, e del resto tutto pausato umile e caritatevole, e il resto che non mostra è per una grandissima avversione che tiene all'affrettata santità e vista estrinseca, essendo di animo assai sciolto coraggioso e libero; onde a me sembrò incredibile quando intesi al ritorno degl'ordinanti, che già il Vicario generale si haveva tosato i capelli, che portava lunghi havendo riconosciuto in esso un gagliardo senso, di ciò non per altro bensì che per non dare mostra di spiritualità in esso, essendo questo uno delli più ostacoli forti che l'impedivano, e pure adesso dopo il ritorno di questa sua ultima venuta in arrivare in Girgenti rinunziò il Vicariato, con stupore di chi l'intese e sommo dispiacere del Prelato, cui costituì nel suo posto il canonico Caetano detto D. Cesare, e fra due mesi egli anche lascerà la stanza del Vescovado passando in Roma per dispogliarsi affatto, e sarà questo per lui la più gran cosa del mondo mentre si trova in questa città con parenti etc. sommamente attaccato, e parte senza altro intento che per cercare Dio e il suo SS.mo volere di cui per occulti miei motivi e pareri io l'ho affidato, la meraviglia (si) è che Monsignore suo zio quando per minimo cenno due anni prima ciò si motivava non era possibile sentirlo non che permetterlo, e adesso che vuole Dio si priva con facilità di un nipote, che l'è cuore e bastone, cuore in amarlo e bastone per aiutarlo, il senso però ch'egli dimostra in lasciare in abbandono il nostro monastero non è credibile né finto, anzi così grande e verace come l'opere lo dimostrano, e qui mi confondo in dargliene qualche saggio perché non basta dire che è stato a noi più che Padre e protettore, havendo trapassato l'affetto dell'uno e l'altro.
Chiama il nostro monastero il mio Beniamin segreto benché lo mostra in pubblico, poiché in minima cosa di suo servizio tralasciando ogni consuetudine della corte egli di propria mano spedisce escludendo per noi tutti li ministri, ma questo è niente a paragone del rimanente havendo fatto per ciò un gran strapazzo del suo personale, venendo a noi più leghe tra pioggia, intemperie e venti, lagnandosi sempre del più che desidera fare senza mai dire basta, ne tiene poi un zelo sì grande che nol confida nemmeno a' visitatori, e prima di partirsi procurerà che in detta visita, la quale sta per uscire il nostro monastero non sia visitato fuor che di Monsignore, il quale essendo impedito per visitare tutta la Diocesi solo uscirà per visitare il nostro monastero, favore sì raro che chi l'intende resta in ammirazione, e tutto per opera del signor Vicario, di cui non sapendo io tanto (parlando del comune) quanto sa meglio suor Maria Serafica per le grand'opere ed espressioni della sua carica a lei mi rimetto, la quale in estratto mi dice che per le molte e continue contrarietà che ha patito e patisce il nostro monastero, se non fosse stato difeso da detto signore già sarebbe rovinato. Io poi di me non so esplicare in minimissima parte l'eccessi della sua carità non essendomi stato guida ma Angelo di pietà meglio che non fu il Raffaello e Tobia, havendomi non solo illuminato dalla mia cecità, ma con mille aiuti mi ha dato porto e via, benché la ridussero sì breve i miei demeriti e peccati, che mi servirà per più fiera afflizione restando io adesso priva del mediocre e meglio, qual fu il primo Padre, e signor Vicario il secondo.
Onde mi contenterò del solo arido legno che sostenta il Crocifisso, in cui varcando quello per Roma io farò altre tanto immergendomi tra l'abbandoni su questo duro legno, e non si scandalizzi per tanto mio senso, che essendo io sempre stata insensibile alla mia guida, adesso che Dio me la die[de] per cruda pena, se io mi contristo non è per essa ma per volontà divina, né posso soffrire essere sbalzata altrove in qualche altro Padre cui sa, poiché ovunque andrò sempre mi sarà amara.
Ah dunque io sempre dico alli giudizi di Dio: unum peribit et multos occiditis, e lo dico con le lacrime mentre in molti casi simili a questo, tutte d'angosce al nostro monastero cercando di castigare me sua principale cagione, uccidono tanti cuori quanto sono quelli delle nostre sorelle, delle quali chi potrà dire l'acuto sentimento per la perdita del signor Vicario, essendo egli stato a tutte più che Padre e protettore; onde è cosa di gran la stima vedere tutte piangenti per tale perdita, e ci parve fosse stato un lampo che nacque e finì, e pregano tutte a gran forza che nostro Signore lo ritorni non solo per nostro interesse, ma perché non è soggetto di oziarsi per la santa Chiesa, ed io per il bene di questa lo desio suo gran ministro, benché egli non acconsente all'ombra, che se in altro tempo per qualche momento vi attese adesso non pensa che al divin volere, ed io altro non le rappresento che l'adempimento di quello, benché nel cupo del mio cuore lo vorrei gran cosa in santa Chiesa, e questo in me è cosa nuova, poiché in materie di dignità io per veruno vivo propensa, sì che preghiamo Dio che facci tutto secondo il suo divino beneplacito, egli verrà costì per bene dell'anima sua, benché mostra nell'estrinseco per essere (per) ordine di Monsignore, e in questa venuta viene con ansia sì grande di sociarsi spiritualmente con un che non saria più se fosse nostro fratello, lo proverà però più che tale nell'affetto, benché egli sopra tutto sta sopra il gusto, che se V. R. altrimenti le mostrerà egli anche farà come vede e non le dico altro sapendo quanto lei farà più d'esso, poiché questo non solo è dovere di giustizia, di gratitudine etc., ma per debito proprio havendo egli sborsato con la sua assistenza quanto lei havrebbe dovuto al nostro monastero con la sua presenza, ed io non so far altro che raccomandarlo a Dio, in cui la saluto e prego a darmi qualche insegnamento preparativo come mi devo diportare circa questa sua venuta costì, poiché non so come devo fare se egli mi ricerca qualche lettera come onninamente la volle da me il padre Vitale al Cardinal Crescenzio, cosa che mi vide confusa e senza potergliene domandare, non potei evitarla, egli viene sotto la protezione del Cardinal Lauria, hor mi dica come devo rispondere in simili richieste se la devo fare spontanea, e non tardi a prevenirmi poiché io sto più sopra il dettame di V. R. su questo particolare che in quello di mille direttori.
Carissimo fratello sentirà con la seguente posta da me o di suor Maria Serafica, un certo grave imbarazzo fra noi e il santo Offizio, e corre troppo violento, ed io mi sento rallegrare il cuore tenendo non so che di naturale aderenza con questo santo tribunale, ma per la stessa cagione temo ciò non vadi innanzi, poiché quando la cosa piace a me Dio ne fa di senza: fiat voluntas Domini. Più mesi sono volevo domandare a V. R. qualche notizia (spronata di cosa mia interna), se si trova costì la madre della Regina di Spagna nostra signora, e se vi è, in che stato la passa con che società e spirito etc., dicendomi di più se seguita infeconda la suddetta nostra Regina e ogni altra simile circostanza che non sarà cosa né curiosa né vana, e qui pregandola per fine di qualche notizia circa lo stato di salute e spirito di V. R., replicatamente glie lo domando per amore di quella purissima Madre alli cui piedi la lascio e caramente saluto. Palma lì 23 Gennaio 1687.

Sua sorella e serva indegna
Maria Crocifissa [della Concezione]

P.S. Sarebbe materia assai lunga se io le dicessi il contenuto di quella lettera [che] m'inviò dicendomi che non sapeva di chi è, di che materia mi trattasse; onde io brevemente le dico che era della città di Livorno, di un padre Cappuccino che sta ministro di un certo serenissimo gran Duca, portandomi notizia della sua gran Duchessa che seco di me haveva trattato, dicendomi di più che mi voleva in una società di spiriti perfetti, la quale alcuni anni sono mi fu proposta di certi Padri di Malta, li quali non havendo udienza da me per essermi impedite le lettere dal signor Vicario generale, fecero questa lunga girandola fino a Livorno, acciò mi capitasse l'invito per mano sua non potendo io riceverlo per altra strada, la quale lettera capitando per mala sorte in tempo che vi era di presenza il signor Vicario, io per convenienza non potei nasconderla; onde restò nelle sue mani la seconda volta proibita dicendomi che per più rispetti egli non vuole che risponda, e principalmente per secondare il gusto di V. R., poiché se lei l'havesse letta così havrebbe disposto. Resto bensì soddisfatto della sua lettera in cui la sudetta si cenna e ne fece mille grate espressioni incarendomi che le avvisi della sua partenza, come già ho fatto e finalmente la saluto restando ai piedi del Crocifisso.

Indice delle lettere

 

1687 04 06 AMBP Lettera 16 / 87 autog.

Al reverendo padre
Don Gioseppe Maria Tomasi, mio carissimo fratello

 

Jesus + Maria

l gran timore che tengo di essersi smarrita o pure (come avvisate) diserrata per via, una mia lunga lettera in cui erano alcune mie confidenze, mi rende così confusa che per saperne la certezza prendo in questa la penna pregandola per carità di darmene qualche notizia, che per esserle alla memoria glie la contrasegno con dirle che era data alle 20 di Gennaio o poco giorni più, trattandovi della mutazione di certa persona che per l'istesso timore qui non la nomino, domandandole verso l'ultimo come mi doveva diportare in certa richiesta che prevedeva mi fosse fatta di scrivere costì a persone qualificate, come un tempo mi occorse col padre Vitale; queste e simili materie erano in quella che se la ricevette Dio la perdoni che gran pensiero mi ha dato per non farne almeno la ricevuta perché risposta non la merito, dica di grazia per adesso come è passato il tutto, perché in avvenire staremo cautelatissime, poiché già che Dio chiude anche questa porta di qualche piccolo esalo facendo che così sia palese, di un regno all'altro ciò che scrivo ad un fratello: fiat voluntas sua.
Il signor Abbate Rini già si è partito per costì e per effetto di carità si ha(ve) offerto non solo a volerle portare nostre lettere, ma quasi ci astrinse per il molto gusto [che] mostrò a inviarle per suo mezzo alcune cosette di devozione, acciò con tale mezzo (com'egli per sua humiltà disse) si potesse dedicare tutto a V. R., al che havendo noi ricusato alla prima richiesta, non solo per non dargli questo fastidio, ma per essere cose fuori il vostro genio alla fine siamo condiscese operando all'infretta qualche cosettina, tra le quali la mia porzione fu un quadretto della Concezione SS.ma, che non riuscì tanto male come io credeva per il poco tempo vi fu, solo mi dispiace che sarà di suo dispiacere non per la sua qualità, ma perché V. R. non gradisce e non inclina a queste dimostrazioni, contrario di me che inclino tanto a compiacerne a chi le gusta che quando non ho che dare gli dono il volere, questo io l'ho dalli nostri Padri terreno e celeste, poiché il primo si fece chiamare il più liberale e il secondo dopo haver dato tutto all'homo si vacuò il cuore per non havere più che dare.
Lodo con tutto ciò anche il suo buon fine in questa strinzione, non dico di dare che la so liberalissimo fin dove arriva, ma di ricevere per timore io credo di non produrre qualche affezione, quale alle volte si eradica tanto con noi stessi per quanto si svelle in quei di fuori; onde io meglio eleggerei qualche mala mescolanza nella virtù della carità che il totale amor proprio, perché quella la comanda Dio ma questa non lo trovo nel suo testamento né vecchio né nuovo. In somma carissimo fratello io cerco di farla humano per quanto la desio divino, poiché da questa infima radice si ascende a quella cima, Iddio glie la conceda come io prego e desidero, perché da qualche tempo fino adesso sopra di lei Iddio non mi ispira altro, onde io questo la persuado non solo per suo bene ma per voler divino in cui santamente la lascio e cordialmente saluto. Palma a dì 6 Aprile 1687.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]

P.S. Quando veramente le cosette mandatele le fossero d'impiccio non sapendo che farne io le do il modo di smaltirle, potendo dare il quadretto o qualche altra cosa al medesimo signor Abbate che è gradevolissimo e di genio inclinato a queste cose, stimandosi ben pagato il porto con questo atto di confidenza, e lo dico per levarla d'imbarazzo perché se le vorrebbe ritenere per lei o darle ad altri, a mio o a suo nome da per tutto ci rimettiamo alla sua disposizione.
Non rispondo per adesso alla lettera del padre Bartolotti, perché trattandomi di così santo ritiro qual si è intrapreso in questo suo nuovo monastero, mi si ha talmente commosso l'anima alle brame e gli occhi alle lacrime, che per esse tre volte l'ho tralasciato senza poterla finire, il cuore mi esce per un santo divorzio o dal monastero alla solitudine, o dal mondo al Paradiso, appresso rispondo.

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1687 06 19 AMBP Lettera 37 / 87 LXXXXVIII

Al reverendo padre
Don Gioseppe Maria Tomasi, mio carissimo fratello

 

Jesus + Maria

arissimo in Gesù Christo fratello, prima charitas incipit a semetipso. Così la sua lettera mi fa dire, benché considerando per altro, che: charitas non quaerit quae sua sunt, concludo in favore d'ambo gli opposti: omnia possum in eo, qui me confortat; conclusione sì vasta, generalità sì magnanima, che può competere colla divina.
Non mi restringerei io dunque in un sol impiego per Dio; ma nell'accingermi al suo cenno, direi: omnia possum alla fronte di quello. Attualmente però parmi assai lodabile il suo pensiero d'impiegarsi principalmente allo studio di detta virtù, frapponendovi per secondo quello delle scolastiche materie, al quale si deve anteporre il primo della perfezione: initium sapientiae timor Domini, senza cui la sapienza riesce quanto dolce alla bocca degli uomini, tanto amara allo stomaco della loro perfezione; volete più: San Giovanni, volendo egli forse spiegare questo senso, disse di quel misterioso libro: erat in ore meo tanquam mel dulce, et cum devorassem eum, amaricatus est venter meus; oh gran passaggio, un volume del cielo, un contenuto divino, essendo dolcissimo, si digerisce amaro, bisogna riferirlo, non alla sostanza, ma al mal ricevimento, che lo permuta in veleno. E notate quel: cum devorassem, indice infallibile dell'avidezza negli studi, come accade a coloro, che insipienti del vero: multa sciunt, et seipsos nesciunt.
Degnisi però la pietà divina istruire mio fratello di più alta scienza, qual egli medesimo insegna nell'erudita cattedra della croce, dicendo: discite a me, quia mitis sum, et humilis corde, intelligenze tanto eccelse, e preclari, che ne adorano la pratica gli angelici cori; oh croce santa, sacra ignominia, divinissima scuola, lungi di cui nemmeno il medesimo Cristo profittò appieno ai suoi uditori: predicò egli la sua notizia, replicando alli discepoli, e turba amica, e nemica: ego sum lux mundi,...ego via, veritas, et vita,...ego principium,...ego sum panis vivus, etc. e sempre ne riportò: quis est hic? ..tu quis es?..quid est hoc? e simili spratichezze: tanto che alla fine così placidamente si duole: Tanto tempore vobiscum sum, et non cognovistis me? Ma non così stando egli sulla pratica della croce, ove, insegnando più il facere, che il docere, insinuò più facile la sua notizia di quello fece con la predicazione: a segno che illuminate le medesime nottole dei suoi crocifissori, esclamarono tra le tenebre: Vere hic homo filius Dei erat.
Oh santo spettacolo! che istruì in un momento l'ignoranza di quest'uomo, altro in vero non lo poté, che gl' erudimenti di un morto Crocifisso, le cui ferite sono lingue, e l'ignominie scuole.
Carissimo fratello, ammiri un Dio tra la predicazione incognito, e tra gli obbrobri adorato; perciò San Paolo, altro non vuol sapere: nisi Jesum Christum, et hunc crucifixum. Questi a Longino aprì gli occhi, egli ad ogn'anima il cuore: e Dio volesse, che il mondo le aprisse alla croce per intendere i profondi arcani della scuola del Crocifisso, l'oziosità della quale fa dire al medesimo Crocifisso: quanti mercenarii in Domo patris mei abundant panibus, ego autem hic fame pereo.
Quanti, ohimè, teologi, notomisti della mia divina essenza abbondano d'intelligenze nell'essere di mio padre: ego autem hic, nell'umanità SS.ma (boscareccia in vero a paragone di quella) fame pereo; non della sostanza del padre, che gli sono consustanziali per natura; ma di quell'anime, che ammirandomi divino, mi rifiutano umano; parsimonia sì fiera a quella bocca (che anche impassibile) famelica si proclama. Apprezziamo dunque noi gli stolti per Cristo: perché solo i semplici intendono il Crocifisso; consideri, fratello, che i più pingui alimenti dell'uomo sono uccelli strozzati, bestie, e pesci uccisi, corpi morti, che alimentano una infinità di vivi. Non potrà dunque essere meno sostanziale all'anime quel sacro morto agnello, che in croce per nostro cibo s'uccise; ma in vano, perché la nostra inappetenza e morto lo ricusa, e pane vivo lo nausea: Anima nostra nauseat super cibo isto levissimo. Ohimè dunque, l'infermo va in rovina: si ciba di cipolle, e lascia cibi d'eterna vita.
Deh carissimo, non più in corruttele i nostri gusti, né in carte insensibili le nostre penne, e studi, ma intinte nel divin sangue assaggiamo virtù, e imprimiamo amore le di cui sacratissimi attratti, quanto siano efficaci in quella crocifissa calamita, lo dicano quell'anime, che indissolubili gli sperimentano.
Ed io ne giudico alcuna, che attratta dalla tenacissima veemenza di quello attrattivo amore patisce piombo nei piedi, e volubilità nel cuore. E, oh Purgatorio! non lo creda da burla, ch'è la maggior novità dello spirito; tanto che per brama di velocissimamente salire sulla croce di Cristo, patisce i medesimi effetti del ratto mentale, cacciando via in aria anche il corpo questa volubile aderenza; con questa diversità però, che l'attratto godibile, e mentale, in quanto al volo estrinseco, solo è visibile agli astanti, essendo perfettamente astratta l'anima dal corpo: ma questo penoso, essendo quasi in sé l'anima con incredibile stupore è visibile all'ascendente.
Ed oh che meraviglia vedere salire un marmo a soffi di desiderio! mio Dio, questi sono i grandi respiri, con i quali promettesti: omnia traham ad me ipsum, questi pure i tuoi gran fossi: contra folium, quod vento rapitur, poiché più fievole tal'anima di una foglia leggera, la tiri alle tue piaghe, e la ributti alle sue pene, alti, e bassi sì fieri, che quasi eculeo patisce in questa aspirazione. Stimo però brevi, ed incompiti i moti di tali penosi tiri, contrapiombati d'indicibili pene, nelle quali s'effettua la giusta forma del nostro Crocifisso Salvatore, effigiata vivamente in quell'anima, che elevata da terra, espansa nelle braccia lo pareggia in tutto nella crocifissione. E dopo questo tremino i cieli, contremiscano i Calvari, mentre anche nei loro eccessi i luciferi precipitano, e i crocifissi si dannano; e uno di questi anco a spalla del medesimo Salvatore. Signore, dammi dunque umiltà, per mancanza di cui l'uno, e l'altro perì, e riserva per altri questi eccessi mirabili, dei quali alla tua croce m'abbraccio, nelle tue piaghe mi ricovero, essendo calamita dei giusti, e nido dei peccatori; qui, fratello, la voglio, acciò col pietoso Giuseppe (già che ne gode il nome) non mi porti a salire sugl'eccessi della croce, ma depone da quella nel mio petto il mio morto Redentore, alla cui divina custodia sedula rimango, associando l'anima sua per grata compagnia, acciò unitamente: compatiamur, et conglorificemur. Si componga V. R. alla destra dell'afflittissima Madre, che io mi ritiro alla finestra con Maddalena peccatrice, di cui siano seguaci le mie lacrime, come lo furono gli errori: Domine Jesu liceat mihi cum Maria flere, quia nequit cor meum, ut debet, te amare. Qui la lascio, e cordialmente saluto. Palma a dì 19 Giugno 1687.

Sua sorella, e serva indegna
Maria Crocifissa della Concezione

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1687 12 03 AMBP Lettera 73 / 87 autog.

 

Al mio carissimo fratello in Christo dilettissimo
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

uesto medesimo foglio in cui brevemente scrivo la certificherà che già m'è arrivata la carta da me tanto tempo aspettata, e di tanta quantità che solo la materia delli miei peccati la potran' riempire, mancandomi però altra materia per occuparla prego Dio la facci ritornare costì con l'avvisi della mia morte per essere al maggior segno utilmente applicata.
In tanto glie ne ringrazio vivamente pregando Dio gliela permuti in tanta candidezza d'animo per quanto basta a ricevere l'impressione della sua infinita grazia, e del padre missionario che mi notifica e di quello [che] l'accadde con i turchi nemici; io ringrazio Dio che sempre va innovando a pro della nostra santa Fede li portenti, benché il profitto è sì raro nella ferocia del mio petto che poco lo scorgo: etiam si mortui resurgunt etc. e però per non andare in ozio questo mirabile successo l'ho consegnato nel medesimo foglio a suor Maria Serafica per approfittarlo in altri com'ella ha fatto divulgandolo fuori del monastero. E per fine ricevo assieme col saluto del padre Bartolotti qualche altro sospetto che difficilmente posso da me cacciare, ma rimettendolo nelle mani di quel Signore che almeno lo permette resto lodando il suo SS.mo volere, le sorelle di Scicli mi han lasciato istantissima commessione come furono per il signor Abbate, di notificarle al vivo il loro ardente desiderio di non essere in minima parte decadute dalla sua orazione come se più che mai fossero nel nostro monastero, e dissero ciò con sì devoto senso che appressandosi al mio petto mi lasciarono in un momento l'abito irrigato di lacrime qual io non potei scuotere senza l'abbondanza delle mie, e però riferendole questi loro tenerissimi ossequi, intendo compire alla mia promessa e loro vivo desiderio, con che desiderandole altra tanta carità per aiuto della povera anima mia la saluto caramente rimettendole l'acclusa risposta per il signor Abbate a cui anche per suo mezzo mi offr(isc)o devotissima serva. Palma a dì 3 Dicembre 1687.

Sua sorella e serva in Christo
Maria Crocifissa della Concezione

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1687 12 28 AMBP Lettera 77 / 87 autog.

 

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

Jesus + Maria

arò io con questa per salutarla caramente e raccomandarmi alli suoi santi sacrifici, come io sempre fo nelle mie indegne orazioni, e perché il mio sesso più inclina all'ago che alla penna, fui motivata un giorno di un devoto pensiero di esprimere in lavoro ciò che poteva con la penna, e però semplice e mal condizionata le invio l'acclusa figurina di nostra Signora, con un'animetta sospirante nel suo seno SS.mo che può rappresentare il desiderio che tengo di vedere la sua in un somigliante modo, essendo tal posto il più morbido e sicuro del Paradiso.
E sono da due mesi che la tengo in cella, havendola fatta per un santo motivo ma il gran timore che ho in tutte le mie cose mi ha fatto tremare di dubbio prima d'inviarla, giudicando che V. R. sentirà questa cosa se non per mala almeno per sproposita, ma quando solo in questo restasse giustamente sana compresa perché qualcosa mai io fo che non sia cattiva, di che poco curo quando non è viziosa.
Ma se di un fratello io tanto discorro che sarà di chi non è tale? e pure una somigliante figurina ho già incluso nelle lettera del signor Abbate non ostante il dubbio di più giusto timore, e però la prego a farmi in questo il decisore desiderando io che né per me resti, né che per me vada potendo errare in ogni mia azione; onde la rimetto a V. R. di darla o non darla al predetto signore, che se risolve di non dargliela mi rimandi di nuovo la sua lettera ove detta figura sta rinserrata, che io rifacendo la lettera, già che è sua risposta, la rimanderò senza la figura, e della sua che senza tante cautele confidentemente le mando ne faccia quello [che] vuole, basta che le faccia qualche interna impressione ricordandosi della mia pur troppo indelebile in ogni genere d'imperfezione.
Giulio Maria mi manda una certa figura che dicono di astrologica fatta in sua persona quale le mando per vedere che sia, io per me quando la leggo tutta m'arriccio perché nomina certi Mercuri[o], Venere che mi sembrano cose di gentilesimi e non vorrei che questo picciotto inciampasse in qualche errore, perché è tanto infangato in queste astrologie, astronomie, poesie che dice, che parlando con esso mi pareva che parlassi col patristrolaco.
Tu (io alle volte gli diceva) tu che hai da fare di queste cose? Attendi a materie di governo di cristianità, sapere etc., e lascia il resto perché non t'importa, ma lui confessando ciò essere la verità appuntava gli occhi applicatissimo e incominciava a dire peggio, di modo che quando si metteva innanzi al povero del Padre Desiderio lo confondeva di dubbi, facendogli voltare il cervello, mi dispiace che non ho potuto trovare alcuni anagrammi bellissimi che fece alla grata sopra il nome di suor Maria Serafica, di V. R., e altre sue zie che l'havrei inviati.
In somma veda questa sua figura e sua lettera che le mando per sopra carta di questa e dica se vi è cosa di male perché lui meschino è dispostissimo ad emendarsi per ogni minimo cenno; io li risposi come mi dettò il sentimento benché non so se dissi bene, ed egli secondo mi rispose ne cavò gran utile, del resto preghi Dio per tutte, come tutte preghiamo per lei mentre la saluto e lascio nel Signore.
Palma a dì 28 Dicembre 1687.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

P.S. Di quello [che] le dissi circa la figura del signor Abbate, cioè, rimettendomi a V. R. di darla non gli dica niente, perché che dirà che io le confido le sue cose, come in verità mai da che egli è venuto costì le ho detto niente delle sue lettere, essendo tutte cose interne e spirituali, ma quando egli le parlasse di questa figura o per altro fine potete dirgli se vuole che lei n'hebbe una consimile, in somma faccia come vuole, e bisogna distinguerle il tutto per essere lei anima scrupolosa.

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1688 03 05 AMBP Lettera 19 / 88 copia LXXXXIX

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

a grata ricevuta [che] mi fa dell'inviatavi immaginetta di nostra Signora, stimola maggiormente il mio cuore a gradire i suoi gradimenti non dovuti per certo a me, che mai fo bene, ma a quella serenissima Signora che tanto m'ispirò, per dimostrare a V. R. e al signor Abbate qual sia la positura dell'anime loro nel petto sacrosanto della medesima Regina; né giudichi ciò atto di presunzione, stante la dignità del deposito: perché quant'è sublime, tanto s'offr(isc)e ricettacolo universale di giusti e peccatori, e tanto vuol dire la forma di quell'anima reclinata nel petto di Maria SS.ma, cioè negli occhi sospirante peccatrice, chiedendo aiuto e perdono delli suoi peccati; nell'aggio perficiente, godendo in quel seno le materne delizie; e nella positura perfetta stando quasi scudo innanzi la madre per riparare i colpi delle sue offese, né di altro si gloriano tali anime che di essere (prima che colpiscono Dio) di quelle ferite.
Io manufeci questa immagine in tempo che il piccolo Salvatore stava nella dolce carcaretta di sua madre poco prima del suo Natale, ove di proposito quest'anima stando al di fuori nel grembo di quella poté dirsi suo scudo e antemurale, e pensava io all'ora comunicare sopra ciò più dilatati sensi se non mi havesse impedito quel timore, che giudicando atto superfluo tal donarello anco fino adesso mi ha fatto temere; ora però perché V. R. non seconda anzi caccia da me questo timore con i suoi gradimenti vorrei esporle qui un lavoro più sublime e un disegno più dilettevole, non manufatto degli uomini ma del divino amore, quale avendolo impresso con deifico sapere nel medesimo cuor di Dio l'esposi alla vista di una creatura acciò lo seguisse con l'opere: secundum exemplar, senta in brevità; era costei agitatissima un giorno non dico di vari, ma d'infiniti pensieri, a segno che Signore (spasimando disse) se il mio cuore fosse mare, non dibatteria tant'onde quanto fluttua pensieri.
Ohimè: infixa sum in limo profundi, e però spiega ti prego qualche vela di pietà per solcar l'anima mia di questo mar che l'affoga.
Ma perché il pelago era intorbidato da quel spiritus procellarum l'improcellò fin al fondo in un insolcabile pensiero di sospezione, sospettandosi delusa non di materia terrena che sarebbe stata di nessuna briga, ma di certo ben dell'anima giudicandolo non reale in una certa persona; importanza sì grande che menava malissime conseguenze, né era modo di spicciarlo perché per ogni congiuntura più l'inviluppava il demonio, e di tal sorte che intromettendosi questo anche nell'esali faceva quella dicesse senza saper che dire: o' utinam corda fuissent fenestrata, ed era per morire tanto la corrodeva l'ansia per la busca di qualche cordiale apertura, non trovandosi al mondo né cuore aperto né petto fenestrato.
mio Dio diceva: fac mecum signum in bonum, ut videant qui oderunt me et confundantur, quoniam etc. e ridotta quasi errante con gli occhi, e con la mente per un tal contrassegno intese una voce che appropriando a sé le parole di Davide disse: in me sunt vota tua; ove ella agitata rispose e girando gli occhi quasi per cercar la voce si abbatté con l'immagine di un Crocifisso, fissando non con le luci corporali ma con quelle della mente la desiderata finestra nel suo SS.mo costato, standovi come prospiciens per cancellos il suo saltante cuore.
Ed oh cui dir potrà l'ammirabile viste di questa: Janua Coeli e l'amanti risalti di sì fenestrato oggetto, n'hai visto oh mondo carcerati amanti, oh ritenuti affetti, per certo che sì mai sen' vide come il mio Signore, che non potendo slanciarsi fuori di quel buchetto uscendo fuor di sé disse alla spettatrice che per ascender languiva: ascende superius, attraendola con ciò in esso per l'apertura di quel finestrino, ove qual nidificante colomba: in foraminibus petrae che erat Christus produsse più elevate notizie prelucidandola il dilettissimo socio, non solo della sua unità nel cielo ma di quella sua nel Calvario, in cui unicamente aprì quella finestra d'amore non per secondare la curiosità di Seneca che sospirò come sopra disse: o' utinam etc., ma per sborsare da questa apertura con il prezzo della redenzione una amorosa evidenza all'anima, standone così intrinsecamente preso d'amor che non potendola vedere tenendo in croce, serrate le luci aprì per mirarla quest'occhio cordiale che tiene nel cuore, per dove dopo singolarissimi lumi regredendo al basso quest'anima con uno umilissimo deietto la lasciò ammirata se della sua unità nel cielo (di che totalmente si tace) pure non meno di quella del Crocifisso, solitario in croce, singolare nel petto, e unico nell'amore, oh vera dunque: una et summa Deitas sancta et una unitas, che se il mio esemplare è questo io devo unicamente seguirlo singolarmente cercarlo e incomparabilmente amarlo. E lei, fratello, che dice di sì impareggiabile oggetto, unico nel cielo e solo nel Calvario, ne sono forse al mondo, lei che l'ha camminato a cuori aperti e petti finestrati, ne incontrò mai per costì amanti sì diffusi che si stemperano i petti? ah unico bene: quis ut Deus, nessun' per certo: sicut Deus noster, e però io che pazzamente e fuor di lui: in omnibus requiem quaesivi posso assicurarla che solo ritrovandola in esso: in haereditate Domini morabor che sono i divinissimi esempi ignominie e croci per posterità lasciate; qui caro fratello l'invito se è afflitto, gravato ed oppresso non havendogli il sacro testatore lasciato alli ricchi sublimi e felici del mondo, ma: qui laboratis et onerati estis qui son le sue ricchezze e nostre fortune ove io adorando i sacri depositi di questi qual sono le sue ferite dirò con ogni prontezza il suo domandato: pater noster che se lei dirà per me una reciproca Ave Maria spero ambedue vivremo tra le piaghe del figlio e petto della madre che sono i due oggetti da me rappresentati uno con l'ago e l'altro in questo foglio acciò per il visibile, all'invisibile ci perfezioniamo. E di quello mi dice di Giulio Maria io sono secondo i suoi sensi, e ringrazio Dio che circa il punto della astrologia mi die[de] tal lume che io gli risposi secondo le sue parole, e perché il figliolo è quanto attaccato alle scienze, tanto docile ai consigli, non bisognò altro per lasciare questa sua inclinazione, e mai più l'ha ripigliata dopo tale ricordo, ma sentita pena, e che amara vita passa egli è di una qualità che difficilmente lo conosce chi non lo pratica, il mondo lo stima, disapplicato, posato e assai flemmatico, ma chi lo conosce lo vede assai contrario, tra i quali opposti a me par fosse né generalmente freddo, né generalmente spiritoso, essendo un fuoco ove inclina e un ghiaccio ove non genia, parlategli di governo, ragione di stato ed altro che egli diviene di marmo, e nel medesimo punto toccategli novità, scienze ed anima che sopramodo si accalora, né sa ritenersi nel termine degli studi generali bisognandogli sempre l'impiego di qualche sua particolare inclinazione, ed è per natura tanto irritenibile in queste applicazioni di mente che mena una vita insodisfattissima venendogli quasi tutti disapprovati questi suoi studi e inclinazioni essendo contro la sua vocazione o per dir meglio contro stato, quale è affatto contrario della medesima sua vocazione, in somma egli vive come un pieno torrente che trovando argine per tutto si acquedotta ove trova la corrente, e se sapesse il poverino quanto studi a sua inclinazione ha indagato non lo crederebbe sempre riportandone invece di progresso disapprovature e ritenghi, ma alla fine non so se per sboccamento di questo suo naturale o per divina ispirazione: optimam partem elegit dandosi ad una vita meno scolastica che cristiana, ed è tanto timoroso e aggiustato di passo che confidando il suo interno ad una padre gesuita, questo stupito delli suoi buonissimi sentimenti disse che sarà un homo che darà assai che fare al mondo, né volle dir altro per essere fedele a chi haveva promesso segretezza, e a me così sembra il principio, ma che vuol fare, egli è figliolo e parmi portasse nello spirito l'indole della natura quale essendo in esso curiosissima lo tira fuor di modo nel punto della sua predestinazione, sopra di che s'appassiona tanto il poverino che lo trasmette affatto fuori d'ogni contento, e il dubbio di salvarsi congiunto insieme con l'immaturità degli anni e inespertezza dello spirito lo rende spasimante confessando per un inferno con tal pericolo il mondo, né vuol fermarvisi se prima non s'accerta la via di salvarsi per il che sproposita (come per la sua acclusa vedrà) anco nelle domande.
Oh che affanno ci reca, veda semplicità, tanti gran spiriti al mondo (io le dico) s'han consumato in pianto, amara vita e stento per accertar tal dubbio sempre dicendo: nescit homo an odio an amore dignus sit, e tu frasca di niente non vuoi soffrire e muori volendo la certezza della sua salvazione, e similmente tutte siamo stracche per quietarlo, ma lui sempre risponde: signora zia m'accerti altrimenti muoio e questo patibolo maggiore lo patisce suor Maria Serafica ch'è la sua vera mamma a cui è diretta l'acclusa, e tutto ciò a me la stima il cuore poiché entra in certe pressure, e delicati pensieri che non vorrebbe essere al mondo. Iddio l'aiuti carissimo, e pure noi il poco che valgono le nostre orazioni, egli è carne nostra e figlio del nostro carissimo Ferdinando, ma il maggior motivo si è l'essere creatura di quel Dio che ci fe[ce] dire: carnem tuam ne despexeris, onde lo faremo per ragione umana e per compiacenza divina.
Sento poi con mia confusione e contento i favori le fa il signor Abbate, né occorre difficoltà per crederlo trovandomi io parimente confusa per l'abbondanza di quello, gli dica quando egli tanto la soprafà di esse che lei è mio fratello, forse con la ricordanza di tal demerito i suoi favori si moderassero alquanto, ma ciò non creda poiché havendogli io dimostrato e rimostrato a tal fine la mia indegnità egli più che mai insisté con la sua carità, essendo essa della giusta indole di quel Dio che: humilia respicit, habbiamo dunque pazienza in portare il favorito peso di tanto grande obbligo, poiché gente sì giusta sempre occorre la più misera, nostro Signore guardi il signor Abbate quando desidero mio fratello quanto bramo e l'uno e l'altro lascio e conservo nel petto della SS.ma Vergine e nel seno divino, Palma a dì 5 Marzo 1688.

sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. Ricevo la lettera del signor Abbate e non so se vi bisogna replica, mi lasci pensarvi un poco, e se bisognerà scriverò con la seguente posta, perché non vorrei essere molesta più del bisogno, mi faccia a carità accertarmi del suo gusto o disgusto nelle mie lettere, perché l'occhio che guarda accerta la verità più dell'assente.

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1688 07 06 AMBP Lettera 57 / 88 autog.

 

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

arissimo fratello, ricevo una sua senz'altro per me e per V. R., ma per solo motivo di carità verso una afflittissima signora, ch'è il meglio si possa havere per amor di quel Dio che pospose se stesso al bene del peccatore. Ond'io con ogni prontezza oggi mi dimostro sua seguace, poiché stando in pensiero di comunicarle qualche mio urgentissimo bisogno in ordine al mio interno volentieri lo tralascio, o lo pospongo per dare il tempo (quale è brevissimo per la venuta dell'ordinario) alla inclusa lettera di questa signora. Io glie la invio ma non risolutamente per darla perché la licenza di Monsignore è che io possa rispondere alle lettere sue e a quelle [che] mi vengono per le sue mani, ma non so se s'intende per questa signora che tutto che m'habbia scritto molto tempo e non mi ricordo se mi capitò la sua lettera per mano sua, e se questa può passare per risposta di quella.
Veda come si può fare senza scrupolo che io rimetto il tutto al suo parere, almeno costì vi è il signor Abbate che con più sicurtà potrà presupporre la volontà di Monsignore, altrimenti la butti nel fuoco che l'obbedienza renderà per essa più efficace la mia benché indegna orazione, e preghi Dio, carissimo fratello, che io possa mettere in effetto il mio su cennato ricorso almeno per via di comunicazione, il quale benché adesso io lascio per il sudetto buon fine, non di meno la causa principale è una penosa irrisoluzione che a capo di più mesi d'ogni piccolo impedimento mi lascio impedire, né so a chi [in]fastidirne, quando scrivo ad uno mi sospendo parendomi meglio comunicarlo all'altro, e quanto scrivo questo mi pento e mi resto parendomi meglio di dirlo al primo, e mi passa la vita senza farlo all'uno e all'altro.
Ma l'altro ieri finalmente proposi effettuarlo con chi mi scriverà il primo, ed hebbi sommo gusto d'essere stato V. R. perché principiando quasi a sentire le mie miserie, mai ne sarà tanto noiato come dovrebbero essere coloro che senza una ardente carità non sarebbero più per soffrirmi, Dio Signore nostro dia fine a tanti guai che sariano giochi se non tirassero l'eterni: a penis inferni libera nos Domine.
Mi rallegro poi e sopra ogni maniera goda che la sento in esalo, in quanto al corpo è diffuso in qualche esercizio di carità in aiuto del prossimo, lo faccia maggiormente fino al fine che sarà sommo il giovamento spirituale e corporale, sopra di che con straordinaria ardenza io non so restare di raccomandarla al Signore, e sono tanto intenta in questo come altro pensiero non vi fosse in causa mia, Iddio la pigli per sé perché io cerco spuntarla con San Paolo dicendo: vivo ego iam non ego vivit vero in me Christus e Dio volesse che tutto il mondo abbandonasse il tutto nelle sacre braccia del faccendiere Cristo.
Io in questo la lascio per riposare nel tempo e nell'eterno; Maria Lanceata sta ancora confinata nel letto e con qualche mio scrupolo, perché essendosi il giorno di Pentecoste rappresentato Dio nel mio intendimento non in fiamme di fuoco ma di sdegno contro i peccati del mondo, e con un Jus così ragionevole della sua lodabile giustizia, io non per ritenerla anzi per darle pabulo tanto giusta mi parve l'offersi la consumazione del mio spirito, e nella parte carnale quella dei miei parenti, e in atto la maggior penalità della nostra inferma per cui stava in atto pregando, cui di quel punto in poi peggiorò di tal modo che non solo nel medesimo giorno si coricò aggravatissima in letto (dal quale in questo giorno si era alzata) ma diede in pericoli d'etescia mortale, cosa a me di tanto scrupolo parendomi dovesse ritrarre sopra me tutta l'offerta che con replicate suppliche me l'ho incaricato tutta, e pare Dio non l'habbia escluso perché l'inferma è quasi totalmente buona. Questo è negozio lungo, ed è tanto giusto assecondabile e dovuto l'essenziale ed effetto dello sdegno divino che poco sarebbe dargli per esca un mondo, egli bensì lo riceva per pabulo del suo amore che non è meno attributo delle perfezioni divine, e per fine la lascio e replicatamente la saluto.
Palma a dì 6 Luglio 1688.

Sua sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]

P.S. Nel sopra scritto della lettera inclusa non vi è il titolo di D. perché né V. R. lo dice, dicendo solo che si chiama, né io so se costì si usa, se bisogna nel vacuo lasciato aggiungetelo di mano propria.

Indice delle lettere

 

1688 08 22 AMBP Lettera 70 / 88 autog.

 

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

pero che la sua carità non voglia [in]fastidirsi del mio lastimevole stato, in cui più d'ogni solita pressura fo miserabile dimora, la causa fu il sentimento accadutomi nella solennità di Pentecoste giorno 5 di Giugno, il quale essendo esaminato dal Padre Pietro Attardo nella città di Girgenti mi scrive l'acclusa lettera, percependo io da essa mille infuocati inferni per ogni parola, e benché da principio essa non condanna specificatamente, non di meno disapprovando l'effetti qual furono le mie preghiere pure disapprova la causa non potendo una buona radice produrre frutti sì pessimi, di che data in precipizio tutta la macchina, io sono caduta in un fosso che sembra non vi potesse uscire humana creatura.
Ohimè carissimo fratello, è conflitto mai provato, né lingua lo può esprimere essendo occulto ed ignoto, fu lettera questa, o cedola di condanna? mi scrisse, mi confuse, e poi disparve, e il suo silenzio dopo la mia risposta (in cui mi confessavo ingannata come lui diceva) mi fu peggior conferma della prima, perché se tale egli non m'intendeva avrebbe fatto la carità di replicarmi per to[glie]rmi da quell'inferno che secondo gli scrissi l'anima mia sta patendo, in cui peno carissimo orribili tormenti nello spirito nella coscienza e d'ogni maniera, che se io li volessi distinguere non saria per finire, in somma tra essi io muoio, non so dirle, mi confondo, se sono deste all'inquiete, al pianto, al rimorso tutte l'occorrenze di mia via stimandosi ogni mio sentimento non vero, falso, diabolico, illuso, perché non differendo lo spirito del suddetto sentimento niente di ogn'altro passato, se è falso l'uno sarà falsissimo ogn'altro pensiero di tant'angustia, che oltre al darmi invece di un Dio un demonio, ch'è il non plus ultra d'ogni final affanno, mi tragitta in un laqueo di perduta coscienza, parendomi per quest'ultimo sentimento di haver infamato la Chiesa, esonerato i ministri, contradetto i culti, corrotto la fede, imposturato i pastori e cento e mill'altri orribilissimi mali, ed oh cuore riposa, se poi tra tante spine, io mi confesso del tutto ma con giacchi e strettezze incredibili non potendosi allargare, (per quello appresso dirò) col Padre confessore.
Onde al sentir dei sacramenti tremo, ritremo e dei patiboli li stimo parendomi dover essere io e non altri la sacrilega che descrisse, Signor che giusta pena: incidit in foveam quam fecit e però toccano a me quei castighi e lacrime prescritte per altri in quella mia scrittura.
Io ne verso è vero, e lo san quegl'occhi che appena più san guardare senza pioggia di dolore, ma non si può fare che talvolta non resti per dar la parte alla febbre, agli spasimi, alle mancanze e tutta distruzione corporale perché concorrendo a quella dello spirito la destituzione del corpo posso dire per l'uno e l'altro: circumdederunt me dolores mortis, e pericula inferni invenerunt me, ed ohimè sì gagliarde mi occorsero che non mi danno respiro nemmeno per questo esalo, perché nessun mio pensiero sento senza rimorso, e però passo a dichiarale la causa di andare sì stretta col mio Padre confessore essendo questa; egli è di un spirito tutto fervore e carità, ma così risoluto e pronto all'opera che non frappone momento in ciò che stima volontà e servizio di Dio, cosa a me di tanta ammirazione, dubbio e ritegno che per tema di non incorre[re] in qualche subita spedizione niente gli promuovo, non gli cenno, non gli dico, e li vivo da volo perché quel: dicto facto mi confonde, per il che ne sto in un altro caso più lacrimevole dal sudetto, ma volendo dire dell'incominciato dico che essendo stata costretta a darmene in colpa, benché per quanto mi astrinse la giustificazione necessaria lo trovai tanto contrario del parere del padre Attardo che a furia lo contradissi e diversamente m'impose, né io gli diedi campo di inoltrarsi più, ma astringendo le spalle e cuore dissi farò l'obbedienza.
Ma di chi io non lo so, mi struggo per ritrovarla poiché opposti sì gagliarde me ne dilungano sì fattamente che esule di tal comandi non so a chi obbedire, uno mi dice contraddite lo stimolo, l'altro lo fa seguire, e benché questo mi quieta alquanto sulla materia degl'inganni assicurandosi non esservene mi suscita maggior scompiglio di lutti, e peggio inferno ed è contro la fede innalzandosi un fiero linguaggio che contraddice un Dio di tante lingue, una causa di vari effetti, e un autor di diversi stimoli, etc.; oh fiera cosa, e pure ella non è che una sola apertura per dove entrano ogni sorte di mali sensi, di disperazione, di fuga, di bestemmia, di libertà, disubbidienza ed altri che distinti e in confuso mi lacerano infiniti, di modo che cadendo in un giacco peggio del primo provo ambe le guide due voraci penali, una contra la fede e l'altra in disperazione, concludendosi dall'uno all'altro in me una fuga sì fatta, non solo d'essi ma d'ogni creatura, che se il mio corpo havesse l'agilità dello spirito sarebbe già arrivato nel centro della terra, tanto desidera il divorzio d'ogni creatura. Ah se sentisse li miei, li tuoi accenti e moti interni vedrebbe precipitare un pesce nell'acqua, una farfalla nel fuoco e una pietra nel centro dei cristiani, lasciatemi, ite pensieri, di me non [avete] tante cure, io muoio per ansia di vedermi sepolta in un antro, scordata di ogn'uno, e sciolta d'ogni pensiero.
Caro abbandono, vero aggio e delizia di un petto cristiano, Cristo mio qual arido legno del tuo abbandonato patibolo, produce a chi l'assaggia frutti sì buoni che rendono acerbi quelli delle creature, ma perché il mio palato non è si allettato del primo, quanto è amareggiato dei secondi il Signore non esaudisce le mie brame conoscendo ancor'io che più per interesse che per distacco fuggo le creature, amarezza per me indicibile, deducendo il bene in tanto male.
Onde tal volta sospendo ancora il bene per non incorre[re] in un difetto peggiore, ma questo non va di proposito e mi è uscito fuori del passo, quale ripiglio e dico che questi discordi comandi mi rendono confusa, in modo [che] non sapendo come pregare Dio sopra il particolare impostomi dalli due Superiori, volendo uno di un modo e l'altro di un altro, che ho determinato farlo di nessun modo, sì che lasciando da me stessa l'orazione per dubbio di non disobbedire bisognando farla o di una maniera, o d'altra, solo mi ho serbato qualche orazione vocale e il SS.mo Rosario, fuori dei quali la mia bocca non si apre, né il mio cuore dice che queste brevi parole, Signore vi prego secondo la santa obbedienza e cosi mi taccio, benché ancora in questa lasciata di orazione non sento meno rimorso e conflitto, parendomi essere cosa volontaria, benché io lo fo per assecondare la santa obbedienza, resta però lo spirito senza questo nutrimento, come tra una zuffa di fiere nemiche senza cibo, privo d'armi, e senza moto, e queste sono cose che si dicono tra due parole quando le loro penalità sono tante che la minima d'esse riempirebbe più fogli, e sono vissuta in esse da venti giorni continui che mi han sembrato 20 anni, né ho speranza di finire essendo questi che ho delle prime e ultime parole, che se Dio mi dà grazia sentirne qualche una da costì, già che altro scampo non mi resta, stimo che non potendo essere prima di due mesi non mi troverà viva che sarebbe per me la consolazione più sicura. In tanto io resto pregandola a compatire tante mie e vostre noie, delle quali mai sì largamente l'havrei notificato come mai in tant'anni ho fatto, se non fosse stata la santa obbedienza che sol in questo fo sicura, e compatisca se altro non soggiungo perché secondo il tempo non sono capace d'altro, non solo dell'alieno ma anco del proprio corpo in cui sostengo la febbre, freddi tremori e sintomi grandissimi come li rumori che si fanno in strada, stand'io sì occupata nell'interno che di tal pena non mi estrae qual si sia fatica: foris, però: pugna, intus timores, provando generalmente in tutto inenarrabili affanni che per non essere attrevita non li chiamo sopra umani, ne' quali come impelagata ne resto dicendo al sommo Dio: emitte manum tuam de alto eripe me et libera me de aquis multis, ove, ancor che affogata richiamo Maria vera stella del mare acciò salvando ancor V. R. dalli procelle, dia aiuto a me nei perigli, come stimo farà con le sante orazioni, salutandola per fine in quest'ombra di morte e pelago fundale, Palma a dì 22 Agosto 1688.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

P.S. Desidererei che di quanto ho detto circa i miei direttori, non se glie ne desse notizia, affine di darvi rimedio, né per altro, non perché io intendessi dire cosa contro la loro virtù, perché anzi così hanno operato per haverla grandissima e ciò che ho detto lo direi in loro presenza, ma perché l'esperienza m'insegna che in ordine alla mia persona, più si cerca rimediare e più si rovina, essendo ciò facilissimo quando se li dà occasione di maggior dispiacere quale a me anco sarebbe grandissimo.
Io havrei di più notificato il sudetto al signor Abbate non essendo sopra questo tra lui e V. R. differenza nessuna, ma perché la sua lettera sta occupata di altre materie questa notizia non hebbe luogo contenendo una lettera intera; onde rimetto il tutto alla sua disposizione e al di lui volere restando nell'uno e [ne]ll'altro tutta rimessa a quello del Signore.

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1688 09 05 AMBP Lettera 73 / 88 autog.

 

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


icevo con mia consolazione due sue in risposta delle mie e sento la grande apprensione [che] le ha fatto l'esercizio di quelle mie offerte per V. R. a Dio Signore nostro di impiegarla in cosa di suo servizio, cosa appresso me d'importanza veruna, fuor che di offrire a Dio ciò, che realmente è suo, non essendo altrimenti l'esser nostro. Che poi io abbia particolarizzato questo con offrirla al Signore in cosa di faticoso impiego è stato per effetto di umiliazione sapendo che nelle corti dei gran signori solo la gente bassa e minuta fatica, oziando per altro quella di camera, e di onore.
Oltre che sapendo io il suo irrimediabile deiettamento, più per genio bensì, che per inabilità, ho procurato offrirla a Dio come fa un amico all'altro, offrendogli, se non l'opera, la volontà quale Dio accetta tanto, e gradisce a tal segno, che anco per un simile desiderio ha dato il merito del martirio; così leggiamo dei Santi dalli quali io sono stata insegnata [in] questi sentimenti.
Del resto, poiché lei mi fa atterrire con impormi un diligente esame, se questi miei sono desideri dell'Angelo della luce, o di quello delle tenebre, io non pensai mai di parlare con simili dettami, ma semplicemente che se vi è pericolo di poter esser dal demonio, io revoco quanto ho detto, cancellando per sempre questo discorso; ne caverò bensì maggior considerazione nel mio parlare, come pure il mio Padre spirituale continuamente mi astringe, potendo essere appreso di mille maniere.
In tanto la prego a quietarsi sopra questo negozio, a ciò mi quieti ancor io essendo stata la causa di questo suo disturbo mi perdoni, come spero farà benignamente il Signore.
Mi trovo con qualche pentimento della lettera [che] le mandai del Padre Attardo, primo perché poteva far di meno strascinar questa faccenda, e secondo perché io ho una antica consuetudine di non mostrare mai fuor che astretta dell'obbedienza le lettere [che] mi vengono dalle persone, parendomi dovuta questa fede alta, già che loro con tanto buon cuore mi confidano i loro sentimenti, il che non avendo osservato in questa occasione mi crucia un prolisso e interno sentimento, e maggiormente mi affligge per vedermi quasi astretta a mandarle questa seconda, senza la quale resterebbe imperfetta la notizia, se io ho fatto errore mi faccia la carità avvisarmelo che io sono pronta all'emenda, l'effetto poiché in me ha cagionato questa seconda lettera è stato alquanto consolatorio in quanto agl'inganni del demonio, benché circa il punto dell'orazione dicendo egli il medesimo io resto come prima, cioè, tra il dispari comando dell'uno e l'altro direttore, quali camminano senza speranza di aggiustarsi, non sapendo il Padre Attardo il disparere del Padre confessore che continua il suo comando, spero bensì qualche provvidenza di Dio o almeno che passerà questa come hanno passato tante altre afflizioni.
Trovai nella sua lettera una figurina quale mi è stata gratissima, e maggiormente per osservare in essa segni di guerra e di vittoria, essendovi un santo romito quasi in bocca di un smisurato Dragone, che mostra la fiera lotta di questo mondo, e un altro circondato di bellissime palme denotando le vittorie, riflessione a me sì profittevole per non dir necessaria per le mie fierezze interne che non posso restare di gradirle sopra modo, anzi di ricompensarle con mandare a voi che ne siete stato il datore, una pari figurina del glorioso Patriarca San Giuseppe, per essere il santo del suo nome ed io lo ho lavorato per mio deviamento spirituale, a motivo del suo affetto come pure santo lo tengo verso il signor Abbate, sperando con un altra somigliante figurina svegliarlo a maggior fervore verso questo santo, già che per una sua per via di Monsignore, mi dà motivo di infervorarlo di questo santo glorioso vecchierello.Onde io per la medesima strada l'invierò questa figurina, e non lo fo con la circostanza di rimetterlo a voi come feci la volta passata con una simile figurina perché bisogna essere per la strada suddetta, e per non aver avuto V. R. nella volta che dico difficoltà nessuna, e per quello tocca a V. R. bisogna compatirmi se io non incontro il suo gusto anco in questo piccolo dono, che servirà per raccomandarmi una sola volta al medesimo santo a ciò mi dia buona morte essendone speciale avvocato, così ancor io pregherò per lei e per ogni altra sua necessità e particolarmente lo farò a Dio benedetto e sua Madre SS.ma, a ciò dia quiete a Roma e vera obbedienza a Francia, da cui dipende l'atto della giustizia o della misericordia di Dio sopra la Chiesa, tra le quali si continua in bilancia, e preghiamo ancora per questa viva guerra tra i cristiani e turchi, contro i quali benché vi sia qualche vittoria sono però più gl'esiti che gl'acquisti, quali non possono totalmente essere se non vi è forza di lungamente perdurarla, ed io vorrei la Chiesa tenesse per mano le forze per ciò che le potesse avvenire in casa propria, ma rida di queste cose, già che parla di guerra chi ne meno sa filare, e con questo devoto riso contenta finisco e di vero cuore la saluto. Palma a dì 5 Settembre 1688.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]

Indice delle lettere

 


1688 09 26 AMBP Lettera 80 / 88 autog.

 

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

icevo con la solita consolazione una sua lettera del 24 di Agosto, e tutto che non vi fosse bisogno di replica per essere risposta di 2 mie, risolvo farla per chiarirle della verità circa il suo pensiero, di ritirasi in qualche piccola casetta della sua religione, benché al presente le stia quasi scemato, io è vero che non pensavo a questo, ma nemmeno lo ho errato pensando sempre in quello spero che sia, e non a questo negozio che forse non avrà effetto, che se lo avrà io dubito non incontrerà con più facilità in quello [che] va fuggendo ritrovando alla fine qualche oneroso carico invece di ritiro; del resto diciamo tanto, per quello io penso, quanto per quello lei: cogitate: vias tuas Domine demostra mihi et semitas tuas edoce me, in quanto poi lei dice che non specificò il negozio a ciò l'orazioni fatte per esso fossero pure e senza macchia di passione.
Io non trovo in questo ove la passione possa subentrare, perché quando V. R. è lontano da noi fin a Roma poco importa se vi sarà altrettanto, anzi che anco la sua venuta in Palma, se Dio la disponesse, né meno mi apporterebbe passione nessuna, e tutto che non vi è altra cosa che più di questa mi consolerebbe al mondo, nulla di meno una chiusa d'occhi considerandone il fine il quale amareggia l'antecedente d'ogni consolazione me ne spisa, in modo che né meno lo desidero, fuor che per qualche utile e urgentissimo bisogno, quale già giornalmente si va a tutta forza dimostrando nelle estrema necessità tiene della sua persona questo povero figliolo, che per non poter venire in casa sua quasi si va disperando. Oggi per tal causa è venuto di Aragona il padre Desiderio, e appena era arrivato e detto Messa, che fu di nuovo richiamato, perché quando questo povero figliolo vede alcuno di Casa sua come vedesse l'unico suo esalo.
Oltre che con i vecchi vi tiene gran naturalezza e non li allontanerebbe mai, ma per tornare a quello [che] diceva, con ogni fede la assicuro che se è cercato non è per leggerezza, né meno ho pensato di dire per questa sua venuta quando altre volte le ho consigliato l'applicarsi al bene del prossimo che troppo sarebbe stato consiglio interessato, tra l'altro se le consiglierei questa carità, quasi bagatella essendo essa un semplice passo e non termine di maggiori importanze, alle quali se Dio la ha destinato non potrà contraddire, la maggiore dei quali essendo l'amar di Dio, a questo per fine la persuado a farlo con tutte le forze, mente e cuore, per questo io continuamente prego per V. R. come la prego a farlo qualche volta per me dicendo al Signore: vias iniquitatis amove a me, e altre: in via tua vivifica me, perché di ambedue i modi lì cammino languendo quasi inferma, e malignando come iniqua, che se l'una mi conduce a morte l'altra all'inferno, nel di cui precipizio: Domine (l'anima mia grida) periculum meum manibus meis est adiuva me solitariam, ed oh solitudine solo mi aiuti, circondata di gente, angustie e pericoli, e del mio stato non la particolarizzo altro essendo quello che per mie lettere le ho detto. Io sto non tanto bene di salute e però prima di mancarmi totalmente spero fra breve entrare nella solitudine annuale, benché mi hanno dilungato l'entrata altri otto giorni i Superiori, e di ogni tempo che sia mi ricorderò di lei straordinariamente, e la prego che mi ricordi all'orazioni del Padre Vitale a cui riverisco, perché sì come nei morbi straordinari si chiamano medici insoliti, così in questo tempo di mio straordinario pericolo ed afflizione devo ricorrere ai massimi direttori, egli da tali mi benedica e mi raccomandi al Signore.
L'acclusa lettera è del signor Abbate, e la assicuro che per quello mi scrive la ama più che da fratello, lo remuneri Dio perché l'opere nostre non valgono, in tanto la saluto lasciandola sotto la protezione della Vergine SS.ma pregandola che la santifichi e conservi, e resto oggi dopo scritta questa è venuta una sua lettera con i suoi sentimenti, circa la sua venuta giudicando non farla fino dopo il casamento di Giulio come tutte confermiamo; onde si quieti sopra questo come ancora noi procureremo di quietare il figliolo, la di cui venuta annuale sarà fra breve, e Dio ci dia pace perché troppo si affligge il povero figliolo. Palma 26 Settembre 1688.

