Ritorna ad Isabella

Torna ai Tomasi

Torna all'Home Page

Torna all'indice delle lettere

 

1680 06 20 AMBP ms. 79 / 80 copia

Al Padre [Don Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma..

 

Jesus + Maria

redevami abbastanza desolata per la privazione del mio richiesto ritiro, ma ciò per il mio demerito fu poco, poiché maggiori mortificazioni mi avvennero per causa di quel che V. R. comunicò alla madre Abbadessa, cui comprese forse qualche mia alterezza mentre in chiederle ciò mi servivo di ambasciatore, e a tale giudizio le fu facile per ciò che ha occorso questi giorni, nei quali il Demonio ha stato sulle chimere.
Onde mi parlò in modo che quantunque me il concedesse, io lasciai tale risoluzione, poiché le parole mi davano la concessione, e li sentimenti la negazione, oltre che mi parlò circa due ore di notte quando era fatta la cena, nella quale si costuma in refettorio fare simili richieste essendo per questa mia tale dimostrazione più che necessaria per dare a conoscere alle sorelle la causa del mio ritiro acciò non lo giudicassero singolare. Onde per tali ed altri impedimenti mi resto pentita di averlo trattato non che di non averlo attenuto, che se Dio mi vuole confusa cui mi toglierà di vita così esasperata, e devo dirlo, poiché per ogni moto che fo per aiutarmi mille lance mi pungono; onde bisogna morire immobile in tanto affanno senza aiuto divino et umano, il che mi presaga un eterno sospiro e un anticipato inferno.
Questo polisino non sarà per altro che per dare conto a V. R. del mio tralasciato ritiro, il quale mi si è cambiato in tormento, poiché buono era per me il tralasciarlo per S. Obbedienza, ma essendo sortito così non so attribuire se a Dio o al demonio il motivo, V. R. preghi Dio acciò non mi butti in qualche abbattimento, mi benedica.
Palma a di 20 giugno 1680

sua indegna suddita
Maria Crocefissa della Concezione

P. S. Prego V. R. che stracci, o tenga secreto questo bigliettino.

 

Indice delle lettere

 

1680 06 24 AMBP ms. 50 / 80 copia

Al Padre Don Gio. Battista Bartolotti, Teatino.

 

Jesus † Maria

olto rev.do Padre e in Gesù Cristo socio nel Calvario.
Benedette mani di Dio, benedetti quei colpi del Cielo che a mio fratello ruppero l'osso, e a me divisero il cuore, sentendo io in questo accidente una percossa mortale, con tutto ciò Padre mio siamo rimaste per la grazia di Dio intere e for-tissime nel suo divino volere, e gloria fu la nostra che meglio si dividesse l'osso che la nostra volontà del nostro sommo bene. Onde siccome V. R. fu alla pena così contribuisca alla lode, cantando meco verso Dio questa dovuta canzone "laudare te debeo Deus meus in prosperis quia consolasti: in adversis quia castigasti, e in tutto, sive vivimus sive morimur Domini sumus",(1) perpetuandosi in ciò la gloria del nostro petto, e la corona del nostro capo, il quale io curvo e umilmente chino.
Primo ringraziando Dio di sì amaro e dolce donativo, e dopo V. R. così prodigo e largo della sua carità, di che mio fratello è restato ben sazio, ed io parimenti ne rimando al fondo, quasi insufficiente di bere tanto mare di favore.
Onde siccome egli si edifica della tolleranza del mio povero infermo, così io ammiro la gran carità del suo fervoroso infermiere, bollendo nel suo affetto ogni suo sostento, sicché io confusa d'ingoiar tanto gran sorso lo riporterò si pieno nella nostra cantina della carità del Signore, acciò lui lo divinizza e mischia col mosto del suo amore, ubriacandone sino al sonno l'anima di V. R., nel quale aggio di pace, eletto di quiete si tolga V. R. da quelle zanzare di fastidio, che col suo aculeo e mormorio vogliono darle a credere che non da gusto a Dio, il quale consiste in un voler puro non offendere il Signore, cui è il capitano della milizia spirituale, nella quale che importa se sono bisbigli e rumore come lo fanno le nostre depravate passioni, basta un dire, all'armi, un dire (non voglio) assentir all'assalto, per far gloria al nostro Re, e scorno ai nemici, che poi segua sangue che si infieriscono li colpi con formidabile scaramucce tutto ciò a più gloria segue, dimostrando invitto il combattente che tanto osta a si formidabili eroi, alle di cui cicale e ciance si abbia gran scherno, perché sono più trombe che lance, cagionando a chi non vuole più rumore per verificare ciò che lui disse, "militia est vita hominis super terram",(2) altrimenti senza esse non sarebbe guerra ma sonno, e gli uomini non soldati ma dormiglioni, gravandosi in esso lungi dal Cielo li miseri mortali, come ad esso io lo provo che mille sproni non bastano per destarmi da mio misero sonno.
Ohimè, ohimè "usquequo piger dormis?",(3) diami oh! Padre una scossa una botta con le sue sante orazioni, come per carità farà calcarmi delle sue devote figlie spirituali, delle quali io bacerò quei piedi che desta a Dio si pigro cuore, ed io benché misera farò il medesimo, non per questo ben si che non bisogna, ma per aumento di loro maggior salita, benché per la nostra suor Maria Agata le mie orazioni sono più impiccio che sprone, correndo lei verso Dio con quelle due ali di obbedienza e penitenza come V. R. mi avvisa, essendo queste due sorte di astinenze spirituali e corporali, che astengono l'una la volontà, l'altra la carne.
Sicché priva l'anima di si onerose salme, vola dimagrita e volubile al suo Creatore, ed oh! santa astinenza che così agiliti l'anima al santo amore, così volano a Dio oh! Padre le sacre colombe, come credo salirà la nostra sorella, facendo volo colà ove dimora il suo divino colombo, nel di cui nido farà cova di più anime, ed io mi contenterei essere di si santo nido una vilissima paglia, poiché per fare il nido anche il loto bisogna, ma non presumendo di più nel mio niente mi annidi, abbracciando questa colombella per socia del Calvario, ove seco Gesù riposa e regna per li due altri infermi, parimenti ricevo il suo comando, dispiacendomi sino al cuore il di loro affanno, e non trovando chi meglio li do per compagno il Crocifisso, a coppia di cui non prevale ne malizia ne danno, soggiungendo della seconda che io farei pregiudizio al suo Padre confessore, se nel darle sicurtà di essersi confessata bene riportasse più credenza di quella che a detto Padre si deve.
Stia dunque ai suoi detti, essendo per tutte la santa obbedienza la vera scorta del vero e sommo bene, e il rimanente se lo trova di croce lo stringa l'abbracci come a letto del Signore ove lei parimente seco giace, stimandosi più che Regina mentre tra li spasimi riposa "inter brachia redemptoris",(4) e tutto ciò seriamente scrivo dopo la mia inutile orazione, fatta per le suddette e V. R., a cui di cuore riverisco e supplico a compatire la mal qualità di queste poco assentate righe, essendo formate in stato che mi domina una forte febbre che mi fa cadere la penna dalle mani, onde lasciandola ai piedi della nostra Madre SS.ma a sua riverenza domando la santa benedizione.
di V. R., Palma a di 24 giugno 1680

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "ti devo lodare o Dio mio, sia nelle cose favorevoli perché mi hai consolato, sia nelle cose avverse perché mi hai castigato, e in tutto, sia che viviamo, sia che moriamo, siamo sempre del Signore";
(2) "Gb. 7, 1 "è una lotta la vita dell'uomo sulla terra";
(3) "fino a quanto o pigro dormi?";
(4) "tra le braccia del Redentore".


Indice delle lettere

 

 

1680 07 05 AMBP ms. 51 / 80 copia

Alla Signora D. Anna Maria Oldovino, novizia.

Jesus † Maria

arissima in Gesù Cristo sorella.
Non è come V. S. dice essa la serva, anzi io la sua schiava e in Gesù Cristo indegna sorella, e ciò per molti capi, poiché siccome la servitù di mia zia in lei è molto antica, così produce la mia più vigorosa e novella, ma cessano questi titoli che alla fine sono umani, e vivono tra di noi quelli santi e divini, quali sono li vincoli di carità che con Gesù ci stringono. Queste sono mia sorella le maglie di eterna lega, e non quelli nodi se o frali, che ci allacciano al duro giogo delle tirannie mondane, che per soffrirle vi bisognano forza di bue e non di umano cuore; sicché se le forze mancano, più vengono meno per soffrir tanti affanni, e senza premio alla fine, che per portar di Gesù li suoi soavi giochi, con la promessa di più di eterni guiderdoni, e se lui per portarlo a nostro esempio si scorticò le spalle anzi tutto il corpo SS.mo di sorte che, "a planta pedis usque ad verticem capitis, non est in eo sanitas",(1) perché dunque noi saremo più gentili, serbando tutte le nostre forze per quelli duri bastoni che nel mondo non cessano, come ognuno se ne duole.
Carissima sorella io mi rallegro di vederla fuori di tale tirannia, e a coppia di Gesù portare quella trave ove pende quel grappolo d'uva della terra di promessa, il quale parmi fosse figura della santa religione, la quale benché pesa non è più che in via, poiché gia all'arrivo si vede essere stato quel peso di una dolcissima, che nel seder chi la porta l'assaggerà gustando di essa in una gloria beata.
Onde ella portandola assieme col suo sposo stimi ogni incontro di amarezza un graspo di questa uva, la quale benché pesa è soave quantunque ancora sia agreste, e al fare delle vendemmie sarà sua eterna dolcezza.
Carissima mia sorella tanto ben io le mostro, acciò essa scelga cui delle due l'aggrada, se Dio o il mondo, mentre io benché misera pregherò il suo meglio sperando dalla nostra SS.ma Madre, come ancora farà per il Signore suo fratello, e per fine ai piedi della medesima Regina me la stringo al cuore, come fo alla mia cara Gesualda, a cui non cesso di giornalmente salutarla nel nostro segreto camerino del SS.mo costato, V. S. le dica che qui mi cerchi e sicuramente mi trova, e da mia parte domando a mia zia la santa benedizione.
di V. S., Palma a di 5 luglio 1680

serva e sorella in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione

P. S. Supplico V. S. a tenere segreta questa lettera, per cagione del mio ritiro essendo per la servitù che le professo solo a V. S. singolarmente dispensata.

(1) "dalla pianta del piede alla sommità del capo, in Lui non c'è niente di sano".

 

Indice delle lettere

 

1680 07 22 AMBP ms. 52 / 80 copia

Alla Signora Principessa di Castrorao e Buccheri.

 

Jesus † Maria

cc.ma mia Signora in Cristo sorella.
Scusi mia signora se sono stata tarda e sarò breve a rispondere alla benignissima di V. E., data al primo di luglio e capitata a me circa due settimane, poiché mi trovo in un totale ritiro di questo esercizio solo per la sua persona di rado dispensato, e ciò per la servitù e carità [che] le professo, stimandola per la prima come a mia padrona, e per la seconda come a mia sorella nell'amor di Gesù accettissima e cara, ed essendo così sento le sue amarezze per li più acerbi assaggi del mio cuore, ma per la sua causa dolce come il miele, poiché se Giacob per ottenere Rachele soffrì di affanno due settimane intere, come sarà grave, una pena più minore per la santa religione, la quale non è come quella sterile, ma fecondissima di ogni terreno e glorioso bene, io prevedo in essa tanta gloria e tanto avanzo che ne preconizzo il desiderio ancorché non si venisse all'affetto, oltre che queste amarezze di V. E, la stanno straccando di colui che con suoi pochi buoni portamenti anche la stacca dal mondo.
Onde con una sola opera fornisce due impieghi, quale Dio gliele perfezioni santamente come io desidero e sto pregando a Dio Signore nostro e sua SS.ma Madre, e parimenti per quel devotissimo sacerdote a me raccomandato, pregandolo assieme con V. E. che mi partecipano l'utile delle loro sante orazioni, mentre ai piedi della SS.ma Madre la riverisco umilmente, come fa la madre Abbadessa e precisamente mia madre e tutte le mie sorelle.
di V. E., Palma a di 22 luglio 1680

serva umilissima
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

 

1680 07 24 AMBP ms. 53 / 80 copia

Alla Signora Principessa di Castrorao.

 

Jesus † Maria

cc.ma Signora in Cristo sorella.
Ancora io signora sono stata più mesi priva delle sue desiderate novelle, benché la sua croce mi avvisa che ancora li suoi infortuni stanno in procelle, sopra le quali naviga salita sulla nave di questa croce amarissima, pazienza signora questa vita così si scorre remingando sull'onde questa barchetta del Signore, ove lui si confisse per navigar sopra essa l'arcipelago della sua passione, passandolo felicemente ma dolorosamente a vele gonfie del suo divino amore, dietro cui mia sorella se vuole il porto si parta, che l'avrà glorioso con si divina scorta, ai di cui passi io benché pigra aspiro, bramando essere di nome e di stato Crocifissa; onde lei non mi escluda dal suo navigar tranquillo, mentre lo pretendo fuor di questo mondo, poiché navigli e culture, non si possono accoppiare.
Onde bisogna lasciar la terra, l'effetti terrene chi vuol salire presso Cristo in si glorioso mare, e mentre l'aura soffia e spira, su montiamo presto mia cara naviggera, "Spiritus, ubi vult spirat",(1) adesso per qui ci mena la divina ispirazione, soffiandoci fuori del mondo questa gran tramontana, ma non senza fluttui di contrarie procelle, quale si solcheranno con la direzione della stella del mare, Ave Maris Stella, chiamandola nelli più perigliosi scompigli della nostra navigazione, in cui la lascio, rassegnandogli, Cristo per guida, la croce per nave, e Maria per tramontana, toccando a lei il gran timone della sua invitta pazienza, con che non dubito che navigherà assai bene, e mentre lei sale io al lido mi resto, dicendogli a Dio con profonda riverenza.
di V. E., Palma a di 24 luglio 1680

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

P. S. A cui umilmente riveriscono mia madre, sorelle e madre Abbadessa bra-mandola con tutte del Monastero per abbracciarla e servirla di presenza.

(1) Gv. 3, 8 "lo Spirito dove vuole spira".




Indice delle lettere

 

1680 07 24 AMBP ms. 54 / 80 copia

Alla Signora D. Geronima Tomasi.

 

Jesus † Maria

arissima Signora zia, ricevo la cortesissima lettera di V. S., e a misura della sua infermità è stata la mia afflizione, compatendola tanto, quanto ne prego Dio che almeno le mitighi tanti suoi dolori, ringraziandola in tanto dell'avviso mi da della sua prudentissima disposizione, quale essendo come dice non può essere conveniente e secondo la ragione.
Di che io mi rallegro, assecondando in tutto il gusto di V. S., a cui esorto alla pazienza, poiché senza essa nessuno ha trascorso bene questa misera vita, nostro Signore la consoli almeno le dia tanta fortezza questa sarà sufficiente per portar con merito il suo divino volere, ed io benché indegna pregandoglielo perfettissimo termino brevemente stante il mio duplicato ritiro, poiché oltre a quello della santa quarantena di nostra Signora, il mio consueto sopra il lettereggiare è strettissimo, che solo la sua autorità mi ha dispensato tale decreto, ma già che ogni cosa sta bene io anche do fine, domandandogli ai piedi della SS.ma Madre assieme con mia madre e sorelle la santa benedizione.
di V. S., Palma a di 24 luglio 1680

servitrice e nipote
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. A cui soggiungo che è stata pena del mio cuore la estrema doglia della signora Baronessa per la perdita [che] fece della signora D. Anna, ne so di cui dolermi più se della morte d'una o se dell'amarezza dell'altra, facendone in somma di ambedue un sentimento di gran dolore, con che mi condolgo con la signora Baronessa pregandola a volersi dar conforto col volere del Signore, lui così volle togliersela nel meglio tempo che noi possiamo sperare se l'abbia condotto in Paradiso, io siccome le fui serva in questa vita così voglio esserle nell'altra, e quanto non la seppe servire con miei servigi, la servirò con suffragi. Intanto la mia signora cugina si consoli pensando che questa vita è tale, che solo cui muore si può dire che vive, V. S. l'insinua ciò da mia parte, e me la saluti come fanno mia madre e sorelle, domandando di nuovo la santa benedizione.

 

Indice delle lettere


1680 08 03 AMBP ms. 55 / 80 copia

A Mons. [Francesco Maria Rini], Vescovo di Girgenti.

Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore e Padre in Cristo.
Con molta mia consolazione ricevo la benignissima di V. S. Ill.ma, e dico per essa che in me saria molta fievole la memoria della sua persona, se solo con le carte si ravvisasse, quando ella indelebilmente dimora in quella profondità del mio affetto ove Re primario regna il mio Signore, stimando io la persona di V. S. Ill.ma come quella di Dio e non altrimenti.
Attribuisca dunque egli il mio silenzio a mancanza di occasione e non a freddezza di mente, godendo io tra tanto in darle quel riposo che tanto glielo negarono quei passati avvisi circa le due sorelle, delle quali si è fatto silenzio non perché le loro tenacie non seguissero alla peggio, ma perché si riconosce irrimediabile il caso.
Onde si attende a soffrire come vera croce mandata dal Cielo, da dove si procura con calde preghiere se non il finale rimedio, almeno vera pazienza, come spero ci otterrà la efficacissima orazione di V. S. Ill.ma della di cui buona salute restando io per fine consolata, prego Dio e sua SS.ma Madre che gliela conservi felicissima assieme con quella dei signori suoi nipoti, delle quali ricordandomi serva assieme con mia madre e sorelle le facciamo umile riverenza, domandando unitamente a V. S. Ill.ma la santa benedizione.
di V. S. Ill.ma e rev.ma, Palma a di 3 agosto 1680

[umilissima suddita]
[Maria Crocefissa della Concezione]

 

Indice delle lettere

 

1680 08 19 AMBP ms. 80 / 80 copia

Alla Signora Duchessa di Poli, Roma.

 

Jesus † Maria

arissima Signora in Gesù Cristo sorella.
Nella distanza dei nostri cari saluti, cotanto ritardateri le carte io stavo dicendo, che cosa si è fatto della mia sorella, quanto è che ella più si nominata; nel quale pensiero mi arrivò la conferma sua con molta mia consolazione, poiché mi fu duplicata, sen-tendo prima nuova di sua avvenuta salute, e dopo nel ritrovarla sopra quel S. Arbore della Croce santa.
Ove si stracco e riposò non solo dell'intrapreso viaggio alla santa Casa del Oreto, ma parimenti di quello universale di questa una all'altra, nella quale faticata peregrinazione altro ostaggio non trova l'anima viatrice, che l'aria salubre di questa gran posata, sentendola sedente sotto questa spinosa quercia di incessanti fatiche, ove parimenti si stracco morì il nostro Salvatore, cui nelle più nostre estive ardenze di ardori penali ci ombreggia, e spira aria di carità dolce e soave; allo spirar di che se sussurrano le fronti dei nostri sospiri, e menano li ruscelli delle nostre lacrime, non è che per maggiore amenità di questo orto di amore; ove l'anima si riposa e canta "sub umbra illius quem desideraveram sedi, et fructus eius dulcis et gutturi meo",(1) saporeggiando, quei agresti acerbissimi, e botti del Calvario come candidata del Cielo, e mele dolcissime, poiché da se li rende l'intingerlo di colui che per prepararci tanto oltre assai molto mal sapore, lei dunque qui fece alloggio e qui si fermò li suoi passi nel suo peregrinaggio, riposandosi in quel letto ove la giacque il suo Oste divino.
Goda dunque di tale incontro, mentre li presaga felicissimo quel celeste arrivo, perché ivi la celeste nostra ben l'abbraccerà in Patria, del quale indizio io mi resto assai contenta consolandomi duplicatamene della sua salute recuperata, che Dio conservi lunghissima a consolazione del signor Duca, suo consorte, e signor Cardinal fratello, per li quali saranno continue le mie povere orazioni, come lei mi comanda; e qui unitamente con mia madre e sorelle le fo prostrata riverenza, pregando la nostra SS.ma Madre Signora nostra, che la voglia felicitare di ogni contento, e darle la sua santa benedizione.
di V. E., Palma a di 19 agosto 1680

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) Ct. 2, 3 "alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo e dolce è il suo frutto al mio palato".

Indice delle lettere

 

1680 08 25 AMBP ms. 56 / 80 copia

Alla Signora Principessa di Castrorao e Buccheri.

 

Jesus † Maria

arissima mia Signora in Gesù Cristo sorella.
Saluto e riverisco la mia cara signora e in Gesù Cristo sorella sotto quella frondosa pianta della croce SS.ma, la quale quanto sta armata di spine acciò in essa non annidano scarafaggi d'inferno e mostri infernali, quali sono li vizi e gusti terreni, tanto sta grondosa di dolce miele per l'anime crocifisse e tribolate, li di cui affetti santi quasi apicelle industriose a succhi dei loro stenti raccolgono tanta dolcezza per trasmetterla nel breschio dolcissimo del beneplacito divino. Sicché per altro non lasciano il ritiro del Calvario che per far raccolta di maggior tolleranza, quale è il miele che succhiano nei fiori del mondo già che li suoi gusti sono "tanquam flos agri",(1) quali appena germinano che marciscono, e parimenti la sua sussistenza, cioè, la vita dell'uomo mentre, a parer di Davide tra un giorno nasce e muore, "mane floreat et transeat vespere decidat induret et arescet".(2)
Oh! labile rosa, rarefatta verdura, tra li quali marci fioreti l'anima crocifissa sugge non sua vaghezza poiché durabile non ne trova, ma sugo di tutto ciò che il mondo versa, che sono dei suoi più belli fiori attossicata amarezza, qui l'anima l'ambe, tira ed in sa-pore, non volendo altro del mondo che il suo patimento, di che riempiendosi il palato lo transunstanzia in zucchero nel riportarlo nel cuore di un morto Crocifisso, ove già entrata più non si ricorda ne pensa da dove trasse e succhia quella essenza avvelenata, "et non cognoscet amplius locum suum",(3) non sa più mondo, ne da dove fu venuta, solo gusta e si satolla di quella essenza ammielata, come lei parimenti farà nelle amare suggenze dei suoi cordogli, quali succhiate giù voli per riportarle qual apicelle nel breschio del divinissimo cuore, non volendo altro dei fioretti mondani che queste sorsi di amarezze, quale gusterà dolcissime nel costato del Signore in cui non badi ne pensi da dove le trasse, ne a suoi contraddittori, ma ebria di quella addolcita amarezza nel suo Crocifisso bene, "in pace inidipsum dormiam et requiescam",(4) ed io assieme con essa cantandoci dolce sonno in carità ai piedi di Maria SS.ma ove assieme con mia madre e sorelle li fo umile riverenza, come fa tutto il Monastero e signora madre Abbadessa.
di V. E., Palma a di 25 agosto 1680

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "come il fiore del campo";
(2) "di mattina fiorisce e cresce, di sera si secca e si taglia";
(3) "e non riconosce più il suo luogo";
(4) Sal. 4, 9 "in pace mi corico e subito mi addormento".

Indice delle lettere

 

1680 08 26 AMBP ms. 57 / 80 copia

Al Padre Don Giovanni Birelli, gesuita.

Jesus † Maria

el negozio che V. R. mi scrive io so tanto poco quanto egli può presupporre di una che non tiene ne talento ne vocazione per tale funzione, e maggiormente inabile per un simile consiglio, del quale mai sono state richieste, primo per la mia inettezza in simili trattati, e dopo perché stanno si risolute le sorelle del contrario che non arrivano a questo, forse perché temono il detto dell'Evangelo che dice, "quia hic homo coepit aedificare et non potuit consumare"(1) o pure perché non pensano al detto di S. Gregorio così citato di S. Bernardo, "nullum Deo tam laudabile est sacrificium sicut zelus animarum".(2)
Onde io siccome neutra ne scrivo, così passivamente ne intendo, senza mai avermi ingerito ne in favorire ne in contraddire, come falsamente V. R. hanno informato, io vorrei la edificazione dell'intrapreso Monastero, e non vorrei la mala riuscita della edificante, e in ambedue voglio la gloria di Dio, per la quale io mi strapperei le vene pur che almeno in grado di conversa la potessi servire, ma perché lei stante il mio demerito altrimenti dispone, io mi resto supplichevole per il bene comune a quella del Signore. E per fine V. R. scusi il mio lungo silenzio e la brevità presente, per cagione del mio ritiro sopra questo esercizio solo per questa urgenza dispensato in si poche righe, quale V. R. faccia carità tenerle segrete per soddisfazione di coloro alle quali vengono negate, e qui prostrata ai piedi di Maria Signora nostra assieme con tutte del Monastero le domando la santa benedizione.
di V. R., Palma a di 26 agosto 1680

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "perché questo uomo incominciò ad edificare e non potè terminare";
(2) "non c'è sacrificio tanto bastevole quanto lo zelo delle anime".

Indice delle lettere

 

1680 09 16 AMBP ms. 59 / 80 copia

Alla Signora Marchesa di Castelgirardi, D. Lucia Lucchesi.

Jesus † Maria

arissima Signora e in Gesù Cristo sorella.
La pertinacia dell'affetto di quelle due creature talmente mi trafigge, che par non abbia conforto la mia piaga, poiché si ritrova priva di quella unica medicina che conforta ogni ferita, quale è delle pene nostre la volontà divina, cui non è ne può trovarsi in cosa di sua offesa, e come tale esule e lontana di questa immodesta affezione, bensì mia signora una sola porta ci resta per darle l'ingresso, non in essa ma nell'effetti suoi, quali sono l'atti di santa pazienza, poiché quando il male è irrimediabile per umani mezzi bisogna trarne quel bene che di una santa tolleranza risulta.
Forse Dio dopo una tanta sofferenza placato della medesima concederà la grazia, io per me non la merito, e però a mio castigo Iddio tanto la perdura, essendomi atrocissima la errata di una mia tanto cara creatura, per cui V.S. Ill.ma si accerti che io vivo continua in una benché indegnissima supplica, come parimenti presumo per la sua persona e signor Marchese suo figlio, acciò nostro Signore le dia ottimo stato temporale ed eterno.
E qui mi resto ringraziandola a ginocchio della sua liberale offerta dopo il mio passaggio, che Dio mi conceda prima del suo, acciò con un tanto suffragio sicura parta al Paradiso, ed io altrettanto le prometto se l'ultima resto, confidata per non nelle mie misere opere che più le sarebbero di aggravio ma nella misericordia di Dio, nelle cui braccia sia il nostro fine per eternamente goderlo, come io spero per intercessione di Maria Signora nostra ai piedi di cui l'abbraccio da sorella e riverisco da padrona, come fo a tutte signori di Casa, ai quali riveriscono mia madre e sorelle, raccomandandosi come io fo all'orazione di V. S. Ill.ma di cui io sono socia nel Calvario fedelissima serva.
Palma a di 16 settembre 1680


sua serva e sorella in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione

P. S. Mia signora più mesi sono che in ordine al mio scrivere ho divulgato ritiro, e però la supplico a tenere questa con segretezza, acciò non rechi pregiudizio a coloro che escludo, e qui di nuovo la riverisco.

 

Indice delle lettere

 

1680 09 17 AMBP ms. 60 / 80 copia

Alla Signora Principessa di Castrorao.

