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Al Padre [Don Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma..
redevami abbastanza
desolata per la privazione del mio richiesto ritiro, ma ciò
per il mio demerito fu poco, poiché maggiori mortificazioni
mi avvennero per causa di quel che V. R. comunicò alla
madre Abbadessa, cui comprese forse qualche mia alterezza mentre
in chiederle ciò mi servivo di ambasciatore, e a tale giudizio
le fu facile per ciò che ha occorso questi giorni, nei
quali il Demonio ha stato sulle chimere.
Onde mi parlò in modo che quantunque me il concedesse,
io lasciai tale risoluzione, poiché le parole mi davano
la concessione, e li sentimenti la negazione, oltre che mi parlò
circa due ore di notte quando era fatta la cena, nella quale si
costuma in refettorio fare simili richieste essendo per questa
mia tale dimostrazione più che necessaria per dare a conoscere
alle sorelle la causa del mio ritiro acciò non lo giudicassero
singolare. Onde per tali ed altri impedimenti mi resto pentita
di averlo trattato non che di non averlo attenuto, che se Dio
mi vuole confusa cui mi toglierà di vita così esasperata,
e devo dirlo, poiché per ogni moto che fo per aiutarmi
mille lance mi pungono; onde bisogna morire immobile in tanto
affanno senza aiuto divino et umano, il che mi presaga un eterno
sospiro e un anticipato inferno.
Questo polisino non sarà per altro che per dare conto a
V. R. del mio tralasciato ritiro, il quale mi si è cambiato
in tormento, poiché buono era per me il tralasciarlo per
S. Obbedienza, ma essendo sortito così non so attribuire
se a Dio o al demonio il motivo, V. R. preghi Dio acciò
non mi butti in qualche abbattimento, mi benedica.
Palma a di 20 giugno 1680
sua indegna suddita
Maria Crocefissa della Concezione
P. S. Prego V. R. che stracci, o tenga secreto questo bigliettino.
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Al Padre Don Gio. Battista Bartolotti, Teatino.
olto rev.do Padre
e in Gesù Cristo socio nel Calvario.
Benedette mani di Dio, benedetti quei colpi del Cielo che a mio
fratello ruppero l'osso, e a me divisero il cuore, sentendo io
in questo accidente una percossa mortale, con tutto ciò
Padre mio siamo rimaste per la grazia di Dio intere e for-tissime
nel suo divino volere, e gloria fu la nostra che meglio si dividesse
l'osso che la nostra volontà del nostro sommo bene. Onde
siccome V. R. fu alla pena così contribuisca alla lode,
cantando meco verso Dio questa dovuta canzone "laudare
te debeo Deus meus in prosperis quia consolasti: in adversis quia
castigasti, e in tutto, sive vivimus sive morimur Domini
sumus",(1) perpetuandosi in ciò la gloria del
nostro petto, e la corona del nostro capo, il quale io curvo e
umilmente chino.
Primo ringraziando Dio di sì amaro e dolce donativo, e
dopo V. R. così prodigo e largo della sua carità,
di che mio fratello è restato ben sazio, ed io parimenti
ne rimando al fondo, quasi insufficiente di bere tanto mare di
favore.
Onde siccome egli si edifica della tolleranza del mio povero infermo,
così io ammiro la gran carità del suo fervoroso
infermiere, bollendo nel suo affetto ogni suo sostento, sicché
io confusa d'ingoiar tanto gran sorso lo riporterò si pieno
nella nostra cantina della carità del Signore, acciò
lui lo divinizza e mischia col mosto del suo amore, ubriacandone
sino al sonno l'anima di V. R., nel quale aggio di pace, eletto
di quiete si tolga V. R. da quelle zanzare di fastidio, che col
suo aculeo e mormorio vogliono darle a credere che non da gusto
a Dio, il quale consiste in un voler puro non offendere il Signore,
cui è il capitano della milizia spirituale, nella quale
che importa se sono bisbigli e rumore come lo fanno le nostre
depravate passioni, basta un dire, all'armi, un dire (non voglio)
assentir all'assalto, per far gloria al nostro Re, e scorno ai
nemici, che poi segua sangue che si infieriscono li colpi con
formidabile scaramucce tutto ciò a più gloria segue,
dimostrando invitto il combattente che tanto osta a si formidabili
eroi, alle di cui cicale e ciance si abbia gran scherno, perché
sono più trombe che lance, cagionando a chi non vuole più
rumore per verificare ciò che lui disse, "militia
est vita hominis super terram",(2) altrimenti senza esse
non sarebbe guerra ma sonno, e gli uomini non soldati ma dormiglioni,
gravandosi in esso lungi dal Cielo li miseri mortali, come ad
esso io lo provo che mille sproni non bastano per destarmi da
mio misero sonno.
Ohimè, ohimè "usquequo piger dormis?",(3)
diami oh! Padre una scossa una botta con le sue sante orazioni,
come per carità farà calcarmi delle sue devote figlie
spirituali, delle quali io bacerò quei piedi che desta
a Dio si pigro cuore, ed io benché misera farò il
medesimo, non per questo ben si che non bisogna, ma per aumento
di loro maggior salita, benché per la nostra suor Maria
Agata le mie orazioni sono più impiccio che sprone, correndo
lei verso Dio con quelle due ali di obbedienza e penitenza come
V. R. mi avvisa, essendo queste due sorte di astinenze spirituali
e corporali, che astengono l'una la volontà, l'altra la
carne.
Sicché priva l'anima di si onerose salme, vola dimagrita
e volubile al suo Creatore, ed oh! santa astinenza che così
agiliti l'anima al santo amore, così volano a Dio oh! Padre
le sacre colombe, come credo salirà la nostra sorella,
facendo volo colà ove dimora il suo divino colombo, nel
di cui nido farà cova di più anime, ed io mi contenterei
essere di si santo nido una vilissima paglia, poiché per
fare il nido anche il loto bisogna, ma non presumendo di più
nel mio niente mi annidi, abbracciando questa colombella per socia
del Calvario, ove seco Gesù riposa e regna per li due altri
infermi, parimenti ricevo il suo comando, dispiacendomi sino al
cuore il di loro affanno, e non trovando chi meglio li do per
compagno il Crocifisso, a coppia di cui non prevale ne malizia
ne danno, soggiungendo della seconda che io farei pregiudizio
al suo Padre confessore, se nel darle sicurtà di essersi
confessata bene riportasse più credenza di quella che a
detto Padre si deve.
Stia dunque ai suoi detti, essendo per tutte la santa obbedienza
la vera scorta del vero e sommo bene, e il rimanente se lo trova
di croce lo stringa l'abbracci come a letto del Signore ove lei
parimente seco giace, stimandosi più che Regina mentre
tra li spasimi riposa "inter brachia redemptoris",(4)
e tutto ciò seriamente scrivo dopo la mia inutile orazione,
fatta per le suddette e V. R., a cui di cuore riverisco e supplico
a compatire la mal qualità di queste poco assentate righe,
essendo formate in stato che mi domina una forte febbre che mi
fa cadere la penna dalle mani, onde lasciandola ai piedi della
nostra Madre SS.ma a sua riverenza domando la santa benedizione.
di V. R., Palma a di 24 giugno 1680
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "ti devo lodare o Dio mio, sia
nelle cose favorevoli perché mi hai consolato, sia nelle
cose avverse perché mi hai castigato, e in tutto, sia che
viviamo, sia che moriamo, siamo sempre del Signore";
(2) "Gb. 7, 1 "è una lotta la vita dell'uomo
sulla terra";
(3) "fino a quanto o pigro dormi?";
(4) "tra le braccia del Redentore".

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Alla Signora D. Anna Maria Oldovino, novizia.
arissima in Gesù
Cristo sorella.
Non è come V. S. dice essa la serva, anzi io la sua schiava
e in Gesù Cristo indegna sorella, e ciò per molti
capi, poiché siccome la servitù di mia zia in lei
è molto antica, così produce la mia più vigorosa
e novella, ma cessano questi titoli che alla fine sono umani,
e vivono tra di noi quelli santi e divini, quali sono li vincoli
di carità che con Gesù ci stringono. Queste sono
mia sorella le maglie di eterna lega, e non quelli nodi se o frali,
che ci allacciano al duro giogo delle tirannie mondane, che per
soffrirle vi bisognano forza di bue e non di umano cuore; sicché
se le forze mancano, più vengono meno per soffrir tanti
affanni, e senza premio alla fine, che per portar di Gesù
li suoi soavi giochi, con la promessa di più di eterni
guiderdoni, e se lui per portarlo a nostro esempio si scorticò
le spalle anzi tutto il corpo SS.mo di sorte che, "a planta
pedis usque ad verticem capitis, non est in eo sanitas",(1)
perché dunque noi saremo più gentili, serbando tutte
le nostre forze per quelli duri bastoni che nel mondo non cessano,
come ognuno se ne duole.
Carissima sorella io mi rallegro di vederla fuori di tale tirannia,
e a coppia di Gesù portare quella trave ove pende quel
grappolo d'uva della terra di promessa, il quale parmi fosse figura
della santa religione, la quale benché pesa non è
più che in via, poiché gia all'arrivo si vede essere
stato quel peso di una dolcissima, che nel seder chi la porta
l'assaggerà gustando di essa in una gloria beata.
Onde ella portandola assieme col suo sposo stimi ogni incontro
di amarezza un graspo di questa uva, la quale benché pesa
è soave quantunque ancora sia agreste, e al fare delle
vendemmie sarà sua eterna dolcezza.
Carissima mia sorella tanto ben io le mostro, acciò essa
scelga cui delle due l'aggrada, se Dio o il mondo, mentre io benché
misera pregherò il suo meglio sperando dalla nostra SS.ma
Madre, come ancora farà per il Signore suo fratello, e
per fine ai piedi della medesima Regina me la stringo al cuore,
come fo alla mia cara Gesualda, a cui non cesso di giornalmente
salutarla nel nostro segreto camerino del SS.mo costato, V. S.
le dica che qui mi cerchi e sicuramente mi trova, e da mia parte
domando a mia zia la santa benedizione.
di V. S., Palma a di 5 luglio 1680
serva e sorella in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione
P. S. Supplico V. S. a tenere segreta questa lettera, per cagione del mio ritiro essendo per la servitù che le professo solo a V. S. singolarmente dispensata.
(1) "dalla pianta del piede alla sommità del capo, in Lui non c'è niente di sano".
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Alla Signora Principessa di Castrorao e Buccheri.
cc.ma mia Signora
in Cristo sorella.
Scusi mia signora se sono stata tarda e sarò breve a rispondere
alla benignissima di V. E., data al primo di luglio e capitata
a me circa due settimane, poiché mi trovo in un totale
ritiro di questo esercizio solo per la sua persona di rado dispensato,
e ciò per la servitù e carità [che] le professo,
stimandola per la prima come a mia padrona, e per la seconda come
a mia sorella nell'amor di Gesù accettissima e cara, ed
essendo così sento le sue amarezze per li più acerbi
assaggi del mio cuore, ma per la sua causa dolce come il miele,
poiché se Giacob per ottenere Rachele soffrì di
affanno due settimane intere, come sarà grave, una pena
più minore per la santa religione, la quale non è
come quella sterile, ma fecondissima di ogni terreno e glorioso
bene, io prevedo in essa tanta gloria e tanto avanzo che ne preconizzo
il desiderio ancorché non si venisse all'affetto, oltre
che queste amarezze di V. E, la stanno straccando di colui che
con suoi pochi buoni portamenti anche la stacca dal mondo.
Onde con una sola opera fornisce due impieghi, quale Dio gliele
perfezioni santamente come io desidero e sto pregando a Dio Signore
nostro e sua SS.ma Madre, e parimenti per quel devotissimo sacerdote
a me raccomandato, pregandolo assieme con V. E. che mi partecipano
l'utile delle loro sante orazioni, mentre ai piedi della SS.ma
Madre la riverisco umilmente, come fa la madre Abbadessa e precisamente
mia madre e tutte le mie sorelle.
di V. E., Palma a di 22 luglio 1680
serva umilissima
Maria Crocefissa della Concezione

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Alla Signora Principessa di Castrorao.
cc.ma Signora in
Cristo sorella.
Ancora io signora sono stata più mesi priva delle sue desiderate
novelle, benché la sua croce mi avvisa che ancora li suoi
infortuni stanno in procelle, sopra le quali naviga salita sulla
nave di questa croce amarissima, pazienza signora questa vita
così si scorre remingando sull'onde questa barchetta del
Signore, ove lui si confisse per navigar sopra essa l'arcipelago
della sua passione, passandolo felicemente ma dolorosamente a
vele gonfie del suo divino amore, dietro cui mia sorella se vuole
il porto si parta, che l'avrà glorioso con si divina scorta,
ai di cui passi io benché pigra aspiro, bramando essere
di nome e di stato Crocifissa; onde lei non mi escluda dal suo
navigar tranquillo, mentre lo pretendo fuor di questo mondo, poiché
navigli e culture, non si possono accoppiare.
Onde bisogna lasciar la terra, l'effetti terrene chi vuol salire
presso Cristo in si glorioso mare, e mentre l'aura soffia e spira,
su montiamo presto mia cara naviggera, "Spiritus, ubi
vult spirat",(1) adesso per qui ci mena la divina ispirazione,
soffiandoci fuori del mondo questa gran tramontana, ma non senza
fluttui di contrarie procelle, quale si solcheranno con la direzione
della stella del mare, Ave Maris Stella, chiamandola nelli più
perigliosi scompigli della nostra navigazione, in cui la lascio,
rassegnandogli, Cristo per guida, la croce per nave, e Maria per
tramontana, toccando a lei il gran timone della sua invitta pazienza,
con che non dubito che navigherà assai bene, e mentre lei
sale io al lido mi resto, dicendogli a Dio con profonda riverenza.
di V. E., Palma a di 24 luglio 1680
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
P. S. A cui umilmente riveriscono mia madre, sorelle e madre Abbadessa bra-mandola con tutte del Monastero per abbracciarla e servirla di presenza.
(1) Gv. 3, 8 "lo Spirito dove vuole spira".
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Alla Signora D. Geronima Tomasi.
arissima Signora
zia, ricevo la cortesissima lettera di V. S., e a misura della
sua infermità è stata la mia afflizione, compatendola
tanto, quanto ne prego Dio che almeno le mitighi tanti suoi dolori,
ringraziandola in tanto dell'avviso mi da della sua prudentissima
disposizione, quale essendo come dice non può essere conveniente
e secondo la ragione.
Di che io mi rallegro, assecondando in tutto il gusto di V. S.,
a cui esorto alla pazienza, poiché senza essa nessuno ha
trascorso bene questa misera vita, nostro Signore la consoli almeno
le dia tanta fortezza questa sarà sufficiente per portar
con merito il suo divino volere, ed io benché indegna pregandoglielo
perfettissimo termino brevemente stante il mio duplicato ritiro,
poiché oltre a quello della santa quarantena di nostra
Signora, il mio consueto sopra il lettereggiare è strettissimo,
che solo la sua autorità mi ha dispensato tale decreto,
ma già che ogni cosa sta bene io anche do fine, domandandogli
ai piedi della SS.ma Madre assieme con mia madre e sorelle la
santa benedizione.
di V. S., Palma a di 24 luglio 1680
servitrice e nipote
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. A cui soggiungo che è stata pena del mio cuore la estrema doglia della signora Baronessa per la perdita [che] fece della signora D. Anna, ne so di cui dolermi più se della morte d'una o se dell'amarezza dell'altra, facendone in somma di ambedue un sentimento di gran dolore, con che mi condolgo con la signora Baronessa pregandola a volersi dar conforto col volere del Signore, lui così volle togliersela nel meglio tempo che noi possiamo sperare se l'abbia condotto in Paradiso, io siccome le fui serva in questa vita così voglio esserle nell'altra, e quanto non la seppe servire con miei servigi, la servirò con suffragi. Intanto la mia signora cugina si consoli pensando che questa vita è tale, che solo cui muore si può dire che vive, V. S. l'insinua ciò da mia parte, e me la saluti come fanno mia madre e sorelle, domandando di nuovo la santa benedizione.

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A Mons. [Francesco Maria Rini], Vescovo di Girgenti.
ll.mo e rev.mo Signore
e Padre in Cristo.
Con molta mia consolazione ricevo la benignissima di V. S. Ill.ma,
e dico per essa che in me saria molta fievole la memoria della
sua persona, se solo con le carte si ravvisasse, quando ella indelebilmente
dimora in quella profondità del mio affetto ove Re primario
regna il mio Signore, stimando io la persona di V. S. Ill.ma come
quella di Dio e non altrimenti.
Attribuisca dunque egli il mio silenzio a mancanza di occasione
e non a freddezza di mente, godendo io tra tanto in darle quel
riposo che tanto glielo negarono quei passati avvisi circa le
due sorelle, delle quali si è fatto silenzio non perché
le loro tenacie non seguissero alla peggio, ma perché si
riconosce irrimediabile il caso.
Onde si attende a soffrire come vera croce mandata dal Cielo,
da dove si procura con calde preghiere se non il finale rimedio,
almeno vera pazienza, come spero ci otterrà la efficacissima
orazione di V. S. Ill.ma della di cui buona salute restando io
per fine consolata, prego Dio e sua SS.ma Madre che gliela conservi
felicissima assieme con quella dei signori suoi nipoti, delle
quali ricordandomi serva assieme con mia madre e sorelle le facciamo
umile riverenza, domandando unitamente a V. S. Ill.ma la santa
benedizione.
di V. S. Ill.ma e rev.ma, Palma a di 3 agosto 1680
[umilissima suddita]
[Maria Crocefissa della Concezione]
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Alla Signora Duchessa di Poli, Roma.
arissima Signora
in Gesù Cristo sorella.
Nella distanza dei nostri cari saluti, cotanto ritardateri le
carte io stavo dicendo, che cosa si è fatto della mia sorella,
quanto è che ella più si nominata; nel quale pensiero
mi arrivò la conferma sua con molta mia consolazione, poiché
mi fu duplicata, sen-tendo prima nuova di sua avvenuta salute,
e dopo nel ritrovarla sopra quel S. Arbore della Croce santa.
Ove si stracco e riposò non solo dell'intrapreso viaggio
alla santa Casa del Oreto, ma parimenti di quello universale di
questa una all'altra, nella quale faticata peregrinazione altro
ostaggio non trova l'anima viatrice, che l'aria salubre di questa
gran posata, sentendola sedente sotto questa spinosa quercia di
incessanti fatiche, ove parimenti si stracco morì il nostro
Salvatore, cui nelle più nostre estive ardenze di ardori
penali ci ombreggia, e spira aria di carità dolce e soave;
allo spirar di che se sussurrano le fronti dei nostri sospiri,
e menano li ruscelli delle nostre lacrime, non è che per
maggiore amenità di questo orto di amore; ove l'anima si
riposa e canta "sub umbra illius quem desideraveram sedi,
et fructus eius dulcis et gutturi meo",(1) saporeggiando,
quei agresti acerbissimi, e botti del Calvario come candidata
del Cielo, e mele dolcissime, poiché da se li rende l'intingerlo
di colui che per prepararci tanto oltre assai molto mal sapore,
lei dunque qui fece alloggio e qui si fermò li suoi passi
nel suo peregrinaggio, riposandosi in quel letto ove la giacque
il suo Oste divino.
Goda dunque di tale incontro, mentre li presaga felicissimo quel
celeste arrivo, perché ivi la celeste nostra ben l'abbraccerà
in Patria, del quale indizio io mi resto assai contenta consolandomi
duplicatamene della sua salute recuperata, che Dio conservi lunghissima
a consolazione del signor Duca, suo consorte, e signor Cardinal
fratello, per li quali saranno continue le mie povere orazioni,
come lei mi comanda; e qui unitamente con mia madre e sorelle
le fo prostrata riverenza, pregando la nostra SS.ma Madre Signora
nostra, che la voglia felicitare di ogni contento, e darle la
sua santa benedizione.
di V. E., Palma a di 19 agosto 1680
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) Ct. 2, 3 "alla sua ombra, cui anelavo, mi siedo e dolce è il suo frutto al mio palato".
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Alla Signora Principessa di Castrorao e Buccheri.
arissima mia Signora
in Gesù Cristo sorella.
Saluto e riverisco la mia cara signora e in Gesù Cristo
sorella sotto quella frondosa pianta della croce SS.ma, la quale
quanto sta armata di spine acciò in essa non annidano scarafaggi
d'inferno e mostri infernali, quali sono li vizi e gusti terreni,
tanto sta grondosa di dolce miele per l'anime crocifisse e tribolate,
li di cui affetti santi quasi apicelle industriose a succhi dei
loro stenti raccolgono tanta dolcezza per trasmetterla nel breschio
dolcissimo del beneplacito divino. Sicché per altro non
lasciano il ritiro del Calvario che per far raccolta di maggior
tolleranza, quale è il miele che succhiano nei fiori del
mondo già che li suoi gusti sono "tanquam flos
agri",(1) quali appena germinano che marciscono, e parimenti
la sua sussistenza, cioè, la vita dell'uomo mentre, a parer
di Davide tra un giorno nasce e muore, "mane floreat et
transeat vespere decidat induret et arescet".(2)
Oh! labile rosa, rarefatta verdura, tra li quali marci fioreti
l'anima crocifissa sugge non sua vaghezza poiché durabile
non ne trova, ma sugo di tutto ciò che il mondo versa,
che sono dei suoi più belli fiori attossicata amarezza,
qui l'anima l'ambe, tira ed in sa-pore, non volendo altro del
mondo che il suo patimento, di che riempiendosi il palato lo transunstanzia
in zucchero nel riportarlo nel cuore di un morto Crocifisso, ove
già entrata più non si ricorda ne pensa da dove
trasse e succhia quella essenza avvelenata, "et non cognoscet
amplius locum suum",(3) non sa più mondo, ne da
dove fu venuta, solo gusta e si satolla di quella essenza ammielata,
come lei parimenti farà nelle amare suggenze dei suoi cordogli,
quali succhiate giù voli per riportarle qual apicelle nel
breschio del divinissimo cuore, non volendo altro dei fioretti
mondani che queste sorsi di amarezze, quale gusterà dolcissime
nel costato del Signore in cui non badi ne pensi da dove le trasse,
ne a suoi contraddittori, ma ebria di quella addolcita amarezza
nel suo Crocifisso bene, "in pace inidipsum dormiam et
requiescam",(4) ed io assieme con essa cantandoci dolce
sonno in carità ai piedi di Maria SS.ma ove assieme con
mia madre e sorelle li fo umile riverenza, come fa tutto il Monastero
e signora madre Abbadessa.
di V. E., Palma a di 25 agosto 1680
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "come il fiore del campo";
(2) "di mattina fiorisce e cresce, di sera si secca e
si taglia";
(3) "e non riconosce più il suo luogo";
(4) Sal. 4, 9 "in pace mi corico e subito mi addormento".

