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LIBRO QUINTO.

Doni Sopranaturali compartiti alla Serva di Dio.



CAPO PRIMO.

Predice molte cose avvenire.

ono i luminari di primaria grandezza chiari testimonj d’essere stati arricchiti da Dio di così straordinaria luce, perché l’avessero a compartire ad altri, e servire come fanali nell’oscura notte di questo Secolo, per indrizzare le Navi passaggiere al Porto. Or sì come abbiamo ne' precedenti Libri osservata per nostro commune profitto luminosa di preclarissime Virtù la Serva del Signore Suor Maria Crocifissa, così non meno splendente di sopranaturali Doni, e Grazie, che gratis datae son dette, l’ammireremo in quest’ultimo Libro, co’ quali giovò mirabilmente a molti, rimettendoli al retto cammino colla scorta di così prodigiosi splendori.
Dando dunque principio dalle Profezie per quella parte, che tocca l’antivedere gli accidenti futuri, io truovo, ch’abbia ella predetta la morte a molti de’ suoi congionti nella maniera, che siegue.
S’era infermata a morte la Duchessa sua Madre in tempo ch’era già Religiosa Professa sotto nome di Suor Maria Sepellita, e tra l’amore alla loro Padrona, e Fondatrice, e per la compassione al Nipote D. Giulio, all’ora di tenera età privo de’ Genitori, ne correa sì nella terra, che nel Monastero universale il cordoglio. Sola Crocifissa non manifestò alcun sentimento, anzi disse, che la Madre non morrebbe se non nel tempo, che il Principino D. Giulio avesse già presa moglie. S’avverò il riavimento, e nel tempo predetto ne seguì anche la morte, per timore della quale essendosi notata da alcune Religiose la Profezia di Crocifissa, vi fu chi, mentre si disponeva il matrimonio del medesimo con una figliuola del Signor Principe d’Aragona, avvertì una delle figlie della Duchessa, a ritardare un tale Sponsalizio, che portava seco attaccato l’accelerarsi la morte della Madre. Ma di ciò non fattosi caso, comprovò dapoi l’esito che venuto subito D. Giulio colla novella sposa in Palma, a fine di vedere la Duchessa, né anche poté conseguirlo, essendo questa fra due giorni passata all’altra vita.Duchessa Rosalia Traina, madre di Isabella Tomasi
Del matrimonio sudetto avea già ricavato il Nipote D. Giulio il frutto di due figli maschi, i quali amava con tutta svisceratezza d’affetto. Un dì trovossi a parlare con Suor Maria Crocifissa, e tenea seco presenti amendue i pargoletti; ma essa l’ammonì che temperasse pure quel grande amore, imperocché de’ due figliuoli uno dovea pigliarsene il Signore per sé. Fu appreso da chi l’udì, che il primo, seguendo forse l’esempio degli altri due Maggiori della medesima casa, si sarebbe appigliato allo stato Ecclesiastico, ma poco passò, che Dio chiamatolo alla gloria, fe’ chiaramente conoscere in qual senso l’avea proferito la sua Serva.
L’istesso D. Giulio indi a non molto portatosi in Palermo, vi cadde gravissimamente infermo, e fu in quel tempo che Suor Maria Crocifissa lottava co’ dolori dell’ultima sua infermità. Se ne passò tosto l’avviso alle Zie nel Monastero, ed insieme per l’imminente pericolo si fe’ premurosa istanza delle loro orazioni. Ita Suor Maria Serafica alla cella di Crocifissa per riportarglielo, appena le communicò lo stato pericoloso del Nipote, e forse con quella moderazione, che potea farla meno attristare nelle sue incessanti afflizzioni, che quella le rispose: Io già nella tal hora ho raccomandata l’Anima di Giulio, né altro disse. Non tardò a sopravenire l’avviso funesto della morte già seguita, col riscontro di quell’ora, appunto, in cui avea detto Crocifissa d’avergli raccomandata l’Anima.
Il Barone D. Ferdinado Ribera suo congionto di sangue stava una volta a parlare colla serva di Dio, presente la di lui figliuola Suor Maria Catarina. Fra gli altri fruttuosi discorsi così gli disse Crocifissa in tuono di gran premura: Signor Barone sollecitiamo, sollecitiamo, sollecitiamo, glielo dico tre volte in nome della Santissima Trinità. Fecero queste parole una tal’impressione al cuore di D. Ferdinando (il quale allora concepì, che gli si prenunciasse la vicina morte) che tremante cominciò tutto a bagnarsi di freddo sudore, e non passarono sei mesi, che morendo, avverò i premurosi avvisi, fattili da Crocifissa.
Due Figliuole del Barone di Bessima dell’Alicata già ricevute pel Monastero di Palma non poteano venirvi con quella prestezza, alla quale spronava il desiderio di presto vedersi in quel Santo ricovero, a cagione che il Padre, il quale doveva accompagnarvele, era stato sorpreso d’alcune sue abituali indisposizioni. Scrissero perciò a Crocifissa colla supplica d’intercedere da Nostro Signore il miglioramento, acciò che il loro sospirato ingresso non più si dilatasse. Ma fu da lei risposto in questi sensi: che al Monte Santo della Religione sarebbono esse venute, però non senza la Croce: che poteano già prepararsi a dire: e che per rasciugar le lacrime della Madre, bramava ella, che fosse tutto il proprio suo cuore un pannolino. Si consolassero però, che il Signore è il Padre dell’orfane, e il Giudice delle Vedove. Si prepararono in effetto alla perdita del Padre, che seguì, e poscia vennero al Monastero, ove poi professarono sotto nome di Suor Maria Consolata, e di Suor Maria Celidata.
Fu altresì ammessa la terza loro Sorella, la quale all’entrar nel Noviziato pregò Suor Maria Crocifissa, che le disegnasse il nome, con cui dovea cambiare quello del secolo, ch’avea sortito di Beatrice. Quella però le rispose: Continuate per ora il medesimo, che tenete, quando sarete un’altra volta Novizia, ne sceglierete uno a vostro piacere. Ben si verificò l’aver ad essere altra volta Novizia, imperocché obligata a lasciare il Monastero di Palma per infermità sopragiunte, portarono poi le circostanze, che fosse entrata in un Monastero dell’Ordine Benedittino della Città di Piazza, ove fatto di nuovo il Noviziato, in venerazione della Serva di Dio pigliò il nome di suor Maria Crocifissa.
Il Canonico D. Valerio l’Amantia della Città di Castrogiovanne per due sue Nipoti; che infervorate dalla fama di Crocifissa avea portate ad essere religiose nel Monastero di Palma, continuando per lettere una divota corrispondenza colla Serva di Dio, ne ricevea spesso notabili documenti di Spirito. Per mezzo d'una di esse chiamata Suor Maria Felice una volta la ricercò di certa semente di Tulipani (sapeva egli l'innocente inclinazione, che quella teneva a' fiori) ma Crocifissa così le disse: Dite a vostro zio, che non è più tempo di seminar fiori per questa vita, ma per l'eternità, ov'egli dovrà passare. Orsù, soggiunse all'ora Suor Maria Serafica, che v'era presente, in tuono quasi disprezzevole, ha ella già data la sentenza di morte a vostro zio. Ma non disprezzò quell'annuncio funesto Suor Maria Felice, la quale fe' saperlo al zio; e ne tenne poi maggior conto, quando poco appresso le venne avviso della di lui morte in età appena d'anni cinquanta.
Quando ne' principj del suo governo di questa Diocesi Monsignor D. Francesco Crespos, Vescovo di Girgenti, si portò a far la Visita del Monastero di Palma, fu coll'altre Crocifissa a protestar la sua ubbidienza col bacio della mano: disse all'ora a molti, che l'udirono: Monsignore è morto, io ho baciata la mano d'un morto. Se ne tornò fra breve il Prelato alla sua Cattedrale, ove infermatosi, perciò che egli era rimasto edificatissimo della virtuosa osservanza del Monaastero, e parzialissimo dello Spirito di Crocifissa, volle che si fosse fatto ricorso alle orazioni delle Religiose, e specialmente della Serva di Dio. Questa però sempre diceva Monsignore è morto, e con tutto che fossero sopragiunti riscontri dell'esser migliorato, per darsene a Nostro Signore le grazie, non cessava ella di dire: Ah che questo è il miglioramento della morte. Monsignore è morto. E così in verità succedé, che della medesima infermità se ne morì.
Altretanto si verificò il fine compassionevole di Monsignor D. Antonino Bicchetti, Vescovo di Patti da lei predetto. Egli avendo governata più anni questa Diocesi in grado di Vicario Generale, celebratissimo di merito, avea prevenuta col talento assai prima la promozione a quella Mitra che troppo tardi gli s'offerse. Promosso finalmente al Vescovato di Patti, a tutte le consulte che ne fece colla Serva di Dio, n'ebbe per risposta, che si disponesse a morire; il che o non inteso, o non curato, si portò a Roma per la Consecrazione. Più volte scappò a Crocifissa da bocca ch'egli non sarebbe entrato nella sua Cattedrale, e stette ferma in questo anche quando venivano gli avvisi, che già consecrato era di ritorno per Patti. Ma essendovi già vicino, un improviso accidente sopra la stessa Galea gli tolse la vita, e manifestò per vero quanto più volte e con ugual costanza avea prenunciato Crocifissa.
Il MonasteroIn simile ma con migliore accerto accadé rispetto ad una Religiosa dello stesso Monastero di nome Suor Maria Placida d'esemplarissima vita. Questa nel primo fondarsi del Romitorio anelava d'esservi ammessa, e conferendo con Crocifissa l'impazienza dell'animo suo violentato a quel Santo ritiro, udì così rispondersi: Datevi pace, che nel Romitorio non entrerete giamai, disponetevi sì alla morte che vi sovrasta. Era Suor Maria Placida giovane d'anni venti, e fra poco se ne passò all'eternità, la prima che fosse morta da che s'era fondato il Monastero.
Delle Converse fino a diec'anni prima della morte di Crocifissa niuna s'era licenziata per l'altra vita. Ma in quel tempo già parea, che Suor Maria Carmela, Sorella Conversa dovesse esserne l'antesignana, imperocché mortalmente inferma, erasi già ridotta in agonia. Si tenea già disposto tutto, quanto era necessario a prepararsi per una Defonta, non aspettandosi altro che gli ultimi momenti della vita, che s'indicavano vicini. Con tutto ciò sicuramente asseriva Crocifissa, che di quella infermità non aveva a morire, e in fatti con meraviglia commune riavutasi non morì.
Diede ciò motivo di riflettersi nel Monastero ad un'altra Profezia, più volte udita da Crocifissa, che vivendo ella, niuna delle Converse sarebbe morta: e postasi l'attenzione ad osservarne l'esito, che non potea essere senza ammirazione, essendovi fra le Converse Suor Maria Perpetua in età già decrepita, pur s'avverò, che morta prima Suor Maria Crocifissa, poco appresso se ne morì Suor Maria Perpetua, né altra Conversa, s'era veduta prima morire.
Anche predisse, che fin dopo la sua morte si troverebbe il Confessore ordinario, di cui nel primo entrare al governo, e nella prima visita del Monastero di Monsignor Ramirez conosciuto bene il bisogno poiché il Sacerdote D. Domenico Portolone degli Eremiti del Calvario, statovi anni dodeci, tra per la Vecchiaia, e per la lontananza della sua abitazione davasi per inabile al più continuarvi, e dalle Religiose fattene l'istanze, il Prelato s'applicò alle diligenze per un soggetto proporzionato alla giusta direzzione. Si riferì a Crocifissa la ricerca, che stava facendo il Vescovo, ma ella disse, che non l'avrebbe trovato, se non dopo la sua morte. Passò felicemente a miglior vita, e non passarono molti giorni, che restò il Monastero proveduto d'un Confessore, le cui parti che il rendono segnalato in quel sacro Ministero, m'è forza tacerle, per non recargli dispiacimento.
Suor Maria Anna Religiosa del medesimo trovavasi internamente afflitta d'un travaglio, che le apportava gran molestia, e dopo tentate invano alcune strade di liberarsene, communicò l'interno suo conflitto con Suor Maria Crocifissa, a fine di riportarne conforto, mentre iva pensando, che forse mai più in sua vita ne riceverebbe sollievo. Le fu da quella risposto, che s'accommodasse l'animo alla sofferenza, ma che non l'opprimesse con disperarne la liberazione: durerebbono i suoi travagli fino alla mutazione del nuovo governo di Badessa: poi sarebbono per cessare. Non erano tali quelle afflizzioni, che la Superiora vi tenesse minimo influsso, nondimeno si verificò che nel tempo di farsi la nuova, si vide Suor Maria Anna con somma sua consolazione perfettamente quieta.
Finalmente nel tempo, che s'era già dismesso il Romitorio, né alcuna speranza rilucea di ripigliarsi, Suor Maria Gioachina credendosi distratta nello Spirito dalle faccende della Communità, procurò certo impiego nel Monastero, che per l'ozio santo che portava potea facilitarla moto alla contemplazione, com'ella per quel poco tempo, che l'avea assaggiato da Romita, n'era poi rimasta con vivo desiderio di darvisi tutta. Non le sortì l'intento, e perciò trattandone con Suor Maria Crocifissa, questa la consolò con dirle, che in certo tempo sarebbe Superiora d'un luogo, ove potea applicarsi a servire Dio con quella perfezzione, che desiderava. Benché all'ora non avesse tenuto gran conto di quella predizzione, pur dopo la morte della Serva di Dio la conobbe intieramente avverata, poiché postosi in piedi il Romitorio, come sopra si disse, vi fu destinata dal Prelato Suor Maria Gioachina per Prefetta; né altro luogo potea trovarsi più adatto all'acquisto della perfezzione per mezzo d'una solitaria, e indefessa Orazione, come ivi si prattica.
Né lasciò anche la Serva di Dio in quello stesso tempo, in cui non vi era tal disposizione, di presagire il risorgimento del Romitorio sudetto, mentre servendo da Sacristana la Cappelletta della Colomba Rosata, solea spesso dire, che lo Spirito Santo, e Maria erano due Colombe ch'aveano ivi a far prole numerosa di purissime Colombine. Davasi forse a queste parole altra interpretazione dalle Monache, ma ciò, che veramente voleano significare finirono d'intenderlo, quando dopo la di lei morte portatesi ad abitare altra volta nel Romitorio l'anime solitarie, queste si conobbero essere le Colombine delle quali lo Spirito Santo e Maria per la gran divozione, ed assistenza, che s'accrebbe alla Colomba Rosata, erano spiritualmente fecondi.




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CAPO SECONDO.