Jesus † Maria

cc.ma mia Signora in Cristo sorella
Mi edifico mia signora e assieme mi dolgo vedendola così pietosa verso il suo coltello, e così afflitta per l'infermità di un figlio che le è l'uno e l'altro, in che l'ammiro vera seguace di quel consiglio Evangelico, "bene facite his qui oderunt vos".(1)
Non tema dunque che mercé tanta sua pietà spero la consolerà la bontà di Dio, di che io di vero cuore ne lo prego benché al demerito delle mie pigre orazioni supplirà quella fervente di tutto il Monastero, di cui oggi si farà la comunione generale invocando a sua consolazione la Regina del Cielo, di cui solennizza il SS.mo Nome, in lei dunque io spero, e ai suoi piedi la riverisco come fanno mia madre e sorelle e tutte del nostro Monastero.
di V. E., Palma a di 17 settembre 1680

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) Mt. 5, 44 " pregate per quelli che vi perseguitano".

Indice delle lettere

 

1680 09 21 AMBP ms. 61 / 80 copia

Al Padre Don Giuseppe Farruggia.

 

Jesus † Maria

olto rev.do nel Signore.
Ricevo la benignissima sua carta e con pari gusto il comando della signora zia, della cui acclusa lettera V.S. vedrà il mio sentimento, benché sia di una ignorante che solo risponde perché così le è comandato, essendo per altro inettissima per consiglio.
V.S. dunque riceva il servizio e non il sentimento essendo per esser mio molto indegnissimo, quale io senza rispetto umano sincero glielo rappresento e per conseguenza secondo la ragione e volere divino, rimettendo il tutto alla prudente direzione di V. S., a cui prego di vero cuore a raccomandarmi a Dio e sua SS.ma Madre ai piedi di cui devotamente la saluto e bacio la sacrata mano.
di V. S., Palma a di 21 settembre 1680

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

 

Indice delle lettere

 

1680 10 09 AMBP ms. 62 / 80 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.

Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore.
Illustrissimo Signore e Padre mio dilettissimo ricorro alla sua pietà, acciò conforti la mia doglia che tanto mi impresse nell'anima la richiesta fattami questa mattina di un Padre domenicano, di cui nemmeno so il nome, cui poco udiente per non dir cortese alle mie scuse di non volerle parlare si è partito per costà con un modo assoluto e assai irriguardevole etiam col voler del Signore, il quale io le dimostravo essere contrario ai suoi propositi, con farmi assentire che con l'ordine di V. S. Ill.ma forse sarà per parlarmi anco contro il mio volere. Onde io senza dire altro mi butto a piedi suoi, acciò favorisca non dico me ma la volontà del Signore, che assolutamente non concorre a simile mie occorrenze, e qui accorata sino all'intimo domando il suo favore per unguento delle mie piaghe, con che umilmente riverendolo le domando la santa benedizione. di V. S. Ill.ma, Palma a di 9 ottobre 1680

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

 

Indice delle lettere

1680 10 10 AMBP ms. 63 / 80 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.

Jesus † Maria

llustr.mo e rev.do Signore.
Mille grazie io rendo a V. S. Ill.ma per avermi liberata da quelle dure molestie che io tirranniche esperimento nell'essere rimossa dal mio consueto ritiro, ove meglio che nel parlatorio attenderò all'ordine di V. S. Ill.ma in esecuzione del quale mi saranno fisse nel cuore le tre urgenze [ac]cennatemi dal signor Principe di Butera, pregandolo Dio con efficacia possibile per sua salute spirituale e corporale e desiata prole, alla quale invocazione essendo io invalidissima e per si gran carica fiacca mi agevolerà per innalzarla a Dio tutta la comunità intera come parimenti comanda V. S. Ill.ma, la di cui obbedienza sarà per sormontarci la più forza robusta, in virtù della quale ancora di mio gusto pregherò per ogni bene di V. S. Ill.ma e con ogni prontezza per il signor D. Antonino e signor Abate, in persona di cui poco avrà da sopra arrivare Iddio nel prossimo Parlamento, poiché per esso e per altro Iddio l'ha dotato di sopra ordinario talento, egli sia lo conservi e prosperi come io desio pregandone incessantemente la Regina del Cielo, a piedi di cui assieme con V. S. Ill.ma li riverisco umilmente, come fanno mia madre e sorelle domandandogli prostrate la santa benedizione.
di V. S. Ill.ma, Palma a di 10 ottobre 1680

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


Indice delle lettere

 

1680 10 10 LXXII 64 / 80 copia

Al Signor Principe di Butera.

Jesus † Maria

io Signore, sono arrivate assieme con la sua gentilissima carta sopra le mie prostrate forze sopra eccedenti some, non solo di sue gentilezze, ma di suoi onorati comandi, che per esser eccedenti alle mie deboli spalle, io prostrata le ricevo, chinandomi prontissima ad ogni suo gusto, e cenno, e così protesa pretendo non solo mostrare mia prontezza, ma mia inabilità, per ottenerle dal Cielo, quanto V. E. desidera.
E sarò tanto atta per questo, quanto è un vile giumento al volo, anzi peggio, se pure alta mano non mi erge, e solleva, quale mi sarà la santa obbedienza già in questa ora intimatami da Monsignore Ill.mo, che mi comanda, e costringe a pregar Dio per tutto ciò [che] V. S. brama, dalla cui obbedienza io mi ritrovo risalita, ed accinta, sperando ogni prospero evento dalla Divina Clemenza, la quale io spero, anzi attatto propizia alla concessione, se pure non osta la mancanza dell'umana cooperazione almeno in togliere la causa di qualche sua dispiacenza.
Egli sia, che illumini, e consoli, mentre io glielo prego affissa ai buchi delle sue Santissime Piaghe, nelle quali fessure io procurerò, benché misera, di servire V. S. meglio assai di quello saria nei buchi del Parlatorio, di cui mi scuserà la sua gentilezza per cagione del mio ritiro. E qui ai piedi di Maria Signora nostra li fo prostrata riverenza.
di V. S., Palma a di 10 ottobre 1680

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

- Non esiste di questa lettera copia ms, è stata tratta dal libro: P. Attardo - o. c., pag. 199 - 200;


Indice delle lettere

 

1680 11 04 AMBP ms. 65 / 80 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.

 

Jesus † Maria

llustr.mo e rev.mo Signore.
Mi arrivano assieme con suoi desiati comandi più occasione di meriti non solo di obbedire V. S. Ill.ma come io desio, ma di servire li prossimi come parimenti bramo, sicché e per l'uno e per l'altro motivo ho spedito l'accluse, restandomi quanto favorita dei suoi comandi tanta confusa delle sue cortesi giustificazioni, come se per comandare una sua vile serva bisognasse farlo per iscrizione delle proprie mani, quando a me basterebbe un solo cenno del suo più infimo fameglio, così di grazia la faccia meco Monsignore Ill.mo, trattandomi se non vuol da padrone almeno con dominio paterno, e mentre io figlia così alla schietta le tratto vo[glio] il contraccambio in ciò che supplico, rallegrandomi per fine che il signor Abate sia arrivato in Palermo, ove Dio l'aiuti per l'intercessione della sua SS.ma Madre, a pro di cui si continuano le preghiere nel nostro Monastero, acciò prospero lo ritorna come io desio, e qui V. S. Ill.ma prostrata umilmente la riverisco assieme col signor D. Antonino come fanno mia madre e sorelle domandandogli unitamente la santa benedizione.
di V. S. Ill.ma, Palma a di 4 novembre 1680

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

 

Indice delle lettere

1680 11 13 LXXIII 67 / 80 copia

Al Padre Don Gregorio da Palermo, Abate dell'ordine di S. Benedetto.

Jesus † Maria

olto rev.do in Cristo Padre.
Dio salvi V. P. e conservi felice in questa via all'eternità, ove io l'incontro peregrino in questa valle di lacrime. Ma tanto stracco per li pesi, che ben dimostra essere uno affannato sotto la soma dei posteri di Adamo, sotto le quali, "Ingemiscimus, et gravati sumus".(1)
Ma non importa, perché maggiormente per noi di sgravare, andò Gesù Cristo, bilanciando con la statera della sua croce gli stimoli della nostra corruttela, e li suoi smisurati affanni, acciocché ad esempio dei suoi tormenti, tormentassimo ancora noi la nostra proclività nei meno buoni incentivi, contro cui, nelle loro più ribelli scaramucce si suoni tromba di guerra a favor di Gesù Cristo, dietro il quale sta il nostro trofeo: ma verso il Campidoglio del Calvario, ove a colpi di resistenze si riceve vittoria dei nostri nemici, per dove combatte bene un cuore ignudo, come è quello di un soldato peregrino, che viva spogliato di patria, roba, amici.
Si dia dunque di mano a un gran di spoglio, ignudo etiam di un laccio terreno, altrimenti sarà un combattere faticato, dando sempre or in questo, or in altro impaccio, per dove facilmente lo prenderà il nemico, poiché "Habet unde teneatur".(2)
V. P. preghi Dio per me, acciò in questa terra non crolli per fiacchezza, essendo, come Dio sa, la più imbecille creatura, che altro sostegno non ho, che la santa croce, e quello della protezione della Regina del Cielo, ai piedi di cui mi comprometto sua serva, invocando la destra di V. P., acciò mi benedica.
di V. P., Palma a di 13 novembre 1680

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

- Non esiste di questa lettera copia ms, è stata tratta dal libro: P. Attardo - op. cit.;
(1) "soffriamo e siamo rattristati";
(2) "ha motivo di interessarsi".

Indice delle lettere


1680 11 16 AMBP ms. 68 / 80 copia

Alla Signora Principessa di Butera.

Jesus † Maria

cc.ma mia Signora in Gesù Cristo sorella.
Sopravanza mia signora ogni sua naturale grandezza quella che adesso spiritualmente si acquista, mentre in merito della sua pietà la SS.ma Madre l'ha eletto sua vice persona nel già compito negozio del suo figlio e servo come lo è veracissimo il signor D. Ignazio, a cui ella proteggendo da vera madre e signora del tutto si compiacque ammettendo alle mani di V. E., sostituendola sua fedelissima agente e vice mariana, da cui si riconosce e spera felicissimo questo sacramento mentre viene spedito di una fide commissa della Regina del Cielo.
Onde io di ambedue umile schiava e serva gliene rendo grazie infinite, ricevendole come in propria persona, dalle cui mani anche ricevo e abbraccio nel mio cuore una perla per cugina a me inestimabile per essere uscita dalla madreperla della sua protezione. Onde io come mia parente gliela offro per serva, e come venutami dalle sue mani la ricevo per padrona, riferendo il tutto alla Regina del Cielo, ai di cui piedi ratifico li miei obblighi verso V. E., ai quali non sapendo corrispondere, mi resto ai suoi piedi confusa con una profonda riverenza. di V. E., Palma a di 16 novembre 1680

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


Indice delle lettere

 

1680 12 01 AMBP ms. 69 / 80 copia

Alla Signora Principessa di Castrorao.

Jesus † Maria

cc.ma Signora in Gesù Cristo sorella.
Mi sono carissime mia signora le congratulazioni [che] passa meco per l'officio di sagrestana, da me stimatissimo per essere un introdotto che introduce l'amministrante a Dio propinquo; onde io questa immeritevole mi conosco, tanto V. E. supplico, acciò con le sue orazioni mi aiuti ad esercitarlo, secondo il volere di Dio e gusto della santa obbedienza. Sarei io poi troppo insassita se non sentissi sino all'anima li colpi che scaglia sopra la sua persona l'empietà mondana, servendosi di martello di un duro figlio; ohimè disse Davide, "si inimicus meus maledixiset mihi, sustinuissem utique",(1) ma che un amico, un socio, un figlio l'abbia a perseguitare, e troppo duro al cuore non di meno replici li suoi pianti deplorando col medesimo "Absolve fili mi, fili mi absolve",(2) poiché questa sua dura croce non è senza danno del suo crocifissore, mentre per un passo di loto si ha posto dietro l'onore materno e il comando del Signore, cui questo si compiace di codesti ingrati modi, tanto si contenta della sua pazienza, colpendo con tale martello l'oro del suo cuore, non per altro, che per trarne quale Orefice maggior finezze, acciò ad incastri di vive gemme, (che sono le virtù penali) l'abbia colà nell'empireo a coronare.
Vada dunque ove sia purché porti la croce, che anche in Palermo questa sarà della sua corte interna la più pomposa linerìa, vada colà mia signora per beffarsi degli omaggi e non per appropriarsi gl'onori, quali sono uno sterco, un fumo, un niente alla mensa del Signore, di cui pasce, di cui convive un'anima umile, esule e ritirata in un spregiato cantone, ove, o gusti, o contenti, o nettari divini, per li quali tutto il mondo non basta per dar piccolo saggio di sì regio boccone. Signore mio sulla croce, egli solo il sa dare, "non alium (dunque) nisi Crucifixum",(3) la sua nudezza, la sua croce, la sua povertà, e abbandono siano l'alimenti del nostro vivere, e siamo certe che, "si [tamen] compatimur ut et conglorificemur?";(4) qui io la lascio concavando questo tesoro sul monte Calvario, ove quanto va profonda l'accetta del patire, tanto più ricca troverà la perla della eterna retribuzione, per la quale l'anima santa "vendedit omnia sua et comparavit eam",(5) come farà V. E. con la grazia della nostra gloriosa Regina, ai di cui piedi assieme con mia madre e sorelle la riverisco e abbraccio nel Signore.
Per il buon sacerdote che V. E. mi comanda, io benché indegna più volte ho pregato Dio, acciò l'illumini e l'indirizzi, ma perché Iddio non si compiace illuminarci sopra la domanda, bisogna incamminarci umanamente asserendo e proponendo distesamente la materia, acciò si ottenga consiglio secondo umanamente concorrerà il beneplacito divino, cui non meno si accerta per via di fede, che per straordinaria illuminazione, anzi che in materie di determinazione meglio e camminare sodamente per consiglio di dotti e spirituale ministri, ai quali io rimetterei il tutto, continuandosi però qui la mia benché indegna orazione, io mi raccomando ai suoi santi sacrifici e la riverisco nel Signore.
di V. E., Palma a di 1 dicembre 1680

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "se il mio nemico ha detto male di me, io lo accetterei certamente";
(2) "assolvimi figlio mio, figlio mio assolvimi";
(3) "non altro, dunque, se non il Crocifisso";
(4) Rm. 8, 17 "se veramente partecipiamo alle sue sofferenze, è per partecipare anche alla sua gloria";
(5) Mt. 13, 46 "vendette tutte le sue cose, e la comprò".

Indice delle lettere

 

1680 12 01 AMBP ms. 81 / 80 autog.

Al Padre [Don Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma.

Jesus † Maria

i ordina la madre Abbadessa che come sagrestana domandi a V. R. il suo parere, se deve questa mattina chiamare il signor Vicario per la comunione, o pure andare con meno sollecitudine, lasciandoci mortificare da Dio sin che egli vuole, come io farei se sola mi dovessi comunicare. Onde V. R. faccia la carità di inviarci il suo ordine, almeno il suo parere, del quale lo supplica la madre Abbadessa; mentre per fine assai mi dispiace che V. R. questa notte se l'abbia passato assai male, abbia pazienza, la volontà di Dio e la nostra caducità non permette contento in questa vita, questo è il meglio, acciò nel Paradiso si abbia migliore.
V. R. vi ascenda con la sua croce, e a me dia la sua benedizione.
Palma a di 1 dicembre 1680

[sua indegna suddita]
Maria Crocefissa [della Concezione]

P. S. V. R. non si incomodi a scrivere la risposta, che potrà farlo con un si o no detto al sagrestano.

Indice delle lettere


1680 12 08 AMBP ms. 71 / 80 copia

Al Signor Don Ignazio Caetano.

Jesus † Maria

evotissimo Signore in Gesù Cristo fratello.
Signor D. Ignazio che metamorfosi santa è quella che egli oggi mi fa vedere nel suo afflittissimo cuore, cuore mondano si, ma crocifisso al mondo.
Godo io dunque e soprabbondo di contento, mentre lo vedo già "vivat in mundo, sed extra mundum",(1) V. S. non seppe operare quello che anticipatamente in esso ha fatto la Immacolata Vergine, essa l'ha posto nel mondo assai lontano, ciò vuole dire "extra mundum",(2) fuori dei suoi godimenti, esercitando le sue funzioni senza quel gusto che ruba l'affetto, poiché nessuna cosa si ama che prima non diletta. Stimi egli dunque questo disgusto di attaccarsi al mondo, per la più ricca strina mandatagli dal Cielo, intercessa da Maria nostra Signora, acciò stia nel mondo a guisa appunto come il suddetto documento, nell'adempimento del quale egli si trova, mercé queste amarezze benché lui non lo conosca, ne occorre far altro che coltivare almeno non estirpare queste spine controverse nel suo petto, per difenderlo dell'avvelenati gusti, quali a guisa di mordaci vipere circondano ed assiepano questo mondano ingresso, ove per mano di Maria V. S. entri sicuro.
Poiché ella per sua pietà con questa spiacevole triaca l'ha antidotato l'affetto, chi più, chi più dunque brama V. S., io non so ne penetro le paure che lui tanto teme, la croce, l'angustie, l'oppressioni che egli si presaga io non so dove l'edifica, sarà mai questa Signora qualche gran Nerone o mostro di fierezza che verrà per suo martirio, io per me non trovo la cagione di tanta sua temenza, faccia conto di grazia che Dio vuol darle una duplicata sorella, o pure una coadiutrice della sua riguardevole Casata, ove egli darà quello incremento che meriterà una cristianissima cultura.
Signor D. Ignazio in Gesù Cristo carissimo, allegramente si addossi questo vomere lieve, questo giogo soave, qual benché fosse oneroso ed insoffribile sarà sempre dolce portandolo per amor del Signore.
V. S. che vuol fare siamo uomini terrestri, destinati alla terra per in essa coltivare sudare e soffrire, "in sudore vultus tui vesceris pane tuo";(3) V. S. può ovviarsi questo universale destino, non è possibile, dunque faccia coraggio e si ponga all'aratro che l'altro bue la sta attendendo, qual in vero sarà la grazia di Dio individua di ogni devoto cristiano, con cui se sempre vivrà sarà il suo giogo leggero, il suo raccolto copioso, e il suo guadagno infinito, ed io ho voluto darle questo basso esempio di sì ruvido esercizio, mentre tra tutte le creature la misera umanità non è che una vile bifolca, destinata alla terra dietro il vomere di Adamo, sotto cui geme e giace etiam il più alto Monarca, le di sui alte grandezze sono come ruvide lane a paragone di quelle celesti.
Ed oh! se il mondo lo conoscesse come abbasserebbe il crine, sottoponendo a Dio le sue superbe corone, V. S. le stimi niente, le cambi per una parca, e si stimi per il più sublimato, quando tiene nell'animo un atto di contrizione, non è così entri sicuro in questo mondano Campidoglio, ove colui perde che non si sa umiliare, di quella umiltà io però intendo che non contraddice la sua vocazione ne saprei finire quando di ciò discorro, poiché par mi convenga, essendo io la più iniqua la più esecranda di tutte coloro che l'inferno rinserra.
V. S. forse credeva darmi per credula delle sue basse umiliazioni, chiamandosi del mondo il più scellerato e ingrato traditore, non sia questo giammai poiché siccome nessuno arriva alla mia miseria, così io a nessuno la cederò nel mostrarmi peggiore; pigli dunque lui animo e dica a se stesso colui che in casa propria soffre quel giuda, ben condonerà fuori di essa il mio misero cuore, e si ricordi in questi sospiri di Colei, che per altro Iddio non la mantiene, che per dare speranza ai miseri peccatori.
Solo per questo è il mio vivere questa della mia ingrata vita è la cagione, V. S. abbia pazienza nel sentirne un saggio, poiché mi fece strada la sua umiliazione, sopra la quale materia è rapido il mio torrente, essendo inondato dei miei peccati, egli preghi Dio per me come io farò per lui, e ai piedi di Maria finiamola allegramente, con l'invocazione della quale V. S. entri dicendo così nella sua intrapresa carriera, "eia plena gratia clara luce divina, mundi in auxilium, Domina festina".(4)
Palma dal nostro Monastero, nel tramontar del giorno della nostra Immacolata Signora.di V. S. [a di 8 dicembre 1680]

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "viva nel mondo, ma distaccato dal mondo";
(2) "distaccato dal mondo";
(3) Gen. 3, 19 "con il sudore del tuo volto mangerai il pane";
(4) "corri o Signoran in aiuto dl mondo, o tu piena di grazia e di luce divina".

Indice delle lettere

 

1680 12 13 AMBP ms. 73 / 80 copia

Alla Signora D. Perna Caetano e Gravina.

Jesus † Maria

olto illustre Signora da sorella carissima.
"Benedictus Deus".(1) Carissima signora che così ha voluto fortunare i nostri giorni, per la quale nostra fortuna "cor et caro nostra exultaverunt in Deum vivum"(2) poiché a coppia della nostra consanguineità già congiunta, anche lo spirito esulta, e sperando nei suoi temporali progressi più spirituale avanzi, poiché la società che V. S. riceve è più del Cielo che del mondo, come egli parimenti troverà V. S. meno del mondo che di Dio, cui gli darà tanto contento qual io le bramo; e benché indegna continuamente le procuro, pregandogli dalla pietà divina quanto di bene ricevere potrà umana creatura.
Sperando tale compimento da Maria Signora nostra, già che è tutta sua la casa e persona alla quale V. S. si avvicina, verso cui V. S. ben venga, che di noi suoi servi con braccia aperte si brama, bensì si troverà delusa di tante umili serve, che non sapranno ben servire una tanta padrona, alla quale io umilmente riverisco assieme con mia madre e sorelle.
di V. S., Palma a di 13 dicembre 1680

umilissima serva e cugina
Maria Crocefissa della Concezione

(1) Ef. 1, 3 "benedetto sia Dio";
(2) "il cuore e la nostra carne esultarono nel Dio vivo".

Indice delle lettere

 

1680 12 18 AMBP ms. 74 / 80 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.

Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore.
Non le sia grave Ill.mo Signore il sentire del mio cuore un dirotto pianto, come farò su questo foglio, versando in esso quel doloroso raccolto che per tanti anni si ha cumulato al sommo, il quale affannato introito sta racchiuso nel mio petto senza mai avere esito di piccolissimo esalo. Onde io questa mattina mi prostro dopo la santa comunione ancora col SS.mo nel petto, e stretta più che mai di insuperabile tormento invoco in suo nome la benignità di V. S. Ill.ma, non per liberarmi di tormento che lo merito maggiore, ma per evitare quella offesa di Dio della quale io benché non sono autrice, anzi paziente non dimeno mi vedo suo strumento.
Sappia dunque V. S. Ill.ma che arde l'anima mia in una voracissima fiamma, prossima quasi (che Dio mi liberi) a quella della disperazione, ove mi veementa a gran soffi l'odio implacabile che mi portano, le quali dopo che sono in libertà talmente restrinsero sopra me tutto il male che facevano per il Monastero, o che par ne avessero fatto un estratto di avvelenato sdegno, con cui fremono verso me balenandomi con le loro macchine e odiosi ordigni, ne di loro altro si trama che come (ed io lo so dalle loro medesime bocche) potersi vendicare di quei castighi che stimano esserle dati per mia operazione, imputandomi tutti quei mali che mai mi sono venuti in cognizione, e mi tirano addosso quei delitti che se fossero vero mi bisognerebbe andare mitrata alla inquisizione. E però esila mano, presistino e procurano, di voler scrivere e chiamare esaminatori, inquisitori e altri giustizieri, e non potendo sfogare come vorrebbero per ritegno dei Superiori, considera V. S. Ill.ma che fiamme manda questo fuoco, e che effetti questo sdegno, dimorano verso me come Aposteme, che etiam con un sguardo non si possono toccare, ne io li converso, loro si sdegnano, se mi ritiro dicono che le fuggo, se le guardo si contristano, se non, dicono che l'odio, in somma di un sospiro, di un "A" loro si offendono.
Ne trovo rimedio per ovviar tanto odio, e però Signor mio Ill.mo, e Padre in Gesù Cristo mi dia per carità qualche rimedio, non per togliermi di tormento che essendo io odiabile a Dio è bene che mi sdegna tutto il mondo, per la qual mia indegnità io abbraccio e voglio tutto ciò che di fiero da loro ricevo, il che totalmente taccio, poiché non è mio intento [ac]cennare qui li difetti del prossimo.
Ma la doglia che mi accora e l'offesa gravissima di Dio della quale mi struggo vedendomi strumento, questa e quella di che mi lamento, e che mi schianta l'anima dal petto, e mi è tanto fissa questa spada che mi sarebbe dolcissima se corporalmente me la conficcassero alla gola, ma a ciò non si viene stante il demonio pretenderne più male, il che lucrosamente si acquista procrastinando il male, acciò sia più lunga la sua durazione, nella quale questi miseri vivono dicendo domani, post domani, il quale stato è dannosissimo a loro, e terribilissimo a me e a tutto il Monastero, lasciando considerare a V. S. Ill.ma ciò che lascio in silenzio, già che per questo non basta questo foglio.
Onde io stretta di questo assiduo tormento, sono andata più volte ai Superiori, supplicandoli a darle libertà di scrivere e chiamare contro me inquisitori, esaminatori, sbirri e giustizieri, il che mi sarebbe carissimo per ottenermi quello [che] io bramo che è il mio dispregio, e fine del loro misero stato; e mi terrei assai contenta se mi vedessi da loro medesime porre nei ceppi, e chiudermi in prigione. Si di grazia Ill.mo Signore si faccia questo, essendo questo il mio desiderio, e questo il verace ed unico rimedio, "demergite me in marem et cessabit tempestas".(1) V. S. Ill.ma me li tolga degli occhi, e si porranno loro in calma e tutto il Monastero, ne tema di mio strazio, poiché a me basta un ignudo Crocifisso, cui mi darà forza ed esempio di soffrire ogni conflitto, il quale tanto sarà più atroce tanto mi sarà caro, ed io di tutto cuore lo chiedo, ne posso dilungarlo.
Onde della sua carità me li prometto e voglio, primo per giustizia, poiché li miei peccati lo meritano, secondo per la vita per soddisfare a costoro, acciò anche l'anime sue si salvino cacciando con tale sfogo tanto sdegno, terzo per adempimento del voler divino, cui a gran voce chiama ad un umile ritiro, il quale da me non è stato effettuato, per aver qualche ombra di accezione e di apparenza estrinseca, ma se di tale sorte sortisce a titolo di punizione cui mai penserà bene di una rea posta in prigione.
Oh! me felice, già ho trovato la fortuna dell'Ill.mo Signore di tanto bene non mi privi, "duo rogavi te ne deneges mihi antequam moriar",(2) io che sia vilipesa, e coloro esaudite e per tal mezzo salvate, per la di cui quiete io non trovo altro rimedio di quante ne ho provate, io più volte mi sono buttata ai piedi loro procurando soddisfarle con discorsi, perdoni, e pianti, o pure altre volte per non turbarli con mia presenza l'ho scritto più lettere, piene di quei modi che a me hanno sembrato li migliori per poterle placare, provando parimenti con li mezzi contrari, esentandomi da loro, e per non pregiudicarle ancor dell'altre sorelle. Sicché sono in stato che fuor dell'obbligo comune, non pratico, non converso e mi nascondo, ma il tutto invano, poiché "ipsi calcaneum meum osservabunt",(3) censurando tutti li miei passi ancor da lontano, contristandosi di tutti li miei modi, senza placarsi mai ne di pratiche, ne di fughe.
"Quia expedit dunque (Ill.mo Signore) ut unum hominimem mori pro populo",(4) bisogna per ultimo rimedio che io muoia agli occhi di queste creature, acciò loro si quietino e salvino, e prego V. S. Ill.ma a farlo del modo più spietato che possa, poiché quanto fiero è lo sdegno, tanto bisogna essere il pabulo per satollarlo.
Onde senza riguardo mandi vilissima gente e sia la peggio di corte per pubblicamente cepparmi, carcerarmi, e oltraggiarmi, che mai più fiera sarà di quella che crocifisse il Signore sopra il Calvario, io questo bramo, "ut cum ipso moriar",(5) onde io replico Signor mio e mio Padre benignissimo, replico dico qui con lacrime le mie domande, e si ricordi che egli imponendomi che pregassi Dio per questo particolare mi incaricò che per il rimedio l'avvisassi se cosa mi ispirasse il Signore, il che io adesso fo esponendomi il mio ritiro per unico rimedio, che se la sua carità non lo vorrà di modo sì severo, io mi contento lasciare le circostanze pur che non si lasci il sostanziale. Onde senza manifestare le mie istanze, e il male di quelle potrà se gusta spontaneamente ordinare alla madre Abbadessa, che stante l'obbligo delle nostre costituzioni (che comandano esservi di ogni tempo una sorella romita in ritiramento occupata) che elegga me per detta osservanza, adducendo per motivo cautelarmi della pubblicità tanto pericolosa, come di già fu a quella misera di Palermo, o pure altro motivo che inventerà la sua prudenza, alla quale io mi rimetto, bramando per fine carità di V. S. Ill.ma, ne di altro invero che di un angusto carcere, e di un durissimo ceppo, acciò possa sopra sua durezza riposare questo stracco e dibattuto cuore.
Monsignore lo voglio, la presumo e l'aspetto, abbia compassione di me, mentre io mi resto per respirare, domandandogli la santa benedizione.
di V. S. Ill.ma e rev.ma, Palma a di 18 dicembre 1680

umilissima suddita
Maria Crocefissa della Concezione


(1) Gi. 1, 12 "buttatemi nel mare e la tempesta si placherà";
(2) "due volte ho pregato affinché non mi rinneghi, prima che io muoia";
(3) "essi stessi guarderanno il mio calcagno";
(4) Gv. 18, 14 "conviene, dunque Ill.mo Signore, che muoia un uomo solo per il popolo";
(5) "affinché io muoia con lui stesso".