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Al Padre Don Giovanni Birelli, gesuita.
el negozio che V.
R. mi scrive io so tanto poco quanto egli può presupporre
di una che non tiene ne talento ne vocazione per tale funzione,
e maggiormente inabile per un simile consiglio, del quale mai
sono state richieste, primo per la mia inettezza in simili trattati,
e dopo perché stanno si risolute le sorelle del contrario
che non arrivano a questo, forse perché temono il detto
dell'Evangelo che dice, "quia hic homo coepit aedificare
et non potuit consumare"(1) o pure perché non
pensano al detto di S. Gregorio così citato di S. Bernardo,
"nullum Deo tam laudabile est sacrificium sicut zelus
animarum".(2)
Onde io siccome neutra ne scrivo, così passivamente ne
intendo, senza mai avermi ingerito ne in favorire ne in contraddire,
come falsamente V. R. hanno informato, io vorrei la edificazione
dell'intrapreso Monastero, e non vorrei la mala riuscita della
edificante, e in ambedue voglio la gloria di Dio, per la quale
io mi strapperei le vene pur che almeno in grado di conversa la
potessi servire, ma perché lei stante il mio demerito altrimenti
dispone, io mi resto supplichevole per il bene comune a quella
del Signore. E per fine V. R. scusi il mio lungo silenzio e la
brevità presente, per cagione del mio ritiro sopra questo
esercizio solo per questa urgenza dispensato in si poche righe,
quale V. R. faccia carità tenerle segrete per soddisfazione
di coloro alle quali vengono negate, e qui prostrata ai piedi
di Maria Signora nostra assieme con tutte del Monastero le domando
la santa benedizione.
di V. R., Palma a di 26 agosto 1680
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "perché questo uomo incominciò
ad edificare e non potè terminare";
(2) "non c'è sacrificio tanto bastevole quanto
lo zelo delle anime".
1680 09 16 AMBP ms. 59 / 80 copia
Alla Signora Marchesa di Castelgirardi, D. Lucia Lucchesi.
arissima Signora
e in Gesù Cristo sorella.
La pertinacia dell'affetto di quelle due creature talmente mi
trafigge, che par non abbia conforto la mia piaga, poiché
si ritrova priva di quella unica medicina che conforta ogni ferita,
quale è delle pene nostre la volontà divina, cui
non è ne può trovarsi in cosa di sua offesa, e come
tale esule e lontana di questa immodesta affezione, bensì
mia signora una sola porta ci resta per darle l'ingresso, non
in essa ma nell'effetti suoi, quali sono l'atti di santa pazienza,
poiché quando il male è irrimediabile per umani
mezzi bisogna trarne quel bene che di una santa tolleranza risulta.
Forse Dio dopo una tanta sofferenza placato della medesima concederà
la grazia, io per me non la merito, e però a mio castigo
Iddio tanto la perdura, essendomi atrocissima la errata di una
mia tanto cara creatura, per cui V.S. Ill.ma si accerti che io
vivo continua in una benché indegnissima supplica, come
parimenti presumo per la sua persona e signor Marchese suo figlio,
acciò nostro Signore le dia ottimo stato temporale ed eterno.
E qui mi resto ringraziandola a ginocchio della sua liberale offerta
dopo il mio passaggio, che Dio mi conceda prima del suo, acciò
con un tanto suffragio sicura parta al Paradiso, ed io altrettanto
le prometto se l'ultima resto, confidata per non nelle mie misere
opere che più le sarebbero di aggravio ma nella misericordia
di Dio, nelle cui braccia sia il nostro fine per eternamente goderlo,
come io spero per intercessione di Maria Signora nostra ai piedi
di cui l'abbraccio da sorella e riverisco da padrona, come fo
a tutte signori di Casa, ai quali riveriscono mia madre e sorelle,
raccomandandosi come io fo all'orazione di V. S. Ill.ma di cui
io sono socia nel Calvario fedelissima serva.
Palma a di 16 settembre 1680
sua serva e sorella in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione
P. S. Mia signora più mesi sono che in ordine al mio scrivere ho divulgato ritiro, e però la supplico a tenere questa con segretezza, acciò non rechi pregiudizio a coloro che escludo, e qui di nuovo la riverisco.
1680 09 17 AMBP ms. 60 / 80 copia
Alla Signora Principessa di Castrorao.
cc.ma mia Signora
in Cristo sorella
Mi edifico mia signora e assieme mi dolgo vedendola così
pietosa verso il suo coltello, e così afflitta per l'infermità
di un figlio che le è l'uno e l'altro, in che l'ammiro
vera seguace di quel consiglio Evangelico, "bene facite
his qui oderunt vos".(1)
Non tema dunque che mercé tanta sua pietà spero
la consolerà la bontà di Dio, di che io di vero
cuore ne lo prego benché al demerito delle mie pigre orazioni
supplirà quella fervente di tutto il Monastero, di cui
oggi si farà la comunione generale invocando a sua consolazione
la Regina del Cielo, di cui solennizza il SS.mo Nome, in lei dunque
io spero, e ai suoi piedi la riverisco come fanno mia madre e
sorelle e tutte del nostro Monastero.
di V. E., Palma a di 17 settembre 1680
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) Mt. 5, 44 " pregate per quelli
che vi perseguitano".

1680 09 21 AMBP ms. 61 / 80 copia
Al Padre Don Giuseppe Farruggia.
olto rev.do nel
Signore.
Ricevo la benignissima sua carta e con pari gusto il comando della
signora zia, della cui acclusa lettera V.S. vedrà il mio
sentimento, benché sia di una ignorante che solo risponde
perché così le è comandato, essendo per altro
inettissima per consiglio.
V.S. dunque riceva il servizio e non il sentimento essendo per
esser mio molto indegnissimo, quale io senza rispetto umano sincero
glielo rappresento e per conseguenza secondo la ragione e volere
divino, rimettendo il tutto alla prudente direzione di V. S.,
a cui prego di vero cuore a raccomandarmi a Dio e sua SS.ma Madre
ai piedi di cui devotamente la saluto e bacio la sacrata mano.
di V. S., Palma a di 21 settembre 1680
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
1680 10 09 AMBP ms. 62 / 80 copia
A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.
ll.mo e rev.mo Signore.
Illustrissimo Signore e Padre mio dilettissimo ricorro alla sua
pietà, acciò conforti la mia doglia che tanto mi
impresse nell'anima la richiesta fattami questa mattina di un
Padre domenicano, di cui nemmeno so il nome, cui poco udiente
per non dir cortese alle mie scuse di non volerle parlare si è
partito per costà con un modo assoluto e assai irriguardevole
etiam col voler del Signore, il quale io le dimostravo essere
contrario ai suoi propositi, con farmi assentire che con l'ordine
di V. S. Ill.ma forse sarà per parlarmi anco contro il
mio volere. Onde io senza dire altro mi butto a piedi suoi, acciò
favorisca non dico me ma la volontà del Signore, che assolutamente
non concorre a simile mie occorrenze, e qui accorata sino all'intimo
domando il suo favore per unguento delle mie piaghe, con che umilmente
riverendolo le domando la santa benedizione. di V. S. Ill.ma,
Palma a di 9 ottobre 1680
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

1680 10 10 AMBP ms. 63 / 80 copia
A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.
llustr.mo e rev.do
Signore.
Mille grazie io rendo a V. S. Ill.ma per avermi liberata da quelle
dure molestie che io tirranniche esperimento nell'essere rimossa
dal mio consueto ritiro, ove meglio che nel parlatorio attenderò
all'ordine di V. S. Ill.ma in esecuzione del quale mi saranno
fisse nel cuore le tre urgenze [ac]cennatemi dal signor Principe
di Butera, pregandolo Dio con efficacia possibile per sua salute
spirituale e corporale e desiata prole, alla quale invocazione
essendo io invalidissima e per si gran carica fiacca mi agevolerà
per innalzarla a Dio tutta la comunità intera come parimenti
comanda V. S. Ill.ma, la di cui obbedienza sarà per sormontarci
la più forza robusta, in virtù della quale ancora
di mio gusto pregherò per ogni bene di V. S. Ill.ma e con
ogni prontezza per il signor D. Antonino e signor Abate, in persona
di cui poco avrà da sopra arrivare Iddio nel prossimo Parlamento,
poiché per esso e per altro Iddio l'ha dotato di sopra
ordinario talento, egli sia lo conservi e prosperi come io desio
pregandone incessantemente la Regina del Cielo, a piedi di cui
assieme con V. S. Ill.ma li riverisco umilmente, come fanno mia
madre e sorelle domandandogli prostrate la santa benedizione.
di V. S. Ill.ma, Palma a di 10 ottobre 1680
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
1680 10 10 LXXII 64 / 80 copia
Al Signor Principe di Butera.
io Signore, sono
arrivate assieme con la sua gentilissima carta sopra le mie prostrate
forze sopra eccedenti some, non solo di sue gentilezze, ma di
suoi onorati comandi, che per esser eccedenti alle mie deboli
spalle, io prostrata le ricevo, chinandomi prontissima ad ogni
suo gusto, e cenno, e così protesa pretendo non solo mostrare
mia prontezza, ma mia inabilità, per ottenerle dal Cielo,
quanto V. E. desidera.
E sarò tanto atta per questo, quanto è un vile giumento
al volo, anzi peggio, se pure alta mano non mi erge, e solleva,
quale mi sarà la santa obbedienza già in questa
ora intimatami da Monsignore Ill.mo, che mi comanda, e costringe
a pregar Dio per tutto ciò [che] V. S. brama, dalla cui
obbedienza io mi ritrovo risalita, ed accinta, sperando ogni prospero
evento dalla Divina Clemenza, la quale io spero, anzi attatto
propizia alla concessione, se pure non osta la mancanza dell'umana
cooperazione almeno in togliere la causa di qualche sua dispiacenza.
Egli sia, che illumini, e consoli, mentre io glielo prego affissa
ai buchi delle sue Santissime Piaghe, nelle quali fessure io procurerò,
benché misera, di servire V. S. meglio assai di quello
saria nei buchi del Parlatorio, di cui mi scuserà la sua
gentilezza per cagione del mio ritiro. E qui ai piedi di Maria
Signora nostra li fo prostrata riverenza.
di V. S., Palma a di 10 ottobre 1680
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
- Non esiste di questa lettera copia ms, è stata tratta dal libro: P. Attardo - o. c., pag. 199 - 200;
1680 11 04 AMBP ms. 65 / 80 copia
A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.
llustr.mo e rev.mo
Signore.
Mi arrivano assieme con suoi desiati comandi più occasione
di meriti non solo di obbedire V. S. Ill.ma come io desio, ma
di servire li prossimi come parimenti bramo, sicché e per
l'uno e per l'altro motivo ho spedito l'accluse, restandomi quanto
favorita dei suoi comandi tanta confusa delle sue cortesi giustificazioni,
come se per comandare una sua vile serva bisognasse farlo per
iscrizione delle proprie mani, quando a me basterebbe un solo
cenno del suo più infimo fameglio, così di grazia
la faccia meco Monsignore Ill.mo, trattandomi se non vuol da padrone
almeno con dominio paterno, e mentre io figlia così alla
schietta le tratto vo[glio] il contraccambio in ciò che
supplico, rallegrandomi per fine che il signor Abate sia arrivato
in Palermo, ove Dio l'aiuti per l'intercessione della sua SS.ma
Madre, a pro di cui si continuano le preghiere nel nostro Monastero,
acciò prospero lo ritorna come io desio, e qui V. S. Ill.ma
prostrata umilmente la riverisco assieme col signor D. Antonino
come fanno mia madre e sorelle domandandogli unitamente la santa
benedizione.
di V. S. Ill.ma, Palma a di 4 novembre 1680
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

1680 11 13 LXXIII 67 / 80 copia
Al Padre Don Gregorio da Palermo, Abate dell'ordine di S. Benedetto.
olto rev.do in Cristo
Padre.
Dio salvi V. P. e conservi felice in questa via all'eternità,
ove io l'incontro peregrino in questa valle di lacrime. Ma tanto
stracco per li pesi, che ben dimostra essere uno affannato sotto
la soma dei posteri di Adamo, sotto le quali, "Ingemiscimus,
et gravati sumus".(1)
Ma non importa, perché maggiormente per noi di sgravare,
andò Gesù Cristo, bilanciando con la statera della
sua croce gli stimoli della nostra corruttela, e li suoi smisurati
affanni, acciocché ad esempio dei suoi tormenti, tormentassimo
ancora noi la nostra proclività nei meno buoni incentivi,
contro cui, nelle loro più ribelli scaramucce si suoni
tromba di guerra a favor di Gesù Cristo, dietro il quale
sta il nostro trofeo: ma verso il Campidoglio del Calvario, ove
a colpi di resistenze si riceve vittoria dei nostri nemici, per
dove combatte bene un cuore ignudo, come è quello di un
soldato peregrino, che viva spogliato di patria, roba, amici.
Si dia dunque di mano a un gran di spoglio, ignudo etiam di un
laccio terreno, altrimenti sarà un combattere faticato,
dando sempre or in questo, or in altro impaccio, per dove facilmente
lo prenderà il nemico, poiché "Habet unde
teneatur".(2)
V. P. preghi Dio per me, acciò in questa terra non crolli
per fiacchezza, essendo, come Dio sa, la più imbecille
creatura, che altro sostegno non ho, che la santa croce, e quello
della protezione della Regina del Cielo, ai piedi di cui mi comprometto
sua serva, invocando la destra di V. P., acciò mi benedica.
di V. P., Palma a di 13 novembre 1680
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
- Non esiste di questa lettera copia ms, è
stata tratta dal libro: P. Attardo - op. cit.;
(1) "soffriamo e siamo rattristati";
(2) "ha motivo di interessarsi".
1680 11 16 AMBP ms. 68 / 80
copia
Alla Signora Principessa di Butera.
cc.ma mia Signora
in Gesù Cristo sorella.
Sopravanza mia signora ogni sua naturale grandezza quella che
adesso spiritualmente si acquista, mentre in merito della sua
pietà la SS.ma Madre l'ha eletto sua vice persona nel già
compito negozio del suo figlio e servo come lo è veracissimo
il signor D. Ignazio, a cui ella proteggendo da vera madre e signora
del tutto si compiacque ammettendo alle mani di V. E., sostituendola
sua fedelissima agente e vice mariana, da cui si riconosce e spera
felicissimo questo sacramento mentre viene spedito di una fide
commissa della Regina del Cielo.
Onde io di ambedue umile schiava e serva gliene rendo grazie infinite,
ricevendole come in propria persona, dalle cui mani anche ricevo
e abbraccio nel mio cuore una perla per cugina a me inestimabile
per essere uscita dalla madreperla della sua protezione. Onde
io come mia parente gliela offro per serva, e come venutami dalle
sue mani la ricevo per padrona, riferendo il tutto alla Regina
del Cielo, ai di cui piedi ratifico li miei obblighi verso V.
E., ai quali non sapendo corrispondere, mi resto ai suoi piedi
confusa con una profonda riverenza. di V. E., Palma a di 16 novembre
1680
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
1680 12 01 AMBP ms. 69 / 80 copia
Alla Signora Principessa di Castrorao.
cc.ma Signora in
Gesù Cristo sorella.
Mi sono carissime mia signora le congratulazioni [che] passa meco
per l'officio di sagrestana, da me stimatissimo per essere un
introdotto che introduce l'amministrante a Dio propinquo; onde
io questa immeritevole mi conosco, tanto V. E. supplico, acciò
con le sue orazioni mi aiuti ad esercitarlo, secondo il volere
di Dio e gusto della santa obbedienza. Sarei io poi troppo insassita
se non sentissi sino all'anima li colpi che scaglia sopra la sua
persona l'empietà mondana, servendosi di martello di un
duro figlio; ohimè disse Davide, "si inimicus meus
maledixiset mihi, sustinuissem utique",(1) ma che un
amico, un socio, un figlio l'abbia a perseguitare, e troppo duro
al cuore non di meno replici li suoi pianti deplorando col medesimo
"Absolve fili mi, fili mi absolve",(2) poiché
questa sua dura croce non è senza danno del suo crocifissore,
mentre per un passo di loto si ha posto dietro l'onore materno
e il comando del Signore, cui questo si compiace di codesti ingrati
modi, tanto si contenta della sua pazienza, colpendo con tale
martello l'oro del suo cuore, non per altro, che per trarne quale
Orefice maggior finezze, acciò ad incastri di vive gemme,
(che sono le virtù penali) l'abbia colà nell'empireo
a coronare.
Vada dunque ove sia purché porti la croce, che anche in
Palermo questa sarà della sua corte interna la più
pomposa linerìa, vada colà mia signora per beffarsi
degli omaggi e non per appropriarsi gl'onori, quali sono uno sterco,
un fumo, un niente alla mensa del Signore, di cui pasce, di cui
convive un'anima umile, esule e ritirata in un spregiato cantone,
ove, o gusti, o contenti, o nettari divini, per li quali tutto
il mondo non basta per dar piccolo saggio di sì regio boccone.
Signore mio sulla croce, egli solo il sa dare, "non alium
(dunque) nisi Crucifixum",(3) la sua nudezza, la sua
croce, la sua povertà, e abbandono siano l'alimenti del
nostro vivere, e siamo certe che, "si [tamen] compatimur
ut et conglorificemur?";(4) qui io la lascio concavando
questo tesoro sul monte Calvario, ove quanto va profonda l'accetta
del patire, tanto più ricca troverà la perla della
eterna retribuzione, per la quale l'anima santa "vendedit
omnia sua et comparavit eam",(5) come farà V.
E. con la grazia della nostra gloriosa Regina, ai di cui piedi
assieme con mia madre e sorelle la riverisco e abbraccio nel Signore.
Per il buon sacerdote che V. E. mi comanda, io benché indegna
più volte ho pregato Dio, acciò l'illumini e l'indirizzi,
ma perché Iddio non si compiace illuminarci sopra la domanda,
bisogna incamminarci umanamente asserendo e proponendo distesamente
la materia, acciò si ottenga consiglio secondo umanamente
concorrerà il beneplacito divino, cui non meno si accerta
per via di fede, che per straordinaria illuminazione, anzi che
in materie di determinazione meglio e camminare sodamente per
consiglio di dotti e spirituale ministri, ai quali io rimetterei
il tutto, continuandosi però qui la mia benché indegna
orazione, io mi raccomando ai suoi santi sacrifici e la riverisco
nel Signore.
di V. E., Palma a di 1 dicembre 1680
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "se il mio nemico ha detto male
di me, io lo accetterei certamente";
(2) "assolvimi figlio mio, figlio mio assolvimi";
(3) "non altro, dunque, se non il Crocifisso";
(4) Rm. 8, 17 "se veramente partecipiamo alle sue sofferenze,
è per partecipare anche alla sua gloria";
(5) Mt. 13, 46 "vendette tutte le sue cose, e la comprò".
1680 12 01 AMBP ms. 81 / 80 autog.
Al Padre [Don Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma.
i ordina la madre
Abbadessa che come sagrestana domandi a V. R. il suo parere, se
deve questa mattina chiamare il signor Vicario per la comunione,
o pure andare con meno sollecitudine, lasciandoci mortificare
da Dio sin che egli vuole, come io farei se sola mi dovessi comunicare.
Onde V. R. faccia la carità di inviarci il suo ordine,
almeno il suo parere, del quale lo supplica la madre Abbadessa;
mentre per fine assai mi dispiace che V. R. questa notte se l'abbia
passato assai male, abbia pazienza, la volontà di Dio e
la nostra caducità non permette contento in questa vita,
questo è il meglio, acciò nel Paradiso si abbia
migliore.
V. R. vi ascenda con la sua croce, e a me dia la sua benedizione.
Palma a di 1 dicembre 1680
[sua indegna suddita]
Maria Crocefissa [della Concezione]
P. S. V. R. non si incomodi a scrivere la risposta, che potrà
farlo con un si o no detto al sagrestano.