Sua sorella indegna
Maria Crocifissa [della Concezione]

 

Indice delle lettere

 

 

1688 10 18 AMBP Lettera 86 / 88 CII

 

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

arissimo in Gesù Cristo fratello, ricevo come venuta dal cielo la sua lettera, e maggiormente i suoi umilissimi dettami, consistenti in tre punti. Primo, di cacciarmi dall'anima ogni ansia di sicurezza in materie di lumi. Secondo, stimarmi in buona coscienza, quanto questi sono senza finzione, e riferiti con schiettezza. E terzo, rimetterli tutti nel parere del Direttore, a cui mi devo uniformare; sopra i quali, V. R., carissimo fratello, mi avete dato un grand'ozio, non trovando io niente da fare.
Primo, io sono stata sempre per naturalezza, bensì tanto nemica di avanzarmi in queste cose, che mi dispiace esser morto il mio unico Padre spirituale, che avendomi diretto per il corso di anni vent'otto, potrebbe dire quando mai in queste occorrenze io gli abbia discorso, né per ansia di sicurezza, né per cosa nessuna. Perché avendogli io detto la prima volta, che mi occorsero, a ciò che occorrendo casi irreprensibili me l'avvisasse, e correggesse per io emendarli, mai più di tali materie gli discorsi: e se altre due volte egli me ne uscì discorso per mera urgenza, furono le mie risposte sì asciutte, che mi ordinò le rispondessi in un polisino per averne soddisfazione, ne so far di meno, tanto è spensierato il mio cuore, senza ammettere pensiero di sicurtà, o cosa veruna. E della medesima forma, anzi con maggior rigore, seguito col Direttore presente, a cui né meno ho fatto la domanda suddetta, come una volta per sempre feci col passato, supponendo la faccia egli senza mio intervento.
E questo sopimento estrinseco è figura di quello interno, ove dopo di aver consegnato tutto, ne sto così spensierata, che il medesimo giorno ne perdo il pensiero. E la sicurtà, che dite, in me non ha urgenza alcuna; perché questi sentimenti, tutto che fossero veri, giovano una paglia quando non corrispondono. Se l'ho, non mi santificano; se non l'ho, non me ne contristo, sapendo non esservi sicurtà in questo mondo; e mentre siamo in esso, né meno vi è nei lumi del Paradiso: nunquam est securitas, neque in coelo unde cecidit Lucifer, neque in Paradiso ubi corruit Adam, neque in hoc mundo; sì che solo nella pietà di Dio io ho posto questa sicurezza.
E dopo che scrissi con straordinario inchiostro una protesta, protestando a Dio, e al mio confessore l'integrità della mia mente, e la seria volontà in non voler errare nei miei sentimenti, conformandoli tutti secondo Dio, e la nostra santa fede, talmente ebbi quiete, che mai più ne temerò. E l'angoscia, che orribilmente mi trafisse, per la lettera del Padre Attardo, non fu per mancanza, o sollecitudine di questa sicurtà, ma per una fiera decisione, che io appresi diabolica per le sue parole; cosa sì orrenda, che ne avrebbe tremato un santo. E benché adesso sia dichiarata in meglio, bastano le circostanze per darmi assai che fare. Ma passiamo via, perché il latore fa fretta.
Il secondo punto è lo stimarmi in buona coscienza, quando queste straordinarie notizie sono senza finzione. Cosa per grazia di Dio da me tanto strana, che posso dirla quasi impossibile: quid gloriaris, quasi non acceperis? sarebbe per me un gran vanto, una gloria incredibile il profetare questi lumi senza averli veduti: che io sappia di Dio, significa il Paradiso senza averlo veduto, sarebbe un'indovinare da non farsi in questo mondo tanto infimo, ed oscuro. Se lei mi scrivesse come sono l'Indie senza partirsi da Roma, oh io la stimerei più d'un indiano, mentre sa quanto ne sa un cittadino; ed io sarei una gran santa, e più d'ogni santo, se io sapessi per invenzione quanto loro fanno per pratica.
Ah fratel mio, tolgansi dal nostro credere queste impossibili finzioni, che non si può mai fingere ciò che non si può comprendere: ed io, che sono di sì vile sfera, altro non so, che quel mi vien mostrato: quid gloriaris, dunque: quasi non acceperis? Che poi circa la spiegazione si vada con qualche forma, certo è, che si finge, e si va parabolizzando; perché un purissimo spirito non potendo penetrare in selce durissima, qual'è l'intendimento umano, bisogna si venga ai ferri dei suoi proporzionati strumenti, per introdurvelo almeno per fessure. Così i miei ragguagli vanno pieni di forme, quali mai ho veduto in materie intellettive, la di cui essenza, io sono certa, che la ho e la posseggo certissima, benché circa luogo, tempo, ed altra circostanza, e Dio mi aiuti, se in questi arcipericoli io non vado bene, potendo incorrere negl'infernali dirupi. Né altro bastone mi porta, che la santa obbedienza, che è il terzo punto, a cui io non fo nascondiglio, oh piccola resistenza, anco a fin di gratitudine: perché di tutti i mali, che sopra me imperversano, essa sempre mi fu rifugio universale. Ed il presente per questo mi affoga; poiché per i suoi dispareri non so come la [posso] seguire.
Carissimo fratello, V. R. è assai lontano: né io so dirle gl'inviluppi, gl'intrichi, che né meno saprei dire, se fosse vicino, e però la prego a darmi quell'aiuto, che di ogni luogo si può conferire con il divin ricorso, tanto a me necessario, più che non è al corpo il respiro: e assieme con me preghi Dio a ciò mi liberi non di tormenti, che già ne sono esclusa di starne senza, ma delle sue offese, duri tiranni di questo afflitto cuore. E mi faccia piacere replicare la supplica, a ciò mi tolga di mano questa pericolosa penna, privandomi di quella materia per cui vengo costretta a maneggiarla. Ah, io ne sto in fieri travagli, non per questa, che scrivo, che è cosa di pass[aggi]o, ma per altra materia, che per altro motivo passa; la saprete appresso, benché dopo più giorni, dovendone di ogni scritto fare quattro copie, delle quali sono sì pigra, poco paziente, che scriverei un quaderno, e non copierei un foglio. Oltre che i nostri esercizi regolari sono sì copiosi, ed interrotti, che appena lasciano due ore il giorno. E qui finisco per la fretta mi viene fatta, riservando ai piedi di Dio la carità [che] mi ha conferito, della quale ringraziandola per fine, con pregare Dio la santifichi, la saluto, e lascio ai suoi piedi, Palma a dì 18 Ottobre 1688.
di V. R.

sorella, e serva indegna
Maria Crocifissa della Concezione

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1688 11 08 AMBP Lettera 93 / 88 autog.

 

Al mio carissimo fratello in Christo dilettissimo
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

icevo la sua letterina con l'espressione del vostro gradimento per la figura inviatale del glorioso San Giuseppe e spero che ai suoi piedi si ricorderà di questa povera creatura, già che colma di miserie e di benefici divini vive ingratissima col suo Creatore, cosa appresso me sì orribile che mi stimola con gran veemenza a pregare Dio per altri, e precisamente per V. R. a ciò la liberi di tanta grave miseria, io fo quanto posso, e prego per quanto valgo in suo aiuto non solo come sempre, ma di presente con speciale modo per gradimento di qualche sua fatica in mio beneficio, e glie ne ringrazio con tutto l'affetto mentre i suoi salutevoli dettami li esperimento non solo di profitto ma di mio sollievo, così parimenti confesso quelli del signor Abate a cui ancor lei da mia parte ringrazierà con umilissimo affetto; io tengo per l'uno e l'altro, spedisco le copie di un certo mio sentimento, ma lascio di mandarne perché il Padre confessore ancora non ha mandato l'originale a Monsignore, non so se fo bene a fare così perché non vorrei in questo fare alcun errore.
Io non dissi niente di ciò al signor Abate, nella sua acclusa lo dica V. R. perché mi uscì di mente, e spero forse mandarle con la seguente posta se si spedisce il Padre confessore, in tanto ancora io mi spedisco essendo già venuto l'ordinario, dispiacendomi per fine dei disturbi si dispongono tra la santità del Pontefice e potenza del Re di Francia; che si vuol fare, bisogna [che] vada così, fuoco di fresco spento facilmente si ravviva. Io stimai certo e affatto smorzato quello acceso per la controversia del franco, ma ecco già lo ravviva il soffio dell'ira di Dio rinnovato veemente dai nostri peccati: ab ira tua libera nos Domine, così replichiamo le voci come già si effettuano nel nostro monastero, per una cosa di tanta conseguenza a ciò Dio Signore nostro si degni mostrare, ma non insanguinare la spada del suo giusto furore, e delle vittorie avvisate contro il turco io mi rallegro, ma ne aspetto il fine per farlo con tutta ragione, e non avendo tempo per altro per fine la saluto lasciandola sotto il patrocinio della Madre SS.ma, che è dei buoni e rei l'unico rifugio.
Giulio Maria la saluta e domanda la benedizione e per essere affrettato del tempo non le scrive, appresso lo farà con maggiore dilazione; esso è di buonissima natura ma tra un anno ha fatto gran salto ritornando un gran cervello, e Dio l'aiuti, benché attualmente non è male, ma corre gran pericolo, e sopratutto perché in ogni modo ricusa a tutta forza il ritornare in Aragona ove vive con più timore, e però ieri mandò risoluto il Padre M. Caro a farlo sentire al Principe suo zio per lasciarlo in Palma, almeno per lungo tempo e se ne aspetta la risposta, ed è mio sommo orrore il sentirlo discorrere con una naturale baldanza di certi spropositi, nominando non so che linguaggi e proprietà che dice, Gesù (io le dico), Giulio, Giulio tu che sei polve[re] che sei pazzo, polvere, cenere che dici, e lui ne fa le risate domandandomi alla fine perdono con dire che lo fa per godere dei nostri spaventi, teme Dio non vi è dubbio e si tramuta come un cadavere quando teme di sua salute, ma questi sentimenti non sono sicuri in mano di tanti pericoli quali egli corre gravissimi se resta assoluto e solo nel dominio e lo ha parimente a gran segno sopra il sapere fin dove arriva in scienza, parlandone con qualche immoderato brio in modo che discorre con una continua latinanza; in somma pare a me che per ogni via abbia bisogno d'aiuto qual egli pure domanda con istantissime domande come ancor V. R. farà con le sue orazioni e di nuovo la saluto.
Palma, 8 Novembre 1688.

Sua sorella e serva in Cristo
Maria Crocifissa [della Concezione]

Indice delle lettere

 


1688 12 01 AMBP Lettera 96 / 88 autog.

 

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

aranno queste due righe per salutarla e compatirla della sua infermità, che parmi sia stata medicina della mia mentre quasi mi ho divertito da essa per compassione della sua, mi consolo bensì che sia cessata desiderando miglior avviso nella seguente posta.
Io ho ringraziato benché insufficientemente il signor Abbate dei favori le hanno fatto facendolo pure con me Giulio Maria perché avendo inteso le medesime cortesie vi ha voluto accompagnare anco la sua espressione, ed è tanto affezionato con V. R., noi, e tutto il monastero che non è credibile a segno che avendo dimorato in Palma circa due mesi non si ha dato un sol giorno di spasso per non allontanarsi dal nostro monastero, e per aver uscito una sola volta a caccia lo fece aprire quasi di notte tempo per sentirne nuova con l'accluso polisino, e credo gli sarà un colpo mortale la partenza per Aragona, lo raccomandi al Signore perché tiene gran sensi. Io poi volevo dirle qualche altra cosa ma il tempo mi manca e con esso il fiato che mi si preoccupa notabilmente nello stare cosi piegata, questa è la mia infermità mancandomi il respiro per non aspirarlo sempre al cielo, Iddio abbia pietà di me mentre io in penitenza gli offro questo penoso ritegno a ciò non l'abbia lungamente in questo mondo in cui pregando sempre per lei caramente la saluto.
Palma a dì 1 Dicembre 1688.

Sua sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]

Indice delle lettere

 

1688 12 18 AMBP Lettera 101 / 88 autog.

 

Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

ento i suoi affanni con tal sentimento sapendo che quasi mai ne è libero che posso dirli più che propri, benché i miei siano peggiori, e riconosco per tutti, che siamo nati per patire, e per vivere morendo, cosi ha voluto il nostro padre Adamo, e le nostre seguaci miserie per le quali anco volle morire penando un Cristo Redentore, per amor di cui la prego a darsi conforto persuadendosi, che i nostri conflitti non sono di quelli che al mondo sono i peggiori. Questi sono l'ostinate offese di Dio, ohimè: doleo super omnia offendisse te amabilem super omnia.
Ah carissimo fratello questo è il massimo dei miei conflitti, che alle volte si riduce in vivo inferno, di che non vorrei ragionarle, per non turbare la sua mente. Ma perché so che è conforto dell'afflitto aver compagno nelle pene, glie ne significherò una che è generalissima del mio cuore, e mi dispiace che la fo in tempo, che non mi posso dilatare per causa di una certa proibizione che ho manifestato al signor Abbate, con cui ho dipartito la materia, per non poterla dilungare tutta in una lettera.
Sappia dunque che io patisco nella coscienza più che mille inferni, a segno che ogni una di queste sillabe dovrebbero essere fogli per esplicarle, e questo è per causa dei miei scritti, parendomi dopo averli fatti di aver commesso un mondo di scelleragini, e di tal quantità che solo ne è capace l'inferno, e la misericordia di Dio che unicamente può perdonarle, e parmi che vivessi falsamente per la falsità di questi scritti; benché in atto di farli non intendo fare errore. In somma parendomi questa una materia d'inferno, ed io in esse un demonio, vi sento tant'orrore, che meglio mi slancerei nell'inferno, se fosse gusto di Dio che applicarmi in un tale racconto. E sto così dalla fine dell'uno fino al principio dell'altro, quale fo con quiete sino alla fine; in cui di nuovo m'inquieto come ho detto.
Nel quale inesplicabile orrore io non so dire come in me si ritirasse un nuovo inferno, per essermi imposto di scrivere una nuova relazione. La causa fu questa che avendo io manifestato al Padre Attardo per un accadimento involontario certo mio desiderio, sopra certa inquisizione egli, dopo avermi detto quello [che] Dio l'ispirò, mi disse che non essendo altro il mio inquisitore che Monsignore illustrissimo attendessi a fargliene il processo, facendo una narrativa del mio stato dal tempo, che fece l'ultima sino al presente, fuori la quale buttassi per tutto la penna, e il calamaio.
E benché questa ultima proibizione mi consolasse in modo, che potei tollerare il comando per detta narrativa sento non di meno tanto spasimo in farla, stando io nell'aborrimento suddetto che parmi ogni suo pensiero mi ritizzasse l'inferno. E benché egli mi ordinò di farla brevissima, nulla di meno io niente posso farla, niente pensarla, e per nessun modo soffrirla. Ohimè come posso io seguire tante rovine, replicare tanti errori, tanti malvagi inganni, e poi vuole che io viva, ove non posso emendare tante rovine che costringono alla perdizione, per affanno di cui io mi slancerei da qual si voglia precipizio, non che dalle mura del monastero: Domine tu scis, e lascio il resto, dei quali conflitti io non dissi niente al Padre Attardo perché lo vide in tanto gran che fare nell'arguità dei miei scritti, che non mi parve arrivargli materia di più confusione, e fu tanto la mia che nemmeno gli dimostravo difficoltà della suddetta relazione.
Onde lo dico a V. R. a ciò mi si dia qualche aiuto, come Dio me lo diede nella proibizione dello scrivere, essendo questa materia di tanto mio rimorso che è un guasta stomaco continuo che mi toglie l'appetito al bene, al vivere, e ai SS.mi Sacramenti parendomi l'esercitassi sacrilegi, e dell'orribilità delle altre croci non dico niente perché: nulla sunt graviores cruces quam mala conscienza, con che la saluto. Palma, 18 Dicembre 1688.

sua sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]

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1689 01 10 AMBP Lettera 2 / 89 autog.

 

Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

arissimo fratello, aspettavo in questa settimana qualche sua lettera secondo [quanto] mi promise la posta passata, a ciò senza moltiplicare mie lettere le avrei risposto con dirle che mi trovo pentita di averle domandato aiuto circa la narrativa le avvisai, poiché essendomi domandata con qualche fretta non mi dà tempo fin alla sua risposta, quale se non ha fatto non pigli questo fastidio, perché sarà inutile, e di mio sentimento se mi giunge dopo aver fatto detta narrativa il rimedio di non farla, così vuole Dio, poiché le cose di lontano poco o niente giovano.
Onde io in avvenire sarò più considerata in questi ricorsi tanto più che non so la sua intenzione e quella del signor Abbate su queste notizie, se le ricercano solo delle materie interne o pure di ciò mi occorre con la guida e Padre confessore, se mi farà carità di specificarla io mi regolerò secondo il loro dettame, il cuore però mi dice che sta per via qualche mia buona riprensione, perché non mi scopro col padre Attardo come fo con loro, e Dio mi faccia bugiarda a ciò non mi arrivi questa imposizione, benché io di ogni modo la farò per quanto può riuscire essendo prontissima al minimo cenno del divino volere, per permissione di cui, sa niente che il mio Padre confessore permutò in un istante in agreste le sue uve? E lo fe[ce] in tal modo che inacidisce etiam il tratto umano. Oh se io le contassi questa sua mutazione quanto per me va bene, benvenute però, anzi bene ite questi cambiamenti mentre mi fanno conoscere essere io in un essere ove: nunquam in eodem statu permanent, il che indica passaggio poiché quando l'accessione fa moto sta di lasciare.
Io sono in questo transito, e bene, per me scorrono i fiumi mentre in questa mutazione tutti si adunano a mare, oh santi affetti, ora sì che sono veri: quite ... premunt hos arctius amabis, preghi Dio che mi stabilisca in questo, e parimenti, per la nostra quiete esteriore, poiché tutto che la sorte del nostro Giulio Maria sia stimabile al mondo tirando seco l'affetto di molte persone riesce niente di meno di qualche disturbo a nostra madre e sorelle non potendosi scusare delle visite di quelle persone di qualità che vengono a visitarlo dalle città convicine.
Io grazie a Dio ne sono assente per la carità mi continua l'illustrissimo Monsignore, benché di questa ultima si sta aspettando del signor Principe di Raffadali, mi trema il cuore tutto che lo ho prevenuto con molte diligenze, e Dio ci aiuti con l'occorrenze di questo figliolo poiché per una incorreggibile passione di non voler patire la nostra separazione è cascato infermo stando in atto di partire, e oggi è il sesto delle sue accessione, né io so dire l'affettuosi spettacoli del signor Principe suo zio per tale accidente, ha mandato medici, persone che informano, Serii che vanno e vengono trovandosi per una sì fatta passione ancora esso infermo.
Oh duro campare, questo s'ammala per non voler partire, quello s'inferma perché lo vuole, vede che cose nutrisce il mondo, oggetti che infermano affetti che uccidono, solo resta il contento per l'anime staccate perché mai più viene febbre, mai più dolore per cui non ha che lasciare: cantabit vacuus coram latrone viator. A Dio dunque fratello per questo spicciato cammino, agile su fino all'arrivo del cielo, per dove la lascio e caramente saluto, Palma, 10 Gennaio 1689.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]

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1689 02 28 Lettera 12 / 89 CIV

 

Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


icevo una sua del 22 di Gennaio con mia consolazione, e solo la mia incapacità me la rende incompiuta, poiché gli aiuti, e pareri [che] mi dà sono attissimi, e bastanti per la mia quiete interiore. Io cordialmente la ringrazio, e spero farlo di vantaggio ai piedi di quel trafitto Crocifisso nostro vero remuneratore, di cui perché è il vero tempo, essendo il quaresimale, spero dall'urne sacratissime delle sue ferite ricevere per me, e per V. R. una salutare unzione. Ed oh medici santi! sacra medicina! che dice: etiam eos, qui incurabiliter peccaverunt, salvari volo, nullumque perire.
In questi dunque respiro, seguendole a dire, che l'instabilità del mio scrivere, mostrandomi ora quieta, ed ora inquietissima, è cagionata dalla sincerità con che la tratto, mostrandole il mio stato come presentemente lo provo. Che se un tempo le dissi essere quieta sopra il particolare dei miei scritti, era forse quel tempo, nel quale vi sono in sommo, che è quando li sto facendo; fuori del quale io non ho quiete; essendo stato questo il tempo, in cui inquietissima le scrissi, avendo detto la verità nell'uno e l'altro tempo. Adesso fo però, che il fatto è fatto, e Dio mi ha fatto grazia di liberarmi di questo pericoloso esercizio, altro non mi resta, che ringraziare Dio, e giubilare con mille voci, e cuori di questo gran dislaccio, avendomi con esso rotto quella occasione, che tanto mi infastidiva, lei e qualche altro, e sopra tutto il Padre Attardo, con cui non avrò altra occasione.
Benedetto tu dunque mio Dio, che: dirupisti vincula mea, tibi sacrificabo hostiam laudis. La perfezione dell'opera però stando nella perseveranza, io la prego per quanto arrivare posso: et in visceribus Jesu Christi per la durata fino a morte di questo beneficio. Primo, a ciò ne preghi Dio, e dopo a dirne qualche parola, a ciò seguissi finché sarò in vita; poiché si tratta di stabilire, e di riportare un'anima in cosa, che non è possibile che la ripigli più con pazienza. E sento tanta fragilità, che ogni lettera, che vedo la piglio con paura, temendo non sia qualche nuovo ordine del Padre Attardo. E pregate Dio ancora per questo poiché tutto il mio vivere è vizio, e spero emendarlo in questo santo tempo quaresimale, a ciò digiuni col corpo ogni mio mal sentimento e passione; nel fine del quale la prego ad avere memoria di me nelle sante visite farete in quei tenerissimi luoghi, e misteri della SS.ma passione, e particolarmente in quella piissima salita della scala santa, per ove discese, e salì la vera innocenza per essere condannata. Alti, e bassi di tanto affetto, che non so come non vi resta insassito per ammirazione l'uomo!
Oh lei felice alla vista di sì dolci spettacoli! iube me venire ad te; a ciò avvolta spiritualmente nella sua devozione possa con V. R. venerare sì adorabili misteri; ed io pure in tal tempo avrò memoria di lei nelle mie povere orazioni, pregandole per fine, che nella suddetta visita della scala santa, oltre a condurmi spiritualmente con V. R., mi tocchi l'acclusa coronetta in quei santi gradini, ove lasciò le stille del sangue il nostro Innocentissimo condannato, e gli dica ogni volta per me, e lei: trahe nos post te patientissime Jesu, a ciò tirandone di pari giogo per quella scala di dolore, arriviamo in quella di godimento; mentre io la saluto, e lascio nel cuore trafitto di Gesù Crocifisso. Palma a dì 28 Febbraio 1689
Sua serva, e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

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1689 08 30 AMBP Lettera 50 / 89 autog.

 

Al mio carissimo fratello
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


arissimo fratello più tempo è che non scrivo, e adesso lo fo brevemente per rispondere alla sua del 29 di Luglio le di cui materie essendo importantissime e universali le raccomanderemo al Signore che sa meglio fare che l'uomo dire, e per me altro tempo par non sia che di sentir San Giovanni che dice: filioli mei non diligamus verbo neque lingua sed opere et veritate, onde io osservante di ciò restringo il tutto a ciò sappia meno dire che operare.
La ringrazio assai di aver gradito la figurina dell'umile e povero Francesco, epiteti sì pregiabili quanto il Paradiso, già che furono il prezzo per comprarlo, né meno la ringrazio delle notizie mi da quasi tutte carissime, solo quella mi dispiace del sinistro accidente accaduto al signor Abbate.
Oh Dio quanto costì vanno male sicure l'ossa, che i pericoli per furia di cavalli e chi per caccia di una mosca, estremi sì distanti che conviene a voi il ponderarli perché a me cosa rappresentano, dica al signor Abbate: posuisti in nervo pedem meum, a ciò lo dica con tutto l'affetto al Signore, mentre egli con tal slogatura gli trattiene il passo e l'anima nel suo divino volere, io lo riverisco, e non gli scrivo come dovrei per compatirlo dovendogli dare questo fastidio per via di Monsignore illustrissimo da cui in questo punto sua lettera ricevo, e concludo questa lettera con la doglianza della morte del sommo Pontefice (1) come V. R. conclude la sua con l'avvisi di sua buona salute che Dio gliela conceda eterna, ed è stata tal novità la causa perché non ho scritto e perché lo fo brevemente poiché per timore della mia fragilità temo non mi faccia violenza qualche parola della materia proibita con la conseguenza di qualche deplorabile settimana come è stata la presente per avermene scappate alcune nella polisina [che] le feci la settimana passata.
Restiamo dunque fratello fin tanto si dice il: tu autem Domine di questa gran lezione o elezione pastorale, in tanto lei si tenga forte in piedi perché Dio sa dare buoni ceppi per chi troppo cammina su la propria direzione, e sugli scrupoli di coscienza ed altre fughe li corre sì pari col signor Abbate che pare stroppicate tutti in un sentiero, attenti perché dice Giob: Gressus meos dinumerasti sed parce peccatis meis, Dio sia che vi porti, la sua Madre vi giunghi al termine dei beati: Janua coeli ora pro nobis, in tanto io povera viatrice in questo sentiero la saluto con raccomandarmi al suo santo sacrificio,
Palma a dì 30 Agosto [16]89.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]

P.S. Mi dice se io sto sola in tempo di fulmini, ed io le dico che usanza fullone, 30 e quaranta sorelle tutte ci affolliamo in un cantone, e Dio guardi una si allontana, mille mani la tirano prima che scappa.
Ah che spagnato tempo: a fulgure et tempestate libera nos Domine.

(1) - Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi)

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1690 01 10 AMBP Lettera 01 / 90 copia

 

Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

arissimo fratello impedita a maggior segno della mia infermità credeva far questa la settimana entrante, ma perché per la medesima causa non mi assicuro momento risolvo fare queste poche righe per salutarla caramente e ringraziarla molto delle devote figure del Sommo Pontefice, vivo o morto che Dio feliciti; in quanto poi alla mia infermità quale posso chiamare prolissa agonia, posso dirla in stato migliore e sto pigliando il brodo ordinato da costì l'anno passato provandone né bene né male che è il migliore beneficio per me perché ogni altro medicamento mi rende peggiore; ne ho preso 4 sin ora con disposizione totale di rimettermi in tutto a quanto faranno di me volendo così Dio e i miei Superiori, né di doglia più acerba io mi posso lamentare mentre ogni una è meno dura della morte, quale io provai e provo quasi ogni notte con quelle mancanze di forze umane e divine che mai pensar si può di una amara derelizione, solo quella la conforta che patì in croce il nostro Salvatore dicendo: Deus Deus ut quid dereliquisti me. Ohimè che amare voci, chi le può sentire senza chiedere a Dio maggiori abbandoni? abbandoniamoci in esso carissimo fratello poiché i suoi esempi sono più che voci come si dice: validiora sunt exempla quam verba.
Sento poi la sua irrisoluta volontà di andare a Milano, che ancor me tiene irrisoluta, vorrei per darle esalo, e non vorrei per non metterla in pericolo, e sarò contentissima se non si esporrà a tanto per non rischiare il certo per l'incerto e vivere più sicuro, aspetti un poco carissimo fratello perché ogni excelsa veduta, e il vero San Carlo è in Paradiso, questo poco però non le faccia ombra pensandosi vicino a morire, poiché mille anni in Dio sono meno di un nulla, e questo niente che è la vita umana già spedì alla mia povera Margherita, la di cui morte accaduta la notte della santa Epifania fu a me e a tutte noi tanto sensibile per essere stata non solo mia ma di tutta la casa e monastero sviscerata nutrice che dopo la morte dei nostri padre, zio e fratello, altro non è stato maggiore il sentimento e perché procuro ridurlo in carità vi prego ad aiutarmi in questo, già che non mando respiro che non sia per suo suffragio ed è obbligo di gratitudine quello mi sprona, poiché non è credibile l'affetto con che visse e morì per nostro amore e furono l'ultimi eccessi quelli che per la mia infermità patì passando 30 notti di crudo inverno dietro la porta del nostro parlatorio in amarissimo pianto, dopo le quali tra 4 giorni santamente passò nel Signore; e consideri me come la passi sotto il peso di tanta obbligazione.
Onde non le dico altro per essere aiutata dal suo sacrificio tanto più che lei poveretta sempre si raccomandava al figlio di Roma, facendosi sentinella di tutti li peregrini per sentirne qualche nuova, e sempre l'aveva buonissime, perché oggi eravate Papa e domani Cardinale.
E per fine avrei da dirle qualche cosa di Giulio Maria, ma la forza mi manca serbandola appresso se piace a Dio, lodo bensì la lettera pensa fare al signor Principe di Aragona non tanto per altro quanto per dimostrare qualche atto sommesso, perché tanta nostra taciturnità non vorrei fosse appresa per alterigia etc.; oltre che questo signore riceve questi atti volentieri sommessi, ciò pare a me rimettendomi a V. R. con che la saluto caramente desiderando in vita le sue orazioni e dopo morte i suoi suffragi, lasciandola in tanto nelle piaghe del Signore in cui io resto.
Palma a dì 10 Gennaio 1690.

Sua serva e sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]


P. S. Ricevo la lettera del signor Abbate e non rispondo, perché non so se V. R. e lui sarete costì stando l'uno e l'altro in partenza; oh Dio, ed io quando lo farò? ohimè quanto sono dura, quanto inceppata in questa terra ferma!

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1690 02 -- AMBP Lettera 03 / 90 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

utto che questa mattina mi sia confessata a letto, per i miei pericolosi sintomi, non lascio di darle avviso del mio momentaneo miglioramento, già che la prima parola mi esce dopo di averlo, altro non è che di notificarlo presto a coloro che per carità tanto della mia pena si affliggono, la di cui passione tanto mi affligge che desidererei morire in un bosco per non cagionare tanto sentimento, tra le quali essendo V. R. a segno che il signor Abbate mi scrive, che andò seriamente da lui per sentire nuova di me. Io con qualche sforzo ricompenso i suoi passi con queste faticate righe, e lo fo con la promessa di altre seguenti se Dio mi dà forza, perché suor Maria Serafica mi disse che non avendo lei tempo, le notificassi io una novità ne occorre per due fondazioni, [che] intraprende fare il signor Principe di Raffadali, volendole in ogni modo dirigere sotto l'indirizzo e parere di nostra madre e sorella, sperandola fondatrice; una è di monache claustrate, e l'altra di ree pentite, sopra la quale di ree pentite considerate il mio cuore mettendomi alle ali tanti miei peccati, né altro le dico serbandomi appresso Dio quello [che] vuole. In tanto la saluto caramente restandomi in uno stato di tanto mio tormento che in ogni momento spiro nelle braccia della croce e della fede, adiuva me solitariam fratello carissimo, che troppo afflitta languisco. Palma, a dì Febbraio 1690.

Sua sorella
Maria Crocifissa [della Concezione]

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1690 03 02 AMBP Lettera 04 / 90 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

arissimo fratello se la vista di un Padre rallegra il cuore di un derelitto figlio, quale a me poté essere, benché figlia ingrata la vista di quel Padre celeste che lei in otto figurine mi rappresenta in figura, ohimè, pater noster qui es in coelis, Padre di pietà, genitore celeste guarda i figli (geniti) tuoi, l'esiliati tuoi figli fatti eredi di miserie, tra i quali geme il mio cuore dicendo: adveniat regnum tuum adveniat regnum tuum soggiungendo però: fiat voluntas tua sicut in coelo et in terra, ed è la conclusione fratello mio di tutti i nostri desideri dovendoli avere maggiormente della volontà del Signore, la quale essendo oggi a me favorevolissima per la consolazione [che] mi ha dato per le suddette figurine, ne ringrazio primariamente la sua pietà e dopo il suo affetto che non potendomi giovare al corpo per l'infermità [che] sostegno, mi consola lo spirito restando confortato e l'uno e l'altro, perché stando io nei languori del mio solito affanno mi divertirono molto le vostre figurine.
Onde io non so dire quanto le ho gradite e quanto glie ne ringrazio sperando farlo meglio domani, primo Venerdì di Marzo alla presenza del SS.mo Sacramento e dirò per V. R. 7 volte il: pater nostrum, in onore delle 7 parole che disse in croce il suo divino Autore, a ciò egli ne ridica altre 7 a V. R., cioè: remittuntur tibi peccata tua vade in pace, e questa temporale ed eterna nella patria beatifica, né altro si può domandare di più per che il godimento di un Dio non tiene meglio, il suo gusto l'avanza, ma egli pure è in quello poiché nessuno lo gode con suo dispiacere, diciamo dunque francamente: adveniat regnum tuum desiderando tal trasporto per infinitamente benedirlo, in tanto carissimo cacciamo con sproni questa bestia che per il sentiero del tempo a Dio ci avvicina, e perché la mia tiene una bisaccia di dolori e un altra di negligenza, grida al condottiero: gressus meos dirige secundum eloquium tuum e non lo domini altro bastone fuori del vero sentiero; in tanto fratello mio io in tal pellegrinaggio la saluto e pregole forza per il termine beato in cui, quando io le scrivo o le esalo qualche mio pensiero, provo il sollievo di un tal viandante che incontrato con un altro siedono lassi in qualche campo ameno, ove ancora io se non vi fossi aggiungerei qualche fonte di lacrime per saziare la sete di tante mie sciagure, ma perché la guida non lo permette, e vuole che arida mi parta, io lascio questa fonte nell'acquedotto del cuore, e seguito il riposo di cose indifferenti, e potranno essere l'occorrenze della fondazione [che] le dissi la settimana passata, ma perché le forze mi mancano e la lettera del fondatore si smarrì quale credeva inviarle per farla capace del tutto; altro non soggiungo che un mio pensiero sopra questo negozio, e perché urge a me sino all'anima e non permette tempo mi attentai di scriverlo al Padre Attardo, non ostante la legge inviolabile del mio silenzio, avendo quasi due anni che non gli scrivo, la quale lettera ho copiato per voi a ciò resti capace se non dei miei bisogni (quali scriverei con sangue) almeno dei miei desideri per offrirli a Dio nell'affetto, quando non fossero degni di esecuzione, e con quanta libertà l'invio a V. R. perché di un fratello che posso temere tanta timidezza mi ritiene per inviarle a Girgenti, essendone io già svezzata per urgenze maggiori, e tutto che il tempo mi stringe facendo fretta il fondatore non finisco di risolvere d'inviare al Padre suddetto la cennata manifestazione, preghi V. R. dunque per me, già che altro non mi resta, a ciò faccia la volontà del Signore. E quando la suddetta lettera non si trovasse le dico in ristretto che per la fondazione claustrata sono chiamate con espressioni incredibili una o due delle nostre sorelle, facendone viva supplica a nostra madre, a ciò le conceda per fondatrice, in tanto detto signore ha voluto il breve della nostra fondazione per fondarlo uniforme, e la fondazione della nostra Batiella per quella delle ree pentite ricercandone da qui ogni direzione spirituale e temporale, né altro soggiungo che la penna mi cade, io sto pigliando il brodo con qualche giovamento perché i sintomi non sono tanto continui né tanto mortali.
Dio le paghi la carità per esserne stato il mezzo, perché altro medicamento mai mi poté giovare ed ogni altro di qualche più potenza l'esperimento veleno, in tanto con ogni affetto la saluto e lascio nel Signore, Palma a dì 2 Marzo 1690.