Conosce i secreti del Cuore, ed altre cose
occulte, e lontane.

er le tante sperienze, che arrivò a pratticare quasi ogn'una delle Religiose rispetto a se medesima, correa nel Monastero ferma credenza, che a Suor Maria Crocifissa non fossero celati né anche gli arcani più intimi del Cuore. E n'erano in vero frequentissime le pruove, per ciò che si metteva ella sovente a parlare or con una, or con altra, e senza manifestarsi, che conosceva quanto loro passava in pensiero, portava destramente il discorso a quel medesimo soggetto, ed in figura di colloquio spirituale portava il rimedio a quant'in verità facea loro di bisogno. Così se alcuna pativa inquetudine di tentazioni interne, facea cadere come a caso il ragionamento intorno a quella virtù, che conoscea combattuta, e così bene, ed efficacemente ne discorrea, che già quell'altra ne restava vittoriosa, e tranquilla. Se alcuna imperfezzione stava meditando l'altra nel Cuore, sopra quella stessa facevasi a parlar Crocifissa in modo, che la Sorella n'era alla fine ravveduta e pentita.
Questa industriosa, ed ammirabile maniera di purificar l'interno, e contener celata quell'arte che potea solo derivare dal Cielo, applicare i medicamenti all'occulte infermità dell'animo, fu osservata pratticarsi da Crocifissa in tanti casi, che ormai la copia già porta confusione alla memoria delle Monache, per distinguerne le particolarità; sì che io ne rapporterò alcuni di simil fatta, e ne' quali più chiaramente si discerne questo celeste Dono della Serva di Dio.
Quando prima volle il Signore far manifesti nel Monastero i di lei ratti, Suor Maria Serafica (per ciò che non si scompagna mai l'amore da un sollecito timore) quanto più amava la Sorella, tanto più cominciò a temere, che non fossero quelle apparenze o illusioni o fingimenti. Niun motivo avea per dubitarne, anzi le virtù conosciute in Crocifissa gliele doveano accreditare per quali comparivano; con tutto ciò la possibiltà del contrario, ed il non avere quell'evidenza che lo stesso amore avrebbe voluta, non la lasciavano in tutto fuor di timore, e di perturbazione, come per quel solo scrupolo n'era fortemente molestata. Tenne però sempre nascosti quest'inquieti movimenti dell'Animo, finché diede principio a serenarla la stessa Crocifissa, a cui essendosi raccomandata un giorno, che n'era più afflitta, senza manifestarle il soggetto, questa le rispose: Non siate come S. Tomaso, noli esse incredula, sed fidelis. Da che, maravigliata d'esserle già letti i pensieri, prese nuovo segno di sicurezza, ed in fatti si dispose a cacciarne via ogni dubbio, come poi fece.
La Madonna custode del MonasteroTrovandosi Suor Maria Scolastica Priora, onde presedeva in certa funzione della Communità per mancanza della Badessa, che non intervenne, avvertì non so quale imperfezzione per cui si sentì mossa a fare all'ora sopra quel difetto una publica esortazione. Non ebbe ardire di risolversi, temendo non essere difettosa quella stessa sua azzione, che meditava; con che perplessa nell'interno, né avendo luogo d'appigliarsi ad altro partito, drizzò il suo pensiero a Crocifissa, la quale ivi si trovava coll'altre ma alquanto discosta, desiderando, che la Serva di Dio con qualche segno esterno le dasse norma di ben regolarsi: e con ciò fissando sopra lei lo sguardo, s'accorse, che quella alzò alta la testa, e fece segno di no. S'astenne dunque dall'esortazione, ma restò curiosa oltre modo di sapere più distinto il sentimento di Crocifissa, ed a qual fine avesse fatto il segno di quella negativa; onde fattala ricercare dapoi da Suor Maria Serafica, ebbe per risposta, che quella publica esortazione che tenea ella in mente di fare, non conveniva, sì perché procedea da zelo indiscreto, sì anche perché dovea precedere la licenza della Badessa. E non avendo Suor Maria Scolastica fatto trasparire per niun verso quell'interna sua mozione, conobbe, che per suo documento l'avea rivelata il Signore a Crocifissa.
Toccava a Suor Maria Catarina in una certa solennità del Coro cantar la lezzione, e perché la precedente aveala cantata un'altra Religiosa con voce molto armoniosa, e soave, temendo ella per sé di non dar luogo a qualche stimolo di vanità, stabilì dentro se stessa il mortificarsi, con cantarla il più malo e sconcertato che potesse. Ma Suor Maria Crocifissa, che l'era forse vicina di luogo, penetrando per Divin lume il di lei proposito, ne la divertì con dirle: Suor Maria Catarina, questo non è buono modo di mortificarsi, perché contiene irriverenza al Signore. Cantate bene, mortificatevi in altro. Così quella stupita dell'avvertimento, vedendosi colta in ciò che solo l'era passato per la mente, l'eseguì.
Suor Maria Candida per non so qual apprensione, (come suole avvenire) tenea l'animo un poco amareggiato contro di Crocifissa, né di sì fatto rammarico avea dato segno, o fatta parola con persona veruna. Ecco d'improviso le si butta Crocifissa a' piedi in ginocchio, e sì le dice Perdonatemi Sorella, che sono stata occasione di turbarsi il vostro interno: io ho fatto da quella che sono. Al che non meno ammirata d'esserle svelato l'interno, che confusa per quella umiliazione, depose ogni amarezza, e restò convinta ch'essa era in debito di darsi in colpa più tosto che Crocifissa per quello, che senza ragione avea concepito di un'Anima sì perfetta.
La delicatezza dello spirito d'una Religiosa di nome Suor Maria Melchiora l'indusse una volta a riflettere, che Suor Maria Crocifissa manifestava grande aborrimento al mangiar cascio, e che nondimeno se n'astenea. Anzi per mortificarsi dovrebbe farsi forza al mangiarlo: così ella discorrea fra sé, e stando appunto sopra questo pensiero, Crocifissa così le disse: Io volentieri, per mortificarmi come merito, mangerei del cascio, ma che pro dissipare inutilmente la robba del Monastero? Ciò che la nostra Religiosa Povertà non comporta, perché appena inghiottito son costretta a vomitarlo. Questo prodigioso disinganno che insieme scoprì quel pensiero, che l'agitava, fu utilissimo alla Religiosa, per regolarsi dapoi nel giudicare.
La medesima in tempo, ch'era Novizia ebbe una volta ordine dalla Maestra di non alzarsi a' Matutino. Si restò dunque sola in Cella, mentre nel Coro si recitava il Divino Ufficio, ma o fosse il gran timore di vedersi sola, che l'illuse, o che veramente il Demonio cercasse d'inquetarla, sentì poco dopo uno spaventoso rumore, per cui tremante si pose in maggiore sgomento. Sola Crocifissa benché coll'altre si trovasse nel Coro alle divine lodi penetrò l'agitazione della Novizia, e presa licenza dalla Superiora, corse tosto a darle animo, incoraggiandola a non temere, perché non correva alcun pericolo.
Suor Maria Domenica Sorella Conversa per dissapori avuti con un'altra sua compagna pur Conversa, veniva a trovar la Badessa per querelarsene. Avea proposto di raccontar l'occcorso con qualche alterazione del vero in modo, che potesse farsi ragione dalla sua parte, e con tal deliberazione entrò nella Cella di Suor Maria Crocifissa, ove avea udito trovarsi la Superiora. Prima però che dasse principio a parlare, la Serva di Dio così seriamente l'ammonì: Suor Maria Domenica avvertite a' narrare il caso con verità, e sincerità. Altro non disse, né fu di bisogno di più, per avvedersi la Conversa d'essere stata già scoperta nell'interno; sì che mutato all'ora proposito, né si scostò punto dal vero nella relazione, che ne fece, né tacque poi quanto l'era occorso con Crocifissa.
Avea ricercato Suor Maria Anna licenza dalla Superiora per una penitenza occulta, credendola mezzo opportuno per liberarsi da una interna afflizzione, che l'angustiava, senza però manifestare a quella il motivo. Ebbela, e con tutta secretezza eseguì la penitenza proposta. Ma poco passò, che venne a trovarla Crocifissa, e così le disse: Non perciò che avete fatto questa penitenza, sarete voi libera dall'angoscia, che vi tiene esercitata, perché essa in verità è stata indiscreta. E così era in fatti, come lo confessò la stessa Religiosa, la quale non finiva di maravigliarsi come Crocifissa, se Dio non gliel'avesse rivelato, poté aver conosciuto ciò che l'era occorso e totalmente occulto, e meramente interno.
Dopo essersi una volta questa medesima confessata, fu assalita da un molestissimo dubbio, il quale in sostanza altro non era, che scrupolo, derivato da una dilicatissima coscienza, d'aver fatta male la sua Confessione. Turbata, ed inquieta perciò nell'animo, che ricopriva colla solita composizione esterna del volto si ritirò in Cella e quivi si diè profusamente a piangere, implorando dal Signore soccorso per quella sua penosa turbazione. Nello stesso punto per mano d'un'altra del Monastero le capitò una lettera della Serva del Signore, a lei diretta, in cui persuadendola a cacciar via quell'ombre, che la teneano tanto oscura, e sollecita circa la sua Confessione, l'animava a serenarsi e mettersi in braccio alla Divina Misericordia. Conseguì ella mercé l'efficacia di quella carta l'interno sollievo, che bramava, ed avanzò il credito d'essere Crocifissa gran Serva di Dio, mentre con tal chiarezza manifestavale il Signore i più intimi affetti dell'animo suo.
Una simile dubbiezza, che non procedesse bene nel confessarsi, teneva oltremodo afflitta, e perturbata un'altra Religiosa di nome Suor Maria Traspadana, e tanto incalzavala quel timore, che non bastando a superarlo, ritardava a far le sue Confessioni secondo il solito. Tra questi dibattimenti da lei non manifestati ad altri, che a Dio, da cui pregava internamente l'ajuto, fu a darglielo Crocifissa, con solamente dirle: Suor Maria Traspadana confessatevi; e non più. Il che ricevuto dalla Religiosa, come dettole dal Signore per bocca della sua Serva, sì fermo ne tenea il concetto della Santità, vinse tutte le ripugnanze, che le si faceano contra, e si confessò. Sopravenne poi Crocifissa, e con volto giulivo, quasi volesse presagirle il godimento, ch'era per seguirne, la ricercò se si fosse confessata, e risposto appena di sì, Suor Maria Traspadana sentì commuoversi ad uno straordinario raccoglimento, ed insieme consolarsi dalla sensibile presenza di Dio, che già le parea di tenere nell'intimo del cuore. Il che non solo la tranquillò della passata inquietudine, ma perseverando molti giorni tra continui affetti di soave tenerezza, non cessava di versar dolcissime lacrime, delle quali si dava in debito a quella luce sopranaturale, per cui era entrato il conoscimento di Crocifissa fin dentro l'Anima sua.Suor Maria Serafica, badessa del convento
Dall'Abbate D. Giuseppe Maria Rini, divotissimo del Monastero di Palma, era stato fatto alla Communità un Donativo di pesci, i quali furono consegnati a Suor Maria Serafica, in quel tempo Cellararia. Si numerarono i pesci, e per distribuirsene uno per una a tutte le Religiose ne mancavano solamente due, la qual mancanza dispiacque alla Cellararia, desiderosa, che a ciascuna delle Suore fosse toccato quella mattina il suo pesce. Ma non potendo altrimenti farsi, e dato quell'ordine, che le parve più congruo, andò a trovare la Sorella suor Maria Crocifissa, e tutto ad altro fine le riferì quello passava de' pesci. Questa però le disse che de' pesci sudetti v'era bastante il numero a ripartirne uno per ciascuna, e senza dir altro, non ostante che Suor Maria Serafica s'opponesse con dire, che non solo essa, ma la Conversa l'aveano più volte numerati, e che a far quel conto ne mancavano due, tanto stabilmente continuò Crocifissa ad asseverare, che pur eravi per ogn'una il suo, che la Cellararia fu in animo di ritornare a nuova diligenza. Nell'avviarvisi incontrò la Conversa, che stupita, ed allegra veniva a trovarla, e le disse, che all'aprirsi d'uno de' pesci più grandi, gli si erano trovati dentro altri due di tal grandezza, che poteano servire per due altre Religiose, sì che già ne teneano, per quante ne bramavano. Conobbe all'ora Suor Maria Serafica, che tutto ciò era manifesto a Crocifissa, né d'altro modo poteva esserlo, che per Divina rivelazione.
Era caduto in mano de' Turchi Fra D. Giovanni Pietroso Cavaliere Gierosolimitano della Città di Castrogiovanne, e l'infausto avviso della cattività del Figlio poco meno che non atterrò la vedova Madre. Questa per mezzo della sua concittadina Suor Maria Felice Religiosa nel Monastero di Palma ricorse alle orazioni di Suor Maria Crocifissa, di cui per la fama delle virtù e de' prodigj si protestava divotissima; ed essendo l'afflitta Signora degna di commiserarsi, non mancò Suor Maria Felice di replicarne le istanze a Crocifissa, e questa di frequentarne le Orazioni appresso Dio. Or un giorno, che gliel'avea specialmente rammemorato, postasi Crocifissa in orazione alla presenza del Santissimo, se ne levò poco dapoi, e col volto rubicondo, ed allegro andò a trovare Suor Maria Felice, e le disse: Il vostro Cavaliero è già libero; né altro poté cavarlesi di bocca. Subito ne spedì l'avviso alla di lui Madre in Castrogiovanne, ed essendosi notato il giorno, quando Crocifissa lo disse, si riseppe poi col ritorno del Cavaliero già libero, che nel giorno medesimo era seguita la di lui liberazione.
Il Padre D. Domenico Portolone Confessore ordinario del Monastero sapendo, che stava a peso della Sacristana Suor Maria Crocifissa il coltivare il giardinetto della Colomba Rosata, in cui tenea varie sorti di fiori, propose dentro di sé una sera, che solo faceva orazione nella sua Chiesa del Calvario, di ricercare dalla medesima alcuni fiori per ogni Venerdì in ornamento dell'Altare, ed insieme un poco d'acqua d'odore, per ispruzzarne il volto all'Imagine di Cristo Signor Nostro, che di rilievo in figura di morto ivi divotissima si venera. Ciò stabilito nell'animo suo, né partecipatolo ad altri, si portò la mattina, che era il Venerdì al Monastero, ove udite le Confessioni d'alcune, e fra l'altre di Suor Maria Crocifissa, l'era già uscito di mente quanto avea proposto circa i fiori, e l'acqua d'odore. Stava dunque per licenziarla, quando essa nel fine così appunto gli disse: Padre ho già meco portati i fiori, e l'acqua che V. R. desidera, e così farò ogni Venerdì. A quelle parole stupì il Padre, e dando grazie al Signore per avere supplita la sua dimenticanza, e lodandolo insieme perché sempre più manifestasse con quella prodigiosa conoscenza la Santità della sua Serva, senz'altro ricercare ricevé l'acqua, e i fiori, quali dell'istessa maniera continuò Crocifissa a somministrare ne' Venerdì seguenti.




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CAPO TERZO.

Sapienza di Suor Maria Crocifissa.