1680 12 08 AMBP ms. 71 / 80
copia
Al Signor Don Ignazio Caetano.
evotissimo
Signore in Gesù Cristo fratello.
Signor D. Ignazio che metamorfosi santa è quella che egli
oggi mi fa vedere nel suo afflittissimo cuore, cuore mondano si,
ma crocifisso al mondo.
Godo io dunque e soprabbondo di contento, mentre lo vedo già
"vivat in mundo, sed extra mundum",(1) V. S.
non seppe operare quello che anticipatamente in esso ha fatto
la Immacolata Vergine, essa l'ha posto nel mondo assai lontano,
ciò vuole dire "extra mundum",(2) fuori
dei suoi godimenti, esercitando le sue funzioni senza quel gusto
che ruba l'affetto, poiché nessuna cosa si ama che prima
non diletta. Stimi egli dunque questo disgusto di attaccarsi al
mondo, per la più ricca strina mandatagli dal Cielo,
intercessa da Maria nostra Signora, acciò stia nel mondo
a guisa appunto come il suddetto documento, nell'adempimento del
quale egli si trova, mercé queste amarezze benché
lui non lo conosca, ne occorre far altro che coltivare almeno
non estirpare queste spine controverse nel suo petto, per difenderlo
dell'avvelenati gusti, quali a guisa di mordaci vipere circondano
ed assiepano questo mondano ingresso, ove per mano di Maria V.
S. entri sicuro.
Poiché ella per sua pietà con questa spiacevole
triaca l'ha antidotato l'affetto, chi più, chi più
dunque brama V. S., io non so ne penetro le paure che lui tanto
teme, la croce, l'angustie, l'oppressioni che egli si presaga
io non so dove l'edifica, sarà mai questa Signora qualche
gran Nerone o mostro di fierezza che verrà per suo martirio,
io per me non trovo la cagione di tanta sua temenza, faccia conto
di grazia che Dio vuol darle una duplicata sorella, o pure una
coadiutrice della sua riguardevole Casata, ove egli darà
quello incremento che meriterà una cristianissima cultura.
Signor D. Ignazio in Gesù Cristo carissimo, allegramente
si addossi questo vomere lieve, questo giogo soave, qual benché
fosse oneroso ed insoffribile sarà sempre dolce portandolo
per amor del Signore.
V. S. che vuol fare siamo uomini terrestri, destinati alla terra
per in essa coltivare sudare e soffrire, "in sudore vultus
tui vesceris pane tuo";(3) V. S. può ovviarsi
questo universale destino, non è possibile, dunque faccia
coraggio e si ponga all'aratro che l'altro bue la sta attendendo,
qual in vero sarà la grazia di Dio individua di ogni devoto
cristiano, con cui se sempre vivrà sarà il suo giogo
leggero, il suo raccolto copioso, e il suo guadagno infinito,
ed io ho voluto darle questo basso esempio di sì ruvido
esercizio, mentre tra tutte le creature la misera umanità
non è che una vile bifolca, destinata alla terra dietro
il vomere di Adamo, sotto cui geme e giace etiam il più
alto Monarca, le di sui alte grandezze sono come ruvide lane a
paragone di quelle celesti.
Ed oh! se il mondo lo conoscesse come abbasserebbe il crine, sottoponendo
a Dio le sue superbe corone, V. S. le stimi niente, le cambi per
una parca, e si stimi per il più sublimato, quando tiene
nell'animo un atto di contrizione, non è così entri
sicuro in questo mondano Campidoglio, ove colui perde che non
si sa umiliare, di quella umiltà io però intendo
che non contraddice la sua vocazione ne saprei finire quando di
ciò discorro, poiché par mi convenga, essendo io
la più iniqua la più esecranda di tutte coloro che
l'inferno rinserra.
V. S. forse credeva darmi per credula delle sue basse umiliazioni,
chiamandosi del mondo il più scellerato e ingrato traditore,
non sia questo giammai poiché siccome nessuno arriva alla
mia miseria, così io a nessuno la cederò nel mostrarmi
peggiore; pigli dunque lui animo e dica a se stesso colui che
in casa propria soffre quel giuda, ben condonerà fuori
di essa il mio misero cuore, e si ricordi in questi sospiri di
Colei, che per altro Iddio non la mantiene, che per dare speranza
ai miseri peccatori.
Solo per questo è il mio vivere questa della mia ingrata
vita è la cagione, V. S. abbia pazienza nel sentirne un
saggio, poiché mi fece strada la sua umiliazione, sopra
la quale materia è rapido il mio torrente, essendo inondato
dei miei peccati, egli preghi Dio per me come io farò per
lui, e ai piedi di Maria finiamola allegramente, con l'invocazione
della quale V. S. entri dicendo così nella sua intrapresa
carriera, "eia plena gratia clara luce divina, mundi in
auxilium, Domina festina".(4)
Palma dal nostro Monastero, nel tramontar del giorno della nostra
Immacolata Signora.di V. S. [a di 8 dicembre 1680]
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "viva nel mondo, ma distaccato
dal mondo";
(2) "distaccato dal mondo";
(3) Gen. 3, 19 "con il sudore del tuo volto mangerai il
pane";
(4) "corri o Signoran in aiuto dl mondo, o tu piena di
grazia e di luce divina".
1680 12 13 AMBP ms. 73 / 80 copia
Alla Signora D. Perna Caetano e Gravina.
olto illustre Signora
da sorella carissima.
"Benedictus Deus".(1) Carissima signora che così
ha voluto fortunare i nostri giorni, per la quale nostra fortuna
"cor et caro nostra exultaverunt in Deum vivum"(2)
poiché a coppia della nostra consanguineità già
congiunta, anche lo spirito esulta, e sperando nei suoi temporali
progressi più spirituale avanzi, poiché la società
che V. S. riceve è più del Cielo che del mondo,
come egli parimenti troverà V. S. meno del mondo che di
Dio, cui gli darà tanto contento qual io le bramo; e benché
indegna continuamente le procuro, pregandogli dalla pietà
divina quanto di bene ricevere potrà umana creatura.
Sperando tale compimento da Maria Signora nostra, già che
è tutta sua la casa e persona alla quale V. S. si avvicina,
verso cui V. S. ben venga, che di noi suoi servi con braccia aperte
si brama, bensì si troverà delusa di tante umili
serve, che non sapranno ben servire una tanta padrona, alla quale
io umilmente riverisco assieme con mia madre e sorelle.
di V. S., Palma a di 13 dicembre 1680
umilissima serva e cugina
Maria Crocefissa della Concezione
(1) Ef. 1, 3 "benedetto sia Dio";
(2) "il cuore e la nostra carne esultarono nel Dio vivo".
1680 12 18 AMBP ms. 74 / 80 copia
A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.
ll.mo e rev.mo Signore.
Non le sia grave Ill.mo Signore il sentire del mio cuore un dirotto
pianto, come farò su questo foglio, versando in esso quel
doloroso raccolto che per tanti anni si ha cumulato al sommo,
il quale affannato introito sta racchiuso nel mio petto senza
mai avere esito di piccolissimo esalo. Onde io questa mattina
mi prostro dopo la santa comunione ancora col SS.mo nel petto,
e stretta più che mai di insuperabile tormento invoco in
suo nome la benignità di V. S. Ill.ma, non per liberarmi
di tormento che lo merito maggiore, ma per evitare quella offesa
di Dio della quale io benché non sono autrice, anzi paziente
non dimeno mi vedo suo strumento.
Sappia dunque V. S. Ill.ma che arde l'anima mia in una voracissima
fiamma, prossima quasi (che Dio mi liberi) a quella della disperazione,
ove mi veementa a gran soffi l'odio implacabile che mi portano,
le quali dopo che sono in libertà talmente restrinsero
sopra me tutto il male che facevano per il Monastero, o che par
ne avessero fatto un estratto di avvelenato sdegno, con cui fremono
verso me balenandomi con le loro macchine e odiosi ordigni, ne
di loro altro si trama che come (ed io lo so dalle loro medesime
bocche) potersi vendicare di quei castighi che stimano esserle
dati per mia operazione, imputandomi tutti quei mali che mai mi
sono venuti in cognizione, e mi tirano addosso quei delitti che
se fossero vero mi bisognerebbe andare mitrata alla inquisizione.
E però esila mano, presistino e procurano, di voler scrivere
e chiamare esaminatori, inquisitori e altri giustizieri, e non
potendo sfogare come vorrebbero per ritegno dei Superiori, considera
V. S. Ill.ma che fiamme manda questo fuoco, e che effetti questo
sdegno, dimorano verso me come Aposteme, che etiam con
un sguardo non si possono toccare, ne io li converso, loro si
sdegnano, se mi ritiro dicono che le fuggo, se le guardo si contristano,
se non, dicono che l'odio, in somma di un sospiro, di un "A"
loro si offendono.
Ne trovo rimedio per ovviar tanto odio, e però Signor mio
Ill.mo, e Padre in Gesù Cristo mi dia per carità
qualche rimedio, non per togliermi di tormento che essendo io
odiabile a Dio è bene che mi sdegna tutto il mondo, per
la qual mia indegnità io abbraccio e voglio tutto ciò
che di fiero da loro ricevo, il che totalmente taccio, poiché
non è mio intento [ac]cennare qui li difetti del prossimo.
Ma la doglia che mi accora e l'offesa gravissima di Dio della
quale mi struggo vedendomi strumento, questa e quella di che mi
lamento, e che mi schianta l'anima dal petto, e mi è tanto
fissa questa spada che mi sarebbe dolcissima se corporalmente
me la conficcassero alla gola, ma a ciò non si viene stante
il demonio pretenderne più male, il che lucrosamente si
acquista procrastinando il male, acciò sia più lunga
la sua durazione, nella quale questi miseri vivono dicendo domani,
post domani, il quale stato è dannosissimo a loro, e terribilissimo
a me e a tutto il Monastero, lasciando considerare a V. S. Ill.ma
ciò che lascio in silenzio, già che per questo non
basta questo foglio.
Onde io stretta di questo assiduo tormento, sono andata più
volte ai Superiori, supplicandoli a darle libertà di scrivere
e chiamare contro me inquisitori, esaminatori, sbirri e giustizieri,
il che mi sarebbe carissimo per ottenermi quello [che] io bramo
che è il mio dispregio, e fine del loro misero stato; e
mi terrei assai contenta se mi vedessi da loro medesime porre
nei ceppi, e chiudermi in prigione. Si di grazia Ill.mo Signore
si faccia questo, essendo questo il mio desiderio, e questo il
verace ed unico rimedio, "demergite me in marem et cessabit
tempestas".(1) V. S. Ill.ma me li tolga degli occhi,
e si porranno loro in calma e tutto il Monastero, ne tema di mio
strazio, poiché a me basta un ignudo Crocifisso, cui mi
darà forza ed esempio di soffrire ogni conflitto, il quale
tanto sarà più atroce tanto mi sarà caro,
ed io di tutto cuore lo chiedo, ne posso dilungarlo.
Onde della sua carità me li prometto e voglio, primo
per giustizia, poiché li miei peccati lo meritano, secondo
per la vita per soddisfare a costoro, acciò anche l'anime
sue si salvino cacciando con tale sfogo tanto sdegno, terzo
per adempimento del voler divino, cui a gran voce chiama ad un
umile ritiro, il quale da me non è stato effettuato, per
aver qualche ombra di accezione e di apparenza estrinseca, ma
se di tale sorte sortisce a titolo di punizione cui mai penserà
bene di una rea posta in prigione.
Oh! me felice, già ho trovato la fortuna dell'Ill.mo Signore
di tanto bene non mi privi, "duo rogavi te ne deneges
mihi antequam moriar",(2) io che sia vilipesa, e coloro
esaudite e per tal mezzo salvate, per la di cui quiete io non
trovo altro rimedio di quante ne ho provate, io più volte
mi sono buttata ai piedi loro procurando soddisfarle con discorsi,
perdoni, e pianti, o pure altre volte per non turbarli con mia
presenza l'ho scritto più lettere, piene di quei modi che
a me hanno sembrato li migliori per poterle placare, provando
parimenti con li mezzi contrari, esentandomi da loro, e per non
pregiudicarle ancor dell'altre sorelle. Sicché sono in
stato che fuor dell'obbligo comune, non pratico, non converso
e mi nascondo, ma il tutto invano, poiché "ipsi
calcaneum meum osservabunt",(3) censurando tutti li miei
passi ancor da lontano, contristandosi di tutti li miei modi,
senza placarsi mai ne di pratiche, ne di fughe.
"Quia expedit dunque (Ill.mo Signore) ut unum hominimem
mori pro populo",(4) bisogna per ultimo rimedio che io
muoia agli occhi di queste creature, acciò loro si quietino
e salvino, e prego V. S. Ill.ma a farlo del modo più spietato
che possa, poiché quanto fiero è lo sdegno, tanto
bisogna essere il pabulo per satollarlo.
Onde senza riguardo mandi vilissima gente e sia la peggio di corte
per pubblicamente cepparmi, carcerarmi, e oltraggiarmi, che mai
più fiera sarà di quella che crocifisse il Signore
sopra il Calvario, io questo bramo, "ut cum ipso moriar",(5)
onde io replico Signor mio e mio Padre benignissimo, replico dico
qui con lacrime le mie domande, e si ricordi che egli imponendomi
che pregassi Dio per questo particolare mi incaricò che
per il rimedio l'avvisassi se cosa mi ispirasse il Signore, il
che io adesso fo esponendomi il mio ritiro per unico rimedio,
che se la sua carità non lo vorrà di modo sì
severo, io mi contento lasciare le circostanze pur che non si
lasci il sostanziale. Onde senza manifestare le mie istanze, e
il male di quelle potrà se gusta spontaneamente ordinare
alla madre Abbadessa, che stante l'obbligo delle nostre costituzioni
(che comandano esservi di ogni tempo una sorella romita in ritiramento
occupata) che elegga me per detta osservanza, adducendo per motivo
cautelarmi della pubblicità tanto pericolosa, come di già
fu a quella misera di Palermo, o pure altro motivo che inventerà
la sua prudenza, alla quale io mi rimetto, bramando per fine carità
di V. S. Ill.ma, ne di altro invero che di un angusto carcere,
e di un durissimo ceppo, acciò possa sopra sua durezza
riposare questo stracco e dibattuto cuore.
Monsignore lo voglio, la presumo e l'aspetto, abbia compassione
di me, mentre io mi resto per respirare, domandandogli la santa
benedizione.
di V. S. Ill.ma e rev.ma, Palma a di 18 dicembre 1680
umilissima suddita
Maria Crocefissa della Concezione
(1) Gi. 1, 12 "buttatemi nel mare e la tempesta si placherà";
(2) "due volte ho pregato affinché non mi rinneghi,
prima che io muoia";
(3) "essi stessi guarderanno il mio calcagno";
(4) Gv. 18, 14 "conviene, dunque Ill.mo Signore, che muoia
un uomo solo per il popolo";
(5) "affinché io muoia con lui stesso".
1680 12 22 AMBP ms. 81 / 80 autog.
Al Padre [Don Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma.
ico
sinceramente a V. R. che la sua partenza parmi necessaria, solo
per soddisfazione del medico di cui Dio vuole che ci serviamo,
e che da me non fu esclusa ma sospesa stante l'impedimenti, quali
Dio talora manda etiam per ritardarci di una ora, nella quale
chi sa che ci può avvenire, poiché alle volte tra
un giorno all'altro ci libera Dio di un passaggio di nemici e
malandrini.
Onde giacché Dio facilita V. R., si lasci condurre con
la fune del suo SS.mo volere, quale io non intendo che lo voglia
dall'intutto dilungare; che etiam nel udirlo mi palpitò
il cuore, ma che per meglio così adesso ci voglia provare,
poiché V. R. etiam con un occhio (che Dio ci liberi)
potrà esercitare il suo ministero. Onde vada allegramente
che in ogni avvento così Iddio si ha da servire, mentre
io li ragguaglio l'esito del nostro straordinario confermandogli
che rimase soddisfatto e sopra pieno di consolazione.
Onde domani partirà dopo la messa di cui io non dico altro
rimettendomi al primo biglietto, poiché scrivo con fretta,
V. R. vada felice e si ricordi di me per benedirmi ogni sera,
e si ricordi del ritorno. Mi benedica con tutte le mie sorelle,
che di cuore la riveriscono e salutano.
Palma a di 22 dicembre 1680
[sua indegna suddita]
Maria Crocefissa [della Concezione]
P. S. Le cose di V. R. sono andate ottime col Padre straordinario.
1680 12 31 AMBP ms. 83 / 80 copia
Al Padre Fra Agostino Maria di S. Giuseppe.
olto rev.do Padre
in Cristo osserv.mo.
Padre mio la sua serva non è degna di visite (qual lui
non potendola umilmente si duole) ma di suoi infiniti comandi,
non ambendo per essa che l'umili effetti dei suoi domini.
Sicché io favorita da essi eseguirò li suoi comandi,
pregando Dio Signore nostro che le dia quanto può dare
a creatura umana, che sarà l'effetto di quanto mai egli
ambì di spirituale e temporale, raddoppiando le suppliche
per il buon esito del suo capitolo provinciale; tra tanto V. P.
rev.da sotto l'ombre di queste apparenze mondane addormenti esse
in appena vive li suoi pensieri, sin che per altro sentiero, surge,
arrivi, istradandosi, per altra semita con il suo Padre Elia,
con cui si dirà per l'opera per cui precorre, "magna
tibi restat via",(1) non essendo ciò opera di
un giorno, ma della perpetuità del suo istituto, cui per
tale indirizzo, o egli bene andrà o pure male ritorna.
Sicché sua scorta sia Dio e Madre SS.ma, acciò assieme
con l'ordine conduca salvo V. P. rev.da, a cui umilmente espongo
una mia ammirazione per causa, che avendo io per sue mani inviato
una lettera al signor Vicario Generale, adesso vedo, che mi risponde
Monsignore a cui stimo [che] per sbaglio abbia capitato alle mani.
Onde mi resto con doppio sentimento, primo che il Signor
Abate ancora non si stimi servito, secondo che Monsignore
abbia letto per lui quello, che anche avrei stato attrevimento
asserirlo al signor Abate, se non fosse stato a proposito per
li suoi quesiti, e benché egli cortesemente gradisce, io
non di meno non lascio perplessitarmi in ciò, che debbo
fare. Solo scelgo in comodo il buttarmi ai suoi piedi, acciò
non restano da me spiaciute, ne Monsignore, ne il signor Abate,
potendosi questo offendere di mia lentezza, e altro di mia presunzione.
Sicché io colpevole dell'uno e dell'altro errore, non presumo
qui penna scrivendo per mia scusa ai detti signori, V. P. rev.da
mi sarà in questo più che penna e lingua; onde io
certa dei suoi favori altro più non farò, che pregare
Dio per la sua persona, signori nipoti et precisamente per Monsignore,
a cui non duplicando fastidio gradisco e amplecto le sue espressioni;
nostro Signore [lo] feliciti, nostro signore lo prosperi, mentre
io ai piedi assieme con mia madre e sorelle riverendo V. P. molto
rev.da le domandiamo la benedizione.
di V. P. molto rev.da, Palma a di 31 dicembre 1680
umilissima serva in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione
(1) 1 Re 19, 7 "lunga è la strada che ti resta da fare".

