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1688 01 01AMBP ms. 01 / 88 autog.

A Mons. D. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Ricevo con la benignissima carta di V. S. ill.ma quella del signor Abate, alla quale prontamente rispondo inviandola qui acclusa assieme con quella del Padre Attardo, avendogli io scritto per essere il primo del mese ed anno, al capo del quale auguro a V. S. ill.ma una felicità pienissima ricolma di quei beni spirituali e temporali che desiderano, e continuamente pregano le nostre benché indegne orazioni, e facendo il simile al signor D. Antonino, signora D. Giovanna e figlioletti; resto umilmente riverendole come fanno mia madre e sorelle, con le quali mi rallegro a maggior segno della buona salute unitamente godono come V. S. ill.ma avvisa a mia madre che n’ha inteso grandissima consolazione.
Onde ringraziandola infinitamente di tale avviso e cortese gradimento ha fatto delli felici auguri che lei dovutamente li rese in queste sante feste la riverisce umilmente supplicandola con me della santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di il primo di gennaio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1688 01 01 AMBP ms. 02 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
Innanzi la devota spelonchetta del già nato Redentore, che per santo costume ogni una di noi tiene formata in cella, scrivo questa intingendo la penna nell’inchiostro, la mente in quelle sacre stille, che questo giorno sparge il tenero Bambino essendo quello della sua santa circoncisione, la di cui accelerata primizia se così per tempo risuda sanguinoso tormento qual dolorose rivo emanerà nella sua santa Passione, fino a quando a me manca il cuore di tormento avendogli oggi detto: "satis est, satis est Domine" , né par fosse necessario il resto mentre una sola stilla di questo può salvare mille mondi, ma l’acceso cuore di Dio e la sua prodiga pietà darà tutto quanto tiene fin all’ultima consumazione.
E però signor Abate: "magnes amoris" , amor né con altro si paga tanto amore, che se un buon soldato corrisponde al suo Re con l’effusione del suo sangue senza ricevere da lui che il suo comando, qual sanguinoso torrente basterà per corrispondere a quel Dio che si effonde sopra noi in rivi correnti? e qui mancando la sufficienza mia in capire non che in corrispondere resto sì muta in ammirare più pronta a darle la vita, sangue e cuore, e di V. S. ill.ma non dubito di un simile sentimento perché so [che] lo tiene di vantaggio.
Onde io se mi consolo di questo, pure mi rallegro della buona pace in che la trovo essendo questa la sedia dello spirito, e V. S. ill.ma sì come è gradevolissimo sarebbe assai sconoscente delle grazie di Dio, se essendo queste tante in sua persona lasciasse di goderle tutte per qualcheduna [che] gliene manca; cosa di tanto abusamento che potrebbe far risolvere Dio a privarlo di tutte per far sì dolga con ragione, ma io ho incominciato a dire troppo agra quasi volessi seguire lo spirito di suor Geronima, che V. S. ill.ma dice di scrivere con collera, ma Dio mi liberi di seguirla in questo, e poi con chi non lo merita, anzi volendo seguire l’esempi della medesima che per altro sono tanto piacevoli mi esibisco prontissima a portare la croce d’ambedue sgravandone quella a V. S. ill.ma, e ciò non solo perché le croci convengono alle crocifisse, ma per essere io il cantoncino più impuro del mondo, e però attrarre mi devo ogni viltà e travaglio come si suole fare in casa che scopandosi tutta si raduna l’immondezza nel più immondo cantone d’essa.
Ecco dunque la cloaca, la più radunanza maligna per aggregarvi di più ogni spazzatura molesta, e Dio già asseconda perché avendo alleggerito V. S. ill.ma dell’angustie e quella della febbre quartana, aggrava siffattamente me che desio per sollievo la lontananza dell’uno e la quartana dell’altra, ma pazienza poiché ove sono peccati bisogna [che vi] siano castighi, quali in me mai sono tanti, mentre nostro Signore mi consola con la salute del signor Cardinale del nostro ill.mo Monsignore e di tutti quelli alli quali V. S. ill.ma la desidera; di che vivo si contenta che riconosco in ciò l’effetto della pietà divina, e spero sperimentarla di vantaggio secondo il comune desiderio già che siamo nell’opportunità del tempo, e quanto a V. S. ill.ma non si inquieti, ma mandi a me il demonio frettoloso che io lo tempero con la considerazione dell’eternità dell’inferno.
Così io poco fa lo confusi dicendogli in una mia molestissima lunghezza di che mi sentiva tentata (va spedisci se puoi li tuoi eterni conflitti, che li miei saranno brevi e poi ritorna) né più l’ho visto bisognando gran tempo per una tale infinita spedizione.
Signor Abate dunque lodiamo Dio che siamo in uno stato che ogni cosa ha fine: "transeunt universa et tu cum illis" , con che volendo anco io finire le do avviso della mala riuscita di mia Nanna per cui è vana ogni diligenza, perché io l’ho per ventura avrei nanne imperturbabili per non dire senza timore, ma questa che ho non trova pari, ogni cosa piglia in allegrezza, e oggi ha riso tanto per le minacce di V. S. ill.ma quanto io credeva volessi tremare, non giova niente, anzi mi ha detto che vuol fare sempre peggio perché con questa occasione riceve li saluti di V. S. ill.ma, e mi disse per dirle che ringraziandola assai la prega a venir presto poiché pur che ritorni non teme li castighi, ma io lo dirò meglio a Dio sapendo che tale spedizione non sta in mano sua ma nel voler divino, in cui augurandogli felicissimo questo capo dell’anno lo prego a non farglielo finire in Roma ma ovunque si sia nella grazia divina, e qui la lascio facendogli riverenza come fanno mia madre e sorelle con le quali salutando mio fratello domando a V. S. ill.ma la santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma il di sudetto 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1688 01 09 AMBP ms. 03 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
Perché V. S. ill.ma in questa sua ultima lettera, del 6 trascorso, mi ha mandato nelle devote cellette di mia madre e sorelle augurandogli di una in una felicissime le sante feste natalizie, io a lui carica ritorno di tanti varii portamenti e loro devotissimi affetti che mai entreranno in questo foglio, poiché cui può dire l’espressioni di giubilo, di gradimento ed ossequio.
Di che tutte mi confusero imponendomi per riferirle i suoi vari sentimenti, né vi mancarono di quelle che risentite ancora della sua partenza non vollero ricevere questo officio, dicendo che mai buone feste godranno con tanta sua lontananza patendo con essa assieme con l’assenza di suo servizio il grave pensiero di vedere faticarselo il nostro ill.mo Monsignore, e dicendogli io che per ordine del medesimo V. S. ill.ma tanto aveva eseguito, loro poco mancò non la pigliassero contro me dicendo che io sempre giustifico questa sua partenza, per la quale sempre ricevo (lu mortu e lu tortu) per dirla al motto siciliano, quasi fossi stata e seguissi con molto mio gusto, e Dio lo sa, spero però avere tal gusto compitamente al fine perché a dir che l’abbia adesso direi un arci mendacia. Gusto bensì negar non posso che ne sente lo spirito, perché riconoscendo questa sua venuta costì tanto ben adattata al divino volere sempre la loderò con mille lingue e cuori, e: "benedctus Deus qui non amovit orationem meam et misericordiam suam" , a me quantunque indegna la prima egli non lascia di portare l’anima sua (...) per effetto della seconda, e se nell’inverno ingrossano li torrenti e acquedotti del mare questo nostro SS.mo per cui tante voci hanno "clamate nubes pluent iustum".
Non diffido voglia intorrentare le sue grazie in quel capacissimo del signor Cardinale, li di cui larghi principi mi hanno sommerso l’anima in una piena consolazione, e spero seguiranno sì piene come gliele diffonde la divina sorgente, ma io che sempre ne vado nelli più intrinseci sentimenti non posso lasciare di considerare qual fossero stati quelli di V. S. ill.ma in quella improvvisa chiamata [che] le fece il signor Cardinale in presenza del signor Ambasciatore.
Gesù, signor Abate come fece V. S. ill.ma in una cosa così all’improvvisa, almeno non doveva essere tale per non fare terrorizzare me, giacché lo fui tanto quando leggevo questa cosa come se fosse stata allora presente, ne so come la farò nelle sue comparse di maggior considerazione perché tengo una penetranza sì viva nelle sue azioni che non credo egli l’abbia tale, ed io mi contento rimanga in me tutto l’impeditivo purché a lui resti la facoltà nell’atto.
Di che non dubito poiché oltre al suo naturale coraggio e talento tiene una Madre assistente e un Dio propizio, tali questi per loro pietà si concedano al Padre Maestro comandi che io chiamo il suo San Giuseppuzzo, già che il grado di Madre lo vuole tutto la Vergine, e però tutta la fanciullezza di Gesù stette sulle fatiche di questo glorioso Tutore, così questo di V. S. ill.ma starà in questa infanzia del negozio con assistenza maggiore, poiché fatto poi questo perfetto gliene darà col provetto Gesù l’eterno guiderdone, in tanto io la riverisco e mi raccomando alle sue sante orazioni quali voglio per avvalorare li miei, già che continuandole per lui sono troppo tenue per il di sconto di tanta obbligazione.
E di mio fratello in estremo mi rallegro, mentre V. S. ill.ma me lo da per un spirito distaccato anco da se medesimo, perché io alle volte ne sto con qualche mestizia dubitando (Dio ci liberi) se assomigliassi a me tanto difettosa e miserabile, poiché alla fine il sangue qualche parità suppone, ma adesso già mi rallegro che questo Abele non rassomiglia a Caino, giacché io non ho altra differenza di questo che non diffido della misericordia di Dio.
Mia Madre pure assai si rallegra di questo avviso, e infinitamente ne ringrazia V. S. ill.ma di cui tutt’oggi ha parlato senza differenza dell’uno e l’altro figlio, ella con tutte l’altre sorelle umilmente la riveriscono pregandogli da Dio centuplicati e felici l’auguri di queste sante feste, che V. S. ill.ma li presagisce.
E del nostro Padre confessore io, signor Abate, non ho più che soggiungere, egli bensì in quanto alla sua qualità è tanto rigido e penitente con se stesso, che io considerando la mia vita differente mi vergogno di comparirle avanti, persona di fuori vi fu che osservandolo sì smorto gli disse, aspettate Padre non morite ora finché incomincio la raccomandazione dell’anime, cosa che ci fece assai ridere, egli assisté più per spirito che per salute perché ne tiene quasi niente, e Dio ci aiuti, perché parendo volesse morire alla fine ci chiameranno "ammazza confessori" .
Io per me non vi fo niente, appena l’incomodo, e fuori di un mezzo quarto di ora la settimana niente più lo infastidisco, e pure le sorelle mi dicono che se lui muore io sono l’uccisore, ma loro benché burlano parmi dicono il vero poiché li miei peccati mentre uccisero un Dio ben faranno morire un homo, pena che non solo toglie la vita ma la felicità dell’anima, e alla mia tengono in doglia perpetua; onde prego V. S. ill.ma a pregare Dio per me, acciò che prima che li miei confessori mi muoiono, giacché tutti stanno sì male vada fuori del mondo questo loro veleno, di che supplicandola umilmente le domando per fine la santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 9 gennaio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1688 01 11 AMBP ms. 04 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Sento per la favoritissima carta di V. S. ill.ma una consolazione grande per la continuazione di sua buona salute e pacifico stato del signor Abate, di cui è l’acclusa pure afflizione non ordinaria per la ritornata quartana alla signora D. Giovanna, e indisposizione del signor generale D. Andrea Cicinelli, per li quali oggi si hanno fatto speciali orazioni, e spero nostro Signore ci consolerà dell’una e dell’altro, e parimenti del signor Abate, al quale nostro Signore ha chiamato colà con un motivo per effettuarne tante altre essendo il maggiore il profitto dell’anima, benché non mostri che il più materiale, cosa che mi fa dire "quam incomprensibilia sunt iudicia eius" .
Onde io accecata l’ammiro, e umilmente l’adoro supplicando secondariamente V. S. ill.ma a fare il medesimo, e precisamente in tutto ciò che accade al signor Abate, lasciandolo senza riserva istradare dalla divina mano, sotto la di cui adorabilissima potenza tengo infallibilmente protetta la persona di V. S. ill.ma, alla quale riverendo umilmente assieme con tutti codesti signori, come fanno mia madre e sorelle, la supplico con esse della santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 11 gennaio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

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1688 01 15 AMBP ms. 05 / 88 copia

Al Padre D. Pietro Attardo, Oratorio di Girgenti.


Jesus † Maria

olto rev.do Signore in Cristo Padre.
Vorrei qui tacere, non che esplicare, quella mia gravissima urgenza che lungamente ho sopito per non dare incomodo a V. P., ma perché mi trovo obbligata a soddisfare ambedue per non essere parziale nella loro obbedienza, bisogna qui esporre quel tanto che m’incarica quella della coscienza. Onde dirò che essendo io deportata con essa con ogni taciturnità circa le materie di spirito, come mi hanno ordinato i Superiori maggiori, sempre mi sono accorta della sua mala soddisfazione in questo modo di procedere, benché lui con un grave silenzio il tutto ha dissimulato come pure ho fatto io dissimulando la conoscenza di questo suo sentimento.
Nell’ultima confessione però rompendo già l’argine al suo silenzio apertamente si dichiarò insoddisfatto, anzi assai mortificato di questo mio portamento, e dicendogli io che ciò non era di mia volontà notificandolo del tutto con pari riverenza di chi l’aveva ordinato, egli mi discorre in modo che dandomi altra capacità non so se troverò più pace nella mia coscienza, quale sento tra due tagli non sapendo tra li due dissonanti comandi qual sia quello del Signore, di cui se per l’addietro ho ricevuto meritamente lastime ed angustie, mai saranno tali, quali mi presagisce questa imminente afflizione, poiché se lo spirito è il fregio dell’anima, la coscienza è il suo più intrinseco e necessario indumento, senza del quale ella sarà come un corpo ignudo che quantunque fregiato di gemme non può comparire alla vista dell’homo tale sento la mia.
Detta guida quale tutto che fosse fregiato d’oro per ragione di spirito lo sento però acutissimo per la nudità della mia mal provvista coscienza, poiché ad un corpo ignudo meno l’adorna che lo punge l’oro, del qual martirio io non esplico altra distinzione non è perché non vi fosse da dire altro ma per qualche dovuto rispetto, sapendo di più la capacità di V. P., con che saprà più penetrare di quel che io sappia o possa dire.
Onde senza dir altro, epilogo il tutto dicendo che chi tiene la coscienza nelle mani tiene tutta l’anima in potere, né io so ritirarla da chi la lega e scioglie con l’assoluzione, per incarico di cui mi scusi se sono arrivata sin qui essendo stata costretta a farlo in coscienza, senza il quale obbligo quando per utile mio fosse stato io l’avrei taciuto non solo 16 mesi come senza questa mozione ho fatto ma un secolo intero, ne in dire questo altro foglio eseguito resto placidamente ai suoi piedi supplicandolo di segretezza presso il mio Padre confessore, poiché quantunque tutto ciò egli mi abbia ordinato non so se gusta l’apparenza di questo suo comando, con che riverendola umilmente come fanno mia madre e sorelle le domando con esse la santa benedizione.
di V. P., Palma a di 15 gennaio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


P. S. Alla quale, suor Maria Serafica desidera sapere se le figliole si possono ammettere nel monastero prima dell’età di 7 anni, domandando l’ingresso una di sei e se vi bisogna dispensa, da chi deve essere di Roma o di Girgenti per procurarla, con che di nuovo la riverisce.