e in tutte l'opere sue, e maggiormente ne' Doni si predica Dio per ammirabile, in questo Dono, di cui regalò graziosamente la sua diletta Sposa, non vi è a mio credere maraviglia, che basti a manifestarne la potenza. Tanto in lei spicca più sublime la Sapienza, quanto meno riconosce fondamento di sapere umano, essendone stata così per la naturale inettitudine di femina, come per la mancanza d'ogni studio, fin dal principio ignorante a segno, che se bene nel secolo sotto la disciplina del Maestro delle lettere si fossero l'altre sue Sorelle avanzate ad una mediocre intelligenza della lingua latina, ella per le sue continue infermità si restò sempre in dietro forse a meno, che mediocremente leggere, e scrivere. Legatasi poi nel Monastero colla professione Religiosa, tutto il suo studio era principalmente sopra il Crocifisso, che contemplava, nel Breviario, in cui adempiva l'obligo del suo stato, ed in qualche libro spirituale de' più volgari, da cui procurava fomento alla divozione. Nondimeno per manifestarsi a nostro disinganno, quanto vaglia più d'ogn'altro per la vera sapienza lo studio del solo Crocifisso, sì come Dio senza guida umana la prese a stradar da sé nel cammino di quell'altissima Unione, ch'abbiamo veduto, così egli da sé fuor d'ogni ministero di lettere umane si prese ad addottrinarla per maestra delle Divine.
Fu la scuola di questa celeste dottrina quell'amorosa contemplazione, in cui quasi di continuo tratteneasi, ove sciolta l'Anima dall'impaccio de' sensi, che l'aggravano, sempre più illuminavasi d'altissime cognizioni di Dio, degl'ineffabili suoi Attributi, e degl'imperscrutabili suoi misteri. Ma il più, che costituisce tutti noi in debito d'immensa gratitudine, è la benigna disposizione di Dio, che non contento di racchiudere nell'Anima della sua Serva il Mare delle sue graziose emissioni, volle che almeno i rivoli ci si diffondessero per mezzo de' suoi scritti in tal maniera, che adatti alla nostra capacità mirabilmente la sollevano alle cose del Cielo.
Da quando dunque s'avvertì, ch'era quest'anima specialmente favorita con estasi, ed altri sopranaturali intelligenze, le fu ordinato, che mettesse in iscritto quanto le occorrea di straordinario; e per quella esattissima ubbidienza, che pratticava, non lasciò di sempre farlo, tutto che con gravissima ripugnanza a manifestarsi. Or piacque al Signore per nostro profitto d'essere anche il suo Maestro nello scrivere; imperocché non si restringono quelle scritture alla semplice e secca relazione dell'occorso, come sarebbe il proprio d'una donna inesperta, se trattasse la penna, ma oltre una sublime, ed efficace eloquenza con cui le descrive, quelle stesse visioni, che a lei furono communicate per opera del solo intelletto, e senza il mezzo di specie materiali, onde potessero altre simili ingenerarsi nella nostra mente a bene concepirle, tanto le rende intelligibili, e così bene, e altamente si dichiara sotto varie figure, e con altri paragoni corrispondenti al nostro modo d'intendere, che questo solo basta a far conoscere, non esser opera di natural talento.
In questi suoi scritti si contengono pellegrine dichiarazioni de' nostri Sacrosanti Misterj in quella guisa, che a lei con particolar favore venivano rivelati; e con una dicitura nobilissima sempre si framezzano quei sentimenti più proprj di Spirito, che corrispondono alle notizie avute; acciò che venendosi alla prattica delle Virtù più sode, si rendano profittevoli all'Anima, ch'è stato il fine di chi l'ha rivelate.
Si distingue fra l'altre una profondissima Umiltà, facendo conoscere la Serva di Dio, che quanto più era inalzata a' conoscimenti sopra ogni nostra capacità, tanto più essa sobissavasi nel suo niente fino al fondo d'ogni maggior miseria; e con ciò autenticando, che ove la scienza meramente umana con riempire l'animo di vanità, fa crescerlo sopra di sé, la Sapienza Divina per dar luogo a Dio nello spirito, s'esinanisce anche di sé.
Non mancò chi ne volle far pruova col proporre a Crocifissa alcuni quesiti Teologali de' più astrusi, ricercandone lo scioglimento; e perché avea titolo da esiggere ubbidienza almeno da lei, che non la negava a veruno per suo esercizio, ne ricavò la risposta con quella dottrina, ch'è conforme alle Scuole più accreditate. Nondimeno altra dottrina più soda ella suggerì nel fine, dicendo, non essere convenevole, che si facessero ad una donna ignorante come lei, somiglianti proposte: aver ella risposto per ubbidire, ma che in mano a donne faceasi male a mettere materie dottrinali, già che essa perciò avrebbe fatto più conto d'un Sacristano ignorante, che d'una femina dottoressa. A questo caso volle anche battere, quando in una lettera al medesimo, in cui tratta della pruova, che dee farsi degli Spiriti, dice, che il tentativo d'alcune cose, le quali può fare il Demonio, come sarebbe il cimentare lo spirito in materie di dottrina, non può dar motivo d'un sodo discernimento. Gli atti delle Virtù, e specialmente dell'Umiltà, e della Carità con Dio, a' quali non arriva tutta la potenza infernale, questi si possono far conoscere il carato spirituale dell'Anima.Reliquiario di S. Felice
Sì come dunque le Virtù han data l'autentica all'altre opere di Crocifissa, così la donano alla Celeste sua Sapienza, manifestata negli scritti. Ma perché forse si daranno questi alla publica luce, e su la propria sperienza ne formerà giudicio il Lettore, io passo a raccontar solamente i prodigj che occorreano nel formarsi, ed il frutto, che universalmente se ne cava.
Ciò che insinuai altrove d'avere una volta scritto nello spazio di un'ora moltissimi fogli, che a passarli velocemente con l'occhio, senza articolazione di lingua non ne bastano due, frequentissimo era nella Serva di Dio in altri simili scritti. Osservavano le Monache, e lo notò il Confessore, che spesso le accadea alcun'estasi, e poco da poi sì presta ella era nell'ubbidire, usciva uno scritto ben lungo colla distesa relazione dell'intelligenza avuta. E perché non tralasciava gli altri esercizj della Communità, era necessario il dedurre, che non bastando quel ritaglio di tempo, che sopravanzava, per tanto scrivere, agevolava tutto la particolare assistenza del Cielo.
Così era in fatti, poiché correa sì rapida la penna, che ne restava la stessa Crocifissa con maraviglia eccessiva, e non potendo darsi a credere per la grande Umiltà con cui di sé giudicava sempre male, che fosse favore Divino, concepì una volta, che per avventura era superstiziosa quella penna, che maneggiava; onde gittatala lungi da sé continuò lo scritto con un'altra, che fece darsi dalla sorella Suor Maria Serafica. Alle volte però restava sincerata, che fosse grazia del Cielo, or facendosi a conoscere l'Angelo suo Custode, che le guidava la destra, ora scrivendo mezzo alienata da' sensi, ora eziandio perfettamente estatica, con trovare alla fine già perfezzionato lo scritto, senz'averne avvertito il come.
Comandata più volte di riferire alcune cose molt'anni prima accadute, prima di scrivere non solo non si preparava con rammemorar la materia, ma senza sapere affatto che mettere in carta, se non che disponendosi in virtù di quel generale comando, pigliava la penna, formava il solito principio del Iesus † Maria, e niente le occorreva; finché poi alla prima parola disarginavasi la piena della Celeste eloquenza, che seguitando a quella oziosa sospensione, ben si manifestava provenire dall'alto. Anzi se tal volta si metteva a considerare quello avea da scrivere, tanto sentivasi confusa, ed imbarazzata; che poi, come se la penna, e la vena le si fossero impietrite, non arrivava a spremerne il sugo d'una parola.
Ciò segnatamente le avvenne una volta, che obligata a stendere tutto il corso della sua Divina Unione, un Confessore straordinario per facilitarle la narrativa le impose, che si preparasse, con leggere prima nell'opere di Santa Teresa. Ubbidì e lesse. Ma con qual giovamento? La impedirono sì fattamente quelle specie concepite, che non fu mai valevole a mettersi in istato di scrivere, e finché non si dispose con la solita vacuità d'ogni pensiero di che e di come avesse a scrivere, non venne mai l'ora di darsi a lei che scrivere. In questa guisa davasi Dio a conoscere per geloso che non avesse parte veruna l'industria umana in quell'opera d'addottrinar la sua Serva, che tutta doveasi attribuire all'unico suo Magistero.
E per darne una pruova più autentica nel far comparire ciò, che potea sapere da sé la sua Discepola, molte parole latine, che per le sue rivelazioni Dio le faceva concepire nell'intelletto, ella poi trascrivendole con molti errori di grammatica spesso le deformava, del che rende ragione al Confessore nel fine di un suo scritto del 1669 con dirgli "Mi scusi V. R. se troverà errore nelle parole latine, poiché è stato mancamento di memoria, non tenendo io alcun conto alle parole quando in atto le intendo, ma solo m'appiglio al senso di quelle, non curando del resto".
Può apportarsi un'altra ragione che adduce la Serva del Signore in somigliante proposito, che sì come l'acqua nella sua sorgente, limpidissima per la chiarezza, e gratissima al gusto, s'intorbida poi, e piglia sapore o salso, o amaro, secondo la condizione della terra per cui passa, così quei detti, che dalla Fonte della Divina Sapienza uscivano perfettamente composti, passando al di lei intelletto, non avvezzo a' latinismi, ne riceveano quella barbara alterazione, acciò che si conoscesse, che provenivano da Dio nell'altezza del significato, e che gli errori nel proferirli erano imperfezzione naturale del mezzo, per cui s'avviavano.
Il frutto poi che ridonda nell'Anima di chi mette gli occhi sopra questi ammirabili scritti, e che meglio può concepirlo la sperienza di quel che possa dichiararlo qualunque mia espressione è un testimonio maggiore d'ogni eccezione, che siano opera in tutto Divina. Il Confessore D. Fortunato Allotto giudicò fin dal principio d'eseere piamente infedele alla Serva di Dio, con non tenerli in quel secreto, con cui glieli consegnava, ma ne facea parte a molti, e niuno mai l'ebbe a leggere, come al presente non si leggono, che l'Anima ripiena di lumi straordinarj nell'intelletto, e altamente commossa nella volontà non si sentisse sollevare alle cose sopranaturali. Erano frequentissime le conversioni de' peccatori, e molti accendendosi d'un Santo desiderio di migliorar la loro vita in servizio di Dio, correano a consecrarla stabilmente sotto la disciplina degli Ordini Regolari.
Ed acciò che questa mistica lucerna non lasciasse di far lume anche a quei di casa, lo stesso Confessore dava alla Badessa alcuni scritti, che giudicava più profittevoli, con ordine che s'unissero le Religiose ad udirli leggere, però in tempo, ed in modo, che Crocifissa, la quale dovea esserne non solamente di fuori, ma inconsapevole, non potesse restarne avvertita. Quindi procedeano quelle industrie di congregarsi a tale effetto nell'ora del silenzio, di mandarla tal volte carcerata, e simili, perché attendessero a quella spirituale lezzione con sicurezza di non esservi sopragiunte. In verità se ne cavava dalle Monache un tal fervore, che dall'esempio, da' raccordi, e molto più dagli scritti di Crocifissa riconosce il Monastero lo stabilimento, che oggidì conserva, in una singolare osservanza.La Madonna visita S. Elisabetta
Questo governo del Confessore quanto era in odio al Demonio, tanto parve che riuscisse a Dio di compiacimento. Il Demonio fra le sue più gagliarde tentazioni armò quella d'indurre Crocifissa a più non iscrivere, ingegnandosi di farle credere mere illusioni, ed inganni quei favori, ch'ella stimava d'avere ricevuti. Pose ogni sforzo, perché si facesse restituire gli scritti consegnati, e li bruggiasse; e che con altre nuove scritture, contenenti il contrario, si ritrattasse ed ove ciò fu di vano riuscimento, procurò che almeno ella s'accorgesse di quella furtiva lezzione, che si faceva.
A tal fine dispose la mischia, e rumor delle pianelle, riferito sopra: ed una volta mentre al solito in una delle stanze basse si leggeva uno scritto, standosi Crocifissa ritirata in cella, pigliò il Demonio figura d'una Religiosa, e da parte della Badessa le disse, che andasse a quella stanza, ove la Superiora volea parlarle. Vi si portò senza dimora, ma giunta appena avanti la porta, Suor Maria Scolastica che se n'accorse, andò ad incontrarla, e bruscamente le domandò, come ivi fosse venuta senza licenza. Rispose Suor Maria Crocifissa, che anzi la superiora per mezzo della tal Religiosa, che all'ora all'ora era venuta a chiamarla in cella, glie n'avea dato il comando. Appunto quella Religiosa si trovava coll'altre ivi presente ad udire lo scritto; onde conosciuta la frode del Nemico, le replicò Suor Maria Scolastica, che se ne tornasse pur via, perché ivi essendo ragunate le Monache a capitolo, essa che mancava di voto, non potea tenervi luogo. Così Crocifissa, senz'altro più dire, né penetrar più oltre, si rivolse alla cella, e si terminò fra le Monache la cominciata lezzion dello scritto.
Ne' primi giorni che s'introdussero le Romite, e che Suor Maria Perpetua Sorella Conversa, in luogo di cui entrò poi Crocifissa, vi fu destinata servente, uno di questi scritti, che tenea conservato la Duchessa in una sua cassetta fu trasportato, come giudicò il Confessore, per opera di Maria Nostra Signora nel Romitorio a consolazione, e profitto di quell'Anime. Si trovò sotto il capezzale di Suor Maria Perpetua, ma prima che questa se n'accorgesse, prese il Demonio la forma di essa, e trovandosi a passare Suor Maria Crocifissa, con inviti premurosi volea indurla ad entrare nel Romitorio, a fine di farle vedere quello scritto. Resisté Crocifissa, perché v'era il divieto della Superiora d'entrarvi, e con ciò restò anche deluso il Tentatore.
Iddio all'incontro per mezzo della stessa Crocifissa, alla quale sotto parole oscure, tenne occulto il senso dell'ambasciata, fece una volta sentire al Confessore, che l'era molto in grado, che si continuasse, come s'era cominciato, e che a tal fine alcuni di quegli scritti, quali voleva egli partecipati alla Communità, sarebbono comparsi contrasegnati nel fine con queste parole: Iesus † Maria, come nel principio. Ciò fu, quando Crocifissa, che solea sempre cominciare a scrivere da quel segno, però nel fine non ve lo mettea, in due scritti sentì come portarsi la mano a terminarli con quello stesso Iesus † Maria, con cui l'avea principiati, e da Nostra Signora udì, che non nel fin di tutti, ma ove ella se ne sentisse specialmente ispirata vi scrivesse quel medesimo segno a beneficio delle Professe. Ebbe animo di rispondere Crocifissa, che non capiva il mistero di quel comando, ma le replicò la Beatissima Vergine, che a lei non importava: il Confessore, a cui appartenea, l'avrebbe capito. Ed avendolo riferito schiettamente al medesimo, questi ben penetrò, che dovea far leggere alle Monache tutti quegli scritti, nel fine de' quali era apposto quel misterioso distintivo, come poi proseguì.
Anche questa chiusura nel fine, per levar alle Professe il beneficio da Dio preteso, s'ingegnò di frastornarne il Demonio. Gli riuscì una sola volta con averne divertita, non so come la Serva di Dio, ma dopo consegnato lo scritto, resa ella sciente per lume superiore di quell'inganno, fu altresì ispirata a farne consapevole il Confessore. S'accinse a scrivergli, ed in quel punto fremebondo, ed urlante il Demonio le comparve avanti posto in ginocchio, ed in tal sito mostrando di patire nuovi, e più crudeli tormenti in pena di quell'eccesso, le sostenne il Calamajo, finché si terminò la carta al Confessore.
Se per mezzo de' suoi scritti Crocifissa infiammava l'Anime al Cielo, non meno ve le stradava co' dettami prattici d'una Celeste Prudenza, nel qual dono fu altresì eminente. Erano tutti sempre ordinati all'acquisto della Perfezzione, ed al conseguimento dell'ultimo nostro fine per quei mezzi, ch'erano proprj alla condizione delle Persone. Confermatasi di ciò la sperienza del Monastero, non v'era Religiosa, che non ricorresse a' di lei consigli, quali per l'accerto dell'esito pareano veramente suggeriti dallo Spirito Santo; ed anche gli affari della Communità non si risolveano, se non che a misura del di lei parere. Così fu notato, che il tutto camminava sempre bene: ed all'incontro si vedeva un riuscimento infelice, se il consiglio di Crocifissa non adoperavasi per la condotta; onde a giustificare le deliberazioni tanto di ciascuna Religiosa in particolare, quanto del Commune, maggior peso d'autorità non potea darsi, che il di lei dettame, e sol bastava dire: Essa lo disse.
Fuori poi del Monastero si toccò sopra il gran concorso delle lettere ed anche delle Persone d'altro grado, che venivano a consultare. Erano tutte in materie di spirito, e la maggior parte in ricercare lumi, ed indrizzi per ben regolare o l'Anima propria o l'altrui, cavandone ciascuno quel profitto, che appunto iva cercando. Ma fattasi poi la proibizione di non più ricevere lettere, né rispondere, si rinversò il concorso delle domande sopra il Confessore e sopra la Sorella Suor Maria Serafica, per cui mezzo si procurava il sentimento della Serva di Dio. Ed arrivò l'industria, e il desiderio di molte persone di fuori ad indrizzar la carta ad altre Religiose, ove esprimendo i lor bisogni, voleano che solamente per farglieli penetrare gliel'avessero non altro che letto, ed avvisassero poi, che movimenti di volto, o che altro gesto facesse in udirli la Serva del Signore, che tanto solo bastava a sapersi reggere. Il che finalmente avvertito diede motivo ad una nuova proibizione, che a niuna Religiosa fosse lecito leggere a Crocifissa le lettere altrui.




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CAPO QUARTO.