1681 01 01 AMBP ms. 01 / 81 copia
Al Padre D. Mariano Venuto, vice rettore, Naro.
olto rev.do in Cristo
Padre, ricevo la carissima epistola di V. R., che per essere in
idioma latino mi ha fatto vedere il miracolo di Mosè, poiché
battendo la verga del suo comando la durissima pietra della mia
ignoranza, ha scaturito "extra scientia" quei
compitissimi sensi che esplica la epistola di V. R.; in esecuzione
della quale, rispondo in primis; come io ben mi ricordo
del nostro carissimo fratello, cui mi sta non solo nella memoria,
ma impresso nell'affetto, in quello però, che si annoda
in Gesù Cristo, della cui liberalissima mano io giudico
umanamente essere quel suo amoroso delizio, e ciò al fine
di mostrare quando accedono di gran lunga le sua grazie, a segno
che una stilla che versa occupa, e assomma questa piccolissima
anima, la quale Dio pretende mostrar pusilla affinché lei
tale si stima, immergendola come in quella dolcezza così
nell'umiltà profonda.
Di che forse meglio dirò nella risposta alla sua narrativa,
quale ricevo per comando di V. R. in cui solo mi affido, come
a ministro di Dio di proseguire dicendo, che la persona di V.
R. non si partirà dalle mie indegne orazioni, associata
però con li suoi, e miei Padri e fratelli, poiché
io sono antica schiava, e figlia della loro riverita Compagnia,
dal cui latte io traggo quel miele vivifico che la SS.ma Vergine
suggì nell'incarnazione del Verbo, a cui tal mistero si
dice "ut apis favum mellis Verbum suxisti",(1)
ora di questo miele si sazia quella anima.
Che di tale santità si latta, affissandosi bensì
a quel "ubere de coelo plena",(2) senza voler
saggio di gusto e sapore terreno, e spero che siano tutte le sue
devotissime figlie spirituali, che sono quelle che seguono per
4 punto, e precisamente la devotissima sorella Landolina, la quale
in lei desia. Io bramo, di vederla tra noi annoverata, e vestita
dell'abito della santa religione, e però proseguiamo ad
orare mentre "non est abreviata manus Domini",(3)
come parimenti pietosa la spero per l'afflittissima anima della
signora Francesca, il di cui viaggiar per Trapani a me pare pensiero
immaturo stante la intemperata stagione.
Onde preghiamo Dio, tra tanto forse si accomoderà prospero
il tempo, e con esso il beneplacito divino, e qui supplichevole
rimando per tutta la generalità del mondo, e verità
cristiana, come V. R. mi comanda, a cui da vera figlia, e serva
umilmente mi prostro, ringraziandola di tanta carità usatami
di presenza ed in assenza, il di cui merito ha ottenuto da Dio
che io abbia intesa quella lingua che mai ho imparato, ma questi
sono effetti della pietà di Dio, che scelse il mio bruno
per sopra esso spiccar maggiormente il suo chiaro, "opposita
iuxta (oh Padre) se posita magis elucescunt",(4)
che meraviglia dunque sarà se volendo Dio far mostra dei
suoi portenti fare parlare un asino, e intelligere ad una idiota
profondissime scienze.
Ma oh! misera me, che dopo tante grazie ne rimango come la penna
dello scrivente, la quale delineando per altre tante utilità
e dottrine, solo essa tinta e vuota ne rimane, così sarà
l'anima mia nell'attingere dei divini favori, delineando su il
candido di chi l'ammira l'effetti e utilità della divina
dottrina; del quale divinissimo inchiostro solo io per mia inettezza
me ne imbruno, e tingo, rimanendomi vuota di tutto ciò
che scrivo. Oh! mia miseria, Padre abbi pietà della tua
ingrata figlia, ai di cui piedi mi resto ritornando tutti quei
saluti, che in suo nome portai, in tante profonde riverenze che
umilmente le rendono la madre Abbadessa mia madre e sorelle, le
quali tutte assieme con me ci raccomandiamo alle sue sante orazioni,
mentre per fine benedica tutte ai piedi della SS.ma Vergine.
di V. R., Palma a di 1 gennaio 1681
umilissima serva, e figlia nel Signore
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "hai succhiato la parola, come
l'ape [succhia] il favo del miele";
(2) "mammella piena di cielo";
(3) Is. 59, 1 "non è troppo corta la mano del Signore";
(4) "gli opposti, posti di fronte a se stessi, maggiormente
si chiariscono".
1681 01 01 AMBP ms. 02 / 81 copia
Al Signor Abate Curzio Muti Conti, Roma.
olto rev.do Signore
in Cristo fratello.
La carissima lettera di V. R. del primo giorno di Maggio 1680
mi capitò tardissima non prima del 22 di Luglio, alla quale
io non risposi sinché mi arrivassero le sue grazie nell'inviati
fiori, li quali per inopportunità dell'inverno io l'ebbi
sino al giorno di oggi primo di gennaio 1681, nel quale io assieme
col gemente Parvolino, che sparge carità e sangue per nostro
amore gliene vorrei contraccambiare tante copiose grazie, quante
ne ricorrono a noi quelle preziose stille, di che Dio Signore
nostro demolisca e sazia il cuore di V. R., acciò che imbevuto
sino al fondo non abbia altra capacità che quella di Gesù
Cristo. Ricusando l'avvelenati beveraggi che sparge e vomita questo
infido mondo, cui sotto sembianza di miele attossica le sue adescate,
con botti amarissimi e fiele di dragoni, quali sono li nostri
appetiti e disordinate passioni, le quali sempre sono grate sino
alla erosione del ventre, cioè, sino alla loro consumazione.
Poiché toccando il dente l'atto sostanziale ecco rotte
le viscere e sparso il fiele, divenendo quel saggio non più
di diletto ma di mortifero amarore, poiché, "peccatum
vero cum consumatum fuerit generat mortem",(1) contrario
del lettuario divino, che essendo nel berlo amarissimo, nell'utile
poi è tutto dolce e soave, il quale se V. R. lo vuole vada
che si conserva nell'urna di Gesù Cristo, nella speziaria
del Calvario, colà racchiuso nel suo divino cuore, che
per non insaporirlo lo circum lega e chiude con fune catene
e discipline, quali bisogna adoperare e sciogliere per gustare
questo salutifero liquore, oltre che nel berlo per sua amarezza
fa chiuder gli occhi e sconciare il volto come dovremmo mostrarlo
nauseato e severo verso li gusti terreni; serrando gli occhi a
tutti li rispetti umani, e sono queste le due prime utilità
che a primo gusto cagiona questo sacro liquore, il di cui composto
e quanto si restrinse nell'umanità SS.ma, che fu l'estratto
di questa amara composizione.
Qui sono l'antidoti, qui li candidati zuccheri, qui le medicine
utilissime per li cuori infermi, o pure piagati dal divino amore,
qui V. R. si affretti, qui corra e sazia la sua devota sete, ove
io parimenti immergo quelle devote signore e madri, che oltre
il favorirmi dei suoi bellissimi Agnus Dei e fioretti di
più, per umiliarsi si raccomandano alle mie povere e nude
orazioni, quali io per esse farò non per mio merito ma
per devotamente obbedirle, dispiacendomi sino all'anima di non
poterle servire circa la richiesta fattami nel voler qualche mia
veste, benché logora e inutile, stante la mia povertà
tanta nuda e soggetta alla nostra vestuaria, che etiam
di un ago ci tiene staccata e nuda.
Onde io contenta di tanta mia nudezza non avendo che darle le
offro il cuore, il quale ritroveranno ai piedi del nostro Crocifisso
benedetto, il di cui merito e sangue ricompenserà V. R.
con tutte queste signore, alle quali umilmente riverisco ai piedi
della SS.ma Vergine, la di cui trafitta immagine riceva V. R.
dietro la croce del Crocifissetto, che l'invierò con prima
comodità, il quale mandatoci da mio zio s. m. è
stato per molto tempo ad uso del mio petto, portandolo quasi lapide
del mio cuore per custodirlo dell'entrate dalle creature.
V. R. ne riceva l'affetto e l'esecuzione del suo comando, con
che onninamente tanto mi richiede, e lo stima quasi un santuario
poiché è passato per le singolari reliquie di Roma,
e precisamente della lancia che passò il sacro costato.
Onde sta foderato di cristallo, benché con incastro di
rame avendogli io tolto quel di argento per essere del tutto uniforme
al mio povero stato, egli lo riceva ed abbia memoria di dirle
ogni giorno per me "Domine miserere",(2) poiché
essendo egli quel Dio che "semel locutus est",(3)
sentirà il tutto in queste poche parole, quale ancor io
termino raccomandandomi per fine alle sue sante orazioni.
Palma a di 1 gennaio 1681
sua umile serva in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione
P. S. Per non contristare la sua carità, con la quale mi stringe a voler manifestare qualche mio gusto, circa il richiederlo di qualche donativo io astretta di tale sua cortesia dirò per obbedirla che mi sarebbero gratissime alcune cipollette di fiori che costì si trovano dette, ranuncoli, tulipani e simili di vari colori, dei quali avendone mandato buona provisione mio fratello, tutte si guastarono per non saperle governare. Onde giacché lui è fatto mio provisore di ogni genere di questa vaghezza, e bene che a quelli immarcescibili arrivi queste terrestri, acciò per l'uni e l'altre resti adorno di beltà l'altarino della Beatissima Vergine, V. R. scusi il mio ardire che è stato cagionato dal suo gusto, con che tanto mi richiede.
(1) "infatti il peccato quando sia consumato genera la
morte";
(2) "Signore, abbi pietà";
(3) Sal. 62, 12 "una parola ha detto Dio".
1681 02 03 AMBP ms. 05 / 81
copia
Al Padre D. Mariano Venuto, vice rettore, Naro.
olto rev.do in Cristo
Padre, prima che S. R. avesse replicato questa seconda sua lettera,
era bisogno a me dirle quello [che] mi ha detto il mio Padre spirituale,
cui nel suo ritorno che fece dalla città nativa, ove era
andato per curarsi mi domandò perché non risposi
ad un punto che V. R. mi scrisse nella sua prima lettera, quando
a tutto altro non risposi senza lasciarne iota, e non sapendo
io chi fosse, egli mi spiegò l'imposizione di detto punto,
con che S. R. mi domandava che io le rispondessi di risposta latina,
il che io punto non intesi e con avere tutto percepito di questo
solo punto non ebbe capacità nemmeno lettura, segno che
Dio non concorre, ed essendo io quel nulla che nulla fo quando
lui non opera, mi sono rimasta così inane in questa sua
imposizione, poiché mi fu sospesa (causa la mia ignoranza)
di colui "in quo vivimus moremur et sumus".(1)
Riceva dunque V. R. di questo motore quel mio piccolo moto nell'intelligenza
del suo latino, e la immobilità di questo altro nel mio
vacuo intendimento, pensandone Dio Autor dell'uno e l'altro, cui
in tale evento ha voluto mostrare la sua potenza, nel primo
nel fare intelligente un animale, e nel secondo la mia
ignoranza che mi fece intravedere la lettura di due parole, quale
io riduco in queste altre, "tu omnia bona mi Jesus, ego
omnia mala",(2) ma con tutto ciò io canto "gloriabor
in infirmitatibus meis ut inabitet in me virtus Christi".(3)
Sicché resto gioliva, vivo contenta avvolta con Cristo
nella mia indotta sapienza, V. R. ne ammiri la viltà del
mio essere, e la bontà del Signore, cui dia all'anima di
V. R. scorta benigna per la sua presente occasione, acciò
vada senza pericolo in questa sua elezione di stanza, lui non
vuole il rettorato, ma nemmeno vorrebbe essere suddito per non
essere costretto in accettarlo; oh! Padre come faremo per non
essere l'uno e l'altro, io per me non saprei che fare per sfuggire
la Scilla e la Cariddi, nella di cui procella io ieri stavo confusa
navigando quando in alto scoglio, cioè, del Calvario Gesù
mi diede sentiero per sì pericoloso cammino.
Onde se V. R. vuole andarvi bisogna seguir questo furiere, cui
guarda che sta assiso giusto nel mezzo nel suo strettissimo trono,
tenendo a canto due ladri, cioè, due difettosi estremi,
mostrandoci che non bisogna sdrucciolar piedi per sì pericolosi
sentieri, ma inchiodarci in quella di mezzo della santa indifferenza
col chiodo del suo voler divino, poiché il voglio ci danna,
e il non voglio ci precipita, sola ci predestina il "non
mea voluntas, sed tua fiat",(4) quale egli notifica per
mezzo dei Superiori, benché non vieta che si dica a prima
volta "Pater mi, si possibile est, transeat a me calix
iste".(5)
Ma se non l'ottiene bisogna cadere ai suoi piedi, e imporsi l'effetto
delle suddette parole non mea voluntas sed tua fiat, e
ciò sia di buono animo poiché il più delle
volte "nescimus quid petimus",(6) e sono l'umani
disegni come quel faticato ragno che si sviscera per tessere vilissime
trappole, come appunto facciamo noi che con incessante pretensione
stiriamo le nostre industrie, intrecciamo le nostre macchine,
ritorciamo l'altrui volere per interesse quella tenue fuliggine,
quella lacciera di polve[re], la quale non serve che a mostrar
più manifesta la sua avvelenata abitatrice, poiché
una simile trappola mostra agli spettanti più manifesta
la imperfezione dell'anima che la pretende, nella quale misera
tela talora quella morta mosca che "totam massa corrumpit",(7)
accadendo in simili cose qualche offesa di Dio che corrompe quella
anima nella sua naturale bruttezza imputridendola tal volta in
una corruzione eterna, di che nostro Signore ci liberi mentre
noi non vogliamo che il suo santo volere, così puro e sincero
come si eseguisce nei beati senza umana pretensione.
V. R. preghi che io così l'eseguisca come io sto pregando
per lui parimenti, e per tutte coloro che egli mi comanda, e maggiormente
per le due carissime Francesche Landolina e Lucchese; nostro Signore
sia che li consoli, mentre io me le stringo al cuore ai piedi
della SS.ma Vergine, ove parimenti mi fermo per domandare a V.
R. l'ultima benedizione, la quale licenza tanto intimamente mi
duole che io mai mi avrei risoluto chiederla se non mi avesse
spronato la esatta osservanza di V. R., poiché siccome
lui mi scrive in latino in osservanza della sua regola, così
io in osservanza della mia non posso più servirla per lettera,
poiché etiam con parenti di rado lo concede, ma non importa
poiché faremo con il cuore quello che non è concesso
alla lingua, e però mi taccio per sempre restandomi seco
loquace nel SS.mo costato del nostro Salvatore, ove lui mi benedica,
mentre io umilmente mi resto sua.
Palma a di 3 febbraio 1681
umile serva e figlia nel Signore
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Rispondo alla devotissima lettera del nostro fratello, come V. R. vedrà nell'acclusa, rimettendogliela aperta, acciò corregga e disponga a suo volere essendo di ambedue Padre nel Signore.
(1) At. 17, 28 "in lui infatti viviamo,
ci muoviamo e siamo";
(2) "tu o mio Gesù tutto bene, io tutto male";
(3) "mi glorierò nelle mie infermità, affinché
inabiti in me la virtù di Cristo";
(4) Lc. 22, 42 "si faccia non la mia volontà, ma
la tua";
(5) Mt. 26, 39 "Padre mio, se è possibile passi
da me questo calice";
(6) "non conosciamo ciò che chiediamo";
(7) 1 Cor. 5, 6 "fa fermentare tutta la pasta".

1681 02 03 AMBP ms. 06 / 81 copia
Al Padre Don Giuseffo Stassi, Chierico della Compagnia di Gesù.
arissimo in Cristo
fratello.
Ecco ormai che assecondo le mie prime voci gridando a Dio per
il mio fratello "requiem aeternam dona ei Domine, et lux
perpetua luceat ei",(1) sicché voglio che vada,
e onninamente che muoia, non di morte corporale finché
Dio lo voglia, ma di quella felice che chiudendo gli occhi al
creato fa che più non si veda umana creatura, trasmettendo
colà l'affetto nostro ove non arriva affezione terrena,
nel quale stato l'anima dimora quaggiù come in una tenebrosa
sepoltura, poiché del creato non vede, non attinge, non
gode cosa veruna, e se talora vi entra qualche piccolo barlume,
egli non serve che per mostrare l'orrori, li fantasmi, le funebre
oscurezze di questa magione terrena.
Onde spegnendo quella luce con un serrar degli occhi si sdegna,
si stacca e si contenta, e pur gioliva canta "posuisti
me in oscuris sicut mortuos speculi",(2) lodando Dio
che l'ha posto in quel buio, da cui nasce il bel giorno di quel
meridio eterno, poiché una anima cieca è siffattamente
morta, quanto si oscura tanto vede, e quanto muore tanto vive,
ascendendo tanto al Cielo, quanto si seppellisce al mondo, "o
felix mors felicior vita",(3) ed io non so come nel mondo
si campa, e come ogni creatura non si uccide, dandosi ognuna nel
petto quella lignea ferita che uccide ed infiamma, uccide al mondo,
e riaccende al cuore quel luminare incendio che a primo scopo
dimostra e consuma li viridi virgulti delle nostre germinate passioni,
dico l'Amor di Dio, che non può segnare se non incenerisce
l'uomo, nascendo da questa cenere questa divina Fenice.
Oh! cielo manda luce, che facciamo sera, serriamo gli occhi alle
creature, poiché tra questo buio scintillerà il
divino fucile, mandando fiamme ai nostri cuori, deh! Dunque, oh!
carità, manda a chi si oscura al mondo questa serafina
fiammella, acciò che lieto canti nella sepoltura di una
terrena obliviscenza, "et nox illuminatio mea in deliciis
meis",(4) buona sera fratello mio, requiem aeternam Dio
vi dia in questa lapide beata, in cui vi lascio sepolto nel mio
Cristo, poiché, "petra autem erat Christus"
(5) in esso si seppellisca, in esso si chiuda, altro non veda
in questa notte terrena, e proverà in ciò felice
di un spirito solitario, cui per altro campeggia in un deserto
infinito, entrando per questo buco e terreno ristretto in quello
spazio immenso dell'essere deifico, ove prova l'anima romita l'aera
tranquillissima della divina essenza, cui per sua unità
altro non influisce che flussi giocondi di sua pura sostanza,
aurezzando quei soffi quei perlacidi squilli che fronteggiano
le notizie dei suoi attributi divini, le di cui arcane intelligenze
quasi soavi sussurri imparadisano l'anima romita e solitario aviatore.
Oh! sacratissima selva, amenissima campagna, ove passeggia l'elma
carità di Dio esule e sola d'ogni creatura, non però
in se stessa, poiché a circolo tutte abbraccio, ma in colei
che la tiene, non volendo essere amata con terrena coppia; fuori
dunque di questo deserto ogni mostro ed ogni bruto di terreno
appetito, ne pur si sgomenti se le nostre passioni qual fiere
vi vanno correndo, poiché senza loro preda si possono far
morire, questi lupi divoratori. Facciamo dunque, così lasciamo
che muoiono di fame negandogli il nostro assenso, anzi la nostra
cooperazione che è il loro naturale nutrimento, lasciandogli
mordere e sgridare senza che dessimo loro una piccola briciola
di loro pretensione, che facendo così l'uccideremo senza
armi e senza preda, e senza appressarsi all'ombra del fomento
negandogli il sostento morranno di fame, almeno rimarranno in
una languida declinazione, ottenendo noi proda uccisione di sì
fieri mastini, poiché come decidono li dottori, "quem
non pavisti occidisti".(6)
Carissimo, su dunque andiamo veloci alla morte, uccidi ogni bestiale
appetito e mostro sensuale, e noi assieme con esse come per noi
morì il nostro Venatore, cui per darci si uccise, acciò
che sulla croce insegna siamo colui seco a morire non di morte
di corpo ma mistica e morale, "eamus et nos moriamur cum
illo".(7)
Salga dunque con lui sulla sua croce, cui l'insegnerà a
morire, e racchiudersi nella suddetta lapide della terrena oblivione,
la di cui interiorità non fa che il divino cuore, cui sta
nel mezzo di questo sacrato legno, vi ascenda dunque per saper
che deve fare, e come morire, poiché "crux Christi
non solum est lectulum morientis sed et cathedra docentis".(8)
Taccia dunque la mia lingua che sgrossando balbutisce e non sa
che dire, egli in tal cattedra riconoscerà li miei errori
e scuserà la mia loquacia, con che tanto alla lubrica ho
corso in questo sdrucciolo di penna; onde avveduta mi taccio ai
piedi del Crocifisso, nostro Maestro ed esemplare, per amor di
cui prego il mio carissimo fratello ad interiorarmi nelle sue
sacratissime forame, nei di cui antri divini prendo per sempre
sentiero per rinserrarmi in un dovuto silenzio, già che
me l'impongono le nostre regole e costituzioni, proibendo che
si scriva a chiunque di fuori, serbando solo e anche di raro a
persone di stretta parentela.
Onde scusi se io non potrò eseguire il suo gusto in ordine
a questo quesito, poiché "soli Deo placere cupio",(9)
in cui più che sulle carte tratterò con la carità
nostra carissimo fratello usando muti cenni di carità invece
di parole (con)servando ambedue quel documento di S. Giovanni
che dice, figlioli "non diligamus Verbo et lingua, sed
opere et veritate",(10) tanto ci basti per fare del cuore
lingua per amor con essa Dio somma veracia, qui racchiudo i miei
discorsi e tacendo mi resto ai piedi del Signore, nos cum prole
pia benedicat Virgo Maria.
Palma a di 3 febbraio 1681
umilissima serva e sorella
Maria Crocefissa della Concezione
P. S. Tengo nel mio petto le pene della signora Francesca, la di cui medicina parmi fosse la sua volontà rassegnata con la divina, un dire non voglio cioè altro che Dio, la sana, ne altro unguento le gioverà per sì profonda piaga, pregheremo Dio per essa almeno che le dia una santa sofferenza sostenendo la notte finché l'alba arriva.
(1) "il riposo eterno donagli o Signore,
e plenda ad essi la luce perpetua";
(2) "mi hai posto nelle tenebre, come i morti di un secolo";
(3) "o felice morte più felice della vita";
(4) "nelle mie delizie è la notte mia illuminazione";
(5) 1 Cor. 10, 4 "e quella roccia era il Cristo";
(6) "hai ucciso colui di cui non hai avuto paura";
(7) Gv. 11, 16 "andiamo a morire con lui";
(8) "la croce di Cristo non solo è letto di chi
muore, ma è anche cattedra di chi insegna";
(9) "desidero piacere soltanto a Dio";
(10) 1 Gv. 3, 18 "non amiamo a parole ne con lingua, ma
con i fatti e nella verità".
1681 02 03 AMBP ms. 07 / 81 copia
Al Padre D. Gio: Battista Bartolotti, Chierico Regolare.
adre mio benedetto,
e socio nella sequela del Crocifisso.
Ben trovato Padre mio in questa città di Genova, da dove
ricevo la sua lettera con quelle grate novelle che sono dolci
all'anima mia, e in quella del Signore avvisandomi la riverenza
sua l'aumento felice delle sue figliole, delle quali io sono serva
e non merito essere schiava non che loro sorella, ma mentre esse
si degnano io confermo la loro sorellanza, con la carissima suor
Maria Agata, poiché benché è notissimo che
di sua riverenza sono serva e figlia, alla quale santa coppia
io aggrego anche suor Maria Virginia, ascrivendomi sua serva e
sorella, e socia del Calvario, ove ha sciolto piede "simul
ibimus pariter curremus".(1)
Ed oh! corsa beata per quelle semite divine, in cui il nostro
amato bene, passeggiò spargendo rose delle sue piaghe sacrate,
a pro cui le nostre Marie e il nostro buon Giovanni andiamo felici,
ma spargendo gigli di lacrime, come lui rose di sangue, e perché
agl'occhi di Dio, erunt nuovissimi primi, et primi nuovissimi,
io voglio dare in primo luogo alla sorella Maria Virginia, assegnandola
in quello della SS.ma Vergine, e dopo perché la vorrei
(come la stimo) ingenua, e vergine di ogni attacco di mente con
cosa terrena, non impegnandosi in altro attacco, che con la divina
parentela, e proseguendo il grado alla sorella Maria Agata tocca
quello di Maria Solomè, nel quale nome riceva non il mio
sentimento, ma quel di Gesù Cristo, cui pare in esso nome
le prescriverei meglio che a Mosè l'epilogo della sua fondazione.
Sulla dura tavola della sua croce SS.ma, esprimendo in tal nome
per ogni lettera una virtù massima da osservarsi in essa,
e dico Solomè cioè S. silenzio pacifico, O orazione
per i peccatori, L lacrime per li peccati propri, O obbedienza
a Superiore, M memoria delle proprie miserie, E eternità
assidua nelle loro cogitazioni, ma io riduco in due esercizi tutte
quelle virtù come la medesima parola spiega, cioè
solo, Mé, per la quale, par dicesse Dio, solo me cerca,
desolandoti di ogni consolazione terrena assegnandole in quel
solo una solitudine del tutto, et in quel Mé l'unione divina.
Oh! sillabe sacrate, che portano del Cielo questi salutevoli rescritti,
poiché al mondo altro non è, che spogliarsi dell'umano,
e in vestirsi del divino, questo è il massimo dell'amore,
questo è il punto principale, e cui incorre nel contrario
soffrirà quelli tor-menti, come un osso slogato dal suo
corpo, del quale mistico nostro, il capo è Gesù
Cristo, nella quale disunione quasi tutto il mondo geme, poiché
il primo padre Adamo slogò dal suo sesto cioè della
grazia di Dio l'osso del nostro naturale, ritornando verso il
senso (nell'ingoiarsi il pomo) fuori della grazia originale, e
però il misero uomo l'inveterato mondo cammina verso Dio
come vecchio stroppicato portando a carponi questo deformato membro,
tralasciandosi per terra a guisa d'animale.
Oh! misero che sei, ove si torto vai, trascinando tante pene per
non sentire poco dolore, quale sarebbe bisogno sentire per poco
momento, se alle mani si desse del chirurgo
divino, cui non può sanare senza qualche contrario ritorto,
rivertandolo verso lui nel suo primiero sesto.
Bisogna dunque aver pazienza, poiché senza torsione di
senso non può guarire il stroppicato, cui anche nel legame
sentirà molto dolore quale bisognano essere strettissime
nella chiusura dell'appetiti, sin che l'osso si fermi, sin che
il naturale si riduca nel sesto della ragione, senza esservi più
stortiglio fuori della divina unione, ove nel sommo d'essa giocano
a tutta forza operando portenti queste due drizzate braccia, della
natura e la grazia, facendo con esse Dio (capo del corpo mistico)
egregie meraviglie, di cui sta privo il mondo per non volersi
guarire di quel stroppico di senso, con darsi al vero sesto, dell'introgresso
divino, ove riverse del mondo felice entreranno le sorelle carissime
in questo santo luogo, benché bisogna soffrire quei ritorti,
che il senso proverà nell'esercizio delle suddette virtù
rivertendo il nostro naturale a questo sesto della perfezione,
la quale è cardine, e soglia della divina unione, non potendosi
in essa ascendere senza salire, e calcare l'infimi scalini di
tutte le creature trovandosi nella loro rinunzia. Oh! quanti grati
amplessi della divina unione, nel di cui candido seno pende quella
fulgida perla dell'essenza divina, per la di cui fruizione l'anima
canta e grida "vendidit omnia mea, et comparavit ea".(2)
Vada dunque il tutto, mi fugga l'universo, io voglio pescar sola
questa chiara margarita, questa gemma beata, e con miei sudori
e stenti, la caverò del incognito, non che dal solitario,
mentre ella non si trova che nelle impraticate miniere, e nelle
conchiglie marine, quali all'alba si chiudono per far che non
li veda etiam il sole, così faranno le mie miserie chiuse
ed assente da ogni mondano splendore, solo guardando Solomè,
cioè solamente a Dio, nella loro fondatrice, cui non partirà
le pupille da quel solo increato, vibrandoci da esse, tanti sguardi
per quanto li miei devono lacrime, toccando a me il posto di Maddalena
peccatrice. Onde mentre loro si godranno quelle perle divine ingemmandosi
di Dio li loro seni, io innaffierò il mio di stille di
lacrime, essendo questi li ricchi cristalli dei miseri peccatori;
dunque mio carissimo Padre, mio dilettissimo Giovanni, a voi tocca
l'introduzione delle tre Marie al Calvario, acciò riporti
ognuna a Dio per il dritto cammino ove lui l'ha chiamato.
Faccia dunque scorta fida alla sorella Virginia dirigendola al
Crocifisso per la ingenuità della mente, alla sorella Maria
Agata per la suddetta carriera, e per la via penitente l'afflitta
Maddalena, il quale erto sentiero Padre mio, oh! quanto mi è
caro, ma per altro assai scabroso; onde io per tal disagio malagevole
mi invio se Maria non mi assicura tale viaggio, innaffiando con
li meriti di quelle lacrime, che vi aspersi, quelli rovi, e quelle
querce, acciò di spine siano rosa, per amor dunque di cui
V. R. stenda anche la mano per agevolar la misera, che per tal
via si gira e trascina, e mentre per carità egli la porge,
io per obbedienza gliela bacio, ricevendo il suo aiuto con umilissimo
inchino.
di V. R., Palma a di 3 febbraio 1681
serva e figlia in Cristo
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Per la povera ossessa, Padre mio non dubiti della mancanza delle mie orazioni, bensì dei miei demeriti, che rendono impropizio il Signore, non dimeno io seguito poiché "non est abreviata manus Domini".(3)
(1) "andiamo insieme e ugualmente corriamo";
(2) Mt. 13, 46 "vendette tutte le sue cose, e la comprò";
(3) "non si è ritirata la mano del Signore".
1681 02 03 AMBP ms. 54 / 81 copia
Ad una Anima benedetta.
nima benedetta ai
di cui piedi mi prostro esclamando con un profluvio di lacrime
"ne proicias me a facie tua",(1) essendo io quella
misera così da Dio reietta, che non trovo nell'umano quanto
dir si può di un minutissimo atomo, decretandomi esso in
un stacco sì nudo, che etiam di un consiglio provo fiero
abbandono di questa.
Dunque ti parlo per suo aiuto, ti invoco benché per ritrovarla
bisogna discendere in quell'infimo profondo ove lei soffre; branche
di mostri, fierissimi equulei, profilati tagli, squarci di viscere,
succhi di sangue, torsione di nervi, frattura di carne, e angosce
stretture e schianta cuore; ma se questo fosse, sarebbe in vero
un riso a paragone del mio dolore, quale essendo dal Dito onnipotente
mi si trafila nell'anima con forza d'inesplicabili tormenti, cui
pur mi saria dolce se non fosse per spronarmi all'esecuzione di
qualche suo cenno divino, dandomi nella dilazione si orribile
castigo, presaggiandomi con questo quello d'avvenire più
formidabile ed eterno.
Onde pria che mi arrivi voglio gemir sino alle stelle, chiamando
pietà di chi tiene cuore, acciocché non meritando
io da Dio il suo immediato aiuto, almeno me lo dia per mezzo di
chi forse ha decretato, ai di cui piedi io sciolgo una diruzione
di cuore, un dirotto di pianto, chiedendo per amor di Dio compassione
e qualche lume, non fondato in sola dottrina, che assai irrisoluta
l'ho atteso, ma in una umile e fervente orazione, ove si ottengono
quei raggi vibrati "a Patre luminum",(2) cui
il più delle volte "revela ea parvulis",(3)
ad anime semplici e fanciulle come sono gl'umili di cuore.
A quelle io invoco, ad una di questa, io esclamo "ora
pro me ut fiam voluntas Domini"(4) o almeno che non mi
costringa a prescrutarla, dandomi se vuole che l'effettua modo
di come eseguirla, o pure quiete di non più procurarla,
la quale non spiego, poiché trattandosi di lumi saprà
egli (se vuole infonderlo) meglio assai notificare che io non
sappia dire. Onde invece di parole verserò lacrime amare
intercedendo per mano vostra, oh! anima benedetta qualche lume
del Cielo per essermi fida scorta del cenno divino, forse Iddio
che l'umile da gran vuole che io sprofondi per ottenerla; di che
io sento tanto prontezza che mi abbisserei fino al profondo della
terra, e non sapendo ove sia ai piedi tuoi mi distendo; acciò
la mia carità l'induca o me lo insegni, e mentre qui mi
prostro l'anima mia dirompe li suoi ritenuti pianti, con cui spero
pietà, lumi o qualche "modo aliter pereo et cito
moriar".(5)
Si, si voglialo Dio, voglialo tu con tue preghiere e calde orazioni,
e mentre tu preghi, io umilmente ti supplico restando qui ai tuoi
piedi umile prostrata, dicendo: "descendat super me gratiam
tuam".(6)
Palma a di 3 febbraio 1681
un'anima tua serva a te mandata
Maria Crocefissa [della Concezione]
(1) "non rigettarmi dalla tua faccia";
(2) "dal Padre dei lumi";
(3) Mt. 11, 25 "hai rivelato queste cose ai piccoli";
(4) "prega per me affinché io faccia la volontà
del Signore";
(5) "diverso modo e subito morirò";
(6) "discenda su di me la tua grazia";