Sua sorella indegna
Maria Crocifissa [della Concezione]

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1690 04 16 AMBP Lettera 05 / 90 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

icevo carissimo fratello la sua lettera, e poco dopo le figure mi mandò per via della signora zia suor Antonia, quali duplicatamente mi sono piaciute, non solo per se stesse, che sono bellissime, ma per aver che dare alle nostre monache, non essendovi cosa al mondo che maggiormente mi soddisfi quanto il dare gusto agli altri, ed esservi liberale.
Onde io la ringrazio assai di questa occasione [che] me ne da, e maggiormente glie ne ringrazierei se dietro le medesime figurine vi avesse scritto qualche sentenza (come dice) di mano sua, sapendo quanto gran stima ne fanno le nostre sorelle, ma mi compiaccio del risparmio di questa nostra fatica, quale piglierò io, benché più imperfetta, e sarà comune la gratitudine di quelle [che] le riceveranno avendola a lei per le figure, ed a me per i notamenti.
Onde a noi resta averla infinitamente a Dio per l'incessanti benefici ne fa essendo tanti, e tali, che se si conoscessero, sarebbero per rapire la nostra mente, ed io incapacissima che sono, per non confondermi di tutte, uno per giorno ne stanzio da vero, e oggi mi è toccato dire con Davide: Domine eduxisti ab inferno animam meam, salvasti me a descentibus in lacum, ohimè, e le par poco, fratello, una liberazione d'inferno, non una ma mille volte, quante attualmente con l'errore vi ho stato correndo; oh pietà di Dio, quanti ed oh, quante vi sono andate al primo errore senza ritegno, ed io al doppio di tanti anni, al cumulo di tante colpe, ancor sono in stato di eternamente goderlo, Gesù mio, che amor ti devo, quanti cuori, quante vite, quanti tormenti per corrispondenza di sì reciproco amore.
E poi ci confondiamo, fratello, dei crudi incontri, dei penosi stadi che bisognano nel breve corso della nostra salvazione, e non vede quanto Dio lo ha tirato, quanto lo ispira in eccesso con li tiracoli excelsi del suo costante amore; arda dunque il nostro petto, non delle fiamme infernali, dei quali lui ci ha liberato, ma di quelle divine del suo santo Amore: fac ut ardeat cor meum in amando Christum Deum, ut sibi complaceam, Madre SS.ma concludete le mie brame, consumate i miei eccessi accidenti al mio cuore, quali esplicare non si possono per un beneficio sì infinito, per un tempo, è stato sì inestimabile di poter ancora veder Dio, e goderlo in eterno, impossibile per altro ai miseri dannati. Oh gran vantaggio! io non so come si può piangere al mondo come l'afflitti si dolgono, i poveri si contristano tenendo quel gran valente che non l'hanno più pingui, né più felici i monarchi del mondo: Jubilate Deo omnis terra servite Domino in laetitia. Io così mi rallegro il cuore, e caccio le mie fiere mestizie, carissimo fratello, perché essendo il mio male un edificio di angustie (ed oh quanto a diluvio) spirituali, e temporali mi sono accordata col medico: lui a medicare il corpo, ed io all'anima applicando ogni uno i proporzionati rimedi per la guarigione, volesse Dio io profittassi tanto quanto il medico, poiché almeno il suo infermo vive, e la mia sta su il spirare, e questo proviene dalla qualità dei rimedi quale egli senza suo incomodo piglia dallo speziale; ed io dell'urna insoffribile della mia violenza: componendo sentimenti di allegrezza nella mia somma mestizia. Né si può far di meno per la salute eterna mentre solo i violenti rapiunt illud.
Allegramente dunque carissimo fratello, siano le nostre lacrime non indizio di pianto, ma di contento, perché oltre al suddetto il nostro Salvatore oggi soggiunge: tristitia nostra vertetur in gaudium.
Io già che sono fatta medico le farei un: recipe di mutatione d'aere, se non fosse sospetta di passione di rivederla. Ma lasciamo fare a Dio, forse l'ordinerà lui per via di necessità, non che di convenienza; in fin adesso ve ne sono l'indizi, perché le cose di nostro nipote si vanno affrettando, o con il primo, o con l'altro stabilimento, ove, V. R. sarà necessario, almeno per un buon principio, e se manca questo motivo, forse non ne mancherà qualch'altro: fiat voluntas Domini.
E perché egli di dure pietre può suscitare figli di buona generazione ha fatto che questa povera Palma che tiene l'epitaffio: inculta dulciora tra l'incultezze dei suoi estinti Padroni ha prodotto tanti avanzi, e frutti, che si può dire meglio dei tempi passati, e ciò in ogni sorte di aumenti e precisi spirituali che nell'osservare le funzioni non solo si approfitta ma si diletta la mente, vi sono gente di molto garbo e di affezionatissimo servizio che si appassionano per la terra come per la persona loro, questi né io né V. R. conosce perché sono figli di quei Padri che erano in tempo di nostro Padre cioè, li Celesti, li Paduri, li Stefani, li Vincenzi, li Schembri etc.; quali moltiplicati formano un buon popolo, e sono da stimare per la gran fratellanza [che] osservano essendo attivissimi in ogni esercizio della vita loro, sì che riducono Palma in buonissimo essere, oltre all'ecclesiastici che sono di più numero e di meglio esercizio, e in questa quaresima oltre alle quasi continue funzioni l'hanno suggellato con le fervorissime quarant'ore, tra i quali frutti si convertì una donna che si chiama pubblica, cioè credo io che abbia offeso il Signore scopertamente e questa ora si chiama rea pentita, quale mi fece vedere suor Maria Lanceata sapendo quanto io sono propensa con simile gente, e meschina mi parse devotella, ma non come credeva con due fonti di lacrime e altri mirabili segni di umiliazione. Onde la suddetta Lanceata quasi ebbe l'intento di farmi raffreddare con simile vocazione perché se io avesse a vivere così come vidi quella poco vi sarebbe che desiderare, benché questo non basta per to[glie]rmi sì forte attratto del petto perché quanti peccati, quali in me sono infiniti, tanta penitenza; onde non per questo io dismetto la mia brama di rea pentita, ma perché così vuole la santa obbedienza; l'ordine di cui esplico in altro foglio perché mi è finita la carta e la saluto,
Palma a dì 16 Aprile 1690.

Sua sorella indegna
Maria Crocifissa [della Concezione]

Indice delle lettere

 

1692 05 07 AMBP Lettera 28 / 92 copia

Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

asqua celeste V. R. bene predisse in questa ultima lettera alla signora madre, perché ella l'ebbe felicissima, il giorno di santa croce, lasciandola tutta a noi con un volo al Paradiso, e fu per lei vera croce pasquale mentre in questo giorno terzo di Maggio quando di lei si cantava: in hoc pascali gaudio depose i suoi affanni e godé i suoi trionfi, e noi che siamo restate quasi quattro Marie ai piedi di questa croce per noi dolorosa quanto per quella felice vogliamo partecipare le materie al nostro addolorato Giovanni.
Senta dunque carissimo fratello la dolce morte di nostra madre, purificata d'affanni non che di straordinarie afflizioni, ella il 2 (giorno di) Maggio lo passò in quello stato come vi significai la settimana passata, anzi con molto miglioramento come dicevano i medici, dandogli speranza di riaversi fra breve, benché ella sorridendo rispose dicendogli, dite al Principe mio nipote (che ansiava per vederla) che si tolga la speranza di vedermi perché è impossibile, e loro mi facciano grazia starmi attenti per avvisarmi dell'ultimo punto che solamente attendo, questi sorrisero come ad un passatempo e si partirono; la sera anco noi con straordinaria quiete la lasciammo fin al tempo di rivederla che fu nel seguente giorno in cui venendogli ad ore 9 sull'alba un rizzonetto di freddo con un dissenso nel petto che le impossibilitò il cibo e respiro, la rese spedita con una gagliardissima febbre, l'osservarono stupiti i medici di cosa sì improvvisa e sollecitarono i sacramenti, quali avendo compitamente ricevuti con cinque indulgenze plenarie in sensi perfetti e devoti licenziò da sé placidamente le figlie, come mai conosciuto l'avesse, mettendosi tutta nelle mani del Padre spirituale, sotto la di cui direzione assentendo con gl'occhi a tutti i suoi atti ed offerte, tra tre credi di agonia con i più lievi affanni della sua infermità ne passò placidamente al Signore nel dì 3 Maggio, giorno di santa croce, Sabato di nostra Signora e vigilia di San Felice ad ore 15.
Morte, che io posso dire sì alleggerita di affanni quanto pesante di grazie del Signore, perché se per la mancanza de' primi nemmeno scolorì il volto nell'agonia, così per le seconde viene ammirata d'insoliti contrassegni; il primo fu un reciproco affetto della mia Colomba Rosata alla sua accesa devozione [che] le portava poiché stando il suo cadavere in cella all'ora che fu vestito e ben accomodato entrò con rapido volo una colomba nella sua cella, ove era il suo cadavere venendo da quel giardino dove sta la cappelletta della Colomba Rosata, la quale colomba mai vista dimorò costantissima più tempo nella predetta cella non ostante la caccia di 2 gatti che la tramandavano.
Dopo qualche tempo senza fermarsi mai intorno al corpo fece due immediati voli uno sopra l'altare di nostra Signora del Riposo, e l'altro in quello della Concezione, ambedue frequentati dalla signora madre, e perché fu portata forzatamente in sacrestia sorvolò con tanto impeto senza posarvi che lasciò due penne, quasi non volendo posare che nella predetta cella (ma oh meraviglia) poiché essendo da questa il corpo della signora madre uscito e portato in sacrestia la colomba lo seguì stabilendosi in questa (da cui prima che vi fosse il corpo era fugata) con quella medesima stabilità come stava in cella, e vi dimorò finché facendogli per spratichezza gagliardo moto per pigliarla volò sopra il tetto estrinseco nella nostra Chiesa standovi tutto il tempo che il corpo fu insepolto, che fu da 2 giorni fin alla sepoltura senza mai più essere veduta la misteriosa colomba.
Ella era mans[uet]issima e come di abito vedovile giusto lo stato della signora, il collo e petto bianco e il resto violato o palombino, stava sulle mie ginocchia sì quieta ed immobile che mi pareva l'anima di mia madre spruzzata dalle mie lacrime e annidata nei miei dolori, quale io taccio per non attrarre i suoi, già che sono calamita d'infinite sciagure: Pater noster, Pater noster carissimo fratello, questo è quel: pan luminum che consola l'anime nostre con le chiarezze della verità, mostrate evidentissime con più segnalati favori, tra li quali non vi fu piccolo quello [che] oculatamente osserviamo nel suono del suo mortorio, poiché essendo ferventissimo per una novena continua e di tale campane che due converse le suonano e moto difficilissimo, si confuse la povera sacrestana, a segno che non potendo avere altro aiuto disse aiutatemi Signuruzza perché io muoio, alle quali parole alleggerì quel peso, e si facilitò tanto quel moto che si vanno chiamando le più inferme del monastero per suonare il mortorio, potendolo facilmente suonare con una mano, questa però nel solo mortorio perché nel resto suona con la difficoltà del medesimo peso, solo mi dispiace che tra tanto alleviamento solo il mio senso non si può sollevare, e perché la morte non diede tempo all'apparecchio del funerale essendo sortita tra 6 ore di febbre.
San Felice gradevole della sua devozione con che ogni anno le solennizzava questo giorno, le cedette la sua festa tramutandola tutta in esequie superbissime giusto l'apparecchio della sua singolarissima festa, sì che nella medesima vigilia invece del vespro si principiò il funerale con tutte quelle concorrenze di più voci di eunuchi, apparati, oratore funebre, e copiosi lumi e questa per noi fu la mai creduta festa del nostro San Felice, solo l'artificio del fuoco restò inservibile per la signora madre, forse perché fu estinto per lei quello del Purgatorio come speriamo per la misericordia di Dio; la sua sepoltura fu nella nostra comune sopra però la lapide di una di quelle, in un baule foderato di drappo secondo il dovere religioso, prima di che tutto che con 4 corrieri ad istanza comune si supplicasse Monsignore, per racchiuderla in Chiesa nella sepoltura di nostro Padre, non fu possibile ottenerla forse per dimostrare Dio altra grazia speciale poiché dopo 4 giorni della sua morte, e morte sì fluida in pienezza di petto dimorò non solo incorrotta ma senza verun segno di mollizia, bella come un angelo trattabile odorosa ed asciutta, benché per il luogo dov'è bisogna che l'interezza sia portento perché consuma anche il ferro l'umidità della nostra sepoltura, in cui godendo ella quella dolcissima requie che meritarono l'eccessi suoi dolori, anco io quieto la mia lingua lasciando in pace quanto dir dovrei della sua persona.
D. Giulio poi e D. Anna nostri nipoti sono stati due mezzi per dimostrare i tragici passi dei passaggi mondani, un giorno e una notte furono passando da chiarissimi lumi in più immediate scure, il Giovedi e Venerdì pomposi come due stelle tra le gioie, e il Sabato anneriti tra lutti e dolori, fu fuga di morte quella che li cacciò in un ritorno sì deplorabile quanto la venuta fu applaudibile.
O' munde preditor, bona cuncta promittis sed cuncta mala profers, né le dico altro delle loro angustie venuta a piangere invece di godere perché sono tante le sue sfortune quanto l'amabili modi, a segno che li chiamano comunemente i dolci unguenti delle nostre ferite, loro e particolarmente D. Anna insisteva [in] replicate ragioni di non doversi partire da Palma per non lasciare orfani i palmesi, quali a voce di pianti l'accompagnarono fino fuori la terra dicendo: signora a chi ne lasciate? ma la prudenza impedì sì subitania determinazione, ella nel medesimo giorno che morì la signora madre oltre alle finissime dimostrazioni ne scrisse due biglietti pregandone a darci licenza di restare etc., come vedrete in questa che mando piena di vero affetto, come pure hanno fatto con essa i signori suoi parenti con [in] arrivare in Aragona con affetto inaspettato; e di quello [che] ha fatto D. Giulio non potremo mai spiegarlo, perché oltre alle dolorose dimostrazioni in persona propria ordinò al Governatore con ordine scritto e solennissimo che invece della sua persona obbedissero e servissero noi nel monastero, come la signora non fosse passata al cielo, intimando alli trasgressori le pene possono dare le sue disgrazie etc. e se ne vede l'effetti con nostro incredibile disgusto perché noi nauseamo non che sgradiamo questi stuffi del mondo.
Mandò il giorno seguente del funerale la elemosina di mille Messe oltre a quelle mandate nei conventi di Girgenti, il funerale e novena è tutto di sue spese, e il nono giorno ha ordinato di farsi superbissimo e con tutte quelle ingiunte che non si sono potute fare nel primo per la brevità del tempo, in somma siamo state colmate di grazia di Dio nel temporale e nel spirituale in modo mai pensato non che mai meritato; onde resta a noi il gradirlo da Dio con un totale distacco non solo di madre già sciolta ma d'ogni predetto vincolo che il mondo offre per essa. No carissimo fratello, ma gridiamo a gran voci: dirupisti vincula mea tibi sacrificabo ostiam laudis, e questa e il nostro cuore in cielo ove è padre e madre, zio e fratello e tutto ha fatto un trasferimento. Io qui la lascio e saluto, Palma a dì 7 Maggio 1692.

[sua sorella]
Maria Crocifissa della Concezione]

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1692 06 23 AMBP Lettera 13 / 92 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

o non so come ogni settimana: versus est in luctum chorus noster, e si permuta in pianto tutta quella consolazione che prima sentivamo all'arrivo delle sue lettere, sentendole ancora dire alla signora madre, dimorando lei in una regione sì lontana ove le nostre lettere [non] capitano, né le nostre notizie vi arrivano.
Oh lunga distanza, diversità infinita chi potrà simileggiare la santa gente di quel indeficiente piacere con quella interminabile delle nostre lacrime, li seduli sicurtà delle divine residenze, con l'immobili incostanze dei nostri pericoli? Oh vita, oh morte, chi ne farà paragone? In somma: beati mortui qui in Domino moriuntur, tra i quali essendo con evidentissime segni la nostra carissima madre altre lacrime non trovo che quelle di somma tenerezza per piangere i nostri lasciti e sue ereditate sciagure. Queste sono le nostre naturalezze generate da quella carne proclivissima al male e produttrice di tante pene, e volesse Dio che io fossi erede di virtù dello spirito di Dio come sono di mille naturalezze ed angustie della madre naturale, Signore mio Gesù Cristo testatore celeste che questa eredità mi lasciaste in croce, dicendo dopo il corso della tua santa vita: ita et vos faciatis, io rinunzio ogni bene, ogni sostanza naturale propria e caduca per l'investitura di una povera vita spogliata in croce d'ogni consolazione umana propria e divina.
Questa croce SS.ma del distacco terreno che mantiene l'anima distinta e sospesa sopra il loto mondano, e i tre chiodi delle nostre mortificate potenze che in essa la stabiliscono siano le prime investiture del nostro spirato Crocifisso, a ciò veri figli di Dio possiamo essere come dice San Paolo eredi: quidem Dei coheredes autem Christi, i quali veracissimi beni, e reversioni SS.me, dalla terra al cielo e dall'umano al divino consolano le nostre doglianze estinguendo la grazia e gli sfoghi della natura, così spero carissimo fratello sia rimasto il suo senso, in questo colpo acutissimo, già che più fiero non lo poteva dare il mondo, a segno che perché siamo terra tutto che il cielo pluvia mille conforti quella incessante traspira certi tra fochi e terrosi vapori che se non arrivano a far tuoni di pianti almeno incaliginano e densamente oscurano il chiaro lume delle suddette considerazioni, né altra consolazione si aspetta umanamente parlando che la vostra venuta non solo consolatoria ma realmente necessaria, perché noi spratiche del tutto abbiamo sospeso ogni determinazione circa fin al suo indirizzo, peggio però sta indeterminato D. Giulio Maria fino al medesimo indirizzo quale aspetta con tanta ansia che tra pochi giorni ha domandato più volte che nuova c'è della sua venuta, come se Roma fosse distante fino alla Alicata, e però noi abbiamo detto che si quietasse per due mesi che tanto vi bisogna per sentire la vostra risposta, mandatela presto per carità bastando per ora la sicurtà della vostra venuta perché certo è che non può essere prima della rinfrescata, per il quale tempo pure sarà la venuta di stato dei nostri nipoti, perché avendo piaciuto il paese e monastero, a D. A. Maria caccia con ambe gli sproni per stabilirvisi di stato, a segno che il signor suo Padre per darle gusto le sta facendo il mobile incluso nella dote, della quale non avendone avuto niente sin ora chi le ha da dare li ha fatto a sentire che si vuole aggiustare, e sarà quanto poco tanto puntuale, e fra due mesi avremo almeno quanto potranno erigere casa, in tanto questa buona figliola più moniale che mondana anela alla licenza di potere entrare nel monastero ove etiam per genio ha lasciato il cuore, e aspetta la vostra venuta con questa doppia consolazione, né meno desidera quella di potere entrare nel monastero delli 7 Angeli in Palermo per esserci cresciuta da quelli madri che ama quanto il cuore.
Onde non faccia che resti priva di questa consolazione, che oltre all'essere cosa spirituale non è degna di esserne esclusa per essere sì amabile umile e scrupolosa che si ha disegnato la cucina per farne la cuciniera a che viene inclinata, e quando io fui inferma mi faceva qualche cosetta ogni mattina cuocendo con le sue proprie mani arrivando a fare allo spesso cose di molta più quantità per 52 persone quante sono tutte di comunità tutte dalle mani di questa gentile cuocarella, in somma di faccia, di persona e di costume non si può meglio desiderare; onde noi vorremmo che la quantità della carta e nacchari potrà essere quanto ne [ri]entra in quelli denari secondariamente mandati per comprarsi di nuovo le cose di cera, le quali se in queste si troveranno spese per essersi forse le prime trovate guastate, le manderà appresso secondo l'avvisi che manda.
[ Palma a dì 23 Giugno 1692]

[sua sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

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1692 07 21 AMBP Lettera 15 / 92 copia

Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

edo per la carissima sua del 21 di Giugno il mare magno della vostra malinconia che V. R. chiama svogliamento del mondo, il che io non nego, benché pure conosco che alle volte è puro effetto della natura cagionato di contrarietà, o di umore malinconico quello che appare totalmente prodotto dallo spirito; carissimo fratello [ciò che] prova adesso è il nostro vivere sì nauseante del mondo, quando non assaggiamo in esso altro che amarore, all'ora sì quando eravamo meno afflitti e più consolati per la vita di nostra madre, era tempo di dire: Eripe me, poiché oltre all'offerta di una vera consolazione, ove sono accomodi e contenti non commora Dio, e nel monte Tabor egli numerò i momenti, ma sulla croce la dilungò tanto che etiam morto fino alla sera non vi era modo di seppellire.
Oh avidezza di Dio di una vita scontenta, umile e disprezzata che non potendola quasi tirare più oltre, dovendo come uomo morire, la continua non meno nell'avvilito sacramento, in cui serrato in un buco, sottoposto a ferramenti, soggetto al sacerdote, imboccato tra le salive fetenti, coperto di vile seta escrementata di vermi, contenuto di metalli duri di cuore di miniere si espone di notte e giorno alla condotta di vilissimi infermi nell'ospedale, nei tuguri, e vilissime botteghe.
Oh vita di Gesù Cristo sopravvissuta per ansia di patimento in questa vilissima mostra fin al giudizio finale! e noi per la minima parte dei suoi patimenti gridiamo: Eripe me Eripe me, quando dovremmo alla misura dei nostri affanni desiderare più lunghi giorni per dire con coppia sì santa: cum ipso sum in tribulatione, fate sì carissimo fratello che il fuoco di tanto esempio estingua affatto i vostri avviliti desii, e dica almeno: fiat voluntas Domini. Noi cosi pure diremo per la sua fredda venuta perché poca speranza ne dà arrivando all'afflitte afflizioni, questa non cerchiamo per sola consolazione, perché per questo motivo tanti anni mai la ricercassimo, ma per mera necessità e indirizzo di quelle spratiche figliole inespertissime al governo a segno che quelli 4 giorni vi dimorarono fino molti sgarbi, essendo senso comune che non devono ritornare senza l'assistenza del Padre D. Giuseppe.
Del resto che V. R. così dispone faremo un fascio di tante maggiori tribolazioni quanto l'ingrossa questa sua freddezza, noi la taceremo in Aragona perché stante il di loro senso non le dà l'animo di darle questo avviso, e buono è che stanno con questa aspettativa, loro sempre la salutano come io fo con le sorelle pregandola a dare cura alla sua salute, già che altro conforto non ne resta al mondo che di un fratello lontano, Dio la guardi carissimo fratello in cui la lascio e saluto,
Palma a dì 21 Luglio 1692.

[Sua sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

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1692 10 26 AMBP Lettera 24 / 92 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare



Jesus + Maria

rima che altra cosa m'impedisca, applico in questa l'ora brevissima di questo disoccupato tempo, e già che per me è sì oneroso che posso dirlo corso assai grave importabile e confuso prendo con V. R. questo esalo e sospirando dico, oh giorni miei troppo afflitti, quando mai finiranno i miei deplorabili tempi? muoio in essi ohimè, spasimo, crucio, mio carissimo fratello, mi dia aiuto, come lo darebbe ad una creatura dolente nel fondo orribile di un ardente Purgatorio, né io posso dir altro dei miei più crudi tormenti, quanto dirle in ristretto che io bramo, desidero un ardente buco, una fessura oscurissima del santo Purgatorio.
Ohimè: quis mihi det ut moriar, quis mihi det ut moriar, bagnano pur questa carta le mie lacrime a filo, temperano ormai le mie fervide angustie già che li fan bollire fuori, e di tal sorte abbondante che se V. R. fosse presente ne scorgerebbe in me una amara sorgente, la causa non è consapevole al mondo non solo per incapacità ma perché l'afflitti miei sensi sono inauditi e di uno mai creduto abbandono, odino me solo le pietre affatto insensibile e queste sono le mute pareti di questa mia solitudine unici conforti dei miei dolori, e se qualche altro ne provo nell'udito umano, lo trovo non meno indurito non dico nel conforto ma maggiormente nel credito da cui vengo non creduta non che confortata e compatita, Gesù mio quanto perse quest'anima nel perdere la tua presenza se pur non è smarrita la tua grazia perché: omnia bona venerunt mihi pariter cum illa, e senza questa si è inferocita verso me ogni creatura, chi più può dirsi disgiunzione di sangue, controversie implacabili con le medesime congiunzioni naturali, non essendovi mai pace, continui dispiaceri, e disunioni.
Crucio fratel mio, tra tante opposti che mi fugano, mi caccia fuori il sangue, mi percuotono gli affanni, e mi mandano fuor del mondo tutte le creature, se mi ritiro in me per non saper dove alloggiarmi trovo un alloggio sì oscuro, una asciuttezza sì grande di tutto ciò che fa viver e che solo l'anima vive perché è immortale, Signor mio: intus et foris che povertà, che esilio trova il mio piede, non ha, non tiene dove tenersi, onde posare e se io cadessi, come per debiltà fo più volte il giorno, bisogna mi riceva fin l'inferno perché mi ributta il mondo, e però in ogni cascata in esso m'intendo: Domus mea infernus est, e quanto in esso si chiude consideri nel mio cuore solo la speranza di uscirne e la consumazione del male, perché l'incentivi l'ho se mi dissomigliano di quel stato miserabile quale io posso dire: terra miseria est ... ubi umbra mortis et nullus ordo sed senpiternus horror inhabitat.
Nella spiuma fratel mio e nella residuata feccia si trovano tutte le lordure della cuocente pentola, principio deplorabile e fine più lacrimoso dell'uomo, come è stato il mio che nel bollore dei miei anni passato in scrupoli, infermità e travagli piansi in quei giorni la spiuma lordissima di tanti miei peccati, dopo i quali assaggiato qualche gusto con la serenità di mezzo, ecco[mi] già arrivata alla feccia se non ancora della vecchiaia almeno del mal residuato inveterato e cattivo, e questo oltre al dispiacer feccioso dispiacevole a tutte che arreca nausea e schifo, sta entro il mio corpo quasi in pentola rotta nella sanità, annerita nel concetto, fredda in se stessa, deposta per disutile, e in un angolo di cucina quasi rotto rastrello per vaso e cibo di animali, come sto io in un altro del monastero per nutrire con la mia sordida feccia le mie passioni e moti animali.
Signor mio che cosa aspetto, parmi fossi arrivata a quel punto in cui solo la morte conviene, solo questa può rendere servibile questo franto rastrello per nettare o raccogliere in esso come faceva Giob i vermi e la putredine della mia ultima consumazione, fino alla quale fratel mio faccia come fa quel Signore a cui si dice e sia: si peccavimus tui sumus.
Non indegni una sì mal condizionata sorella, una sì deposta creatura perché se con tutti i miei errori non mi sdegna la purità degli angeli, ma mi cerca e riceve con segni dolcissimi di tutte le sue miserazioni; così lei seguace dell'istesso mi riguardi fratello, mi compatisca socio, e mi aiuti cristiano, e siale questa lettera da principio a fine tutta composta di lacrime quasi confortativo nel divino della mia morte, perché la morte che termina tanti guai non è degna di pianto ma di contento, in tanto io attendo a compire questa mia vita tutta contraria di quella apparisce di fuori, tanto che questo giorno per me straordinariamente attossicata di lacrime, già mi si fanno le congratulazioni venendo stimata da tutte delle straordinarie allegre per la venuta faranno fra pochissime ore i nostri nipoti che se ne vengono per stabilirsi per sempre e porteranno alle miei cruci più recruci e tormenti, non per colpa loro, ma per la qualità mia che converto il dolce in amaro, e già che l'ho tanto, non voglio cagionarlo a V. R. parimente. Mutando discorso glie ne do buon avviso poiché prima di quello credeva già sono venuti con buona salute e meglio disposizione di attendere alla casa loro e servizio di Dio.
Palma a dì 26 Ottobre 1692.

[sua sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

P. S. È bene carissimo fratello trovarsi spedita la mia lettera, poiché la materia da V. R. raccomandata della regolarità dissoluta non può capire in carta nemmeno nel mio cuore, benché dagli occhi tramandata, sta però nel vasto risentimento di Dio come gemebonda madre che debilitata dalli propri geniti, non figli ma distruttori, li genera infermucci nei noviziati e li stabilisce incurabili nella professione; oh disgrazia dei nostri tempi, preghiamo Dio a ciò restaurata nell'una, e sciolta nell'altra possa restare sempre libera nella eredità dei buoni disereditando i cattivi; sant'Ignazio m'intende che con anticipato Spirito Santo prescrisse nella provettura, la sua professione.
Ma oh che dirà il mondo, o li contrari: mundus eum non cognovit, questo è l'interesse di Dio insinuato per lume ai supremi Prelati, i cui sensi e decreti debbonsi sentire come ex ore altissimi, a cui io umilmente prego, e V. R. caramente saluto.
Il decreto di San Giuseppe si mandò prima di sentirsi al signor Vicario generale con una comodità che non si poté trasferire, e ne desideriamo qualch'altro per il nostro monastero e clero da cui unitamente è salutato.