Indice delle lettere

 

1680 12 22 AMBP ms. 81 / 80 autog.

Al Padre [Don Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma.

Jesus † Maria

ico sinceramente a V. R. che la sua partenza parmi necessaria, solo per soddisfazione del medico di cui Dio vuole che ci serviamo, e che da me non fu esclusa ma sospesa stante l'impedimenti, quali Dio talora manda etiam per ritardarci di una ora, nella quale chi sa che ci può avvenire, poiché alle volte tra un giorno all'altro ci libera Dio di un passaggio di nemici e malandrini.
Onde giacché Dio facilita V. R., si lasci condurre con la fune del suo SS.mo volere, quale io non intendo che lo voglia dall'intutto dilungare; che etiam nel udirlo mi palpitò il cuore, ma che per meglio così adesso ci voglia provare, poiché V. R. etiam con un occhio (che Dio ci liberi) potrà esercitare il suo ministero. Onde vada allegramente che in ogni avvento così Iddio si ha da servire, mentre io li ragguaglio l'esito del nostro straordinario confermandogli che rimase soddisfatto e sopra pieno di consolazione.
Onde domani partirà dopo la messa di cui io non dico altro rimettendomi al primo biglietto, poiché scrivo con fretta, V. R. vada felice e si ricordi di me per benedirmi ogni sera, e si ricordi del ritorno. Mi benedica con tutte le mie sorelle, che di cuore la riveriscono e salutano.
Palma a di 22 dicembre 1680

[sua indegna suddita]
Maria Crocefissa [della Concezione]

P. S. Le cose di V. R. sono andate ottime col Padre straordinario.

 

Indice delle lettere

 

1680 12 31 AMBP ms. 83 / 80 copia

Al Padre Fra Agostino Maria di S. Giuseppe.

Jesus † Maria

olto rev.do Padre in Cristo osserv.mo.
Padre mio la sua serva non è degna di visite (qual lui non potendola umilmente si duole) ma di suoi infiniti comandi, non ambendo per essa che l'umili effetti dei suoi domini.
Sicché io favorita da essi eseguirò li suoi comandi, pregando Dio Signore nostro che le dia quanto può dare a creatura umana, che sarà l'effetto di quanto mai egli ambì di spirituale e temporale, raddoppiando le suppliche per il buon esito del suo capitolo provinciale; tra tanto V. P. rev.da sotto l'ombre di queste apparenze mondane addormenti esse in appena vive li suoi pensieri, sin che per altro sentiero, surge, arrivi, istradandosi, per altra semita con il suo Padre Elia, con cui si dirà per l'opera per cui precorre, "magna tibi restat via",(1) non essendo ciò opera di un giorno, ma della perpetuità del suo istituto, cui per tale indirizzo, o egli bene andrà o pure male ritorna.
Sicché sua scorta sia Dio e Madre SS.ma, acciò assieme con l'ordine conduca salvo V. P. rev.da, a cui umilmente espongo una mia ammirazione per causa, che avendo io per sue mani inviato una lettera al signor Vicario Generale, adesso vedo, che mi risponde Monsignore a cui stimo [che] per sbaglio abbia capitato alle mani.
Onde mi resto con doppio sentimento, primo che il Signor Abate ancora non si stimi servito, secondo che Monsignore abbia letto per lui quello, che anche avrei stato attrevimento asserirlo al signor Abate, se non fosse stato a proposito per li suoi quesiti, e benché egli cortesemente gradisce, io non di meno non lascio perplessitarmi in ciò, che debbo fare. Solo scelgo in comodo il buttarmi ai suoi piedi, acciò non restano da me spiaciute, ne Monsignore, ne il signor Abate, potendosi questo offendere di mia lentezza, e altro di mia presunzione.
Sicché io colpevole dell'uno e dell'altro errore, non presumo qui penna scrivendo per mia scusa ai detti signori, V. P. rev.da mi sarà in questo più che penna e lingua; onde io certa dei suoi favori altro più non farò, che pregare Dio per la sua persona, signori nipoti et precisamente per Monsignore, a cui non duplicando fastidio gradisco e amplecto le sue espressioni; nostro Signore [lo] feliciti, nostro signore lo prosperi, mentre io ai piedi assieme con mia madre e sorelle riverendo V. P. molto rev.da le domandiamo la benedizione.
di V. P. molto rev.da, Palma a di 31 dicembre 1680

umilissima serva in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione

(1) 1 Re 19, 7 "lunga è la strada che ti resta da fare".

Indice delle lettere

 

1681 01 01 AMBP ms. 01 / 81 copia

Al Padre D. Mariano Venuto, vice rettore, Naro.

Jesus † Maria

olto rev.do in Cristo Padre, ricevo la carissima epistola di V. R., che per essere in idioma latino mi ha fatto vedere il miracolo di Mosè, poiché battendo la verga del suo comando la durissima pietra della mia ignoranza, ha scaturito "extra scientia" quei compitissimi sensi che esplica la epistola di V. R.; in esecuzione della quale, rispondo in primis; come io ben mi ricordo del nostro carissimo fratello, cui mi sta non solo nella memoria, ma impresso nell'affetto, in quello però, che si annoda in Gesù Cristo, della cui liberalissima mano io giudico umanamente essere quel suo amoroso delizio, e ciò al fine di mostrare quando accedono di gran lunga le sua grazie, a segno che una stilla che versa occupa, e assomma questa piccolissima anima, la quale Dio pretende mostrar pusilla affinché lei tale si stima, immergendola come in quella dolcezza così nell'umiltà profonda.
Di che forse meglio dirò nella risposta alla sua narrativa, quale ricevo per comando di V. R. in cui solo mi affido, come a ministro di Dio di proseguire dicendo, che la persona di V. R. non si partirà dalle mie indegne orazioni, associata però con li suoi, e miei Padri e fratelli, poiché io sono antica schiava, e figlia della loro riverita Compagnia, dal cui latte io traggo quel miele vivifico che la SS.ma Vergine suggì nell'incarnazione del Verbo, a cui tal mistero si dice "ut apis favum mellis Verbum suxisti",(1) ora di questo miele si sazia quella anima.
Che di tale santità si latta, affissandosi bensì a quel "ubere de coelo plena",(2) senza voler saggio di gusto e sapore terreno, e spero che siano tutte le sue devotissime figlie spirituali, che sono quelle che seguono per 4 punto, e precisamente la devotissima sorella Landolina, la quale in lei desia. Io bramo, di vederla tra noi annoverata, e vestita dell'abito della santa religione, e però proseguiamo ad orare mentre "non est abreviata manus Domini",(3) come parimenti pietosa la spero per l'afflittissima anima della signora Francesca, il di cui viaggiar per Trapani a me pare pensiero immaturo stante la intemperata stagione.
Onde preghiamo Dio, tra tanto forse si accomoderà prospero il tempo, e con esso il beneplacito divino, e qui supplichevole rimando per tutta la generalità del mondo, e verità cristiana, come V. R. mi comanda, a cui da vera figlia, e serva umilmente mi prostro, ringraziandola di tanta carità usatami di presenza ed in assenza, il di cui merito ha ottenuto da Dio che io abbia intesa quella lingua che mai ho imparato, ma questi sono effetti della pietà di Dio, che scelse il mio bruno per sopra esso spiccar maggiormente il suo chiaro, "opposita iuxta (oh Padre) se posita magis elucescunt",(4) che meraviglia dunque sarà se volendo Dio far mostra dei suoi portenti fare parlare un asino, e intelligere ad una idiota profondissime scienze.
Ma oh! misera me, che dopo tante grazie ne rimango come la penna dello scrivente, la quale delineando per altre tante utilità e dottrine, solo essa tinta e vuota ne rimane, così sarà l'anima mia nell'attingere dei divini favori, delineando su il candido di chi l'ammira l'effetti e utilità della divina dottrina; del quale divinissimo inchiostro solo io per mia inettezza me ne imbruno, e tingo, rimanendomi vuota di tutto ciò che scrivo. Oh! mia miseria, Padre abbi pietà della tua ingrata figlia, ai di cui piedi mi resto ritornando tutti quei saluti, che in suo nome portai, in tante profonde riverenze che umilmente le rendono la madre Abbadessa mia madre e sorelle, le quali tutte assieme con me ci raccomandiamo alle sue sante orazioni, mentre per fine benedica tutte ai piedi della SS.ma Vergine.
di V. R., Palma a di 1 gennaio 1681

umilissima serva, e figlia nel Signore
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "hai succhiato la parola, come l'ape [succhia] il favo del miele";
(2) "mammella piena di cielo";
(3) Is. 59, 1 "non è troppo corta la mano del Signore";
(4) "gli opposti, posti di fronte a se stessi, maggiormente si chiariscono".


Indice delle lettere

 

1681 01 01 AMBP ms. 02 / 81 copia

Al Signor Abate Curzio Muti Conti, Roma.

Jesus † Maria

olto rev.do Signore in Cristo fratello.
La carissima lettera di V. R. del primo giorno di Maggio 1680 mi capitò tardissima non prima del 22 di Luglio, alla quale io non risposi sinché mi arrivassero le sue grazie nell'inviati fiori, li quali per inopportunità dell'inverno io l'ebbi sino al giorno di oggi primo di gennaio 1681, nel quale io assieme col gemente Parvolino, che sparge carità e sangue per nostro amore gliene vorrei contraccambiare tante copiose grazie, quante ne ricorrono a noi quelle preziose stille, di che Dio Signore nostro demolisca e sazia il cuore di V. R., acciò che imbevuto sino al fondo non abbia altra capacità che quella di Gesù Cristo. Ricusando l'avvelenati beveraggi che sparge e vomita questo infido mondo, cui sotto sembianza di miele attossica le sue adescate, con botti amarissimi e fiele di dragoni, quali sono li nostri appetiti e disordinate passioni, le quali sempre sono grate sino alla erosione del ventre, cioè, sino alla loro consumazione.
Poiché toccando il dente l'atto sostanziale ecco rotte le viscere e sparso il fiele, divenendo quel saggio non più di diletto ma di mortifero amarore, poiché, "peccatum vero cum consumatum fuerit generat mortem",(1) contrario del lettuario divino, che essendo nel berlo amarissimo, nell'utile poi è tutto dolce e soave, il quale se V. R. lo vuole vada che si conserva nell'urna di Gesù Cristo, nella speziaria del Calvario, colà racchiuso nel suo divino cuore, che per non insaporirlo lo circum lega e chiude con fune catene e discipline, quali bisogna adoperare e sciogliere per gustare questo salutifero liquore, oltre che nel berlo per sua amarezza fa chiuder gli occhi e sconciare il volto come dovremmo mostrarlo nauseato e severo verso li gusti terreni; serrando gli occhi a tutti li rispetti umani, e sono queste le due prime utilità che a primo gusto cagiona questo sacro liquore, il di cui composto e quanto si restrinse nell'umanità SS.ma, che fu l'estratto di questa amara composizione.
Qui sono l'antidoti, qui li candidati zuccheri, qui le medicine utilissime per li cuori infermi, o pure piagati dal divino amore, qui V. R. si affretti, qui corra e sazia la sua devota sete, ove io parimenti immergo quelle devote signore e madri, che oltre il favorirmi dei suoi bellissimi Agnus Dei e fioretti di più, per umiliarsi si raccomandano alle mie povere e nude orazioni, quali io per esse farò non per mio merito ma per devotamente obbedirle, dispiacendomi sino all'anima di non poterle servire circa la richiesta fattami nel voler qualche mia veste, benché logora e inutile, stante la mia povertà tanta nuda e soggetta alla nostra vestuaria, che etiam di un ago ci tiene staccata e nuda.
Onde io contenta di tanta mia nudezza non avendo che darle le offro il cuore, il quale ritroveranno ai piedi del nostro Crocifisso benedetto, il di cui merito e sangue ricompenserà V. R. con tutte queste signore, alle quali umilmente riverisco ai piedi della SS.ma Vergine, la di cui trafitta immagine riceva V. R. dietro la croce del Crocifissetto, che l'invierò con prima comodità, il quale mandatoci da mio zio s. m. è stato per molto tempo ad uso del mio petto, portandolo quasi lapide del mio cuore per custodirlo dell'entrate dalle creature.
V. R. ne riceva l'affetto e l'esecuzione del suo comando, con che onninamente tanto mi richiede, e lo stima quasi un santuario poiché è passato per le singolari reliquie di Roma, e precisamente della lancia che passò il sacro costato.
Onde sta foderato di cristallo, benché con incastro di rame avendogli io tolto quel di argento per essere del tutto uniforme al mio povero stato, egli lo riceva ed abbia memoria di dirle ogni giorno per me "Domine miserere",(2) poiché essendo egli quel Dio che "semel locutus est",(3) sentirà il tutto in queste poche parole, quale ancor io termino raccomandandomi per fine alle sue sante orazioni.
Palma a di 1 gennaio 1681

sua umile serva in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione

P. S. Per non contristare la sua carità, con la quale mi stringe a voler manifestare qualche mio gusto, circa il richiederlo di qualche donativo io astretta di tale sua cortesia dirò per obbedirla che mi sarebbero gratissime alcune cipollette di fiori che costì si trovano dette, ranuncoli, tulipani e simili di vari colori, dei quali avendone mandato buona provisione mio fratello, tutte si guastarono per non saperle governare. Onde giacché lui è fatto mio provisore di ogni genere di questa vaghezza, e bene che a quelli immarcescibili arrivi queste terrestri, acciò per l'uni e l'altre resti adorno di beltà l'altarino della Beatissima Vergine, V. R. scusi il mio ardire che è stato cagionato dal suo gusto, con che tanto mi richiede.


(1) "infatti il peccato quando sia consumato genera la morte";
(2) "Signore, abbi pietà";
(3) Sal. 62, 12 "una parola ha detto Dio".

Indice delle lettere


1681 02 03 AMBP ms. 05 / 81 copia

Al Padre D. Mariano Venuto, vice rettore, Naro.

Jesus † Maria

olto rev.do in Cristo Padre, prima che S. R. avesse replicato questa seconda sua lettera, era bisogno a me dirle quello [che] mi ha detto il mio Padre spirituale, cui nel suo ritorno che fece dalla città nativa, ove era andato per curarsi mi domandò perché non risposi ad un punto che V. R. mi scrisse nella sua prima lettera, quando a tutto altro non risposi senza lasciarne iota, e non sapendo io chi fosse, egli mi spiegò l'imposizione di detto punto, con che S. R. mi domandava che io le rispondessi di risposta latina, il che io punto non intesi e con avere tutto percepito di questo solo punto non ebbe capacità nemmeno lettura, segno che Dio non concorre, ed essendo io quel nulla che nulla fo quando lui non opera, mi sono rimasta così inane in questa sua imposizione, poiché mi fu sospesa (causa la mia ignoranza) di colui "in quo vivimus moremur et sumus".(1)
Riceva dunque V. R. di questo motore quel mio piccolo moto nell'intelligenza del suo latino, e la immobilità di questo altro nel mio vacuo intendimento, pensandone Dio Autor dell'uno e l'altro, cui in tale evento ha voluto mostrare la sua potenza, nel primo nel fare intelligente un animale, e nel secondo la mia ignoranza che mi fece intravedere la lettura di due parole, quale io riduco in queste altre, "tu omnia bona mi Jesus, ego omnia mala",(2) ma con tutto ciò io canto "gloriabor in infirmitatibus meis ut inabitet in me virtus Christi".(3)
Sicché resto gioliva, vivo contenta avvolta con Cristo nella mia indotta sapienza, V. R. ne ammiri la viltà del mio essere, e la bontà del Signore, cui dia all'anima di V. R. scorta benigna per la sua presente occasione, acciò vada senza pericolo in questa sua elezione di stanza, lui non vuole il rettorato, ma nemmeno vorrebbe essere suddito per non essere costretto in accettarlo; oh! Padre come faremo per non essere l'uno e l'altro, io per me non saprei che fare per sfuggire la Scilla e la Cariddi, nella di cui procella io ieri stavo confusa navigando quando in alto scoglio, cioè, del Calvario Gesù mi diede sentiero per sì pericoloso cammino.
Onde se V. R. vuole andarvi bisogna seguir questo furiere, cui guarda che sta assiso giusto nel mezzo nel suo strettissimo trono, tenendo a canto due ladri, cioè, due difettosi estremi, mostrandoci che non bisogna sdrucciolar piedi per sì pericolosi sentieri, ma inchiodarci in quella di mezzo della santa indifferenza col chiodo del suo voler divino, poiché il voglio ci danna, e il non voglio ci precipita, sola ci predestina il "non mea voluntas, sed tua fiat",(4) quale egli notifica per mezzo dei Superiori, benché non vieta che si dica a prima volta "Pater mi, si possibile est, transeat a me calix iste".(5)
Ma se non l'ottiene bisogna cadere ai suoi piedi, e imporsi l'effetto delle suddette parole non mea voluntas sed tua fiat, e ciò sia di buono animo poiché il più delle volte "nescimus quid petimus",(6) e sono l'umani disegni come quel faticato ragno che si sviscera per tessere vilissime trappole, come appunto facciamo noi che con incessante pretensione stiriamo le nostre industrie, intrecciamo le nostre macchine, ritorciamo l'altrui volere per interesse quella tenue fuliggine, quella lacciera di polve[re], la quale non serve che a mostrar più manifesta la sua avvelenata abitatrice, poiché una simile trappola mostra agli spettanti più manifesta la imperfezione dell'anima che la pretende, nella quale misera tela talora quella morta mosca che "totam massa corrumpit",(7) accadendo in simili cose qualche offesa di Dio che corrompe quella anima nella sua naturale bruttezza imputridendola tal volta in una corruzione eterna, di che nostro Signore ci liberi mentre noi non vogliamo che il suo santo volere, così puro e sincero come si eseguisce nei beati senza umana pretensione.
V. R. preghi che io così l'eseguisca come io sto pregando per lui parimenti, e per tutte coloro che egli mi comanda, e maggiormente per le due carissime Francesche Landolina e Lucchese; nostro Signore sia che li consoli, mentre io me le stringo al cuore ai piedi della SS.ma Vergine, ove parimenti mi fermo per domandare a V. R. l'ultima benedizione, la quale licenza tanto intimamente mi duole che io mai mi avrei risoluto chiederla se non mi avesse spronato la esatta osservanza di V. R., poiché siccome lui mi scrive in latino in osservanza della sua regola, così io in osservanza della mia non posso più servirla per lettera, poiché etiam con parenti di rado lo concede, ma non importa poiché faremo con il cuore quello che non è concesso alla lingua, e però mi taccio per sempre restandomi seco loquace nel SS.mo costato del nostro Salvatore, ove lui mi benedica, mentre io umilmente mi resto sua.
Palma a di 3 febbraio 1681

umile serva e figlia nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. Rispondo alla devotissima lettera del nostro fratello, come V. R. vedrà nell'acclusa, rimettendogliela aperta, acciò corregga e disponga a suo volere essendo di ambedue Padre nel Signore.

(1) At. 17, 28 "in lui infatti viviamo, ci muoviamo e siamo";
(2) "tu o mio Gesù tutto bene, io tutto male";
(3) "mi glorierò nelle mie infermità, affinché inabiti in me la virtù di Cristo";
(4) Lc. 22, 42 "si faccia non la mia volontà, ma la tua";
(5) Mt. 26, 39 "Padre mio, se è possibile passi da me questo calice";
(6) "non conosciamo ciò che chiediamo";
(7) 1 Cor. 5, 6 "fa fermentare tutta la pasta".

Indice delle lettere

 

1681 02 03 AMBP ms. 06 / 81 copia

Al Padre Don Giuseffo Stassi, Chierico della Compagnia di Gesù.

.Jesus † Maria

arissimo in Cristo fratello.
Ecco ormai che assecondo le mie prime voci gridando a Dio per il mio fratello "requiem aeternam dona ei Domine, et lux perpetua luceat ei",(1) sicché voglio che vada, e onninamente che muoia, non di morte corporale finché Dio lo voglia, ma di quella felice che chiudendo gli occhi al creato fa che più non si veda umana creatura, trasmettendo colà l'affetto nostro ove non arriva affezione terrena, nel quale stato l'anima dimora quaggiù come in una tenebrosa sepoltura, poiché del creato non vede, non attinge, non gode cosa veruna, e se talora vi entra qualche piccolo barlume, egli non serve che per mostrare l'orrori, li fantasmi, le funebre oscurezze di questa magione terrena.
Onde spegnendo quella luce con un serrar degli occhi si sdegna, si stacca e si contenta, e pur gioliva canta "posuisti me in oscuris sicut mortuos speculi",(2) lodando Dio che l'ha posto in quel buio, da cui nasce il bel giorno di quel meridio eterno, poiché una anima cieca è siffattamente morta, quanto si oscura tanto vede, e quanto muore tanto vive, ascendendo tanto al Cielo, quanto si seppellisce al mondo, "o felix mors felicior vita",(3) ed io non so come nel mondo si campa, e come ogni creatura non si uccide, dandosi ognuna nel petto quella lignea ferita che uccide ed infiamma, uccide al mondo, e riaccende al cuore quel luminare incendio che a primo scopo dimostra e consuma li viridi virgulti delle nostre germinate passioni, dico l'Amor di Dio, che non può segnare se non incenerisce l'uomo, nascendo da questa cenere questa divina Fenice.
Oh! cielo manda luce, che facciamo sera, serriamo gli occhi alle creature, poiché tra questo buio scintillerà il divino fucile, mandando fiamme ai nostri cuori, deh! Dunque, oh! carità, manda a chi si oscura al mondo questa serafina fiammella, acciò che lieto canti nella sepoltura di una terrena obliviscenza, "et nox illuminatio mea in deliciis meis",(4) buona sera fratello mio, requiem aeternam Dio vi dia in questa lapide beata, in cui vi lascio sepolto nel mio Cristo, poiché, "petra autem erat Christus" (5) in esso si seppellisca, in esso si chiuda, altro non veda in questa notte terrena, e proverà in ciò felice di un spirito solitario, cui per altro campeggia in un deserto infinito, entrando per questo buco e terreno ristretto in quello spazio immenso dell'essere deifico, ove prova l'anima romita l'aera tranquillissima della divina essenza, cui per sua unità altro non influisce che flussi giocondi di sua pura sostanza, aurezzando quei soffi quei perlacidi squilli che fronteggiano le notizie dei suoi attributi divini, le di cui arcane intelligenze quasi soavi sussurri imparadisano l'anima romita e solitario aviatore.
Oh! sacratissima selva, amenissima campagna, ove passeggia l'elma carità di Dio esule e sola d'ogni creatura, non però in se stessa, poiché a circolo tutte abbraccio, ma in colei che la tiene, non volendo essere amata con terrena coppia; fuori dunque di questo deserto ogni mostro ed ogni bruto di terreno appetito, ne pur si sgomenti se le nostre passioni qual fiere vi vanno correndo, poiché senza loro preda si possono far morire, questi lupi divoratori. Facciamo dunque, così lasciamo che muoiono di fame negandogli il nostro assenso, anzi la nostra cooperazione che è il loro naturale nutrimento, lasciandogli mordere e sgridare senza che dessimo loro una piccola briciola di loro pretensione, che facendo così l'uccideremo senza armi e senza preda, e senza appressarsi all'ombra del fomento negandogli il sostento morranno di fame, almeno rimarranno in una languida declinazione, ottenendo noi proda uccisione di sì fieri mastini, poiché come decidono li dottori, "quem non pavisti occidisti".(6)
Carissimo, su dunque andiamo veloci alla morte, uccidi ogni bestiale appetito e mostro sensuale, e noi assieme con esse come per noi morì il nostro Venatore, cui per darci si uccise, acciò che sulla croce insegna siamo colui seco a morire non di morte di corpo ma mistica e morale, "eamus et nos moriamur cum illo".(7)
Salga dunque con lui sulla sua croce, cui l'insegnerà a morire, e racchiudersi nella suddetta lapide della terrena oblivione, la di cui interiorità non fa che il divino cuore, cui sta nel mezzo di questo sacrato legno, vi ascenda dunque per saper che deve fare, e come morire, poiché "crux Christi non solum est lectulum morientis sed et cathedra docentis".(8)
Taccia dunque la mia lingua che sgrossando balbutisce e non sa che dire, egli in tal cattedra riconoscerà li miei errori e scuserà la mia loquacia, con che tanto alla lubrica ho corso in questo sdrucciolo di penna; onde avveduta mi taccio ai piedi del Crocifisso, nostro Maestro ed esemplare, per amor di cui prego il mio carissimo fratello ad interiorarmi nelle sue sacratissime forame, nei di cui antri divini prendo per sempre sentiero per rinserrarmi in un dovuto silenzio, già che me l'impongono le nostre regole e costituzioni, proibendo che si scriva a chiunque di fuori, serbando solo e anche di raro a persone di stretta parentela.
Onde scusi se io non potrò eseguire il suo gusto in ordine a questo quesito, poiché "soli Deo placere cupio",(9) in cui più che sulle carte tratterò con la carità nostra carissimo fratello usando muti cenni di carità invece di parole (con)servando ambedue quel documento di S. Giovanni che dice, figlioli "non diligamus Verbo et lingua, sed opere et veritate",(10) tanto ci basti per fare del cuore lingua per amor con essa Dio somma veracia, qui racchiudo i miei discorsi e tacendo mi resto ai piedi del Signore, nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.
Palma a di 3 febbraio 1681

umilissima serva e sorella
Maria Crocefissa della Concezione

P. S. Tengo nel mio petto le pene della signora Francesca, la di cui medicina parmi fosse la sua volontà rassegnata con la divina, un dire non voglio cioè altro che Dio, la sana, ne altro unguento le gioverà per sì profonda piaga, pregheremo Dio per essa almeno che le dia una santa sofferenza sostenendo la notte finché l'alba arriva.