1681 03 04 AMBP ms. 09 / 81 copia
Al Padre Don Santo Montaperto.
olto rev.do Signore
in Cristo osser/mo.
La devozione e carità di V. S, portano seco tanta rara
umiltà, quanto egli ne dimostra nel ricorso [che] mi fa
in aiuto e risoluzione di quella creatura, quale per irrisoluta
mi propose, a cui non saprei dire meglio di quello [che] disse
per tutte il nostro Salvatore "manete in vocatione qua
vocati estis",(1) fuori della quale non vi è che
sdrucciolo, e periglioso sentiero, che se questa signora entra
in religione non essendovi chiamata inciamperà in quella
severa tardanza, nella quale incorse quell'invitato sedendo alla
mensa senza la veste nuziale, quale pare a me fosse la vocazione,
della quale se per questa ne entrerà ignuda ne rimarrà
derisa non che cortesemente convitata.
Vada dunque a servir Dio ove viene chiamata, poiché "universae
viae Domini, misericordia et veritas",(2) e dato questo
non occorre far altro, che dire a noi stesse "sinite hos
abire",(3) acciocché occupandoci dietro loro esse
non traggono presso la vanità almeno, con la loro superflua
intromissione.
Carissimo in Gesù Cristo "sinamus (io replico)
hos abire",(4) e noi che siamo promesse a Dio, restiamo
in esso rinserrate nel sacro ristretto del suo ferito cuore, ove
preghiamo per quelle che miseramente inondano nelle torbide procelle
del diluvio del mondo, ove naufragio patiscono coloro, che vi
notava io fuori di queste acque, salvo V. S. sormontandolo sull'arca
del sacro legno, "o crux, ave, spes unica",(5)
ella è la speranza della nostra salvezza, questa signora
a questo legno si stringa, giacché si accinge all'infortuni
di sì procelloso mare, acciò nelle immergenze almeno
abbia "unde teneatur",(6) la SS.ma Madre sia
del suo mare la stella, mentre io ne la prego riverendo di tutto
cuore la carità di V. S., di cui mi resto per sempre.Palma
a di 4 marzo 1681
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) Ef. 4, 1 "perseverate nella vocazione
che avete ricevuto";
(2) Sal. 25, 10 "tutti i sentieri del Signore, sono verità
e grazia";
(3) Gv. 18, 8 "lasciate andare via costoro";
(4) "lasciamoli (io replico) andare";
(5) "salve croce, mia unica speranza";
(6) "motivo di interesse".
1681 03 04 AMBP ms. 10 / 81 copia
A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.
ll.mo
e rev.mo Signore, consolatissima ricevo, et umilmente bacio la
riverita carta di V. S. Ill.ma, gradendo la sua iscrizione, giacché
riverire non posso la sua paterna mano, quale da presso aspetto;
giacché in visita si instrada, incamminandosi a noi per
il 5 Ottobre venturo, nel quale ben venga, che sarà di
tutto cuore incontrato da questa sua minima adunanza, benché
non come mi esita, pregando tra tanto sua Divina Maestà,
che le dia quanti passi, tanti felici progressi per il corpo,
e l'anima, acciò ritorni alla sedia, carico di prosperità
e ricco di meriti.
Carissimo mio in Gesù Cristo, mio Signore e tutto Padre,
io tanto desidero, e vorrei esserle del tutto visibile per certificarlo
quanto bene le desio, e questo gliene prego, poiché dal
capo sano scriva tutto il bene del corpo, V. S. Ill.ma è
capo noi siamo suoi greggi, Iddio lo indirizzi fuori di rupi,
altrimenti tutte precipiteremo.
Oh! questo non voglia Dio, anzi diane per istradarci la sua Madre
Regina, ai piedi di cui unitamente con mia madre e sorelle le
facciamo la dovuta riverenza, e parimenti ai signori suoi nipoti,
dei quali ne ricordiamo loro indegne servitrici, e qui non essendo
per altro le rimetto l'inclusa come lui mi comanda domandandogli
per fine la santa benedizione.
di V. S. Ill.ma, Palma a di 4 marzo 1681
umilissima suddita
Maria Crocefissa della Concezione
1681 03 21 AMBP ms. 13 / 81 copia
Al rev.mo Signor D. Giuseppe Maria Rini, Vicario Generale.
ll.mo
e rev.mo Signore, attribuisco mio Signore a castigo dei miei peccati,
la sua peggiorata indisposizione, poiché da che io ne ebbi
senso, Dio caricò la mano; onde se io guardassi la causa
mi sgomenterei della grazia, essendo li miei demeriti "super
numerum numquam arenae maris",(1) ma io solcando questo
lido così immenso e lotoso, monterò sul mare della
misericordia di Dio, in cui al chiaro di quel nume, che è
di tale mare la stella, vedrò se con l'amo di qualche ritorto
Loncino (quale è il mio cuore propenso alla terra, e ritroversciato
al Cielo) potrò adescare a nostro bene la grazia del Signore.
V. S. Ill.ma stia meco costante in questa pesca divina, poiché
senza cimento non è la cimella del Signore, talora si piega
alla nostra supplica, nella quale io stando vedo, che ora si erge,
ora si china, volendo e non volendo, dar pesca a tale preghiera
forse più bene ne attende applicando per adesso tale Loncino
al straccio del suo dolore per trarle il sangue di qualche superflua
ilarità temporale, quale forse lo otturerebbe al suo estremo,
senza questa penosa applicazione. Tanto io devo asserirle esponendogli
più suo gran bene in quello [che] fa il Signore, nel di
cui volere stia fermo e parimenti giolivo, poiché l'emissioni
non sono continue, ma dopo l'utile del sangue cessano li rivoli,
e si benedicono le punture.
V. S. Ill.ma faccia animo, che ogni bene si spera dalla pietà
del Signore, la sua infermiera è ottima essendo assieme
Madre e curatrice, io ai suoi piedi mi resto, supplicandola per
l'opportuna medicina, acciò per mezzo dell'umana, lo risani
la divina, e perché scrivo in fuga, volendo avventurare
questa carta nelle mani del rev.do Padre Agostino signor suo zio
che sta per partire, più non mi dilato.
Onde gradendo l'eccessi dei suoi favori per quello [che] mi si
compromette in ordine allo spirituale, altro non so esplicare,
che io sono sua serva carica per servirlo di infinita obbligazione;
V. S. Ill.ma così mi veda, e accettandomi in tal grado
io infinitamente mi ascrivo.
Palma a di 21 marzo 1681
sua umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "più del numero dell'arena
del mare".

1681 03 25 AMBP ms. 55 / 81 autog.
Al Padre [D. Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma.
eve la mia racchiusa
lingua, benché tra li punti di un circondato cilizio, rendere
mille gratitudini, prima a Dio che glielo ispirò, e dopo
a V. R. cui par abbia alquanto rinnovellato il mio spirito, per
mezzo di questa mia cara penitenza, nella quale quanto si pungono
le mie labbra, tanto riposa il mio cuore, vedendosi libero di
quella molestissima attenzione, che bisogna avere nell'occasione
di parlare.
Sicché in tanto mio sbrigo è stato tanto il mio
contento, che delle medesime punture le mie proprie lacrime hanno
stato soavissima unzione, bagnando quel cilizio, che nell'essere
fiero alla mia faccia è stato dilettevole al mio cuore,
ante murandosi l'uscita a più crudo dolore, quale io intendo
atrocissimo nell'imperfetto conversare.
Padre dunque io non so dire quanto mi è dolce questo ferro,
quanto opportuno questo boccaglio, poiché nell'essere uno
mi giova con due mani, dandomi con una la penitenza e con l'altra
il santo ritiro, essendo queste delle più fide scorte del
mio interno sentiero, e sapendo V. R. qualche cosa del ritiro,
del come io seco la passo, sappia pure che la penitenza e l'altra
amata del mio cuore, verso la quale io sento tanta tenerezza e
propensione che mi sento liquefare in solo dire, santa penitenza
cui corrisponde alle mie anelanze con una spinta di caritatevole
urgenza agevolandomi, in questo aspiri tutte l'amarezze della
medesima penitenza, ove asperge tante spille contro senso che
non godo fuorché dello spirito, esperimentando invece di
martirio gran contento, ed è tale virtù tanto secondo
lo genio del mio spirito che non vorrei altro, ma se lei non fosse
umile non sarebbe tanto secondo il mio cuore.
Sicché io in quelle penitenze inclino e in quelle redini
non provo che sono secondo qualche spregiato modo, ma del Paradiso
mai tal suo frutto mi piacque come quando questi due si accoppiano
seco il santo ritiro; sicché la santa penitenza quando
con questi due cammina mano con mano, sento l'anima mia correre
dietro loro come senza freno.
Insomma mi trovo come fuor del sesto, quando sono fuor dell'umiltà,
penitenza e ritiro, ma io volendo dare il loco a più alta
penitenza ho vissuto in queste brame senza veruna richiesta celando
in parte questi desii per fare maggiori penitenze; poiché
più che acuti ferri mi hanno trafitto il cuore queste insoddisfatte
aderenze, ed è stato il mio silenzio un digiuno così
austero che mi ha privato di tutte quelle sensibili dolcezze,
che io provo nello stato umile e penitente, parendomi di più
che io volessi falsificare la santa penitenza.
Quando io tale non la esperimentassi con le mie tante soddisfazioni,
ma già che Dio così si compiacque darmi qualche
briciolo del mio desiderio e persi sicura mano, io assento al
suo comando, come acqua al precipizio, e tirata da questo barlume
mi mostro a V. R. alla luce del Sole, scoprendogli tutta me stessa
con le mie nascoste brame, non per voler che si compiacciano,
ma per offrirle attissime di ogni sorte di suo arduo comando.
Onde io come di tutto cuore anelante mi ho esposto ai piedi del
Crocifisso (cui di queste tre virtù par un imprimente esemplare
essendo sulla Croce, solo, trapunto, e deriso) così a V.
R. mi espongo non bramosa che temo di qualche occulto inganno,
ma almeno prontissima a tutte sorti di cruda penitenza, acciò
oltre all'usati miei carichi se gusta di tutte l'inventate asprezze,
e massime delle su [ac]cennate penose ritirate e in tutto abiette,
e se particolarizzate le vuole sappia che io muoio di vedermi,
nel vestire fatta un scherno, vorrei il cibo asciutto e raro,
il dormire poco e duro, dimorando senza cella in qualche umile
riparo, vorrei stare ai piedi di tutte, cibarmi con l'animali,
servire li lochi immondi, passar la lingua per l'ufficini, dimorar
dopo li serve, caricarmi delle immondizie, per essere a tutte
fatta schiva, di ignominia fatta un vaso, e dal tutto un scherno,
una beffa e un deriso.
Ma il massimo che io bramo è l'essere a titolo di castigo
posta in qualche angusta prigione, ne curerei mai più di
vedere luce, ne Cielo, purché godessi in un ceppo di dura
penitenza, la ignominia di tale infamia, e il ritiro di si strettezza,
o almeno io fossi degna di servire faccia per terra tutte le novizie,
dimorando nel noviziato non come l'infima d'esse, ma come loro
vivissima serva.
Oh! che gli occhi mi abbondano, e la mia faccia china in terra,
tanto è il giubilo che sento in questa dolce domanda, ma
io per assai che dica mai resta sazio nel mio cuore, poiché
nel mondo non trovo, concavo si profondo, buco si stretto, patibolo
si duro, che potesse appagare le bassezze che bramo, la solitudine
a cui anelo, e la penitenza che procuro, e però mi mancano
le proporzionate maniere di potere esplicare le mie cordialissime
brame, quali ai suoi piedi espongo con una totale rassegnazione,
acciò o calchi con la negativa, o li sale con la grazia,
cavando io e dell'una e dell'altra umiltà profonda, poiché
se me lo concede mi umilierò nell'esercizio, e se no, nel
mio demerito, per cagione di cui non merito tanto bene, essendo
io tanto mal corta verso Dio, che per molto sforzo non giungo
al suo più infimo profondo, ove quasi dimorano obiezioni,
sotto li quali io mi trattengo, al tocco dei quali aspiro, mentre
sono l'auge del mio sommo.
E per fine qui inoltrata a V. R. m'inchino da cui (se altro non
merito) supplico la proroga di questo cilizio almeno per altri
30 giorni, le di cui punture quando hanno trafitto la mia faccia,
tanto mi hanno sanato il cuore, germinandogli queste spine non
già siepe di tormento ma sue rose e sue corone, trafiggendomi
soli che ha da finire, mercé qual mio diletto io non chiedo
ne ricuso ma così inchiesta mi espongo al suo riverente
comando, poiché sopra ogni mio bene grato mi è l'umile
obbedire, mi benedica.
[di V. R.], Palma la vigilia di nostro Signore, a di 25 marzo
1681
sua suddita indegna
Maria Crocefissa della Concezione
1681 03 31 AMBP ms. 14 / 81 copia
Al Padre D. Mariano Venuto, vice rettore, Naro.
adre mio diletto
nel Signore.
Ed io la misera a cui V. R. di tante sue grazie confonde, che
dirò mai per tanti favori, niente per certo fuor che "nescio
loqui",(1) ma per non lasciare il mio silenzio in ozio,
risponderò e corrisponderò ai piedi del Signore,
pregandolo benché indegna, che in questi santi giorni lo
faccia partecipe del frutto del suo prezioso sangue, di cui sta
tumefatto il Cielo, predicendoci fra breve le sue diluviose spargenze,
inondate a nostro bene dall'acquedotti immensi delle sue sacratissime
piaghe, le quali essendo senza fondo, e senza lidi, formano per
nostri gloriosi navigli un interminato mare, ove io immergo assieme
con V. R. li suoi da me stimatissimi doni, ne altro poteva espellere
dall'anima mia qualche difettoso estremo, cagionatomi di qualche
altra acerbità di dolore, che mi trafigge sino all'intimo
per compassione delle sacratissime piaghe, che la medesima immagine
del nostro risorto Redentore, cui oltre al consolarmi, etiam nel
suo avvolto mi sembra l'estremo, poiché essendo bianco,
e nero mi mostra voler essere quanto lacrimato tanto goduto.
Onde io nella nerezza della sua pena, e nella candidezza della
sua gloria l'amerò tanto nel Calvario, come nell'empireo,
V. R. in ambo mi conduca con la fida scorta della sua orazione
mentre io, e tutta la nostra comunità lo stesso facciamo
per la sua degnissima persona, alla quale io mi prostro non solo
per umilmente ringraziarlo di tanta sua carità conferita
ad una sua indegna serva, che non merito il vocabolo di figlia,
ma per replicatamente pregarlo, che mi aiuti a pregare Dio per
il raccomandatomi negozio della Chiesa di Francia, di cui tante
commendazioni mi vengono fatte da Roma; ma io che male posso aspettare
di un Dio tutto bontà, come in parte si vede nell'essere
state favole tutti quei funesti avvisi di questi mesi prossimi
andati. Poiché per una lettera venuta ieri da Roma, da
mio fratello data a 15 di febbraio, avvisa che le cose stanno
in trattato essendo gia arrivato in Roma il signor Cardinale Detrè,
mandato in accordo dal Re di Francia, a cui Sua Santità
aspettava per intendere le sue ragioni.
Sicché le cose camminano col piombo, e senza tante furie
di scomuniche, e privazioni d'offici, bensì il negozio
è importantissimo, e continue orazioni bisognano, e perché
V. R. in tempo di tanta amarezza vi ha voluto consolare con la
gloriosa immagine del nostro Salvatore, io parimenti in tempo
di tanto nostro affanno per il negozio di santa Chiesa voglio
(se pur egli non lo sa) di notiziarle buona nuova, e come Iddio
Signor nostro nell'affliggere Chiesa santa nella Francia la consolò
in Inghilterra, ove quasi in parte è nemica, poiché
sono quasi tutti eretici, ritrovo miglior sorte, che in parte
cristianissima, dandogli colà un figlio sì fedele,
che con essere nobilissimo Principe, e zio del Cardinale Mortfolk
lui parimenti inglese diede per la santa fede la sua vita il dì
8 di Gennaio dell'anno presente 1681, a cui atrocemente fu data
sentenza di esserle aperto il ventre, e tirandogli fuori barbaramente
le viscere fossero buttate nel fuoco in sua presenza, benché
per consiglio della camera reale fu mitigata sì fiera condanna.
Sicché in riguardo del suo lignaggio, le fu tagliato il
capo, il quale egli gloriosamente diede per la nostra santa fede
con quelle altre circostanze, che io qui tralascio, e rimetto
a miglior notizia la quale è stata nell'anima mia come
ambra finissima tirandosi dietro la vilissima paglia della mia
ambiscenza di morire per Cristo, per cui dietro la pelle mi bussano
le vene, così violentate di quel sangue, che a viva forza
vuole uscita per il Signore, per cui poco sarebbe questo otre
di sangue, questo vaso di putredine. E però Padre mio "que
utilitas in sanguine meo!",(2) quando egli non si spargerà
per Dio, che cosa farò di questo estratto di lezzo, di
questo sugo di morto, io non posso soffrirlo, non che pabulando,
quando per spiegarlo non lo conservo, e se non nel martirio almeno
in qualche letto spargendo tutto in piaghe; oh! domestico martirio,
io non ho tanto coraggio fuor che per solo desiderarlo. Onde V.
R. me ne ottenga l'effetto, mentre io contraccambiando li suoi
felici auguri, altrettanto gliene desidero in questi santi giorni
della gloriosa resurrezione del nostro Salvatore. V. R. prenda
in mio pro il primo boccone di carne che so sarà del sacro
Agnello del refettorio del sacro santo altare, ove anche io prostrata
le contraccambierò sì dolcissimo boccone, come faranno
mia madre e sorelle, le quali assieme con me le domandano umilmente
la santa benedizione.
di V. R., Palma il Lunedì santo, ultimo giorno di marzo
1681
umilissima serva e figlia in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione
P. S. Del mio Padre spirituale, cui riverisce V. R., mi fu data la acclusa per istradarla sicura, al Padre Francesco di Naro, costì cappuccino; onde io la raccomando ai favori di V. R., che so quanto mi farà grata, e di nuovo la riverisco nel Signore. Prego V. R. a dare da mia parte molti saluti al nostro carissimo fratello Stassi, a cui io in questi santi giorni immergerò nel sangue di Gesù Cristo, acciò che in sì glorioso pelago navighi a prospero vento verso il Paradiso.
(1) "non so parlare";
(2) "quale utilità nel mio sangue".
1681 05 05 AMBP ms. 56 / 81 autog.
Al Padre [D. Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma.
adre mio nel Signore,
la carità non ha termine, nemmeno dovrebbe avere limiti
per servire Dio e li prossimi, e maggiormente verso chi la chiede
con segni di tanta umiltà profonda, insino a dire, che
si brama la mia guida, come se io non fossi quella cieca che senza
l'altrui indirizzo non vado.
Onde questo a me ha parso una burla, ed un evidente pericolo di
quel decadimento evangelico (se un cieco condurrà l'altro
ambedue cadranno nel fosso); onde io per non indurre in tanta
disgrazia il fratello (di cui qui parlo) affatto mi ritiro, non
solo per questo ma per tanti altri ostacoli che queste comunicazioni
mi impediscono; essendo uno dell'invincibili, la distanza del
tratto, volendolo è più oculato e più assiduo
in queste materie difficili, che si possono etiam in vedere in
un indefesso sguardo.
Io quello [che] potevo, già il dissi, che fu una generale
dimostrata della virtù più trita, di croce, umiltà,
staccamento e mortificazione, cosa che si può proporre
ad anima che fosse o purgante e incipiente, o proficiente, o perfetta,
e ciò senza altra notizia, che della esperimentata et umana,
poiché (massima sopra l'altra creatura, con cui questa
si trova identificata) io non ho mai ottenuto barlume di notizia
sopra umana, ma è senza questo, quantunque lei fosse per
santa proclamata, e sicura che importa questa unità si
stretta, quando senza questa congiunzione si potrebbe avere a
sommo con Gesù Cristo.
Io Padre non so capire, che cosa sia questa identità di
spiriti, et imputo questa mia incapacità a mia somma spratichezza;
onde la lascio così come le vede Iddio, cui sola solis
epitaffiò il mio interno edificio, non dimeno io proporrei
a questa creatura quella esposizione di quel Santo, che non mi
ricordo bene, cui dice che il Signore per staccamento dei suoi
Discepoli salì al Cielo, perché non le fosse di
impedimento l'attacco della presenza della sua umanità
SS.ma, quanto magis, benché spirituale ciò si intende
di una creatura, la quale non è Dio, quantunque in lui
fosse sicura, almeno potrebbe ovviare all'incerto, per il sicuro,
cui solo è Dio infallibile et indubitato (ciò che
perder non puoi, solo deve amare) l'unione di spiriti, se non
sono bene accorati, talora generano certi illegittimi produzioni,
che sono li naturali, e non legittimi della perfezione, per le
quali è vano quel detto, e si mentiscono quelle parole
"Ego dixi: Domini estis et filij excelsi omnes",(1)
scemandosi qui pian piano le prosapie del Cielo; questo sono li
pericoli degli stati propostomi, benché secondo la presente
giustizia io non ho lume di vedere se siano buone o male.
V. R. le risponda, et asserisca la negativa di questa proposta
comunicazione con tanta carità e cortesia, quanto io resto
spiaciuta di non poter compiacere questa devota creatura; sicché
per agevolarla in questa sua dispiacenza, invece di mia corrispondenza,
vorrei inviarle l'acclusa figurina, dimostrandole nella impressione
di quel delineato cortello (che significa il distaccamento), quanto
esso recide senza riguardo e senza escludere catena, o cordellino
rompendo per Dio ogni affezione, e sia terrena o imperfettamente
divina, rifletta sull'occhio cieco e veda che otterrà ogni
candidezza su esso se l'occhierà ad ogni creatura.
In somma percorra per tutto, ed io le dirò con S. Giovanni,
"si solum fiet sufficit",(2) e ciò invece
di mia richiesta guida, ove si epiloga ogni mia parola, la riverisco
e raccomandagli ogni mio bisogno, acciò mi raccomandi a
Dio, e ai piedi della Madre SS.ma a V. R. supplico acciò
faccia lo stesso e mi benedica.
[di V. R.], dal nostro Monastero a di 5 maggio 1681
sua figlia indegnissima
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "io dissi voi siete anche tutti
figli eccelsi del Signore";
(2) "è sufficiente che si faccia l'essenziale".