Indice delle lettere

 

1688 01 22 AMBP ms. 06 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
Dopo buona dimora mi capitano due di V. S. ill.ma, risolte ben grosse che fanno li fiumi che menano, così vuole Dio, così comanda l’inverno, padrone tanto potente che non solo ci fa menare di freddo ma di sì aspro terrore per li suoi fulmini e venti che anche li monti a voce: "tonitrui sui formidabunt" ; ed è tanto assoluto che non la perdona alli maggiori personaggi del mondo, poiché fasciandoli quasi con funi di tanti doppi vestimenti li ritiene in Casa quasi in prigione, così il nostro Monsignore mi scrive dimorando in camera sequestrato dall’intemperie, tra le quali io che sono contraria al sommo di questa stagione, tutta ieri notte pavida dissi: "a fulgore et tempestate libera nos Domine!" .
E beato V. S. ill.ma, mio fratello e tutti li romani, se sono costì liberi da questi tremendi baleni, ne io per altro m’indurrei a codesta città che per godere di tale sorte ritrovandomi per altro risoluta e per la sua verace persuasione di morire ove mi trovo, benché mi fosse offerto il terrestre Paradiso.
V. S. ill.ma parla sì bene sopra questo punto, e massime nel dirmi che ovunque [me] ne andassi sarei un mancia pane invano che convincerebbe un ferro, è a me oggi siffattamente a quadrato il suo discorso, che a fatica ho creduto essermi lontano Dio glielo paghi, ed io non lo farò più almeno per non darle il fastidio di rinnovare questa persuasione, ma santa perseveranza, perché io sono come la paglia facile ad accendere e facile ad incenerire, e questa è la meraviglia che con essere tale la mia natura solo per certe mie afflizioni par abbia trasceso l’essere naturale, poiché il tempo non solo le sminuisce ma l’infierisce maggiore; veramente io provo che il fuoco desolatorio opera secondo la disposizione del suo sostento e non secondo l’essere proprio, come vediamo del fuoco materiale che essendo lo stesso alla carta bianchissima fa nera e l’oro rugginoso prelucida ed affina, questo è V. S. ill.ma mentre con l’angustie si è tranquillizzato, ed io con le medesime maggiormente annerita, e però se sono fralissima carta che ogni vento l’invola e facilmente riceve ogni imprimitura, bene egli dice che non mi sta bene l’impressione d’ogni guida, poiché se sopra un foglio moltiplicate penne variamente scrivono più confondono che spiegano.
Compatisca dunque me, che essendo impressa ed ascritta di doppie guide distinte, una di spirito e l’altra di coscienza non sa che dire la confusa mia pagina, leggendosi in essa oggi il senso di un domani dell’altra mia guida, sopra di che essendovi qualche novità (cosa di niente però) compitamente ne ho scritto al Padre Attardo, ma V. S. ill.ma non apprenda perché stando bene grazie a Dio il detto Padre Monsignore ill.mo, lo manderà rimediandosi il tutto con la sua assistenza.
Adagio però, non diciamo sì risoluta questa sua venuta, perché se tanto si determina, nostro Signore le ritornerà la quartana, per non dare a me questa consolazione, perché io lo tocco con mani che quando si tratta di darmela chi muore, chi s’inferma e chi si esilia, V. S. ill.ma forse ne sta provando l’effetto, e però mi trema il cuore quando le sento dire che tiene pensiero di ritornare in Palma, come in questa ultima sua due volte ha detto dubitando che per questo suo proposito il Signore non prolunghi la condanna.
Per amor di Dio non lo dica più, poiché io questa mattina Signore (l’ho detto) lasciatelo dire perché egli dice così, ma in verità non verrà per altro che per secondare il vostro divino volere, questo V. S. ill.ma pensi, né altro proponga oltre che il suo grado non permetterà più tanta bassezza, assai mi dà la sua instraccabile carità nel darmi per lettera quello [che] non può con la persona, ed io ne vivo sì confusa che non so come spiegarlo, e maggiormente per quel fastidio che arreco a Monsignore ill.mo per la difficoltà di queste dispari condotte, che per adunarmi in una desidero per mio ricovero la più infima celletta dell’orfanelle di Girgenti, conoscendo che la lontananza cagiona questa discrepanza, e se potessi lo farei di buon cuore fino al suo ritorno.
Però, poiché se con la sua presenza fosse non saria stato di mia annegazione, ma io solo questa per adesso abbraccio mentre Dio me la dà per tanti vari modi; e per fine ringrazio V. S. ill.ma non solo di tanta carità che mi usa con la penna e pensieri, ma della continua offerta del suo santo sacrificio a mia intenzione, questa è un’opera che solo il gran valsente di Dio la può soddisfare, e però io tutta applicata ai suoi piedi per altro non offro le mie benché indegne azioni, né occorre esplicazione di giorni come V. S. ill.ma desiderava facessi la notte del santo Natale, perché da che egli partì finché ritorna tutte l’applico a suo bene spirituale e temporale, e pure similmente fa tutta la comunità particolarizzandolo sempre le sorelle nei giorni di maggiore devozione, tra le quali V. S. ill.ma non può credere quanto sia cresciuto il sentimento della sua lontananza, né tiene causa di crederlo per la poca dimostrazione ne vide praticandole poiché tutte tengono la mia qualità di essere poco dimostrative di presenza.
L’interesse poi che ne dimostra mia Nanna, ieri ci fece ridere perché dicendo alcune (...) tutti l’appetiti mi passavano, parole proferite con tale grazia che ridusse i sentimenti in risa, e così passiamo la vita tra angustie e contento, finché arriviamo colà: "ubi vera sunt guadiam" ; questo però lo disse la mia Nanna vera, perché quella appressata più ride che parla, e dopo che V. S. ill.ma l’ha dimostrato qualche agro (tutto che in sentirlo non lo teme dimostrando così per non darmi adito) ha fatto buona emenda facendomi assentire che glielo scriva, benché nessuna può arrivare alla mia Nanna vera, quale riverendo umilmente V. S. ill.ma come fa mia madre e altre sorelle, resto io tra esse.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 22 gennaio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1688 01 28 AMBP ms. 07 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
Il desiderio che V. S. ill.ma tiene di partecipare della quartana del Padre Attardo già sta esaudito trasmettendola Dio nelle sue lettere, mentre ad ogni due (giacché così giustamente m’arrivano) io in una rispondo, come appunto opera il tipo quartanario, indizio chiaro della declinazione di questo esercizio, perché non costuma essere durabile questo morbo, e lo vediamo già nella persona del Padre suddetto, che standone grazie a Dio si è portato ieri la mattina per ordine di Monsignore ill.mo al nostro monastero, il quale obbligatissimo e consolato di tanta carità sta godendo i santi documenti di detto Padre, ed io tra loro la più obbligata di tutte dirò: "benedicam Dominum in omni tempore" .
E lo dirò fino a morte per tutte le varietà [che] mi occorrono, tra le quali la presente è questa, cioè, che avendomi il mio Padre confessore mostrato per lungo tempo la sua insoddisfazione per essere assentato della mia guida per ultimo risolutamente mi comandò che lo facessi assentire a Monsignore ill.mo incaricandomi a farlo con la maggiore efficacia possibile, il che io facendo con la maggiore che potei (non per altro bensì che per obbedirla) nostro Signore dispose che egli ne riportassi compitamente l’effetto, poiché abboccandosi meco il Padre Attardo affatto disciolse della sua guida, e lettere trasmettendomi interamente in quella del Padre Portolone, come l’ill.mo Monsignore per una sua al medesimo scrive, per dove anch’io volgendo il passo giro all’occidente avendo finora fatto gran cammino all’oriente, giacché tanta differenza scorgo tra questi due cammini, quali da me stessa non percorro, né rigiro, non ricuso, né richiamo ma dietro il mio Pastore desio incamminarle assieme con la coppia di quello Agnello: "qui portatur ad victimam" , V. S. ill.ma preghi Dio sia tale acciò si ristori la perduta forza della già stracca Crocefissa.
Sento poi con buona consolazione il dubbio di potere passare a Vescovado il Padre M. Comandi, e veda quanto io dissi bene per una mia passata lettera che egli deve assistere con totale assistenza all’infanzia del negozio, poiché le fatiche di S. Giuseppe non si leggono dopo l’infanzia del nostro Salvatore; V. S. ill.ma per adesso lo faccia travagliare bene, poiché io lo terrò forte con l’attratto della santa orazione, e la seguirò pure per V. S. ill.ma in modo straordinario, giacché per ogni minima ombra si pressura di timore, ed era cosa questa di turbarsi come già turbato mi scrive come se a Dio mancassero uomini aiuti e mezzi; oh! se egli oggi fosse stato scrutatore del mio interno per quante più giuste cause avrebbe tremato ad ogni modo: "si Deus pro nobis quis contra nos" , e lo deve dire lui con più magnanimo cuore mentre non sono si stracche le sue urgenze come sono le mie occulte occasioni, ohimè: "laxati sumus" .
Il Padre Attardo oggi mi ha detto che se io non scrivo a V. S. ill.ma non continuandogli mie lettere egli ritornerà quanto prima in Girgenti, e veda signor Abate che gran stimolo mi ha dato per non toccare più penna e calamaio, benché egli ne pretendesse un effetto assai contrario, e Dio mi aiuti, poiché se non contraddicessi lo spirito e la ragione questo saria l’ultima lettera per una tale pretensione, ma viva Dio, V. S. ill.ma si tenga forte Roma, ed io quanto Dio mi manda, e l’uno e l’altro il suo divino volere, e qui ne resto perché volendo proseguire parmi volesse moltiplicare gli errori di questa carta avendola scritto con pochissima e deviata attenzione.
Mia madre e sorelle assieme con me la riveriscono, e cordialmente ringraziano del buon avviso [che] le dà della buona salute di mio fratello, della quale se sempre godono in questa volta più che mai avendo mancato sue lettere non ostante la venuta dell’ordinario, ed io quasi che in questa volta con doppia premura le stava attendendo, fiat voluntas Domini, per amor di cui V. S. ill.ma benedica li miei pensieri acquietandoli con la sua santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 28 gennaio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


P. S. Dopo 40 giorni di silenzio delle nostre sorelle di Scicli, per mancanza di comodità per quei paesi ci capitano con persona Seria le loro doglianze per la medesima cagione, poiché la scarsa corrispondenza per colà sopra ogni cosa le trapassa l’anima, e tra due lunghissime lettere mi fanno quali capitando in questo punto ne meno ho letto non bastandovi un giorno intero mi viene trasmessa l’inclusa per V. S. ill.ma, che prontamente invio con questa mia, che se vi sarà altra particolarità di soggiungere la seguirò qui dopo la lettura delle loro lettere.
Dopo la quale ritorno qui non per effettuare la promessa di soggiungere altro delle nostre povere sorelle ma per affatto revocarla, acciò non si commuova la carità di V. S. ill.ma giacché parlano in modo che solo un cuore senza pietà le può sentire, e sono venute in buono giorno essendo io dispostissima a "flere cum flentibus" , come insegna S. Paolo, di cui sia la sua parte "gaudere cum gaudentibus" , già che con ogni ilarità prego che stia. Se tra brevissimi giorni non abbiamo potuto capire l’abbondantissima carità del Padre Attardo ne meno in questa angusta carta entreranno i dovuti ringraziamenti a V. S. ill.ma essendone stato il primo motore, il che riconoscendo tutte le nostre sorelle si piegano ai piedi suoi ringraziandola infinitamente con umilissime espressioni, ed io che ne meno so proferire questi ricordo a V. S. ill.ma la mia povertà atta solo a chiedere non che a retribuire, onde invece di darle le domando la carità delle sue sante orazioni.

Indice delle lettere

 

1688 01 30 AMBP ms. 08 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Ricevo due di V. S. ill.ma e altre tante del signor Abate, arrivandomi quasi congiuntamente una la sera e l’altra la mattina, essendo questa quella [che] mi capitò per le mani del Padre Attardo, il di cui ritorno riporta a V. S. ill.ma quella tanta sua carità (per cui ci favorì di tal soggetto) permutata in un mare di consolazione e frutto.
Con che l’hanno goduto le nostre obbligatissime sorelle, li di cui gradimenti ed umili espressioni io rimetto taciturne ai piedi di V. S. ill.ma giacché non arriva a spiegarle la mia esplicazione; e più di tutte confuse e obbligatissime restano mia madre, suor Maria Serafica e altre due sorelle, le quali infinitamente ringraziandola di sì inaspettata consolazione restano pregandogli da Dio e sua SS.ma Madre ogni compimento di suo bene spirituale e temporale. Ed io tra esse essendo la più favorita e meno corrispondente prego V. S. ill.ma a scusarmi non solo del molto travaglio [che] l’apporto, ma del poco mio merito con che corrispondo.
Onde non avendone altro che quello mi dà l’esecuzione del suo comando volentieri e di tutto cuore l’abbraccio avendo con ogni prontezza eseguito quanto per suo ordine mi accenna il Padre Attardo, al quale mi rimetto, e sarò prontissima ad eseguirlo d’ogni maniera persistendo o variando.
Io ho stimato mio dovere darne qualche notizia al signor Abate come vedrà per acclusa per essere notizioso di tale mutazione, e credo si consolerà se non di essa del grave disgravio ha fatto il Padre Attardo, poiché so quanto la stima, del quale anch’io mi rallegro già che fuori di questo non ne tengo altro motivo, non essendovi vero contento in questo mondo, lo serbo però tutto per l’altra vita godendo in questa del solo divino volere riconoscendone degnissimo interprete l’obbedienza di V. S. ill.ma, alla quale umilmente riverisco come fanno mia madre e sorelle e tutta la comunità, e facendo il simile a tutti codesti signori e figlioletti la supplichiamo unitamente della santa benedizione. di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 30 gennaio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


P. S. Alla quale rimetto l’accluso notamento, come mi comanda, per il Padre Attardo, e mi scusi se la mano mi indusse a tacere il nome della persona per cui si parla spiegando qui essere del signor generale D. Andrea Cicinelli, sopra cui sta la mia intenzione.

Indice delle lettere

 

1688 02 12 AMBP ms. 09 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Benché io mostri una dovuta renitenza in scrivere a V. S. ill.ma per mantenermi nei giusti limiti della mia soggezione, e per non divenire con la ricevuta delle stimatissime sue superfluamente attrevita come più largamente comunicavo col Padre Attardo, non di meno il riverente e filiale affetto che alla sua persona porto supera ogni motivo facendo che umilmente la riverisca con questa per sentire nuova di sua salute del signor Abate (di cui sto con pensiero per la mancanza di sue lettere) e di tutti codesti miei signori, ai quali unitamente riverisco pregandogli da Dio e sua benedetta Madre ogni desiderabile bene.
E con dopo avanzo a V. S. ill.ma e precisamente in queste occasioni fredde, che se egli l’ha patito nel corpo io l’ho sofferto nell’animo per sua compassione, e ciò non solo per il suo disagio ma per la tardanza delle sue riverite lettere, potendo da questo dubitare qualche sua indisposizione che è stato l’unico motivo di questa.
Onde la prego a compatirla e assieme con essa il devotissimo affetto di una cordialissima figlia e obbligatissima serva, e confessandosi non meno mia madre e sorelle per intervento delle quali ho risoluto far questa, la riveriscono umilmente assieme con i signori D. Antonino e signora D. Giovanna, alla quale io prego dare fortissimi abbracci al mio innocente Decuzzo per i due annuzzi (compiti) il giorno poco fa trascorso della Purificazione della SS.ma Vergine, alla quale a tale fine si offrono tutti l’esercizi di tale giorno, acciò le porti lunga carriera di anni con prospero avanzo di salute e spirito, e mi dispiace non poter operare altre tanto nel giorno in cui nacque il mio Cicuzzo per non sapere il giorno suo natalizio, poiché per tradizione SS.ma le preghiere di un tal giorno augurano la felicità di tutto l’anno.
Onde se mi fosse noto l’avrei molto a caro assieme col numero degli anni dovendosi effettuare a tal misura le spirituali azioni, e mi perdoni se trapasso i limiti della discrezione in richiederla di tanto perché l’affetto mi trascorre, e per fine con umilissima riverenza la supplico con mia madre e sorelle della santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 12 febbraio 1688

[umilissima serva]
[Maria Crocefissa della Concezione ]

Indice delle lettere

 