(1) "il riposo eterno donagli o Signore, e plenda ad essi la luce perpetua";
(2) "mi hai posto nelle tenebre, come i morti di un secolo";
(3) "o felice morte più felice della vita";
(4) "nelle mie delizie è la notte mia illuminazione";
(5) 1 Cor. 10, 4 "e quella roccia era il Cristo";
(6) "hai ucciso colui di cui non hai avuto paura";
(7) Gv. 11, 16 "andiamo a morire con lui";
(8) "la croce di Cristo non solo è letto di chi muore, ma è anche cattedra di chi insegna";
(9) "desidero piacere soltanto a Dio";
(10) 1 Gv. 3, 18 "non amiamo a parole ne con lingua, ma con i fatti e nella verità".

Indice delle lettere

 

1681 02 03 AMBP ms. 07 / 81 copia

Al Padre D. Gio: Battista Bartolotti, Chierico Regolare.

Jesus † Maria

adre mio benedetto, e socio nella sequela del Crocifisso.
Ben trovato Padre mio in questa città di Genova, da dove ricevo la sua lettera con quelle grate novelle che sono dolci all'anima mia, e in quella del Signore avvisandomi la riverenza sua l'aumento felice delle sue figliole, delle quali io sono serva e non merito essere schiava non che loro sorella, ma mentre esse si degnano io confermo la loro sorellanza, con la carissima suor Maria Agata, poiché benché è notissimo che di sua riverenza sono serva e figlia, alla quale santa coppia io aggrego anche suor Maria Virginia, ascrivendomi sua serva e sorella, e socia del Calvario, ove ha sciolto piede "simul ibimus pariter curremus".(1)
Ed oh! corsa beata per quelle semite divine, in cui il nostro amato bene, passeggiò spargendo rose delle sue piaghe sacrate, a pro cui le nostre Marie e il nostro buon Giovanni andiamo felici, ma spargendo gigli di lacrime, come lui rose di sangue, e perché agl'occhi di Dio, erunt nuovissimi primi, et primi nuovissimi, io voglio dare in primo luogo alla sorella Maria Virginia, assegnandola in quello della SS.ma Vergine, e dopo perché la vorrei (come la stimo) ingenua, e vergine di ogni attacco di mente con cosa terrena, non impegnandosi in altro attacco, che con la divina parentela, e proseguendo il grado alla sorella Maria Agata tocca quello di Maria Solomè, nel quale nome riceva non il mio sentimento, ma quel di Gesù Cristo, cui pare in esso nome le prescriverei meglio che a Mosè l'epilogo della sua fondazione.
Sulla dura tavola della sua croce SS.ma, esprimendo in tal nome per ogni lettera una virtù massima da osservarsi in essa, e dico Solomè cioè S. silenzio pacifico, O orazione per i peccatori, L lacrime per li peccati propri, O obbedienza a Superiore, M memoria delle proprie miserie, E eternità assidua nelle loro cogitazioni, ma io riduco in due esercizi tutte quelle virtù come la medesima parola spiega, cioè solo, Mé, per la quale, par dicesse Dio, solo me cerca, desolandoti di ogni consolazione terrena assegnandole in quel solo una solitudine del tutto, et in quel Mé l'unione divina.
Oh! sillabe sacrate, che portano del Cielo questi salutevoli rescritti, poiché al mondo altro non è, che spogliarsi dell'umano, e in vestirsi del divino, questo è il massimo dell'amore, questo è il punto principale, e cui incorre nel contrario soffrirà quelli tor-menti, come un osso slogato dal suo corpo, del quale mistico nostro, il capo è Gesù Cristo, nella quale disunione quasi tutto il mondo geme, poiché il primo padre Adamo slogò dal suo sesto cioè della grazia di Dio l'osso del nostro naturale, ritornando verso il senso (nell'ingoiarsi il pomo) fuori della grazia originale, e però il misero uomo l'inveterato mondo cammina verso Dio come vecchio stroppicato portando a carponi questo deformato membro, tralasciandosi per terra a guisa d'animale.
Oh! misero che sei, ove si torto vai, trascinando tante pene per non sentire poco dolore, quale sarebbe bisogno sentire per poco momento, se alle mani si desse del chirurgo
divino, cui non può sanare senza qualche contrario ritorto, rivertandolo verso lui nel suo primiero sesto.
Bisogna dunque aver pazienza, poiché senza torsione di senso non può guarire il stroppicato, cui anche nel legame sentirà molto dolore quale bisognano essere strettissime nella chiusura dell'appetiti, sin che l'osso si fermi, sin che il naturale si riduca nel sesto della ragione, senza esservi più stortiglio fuori della divina unione, ove nel sommo d'essa giocano a tutta forza operando portenti queste due drizzate braccia, della natura e la grazia, facendo con esse Dio (capo del corpo mistico) egregie meraviglie, di cui sta privo il mondo per non volersi guarire di quel stroppico di senso, con darsi al vero sesto, dell'introgresso divino, ove riverse del mondo felice entreranno le sorelle carissime in questo santo luogo, benché bisogna soffrire quei ritorti, che il senso proverà nell'esercizio delle suddette virtù rivertendo il nostro naturale a questo sesto della perfezione, la quale è cardine, e soglia della divina unione, non potendosi in essa ascendere senza salire, e calcare l'infimi scalini di tutte le creature trovandosi nella loro rinunzia. Oh! quanti grati amplessi della divina unione, nel di cui candido seno pende quella fulgida perla dell'essenza divina, per la di cui fruizione l'anima canta e grida "vendidit omnia mea, et comparavit ea".(2)
Vada dunque il tutto, mi fugga l'universo, io voglio pescar sola questa chiara margarita, questa gemma beata, e con miei sudori e stenti, la caverò del incognito, non che dal solitario, mentre ella non si trova che nelle impraticate miniere, e nelle conchiglie marine, quali all'alba si chiudono per far che non li veda etiam il sole, così faranno le mie miserie chiuse ed assente da ogni mondano splendore, solo guardando Solomè, cioè solamente a Dio, nella loro fondatrice, cui non partirà le pupille da quel solo increato, vibrandoci da esse, tanti sguardi per quanto li miei devono lacrime, toccando a me il posto di Maddalena peccatrice. Onde mentre loro si godranno quelle perle divine ingemmandosi di Dio li loro seni, io innaffierò il mio di stille di lacrime, essendo questi li ricchi cristalli dei miseri peccatori; dunque mio carissimo Padre, mio dilettissimo Giovanni, a voi tocca l'introduzione delle tre Marie al Calvario, acciò riporti ognuna a Dio per il dritto cammino ove lui l'ha chiamato.
Faccia dunque scorta fida alla sorella Virginia dirigendola al Crocifisso per la ingenuità della mente, alla sorella Maria Agata per la suddetta carriera, e per la via penitente l'afflitta Maddalena, il quale erto sentiero Padre mio, oh! quanto mi è caro, ma per altro assai scabroso; onde io per tal disagio malagevole mi invio se Maria non mi assicura tale viaggio, innaffiando con li meriti di quelle lacrime, che vi aspersi, quelli rovi, e quelle querce, acciò di spine siano rosa, per amor dunque di cui V. R. stenda anche la mano per agevolar la misera, che per tal via si gira e trascina, e mentre per carità egli la porge, io per obbedienza gliela bacio, ricevendo il suo aiuto con umilissimo inchino.
di V. R., Palma a di 3 febbraio 1681

serva e figlia in Cristo
Maria Crocifissa della Concezione

P. S. Per la povera ossessa, Padre mio non dubiti della mancanza delle mie orazioni, bensì dei miei demeriti, che rendono impropizio il Signore, non dimeno io seguito poiché "non est abreviata manus Domini".(3)

(1) "andiamo insieme e ugualmente corriamo";
(2) Mt. 13, 46 "vendette tutte le sue cose, e la comprò";
(3) "non si è ritirata la mano del Signore".

Indice delle lettere

 

1681 02 03 AMBP ms. 54 / 81 copia

Ad una Anima benedetta.

Jesus † Maria

nima benedetta ai di cui piedi mi prostro esclamando con un profluvio di lacrime "ne proicias me a facie tua",(1) essendo io quella misera così da Dio reietta, che non trovo nell'umano quanto dir si può di un minutissimo atomo, decretandomi esso in un stacco sì nudo, che etiam di un consiglio provo fiero abbandono di questa.
Dunque ti parlo per suo aiuto, ti invoco benché per ritrovarla bisogna discendere in quell'infimo profondo ove lei soffre; branche di mostri, fierissimi equulei, profilati tagli, squarci di viscere, succhi di sangue, torsione di nervi, frattura di carne, e angosce stretture e schianta cuore; ma se questo fosse, sarebbe in vero un riso a paragone del mio dolore, quale essendo dal Dito onnipotente mi si trafila nell'anima con forza d'inesplicabili tormenti, cui pur mi saria dolce se non fosse per spronarmi all'esecuzione di qualche suo cenno divino, dandomi nella dilazione si orribile castigo, presaggiandomi con questo quello d'avvenire più formidabile ed eterno.
Onde pria che mi arrivi voglio gemir sino alle stelle, chiamando pietà di chi tiene cuore, acciocché non meritando io da Dio il suo immediato aiuto, almeno me lo dia per mezzo di chi forse ha decretato, ai di cui piedi io sciolgo una diruzione di cuore, un dirotto di pianto, chiedendo per amor di Dio compassione e qualche lume, non fondato in sola dottrina, che assai irrisoluta l'ho atteso, ma in una umile e fervente orazione, ove si ottengono quei raggi vibrati "a Patre luminum",(2) cui il più delle volte "revela ea parvulis",(3) ad anime semplici e fanciulle come sono gl'umili di cuore.
A quelle io invoco, ad una di questa, io esclamo "ora pro me ut fiam voluntas Domini"(4) o almeno che non mi costringa a prescrutarla, dandomi se vuole che l'effettua modo di come eseguirla, o pure quiete di non più procurarla, la quale non spiego, poiché trattandosi di lumi saprà egli (se vuole infonderlo) meglio assai notificare che io non sappia dire. Onde invece di parole verserò lacrime amare intercedendo per mano vostra, oh! anima benedetta qualche lume del Cielo per essermi fida scorta del cenno divino, forse Iddio che l'umile da gran vuole che io sprofondi per ottenerla; di che io sento tanto prontezza che mi abbisserei fino al profondo della terra, e non sapendo ove sia ai piedi tuoi mi distendo; acciò la mia carità l'induca o me lo insegni, e mentre qui mi prostro l'anima mia dirompe li suoi ritenuti pianti, con cui spero pietà, lumi o qualche "modo aliter pereo et cito moriar".(5)
Si, si voglialo Dio, voglialo tu con tue preghiere e calde orazioni, e mentre tu preghi, io umilmente ti supplico restando qui ai tuoi piedi umile prostrata, dicendo: "descendat super me gratiam tuam".(6)
Palma a di 3 febbraio 1681

un'anima tua serva a te mandata
Maria Crocefissa [della Concezione]

(1) "non rigettarmi dalla tua faccia";
(2) "dal Padre dei lumi";
(3) Mt. 11, 25 "hai rivelato queste cose ai piccoli";
(4) "prega per me affinché io faccia la volontà del Signore";
(5) "diverso modo e subito morirò";
(6) "discenda su di me la tua grazia";

 

Indice delle lettere

1681 03 04 AMBP ms. 09 / 81 copia

Al Padre Don Santo Montaperto.

Jesus † Maria

olto rev.do Signore in Cristo osser/mo.
La devozione e carità di V. S, portano seco tanta rara umiltà, quanto egli ne dimostra nel ricorso [che] mi fa in aiuto e risoluzione di quella creatura, quale per irrisoluta mi propose, a cui non saprei dire meglio di quello [che] disse per tutte il nostro Salvatore "manete in vocatione qua vocati estis",(1) fuori della quale non vi è che sdrucciolo, e periglioso sentiero, che se questa signora entra in religione non essendovi chiamata inciamperà in quella severa tardanza, nella quale incorse quell'invitato sedendo alla mensa senza la veste nuziale, quale pare a me fosse la vocazione, della quale se per questa ne entrerà ignuda ne rimarrà derisa non che cortesemente convitata.
Vada dunque a servir Dio ove viene chiamata, poiché "universae viae Domini, misericordia et veritas",(2) e dato questo non occorre far altro, che dire a noi stesse "sinite hos abire",(3) acciocché occupandoci dietro loro esse non traggono presso la vanità almeno, con la loro superflua intromissione.
Carissimo in Gesù Cristo "sinamus (io replico) hos abire",(4) e noi che siamo promesse a Dio, restiamo in esso rinserrate nel sacro ristretto del suo ferito cuore, ove preghiamo per quelle che miseramente inondano nelle torbide procelle del diluvio del mondo, ove naufragio patiscono coloro, che vi notava io fuori di queste acque, salvo V. S. sormontandolo sull'arca del sacro legno, "o crux, ave, spes unica",(5) ella è la speranza della nostra salvezza, questa signora a questo legno si stringa, giacché si accinge all'infortuni di sì procelloso mare, acciò nelle immergenze almeno abbia "unde teneatur",(6) la SS.ma Madre sia del suo mare la stella, mentre io ne la prego riverendo di tutto cuore la carità di V. S., di cui mi resto per sempre.Palma a di 4 marzo 1681

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) Ef. 4, 1 "perseverate nella vocazione che avete ricevuto";
(2) Sal. 25, 10 "tutti i sentieri del Signore, sono verità e grazia";
(3) Gv. 18, 8 "lasciate andare via costoro";
(4) "lasciamoli (io replico) andare";
(5) "salve croce, mia unica speranza";
(6) "motivo di interesse".

Indice delle lettere

 

1681 03 04 AMBP ms. 10 / 81 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.

Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore, consolatissima ricevo, et umilmente bacio la riverita carta di V. S. Ill.ma, gradendo la sua iscrizione, giacché riverire non posso la sua paterna mano, quale da presso aspetto; giacché in visita si instrada, incamminandosi a noi per il 5 Ottobre venturo, nel quale ben venga, che sarà di tutto cuore incontrato da questa sua minima adunanza, benché non come mi esita, pregando tra tanto sua Divina Maestà, che le dia quanti passi, tanti felici progressi per il corpo, e l'anima, acciò ritorni alla sedia, carico di prosperità e ricco di meriti.
Carissimo mio in Gesù Cristo, mio Signore e tutto Padre, io tanto desidero, e vorrei esserle del tutto visibile per certificarlo quanto bene le desio, e questo gliene prego, poiché dal capo sano scriva tutto il bene del corpo, V. S. Ill.ma è capo noi siamo suoi greggi, Iddio lo indirizzi fuori di rupi, altrimenti tutte precipiteremo.
Oh! questo non voglia Dio, anzi diane per istradarci la sua Madre Regina, ai piedi di cui unitamente con mia madre e sorelle le facciamo la dovuta riverenza, e parimenti ai signori suoi nipoti, dei quali ne ricordiamo loro indegne servitrici, e qui non essendo per altro le rimetto l'inclusa come lui mi comanda domandandogli per fine la santa benedizione.
di V. S. Ill.ma, Palma a di 4 marzo 1681


umilissima suddita
Maria Crocefissa della Concezione

 

Indice delle lettere

 

1681 03 21 AMBP ms. 13 / 81 copia

Al rev.mo Signor D. Giuseppe Maria Rini, Vicario Generale.

Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore, attribuisco mio Signore a castigo dei miei peccati, la sua peggiorata indisposizione, poiché da che io ne ebbi senso, Dio caricò la mano; onde se io guardassi la causa mi sgomenterei della grazia, essendo li miei demeriti "super numerum numquam arenae maris",(1) ma io solcando questo lido così immenso e lotoso, monterò sul mare della misericordia di Dio, in cui al chiaro di quel nume, che è di tale mare la stella, vedrò se con l'amo di qualche ritorto Loncino (quale è il mio cuore propenso alla terra, e ritroversciato al Cielo) potrò adescare a nostro bene la grazia del Signore.
V. S. Ill.ma stia meco costante in questa pesca divina, poiché senza cimento non è la cimella del Signore, talora si piega alla nostra supplica, nella quale io stando vedo, che ora si erge, ora si china, volendo e non volendo, dar pesca a tale preghiera forse più bene ne attende applicando per adesso tale Loncino al straccio del suo dolore per trarle il sangue di qualche superflua ilarità temporale, quale forse lo otturerebbe al suo estremo, senza questa penosa applicazione. Tanto io devo asserirle esponendogli più suo gran bene in quello [che] fa il Signore, nel di cui volere stia fermo e parimenti giolivo, poiché l'emissioni non sono continue, ma dopo l'utile del sangue cessano li rivoli, e si benedicono le punture.
V. S. Ill.ma faccia animo, che ogni bene si spera dalla pietà del Signore, la sua infermiera è ottima essendo assieme Madre e curatrice, io ai suoi piedi mi resto, supplicandola per l'opportuna medicina, acciò per mezzo dell'umana, lo risani la divina, e perché scrivo in fuga, volendo avventurare questa carta nelle mani del rev.do Padre Agostino signor suo zio che sta per partire, più non mi dilato.
Onde gradendo l'eccessi dei suoi favori per quello [che] mi si compromette in ordine allo spirituale, altro non so esplicare, che io sono sua serva carica per servirlo di infinita obbligazione; V. S. Ill.ma così mi veda, e accettandomi in tal grado io infinitamente mi ascrivo.
Palma a di 21 marzo 1681

sua umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "più del numero dell'arena del mare".

Indice delle lettere

 

1681 03 25 AMBP ms. 55 / 81 autog.

Al Padre [D. Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma.

Jesus † Maria

eve la mia racchiusa lingua, benché tra li punti di un circondato cilizio, rendere mille gratitudini, prima a Dio che glielo ispirò, e dopo a V. R. cui par abbia alquanto rinnovellato il mio spirito, per mezzo di questa mia cara penitenza, nella quale quanto si pungono le mie labbra, tanto riposa il mio cuore, vedendosi libero di quella molestissima attenzione, che bisogna avere nell'occasione di parlare.
Sicché in tanto mio sbrigo è stato tanto il mio contento, che delle medesime punture le mie proprie lacrime hanno stato soavissima unzione, bagnando quel cilizio, che nell'essere fiero alla mia faccia è stato dilettevole al mio cuore, ante murandosi l'uscita a più crudo dolore, quale io intendo atrocissimo nell'imperfetto conversare.
Padre dunque io non so dire quanto mi è dolce questo ferro, quanto opportuno questo boccaglio, poiché nell'essere uno mi giova con due mani, dandomi con una la penitenza e con l'altra il santo ritiro, essendo queste delle più fide scorte del mio interno sentiero, e sapendo V. R. qualche cosa del ritiro, del come io seco la passo, sappia pure che la penitenza e l'altra amata del mio cuore, verso la quale io sento tanta tenerezza e propensione che mi sento liquefare in solo dire, santa penitenza cui corrisponde alle mie anelanze con una spinta di caritatevole urgenza agevolandomi, in questo aspiri tutte l'amarezze della medesima penitenza, ove asperge tante spille contro senso che non godo fuorché dello spirito, esperimentando invece di martirio gran contento, ed è tale virtù tanto secondo lo genio del mio spirito che non vorrei altro, ma se lei non fosse umile non sarebbe tanto secondo il mio cuore.
Sicché io in quelle penitenze inclino e in quelle redini non provo che sono secondo qualche spregiato modo, ma del Paradiso mai tal suo frutto mi piacque come quando questi due si accoppiano seco il santo ritiro; sicché la santa penitenza quando con questi due cammina mano con mano, sento l'anima mia correre dietro loro come senza freno.
Insomma mi trovo come fuor del sesto, quando sono fuor dell'umiltà, penitenza e ritiro, ma io volendo dare il loco a più alta penitenza ho vissuto in queste brame senza veruna richiesta celando in parte questi desii per fare maggiori penitenze; poiché più che acuti ferri mi hanno trafitto il cuore queste insoddisfatte aderenze, ed è stato il mio silenzio un digiuno così austero che mi ha privato di tutte quelle sensibili dolcezze, che io provo nello stato umile e penitente, parendomi di più che io volessi falsificare la santa penitenza.
Quando io tale non la esperimentassi con le mie tante soddisfazioni, ma già che Dio così si compiacque darmi qualche briciolo del mio desiderio e persi sicura mano, io assento al suo comando, come acqua al precipizio, e tirata da questo barlume mi mostro a V. R. alla luce del Sole, scoprendogli tutta me stessa con le mie nascoste brame, non per voler che si compiacciano, ma per offrirle attissime di ogni sorte di suo arduo comando.
Onde io come di tutto cuore anelante mi ho esposto ai piedi del Crocifisso (cui di queste tre virtù par un imprimente esemplare essendo sulla Croce, solo, trapunto, e deriso) così a V. R. mi espongo non bramosa che temo di qualche occulto inganno, ma almeno prontissima a tutte sorti di cruda penitenza, acciò oltre all'usati miei carichi se gusta di tutte l'inventate asprezze, e massime delle su [ac]cennate penose ritirate e in tutto abiette, e se particolarizzate le vuole sappia che io muoio di vedermi, nel vestire fatta un scherno, vorrei il cibo asciutto e raro, il dormire poco e duro, dimorando senza cella in qualche umile riparo, vorrei stare ai piedi di tutte, cibarmi con l'animali, servire li lochi immondi, passar la lingua per l'ufficini, dimorar dopo li serve, caricarmi delle immondizie, per essere a tutte fatta schiva, di ignominia fatta un vaso, e dal tutto un scherno, una beffa e un deriso.
Ma il massimo che io bramo è l'essere a titolo di castigo posta in qualche angusta prigione, ne curerei mai più di vedere luce, ne Cielo, purché godessi in un ceppo di dura penitenza, la ignominia di tale infamia, e il ritiro di si strettezza, o almeno io fossi degna di servire faccia per terra tutte le novizie, dimorando nel noviziato non come l'infima d'esse, ma come loro vivissima serva.
Oh! che gli occhi mi abbondano, e la mia faccia china in terra, tanto è il giubilo che sento in questa dolce domanda, ma io per assai che dica mai resta sazio nel mio cuore, poiché nel mondo non trovo, concavo si profondo, buco si stretto, patibolo si duro, che potesse appagare le bassezze che bramo, la solitudine a cui anelo, e la penitenza che procuro, e però mi mancano le proporzionate maniere di potere esplicare le mie cordialissime brame, quali ai suoi piedi espongo con una totale rassegnazione, acciò o calchi con la negativa, o li sale con la grazia, cavando io e dell'una e dell'altra umiltà profonda, poiché se me lo concede mi umilierò nell'esercizio, e se no, nel mio demerito, per cagione di cui non merito tanto bene, essendo io tanto mal corta verso Dio, che per molto sforzo non giungo al suo più infimo profondo, ove quasi dimorano obiezioni, sotto li quali io mi trattengo, al tocco dei quali aspiro, mentre sono l'auge del mio sommo.
E per fine qui inoltrata a V. R. m'inchino da cui (se altro non merito) supplico la proroga di questo cilizio almeno per altri 30 giorni, le di cui punture quando hanno trafitto la mia faccia, tanto mi hanno sanato il cuore, germinandogli queste spine non già siepe di tormento ma sue rose e sue corone, trafiggendomi soli che ha da finire, mercé qual mio diletto io non chiedo ne ricuso ma così inchiesta mi espongo al suo riverente comando, poiché sopra ogni mio bene grato mi è l'umile obbedire, mi benedica.
[di V. R.], Palma la vigilia di nostro Signore, a di 25 marzo 1681

sua suddita indegna
Maria Crocefissa della Concezione

 

Indice delle lettere

 

1681 03 31 AMBP ms. 14 / 81 copia

Al Padre D. Mariano Venuto, vice rettore, Naro.