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1693 01 14 AMBP Lettera 01 / 93 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

i trema la mano, non solo per la mia infermità non ancora affatto guarita, ma perché sotto li piedi ne trema la terra, e pare ne ributti con li suoi terremoti e loquaci aperture: terra tremuit et quievit; ma questa volta non già perché replica, e non cessa il suo formidabile tremore. Io per me tremo con essa, e non sarei da scrivere, ma da lacrimare, perché per li miei peccati: veniunt adversa; ma suor Maria, nostra sorella, a cui tocca scrivere questa settimana, mi chiama in aiuto rendendosi insufficiente alla notizia di tanta nostra sciagura.
Sappia dunque che, Venerdì notte 9 del corrente, abbiamo avuto come un vento nell'udito che fece tremare li letti delle sorelle, quali destandosi appena l'appresero, perché siamo non pratichissime di questi mai successi avvenimenti, chi asperse la cella di acqua benedetta stimandolo demonio, chi cacciò fuori credendo qualche gatto muovesse il letto, chi una cosa, e chi altra fino alla mattina, quando s'intese per tutto esservi stato terremoto. (1)
Domenica poi, undici del medesimo, ad hore 21 replicò con una terribile tempesta di tuoni, vento, grandine e pioggia di molto spavento, oscurò siffattamente il giorno quasi totalmente oscuro, in cui seguì come un rimbombo che faceva saltare la terra sotto li piedi, e muoveva le mura con continuo movimento; le lampade di sospese mai [si] fermavano, li quadri si scuotevano, le finestre, porte ed altre aperture ribattevano, queste voci però delle creature insensibili furono poche a comparazione di quelle spaventevoli [che] facevano le creature ragionevoli. Si vide e sentì un grido generalissimo in tutto il popolo, correvano con urla di fortissimo pianto in tutte le Chiese, e come una furia di vento ne entrarono a centinaia nella nostra Chiesa; le donne si stracciavano le trecce, si battevano li petti, si percuotevano la faccia sopra li mattoni gridando pietà, misericordia; gli uomini facevano non meno buttati da capo a piedi sul pavimento, da dove vedendosi risaltare rinvigorivano le voci senza mai finire.
Oh cosa orrenda! gridava per noi quasi l'universo, uomini, donne, cielo, aria, acqua, e terra, fino alle campane [che] da loro stesse risuonavano, rimuovendosi in quel terremoto li loro campanili. Ma chi può dire il gran vantaggio di tutte le nostre più timide, più semplici e più indebolite sorelle, le quali oltre avanzando quanto ho detto, sono rimaste sfigurate e distrutte di tanti spettacoli, lacrime, digiuni, processioni e discipline, a segno tale che molte caddero una sull'altra in sincope mortali, e sono seguite febbri, deliqui, dolori, etc., che muoverebbero le più dure pietre a compassione.
Oh giusta ira di Dio! ecco qui la colpevole: iustus autem quid fecit; piangono per me tante sue creature, tanto che egli stesso ne mostra i segni, facendone a me una doppia partecipazione; era io in questo tempo, in una cava sotterranea da dieci palmi, sotto il più basso nostro pavimento, e chiamasi la cava della Colomba Rosata, per essere dietro la sua cappella, (2) quivi in remotissima parte lontana affatto dell'abitato; stava io come sepolta dietro quelle devotissime mura, quelle in un momento in quella sovversione d'aria si resero muovibili, conchiudendomi in quella angusta caverna stretta ed oscura, il pavimento mi alzava li piedi, le mura cadevano ai miei lati, e l'uni e l'altri mi ributtavano la persona.
Mi alzavo io sollecita, a questa spaventevole immobilità, per uscirne la porta, ma la ritrovai si fortemente serrata di quella ventosa tempesta, che né botte, né forze bastarono per aprirla, né la mia voce poteva sentirsi per la gran distanza del luogo sotterraneo e disabitato; ma oh provvidenza divina! oh gran misericordia! nei casi disperati, quale stando io per abbandonarmi estinta in quella cava di mobile tormento, mi si aprì lievemente la porta contro il verso di quella serratura, ma perché mi ributtava mobilmente la terra in un risalto continuo, e le mie membra per il terrore più d'essa tremavano, non poteva dare passo, non che salire la prima scala fino al primo pavimento, dovendone salire altre due e più corridori per trovare le sorelle.
Ohimè fratello, fu colpo del cielo sopra me troppo tremendo, ma non privo di pietà, poiché in quella orribile mobilità della terra (in cui ogni passo mi pareva affondasse un precipizio) mi intesi come risalire sopra essa in un ponte rilevato, passando in questa con qualche mitigazione sopra quel terremoto; arrivai insomma fino all'ultime stanze, senza mai vedere persone incontrandomi fino ad esse, le voci dei loro pianti che fecero la via per ritrovarle, crebbero alla mia vista più che mai, perché non vedendomi tra esse per molto tempo mi ricercassero, mi credevano assorbita dalla terra o di qualche altra disgrazia, e tutto che passasse più tempo in questo mio deplorabile cammino; ritrovai ancora in moto quel pavimento di nostra Signora del Riposo, (3) ove erano tutte sì dimoranti sempre la sua lampada nel quale tempo sopravvenne quella furia di popolo come sopra ho detto.
Il terremoto ha replicato più volte, ma in parte bassa o sotterranea ove io l'ho inteso è stato più terribile, a segno che nella sacrestia della Colomba Rosata, che è la prima [cosa che si] incontra di quella suddetta cava, si ritrovarono le casse cadute e rovesciate della parte davanti, e li quadri delle mura caduti per terra, la porta smurata, etc.. Benché in tutto il monastero di ciò non vi è stato segno, ed è rimasto intero, siamo noi però le meno anzi niente danneggiate, né di fabbriche, né di persone per grazia di Dio, perché altri danni e molte rovine sono state in altre parti. E delle più appresso, sono venute fra breve questi avvisi, cioè, nella Alicata è stato il terremoto assai più del nostro, nel quale cadde la cupola di sant'Angelo, sopra fortissime colonne parimente cascate, sconquassò tutta la Madre Chiesa e un'altra del Salvatore, atterrò li bastioni regi, la porta grande della città, e innumerabili case della medesima; in Girgenti buttò per terra li tetti di due monasteri, buona parte del Seminario, e aprì quasi tutta la Madre Chiesa; in Naro sfabbricò molte case, e aprì una voragine di due miglia e simili danni; Camastra si sfabbricò quasi tutta, e in tutti non vi è stato danno di persone fuorché un povero putto in questa ultima nominata, questi sono a noi li più vicini; benché dicono che altri e peggio avvisi verranno dalle lontane, né mi dà l'animo ravvisarle tutte, perché una continua voce di pianto di questo contrito popolo mi atterrisce il senso e mi stupidisce la mano.
Ieri questo popolo penitente portò dalla loro Madre Chiesa, la santa cassa del corpo di San Traspadano, l'immagine della protettrice nostra Signora del Rosario, e quella di santa Rosalia, esponendosi ancora la santa cassa del nostro glorioso San Felice, la quale processione dimostrò la nostra Palma una Ninive convertita, le loro preci furono una continua voce di pianto, il clero, confraternite e gente migliori erano vestite di penitenza, coronate di spine e corde al collo; il primo dei quali così penitente comparso fu il nipote nostro, e perché si disciplinò in pubblico, sollevò per tenerezza tanto grido nel popolo, che disciplinandosi ancor questo, mi parve per spavento essere il giorno del giudizio, li confessori assistono da mattina a sera alle confessioni, l'Arciprete assiste alla persuasione apostolica con assai profitto, e perché questi non bastano si sono chiamati religiosi dei più vicini conventi.
Tra tanto stiamo con la morte sulle labbra, perché il meno vi si pensa trema la terra, e con tanto nostro spavento ed imbecillità dei corpi, che etiam quando non è gridiamo come tremasse, perché ci vacilla la testa; in somma ogni moto, ogni fiato, io muoio e mi tramuto, e tutte siamo così, perché questa notte senza esservi moto si suscitò non so che nel popolo, e senza saper come, uscirono dalle loro case come una furia del mare portandosi in campagna a torma a torma, essendovi al nostro rimpetto sul poggio di sant'Angelo più di settecento persone, e alla fine si trovò questo fracasso senza causa e per mera apprensione. Oh Dio! oh Dio! oh pietà divina: averte iram tuam a nobis, altre voci non si sentono, e simile preci si proclamano, e le nostre sorelle stanno in tanto fervore che fanno vedere il nostro monastero come quello di San Giovanni Climaco, e una Ninive in pianto. Il giorno del terremoto, tutto che si fossero tutte generalmente comunicate, si vollero di nuovo confessare dimorando il confessore entro la nostra Chiesa sino alle tre hore, e stiamo in questa spasimevole aspettativa di qualche nuova replica come sin'hora ha fatto, benché è passato senza moto un giorno e una notte intera.
Carissimo fratello, assecondi le nostre preghi[ere], plachi Dio l'ira del Signore, e noi l'abbiamo fatto non meno per codeste parti, il dubbio di esservi stato costì, ci tiene in pena e con grandissima pressione. Avvisi presto per carità e per nostra quiete, li nostri sbigottiti nipoti consideri come siano, l'una inferma benché migliorata e l'altro afflittissimo per tante penose contingenze; sono però ambedue di stimatissima qualità, timorosi di Dio, approfittati delle croci, frequenti nei sacramenti, confessandosi per lo più ogni tre giorni; ma il nostro è tanto tenero di cuore che commette la giustizia ai buoni ministri per non poterla esercitare; ella è un poco più virile, e appena riavuta del morbo e ravvisata di tante spese diede [….] premeditano al presente per bene della casa e servizio del Signore, e vi attenderebbero di vantaggio, ma poveretti troppo li sbatte la croce, benché con loro perfezione; preghi Dio per esse, e per tutte noi nelle presenti sciagure, per le quali scusi lo sbaglio di questa carta avendone lasciato bianco mezzo foglio, perché non so che dire, e scrivo tremando, e particolarmente ora che parmi se non fu la mia testa avessi inteso certo tremito, e cento anni mi pare ne domando per accertarmene, e però finisco: Christus nobiscum, state, amen.
Palma, a di 14 Gennaio 1693.

[vostra sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

(1) Parla del terremoto che sconvolse gran parte della Sicilia;
(2) La cappella della Colomba Rosata, è ubicata a piano terra e a livello del giardino attuale del Monastero;
(3) La cappella di Nostra Signora del Riposo, si trova ubicata a piano primo vicino al coro delle monache.

 

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1693 02 05 AMBP Lettera 03 / 93 autog.

Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

icevo in questa settimana una carissima sua del tre di Gennaio,[….] altro ma d'ogni tempo benedire il Signore come per altra mia le scrissi il tempo presente, però ci diverte d'ogni altra applicazione fuorché degli spettacoli presenti, quali sono tanti e tali giornalmente se ne raccontano che parmi [la] Sicilia essere divenuta la valle di Giosafat, ove sarà l'ultimo giudizio; tali segni si sono osservati per l'occorsi terremoti, non solo in terra ma nel cielo, nel mare e tutti gl'elementi. L'aere si mostra allo spesso terroso, oscurando quasi [a] notte il giorno; il fuoco di Mongibello folgoreggia come gran tiri di cannonate le fiamme, tra delle quali distrusse in un istante tre distanti città, ove, andarono a colpire.
Il mare in qualche parte si alza più del solito, trenta e quaranta palmi, e in altre si ritira disseccando l'acque sino al centro; come accadde due miglia lontano di Malta, ove stando navigante una nave disseccarono l'acque, subbissandola fino al centro, fino al termine di sì spaventosa seccaggine; perché ritornando di nuovo l'acque la salirono di nuovo nel pristino stato, ma con tale spavento dei marinari, parendogli venire dalle più formidabili profondità del mondo, che dispensando tutta la mercanzia ai poveri, vanno per amor di Dio elemosinando, e vedesi in vederli non sembianze d'uomini ma di cadaveri attoniti; come già ne sono pieni li boschi, salvandosi in essi li pochi rimasti delle città distrutte. La nostra marina pure mostrò la sua meraviglia, mentre verso il nostro castello di Monte chiaro si ritirò quasi un miglio, ma con molta più meraviglia, perché da dove partì non lasciò arena o scogli, ma fertilissima terra a segno che possono lavorarla come la più campagna amena. (1)
In somma questi tre elementi sono state assentiti alla loro compagna terra, origine e causa di tutti li sconvolgimenti, solo io non assento alle disposizioni divine con la pretesa mia emendazione, per cui sono venuti questi deplorabili castighi; e benché Dio [si] mostra placato per intercessione di sua SS.ma Madre, essendo più di 25 giorni senza moto di terra, siamo rimaste però così tremebonde sopra essa, e tanto imbecilli di testa che tutte tremiamo senza terremoto nessuno. E dicono che il nostro fu niente, e solo formidabile, e da noi assai lontano per cui tremò tutta Sicilia, e mi vengono le lacrime pensando che oggi è sant'Agata, protettrice gloriosa della distrutta Catania. Mirabile caso successe però della venerazione dei santi, poiché distruggendosi questa tutta, e pure tutta la Chiesa della predetta santa, solo restò intera una piccola cappella ove si conservano le sue ossa nella preziosa Cassa; ma fu di vantaggio stupendo ciò che in Modica successe del SS.mo Sacramento, perché atterrandosi tutte etiam le Chiese e sacramentati altari, un parroco il domani facendo dissotterrare il tempio per ritrovare la sacra Pisside, ove solo otto particole aveva lasciate, la ritrovò pienissima col numero di quante particole erano nelle Chiese sacramentate, essendo tutte in una pisside invisibilmente trasportate. Ciò si predicò nella nostra Chiesa con frutto e stupore di tanto miracolo.
Altre ne dicono, ma io con uno finisco, e l'occhio mio ne fu testimonio, ricordatevi prima che nel tetto della nostra Chiesa vi sono tre quadri, uno di nostra Signora del Rosario, il secondo di santa Scolastica e il terzo di santa Metilde, poco distanti uno dell'altro; (2) il primo stando noi tutte nel coro nel tempo medesimo che il primo terremoto era cessato, mostrò una evidentissima meraviglia osservata anche da tutto il popolo, e fu un dibattimento assai gagliardo di detto quadro, stando però fermissime non solo i due quadri con esso ma tutto il tetto, e dibatteva di tale forma come avesse sostenuto il tetto con le proprie spalle, credendo tutte che similmente faceva la figura di quella Madre tenendo il tetto che non precipitasse in rovina, gridava fra questo alla vista di tanto spettacolo tutto il popolo, seguendo a più gran voci il SS.mo Rosario. Nella fine del quale fermò quel dibattimento, riconosciuto miracoloso per voce popolare, né si può dire quanto di ciò universalmente sono restate devote, tra venti e più giorni altro non si ha visto che lacrime e sangue ai piedi di questa Signora, che ultimamente se l'hanno riportata nella loro Matrice con una bellissima Palma nelle mani con l'offerta che dice:
Nelle tue mani, de', difesa sia
Questa Palma che vive per Maria.
Noi pure prima di andarsene questa gran Madre del Rosario, non potendola seguire col corpo, le demmo nelle mani a guisa di corona una filza dei nostri cuori che per essere noi tra monache, novizie e converse 53 formarono appunto la terza parte del SS.mo Rosario, e per finimento a guisa di medaglia ne pendeva uno ben grande con la scrittura che diceva (del popolo di Palma), e se il divino gradimento fu come la vista quale fu bellissima come di finissimo corallo.
Noi possiamo tutte stare liete, benché dopo portenti tutte dobbiamo dire: servi inutiles sumus, ed io vera feccia del mondo, e secco legno d'inferno ho pregato con vere lacrime a Dio, che riemerga me nel mare di tante pubbliche sciagure, acciò non siano penate da giusti tanti miei incessanti errori; caro mio, amato fratello assecondi le mie lacrime le mie giuste preghiere, e dica con me al nostro vero bene: auditui meo dabis gaudium et letitiam, acciò mi chiami nella regione beata, con questo sospiro la lascio, e sospirando la saluto. Palma, a dì 5 Febbraio 1693

[sua sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

P. S. Più belli versi si sono fatti in questa occasione del terremoto, quattro dei quali benché siciliani mi trovo presente e l'invio acclusi, essendosi cantati nella nostra Chiesa con molto profitto e pianto universale.

(1) La venerabile comunica al fratello che in Palma vi è stato un maremoto;
(2) Parla dei tre quadri che sono incorporati nel soffitto ligneo della Chiesa del Monastero;

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1693 04 06 AMBP Lettera 08 / 93 autog.

 

Al mio carissimo fratello
il padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

n questa posta riceviamo una carissima sua del 7 di Marzo, con l'avviso della sua mediocre salute, assalita di quando in quando di quello accidente nel cuore, che quanto meno vi si pensa, tanto meno assalisce essendo soggetti etiam all'immaginativa questi effetti cordiali, e comunque sia bisogna soffrirli con la dolce facilità della volontà di Dio, giacché questo è il mezzo più facile di abbracciare la croce, come egli medesimo l'accettò dicendo al padre: non mea voluntas sed tua fiat, e la chiamò col nome di calice per dimostrare forse la brevità dell'umano patire, come è il breve transito di una liquida bevanda, somigliantissima alla vita umana impermanente nel bene e pure nel patire, e se il supposto è tale, tale pure sono le sue supposizioni: transeunt universa et tu cum illis, e noi già ne stiamo osservando le scene nella prosperosa Casa dei Sig.ri Ribera.
Mentre nel colmo delle loro ricchezze, fondate stabilissime nella prosperità di due figli maschi di età trentesima, ecco l'atterra la morte togliendogli ambedue tra il breve spazio di 3 mesi, uno già lo sapete, e di quella disgraziata maniera la fece, e l'altro sta spirando con una febbre maligna di 14 giorni in circa; ma come un santo, perché dissentendo alla gagliarda col Sig.re suo padre circa la sua vocazione di farsi onninamente religioso, ecco Dio aggiusta la lite, lo toglie dal mondo in atto di accasarsi, prima di sottoscrivere il matrimonio, da cui quanto lietamente si sbriga come bramava, tanto afflitto lascia il povero genitore, che incapace di tale doglia sta fuggito di casa senza mai più tornarvi. Fuorché una volta chiamato per l'ultima benedizione dal moribondo figliolo, che più aggiustato di questo gli fece dopo l'ultime funzioni una riverente ammonizione per l'eccesso di quel sentimento, dicendogli tali e tante cause di conforto, e di sua bassezza e labile importanza di sua casa, che fece piangere un popolo, e questo è il suo stato tutto quiete per se stesso, e tutto affanno per il padre e madre, quali piange la casa estinta, il figlio quasi morto, e il padre mezzo scemo: o munde preditor, bona cuncta promittis sed cuncta mala profers.
E stando noi fra queste scene ecco fu chiamata suor Maria Serafica in parlatorio, ove ritrovò come un uomo attonito D. Geronimo Ribera, zio del suddetto moribondo, che essendo venuto a piedi da Scicli in Palma appena aveva discorso, e credendosi la suddetta sorella essere così per il mal stato del nipote, e per tale causa venuto egli nell'esserne domandato rispose, che nipote, che nipote, altro che uno mi tormenta avendone visto morire dodici mila tra tre momenti. Ne sa parlare d'altro che del terremoto, numerando quanto palazzi tanto monumenti, essendo divenuti tali tutti quelli sontuosissimi della città di Scicli, e guardando come fantasma il tetto del nostro parlatorio disse: questo è il primo tetto che vedo dopo il terremoto, e disse che "se parlassi 10 anni, mai potrei dire quanto intesi e vidi in questa distruzione", i di cui pochi abitanti restarono fino adesso tutti tremanti dal cinto abbasso, e con tanta mancanza di retto giudizio che appena conoscono la diversità del sesso, tale che in una baracca di quelle loro campagne vi stanno e dormono gente diversa, cioè religiosi, donne e secolari senza avvertire la loro condizione, e questo meschino dice una cosa, e poco dopo la replica, e ridice più volte senza sapere come se li nomina il nipote morente che lui stimava più del suo cuore, e lui vi risponde (12 mila morti tra tre momenti) né bada ad altro, né si cura di niente.
E pure Scicli è la più piccola città delle subissate, ed io ammiro la gran potenza della croce, perché, se un colpo di questo sbarbicò di tale sorte etiam l'affetti naturali di questo Sig.re, a segno che passando per la Alicata non entrò in essa per vedere un carissimo nipote in fine di morte, né tiene pensiero d'andarvi, che farà il tocco di quel Crocifisso che santificò la croce e rapisce in un sguardo tutti li spiriti angelici non che affetti umani?
Oh sacra calamita: trahe me post te mi bone Jesu e perché questa arriverà costì in quei giorni, che si farà l'anniversario della morte di nostra Sig.ra e santa madre, ricordatevi in tali giorni dei godimenti della madre e lacrime delle figlie ancora recenti nei nostri cuori, e ciò non tanto per la sua assenza quanto per invidia di rivederla beata, così la spero nel cielo per essere vissuta santamente in terra. La medesima suor Maria Serafica la prega a mandare i breviari [che] una volta le disse suor Maria Maddalena, per una sorella secondo la nota inviata, e glie lo raccomanda assai non ostante averle detto di non mandarli nella posta passata.
Di D. Giulio non ho che dirle di nuovo, ma che seguitano nelle stesse risoluzioni come nell'acclusa vedrà i suoi stessi sensi, per cui lo raccomanderete al Signore: fiat voluntas Domini, per amore di cui raccomandandole la vostra salute e spesse notizie d'essa, per nostra unica consolazione, caramente la saluto, e lascio nel Signore. Palma, a dì 6 Aprile 1693.

[sua sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

P. S. La sorella del breviario mi ha dato l'acclusa nota, quale mi pare un imbroglio tale che lei stessa mi disse per dirle che se non si sente, o trova difficoltà, lo mandi senza legato, come disse la prima volta, che lo farà fare a suo modo in Palermo.

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1693 07 04 AMBP Lettera 10 / 93 autog.

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

enché non siano venute sue lettere, ed io oggi sia poco buona di salute, per essermi questa mattina alzata di letto ove sono stata con febbre, scrivo questa brevissima per non disordinare la regola di scrivere una di noi ogni settimana; quale toccando a me di presente sono a darle notizia di noi, che di ogni stato la passiamo bene mentre nello prospero e nell'avverso si fa la volontà del Signore.
Io però mi sento come un fiore marcito e vicino alla recisione, parlo dell'anima assai somigliante al corpo, poiché disseccata affatto dalle annaffiature necessarie, umane e divine: sic efflorebit, nemmeno l'associa il suo indivisibile compagno assai disseccato ed infermo, che lo direbbe un secco fieno estinto: omnis caro fenum, disponendosi ad essere pascolo di vermi come adesso è cibo d'animali quali sono le mie insaziabili passioni, e di questo arido germe, che sugo mai potrebbe esprimere! qualche lacrima lo bagna, ma senza penetranza come nella paglia secca, che più se ne in fradicia che si ravviva.
Preghi Dio per le mie aridezze, che per essere troppo estive nella immaturità delle mie opere sono cadute per terra rifiutate da Dio, dagli uomini e dagl'animali, poiché nemmeno l'appetiscono le mie stessi passioni, questo è il mio stato derelitto in terra, ove starò fin al risorgimento finale: surgite mortui, per andare all'eterna resurrezione, in tanto la saluto come fanno le sorelle tutte del monastero e le nostre [........].
[Palma, a di 4 Luglio 1693]

[sua sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

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1693 07 29 Lettera 12 / 93 CVI

 

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

spettare tempo, e ordine per scrivere, secondo fra le sorelle costumano, per me non è possibile, perché la mia infermità solo lo permette quando piace a Dio, e siccome tra più mesi me l'ha impedito con acerbi impedimenti, così adesso mi dà luogo per superarli, ma non per fuggirli, e tuttoché potessi, mai non sarei per farlo, sapendo, che ove sta la croce è il Crocifisso, e allora che egli si depose di croce, io scenderò dal mio patibolo, che fu verso l'occaso, quando in quel della mia vita io mi deporrò in sepoltura.
Oh afflitto tempo più del presente amarissimo! quando mi licenzierò dalla croce, l'abbraccerò strettissima per mai più vederla nella vita eterna; né altra tenerezza più cruda di parenti, ed amici mi sento nella fine di questi mezzi estinti giorni, quale è verso la croce, a me più assidua di madre, più intima di parenti, e più giovevole di amici.
O' crux ave spes unica, di cui più m'intenerisce la licenza, che la salita; e benché colà sono li frutti di questa santa radice, e la mano gloriosa che la ha piantata, rammenterò sempre li suoi benefici, non potendo le mie pene, e beata me se per ultimo vale, morrò baciando questo santo Legno: o' baculum senectutis nostrae; né altro sostiene le mie forze, e gli aspri cammini della nostra peregrinazione.
Intanto, carissimo fratello, il mio desiderio: sursum respicit, e l'anima con la lingua mia: suspirat, et clamat: aperi Domine portam Regni tui, et introduc peregrinam de exilio ad te revertentem; audi me Domine, et salva me a corporis vinculo; e sono non passi, ma veloci stadi per arrivarvi questi fervidi desideri, perché consumano la vita, e le forze naturali.
Ma Dio, che sul dorso di una piccola bestiola trasporta da un luogo all'altro montagne di pietre per smisurate fabbriche, così sopra tenue forze carica con la sua possanza some di alti conflitti per suoi disegni divini; ed io, che porto da sassi li miei onerosi peccati, dirò carica, e stracca: ut iumentum sum apud te, et ego semper tecum; e so, che non mi caccerà lontano da sé, se li porto non nell'opera, ma nel pentimento. E dalla sua presenza, saremo, carissimo fratello, (almeno per grazia) non solo alleggeriti, ma personalmente aiutati, mettendosi insieme con noi all'aratro, sotto quel giogo, che egli chiama soave, e leggero, anzi di più mentre non da pari, ma da ministro ci promette questo aiuto, come dice: Ego in medio vestrum sum, sicut qui ministrat.
Ah dolce promessa! e chi non andrebbe in corso, alla fatica, alla morte per morire con Cristo, come ai suoi compagni consigliò San Tommaso: Eamus et nos, ut moriamur cum eo, dal quale coraggio nacque in questo magnanimo discepolo l'introduzione beata della sua mano nel lato giocondo del suo Redentore, volendolo accettare nel diletto, come egli si offerse nel patimento: si compatimur, ut et conglorificemur.
Animo dunque, coraggio, carissimo, al patire, alla morte appresso Gesù Cristo; e se egli è sì copioso in aiutare, quanto lo sarà in retribuire, ove d'immensa misura centuplica le nostre misurate fatiche, premiandole colà con una eterna molteplicità di beni? Sustine, dunque: sustine tempus ad modicum, et videbis mirabilia; né altro ci manca per faticare con fortezza in società di colui, che da: pro parvis immensa, pro infimis summa, pro perituris aeterna. E frattanto se la vita viene meno, e finirà del tutto, separando la carne nostra per unirci in Paradiso: Exultemus, et laetemur, perché il frumento mentre sta unito nel granaio non fa veruno frutto, come copioso lo rende quando la terra del campo frapponendovi sotterra l'uno, e l'altro granello; così il corpo umano, frappostavi quella della sepoltura di parenti, conoscenti, ed amici, produrrà quei frutti, che gusta l'anima sua in Paradiso.
Oh Dio, che felice raccolto! ma seminato di lacrime, quali in questo punto solo restano agli amici, e parenti del glorioso Mietitore. E se io arriverò a termine con quei mendici spigaroli però, che vanno raccogliendo nei seminati altrui, dietro li mietitori, come già fo mendicando dell'ampia villa di Cristo il viver mio nei suoi copiosi meriti.
Oh che lieta giornata sarà la mia morte! che così sortisce senza veruno dolore, fuorché il naturale, e di che lascio a V. R., e mie sorelle, che etiam della infermità si mostrano inconsolabili; onde resterà a lei questo officio di consolatore, mentre io l'ho fatto antecedentemente a V. R. con i predetti sensi, e tanto io nella morte, quanto chi resta nel dolore, dica ogn'uno da per sé uniformato al divino volere, vero letto di pace: in pace in idipsum dormiam, et requiescam.
Palma, a dì 29 Luglio 1693.

umilissima serva, e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

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1693 09 08 AMBP Lettera 13 / 93 autog.

 

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

icevo con mia afflizione la sua carissima lettera del 8 d'Agosto, per sentire la straordinaria scossa [che] vi ha dato la vostra indisposizione, benedetto sia Dio: cuius livore sanati sumus perché riflettendo alle sue piaghe invigorisce ogni anima, e rinforza più che sana per soffrire ogni dolore: videns tuas angustias Domine meas levius portabo, e cui si lamenterà del cuore vedendo il suo spalancato, cui dei piedi e delle mani alla vista di quei chiodi, o pure del capo al riflesso delle sue spine, né mai da tutto il corpo, considerando il suo esangue e consumato: non est santitas in carne mea.
Ah! carissimo infermo, unguento e medicina d'ogni cuore, e corpo addolorato, e benché V. R. chiama ospedale il mondo per li dolori e marciume in esso di molte miserie, io ritrovo in Cristo più ospitalità santa, e più salubre medicina propria, maggiormente per tutte le incurabili, e quanto più disperate del medico e inguarite dalle cure, tanto più (come disse) rinvigorite e forte di queste eccelse medicine; questi sì fratel mio siano i nostri curativi per sostenere assieme con li dolori le conseguenze più amare delle medesime indisposizioni, e facciamo conto che tutte miste siano un medicamento per la salute eterna, conseguita nel giorno della nostra resurrezione, e mentre cessano tutti li lamenti soggetti a quel gran penante in croce che: est salus vita et resurrectio nostra.
Io non nego qui la parte al senso assai per altro addolorato, per sentirla sì afflitto nel corpo e nello spirito, pazienza fratel mio, questa amara vita passerà quanto presto, e se il mondo è palude ove: refrigescit charitas, e Davide gridò in essa: infixus sum in limo profundi bisogna sentire le fastidiose grida delle sue rane, quali ognun grida a suo modo, chi per dolore, chi per querele e tutte uniformi per varie afflizioni; ma chi come Sicilia, che per la strage dei terremoti manda miserabili clamori, con le rovine, poiché essendo in qualche modo riparate per li poveri abitatori caddero di nuovo rovinate dai terremoti che seguitano in quelle parti, e non sappiamo se accadde il medesimo al riparato monastero di Scicli, a cui si mandarono da qui due barche di canne, perché invece le mura le fanno incannate, e mandano per canne per ogni luogo che possono trovarle, avendo reso in penuria i canneti, e vi è sopragiunto il flagello delle pulci in tanta smisurata copia per la polve[re] delle rovine e fradiciume dei corpi morti che ne vedono ricoperti li pavimenti. E il primo piede che scende la mattina in terra, si vede ricoperto in modo di questi animali che par fosse con scarpa e calzetta, senza minimo luogo ove non fosse da esse ricoperto; scrivono impazienti, gridano avvinti senza rimedio fuorché di continue scotole nell'acque, quale quasi condensano per la quantità di questi animali che hanno ritrovato li flagelli del Faraone. La nostra sorella colà ha speso da 2 cento onze in semplici ripari, per buttarsi a terra quando sarà tempo di formalmente fabbricare.
Oh gran rovina, preghi carissimo per questo afflitto regno, ed io pregherò, benché indegna, per il nostro Pontefice,(1) e [per] tutti li figli della Chiesa, acciò siamo buone pecorelle del nostro buon Pastore. Li nostri nipoti stanno l'uno bene e l'altra mediocre di salute, ma fermi per ora nella città di Palermo, benché passeranno alla Torretta fra breve; pregate ancora per essi, e per la concordia loro col signor Principe loro padre, con cui dibattono per lo stato di Palermo volendo questo che incontinente si partano, e disse l'altro giorno: oh quanto era meglio fosse morta mia figlia in quella infermità mortale, che non mi terrebbe con questa lamentela nel cuore, e le rispose un uditore Palmese: Sig.re quanto dite bene, noi siamo pentiti dei voti fatti.
Ed ecco già due voci di rana, che variamente gridano la loro afflizione, ed io che più di ogni una sono infissa e profonda in questa fetida palude soggiungo la mia voce più dolorosa di tutte, e dico: doleo super omnia offendisse te amabilem super omnia, perché sopra ogni tormento deve essere inconsolabile quello di avere offeso Dio, nostro unico bene e vero Creatore, con che implorando vere lacrime da chi lo pianse perfettamente ai piedi della croce; dico per ambedue questa supplica: quando corpus morietur fac ut anima donetur Paradisi gloria, e perché io aspiro e confido assai in queste parole, la prego a replicarle qualche volta per me, giacché vedo quasi prossimo il tempo di effettuarsi questa orazione, a Dio fratello, in esso la lascio e caramente saluto.
Palma, a dì 8 Settembre 1693

[umilissima serva, e sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

(1) Innocenzo XII;

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1693 12 12 AMBP Lettera 14 / 93 autog.