1688 02 15 AMBP ms. 10 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Ricevo per le due riverite lettere di V. S. ill.ma le compitissime grazie della sua paterna carità, cotanto intenta alla cura e bene dell’anima mia, pure non minore afflizione sentendola esercitata con flussione catarrale e sospensione d’animo per la mancanza delle lettere del signor Abate, benché essendo l’una e l’altra cagionate della rigorosità dei tempi, spero che essendosi questa alquanto mitigata V. S. ill.ma starà bene, e le poste quanto prima arriveranno.
La mancanza delle quali deve recare indizio di qualche mal accidente del signor Abate, perché essendo mancate per tutte, come noi esperimentiamo di mio fratello chiara cosa e che è per la cattività dei tempi, nostro Signore per sua pietà ci consoli accelerando i desiderati avvisi di Roma, e risanando perfettamente V. S. ill.ma come io desidero, e con tutta questa sua comunità cordialmente supplico la bontà divina.
Sento poi fino all’anima i sentimenti di V. S. ill.ma per il seguito di mia guida, quale benché mi abbia stato nell’animo come antecedentemente ho detto non dimeno il maggior mio sentimento è stato questo che V. S. ill.ma per tal causa ha sentito, e però per quanto posso la supplico a non seguirlo di vantaggio che sarà per me il maggior cordoglio.
Io sto sicura della carità e cortesia di V. S. ill.ma, che se poi invece di accertarmi il gusto ne sortì il contrario, ciò non proviene che dalla disposizione divina che anco nell’accerti benigne mi destina le pene, né altro io voglio che la santa voce dell’obbedienza infallibile scorta del voler divino, per cenno di cui abbraccio con ogni prontezza il nuovo ordine di V. S. ill.ma di comunicare quando urge il bisogno col Padre Attardo, benché credo non occorrerà essendo scrutatore esattissimo il Padre confessore, e però tengo qualche timore nel notificarlo di questo nuovo ordine, di non comunicargli più scritto avendo egli poco fa avuto ordine in contrario.
Del resto io procurerò di notificarlo e pure di eseguirlo, benché mi trovo avergliene consegnato uno occorsomi, il primo giorno di febbraio che fu il medesimo che partì da questa il Padre Attardo, in cui ottuse al meglio modo che poté l’afflizione nel medesimo scritto [ac]cennato, poiché essendo per causa della medesima mutazione non poté pienamente manifestarla dovendo andare in mani di chi non stava bene questa dichiarazione.
Tanto fin adesso mi ha occorso, e d’avvenire eseguirò prontamente l’ordinazione di V. S. ill.ma, stando parimenti prontissima a quanto mi [ac]cenna del confessore straordinario, tanto del signor Arciprete della Favara, quanto di ogni altro con che riverendola umilmente con tutti l’altri miei signori e figlioletti, come fanno mia madre e sorelle la supplico per fine della santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 15 febbraio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1688 02 16 AMBP ms. 11 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
Oggi mentre ne stava scrivendo l’incluso foglio e con un sentimento fuor di modo occupato mi capita una di V. S. ill.ma, per via di mio fratello, riconoscendo in essa come si suole dire che un dolore caccia all’altro, come fa il barbiere che caccia il dolore del capo con quello della lancetta, questa è stata oggi in me la compassionevole lettera di V. S. ill.ma, mentre con un simile mio spargimento non di vene ma di pupille per atto di compassione mi hanno curato il capo delle già narrate apprensioni, benché soggette alle solite recidive.
Onde se in quella carta stimolata scrissi delle proprie angustie, altre tanto sollecita la lasciavo per applicarmi con questa in quella di V. S. ill.ma, e dico di esse che se il loro pietoso racconto ha da servire per curativo del mio dolore, come sopra dissi, io per sempre lo rinunzio volendo meglio morire che con tanta sua pena risanare, ed absit a me tanto fiero unguento che mi cruci più del male proprio.
V. S. ill.ma dunque così afflitto ne sta (come parmi io stessi) nelle implacabili vendette del nemico infernale, né so stimarle altrimenti mentre dopo la sua partenza tanto incredibilmente l’infierisce questo rabbioso cane, e di tale modo che se segue in questa guisa di me V. S. ill.ma non troverà che la cenere, che se talmente dibatte me fragilissimo strumento di tale opera qual strapazzo farà di chi ne fu il tutto non che esecutore e mezzo? questo dopo Dio e sua SS.ma Madre e l’invitto proposito di V. S. ill.ma di voler prima morire che offendere il Signore, né altro scudo intraprenda per sottrarsi da tali colpi, che la medesima risoluzione scrivendogli all’impronta: "hic ure hic seca modo in aeternum parcas" , e lo potrà ripetere nei suoi maggiori assalti ricordandosi che non vi è maggiore spasimo del fuoco eterno, e pur che questo si eviti venga qual si sia martirio.
Facciamo conto signor Abate che la nostra vita finì due, tre, cinque anni addietro e per condegna pena Dio ci abbia condannato non dico all’inferno ma al Purgatorio, e questo sia al presente il gran patibulo che reca la violenza bisogna per non commettere il peccato, e veda delle due quali sceglierebbe per supplizio, il fuoco eterno o quel patire che ci libera dal medesimo incendio: questo per certo, poiché quantunque fossero uguali, quello è senza profitto e questo con guiderdone eterno.
Ah! l’altro giorno io dissi se il signor Abate con tanti aiuti a difficoltà si contiene, come prima potei stare su in cento mila occasioni, e però: "ipse liberavit me de laqueo venantium" , egli, e non lui felicitò il suo passo ancor che inviluppato, tanti anni Dio seguì la preda e lui la fuga, alla fine la vinse in gabbia ma con quelle resistenze che farebbe un toro chiuso tra granelli; così opera il nostro senso astretto e avvinto: "funes peccatorum circumplexi sunt me" , né altri funicoli convengono al nostro cuore che quelli fortissimi delle dovute resistenze alle nostre passioni, ed abbia pazienza agli insoffribili assalti del fomentatore d’esse, poiché vedendosi finire la speranza di fomentarle eterne ne rido per l’angustie per farne un carnevale; si (io a questa notizia le dissi) farne quello più poi nel mondo, poiché non l’avrai all’inferno, e ne riportai per risposta un sospiro, dicendo, oh! gran misura del temporale all’eterno che se egli per i suoi interessi fa sì poco conto del primo, come noi non lo spregiamo per amor del secondo.
Ah! signor Abate muoia il senso [e] viva l’anima e con essa il santo Amore, che amat et cruciat fino al possesso eterno, e mentre siamo in questo non di altro in vero che di fierezze e spasimi aspiriamo a quello che sarà del presente guiderdone; in tanto V. S. ill.ma non parli in modo che invece di sillabe profferisce coltelli, così trafisse nell’anima che prima si geme che si possono udire, che parola fu quella che si sente dannato, così dunque egli vive quando io lo credeva in parte consolato, va fidati di tempi e di sì lunghi cammini, per le quali io non posso dire il signor Abate sta bene, poiché tra un mese egli può stare robusto mediocre e morire.
Oh! che gran cosa è la distanza, ma V. S. ill.ma perché la passa così, qual causa maggiormente lo tiene in questo umore, che desidera tornare, vorrebbe presto l’intento, ambisce la patria, la casa, li parenti qual di questi l’affligge io non lo so penetrare, penetro bensì quelle non vorrebbe sentire che stimando alle volte fossero i suoi le stesse mie direi a gran voce: "demergite me in mari" , cessando con la mia iniquità tanto dolore, e benché a me piace il suo ritiramento per alcanzo di male occasioni, non dimeno non è lodabile in ogni tempo potendo essere in quello di angustie fomento di umor malinconico che parmi fosse il predominante del suo presente stato, e sopra certi particolari materie questo si può chiamare: e figlio e madre, poiché quelle medesime angustie che lo generano ne sono fomentata.
Esali dunque in tale tempo il suo spirito in leciti diporti e conservazione non male acciò il demonio non faccia nido in qualche mesto orrore, e mi perdoni se io parlo alla scoperta poiché solo su questo foglio consegno le chiavi, e di me V. S. ill.ma che vuol sapere, io sono in stato che mai lo seppi al mondo, né mai stimai fossero per tirarmi sì misera i miei peccati, farei atti di scema se non mi ritenessi la ragione, ed i miei esali solo l’affido agli occhi di cui stando V. S. ill.ma lontano mi compiaccio che possa dire: "quod oculos non videt cor non dolet" .
Si dolga bensì di tanti miei difetti che mi hanno privato di tanti aiuti e dirigenti guide, e in tempo sì pingue che maggiormente mi affligge la privazione, e parlando dal suo dirò con incredibile senso: "inopè me copia fecit" , poiché a misura di grazia patisco strane miserie, tra le quali bensì non manca la destra di quel Dio che: "de stercore erigens pauperem" elevando benché raramente questa indegna mendica all’altezza dei suoi lumi, ed io che a nessuno altro direi come a V. S. ill.ma tutto il mio cuore, ancora questi le vorrei palesare, poiché: "si compatimur, ut et conglorificemur" .
Ma mi manca il modo non sapendo come deportarlo, e massime in questa novità di direttore che io non so ancora come muovere il piede, e chi sa circa le lettere come ha da seguire, che quando fosse diversamente dell’usato V. S. ill.ma lo sa che sono sempre la stessa, e mi contenterei sempre fosse così per non provare quel penoso avanzo che non posso esplicare, ma sia come si voglia il grado di sua indegna serva farà che lui non mi possa scordare e ne la supplico almeno per il memento del suo santo sacrificio della quale partecipazione ringraziandola infinitamente come fanno mia madre e sorelle delle loro ricevute saluti la supplico per fine della santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 16 febbraio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


P. S. Signor Abate mi finì la carta senza potere trasmettere in essa le notizie più necessarie dell’incluso foglio avendo io intenzione di tralasciarlo, ma già che così Dio dispose glielo invio come sta fin dove era arrivata, pregando V. S. ill.ma a compatire la frenesia di quei sospetti tanto senza ragione benché in atto di averle non poteva altrimenti capire, e Dio mi liberi di recedere perché è più fiera della morte la sospezione, abbia di me pietà che un cuore tra esse ha da piangere o malamente parlare, e però mi dolgo di tante inconsiderate parole.

Indice delle lettere

 

1688 02 16 AMBP ms. 12 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Venti e più giorni di suo silenzio sciolgono qui la mia lingua, non tanto per dolermi d’esso perché il mio demerito me ne mitiga il sentimento, quanto per manifestare a V. S. ill.ma alcuni miei intrinseci sentimenti, circa la mutazione della mia guida, della quale benché l’abbia ragguagliato per via di Monsignore restano però i più intrinseci sensi serbati a V. S. ill.ma dicendo che (come per altra dissi) essendomi stato imposto dal mio Padre confessore di manifestare a Monsignore ill.mo la sua insoddisfazione per la mia in comunicazione con esso, egli ne restò compitamente esaudito essendo io interamente rilassata alla sua cura, ove, mi trovo, ed in quel stato che non entra in questo foglio.
Onde totalmente tacendolo dico in ristretto che quantunque la mia passata guida fosse stata per ragione della distanza di qualche mio patimento, io volentieri la portava per evitare quel danno in cui io poteva incorrere sotto la direzione, che nell’altro il nocumento quale anco in questo primo ingresso sta sicut erat in principio, ma ciò quasi niente mi affligge a paragone di altre conseguenze, poiché dovendo io obbedire al mio direttore presente si farà di me un gioco di tira e stira non potendo io compire all’opposta obbedienza già che quella di Monsignore circa le lettere in qualche forma perdura, ma V. S. ill.ma non mi stimi troppo delicata in questo, poiché sono anzi assai altrimenti per quello mi gira nel capo, ove, conchiudo tutto ciò che non potendo dire compitamente si stimerà esagerato.
Né altro rimedio trovo per darmi capacità che il compiacermi del grave di sgravio [che] ha fatto di me il Padre Attardo, che quantunque io sempre glielo stimai gravissimo, mai però lo giudicai tanto quanto lo mostrò il modo di tralasciarlo, avendomi licenziato in maniera si onninamente ed inesorabile che non ammise dilazione volendola io almeno per farlo con l’intervento di V. S. ill.ma; ma di ciò pure mi quietano poiché non potendo credere che Monsignore l’abbia operato contro il suo gusto stimavo esservi sicurissimo benché V. S. ill.ma a me abbia mostrato altrimenti, argomento per l’anima mia sì fiero che fabbricandovi sopra il demonio mi ha fatto divenire insensibile ad ogni altro tormento, poiché l’angustie mi vengono d’ogni altro: "sustinuissem utique" , ma non così da chi non posso crederlo, e pure il demonio o la verità me ne da sì acuti li sospetti che mi affoga in un mare di sospensione anche sopra altre materie.
Per offuscazione delle quali V. S. ill.ma compatisca questa povera scema, che stando tra l’unghie nemiche non sa diversamente parlare, e se talora per breve dimora ne scappa il più che sa fare offre questa penosa perplessità a quella infame bendatura del nostro accecato Redentore, quando percuotendolo i percussori gli dicevano per burla profetizza: "quis est qui te percussit" .
Ohimè cieca anima, senti i colpi ignorando il percussore, so non dimeno certo essere stato quel Dio che: "percussit petram e fluxerunt aquae" , e però percuotendo sì forte la pietra del mio cuore ne ha flussato quella lacrimosa occorrenza, che buona saria stata se avesse in me scancellato qualche attacco che avrebbe potuto sciogliere tale sospezione, ma questo non lo provo, poiché quanto più sospetto tanto più m’annodo che se non è dal tuo mio Dio con le medesime lacrime ti prego: "solve vincla reis" , ma se non è tale ma di tuo volere astringerlo ancor che con dolorose pressure insolubile nexu.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 16 febbraio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


Indice delle lettere

 

1688 02 22 AMBP ms. 13 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Se sempre le favoritissime lettere di V. S. ill.ma mi arrecano consolazione questa ultima più di ogni altra me ne dà molta portandomi la desiderata nuova della sua riavuta salute, benché alquanto rammaricata per l’indisposizione, benché lieve del nostro carissimo D. Cicuzzo Maria che spero sarà adesso in buono stato per le misericordia di Dio e protezione della sua SS.ma Madre, alla quale istantemente abbiamo supplicato, e si segue con la medesima efficacia per l’intera santità di V. S. ill.ma di tutti codesti miei signori, ai quali devotamente riverisco come fanno mia madre e sorelle, che facendolo con duplicato affetto e riverenza a V. S. ill.ma la supplichiamo a conservarsi con ogni regola e salute, perché l’abbiamo a consegnare intero e salvo al signor Abate nella sua venuta essendo io il capo di questa restituzione, e però si abbia cura, mentre per fine la supplico della santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 22 febbraio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1688 02 22 AMBP ms. 14 / 88 copia

Alla Signora suor Caterina Spadafora.