Ammirabile sua Semplicità.

piccherà maggiormente la Sapienza di Crocifissa, per cui ergevasi sopra l'umano, al confronto di quell'ammirabile Semplicità, onde si facea conoscere meno d'una fanciulla, non lasciando ancora questa d'essere frutto dello Spirito, e non meno stimabile Dono, fatto da Dio alla sua Sposa: in quella guisa che per opera della Pittura risalta più il vivace de' colori, quando comparisca intorniato di ombreggiature.
Ov'è occorso, nel racconto della Vita se ne leggono sparsi molti argomenti, e qui resta solo il soggiungere che tal ella era generalmente nel tratto colle Religiose circa il credere, e l'operare (quando altrimenti non la movea qualche particolare illustrazione) quale suo l'essere una semplice Fanciulla; avendola Iddio così resa nello Spirito con impicciolirla eziandio in ordine alle notize connaturali, per adattarla, com'egli già lo disse, all'ingresso, e maggiore ingrandimento nel Cielo. Di ciò volle dar mostra nell'averla fatto comparire da Bambina per qualche tempo anche negli esterni atteggiamenti, e con altri stupendi prodigj, che qui appresso si diranno, manifestò meglio, quanto ne avesse in grado la Semplicità.
Ella dunque camminò sempre avanti a Dio, e negli occhi delle Religiose con una sì schietta semplicità di cuore, a qualunque dava credenza in ciò, che le dicea, né potea in lei cadere imaginazione, che volessero ingannarla, quantunque stravaganti, o inverosimili fossero le proposte. Da ciò prendeano motivo di rendere sempre divota l'amenità delle ricreazioni, facendole credere, che tutti erano sciocchezze, e fuor di proposito i suoi discorsi, ancorché Spirituali, ond'ella a fine di procacciarsi gli scherni, si metteva a parlare, e ne proveniva poi nell'altre quel gran fervore, che non potea lasciar di accendere. Faceano mostra di compassionarla nei suoi spessi sfinimenti (così a lei battezzavano le sue estasi) e tanto sodamente credea, che dalle Monache fossero apprese per deliquj d'abituale infermità, e non per volate di Spirito, che ove altrimenti n'avrebbe ricevuta somma turbazione, replica sovente negli scritti la sicurezza, che tenea, d'essere occulte le sue occorrenze sopranaturali; applicandolo a tiro della Divina Providenza, che tal veramente era in permettere, ch'ella non restasse mai disingannata.
Di questi, e simili tratti della sua Semplicità se n'ebbero tante pruove alla giornata, che per la frequenza perdutasi la maraviglia, e insieme la memoria delle circostanze particolari, sol n'è rimasto in tutte le Monache un generale, ed altissimo concetto. Ma non poté dimenticarsi quello occorrea nel tempo, che giungeva a lei la numerosa moltitudine di lettere, che sopra si cennò. Ella stupiva, come tante le s'indrizzassero, e non sapendo rinvenire la cagione, persuadevasi finalmente, che ciascuna delle Religiose n'avesse la sua parte, applicando, che il credito del Monastero portasse il peso di quella divota corrispondenza da ripartirsi fra tutte. Non vedea però che fossero l'altre tanto affaccendate nel rispondere, com'ella lo era; onde per meglio certificarsene iva attorno alle Religiose, e loro domandava: Vengono a voi a voi lettere come a me? Rispondeano quelle con una graziosa esagerazione, per secondar la semplicità di Crocifissa: Vengono tante! E come dunque non scrivete? Ella replicava: Sì che io vi porterò il calamajo per rispondere. In effetto iva a prendere il calamajo, e la penna, e glielo dava. Ma qui non potea contenersi più oltre la serietà delle Monache, onde alla fine terminava in risa la risposta: dal che a Crocifissa ignorante tuttavia di ciò, che significar volesse quella burla, s'accrescea maggiormente la confusione.S. Benedetto
S'introdusse in certo ragionamento a farle credere, che Suor Maria Candida Religiosa la più avanzata negli anni, e di professione tra le più antiche, lasciava spesso d'assistere alla messa ne' giorni festivi, perché non sapea qual giorno fosse di festa, onde l'obligasse il Precetto. S'inorridì Crocifissa, perché seriamente credettelo: perciò volendo impedire l'offesa di Dio, che riputava procedere da sì fatta ignoranza, s'addossò ella il peso di avvertire Suor Maria Candida in quali giorni dovea sentir messa, per non contravenire all'obligo: ed in effetto continuò a farlo con qualche tempo con non minor piacere, che edificazione delle Religiose, le quali ammiravano in Crocifissa quella semplice credulità.
Visitandola un giorno il Padre Attardo suo Direttore, portò il discorso, che si facesse menzione del Padre D. Giuseppe Maria suo Fratello, che si tratteneva in Roma. Disse Crocifissa, che da molto tempo ella non gli scrivea, e che stava in fermo proposito di non avere corrispondenza con lui mai più in appresso, poiché egli era già divenuto Tristo. Questa fu la parola di cui si servì, e della medesima io credo, che si sia servito il Padre D. Giuseppe, scrivendo a lei co' i soliti sentimenti della sua umiltà. Come? Disse il Padre Attardo, e voi che ne sapete? Egli stesso me l'ha scritto, rispose Crocifissa. S'accorse quel Padre all'ora di ciò, che in fatti era, e stimò disingannar la Serva di Dio con farle conoscere, che proveniva quell'espressione dalla virtuosa, e conosciuta Umiltà del Fratello, non che l'avesse dovuto credere veramente tale, qual'egli per quel basso sentire ch'avea di se medesimo, le si pingea. Io non poteva imaginarmi, disse Suor Maria Crocifissa, ch'egli avesse voluto scrivermi una bugia; con che il Padre Attardo non sapendo qual più ammirare in lei, o la Sincerità per cui non potea concepire, che altri dicesse falso, o la Semplicità con cui credeva il tutto per vero, come appunto sonava, fu di bisogno istruirla, come salva la verità, sogliono i Servi di Dio per atto di virtù appropriarsi quei termini d'essere eglino mali, e peccatori, per li quali si dee loro più tosto lode, che aborrimento.
Or passiamo a' prodigj, co' quali Nostro Signore favorì la graziosa Semplicità della sua Serva. Ella per quel genio, che tenea verso le cose picciole, un giorno, ch'era l'ottavo di Settembre (e nel Monastero rammemoravasi il nascimento di Maria, con tener esposta dentro una cella per incentivo di divozione la di lei Imagine, in figura di Bambinetta nata di fresco) stavasi divertendo con una bamboccia di creta alle mani. Venne in pensiero a Suor Maria Lanceata sua Sorella di provocarla ad un fanciullesco disgusto, e strappandogliela d'improviso dalle mani, gliela buttò con qualche violenza in terra, onde quella figurina si ruppe, e ne rimase la testa intieramente divisa, e slontanata dal rimanente. Vedendola Crocifissa in quel modo deformata, mostrò di compassionarla molto, e riunendo, come meglio poté, le due parti della bamboccia, secondo il suo costume di ricorrere per ogni sua benché lieve occorrenza al materno ajuto di Maria, andò riporla a canto di quella stessa Imagine, che, come si è detto, veneravasi in quel giorno in forma di Fanciulla; pregando Nostra Signora, che guarisse quel male della sua statuetta, con ridurla allo stato primiero di tenere il capo perfettamente attaccato, e continuato col busto. Eranvi presenti altre Religiose, le quali godeano di quell'innocente Semplicità; ma intanto diede il segno del Vespro, e tutte si partirono pel Coro. La sola Suor Maria Lanceata prese il tempo di farvi tosto ritorno con animo di buttar altra volta sul suolo la testa della bamboccia, acciò che al ritorno del Vespro trovandosi dell'istesso modo, si continuasse il piacere sul disgusto della puerile semplicità di Crocifissa; ma dato di piglio alla testa, vennevi dietro perfettamente unito il rimanente del corpo, come se giamai se ne fosse spiccata. Perciò cambiatosi il giuoco in serio stupore, per molto che investigasse cogli occhi, e tentasse colle mani, se pur quelle due parti della bamboccia prima divise fossero riunite, non rimase ombra di dubbio, che appunto così si fossero ridotte, come le desiderava Crocifissa. Fu solenne il caso con molte testimonie di veduta in guisa, che non era possibile l'ingannarsi, onde fu anche commune la maraviglia, e il credito, che si accrebbe della prodigiosa Semplicità della Serva di Dio.
Correndo il Mese d'Aprile del 1677 vide a caso dalla fenestra della sua Cella volar unite due Rondini. Le venne subito in mente il pregio dell'unione fraterna, e stando su questa considerazione, le fu insinuato dall'Angelo suo Custode, che quelle Rondini, erano Spose. Fu grande a questa notizia la maraviglia di Crocifissa, perché non avea mai penetrato, che la procreazione della prole fuor dell'Uomo, necessitasse verun altra Creatura irragionevole ad un simile attacco, onde giudicò ben fatto liberar le Rondini da quel giogo, e persuaderle ad uno stato di vivere più distaccato, perché così si mantenessero in maggior dipendenza dal loro Creatore. Oggetti di Suor M. Crocifissa, Isabella TomasiSi pose dunque la semplice Crocifissa in serio ragionamento con quegli uccelletti, i quali al primo cominciar del discorso si ristettero dal volare, rivolti a lei, e fissamente guardandola, come per udirla con più attenzione; perciò essa proseguì con maggior calore tutto ciò, che riputava poter condurre al proposito. Alla fine per vie diverse spiccarono il volo, e tornatisi ad unire, entrarono amendue nella Cella, e mansueti posarono a di lei piedi, quasi dandosi per convinti, e rimettendo in sua disposizione la loro condotta. Così anche l'interpretò la Serva di Dio, onde prese le Rondini alle mani, col parere della Badessa volle farne un'offerta alla sua Colomba Rosata, dicendo che volea farle Monachelle. Gliene diede opportuna occasione il passaggio, che in quel medesimo giorno doveano fare le Monache nel Romitorio per la Festa di Nostra Signora del Rifugio, e però poste in un canestro le due Rondini, che si stavano tuttavia mansuete, e vagamente adornatele con varj fiori, e nastri, con queste parole l'offerì Crocifissa, che n'era stata la condottiera: Madre Santissima accettate queste Rondinelle, che a confusione del Mondo si sono rese pieghevoli a' Santi consigli. Esse volontarie ricusano anche la propria natura, che l'induce al contrario di questa dimestichezza. Priegovi o Gloriosa Regina a dar loro la perseveranza, o pur la morte, mostrando in esse, quale vi sia più a grado, se la fedeltà, o la Vita. Ciò detto le lasciò sopra l'Altare vivacissime, però tanto mansuete, e trattabili, come se sin dal nascere ivi si fossero domesticamente allevate: e perché si diede principio ad una Processione di penitenza per una calamità corrente nel publico che dopo il giro del Monastero, dovea terminare nella stessa Cappella della Colomba Rosata, postesi ad ordine le Religiose tutte si partirono, ma nel ritorno con sensi di commune tenerezza trovarono amendue la rondini morte. Pondera qui la Serva di Dio a nostro esempio e rossore, che le Creature irragionevoli odono la parola di Dio, seguendone i consigli anche contra il proprio istinto, là dove le dotate di discorso per lusinga del proprio senso né meno ubbidiscono a' precetti; e che dovendo anteporsi la Fedeltà alla Vita, pur questa si mantiene tutt'ora infedele alle promesse, ed alla solenne rinuncia fatta da noi nel Santo Battesimo.
Il Padre Paolo Giunta della Compagnia di Giesù, più volte Confessore straordinario del Monastero, avea fatto dono a Crocifissa d'un Cardellino, a cui s'era posto nome Fiorico, e del medesimo ella amava non tanto la voce, che in vero era armoniosa sopra quante se ne fossero udite in quel luogo, quanto le Virtù, com'essa dicea, che si poteano interpretare ne' di lui tratti. Or nel mese susseguente di Maggio dell'anno sopradetto volendo cavargli due penne, perché ne formasse un picciolo pennello da delineare un certo disegno per la vicina festa di San Felice, le parve, che restio il Cardellino ricusasse di dargliele; onde rimastane mal edificata in punto di divozione, ed avvertito poco dopo, che contra il suo costume avea trattato male un picciolo passaretto, il quale al primo volo dal nido era forse venuto a far la prima posa su quella gabbia, tenendolo fortemente afferrato per un piede col becco, e spennacchiandolo coll'ugne: Ah Fiorico mionoi andiamo alla peggio. Così s'osserva la dilezzione del Prossimo?