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

a vostra carissima lettera diretta a me, mi trafisse l'anima per sentire in essa le vostre passioni cordiali e oppressioni di spirito non meno afflittive, e chiamo Dio in aiuto dicendogli con il santo Davide: non me demergat tempestas aquae neque assorbeat me profundum, non essendo meno li naufragi e fluttui di questo mondo; benché con la medesima tempesta la voglio inanimare ricordandole che quando il mare sta in furia, fa in un istante due effetti assai contrari, cioè, quanto assicura i pesci interiorati in esso tenendoli liberi di pesca e pescatori, quali non assicurano le reti nell'impeti marini, tanto rigettano, dibattono li legni estrinseci facendoli pericolare e talvolta perire.
Ed ecco l'uomo fratel mio: sicut mare tremens; oh affanni di morte quando egli è sossopra nelle fantasime, soffiato di sentimenti, commosso delle fomite, sconfitto degl'assalti, precorso dal demonio, assorbito dall'umano, e abbandonato dal divino. Oh che fortuna, oh che procella, oh rabbia marina, ma felici i pesci, i nostri interni sentimenti li quali immersi in tanti infortuni e tribolazioni vivono liberi di quelle reti, ed esca dolcissima che alletta all'amo dei gusti terreni, ove, nelle calme e bonacce si adescano al male tante creature.
Oh dunque sante procelle! fate a cavalloni degl'impeti, frenate mai le furie, spezzate le reti, e tutti gli adescamenti umani, acciò non venga all'effetto sì iniqua pescagione, né curiamo carissimo il secondo effetto contrario, cioè, se li legni patiscono, le vele, li remi si rompono, e tutta la nostra esteriorità e sensibilità proclamano: Domine salva nos perimus, poiché Gesù assicurato l'interno dorme in procella sulla sicurtà dell'anima, e sì assonnato e stabile, che dice in tal sonno: cum ipsa sum in tribulatione, ed io di tale stato ne sto in parte all'effetti, perché in sentirla afflitto, oh quanto mi affliggo, e grido col marinaio: calma, calma; ma poi considerando li suoi pesci sicuri, anzi lontani di adescamento umano a segno che più brama morire, che in questo mondo godere, mi rientro nell'onde e aguzzo con esse di vera consolazione.
In somma fratel mio baciamo, adoriamo, la Mano onnipotente che tra il pelago immenso della sua pietà tiene frenati li nostri sentimenti, e disingannate dall'amo traditore; fatevi cuore nell'angustie presenti, e dite: plura plura in avvenire, e se gli avari astengono sé stessi per cumuli terreni, l'ambiziosi che lasciano per le loro pretensioni, come pure ogni eccesso sormonta nell'ambire, perché noi non faremo lo stesso nel servizio del Signore, il quale essendo composto di croci giusta la forma del suo fabbricatore, dovremmo in eccesso ambirle come mezzi per arrivare alla fine. Salga carissimo, questi sacrati scalini, che stando nella forma usuale di scala movibile, forma ogni uno una croce con l'orma traversa del nostro piede, ne altro fa l'anima nel salire al cielo, che formar quanti passi tante croci durissime.
Gesù mio qual furono le tue dalla nascita alla morte, dalla culla alla croce, nato tra le pene, vissuto tra fatiche, e morto di dolore, così egli lo conferma: tota vita mea obsita spinis. Ah! generale causa di tutto il nostro ben fare, egli espressione del nostro bene, lume dei nostri sentieri, forziere delle nostre fatiche, e norma Maestro anzi furiere delle nostre pene, quale non saranno da noi aborrite mentre l'espresse, schiarì, fortificò e patì il nostro Redentore, in cui già che non mancano esempi per le nostre sofferenze. Io solo Lui vi propongo per essere con pazienza afflitto, e con guiderdone consolato, e sarà il più longanime e dilatato del mondo, se in questo interminabile spazio sarà solo in Dio racchiuso: Deus in quo omnia; tirate a voi, chiamate a voi, eternate a voi questo mio fratello, acciò stabilito nell'abisso delle vostre grazie, goda l'immenso che racchiude il tutto, e cosi facendo apertura a tutto ciò che ha Dio, toltone il male che solo ne sta di fuori, praticherà il tutto, cioè con il proprio, con l'umano, e con il divino.
Oh! solitudine di un cuore solo a Dio, ove si rende con tutti affatto conversabile, poiché quanto Dio racchiude sono suoi soci indivisibili, qualità in vero di un'anima solitaria che assolata con Dio, feconda con esso oggetti infiniti di eterna conversazione, e qui trascendono li santi in una carità si diffusa verso il prossimo, estratta da quella di Dio che si anatematizzano per essa, si decollano, si frammentano, si bruciano, e muoiono per imprimere nell'anime l'apostolica predicazione. E noi ohimè un pensiero, una larva, un'ombra, ci estrae le voci: perimus perimus, ma non importa, facciamo almeno tanto guadagno nell'umiltà, quanto quelli ne furono nelle prodezze loro: ipse cognovit figmentum nostrum, stiamo ai piedi di tutti soprannominando l'essere nostro se non: id quod sum almeno perissimo del mondo, poiché questo non fu gran Paolo nell'alto se non vi era nel profondo: universae viae Domini misericordia et veritas, e mentre ne sto in quella del mio niente verità schiettissima, prego Dio ne faccia partecipi della sua misericordia.
Dai nostri nipoti posso dirle di stare bene, e quanto mi spiacciono le loro afflizioni tanto mi soddisfano li loro costumi, la nostra grazia però Dio l'ha in eccesso buona, ma naturale a segno che si dichiara affatto inabile al governare, non sa dire di no, tutto che li cacciassero gli occhi, che è un difetto notabile per il governo, e se non sa dispiacere nessuno. Pensate la moglie da che nascono tutte le sciagure, e vive tra due spasimi, perché anche vorrebbe compiacere il Principe, suo suocero, che lo costringe a venire, vive sopra tutto timoratissimo di Dio con aborrire il peccato, etiam nelle persone fuori il suo dominio, ma da, di tal sorte, nell'eccesso che incorse in pericolo di disfida con un suo pari, e questo fu un Sig.re, secondo o terzogenito di un titolato personaggio; il quale stando di luogo, nel territorio della Torretta, gli passò molti complimenti di visite, etc., ma con mala corrispondenza di nostro nipote, il quale freddamente lo trattò, per orrore di avere sentito che quello teneva una femmina con offesa del Sig.re.
Onde non meno spraticu(1) che attrevitu(2) gli mandò un giorno 12 soldati, con un gentiluomo supplicandolo di quella femmina per ovviare nei suoi stati l'offesa del Signore, né le dico altro lasciando considerare a V. R. l'aspettativa di una tale risposta di persona, tale che etiam vive lontano e disgustato con suo fratello, e pure ella fu piacevole e con negativa cortese confessandosi ancor lui cristiano, e che non si esponeva al cimento come la politica l'insegnava, perché l'amava da fratello, etc.; il che fu attribuito a miracolo per l'orazioni del nostro monastero, simile cosa di più benché per altra causa l'occorse con personaggio simile, benché di anni più maturi, essendosi parimente quietato per grazia del Signore, che lo raccomanderà con tutta carità come la prego per me, e tutte le sorelle, e religiose che la salutano, e fanno per lei continue orazioni.
Palma, a dì 9 Dicembre 1693.

[sua sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

(1) inesperto;
(2) ardito;

P. S. Dopo di questa viene la posta, con una lettera sua, ma di mano aliena, per la vostra febbre catarrale, ma cessata in quel giorno con nostro conforto per quanto fu la prima afflizione, che al vedere il primo carattere di mano d'altri ne gela il sangue nelle vene, benedetto sia Dio che cumula angustie, benché meno assai dei miei peccati, e la prego quanto posso a darle cura con esali decenti. Giacché questi bisognano per li mali del cuore, e si faccia fortezza a continuarle, tuttoché ripugna il medesimo male, perché con l'esercizio egli si viene a superare e affatto guarire; lo faccia, per carità e consolazione delle nostre sorelle, giacché troppo ci ingrossa l'angustie la sua indisposizione, aspettiamo nuovi avvisi, e ottime secondo le desideriamo.
E' venuto avviso certo, della morte immatura del signor Marchese, figlio primogenito del Sig. Principe di Raffadali, (1) essendo morto in età di 28 anni e senza figli, con inconsolabile pena della Marchesa e suoi genitori, l'avviso per passarle caldo ufficio di condoglianza, e suffragare quella Anima secondo la nostra obbligazione. E' morto pure un nipotino di Monsignore, e benché morì in età di 8 anni è stato senso inconsolabile di tutti quei Sig.ri come sarà dal signor Vicario generale che sta in atto visitando la Diocesi in modo assai esemplare, e per fine preghi per noi in questo entrante mese, perché si divulgano pronostici assai funesti del terremoto, quasi dovesse venire nel giorno stesso che fu 11 di Gennaio, nel quale si preparano molti buoni esercizi come qui si farà con la santa indulgenza, mandata da V. R. che tirerà gran gente delle parti con vicine, e si sta con molto spavento e perdizione di cuore, ohimè carissimo fratello: ab ira tua libera nos Domine.
Palma, a dì 12 Dicembre 1693

(1) D. Domenico Montaperto e Lanza, Capitano di Palermo 1689 e Pretore 1690, sposò Maria del Carretto, figlia del Conte di Racalmuto, e privo di prole premorì al padre D. Francesco Montaperto e Bonanni;

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1694 01 06 Lettera 01 / 94 CV

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

n questo giorno dell'Epifania del Signore è venuta una sua del cinque di Dicembre, diretta a suor Maria Alipia, con nostra consolazione per sentirla con mediocre salute, che è quanto nello stato nostro si può godere, così pure noi al presente l'abbiamo per grazia del Signore, la di cui odierna manifestazione ai Re Magi rappresenta all'anime nostre altissimi misteri, ma io ignorante del tutto, lascio, che voi profondamente l'ammiriate, e solo resta per me l'eccesso dell'amor divino verso l'uomo, e il sommo della nostra bassezza in verso Iddio, che sono i due motivi, che rendono gradite a Dio l'operazioni dell'uomo, li consideri bene, che li troverà annessi fra di loro; perché se Dio non amasse, non accetterebbe, non che gusterebbe cose sì vili, che ne meno si pregiano da uno all'altro fra le creature. Ditemi, gusti lei, che la ami quel familiare del Papa, che la conosca quel bifolco della villa, o la pratichi, riverisca, e cerchi, ogni, oh qual si sia creatura? al certo che no; anziché li spregiano da grandi non solo l'udienza, ma gl'omaggi dei minimi. Ah! caro fratello, il nostro Dio opera differentemente dall'uomo, e con indifferenza infinita ama tutti, cerca tutti, e non esclude nessuno: nobis datus, nobis natus ex intacta Virgine.
Ecco l'amore, prima causa della sua generale accettazione, riceve dalla Vergine latte, dai pastori cibi usuali, dai Regi magnifici doni, e da tutti secondo la loro condizione. Chi ama non ricusa né anco uno sguardo dell'amato amatore: amor, si amor est, recipit omnia.
Oh Signor mio, e da me quanti disgusti, quante offese, ed iniquità ricevete? Ma ohimè, il vostro santo amore recipit omnia, recipit omnia, così io ricevessi da voi siccome benefici infiniti, così patimenti interminati per uniformarmi alla vostra generale ricezione di godimenti, e disgusti, servizi, e peccati; datemi almeno un cuore sì vasto, che possa capire, contenere, ed amare queste chiare evidenze, e troppo scoperti eccessi del vostro santo amore. E perché questo vive d'eccessi, si compiace d'alimentarsi di un eccesso contrario alla sua grandezza, che è la bassezza dell'uomo, seconda causa delle sue grate ricevute, e compiacimenti delle creature; e questo si è come li gran Sig.ri del mondo, che maggior gusto ricevono da una semplice lode di un pappagallo, (come si ricorderà in casa nostra) che del corteggio dei suoi ossequiosi, perché da questi si riceve il dovere, ma da quello, ciò, che ha dell'insolito, quale è il proferire in un piccolo animale, in cui non si riguarda la parola, ma il proferente, che la proferisce quasi: praeter naturam.
Oh santo Giobbe, dichiarate voi l'opere nostre, e quali sono più sproporzionate, e difficili l'opere sante in coloro, che non possono dire Gesù: nisi Spiritu Sancto, o le parole nei pappagalli che solo un uomo, e senza alta virtù può suggerirle? al certo, che egli a favore nostro risponde: quis potest facere mundum de immundo conceptum semine?
Ah! dunque fratel mio, sono dichiarate l'opere nostre tutte sozzure, e lordezze stante l'originale immondezza, e però Dio (e nessun altro come esso) cognovit figmentum nostrum, riceve da noi, quasi fuor di potere, con insolito gusto le sante operazioni, e più che da pappagalli, lode; si compiace di esigere perle tra l'umane sozzure, tal che non l'eminenza dell'opere umane, ma la nostra bassezza inabile per quelle rende accettabili, quasi degenerate da essa, le sante operazioni.
Oh quanto si predica quel favo di miele estratto dalla bocca del leone, come se a milioni mai veduti ne avessimo nei nostri alveari; ma tale lo rende predicabile per tutto l'insolito luogo. Sì, dunque, fratel mio, umiliamoci di cuore, e niente stimiamo nostro, ma come sopramesso etiam un buon pensiero; ed io tengo nell'anima tanto distesa, e visibile questa verità, che se mi vedessi avanti ossequiosa, e prostrata tutta la corte del cielo, e lo stesso Dio verso me nel più sublime eccesso delle sue compiacenze direi con atto parimente stupendo: Oh come maggiormente ciò fanno per vedere tra tante mie spine gl'innesti dolcissimi delle loro sante operazioni! e benché la mia selvatichezza dà a quelle, sapore del mio Botro amarissimo prodotto da Adamo, si addomesticano alla fine con le mescolanze gratissime della divina accettazione: recipe dunque dulcis amor, non solo li frutti, ma il tronco, la radice, e li rami; anima, corpo, vita, forze, e cuore: recipe dulcis amor, nunc, et in aeternum; così parimenti prego per lei, per li nostri, ed università del mondo, perché senza riserva unitamente: Domini sumus.
Palma, a dì 6 Gennaio 1694.

di V. R.
umilissima serva, e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

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1694 09 10 AMBP Lettera 11 / 94 copia

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare



Jesus + Maria

o scrivo in uno stato, ove sono vissuti li santi in questo mondo, e li beati nel Paradiso, perché mi trovo carica di croci, come vissero li primi, e cibata giornalmente di Dio, di cui si alimentano li secondi, per essere in questa settimana all'assistenza del SS.mo Sacramento; misera me, se sprofittata dell'uno e l'altro, la passerò come il mal ladrone in croce, e come Giuda nella mensa sacramentale. Di questo io più vivamente mi dolgo, perché cibata da quel Dio: a quo bona cuncta procedunt, solo per mio difetto rimango di tale sostanza non parte sua, trasformata per grazia, ma suo esitato escremento, così sono li cattivi in questa divina cognizione tramandati da esso nella cloaca infernale: sumunt boni, sumunt mali, sorte tamen inaequali vitae vel interitus.
Ah! Signor mio: ne proiicias me a facie tua, non mi mandare all'inferno se non è per suggellarlo, acciò nessuno vi discenda, che per questo fosse, vi andrei volentieri per dar fine e chiusura a tante bestemmie, e maledizioni; ma io che non basto frenare tante mie voglie che colà mi precipitano, come sarò argine di quel grosso torrente che a mille a mille l'anime vi mena? resta che assieme con questa impetuosa fiumara: deducam quasi torrentem lacrymas etc., acciò almeno pareggiano torrenti di lacrime e di perdizione.
Oh carissimo fratello, oh quanti, oh quanti calvari oggi sono al mondo per crocifiggere giornalmente il nostro Redentore, tali anzi più crudi sono quelli profanati altari, ove, come agnello ucciso grida l'immacolato, dicendo al sacrilego: tu me iterum crucifigis, e sono spettacoli più replicati, crudeli, sacrifici indegni, di quello si furono li torti e strazi dei suoi crocifissori.
Signor mio, che gran male dunque è strappare con terremoti la terra, con armi li corpi umani, e con debelli domestici frangere con tanti mezzi l'umana consolazione, quando noi da fiere voraci facciamo lutti e macelli del nostro Creatore.
Ah santo Padre, Sommo Pontefice, fin dove ha da sormontare il numero dei preti? quanti, quanti senza termine hanno da celebrare? a tutto si dà limite, a tutto moderazione, e sopra un Dio, libertà? accipite eum vos, et crucifigite, così grida non nell'intenzione, ma nell'effetto la numerosità dei sacerdoti, a cui Davide soggiunge: multiplicasti gentes et non magnificasti laetitiam, perché è degna più di lacrime, che di letizia questa moltiplicazione; e se le perle orientali e tutte pietre preziose fossero quanto l'arena del mare, e quanto rare quanto quelle scemerebbero stima, perché ove si trova la copia, manca la stima: ubi duo, vel tres etc. dice Dio, significando che in quelli poco più d'uno egli si trova, o come altrove conferma dicendo: multi sunt vocati pauci vero electi, escludendo in tutto la copia la molteplicità dei suoi numerosi, ma poco eletti sacrifici.
Ah fratel mio che giovano molti vasi vuoti all'assetato, e più tubi franti nell'acquedotti, se non portano alla comune fontana l'acqua della copiosa sorgente? Questi sono li religiosi ed ecclesiastici di capacità più propinqua et immediata, per ricevere e distribuire la grazia dei sacramenti, la quale torbida, e mancante, si acquedotta ai popoli per li falsi viatici delle loro fratture, e però ne sta sì arida e sterile la terra universale, che possiamo dire alla in deficiente sorgente: anima nostra sicut terra sine aqua tibi, e come vogliamo poi che frutti, non avendo né acqua, né cultori?
Io non dico che li suddetti siano tali, perché tremo di mettere la lingua nelle pupille degli occhi del Signore, ma ancora in queste talvolta si pongono li ferri non che le mani per curarle dalle loro appannature e quando la metà perisse, Gesù Cristo lo consiglia nell'Evangelo: si oculus tuus scandalizat te, erue eum, et proiice abs te, perché meglio si vede con un occhio sano, che tenerli ambedue all'oscuro, per non offendere con la luce l'insano e cattivo, così alle volte anco le oscurano li buoni, per non zelare li mali.
Ah Signor mio chi seguita te: non ambulat in tenebris, tu vera e santa guida, e giusta bilancia del tutto, e non perché foste fra noi mite ed umile di cuore, non impugnaste la sferza contro li profanatori del tempio, essendo quanto severo in questo, tanto mite nel resto: dilexi decorem domus tuae, ed io perché vi sono dentro e scrivo nel coro all'assistenza del SS.mo Sacramento; mi ho lasciato uscire di bocca li giusti biasimi del male, che sto facendo, perché ricevo questa liquida manna stemperata per amore non con le suddette fratture, ma: tanquam vas perditum, e si forata nel fondo del mio instabile contegno, che restami solo qualche umido suo residuo, quale serve per nutrire le mosche di tante mie golose soddisfazioni.
Ohimè fratel mio troppo è macchiata questa Anima, e ho detto l'indecenze di questo cibo sacrosanto, perché sono versata nelle sue irriverenze, e la lingua parla dell'abbondanza del cuore; ma d'ogni modo che lo ricevo, sempre in quello atto ho memoria di V. R., e ciò per più motivi, come pure la tengo dei miei particolari, ma il fine principale si è il parziale gusto di questo immacolato agnello, che vuole li vicini nel sangue e nello spirito, siano pure tali in questa sacramentale partecipazione, e lo conserva da quando lo comandò agl'Ebrei nella cena legale: assumant vicinum. Onde nella convocazione di tutti li miei affetti, sentimenti, etc., per questo sacro convito; dopo di questi lei è il primo seduto a mensa, per ricevere con molti altri cibi eletti di tutta perfezione.
Palma, a dì 10 Settembre 1694.


[umilissima sorella, e serva]
[Maria Crocifissa della Concezione]

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1694 10 14 AMBP Lettera 12 / 94 CVIII

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria


a sua carissima lettera del 8 Settembre a suor Maria Antonia, mi dà motivo di risponderle, come fo, salutandovi con tutta devozione in questa solitudine del mondo, ove perché tutti siamo: tanquam nihilum, solo, e unicamente vi trovo chi dice: praeter me non est alter, ed io confermo lo stesso; giacché in questa gran solitudine della sua unità, se creature straniamente vi sono, niente lo associano, perché solo la parità forma perfetta la conversazione. Così li santi romiti tra la moltitudine delle fiere, uccelli, e vermicciuoli si chiamavano solitari, non sentendo veruna società di quelle dissimili creature.
Ah, dunque, Signor mio Tu solus Sanctus; ed io unicamente ti trovo in questo antro mondano: quis similis tui? quis similis tui in fortibus Domine? Così, fratel mio, andiamo cantando in questo sacro Romitorio dell'essere divino, facendo con esso dimenticanza di tutte le cose del mondo; e se gli uomini ci lodano, sono uccelli, che cantano; se ci minacciano, sono fiere, che ruggiscono; se ci mordono, sono scorpioni, che morsicano; e quanto piace, o dispiace, sono transiti di bestie, ed occorrenze di selve, dissimili in tutto dell'unico abitatore: oculi mei semper ad Dominum, quoniam ipse evellet de laqueo pedes meos: gli occhi nostri sempre a colui, che essendo pratico, e adiutore del passo, ci libera dagl'inciampi, ripara dalla pioggia, e difende dai venti, e percuote col bastone li conculcatori: leonem, et draconem.
Oh santo Romito, unico in essenza, ed in questa impareggiabile, deh ammetti noi quasi vermicelli in questa sacratissima selva, fuori, e distanti dai commerci umani; sì, fratel mio: dilexit me unice. Così si stacchi dall'anime nostre ogni orrore di questa solitudine, ed ogni diletto di così ameni prati, ma solo viviamo nell'una e nell'altre, per seguire o in gusto, o in affanno l'unico Abitatore: recipe me dulcis amor, nunc, et in aeternum; diciamo così, finché sciolte l'anime nostre dalla compagnia di queste vipere interne, che sono peggiori delle suddette selvatiche, lo godremo associato da quei volanti spiriti, e melodie sovrane; adesso però tra questi ceppi di morte bisogna imitare le povere prigioni, li quali non attendono all'accomodo, ed abbellimento del carcere, anzi meno che possono lo rimirano, ma solo l'uscita sospirano, e procurano; come dovremmo fare noi, procurando con dispendi di sante operazioni, e sospiri, e gemiti la nostra mondana scarcerazione.
Ma ohimè, che li delitti hanno reso impazziti siffattamente li carcerati, che spendono in addobbo della prigione tutto ciò, che si dovrebbe per la scarcerazione. O' mendaces filii hominum! Mentono i vostri desideri, vi deludono i vostri intenti, sono bugiarde le vostre ragioni: Deus veritas est; ed egli non dice così, ma: facite vobis sacculos, qui non veterascunt, thesaurum non deficientem in coelis; ma al rovescio dagli uomini s'intende per impoverire il cielo dell'anime loro. Oh gran sciocchezza! io non l'intendo come così allegramente si perde il Paradiso, e se non espurgarsi per gli occhi tanta meraviglia, mi si volterebbe il cervello, perché nemmeno per ragione ciò si può capire.
Ah dunque, Signor mio: felix quem elegisti, et assumpsisti, negli eterni tabernacoli, fuori di questo mondo scemo nell'opere, e privo di ragione, e se qualche raggio di luce tra tanta caligine discende, è, come baleno tra lo scuro, che più inorridisce, che piace, mostrando quanto la lucidezza di Dio, tanto la cecità delle creature, e se la luce negli effetti dispiace, perché il mondo è sproporzionato ai contenti, pensate voi quale affanno contiene l'intera penalità dell'esilio, solo soffribile per essere assai breve. Ma per coloro, a cui quella brevità dispiace, non vi è contento, né consolazione; onde è bene si mantenga questa vita in affanno con ambirne il fine, per essere così capace di quella consolazione.
O' utinam, fratel mio: dies illa illuxisset, et cuncta haec temporalia finem accepissent.
Intanto abbiamo quella pazienza, che mai potremo esercitare in Paradiso; e facciamo conto, che l'eternità ci dica, come disse al primogenito il padre del figliuolo prodigo: fili tu semper mecum es, così l'eternità: voi nella mente di Dio siete stati meco, e sempre eternamente vi starete, e tutto il mio è vostro, ma il mondo non già; mortuus erat, et revixit per mezzo della croce, e pazienza di Gesù Cristo, a cui si devono li conviti, le gioie, le feste, e li concorsi interi; per ora si assaggino questi bocconi di pazienza, cibi di croci, agnelli svenati, morti, e crocifissi, e poi torneremo da capo alla primogenitura, all'eredità del cielo per godere non crocifisso, ma glorioso colui, che disse al padre: sicut tu pater in me, et ego in te, ita ipsi in nobis unum sint. Oh dunque: sacrum convivium, che li assaggia sulla croce, e si digerisce in cielo, transustanziandosi l'anime nostre di quel modo possibile con il figlio penante, e con il medesimo gaudioso.
Sì, fratel mio: si tamen compatimur, et conglorificemur. Di questo, e non d'altro per ora è capace l'intendimento umano, serbandosi maggiori vantaggi d'eccellenze infinite in quel chiaro soggiorno, che mostrerà quel che occhio non vide, orecchio mai intese, ne intelletto capisce quali siano in Dio così veraci motivi. Io nella considerazione di questa verità la lascio, perché saranno più profittevoli li suoi interni sentimenti, che la mia estrinseca espressione. Gesù nostro bene ne dia quello [che] dice la lingua, e quello brama il cuore; e V. R. mi perdoni se superfluamente occupo interamente li fogli con suo disagio, perché toltone questo esalo, non tengo altra apertura ai miei sentimenti.
Palma, a dì 14 Ottobre 1694.

di V. R.
umilissima serva, e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

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1694 11 11 AMBP Lettera 13 / 94 autog.

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

a sua carissima lettera del 9 di Ottobre, unitamente ci consola per avviso di sua buona o mediocre salute, come noi grazie a Dio della stessa maniera la godiamo, e tocca a me il rispondere in questo devoto giorno del glorioso San Martino, e per V. R. memorabile per avere lasciato in questo giorno l'Egitto del mondo, e si licenziò dalla casa paterna, parenti ed amici, per fare partenza alla religione, ed io me ne ricordo quasi ogni anno in quelle parole [che] si dicono in questo giorno: cur nos Pater deseris etc., perché trovandomi antifonaria, e commossa teneramente dalla sua partenza diceva queste parole con una corrente di lacrime che fece bagnata la terra. Segni fratel mio della mia fragilità, che presaga forse della sua lunga assenza denunziò si rigida partenza, e però sulla trentina degli anni ancora si duole con l'effetto di quello si dice: spiritus promptus est caro autem infirma; benedetto bensì quel vale santo, quei felicissimi tempi che lasciaste il tutto e il dispregiabile mondo: beatus qui sponte deserit quaecumque carnaliter delectant in terra ubi omnia sunt periculis et laqueis plena, questo dice il Gersone, ma perché San Gregorio dice: valde laboriosum est relinquere semetipsum. Io questa mattina dopo la santa comunione ho pregato Dio, che per intercessione del predetto santo, desse perfetto grado alla nostra vocazione religiosa, e giacché per sua pietà quasi tutte noi ha fatto degne di questa grazia, sopra mettesse l'auge al nostro glorioso termine, e sopra tutto mi sono intenerita sulla sua preghiera, pregandole l'effetto con qualche lacrima di questo desiderio.
Oh fratel mio, che cosa ben grande è la perfezione, è parte trasfusa di Dio l'umana perfezione, ed è originata a noi dalla sua sorgente capitale, essendo la sua semplicissima essenza di tutta perfezione: Deus a quo bona cuncta procedunt, faccia noi eredi di quel bene che gli uomini poco stimano, anzi lo pospongono all'eredità mondana, Gesù, io stordisco quando penso alla poca stima [che] fanno gli uomini di questa regia corona: posuisti super caput eius coronam de lapide pretioso.
Sì Gesù mio, così con la virtù e meriti l'anime giuste al Coronato, ma quelli che sono diversi stimano questa corona una mitra di frusta e di pazzia: nos insenzati vitam illorum estimabamus insaniam: e pure non si condanna temerità si orrenda, qual si è il dispregio di una lesa corona; Faraone condannò il piccolo Mosè per aver in presago impadronito la sua, e sommerse nel suo sdegno quel indicativo accento, e noi non sommergeremo nel mare delle nostre lacrime l'irriverenza e poca stima di sì eccellente corona. Abbracciamola almeno nel nostro cuore, con l'esercizio della più cospicua virtù, acciò essendo con essa Re di burla al mondo, lo siamo di meriti in Paradiso; ed oh santa ignominia, umiltà santa, ella è la più gemma preziosa di questa aurea corona. Onde quanto per me la bramo, tanto per voi perfetta la prego, ma non rimpicciolita e sospesa, come è un anima umile, e nell'essere proprio trattenuta senza altro avanzo, che del proprio profitto; ma tanto coraggiosa in Dio quanto avvilita in essa: omnia possum in eo qui me confortat, il grano della senape mentre sta solo è il più piccolo del mondo, ma insinuato in terra: maius est omnibus oleribus. Così l'anime umili ed annientate si dimorano in questa senza la confidenza in Dio, saranno le più sterili nell'opere e più avvilite del mondo, ma se alla loro piccolezza succede come: de iure la confidenza in Dio, e si insinuano fino all'intimo nella fortezza di quello fertilizzeranno più che seme e frutteranno sopra ogni pianta rami, fronti e frutti per sostegno dei maggiori, e ombra delle minori, sotto cui straccano e respirano li poveri aviatori, giovate a maggior segno delle loro orazioni, benefici e dottrine.
Oh che fecondo granello fu l'umile Francesco, Domenico, Ignazio ed è stato ogni santo, che insinuati nell'ampio contegno di Dio, fruttarono più opere sante che non frutta, la terra frutti naturale; carissimo fratello ecco il tempo nostro, tempo di seminare, lasciamo la conservazione del seme, non più riposo, muoia e vada in terra: pulvis et cinis, ma qui non resti ma mandi il germoglio in alto nell'essere divino, da cui attraendo abilità dica a ben comune: tamquam prodigium factus sum multis tu adiutor fortis. Così la prego, tale la bramo carissimo fratello per essermi di doppio nodo congiunto nella carne e nello spirito, perché nostro Signore disse: quelli sono li miei parenti che fanno la volontà di mio Padre, che sta nei cieli, la quale altra non è che la nostra santificazione come pur egli disse: haec est voluntas mea santificatio vestra. Io poi la ringrazio dell'acqua mandata, per medicamento mio e delle sorelle, ella ancora non è venuta e la proveremo con molta speranza di giovamento, benché in quanto a me temo di qualche impedimento, perché le cose fresche nuocciono alla maggior parte delle mie infermità, tanto che anco l'estate bisogna tenervi sopra qualche calore, e parmi precise quella ritenzione, etc., sia cagionata di freddo e flati, (1) perché si mitiga con questo calore.
Del resto io inclino molto a quest'acqua, benché il medico non può farne giudizio per non saperne la composizione, e sopratutto ringraziamo l'affetto di chi scrisse la notizia di detta acqua, e maggiormente per essere amico chi la tiene del nostro amatissimo zio padre D. Carlo s. m., e obbligate tutte alla sua carità le faremo unitamente la santa comunione.
I terremoti poi seguiti in Napoli mi hanno parso un nuovo bollore della divina giustizia, la quale stando scaldata dalle nostre fervide passioni: sicut olla succensa per ogni avanzo dei nostri peccati manda nuovi bollori esitando castighi, e se non fosse qualche rumino d'intercessione, e aspersione di lacrime sopra questa ebollizione, che la ritrae dentro nella sospensione di questi esiti furiose, sarebbe consumpto non solo Napoli e Sicilia, ma tutto quello dimora sopra la terra.
Oh nostri peccati, legni aridi e cuocenti che a cumulo ardendo sotto la divina giustizia cagionano, non di Mongibello e Vesuvio, ma di più fervido fuoco sì formidabili incendi, e noi ancora ne abbiamo abbrustoliti gli occhi nelle stragi [che] si osservano; come fu l'altro ieri che passarono due nobilissime religiose, che ritornarono nella loro clausura per essere già in qualche modo abitabile, e perché fin'hora si erano ricoverate in Girgenti, Monsignore illustr/mo mandò ordine alla nostra madre Abbadessa, che lasciasse visitare le nostre religiose, le quali salutate da quelle devote viatrici, non può dirsi, non può credersi gli spettacoli che contarono, gli spasimi dei vivi e mortalità delle povere creature, sono storie mai intese per centinaia di secoli; gli stessi cadaveri usciti dalle rovine erano per nuovi terremoti di nuovo schiacciati, la stupidità dei vivi, la puzza dei morti, la fame, il freddo, la pioggia, li furti, le uccisioni dell'uno e l'altro, li riduceva quasi animali e fuori l'umana condizione.
Oh cosa orrenda, voi non lo credereste carissimo fratello, ma il peggio d'ogni altro è il danno dell'anime, e maggiormente delle claustrate raminghe, di cui si hanno scoperto mali sì brutti che non si può sentire; ma queste due sono santarelle nominate una suor Felice Maria, e l'altra suor Florida Maria Caetano, cugine del Principe di Sortino, ove rovinò con tutta la città tutto il loro monastero, e una conversa che portarono qui con esse detta Natalizia, perde[tte] sotto le rovine 35 parenti. Oh la meschina faceva fonte degli occhi, e le coriste suddette perdettero parimenti 2 sorelle e due nipoti monache con esse, e una nipote restò con la sola camicia sopra una punta di piliere (2), che volete dire meraviglie: ab ira tua libera nos Domine, e varrà questa per voi raccomandarle al Signore e vivi e morti.
Li nostri nipoti stanno bene per grazia del Signore, e seguita la Sig.ra nipote come il primo avviso per grazia del Signore, e V. R. preghi assieme con me il Signore e Madre SS.ma, che infonda assieme con l'anima qualche speciale grazia a questa creatura, per bene proprio e suo santo servizio.
Io vorrei ogni uno che viene al mondo fosse non distruttore, ma artefice della Chiesa del Signore, almeno con spalle sì forti come San Francesco, che Dio lo mostrò in sogno al sommo Pontefice, quasi sostegno della cadente Chiesa; o' utinam fratel mio venissero per questo tutte le nascenti creature, preghi, preghi per le future e presenti e anime purganti, e più di tutte per me nuda di bene e mendicante di sante orazioni, li mendichi pure lei per me al nostro Padre Vitale, a cui riverisco e domando la santa benedizione, saluto il fratello Butticè, e prego Dio per esso per la carità fa a mio fratello, al quale saluto come fanno le sorelle,
Palma, a dì 11 Novembre 1694.