Jesus † Maria

arissima in Gesù Cristo.
Con ragione V. S. mi avvisa, caso sì deplorabile quale offesa del Signore, poiché essendo io sì versata in offenderlo so l’aspra doglia che apporta; onde vorrei essere tutta lacrime sì come sono tutta errore, ma perché gl’occhi miei sono di pavone che solo piangono per la bruttezza dei piedi, come fanno gl’uomini per l’infimi disagi umani, io mi rivolto a quel(lo) Cristo che par ne versa tante rive, quanto ne effonde per le sue sacrate piaghe, a questi occhi dolenti e bocche clamanti riporterò la biasimevole discrepanza tra quelle religiose, che si votarono unanime, acciò in questo sacro tribunale si definisca la causa in favore della loro obbligazione, e mentr’ella si sta esaminando di quel: "iudex iustus fortis et patiens" ognuno stia sotto quello arco che l’armigera: "excelsa fetendit et paravit illum" .
Carissima sorella prostriamo le creste, facciamo le risse: "sub potente manu Dei" , essendo questa quella cui ci abbiamo promesso per fede, onde io termino con dire: "Deus non irridetur" , altrimenti ride lui nel tempo della perdizione loro, di che libera a noi la sua pietà quale io per tutte invoco, ed il farò benché indegna con ogni particolarità per V. S. acciò nostro Signore la consoli illumini e santifichi, e facendo il medesimo per tutte, umilmente me lo domandano le lasci tutte e riverisco ai piedi della SS.ma Vergine.
di V. S., Palma a di 22 febbraio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1688 02 22 AMBP ms. 15 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
Le dilungazioni del suo negozio, anzi del nostro comune desiderio, se io le credessi per ostacoli di questo mondo come V. S. ill.ma crede per gl’imbarazzi dei due ambasciatori Francese e Spagnolo, certo che sarebbe fuor di modo la nostra afflizione poiché il modo non dà che un purissimo tormento senza mistione di conforto, ma perché io li guardo originate di più nobile causa qual è il voler di Dio che assieme col colpo dà un indivisibile assai caro, ne resto dicendo la canzonetta di Giob: "sicut Domino placuit ita factum est, sit nomen Domini benedictum" , e l’anime sante l’hanno detto con tanto giubilo come li beati il loro Sanctus in Paradiso.
Solo io per essere disparissima di coppia sì santa ho inteso in qualche accidente tanto dispiacimento di quello [che] ha disposto Dio quanto loro dal medesimo sentono godimento, poiché il divino volere e non altro glorifica il Paradiso, e però in un essere sì sproporzionato al perfettissimo dei santi non posso vivere che in estremo dolore disparendogli quanto nella virtù tanto nel godimento, e nel presente sono bastantemente ravvista, anzi inconsolabilmente contrita della mia intrassegnazione a segno che altra doglia più non mi duole di questo difetto, che in me posso dire abbia operato in modo soprannaturale mentre per eccesso di nequizia mi ha fatto contristare di quel divino volere che naturalmente rallegra il Paradiso.
Errore di tanta gravità a chi lo considera bene, che con essere io la parte interessata la condannerei all’inferno prima di essere esaminata dal divino giudizio, e però V. S. ill.ima prima d’inciamparvi impara a mie spese poiché oltre al male gravissimo, il dolore che arreca non è ordinario, e felice lo stimo nel vedermelo sì contrario in modo che sempre benedice il voler divino, segua così, che oltre all’acquisto di sì nobile virtù rallegra non solo me ma il Paradiso, e in questi pazzi tempi di carnevale in cui la maschera nasconde più la ragione che la faccia dell’uomo, io sto pregando Dio lo dia perfettamente a V. S. ill.ma facendogli lasciare non solo la carne nel cibo (come gli uomini intendono) ma nell’anima ogni senso carnale che è il vero carnevale SS.mo, egli pure faccia a me tale carità, acciò possa con la mutazione dei tempi è stato anco mutare costumi, con che riverendola umilmente e salutando mio fratello come fanno mia madre e sorelle resto.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 22 febbraio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1688 02 25 AMBP ms. 16 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Sento con mio molto contento per la favorita carta di V. S. ill.ma il continuato miglioramento di sua salute e del mio carissimo Cicuzzo, che nostro Signore e sua benedetta Madre conservino in maggior felicità per consolazione di tutte e precisamente di tutti loro signori, per li quali il nostro monastero non cessa di continuamente pregar Dio per il loro bene spirituale e temporale; né può far meno anzi con qualche vantaggio per il signor Abate, che stando fuor di casa e in quelle immergenze che nel negozio apporta sollecita a maggior segno questa sua suddita adunanza, e ne spettiamo l’intento da quel gran Patriarca e divinissima Madre che spero otterranno la grazia di quel loro potentissimo figlio che "erat sudditus illis" .
In tanto riverendo V. S. ill.ma e tutti [gli] altri signori e figlioletti come fanno mia madre e sorelle, le rimetto l’acclusa del signor Abate sopra di cui godo che la santa obbedienza santifichi la mia inclinazione tenendola io per servirla in modo straordinario, così la gradisca Dio e V. S. ill.ma, alla quale umilmente domando la santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 25 febbraio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1688 02 25 AMBP ms. 17 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
Perché io signor Abate quando scrivo a V. S. ill.ma più dipingo il mio interno, che formo carattere ritraendo su questo foglio col pennello della mia sincerità i miei sentimenti, secondo presentemente le provo adesso non lo posso dissimulare fuori di quella consolazione che mi arreca non solo la ricevuta di due sue stimatissime lettere, così assodate e uniformi a tutto ciò [che] mi occorre per quanto nella mia ultima lettera la dimostrai rammaricata, provandola non meno rassegnata per quello [che] passa alle proroghe, così di V. S. ill.ma che è il fastidio che maggiormente pesa.
Onde io per ambedue dirò: "ipse fecit nos, et non ipsi nos" e se dal niente Dio ci diede l’essere ben potrà seguire ogni nostro buon esito e santificazione ch’è il principale fine d’averci create, e come tale se siamo non proprie ma sue manifatture dobbiamo non usurparci il suo dominio ma rassegnarci tutte al suo volere; Signore, io questa mattina l’ho detto nel licenziarmi con lui dopo la santa comunione, se è vero come è verissimo che io sono: "tutta tua tolle quod tuum est et vade" , e prima di replicarlo per me lo dissei per V. S. ill.ma per cui offrivo la medesima comunione né sarà mai possibile esprimere il contento che apporta questa donazione divina atta a far dirompere in queste parole: "quid mihi iam ultra, cum mundo mi amatissime Jesu" , poiché nel gustar Dio bisogna si nausei il mondo.
Goda dunque V. S. ill.ma della doviziosa servitù del primo, mentre il servire Dio è un vero regnare non di più stati e regni come li dipartisce la povertà del mondo ma del dominio eterno, e lui lo sa per prova quanto costà l’udienza nonché l’umana sostanza quando è si benigno l’intuito divino che un cupo sospiro penetra il cielo, e però se vogliamo seguire prima dell’umani l’eterni acquisti voltiamo in quanto all’affetto più breve sentiero facendo come quelle tre SS.me corone, che lasciano le proprie per trovare quella di Dio.
"Per aliam viam reversi sunt in regionem suam" , così io farò circa il negozio, poiché non potendo aver più flemma con queste stroppiche ambascerie terrene, stando chi di un modo, chi di un altro impedite, ho fatto questa mattina della mia croce un bastoncello al glorioso S. Giuseppe dicendogli che con tale forziere ne vada a Dio e sua benedetta Madre per meglio ambasciatore, e n’aspetto la grazia più favorevole e speditivi, e prima di me similmente pensò mia Nanna avendo determinato di principiare 7 Mercoledì al medesimo santo Patriarca, per tal fine avendone esperimentato meraviglie, e le farà con tutta la comunità a sua intenzione per non manifestarle altro.
Aggiungendo io e lei che sappiamo il tutto altre circostanze alle preghiere, e speriamo ogni bene per la festa del santo vecchierello ambasciatore, altre però saranno l’esercizi di V. S. ill.ma tutti piacevoli disinteressati e uniformi al divino volere, ove continuando il suo riposo oziandone etiam il desiderio lasci a noi l’attività di Marta ritenendo per se quella più sedula di Maddalena, quale segua non solo in questo e detestando il passato ma allontanandosi il cuore non nel deserto ma d’ogni futura occasione, acciò ritorni in patria non solo corretto ma procreato: "cor mundum crea in me Deus et spiritum rectum innova in visceribus meis" .
Qui aspiri signor Abate ove consiste il cupo midollo della prima pretensione che è il bene dell’anima, e della sua dimora costì punto non si sgomenti perché tanto bisogna non per l’intento ma per l’intenzione divina che con un solo unguento cura più ferite, e di tutto ciò goda V. S. ill.ma ringraziando Dio anco del temporale di cui la maggior felicità si è la salute di Monsignore che grazie a Dio toltone qualche catarrale accidente si conserva bene assieme con tutti l’altri signori e figlioletti, tra i quali cui può dire li graziosi avanzi del nostro carissimo Decuzzo stando (secondo ci riferì il nostro Procuratore poco fa ritornato da Girgenti) così ripieno e bello quanto sta il mio Cicuzzo tutto spirito e senno; in somma il glorioso S. Diego n’ha voluto il suo onore, e l’avvantaggerà felicissimo fino al fine, ma V. S. ill.ma non mi faccia pentire di queste notizie appassionandosi l’ansia di rivederle, poiché mai più le darò simili relazioni, e Dio mi perdoni se arrivando qui ho trascorso il termine, io non l’ho giudicato atto in dovuto essendo oggi il giorno della nostra ricreazione regolare, e però anco in questa la volle seguire.
V. S. ill.ma preghi Dio per me che sia parimenti osservante nei rigori quaresimali, come sono stata nelle ricreazioni, in tanto riverendola umilmente come in modo straordinario fanno mia madre e sorelle resto.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 25 febbraio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1688 02 26 AMBP ms. 18 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Se io sono insolente, o pur troppo noiosa con mie lettere, non [ha] colpa la mia volontà, ma la cortesia di V. S. ill.ma, con che non solo mi favorisce di sua grata udienza, ma di più onninamente comanda, che seco non taccia la povera Crocefissa: mi dico povera, poiché circondata d’angustie, d’altro par che inondino che di lacrime, e penuria a segno che stando io da più giorni sono con un eccesso di pianto, per la irreparabile rovina, che V. S. forse s’immagina diedi per la veemenza e continuità delle lacrime in una sanguinosa lacrimazione, versando dagli occhi gocce di vivo sangue, e non in poca misura, sì che dimorando in questo per lo spazio di tre ore, deplorando la perdita di tante mie fatiche e la cruda sorte per così dire del mio offeso Signore i di cui cupi lamenti mi tiravano dell’intimo a furia le lacrime e stando tra esse come per morire intesimi da canto una voce di pietà che piamente mi disse "ricordatevi d’obbedire" dandomi con queste parole una viva ricordanza dell’ordine datomi da V. S. ill.ma di pregare il Signore in suffragio dell’anima della signora sua sorella poco fa già defunta, quale ricordanza mi diede una altissima elevazione in Dio.
Alla cui presenza io umile e supplichevole offersi all’eterno Padre quelle mie stille di sangue uscitemi dagli occhi in unione di quelle preziose sudate nell’orto del suo agonizzante figliolo, accoppiando anche con questo le mie abbondanti lacrime, offrendole pure in suffragio di quella anima in unione di quelle per tale cagione versate dalla sua dolorosa Madre, stando a questa supplica colla maggior veemenza che dir si possa, quando verso il fine intesi per quei spazi ameni cantava come uccellino, che passa queste tre parole alleluia, alleluia, alleluia, alla quale melodia Dio Signore nostro mi diede una chiara notizia d’essere quella angelica voce del custode condottiero, che conduceva l’anima della signora sua sorella alla gloria del cielo, cui in que’ triplicati alleluia mi comunica tre sorti di inarrestabili godimenti notificandomi nel primo alleluia la sua incomparabile allegrezza nel vedersi in un istante libera d’ogni macchia, e sciolta d’ogni pena. Nel secondo mi mostrò il suo gran giubilo per la sua libertà inaspettata essendogli di tale suffragio, mercé il merito di Gesù Cristo e della sua santa Madre accelerata l’uscita e condonata la pena da purgarsi in più anni; per il terzo in se stessa non capiva per la inesplicabile gioia nel vedersi già attualmente introdotta nella porta beata nel quale ingresso a me rivolta disse "dirai figliola a mio fratello che quantunque il mio Purgatorio sia stato assai arduo, e severo, non dimeno io mi avrei eletto sin al giorno del giudizio, tanto più leggero fu quello, che provavo nel mio ultimo respiro, ove il piede sta di voltare, o per l’inferno, o per il cielo; o transito miserabile, o crudo, o fiero", tanto mi disse e poi disparve lasciandomi con una viva impressione, stupendo io come possono pensar altro coloro che l’hanno da passare. O mondo, o mondo che cosa in te si pensa, qual pazzia tiene così in sonno i miseri mortali per il temporale si fatica e per l’eternità si dorme, ohimè, ohimè ignorante cammini o pazza gente. Monsignore, io mi sento il cuore tanto in questo riflesso, che non cesserei d’esclamare: "magnum negotium est mori" , ma il mio caso afflitto non mi dà abilità di farlo per la suddetta offesa.
Onde mi resto nel mio silenzio lasciando alla sua ponderazione ciò che resta poiché io per non darle fastidio sempre li tratto in compendio, con tutto ciò mi perdoni, e della lunghezza, e della tardanza di questa mia relazione, poiché la cagione è l’essere stata io di settimana cuciniera, che per le molte faccende, anche finisco questa in un cantone di cucina, facendomi molta fretta la mensa che suona. Onde finisco per andare a servire, mentre con ogni riverenza domando a V. S. ill.ma la santa benedizione, come fanno mia madre e sorelle facendo tutte di cuore riverenza a Monsignore Vicario per cui mai si cessa di pregare Dio e sua SS.ma Madre, acciò le siano in tutto favorevoli come da noi di vero cuore si desidera.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 26 febbraio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


P. S. Alcuni giorni sono ricevei lo scritto ritornatomi da V. S. ill.ma, a cui invio gli sfoghi del mio cuore sopra un Dio divenuto penitente nel deserto per cagione del mio peccato, riceva V. S. questa cartuccia, e guardi l’affetto, e non la rozzità dello stile indegnissimo in vero delle mie mani; abbia pazienza, lui non mi chiama figlia, io dunque non posso trattarle che con confidenza filiale; onde lui come Padre condoni queste mie stravaganze, e mi dia di nuovo la sua santa benedizione.

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1688 03 06 AMBP ms. 106 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
Benché in piccola carta l’avviso di sua salute mi è grato, e non si stupisca se con adeguata misura in brevità le rispondo, perché dovendo in questo punto partire per Girgenti il nostro Procuratore per urgenze irritardabili, risolvo rispondere meglio breve che tardi, e però assicuro V. S. ill.ma, anzi confermo le mie sempre reiterate promesse di essere per ben di sua persona assidua oratrice ai piedi del Signore e sua benedetta Madre, ed oggi che è il primo sabato di Marzo si sono a gran segno avanzati e li fervori delle nostre sorelle come pure l’orazioni per l’intento bramato.
Ed oh! che piombi sono di costì i passi che qual tartarughe fanno camminare i negozi, ma oggi non è giorno di prolungar lamenti, ma di benedire Dio e sua benedetta Madre dicendo: "miserere Domini et ora pro nobis, in laetitiam bonam converte mestitiam nostra" .
Ah! lo spero signor Abate, lo speri pure V. S. ill.ma poiché etiam se siamo morti può ravvivarci il Cielo: "si occiderit me in ipso sperabo" ed è la speranza la calamita d’ogni grazia, V. S. ill.ma stia allegramente che non andrà fallito chi è figlio di una sì gloriosa Madre, né si conturbi se con i conturbati tempi masticano le lettere perché una sola è la necessaria ch’è quella le dà nuova della salute di Monsignore, felicità non solo sua ma di tutta la Casa, e il resto quando Dio vuole vadano con le piogge non solo lettere, ma salute, vita e cuore.
Io so che tanto V. S. intende, e però liberamente l’espongo, e assieme con questo tutta me stessa pronta senza riserva ad ogni suo servizio, e mi scusi se in questo foglietto la confidenza trapassò il dovere, che so la benignità di V. S. ill.ma, alla quale umilmente riverendo mia madre e sorelle e tutto il monastero io con maggior affetto lo fo restando. di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 6 marzo 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


P. S. Monsignore mi dice che abbia pazienza con le lettere di V. S. ill.ma, quando a me pare che di lui sarà questa pazienza perché l’abbiamo fatto mastro corriere recapitando le mie e quelle di V. S. ill.ma, e veda signor Abate che gran guasto fa Roma tanto molesta, quanto per l’anima cara.

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1688 03 08 AMBP ms. 20 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
Solo la cortese umiltà di V. S. ill.ma mi persuade verace i suoi gradi mesti per l’immaginetta inviatagli non essendo in essa altra cagione di stima che la devota figura della medesima Signora.
Questa dunque ne abbia la lode e gradimenti dovuti, perché a me non si deve in simili occorrenze che un deietto bassissimo come si fa al limone, che dopo estrattone il succo si butta per inutile nell’immondezzaio, ed o’ utinam fosse in questo con Giob la casa mia, acciò curasse con tale bassezza i corrotti marciumi di tanti miei difetti. V. S. ill.ma se non mi vuol favorire di tanto mi dia almeno il primo luogo a Dio benedetto e sua SS.ma Madre, quale se si dimostra a tutti universale Padrona, in lui sopra eroga l’affetto di cordialissima Madre, acciò con tale impegno egli le corrisponde da cordialissimo figlio, e perché non differisce la sua loquela di quella del suo figliolo ella l’incarisce quella del S. Evangelo: "diliges Dominum Deum tuum ex toto code tuo etc" , volendo onninamente l’integrità del suo cuore, per il che tiene l’anima sua (come nella predetta figura s’osserva) tra i dolci ritegni delle sue SS.me braccia per far che non le scappi dalle mani.
Qui io conservo V. S. ill.ma per renderlo sicuro di qualche invito del demonio, già che ne mostra tremore non ordinario, oh! che gran cosa (alle volte io dico) è l’anima del signor Abate e d’ogni altra umana creatura, mentre con tanta aderenza la pretende Dio e il Demonio, il vizio e la virtù, il cielo e l’inferno, absit a me mio Dio tanto pensiero del mondo quanto voi lo tenete dal cuore umano, a segno che non curate l’esclusive, ne soffrite i cambi fate passaggio del tutto per la speranza di possederlo un giorno.
Ohimè: "quid est hoc" signor Abate, fino a quando ha da pretendere il cielo, ha da languire il Creatore, amore langueo, così egli languisce per trapassare in affetto tutti quegli oggetti che con meno dimostrazione pretendono essere amate costoro la vincono, amandosi più il mondo che affligge, che un Dio che ama.
Ah! cruda ingiustizia, tu la patisci Signore a segno che si lamenta contro il cuore ingrato: "quomodo mutatus es mihi" crudele me tal io mi confesso, e già che lo sono con Dio almeno lo fossi in tutto usando tale crudeltà con chi allettandomi ai gusti mi allontana dal santo Amore, e sono questi quelli intimi piaceri indissolubili attacchi e occulte compiacenze che mi trasportano fuori del divino volere, di cui se fossimo veraci amanti ci avventeremmo contro esse con altre tanta crudeltà quanto loro la usano contro il Signore, e saria questa oh! che fierezza giustissima ed ira benedetta come dice quel santo: "solum pietatis genus est in hac re te esse crudelem" .
E di ciò V. S. ill.ma non s’inorridisca la mente, ma consideri il fine di questi due macelli, uno distrugge il senso e l’altro la virtù, il primo crudele in vita e nel fine risorgente, e il secondo nell’una e l’altra mortifero ed avvelenato, poiché sotto velame di gusti concepisce dolore e consegue l’inferno, e ciò l’attesta il più sensuale del mondo che dopo i suoi inauditi piaceri così concluse dicendo: "sed et hoc vanitas et afflictio spiritus" .
Prego Dio signor Abate che questo restante di vita abbia il fine di Davide, e non del predetto Salomone, che possedendo oltre ad innumerabili sostanze 40 mila cavalli in suo servizio alla fine insaziabile di più si compose a quattro piedi per accrescerne un altro verificando le parole di suo Padre: "homo cum in honore esset non intellexit comparatus est iumentis insipientibus et similis factus est illis" .
Ah! stupenda fellonia, va aspira gusti e "magnificantia regis" , nella quale si vede un Re fatto bestia e una bestia coronata, Dio ci liberi di una sì miserabile stolidezza come accade a coloro che dopo aver sfrenatamente corso non sopra 40 mila cavalli ma di più indomabili gusti si riducono ancor essi: "sicut equus et mulus" , acciò altri sopra gli omeri suoi la corrono contro Dio per gli scandali loro, causa che quando s’arriva a tal grado l’alto furore di Dio precipita all’inferno: "equum et ascensorem" e di tal pericolo ci liberi Dio, e non sia mai il termine di tale figlio, anzi sia in bocca nostra la supplica del penitente Padre: "miserere me Deus, secundum magnam misericordiam tuam" .
Ringrazio io poi la carità di V. S. ill.ma di tutto ciò [che] mi prescrive del mio governo, e mi servirà per conoscere la sua carità sopra l’anima mia, poiché la materia è già finita e sono in tutto rimessa al Padre confessore, prego Dio si conceda remunerazione alla guida passata, pure pazienza alla presente per soffrire la povera anima mia che non sa portarsi bene con l’una né con l’altra, e qui finisco per essere già stracca non del contenuto che non è stato tale, ma di un molesto pensiero per cui non so che dico.
Onde V. S. ill.ma scusi il mal dettame di un animo afflitto ed agitato, Iddio mi abbia misericordia come io spero per l’aiuto del suo santo sacrificio, di che umilmente supplicandola la riverisco come fanno mia madre e sorelle, con cui saluto mio fratello e il Padre Vitale, domandando ancora a questi l’aiuto delle loro sante orazioni.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 8 marzo 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


P. S. Signor Abate che cosa pretende V. S. ill.ma, vuol affogare forse due povere creature nel mar delle sue grazie? ove, nuotando io e mio fratello si rincontrano i nostri avvisi carichi e pieni dei suoi favori, del signor Abate non tanto, riguardi assieme con la sorgente che le da, il vaso che le riceve angusto e misurato, di che sopra fatto mio fratello, confuso mi scrive domandando aiuto per ottenergli da Dio la corrispondenza non essendo cose di soddisfarsi con umane parole, onde io tacendole qui ne parlerò col Signore. Invio a V. S. illustr.ma l’accluso polisino, come mi comanda, che è stato il vero motivo d’incomodarla con questa.