Jesus † Maria

adre mio diletto nel Signore.
Ed io la misera a cui V. R. di tante sue grazie confonde, che dirò mai per tanti favori, niente per certo fuor che "nescio loqui",(1) ma per non lasciare il mio silenzio in ozio, risponderò e corrisponderò ai piedi del Signore, pregandolo benché indegna, che in questi santi giorni lo faccia partecipe del frutto del suo prezioso sangue, di cui sta tumefatto il Cielo, predicendoci fra breve le sue diluviose spargenze, inondate a nostro bene dall'acquedotti immensi delle sue sacratissime piaghe, le quali essendo senza fondo, e senza lidi, formano per nostri gloriosi navigli un interminato mare, ove io immergo assieme con V. R. li suoi da me stimatissimi doni, ne altro poteva espellere dall'anima mia qualche difettoso estremo, cagionatomi di qualche altra acerbità di dolore, che mi trafigge sino all'intimo per compassione delle sacratissime piaghe, che la medesima immagine del nostro risorto Redentore, cui oltre al consolarmi, etiam nel suo avvolto mi sembra l'estremo, poiché essendo bianco, e nero mi mostra voler essere quanto lacrimato tanto goduto.
Onde io nella nerezza della sua pena, e nella candidezza della sua gloria l'amerò tanto nel Calvario, come nell'empireo, V. R. in ambo mi conduca con la fida scorta della sua orazione mentre io, e tutta la nostra comunità lo stesso facciamo per la sua degnissima persona, alla quale io mi prostro non solo per umilmente ringraziarlo di tanta sua carità conferita ad una sua indegna serva, che non merito il vocabolo di figlia, ma per replicatamente pregarlo, che mi aiuti a pregare Dio per il raccomandatomi negozio della Chiesa di Francia, di cui tante commendazioni mi vengono fatte da Roma; ma io che male posso aspettare di un Dio tutto bontà, come in parte si vede nell'essere state favole tutti quei funesti avvisi di questi mesi prossimi andati. Poiché per una lettera venuta ieri da Roma, da mio fratello data a 15 di febbraio, avvisa che le cose stanno in trattato essendo gia arrivato in Roma il signor Cardinale Detrè, mandato in accordo dal Re di Francia, a cui Sua Santità aspettava per intendere le sue ragioni.
Sicché le cose camminano col piombo, e senza tante furie di scomuniche, e privazioni d'offici, bensì il negozio è importantissimo, e continue orazioni bisognano, e perché V. R. in tempo di tanta amarezza vi ha voluto consolare con la gloriosa immagine del nostro Salvatore, io parimenti in tempo di tanto nostro affanno per il negozio di santa Chiesa voglio (se pur egli non lo sa) di notiziarle buona nuova, e come Iddio Signor nostro nell'affliggere Chiesa santa nella Francia la consolò in Inghilterra, ove quasi in parte è nemica, poiché sono quasi tutti eretici, ritrovo miglior sorte, che in parte cristianissima, dandogli colà un figlio sì fedele, che con essere nobilissimo Principe, e zio del Cardinale Mortfolk lui parimenti inglese diede per la santa fede la sua vita il dì 8 di Gennaio dell'anno presente 1681, a cui atrocemente fu data sentenza di esserle aperto il ventre, e tirandogli fuori barbaramente le viscere fossero buttate nel fuoco in sua presenza, benché per consiglio della camera reale fu mitigata sì fiera condanna.
Sicché in riguardo del suo lignaggio, le fu tagliato il capo, il quale egli gloriosamente diede per la nostra santa fede con quelle altre circostanze, che io qui tralascio, e rimetto a miglior notizia la quale è stata nell'anima mia come ambra finissima tirandosi dietro la vilissima paglia della mia ambiscenza di morire per Cristo, per cui dietro la pelle mi bussano le vene, così violentate di quel sangue, che a viva forza vuole uscita per il Signore, per cui poco sarebbe questo otre di sangue, questo vaso di putredine. E però Padre mio "que utilitas in sanguine meo!",(2) quando egli non si spargerà per Dio, che cosa farò di questo estratto di lezzo, di questo sugo di morto, io non posso soffrirlo, non che pabulando, quando per spiegarlo non lo conservo, e se non nel martirio almeno in qualche letto spargendo tutto in piaghe; oh! domestico martirio, io non ho tanto coraggio fuor che per solo desiderarlo. Onde V. R. me ne ottenga l'effetto, mentre io contraccambiando li suoi felici auguri, altrettanto gliene desidero in questi santi giorni della gloriosa resurrezione del nostro Salvatore. V. R. prenda in mio pro il primo boccone di carne che so sarà del sacro Agnello del refettorio del sacro santo altare, ove anche io prostrata le contraccambierò sì dolcissimo boccone, come faranno mia madre e sorelle, le quali assieme con me le domandano umilmente la santa benedizione.
di V. R., Palma il Lunedì santo, ultimo giorno di marzo 1681

umilissima serva e figlia in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione

P. S. Del mio Padre spirituale, cui riverisce V. R., mi fu data la acclusa per istradarla sicura, al Padre Francesco di Naro, costì cappuccino; onde io la raccomando ai favori di V. R., che so quanto mi farà grata, e di nuovo la riverisco nel Signore. Prego V. R. a dare da mia parte molti saluti al nostro carissimo fratello Stassi, a cui io in questi santi giorni immergerò nel sangue di Gesù Cristo, acciò che in sì glorioso pelago navighi a prospero vento verso il Paradiso.

(1) "non so parlare";
(2) "quale utilità nel mio sangue".



Indice delle lettere

 

1681 05 05 AMBP ms. 56 / 81 autog.

Al Padre [D. Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma.

Jesus † Maria

adre mio nel Signore, la carità non ha termine, nemmeno dovrebbe avere limiti per servire Dio e li prossimi, e maggiormente verso chi la chiede con segni di tanta umiltà profonda, insino a dire, che si brama la mia guida, come se io non fossi quella cieca che senza l'altrui indirizzo non vado.
Onde questo a me ha parso una burla, ed un evidente pericolo di quel decadimento evangelico (se un cieco condurrà l'altro ambedue cadranno nel fosso); onde io per non indurre in tanta disgrazia il fratello (di cui qui parlo) affatto mi ritiro, non solo per questo ma per tanti altri ostacoli che queste comunicazioni mi impediscono; essendo uno dell'invincibili, la distanza del tratto, volendolo è più oculato e più assiduo in queste materie difficili, che si possono etiam in vedere in un indefesso sguardo.
Io quello [che] potevo, già il dissi, che fu una generale dimostrata della virtù più trita, di croce, umiltà, staccamento e mortificazione, cosa che si può proporre ad anima che fosse o purgante e incipiente, o proficiente, o perfetta, e ciò senza altra notizia, che della esperimentata et umana, poiché (massima sopra l'altra creatura, con cui questa si trova identificata) io non ho mai ottenuto barlume di notizia sopra umana, ma è senza questo, quantunque lei fosse per santa proclamata, e sicura che importa questa unità si stretta, quando senza questa congiunzione si potrebbe avere a sommo con Gesù Cristo.
Io Padre non so capire, che cosa sia questa identità di spiriti, et imputo questa mia incapacità a mia somma spratichezza; onde la lascio così come le vede Iddio, cui sola solis epitaffiò il mio interno edificio, non dimeno io proporrei a questa creatura quella esposizione di quel Santo, che non mi ricordo bene, cui dice che il Signore per staccamento dei suoi Discepoli salì al Cielo, perché non le fosse di impedimento l'attacco della presenza della sua umanità SS.ma, quanto magis, benché spirituale ciò si intende di una creatura, la quale non è Dio, quantunque in lui fosse sicura, almeno potrebbe ovviare all'incerto, per il sicuro, cui solo è Dio infallibile et indubitato (ciò che perder non puoi, solo deve amare) l'unione di spiriti, se non sono bene accorati, talora generano certi illegittimi produzioni, che sono li naturali, e non legittimi della perfezione, per le quali è vano quel detto, e si mentiscono quelle parole "Ego dixi: Domini estis et filij excelsi omnes",(1) scemandosi qui pian piano le prosapie del Cielo; questo sono li pericoli degli stati propostomi, benché secondo la presente giustizia io non ho lume di vedere se siano buone o male.
V. R. le risponda, et asserisca la negativa di questa proposta comunicazione con tanta carità e cortesia, quanto io resto spiaciuta di non poter compiacere questa devota creatura; sicché per agevolarla in questa sua dispiacenza, invece di mia corrispondenza, vorrei inviarle l'acclusa figurina, dimostrandole nella impressione di quel delineato cortello (che significa il distaccamento), quanto esso recide senza riguardo e senza escludere catena, o cordellino rompendo per Dio ogni affezione, e sia terrena o imperfettamente divina, rifletta sull'occhio cieco e veda che otterrà ogni candidezza su esso se l'occhierà ad ogni creatura.
In somma percorra per tutto, ed io le dirò con S. Giovanni, "si solum fiet sufficit",(2) e ciò invece di mia richiesta guida, ove si epiloga ogni mia parola, la riverisco e raccomandagli ogni mio bisogno, acciò mi raccomandi a Dio, e ai piedi della Madre SS.ma a V. R. supplico acciò faccia lo stesso e mi benedica.
[di V. R.], dal nostro Monastero a di 5 maggio 1681

sua figlia indegnissima
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "io dissi voi siete anche tutti figli eccelsi del Signore";
(2) "è sufficiente che si faccia l'essenziale".

Indice delle lettere

 

1681 05 13 AMBP ms. 17 / 81 copia

Al Padre Don Giuseppe Farruggia, sacerdote.

Jesus † Maria

olto re/do in Gesù Cristo, con mio vero sentimento intendo la infermità e turbazione della mia signora zia, dispiacendomi sino al cuore esserne stata la causa quelle mie parole, che io dissi a suor Maria Caterina, quale non precedettero di altro che di un mio basso sentimento confessandomi indegna di essere accetti appresso detta signora li miei inutili pareri, quale io diedi mossa di carità e di obbedienza essendomi così imposto di detta mia signora zia, verso cui io non tengo senso veruno di dispiacenza che sia, avendogli detto il tutto con rimettenza d'animo e vera indifferenza.
Del resto che lei abbia disposto o non disposto le cose a mio consiglio, io non so che cosa si è determinato, ne curo saperlo, poiché quanto le dissi fu senza umano intento, ma per mera carità e bene dell'anima sua, ne occorre qui spiegare quello [che] prima le ho detto, il che se vuole meglio dichiara, legga la mia prima lettera, alla quale io mi rimetto, poiché sin adesso non provo altro sentimento, e non restandomi da quella dirle diversità nessuna.
Mi resto pregando Dio e sua SS.ma Madre, per la salute della mia carissima zia, la di cui infermità mi è di pena più che se fosse nella mia medesima persona, V. S. me la riverisca cordialmente e baci la mano, come fanno mia madre e sorelle, mentre io riverisco V. S. ai piedi di Maria nostra Signora.
di V. S., Palma a di 13 maggio 1681

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


Indice delle lettere

 

1681 05 15 AMBP ms. 18 / 81 copia

Al Signor Don Francesco Valerio Lamantia, sacerdote Palermo.

Jesus † Maria

olto rev.do carissimo in Gesù Cristo
"Loquar in amaritudine animae meae",(1) compatisca dunque se tardi e malamente farò questo mio dovere, poiché è stata tanta l'amarezza di tutto il nostro Monastero per la perdita fatta della nostra estinta, e risorta Vittorina, che anche le mura si dolgono, e tutte amaramente piangono; e dissi risorta, poiché nel morire io spero che sia più agilmente risorta, rispondendo ai nostri gemiti, così nel suo ultimo respiro "conscidisti saccum meum et circumdedisti me letitia ut cantes tibi".(2)
Oh! canzone di pace, oh! dolcissimo mottetto, con cui lei poté rallegrarsi della scissione di quel sacco, ove racchiudendosi tutte l'umane fragilità e miserie terrene, in cui gemendo il nostro spirito dimora ristretto, e spasimando; benché alla fine essendo tal ristretto di sussistenza veruna "spiritus per transibit in illum et non subsistet et non cognoscet amplius locuus suum".(3)
Ed oh! signor mio che cara inconoscenza è questa, poiché cui mai dimorò nel Cielo ricordandosi delle sozzure, l'anima della nostra Vittorina passando da questi lezzi a quelli arcani "non cognoscet amplius locum suum".(4) Non sa più mondo, non più patria, non più noti, non più suo corporale compagno, ove visse ove stette non sa che fosse, mira il mondo un buco, la vita umana un soffio, l'onore terreno un scherno e il suo corpo un letamaio, da cui etiam si scuote la polve[re] per non, macchiarsi con le sue deplorabili memorie, si posponga dunque le nostre lacrime a questi suoi riacquistati giubili, quali lei etiam nel cadavere dimostrò, rimanendo sulla bara ridente e gioliva, ma che si poté aspettare giammai di una religiosa che visse sempre esemplarissima.
Io tra cinque anni [che] seco praticai, mai la vide con volto spiaciuto, non che mesto e turbato, era sopra modo imperturbabile ne mai le uscì parola che non fosse mansueta, oltre all'essere con Superiori obbediente, con le sorelle unanime, nelle regole esattissima, e nell'officio di infermiera caritatevole, esercitando in tutto l'umiltà vera. Ma la quiete in cui visse fu veramente rara, talmente che nell'ultimi due giorni di sua vita, che furono quelle della sua infermità brevissima, mai si scompose etiam di una gemente parolina, e pure l'affanno fu si violento che tra tre giorni la menò all'ultimo respiro, nel quale spazio talmente la ribatteva il morbo, che per ogni fiato par la ributtasse dal letto, cagionandogli una sete che veramente fu sommamente insoffribile, e pure da sua bocca mai si è saputo.
Sin tanto che le fu investigato dalle nostre diligenze, ritrovandogli il palato come inaridito legno, ricusando di più il rinfresco di una bagnata rosa con cui l'andavano umidando le labbra, dicendo che tale conforto non ebbe il Crocifisso, all'umana natura poi non bastò l'animo di abbattere il suo distaccamento, poiché per quanto si poté scorgere mai le cadde in mente suor Maria Felice, se la guardava non si inteneriva, e se non era seco non la chiamava, non eccettuandola in niente dell'altre spirituale sorelle.
Altro rimorso non ebbe in questo suo fine, che il ritrovarsi in una allegrissima quiete, e anelanza di morire, dicendo che essendo lei peccatrice, non doveva sentir tanta allegrezza nel partire, ma nell'esserle detto che, non, anzi che dovesse ringraziar Dio di quella somma grazia. Si quietò talmente che pareva agiatamente riposasse, a segno tale che mi sembrava il suo letto una barchetta di tranquillissima navigazione, la quale a vele di quei solleciti respiri, la conduceva in porto ove sono smontate li già arrivati viatori, il che io spiegandole, gli dissi nel fine, oh! mia sorella conducete anche me in questo cocchio beato, in questo glorioso naviglio, che va sì sollecito al Paradiso, come speriamo per li fluttui gloriosi dei meriti di Gesù Cristo, verso cui lei si voltò, e con una faccia ridente devotamente mi disse: per vostra carità questa barchetta rimane, mostrandomi la croce del Crocifisso Signore, per amor di cui mi mostrò che anelasse più alla Croce che al morire.
In somma talmente visse e morì sopra piena di grazie, che Dio poté dirle "post hoc filia mea quid ultra faciam",(5) niente in vero le rimane, poiché dandogli tutto se stesso, come speriamo in Paradiso, anticipò di più questa grazia (che fu il non plus ultra) dandosegli sacramentato l'ultimi tre giorni, poiché quanti accidenti le presero tanto fece comunioni, la prima la fece prima che si coricasse in letto, la seconda fu per viatico, e la terza le fu conceduta in aiuto del suo prossimo passaggio, avendola fatta la mattina della Domenica, principio di quella settimana che l'era caduta in sorte di assistere alla presenza del SS.mo Sacramento, la quale in preparazione della morte è comandata dalle nostre costituzioni. Ma lei quanto fu sempre osservante, tanto eseguì questo regolare intento, poiché la principiò il letto per terminarla in Paradiso, essendo parimenti come lei meritava graziata della carità delle sorelle, la di cui assistenza di giorno, e di notte fu assidua, l'orazione cordialissima, e quasi senta tregua, non lasciando che, per il corpo e maggiormente per l'anima, per cui li suffragi non cessano facendogli il terzo, settimo, nono, e trentesimo giorno come il medesimo della deposizione del cadavere, con offici, e Messe solenni e private continuandosi per trenta giorni, ogni di l'officio dei morti.
La elemosina di ciò che a lei si dava in refettorio, e le trenta Messe di S. Gregorio, e queste sono le comuni, delle quali sono assai più copiosi li particolari, disse che si potrebbe dire continua la per lei fatta orazione, e quantunque la visitiamo più volte al giorno, mai ci partiremmo per dimorar presso lei, dalle nostre sepolture, continuando la medesima assistenza con l'afflitta della sua carissima sorella, e dico afflitta in quanto al senso poiché alla fine non può far altro, dimorando per altro spirito assai contento, a segno tale che stante li santi discorsi, persuasioni ed industrie delle sorelle, io la vide ridere ben tre volte il medesimo del suddetto passaggio, dimorando sino ad esso con molta conformità, e tranquillissimo animo, esercitandosi in tutte le funzioni comuni con occhi assai sereni, e in una tra l'altre parlate che io le feci mi disse infervorata di alcune mie parole, che se fosse per venire suor Maria Vittorina lei le volterebbe le spalle dicendogli, vattene sorella che io tengo con la tua morte maggior consolazione. E dopo sopramodo consolata di quel nostro opportuno parlare, veramente mi disse, che se le fosse stato offerto di abboccarsi si lungamente con la sua carissima defunta, lei l'avrebbe ricusato per farlo di quel modo come presentemente esperimentava, rimanendo quanto era dolente tanto consolata, e questi sono li frutti di un cuore disposto, e del favellar divino, poiché le gemme sempre sono gemme quantunque si trovano in un schifoso letamaio come sono le parole di Dio nel fetide delle mie labbra, delle quali V. S. riceva questo succinto ragguaglio per sua consolazione, mentre io denunciandole gran contento epilogo lo stato dell'una e l'altra sua figliola dicendo di ambedue "pax in terra et gloria in excelsis",(6) vivendo una in pace, e l'altra in gloria, V. S. di esse si consoli, e preghi per me che vivo diversamente.
Onde ai piedi di Maria nostra Signora la riverisco, e domando l'aiuto dei suoi santi sacrifici. di V. S., Palma a di 15 maggio 1681

umilissima serva, che la prega a consolarsi
Maria Crocefissa della Concezione


(1) "io parlerò nella amarezza della mia anima";
(2) "hai sciolto il mio sacco e mi hai circondato di letizia in modo che io ti canti le mie melodie";
(3) "lo spirito passerà oltre e non si fermerà in esso, e non riconoscerà più il suo luogo";
(4) "e non riconoscerà più il suo luogo";
(5) "dopo ciò figlia mia, che cosa io farò di più";
(6) "pace in terra e gloria nel più alto dei cieli".

Indice delle lettere

 

1681 06 06 AMBP ms. 19 / 81 copia

Al Padre Don Calogero Caetano, gesuita.

Jesus † Maria

arissimo Padre in Gesù Cristo fratello, tanto a me importano l'urgenze del mio prossimo, e il servire a V. R., che pospongo ogni mio bramato e intrapreso ritiro da me preteso, e ottenuto dai miei Superiori; acciò più non si occupi la penna come adesso fo per corrispondere all'obbligo della carità, e servizio di V. R., desiandomi per ambedue tutta forza ed efficacia, per ottenere da Dio quello [che] bramano questi afflitti signori, li di cui molesti litigi sono anche afflittivi al mio cuore, compatendo quanto li suoi travagli, tanto le loro cagioni, poiché essendo noi tutte miserabili talora costringono a Dio li nostri errori, cui fa come il medico che per curare lo stomaco, il piede o altro membro, amareggia il palato, così il nostro medico celeste da qualche acerba medicina al cuore per curare qualche altra impurgata passione.
Onde è bene lasciar fare se vogliamo guarire, pregherò io non dimeno la nostra salus infirmorum acciò con le sue materne dolcezze li curi di tanto acerbo boccone, "salus infirmorum, consolatrix afflittorum, auxilium Christianorum ora pro nobis",(1) così dirò, così diciamo, e in lei speriamo, e mentre io resto a lei supplichevole a V. R. ricorro per l'aiuto dei suoi santi sacrifici, riverendolo per fine, come fo al mio Padre Birelli, raccomandandomi a lui per sempre in questa rara occasione di cui mi ricordo figlia di ambedue.
Palma a di 6 giugno 1681

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "salute degli infermi, consolatrice degli afflitti, ausilio dei cristiani, prega per noi".

Indice delle lettere

 

1681 06 08 AMBP ms. 20 / 81 copia

A suor Rosa Candida Deodato, Abbadessa.

Jesus † Maria

arissima madre nel Signore.
Stracca di tante doglie che nel mondo si trovano direi ad ogni respiro "cupio dissolvi",(1) bramando quella dissoluzione della mia vita che mi libererà di vedere quell'altra, che oggi di tanto corre nella dissoluzione dei Monasteri, e ciò per viva causa di mancanza di zeli, e tenue qualità di Superiori, per cui allo spesso a tanta mala sorte si previene, poiché quando il capo langue tutto il corpo duole, nelle quali egrotanze V. S. tanto meritatamente geme deplorando come io farei la notabile mancanza delle sue buone guide. Ma che vogliamo fare, se Iddio vuole tanto, questo sarà il maggiore passo della nostra imperfezione, si scelgano questo volere divino per loro confessore, cui non sarà mezzo ma fine della loro perfezione; V. S. della necessità faccia virtù, che tale sarà se l'abbraccia puramente per il Signore, che se in lui confida egli non mancherà di darle sua santa provvidenza.
Tra tanto si stacchi da colui a cui desia che Dio tanto pretende, io scrivo con fretta per il Corriere che mi sollecita, e però restringo il mio discorso, compatendo V. S. e sua afflittissima madre, le di cui croci sono assai più ricche dei suoi litiganti trattati, poiché quelle sono sostanze transitorie e questi guadagni eterne, "si vere fratres divites esse cupitis verae divitias amate",(2) le quali unicamente si procacciano con le pazienti croci, V. S. acciò l'induca, poiché ogni altra cosa passa, e la nostra vita è breve, nostro Signore gliela dia santa come io gliela prego con l'intercessione della nostra SS.ma Madre, ai piedi di cui la riverisco, come fo umilmente a tutte di cotesto devoto Monastero.
di V. S., Palma a di 8 giugno 1681

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


(1) "desidero sciogliermi";
(2) "fratelli se bramate diventare ricchi, amate le ricchezze vere".


Indice delle lettere

 

1681 06 08 AMBP ms. 21 / 81 copia

Al Padre Don Santo Montaperto, sacerdote.

Jesus † Maria

olto rev.do in Gesù Cristo.
Mi viene rimesso il suo piego del mio Ill.mo Prelato per gusto di cui rispondo, benché con ogni brevità per cagione del mio ritiro, poiché sopra questo interrotto lo bramo, non dimeno perché è potentissimo il motivo dirò con ogni mi senso "sicut Domino placuit ita factum est",(1) bramando sentire dire il medesimo della afflitta signora per cui altro rimedio non trovo per la sua inquieta coscienza, e moltissimi travagli, che darsi nelle mani di Dio, posponendo ogni suo discorso all'ordine e pareri dei suoi Padri spirituali, fuori dei quali mai ritroverà riposo ne accettazione del divino volere, qui nega le sue voglie, accorci i suoi discorsi, e accechi li suoi pensieri, e dopo questo proverà che cosa è Dio nella tranquillità del suo cuore.
Le sue croci poi quante furono predette e avverate tanto saranno utili e profittevoli se per amor di Dio le soffre, abbia pazienza, Iddio la vuole meno coniugata che Crocifissa, il buon ladrone non perché la sua croce fu condegna nostro si salvò a lato del Crocifisso, costumi essa, abbracci più che ogni oggetto terreno, contraendo col matrimonio anche la dote del Calvario, e stimi questa croce come caparra di sua salvezza, potendo essere il contrario suo precipizio eterno.
Io per me la saluto e di tutto cuore a Dio la raccomando, come farò per V. S. sentendolo così afflitto in questo spietato mondo, ove più si piange che si gode, e beato colui che il può lasciare, e però io altra volta le disse, "sinamus hos abire",(2) [ac]cennandogli il divorzio delle creature, ma giacché adesso V. S. si specifica io le rispondo, che io andrei dall'oriente all'occaso per fuggirne l'odore, questo bensì quando non è in detrimento dell'anime, e propria obbligazione, nel qual caso, "caritas non querit quae sua sunt".(3) V. S. qui rifletta e confidi in Dio, a cui io a tutta forza loro raccomando, acciò le dia forza per patire e fervore per amare, sperandone l'effetto di Maria Signora nostra riverendolo prostrata ai suoi SS.mi piedi, ove parimenti saluto la carissima sorella suor Concetta Maria, a cui tengo fissa nel cuore memorandola ogni giorno nelle mie indegne orazioni, così lei faccia per me mentre io la riverisco e lascio in Gesù Cristo, per amor di cui prego V. S. a darmi l'aiuto delle sue sante orazioni.
di V. S., Palma a di 8 giugno 1681

umilissima serva in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "come piacque al Signore, così è stato fatto";
(2) "lasciamoli andare via";
(3) 1 Cor. 13, 5 "la carità, non cerca il suo interesse".

Indice delle lettere

 

1681 06 10 AMBP ms. 22 / 81 copia

Al Padre Fra Genepro da Barga, Predicatore Cappuccino.

Jesus † Maria

olto rev.do Padre in Gesù Cristo.
Come da parte si lontana spira Padre mio la rabbia del mio fetore di sorte, che lui vuole temperarla con la fragranza della sua devozione, procurando convincere con essa la durezza del mio cuore.
Padre deh! tanto basta, non passi più invano, poiché lui ha preso errore non essendo io quella tale che lui vi ama e stima gran serva del Signore, anzi una anima miserabile carcerata in una bestia che tale è la mia fierezza; cacci dunque questa bruta da se, e non la chiami in aiuto per sua umiliazione, ma invochi quel Dio, che con un guanciale di asino operò prodezze, e meraviglia nelle mani di Sansone, potendo fare il medesimo con questo osso di morto, da dove escono più ignoranze che parole, interroga (dunque) "bruta et docebunt te".(1)
Domandi dunque questa fierissima bestia, che lei benché ruggendo le dirà che cosa è Dio, essendo egli colui che per sua paternità ha detto: "Ego sum rex pacificus, et in columna sedeo",(2) volendo nel suo cuore sedia di pace assiso sulla colonna del suo stabilimento in qualsivoglia impiego che sarà per santa obbedienza.
Ma questa con altre tre qualità, primo stabilissima e profonda nella propria cognizione, secondo inflessibile e diritta verso il cielo senza crollare all'ingiù nel rispetto umano, terzo forte per flagellarmi sopra, quelle passioni che errando lo meritano, e ciò col flagello di un continuo ritengo, acciò che disciolte non precipitano, e quanto questo si è Iddio sedendo nell'anima sua dirà: in columna sedeo per dopo stabilirsi egli nell'empireo.
Padre mio non le sia grave sentire per lui sì aspro flagello, perché più aspro per lui l'ebbe il Signore, lo abbia sempre in mente così ignudo e flagellato, a cui se la sua colonna non servirà di soglio, le servirà di flagello.
Scelga dunque questo per se, per darlo di trono a Dio, e sono li marmi o sostegno dei templi, oh! si simulacro di durezza, potendo essere il suddetto o tanto malo, o tanto buono nel suo libero arbitrio. Padre mio "quantus amor tantus dolor",(3) al nostro glorioso S. Francesco bisognò essere Crocifisso per potere essere serafino, V. P. già adesso si trova in questa necessaria antecedenza, abbia coraggio in essa, finché verrà l'eterna conseguenza.
Tra tanto nel suo ministero tiene buona occasione di violentare le sue passioni, a coppia di quei forzati, inducendo tutte al remo del voler divino, cui benché talora sia di legno di cruciabile peso, non dimeno quando è ben remigato ci conduce al Cielo, verso cui V. P. "duc in altum"(4) il suo impiego, propensionandosi non meno alla bassezza dei forzati, che alla grandezza di gran Duchi, riguardando tra tanti miseri galeotti questa schiava nerissima, che a remi di tante croci naviga all'oscuro.
Onde nel pelago di tal fondo lui per me chiami la stella, che partorì la luce del mondo, e salutando nel suo seno quel gran sole divino mi ottenga qualche suo raggio, pensando al suo riflesso che io sono quella cieca naviggera che "in tenebris ambulo, et lumen caeli non video".(5)
di V. P., Palma a di 10 giugno 1681

umilissima serva in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione

P. S. Lettera scritta dalla Ven. serva di Dio suor Maria Crocefissa al Padre Fra Genepro da Barga Cappuccino destinato al laborioso impiego delle Anime del Bagno e Galere del Gran Duca di Toscana in Livorno, il qual Padre me ne ha mandata la copia accompagnata con una sua lettera da Livorno sotto li 30 Novembre 1705 e la presente copia è stata collezionata con la stessa copia da esso mandatami in Roma, questo dì 10 Dicembre 1705.

Giuseppe Maria de' Tomasi

(1) "gli animali ed essi ti insegneranno";
(2) "io sono un re pacifico e siedo sulla colonna";
(3) "quanto amore, quanto dolore";
(4) Lc. 5, 4 "avanzi in alto";
(5) Tb. 5, 10 "sto nelle tenebre, e non vedo la luce".

Indice delle lettere

 

1681 06 10 AMBP ms. 23 / 81 copia

A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.