[umilissima serva, e sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

(1) aria racchiusa nel corpo animale, che si genera negli intestini;
(2) pilastro

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1695 02 06 AMBP Lettera 01 / 95 autog. CIX

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

n questa settimana è venuta una sua brevissima del primo di Gennaio, ed io molto mi lamenterei della brevità delle sue lettere, se non supponessi che il tempo [che] leva a noi lo dà a Dio in più utili impieghi; io però non so darlo bene a nessuno, perché lo perdo invano, né trovo come in questa passarlo bene, perché l'inverno dell'anima mia è sì pieno di seccaggine, e freddo di sentimenti che solo pluvia lacrime. La cagione fratel mio è probabile in quanto all'anima, perché senza Dio suo calore naturale, gela e dissecca più che stagione invernale, e l'oscure nebbie sono tante che per spiegarmi non vedo raggio etiam di ragione.
Ah fratel mio: in tenebris sedeo, et lumen coeli non video, e non potendo esprimere questa sedulità dell'anima sentite quella del corpo, che per ridondanza è sua immagine viva, già sono 8 mesi che sono carcerata in cella, li forti vincoli sono l'incurabili miei mali insanabili, quasi tutti a parere dei medici, questi miei morbi sono i ministri della mia prigione.
Chi mi proibisce la luce, perché un aura, un soffio di vento mi peggiora, chi non mi concede moto con impossibilitarmi a farlo, chi non mi concede cibo fuorché due o tre cose le più dispiacevoli al gusto, quali solo non mi danneggiano, e chi una cosa chi altra quante copiose e varie sono tante proibizioni [che] osservo, ma l'arciministro del mio tormento che io chiamo mio carceriere è una infermità che non mi lascia dare passo, e toltone quelli [che] bisognano per la santa comunione e Messa, altri non ne posso senza dolore estremo, tal che per ordine dei Superiori conoscenti come tutte di questi estremi bisogni, mi fanno cibare in una cella disoccupata, vicina alla mia portandomi il cibo del refettorio una sorella conversa, che solo per questo entra nel Romitorio, ove mi lasciano fuori della infermeria, perché li miei mali sono incapaci di medicamenti, e solo si curano con l'immutabilità del corpo senza passo veruno.
E così la passo in un necessario e interminato ritiro non solo in cella, ma in un solo cantone d'essa avanti il mio tavolino, sopra cui tengo un libretto per la lezione, e sotto tutto ciò che bisogna per esercizio di mano perché io sono attiva assai di mia natura, né passo momento senza lavoro. Ed ecco carissimo il mio avvilito mondo, tanto ridotto quanto può entrare in cinque palmi di terra, e il resto da me fece transito e disse a Dio, ed io giuliva con esso: vale valde facio; solo mi pesa l'anticipata perdita delle religiose, che non potendo io uscire né loro entrare nel Romitorio, quale è il mio unico conforto, sono già 8 mesi che non converso con esse, benché le nostre tre sorelle vengono qualche volta per vedermi; ma io contenta più delle mie nude ed uniche compagne, croce e solitudine, con queste la passo volentieri. Non creda però che io sia tanto morta nell'attività per quello posso che non mi adoperi a ravvivare lo spirito con tutte li mezzi possibili, e perché l'ottusione interna mi oscura ogni lume, per introdurmi al bene sono divenuti gli occhi miei l'unico soggetto della mia orazione, e solo penso ciò che con essi ammiro, e siccome entra la morte per finestra, così per essa parmi entrare la vita.
Onde io tenendo una cappella in cella, fonda nel muro circa due palmi, quale finisce sopra il tavolino qui acconcio il mistero secondo [come] corre il tempo, adesso vi è stata poveramente la grotta di Bettalem, tenendovi con siti verosimili i tre santi poverelli, secondo [come] poté variarsi fino alla purificazione, nel quale giorno oh come si disgiunse da quella devota vista l'anima mia, perché più che respiri alitavano il mio spirito li loro esempi di tutte virtù e perfezione, e nell'ultimo giorno in atto di partirsi cosi io disse per licenza:


A' Dio di Bettalem grotta beata
Sacra miniera di tre gemme in oro
Un diamante, una perla immacultata
Col zaffiro Gioseppe umile adoro
A piedi vostri godo catenata
In povertà l'ampio mio Tesoro
Ma lasciando voi resto spogliata
Della vita, perchè già spiro e moro


Ma lei carissimo fratello non si faccia beffe di questa imperfetta canzone, né delle suddette acconciature della mia cappella, perché la necessità non ha legge, e quando al corpo umano manca il calore naturale si aiuta con calori estrinseci; si ricordi del vecchio Davide accalorato della adolescente, e noi altro non facciano che nell'inverno fuoco e nell'estate neve.
Ah Signor mio, abbi pietà di questa mia raffreddata vita, e più che oscurata luce che vede per immagine ciò che non può per lume, tempo fu che stimai distrazione, quello procuro adesso per incentivo di fare bene; bisogna in vita nostra essere impermanente come fu Gesù Cristo in essa, e se egli non ebbe stabilità nel vitto cibando latte in Bettalem, lautezze con pubblicani, pesci con gl'Apostoli, e anco biada tra li seminati, io perché vorrò sempre le prime e mai l'ultime biade scorticando con stenti queste spoglie estrinseche per nutrirmi l'anima: sicut medulla tritici?. Non rida dunque fratel mio di queste sante bagattelle nella mia cappella, ove, è racchiuso per me il mondo e il Paradiso, e scusi se io sono sì povera di sensi e parole, a segno che ho mendicato della mia povera vita la materia di occupare questo foglio, perché non potendo in questa mia solitudine avere altro oggetto che me. Le ho raccontato come me la passo con confidenza fraterna, e sarei più che contenta se con me fosse Gesù Cristo, se non personalmente almeno nei suoi santi esercizi, facendole di pari coppia nella perfezione.
Ma ohimè che non so dove sia, né in presenza, né nell'azione: si tu sustulisti eum dicito mihi, dica se lo pigliò per esemplare e lo tiene impresso, e consimile nelle sue azioni che io imiterò la copia se non l'originale, e però fratel mio mi racconti qualche suo esercizio, tanto di religione quanto di studio, conversazione, etc.; perché io sempre ho questo pensiero sopra di lei, che vita fate di sano o infermo, se si alza di notte ed in che tempo, che pranza, come veste, etc.; e di questo io conoscerei la sua buona o mala salute, secondo le dispense o interezza regolare, appressiamoci almeno con le notizie, giacché tiene lontani li passi, finché un fiato ci separi per sempre in questa labile vita.
In tanto perché questa arriverà costì nel mese santo, Marzo, in cui s'incarnò e morì il nostro Salvatore, la prego a ricordarsi di me in tempi sì devoti, ed io sì misera come sono lo farò per V. R. come assiduamente fanno le religiose, quali la salutano come fa suor Maria Teodoreta, nel cortile di Scicli in cui si trova con titolo di chiostro; oh poveretta quanto è mal ridotta, fabbricano e disfabbricano perché: manus Domini tetigit nos, e con un lieve tocco di terremoto e vento porta le nuove fabbriche in rovina, preghi per tutte presenti e lontane dei divini castighi.
L'acqua che mandò poi ci ha fatto coppieri del Paradiso, e come che opera quasi miracolosamente e vedono che esce dal monastero, la chiamano chi celeste e chi beata, noi ridiamo di questo, e per informarle abbiamo mostrato la nota venuta da costì dei suoi buoni effetti, ma che basta a fare credere il comune. Ieri venne un corriere di Aragona, e bisognò dargli una piccola caraffa; io non l'ho provato in bevanda, perché come che ogni medicamento mi danneggia termino di applicarla, ieri però mi servì d'unzione alla parte inferma, e questa mattina pare che sia migliore, seguiteremo, e sia fatta sempre la volontà del Signore; qui mi hanno fatto domanda di qualche: Agnus Dei quale io fo a voi, e se ne potrà mandare qualche numero sarebbe carità congiunta colla devozione e doppiamente meritoria, e per fine desiderandole santità e salute la saluto, e lascio a piedi di quel Datore che l'una e l'altra può dare.
Palma, a dì 6 Febbraio 1695.

[umilissima serva, e sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

P. S. Riceviamo i fogli greci, quali io interamente ho serbato per questa Quaresima, per esercizio della santa passione, e lei sarà in essa memorato come speziale di questo estratto che raduna recente il sangue del Signore.

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1695 03 25 Lettera 02 / 95 CX

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

lla carissima sua del 19 Febbraio a suor Maria Antonia, rispondo io in questo ammirabile giorno dell'incarnazione del Verbo, in cui le creature confessano oscurità per comprendere questo gran mistero con perfezione, ed io cieca nottola più di tutte oscura, altro non dirò: altus est Deus, et humilia respicit; e siccome l'acqua del ruscello non potendo ascendere alla cima dell'albero s'interna con maggior utilità nella radice; così noi, carissimo fratello, mentre siamo al fondo della presente vita dovremmo discendere più scorrevoli all'umiltà, che all'altezze, ed oggi il figliolo di Dio bassa con noi, ma precipitosamente nell'abisso dell'umiltà, che lo perdiamo dagli occhi; né mai l'uomo conobbe perfettamente la sua umiliazione, poiché chi vuole conoscere l'alto, e basso dell'edificio, bisogna lo misuri dal tetto, che se lo misura dalla metà, o poco più alto del pavimento, lo stimerà sproporzionato, e basso. Così noi non potendo arrivare alla sommità infinita dell'Essere divino, lo misuriamo da dove arriva il nostro intendimento, poco più alto del suolo, che è l'Essere di Dio umanato, fondo assai basso del divino: fundamenta eius in montibus sanctis; così questi, tutto che sublimi, l'hanno misurato con bassa misura in questa infelice vita mortale, stimandolo potentissimo, altissimo, incomprensibile, etc., e per la parte bassa umilissimo, avvilito, e poverissimo, etc.; ma le nostre misure sono corte, ne l'altezza si comprende, ne l'umiltà si stima, non conoscendo gl'infiniti spazi, né l'alto immenso, da dove è abbassato questo divino precipizio. Ne domandi agli Angeli tutti, Spiriti più capaci, che pigliando la misura un poco più alta, secondo la loro capacità, velano le loro facce per l'incomprensibilità di sì alto, e profondo mistero, quale dal tetto nessuno ha misurato, fuorché l'architetto Dio con la capacità di se stesso.
Ah, Signor mio, ed io, che sono verme, e non uomo, entro per fessura nel basso suolo dell'Esser tuo umanato, ove, senza intelligenza del tetto, bastami il fondo buco dell'umiltà del Verbo e benché, come ho detto, è vasto, e ferrato alla capacità degli uomini, per me è di serrato, non volendone più apertura, che quanto basta all'ingresso d'un piccolo vermicello, lasciando fuori gli eccessi copiosi di straordinaria intelligenza, e questo è, fratel mio, l'avvilirsi, divenire piccolo nella stima, grandezza, comodità, scienze, etc., per poter entrare per buco furtivo, non potendovi avere l'ingresso con quella roba, che porta seco l'intendimento umano. Violenti rapiunt illud così si ruba l'introduzione nel Verbo per internarci nelle sue virtù, ed esercitarle con esso, e siccome gl'internati in un corpo, altro oggetto non vedono, e il non nato bambino sta nudo nell'utero materno, così gli annessi, ed inclusi in Gesù Cristo, spogliati di tutto, altro non intendono, che: Jesum Christum, et hunc crucifixum, spogliato di tutto, fuorché dell'umiltà, e dispregio; e benché tutta la sua vita ne fosse un aggregato, le sfavillò alla fine nell'ultime ventiquattro ore, come fa una macchina di fuoco, che infiammando pian piano negli ordini inferiori, nell'ultime divampa tutto con applauso, e voci dei spettatori. Oh giuoco dunque, oh che giorni aspettiamo in questi ultimi di Quaresima, nei quali si vedrà un Cristo in croce, disfatto in faville del suo santo amore, e scintillando esempi a chi d'umiltà, a chi d'obbedienza, rassegnazione, etc., a me toccherà la prima, come virtù primogenita della sua umanità, e prima esercitata pigliando carne umana, all'hora, che chiamandosi la Vergine, ancella di Dio, questo si scoprì figlio d'una schiava. Oh lunghi elogi! descrizioni infinite direi dell'umiltà della madre, e più profonda bassezza del Figlio Salvatore; e quanto disse San Paolo della carità, io direi di vantaggio dell'umiltà; poiché se la prima dà vita allo spirito, la seconda le dà conservazione, e senza questa radice, come reciso fiore: sic efflorebit e che giova la virtù senza durata? l'umiltà non cerca le sue cose, perché reputandosi indegna, le cede ad altri: non è ambiziosa, che di maggior bassezza, non litiga, perché cede, non giudica male, che di sé; rispetta tutti, come infima si pospone come ultima, con gaude dell'altrui bene, confessa il proprio male, e in somma: omnia suffert, perché lo merita: omnia credit, assoggettando la sua all'altrui opinione: omnia sperat, in cui senza proprio merito la mantiene: et omnia sustinet, confessandosi sempre degna di pene maggiori, e disse di vantaggio, perché la carità opera godendo: Amor non laborat; ma l'umiltà, penando, duplicando il merito colla croce di Gesù Cristo, che fu un composto d'umiltà e patimento, e qual più poté essere di quello fu nel Calvario, ignudo, ferito, svergognato, vilipeso, e morto appeso. Ego sum vermis, et non homo. Si compara agli animali, e a quelli più minuti soggetti alle medesime bestie; ed io, ohimè, se mi manca un decoro, un sospetto di perderlo, imbestialisco per sentimento, facendomi bestia per superbia, e Dio verme per umiltà.
Oh lacrime! oh pentimenti! piangete li miei errori, le mie tante distanze, che mi allontanano dall'umilissimo Signore: Tu solus humilis, tu solus humilis: ripara tu le mie alterigie, distruggi li miei agi con un diluvio di croci, e avvilimenti, ed io ardo di averli, non perché fossi umile, anzi perché ne sono assente, perché ove manca l'acqua, abbonda la sete, e però arida d'umiltà, sempre sitibonda ne ho vissuto, e più che assetata ne vivo: crucior in hac flamma, perché li legni della sua croce troppo cumulano in me la cenere dell'umiliazione, per un atto della quale io cederei tutti gli eccessi di mente, che dal cielo potrei avere in questa vita mortale, nel cui brevissimo tempo l'umiltà si lavora, restando per le glorie, e diletti tutto il corso eterno. Eja dunque cuor mio: quod facturus es, fac citius; fa presto in vita ciò che non puoi fare nell'altra; e prima che i vermi consumeranno la massa corporale, annienta te stesso nell'umiliazione; sì, fratel mio, questo è il tempo propizio per ottenerlo, giacché cinque fonti ne mandano le cinque piaghe del nostro umilissimo Redentore, lo preghi in quei giorni, che questa le arriva, perché sempre sono flessibili a nostro bene queste sacre aperture.
Ed io benché misera, lo pregherò per V. R. lo stesso intento, come farò il Giovedì Santo con le cinque preghiere allo svenato agnellino, da lei assegnatomi nella santa comunione, che farò a sua intenzione: così alter alterius agevoliamo il nostro passo in questa presente peregrinazione. Hieri la finì quella povera verginella attratta, a cui nostro nipote, secondo le dissi, faceva la carità, e fu in giorno di Sabato mentre si predicavano li dolori della Vergine addolorata, con tutti li segni di predestinazione. Oh avventurata, già benedirà quei spasimi, abbandoni, e miserie, che le tesserono immortali corone; e noi speriamo le stesse, se in questa vita le tesseremo di spine. Tota vita mea (disse Gesù Cristo) obsita spinis, tessendola sì aspramente lui, per spuntare alla nostra le dolorose punture, con cui santamente la lascio, e caramente saluto.
Palma, a dì 25 Marzo 1695.


umilissima sorella, e serva
Maria Crocifissa della Concezione

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1695 04 11 AMBP Lettera 04 / 95 autog. CXI

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

erché la mia infermità impedisce l'ordine delle nostre lettere, non potendo alle volte scrivere come dovrei, scrivo in questa settimana, che tocca alla nostra sorella maggiore, per ritrovarmi mediocre di sanità, come tutte la passiamo per grazia del Signore, lo stesso almeno desideriamo di V. R., per passarla tutte senza eccesso di buona, o mala salute; stando nel mezzo la perfezione. Così Dio Signore nostro si vide fra due animali nel Presepio, fra due Profeti nel Tabor, e fra due ladri nel Calvario, e dopo la resurrezione tra due Discepoli in Emmaus, proferendo in discorsi, e misteri a tutte l'altre questa apparizione, e come poté essere più grata! cibarsi con essi, camminare insieme, ed accenderli di amore: Nonne cor nostrum ardens erat, oh fortunati due! Ma il di mezzo è più dolce: Ubi sunt duo, vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum: il terzo egli lo soggiunse in dubbio, vel tres, per scarseggiare quanto si può l'umana conversazione, non tanto però, che per indiscreto fuggire diventiamo bestie; l'uno Dio non l'ammise, come li due in questo tempo pasquale, destinato etiam nei chiostri a qualche straordinaria ricreazione, e questo fu San Tommaso, che per trovarsi solo fuori l'Apostolato, ebbe quasi posposta, con qualche rimprovero, la sua apparizione.
Io amo questo santo [Apostolo] con qualche parzialità, e sento con vergogna questo Evangelo nell'ottava di pasqua, tanto che nel medesimo giorno amichevolmente così li feci la correzione, che cosa è, Apostolo mio, che ogni anno per il gran rispetto [che] vi porto mi fate arrossire? e fu cosa da fare quella [che] faceste di non volere credere, etiam con testimoni oculati quello, che senza vedere, e palpare credono tutti li poveri cristiani? che fede fu la vostra inferiore a qual si sia cristiano peccatore? tutto il coraggio fu in dire: Eamus et nos ut moriamur cum eo? vi offriste a morire in croce, e poi moriste alla fede?
Ah alte cadute! (par egli rispose) quando io dissi, eamus, era col mio Maestro, ma discredendo, ohimé, ne fui lontano, perché con lui è ogni bene, e fuori di lui è ogni male.
In quo vivimus, movemur, et sumus etc.: ed oh alto essere di Dio! e se un Apostolo vicino a questo abbraccia la morte, e lontano dal medesimo non fa un atto di fede; come noi più miseri non voliamo, non ci incateniamo con li ferri all'origine, causa, e sostegno d'ogni nostro bene, tanto più ch'egli pronto a darlo, grida con cinque bocche aperte, che sono le sante piaghe santissime: Eum qui venit ad me non ejiciam foras, ne lascerà predarli da mano nemica, perché la sua mano potente confermando grida: non rapiet eas quisquam de manu mea.
E se li schiavi soffrono l'impronta, e tal volta il nervo dal padrone, li giumenti la soma, et il bue l'aratro dalle medesime mani; noi perché ricuseremo quello della mortificazione, portato prima, e poi chiamato lieve, e più che soave dal nostro divino Impositore? il quale essendo inseparabile da questa virtù, volle [che] precedesse alla divina unione, dicendo: neghi se stesso, pigli la croce e seguiti me.
E' bene dunque, fratel mio, che si abbracci la croce della mortificazione per non separarci dal Crocifisso, da cui dipende ogni nostro bene, e siccome lo schiavo, il giumento, et il bue non servono, né giovano in ozio, così l'anime mortificate non utilizzano mai per Dio, né per il fertile campo della perfezione, e quando l'occasioni mancassero, dovremmo andare alla busca di esse da un mondo all'altro, come fanno gli Armeni, che per avanzare prezzi cavano fin dall'Indie le loro gemme, e preziosi metalli.
Ah dure fatiche per momentanei guadagni! e noi senza uscire di cella, e talvolta dal proprio pensiero, potremmo col traffico di nostra violenza guadagnare un Dio, e con esso il valore di ogni buona opera a lucro immortale: omnia possum in eo, qui me confortat; e se questo gran prezzo non basta, io non so che dire, perché valde avarus est, cui Deus non sufficit. Trasfondi tu, Gesù mio, tanto valore nella cupidigia degli uomini di tanto prezzo dell'anime, acciò avidi di tanto bene lo comprino col divorzio d'ogni male, ed io miserabile, che al caldo delle mie fervide passioni liquefeci questa perla nella bocca di tanti miei gusti, dando come si suole dire: margaritas porcis; vorrei per pentimento liquefarne altrettante indurite in questi occhi, giacché mi ha congelato le lacrime il vento dei miei sospiri. E come il secco vento inaridisce li campi, così questa influenza dissecca l'anima mia di ogni consolazione, Anima nostra sicut terra sine aqua tibi, e dopo di dirlo a Dio lo replico a voi, acciò mi riguardiate come arida terra, che per le crepature manda questi piccoli esali per elevarli più su nella vostra orazione, quale pure io fo per voi continuando reciproche preghiere.
Questi giorni addietro Monsignore illustr/mo, mi mandò due tomi della vita di nostra Signora, rivelata alla V. M. Maria di Gesù religiosa dell'osservanza di San Francesco se mal non mi ricordo, e questa la scrisse diffusamente in otto tomi contenendo cose occulte e segretissime, circa la vita di nostra Signora fin'hora mai sapute, la stampa è nuova uscita in Spagna, in lingua castigliana che è la nativa cronica della medesima venerabile spagnola, ove nel fine va scritta la sua vita, ma per causa dell'idioma straniero qui riesce non intelligibile, e però caso che costì fosse tradotta nella italiana ne sarebbe carissima, perché essendo materia di nostra Signora, e sostanza materna, è più che dolce per l'anima: o' clemens, o' pia, o' dulcis Virgo Maria.
Io poi le sorelle e tutte religiose la ringraziamo infinitamente della diligenza e fatica usata, per l'officio già ottenuto nella festa di San Felice, e pregheremo Dio e il medesimo santo corrispondano loro alla carità dell'eminentissimo Card. Colloredo, facendosi dal medesimo eternamente lodare in Paradiso, e in vita che vogliamo lunghissima, lo facciano parimente esigendone sempre gusti, giacché sono più che lingue lodatrici li santi e pie operazioni; noi manderemo la lettera a Monsignore illustr/mo per la spedizione che varrà per l'anno seguente, perché in questa San Felice accade il giorno dei santi Apostoli Filippo e Giacomo, Domenica IV dopo Pasqua, e resto quanto consolata di questo, tanto afflitta del suo maestro ebreo che io non so come può mirarlo con occhi senza lacrime, io per me morirei se vedessi uno di questi sapendo [per] certo, che perseverando ha da precipitare all'inferno, gli dica che non aspetta più il Messia, perché egli è già venuto l'aspetta in croce a penitenza, e se non si contenta, prima del Messia incontrerà l'inferno. (1)
Oh gran durezza, loro la portarono dall'Egitto volendo imitare più Faraone tiranno che Cristo loro liberatore: induratum est cor Faraonis, il quale ancor vive nell'ebraica perversione. Io domani pregherò per il suddetto nella santa comunione, e volesse Dio che egli primo pigliasse da lei la verità della fede, che lei da esso l'ebraica favella; oh, ed io restassi cieca degli occhi per avere costui lume della fede, con il quale desiderio la saluto, come fanno le sorelle e tutte religiose, facendola sempre partecipe delle comuni orazioni.
Palma, a di 11 Aprile1695

di V. R.
[umilissima serva, e sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

P. S. La sua lettera ricevuta fu del 12 di Marzo, e stiamo attendendo l'offici, della santa passione quali ancora non sono arrivate in Palermo.
(1) È il rabbino Moisé Cave, che insegnava al santo la lingua ebraica, e che fu da questi convertito nel 1698.

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1695 11 13 AMBP Lettera 09 / 95 autog.

[Al mio carissimo fratello,
il padre Don Gioseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare]



Jesus + Maria

n questa settimana è venuta una sua carissima lettera, con l'avviso della solita mancanza delle nostre lettere, come allo spesso proviamo noi delle sue, senza conoscerne la causa, fuorché Dio voglia privarne di tanta consolazione. La sua è del 8 Ottobre, con l'indirizzo per applicare il nostro capitale alla tavola di Palermo, sopra di che nostra sorella le rispose a complimento, perché io di questo linguaggio non ne sento parola, e di presente ne anco mi penetra altra materia, fuorché quelle a me adeguate parole taedet animam meam vitae meae, e tedierebbe per la sua qualità al più gran paziente del mondo, non che al mio debole spirito tenue e delicato.
Sono in un Purgatorio di corporali morbi, in un diluvio d'inevitabili pensieri, in una folta caligine d'inquietudini, un vento che mi agita, esilio che mi divorzia, pericolo che mi precipita, affanno che mi divora, e vita ohimè che mi abbatte e mi reietta.
Ah vita nemica lasciami, lascia, dimitte li miei giorni, e non mi stare in dorso come vendicatrice nemica, sì fratello mio, sono nell'unghie della morte e nelle branche della vita, tra le cui crudeltà vorrei né vivere né morire, ne so che fare; patisco bensì come viva e come morta, perché sono vivissima nelle pene, e morta ad ogni consolazione mors et vita duello, ma alla fine mi vincerà la morte, quando finirà il duello. In tanto venga dal cielo soccorso quia non est alius qui pugnet pro nobis nisi tu Deus noster gridi così per me, gridi per il turco e per li cristiani, stracchi tutte, chi nell'estrinseco e chi nell'interiore, e perché ancor V. R. sia milite cristiano (militia est vita hominis) pregherò, benché indegna, per la sua lucta spirituale, e in quanto al nostro stato estrinseco stiamo tutte in un mediocre patimento, perché solo è malo l'eterno privo di merito e del divino beneplacito.
Stiamo aspettando la conclusione dell'opera della Sig.ra entrante, che manca per la prossima dispensa e consenso dei Sig.ri parenti, che tenacemente ostacolano, ma lei dopo procurato il loro gusto sta molto costante per entrare, tanto se vogliono, tanto se dissentono; ella cambiò modo e strada di trattare, e lasciando li primi mezzi gg., la tratta per via di Monsignore, e ultimamente le scrisse ricusando la servitrice per aiuto delle sue infermità, dimostrando virtù veramente ammirabile e fondamenti stabilissimi.
Noi siamo domandate della verità di questo con domande ammirative, e tutta [la] Sicilia parla lodando la nostra comunità, più nella esclusiva che nell'accettazione, dandosi in ciò a conoscere per disinteressata, tanto di lucri quanto di pregi umani; dicano quello che vogliono, io sempre dirò: Deus meus est omnia.
Qui se ne diede avviso al Sig. Principe d'Aragona, (1) che gradì e rispose con edificazione, secondo i sensi suddetti, e si darà ai Sig.ri Nipoti per avvertire alle loro convenienze nella venuta e stato qui di questa Sig.ra, etc.. Loro stanno bene assai e secondo dicono Ninuzzo Maria è figlio di grazia tutto bello rifatto grazioso e prosperoso, e sopra tutto è saggio senza mai mandare voce di pianto, ma sentite li suoi giochi, tutti sono solitari con li chiodi di quelle sedie che hanno teste grandi come taccioni, e perché queste sono lustri e mostrano quelle figurine, esso tutto il giorno salta per pigliare quelli vavatelli, ne riceve buone testate nel braccio della medesima sedia, senza mai piangere ricevendo questo dolore per tanto giocare; così sono l'avidezze degli uomini che struggono le loro teste per ambire quel finto lustro delle loro pretensioni, e alla fine umiliate capita vostra facendo il gioco in sepoltura. Questo documento mi ha dato il nostro grato innocente, il quale fa estenuare di carne la sua nutrice, perché se qualche sera ne ciba egli passa inquieta la notte come avesse febbre, e lasciandola il figlio dorme ad uso naturale, preghi Dio per sì devoti presaghi acciò non faccia il mio mal fine, e la saluto come fanno le sorelle.
Palma, 13 novembre 1695.