E glielo fece scappare. Per questi gravi difetti ella si rivolse alla Vergine, dicendole colla solita confidenza, e semplicità; ch'essa in quel Cardellino amava non altri che Iddio: in quel giorno però avea fatto gran male, e che ne volea la punizione condegna. Quasi presago l'uccelletto del futuro castigo, fu osservato, che da quel punto ammutolì, standosi in tutto quel giorno ritirato in un angolo della gabbia, colle penne arricciate, ed in divisa molto malinconica. La sera poi udì Crocifissa di repente strepito attorno alla stessa gabbia, e che Fiorico tra meste grida miseramente si dibattea. Si accostò e vide il Demonio in figura d'un deforme Corbaccio che lo stava offendendo: perciò proferì subito Santa Maria, e lo fece fuggire. Ma rimase il Cardello stroppio di un'ala, che stroncatagli con tutto l'osso cadé per terra, ed esso così mal concio, che negli ultimi aneliti già stava per morire. A quella vista essa s'intenerì, e pregò il Signore, che se non volea egli la morte del peccatore, ma la conversione, e la Vita, si degnasse pure far sì, che restasse punito, ma non morto il suo Fiorico. Dapoi presolo nelle mani, con alquante carezze lo raccomandò caldamente a San Felice, e ne fu con altretanta prestezza esaudita: imperocché il Cardellino ripigliò ad un momento il solito suo vigore; e passarono appena due giorni, ne quali molte Religiose lo videro privo affatto dell'ala, e maneggiarono altresì questa già dell'intutto divelta, che comparve coll'Ala nova vestita perfettamente di pelle, di carne, e d'osso, in nulla più differente dall'altra, se non che le penne in contrasegno d'esser nuove manifestavano una maggiore fulgidezza. Volle la Serva di Dio dar le grazie al suo San Felice di quel miracolo con una memoria, che ne rendesse anche perpetua nel Monastero la maraviglia; perciò ricamato un paliotto d'Altare, in cui si vede effigiato il Cardellino coll'aluccia pendente dal rostro, andò a dedicarlo con buona solennità ad un Altarino dello stesso S. Felice dentro la clausura, ove tuttavia si conserva.
Dapoi che fu ella destinata per Sacristana perpetua della Colomba Rosata, s'ingegnava di solennizzare la festa il giorno di Pentecoste con quella maggior pompa che più corrispondea alla sua divozione. Un anno dispose tra l'altre divote invenzioni a lato della Cappelletta alcune picciole Statue, le quali figuravano S. Rosa in amorosi vezzeggiamenti con Cristo Signor Nostro nel giardino; ma perché il campo attorno era terra dell'intutto arida, ed incolta, e per meglio rappresentare quel fatto bramava, che con alcune verdure portasse la sembianza d'un giardino, non sapea trovar modo, come far vestire quella terra di verde. Fu a consigliarsene colla Duchessa sua Madre, e questa le disse, che vi seminasse alcuni grani d'orgio, acciò che spuntando a tempo, la terra tutta si rinverdisse. La chiesaCosì ella fece, ma inesperta del come avesse a seminarlo, sopra quel campo secco, ed inaridito sparse l'orgio ancor esso diseccato senza farvi altra diligenza, perché fosse atto a germogliare. Perciò da otto giorni in circa vi stettero quei grani così scoperti, ed esposti al Sole, come v'erano stati buttati; ed avvicinandosi il giorno della Festa, perché Crocifissa incominciava a temere, che la verdura pretesa non riuscisse, ricorse al solito patrocinio della Vergine, e così con filiale, e semplice confidenza le disse: Madre Santa fate nascere l'orgio, perché altrimenti sarà dimezzata la vostra Festa. Ciò accadé la mattina tardi, ed a quella preghiera si trovò presente Suor Maria Lanceata: ma quanto fosse in piacere alla Vergine, lo comprovò l'evento, imperocché tornatevi amendue dopo il pranzo, in capo a non più, che a cinque ore, trovarono rinverdito il campo, e germogliati quei grani d'orgio all'altezza di mezzo palmo. Crocifissa consolata oltremodo ne rese tosto le grazie, ma entrò in nuova confusione. Se fra cinque ore ha cresciuto quest'orgio mezzo palmo (così ella faceva il conto) dunque fino al giorno della festa monterà tanto in alto, che non più verranno a comparire le statue per cui adorno, e non per ostacolo dee solamente servire. Orsù orgio mio (così poi parlò rivolta a quei fili d'erba) Deh non passar più avanti per l'amore di Nostra Signora: fin qui mi basta, perché altrimenti mi occulterai le Statue. Ancora in questo fu compiaciuta, mentre al racconto del caso essendo venute le Religiose a vedere con loro indicibile stupore l'orgio improvisamente cresciuto a quell'altezza, videro poscia, che non passò quella misura per tutto il tempo della funzione: quale finita procurò ciascuna d'averne alcuni fili per divozione, e fattane parte ancora fuori del Monastero, venivano poi riscontri, che applicandosi a molti infermi, ne furono mirabilmente guariti.
Continuando ad essere Sacristana, come sopra, desiderava per ornamento dell'Altare della sua Colomba Rosata, che si rinovasse nel giardino una tal sorte di fiori, che prima v'avea, le cui cipollette ripiantandosi nell'Autunno fioriscono poi nell'Està, poiché perdutasi di essi la semente, si erano col tempo rese le cipolle anco sì guaste, che già non davano più fiori. Non potea dissimular Crocifissa questa brama, e più volte con semplice, e quasi puerile importunità sollecitava Suor Maria Serafica, che gliene somministrasse il modo. Alla fine mentre correa l'Està, e con maggior calore bramava ella quei fiori, trovò nella Sacristia della sua Cappella un canestro con dentro alcune cipollette di quella stessa specie, di cui era tanto bramosa. Senza punto guardare alla stagione incongrua, corse tosto a piantarle, e riferì tutto con allegrezza alla Sorella, che le disse, non esser il tempo a proposito per ciò, che si pretendea. Ma Crocifissa rispose: Lasciate fare, che la Madre Santa farà quello, che le piace. In verità piacque alla Beatissima Vergine ciò, che poté maggiormente esaltare la confidente semplicità della sua figlia; imperocché passarono appena otto giorni, che si perfezionarono dalle stesse cipollette e frondi, e fiori, quali anche in memoria di quel prodigio, e per riguardo della Serva di Dio si distribuirono per li bisogni di molte Persone.
M'occorre ora il confermare per ultimo la virtuosa Semplicità di Crocifissa con quella innocente inclinazione, che spogliata d'ogn'altro affetto terreno, sola conservò verso i Fiori, e gli Uccelli: ciò che veramente è proprio d'un genio schiettamente puerile. Pur ella si sollieva a dar sua ragione di questo amarli, e così meglio la spiega in quello scritto, ove fa relazione della disgrazia accaduta al suo Cardellino Fiorico.
Mi sono trovata da che ebbi ragione tanto mal contenta di questo Mondo, che non mi dà l'animo di ridurvi un pensiero, non che l'affetto. Non vi pregiudicate mio Dio per esserne stato voi l'Autore, che a me non dispiace l'opera della vostra destra, ma ciò, che sconciò Adamo colla disordinanza del peccato: sì che io tra tutte le cose del mondo a due sole cose inclino, dove truovo meno occasione della vostra offesa, e sono i Fiori, e gli Uccelli, che a me sommamente piacciono. In questi Signor mio appena entra la cupidigia dell'uomo, poiché sono cose di poca importanza, e niuno vi bada. Esaminate gli Elementi, che tutte le loro produzioni sono assai offensive alla Maestà di Dio, che non li sono di nocumento i miei Fiori, e i miei Uccelli. Il Fuoco oh quanti omicidj commette! Oh quanti uccide in sfogo degli odj umani? Consumando etiam tra loro le vendette nell'accensione dei loro poderi; oltre al servire a tanti golosi intingoli per impinguare la carne contra lo Spirito, dove si avvampano tanti peccaminosi incendj, che consumano l'Anime nelle fornaci eterne. L'Acqua niente più che meno, poiché nel mare pure s'offende Iddio con tanti omicidj, furti, e tradimenti: oltre che quasi privi di Sacramenti appena si nomina Dio ne' legni marini. Oh misera fortuna d'un sì nobile elemento! La di cui limpidezza sempre mi tira ad amarla, e mi rallegra il cuore per diletto, e pure io disamo il mare per odio del peccato. La Terra ohimé quant'ella è intorbidata di loto, tant'è di iniquità, poiché quanto fruttifica, tutto quasi è in aumento della cupidigia umana, ove nascono il Mio, e il Tuo, causa de' tanti odj, vendette, rancori, occisioni, ed inimicizie; causando etiam mali effetti nelle sue dilettevoli produzzioni; con che si dà tanto avanzo al diletto sensuale, per cui si lascia Dio, e si siegue il piacere: oltre che quanto vi è di offesa di Dio, tutto s'effettua sopra la terra, dove il Signore ne' tanti beneficj che ci diede nella sua fertilità, piantò rose, e ne ricevé spine. Ohimé sterilissima terra. Quae expectata est, ut faceret uvam, fecit autem spinas. L'Aria è quasi immune di peccato, bench'ella alimenta colui, che l'opera: nondimeno ella è limpidissima, dove dimorano i miei cari volatili, la di cui abitazione è sì limpida, la di cui stanza è sì chiara, che nello spasseggiarla mi sembrano l'Anime Beate nella celeste contrada; poiché i loro piedi mai posano in fango, mai contraono loto, come l'Anime pure di peccato. Né i miei Uccelli sono a gli uomini di fomento di peccato, poiché di loro sono in poco possesso, e da niente apprezzati, sì che sono alle caccie communemente presi, e lecitamente goduti. Pure i miei Fiori non sono di lite, o di proprietà nessuna, poiché quanto son belli, tanto meno apprezzati, sono senza lucro, e di poca coltura. Solo profumano Iddio ne' Sacri Altari, e benché sono prodotti dalla terra cotanto impura, nondimeno poca parte tengono colla sua Genitrice, poiché per dividuo frapongono tra essa, e loro la loro verdura. Essi sono come quell'Anime, che lasciando la loro naturale corruzzione, da dove nacquero, né anche la mirano per eccesso di grazia, unendosi a Dio praeter naturam. Sì che a queste due sorti di cose create io da picciola figliuola sempre sono stata in estremo inclinata: oltre che la limpidezza di qual si sia pulitezza sempre m'ha data somma compiacenza, patendo tutto all'opposto in qualsivoglia picciola schifezza, la quale io truovo lontanissima da queste due cose create: benché questa mia dilezzione quasi m'è stata approvata dal Cielo per occorrenze antipassate, la quale al contrario grandemente m'insidia il Demonio, il quale per odio mi porta, per farmi dispetto danneggia questi poveri Uccellini, che io amo, a segno che appena ne posseggo alcuno, che lui con rabbia a morte lo danneggia.
Così una volta camminando ella nel Corridore con alla mano una gabbia, in cui teneva per allevarsi certi Cardellini di nido, le si fe' incontro il Demonio, e con molto ossequio le disse: Deh lasciatevi servire Signora, che porterò questa gabbia ov'ella comanda, che tal bassezza non conviene ad una tanta Persona. E fece moto di pigliar egli la gabbia. Ma Crocifissa ricusando al solito, e niente rispondendo, proseguì il suo cammino. Batteva il medesimo tenendole dietro l'insidiatore infernale, e replicando tuttavia gli atti riverenti, e le istanze ossequiose, finché s'incontrò a smontare una scala, al cui ultimo gradino già tediata Crocifissa di quelle mascherate adulazioni, fu ispirata a torlosi via dagli occhi con queste parole: Io vi ringrazio, e resto del vostro finto affetto assai sicura, con che ambite questa gabbia più del Paradiso, da cui vi partiste, per non abbassarvi un gradino in adorazione dell'Altissimo, e pur oggi tanti ne avete disceso, ambendo il servire una sua vilissima Creatura. Il tuono di questo rinfaccio pose in tale scompiglio il Demonio che aggrinzatosi in una intolerabile bruttezza, gridò ad alte voci: Maledetta discesa! Iniqua Creatura! Si spaventarono a quella vista anche i piccioli Cardellini, e con uscir fuori per mezzo delle verghe i loro capi procuravano fuggirla, ma il Demonio non avendo altra facoltà di vendicarsi, stese alla gabbia gli artigli, e ad un sol colpo strappò da' loro corpi le teste di tutti quegli uccelletti: "così con questa gran preda coronò la sua iniquità, e la sua superbia, e tosto fuggì".
Avea Crocifissa in altro tempo allevata una Quaglia, che chiamava col nome d'Antonella, e fu tra gli uccelli la prima sua compagna. Benché la tenesse libera in Cella, non contraveniva all'ordine, che le dava Crocifissa di non uscire; come all'incontro comandata a venire, sollecita correva; chiamata col suo nome, affabile si rivoltava. Per queste, ed altre belle azzioni molto l'amava Crocifissa; onde un giorno, che dovea portarsi alla ricreazione commune nel giardino, disse alla sua Antonella se volea venire ancor essa: in fatti seco la condusse, e la ripose alquanto in disparte. Ma d'improviso l'assalì un Gatto, stimolato, come crede la Serva di Dio, dal Demonio a solo fine di danneggiarla, non già da fame, o da gola, imperocché se bene uccise la quaglia, lasciolla però intiera senza inghiottirla. Figurò a Crocifissa quel morto uccelletto l'Anima, che scostatasi appena dalla presenza, o vicinanza di Dio, come s'era essa allontanata dal ricovero della Cella, viene subito uccisa da Satanasso, il quale più che ad altro aspira a' cuori umani, e così rappresentandosi a lei quel gatto come il Demonio contra l'Anime innocenti, con questa Profetica imprecazione lo fulminò nel nome di Dio, dicendoli: Gattaccio fierissimo sicome uccidesti questa innocente animaluccia, così mai più ti vedrai bene: anderai di male in peggio. Non mancò di comprovarsi coll'esito, poiché quel gatto pernicioso di là a poco tempo cominciò a patire nelle parti interne della bocca, delle fauci, e del collo, che furono gli strumenti uccisori della Quaglia, una infermità sì schifosa, e pestilente, che oltre il tenerlo in continui dolori e grida, comparendo ancor nelle parti esterne, cagionava a tutto il Monastero un insoffribile orrore, con che fu bisogno d'ucciderlo. Con simili maraviglie applaudeva il Signore alla semplicità di Crocifissa, mentre insieme accreditava per mirabile la Prudenza, accoppiando in essa le due più lodevoli qualità della Colomba, e del Serpe, acciò che co' fili di questi varj, ma tra se molto proporzionati colori più gloriosa si rendesse la tessitura della sua perfezzione.