Jesus † Maria

ll.mo e rev.mo Signore, ricevo con il Corriere di Noto il gratissimo comando di V. S. Ill.ma, per il quale detto Serio fu sollecitamente spedito notificandogli con questa quanto la esecuzione e tanto la mia prontezza di maggiormente servirla, perdurando tra tanto supplichevole verso Dio acciò l'accompagni in questi faticati passi della sua visita, dopo cui V. S. Ill.ma abbracci quella croce che egli le da, mentre ella è l'unica che la fa suo socio, e seguace oltre all'essere il vero ingresso del suo santo ovile, fuori del quale cui entra, "fur est, et latro".
Io so che Iddio gliel'aperto bene, e però ci vada, di buon passo, che il mio cuore spiritualmente lo segue accompagnandolo con le mie benché pigre orazioni, come parimenti fa tutto il Monastero, cui assieme con mia madre, e sorelle le facciamo profonda riverenza, e cordialmente ai signori suoi nipoti, domandando per fine a V. S. Ill.ma la santa benedizione. di V. S. Ill.ma e rev.ma, Palma a di 10 giugno 1681

umilissima suddita
Maria Crocefissa della Concezione

 

Indice delle lettere

 

1681 06 12 LXXV 24 / 81 copia

A suor Maria Gesualda della Croce.

Jesus † Maria

arissima in Cristo sorella.
Dopo tanti giorni, e mesi, come vi trovo così amara, carissima sorella, a segno, che mi avete amareggiato il cuore con il vostro acerbo fiele?
Voi avete perduto una cugina, la guida di un Padre spirituale, e la vostra quiete per l'officio di tanta distrazione, tutto ciò vi affligge; ed io parimenti appena lo potrei soffrire. Ma sentite due parole, ove sta riposto l'unguento delle vostre piaghe, sola, solus, sola al solo Dio, fate conto, che egli dica all'anima vostra, come disse Elcana alla sua sposa: "Numquid non ego melior tibi sum, quàm decem filii?",(1) così egli all'anima, che si duole per la perdita delle sue creature, mostrandosi egli più giovevole di cento mila mondi, e altrettante creature, quali sono tutte sue opere, e produzioni.
Carissima sorella, che cosa vogliamo fare dei raggi solari, quando abbiamo il Sole? Tutte le creature "comparantur ad Deum, sicut radia ad Solem".(2) Questi sono gli effetti: quello la cagione. Lasciamo dunque li rivoli, beviamo alla sorgente, attuffandoci nella scaturigine del suo ferito cuore, ove si gusta altro, che sangue di congiunte; altro, che guide, e riposo di cuore, qui entrate sola, solus.
Carissima sorella, egli è il Favo, voi l'apuccia; correte nell'alveario della sua croce, ove la Santissima umanità crucifixa est; cera virginea, e liquescente della Carità Divina: cellulis distincta nei buchi profondi delle sue santissime ferite, et Melle repleta, spargendolo a tutti coloro, che l'amano, e in esse si racchiudono, mostrandosi tale per essere come lui l'anima sposa, cioè, cera virginea nella purità atta a far lume al suo Divino onore, e liquefarsi al caldo del suo amore: Cellulis distincta nella solitudine delle Creature, e amicizie particolari; Melle repleta di quella dolcezza, che è nella perfezione, ove ogni virtù ha una stilla di miele per il gusto del Signore, nelle di cui ferite corre come in celletta di miele l'apicella di amore, fabbricando con stenti, e succhiando con dolcezza l'esercizio della perfezione, traendo dai fiori, cioè dalle creature leggermente il miele, di cui sceglie soltanto, quanto a lei giova per la sua perfezione; il che raccolto, volubile se ne vola al suo celeste Favo.
Cara mia, io vi invito a quel Favo, che pende da un legno, entrate nelle sue Piaghe, e gusterete quel miele, che racchiudono quelle soavissime celle, Suge (io vi dirò con quel infiammato cuore) "Suge o apicula, suge, et bibe dulcorem suum de mellifluis vulneribus Salvatoris".(3)
Io qui vi rinserro fuori di ogni commercio umano, ed essendo io quella aponaccio, che consumo il miele, e non l'adopero; che mordo, e non giovo, vi prego a raccomandarmi a Dio, acciò si converta in miele tanto mio veleno.
Fate così per me, come io farò per voi: poiché essendo io Sagrestana, mi bisogna gran cera di purità per impiegarla al Culto Divino, e pulitezza del sacro Altare; ed essendo io portinaia, vi è bisogno di molto miele per riempire di dolce amor di Dio li buchi delle vostre Grate, acciò non aponi ciarlieri, ma apicelle divine divengano le spose del Signore, che per ogni Grata si mostra loro Crocifisso, rappresentando per ogni buco una sua ferita. E pensate, che ogni imperfetta parola, che per colà passa, come freccia la penetra, e la rinnova, che se sarà profittevole la conforta, e la risana. Oh! beata è quella suora, che col suo buono odore l'unge con Maddalena! essendo con Longino colei, che col suo mal discorso la frega, e la ripiaga.
Io sarei una di queste, se tenessi occasione di andare a Grata. Ma Iddio vi ha provveduto; onde per sua bontà non so che sia Parlatorio. Io lo ringrazio incessantemente per questo giubilo, che mi ha dato, di non saper, che sia mondo; voi lo ringrazierete per me, mentre io l'ho fatto per voi, come mi avete comandato, salutandolo sette volte con l'accluso saluto, che essendo gratissimo al Santissimo Sacramento, per ogni volta che si dirà, si porge un pascolo di carità al sacrato Agnello.
E per fine, carissima sorella, mi comprometto vostra coadiutrice nel suffragare l'anime sante del Purgatorio, quali sono dell'anima mia lo spirituale ripostiglio di ogni mia azione, offrendo per loro etiam ogni mio minimo respiro.
Sicché io assai volentieri mi coopererò nel giorno assegnato alla raccolta di ogni loro aiuto, e secondo quello potrò, per vostra consolazione, lo noterò in un polizino, es-sendo il nostro giorno assegnato il primo Venerdì tra li dieci giorni dell'aspettazione dello Spirito Santo, stabilendolo così immobile per essere più fervoroso nel santo ritiro. Voi in esso ricordatevi di compensarmi la carità, mentre vi saluto, e ai piedi della gloriosa Regina nel mio cuore vi abbraccio, riverendo umilmente il vostro Padre spirituale, che mi farà degna delle sue sante orazioni, e secondo il solito fatemi grazia domandar per me a mia zia la santa benedizione.
di V. R., Palma a di 12 giugno 1681

sua serva indegna sorella
Maria Crocefissa della Concezione

- Non esiste di questa lettera copia manoscritta, è stata tratta dal libro: P. Attardo - op. cit., pag. 208 - 211.
(1) "forse che io non sono migliore di te, quando dieci figli";
(2) "tutte le creature saranno confrontate a Dio, come i raggi del sole";
(3) "succhia o piccola ape, succhia e bevi la sua dolcezza dalle melliflue piaghe del Salvatore";


Indice delle lettere

 

1681 06 22 AMBP ms. 26 / 81 copia

Alla Signora D. Caterina Scammacca.

Jesus † Maria

arissima mia Signora, la servitù che professo alla signora suor Francesca Serafina Buglio e alla signora Baronessa della Bifora, loro degnissima cognata, assieme con quella che adesso procuro con la persona di V. S. fanno sì che io al cenno del mio Padre spirituale (cui m'impone far questa) risponda ai suoi favori, e compatisca alle sue angustie per la mancanza di prole, che per essere lecita bramo io assieme con le mie sorelle e madre Superiora staremo appresso Dio con un possibile preghiera, procurandogli da quella fonte di pietà questa stilla di sua consolazione, benché l'essere pura senza mischianza di insapore così mai la gustò terrena creatura, poiché solo nel Cielo è la purissima dolcezza, colà V. S. principalmente aspiri per essere in Cielo e in terra ripiena di consolazione, chiedendo la già pretesa a quella gloriosa Regina che ne soprabbonda tutte l'angustiate peccatori, sicché io per esse di tutte codeste la peggiore ai suoi piedi mi prostro per invocare a V. S. la sua potentissima intercessione, e qui non passando più oltre, di tutto cuore le bacio le mani ascrivendomi sua serva nel Signore.
di V. S., Palma a di 22 giugno 1681

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

 

Indice delle lettere

 

1681 06 28 LXXVI 53 / 81 copia

A suor Rosalia Drago, sua zia, Palermo.

Jesus † Maria

arissima signora zia.
Io non so come V. S. mi potrà dire, che non mi dia fastidio per li suoi travagli, quando il caso è si orribile, che ognuno ne inarca le ciglia, ma io di più le braccia alzando per stupore, e le mani per la deplorabile cecità del loro cuore.
Anime cotanto accecate nella loro protervia, chi le può compatire? Guardisi del sudor Divino, che quanto più tarda, più severamente uccide. Chi può mai credere, che da un zelo Santo (come esse loro lo credono) nascano tante iniquità, tante miserie? che se tale fosse stato, non avrebbe recato tali frutti, ma santi e Divini: così esse lo stimano, ma io lo chiamo chimera, e punto di quel demonio, che per tal filo vuol tirare all'inferno tutto il suo Monastero.
Che meraviglia dunque ella si fa di quel mago, e di quell'incantesimo, che avvisa nel suo bigliettino, quando ognuna di esse tiene questo ordegno in dosso, quale il demonio per suggestione le tesse, procurando senz'altro incanto, che dal capo duro condurle seco al precipizio; avverta V. S. che il perdersi l'anima è un male eterno, e da un leggero litigio di questo, o quello officio, ne seguirà una voce si orrenda, che per una eternità in vece di lode, manderà formidabile bestemmia.
Oh!, Dio ci liberi di questa voce orribile, di questo disperato grido, quale io vedo da costoro anticipato nel suo dissonante salmeggiare. Signore mie, è coro, o inferno il luogo del suo officio? come l'orecchie di Dio possono soffrire, che in un coro si canti quello di San Domenico, e nell'altro il Romano? Oh! dissonanza incredibile, atta a far ballare tutta la ciurma infernale, ai quali trillanti puntigli, e dissonanti toni, alzano le risa, e balli gl'infernali ballatori.
Ohimè, carissime Madri, che fate, mie sorelle? "Sic stulti estis, ut dum spiritu coeperitis, carne consumamini?"(1) Fu questa disgrazia una gran pazzia, che sotto pretesto di spirito
(all'una partita di miglior canto, e l'altra di zelo) vi si avvolse nel senso così tenace, e dura; deh! vedasi ormai il fine di si deplorabile sciagura.
Iddio non vuol più udire si miserabile canzone. "Ipsa est pax nostra, qui facit utrasque unum",(2) egli sarà la nostra Pace, se saremo a suo costume, lodandolo utraque unum in una santissima unione. Vedano Madri mie, che Dio l'aspetta, ma a me pare in partenza, e al moto dei suoi sacri passi, così partendo dice: "Vae, vae cum recessero ab eis!".(3)
Ohimè dunque, che oscuro sarà per venire alla partenza di tanto suo splendore! Madre mia, che mal si presagisce! che gran disavventura si avvicina! che gran rovina si prepara, se Iddio si parte, e la comunità non si raduna: ed io, quanto meno la vedo, tanto più orribile la spero, poiché se non sarà visibile, e temporale, sarà interminabile, ed eterna. Chi tiene orecchie intenda, e chi ha occhi pianga, e sia ai piedi di un Crocifisso, che soffre tante nuove Piaghe, quanti sono li nostri gravi errori. Gesù mio tu le piangi, Maria le soffre, ed io non muoio di dolore? V. S. l'accompagni mentre io ai suoi piedi le domando la santa benedizione.
di V. S., Palma a di 28 giugno 1681

umilissima serva e nipote
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "siete così stolti che appena avete iniziato con lo spirito, vi fate consumare dalla carne";
(2) "questa è la nostra pace, che fa dell'uno e dell'altro una cosa";
(3) "guai, guai quando io sarò retrocessa da loro";
(4) Non esiste di questa lettera copia ms., è stata tratta dal libro: P. Attardo - o. c..


Indice delle lettere

 

1681 07 11 AMBP ms. 27 / 81 copia

Al Padre Don Mariano Venuto, Rettore, Naro.

Jesus † Maria

adre mio nel Signore.
"Unde exeunt flumina revertuntur",(1) così V. R. mi ruba le parole, che io dovrei dire con cento e mila ragioni, esperimentando la persona di V. R. un vivo fonte di carità, che per infinti acquedotti mi versa mille grazie e più favori.
Benvenuto dunque, così rapido sopra me per annegarmi con tante sue influenze quanti sono state li miei da lui ricevuti benefici, nel di cui mare benigno io ricevo dalle sue mani più duplicate madreperle, dicendo della prima ove sta scolpito l'intaglio dell'anima mia, la SS.ma Madre del Rosario, che io non poté mai ricevere, ne cosa più pregiata, ne cosa che nel mondo più grata mi sia. Padre mio io sono un vaso arido, piccolino e miserabile, ne posso ricevere tanta corrente che mena verso me la gentilezza sua, e di queste signore, alle quali assicuri che la più ingrata, è la mia più bramosa di servirle almeno di qualche piccola maniera.
Onde per farlo in qualche parte, mi tufferò in quel divino mare, "idest de vulneribus Salvatoris",(2) da dove emanano questi rivoli, e riviere, nei quali tranquillissimi pelaghi ritrovo le replicate madreperle non materiali ma vive, l'anime di queste due signore, ed oh! quanto dibattute dai furibondi sbalzi di quelle implacabili onde. Ma forte oh madreperle, qui si fanno le perle fine, su aprite le bocche per ricevere le margarite di quel cadente rovo, della vostra ispirazione, e dopo chiudetela al tutto, cioè ai contraddittori, che così aperte nell'alto, e chiuse nel mondo si produrranno quelle celesti margarite, per una dei quali il mercante del Cielo "dedit omnia sua et comparavit eam",(3) questi sono le ricchi erari, queste le lapidi preziose delle pareti dell'empireo, "tunsionibus pressuris expolitis lapides",(4) se non fossero pietre di quelle fabbriche empirei Iddio non li pulirebbe con tante scarpellate.
Stiano dunque salde ai colpi, poiché se vogliono sulla loro madreperla intagliata la divina effigie, bisogna sussistere a molti tagli che avranno, per manus artificis, sicché non stimano i nemici li suoi contraddittori, ma sostituti divini, essendo tale per artificiare le prove. Padre mio, a questo intaglio bisogna sottoporsi il rozzo macigno per ridursi pietra del Cielo, chi è madreperla soffra l'onde, e chi è macigno la scultura, ma chi è l'uno e l'altro maggior pena, ma questa è gloria per coloro che bramano "tanquam vivi lapides super edificari in Cristo",(5) cui anche per noi si fece scolpire, "petra autem erat Chistus dandosi tanti intagli, quante ferite, si aprì con croce, chiodi, spine, lancia e martelli.
Ah! mio Maestro divino, specchio e modello, io sarei più che pazza se a tal riflesso non scarpellassi sino al fondo il mio insculto macigno; battilo mio Dio, frange e consumalo, poiché fuor del Crocifisso altra impronta non desidero, "sancta Mater istud agas crucifixi fige plagas cordi meo valide".(6)
Ecco oh! miei signori il nostro impiego, ella imprime noi profondiamo, che al far del molto alla fine ci ritroveremo nel petto non cuore, ma crocifisso, "vivo ego iam non ego vivit vero in me Cristo",(7) questa è la corona di questo impiego, così all'uscire dell'arte (diremo in Paradiso) V. R. colà mi indirizzi con suoi santi ricordi e sacrifici, mentre io prostrata ai suoi piedi rinnovo li miei obblighi, che sono infiniti appresso V. R. e codeste signore, nostro Signore sia che li remuneri mentre io invalida di retribuire tacendo le riverisco, domandando a V. R. la santa benedizione di cui cordialmente sono,
Palma a di 11 luglio 1681

indegna figlia e serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "i fiumi ritorneranno da dove nascono";
(2) "cioè dalle piaghe del Salvatore";
(3) Mt. 13, 46 " vendette tutte le sue cose, e la comprò";
(4) "ripulite le lapidi con profonde tosature";
(5) "bramano di essere edificate come vive lapidi sopra Cristo";
(6) Stabat Mater " Santa Madre [io ti prego] fai questo: imprimi le piaghe del Crocifisso fortemente nel mio cuore";
(7) lett. ai Gal. 2, 20 "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me".



Indice delle lettere

 

1681 07 31 AMBP ms. 29 / 81 copia

A suor Rosalia Felice Gravina.

Jesus † Maria

arissima mia sorella e mia Signora.
Da che io intesi per mezzo della mia signora D. Perna l'odore spirituale di questa Rosa Felice, che rimasi così consolata della sua fragranza che desiano appressarmi a lei per dedicarmi sua serva e sorella nel Signore, ma già che lei mi dà di ciò ottima occasione io ricevo li suoi comandi, e con ogni prontezza benché indegnissima le riporterò a Dio Signore nostro, come sino adesso ho fatto, dovendogli dire sin ora circa il suo pensiero, che mentre non è ammesso dal suo Padre spirituale, anzi da lui contraddetto, mai sarà volere del Signore poiché lui stesso disse "qui vos audit, me audit",(1) dicendo ciò per le persone a noi Superiori, oltre che il suo è di tanta autorità e spirito, che deve quietarsi ad ogni suo cenno.
Sicché mia sorella deve con ogni ragione sospendere almeno questa sua risoluzione, sin che meglio si manifesti il divino volere, e in ordine alla fretta [che] le fa la signora sua sorella, per vedersi monaca quanto prima, io stimo ciò essere sollecitudine di figliola, mancandogli per acquietarla una buona minacciata della nostra D. Perna, poiché da che lei si allontanò lei fa questa affrettata.
V. S. se la può compiacere lo faccia, altrimenti se non, la vada trattenendo, poiché io stimo non esservi mossione dello Spirito Santo, cioè nell'affrettarla, me la riverisca e stringa al petto, e le dica che io l'amo, questo la signora D. Perna, e qui per fine riverisco il nostro Padre Rossi, a cui se io non risposi fu per causa di che ciò non mi fece palese, poiché il mio ritiro è tale sopra questa materia di lettere che nel capitarne mie nel Monastero vi è che senza dirmi altro li spedisce.
Onde nel concorso di questo costume poté essere anche questa, esclusione, non dimeno io quella fui nella loquela ancora lo sono nel silenzio essendo e muta e loquace sua serva e figlia, V. S. mi fa gran asserirle ciò da mia parte, acciò si assicura di me e mi benedica, mentre non essendo per altro ai piedi di Maria nostra Signora me la raffermo sua serva e sorella in Cristo, e come tale la riverisco umilmente, e con mia madre e sorelle l'abbracciamo nel Signore.
di V. S., Palma a di 31 luglio 1681

umilissima serva e sorella in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione

(1) Lc. 10, 16 "chi ascolta voi, ascolta me".


Indice delle lettere

 

1681 09 03 AMBP ms. 31 / 81 autog.

Al Padre [D. Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma.

Jesus † Maria

essina (Padre) "incidit et (se Dio non si placa) incidebit in foveam quam fecit";(1) se dunque il nostro reverendo Padre Giovino non sente forza di sorprenderla di si profonda misura, "ambo in foveam cadunt?".(2) Onde mentre è tempo consideri le sue braccia, se potranno colà tirare tanto possono, altrimenti stringa solo il Crocifisso, ove sta sicuro, ai piedi di cui io umilmente lo saluto, e alle sue orazioni mi raccomando, ciò segreto a V. R. confido, e al suo spirituale amico, mi benedica.
Palma a di 3 settembre 1681

sua figlia in Cristo
Maria Crocefissa [della Concezione]

(1) "cade e ricadrà nelle fossa che lo stesso fece";
(2) Lc. 6, 39 "non cadranno tutti e due in una fossa?".

Indice delle lettere


1681 09 03 AMBP ms. 32 / 81 copia

Al Padre Fra Giuseppe del Ugo, ministro custode dei Minimi osservanti.

Jesus † Maria

olto rev.do in Cristo Padre, la prima lettera di V. P. mi arrivò in tempo di molto mio ritiro, procurato e atteso dai miei Superiori, per ovviar qualche inquiete, che recava il tanto concorso di lettere a me, e tutto il Monastero.
Onde stante tal pretesto, V. P. scusi il mio silenzio, al quale adesso dispenso per la necessità della sua occorrenza, e autorità di chi mi comanda, dicendogli brevemente, che io sarò tutta per lui in questa sua petizione, bramandogliela dal Cielo come lui brama, benché talora l'infermo, brama quell'acqua, che nel quietarle la sete, maggiormente l'ammala.
Onde il medico risolutamente gliela nega, come fa Dio all'anime inferme dicendogli per loro bene "nescitis quid petatis",(1) presta dunque egli fede a questa divina ordinazione, giacché più l'affligge la negativa di tal grazia, che la medesima pressura, che se lui si prolungasse quieto in queste spine secondo [quel che] ordina il divino volere, forse in si lungo violentare si avrebbero o rotto, o conculcato queste punture, "in pace amaritudo mea amarissima".(2)
Così ci bisogna dire in ogni tribolazione, così egli farà mentre io non mancherò benché indegna di pregare al Signore, V. P. ne invochi protettrice la Regina del Cielo, mentre io ai suoi piedi la riverisco nel Signore.
di V. P., Palma a di 3 settembre 1681

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "non sapete ciò che chiedete";
(2) "in pace la mia amarezza amarissima".


Indice delle lettere

 

1681 09 03 AMBP ms. 33 / 81 autog.

Al Padre Fra Geronimo da Castelvetrano, prefetto dei Minimi di Berberia.