[umilissima serva]
[Maria Crocifissa della Concezione]

(1) D. Baldassare Naselli e del Carriglio, prese l'investitura l'8 maggio 1674, eletto Vicario generale nelle città di Girgenti, e di Licata nell'anno 1676;

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1696 02 12 Lettera 02 / 96 CXII

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

n questa settimana restiamo consolate di una carissima sua del 7 Gennaio, ed io più di tutte ricevo carità per li quattro paia d'occhiali; mandati separatamente due paia per volta, e l'aspetto con desiderio, stante la molta necessità; e prima d'averli ringrazio il suo affetto, come farei al Sole ministro della luce, come V. R. mi è, di giorno e di notte in questa provisione d'occhiali. Oh carissimo fratello, già incomincio a perdere di vista il mondo, e sia il ben andato, lo vorrei né lontano, né vicino. Luogo, ove si offende Dio; ove questo patì; ove l'anime si perdono; e chi vi starebbe volentieri? solo per esilio, per purga, per giusto giudizio di Dio di cuore l'abbracciamo. Io vi sto per lo più mestissima, mirando per li buchi di questa oscura prigione (che sono l'apertura dei buoni pensieri) se forse la mia libertà si appressa; e parmi ogni dolore, o aggravamento del corpo un tocco di chiave per aprire la mia dura prigione. Oh venisti (io alle volte li dico) sei tu forse il prigioniero per darmi l'ultimo passo dal ceppo al Paradiso? ma egli pare che risponda: Ego non, ecce venturus: già lo mostra vicino: ecce venturus.
Si, fratel mio, forse può dirsi per me: prope est salus, non mi lusingo però con questa aerea speranza, perché a comparazione della lunghezza eterna può dirsi: propè un secolo, e un migliaio: Quoniam mille anni ante oculos tuos tanquam dies hesterna, quae praeteriit; meglio è affrettare il passo delle nostre buone opere, acciò con le male non si dia occasione di allungare la vita, come alle volte fa la pietà divina per aspettare la penitenza, a questo fine anco sono risuscitati cadaveri per rimettersi in grazia. Onde se io non vedrò incenerito il mio corpo, non tralascerò il timore di ripigliarlo; giacché per un'anima nemica di esso non può trovarsi più formidabile Purgatorio, e pensate, che sia il tenerlo addosso, non per rimetterci in grazia, come già dissi, ma per fomento di perderla, giacché a questo non induce la nostra umana natura.
Oh Fratel mio, con quante ansie di cuore dovrebbe l'anima nostra desiderare la corporale separazione. Io per me [ri]empirei li fogli tutti di vari e giusti motivi per quel che sento; ma basta dire, per soffrire il contrario: fiat voluntas Domini. Mentre siamo in via di fare dovremmo, come fa un serio, e caricato viatore, che a passi di distacco ansiosi del fine, non si attacca agl'incontri, né con essi si trattiene; solo uno sguardo dà a tutti, e passa avanti.
Oh facessimo così a tutti gl'umani incontri propri, e alieni, aspri, o giolivi (senza mai fermarci con sensi passeggeri) uno sguardo a tutti secondo [come] suggerisce la ragione, e passa avanti, senza riflettere al transitorio, ma all'eterno fine; veda che questi incontri alle volte trattengono la mente, vogliono sedere con noi sotto qualche lieta posa di giocondo pensiero, etc..
Ma non perdiamo tempo, passiamo avanti, e se vogliono società, vengano camminando entro il sentiero nostro d'un virtuoso cammino, fuori di che, per noi non sia compagno, né arresto, o discorso; come fece Gesù Cristo per la via di Emmaus, che non si arrestò in via, ma attese al discorso camminando. Per amore di Dio nessuno ne [di]storce il passo, e ritardi la via: quoniam advesperascit; e se si annota, o si ritarda, si precipita il passo fuori del divino sentiero.
Io non dico, che andiamo in solitudine, ove non sono incontri, come gli inabitati deserti, ma nel comune sentiero, senza arresto all'umano; diamo l'orecchio, e lo sguardo al compagno, e il passo al Cielo. Io di questi incontri ne ho molti; altri nell'udito per quel che occorre al monastero; altri nella mente per causa propria; dopo sentire li primi, e considerare li secondi, lascio nel loro passo a tutti, e dico: a Dio, riferendo, e trasmettendo a questo tutti i miei e comuni bisogni.
Palma, a di 12 Febbraio 1696

di V. R.
umilissima serva, e sorella
Maria Crocifissa della Concezione

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1697 01 18 AMBP Lettera 13 / 97 autog.

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

arissimo fratello io sono in [uno] stato che vi scrivo lacrimando, e per l'acerbissimi spasimi tremando, di giorno e notte [mi] crucio senza respiro, botte crudeli con che fuori di sé mi caccia il mondo, ma io vorrei baciare li suoi bastoni, mentre fan dire a tutte le mie brame: in Domum Domini ibimus, dove V. R. sarà come sempre mi è stato caro diletto ed unico fratello, e come tale le raccomando l'anima mia carica di colpe più di quello [che] è stata carica di pene. A Dio fratello carissimo, spero rivederla in Paradiso mentre l'abbraccio cordialmente, e semiviva la saluto.
Palma, a dì 18 Gennaio 1697.


sua indegna sorella
Maria Crocifissa della Concezione

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1697 06 15 AMBP Lettera 15 / 97 copia

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

arà la presente per salutarla con la memoria di me, dimorante in tanti affanni mentali e corporali, che mai credeva trovare tanta feccia nella fine dei miei giorni, ma perché la grassa sostanza dei miei errori tanta si residua al fondo, parmi che nei bollori dei miei sensi potessi dire: ira Dei ascendit super eos, e trasmessa dal fondo tanta rea sostanza ascende nella parte superiore dell'anima, dove sento fieri abbandoni, impeti nequissimi e veementi suggestivi, per li quali se volessi aprire la bocca alla significazione metterebbe in fuga di che sono talvolta rari che le mie fauci per le gemebonde lacrime, ed escluse preghiere, e circa il corpo bisogna operare non meno, perché egli manda altrettanta copia per i suoi dolori.
Ohimè sono avvinta, mi confesso al non poter più, e sono sopra forza li smisurati tormenti, mi creda, che sono in quelli affanni, e pressioni, che: nemo credit nemo credit, e con tutto che la mia vita è tale senza intermissione non desidero lasciarla tremando dell'altra eterna quale aspetto peggiore, piango la presente, e contremo la futura, perché se in un mondo, dove si pospongono li castighi io peno tanto, che saranno nell'altro luogo le punizioni ai delinquenti? Oh tempo! oh tempo! egli mi è stato tiranno, il trascorso perché ho errato, il presente perché lo peno, e il futuro perché l'aspetto.
Ah! ah aiuto fratello, acciò non sia eterno, e tolga con sue preghiere da questa mia bocca, e cuore quello iniquo verso sovente nelle mie labbra stimolata: melius erat illi si natus non fuisset, e benché nella bocca di Gesù Cristo fu Paradiso, nella mia sarebbe inferno, perché mi viene di dirlo contro la creazione dichiarandola in odio, e non in beneficio dell'uomo, mentre per doveri della vita mortale più pare sia destinata all'inferno, che facilitata al Paradiso, e però: multi sunt vocati, pauci vero electi, e per la paucità dei buoni piange nell'essere umano una infinità di rei, etc..
Absit, absit però queste voci nemiche quali esprimo per metterle sotto li piedi lodando, benedicendo, e ringraziando Dio per il beneficio della creazione, redenzione, conservazione, e glorificazione; ma ohimè quanto mi costano questi atti contrari nell'attuali influssi tentativi, e veemenze corporali.
Oh! che sono sangue, sono di sforzi, e uscite di cuore; preghi, preghi carissimo per la lotta del mio letto, e dica per le mie debolezze a Dio: apprende arma, et scutum, et exurge in adiutorium mihi, io pure lo replico per V. R. a ricordo dei miei stessi affanni, perché loro sempre mi rappresentano li suoi, essendo pure in questo mondo di ribelli, e mi rallegro sentirla in mediocre stato, perché la presente vita è tanto infetta, che la mediocrità è la cosa migliore. Le nostre sorelle pure la passano similmente, benché le vedo quasi cadaveri per l'affanno di mia partecipazione; il peggio però è quello [che] suppongono della mia morte; quale non possono soffrire. Onde allorché sarà, glie le raccomando, e chi sa se la perdita di una rea sorella le consolasse con la vista di un caro fratello, quale io non merito vedere in Paradiso. Basta carissimo fratello l'aiuto di questa anima, come la prego a darmelo nel vostro santo sacrificio, e da questo punto glie lo domando, perché il timore e pericolo di perdere Dio è stato più orrendo dello stesso Purgatorio.
E' perché vi suppongo una nostra sorella defunta, detta suor Maria Giovanna, nipote del signor Arciprete (1) morta di pochi giorni vi prego a suffragarla, la di cui santa morte fu avvisata sei mesi prima che morisse, e fu di questo modo: la penultima sorella defunta detta suor Maria Francesca, stando in punto di spirare l'anima e di più tempo che non poteva proferire alzò più volte la voce dicendo: suor Maria Giovanna, e domandata se cosa le bisognasse e perché chiamava a quella, essa perché aveva perduto l'udito mostrava non sentire, ma replicava più suor Maria Giovanna, tanto che la Superiora facendole appressare la stessa le domandò perché la chiamasse e che già era presente, ma lei perdurando nella stessa insensibilità, e taciturnità di moribonda altro non replicava che suor Maria Giovanna, la quale confessò una tanta commozione interna, che la meno specie provò era l'estrinseca parola, e restò nel monastero un timore grande della morte della sorella chiamata; come appunto seguì dopo sei mesi, e si sono seppellite in due sepolture adunate per necessità di non esserne altre vuote, volendole Dio così unite benché nella loro vita vissero senza particolarità nessuna, ma ugualmente amandosi come tutte l'altre.
Questa era delle pusillanimi e timide del monastero, e considerate chi poté fare in questa preparazione, e il monastero tutto è sbigottito per la singolarità di questo avviso, e tutte tremavano nell'agonia di questa ultima pensando ciascuna essere chiamata, benché ella morì come un angioletta senza dir altro per ultima parola che: te ergo Domine quaesumus tuas famulas subveni quas pretioso sanguine redemisti, con che abbassò il capo, e diede l'anima al suo Creatore; respirarono pure con essa tutte quelle paurose, che aspettavano essere chiamate, le quali più giorni prima facevano per lo spavento azioni ridicole, suor Maria Maddalena andava con braccia aperte dicendo cristiani aiutatemi, perché se mi sento chiamare morirò per spavento prima della moribonda nella medesima cella. La Sig.ra Principessa era della sua partita e ancora stupefatta parla, benché altre più animose erano preparate di rispondere alla chiamata con un: Te Deum laudamus, ed altre indifferenti con un: fiat voluntas Domini; solo io piangendo, e curva d'ancora di errori avrei detto: non intres in iudicium cum serva tua: o pure: dimitte me ut plangem paululum dolorem meum, perché parmi non aver ancora lacrimato bastante il dolore presente in espiazione del futuro.
Oh carissimo fratello, quanto importa più l'eterno del transitorio, preghi per l'uno, e l'altro, perché in bene o in male, l'uno e l'altro si ammagliano, e mentre li miei dolori danno termine al respiro mi hanno dato con l'aggravarmi in quel punto, io lascio la penna, e ripiglio l'affanno per fare nell'una e l'altra la volontà di Dio, e le raccomando di pregare Dio, e accalorare l'opera delle Scuole Pie in Palma, perché questa va male senza gli operai, noi facciamo lo stesso appresso Dio e nipoti, quali grazia Dio tengono buon cuore, e ottime qualità e costumi, ma hanno bisogno di sprone, né posso dire [di] più per l'aggravamento suddetto.
Restando col cenno del nostro buon Prelato di cui corre ottima fama, e parlando con li nostri nipoti, li discorse tutto acceso delle Scuole Pie, impegnandosi alla cooperazione d'esse in servizio del Signore, ai piedi di cui, e della nostra Regina sua madre le prego ogni bene, e la saluto di cuore.
[Palma], a dì 15 Giugno 1697.

[sua indegna sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

(1) D. Felice Focolari, terzo arciprete della terra di Palma;
P. S. Scritto prima di venire la posta, perché bisogna stare con l'infermità, e non col tempo, secondo il respiro mi danno li dolori, che per lo più è rarissimo e tra un mese appena ne trovo un quarto, o un miserere benché adesso è stato più durabile, ma ora non posso più, bisogna finire. Se cosa vi sarà di rispondere alla vostra lettera ventura risponderanno le sorelle.

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1698 04 14 AMBP Lettera 08 / 98 copia

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

arissimo fratello, il suo silenzio è a me lungo abbandono, asseconda quel di Dio, e del tutto, e soffrendolo io in questo stato generalissimo, divini ed umani sono peggio assai del paralitico della piscina, perché se egli disse: homo non habeo, aveva un Dio per esso, ma per me veruno, e a tanti spaventevoli affanni nell'animo, e nel corpo: non est qui adiuvet, e però gridano contro me tutte le sciagure: persequimini et comprendite eam, come già mi tengono compresa nelle loro fierezze in una vita peggio di mille morti, in cui oh, se li miei spasimi per momento mi lasciassero, e li miei occhi intorrentassero quante lacrime tanto inchiostro, mai potrei dire le doglie, li tormenti corporali, quali li medici chiamano inauditi, per essere con le qualità mai intese nella loro professione; ma essi, che possono sapere quando quell'unico del monastero, una sola volta tra sette mesi mi osservò; perché da se stesso si ritira, osservando sì giusto il polso, come la più sana del mondo, e pure era in stato, che per l'agonia del volto mi ordinò li sacramenti, e si partì, e sempre più sono peggiorata a segno, che sento nelle viscere mie tutte l'eculei graffi, e bruciori del mondo.
Ohimè fratel mio, parlo per la centesima parte meno di quello [che] patisco, e senza scrupolo d'esagerazione; con tale immobilità, e assiduità sono queste pene, che né giorno né notte provo respiro, senza tregua, e senza mancanza, e considerate sono, e se qualche volta in esso mi abbatto, sento lo stesso tormento; tal che ho quasi perso la vista per l'incontenibile pianto, (solo effetto di natura) bisognando rasciugare al sole il mio guanciale tanto sta penetrato di lacrime; e consumata di spasimo posso dire: pelli meae consumptis carnibus, mentre non solo la carne è già partita, ma la stessa pelle è tanto disseccata, e ruvida, come scorza di pianta, e ciò ancora per la mancanza di cibo ridotto in pochissima quantità di carne arrostita o bollita, senza altra mescolanza (perché etiam una mandorla mi avvelena) e una minestrina in brodo ben magro, e scipito (perché non solo cose di sostanza, ma il sale mi danneggia) questo, e non altro è il mio cibo, quale per la nausea prendo misto di lacrime assieme col bere, quale si scalda al fuoco prima di pigliarlo.
Oh castigo del mio diletto forse nel cibo, mentre cose che si danno agli stessi moribondi a me sono veleni; ma ciò vada per niente per quello [che] patisco nell'anima, perché 8 anni di pessima infermità, 2 di intollerabile peggioramento, e 8 mesi immobile in letto sempre sopra una punta d'osso, senz'altro moto, che del capo e un braccio, con cui distesa, e travagliando scrivo; non possono paragonarsi all'orribili tormenti [che] patisco nell'anima quale chiamo inferno, perché patendo nel corpo la pena del senso, parmi nell'anima patisse quella del danno, con le stesse violenze, stimoli, e influssi dei dannati.
Ohimè, ohimè, ohimè quale di loro non ho, forse di rabbia, di maledizione, di bestemmia, di miscredenza, di rifiuti, di prevaricazione, etc., e sopra tutto di odio contro Dio e la fede; che un solo sguardo a Dio mi costa: stridor dentium. Ah! ah ecco in questo letto un mal ladrone in croce che muore penando, e nell'incentivo bestemmiando, e maledicendo, e solo il consenso mi ritarda l'inferno.
E di quello in questo patisco (perché niente ho detto) dico ciò, che del cielo disse San Paolo: nec oculus vidit, nec auris audit, nec in cor hominis ascendit, o pure descendit; bisognando abbassare per conoscere li miei abissi infernali, da dove esclamo all'Altissimo, e in esso a lei caro fratello: de profundis clamavi ad te Domine, Domine exaudi vocem meam; acciò esclami, mitighi e commuti questo mio stato, composto di sua offesa, e mia perdizione. Aiuto, aiuto soccorso caro fratello, eia presto velociter exaudi me, cito (gridi) anticipent nos misericordiae tuae, Domine ad adiuvandum me festina, festina, festina, prima che finisca l'ultimo passo dell'inferno.

Perché li dogli ohimè, la mia sciagura
della mole infernal batton le mura

Sì, sì fratel mio orate, celebri, roghi Dio, la Vergine e li santi, che sta di perire, e spirare la sua afflitta sorella, ed io essendo tale, né le mie lacrime, né li miei estinti calori hanno potuto smorzare, o raffreddare in me il vostro amore; e per quel [che] posso supporre di amare in un fratello poco contento, e meno prosperato (perché siamo in un mondo di guai, e nella religione la di cui croce si divide in molte specie) sempre offro per V. R. li miei dolori, in unione e meriti di quelli di Gesù Cristo, per li quali spero le gioveranno più di ogni altra sublime orazione, perché giovano più dei dolci l'amare medicine: de cuius livore (parlo di quelli di Gesù Cristo) sanati sumus. E perché: charitas non quaerit quae sua sunt, io sì morta come sono, la prego a pregare Dio, e a considerare bene, la principiata fondazione; perché circa l'istituto scarso d'ogni utile, e buona qualità di soggetti li più reietti in Sicilia, ogni uno non li loda, e preciso il nostro Prelato dicendo, che con 2 cento onze d'entrata, e senza cinque mila scudi o onze di fabbrica si poteva fare nel Calvario un bel convento di santa Teresa, o riformati di sant'Agostino, che sono le 2 riforme, che oggi più rilucono, e che attendono alla amministrazione dei SS.mi Sacramenti, prediche, e sermoni, e tutti [gli] atti di carità con moribondi, e vivi, e per se stessi di vita mezza eremitica, e molto esemplare, il che in questi il tutto va perduto, solo per l'utile delle scuole, fuori di che dicono loro stessi, che poco possono fare.
Onde per le scuole sarà bastevole per li pochi studenti di Palma, un buon soggetto di tutte scienze, col trattenimento di onze 40 annue, cioè 20 che offre la Sig.ra Principessa per ansia di sentire prediche, e 20 tra [la Sacra] Distribuzione, e lucri della scuola, e questo si sta procurando, che se sarà buono se arriverà ai 50, per quello [che] avrà in altri impieghi. Ma per dirla in confidenza il più che disanima, fu l'esperienza del predicatore del suddetto istituto, privo di quelle qualità che si devono avere, e pure questo in tutta la provincia è il migliore, oltre alla tardanza di cinque o più anni, perché prima di questo tempo per le spese della fabbrica non si può spedire, in cui sono assegnate onze 200 l'anno, e il Calvario è pronto, luogo che rapisce li cuori. Onde preghi molto per essere cosa di considerazione, e finendo la carta e la forza, per la forza dei miei dolori finisco e la saluto.
Palma, a dì 14 Aprile 1698.

[sua indegna sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

P. S. Faccia la carità di visitare per me una volta il santo corpo di San Filippo Neri, (ed oh, se fosse col santo sacrificio della Messa!) pregandolo per le mie necessità, perché vi tengo molta fede: fiat voluntas Domini, e non occorre farle la pazienza per questo illeggibile, e storto carattere stentato [per la] distesa e sopra un braccio, perché in farlo tutta tremo, e però scusi se per la mia e vostra fatica, è più un anno che non le scrivo, e di nuovo la saluto.

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1698 07 20 AMBP Lettera 27 / 98 copia

Al molto reverendo
padre Don Giuseppe Maria Tomasi, Chierico Regolare

 

Jesus + Maria

arissimo fratello, unico al mondo, e in Cristo dilettissimo; lo stesso motivo, che serra la bocca a lei, per compassione delle mie pene, con maggiore forza impedisce a me le parole, perché se gl'amici di Giob: tacquero per vederlo sì afflitto, quanto dovette tacere l'afflitto, oggetto della loro taciturna compassione? Silenzio, ohimè sì crudo, che effonde sangue per l'ulcere, non potendo per la bocca parole, è proprio degl'afflitti.
Fratello, il tacere nei tormenti, come Gesù Cristo tacque in croce, solo aprendo la bocca per sette brevissime parole, ma io non attrivendo seguire il suo sacro silenzio, effettuerò l'imperfettissimo mio con quello del pesce, giacché tra li volatili, e animali terrestri, questo solo non ha voce, per il continuo ingoio dell'acque come sempre tace l'anima mia in un mare di dolori, dove solo strepitano l'onde di tanta dolorosa procella in cui posso dire: inundantes aquae sic rugitus meus, e lasciando la generale corrente dei miei spirituali e corporali affanni, solo l'ultimo ingiunto della perdita di nostro nipote (1) mi avrebbe, se esplicare il potesse, fatto gridare: cum clamore valido in manus tuas Domine commendo spiritum meum perché piange la carne, ma più deplora l'invidia di consegnare a Dio l'anima mia, come la trasmise quell'anima fortunata a breve vita, longanime sorte, tra momenti acquistata.
Questa fu come spero quella del nostro caro nipote, mentre prevenendo Dio con la sua misericordia gli diede una vita sì buona e cristiana, che visse per grazia, e natura grato a Dio, ed agli uomini. Sicché posso, dire: placita erat Deo anima illius, e tale la contrassegnò nella fine comparendo il suo termine a quello della sua amara passione, perché aveva il nostro benedetto figlio, devozione infallibile alla sacra immagine del SS.mo Crocifisso del Duomo di Palermo; tal che d'ogni tempo circa due hore di notte lo visitava ogni giorno con la Principessa moglie, e li tenevano quotidiano lume di una lampada, sotto la cura di un Prete per loro devozione, oltre alla speciale memoria, che da che nacque sempre conservò alla sua santa passione, e Dio centuplicando tal bene permise, che il Giovedì si comunicasse, e il Venerdì spirasse in quella hora medesima seconda di notte, che lui visitava la sua crocifissa Immagine, e con essa quasi in una stessa hora lo depose di croce trasferendolo come lui dalla croce al monumento, così quello della croce di questo mondo nell'altro beato.
Così spero carissimo fratello, così respiro e vivo, altrimenti per la perdita di un caro, e degno figlio sarebbe inconsolabile il dolore, né sto a ravvisarlo con discorsi di dolorose conseguenze per la rimasta mestizia in tutta la desolata Casa, terre, moglie, e pupillo, perché oltre all'essere quasi indicibile una sola cosa può mitigarla quale è la volontà di Dio feconda all'anime nostre di più giocondi affetti, influendole fuori alla luce per le dolorose parti di tanti dolori; e già uno primogenito sta quasi all'uscita per li santi pensieri, e risoluti proponimenti di darsi a Dio la vedova, nostra nipote.(2) Ella è giovane di 26 anni, bella ricca e di tali costumi cristiani e naturali, che pare sia soggetto di più secondi pretendenti; ma ella talmente nausea, e fugge il mondo, che mi scrisse risoluta di volersi vestire di lana, tagliarsi li capelli e fare voto di castità, serbando quello di povertà e obbedienza, quando può entrare nel monastero essendo per hora impedita per la cura del pupillo. Di che essendo da noi ritardata per farlo con più maturazione, e pigliarne il parere di V. R., come la preghiamo, essa si sottomise come vedrete dell'acclusa il Sig. Principe padre, giubila a sì santi pensieri della figlia, e stimando vengono da noi rincara la cultura di questa anima, e si protestano l'uno, e l'altra volere dipendere dal vostro parere, come puntualmente eseguiscono tanto nello spirituale, quanto nel temporale, nel quale si deporta con tutte, Casa, vassalli, e monastero con ogni carità, e affetto tanto che si duole del ricco lascito [che] li fece il Principe senza suo intervento, dolendosi non meno dello scarso nostro scusandolo, che il testamento fu suggerito in stato di moribondo, e fece una elemosina al monastero di onze 60 per l'anima del Principe b. m.; oltre al sovvenirlo alle volte di cose di rilievo, e altri di confidenza, e sentendo, che il monastero perdeva alla morte del Principe da onze 60 l'anno, tra censi e frutti del giardino volle essa continuarle questa carità come affittuaria, non potendo come tutrice a conto del pupillo, in somma è una figlia sì buona per tutto che pare parto della provvidenza del Signore.
Brama entrare nel monastero nostro e non potendo per sempre, lo desidera per alcune volte, onde faccia la carità della licenza procurandola con ogni maggiore sforzo, perché adesso sarà facile, essendo ella vedova, e come una vera religiosa, altre tanto buona sarà per l'effetto delle Scuole Pie; benché essendo giovane inesperta, si confonde come metterla in opera, mancando più per reggitori, che per sostanza di fondarla la vostra persona. Per questo, oh! quanto sarebbe necessaria, senza la quale parmi difficile, perché ognuno si guarda l'uno con l'altro per spratichizza di come effettuarla, ancora si sta in dubbio circa il sito della fabbrica, e li stessi Padri pare che non abbiano finora né calore, né molta esperienza; con tutto ciò ella si farà infallibilmente, perché l'ebbe tanto a cuore l'anima benedetta, che non curando cosa nessuna di sua casa, solo questa rincarò col fiato sulle labbra, per carità si accinga al tutto non solo di stimolo generale, ma particolareggiando il modo di tutto quello [che] bisogna.
E giacché discorro di questo voglio sincerarmi dell'intenzione della Sig.ra Principessa (2), la quale mai è stata di impedimento di tale opera, anzi sommamente la loda, questo bensì che desidera da per se fondare quella di San Pietro d'Alcantara nell'eremo del Calvario, dando il primo luogo alle Scuole Pie,(3) e già ne tiene buona speranza con una calda condiscendenza dei Padri, tanto che sarebbero due di loro venuti subito alla prima richiesta, se non aspettavano il loro Padre provinciale, il quale pure consente, e si sta trattando molto bene; anzi un Sig.re di Napoli, per sua devozione vi vuole intervenire, contribuendo il denaro per una soda fondazione.
Io per me ne godo molto, benché senza intervento di una parola, perché li miei continui spasimi, che non mi fanno ricevere visite e più di un anno, che non parlo con questa Sig.ra, la prego però a rallegrarvene ancora quando sortisse, perché giovano ai prossimi più l'esempi, che le parole, e questi utilizzano con l'uni, e gl'altri; io vorrei dire [di] più sopra altre materie, ma li miei dolori mi impossibilitano. Onde fo fine dando principio alla carità di me stessa, perché: charitas incipit ab ego, e con lacrime di cuore le raccomando questa anima, in un indicibile stato di afflizione ridotta, incapace non solo di tutte i mezzi induttivi al bene, e al presente patire, ma infusa in una opposta avversione ai medesimi motivi, e ciò con un diluvio di contrarietà agli stessi per via d'incentivi, e speculazione.
Ohimè, ohimè carissimo fratello, non è stato che lingua possa dire, né foglio capire; onde per almeno accennare la prima maglia di questa infinita catena che in tanti anelli d'innumerabili afflizioni pare mi tira all'inferno; una voce le esplico, che per ogni momento mi grida, ed esplica perescita, e ciò con tanta probabilità ed evidenza che potrei in vedere più l'essere mio che questa credenza, per il quale fine pullulano nel senso disperati stimoli contro il mio ben fatto perescito, e voto, e contro sopra tutto la creazione odiando l'essere per non consumarlo in un fine dannato, etc..
Ah ah audite coeli quae loquor, oda lei le mie pene, giacché sono inaudite e prive di pratica dalle terrestri creature; fratel mio, fratel mio vorrei mandare fiamme per parole giacché ardo di affanno in questo presago d'inferno, gridate voi per evitarmelo: Domine ne permittas me separari a te, acciò non separi dalla sua gloria che tiene unite alla sua pena, essendo l'unione dell'una e l'altra atto di giustizia. Dite all'eterno Padre per me: ne proiicias me a facie tua, e se vuole cacciarmi fuori del Paradiso mandi con me il suo figliolo all'inferno, giacché Davide disse: si discendero in infernum ades, ed io vi starò contenta con l'uno e l'altro, giacché verrà meco ancor esso, essendo col figlio indivisibile, altrimenti io li ruberò il figlio con il quale per le mie pene confissa: sum + per vivere inschiodabile, o tutte due all'inferno, o unitamente in Paradiso.
Sì, Cristo mio bene, e dalla mia croce indivisibile non mi lasciare, gridano a te le mie voci: mane nobiscum quoniam advesperascit, e prima che arrivi a me l'eterno scuro anticipa l'eterna luce dando all'anima mia il: requiem aeternam, eia eia dulcissima aurora dell'eterno sole tuo figlio: eia ergo advocata nostra illos tuos misericordes oculos ad nos converte, et Jesum benedictum fructum ventris tui nobis post hoc exilium ostende, o' clemens, o' pia, o' dulcis Virgo Maria.
Col quale supplicante, e gemebondo fine vi assicuro per mille volte, che voi siete il mio carissimo fratello sempre offerto a Dio con l'offerta dei suoi, e miei dolori, ne mai cesserò finché cessando questa rana d'inferno di proclamarmi perescita intonerà l'eterno: sanctus quella dolcissima serena tra il mare della divina misericordia con cui assieme: cantemus Domino gloriose, uscendo da questo ranoso Egitto per andare alla terra promessa della gloria infinita amen. Amen carissimo fratello, e con le sorelle caramente la saluto.
Palma, a dì 20 Luglio 1698

[vostra indegna sorella]
[Maria Crocifissa della Concezione]

(1) Giulio, IV Duca di Palma.(Palma 1670 - Palermo 1698)
(2) D. Anna Maria Naselli, figlia di Baldassare, Conte di Comiso e secondo Principe di Aragona, vedova di Giulio Tomasi, suo nipote;
(3) L'istituto delle Scuole Pie, sarà inaugurato nel Dicembre del 1708;

P. S. Dopo la presente lettera arriva la carissima sua a suor Maria Antonia del 21 Luglio, con la santa persuasiva di aspirare al cielo fuori di questo esilio, verità si manifesta atta a commuovere sassi, fuorché il mio cuore più che sasso durissimo, e incapace d'ogni santa penetrazione; con tutto ciò glie ne ringrazio molto, come fo della figurina dimorata sopra l'altare di San Filippo Neri, gradendo la figura e la significazione, e perché desidero con veemenza la libertà o mitigazione di questo mio contegno, flagello, che nuoce più all'anima che al corpo, bramerei fare ricorso a qualche Servo, o Serva del Signore.
E ciò per due fini, primo per fare la volontà di Dio, giacché vuole essere pregato nelle nostre afflizioni, come dimostra la Chiesa ascrivendone etiam le preghiere per le particolari afflizioni, come sono infermità, pioggia, etc.; secondo a fine di umiliazione, giacché è atto sottomesso il domandare aiuto, ed egli: humilibus dat gratiam. Onde io lo farei volentieri non solo alle più inique peccatrici, tutte migliori di me, ma allo stesso demonio per esser peggiore di lui nel numero degl'errori, come sarei stata nella disgrazia senza la pietà del Signore. Onde mi consigli fratello se devo farlo per qualche mezzo, o mia lettera, quale io farei di lacrime di sangue e a chi, perché ai tempi nostri nessun santo vivo si nomina, dicono che in Napoli ve n'è una detta suor Serafina, gran Serva del Signore, se vi pare ricorrere a questa, o forse costì ne conoscerà altra, mi dia consiglio per carità mentre sono in stato di speranza: et antequam vadam ad terram tenebrosam etc..

Fine delle lettere

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