1681 05 13 AMBP ms. 17 / 81 copia
Al Padre Don Giuseppe Farruggia, sacerdote.
olto re/do in Gesù
Cristo, con mio vero sentimento intendo la infermità e
turbazione della mia signora zia, dispiacendomi sino al cuore
esserne stata la causa quelle mie parole, che io dissi a suor
Maria Caterina, quale non precedettero di altro che di un mio
basso sentimento confessandomi indegna di essere accetti appresso
detta signora li miei inutili pareri, quale io diedi mossa di
carità e di obbedienza essendomi così imposto di
detta mia signora zia, verso cui io non tengo senso veruno di
dispiacenza che sia, avendogli detto il tutto con rimettenza d'animo
e vera indifferenza.
Del resto che lei abbia disposto o non disposto le cose a mio
consiglio, io non so che cosa si è determinato, ne curo
saperlo, poiché quanto le dissi fu senza umano intento,
ma per mera carità e bene dell'anima sua, ne occorre qui
spiegare quello [che] prima le ho detto, il che se vuole meglio
dichiara, legga la mia prima lettera, alla quale io mi rimetto,
poiché sin adesso non provo altro sentimento, e non restandomi
da quella dirle diversità nessuna.
Mi resto pregando Dio e sua SS.ma Madre, per la salute della mia
carissima zia, la di cui infermità mi è di pena
più che se fosse nella mia medesima persona, V. S. me la
riverisca cordialmente e baci la mano, come fanno mia madre e
sorelle, mentre io riverisco V. S. ai piedi di Maria nostra Signora.
di V. S., Palma a di 13 maggio 1681
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
1681 05 15 AMBP ms. 18 / 81 copia
Al Signor Don Francesco Valerio Lamantia, sacerdote Palermo.
olto rev.do carissimo
in Gesù Cristo
"Loquar in amaritudine animae meae",(1) compatisca
dunque se tardi e malamente farò questo mio dovere, poiché
è stata tanta l'amarezza di tutto il nostro Monastero per
la perdita fatta della nostra estinta, e risorta Vittorina, che
anche le mura si dolgono, e tutte amaramente piangono; e dissi
risorta, poiché nel morire io spero che sia più
agilmente risorta, rispondendo ai nostri gemiti, così nel
suo ultimo respiro "conscidisti saccum meum et circumdedisti
me letitia ut cantes tibi".(2)
Oh! canzone di pace, oh! dolcissimo mottetto, con cui lei poté
rallegrarsi della scissione di quel sacco, ove racchiudendosi
tutte l'umane fragilità e miserie terrene, in cui gemendo
il nostro spirito dimora ristretto, e spasimando; benché
alla fine essendo tal ristretto di sussistenza veruna "spiritus
per transibit in illum et non subsistet et non cognoscet amplius
locuus suum".(3)
Ed oh! signor mio che cara inconoscenza è questa, poiché
cui mai dimorò nel Cielo ricordandosi delle sozzure, l'anima
della nostra Vittorina passando da questi lezzi a quelli arcani
"non cognoscet amplius locum suum".(4) Non sa
più mondo, non più patria, non più noti,
non più suo corporale compagno, ove visse ove stette non
sa che fosse, mira il mondo un buco, la vita umana un soffio,
l'onore terreno un scherno e il suo corpo un letamaio, da cui
etiam si scuote la polve[re] per non, macchiarsi con le sue deplorabili
memorie, si posponga dunque le nostre lacrime a questi suoi riacquistati
giubili, quali lei etiam nel cadavere dimostrò,
rimanendo sulla bara ridente e gioliva, ma che si poté
aspettare giammai di una religiosa che visse sempre esemplarissima.
Io tra cinque anni [che] seco praticai, mai la vide con volto
spiaciuto, non che mesto e turbato, era sopra modo imperturbabile
ne mai le uscì parola che non fosse mansueta, oltre all'essere
con Superiori obbediente, con le sorelle unanime, nelle regole
esattissima, e nell'officio di infermiera caritatevole, esercitando
in tutto l'umiltà vera. Ma la quiete in cui visse fu veramente
rara, talmente che nell'ultimi due giorni di sua vita, che furono
quelle della sua infermità brevissima, mai si scompose
etiam di una gemente parolina, e pure l'affanno fu si violento
che tra tre giorni la menò all'ultimo respiro, nel quale
spazio talmente la ribatteva il morbo, che per ogni fiato par
la ributtasse dal letto, cagionandogli una sete che veramente
fu sommamente insoffribile, e pure da sua bocca mai si è
saputo.
Sin tanto che le fu investigato dalle nostre diligenze, ritrovandogli
il palato come inaridito legno, ricusando di più il rinfresco
di una bagnata rosa con cui l'andavano umidando le labbra, dicendo
che tale conforto non ebbe il Crocifisso, all'umana natura poi
non bastò l'animo di abbattere il suo distaccamento, poiché
per quanto si poté scorgere mai le cadde in mente suor
Maria Felice, se la guardava non si inteneriva, e se non era seco
non la chiamava, non eccettuandola in niente dell'altre spirituale
sorelle.
Altro rimorso non ebbe in questo suo fine, che il ritrovarsi in
una allegrissima quiete, e anelanza di morire, dicendo che essendo
lei peccatrice, non doveva sentir tanta allegrezza nel partire,
ma nell'esserle detto che, non, anzi che dovesse ringraziar Dio
di quella somma grazia. Si quietò talmente che pareva agiatamente
riposasse, a segno tale che mi sembrava il suo letto una barchetta
di tranquillissima navigazione, la quale a vele di quei solleciti
respiri, la conduceva in porto ove sono smontate li già
arrivati viatori, il che io spiegandole, gli dissi nel fine, oh!
mia sorella conducete anche me in questo cocchio beato, in questo
glorioso naviglio, che va sì sollecito al Paradiso, come
speriamo per li fluttui gloriosi dei meriti di Gesù Cristo,
verso cui lei si voltò, e con una faccia ridente devotamente
mi disse: per vostra carità questa barchetta rimane,
mostrandomi la croce del Crocifisso Signore, per amor di cui mi
mostrò che anelasse più alla Croce che al morire.
In somma talmente visse e morì sopra piena di grazie, che
Dio poté dirle "post hoc filia mea quid ultra faciam",(5)
niente in vero le rimane, poiché dandogli tutto se stesso,
come speriamo in Paradiso, anticipò di più questa
grazia (che fu il non plus ultra) dandosegli sacramentato
l'ultimi tre giorni, poiché quanti accidenti le presero
tanto fece comunioni, la prima la fece prima che si coricasse
in letto, la seconda fu per viatico, e la terza le fu conceduta
in aiuto del suo prossimo passaggio, avendola fatta la mattina
della Domenica, principio di quella settimana che l'era caduta
in sorte di assistere alla presenza del SS.mo Sacramento, la quale
in preparazione della morte è comandata dalle nostre costituzioni.
Ma lei quanto fu sempre osservante, tanto eseguì questo
regolare intento, poiché la principiò il letto per
terminarla in Paradiso, essendo parimenti come lei meritava graziata
della carità delle sorelle, la di cui assistenza di giorno,
e di notte fu assidua, l'orazione cordialissima, e quasi senta
tregua, non lasciando che, per il corpo e maggiormente per l'anima,
per cui li suffragi non cessano facendogli il terzo, settimo,
nono, e trentesimo giorno come il medesimo della deposizione del
cadavere, con offici, e Messe solenni e private continuandosi
per trenta giorni, ogni di l'officio dei morti.
La elemosina di ciò che a lei si dava in refettorio, e
le trenta Messe di S. Gregorio, e queste sono le comuni, delle
quali sono assai più copiosi li particolari, disse che
si potrebbe dire continua la per lei fatta orazione, e quantunque
la visitiamo più volte al giorno, mai ci partiremmo per
dimorar presso lei, dalle nostre sepolture, continuando la medesima
assistenza con l'afflitta della sua carissima sorella, e dico
afflitta in quanto al senso poiché alla fine non può
far altro, dimorando per altro spirito assai contento, a segno
tale che stante li santi discorsi, persuasioni ed industrie delle
sorelle, io la vide ridere ben tre volte il medesimo del suddetto
passaggio, dimorando sino ad esso con molta conformità,
e tranquillissimo animo, esercitandosi in tutte le funzioni comuni
con occhi assai sereni, e in una tra l'altre parlate che io le
feci mi disse infervorata di alcune mie parole, che se fosse per
venire suor Maria Vittorina lei le volterebbe le spalle dicendogli,
vattene sorella che io tengo con la tua morte maggior consolazione.
E dopo sopramodo consolata di quel nostro opportuno parlare, veramente
mi disse, che se le fosse stato offerto di abboccarsi si lungamente
con la sua carissima defunta, lei l'avrebbe ricusato per farlo
di quel modo come presentemente esperimentava, rimanendo quanto
era dolente tanto consolata, e questi sono li frutti di un cuore
disposto, e del favellar divino, poiché le gemme sempre
sono gemme quantunque si trovano in un schifoso letamaio come
sono le parole di Dio nel fetide delle mie labbra, delle quali
V. S. riceva questo succinto ragguaglio per sua consolazione,
mentre io denunciandole gran contento epilogo lo stato dell'una
e l'altra sua figliola dicendo di ambedue "pax in terra
et gloria in excelsis",(6) vivendo una in pace, e l'altra
in gloria, V. S. di esse si consoli, e preghi per me che vivo
diversamente.
Onde ai piedi di Maria nostra Signora la riverisco, e domando
l'aiuto dei suoi santi sacrifici. di V. S., Palma a di 15 maggio
1681
umilissima serva, che la prega a consolarsi
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "io parlerò nella amarezza
della mia anima";
(2) "hai sciolto il mio sacco e mi hai circondato di letizia
in modo che io ti canti le mie melodie";
(3) "lo spirito passerà oltre e non si fermerà
in esso, e non riconoscerà più il suo luogo";
(4) "e non riconoscerà più il suo luogo";
(5) "dopo ciò figlia mia, che cosa io farò
di più";
(6) "pace in terra e gloria nel più alto dei cieli".
1681 06 06 AMBP ms. 19 / 81 copia
Al Padre Don Calogero Caetano, gesuita.
arissimo Padre in
Gesù Cristo fratello, tanto a me importano l'urgenze del
mio prossimo, e il servire a V. R., che pospongo ogni mio bramato
e intrapreso ritiro da me preteso, e ottenuto dai miei Superiori;
acciò più non si occupi la penna come adesso fo
per corrispondere all'obbligo della carità, e servizio
di V. R., desiandomi per ambedue tutta forza ed efficacia, per
ottenere da Dio quello [che] bramano questi afflitti signori,
li di cui molesti litigi sono anche afflittivi al mio cuore, compatendo
quanto li suoi travagli, tanto le loro cagioni, poiché
essendo noi tutte miserabili talora costringono a Dio li nostri
errori, cui fa come il medico che per curare lo stomaco, il piede
o altro membro, amareggia il palato, così il nostro medico
celeste da qualche acerba medicina al cuore per curare qualche
altra impurgata passione.
Onde è bene lasciar fare se vogliamo guarire, pregherò
io non dimeno la nostra salus infirmorum acciò con le sue
materne dolcezze li curi di tanto acerbo boccone, "salus
infirmorum, consolatrix afflittorum, auxilium Christianorum ora
pro nobis",(1) così dirò, così diciamo,
e in lei speriamo, e mentre io resto a lei supplichevole a V.
R. ricorro per l'aiuto dei suoi santi sacrifici, riverendolo per
fine, come fo al mio Padre Birelli, raccomandandomi a lui per
sempre in questa rara occasione di cui mi ricordo figlia di ambedue.
Palma a di 6 giugno 1681
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "salute degli infermi, consolatrice
degli afflitti, ausilio dei cristiani, prega per noi".
1681 06 08 AMBP ms. 20 / 81 copia
A suor Rosa Candida Deodato, Abbadessa.
arissima madre nel
Signore.
Stracca di tante doglie che nel mondo si trovano direi ad ogni
respiro "cupio dissolvi",(1) bramando quella
dissoluzione della mia vita che mi libererà di vedere quell'altra,
che oggi di tanto corre nella dissoluzione dei Monasteri, e ciò
per viva causa di mancanza di zeli, e tenue qualità di
Superiori, per cui allo spesso a tanta mala sorte si previene,
poiché quando il capo langue tutto il corpo duole, nelle
quali egrotanze V. S. tanto meritatamente geme deplorando come
io farei la notabile mancanza delle sue buone guide. Ma che vogliamo
fare, se Iddio vuole tanto, questo sarà il maggiore passo
della nostra imperfezione, si scelgano questo volere divino per
loro confessore, cui non sarà mezzo ma fine della loro
perfezione; V. S. della necessità faccia virtù,
che tale sarà se l'abbraccia puramente per il Signore,
che se in lui confida egli non mancherà di darle sua santa
provvidenza.
Tra tanto si stacchi da colui a cui desia che Dio tanto pretende,
io scrivo con fretta per il Corriere che mi sollecita, e però
restringo il mio discorso, compatendo V. S. e sua afflittissima
madre, le di cui croci sono assai più ricche dei suoi litiganti
trattati, poiché quelle sono sostanze transitorie e questi
guadagni eterne, "si vere fratres divites esse cupitis
verae divitias amate",(2) le quali unicamente si procacciano
con le pazienti croci, V. S. acciò l'induca, poiché
ogni altra cosa passa, e la nostra vita è breve, nostro
Signore gliela dia santa come io gliela prego con l'intercessione
della nostra SS.ma Madre, ai piedi di cui la riverisco, come fo
umilmente a tutte di cotesto devoto Monastero.
di V. S., Palma a di 8 giugno 1681
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "desidero sciogliermi";
(2) "fratelli se bramate diventare ricchi, amate le ricchezze
vere".