Jesus † Maria

olto rev.do in Cristo Padre, ricevo assieme con la sua lettera, data l'ultima alli 11 di Luglio 1681, tanta ridicola ammirazione, che non so come le mie beffe siano arrivate sino a Tripoli di Berberia, da dove una vile femmina si chiama per confutare l'ebraica perfidia, sopra cui qual vile somara verso costà si incammina quel grande Iddio, che nel sentiero eterno "exultavit (verso questa anima) sicut gigas ad currendam viam",[esultava (verso questa anima) come il gigante verso la via da percorrere] accorrendogli nel suo umano Verbo, "non Deus ultionum",["non Dio di vendetta"] come si da dall'ebraismo: ma "rex pacificus" ["Re pacifico].
Onde "dicite filiae Sion (oh! cuori ebraici) ecce rex tuus venit tibi [mansuetus], sedens super asinam",[ Mt. 21, 5 "dite alla figlia di Sion (oh! cuori ebraici): ecco il tuo re viene a te mansueto, seduto su un'asina"], qual è l'anima mia addossata di quella croce, che quasi divina se la porta il Crocifisso; curva dunque, oh! vile giumento la cresta del tuo volere, e mostra non dottrina di profetiche scritture; ma questo immediato teste, che di se stesso dice: "ego sum, qui testimonium perhibeo de me ipso",[ Gv. 8, 18 "Sono io che rendo testimonianza di me stesso"] riportando con esso la testificazione del Padre già confessato dall'ebraismo, che dice di se stesso: "hic est filius meus dilectus, in quo mihi bene complacuit ipsum audite",[ Mt. 3, 17 "questi è il mio figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo"] che essendo quel Dio, che "semel locutus est",[ Sal. 62, 12 "una parola ha detto Dio"] epiloga nel suo umanato Verbo.
Dunque oh! miscredenti, nella locuzione del figlio l'adduzione del Padre, che in quello della sua essenza dice: "Ego et Pater unum sumus",[ Gv. 10, 30 "Io e il Padre siamo uno"] e della sua ugualità, "mea omnia tua sunt, et tua mea sunt"[Lc. 15, 31 "tutto il mio è tuo, e il tuo è mio"] e della sua residenza, "Ego in Patre, et Pater in me est",[Gv. 14,11 "che io sono nel Padre, e il Padre in me"] e della sua comunicazione "Ego sum in Patre meo, et vos in me, et ego in vobis"[ Gv. 14, 20 "Io sono nel Padre mio, e voi in me, e io in voi"] et altrove "(insufflavit) accipite Spiritum Sanctum, qui a Patre procedit", ["ricevete lo Spirito Santo che procede dal Padre"] e della sua divinità, "Spiritus est Deus, et eos qui adorant eum in spiritu, et veritate oportet adorare", [Gv. 4, 24 "Iddio è spirito, e quelli che l'adorano, debbono adorarlo in spirito e verità"] chi nega ciò, nega il Padre, che dice "ipsum audite", [ Mt. 3, 17 "ascoltatelo"] udite dunque che il Verbo della sua umanità dice: "Pater maior me est et sicut mandatum dedit mihi sic facio" ["il Padre è più grande di me, e faccio così come mi ha dato mandato"] e delle sua venuta, "exivi a Patre, et veni in mundum: iterum relinquo mundu, et vado ad Patrem" ["sono uscito dal Padre, e sono venuto al mondo: adesso di nuovo lascio il mondo e torno al Padre"].
E della causa "sic enim Deus dilexit mundum, ut Filium suum unigenitum daret, in redemptione pro multis", [Gv. 3, 16 "infatti Dio ha così amato il mondo, che ha dato il suo Figlio unigenito, per la salvezza di molti"] e del Messia: "Ego sum, qui loquor tecum", ["sono io che parlo con te"] e della sua passione: "ecce ascendimus Jerosolimam, et consumabuntur omnia quae scripta sunt per prophetas de Filio hominis: tradent eum gentibus, et illudent ei, et conspuent eum, et flagellabunt eum et interficient eum:" [Lc. 18,31; Mc. 10,33 "ecco che noi saliamo a Gerusalemme, e si adempirà tutto quello che è stato scritto dai Profeti circa il Figlio dell'uomo: lo consegneranno ai Gentili, e questi lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno"] e della Resurrezione: "post quam flagellaverint, occident eum, et tertia die resurget" [ Mr. 9, 30 "dopo che sarà flagellato, lo uccideranno; e ucciso risorgerà il terzo giorno"] e della perfezione di ciò: "opus consummavi, quod dedisti mihi, ut faciam", [Gv. 17, 4 "ho compiuto l'opera che mi hai dato da fare"] e della Eucaristia: "Ego sum Panis vivus, qui de coelo descendi, caro enim mea vere et cibus, et sanguis meus vere est potus" [ Gv. 6, 51-56 "Io sono il pane vivo disceso dal Cielo, perché la mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda"] e della sua ascensione, "Ego ad te venio", ["Io vengo a Te"] e della venuta dello Spirito Santo, "Paraclitus autem Spiritus Sanctus, quem mittet Pater in nomine meo, ille vos docebit omnia", [Gv. 14, 26 "Il Paraclito poi, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel nome mio, Egli vi insegnerà ogni cosa"] del giudizio finale, "tunc, videbunt Filium hominis venientem in nubibus cum virtute multa et maiestate", [Mt. 24, 30 "allora, vedranno il Figlio dell'uomo scendere sulle nubi del cielo con potestà e maestà grande"] chi nega ciò nega il Padre, chi dice: ipsum audite, udite dunque ciò, che delle virtù cristiane segue, e del battesimo dice: "qui crediderit, et baptizatus fuerit, salvus erit" ["chi crederà, e sarà battezzato, sarà salvo"] e della carità, "diliges proximum tuum tamquam teipsum" [Mc. 12, 31 "Amerai il prossimo tuo come te stesso"] della giustizia, "quaerite primum regnum Dei, et iustitiam eius",["cercate prima il regno di Dio, e la sua giustizia"] e della rinuncia, "qui non renuntiat omnibus, que possidet, non potest meus esse discipulus", ["chi non rinuncia a tutto quello che possiede, non può essere mio discepolo"] della pazienza "in patientia vestra possidebitis animas vestras", ["nella vostra pazienza salverete le vostre anime"] dell'umiltà, "discite a me, quia mitis sum, et humilis corde", [Mt. 11, 29 "Imparate da me che sono mite ed umile di cuore"] della pace, beati pacifici, [Mt. 5, 9 "Beati i pacifici"] della elemosina "vendite quae possidetis, et date eleemosynam", [ Lc. 12, 33 "Vendete quello che possedete e fatene elemosina"] della obbedienza, "qui vos audit, me audit", [Lc. 10, 16 "Chi ascolta voi, ascolta me"] della contraddizione, "beati, qui persecutionem patiuntur propter iustitiam, quoniam ipsorum est regnum coelorum"[Mt. 5, 10 "Beati quelli che soffrono persecuzione per amore della giustizia, perché di questi è il regno dei cieli"] e della croce, "qui non baiulat crucem suam, et venit post me, non potest meus esse discipulus",[Mt. 16, 24 "Chi non porta addosso la sua croce, e viene dietro a me, non può essere mio discepolo"] e della perseveranza, "qui perseveravevit usque in finem, salvus erit",[Mt. 24, 13 "Ma chi persevererà sino alla fine, questi sarà salvo"] e del rimanente, "estote ergo vos perfecti, sicut et Pater vester coelestis perfectus est", [Mt. 5, 48 "Siate dunque voi perfetti come è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli"] e dell'unità di tale dottrina, "nec vocemini magistri, quia magister vester miso coepit facere, et docere",[Mt. 23, 10 "non vi farete chiamare maestri, poiché uno solo è il vostro maestro è il Cristo, comincia a fare e insegna"] dicendo nel fine, "exemplum enim dedi vobis, utquemadmodum ego feci vobis, ita et vos faciatis", [ Gv. 13, 15 "Infatti vi do l'esempio, affinché, come ho fatto io, facciate anche voi"] e del cammino dice "Ego sum via, et veritas, et vita, nemo venit ad Patrem, nisi per me", [Gv. 14,6 "Io sono la via, la verità e la vita; nessuno va al Padre, se non per me"] verità, "si veritate dico vobis, quare non creditis mihi ["se io vi dico la verità, perché non mi credete?"] e vita, hec est vita aeterna ut cognoscant te solum Deum verum, et quem misisti Jesum Christum", ["questa è la vita eterna che conoscano te Dio unico e vero e chi hai mandato Gesù Cristo"] chi nega ciò nega il Padre, mentre egli dice: ipsum audite, [Mt. 17, 5 "ascoltatelo"] dunque, ipsum audite e non questa vile bestiola che non sa ciò, ma stolitezza et ignoranze. Sicché porta nell'omero questo verace testimonio in cui adducono Pater, Verbum, et Spirutus Sanctus: testificando nella cattedra del suo umanato figlio, et hunc crucifixum [1Cor. 1, 23 "e questi crocifisso"] di bocca di chi si sente questa immediata dottrina, che è la somma contraddizione giudaica. Dunque, oh! duro cuore "averte oculos tuos, et vide quam distas a coelo, benché: prope est salus, occurre (deh! oh cuore tardo) occurre Deo tuo", ["rivolgi gli occhi tuoi e quanto tu sei distante dal cielo, perché la salvezza è vicina, (deh oh cuore tardo) alzati e corri verso il tuo Dio"] mentre egli sulla croce con cuore, e braccia esparse brama rincontrarti.
Guarda che se signa petis, ["richiedi i segni"] questo Crocifisso ignudo, che ai gemiti dei suoi spasimi, sicut parturiens loquar, ["come se io gridassi, come una partoriente"] ci chiama alla sua luce, generandoti col suo sangue alla eterna salute, "Ego hodie genui te",[ ] così proclama e grida con la bocca di ogni sua piaga, soffrendo tanti squarci, quanto tu tardi ad uscire, ohimè: nullus dolor amarior, uia nulla proles carior, ["nessun dolore è più amaro, perché nessuna prole è più cara"] oh! fiero genito, spietato martirio!
Deh! viene alla luce, "qui in umbra mortis sedet",["che siede nell'ombra della morte"] appressati al divino Sole "Ego sum lux mundi", [Gv. 8, 12 "io sono la luce del mondo"] vede che nel tanto aspettare, invece del Messia, ti arriverà l'occaso di quel buio eterno, ove associato con quelle che accecati vi andarono colà, proclamerete con infernali strilla "expectavimus pacem, et non est bonum: tempus curationis, et ecce turbatio, ohimè! et ecce turbatio aeterna [ Ger. 14, 19 aspettavamo la pace, ma non c'è alcun bene, il tempo della guarigione, ed ecco lo spavento, ohimè! Ed ecco lo spavento eterno"], infinita e senza tregua, non anime care, "Dum lucem habetis credite in lucem ut filii lucis sitis" ["mentre camminate nella luce, credete alla luce, affinché siate figli della luce"].
Deh! andate all'inferno infedelissimi bui, che già si appropinqua il Sole, benché quel di giustizia, "posuit tenebras in patibulum suum", ["pose le tenebre intorno al suo patibolo"] e questa è la fede, dietro cui si adorano quelle infallibili verità, ciecamente confessate dalle anime fedeli, una delle quali io indegnamente mi mostro; ma tenacissima mi giuro, e se non mi impedisse la religiosa modestia, avrei qui scrivendo cambiato l'inchiostro in sangue, inviandolo a Barbaria sul carteggio, che non posso versarlo nelle sue piazze, imprimendovi qui tante parole, quanto bramo effonderlo nei martirii, "o utinam! o utinam, mi dolcissime, pro te patiar, pro te moriar" ["magari, magari, o mio dolcissimo, io possa patire per te e possa morire per te"].
Ma ciò io non merito, onde cambio di sangue in lacrime il mio martirio, versandone un mare ai suoi piedi, oh! mendace spettatore, gridando con miei gemiti, così al Cielo le suppliche, "pretium sanguinis fili tui Jesu Christi ne perdas Domine, tuum proprium est miserere, opus tuum facito, miserere, miserere", ["o Signore non perdere il prezzo del sangue del Figlio tuo Gesù Cristo, (perché) a te si addice il perdonare, e sia fatta la tua opera, pietà, pietà"] con le quali esortanze, siccome Gesù Cristo a Giuda, così io a suo esempio mi allaccio ai suoi piedi, circum legandoli con tanto affetto, quanto tiene catene nel divino amore, compromettendomi tua sorella coadiutrice, e schiava bollata con l'impronta di carità, che imprime il sangue di colui, che "natus est ex Mariam Virgine" [nato da Maria Vergine"].
Questa è l'anima scultrice, questa la fabbra divina di sì nobile ministero. Io a lei consegno quasi molle cera l'anima del mio fratello, acciò l'imprima il signaculo del Cielo. E sapendo chi ella sia io muta rimango, e qui chinando il mio capo, come da principio vile somara mi confesso, riponendo curva ai piedi suoi questo caricaggio divino, questa salma del Cielo.
Riceva dunque oh! mio carissimo, queste parole dell'asino, non di Balaam, ma di quel di ragione, che se vivo tanto feci, forse dal suo morto guanciale (come sarà il mio silenzio) scaturirò a te l'acque battesimali, come fece quell'altro sitibondo Sansone, ma queste più salubri, poiché "qui autem biberit, ex aquam ego dabo ei, non sitiet in aeternum"[Gv. 4, 13 "Ma chi beve di quell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno"], nelle quali perennissime sorti io immergo questa anima, e con essa quella di V. P. acciò ambedue eternamente bevano quella "de fontibus Salvatoris"[Is. 12, 3 "delle sorgenti del Salvatore"], ai di cui piedi mi prostro domandandogli l'aiuto delle sue sante orazioni. di V. P., Palma a di 3 settembre 1681

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

Indice delle lettere

 

1681 09 23 AMBP ms. 36 / 81 copia

Al Fratello Gugliemo Ribera, novizio gesuita.

Jesus † Maria

upponendo io che le sue umiliazioni siano non veraci, ma tutte effetti di propria cognizione, non posso in veruno modo contristarmi come farei se veraci le stimassi, anzi di ciò mi rallegro stimando che sulla santa umiltà egli fonda buona base, per il quale edificio egli tiene buon Maestro, "discite a me, quia mitis sum et humilis corde",(1) e questo è Gesù Cristo, e se lo vuole più domestico guarda il suo supposto, "qui vos audit, me audit",(2) e questo sarà il suo Maestro, da cui insegnerà la medesima dottrina che l'insegnerebbe Gesù Cristo, e dato che egli si trova tra tanti umani e divini insegnamenti non le fa mistero delle mie invili ignoranze.
Onde solo per compiacerlo le cenno la migliore circostanza di questo santo edificio, giacché lui sta sul fondamento, ed è che nella erezione fabbrichi le mura di fuori e dentro, che se solamente abbellì nell'esteriorità di stucco et ori, lasciando vuoto l'interiore quanto prima si sfabricheranno li fregi e le mura.
Cacci dunque nel suo interno buona calce di mortificazione, e buona pietra di conveniente asprezza, ammataffando e l'una e l'altra con la mazza di una santa sodezza, acciò la fabbrica sia eterna. Dopo di che potrà a sua voglia fregiarla di ogni ricchezza, incastrandoli sopra il fregio inestimabile della carità divina, acciò "luceat coram hominibus" verso la quale deve essere tutto luce di buono esempio, carità e dottrina, e verso se stesso tutto calce e ruvidezza, edificandosi l'interno di umiltà, mortificazione e santa fortezza, altrimenti se apparirà bontà sarà momentanea, e come quello sparviero che tira senza palla, che col solo botto esteriore invece di colpir straqua la preda, così farà senza l'opera una esteriore loquela, cui sempre sonet inane.
V. S. non sarà di questi, ma di quelli che prima di tirare al peccatore, oneri se stesso interiorandosi la pesante palla della perfezione, con che trafocandolo Dio col suo amore santo ucciderà il vizio, l'inferno e il tentatore, e tanto basta per conquistarsi la santità con l'aiuto di Dio e sua Madre SS.ma, cui è unica in perfezionare questi allievi del Signore, V. S. si butta nelle sue braccia se vuole riuscire collettaneo del Signore suggendo quel latte che unisce l'anime a Dio nella perfezione, qui io l'immergo mentre la saluto nel Signore.
di V. S., Palma a di 23 settembre 1681

umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione

(1) Mt. 11, 29 "imparate da me che sono mite ed umile di cuore";
(2) Lc. 10, 16 "chi ascolta voi, ascolta me".

Indice delle lettere

 

1681 10 08 AMBP ms. 37 / 81 copia

Al Signor Principe di Raffadali.

Jesus † Maria

ll.mo et Ecc.mo Signore da fratello in Cristo.
"Quid retribum Domino pro omnibus que retribuit mihi?",(1) Signore mio che farò, che dirò per tanto bene venutomi, primo da Dio gratuito Autore, e poi da V. E. benefacendomi strumento, verso cui in Dio mi prostro, e ricoperta di rossore inabile mi confesso ad uguagliarmi al merito di tal dono, in cui una Regina adoro, la preziosità dei suoi giugali ammiro, e per tutte condegnamente esclamo, "Domine nostrum sum dignas, non sum digna".(2)
Onde V. E. compatisca il mio essere inabile a gradire con la lingua, non che a retribuire con doni, che altro non ne ho che l'anima dell'esser mio, cui è la me-desima Regina del Cielo, che essendo lei parzialissima verso li peccatori (dei quali io sono la peggiore) tanto traggo di bene quanto si è per sua intercessione. Lei dunque che è il mio turco, remuneri per me spiritualmente in primis, dandogli quanto il mondo non sa ne può capire che è tutto Dio nel Cielo, e in questa vita nel cuore, letificandogli parimenti a quanto bramar si può tutto il temporale, e perché le mie suppliche non valgono, ne li miei desii finiscono, acciò si eseguisca l'effetto speditrice se ritorna la Regina del Cielo, la di cui immagine l'invio, acciò siccome lui me la collocò in camera, così io gliela ripongo nel petto, ove lui vi erga talamo del cuore come io per suo comando un devotissimo altare, ove io per V. E. farò una indefessa benché indegna orazione.
V. E. accetti di tal dono solo il sostanziale, fuori di che tutto è viltà, essendo fuori di ogni pregio anzi miserabilissima usata da me che sono di poverissima professione, e parimenti essendolo di meriti e opere, taccio per non poter altro, fuor che pregar Dio per V. E., continuando sino a morte tale mia obbligazione. E per fine mio Signore dica a Dio per la sua partenza "si ascendero in coelum tu illic es, si descendero in infernum ades",(3) ritrovando Iddio in ogni luogo mentre siamo in questo sommo centro, ch'è il nostro esilio tra il Paradiso, e l'inferno.
Vada dunque felice con sì felice compagno, ambedue in carrozza della grazia di Dio, cui anche propizierà la sua opera intrapresa del ritiro di più verginelle dedicate a Dio, della di cui direttrice suor Geronima Chinzi, io ho sentito sempre [da] dir bene, e conoscendola in tempo di mia figliolanza mi diede nel tratto molta edificazione.
Onde la suppongo accertata se pure non ostà la volontà divina, io attenderò ai suoi comandi continuando la mia povera orazione, come faranno tutte codeste Madri, e mia madre e sorelle con più stimoli di vera servitù ambita et attesa alla sua degna persona, alla quale umilmente riveriscono assieme con la signora Principessa, e figlioli, che Dio mi prosperi e conservi quanto sono le brame del mio cuore, V.E. non riguardi in me la premura del mio affetto avanzato, tutto in suo desiderato servizio, in cui io mi ascrivo, e indelebilmente sono. Palma a di 8 ottobre 1681

sua serva misera e vilissima
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "che cosa renderò al Signore, per tutte le cose che mi ha dato?";
(2) "Signore nostro non sono degna, non sono degna";
(3) "se salirò in Cielo tu sei la, se discenderò nell'inferno tu sei presente".

Indice delle lettere

1681 10 12 AMBP ms. 38 / 81 copia

Alla Signora D. Perna Caetano e Gravina.

Jesus † Maria

arissima mia Signora da dilettissima sorella.
Si assicuri mia signora che l'urgenza di V. S. prima [ac]cennatami dal mio Padre spirituale, sarà la mia prima premura che con tutta volontà ne esporrò le suppliche alla bontà divina, pregandogliela a misura di quell'effetto e umile servitù che io porto alla sua degnissima persona, e perché io temo non impedisca invece di ottenere il mio demerito, ricorrerò a tal fine alla Madre di misericordia, acciò non riguardando il mio demerito consoli come io bramo V. S., in servizio di cui si ha intrapreso ad orare tutto il Monastero, seguendo per tutta questa ottava l'orazione a tal intento.
Onde lei si accerti che in ogni modo sortirà il meglio, perché l'oratrici prima di ogni altro stanno appresso Dio, e sua SS.ma Madre per il bene dell'anima, e dopo del corpo, poiché alla fine "qui prodest homini, si universum mundi lucretur, animae vero suae detrimentum patiatur?",(1) ciò è bene da pensare, mentre io bramava di maggiormente servirla me la abbraccio da sorella, e la riverisco nel Signore come fanno le mie sorelle, e madre, la quale sta fresca di febbre mediante li suoi comuni favori, da questo suo Monastero la sua serva indegnissima.
Palma a di 12 ottobre 1681

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) Mt. 16, 26 "che giova mai all'uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde l'anima?".

Indice delle lettere

 

1681 10 12 AMBP ms. 58 / 81 autog.

Al Padre [D. Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma..

Jesus † Maria

adre V. R. è stato aspettato con gran premura, di sorte che se lui tardava, la madre Abbadessa non avrebbe domani fatto l'officiali. Onde per molti indizi dubitò la detta, (forse ad istigazione di altre) voglia dare qualche superiorità a Lanceata o Maddalena, le quali più morte che vive si raccomandano a V. R., acciò le liberi, che non abbiamo altra speranza.
Padre, ed io parimenti, lo supplico per amor della Madre SS.ma, altrimenti poco vive rimarranno queste meschine; che Lanceata nell'averlo sospettato le prese l'accidente, ed oggi le duplicò la quartana. Padre, non sia, e non posso dire altro per fretta, e ci raccomandiamo alla carità di V. R., mi benedica.
[di V. R., dal nostro monastero] Palma a di 12 ottobre 1681

[sua figlia indegnissima]
Maria Crocefissa [della Concezione]

Indice delle lettere


1681 10 16 AMBP ms. 39 / 81 copia

Al Signor Principe di Raffadali.

Jesus † Maria

ll.mo et Ecc.mo Signore in Cristo fratello, di come V. E. replica le sue grazie, così io il mio dovere che è il prostrarmi sino a terra ringraziando Dio Signore nostro, che per sua bontà mi fa degna accertare il gusto di V. E., come molto le dimostra nel già ricevuto abitino di Maria Signora nostra, la di cui immagine sarà imprimente suggello che bollerà li nostri petti, anime e cuori dell'impronta del Paradiso, ascrivendogli profondamente l'indelebile carattere della predestinazione.
Signor mio siamo molle, non dure, anzi flessibili al divino volere, acciò sino all'intimo si imprima l'impronta del Signore, ma io che vo dicendo, procuro forse dare barlume al sole, V. E. è tale nell'opere, quale io ne meno sono nelle parole; sicché ringrazio Dio di quanto l'ispira, e fa per mezzo delle sue operazioni, e massimo dell'intrapresa collegiata e ritiro di verginelle, delle quali io tanto godo che l'ali mi mancano per servir tutte in cucina, poiché per altro non sarei buona, ma se tanto non merito come V. E. mi burla chiedendomi forma di si santo ritiro, egli invero mi da, da ridere, ma io benché sia la scialacquaggine di Casa non vo lasciare di servirlo.
Onde ancor io affezionatissima del glorioso S. Francesco godo, lodo ed assento al suo santo desiderio, sicché a quanto io non valgo prevalga la regola l'invio delle solitarie scalze di S. Chiara dell'ordine di S. Francesco, ma perché la forma di tale vivere sembra alquanto rigorosa, altra più mite ne invio che sta in compendio nella vita dell'infante Margarita d'Austria, la di cui vita servirà di lezione a V. E. che è una SS.ma idea di perfezione di personaggi, tale, in cui si riflette quanto più degna una vile sandaglia dell'infante Margarita che la corona imperiale di suo Padre Imperatore. Oh! gran riflesso, "si vere, fratres, divites esse cupitis, veras divitias amate!",(1) sicché mio Signore veda dalle sue forme di vivere, quali da esse li potranno servire, poiché essendo questa nuova fondazione potrà scegliere quello dell'una e l'altra giudica migliori, a me parrebbe bene costituirle non tante austere nella penitenza, quanto staccate del mondo e delle grate, benché con la discreta moderazione.
Del resto io quanto non valgo per le loro costituzioni tanto sarò assidua nelle suppliche, pregando Dio Signore nostro che le dia buon principio e meglio fine, conservando l'edificio il fondatore, a cui Iddio prosperi con l'esecuzione dei suoi desii e massime li tre [che] mi [ac]cenna, li quali per essere piissime io li confonderò con li tre sacri chiodi di Gesù Cristo nelle sue sacrate piaghe, ove con l'inchiostro del suo prezioso sangue si spedisce, a pro nostro ogni favorevole spedizione. Di che io facendone avvocata la nostra SS.ma Madre, avvocata dei peccatori umilmente la riverisco ai suoi piedi, come fanno mia madre e sorelle facendo il medesimo alla signora Principessa e ill/mi figlioli.
di V. E., Palma a di 16 ottobre 1681

umilissima serva e sorella in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione


(1) "fratelli, se bramate diventare ricchi, amate le ricchezze vere".


Indice delle lettere

 

1681 10 17 AMBP ms. 40 / 81 copia

Alla Signora D. Giovanna Bonanno.

Jesus † Maria

arissima Signora in Cristo sorella.
Scusi mia sorella questo mio dovere tardissimo, poiché non è stato per mancanza di volontà ma di urgenza gravissima, incontratami in quei medesimi giorni che mi capitò la sua lettera, e assieme con essa quel galantissimo bambino che prende e allaccia i cuori, del quale a par di sua bellezza io infinite grazie le rendo confessandomi obbligatissima ai suoi larghi favori, tra le quali grate mi furono le sue bellissime figurine. Onde io di questo e quello rimango contentissima e assieme approfittata, poiché mi rappresenta in quello esinanito Iddio piccoletto e fanciullino un cuore annichilito al mondo, come deve essere quello di colui che esercita la perfezione, tanto che il medesimo Iddio nell'incarnarsi ne diede l'esempio mentre nel principiar tanto bene "exinanivit semetipsum",(1) acciò anche l'uomo sia tale nella santa umiliazione.
Deh! dunque mia sorella lasciamo ogni grandezza, denudiamo il nostro cuore di tutto ciò che un grande stima, poiché l'essere grande al mondo all'onore al proprio avere è un impossibilitare la perfezione, ecco li santi fatti poveri, li martiri insanguinati, e li crocifissi ignudi, dico il capo loro Cristo nostro Signore, cui anche del sangue si impoverì per nostro bene, così egli ci vuole, non di quello corporale, ma vuote di noi medesimi, esinanite e piccolissime nell'umiliazione, come anche io la desio; così sorella la bramo acciò (se piace a Dio) dopo col suo esempio di presenza mi insegna ad esservi anche io.
Tra tanto io mi dispongo e desiandola la saluto ai piedi di Maria nostra Signora, ove la lascio per rivederla fra breve, o al Paradiso, e finalmente mi farà grazia riverire da mia parte alla signora Miccichè, alla di cui letterina non rispondo perché me lo divieta il mio stretto ritiro, per il quale per dispensa singolare solo per questa volta a V. S. rispondo. Onde io ringrazio questa signora dei suoi devotissimi affetti, la terrò sempre fissa nella mia benché indegna orazione, e con essa tutti coloro lei mi [ac]cenna, alle quali riverisco e mi raccomando alle di loro orazioni, e qui di nuovo V. S. abbraccio nelle piaghe del Signore.
di V. S., Palma a di 17 ottobre 1681

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "spogliò se stesso".

Indice delle lettere

 

1681 10 21 AMBP ms. 41 / 81 copia

Alla Signora D. Lauria Cigala.

Jesus † Maria

arissima mia Signora in Gesù Cristo sorella.
Violenta oh! mia sorella la sua umiltà la mia ritiratezza, per la quale già ho sospeso la penna con ogni risoluzione, ma giacché lei tanto può, io voglio servirla dicendogli con brevità che la sua devotissima lettera, mi trasse dal petto un sospiro di contento, vedendola per grazia del Cielo scelta per Dio fuori delle cipolle di Egitto, dei quali pascendoli mondani ancora sino al Cielo ne eruttano il fetore; oh! Arabia infelice, cantiamo dunque di contento," recedant vetera nova sint omnia",(1) e mentre Iddio risponde "non vos me elegistis, sed ego elegi vos",(2) noi prostriamoci di rossore, e costernate a suoi piedi diciamo "sero te cognomi, sero te amavi".(3)
Onde mercé tale tardanza non le sia grave aspettar che tanto ha aspettata lei, scelga tale dilazione per purga, e battendo dietro la soglia dica "Domine non sum digna",(4) sicché la sua pietà le risponda "intra in gaudium Domini tui",(5) tra tanto dimori in congregazione, o in luogo di convenienza, poiché non eccettua stanza la gran Divina, ove Dio la perduri come io gliela desio sperandogli ogni bene dalla pietà di Maria Signora nostra, in cui la lascio riverendola ai suoi SS.mi piedi.
di V. S., Palma a di 21 ottobre 1681

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

P. S. La prego di celatezza per la quale non si ammiri se il sopra scritto sarà di mano aliena, e ciò per non dare occasione ad altre di con sue lettere disturbare il mio ritiro.


(1) 1 Sam. 2, 3 "scompaiono le cose di un tempo, siano nuove tutte le cose";
(2) Gv. 15, 16 "non voi avete eletto me; ma io ho eletto voi";
(3) S. Agostino: "tardi ti ho conosciuto, tardi ti ho amato";
(4) "Signore non sono degna";
(5) "entra nel gaudio del Tuo Signore".


Indice delle lettere

 

1681 10 24 AMBP ms. 42 / 81 copia

Al Signor Principe di Raffadali.

Jesus † Maria

ll.mo et Ecc.mo Signore in Cristo fratello.
Se di ogni tempo bramo servire V. E., adesso più che mai ricevo con mio straordinario contento il suo gratissimo comando, poiché il trattarsi di servir Dio come veramente si spera in questa intrapresa clausura è un dilatare il mio cuore in un mar di buon avvento, sarà dunque egli servito della copia del breve del nostro e suo Monastero con ogni prontezza possibile, dandosi domani al copista per spedirla fra breve, e a suo tempo l'invierò come V. E. mi comanda per mezzo del mio Padre spirituale.
Tra tanto codeste Madri sue umilissime serve staranno appresso Dio per la perfezione dell'opera, ed io che più di ogni altra sua infima mi confesso a par di mia viltà raddoppierò il dovere che sarà ai piedi di un Crocifisso una indefessa benché inane orazione, acciò Iddio Signore nostro dopo una lunga carriera di prosperi successi le dia altre tanto cammino di spirituale avventi, poiché già è tempo di ritornare a Dio, rigirando tante passi a lui quanto ne inoltrò nel mondo. Deh! alzasi mio Signore "quia magna tibi restat via",(1) e saranno sue carrozze, destrieri e navi, queste sue sante e pie operazioni, per esse egli vada che io parimenti seguo, non personalmente ma di cuore, come suo spirituale palafreniero, così io merito essendo quella serva che umilmente la riverisce assieme con la signora Principessa e signorine, come fanno mia madre e sorelle, che sin dove andranno li accompagneremo con cuore.
di V. E., Palma a di 24 ottobre 1681

umilissima serva e sorella in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione

(1) 1 Re 19, 7 "…lunga è la strada che ti resta da fare".

 

Indice delle lettere

1681 11 07 AMBP ms. 44 / 81 copia

Al Signor Abate Curzio Muti Conti, Roma.