Indice delle lettere

 

1688 03 12 AMBP ms. 21 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
In tempo che mi era impossibile il cacciare da me il pensiero della salute di V. S. ill.ma stando alla presenza del SS.mo Sacramento esposto in cui tengo indissolubile il pensiero di sua salute mi capita con Serio una [lettera] di Monsignore ill.mo e in essa quella di V. S. ill.ma ancora, e dicendomi che stando di partenza per costì un amorevole di V. S. ill.ma senza altro motivo che per riverirla di presenza fa che io benedica e mi rallegri di tanto affetto qual non saria meno in ogni altro per fare il medesimo, ma perché bisogna stare ogni uno secondo i dovuti ritegni si invia a V. S. ill.ma col predetto reverendo, ciò che si può ch’è l’offerta di un ardente desiderio e cordialità sincerissima di servirla almeno, già che non si può riverire di presenza, l’anima sua però che non patisce distanza soddisfa ogni nostro ritegno, poiché prima che questa feluca partisse io l’aveva e l’avrò assidua (come dissi) alla presenza del SS.mo Sacramento: "in quo vivimus, movemur et sumus".
Questo sia dunque il mio destriero e rapidissima nave per diportarmi ove desio (benché nel claustro) in questo e all’altro mondo, V. S. ill.ma in tanto si rallegri dei sicurissimi avvisi [che] le apporterà il Serio latore, già che (e massime dei figlioletti) saranno tutti felicissimi io pure ne godo per suo riflesso, benché il suo biglietto indica qualche amarezza, non solo per le proroghe del negozio benché con qualche speranza di principio ma per gli scrupoli di sua coscienza, sopra di che se io il persuadessi a cacciarli farei come la scopa che nettando tutte le spazzature di casa lei resta tra le immondizie; (...) oggi a me accadde pregando Dio per la serenità dei suoi scrupoli avvedendomi nel medesimo punto tutta immersa in quelli, ma ad ogni modo perché il medico infermo non lascia di medicare gl’ammalati io procurerò la quiete di sua coscienza se non con parole per la fretta con che scrivo, con la mia benché indegna orazione, che tutto oggi in speciale memoria continuerò alla presenza del SS.mo Sacramento, a cui pure renderò infinite le grazie assieme con sua SS.ma Madre per il sospirato barlume già comparso del negozio, e spero che il santo vecchierello S. Giuseppe effettuerà le nostre speranze per i già principiati esercizi particolari e comuni, come prima avvisai, e mi confondo quando penso alla vigilanza del Padre Comandi tanto accurato in adiuvarla. Gesù signor Abate che vorremmo fare per servirla di qualche suo gusto non per ricompensa che solo l’aspetta da Dio, ma per soddisfazione almeno di chi desia servirla, ma perché io non valgo a niente e tutto spero dal sommo datore Dio gli dirò per V. S. ill.ma e lui concede: "bravium his qui sperant in te" , già che l’uno e l’altro stanno in una simile carriera, per il che (se V. S. ill.ma lo concede) l’entrerò alla parte di una mia comunione la settimana fino al suo ritorno, già che la gratitudine la comanda Dio, e tanto l’appetisce il mio cuore che darei tutto il sangue; e per fine resta che V. S. ill.ma soffra con pace questa lungaria di costì, perché la sua causa non è umana ma divina ordinato al bene dell’anima, ma qui parmi io ripigliassi la qualità della scopa suddetta, volendo purgare l’anima di V. S. ill.ma di quella impaziente noia di che io sono tanta infetta: "expetans expectavi Dominum et intende mihi" verso che rauche "facti sunt faucis mei" in recitarlo fiat voluntas Domini.
E per fine io signor Abate ancora tremo perché dandomi suor Maria Serafica la suddetta lettera di Monsignore mi disse ancor essa scantatissima (1), cosa grande accadde al signor Abate, perché Monsignore manda una feluca volando presto vedi che dice, né io poteva farlo tanto fu il terrore, Dio perdoni a questo signor corriere che dicendo ciò che ci diede un buon venerdì di Marzo, e ringrazio Dio che leggendo le lettere ci rallegrassimo altrettanto, quanto V. S. ill.ma si rallegrerà di questo suo buon servo patriota, poiché alla fine: "dulcis Amor Patriae" , con la quale consolazione lasciandola la riverisco umilmente, come con tutto il cuore fanno mia madre e sorelle e tutto il monastero, con cui saluto mio fratello.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 12 marzo 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


(1) spaventatissima.

Indice delle lettere

 

1688 03 12 AMBP ms. 22 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Con la fretta immaginabile che mi fa il presente Serio fo la ricevuta a V. S. ill.ma di due favorite sue lettere, una del 6 del corrente e l’altra col presente latore, ricevendo in esse altre due del signor Abate di cui è l’acclusa, e mi rallegro che detto signore riceverà questa consolazione di sentire a bocca li buoni avvisi di tutti loro signori, e precisamente della devota vita dei due nostri innocenti uno buono penitente e l’altro valente predicatore.
Io ne sento tanta consolazione che vorrei essere di presenza per approfittarmi dei loro esempi, e non potendo farlo lo farò col desiderio abbracciandoli strettissimi nell’anima, e mentre li riverisco umilmente, come fo al signor D. Antonino e signora D. Giovanna (per la quale faremo istantissime orazioni) con più prostrata riverenza riverisco V. S. ill.ma rallegrandomi della sua buona salute, con qual fine assieme con mia madre e sorelle la supplico della santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 12 marzo 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


P. S. Il Corriere, si spedisce circa 23 ore.

Indice delle lettere

 

1688 03 17 AMBP ms. 23 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Ricevo la gratissima di V. S. ill.ma del 14 di febbraio, e con essa la consolazione di sentire il negozio con speranza di prossimo principio, che spero in questa ora essere già inviato, io ne ringrazio infinitamente il Signore e sua benedetta Madre e dopo questi il glorioso S. Giuseppe come questa mattina ho fatto nella santa comunione, essendo oggi il terzo mercoledì a suo onore applicato, e ne spero progressi perfettissimi per la protezione dell’uni e dell’altro, le proroghe però oltre all’essere necessarie per il spirituale e temporale sono più cagionate da noi che da Dio, aspettando più questo il nostro profitto ove l’intento sta fondato che noi la consecuzione d’esso.
Facciamo noi del bene ed egli è conseguito, in tanto io non cesso di pregare Dio per l’uno e per l’altro, e dopo di questo pregai parimenti per me acciò la pietà di Dio mi concedesse in tale bramato termine il: "Nunc dimittis" in vece del Te Deum, se V. S. ill.ma mi farà il favore di assecondare questa mia preghiera, stimo la spedizione sarà più sollecita poiché troppo la ritardano le mie imperfezioni.
Il Padre Maestro Comandi ha favorito non solo la mia volontà per tutto ciò che di grato conferisce a V. S. ill.ma, che è il maggior contento d’essa ma di più la mia persona inviandomi per via di Monsignore ill.mo, un libretto di lode di Dio che per più capi mi è stato gratissimo, facendomi in questo doppio favore non solo della memoria [che] tiene di me, ma anco di mio fratello che è l’autore d’esso.
Onde prego V. S. ill.ma per quanto amore porta ai poveri di Gesù Cristo essendolo io e di merito e di parole a riportarli li miei umili ringraziamenti, quali assicurando alla sua caritatevole espressione non l’indegno con questa mia che muta ripongo nelle piaghe SS.me del comune Datore, e saranno questi la ricompensa larghissima non solo del predetto Padre ma maggiormente del signor Cardinale, per cui non cessano le nostre comuni e private orazioni, il giovamento dei quali sarà tutto per il merito della santa obbedienza già che Monsignore ill.mo insiste col suo ordine per continuarle per l’uno e per l’altro, ne in altro l’avvaloro, confidando solo in tal merito e nella misericordia di Dio, e perché questa arriverà costì circa il tempo della prossima Pasqua io l’auguro a V. S. ill.ma piena di quella felicità spirituale e temporale che in questo mondo si può desiderare.
E fanno non meno mia madre e sorelle pregando unitamente con me e tutte le sorelle del monastero nostro Signore a concederle maggior felicità di quella [che] sappiamo esprimere, già che l’affetti nostri più vivono nell’anima che nella bocca, e questa io serro al pensiero e memoria d’oggi all’anno, tempo di sua partenza che non posso scordarlo, ed ecco ne passato quasi uno, dicendosi del secondo il: "Deus ad adiuvandum me festina" bisognando per tutte la celerità della sua grazia per non restare la sofferenza in via, e qui mi resto per non trattenere più V. S. ill.ma giacché sono tempi che la folla di altre più degni auguri pasquali la terranno applicata, la riverisco in tanto come fanno le suddette madri e sorelle, ed io tra esse mi raccomando ai suoi santi sacrifici.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 17 marzo 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


P. S. Mi ricorda poi V. S. ill.ma di dar principio al suo santo Presepio quando io posso dirle che se questo mancasse egli potrebbe essere al ritorno, vicino al quale se Dio mi da vita io serbo questa faccenda acciò riesca meglio con questa allegra aspettativa, giova però tale ricordanza per darmi animo a mandarne uno piccolo e di materia dolce al nostro Decuzzo affine che stando di lasciare il latte succhi quello della Vergine benedetta assieme col nato Giesuzzo, glielo manderò domani giorno del glorioso S. Giuseppe, acciò in grazia sua mi sia perdonato questo atto di presunzione.

Indice delle lettere

 

1688 03 17 AMBP ms. 24 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Ricevo nella favoritissima lettera di V. S. ill.ma quella del signor Abate, li di cui favorevoli avvisi circa il negozio mi apportano tanta consolazione quanto parimenti la sento per lo stato di sua buona salute stimando non meno buona quella di V. S. ill.ma e tutti loro signori, che nostro Signore continui con quella felicità che io e tutto il monastero incessantemente preghiamo, né questa preghiera punto si differisce per il signor Cardinale e Padre Maestro Comandi, anzi in virtù dell’ordine di V. S. ill.ma con che ci viene imposta la vedo da Dio così ben vista che sarà senza dubbio ben felicitata e si seguirà fino a suo comando senza intermissione.
Io poi resto mortificata per non aver fino adesso fatta la ricevuta a V. S. ill.ma del libretto inviatomi dal Padre Comandi, poiché la molta fretta con che spedivo l’ultimo Corriere me la deviò dalla mente, adesso però non posso esprimere quanto mi confesso obbligata alla carità di detto Padre per sì devoto donativo, caro per il datore e per l’autore essendo questo mio fratello, prego V. S. ill.ma a favorirmi con la dimostrazione di questo mio gradimento restandogli in tanto con una perpetua obbligazione, e per fine appressandosi il tempo della santa Annunziata, in cui compare per altra sua mi avvisa si deve slattare il nostro carissimo D. Decuzzo, io per deviarlo alquanto di questo patimento l’invio un piccolo Presepio di mistura dolce, acciò che trastullandosi di questa si scordi della mammella, e accelero nel mistero dell’incarnazione del Verbo quello della sua nascita per accoppiarsi pure la benvenuta della già nascente creatura, già che si aspetta circa tale tempo, per la quale la mia presunzione s’avanza pigliando confidenza di inviarle un abitino e piccolo rosario che sono le prime insegne che (secondo l’uso di nostra Casa) si applicano alle creature che vengono in questo mondo, acciò prima che si annodano in fascie si allegano al cielo facendo non altro questi sacrati lacci del rosario ed abitino.
Mi faccia grazia di fargli questi brevemente prima che fasci per dopo a suo tempo comporle sopra esse, e mi perdoni V. S. ill.ma se indiscretamente attrevisco poiché se dell’affetto si dice "nescit pericula", io pure trasportata da questo affetto mi rischio incontrare quel pericolo che meriterebbe la mia temerità meritevole in vero della sua indignazione. Onde la prego a non riguardare il mio attrevimento né la qualità delle materie indubitabilmente ridicole, ma la benignità delle sue mani ove cose sì misere si permutano apprezzabili, qui ancor io mi conservo sua serva umilissima offrendomi non meno a tutti altri signori di Casa, come fanno mia madre e sorelle supplicando riverentemente V. S. ill.ma della santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 17 marzo 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

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1688 03 21 AMBP ms. 25 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
La lettera di V. S. del 21 trascorso mi compone in buona tempra dandomi quanto speranza del negozio mediante il prossimo principio tanto timore del suo buon progresso, mentre mi dice che più si approssima il tempo più le trema il cuore e le tituba la mente, e se io non fossi sì forte in sperare in Dio e sua benedetta Madre certo che tremerebbe come esso da capo a piedi, ma perché il fondamento di tale opera appresso me non sta nel mondo ma nell’inscrutabile giudizio di Dio nelle cui mano sta parimenti: "potestas et imperium".
Io non curo che del suo compiacimento vero mezzo e fine di quello [che] pretendiamo, gradisco bensì e inestimabilmente si devono ricevere quegli opportuni mezzi da lui assegnati essendo di un tanto Autore attissimi strumenti, né io posso stimare meno il signor Cardinale e Padre Maestro Comandi nel presente trattato, potendo dire che circa l’aiuti umani più giovano li pochi e buoni che li copiosi ed inutili; stia dunque V. S. ill.ma contentissimo di questi, e l’abbracci come efficacissimi mezzi della desiata pretensione, in tanto la SS.ma Madre dia maturità e flemma a V. S. ill.ma, e tutto ciò [che] bisogna all’ill.mo Monsignore, quale io tengo per fermo che non mancherà per un negozio tale.
Di quello poi V. S. ill.ma vuol essere avvisato circa la conclusione della venuta del Padre Attardo parmi già l’avesse notificato del tutto perdurando senza altra novità il medesimo stato, sopra di che bensì vado tutta via confermata nella volontà del Signore e gusto di V. S. ill.ma, poiché dubitando io di questo suo gusto adesso mi si toglie ogni dubbio, mentre per la sua mi dice che resta consolato di questa mutazione, nella quale anche io godrò se non di altro del volere del Signore, ove lascio intera l’anima mia essendone egli, quello assoluto padrone che l’ha creato.
Le nostre sorelle di Scicli riveriscono V. S. ill.ma e stanno ammirando la dura e ignominiosa morte del loro fondatore, quale essendo stato quello che offese il Signore che toccò la cordina della sedia ad una delle sorelle che andavano a fondare adesso si è trovato ucciso di notte tempo sopra un letamaio, ove, sono terminate con la sua vita tante aspettative mondane e capricci giovanili.
V. S. ill.ma raccomandi a Dio le nostre sorelle pazienti ancor esse di questo disastro, e perché loro ogni volta che scrivono non lasciano di riverirla umilmente parmi mio obbligo di riferirlo a V. S. ill.ma di quando in quando, e per fine signor Abate oggi è il giorno del Padre mio S. Benedetto a cui spasimate sentimenti ho ripregato a benedire il fine dei miei giorni col termine bramato, e termino questa lettera al devoto mormorio delle sue lodi in Chiesa, che mi sembrano ancor che distanti non strumenti ma acute frecce per trapassarmi il cuore.
Ed oh! mar di tenerezza in cui sommergo le parole, mi raccomandi a Dio poiché sentendomi assai male di salute e con speranza di morte temo allegrezza non mi faccia migliorare, fiat voluntas Domini, la riverisco umilmente come fanno mia madre e sorelle ricordandone unitamente sue cordialissime serve.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 21 marzo 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1688 03 22 AMBP ms. 26 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Sarà questa per riverire umilmente V. S. ill.ma e trasmetterle l’acclusa del signor Abate in risposta della sua con l’ultimo corriere capitatomi, e mi rallegro del prossimo principio del negozio, del quale non posso aspettare che molto bene essendo tutto nelle mani della SS.ma Vergine, alla quale si hanno più che mai infervorato le suppliche non solo per questo affare ma per la salute di V. S. ill.ma rallegrandomi che la passa in modo che possa tenere ordinazione generale.
Nostro Signore gliela perfezioni quanto io prego e desio facendo non meno per la signora D. Giovanna, alla quale tutto il monastero riverisce e saluta pregando Dio le dia felicissimo parto, il che facendo con maggior caldezza mia madre e sorelle, come di tutto cuore riveriscono i figlioletti e signor D. Antonino, io assieme con umilissima riverenza supplico V. S. ill.ma della santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 22 marzo 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1688 03 31 AMBP ms. 27 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Ricevo una favoritissima di V. S. ill.ma e in essa quella del signor Abate di cui è inclusa risposta, e ringrazio il Signore di tanti suoi rassegnati e stabiliti sentimenti nella divina grazia sperando sia questo il seme dei frutti futuri spirituali e temporali, e ne stiamo continuamente pregando il Signore e sua benedetta Madre, che portino al desiderato fine le nostre orazioni, quali continuandosi di vantaggio per la salute di V. S. ill.ma e tutti loro signori, io tra le altre le farò con maggior caldezza per il tempo della già prossima ordinazione pregando il Signore le dia forza ed aiuto per effettuare con salute e desio, del felice slattamento.
Del nostro D. Decuzzo mi rallegro altrettanto quanto prego salute al mio D. Cicuzzo, io abbraccio ambedue teneramente riverendo e ringraziando il signor D. Antonino e signora D. Giovanna delle loro ingiunte espressioni, di che pure restando obbligatissime mia madre e sorelle se ne rende il dopo a V. S. ill.ma supplicandola con umilissima riverenza della santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 31 marzo 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1688 03 31 AMBP ms. 28 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
Va bene signor Abate questo itinere benedetto con che nostro Signore e sua SS.ma Madre portano l’anima di V. S. ill.ma, poiché tenendola sempre con qualche precisa crocetta come per la sua m’avvisa gravandogli ora una ora altra delle molte [che] l’affliggono viene ad essere per quanto bisogna gravato e non di tutte oppresso, peso sì giusto e secondo le forze del portante che venendo dalla giusta bilancia di Dio più doma che stracca e se affligge pure risana, e sì come i nostri difetti sono continui così le croci devono essere intermesse essendo questi ritegni e soddisfazione di quello, i laquei però di una turbata coscienza sono i più trafiggenti aghi di una povera creatura, poiché se ogni altra pena derivata da perdita o ambiscenza terrena affligge tanto non essendo in vero che doglia transitoria, che sarà di quella dell’anima ch’è dipendente di una cagione eterna ch’è il bene o male della medesima anima?
Onde io vivamente compatisco V. S. ill.ma per la portata di queste angustie, benché stimandole solo nella penalità e senza altra causa che purga dell’anima prego Dio le dia forza e vera pazienza, abbila pure nella mancanza di sufficienti aiuti e guide poiché quando Dio vuole desolare un’anima fa mancare i soggetti, così in una vasta Roma come in una angusta Palma, egli è che fa il tutto e non bisogna pensar altro, e se la coscienza e negozio di V. S. ill.ma non fossero interamente nelle sue mani e con una propiziazione io tremerei più di quello [che] egli m’avvisa, ma perché: "rectum est Verbum Domini et omnia opera eius" ; in fine io ne spero uno felicissimo in questo mondo e nell’altro beato, altrettanto faccia V. S. ill.ma e non mi faccia tremare sì per tempo sopra il punto del suo esame perché in questo nostro Signore ne vieta anche l’apparecchio dicendo: "Dum stenteritis ante reges et presides nolite cogitare quomodo aut quid loquamini, dabitur etc." . Cessano dunque si anticipati timori, e dico per spedirmi che una madre è la vera figura dei balbuzienti figli rispondendo essa a ciò che quelli non sappiano rispondere, e tale sarà a noi la Madre di Dio e dei peccatori.
Ringrazio io poi V. S. ill.ma come fanno mia madre e sorelle dei buoni avvisi [che] ci dà di mio fratello, e mi dispiace che essendo egli sì scrupoloso ne infetterà con la sua pratica maggiormente V. S. ill.ma, essendo come la peste questo male, e però a me parrebbe che praticandolo usasse dell’aceto come si costuma con gl’infetti, acciò con qualche agretto si mitighi il miele di tanti suoi favori essendo arrivate a tanto, secondo il detto m’avvisa che ne vive con molta confusione, lo faccia signor Abate che gioverà non meno di quello [che] ha giovato alla mia già emendata Nanna, poiché dopo che V. S. ill.ma le nega li suoi saluti è divenuta tutta altra, e la prego a ritornarglieli perché li merita la sua emendazione, ella la riverisce umilmente come fanno mia madre e sorelle e tutto il monastero, assieme con li quali io fo lo stesso raccomandandomi alle sue sante orazioni.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 31 marzo 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