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CAPO QUINTO.

Circostanze de' suoi Ratti, ed alcune Visioni
d'Anime Beate.

arebbe un più lungo riepilogare ciò, che sta lungamente disteso per tutta la Vita, se io abbracciassi l'impegno di qui descrivere tutti i Ratti, ed intelligenze di Crocifissa, già che s'è ben veduto, che le sue più notabili azzioni furono quasi tute unite con estasi, tanto l'Unione con Dio rendea facile e familiare all'Anima sua il sollevarsi alla communicazione degli arcani Divini. Riferirò solamente le circostanze, e gli effetti di più rilievo; e fra quelle si notarono primieramente dalle Religiose i movimenti del corpo; non che questo si portasse dietro alle spinte dello Spirito, con tenersi pensile nell'aria, ma tal volta la videro immobile con un piè sospeso in alto, e l'altro, che sol coll'estremo de' detti toccava la terra in atto di lanciarsi al Cielo. Ed una sola volta fu anche veduta da Suor Maria Carità Sorella Conversa, che si trovò a passare per la Cella della Serva di Dio, mentr'era in estasi, che pian piano ivasi mutando nel volto, riducendolo alla figura d'un Giovane, com'essa afferma, d'anni venti: e mentre con maraviglia ciò stava osservando, vide poi che si maturò alla figura d'un Uomo di età più avanzata, con ravvisarlo di più circondato attorno d'una barba ben folta, a segno che a lei parve il volto d'un Nazareno. Fu anche degno di maraviglia, che la Conversa perdé d'un subito la memoria di quel portento, né mai più le sovvenne in mente, se non nel tempo d'aversene ad esaminare.
Dava sì bene a conoscere nelle varie positure del Corpo, e nel cambiamento del volto, senza scostarlo dal naturale, ciò che internamente vedea. Nella medesima estasi ella ad un tratto mutava faccia secondo i diversi oggetti o dolorosi, o di godimento, che le si versavano alla mente: ed ora sparsa di funesto pallore cogli occhi incavernati, e incadaveriti; colle labra livide e diseccate vestiva la figura della morte; or al contrario diveniva ripiena, rubiconda, e di un'aria giocondissima cogli occhi altresì lucidi, e sfavillanti, che molte attestano, di non aver potuto fissarvi senza abbaglio i loro sguardi. Per le diverse alterazioni del volto conosceano le circostanti i varj moti o giulivi, o mesti dell'Anima sua, e molto più erano certe, che pativa eccessivo cordoglio, quando le vedeano scorrere dagli occhi lacrime di vivo sangue. Ciò accadé più volte e specialmente una nella Cappella della Colomba Rosata furono in sì gran copia; che bagnarono uno sgabello di legno, sopra cui per sorte rimase estatica, onde per non perdersene la memoria, comandò la Badessa, che sotto quelle stille sanguinose, di cui restò macchiato lo sgabello, si scrivesse in questa forma: Sgabello; sopra cui Suor Maria Crocifissa pianse sangue; e credo, che si conservi tuttavia nel Monastero.Il Duca santo, padre di Isabella
Altretanto variava il sito della persona, or con mettersi in ginocchio, or con risalire in pié, or con buttarsi a terra. Non fece però mai moto alcuno, in cui non s'ammirasse uno straordinario decoro, e senza la minima scomposizione, che meritasse biasimo da' censori più severi. Anzi per maggior argomento, che il tutto fosse opera di Dio, secondo quegli stessi movimenti del suo corpo si sentivano spinte le Religiose ad accompagnarvi i moti degli animi loro, concependo sempre affetti santissimi di divozione, e d'amore verso Dio, di maggior brama di servirlo, e di pentimento de' loro peccati. E perché veramente ordinava il Signore questa manifestazione di Ratti in pro spirituale delle stesse Religiose, facea, che la sua Serva proferisse per ordinario, stando rapita, molte parole, che conteneano in sostanza notabili documenti; parlando ora in persona propria, ora d'alcun Santo, ora di Maria Vergine, ora di Cristo Signor Nostro, ed accoppiando secondo la qualità del personaggio, che rappresentava, la Maestà o tenerezza, la soavità o indegnazione della voce, che conveniva, per meglio esprimere il sentimento, in quella guisa che leggiamo, aver Dio conceduto a S. Maria Maddalena de' Pazzi, e ad altre Anime sue favorite.
Quindi ogni estasi di Crocifissa era per le Monache di tanto profitto, che maggiore non ne avrebbe cagionato una fervorosa predica, parendo loro di tener presenti le cose dell'altra vita, come se appunto le avessero vedute cogli occhi: e da ciò ne seguiva in tutte un avanzo ammirabile di strada per la perfezzione. Se il recava veramente a gran sorte colei, che interveniva a' suoi Ratti, poiché per l'efficace impressione, che ne ricevea, partivasi o mutata di male in bene coll'emenda di qualche difetto, o vivamente accesa a passar dal bene in meglio.
Tanto più poi si confermavano i Santi proponimenti, quando vedeano la stessa Crocifissa fuori dell'estasi non già insuperbirsi, o gloriarsi di quei favori, (che tali altrimenti non sarebbono stati) ma divenire sempre più umile, e disprezzante di sé medesima, e portarsi sempre più a volo all'abbassamento delle umiliazioni più abjette.
Serva per esempio del molto, che moveano lo Spirito i di lei Ratti, questo sol caso, che trovandosi presente nella Chiesa il Barone Don Ferdinando Ribera, quando nel 1672 nella Sacristia interiore fu a Crocifissa fatto vedere il Sacerdote celebrante in peccato mortale, e correndo egli a vederla dalla cratella della Communione, appena ne osservò i primi movimenti, e ne udì le prime parole, che non potendo più resistere all'interno compungimento, si ritirò all'ultimo angolo della Chiesa, e quivi privandosi di continuare a vedere quella novità, benché per altro non avvezzo a troppa tenerezza di Spirito, pur la passò tutto quel tempo, che durò l'estasi, in un continuo, e copiosissimo pianto.
P. Carlo Tomasi, zio di IsabellaSecondo la varietà de' suoi Stati o di godimento nella sensibile presenza del suo Diletto, o di pena per l'oscurità, e derelizzioni, che pativa, erano altresì questi rapimenti o giocondi, o tormentosi, per gli oggetti, che le si faceano vedere, come s'è cennato altrove. Ma oltre quel pieno gaudio quando spesso era inalzata a contemplare l'essere Divino, d'altre giulive visioni d'Anime Beate ella fu favorita, delle quali alcune mi ho riserbato a qui descrivere.
Nella morte del Duca suo Padre accaduta nel 1669 a' 21 d'Aprile, quando prima ne aggiunse l'avviso al Monastero, sentì Crocifissa con empiti di gran pianto trafiggersi d'acutissimo dolore: ma parendole questo esalo del piangere imperfezzione d'un Cuore attaccato alla carne, ed al sangue, fu internamente insegnata a privarsene, e farne offerta a Dio. Duro altresì ciò parve al suo cordoglio, là onde con sincera, e semplice confidenza così pensava di rispondere a Dio: "Ah Signore, quando io piansi per concedermi voi la vita di mio Padre, vi metteste saldo su la negativa, ora ch'è già morto né meno volete che io pianga? Deh lasciatemi lacrimare. Non piangeste voi Lazzaro morto, e pure altro non v'era che amico? Che gran cosa sarò io a piangere nella morte del padre, che avanza di gran lunga ogni altro amico?" anzi che disgustarsene si compiacque il Signore di questa schiettezza usata da Crocifissa a fine di mostrare senza dissimulazione la sua fragiltà, e con gusto di manifestarsi tanto vile nell'esercizio di quella bassezza; per ciò con un nuovo tocco interno la confortò in modo, che le si seccarono tosto le lacrime, e offerse al beneplacito Divino col Padre anche tutta se stessa. Seguì a quest'offerta un violentissimo Ratto, per cui fu portata a pienamente consolarsi, con vedere Beata e Gloriosa l'Anima di suo Padre.
Adopra la Serva di Dio, per dichiararsi, questa similitudine d'avere veduto l'essere Divino come un mare sterminato, incomprensibile per la grandezza, ineffabile per la soavità, e sommersa in esso tutta, e da per tutto penetrata l'Anima felicissima del Duca, con Unione sì stretta, che sapeva appena distinguere quell'Anima da Dio. Maravigliatasi di non conoscervi differenza, perché sapea ch'erano di nature assai diverse, benché alquanto simili, Dio con più sottile intelligenza gliene diede la capacità, con farle intendere, che sì come l'acqua estratta da' fiori, e l'acqua elementare sono similissime nell'apparenza, tutto che discrepanti nella sostanza, ed anche mescolate assieme sono d'un solo odore, e sapore, e pur l'artificiale tira l'origine sua dalla naturale; così l'Anima Beata, e Dio, benché questo sia l'origine di quella, tanto si rendono somiglianti nel vedersi da chi non è illuminato dalla Gloria, che non portano apparente distinzione, a segno che tutti i Beati in Dio rassembrano un solo Dio.
Godeva in estremo Crocifissa al giubilo di quell'Anima Benedetta, vedendola in così piena sazietà, che ogni suo aspiro, e respiro ricevea, e dava la Divinità, nella quale internatasi essa con più intimo conoscimento, vide come ricchissime gioje nel Divino beneplacito le virtù, che resero gratissima al Signore quell'Anima; sì che conoscendo l'amor Divino verso la medesima, ne conosceva in Dio più prezioso il valore, che quando la vedeva in se stessa.
Erano le Virtù che più si distingueano nel Divino gradimento. Primo un amore finissimo di Dio, non sensibile, poiché egli vivendo non credeva d'amarlo, non interessato, ma procedente da viva Fede, e da lume chiarissimo, che a Dio era tutto dovuto: così egli operò tutto per Dio. Secondo, un coraggioso proponimento di far in sé la volontà di Dio, costassegli pur la vita; e non solo ove la conosceva espressa, ma ad un sol pensiero, che forse la tal cosa fosse gusto di Dio, così con infrangibile costanza l'eseguiva. Terzo, ciò che da questo ne derivò con particolare suo merito, l'aver abbracciato lo Stato, in cui Dio lo pose, come unico mezzo al Paradiso, benché contrario alla sua inclinazione: onde a forza di continue contradizzioni venne alla fine non solo a perdere la difficoltà, ma ad acquistar godimento nel servire Dio in tale stato. Quarto, amore del Prossimo concernente più all'Anima che al Corpo. Quinto, distaccamento di quanto potesse esserli d'ostacolo a Dio. E tutte queste Virtù con altre di minor pregio operate con sì profonda umiltà, e con sì fatta diligenza nel custodirle, coraggio nell'imprenderle, e costanza nell'eseguirle, che toccavano l'eroico.San Giuseppe Tomasi, fratello di Isabella
Nel godimento di questa visione furono maravigliosi gli affetti, ch'essa concepì, fra' quali prevalendo quello del voler patire in terra, già che non potea glorificar Dio nella Gloria; fu rimessa ne' sensi, e si trovò tanto serena, allegra, e cambiata, da quella dolente, qual'era prima, che per non dar sospetto di cosa sopranaturale per quella sua repentina mutazione pregò il Signore a restituirle parte del dolore prima offertoli, e ne fu nella sola parte inferiore sì ben proveduta, che quasi sentiva morirsi; restando la parte superiore dell'Anima in quella gioconda tranquillità, che recava la memoria della visione avuta. Conobbe ancor essa, che quell'Anima avea ricevuta sufficiente, benché brevissima purga alle sue colpe, non le fu dato però a distinguere, se nell'Infermità, o nel Purgatorio.
Accadde questa Visione nel giorno stesso della morte, e nell'altro della sepoltura del Duca n'ebbe nuova conferma, all'or che fu sollevata a contemplar con breve, ma chiarissima luce il Mistero della Santissima Trinità, da cui come da lucidissimo Sole vide penetrata qual finissimo cristallo quell'Anima, e specialmente ne godé la dote dell'indicibile sottigliezza.
Alcuni anni appresso in tempo ch'erano già passati a miglior vita il Principe D. Ferdinando suo Fratello, e il Padre D. Carlo suo Zio, in occasione d'un'altra intelligenza vide parimente gloriosi il Padre, lo Zio, e il Fratello sudetti: i primi due in grado più sublime di gloria del terzo, ma tutti e tre in atto di pregare in beneficio del Monastero, de' Benefattori, e de' Congionti.
Mentre nel 1671 secondo il tenore dell'interne sue vicissitudini trovavasi Crocifissa priva della presenza sensibile del suo Dio, benché si sentisse tranquilla, perché adempivasi in essa il Divino volere (appunto come chi per la cecità degli occhi escluso dal vedere la luce del Sole, nulla gli cale, purché ne senta il calore) si ritirò nella Quaresima a' soliti esercizi di S. Ignazio. Erasi nel quarto giorno raccolta per l'Orazione notturna, quando udì internamente dirsi: Ascende superius: e con effetto fu il di lei Spirito tirato su con subita estasi, ad immergersi in più chiara, e svelata cognizione di Dio: in cui trattenuta a deliziarsi alquanto, le fu poi dato a conoscere in quanto sublime grado di gloria godesse un'Anima a Dio carissima, ed era quella del Padre Luigi Lanuza della Compagnia di Giesù. Videla ella ridondante d'indicibile godimento in premio degli Apostolici sudori, de' quali ridondò infaticabilmente la di lui fronte in questa vita nel conquisto dell'Anime; ed attorno a lui uno stuolo numerosissimo d'Anime ancor esse Beate, le quali sì come a costo delle di lui fatiche furono rimesse nel cammino della grazia, così partecipando della di lui Beatitudine in quella guisa, che molte piante ricevono l'umore da copiosa sorgente, che per mezzo d'un sol rivolo si diffonda ad inaffiarle, nuotavano altresì nella pienezza della di lui gloria. Usa la Serva di Dio al solito questa adatta similitudine, dicendo, che stava il padre Luigi come assiso in altissimo Trono, ne' cui gradini in nobile corteggio la moltitudine dell'Anime conquistate, tutte colla faccia rivolta al medesimo. Sedeva dirimpetto a lui la Santissima Trinità, da cui spiccavasi a penetrarlo da per tutto un raggio di Beatifica luce, e questa medesima poi rifletteva a render Beate quell'Anime, che ne' gradini a basso tenevano a lui volto il sembiante. Sì che egli era il mezzo di rendersi gloriose, com'era stato il mezzo d'esserne Dio per una eternità glorificato. Questa felicissima communicazione accrescea notabilmente il godere del padre Luigi, non perché da lui derivasse, ma perché terminavasi nella maggior gloria di Dio; onde a vista cotanto maestosa, e soave inebriata, ancor essa di giubilo Crocifissa proruppe in accese lodi del Signore, e del rimeritato suo Servo, accompagnando il canoro intreccio di quell'Anime elette, le quali in soavissimo canto alternavano al medesimo eterne benedizzioni.
La VergineGiocondissima poi fu la visione del trionfo, con cui salì al Cielo l'Anima di una mendica e desolata Verginella di nome Anna della terra di Palma. Questa in età d'anni 15 in circa, orba di Genitori, destituta d'ogni umana assistenza, ed in somma penuria d'ogni avere, da quindeci mesi prima fu oppressa da una mortale etisia, che indusse l'Avola eziandio a cacciarla via e levarle il ricovero dell'abitazione. Così ridotta in estrema miseria, e né meno ricevuta nello Spedale, ove non s'ammettono che soli febricitanti, iva cascaticcia per le strade, sostentandosi di quel poco, che l'altrui carità le somministrava, finché aggravatosi il morbo, e ridottasi ne' confini della vita, per disporla solamente a morire, fu ricondotta alla Spedale. Passarono molti giorni, né più si pensava a quella poverina, quando il giorno dell'Assunzione di Nostra Signora, mentre Crocifissa come settimaniera del Santissimo stava alla di lui presenza orando, si sentì toccar leggiermente di dietro, e rivoltasi, vide la Beatissima Vergine, che così le disse: Figlia, la mia Annuccia sta in transito: dite su presto li Gaudj, acciò che non vada in Purgatorio. Cominciò Crocifissa sollecita a recitarli, ed arrivata a quelle parole: Ut fulgur ad Coelum ascendisti, fu sollevata a vedere dentro una lucidissima nube il fanciullo San Felice, che inalberava a guisa di bandiera, l'ammanto della Madre Santissima; nella cui cima qual vezzosa colombina posava l'Anima della Defonta mendica, e sotto come all'ombra vi si ricoveravano altre centocinquanta Verginelle di pari età con essa. Festose tutte di giubilo, e ripiene di vicendevole, e santa Carità formavano con abbracciarsi l'un l'altra un'amorosa catena, ed in coro più festivo cantavano ad alte voci, con dire l'Anima di Anna, Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto soggiungevano l'altre L'Ave Maria e conchiudea San Felice Alleluja, Alleluja, Alleluja. Con sì bella, e gloriosa ordinanza tutte salirono al Cielo, alle cui porte gridarono: Viva il Santissimo Rosario, per cui merito, conobbe Crocifissa, che la sua Anna volava al Paradiso, ed ivi oltre la gloria essenziale, vide altresì che la Sovrana Regina del Cielo per atto di gloria accidentale raddolcì, come con tre sorsi del suo latte, le tre maggiori penalità da essa patite, che furono Povertà, Infermità, e Derelizzione.
Non sapea Crocifissa, dopo che rivenne da questa Intelligenza, se veramente quella povera, che ben era conosciuta nel Monastero, fosse passata all'altra vita, onde per certificarsene domandava dalle Religiose, se pur ne sapessero nuova. Parve una stravaganza quella richiesta, perché s'avea concetto, che da molti giorni fosse morta, onde le diceano, che già era fatta cenere; ma insistendo pur ella a far meglio vedere, alla fine quasi ridendo della di lei importuna semplicità, se ne fece la diligenza fuori del Monastero, e si riseppe, che appunto in quell'ora, quando Crocifissa la vide Gloriosa volare al Cielo, avea lasciata questa spoglia mortale.
Io non più m'inoltro, desideroso di toccar la meta di questa Storia, ad altre simili Visioni, come della gloria di Santa Geltrude, di Santa Catarina di Siena, degli Angeli Custodi, delle quali fu regalata la Serva di Dio. Giudico le già dette bastanti a dar saggio degli altri favori, e le più che restano, con maggior soavità, e profitto di spirito s'udiranno riferire dalla stessa Crocifissa in quella stessa maniera, che le riferì ella al Confessore, quando a Dio piacerà, che si facciano correnti su le stampe i suoi scritti.




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CAPO ULTIMO.

Miracoli, e Grazie operate da Dio per intercessione
di Suor Maria Crocifissa sì nella Vita
che dopo Morte.

far per ultimo trionfare la grazia di questo Dono, che né meno manco ad una Serva tanto aggraziata dal Signore come Crocifissa, entra la soggezzione della Natura. Fu prima questa da lei conculcata ne' vizj quali suol tenere in piedi per avvilirci, avvilita, e corrotta ch'ella fu per la disgrazia del nostro Primo Padre: or la vedremo superata nell'ordine stabilito de' suoi effetti da quei prodigj che la Serva di Dio seppe impetrar vivendo, e che si confermarono con altri di maggior momento dopo la morte.
Nel giorno che si solennizza nel Monastero di Palma la Festa di S. Felice, suol darsi alle Religiose oltre l'ordinario cibo una vivanda dolce. Sortì un anno, in cui Suor Maria Crocifissa si trovava coll'ufficio di Speciala che mancò lo zuccaro per tal effetto, e mandatosi per comprarlo altrove, né meno comparve a tempo chi tenea l'incombenza di portarlo. N'ebbe rammarico la Superiora, ma Crocifissa, che lo seppe, dilatò le viscere della sua Carità con senso di maggior cordoglio, mal soffrendo priva la Communità del dolce consueto in quel giorno festivo. Perciò non v'ha dubbio, come lo credettero le Religiose, ch'ella in quel modo che solea in ogni minuta occorrenza far ricorso al Signore, lo facesse in quella commune mancanza, e se ne vide il riuscimento anche per suo mezzo; poiché ita alla Speziaria di cui teneva la chiave, a prendere non so qual medicamento, molti di quei vasi prima vuoti trovò pieni di zuccaro, e fu in tanta quantità, che appunto bastò per l'occorrente bisogno del Refettorio.

Teca con le spoglie mortali della Venerabile e Quadro del fratello S. Giuseppe Tomasi