1681 06 08 AMBP ms. 21 / 81 copia
Al Padre Don Santo Montaperto, sacerdote.
olto rev.do in Gesù
Cristo.
Mi viene rimesso il suo piego del mio Ill.mo Prelato per gusto
di cui rispondo, benché con ogni brevità per cagione
del mio ritiro, poiché sopra questo interrotto lo bramo,
non dimeno perché è potentissimo il motivo dirò
con ogni mi senso "sicut Domino placuit ita factum est",(1)
bramando sentire dire il medesimo della afflitta signora per cui
altro rimedio non trovo per la sua inquieta coscienza, e moltissimi
travagli, che darsi nelle mani di Dio, posponendo ogni suo discorso
all'ordine e pareri dei suoi Padri spirituali, fuori dei quali
mai ritroverà riposo ne accettazione del divino volere,
qui nega le sue voglie, accorci i suoi discorsi, e accechi li
suoi pensieri, e dopo questo proverà che cosa è
Dio nella tranquillità del suo cuore.
Le sue croci poi quante furono predette e avverate tanto saranno
utili e profittevoli se per amor di Dio le soffre, abbia pazienza,
Iddio la vuole meno coniugata che Crocifissa, il buon ladrone
non perché la sua croce fu condegna nostro si salvò
a lato del Crocifisso, costumi essa, abbracci più che ogni
oggetto terreno, contraendo col matrimonio anche la dote del Calvario,
e stimi questa croce come caparra di sua salvezza, potendo essere
il contrario suo precipizio eterno.
Io per me la saluto e di tutto cuore a Dio la raccomando, come
farò per V. S. sentendolo così afflitto in questo
spietato mondo, ove più si piange che si gode, e beato
colui che il può lasciare, e però io altra volta
le disse, "sinamus hos abire",(2) [ac]cennandogli
il divorzio delle creature, ma giacché adesso V. S. si
specifica io le rispondo, che io andrei dall'oriente all'occaso
per fuggirne l'odore, questo bensì quando non è
in detrimento dell'anime, e propria obbligazione, nel qual caso,
"caritas non querit quae sua sunt".(3) V. S.
qui rifletta e confidi in Dio, a cui io a tutta forza loro raccomando,
acciò le dia forza per patire e fervore per amare, sperandone
l'effetto di Maria Signora nostra riverendolo prostrata ai suoi
SS.mi piedi, ove parimenti saluto la carissima sorella suor Concetta
Maria, a cui tengo fissa nel cuore memorandola ogni giorno nelle
mie indegne orazioni, così lei faccia per me mentre io
la riverisco e lascio in Gesù Cristo, per amor di cui prego
V. S. a darmi l'aiuto delle sue sante orazioni.
di V. S., Palma a di 8 giugno 1681
umilissima serva in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "come piacque al Signore, così
è stato fatto";
(2) "lasciamoli andare via";
(3) 1 Cor. 13, 5 "la carità, non cerca il suo interesse".
1681 06 10 AMBP ms. 22 / 81 copia
Al Padre Fra Genepro da Barga, Predicatore Cappuccino.
olto rev.do Padre
in Gesù Cristo.
Come da parte si lontana spira Padre mio la rabbia del mio fetore
di sorte, che lui vuole temperarla con la fragranza della sua
devozione, procurando convincere con essa la durezza del mio cuore.
Padre deh! tanto basta, non passi più invano, poiché
lui ha preso errore non essendo io quella tale che lui vi ama
e stima gran serva del Signore, anzi una anima miserabile carcerata
in una bestia che tale è la mia fierezza; cacci dunque
questa bruta da se, e non la chiami in aiuto per sua umiliazione,
ma invochi quel Dio, che con un guanciale di asino operò
prodezze, e meraviglia nelle mani di Sansone, potendo fare il
medesimo con questo osso di morto, da dove escono più ignoranze
che parole, interroga (dunque) "bruta et docebunt te".(1)
Domandi dunque questa fierissima bestia, che lei benché
ruggendo le dirà che cosa è Dio, essendo egli colui
che per sua paternità ha detto: "Ego sum rex pacificus,
et in columna sedeo",(2) volendo nel suo cuore sedia
di pace assiso sulla colonna del suo stabilimento in qualsivoglia
impiego che sarà per santa obbedienza.
Ma questa con altre tre qualità, primo stabilissima
e profonda nella propria cognizione, secondo inflessibile
e diritta verso il cielo senza crollare all'ingiù nel rispetto
umano, terzo forte per flagellarmi sopra, quelle passioni
che errando lo meritano, e ciò col flagello di un continuo
ritengo, acciò che disciolte non precipitano, e quanto
questo si è Iddio sedendo nell'anima sua dirà: in
columna sedeo per dopo stabilirsi egli nell'empireo.
Padre mio non le sia grave sentire per lui sì aspro flagello,
perché più aspro per lui l'ebbe il Signore, lo abbia
sempre in mente così ignudo e flagellato, a cui se la sua
colonna non servirà di soglio, le servirà di flagello.
Scelga dunque questo per se, per darlo di trono a Dio, e sono
li marmi o sostegno dei templi, oh! si simulacro di durezza, potendo
essere il suddetto o tanto malo, o tanto buono nel suo libero
arbitrio. Padre mio "quantus amor tantus dolor",(3)
al nostro glorioso S. Francesco bisognò essere Crocifisso
per potere essere serafino, V. P. già adesso si trova in
questa necessaria antecedenza, abbia coraggio in essa, finché
verrà l'eterna conseguenza.
Tra tanto nel suo ministero tiene buona occasione di violentare
le sue passioni, a coppia di quei forzati, inducendo tutte al
remo del voler divino, cui benché talora sia di legno di
cruciabile peso, non dimeno quando è ben remigato ci conduce
al Cielo, verso cui V. P. "duc in altum"(4) il
suo impiego, propensionandosi non meno alla bassezza dei forzati,
che alla grandezza di gran Duchi, riguardando tra tanti miseri
galeotti questa schiava nerissima, che a remi di tante croci naviga
all'oscuro.
Onde nel pelago di tal fondo lui per me chiami la stella, che
partorì la luce del mondo, e salutando nel suo seno quel
gran sole divino mi ottenga qualche suo raggio, pensando al suo
riflesso che io sono quella cieca naviggera che "in tenebris
ambulo, et lumen caeli non video".(5)
di V. P., Palma a di 10 giugno 1681
umilissima serva in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione
P. S. Lettera scritta dalla Ven. serva di Dio suor Maria Crocefissa al Padre Fra Genepro da Barga Cappuccino destinato al laborioso impiego delle Anime del Bagno e Galere del Gran Duca di Toscana in Livorno, il qual Padre me ne ha mandata la copia accompagnata con una sua lettera da Livorno sotto li 30 Novembre 1705 e la presente copia è stata collezionata con la stessa copia da esso mandatami in Roma, questo dì 10 Dicembre 1705.
Giuseppe Maria de' Tomasi
(1) "gli animali ed essi ti insegneranno";
(2) "io sono un re pacifico e siedo sulla colonna";
(3) "quanto amore, quanto dolore";
(4) Lc. 5, 4 "avanzi in alto";
(5) Tb. 5, 10 "sto nelle tenebre, e non vedo la luce".
1681 06 10 AMBP ms. 23 / 81 copia
A Mons. Francesco Maria Rini, Vescovo di Girgenti.
ll.mo
e rev.mo Signore, ricevo con il Corriere di Noto il gratissimo
comando di V. S. Ill.ma, per il quale detto Serio fu sollecitamente
spedito notificandogli con questa quanto la esecuzione e tanto
la mia prontezza di maggiormente servirla, perdurando tra tanto
supplichevole verso Dio acciò l'accompagni in questi faticati
passi della sua visita, dopo cui V. S. Ill.ma abbracci quella
croce che egli le da, mentre ella è l'unica che la fa suo
socio, e seguace oltre all'essere il vero ingresso del suo santo
ovile, fuori del quale cui entra, "fur est, et latro".
Io so che Iddio gliel'aperto bene, e però ci vada, di buon
passo, che il mio cuore spiritualmente lo segue accompagnandolo
con le mie benché pigre orazioni, come parimenti fa tutto
il Monastero, cui assieme con mia madre, e sorelle le facciamo
profonda riverenza, e cordialmente ai signori suoi nipoti, domandando
per fine a V. S. Ill.ma la santa benedizione. di V. S. Ill.ma
e rev.ma, Palma a di 10 giugno 1681
umilissima suddita
Maria Crocefissa della Concezione
A suor Maria Gesualda della Croce.
arissima in Cristo
sorella.
Dopo tanti giorni, e mesi, come vi trovo così amara, carissima
sorella, a segno, che mi avete amareggiato il cuore con il vostro
acerbo fiele?
Voi avete perduto una cugina, la guida di un Padre spirituale,
e la vostra quiete per l'officio di tanta distrazione, tutto ciò
vi affligge; ed io parimenti appena lo potrei soffrire. Ma sentite
due parole, ove sta riposto l'unguento delle vostre piaghe, sola,
solus, sola al solo Dio, fate conto, che egli dica all'anima vostra,
come disse Elcana alla sua sposa: "Numquid non ego melior
tibi sum, quàm decem filii?",(1) così egli
all'anima, che si duole per la perdita delle sue creature, mostrandosi
egli più giovevole di cento mila mondi, e altrettante creature,
quali sono tutte sue opere, e produzioni.
Carissima sorella, che cosa vogliamo fare dei raggi solari, quando
abbiamo il Sole? Tutte le creature "comparantur ad Deum,
sicut radia ad Solem".(2) Questi sono gli effetti: quello
la cagione. Lasciamo dunque li rivoli, beviamo alla sorgente,
attuffandoci nella scaturigine del suo ferito cuore, ove si gusta
altro, che sangue di congiunte; altro, che guide, e riposo di
cuore, qui entrate sola, solus.
Carissima sorella, egli è il Favo, voi l'apuccia; correte
nell'alveario della sua croce, ove la Santissima umanità
crucifixa est; cera virginea, e liquescente della Carità
Divina: cellulis distincta nei buchi profondi delle sue
santissime ferite, et Melle repleta, spargendolo a tutti
coloro, che l'amano, e in esse si racchiudono, mostrandosi tale
per essere come lui l'anima sposa, cioè, cera virginea
nella purità atta a far lume al suo Divino onore, e liquefarsi
al caldo del suo amore: Cellulis distincta nella solitudine
delle Creature, e amicizie particolari; Melle repleta di
quella dolcezza, che è nella perfezione, ove ogni virtù
ha una stilla di miele per il gusto del Signore, nelle di cui
ferite corre come in celletta di miele l'apicella di amore, fabbricando
con stenti, e succhiando con dolcezza l'esercizio della perfezione,
traendo dai fiori, cioè dalle creature leggermente il miele,
di cui sceglie soltanto, quanto a lei giova per la sua perfezione;
il che raccolto, volubile se ne vola al suo celeste Favo.
Cara mia, io vi invito a quel Favo, che pende da un legno, entrate
nelle sue Piaghe, e gusterete quel miele, che racchiudono quelle
soavissime celle, Suge (io vi dirò con quel infiammato
cuore) "Suge o apicula, suge, et bibe dulcorem suum de
mellifluis vulneribus Salvatoris".(3)
Io qui vi rinserro fuori di ogni commercio umano, ed essendo io
quella aponaccio, che consumo il miele, e non l'adopero; che mordo,
e non giovo, vi prego a raccomandarmi a Dio, acciò si converta
in miele tanto mio veleno.
Fate così per me, come io farò per voi: poiché
essendo io Sagrestana, mi bisogna gran cera di purità per
impiegarla al Culto Divino, e pulitezza del sacro Altare; ed essendo
io portinaia, vi è bisogno di molto miele per riempire
di dolce amor di Dio li buchi delle vostre Grate, acciò
non aponi ciarlieri, ma apicelle divine divengano le spose del
Signore, che per ogni Grata si mostra loro Crocifisso, rappresentando
per ogni buco una sua ferita. E pensate, che ogni imperfetta parola,
che per colà passa, come freccia la penetra, e la rinnova,
che se sarà profittevole la conforta, e la risana. Oh!
beata è quella suora, che col suo buono odore l'unge con
Maddalena! essendo con Longino colei, che col suo mal discorso
la frega, e la ripiaga.
Io sarei una di queste, se tenessi occasione di andare a Grata.
Ma Iddio vi ha provveduto; onde per sua bontà non so che
sia Parlatorio. Io lo ringrazio incessantemente per questo giubilo,
che mi ha dato, di non saper, che sia mondo; voi lo ringrazierete
per me, mentre io l'ho fatto per voi, come mi avete comandato,
salutandolo sette volte con l'accluso saluto, che essendo gratissimo
al Santissimo Sacramento, per ogni volta che si dirà, si
porge un pascolo di carità al sacrato Agnello.
E per fine, carissima sorella, mi comprometto vostra coadiutrice
nel suffragare l'anime sante del Purgatorio, quali sono dell'anima
mia lo spirituale ripostiglio di ogni mia azione, offrendo per
loro etiam ogni mio minimo respiro.
Sicché io assai volentieri mi coopererò nel giorno
assegnato alla raccolta di ogni loro aiuto, e secondo quello potrò,
per vostra consolazione, lo noterò in un polizino, es-sendo
il nostro giorno assegnato il primo Venerdì tra li dieci
giorni dell'aspettazione dello Spirito Santo, stabilendolo così
immobile per essere più fervoroso nel santo ritiro. Voi
in esso ricordatevi di compensarmi la carità, mentre vi
saluto, e ai piedi della gloriosa Regina nel mio cuore vi abbraccio,
riverendo umilmente il vostro Padre spirituale, che mi farà
degna delle sue sante orazioni, e secondo il solito fatemi grazia
domandar per me a mia zia la santa benedizione.
di V. R., Palma a di 12 giugno 1681
sua serva indegna sorella
Maria Crocefissa della Concezione
- Non esiste di questa lettera copia manoscritta,
è stata tratta dal libro: P. Attardo - op. cit., pag. 208
- 211.
(1) "forse che io non sono migliore di te, quando dieci
figli";
(2) "tutte le creature saranno confrontate a Dio, come
i raggi del sole";
(3) "succhia o piccola ape, succhia e bevi la sua dolcezza
dalle melliflue piaghe del Salvatore";

1681 06 22 AMBP ms. 26 / 81 copia
Alla Signora D. Caterina Scammacca.
arissima mia Signora,
la servitù che professo alla signora suor Francesca Serafina
Buglio e alla signora Baronessa della Bifora, loro degnissima
cognata, assieme con quella che adesso procuro con la persona
di V. S. fanno sì che io al cenno del mio Padre spirituale
(cui m'impone far questa) risponda ai suoi favori, e compatisca
alle sue angustie per la mancanza di prole, che per essere lecita
bramo io assieme con le mie sorelle e madre Superiora staremo
appresso Dio con un possibile preghiera, procurandogli da quella
fonte di pietà questa stilla di sua consolazione, benché
l'essere pura senza mischianza di insapore così mai la
gustò terrena creatura, poiché solo nel Cielo è
la purissima dolcezza, colà V. S. principalmente aspiri
per essere in Cielo e in terra ripiena di consolazione, chiedendo
la già pretesa a quella gloriosa Regina che ne soprabbonda
tutte l'angustiate peccatori, sicché io per esse di tutte
codeste la peggiore ai suoi piedi mi prostro per invocare a V.
S. la sua potentissima intercessione, e qui non passando più
oltre, di tutto cuore le bacio le mani ascrivendomi sua serva
nel Signore.
di V. S., Palma a di 22 giugno 1681
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
1681 06 28 LXXVI 53 / 81 copia
A suor Rosalia Drago, sua zia, Palermo.
arissima signora
zia.
Io non so come V. S. mi potrà dire, che non mi dia fastidio
per li suoi travagli, quando il caso è si orribile, che
ognuno ne inarca le ciglia, ma io di più le braccia alzando
per stupore, e le mani per la deplorabile cecità del loro
cuore.
Anime cotanto accecate nella loro protervia, chi le può
compatire? Guardisi del sudor Divino, che quanto più tarda,
più severamente uccide. Chi può mai credere, che
da un zelo Santo (come esse loro lo credono) nascano tante iniquità,
tante miserie? che se tale fosse stato, non avrebbe recato tali
frutti, ma santi e Divini: così esse lo stimano, ma io
lo chiamo chimera, e punto di quel demonio, che per tal filo vuol
tirare all'inferno tutto il suo Monastero.
Che meraviglia dunque ella si fa di quel mago, e di quell'incantesimo,
che avvisa nel suo bigliettino, quando ognuna di esse tiene questo
ordegno in dosso, quale il demonio per suggestione le tesse, procurando
senz'altro incanto, che dal capo duro condurle seco al precipizio;
avverta V. S. che il perdersi l'anima è un male eterno,
e da un leggero litigio di questo, o quello officio, ne seguirà
una voce si orrenda, che per una eternità in vece di lode,
manderà formidabile bestemmia.
Oh!, Dio ci liberi di questa voce orribile, di questo disperato
grido, quale io vedo da costoro anticipato nel suo dissonante
salmeggiare. Signore mie, è coro, o inferno il luogo del
suo officio? come l'orecchie di Dio possono soffrire, che in un
coro si canti quello di San Domenico, e nell'altro il Romano?
Oh! dissonanza incredibile, atta a far ballare tutta la ciurma
infernale, ai quali trillanti puntigli, e dissonanti toni, alzano
le risa, e balli gl'infernali ballatori.
Ohimè, carissime Madri, che fate, mie sorelle? "Sic
stulti estis, ut dum spiritu coeperitis, carne consumamini?"(1)
Fu questa disgrazia una gran pazzia, che sotto pretesto di spirito
(all'una partita di miglior canto, e l'altra di zelo) vi si avvolse
nel senso così tenace, e dura; deh! vedasi ormai il fine
di si deplorabile sciagura.
Iddio non vuol più udire si miserabile canzone. "Ipsa
est pax nostra, qui facit utrasque unum",(2) egli sarà
la nostra Pace, se saremo a suo costume, lodandolo utraque unum
in una santissima unione. Vedano Madri mie, che Dio l'aspetta,
ma a me pare in partenza, e al moto dei suoi sacri passi, così
partendo dice: "Vae, vae cum recessero ab eis!".(3)
Ohimè dunque, che oscuro sarà per venire alla partenza
di tanto suo splendore! Madre mia, che mal si presagisce! che
gran disavventura si avvicina! che gran rovina si prepara, se
Iddio si parte, e la comunità non si raduna: ed io, quanto
meno la vedo, tanto più orribile la spero, poiché
se non sarà visibile, e temporale, sarà interminabile,
ed eterna. Chi tiene orecchie intenda, e chi ha occhi pianga,
e sia ai piedi di un Crocifisso, che soffre tante nuove Piaghe,
quanti sono li nostri gravi errori. Gesù mio tu le piangi,
Maria le soffre, ed io non muoio di dolore? V. S. l'accompagni
mentre io ai suoi piedi le domando la santa benedizione.
di V. S., Palma a di 28 giugno 1681
umilissima serva e nipote
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "siete così stolti che appena
avete iniziato con lo spirito, vi fate consumare dalla carne";
(2) "questa è la nostra pace, che fa dell'uno e
dell'altro una cosa";
(3) "guai, guai quando io sarò retrocessa da loro";
(4) Non esiste di questa lettera copia ms., è stata tratta
dal libro: P. Attardo - o. c..
1681 07 11 AMBP ms. 27 / 81 copia
Al Padre Don Mariano Venuto, Rettore, Naro.
adre mio nel Signore.
"Unde exeunt flumina revertuntur",(1) così
V. R. mi ruba le parole, che io dovrei dire con cento e mila ragioni,
esperimentando la persona di V. R. un vivo fonte di carità,
che per infinti acquedotti mi versa mille grazie e più
favori.
Benvenuto dunque, così rapido sopra me per annegarmi con
tante sue influenze quanti sono state li miei da lui ricevuti
benefici, nel di cui mare benigno io ricevo dalle sue mani più
duplicate madreperle, dicendo della prima ove sta scolpito l'intaglio
dell'anima mia, la SS.ma Madre del Rosario, che io non poté
mai ricevere, ne cosa più pregiata, ne cosa che nel mondo
più grata mi sia. Padre mio io sono un vaso arido, piccolino
e miserabile, ne posso ricevere tanta corrente che mena verso
me la gentilezza sua, e di queste signore, alle quali assicuri
che la più ingrata, è la mia più bramosa
di servirle almeno di qualche piccola maniera.
Onde per farlo in qualche parte, mi tufferò in quel divino
mare, "idest de vulneribus Salvatoris",(2) da
dove emanano questi rivoli, e riviere, nei quali tranquillissimi
pelaghi ritrovo le replicate madreperle non materiali ma vive,
l'anime di queste due signore, ed oh! quanto dibattute dai furibondi
sbalzi di quelle implacabili onde. Ma forte oh madreperle, qui
si fanno le perle fine, su aprite le bocche per ricevere le margarite
di quel cadente rovo, della vostra ispirazione, e dopo chiudetela
al tutto, cioè ai contraddittori, che così aperte
nell'alto, e chiuse nel mondo si produrranno quelle celesti margarite,
per una dei quali il mercante del Cielo "dedit omnia sua
et comparavit eam",(3) questi sono le ricchi erari, queste
le lapidi preziose delle pareti dell'empireo, "tunsionibus
pressuris expolitis lapides",(4) se non fossero pietre
di quelle fabbriche empirei Iddio non li pulirebbe con tante scarpellate.
Stiano dunque salde ai colpi, poiché se vogliono sulla
loro madreperla intagliata la divina effigie, bisogna sussistere
a molti tagli che avranno, per manus artificis, sicché
non stimano i nemici li suoi contraddittori, ma sostituti divini,
essendo tale per artificiare le prove. Padre mio, a questo intaglio
bisogna sottoporsi il rozzo macigno per ridursi pietra del Cielo,
chi è madreperla soffra l'onde, e chi è macigno
la scultura, ma chi è l'uno e l'altro maggior pena, ma
questa è gloria per coloro che bramano "tanquam
vivi lapides super edificari in Cristo",(5) cui anche
per noi si fece scolpire, "petra autem erat Chistus
dandosi tanti intagli, quante ferite, si aprì con croce,
chiodi, spine, lancia e martelli.
Ah! mio Maestro divino, specchio e modello, io sarei più
che pazza se a tal riflesso non scarpellassi sino al fondo il
mio insculto macigno; battilo mio Dio, frange e consumalo, poiché
fuor del Crocifisso altra impronta non desidero, "sancta
Mater istud agas crucifixi fige plagas cordi meo valide".(6)
Ecco oh! miei signori il nostro impiego, ella imprime noi profondiamo,
che al far del molto alla fine ci ritroveremo nel petto non cuore,
ma crocifisso, "vivo ego iam non ego vivit vero in me
Cristo",(7) questa è la corona di questo impiego,
così all'uscire dell'arte (diremo in Paradiso) V. R. colà
mi indirizzi con suoi santi ricordi e sacrifici, mentre io prostrata
ai suoi piedi rinnovo li miei obblighi, che sono infiniti appresso
V. R. e codeste signore, nostro Signore sia che li remuneri mentre
io invalida di retribuire tacendo le riverisco, domandando a V.
R. la santa benedizione di cui cordialmente sono,
Palma a di 11 luglio 1681
indegna figlia e serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "i fiumi ritorneranno da dove nascono";
(2) "cioè dalle piaghe del Salvatore";
(3) Mt. 13, 46 " vendette tutte le sue cose, e la comprò";
(4) "ripulite le lapidi con profonde tosature";
(5) "bramano di essere edificate come vive lapidi sopra
Cristo";
(6) Stabat Mater " Santa Madre [io ti prego] fai
questo: imprimi le piaghe del Crocifisso fortemente nel mio cuore";
(7) lett. ai Gal. 2, 20 "Non sono più io che vivo,
ma Cristo vive in me".