P. S. E chi mi darà tanto animo per replicar qui li favori di Monsignore ill.mo avendomi ordinato che assista per procura al santo battesimo della creatura che darà alla luce (come speriamo) la signora D. Giovanna, cosa che mi fa abbassare il capo per confusione, né so chi sarà questa povera creatura che nascendo tra braccia sì indegne come io mentalmente l’aspetto l’hanno voluto prima di nascere così crocifiggere ed umiliare; se V. S. ill.ma fosse stato in Girgenti ciò non sarà stato perché sciente della mia miseria credo non avrebbe avuto tanta umiltà quanto ne hanno mostrato questi signori, ai quali io non ho usato replica vivendogli di tutto cuore obbedientissima serva.

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1688 04 06 AMBP ms. 29 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Ringrazio Dio ill.mo signore che per la stimatissima lettera di V. S. ill.ma mi fa sentire tanta buona nuova di sua salute, quanto io ben che indegna gliela prego maggiore, e con certezza ne resto assicurata, per la felice riuscita dell’ordinazione tenuta, altre tanto felice successo aspetto per la divina bontà in persona della signora D. Giovanna per la nascita della venente creatura, che Dio porti sana e salva, io la riverisco umilmente come fo al signor D. Antonino e figlioletti, riverendoli con pari affetto mia madre e sorelle, con le quali restiamo pure obbligatissime alla gran carità del signor Abate, e protezione [che] tiene del nostro monastero senza mai cessare le nostre benché indegne suppliche per la prosperità del negozio e ogni suo bene temporale e spirituale.
Ed io tra tutte che vivo confusa di tanta sua carità non posso patire che si chiami mio fastidio la lunghezza delle sue lettere, sperimentandole anzi di mia consolazione e contento come sa il Signore, ai piedi di cui riservando più di questo in confermazione di quello [che] dico, spero l’assicurerà l’effetto della mia benché indegna orazione, con che rimettendogli l’acclusa riverisco umilmente V. S. ill.ma come fanno mia madre e sorelle, con le quali la supplico della santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 6 aprile 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


P. S. Alla quale soggiungo in esecuzione del suo comando, che ho consegnato un sentimento scritto al Padre confessore.

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1688 04 15 AMBP ms. 30 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Ancora che motivata non fosse di una favoritissima di V. S. ill.ma a riverirla con questa prontamente il farei per il tempo che corre della prossima pasqua di resurrezione, nella quale se li figli si appressano ai padri per averla felicissima della loro benedizione, io con più ragione ne vengo ai piedi suoi per goderla altrettanto essendo di V. S. ill.ma indegna figlia e serva, e come tale con pari affetto gliela auguro felicissima nell’anima e corpo assieme con il signor D. Antonino, signora D. Giovanna e figlioletti pregando nostro Signore e sua SS.ma Madre gliela concedano felicissima in grazia di quel con gaudio che in tale mistero l’uno e l’altro sentirono.
In tanto io parimenti godendo degli anni già compiti del mio Cicuzzo non cesso di raccomandarlo al Signore e sua benedetta Madre, che lo mandino sempre di bene in meglio in suo santo servizio, la signora D. Giovanna mi favorisca di abbracciarlo per me con affetto materno sentendolo io non meno verso lui, benché in grado di sua minima serva, né lascio per fine di querelarmi con detta signora che troppo mi lascia languire per desiderio di sentir presto nata la nascente creatura, con tutto ciò la riverisco ed amo di tutto cuore riverendo umilmente V. S. ill.ma domandandogli prostrata la santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 15 aprile 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

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1688 04 17 AMBP ms. 31 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
La lettera di V. S. ill.ma capitatami per via di mio fratello esplicasse l’effetti della sua carità pure la mia ingratitudine quando questa ne gradisse la dimostrazione di quella, e però se mai io qualche volta la commettessi, che Dio mi guardi, la dichiaro per atto di involontario accidente cagionato da agitazione nemica e non da volontà, anzi che secondo al presente mi trovo la maggior cosa che apprendo è il grave fastidio a V. S. ill.ma ho dato per causa del mio governo, cosa che tanto mi affligge che mai sentirebbe peggio qual si sia abbandono, e però con ogni sincerità la prego a non infastidirsi di vantaggio, poiché oltre che la distanza impossibilita la totale esplicazione di quello che occorre e per conseguenza il rimedio.
Io sono in stato già accomodato e non bisogna [che] si incomodi più il Padre Attardo, perché il mio confessore incombe per tutto e con tanta celerità circa l’affari che se io non fossi dedita ai ritegni il tutto saria spedito tra brevissimo tempo, la mia penna però in quanto adesso pure cammina bene perché egli non l’astringe sempre anzi si offre la sua quando bisognasse; una sola cosa mi affligge circa la direzione sua ed è che cammina e tratta con me con tanta assecondazione ai miei voleri, circa la direzione dello spirituale come se questi non fossero degni di continua negazione, né mai mi ricordo abbia contraddetto non che impedito qualsiasi mio desiderio etc..
Ma ohimè signor Abate perché questo mondo anche nei gusti somministra amarezza, e la mosca più facilmente muore impicciata nel miele che nell’aceto, io in questo suo sommo dolce per estremo tormento vengo meno, la causa è questa, se Dio sempre mi ha parlato per bocca dei miei Superiori, perché adesso non l’obbedisco nell’esecuzione di quello [che] mi consigliano come l’ho obbedito ai loro ritegni, se Dio sempre è uno, io devo sentirlo per qual si voglia suo mezzo altrimenti io non guardo l’autore ma lo strumento, ma chi può dire materia sì vasta che mi corrode la vita, l’anima e la coscienza, e pure la mia irresoluzione è tanta in quello che desio, sono alla vista di un continuo portento come di una smisurata pietra, che contro natura si sospende nell’aria senza precipitarsi al suo desiderato centro.
Alle volte passano giorni dibattendomi come una anguilla dicendo: mio Dio non permettere in me qualche baratro profondo, Vergine benedetta: "adiuva me solitariam" , e mi passano ore intere pigliando la carta per scrivere il tutto a V. S. ill.ma, oppure a mio fratello, ma poi irrisoluta la lascio non giudicando opportune né l’uno né l’altro scritto, vorrei essere chi nemmeno io lo so né di Girgenti, né di Roma, né di Palma, del quale vedendomi proibita il cielo, solo mi resta da cui nemmeno sono sentita ma questo non è il maggiore dei miei spasimi che se io volessi dividere il giorno fra tutte non le toccherei un momento per uno tanto sono moltiplicate, e però non bastandomi tempo le patisco tutte con mille rabbie sopra un corpo, così io senza distinzione tutte le pene.
Onde indistinta la lascio perché non le so dire, e il cenno ne ho dato servirà per ottenere da V. S. ill.ma il perdono del medesimo fastidio [che] le do, già che per sua carità mi dice che non mi vuol perdonare se non le comunico, e provando attualmente io quanto mi è di conforto questo mezzo esalo nemmeno perdonerò V. S. ill.ma se tace li suoi conflitti privandosi di questo conforto, tale non dimeno me li conceda Dio qual sono quelli che egli patisce per riconoscersi, indegno del negozio che sappiamo perché questa sua conoscenza è la maggior qualità opportuna che ne lo fa degno poiché riconoscerà per essa, che nell’erezione di tal posto Dio non l’esalta anzi maggiormente manifesterà i suoi demeriti come accade ad una succida cencia che esposta in una pubblica vista ove si palesa la sua viltà maggiormente resta umiliata di quando ne stava occulta.
V. S. ill.ma se considera bene questa veracia resterà in tal assenso più oppresso di vergogna che d’alterigia, e si presaga più derisione tra i sudditi che omaggio e riverenza, e veda signor Abate come io so umiliarlo anzi ottimamente disporlo, poiché l’edificio non vale se la base non è fonda, alzi bensì nel concavare questo gran fondo spesso la confidenza a Dio appunto come fa l’accetta in mano del villano, che quanto bassa tanto sormonta dando un colpo verso il cielo e l’altro verso la terra, e tanto lo fa profondo quanto lo manda in alto.
Adesso dunque V. S. ill.ma non è altro in questo effettuante negozio che quel povero travagliatore a cui Dio disse: "in sudore vultus tui visceri pane tuo" , e però non si affligga degli affanni poiché non maturano le biade senza sudore, aspetta e veda quanto è buon pagatore Dio che per prima paga le dà la ricchezza dell’anima, per la manutenenza della quale e per la spedizione del negozio l’anima mia giorno e notte fatica, e perché questo è il tempo in cui suppongo il vero trattato ieri terminandoli mercoledì a S. Giuseppe ne intrapresi altre tante alla Vergine SS.ma, acciò l’uno e l’altro già che sono i potentissimi del cielo favoriscono il tutto in suo santo servizio, egli poi mi fa ridere quando delle dimore mi scrive sì sollecito per non dire nichiato, veramente Roma l’ha dato gran stuffo, e dove andò quel tempo che la lasciò con tanto disgusto, Sicilia già ne fa le vendette acciò castigato d’uscirne al ritorno la stimi altrimenti.
In tanto egli si rallegri di quel bene essa le dà manutenendo con felicità tutta la casa, signori suoi parenti ed affezionate, tra i quali Monsignore vive in un bellissimo essere e di tal maniera contento della bamboletta già nata, che par fosse l’accrescimento dei suoi giorni e la sommità dei suoi contenti, e stante questo V. S. ill.ma che cosa maggiormente desidera parmi non le mancasse gran cosa, che poi vi sia qualche dolore, qualche ohimè interno, non può farsi di meno in questa valle di lacrime, oltre che qualche agrettino sta molto bene in una dolcissima mensa.
Io quando considero V. S. ill.ma la maggior pena che le suppongo è la perduta sua quiete tanto nella stanza quanto nella coscienza, quale riconoscendola perduta nelle mani di Dio dico: "non est mortua quella sed dormit" , la sua quiete non è estinta come egli forse la sente ma dorme per acquistar quelle forze che suole comunicare un salutifero sonno, nostro Signore gliela dia in pace in idipsum, acciò fatto uno con esso su il sacro letto della croce SS.ma ne risorga poi vigilante al Paradiso.
In tanto io prostrata ai piedi di questo morbido, benché pazientissimo letto la riverisco in esso commorante ed unito col mio potentissimo Cristo, cui abbia pietà delle mie erranze, con che fuggendo della croce cerco contenti e trovo spine, V. S. ill.ma mi spiccia per carità di queste labrusche con i suoi santi sacrifici, mentre io di nuovo riverendola con mia madre e sorelle resto per sempre sua.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 17 aprile 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


P. S. Di grazia mi avvisi quando finirà questa stentata consulta sopra la sua coscienza, che se fosse stato il matriculario di Roma già saria finito, o Purgatorio, et signor Abate si quieti di questo martirio.

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1688 04 18 AMBP ms. 32 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Giorno di tanto giubilo, quale è questo felicissimo della Resurrezione del nostro Salvatore, non poteva cagionare meno contento di quello [che] mi arreca la benvenuta al mondo della mia Mariuccia, a cui nella medesima ora che nacque io con straordinaria premura fece scorta con la mia benché indegna orazione, pregando Dio in quel punto con stimolo subitaneo per il suo felice nascimento.
Onde, con altrettanto contento, con mille affetti lo ringrazio per averla portata alla luce con tanta felicità secondo il mio desiderio, né so esprimere a V. S. ill.ma quanta consolazione ne intendo e quanto questa creatura mi stia nell’animo, io l’offro a Dio e alla sua SS.ma Madre, acciò felicitino per lunghi anni il suo corso fino alla felicità dell’Empireo. In tanto ringraziando infinitamente la carità di V. S. ill.ma di tal avviso, mi rallegro con giubilo di vero cuore non solo di nascita sì felice, ma a maggior segno di quel contento, V. S. ill.ma ne ha sentito e facendogli mille buone ore come assieme con me fanno le mie sorelle e tutto il monastero, mi congratulo parimenti col mio Cicuzzo e Decuzzo Maria, che se a loro nacque una cara sorellina a me una figlia e padrona, nella quale consolazione riverisco V. S. ill.ma umilmente, supplicandola per fine della santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 18 aprile 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


P. S. Ricevo la lettera del signor Abate, e appresso le risponderò perché adesso il Serio mi fa gran fretta.

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1688 04 19 AMBP ms. 33 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
La mancanza di sua lettera nella posta passata è stata convenienza del tempo, poiché giorni sì lugubri nei quali il nostro benedetto Gesù e sua SS.ma Madre patirono spasimi sì fieri per li miei peccati non si doveva a me questa consolazione, oltre che il mio demerito non merita la memoria non che lettera di V. S. ill.ma, e però io con tutta espressione la prego a non farle con sforzo, non che con disgusto dubitando di tralasciarle per qualche rispetto, perché a me altre bene maggiore non mi darà che quando mi tratta con suo aggio e senza altro rispetto di questo che le supplico, e se io per ogni altro le persuado la santa mortificazione per questo affanno gliela sconsiglio, perché sarebbe più mia che sua quando egli mi trattasse con tanto suo incomodo.
Io per il passato punto non ne dubito che so con quanto gusto l’ha fatto, ma di avvenire, chi sa, né credo che lascerà questo altro mezzo il demonio per rompere tal filo, che avendone usato tante aliene bisogna che non trascuri questo nella persona propria per vederne il fine, può essere bensì che ciò non fosse opera del demonio, ma per effetto di naturale stracchezza poiché li miei fastidi avrebbero stancato un marmo; pazienza signor Abate e si riposi alquanto anco nella mente, poiché, il mio sesto è già fatto, e sono io di peso sì grande che ove mi butto fo letto e facilmente mi accomodo, così ne sto nella soggezione presente pronta a morirvi e a cento mila ricambi, solo mi affligge l’assenza di V. S. ill.ma perché egli tale la sente, ma non è la residenza che affligge l’uomo in questa valle di lacrime, ma la qualità del mondo in cui "Nemo sua sorte contentus" .
Così egli la proverà, così io la provo fin all’ultimo respiro che sarà quel fortunato soffio che sufflerà la nostra nave al Paradiso; in tanto consoliamo li nostri affetti che è per remi sì forti qual sono le nostre croci, solcheremo questo mare di guai e di tempeste, e per fine per dare qualche serenità a questi fluttuosi pensieri, muta vela il mio dire, rallegrandomi con V. S. ill.ma della già nata figlioletta sua nipote e mia padrona, è nata il felice giorno del sabato santo, quando col risorto Signore rinasce a miglior vita ogni mortale.
Io senza saper come si chiama l’ho chiamata mia Mariuccia, perché suppongo non mancherà al suo nome questa dolcezza, e la tengo sì stretta al cuore che dubito non sottragga da esso qualche amarezza; onde slargandola alquanto la ripongo nelle degne braccia di V. S. ill.ma, acciò l’offra per figlia e serva della Vergine SS.ma, con che facendo il medesimo le mie sorelle e precisamente mia madre che è sommamente alla grazia di questa femminella si rallegrano unitamente con V. S. ill.ma, alla quale facendo io con esse la dovuta riverenza la ringrazio del pensiero [che] ebbe di compartirsi con me le sacre reliquie del glorioso San Giuseppe e nostra gloriosissima Madre, ma egli l’errò il proposito di questa divisione, poiché non meritando questa grazia io l’ha perduta lui, perché sempre sono stata la causa delle perdite e incomodi suoi, mi perdoni signor Abate e mi raccomandi al Signore.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 19 aprile 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

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1688 04 23 AMBP ms. 34 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Sarà questa per riverire V. S. ill.ma per inviarle l’acclusa del signor Abate, desiderando notizia come la passa la signora D. Giovanna e nostra carissima bambina, che Dio salvi e conservi, come io con tutto il monastero continuamente preghiamo, supplicando con maggior effetto e premura per la salute di V. S. ill.ma acciò conservando questa, il Signore con ogni felicità, feliciti tutte parimenti con essa, già che altra miglior cosa non stimiamo.
Così Dio e sua benedetta Madre assecondi li nostri desideri per la loro bontà, mentre io sperandola di vantaggio riverisco umilmente V. S. ill.ma la signora D. Giovanna, signor D. Antonino e figlioletti, e precisamente la mia che strettamente abbraccio, con che facendo lo stesso mia madre e sorelle, supplico con esse V. S. ill.ma della santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 23 aprile 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

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1688 04 25 AMBP ms. 35 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
A misura della consolazione da me intesa, oggi ad otto per la felice nascita della nostra carissima bambina, intendo l’afflizione m’arreca l’avviso dell’infermità del nostro carissimo Decuzzo, benché tenendo oggi nella nostra Chiesa la pubblica udienza il SS.mo Sacramento esposto, e tutta la comunità la congruenza di poterlo supplicare con ogni caldezza per la concessione della grazia, spero che mediante l’intercessione della Vergine benedetta l’avremo secondo il nostro desiderio.
In tanto supplico V. S. ill.ma, signor D. Antonino e mia signora D. Giovanna a non affliggersi sopra modo perché oltre alla somma speranza che abbiamo di restare consolate, sono questi atti del cielo per indirizzarci ad esso conoscendo i fallaci e brevi contenti di questo mondo, con che tra una settimana si gode e si pena, nostro Signore faccia che si cavi bene dal tutto disprezzando sì ineguali contenti, mentre io con tutto l’affetto di vera figlia e serva riverisco V. S. ill.ma e signori suddetti, come fanno mia madre e sorelle supplicandola con essi della santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 25 aprile 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


P. S. Alla quale Venerdì 23 del corrente inviavo una mia con la risposta del signor Abate, non so se le fu capitata. Per effetto della mia devozione alla mia Colomba Rosata invio l’olio della sua lampada, acciò conferisca con esso la salute al nostro infermuccio, al quale teneramente abbraccio. Ricevo la lettera del signor Abate e non le rispondo adesso per spedire sollecitamente il Corriere.