Preparavano le Converse in Cucina per la vivanda commune un pignato grande sopra il fuoco, ma s'accorsero a' zampilli dell'acqua che uscivano al di sotto, d'essere già rotto. Adoperarono varie maniere di serrar le fissure, ma non riuscì mai che ristagnasse, onde per mancanza, che v'era d'altro simile, caddero in molta confusione. Sopravenne in questo Crocifissa, e le riferirono ciò che ocorrea, come altresì che altro modo non v'era per provedere del pasto alla Communità: il che udito si ritirò pochi passi fuori della Cucina, ove osservarono, che si trattenne in atto, come stasse sopra pensiero. Rientrò dapoi, e disse, che rimettessero come prima la pentola sul fuoco. Resistea tal'una assicurata dalla sperienza, che ciò era vano, ed inutile, ma la Conversa Suor Marria Domenica si rivolse a farlo, dicendo: mentr'ella lo dice, facciamo così. Fu eccessivo lo stupore quando videro, che né meno una goccia d'acqua ne usciva; sì che in quel giorno, ed in molto tempo dapoi vi si preparò commodamente il cibo, applicando tutte all'efficacia di Crocifissa quel prodigioso ristagnamento.
Su la memoria di questo caso dopo la morte della Serva di Dio essendo accaduto altro simile, di trovarsi improvisamente rotto il pignatto commune, altro non fecero le Converse, che implorar l'ajuto di Suor Maria Crocifissa, e dopo con sicurezza d'esserne similmente assistite, il riposero pieno d'acqua a cuocere. Né restò defraudata la loro fiducia imperocché videro in effetto, che ritenne l'acqua, quale prima scorrea, e se ne servirono all'ora, ed in appresso.
Suor Maria Metilde oppressa da una tormentosa apostema nel petto, obbligò finalmente i Medici ad ordinarle il taglio. Stavano però questi con perplessità, e dubbiosi, qual parte dovessero scegliere per l'apertura, avvertendo pericolo da per tutto, e questa stessa lor confusione accresceva l'angoscia dell'inferma, onde venuta per sorte a visitarla Suor Maria Crocifissa le si raccomandò per la buona riuscita. Questa l'animò con dirle, che non temesse: la Colomba Rosata col suo rostro avea da mostrare il luogo per dove rompersi l'apostema, e partissi a farne orazione alla stessa Colomba Rosata. Fra tanto vennero i Medici a quella pericolosa operazione, si prepararono il fuoco, e il ferro cogli strumenti opportuni, ma slegatosi all'inferma il petto apostemato, ecco trovano già fatta da per sé l'apertura, per cui uscita la materia nociva, restò in breve guarita. Gridò all'ora Suor Maria Metilde allegra: Questa è stata Suor Maria Crocifissa colla Colomba Rosata, a cui mi raccomandai, ed essa me'l promise.
Suor Maria Domenica Conversa, che di poco non toccava gli anni 60 da cinque anni prima pativa d'un'ernia intestinale così molesta per le varie legature eziandio di ferro, delle quali era cinta, e tanto afflittiva per gli estremi dolori cagionati dallo sconcerto degli intestini i quali le scendeano fuori del loro sito, che sovente era impedita dagli affari del suo ministero, e le Superiore, che n'erano consapevoli, spesso la dispensavano dal travaglio. Sul fine dell'ultima infermità di Crocifissa le fu imposto, che per cibo della medesima lavorasse certa pasta. Essa vi s'applicò, ma tormentata da quei dolori, drizzò la mente alla Serva di Dio, pregando il Signore che per riguardo della medesima si degnasse levarle quel morbo, almeno per attendere all'impiego della sua vocazione. In questo le s'accrebbe fieramente il dolore, come già pervenuto al suo termine, poscia svanì ad un tratto, e rimessisi gl'intestini nel loro luogo naturale, ne fu libera in modo, che restando solamente vincolata al beneficio avuto da Crocifissa, buttò via le legature, né mai più fino al presente ha tornato a ripigliarle.
Un'altra Conversa di nome Suor Maria Carità non avea quiete per un intenso dolore nelle mole, che l'affliggea. Ogni rimedio fu infruttuoso, fuorché il ricorrere alla Serva di Dio, come fece, ed appoggiata la faccia all'Imagine di Nostra Signora, che portava quella sopra lo scapulare, così ve la tenne per lo spazio d'un Pater Noster. Cessò all'istante il dolore, e non solo questo, ma solendo prima replicare più volte quel tormento alle mole mal affette, non ne ebbe dapoi mai più molestia, e benché le cadessero poscia in pezzi, ciò seguiva senza verun senso di dolore.
Suor Maria Rosaria pur Conversa spasimò per due giorni continui fra dolori colici sì orrendi, che già si dava per vicina alla morte. Non le giovò alcun medicamento, se non che questo d'averle portata Suor Maria Maura Badessa la camicia della Serva di Dio intinta nel sangue, che i Demonj le ferono trasudare dal Cuore. Appena le s'applicò che cessarono subito i dolori, e la mattina s'alzò perfettamente libera al suo ministero.Vergine col Bambino detta Colomba Rosata
Teneva la medesima gonfio, e acerbamente addolorato un ginocchio in modo, che non vi si potea reggere sopra, astretta perciò a guardare il ritiro dalla cella. Si dolea non solo di starsi oziosa al servigio, ma di essere di peso alla Communità (è questo un virtuoso sentimento di quasi tutte l'inferme di quel divoto Monastero) onde bramava migliorare sol tanto, che avesse forza da servire, ed a tal fine desiderava, che Suor Maria Crocifissa le toccasse il ginocchio infermo. Perciò fattasi violenza a dare alcuni passi, le s'incontrò la Serva di Dio, a cui communicato il desiderio di meramente abilitarsi al suo ministero, fe' sì che quella le mettesse la mano sopra il ginocchio. Non passò guari, che i dolori si mitigarono a quel grado, che pretendea, e benché poi più volte nella medesima parte si rincrudissero, mai però non furono tali, che l'impedissero dal servire; il che Suor Maria Rosaria sempre notò come grazia avuta dalla Serva di Signore.
Dentro una cella del Romitorio stavano a conservarsi alcuni rami di fiori fabricati da Crocifissa per adorno della Colomba Rosata e ivi dentro eravi parimente una Cassa coll'apparecchio, per comporne altri di più. Or trovandosi in una cella contigua Suor Maria Gioachina, ritiratavi a' soliti esercizj, udì sul principio della notte una forte scossa al muro. Uscita a vedere, dal fumo che usciva dalla cella vicina fu spinta ad accorrervi, e vide alto un gran fuoco, che serpeva per le ramette, ed erasi attaccato alla cassa, e ad una tela grande, che per avventura si trovava in quella stanza. Chiamò per ajuto un'altra Religiosa anche ritirata di nome Suor Maria Giovanna, ed amendue non avendo modo da riparare alle fiamme, fecero sentirsi nel Monastero e vennero molte Religiose, tra le quali Crocifissa. Questa con sembiante sereno diede a tutte, vinte già dal timore, animo a non isbigottirsi: entrando poi nella cella danneggiata senz'altro adoperare, che le proprie sue mani, con esse, ove posavale, smorzava il fuoco, finché tutto in quella guisa l'estinse. Fu creduto, che l'avesse appicciato il Demonio in odio di Crocifissa, ch'era stata la fabra di quei fiorami, onde ben convenne, ch'ella al solito de' suoi prodigj l'avesse superato e deriso.
Altre fiamme più nocive d'impurità avea egli accese nel cuore di una del Monastero, che combattuta per due mesi da sì laide tentazioni, e vedendosi quasi ad ogn'ora in vicino pericolo di consentirvi, era veramente compassionevole il travaglio, che pativa. Stava essa un giorno nel Coro implorando soccorso dal Signore, all'or che sopravenne Suor Maria Crocifissa a inginocchiarlesi a lato, e le sovvenne insieme una nuova maniera di stringere Dio ad ajutarla, pregandolo, che sì come avea fatta sì pura quella sua Serva, così volesse degnarsi liberar lei da quel sordido incentivo. Al punto fu esaudita, e restò libera dalla tentazione, la quale se bene in altri tempi tornava ad assalirla, era disprezzevole la molestia, per ciò che assai leggiera la suggestion, che portava.
Elisabetta moglie d'Antonino Vitello della Terra di Palma stavasi a letto con una dolorosa attrazzione, che le tenea immobili tutte le membra. Le mandò una sua conoscente del Monastero un Crocifisso, che s'era adoperato dalla Serva di Dio. Nell'applicarlosi sopra, si sciolsero le parti attratte del corpo, e libera d'ogni male, poté la mattina alzarsi, e venire fino al Monastero a raccontare il Prodigio.
Gioachino Risichi pur di Palma da una mortale infermità era già ridotto al confine della vita, disperato da' medici, e poco men ch'agonizzante. N'era molto dolente una di lui Sorella Conversa nel Monastero di nome Suor Maria Chiara, la quale raccomandandolo a Crocifissa, questa chiamò seco Suor Maria Serafica, e Suor Maria Maddalena, acciò che unite la tre Sorelle andassero a far orazione per la salute dell'infermo, come ferono. Poscia Crocifissa diede a Suor Maria Chiara un Rosario, dicendole che lo mandasse al Fratello e non temesse, ch'egli non sarebbe per morire. Nel metterglielo addosso, aprì tosto gli occhi, e chiamò Suor Maria Crocifissa, cominciando a dar segni d'improviso miglioramento. Si chiamò il medico per certificarsene, e a gran fatica s'indusse a venirvi, già persuaso prima, che l'infermo non era più capace di riaversi. Pur con sommo stupore lo trovò migliorato in tal grado, che fra tre, o quattro giorni perfettamente libero, venne personalmente al Monastero a dar le grazie della salute ricuperata.
Non sono da tacersi due casi, il cui felice, e maraviglioso riuscimento s'attribuì alla Serva di Dio. Dopo molt'anni di matrimonio Flaminio Cannada de' principali dell'Alicata, non avea dalla moglie sortita alcuna prole. Ne stavano amendue con desiderio, e finalmente ricorsero a Suor Maria Crocifissa, che fu il mezzo di restar consolati, sentendosi poco da poi già gravida la moglie: e perché con un Figlio maschio voleano compita la loro consolazione, anche di questo ne pregarono la Serva di Dio, la quale fece lor sentire, che al Figlio da nascere doveano metter nome Felice, perché al patrocinio di S. Felice s'ascrivesse la grazia. Nacque veramente il maschio, che si chiamò al Battesimo Giacinto Felice, e restò col sopranome di figlio di Suor Maria Crocifissa, dalla cui intercessione lo riconobbero i loro Genitori, perdurando poi quel matrimonio sterile d'altra prole.
Immagine della Venerabile IsabellaUna simile grazia impetrò ad Antonio Zimbili di Palma, che in vent'anni avea passato un matrimonio del tutto infecondo. Era egli divotissimo del SS. Rosario, e per la stessa sua divozione conosciuto da Suor Maria Crocifissa, a cui essendo parimente noto il difetto della prole, e il desiderio che n'avea, se ne mostrava dolente, e fu udita pregare la Vergine Santissima con queste parole: Non fate così Madre Santissima, date un figlio a Mastro Antonio Zimbili, acciò che sia erede di lui nella divozione al vostro Santissimo Rosario. Non passarono molti giorni, che s'ebbe l'effetto della preghiera, comparendo gravida la di lui moglie, e partorendo a suo tempo un figlio, che si chiamò Rosario, né oltre questo ebbe più altri figliuoli.
Fin qui mentre Crocifissa vivea. Fra' molti casi poi, che accadettero dopo la sua morte, all'ora quando alla di lei invocazione aprì Nostro Signore la mano a grazie più numerose di curazioni repentine, per non più dilungarmi, sceglierò fra gli altri alcuni de' più stupendi.
D. Antonino La Rosa Sacerdote della Terra di Palma già sessagenario, per uno sforzo della vita fatto in occasione di uno sternuto, si ruppe, e tanto malamente, che fattasi l'apertura per tutti e tre i pannicoli, (come dicono) gli cadeano giornalmente gl'intestini nello Scroto ingrossatosi alla misura della testa di un fanciullo. I dolori, che perciò pativa, erano atrocissimi oltre il pericolo, che minacciavalo ad ora ad ora della morte, costretto perciò più d'una volta a far correre il Confessore per provedere all'Anima sua. Furono senza giovamento i rimedj adoperati, e sol bisognava metterlo co' piedi in alto, e col capo all'ingiù, perché si rimettessero nel sito loro gl'intestini. Or così tormentato per sette mesi, stando esposto il Cadavero della Serva di Dio, egli nel secondo giorno penetrò la folla del concorso a mettersi vicino, e quivi durante la Messa, che celebravasi dal Vescovo, e l'Officio de' Defonti, che poi dal medesimo si recitò a Coro colle Monache, altro non fece che raccomandarlesi per quell'infermità, pregandola, che se pur non era di pregiudicio alla salute dell'Anima: ella gli avesse impetrata quella del Corpo. Si ritirò poi a casa con una tal interna allegrezza, là dove fin dal principio del morbo tenealo sempre oppresso una fiera malinconia, che a lui fu in presagio della grazia ottenuta. E veramente l'ottenne, perché né in quel giorno, come ogni dì solea patire, né in altri seguenti si rilassarono gl'intestini per la discesa: con che per la total sicurezza fattosi osservare da' Medici lo trovarono perfettamente guarito, e senza alcun vestigio, che indicasse nella parte, prima offesa, d'esservi rimasta lesione. Il che poi certificò maggiormente la sperienza, non avendo mai più patito insulto dal morbo.
A cagione dell'umido, che nella sepoltura commune delle Religiose del Monastero di Palma arriva in breve tempo a corrodere anche l'ossa de' Cadaveri, avea disposto il Prelato, che in altra parte stimata più asciutta sotto la Chiesa se ne lavorasse un'altra. Si diede mano dagli artefici a cavar fondo, ed erasi già pervenuto all'altezza di dieciotto palmi in circa, con essersi fabricate all'intorno certe nicchie proporzionate all'intento. Era tuttavia aperta nella sommità, e sol s'era fatta la communicazione al di dentro della Clausura. Or un dì, che correva il festivo di San Giovanni Battista dell'anno 1700 onde stava sospeso il lavoro, vi cadde dall'alto sgraziatamente un figliuolo d'anni quattro, a cui la focosità connaturali di quell'età non fece avvertire il pericolo, e dié di peso collo stomaco sopra il taglio d'una di quelle nicchie; ove alle voci che subito s'alzarono dagli astanti, essendo corsa dalla parte interiore del Monastero fra l'altre Suor Maria Catarina, trovò il figliuolo sopra la nicchia mentovata colle braccia distese, e pendente dal mezzo del Corpo in giù. Al niun moto che facea, lo credettero morto, e sol s'avvidero che vivea, quando datolo in braccio ad una Conversa, diede un tal ripiglio del fiato, che parve degli ultimi dell'Agonia; onde dolenti di quella sciagura il portarono a distendere in apparenza già di morto, perché in un totale abbandono della vita parea che né anche respirasse, sopra il Sepolcro, in cui stava il Corpo della Serva di Dio; invocandola con grand'affetto, e pregandola che non permettesse, che la nuova Sepoltura cavata a sua contemplazione fosse cagione della morte di quel figliuolo. Ma questo al punto medesimo, come se si fosse svegliato dal sonno, si rimise subito in piedi, e piangendo prima per vedersi in mezzo a persone d'abito non mai veduto, poi cominciando a ridere, senza dar segno d'alcuna offesa, e senza esserglisi adoperato altro ristoro, fu fatto uscire dalla porta della Clausura. Riconosciutosi dapoi per tutto il corpo, si trovò solamente nella parte dello stomaco, ch'avea ricevuto il colpo, una linea rossa, che dovette restar per contrasegno di quella grazia prodigiosa, per cui non mancò chi credesse, che quel figliuolo morto, che prima era, fosse poi risuscitato.
Ad Antonino Lucia Speciale della Città di Naro avea il freddo stemperata in modo tale la testa, che l'umore disceso al petto l'obligava ad una continua tosse; da cui per la grande agitazione, parea, che restasse sminuzzato. All'impeto, che gliene sopravenne una notte, sentì dentro il petto un rumore come di cosa, che si fosse rotta, e in fatti si era rotta una vena, poiché cominciò dalla bocca a mandar tanto sangue, che oltre un copioso lago fattone in terra, altra buona quantità di più ne sgorgò dentro un vaso. Egli si riputò già spedito, e fuor d'ogni speranza di superare quell'imminente pericolo della vita. Ma una sua Sorella in quel caso disperato, fatto ricorso a Suor Maria Crocifissa, prese un invoglietto, ove dicea contenersi certa lana del di lei matarazzo, e prima d'applicarlo al petto dell'infermo, fece voto col marito, e colla moglie del detto Antonino, di visitare il Sepolcro della Serva di Dio, camminando a piè scalzi certo tratto di via. Continuava nondimeno lo spargimento del sangue, con che indussero a far simile voto l'istesso infermo. Appena lo promise, che ristagnò il sangue, e si comprovò che restasse salda dell'intutto la vena, perché continuando la gravezza della testa, e la tosse per altri giorni, non si vide mai più scorrere come prima il sangue, onde ne resero alla lor Benefattrice ferventissime grazie. Ma perché ritardavasi l'adempimento del voto, parve alla moglie di vedere nel sogno una Donzella d'abito Religioso, simile a quello con cui corre dipinta l'Imagine della Serva di Dio, che le rimproverò quell'ingrata dimora, sì che tutti si portarono subito in Palma ad eseguirlo.Crocifisso in legno