Jesus † Maria

ll.mo Signore in Cristo dilettissimo.
Di ogni tempo ricevo dalle sue liberalissime mani ogni sorte di grazie spirituali e temporali, potendosi ancora queste chiamare spiritualissime, poiché le sue cipollette (da me ricevute ieri) per omaggio devoto hanno da servire. Onde io gliene rendo tante grazie quanto assieme con l'Agnus Dei l'ha gradito il mio cuore, io mio signore precisamente in questo anno non ho altro impiego che servire nostra Signora nell'addobbi del suo altarino, e cultura di suo giardinetto che alla sua cappella tiene contiguo, sicché per l'uno e altro esercizio mi ha V. S. Ill.ma di ogni gran arricchito, favorendomi siccome di piante per l'uno così di fiori per l'altro.
Sicché io dirò in questa cultura, "ego plantavi, apollo rigavi, Deus autem incrementum dedit",(1) cui darà non tanto alla giardiniera quanto al piantarlo da cui sono tratte le piante quel copioso incremento di cui si alimenta il Paradiso, dandone a me quanto conviene a mercenario, e quanto a padrona a V. S. Ill.ma "unusquisque secundum opera sua",(2) egli in tanto coltivi questo germine non materiale ma divino, sotto atterrando il cuore nell'umile profondo del proprio conoscimento, ma non si fermi in esso che nell'autunno, cioè, nell'atto prefisso, e togliendo dopo gli occhi all'inverno che sta grondoso di gran nel seno divino, da cui dobbiamo sperare l'incremento per il nostro germoglio, poiché "in stilliciidis eius laetabitur germinans".(3)
Al cielo dunque le nostre preghiere e cuori, tenendogli terra solo nella radice della santa umiliazione, tanto e non più in altre attacchi terrene, acciò non siano di quelli rustici villani che "oculos suos statuerunt declinare in terram",(4) dalla quale non si partano certi miseri terrazzani appetendo a guisa di stomachi ostruiti per suo mal peggio bucari e carboni, cibandosi di queste cibi all'anima incombustibile (cioè di gusti terreni) con che arenandosi le vene delle capacità divini e spirituali dopo lunga ostruzione etici nel mal abito pian piano ne vengono a morire così la gola del mondo, concitata e delusa dal pomo di Adamo, cui sotto rubbia corteccia racchiude squallido veleno, squallidendo nei nostri aspetti di mesto bruno l'amor divino, sicché come idropici di mal passo, o etici di mal polso verso Dio languide camminiamo, bensì tutte passi verso le salsurie acque dei gusti bevendo con esse si come terreni sorsi, così amarezze infinite, ostruttandosi con esse di infermità peggiore.
Ah! mio buon medico, "aegrota sum, ad vita suspiro"(5) non più acque sulfuree presago dell'infernale, non più pomi odoriferi cassettine di veleni, tue piaghe, ma croci, tue spine, tue tormenti, questo brama il mio cuore, dalle quali sacre urne prenderò tanta amarezze quanto Dio ne ebbe dolore con che si guarirà ogni mia lebbra e febbre spirituale, tanto io bramo, e tanto io chiedo con l'impetrazione di V. S. Ill.ma, acciò mi impetri da Dio sol saggio di amarezza, ovvero una delle due, o che tanto mi ampli le braccia che io possa abbracciare quanto di pena ha sortito e soffre tutta la mondana mole. Oh! che tanto mi impiccolisca che in essa non mi possa in venire piccola ombra di consolazione, "o utinam possem (mi Domine Jesu) omnium et singulorum qui pro te passi sunt homini pressuras sola subferre ut quale quinquem vicem redderem infinitae caritati tuae".(6)
Dovendo ciò non solo per il fio delle mie colpe, quanto per la parità delle sue piaghe pareggiandolo almeno nella pena giacché non posso dell'amore, tanto V. S. Ill.ma mi ottenga impetrandomi con la pena la gran di soffrirla senza la quale ogni mio desio è per terra, e mentre egli la invoca io umilmente la riverisco ai piedi della SS.ma Vergine a cui raccomanderò benché indegna tutte quei signori che per loro umiltà a me si raccomandano. Io tutte umilmente riverisco e con ogni particolare affetto alla signora D. Teresa Piccolomini, e della misura mi richiede giudica V. S. Ill.ma se io la vorrei servire, ma essendo la immagine della Colomba Rosata (che è la titolare del mio altarino) e di pittura e non di rilievo altra corona non le sta che dimezzata.
Onde se vuol formarla in tal modo o pure contessere li fiori in altro giugaletto sia come comanda, che io essendo qui santamente interessata sarò per prontamente servirla, e intanto le dico che il cammino interno V. S. Ill.ma mi [ac]cenna non si trova nel nostro Monastero;, onde se la sua carità si compiace io gliene terrò infinita obbligazione, e non essendo per altro di nuovo la riverisco nel Signore.
di V. S. Ill.ma, Palma a di 7 novembre 1681

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


(1) 1 Cor. 3, 6 "Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere!";
(2) "ciascuno secondo la sua opera";
(3) "si allieterà nelle sue pioggie il germoglio";
(4) "essi hanno stabilito di rivolgere gli occhi verso la terra";
(5) "sono ammalata, alla vita sospiro";
(6) "magari io possa (o mio Signore Gesù) io sola potessi sopportare le sofferenze di tutti e dei singoli uomini, che per te hanno patito, affinché in sostituzione io possa rendere per cinque volte alla tua infinita carità".


Indice delle lettere

 

1681 11 07 AMBP ms. 45 / 81 copia

Al Signor Principe di Raffadali.

Jesus † Maria

cc.mo Signore da fratello in Cristo
"Quos ego amo, corrigo et castigo",(1) così dice Iddio alle introdotte nella sua dilezione, uno dei quali io stimo S. E., mentre per la sua infermità Iddio l'ha introgresso nel suo divino volere, la di cui porta è la croce per colui che Dio vuole bene. Entri dunque di buon animo per questa soglia del Cielo, incamminando da qui l'itinerario del Paradiso, ove l'aspetta Dio, cui (è di avvertire che) non vuole essere servito con sforzo indiscreto più di quello [che] potranno le nostre forze naturali, et egli faccia che io non abbia colpa in questa sua indisposizione, dandogli occasione in quel libro inviatogli di superflua applicazione, che se tanto sortì Iddio me ne da la condegna penitenza, sentendo tanto il suo male quanto se lo portasse nel mio cuore.
Onde a misura di questo io ne prego Dio, acciò non sia più come io desidero, che sarebbe fuor di modo se seguisse in Palermo ove Iddio l'arrivi salvo e sano, sostituendo per questo infermiera Maria nostra Signora, ai piedi di cui la lascio, acciò non abbia cura, ove assieme con mia signora e signorine la riverisco di cuore.
di V. E., Palma a di 7 novembre 1681

umilissima serva e sorella in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "quello che io amo, correggo e castigo".

 

Indice delle lettere

 

1681 11 07 AMBP ms. 59 / 81 copia

A suor Teresa Di Blasi, Carmelitana Scalza.

Jesus † Maria

on consistendo in parole il servirla Madre mia carissima, io spero con breve discorso e lunga orazione eseguire i suoi comandi, quali riporterò ai piedi di quel Signore, che in un sospiro penetra qualsivoglia narrazione; qui fermo dunque il mio discorso, qui il loro conflitto, dicendogli in tanto "expecta Dominum, viriliter age, et confertetur cor tuum, et sustine Dominum".(1)
Aspetti Dio con perseveranza, virilmente fatichi in questa dura pena, si conforti con la speranza, sostenendo Dio carico di Croce per suo bene, essendo tale segno quello assai fruttuoso che produrrà incorruttibile frutti in questo loro giardinello.
E bene dunque che si innaffia con amara correnza di lacrime e sudori, sin che la raccolta viene, io per me aspiro a tale tempo più che le riverenze loro, acciò dei loro frutti anche io mi approdi; assaggi tale dolcezza nel divino cuore dolcissimo ove si assaggiano soavissimi sapori. Qui madre si appressano, qui madre si immergano, senza ricusare quei fedeli che nel maturarsi stillano ogni consolazione; tra tanto io mi faccio per il mio ritiro, per il quale scuseranno se io non mi prolungo, e non essendo per altro ai piedi di nostra Signora la riverisco e la lascio.
Palma a di 7 novembre 1681

sua umile serva in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione


(1) "aspetta il Signore, agisci virilmente, e sarà confortato il tuo cuore".


Indice delle lettere

 

1681 11 12 AMBP ms. 46 / 81 copia

Alla Signora Baronessa di Bessima, benedettina oblata.

Jesus † Maria

on essendo io atta carissima sorella, per la sua umile domanda di volere qualche documento per sua consolazione, già sconfidata di me ricorsi al Padre dei poveri dicendogli: "Domine Jesu responde pro me",(1) ne molto si ha da fare per essere propizio a noi il suo divino favore, con che esaudisce le preci delle umili preghiere.
Onde lei oda da lui la spedizione dei suoi desii, cui poté dirle per suo documento filia quacunque ieris ama et labora, figlia vuol dire per dove andrai ama e fatica. Spiegando in ciò tre cose, primo, quacunque ieris la dimostra in viaggio peregrina, volendola transibile ad ogni affezione terrena senza mai attaccarsi a stato, pensando in ognuno che lei sta di passo, e come tale non si affezionerà al dolce ne ricuserà l'amaro, aspirando solo al Cielo; secondo, ama, cioè per dove andrai se in gusti o dispiacere ama solo Dio e lo stato presente di cui egli è l'autore; terzo, labora, cioè nel prossimo, soffrendo quanto occorrerà nella sua cura, consistendo tutte tre; primo, distacco del mondo stimandosi in esso peregrina; secondo amor di Dio amandolo in ogni stato dolce o amaro; terzo, patire nel prossimo quanto verrà dalle sue mani, e mentre lei tanto intende io parimenti soggiungo:


Tu parli Gesù mio più, meglio assai
Di quel io sappia, o possa dir già mai


Onde io taccio alla divina parola, dicendogli per fine "filia quacunque ieris ama et labora".
di V. S., Palma a di 12 novembre 1681

io sono la sua serva nel Signore
Maria Crocefissa della Concezione

(1) "Signore Gesù, rispondi in mio favore".

 

Indice delle lettere

 

1681 11 19 AMBP ms. 47 / 81 copia

Alla Signora Principessa di Castrorao.

Jesus † Maria

icevo due di V. E., l'una più mesta dell'altra per causa delle sue solite angustie, ma precisamente mi afflisse l'ultima per l'avviso del signor Principe figlio, benché quanto dura tanto breve, poiché per una lettera [che] fa il detto signore al mio Padre spirituale nulla menzione fa di sua indisposizione, raccomandandosi per altro in far pregare Dio per due urgenze temporali.
Onde stimo tale indizio non aver bisogno di altro, o pure di essere affatto guarito, sicché V. E. si consoli di questo nuovo accidente fortificandosi in pazienza nel rimanente, essendo che Iddio Signore nostro così disse ad un'anima che si trovava in simile disagio "filia quacunque ieris ama et labora",(1) il simile io dico a V. E., per dove si porta in questo misero peregrinaggio per ogni passo ama et labora; ami Iddio e labora nel prossimo, cioè, in tutto ciò che egli ci porge, poiché queste sono due passi o pure due remi che ci fan solcare correndo il mare di questo mondo, e mentre lei lo varca con la guida di Maria nostra naviera, io per il mio ritiro mi taccio facendogli ai suoi piedi profonda riverenza, come fanno mia madre e sorelle e madre Abbadessa, riverendola di vero cuore con tutte del nostro Monastero, che la bramiamo servirla di presenza con la grazia del Signore, ed io per fine riverisco il devoto da V. E. raccomandatomi, per cui non cesso le mie benché indegne orazioni. di V. E., Palma a di 19 novembre 1681

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione


(1) "figlia, ovunque andrai ama e lavora".


Indice delle lettere

 

1681 11 20 AMBP ms. 48 / 81 copia

Al Padre Fra Pacifico da Noto, Predicatore Cappuccino.

Jesus † Maria

olto rev.do in Cristo Padre
Beato V. P., io emulo la sua sorte da me pretesa in tanti anni, che è il ritrovare una creatura peggior di me, ai piedi di cui potessi in venire un vero atto di umiliazione, ma ciò non mi accadde poiché etiam nell'inferno non vi è chi peggio sia.
Onde io replico, beato V. P., che solo in un foglio involge il mio bene bramato ricorrendo ai piedi (come egli dice) di cui non solo è peggio di lui ma anche del demonio, non in quanto alla disgrazia, ma in materia d'iniquità, mentre la mia è ostinata e la sua nel primo atto fu momentanea.
Così dunque egli si bea nel Cielo terreno dell'umiltà SS.ma, nella quale anche nei suoi letamai si trovano inestimabili gioie, come adesso egli ritroverà in quello del mio petto quella pregiatissima del volere divino, a cenno di cui egli riceva quello triplicato documento per tre persone proferito, uno dei quali essendo V. P. io in nome suo le dico filii quacunque ieris ama et labora, di notificandogli quel quacunque ieris lo stato caro a Dio della sua missione, per la quale vagando, ama, cioè, solo Dio fuori dda ogni affezione a creatura, et labora, cioè, nei prossimi nella loro riduzione preda e cultura, nella quale veda di non immergersi nel pelago profondissimo di questo procelloso mondo, essendogli bisogno per solcarlo in porto di qualche legno fortissimo, acciò servendogli di ponte vada sopra esso per non toccar quell'onda che nell'umidire il piede già si mena il cuore. Fabbrichi dunque quel ponte sopra della croce di Gesù Cristo, e quanto sia smisurato il mare tanto lungamine il legno, "usque ad mortem",(1) sopra cui nel di mezzo deve andare fuggendo nella direzione dei prossimi li due pericolosi estremi, ne tanto mite, ne tanto in rigore, e veda che detto passaggio è strettissimo; vi vada dunque occhiuto anche per non precipitar se stesso, attenendosi al bastone del suo Superiore camminando per qui quanto lui dispone, ed essendo tutto ciò il ristretto di quanto lui mi richiede in questo posto mi fermo, non passando tutto ciò il ristretto di quello mio intrapreso ritiro solo dispensato dell'ordine del mio Padre spirituale. Onde non essendogli più molesta ai piedi di Maria Signora nostra, finisco chiedendogli aiuto delle sue sante orazioni. Palma a di 20 novembre 1681

umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

(1) Ap. 2, 10 "fino alla morte".

 

Indice delle lettere

1681 11 30 AMBP ms. 50 / 81 copia

Al Padre Don Gio: Battista Bartolotti, Chierico Regolare.

Jesus † Maria

olto rev.do in Cristo Padre e socio nel Calvario.
Da mio fratello, ieri ricevei la sua carissima lettera, data costì a 25 di Ottobre, e godo per essa che V. R. stia bene, e pieno come sempre di santa intenzione, ma questa parimenti Crocifissa è quanto buona tanto confitta in quella croce della loro comune perplessità, se devono o non devono effettuare la fondazione, la quale io sempre ho lodato in quanto che si era da fare, e stimando ciò senza dubitazione.
Ma giacché adesso le mie Marie rivertono, o almeno tardano, io qual Maddalena precorro, "et valde mane"(1) forse arriverò al Calvario, non con piedi di mie forze che già sono stracche, e trapunte di tante spine di peccati, ma con quelli volubili e leggeri, che sormontano l'anime sui venti altissimi, dell'abitanti serafini, queste sono quelli soffii, non di aquilone superbo ma di profondi sospiri, che accendono al cuor di Dio fiamme di amore, della quale accensione noi "videbimus lumen".(2)
Padre dunque a forte petto sospiriamo a Dio, aspiriamo umili doglie per li nostri peccati, sento che "humilitas sola meretur gratiam",(3) quale noi pretendiamo nella revisione di queste opere, e ciò alle mie sorelle che desiano forse l'effetto di quelle parole, "sonet vox tua in auribus meis", che, a me se a dire il vero "sufficit et super sufficit"(4) il sonito di quel racuo martello, che batte, e ribatte questa erezione, poiché ove è contraddizione ivi è buono fondamento, poiché se il mondo parla, se il demonio impugna basta tal segno per testificarla tutta di Dio, a loro contraria. Gridi dunque questa base "si hominibus placerem opus Dei non essem",(5) egli dunque non è del mondo anzi di quel Crocifisso di cui nel crocifiggerlo per cagione addussero "quia contrarius est operibus nostris",(6) a queste contraddice la gente, a queste crocifigge il mondo, vada dunque ognuno con la sua "quae sunt Dei, Deo, et quae sunt Caesaris, Caesari".(7)
Io per me vado alla banda sull'auspici della croce, e ove vedo patire ecco la mia fazione, tanto io intendo in quanto all'impedimenti alieni, riflettendo con più avvertenza in quello personale, le quali con maggiore esame spettano a V. R. essendo per altro tre li punti più degni di considerazione. Primo, se la fondatrice è pratica almeno idonea a radunanza claustrale almeno inclinata al vivere comune, che se non è tale anzi avanzata nel vivere particolare, farà assai e malagevole questa riunione; secondo, se tiene abilità per reggere, cioè, spiritosa nel discernere, benigna nel tratto, zelante del piccolo, umile in tutto, e superba col difetto, dicendogli con S. Michele "qui ut Deus",(8) quanto egli vuol impadronire quell'anima che è tutta del Signore, e ciò a colpi di lancia di una contegna punizione, dicendo per altro agli umili di cuore, "amice ascende superius",(9) scegliendo le più umili alla moniale assunzione; terzo, se tiene cuore di patire in cancellando il suo petto non che il parlatorio di quei duri ferri che impediranno l'entrata al mondo, carne e demonio, incudinando quei chiodi che a forza di violenza così l'hanno da claustrare, e questo basta per ubbidire V. R. che mi chiede il parere, senza il di cui comando io non sarei per parlare, dicendo di più che il Monastero [ac]cennato della nostra suor Agata di servire l'infermi non può essere che ottimo quando si considera solo, ma a paragone di questo per il quale lo pensa cambiare parmi volere per la schiava lasciare la Padrona, poiché nell'ospedale cura li corpi, ma nel Monastero l'anime, "medice cura teipsam",(10) nei chiostri con gli altri si cura se stessa, e massime quando la Superiora è tale che per sua deficienza si istituisce altra infermiera rimettendosi umilmente ad altra santa guida, così Iddio voglia farlo a tutte noi in questo sentiero del Calvario, ove io quan-to precorro in difetti tanto proclamo aiuti, come Iddio me li da in questa sorella mi aggiunge.
Onde io ricevo la mia cara innocenza come baculo forte per mia in errante guida, sicché io qual cieca, le do la mia tremula mano non solo per condurmi quanto per darli fede di nostra fida compagnia, Gesù Cristo ci collega, egli ci annoda assieme con l'altre sorelle, a cui riverisco di cuore assieme con le nostre migliorate inferme, dei quali assai mi rallegro nel Signore, e qui pregando per tutte coloro [che] V. R. mi comanda, ai piedi di Maria Signora nostra mi lascia, e benedica.
di V. S., Palma a di 30 novembre 1681

sua serva in Cristo indegna
Maria Crocefissa della Concezione


(1) Mc. 16, 2 "e di gran mattino";
(2) Sal. 35, 10 "vediamo la luce";
(3) "la sola umiltà merita la grazia";
(4) "risuoni la tua voce, nelle mie orecchie";
(5) "è abbondante e soprabbondante";
(6) "se io piacessi agli uomini non sarei opera di Dio";
(7) Mt. 22, 19 "a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio";
(8) Sal. 113, 5 "chi è pari a Dio?";
(9) Lc. 14, 10 "amico passa più avanti";
(10) "medico cura te stesso".


Indice delle lettere

 

1681 12 03 AMBP ms. 60 / 81 copia

Al Padre [Don Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma.

Jesus † Maria

isi efficiamus sicut a parvuli isti, non intrabitis in regnum Coelorum".(1) Da ciò V. R. si ricordi per riconoscere la cagione, perché io tengo motivo di confrontarmi più di ogni altro di cosa piccolina; poiché se Dio Signore nostro di tale sorte se ne compiacque, che propose a tutti una nuova rinazione, come io non devo gradire ogni sorte di piccolezza, etiam nel materiale, seguendo per grazia e per genio questa mia inclinazione.
Onde con ogni contento, ricevo e gradisco da quel devoto Signore la piccola immagine della SS.ma Vergine, la quale mi sarà di continua memoria del devoto donatore; cui siccome mi sarà assiduo nelle mie benché inutili orazioni, così vorrei [in]caternamelo in carità, con la catena del SS.mo Rosario, che è il solito vincolo della mia spirituale collegazione.
Onde se a V. R. piace, potrà assieme con l'Agnus Dei apprestarglielo in segno della mia povertà e di umile gradimento; intanto io lo riverisco domandando a V. R. la santa benedizione.
[di V. R., dal nostro monastero] a di 3 dicembre 1681

sua figlia indegna
Maria Crocefissa della Concezione

(1) Mt. 18, 3 "se non vi formerete come a questi bambini, non entrerete nel regno dei cieli".

 

Indice delle lettere

 

1681 12 13 AMBP ms. 52 / 81 copia

Al Padre [Don Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma.

Jesus † Maria

er il particolare che V. R. mi comanda in ordine al bisogno di codesti signori, io dico dopo la santa comunione che la prima legge del legislatore è quella [che] egli da a tutti in generale; così Dio Signore nostro per altro mezzo più certi nei comunicanti decreti del suo divino volere, che per l'occorrenze ci dice queste sono le leggi, le specificazioni più sicure e data la causa bisogna in seguito l'effetti essendo egli e l'uni e l'altri che se Dio mi vuole inferma.
Vuole anche che mi curi, e se mi vuole povero, per volere che fatichi, e se mi nega una grazia vuole che l'implori, patite et ai pietosi gestendo sì come della croce così delle susseguente, queste sono le leggi comuni del nostro Divino legislatore, e quando bene si aderiscono non bisogna altro specificatamente, così vuole Dio, così egli significa privato e comune e precisamente in questi signori, ne altro dir posso al riflesso del suo lume, mi benedica.
[di V. R., dal nostro monastero] a di 13 dicembre 1681

sua figlia in Cristo
Maria Crocifissa della Concezione


Indice delle lettere


1681 12 16 AMBP ms. 61 / 81 copia

Ad una sorella monaca che era insieme a lei settimanera nella novena di Natale.

Jesus † Maria

rustra (sorella mia) non laborasti",(1) poiché colui che quasi "[sicut] Gigas ad currendam viam",(2) forse fermò i suoi passi, per numerare quelli minutissimi vostri, quando voi mossa di carità veniste ad umidar (con la lezione portaste) l'arido gusto di questa povera che langue; cui o per sua infermità, o pure divina carestia così arto assaggia il pane, che altro non ha che quel di Maria, cui non per ergerla, che tale cosa non merita, ma per non contagiare la maggion creata la ritrasse in quel sacro cantone, che tale offesa non teme, il suo utero verginale, dandogli in questa novena cantoncino giocondo col suo fatin nascente, ove all'oscuro di ogni luce creata sorge quella sostanza virginea di cui pasce l'immenso, di cui si incrementa l'infinito, la quale stemperata Ambrosia della perfezione di Maria a sorsi di imitazione si tira nell'anima, acciò assaggiandola con Dio divenga colà sua piccola gemella.
Ma "quis sicut Dominus Deus noster qui in altis habitat (benché) umilia respicit in coelo, et in terra",(3) così dunque ci faremo con lui pari modo per grazia, quando per essere vere umili, rifletteremo nei suoi sguardi piccoli e trasmutate nelle sue pupille, che se lui parimenti rifletterà nei nostri per una da noi continuata aspirazione, anche in tale nostro riguardo riporteremo nelle pupille la sua medesima immagine riflettendo egli in noi, e noi in lui in una scambievole trasmutazione.
Ed oh! sacro riflesso dell'umile di cuore, che ritrattano in esse iddio e in Dio li loro cuori, già Dio vuol farlo, se saremo si piccoli che senza accecarlo entreremo nelle sue pupille, "humilia respicit",(4) a noi resta di fare, acciò in questo casino dell'utero verginale (luogo in vero di piccolini) facciamo col nascente Iddio una nuova rinazione, dimorando tra il tanto oscuro in quel chiostro di ogni luce che ci mostra terrena creatura (taciturne non che balbuzienti di ogni sorte di aliena cogitazione), quiete nel guscio della nostra annichilazione (innate e tanquam non esser ad ogni infruttuosa ingiunzione). Ristretta in somma, sole con quel fantino nella divina unione, ed ecco le massime di questo nido di amore, ove l'anima assieme con quel producente pulcino ambe suggono un medesimo liquore, divenendo gemelle in quel casino di amore, ove io ingredior, ingredior lasciando voi li dentro ai piedi del Signore.
[di V. R., dal nostro monastero]a di 16 dicembre 1681

vostra misera
Maria Crocefissa [della Concezione]

P. S. A che fine, io scrissi io non il so, domandatene Dio che egli fu il pro scrittore.Pregovi tenere segretissima fuor che il Padre questa cartuccia, acciò anche le mie sorelle non l'abbiano a sapere, giovandomi tanto per una certa intenzione.

(1) Gb. 9, 29 "invano (sorella mia) non hai lavorato";
(2) "come il gigante verso la via da percorrere";
(3) sal. 113, 5 "nessuno è pari al nostro Signore Dio";
(4) Sal. 137, 6 "guarda verso l'umile".

Indice delle lettere

 

1681 12 16 AMBP ms. 62 / 81 copia

Al Padre [Don Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma.

Jesus † Maria

ggi giorno primo della novena del nostro nascente Redentore, vorrei (siccome internamente mi sento chiamare) introdurmi in un spirituale ritiro, non di chiusa cella ma in quella sacratissima dell'interno sacrosanto di Maria nostra Signora, ove trattenendomi in tre punti.
Il primo sarà una totale lasciata di tutto ciò che non è in quella stanza beata, oblivionando ogni cosa terrena nonché creatura umana, solitudine e fuga di ogni terrena consolazione. Il secondo una riverenza totale a quella interna cameretta del Divino amore, ove all'oscuro della fede si ammira, imita e ottiene le virtù impresse in quella divina chiusione, essendo essa il nido fecondo della stessa perfezione silenzio interno per tale applicazione. Il terzo unione strettissima con l'abitatore di quella, restringendomi con Dio in quel piccolo casino, acciò con esso nutrita della materna sostanza la perfezione suddetta rinasca con esso per grazia gemillina, vincolo di carità e irremossione divina.
Onde per attuarmi in ciò vorrei cooperarvi con l'azione esterna, sicché piacendo a V. R. vorrei per questi nove giorni portare il cilizio sugli occhi, [così] per essi non entri qualche immagine inquieta di cui per primo punto deve assolarsi il mio cuore.
Secondo, vorrei portare il boccaglio per osservare quel silenzio che mi gioverà per quello interno. Terzo, vorrei ogni giorno andare così affienata in ciascheduna sorella a cui baciando li piedi direi: pregate Dio sorella, acciò quello [che] mi vede in faccia l'abbia nell'interno, facendo ciò in ordine al terzo punto sapendo quanto stretta si allaccia l'unione di Dio col nodo fraterno, mi benedica.
di V. R., dal nostro monastero a di 16 dicembre 1681

sua indegna figlia
Maria Crocefissa della Concezione

P. S. In quanto al tempo che devo perdurare col cilizio e boccaglio, io vorrei fosse almeno per quel tempo [che] vado per il monastero, così se piace a V. R. la di cui licenza sarà se non rimanda questa letterina.

 

Fine delle lettere

Torna all'indice delle lettere

Ritorna ad Isabella

Torna ai Tomasi

Torna all'Home Page

isabella tomasi - crocifissa - crocefissa - venerabile crocifissa - venerabile crocefissa - ven. crocifissa - ven. crocefissa - venerabile crocifissa della concezione - venerabile crocefissa della concezione - ven. crocifissa della concezione - ven. crocefissa della concezione - suor maria crocifissa della concezione - maria crocefissa della concezione - suor maria crocefissa della concezione - sicilia - lettere di isabella tomasi - epistolario di isabella tomasi - epistolario - palma di montechiaro - agiografia - epistolario inedito di san giuseppe Tomasi e isabella Tomasi