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1688 04 27 AMBP ms. 36 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre e Padrone in Cristo.
Con molta fretta, per quella [che] in questo momento, mi fa il latore della favoritissima lettera di V. S. ill.ma, rispondo e ringrazio la sua carità del desiderato avviso della migliorata salute del nostro Decuzzo, già che sino adesso ne abbiamo stato con l’animo sollevato, né cesseremo di raccomandarlo al Signore e sua Immacolata Madre per la compita sanità del nostro infermuccio, al quale cordialmente abbraccio assieme con Cicuzzo e mia bambina, che Dio mi salvi.
E per fine queste due righe bastano per la suddetta fretta, serbando appresso altre più dilatate risposte, con che riverendo umilmente V. S. ill.ma mia signora D. Giovanna e signor D. Antonino supplico della santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 27 aprile 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

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1688 04 28 AMBP ms. 37 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
Se io conoscessi la qualità di V. S. ill.ma, come la mia che al sentire delle sue angustie lascio in un istante l’applicazione alle mie per attendere alla compassione dei suoi, vorrei dirgliene tante per divertirlo dei suoi affanni che non finirei mai, tanto me ne danno li miei peccati, ma perché questi sono quanto ardui tanto inefficaci per cagionare tal bene, trasmetto il diversivo nelle aspre e gloriose doglie del nostro già risorto Redentore; qui signor Abate rifletta e sempre aspiri dicendo "sic compatimur ut et conglorificemur" , si purga di tali spine se vuol produrre le sue rose, né io vedo esemplare più aggiustato di quello [che] fece per nostro bene Cristo Crocifisso, che essendo l’idea dell’anima nostra la vuole quanto sull’orme sue tanto (per quanto farsi possa) a sua proporzione senza la quale parità egli non opera, "cum amante amans cum vacante vacans".
Veda dunque qual delle due le piace, poiché s’egli nell’idea si antepone a noi, nella disposizione sottopone lui, operando non secondo l’idea ma secondo la nostra disposizione, e Dio volesse fosse la mia come quella di V. S. ill.ma, mentre per disporsi bene ha lasciato patria, parenti, residenza e gusti, quando io benché religiosa sono infusa in esse.
Ah! dunque io dico "et venient romani, et tollent nostrum locum et gentem" , e dico bene, perché da Roma mi vengono impediti questi distacchi e fughe, V. S. ill.ma l’ha fatte, ma a me non li permette, e però io gliene sto facendo le vendette, pregando Dio e a tutta forza la Vergine Madre che lo ritorni in patria, e in tutto lì lasciate residenza, ma così staccato dei loro affetti come l’olio su l’acqua, che unito e disgiunto solo commora in essa per mantenere quella fiamma che arrivando a toccare l’acqua muore e strilla, così la fiamma eccelsa vive su l’olio del nostro puro affetto, morendo al tocco dell’affezione terrena, V. S. ill.ma, dunque si contenta per adesso di accendere olio puro in una privata lumiera, finché la lampada dell’anima sua tra l’acqua si più immergenze e l’olio della carità assiemato, e nel tratto disgiunto nell’affetto accende più luce fino nel suo candelabro.
Io poi sto godendo per la venuta qui di suor Geronima li grati racconti, primariamente di spirito e dopo del nostro ill.mo Monsignore, carissimi figlioletti e precisamente della mia, di che godo sì bene che solo mi dispiace il non potere V. S. ill.ma sentire altrettanto, ma si conforti perché io in questo mondo non è miele senza assenzio, ed io questo amaro dolce oggi l’ho provato, poiché godendo sopra modo di questi discorsetti e precisamente dei fanciulli, ai quali naturalmente inclino ho inteso tra esse oltre al già detto per V. S. ill.ma una mista amarezza per la solita ripugnanza di stare alle grate che cent’anni mi pareva. Male vecchio signor Abate difficilmente si sbarbica, e fin con suor Geronima che io non sono degna di guardarla, contrario della sua umiltà con che mi disse (oh! Dio, vorrei che morisse a sta grata vita mia) parole che tanto mi confusero, che ad onta del mio volere vi dimoravo una o mezza ora più di quello [che] essa mi domandava, e spero far tanto con l’aiuto di Dio finché si vinca questa mia ruvidezza, poiché ogni estremità è viziosa.
Ma quando viene V. S. ill.ma io non l’avrò niente, come mai vi l’ebbe verso l’ultimo, nemmeno tanta col padre Attardo perché ogni ostacolo vince la santa obbedienza, e sono arrivata fin qui in queste indifferenze, perché non condanna la bontà di Dio qualche sollievo, V. S. ill.ma lo pigli per suo amore di vantaggio già che il corso del tempo di primavera e pasquale richiede qualche respiro, io la riverisco intanto come fanno mia madre e sorelle, con le quali aspettando qualche buon avviso del negozio, salutiamo mio fratello, il padre Vitale e di nuovo V. S. ill.ma di cui veracemente resto.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 28 aprile 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


P. S. Suor Geronima saluta V. S. ill.ma e onninamente vuole [che] le dica che lei desia di rivederla, e con tanto desiderio che già volerebbe in Roma, così vuole che dica, così l’ho detto lodando la sua santa libertà, mentre ciò che tiene al cuore non lo sa soffocare; oh! buona suor Geronima tiene virtù sicure, e però cammina assai bene.

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1688 05 09 AMBP ms. 38 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
Il martirio di coscienza che V. S. ill.ma mi descrive mi sta sì fiero nell’anima, anco per uguale esperienza, che posso dirlo più mio che suo, almeno nella dimora, perché essendogli (come spero) sinora quietato con la terminata consulta, in me perdurerà qualche altro mese finché tale avviso mi arriva, in tanto io che d’ogni tempo aspiro al suo bene riscalderò le suppliche pregando Dio benedetto e sua Madre SS.ma per la sua quiete interiore.
Lodo bensì l’eterno fabbro del nostro spirituale edificio, che per sì acute ribotte l’introduce nella magnifica fabbrica della perfezione, ove, entri pure signor Abate, che non altrimenti si edifica la casa del Paradiso; per chi incomincia tale opera il primo disegno è l’aggiustamento della coscienza non volendo dire altro la vita purgativa; ed oh! il gran bene che si deve comprendere di queste sue pressure per causa dei difetti passati e mali abiti presenti, che se tanto ci affliggono li nostri peccati ravvisti, e ben contriti solo per registrarli nel libro della Penitenza, quali pene produrranno quelle ostinate nel notamento della dannazione, o’ labor o’ dolor, per cui un’anima dell’altro mondo gridò "nemo credit nemo credit"? .
E benedetto sia Dio che circa il fatto nostro [ci] siamo ravvedute a tempo, essendo meglio piangere nel confessionario che Dio ci libera all’inferno, e però benedica V. S. ill.ma queste angustie che evitano l’eterni, e abbia al cuore questa massima nelle pressure di sua coscienza, cioè, che non si immerga tanto più del bisogno nella speculazione dei peccati, quanto nell’aborrimento e detestazione d’essi riconoscendoli causa principale di tutti li martiri temporali ed eterni, a segno che per li peccati viene ogni cosa avversa, oltre al disgusto di Dio che è il male peggiore.
Onde è che chi li guarda con vera luce li confessa più orribile della dannazione stessa, essendo questa effetto e non atto della divina offesa, oh! cosa orribile più assai dell’inferno, l’eccelso Dio vivendo fra noi abbracciò ogni oltraggio e martirio, solo il nome di peccato non sofferse, "quis ex vobis arguet me de peccato" , tale deve essere la nostra repulsa solo di difetti e non di pene e martirii, nel racconto dei quali benché V. S. ill.ma mi lacera di compassione , sento però una dolce mescolanza, godendo più che li difetti le siano tiranni che indivisibile amici.
Buona nuova signor Abate la vita si va aggiustando, mentre ciò che un tempo li piacque adesso l’affligge, accertando sicuro che non siamo più della banda loro, anzi di Dio mentre li suoi avversari pure sono nostri nemici, questa è la banda di Dio, questa è l’insegna della croce, V. S. ill.ma l’abbracci e per sempre si stabilisca in essa sotto la crocifissa bandiera, fuori della quale io non saprò più ove sia il signor Abate, lo perderò dagli occhi, non avendo fuor del Calvario né luce né vista, qui fu tra lui e me la prima introduzione per lettera, già che per causa di una sua croce la prima volta con me ebbe comunicativa, qui al seguito delle sue croci seguita la mia spirituale corrispondenza, e vorrei fosse fin tanto che questi legni l’affanni che per esser ancor verde stillano più pianti si permutano in sacri incendi.
V. S. ill.ma già sta nell’essere di questo affumicato vapore soffrendo talvolta con occhi più pene di lacrime che lume, io lo so certissimo, ma con più evidenza me lo fa sapere il Signore per più congiunture, oggi me n’occorse una, e la dirò benché fosse estrinseca.
Stavo io in atto di scrivere questa avvolta col pensiero a V. S. ill.ma, e perché poco m’affido dei miei sentimenti trasmettendo perciò tutta la fiducia nel dettame di Dio, presi una sorte nel salterio per avvalermi di qualche meglio motivo e cadde il dito nell’acclusa figurina, ma io stimandola invalida la posi in altre figlie e pigliando la seconda sorte quale accadde nella medesima figura; e che cosa è questa io dissi tramandandola altrove, e facendo ciò una, due e tre volte sempre mi accadde nella stessa con mia straordinaria ammirazione.
Onde benché in quanto alla materia ella sia di nessuna stima, io ardisco inviarle per non contraddire alla muta esplicazione d’essa, mostrando in figura che per un’anima assediata dei fieri nemici, mondo, carne e demonio, etc.; altro bastone non li porge Dio per fugarle che quello della croce SS.ma, nella quale impressione V. S. ill.ma sentirà non la mia lingua, ma la divina parola per questa figura.
Onde io mi resto perché tu parli Gesù mio meglio assai di quel io sappia o possa dir giammai. E supposto questo, stimo che V. S. ill.ma abbraccerà prontissimo la croce [che] le viene data da quello Prete suo contrario, benché io la stimo superficiale.
Si lasci affliggere signor Abate in quella parte che ha afflitto Dio ch’è la sensibilità nostra, la quale più si distrugge maggior bene edifica, e del resto non pretendendo con ciò altra cosa Dio spero non avrà offesa la pretesa, né la fama di Monsignore, poiché il demonio latrare può, mordere non già; io ieri intesi tanto questa contrarietà che per assecondare quel bene "facite is qui oderunt vos" offersi la comunione che doveva offrire per V. S. ill.ma per questo suo contraddittore, offrendo bensì per il paziente questo atto che io posso dire Evangelico se così lo riceve il Signore, ed egli il sa quanto io sento questa e ogni altra sua afflizione, e però me ne dia qualche nuovo avviso quando occorresse scrivermi per via di mio fratello, perché credo non ne sia sciente Monsignore per causa di non affliggerlo.
E ritrovandosi V. S. ill.ma in tante afflittive immergenze, a che cercarne di vantaggio scrupolizzando sì fieramente sopra la pretensione, ella in veruno conto è sua, egli pretensore di dignità, absit delle mie orecchie non che della sua persona, questo è un affare signor Abate di cui egli non è che agente, e però farà il negozio perché gliel’ha commesso Dio per bocca del suo Pastore, e quando sarà finito chi sa a qual Giuseppe sarà conferito, egli non sa che nostro Signore dice "diliges proximum tuum sicut te ipsum" .
Onde solo per tal pretesto lo deve procurare con quella diligenza come se fosse per se stesso, e il resto vada via, si quieti per tanto, né indaghi per disturbi di quelli [che] le manda il Signore, ed io non so come Roma, madre di tanti dislacci, ove dimora colui che scioglie per delle colpe l’anime, sia divenuto per lui e mio fratello un labirinto di scrupoli e nodi indissolubili, a segno che la posta ne porta un giacco sì lungo che non finisce mai, oh! la gran nebbia che nell’uno e l’altro ammiro.
Leggo la lettera di mio fratello e resto confusa, mi giro alla sua e vedo peggio tempesta, rientro in me stessa e parmi non vi fosse peggio della mia; ah! dunque signor Abate questa che è clima che corre; oh! universale tempesta, mio fratello oggi mi scrive, quanto V. S. ill.ma sta afflitto per li disturbi della sua coscienza, dandomi per altro avviso dei suoi per la medesima cagione, per il che non potendo io far altro esclamerò ai piedi di Dio per queste loro guerre mute "da pacem Domine in Diebus nostris quia non est alius qui pugnet pro nobis nisi tu Deus noster" , così V. S. ill.ma anco invochi per me la stella del mare, acciò dia sicuro a questa concussa nave nel porto immenso dell’eterna fruizione.
E circa il punto della mia comunicazione con V. S. ill.ma in quanto a me stessa non vi ho difficoltà nessuna, anzi per una mia le dissi che era pronta non solo d’avvenire ma a ridire il passato etc.; ma ora che V. S. ill.ma mi domanda se mi è arrivato l’ordine di Monsignore e Padre spirituale per effettuarla, io avverto a ciò che non avevo pensato, cioè, di non poterla effettuare senza la loro licenza, già che sinora non la tengo né dell’uno né dell’altro, né mi sento animo anzi ripugnanza di chiederla, e però che importa signor Abate lasciamo il tutto come sta nelle mani della divina provvidenza, nella quale lascio e riverisco V. S. ill.ma con salutare mio fratello, come fanno mia madre e sorelle, ringraziandola per fine con ogni incredibile gratitudine della continuazione mi dà dei suoi santi sacrifici, come io benché indegnamente fo per lui continue orazioni.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 9 maggio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


P. S. Signor Abate oramai mi moriva la Nanna ma non la vera, arrivò alla morte con una gravissima infermità, ma ora sta meglio e riverisce V. S. ill.ma promettendogli emenda giacché Dio la castiga.