Anna Valguarnera pur di Naro nel ritorno da un luogo vicino cadde di cavallo, e coltole sotto un piede, le restò sì offeso, che non poté valersene mai più. Poco dopo non so qual male sopragiunse all'altro; sì che priva già dell'uso d'amendue, fu in necessità di starsi giacente a letto, d'onde qual'ora voleva uscire almeno a prender aria, mentre quella disgrazia era sopragiunta ad una somma povertà, ed abbandono, che pativa, le faceano alcune sue vicine la carità di portarla, e riportarla su le braccia. Il più che s'avanzò stimolata dal biogno di limosinare il vitto, fu il mettersi su le stampelle, e portarsi per tal effetto ad un Convento vicino de' Padri Agostiniani. Or questa, alla fama che per tutto correa delle grazie, che s'otteneano colla visita del Sepolcro di Suor Maria Crocifissa, risoluta di portarvisi, trovò un suo amorevole vicino, che adagiatala alla meglio sopra un giumento ve la condusse. Tutta una mattina stette pregando con gran fiducia buttata sopra il Sepolcro, e volendola far uscire nell'ora del serrar la Chiesa al mezzo giorno, fu di bisogno che tre femine la portassero a braccio, non potendo camminare. Si restò nondimeno sopra i gradini esteriori, e vi si fe' condurre altra volta riaperta che fu la Chiesa, ove continuando le preghiere, e le lacrime, e sempre più avanzando la speranza della grazia, si sentì sul tardi come accendersi di viva fiamma il petto, e formicolare i piedi, con vigore di mettersi in ginocchio, come fece. All'ora conobbe, che la grazia era ottenuta, onde non potendo contener l'allegrezza, gittando via il bastone, e saltellando liberamente per la Chiesa, cominciò a gridare: Viva Suor Maria Crocifissa, che m'ha fatta la grazia. Così anche mezzo impazzita di gioja facea per le strade, ove mettevasi eziandio a ballare, con che appresso coloro, che l'aveano veduta così malconcia de' piedi, confermò il testimonio dell'intiera sua sanità.
Una figlia di Pietro, e di Santa Aliotta abitanti della stessa Città di Naro, da più tempo tenea la testa inferma di schifosa, e tenacissima tigna. Per varj medicamenti adoperati, anche con tenerla in mano del Chirurgo per più di sedeci mesi, non poté diradicarsi quel morbo, che tenea l'ulcere sempre vive, e le croste sempre nascenti. Perciò disperata la Madre d'ogni rimedio umano le diede in cura a Suor Maria Crocifissa, implorando da essa il giovamento della figlia: e perché da una sua concittadina, che tornava da visitarne il Sepolcro, ed aveala ella pregata di portarle un poco di terra del medesimo, per applicarla alla figliuola inferma, le fu dato un pezzetto di calce, che colla punta d'un coltello avea cavato dal muro vicino al Sepolcro, la riferita Santa presolo con viva fede, e ridottolo in polve, dopo avere scrostata la testa della figlia, gliene impolverò le piaghe, e così fasciatala, la mise a letto. La mattina tornò a vedere, e con estrema sua maraviglia, e tenerezza trovò dell'intutto sana la testa: al che accorrendo le vicine, ben consapevoli del morbo più volte da loro osservato, non finivano di stupirsi, e d'applaudere con mille ringraziamenti alla Serva di Dio; confermandosi poi la sanità della figliuola in modo, che le nacquero, e crebbero senza veruna mancanza i capelli.
La stessa femina, ch'avea dato a Santa Aliotta il pezzetto cennato della calce, di nome Filippa Pecora, n'avea ritenuto parte per se. Vedendone quell'effetto prodigioso, spolverò anche la sua, e perché il marito tenea le gambe da cinque anni con piaghe non potute mai risanare, v'applicò per tre sere di quella polve, e ne restarono monde, e perfettamente guarite.
Attesta di sé la medesima, ch'era oltremodo afflitta da una tal sorte di morbo, che dal finir del giorno per tutta la notte fino al mezzo giorno seguente le teneva le mani, e specialmente i deti addormentati, e quasi privi di senso, essendovi solamente quello d'un acerbo dolore; perciò inutili ad ogni maneggio domestico. Confortolle invano co' replicati bagni d'acquavite, e d'altri spiritosi liquori, finché risolse, visitar il Sepolcro di Suor Maria Crocifissa, facendo a piè scalzi tutto il cammino da Naro. Ivi ne pregò instantemente la Serva di Dio, e si trovò al ritorno restituite le mani al primiero, e connaturale lor uso, senza tornarle mai più quel male.
Questo caso; che or prendo a raccontare, è un gruppo di più maraviglie non solo per la stravaganza de' morbi, che vi s'annettano, ma per la maniera più prodigiosa d'averli fugato la nostra Crocifissa.
Donna Rosaria moglie di D. Gaspare Murillo della Città di Caltanissetta fin dal mese di Gennajo del 1700 per una pertinace retenzion d'urina, che lasciando alla fine il corso naturale, prese altra strada d'evacuarsi patì da circa un anno varie infermità di febri acute, che le replicarono più volte, di vomiti di sangue, e di sincopi in ogni giorno. Le sopravenne poi una paralisia che rendendole stupido affatto il lato col braccio, e gamba sinistri, divenne anche dell'occhio sinistro priva in tutto della luce, e v'osservò il Medico un certo come velo, che l'ottenebrava. Iva perciò molto alla peggio, tanto più che le si chiusero poi le fauci a segno di non ammettere nulla di cibo, o di bere, sostentandosi per parecchi giorni in ogni miglior modo con brodi sostanziosi, che le s'infondeano per via di clisteri, onde le furono ordinati gli ultimi Sacramenti, come in fatti il primo giorno di Quaresima dell'anno seguente 1701 ricevé l'Estrema Unzione. Era di grandissimo stupore, come si tenesse viva chi per ogni ragion naturale dovea da più giorni esser morta: e non mancò chi diceva, d'esser ella maleficata, e doversi adoperare gli esorcismi, e passando più oltre soggiungea, che in effetto abitavano in quel corpo i Demonj, e che l'Anima n'era già uscita: ciò che proferito in modo che poté udirlo l'inferma, le cagionò somma turbazione, temendo ella per quella infernale compagnia di perdere col corpo anche l'Anima.
Cappella di S. FeliceCorrea la notte de' 2 di Marzo, quando questi torbidi pensieri agitavano fortemente l'afflitta D. Rosaria, ma nel tempo stesso si sentì commuovere internamente a raccomandarsi a Suor Maria Crocifissa, di cui tenea l'Imagine appesa al letto, e fecelo con tutto il fervore dell'animo, e con molte lacrime, dicendo: Suor Maria Crocifissa, già che perdo il corpo non perda l'Anima. Così passata la mezza notte restò aggravata da un placido sopore, in cui tra sonno, e veglia udì aprir la portiera del letto, e vide una Donna con in mano un Crocifisso in abito religioso, che la chiamò con dirle: D. Rosaria. Rispose questa: che volete? Replicò l'altra: che sei disperata? Abbi fede. Domandò all'ora l'inferma: Voi chi siete? Io sono, udì rispondersi, Suor Maria Crocifissa. Fa voto di venire sopra il mio Sepolcro nel secondo Venerdì di questo mese di Marzo. Avrai la grazia prima dell'Anima, e poi del Corpo: s'apriranno le tue fauci, e avrai la benedizzione dal Prelato: Abbj fede. Abbj fede. Quanto hai veduto, ed udito lo communicherai solamente al Padre Guardiano de' Capuccini, ed a niun altro: Abbj dunque fede. Ah, Soggiunse D. Rosaria, che mi crederanno? Che segno mi date? Perché non mi crederanno. Replicò la Serva di Dio: Darai per segno questi pezzetti; stese l'inferma la mano destra, che solo teneva libera a riceverli; e con essa volendo ritenere quell'amabile Religiosa, perché non partisse, subito le disparve, ed essa perfettamente si svegliò.
Tovossi piena d'allegrezza nel cuore, e con in pugno due pezzetti, uno di panno lino bianco, e l'altro di lana di color negro, i quali diffondeano da sé odor sì soave, che D. Lauria Miccichè, sua Zia, che per assisterle dormivale sempre a lato, e benché non distinguesse, pure aveva udito in confuso il parlare della Nipote, discernendo poi nel mattino la soavità dell'odore, le domandò d'onde provenisse, a cui rispose per celarle il vero, che d'una fettucia, quale seco tenea. Intanto ordinò, che si chiamasse il P. Guardiano de' Capuccini, ma fulle detto, ch'egli era già venuto, e che ricercava d'entrare, il che apprese D. Rosaria non essere stato senza disegno della Divina Provvidenza.
Quella mattina il P. Guardiano, ch'era Fra Angelico Del Monte Religioso di vita esemplare, dopo celebrata la Messa, stando nel Ringraziamento, avea ricevuto particolare impulso di soccorrere almeno spiritualmente quella compassionevole inferma, che fu il motivo di visitarla a quell'ora: onde avuta l'opportunità di esser soli, ed udita la visione col testimonio di quei due pezzetti, de' quali ancor esso penetrò la fragranza, animò l'inferma all'esecuzione e si addossò egli il peso di renderne persuaso il Socero D. Antonio Morillo e gli altri congionti.
Benché non senza fatica, ed industria, per non manifestarsi ciò che all'ora la Serva di Dio voleva occulto pur alla fine ottenne il Padre Guardiano, che si disponesse il viaggio. Ma tanto era D. Rosaria sproveduta di forze, ed aggravata di mali, che molti i quali si fanno a dar giudicio delle cose colla sola prudenza del Mondo, tacciarono per di poco senno quella risoluzione, affermando, che l'inferma fosse più atta a far viaggio al sepolcro, che a recuperar la salute. Essa però non mancava di quella fede, che la Serva di Dio l'avea incaricata, e portata a braccia a coricarsi dentro la lettiga, il primo segno della grazia fu il pigliar la voce alta nel tuono suo connaturale, perché da molti giorni per la somma debolezza la teneva sì fiacca, e depressa, che appena s'udiva. Dalle sincopi fu corretta una sola volta, ed arrivata la sera alla Città di Naro in casa di D. Girolamo Alletti, di cui era moglie D. Agata Morillo, sorella del Marito anche su le braccia di molte persone fu portata in dirittura a letto.
Quivi la riferita D. Agata, che per sua divozione conservava di quell'olio che ardea nella Colomba Rosata, fece del medesimo ungere a lei le fauci, e raccomandandosi l'inferma a Suor Maria Crocifissa, le si sentì subito formicolare in modo, che ricevendo un poco di brodo, poté inghiottirlo, e fu la prima porzione di bevanda, che v'entrò dopo giorni 31 di esattissima inedia.
Passò il seguente giorno in Naro, e sul farsi della notte, dovendo la mattina degli 11 di Marzo, ch'era appunto il secondo Venerdì, trovarsi in Palma, rincrescevale molto, che ivi in veduta di persone non conosciute l'avessero a portar uomini su le braccia a rimetterla sopra il Sepolcro della Serva di Dio, onde con molta istanza cominciò a stringerla, che in quello stesso luogo le facesse pur compita la grazia, perché voleva ella entrar co' suoi piedi a visitare il di lei Sepolcro; e con viva fede fattasi legare al braccio offeso una Inmagine di Crocifissa, altra alla gamba, e postane un'altra sul petto, rimase mezzo addormentata. Perfettamente non l'era quando da una voce gagliarda con una forte scossa al letto, che lo dibatté, e ne fu anche mossa la solita sua compagna D. Lauria, udì così dirsi: Ergiti, che la grazia è già fatta. All'ora il braccio sinistro che prima non potea muoversi se'l trovò sopra la testa, e le gambe alzate con forza da potervisi sostentare, onde sentendosi vigorosa per tutto, colle grida d'allegrezza fece svegliar la gente di casa, che ripiena di stupore, e di giubilo osservò la già paralitica vestirsi da per se sola, e camminar liberamente: perciò tutti prostesi a terra, e piangenti per tenerezza ne resero le grazie alla Serva di Dio. Cella della Venerabile Isabella Tomasi
L'occhio sinistro solamente non avea recuperata la luce, e quest'ultimo si riserbò all'arrivo in Palma, ove all'entrar nella Chiesa il Venerdì, sentì D. Rosaria ferirsi entrambi gli occhi come da un raggio di Sole. Arrivata poscia al Sepolcro, ivi posta in ginocchio udì due messe, si communicò, ed alzossi, con veder perfettamente anche dell'occhio sinistro.
Narrò all'ora al Prelato ch'era presente in Palma, e da cui ne ricevé più benedizzioni, quanto l'era occorso colla Serva del Signore, per la cui grazia cominciò da quel punto, e proseguì poi sempre, a mangiare, e bere, a camminare, e vedere d'amendue gli occhi senza lesione alcuna di morbo, ch'era appunto quanto avea ella ricercato, e Suor Maria Crocifissa promessole. Il che poi osservato al ritorno in Naro, ed in Caltanissetta, cavò le lacrime dagli occhi di moltissimi, e da tutti una grande ammirazione, correndo a gara per vederla non meno, che se avessero veduto un morto risuscitato.
Nel Romitorio più volte di sopra nominato, in cui vivendo si era Crocifissa segnalata colle Virtù, non mancò dopo la morte di farsi anche ammirare co' prodigj. La Prefetta Suor Maria Gioachina, perché la loggetta della Cella ove morì la Serva di Dio, rispondea nel Giardino della Colomba Rosata, avea destinata ad uso particolare quel circuito di terra al di sotto, per riguardo d'esservisi buttati quei pochi minuzzoli, che tal'ora avanzavano al di lei cibo. Per tanto giudicò di seminarvi una tal erba, detta fra noi Scalora, a fine di compartirne per divozione l'insalata alla Communità: mancavale però la semente, poiché quel poco che n'avea, era sì fracida, verminosa, e smidollata, che non potea sperarne germoglio. Pur non osando pregarne la Serva di Dio perché pareale un tentar miracoli per cosa di poco rilievo, senza speranza di riuscimento vi sparse quella stessa semente così mal a proposito, e nondimeno nacque poi la scalora sì vivida, e bella, che poté ripartirne più volte per uso del Refettorio. Bramava perciò continuarne la seconda mano col rinverdirsi delle stesse piante già rimaste; ma entrato lo zappatore del Giardino del Monastero senza ch'ella il volesse, sradicò colla zappa tutte quelle piante, onde pensò un'altra Religiosa piantarvi altra erba detta Basilico, per cui fu d'uopo ripurgarsi e disporsi il terreno con tal diligenza, che altro non vi rimase. Vi si trapiantò dunque dopo una esattissima coltura il Basilico, ma in breve videsi coverta la terra di scalora con maraviglia commune, onde fattasi la ricerca, chi potesse avervi posta la semente, si trovò che niuna delle Romite avealo fatto. Per qualche affezzione, che tenea l'altra Religiosa col Basilico, le fu comandato dalla Prefetta che lo spiantasse, e così fece. La scalora poi crebbe a buon segno; e ciò, che diede compimento allo stupore, fu, che avvisatosi dalla Badessa il caso al Vescovo e datosi ordine da lui di non mietersi quell'erba, perseverò così tenera senza punto alterarsi dal mese di Luglio fino a Gennajo seguente, il che fece conoscere chiaramente, che Suor Maria Crocifissa ne fosse stata l'operaia.
Moltissime altre grazie, che rendono tuttavia più celebre la nostra Crocifissa in tutto questo Regno, e venerato con frequentissime visite il di lei Sepolcro, si tralasciano a quella posta, perché non cresca il volume più del disegno. Non mi fò lecito però tacere ciò, che di ammirabile accadé nel Maggio dell'anno 1704 in cui siamo. Doveasi dalla spiaggia del mar vicino di Palma trasportar fino in Caltanissetta per la Chiesa de' Padri Gesuiti una intiera Cappella di marmo, al che si era obligato a pericolo proprio Francesco Gaspa della Città di Palermo. Perciò prima d'incaminarla, si portò alla Chiesa del Monastero a visitare il Sepolcro della Serva di Dio, la cui assistenza implorò caldamente per la prospera condotta. Tornato poi alla riva, fece accommodare sopra un Carro tirato da otto Bovi una Colonna di sì grave peso, ch'eccedeva le cinque mila libre, e fattovi salire sopra un suo figliuolo di nome Giuseppe di anni diecisette, si posero tutti unitamente in viaggio. A poche miglia di cammino, rovesciossi sgraziatamente il Carro, e la Colonna caduta di lancio in terra colse di sotto il cennato Giuseppe Gaspa, che vi si era assiso di sopra, con tale evidenza di pericolo, che il Padre lo riputò già fracassato, e pesto: molto più che per somigliante sciagura negli anni addietro l'era morto irreparabilmente un altro figliuolo. Nondimeno sul primo avvertire della disgrazia invocò altamente la Serva del Signore Suor Maria Crocifissa in ajuto, e cavato, come meglio poté il Figlio, che più non compariva già sepolto sotto la Colonna, in vece di tirarlo fuori morto, com'egli temeva, quasi in pezzi lo riebbe non solamente vivo, ma salvo, e senza veruna lesione: affermando il sudetto Giuseppe, che tutta quella gran mole della Colonna, benché gli fosse stata di sopra, non gli recava alcun peso. Festeggiò il Padre per la vita del figlio non meno di quel che stupisse per la grandezza del miracolo, attribuito all'intercessione della nostra Crocifissa, da lui fin dal principio del caso cordialmente invocata: onde in riconoscimento si portò subito in Palma a publicarlo, ed a dargliene le grazie colla visita divotissima del Sepolcro.
Lascio per fine al Lettore la libertà di numerar tra le maraviglie, che sia pur giunta la mia penna a questo termine. L'incompetenza del luogo, la penuria del tempo, il concorso di molestissime circostanze, e molto più la sproporzione della Mano, che ha scritto, le han cagionati intoppi da farle perdere ogni vigore. L'aver dunque toccata la meta almeno dell'Opera, se non del desiderio, s'applichi a prodigio o della Serva del Signore, o dell'Ubbidienza, o d'entrambe.


IL FINE.


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