Indice delle lettere

 

1688 05 12 AMBP ms. 39 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
Ricevo una di V. S. ill.ma sotto li 10 d’Aprile, e vedo che nostro Signore le fa grazia d’esprimere in poche parole più di quello [che] descrive, o pure la fa a me di penetrare in esse quello avanzo che resta, ma di qual maniera fosse, benedetto sia Dio che di tal sorte regala l’anime nostre di quel(lo) occulto bene che arreca la croce, e il suo presente sarà di tal condizione che verificherà quel detto del santo Evangelo "Nihil occultum quod non scietur" , perché verrà pure quel giorno che V. S. ill.ma conoscerà quanto tra essa va bene e quanto senza quella andò male; ed io per me se conoscessi tal sorte (quale è quella che a lui ha recato la croce) in tutte l’avventurate del mondo le chiamerei più felici per questa che per tutte li godimenti loro, già che quelli sono miele nell’atto e veleno in futuro, e quelli di Dio nell’uno e nell’altro di gusto e prezzo più caro, così hanno detto li Santi e l’esperimentate di Dio, dicendo d’esso "crucem amaram suis amantibus dulcoravit" .
Oh! dolce assenzio nettare a chi lo prova, V. S. ill.ma però si consoli di quella parte Dio gliene dà nel suo amareggiato interno e di quella li nega, dandogli in giusta tempra se affanno pure qualche misto contento, tra le quali non è meno gradevole di quelli si fossero amare l’affettuosa assistenza del Padre M. Comandi così disposto da Dio per la riuscita del negozio, cosa appresso me di tanta stima che io prima ne vivevo confusa, ma adesso ne ho risalito l’animo vedendo che per quello Dio li prepara per ricompensa, egli resterà più debitore che creditore in questa occorrenza, né io so dire quanto a tutta forza gliela procuro della sua pietà tenendola al suo cospetto indivisibile con V. S. ill.ma, e mi perdoni se per questa volta ardisco salutarla, poiché oltre allo stimolo che non mi dà contegno, spero che se egli indignerà il mio merito non spregerà il mio nome essendo di quel Crocifisso Dio che non ricusa me nel numero dei più indegni peccatori.
Monsignore ill.mo in questa sua ultima lettera mi ordina che comunichi l’occorrenze del mio interno con V. S. ill.ma unitamente con mio fratello; onde io per questo comando e mio proprio incursivo farò d’avvenire la santa obbedienza, e per quello [che] tocca al mio Padre confessore sopra tale materia, già che V. S. ill.ma mi [ac]cenna il suo concorso vedrò come può sortire, benché spero andrà il tutto bene volendo così il Signore per volere di cui noi siamo state in un stato, che il nostro monastero si ha potuto dire più ospedale che chiostro, benché adesso per la benedizione speciale ci mandò Monsignore, e ricorso abbiamo fatto alla Colomba Rosata sia alquanto migliorato; di Pasqua sino adesso si sono così atterrate le nostre sorelle che a quattro e tre per giorno hanno preso il santo viatico e le poche che servono, che sono cinque, sono quasi cadaveri.
Oh! che oppressione signor Abate di notte e di giorno, Iddio benedetto solo ha lasciato intero lo strumento di tale conflitto, che sono stata io unicamente non osservata dal medico, e ne domanda incredulo per non dire turbato chiamandomi la nemica del medico, ed io non so sopra qual occulto giudizio di Dio egli mi affligge più che con mille infermità con questa immutabilità di salute non potendo il mio uccellino sperare libertà in una sì intera gabbia.
Ad ogni modo sapendo certissimo che questo punto verrà, dirò per tutte alla vera viatrice del cielo Maria Signora nostra "sic Domina tuam nobis infunde clementiam ut devote in Domino moriamur" ; in tanto io aspettando li suoi avvisi con straordinario desiderio essendo tempo di sentire il principio del negozio, la riverisco per fine come fanno mia madre e sorelle, che si raccomandano assieme con me ai suoi santi sacrifici.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 12 maggio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1688 05 18 AMBP ms. 40 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
Che io possa leggere l’ansie di V. S. ill.ma sopra il suo ritorno e quiete di sua coscienza con mente serena non è cosa che la possa, poiché l’uguale pariglia ne provo e tutto ciò che sa il Signore me lo rende impossibile.
Lodo bensì le dolci risoluzioni di Dio sopra l’anime nostre tanto propizie alla nostra perfezione, nella quale non è dovere che il discepolo vada sopra il maestro, volendo delineare un mostro sopra il suo designato sgrafito, questo fanno li nostri imperfetti voleri sopra l’alti disegni di Dio, quando non assecondano la direzione di quelli, e ciò io dico a me stessa per il gran bisogno [che] ne tengo, perché come mai sento parola che a questa verità m’induce, ed essendo per altro tirata al contrario fo come si suole dire (il giumento porta la paglia e il giumento se la mangia) così io in tale stato, io parlo ed io mi sento, e Dio volesse che l’anima mia non fosse più stolida di questo, e però V. S. ill.ma già che di tal bestia un tempo ne fu domatore e indirizzo adesso non la carichi più di quello può portare, due sole parole io non posso sentire e mi fanno di smettere la carica, quando egli dice che sopra di me non ha autorità nessuna quasi mai vi fosse stata.
E quando dice che crede impossibile il negozio, sia per amor di Dio quando parla in questo modo, io il primo perché tocca a me lo soffro, già che non lo meritai né lo merito, ma il secondo perché tocca a lui e può nuocere al negozio non voglio più sentirlo; V. S. ill.ma non sa che la porta della grazia è la speranza di chi la spera, perché dunque sì fiaccamente confida, se non vi fosse costituita media la regina di ogni grazia si potrebbe temere negativa, ma essendovi il mare come si può dare seccaggine.
Signor Abate si emendi e dica anche in ogni mal termine "si occiderit me in ipsa sperabo" , e dico mal termine, non che realmente vi fosse, ma in apparenza come avviene all’infermo in una comunione descrisse vedendosi morire in quel punto che si vede risanare, aspettiamo il male sì, ma non per differenza, anzi per accingere maggior forze alla costanza, io lo so dire ma non lo so fare; ma V. S. ill.ma scrivendomi oggi, senza l’uno e l’altro mi fa sbigottire, a segno che prima di scriverle qui ho replicato per me le suddette parole, si occiderit me in ipsa sperabo, e lo dirò parimenti per tutti li sconfitti di sua assenza, già che a gran prezzo la fa gustare il demonio.
Io se sapevo, che questo mostro d’inferno si voleva tanto dispiacere della partenza per costì di V. S. ill.ma, avrei prima di consigliarla esclamato a gran voce "subvenite sancti Dei, accurrite Angeli Domini" bisognando tutti li Santi e Angeli del cielo per cacciare tutti quelli dell’inferno, già che hanno ridotto sì penosa questa sua uscita come quella dell’anima; ah quanto è vero! V. S. ill.ma per merito ed io per loro vendetta lo provo, subvenite (dunque diciamolo adesso) sancti Dei accurrite Angeli Domini non solo per prestare aiuti, ma ad onta del maligno più affanni, più tormenti, maggior martirii, poiché per tanto bene quale oggi vedo e pretendo non cesserò di dire "plura Domini plura" , e fin all’ultimo respiro fiat voluntas Domini, e assieme con me V. S. ill.ma non [si] stanchi di dire il medesimo, che oltre al gusto ne sente Dio deve incoraggiarsi con la fugacia del presente affanno, in cui sì come è passato un anno, così passerà il resto del tempo, nel corso del quale mi faccia piacere e lo farà al Signore di non lasciarsi mai sottomettere di qual si sia estremo, temporale o spirituale.
Tiri sempre alla banda contraria della estremità viziosa pensando alla bontà di Dio nell’atto di confondersi e al suo tremendo rigore in quello di presumere, se V. S. ill.ma avesse così operato, non saria dato in quella estrema mestizia che mostra la sua lettera benché brevissima; che io tal volta fossi stata presente e in stato di poterlo fare veruno momento l’avrei lasciato in casa per condurlo di esalo in risalto, ma meglio tardi che mai facciamolo adesso col grato divertimento della mia innocente Crocifissa, figlioletta che nacque con mio singolare contento, e non sa niente signor Abate che Monsignore la vuol fare monachella ma io non li dico il luogo, perché V. S. ill.ma non vi assenterà essendo troppo indegno, benché la medesima indegnità compete al nome di Crocifissa, dovendosi ai crocifissi la viltà del Calvario, di cui non è meno abietto per esservi io il nostro monastero.
Io sto a vedere come lui si porta in amare la mia Crocifissina, che se non la tratta bene io lo renderò al suo Decuzzo, né si parla del nostro comune Cicuzzo, perché è il cuore di tutte essendolo di Monsignore, Iddio e sua benedetta Madre per mille anni li felicitano e conservino, come io con tutto l’affetto prego e desidero, e per fine avendo augurato felice le sante feste di Resurrezione a nome di V. S. ill.ma alle nostre sorelle, loro umilmente e con ogni affetto la ringraziano, pregando Dio le dia mille altre future [feste] maggiormente felici, ma non in Roma, ma in Girgenti, così unitamente hanno risposto e continuamente pregano e più di tutte mia madre e sorelle che con ogni particolarità riveriscono V. S. ill.ma di cui io resto.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 18 maggio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1688 05 18 AMBP ms. 41 / 88 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padre e Padrone osserv.mo.
Le due stimatissime lettere di V. S. ill.ma, sotto li 13 del corrente e 14 del medesimo, mi portano quella solita consolazione che io straordinariamente sento nell’avvisi di sua buona salute e di tutti codesti miei signori, compare, comare e figlioletti, ai quali di uno in uno riverisco particolarizzando sempre la mia, rallegrandomi che porti da religiosa la faccina come spero porterà li costumi per essere dal gran monarca Dio sposa e regina.
Né io so desiderarle posto più sublime mentre a questa destra di Dio si prostrano per adorarla tutti li scettri e corone imperiali, Iddio a questo alto disegno faccia crescere la mia bambina per sua misericordia, per effetto della quale pure mi consolo, che il signor Abate sia sortito in quello giolivo affanno, che per essere in bene della sua coscienza, quanto prima si convertirà in gaudio, io l’invio l’acclusa intendendola sempre comune con V. S. ill.ma, e mi rallegro parimenti che il buon sacerdote D. Calogero, per Roma inviato in questa ora sia arrivato, portando quella consolazione al signor Abate che lo consolerà spiritualmente e temporalmente, questo bene io pure prego di vantaggio per V. S. ill.ma, alla quale riverendo umilmente come fanno mia madre e sorelle la prego con esse della santa benedizione.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 18 maggio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1688 05 19 AMBP ms. 42 / 88 copia

A Mons. Giuseppe Maria Rini, Abate, Vicario Generale di Girgenti.


Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore Padrone osserv.mo.
Sensi sì mesti quali V. S. ill.ma mi esprime non possono effettuare in me che un eco di maggior dolore, ed io volentieri lo farei su questo foglio anco per proprio sentimento, se la carità che "non quaerit quae sua sunt" non lo proibisse per non arrivare all’afflitta afflizione; questo ella generalmente comanda, ma per V. S. ill.ma con più particolarità per non esservi di tal mestizia veruna cagione, anzi io ve lo conosco allegrissimo per l’effettuato aggiustamento della sua coscienza, per la quale tre bontà bisognano, cioè, bontà nel penitente confessando con le dovute circostanze le sue colpe, bontà nel confessore di spirito e dottrina, e bontà nell’offeso che l’ha da perdonare, e tutte tre io grazie a Dio le conosco nel caso nostro, in V. S. ill.ma non ne dubito, che li suoi sensi lo testificano, del suo confessore nemmeno sapendolo pure per sua relazione, e soprattutto dalla pietà dell’offeso.
Resto certissima mentre a capo di tanti anni per perdonarla la cerca non che sdegnato lo ricusa, e supposto questo qual angustia sarà bastante per affliggere un’anima dopo una sì santa ripurga, che poi vi siano per purificazione della stessa più e più tormenti questo è il miglior segno di un’anima risorta da morte a vita, perché quella finta pace che lei gode tra li più trafiggenti aculei dei suoi ostinati errori, la dichiara quanto insensibile a questi tanto morta ed estinta agli stimoli della sua emendazione, non sono (io dico) li nostri peccati e suoi inevitabili rimorsi li più profilati tagli dell’anima, da che lei li commette certo che sì perché dunque nell’atto non li patisce, non li sente e nel confessarle ne soffre martirii.
Ah! quanto è vero signor Abate, che allora ella è morta e come tale, fiamme e inferni, e rimorsi ed equulei di niente più si duole fino alla sua spirituale resurrezione, nella quale risorgendo con l’anima ogni giusto sentimento; oh! come il tutto si permuta in meglio, il dolce in amaro, il riso in pianto e l’inferno in Paradiso, pianger dunque devono coloro che queste doglie non sentono, perché in tale insensibilità di morte "veniat mors super illos", e prima di morire "descendant in infernum viventis".
Liberaci Dio (dice il Chirurgo) di piaga che non duole, né dico altrimenti per V. S. ill.ma benedicendo questi tempi nei quali l’anima sua duole, era meglio forse quello quando egli invide ciò che adesso riconosce e piange, "Vae tempore illi in quo non amavi te" , occhi che dormono, né piangono, né vedono, ma ora che le sue chiamate alla luce e alle lacrime, si dia se non il buon giorno per essersi destato tardetto il buon meriggio, cercando io nel mezzo dei suoi anni "ubi cubes in meridie" .
Qui signor Abate, giusto nel mezzo per V. S. ill.ma si trova, e però non vada estremiando con tanti scrupoli per dove pare, a me il demonio procura guadagnare ciò che non parrà con la rilassazione, ne meno si estremigia con l’elezione di suo stato fuori di quello, ove nostro Signore l’ha chiamato ch’è il presente e futuro, vada qui giusto nel mezzo fuori di claustro e mondo che troverà Dio sicuro.
Io per me quando scrivo a V. S. ill.ma vorrei mille lingue e penne, per corrispondere all’abbondanza del sentimento, ma perché una non basta restringo il tutto con dire che un succido drappo a tre varie accidenti sta soggetto, benché solo il secondo è sicuro; primo, se entra ed esce dall’acqua senza le misure e fregature atte a purgarlo, egli ne resta più fetido di prima; secondo, se con questi si confrega bene nell’acqua diviene purissimo; terzo, se tanto tra l’acqua si ristrega e bagna facendolo più del bisogno, fra breve si logora buttandosi per straccio inabile a servire, tale veramente è la limpidissima fonte della sacramentale confessione, ove se il succido drappo dell’anima nostra si lava senza le fregature e misture delle dovute circostanze, egli diviene più impuro di prima riportando sacrilegi in vece di scaricare peccati, se poi con esse si adopera si purifica quasi neve comunicando la sua purità, tale lavacro secondo la nostra disposizione, e per ultimo se tanto superfluamente si adusa senza mai finire di confrigare e rivolgere le proprie inquietezze l’umano sacco si succide, e logorandosi oggi per non poter sussistere e facendo buca domani per insufficienza alla fine rilassa tutto, o per pazzia, o per disperazione, ed ecco il terzo come il primo male.
Ah! dunque in che mali passi vanno li scrupolosi, non meno sdruccievoli di quelli più lubrici di qual si sia peccatore, revertere però revertere io dico all’anima sua né tanto fuori, né tanto dentro che giusto nel mezzo cammina il Crocifisso, dietro l’orme di cui io istrado giorno e notte li passi di V. S. ill.ma, e li vorrei sì santi che ardisco dire come giusto li formò il medesimo che disse "estote ergo vos perfecti sicut et patre etc." .
E del resto di sua persona che nuova vi è signor Abate, io non so come la sento, patisce forse novità nessuna, ah! quando io sento tante ansie sopra il suo ritorno come mi si intimidisce il pensiero, dubito (che mai sia) che prima di ritornare egli in Girgenti, qualche sua antica passione non faccia in lui ritorno, che se questo succede io non voglio trovarmi viva, ma se anche vi è ritornata al presente V. S. ill.ma chi me lo dice, non mi dice il cuore, e però bisogna soffrire questo velo di morte, questo dubbio di amarore, io non cerco altro in questo che il servizio di Dio e bene dell’anima sua con l’intervento, bensì di qualche mio conforto già che nell’uno e l’altro grandissimo lo sento.
E non mi è stato meno grande quello [che] ho sentito nella ravvedenza di quel Prete contraddicente di V. S. ill.ma, io di ciò mai ne presi fastidio stimandole baie di quel nemico che se non compra, patteggia; Iddio le confida in tutto il resto ove consiste il nostro maggior profitto, e però attendiamo signor Abate a fortificarci nelle più periclitanti passi, ove più proclive e propinque si piegano le nostre passioni, ne io mi pento di averle detto in una mia passata "homo cum in honore esset non intellexit etc." , benché al presente di simile dignità lo conoscessi fugace non che aderente perché se l’umana provvidenza racchiude nell’estate il carbone per l’inverno, e in questo per l’estate la neve, così quella di Dio dispone l’anime per ciò che è d’avvenire, e sarà mio invariabile costume il parlarle sempre d’umiltà anco nelli posti sublimi, "calida frigidis curantur" .
E per fine V. S. ill.ma scusi il confuso fascio di tante mie parole, perché come che sono sotto manto di poco lustro affascio il tutto senza distinguere né erba, né lavore,(1) e la prima carità [che] le domando è il pregare Dio per il resto dei miei sentimenti, tra le quali non è il minimo quello mi cagionarono le sue parole dicendomi che non l’abbandoni, e nello scriverle non li risparmi tempo.
Io tempo, signor Abate, io affanni, cruci e morte per V. S. ill.ma, non mi dica più questo, che quando si tratta di compiacere anche per una mosca darei la propria vita, e morrei sopra le carte se di esse si utilizzasse una piccola formica, e di questa ultima sua io resto si fieramente partecipe delle sue lastime, che butterei questa penna per non poterne con essa formare equivalente rincontri di compassione, "Domine (però dico sotto crudo boccaglio di tal insufficienza) vim patior responde pro me" .
E spero il farà, comunicando a V. S. ill.ma più copioso conforto di quello io sappia desiderare, con che ringraziandola infinitamente di tanta sua carità conferita a mio fratello nel pranzare con esso, non posso restare di godere anco per la stupidezza di quello avendo egli avvisato questo convito, come per un spettacolo di sua vita unicamente occorso, e mi disse che V. S. ill.ma lo trattò con modo tanto secondo il suo gusto particolarmente licenziando dalla mensa più persone di servizio, che mai sarebbe stato in tal modo se lui stesso l’avesse ordinato, in somma non sa dire quando li vive bene, godimento non solo per me ma per impegno di tutte sua.
di V. S. ill.ma e rev.ma, Palma a di 19 maggio 1688

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


(1) "Frumento".

 

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