1681 07 31 AMBP ms. 29 / 81 copia
A suor Rosalia Felice Gravina.
arissima mia sorella
e mia Signora.
Da che io intesi per mezzo della mia signora D. Perna l'odore
spirituale di questa Rosa Felice, che rimasi così consolata
della sua fragranza che desiano appressarmi a lei per dedicarmi
sua serva e sorella nel Signore, ma già che lei mi dà
di ciò ottima occasione io ricevo li suoi comandi, e con
ogni prontezza benché indegnissima le riporterò
a Dio Signore nostro, come sino adesso ho fatto, dovendogli dire
sin ora circa il suo pensiero, che mentre non è ammesso
dal suo Padre spirituale, anzi da lui contraddetto, mai sarà
volere del Signore poiché lui stesso disse "qui
vos audit, me audit",(1) dicendo ciò per le persone
a noi Superiori, oltre che il suo è di tanta autorità
e spirito, che deve quietarsi ad ogni suo cenno.
Sicché mia sorella deve con ogni ragione sospendere almeno
questa sua risoluzione, sin che meglio si manifesti il divino
volere, e in ordine alla fretta [che] le fa la signora sua sorella,
per vedersi monaca quanto prima, io stimo ciò essere sollecitudine
di figliola, mancandogli per acquietarla una buona minacciata
della nostra D. Perna, poiché da che lei si allontanò
lei fa questa affrettata.
V. S. se la può compiacere lo faccia, altrimenti se non,
la vada trattenendo, poiché io stimo non esservi mossione
dello Spirito Santo, cioè nell'affrettarla, me la riverisca
e stringa al petto, e le dica che io l'amo, questo la signora
D. Perna, e qui per fine riverisco il nostro Padre Rossi, a cui
se io non risposi fu per causa di che ciò non mi fece palese,
poiché il mio ritiro è tale sopra questa materia
di lettere che nel capitarne mie nel Monastero vi è che
senza dirmi altro li spedisce.
Onde nel concorso di questo costume poté essere anche questa,
esclusione, non dimeno io quella fui nella loquela ancora lo sono
nel silenzio essendo e muta e loquace sua serva e figlia, V. S.
mi fa gran asserirle ciò da mia parte, acciò si
assicura di me e mi benedica, mentre non essendo per altro ai
piedi di Maria nostra Signora me la raffermo sua serva e sorella
in Cristo, e come tale la riverisco umilmente, e con mia madre
e sorelle l'abbracciamo nel Signore.
di V. S., Palma a di 31 luglio 1681
umilissima serva e sorella in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione
(1) Lc. 10, 16 "chi ascolta voi, ascolta
me".
1681 09 03 AMBP ms. 31 / 81 autog.
Al Padre [D. Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma.
essina (Padre) "incidit
et (se Dio non si placa) incidebit in foveam quam fecit";(1)
se dunque il nostro reverendo Padre Giovino non sente forza di
sorprenderla di si profonda misura, "ambo in foveam cadunt?".(2)
Onde mentre è tempo consideri le sue braccia, se potranno
colà tirare tanto possono, altrimenti stringa solo il Crocifisso,
ove sta sicuro, ai piedi di cui io umilmente lo saluto, e alle
sue orazioni mi raccomando, ciò segreto a V. R. confido,
e al suo spirituale amico, mi benedica.
Palma a di 3 settembre 1681
sua figlia in Cristo
Maria Crocefissa [della Concezione]
(1) "cade e ricadrà nelle fossa
che lo stesso fece";
(2) Lc. 6, 39 "non cadranno tutti e due in una fossa?".
1681 09 03 AMBP ms. 32 / 81
copia
Al Padre Fra Giuseppe del Ugo, ministro custode dei Minimi osservanti.
olto rev.do in Cristo
Padre, la prima lettera di V. P. mi arrivò in tempo di
molto mio ritiro, procurato e atteso dai miei Superiori, per ovviar
qualche inquiete, che recava il tanto concorso di lettere a me,
e tutto il Monastero.
Onde stante tal pretesto, V. P. scusi il mio silenzio, al quale
adesso dispenso per la necessità della sua occorrenza,
e autorità di chi mi comanda, dicendogli brevemente, che
io sarò tutta per lui in questa sua petizione, bramandogliela
dal Cielo come lui brama, benché talora l'infermo, brama
quell'acqua, che nel quietarle la sete, maggiormente l'ammala.
Onde il medico risolutamente gliela nega, come fa Dio all'anime
inferme dicendogli per loro bene "nescitis quid petatis",(1)
presta dunque egli fede a questa divina ordinazione, giacché
più l'affligge la negativa di tal grazia, che la medesima
pressura, che se lui si prolungasse quieto in queste spine secondo
[quel che] ordina il divino volere, forse in si lungo violentare
si avrebbero o rotto, o conculcato queste punture, "in
pace amaritudo mea amarissima".(2)
Così ci bisogna dire in ogni tribolazione, così
egli farà mentre io non mancherò benché indegna
di pregare al Signore, V. P. ne invochi protettrice la Regina
del Cielo, mentre io ai suoi piedi la riverisco nel Signore.
di V. P., Palma a di 3 settembre 1681
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "non sapete ciò che chiedete";
(2) "in pace la mia amarezza amarissima".

1681 09 03 AMBP ms. 33 / 81 autog.
Al Padre Fra Geronimo da Castelvetrano, prefetto dei Minimi di Berberia.
olto rev.do in Cristo
Padre, ricevo assieme con la sua lettera, data l'ultima alli 11
di Luglio 1681, tanta ridicola ammirazione, che non so come le
mie beffe siano arrivate sino a Tripoli di Berberia, da dove una
vile femmina si chiama per confutare l'ebraica perfidia, sopra
cui qual vile somara verso costà si incammina quel grande
Iddio, che nel sentiero eterno "exultavit (verso questa
anima) sicut gigas ad currendam viam",[esultava (verso
questa anima) come il gigante verso la via da percorrere] accorrendogli
nel suo umano Verbo, "non Deus ultionum",["non
Dio di vendetta"] come si da dall'ebraismo: ma "rex
pacificus" ["Re pacifico].
Onde "dicite filiae Sion (oh! cuori ebraici) ecce
rex tuus venit tibi [mansuetus], sedens super asinam",[
Mt. 21, 5 "dite alla figlia di Sion (oh! cuori ebraici):
ecco il tuo re viene a te mansueto, seduto su un'asina"],
qual è l'anima mia addossata di quella croce, che quasi
divina se la porta il Crocifisso; curva dunque, oh! vile giumento
la cresta del tuo volere, e mostra non dottrina di profetiche
scritture; ma questo immediato teste, che di se stesso dice: "ego
sum, qui testimonium perhibeo de me ipso",[ Gv. 8, 18
"Sono io che rendo testimonianza di me stesso"] riportando
con esso la testificazione del Padre già confessato dall'ebraismo,
che dice di se stesso: "hic est filius meus dilectus,
in quo mihi bene complacuit ipsum audite",[ Mt. 3, 17
"questi è il mio figlio prediletto, nel quale mi sono
compiaciuto, ascoltatelo"] che essendo quel Dio, che "semel
locutus est",[ Sal. 62, 12 "una parola ha detto
Dio"] epiloga nel suo umanato Verbo.
Dunque oh! miscredenti, nella locuzione del figlio l'adduzione
del Padre, che in quello della sua essenza dice: "Ego
et Pater unum sumus",[ Gv. 10, 30 "Io e il Padre
siamo uno"] e della sua ugualità, "mea omnia
tua sunt, et tua mea sunt"[Lc. 15, 31 "tutto il
mio è tuo, e il tuo è mio"] e della sua residenza,
"Ego in Patre, et Pater in me est",[Gv. 14,11
"che io sono nel Padre, e il Padre in me"] e della sua
comunicazione "Ego sum in Patre meo, et vos in me, et
ego in vobis"[ Gv. 14, 20 "Io sono nel Padre mio,
e voi in me, e io in voi"] et altrove "(insufflavit)
accipite Spiritum Sanctum, qui a Patre procedit",
["ricevete lo Spirito Santo che procede dal Padre"]
e della sua divinità, "Spiritus est Deus, et eos
qui adorant eum in spiritu, et veritate oportet adorare",
[Gv. 4, 24 "Iddio è spirito, e quelli che l'adorano,
debbono adorarlo in spirito e verità"] chi nega ciò,
nega il Padre, che dice "ipsum audite", [ Mt.
3, 17 "ascoltatelo"] udite dunque che il Verbo della
sua umanità dice: "Pater maior me est et sicut
mandatum dedit mihi sic facio" ["il Padre è
più grande di me, e faccio così come mi ha dato
mandato"] e delle sua venuta, "exivi a Patre, et
veni in mundum: iterum relinquo mundu, et vado ad Patrem"
["sono uscito dal Padre, e sono venuto al mondo: adesso di
nuovo lascio il mondo e torno al Padre"].
E della causa "sic enim Deus dilexit mundum, ut Filium
suum unigenitum daret, in redemptione pro multis", [Gv.
3, 16 "infatti Dio ha così amato il mondo, che ha
dato il suo Figlio unigenito, per la salvezza di molti"]
e del Messia: "Ego sum, qui loquor tecum", ["sono
io che parlo con te"] e della sua passione: "ecce
ascendimus Jerosolimam, et consumabuntur omnia quae scripta sunt
per prophetas de Filio hominis: tradent eum gentibus, et illudent
ei, et conspuent eum, et flagellabunt eum et interficient eum:"
[Lc. 18,31; Mc. 10,33 "ecco che noi saliamo a Gerusalemme,
e si adempirà tutto quello che è stato scritto dai
Profeti circa il Figlio dell'uomo: lo consegneranno ai Gentili,
e questi lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno
e lo uccideranno"] e della Resurrezione: "post quam
flagellaverint, occident eum, et tertia die resurget"
[ Mr. 9, 30 "dopo che sarà flagellato, lo uccideranno;
e ucciso risorgerà il terzo giorno"] e della perfezione
di ciò: "opus consummavi, quod dedisti mihi, ut
faciam", [Gv. 17, 4 "ho compiuto l'opera che mi
hai dato da fare"] e della Eucaristia: "Ego sum Panis
vivus, qui de coelo descendi, caro enim mea vere et cibus, et
sanguis meus vere est potus" [ Gv. 6, 51-56 "Io
sono il pane vivo disceso dal Cielo, perché la mia carne
è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda"]
e della sua ascensione, "Ego ad te venio", ["Io
vengo a Te"] e della venuta dello Spirito Santo, "Paraclitus
autem Spiritus Sanctus, quem mittet Pater in nomine meo, ille
vos docebit omnia", [Gv. 14, 26 "Il Paraclito poi,
lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel nome mio, Egli
vi insegnerà ogni cosa"] del giudizio finale, "tunc,
videbunt Filium hominis venientem in nubibus cum virtute multa
et maiestate", [Mt. 24, 30 "allora, vedranno il
Figlio dell'uomo scendere sulle nubi del cielo con potestà
e maestà grande"] chi nega ciò nega il Padre,
chi dice: ipsum audite, udite dunque ciò, che delle
virtù cristiane segue, e del battesimo dice: "qui
crediderit, et baptizatus fuerit, salvus erit" ["chi
crederà, e sarà battezzato, sarà salvo"]
e della carità, "diliges proximum tuum tamquam
teipsum" [Mc. 12, 31 "Amerai il prossimo tuo come
te stesso"] della giustizia, "quaerite primum regnum
Dei, et iustitiam eius",["cercate prima il regno
di Dio, e la sua giustizia"] e della rinuncia, "qui
non renuntiat omnibus, que possidet, non potest meus esse discipulus",
["chi non rinuncia a tutto quello che possiede, non può
essere mio discepolo"] della pazienza "in patientia
vestra possidebitis animas vestras", ["nella vostra
pazienza salverete le vostre anime"] dell'umiltà,
"discite a me, quia mitis sum, et humilis corde",
[Mt. 11, 29 "Imparate da me che sono mite ed umile di cuore"]
della pace, beati pacifici, [Mt. 5, 9 "Beati i pacifici"]
della elemosina "vendite quae possidetis, et date eleemosynam",
[ Lc. 12, 33 "Vendete quello che possedete e fatene elemosina"]
della obbedienza, "qui vos audit, me audit",
[Lc. 10, 16 "Chi ascolta voi, ascolta me"] della contraddizione,
"beati, qui persecutionem patiuntur propter iustitiam,
quoniam ipsorum est regnum coelorum"[Mt. 5, 10 "Beati
quelli che soffrono persecuzione per amore della giustizia, perché
di questi è il regno dei cieli"] e della croce, "qui
non baiulat crucem suam, et venit post me, non potest meus esse
discipulus",[Mt. 16, 24 "Chi non porta addosso la
sua croce, e viene dietro a me, non può essere mio discepolo"]
e della perseveranza, "qui perseveravevit usque in finem,
salvus erit",[Mt. 24, 13 "Ma chi persevererà
sino alla fine, questi sarà salvo"] e del rimanente,
"estote ergo vos perfecti, sicut et Pater vester coelestis
perfectus est", [Mt. 5, 48 "Siate dunque voi perfetti
come è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli"]
e dell'unità di tale dottrina, "nec vocemini magistri,
quia magister vester miso coepit facere, et docere",[Mt.
23, 10 "non vi farete chiamare maestri, poiché uno
solo è il vostro maestro è il Cristo, comincia a
fare e insegna"] dicendo nel fine, "exemplum enim
dedi vobis, utquemadmodum ego feci vobis, ita et vos faciatis",
[ Gv. 13, 15 "Infatti vi do l'esempio, affinché, come
ho fatto io, facciate anche voi"] e del cammino dice "Ego
sum via, et veritas, et vita, nemo venit ad Patrem, nisi per me",
[Gv. 14,6 "Io sono la via, la verità e la vita; nessuno
va al Padre, se non per me"] verità, "si veritate
dico vobis, quare non creditis mihi ["se io vi dico la
verità, perché non mi credete?"] e vita,
hec est vita aeterna ut cognoscant te solum Deum verum, et quem
misisti Jesum Christum", ["questa è la vita
eterna che conoscano te Dio unico e vero e chi hai mandato Gesù
Cristo"] chi nega ciò nega il Padre, mentre egli dice:
ipsum audite, [Mt. 17, 5 "ascoltatelo"] dunque,
ipsum audite e non questa vile bestiola che non sa ciò,
ma stolitezza et ignoranze. Sicché porta nell'omero
questo verace testimonio in cui adducono Pater, Verbum, et
Spirutus Sanctus: testificando nella cattedra del suo umanato
figlio, et hunc crucifixum [1Cor. 1, 23 "e questi
crocifisso"] di bocca di chi si sente questa immediata dottrina,
che è la somma contraddizione giudaica. Dunque, oh! duro
cuore "averte oculos tuos, et vide quam distas a coelo,
benché: prope est salus, occurre (deh! oh cuore tardo)
occurre Deo tuo", ["rivolgi gli occhi tuoi e
quanto tu sei distante dal cielo, perché la salvezza è
vicina, (deh oh cuore tardo) alzati e corri verso il tuo Dio"]
mentre egli sulla croce con cuore, e braccia esparse brama rincontrarti.
Guarda che se signa petis, ["richiedi i segni"] questo
Crocifisso ignudo, che ai gemiti dei suoi spasimi, sicut parturiens
loquar, ["come se io gridassi, come una partoriente"]
ci chiama alla sua luce, generandoti col suo sangue alla eterna
salute, "Ego hodie genui te",[ ] così
proclama e grida con la bocca di ogni sua piaga, soffrendo tanti
squarci, quanto tu tardi ad uscire, ohimè: nullus dolor
amarior, uia nulla proles carior, ["nessun dolore è
più amaro, perché nessuna prole è più
cara"] oh! fiero genito, spietato martirio!
Deh! viene alla luce, "qui in umbra mortis sedet",["che
siede nell'ombra della morte"] appressati al divino Sole
"Ego sum lux mundi", [Gv. 8, 12 "io sono
la luce del mondo"] vede che nel tanto aspettare, invece
del Messia, ti arriverà l'occaso di quel buio eterno, ove
associato con quelle che accecati vi andarono colà, proclamerete
con infernali strilla "expectavimus pacem, et non est
bonum: tempus curationis, et ecce turbatio, ohimè! et ecce
turbatio aeterna [ Ger. 14, 19 aspettavamo la pace, ma non
c'è alcun bene, il tempo della guarigione, ed ecco lo spavento,
ohimè! Ed ecco lo spavento eterno"], infinita e senza
tregua, non anime care, "Dum lucem habetis credite in
lucem ut filii lucis sitis" ["mentre camminate nella
luce, credete alla luce, affinché siate figli della luce"].
Deh! andate all'inferno infedelissimi bui, che già si appropinqua
il Sole, benché quel di giustizia, "posuit tenebras
in patibulum suum", ["pose le tenebre intorno al
suo patibolo"] e questa è la fede, dietro cui si adorano
quelle infallibili verità, ciecamente confessate dalle
anime fedeli, una delle quali io indegnamente mi mostro; ma tenacissima
mi giuro, e se non mi impedisse la religiosa modestia, avrei qui
scrivendo cambiato l'inchiostro in sangue, inviandolo a Barbaria
sul carteggio, che non posso versarlo nelle sue piazze, imprimendovi
qui tante parole, quanto bramo effonderlo nei martirii, "o
utinam! o utinam, mi dolcissime, pro te patiar, pro te moriar"
["magari, magari, o mio dolcissimo, io possa patire per te
e possa morire per te"].
Ma ciò io non merito, onde cambio di sangue in lacrime
il mio martirio, versandone un mare ai suoi piedi, oh! mendace
spettatore, gridando con miei gemiti, così al Cielo le
suppliche, "pretium sanguinis fili tui Jesu Christi ne
perdas Domine, tuum proprium est miserere, opus tuum facito, miserere,
miserere", ["o Signore non perdere il prezzo del
sangue del Figlio tuo Gesù Cristo, (perché) a te
si addice il perdonare, e sia fatta la tua opera, pietà,
pietà"] con le quali esortanze, siccome Gesù
Cristo a Giuda, così io a suo esempio mi allaccio ai suoi
piedi, circum legandoli con tanto affetto, quanto tiene catene
nel divino amore, compromettendomi tua sorella coadiutrice, e
schiava bollata con l'impronta di carità, che imprime il
sangue di colui, che "natus est ex Mariam Virgine"
[nato da Maria Vergine"].
Questa è l'anima scultrice, questa la fabbra divina di
sì nobile ministero. Io a lei consegno quasi molle cera
l'anima del mio fratello, acciò l'imprima il signaculo
del Cielo. E sapendo chi ella sia io muta rimango, e qui chinando
il mio capo, come da principio vile somara mi confesso, riponendo
curva ai piedi suoi questo caricaggio divino, questa salma del
Cielo.
Riceva dunque oh! mio carissimo, queste parole dell'asino, non
di Balaam, ma di quel di ragione, che se vivo tanto feci, forse
dal suo morto guanciale (come sarà il mio silenzio) scaturirò
a te l'acque battesimali, come fece quell'altro sitibondo Sansone,
ma queste più salubri, poiché "qui autem
biberit, ex aquam ego dabo ei, non sitiet in aeternum"[Gv.
4, 13 "Ma chi beve di quell'acqua che io gli darò,
non avrà più sete in eterno"], nelle quali
perennissime sorti io immergo questa anima, e con essa quella
di V. P. acciò ambedue eternamente bevano quella "de
fontibus Salvatoris"[Is. 12, 3 "delle sorgenti del
Salvatore"], ai di cui piedi mi prostro domandandogli l'aiuto
delle sue sante orazioni. di V. P., Palma a di 3 settembre 1681
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
1681 09 23 AMBP ms. 36 / 81 copia
Al Fratello Gugliemo Ribera, novizio gesuita.
upponendo io che
le sue umiliazioni siano non veraci, ma tutte effetti di propria
cognizione, non posso in veruno modo contristarmi come farei se
veraci le stimassi, anzi di ciò mi rallegro stimando che
sulla santa umiltà egli fonda buona base, per il quale
edificio egli tiene buon Maestro, "discite a me, quia
mitis sum et humilis corde",(1) e questo è Gesù
Cristo, e se lo vuole più domestico guarda il suo supposto,
"qui vos audit, me audit",(2) e questo sarà
il suo Maestro, da cui insegnerà la medesima dottrina che
l'insegnerebbe Gesù Cristo, e dato che egli si trova tra
tanti umani e divini insegnamenti non le fa mistero delle mie
invili ignoranze.
Onde solo per compiacerlo le cenno la migliore circostanza di
questo santo edificio, giacché lui sta sul fondamento,
ed è che nella erezione fabbrichi le mura di fuori e dentro,
che se solamente abbellì nell'esteriorità di stucco
et ori, lasciando vuoto l'interiore quanto prima si sfabricheranno
li fregi e le mura.
Cacci dunque nel suo interno buona calce di mortificazione, e
buona pietra di conveniente asprezza, ammataffando e l'una e l'altra
con la mazza di una santa sodezza, acciò la fabbrica sia
eterna. Dopo di che potrà a sua voglia fregiarla di ogni
ricchezza, incastrandoli sopra il fregio inestimabile della carità
divina, acciò "luceat coram hominibus"
verso la quale deve essere tutto luce di buono esempio, carità
e dottrina, e verso se stesso tutto calce e ruvidezza, edificandosi
l'interno di umiltà, mortificazione e santa fortezza, altrimenti
se apparirà bontà sarà momentanea, e come
quello sparviero che tira senza palla, che col solo botto esteriore
invece di colpir straqua la preda, così farà senza
l'opera una esteriore loquela, cui sempre sonet inane.
V. S. non sarà di questi, ma di quelli che prima di tirare
al peccatore, oneri se stesso interiorandosi la pesante palla
della perfezione, con che trafocandolo Dio col suo amore santo
ucciderà il vizio, l'inferno e il tentatore, e tanto basta
per conquistarsi la santità con l'aiuto di Dio e sua Madre
SS.ma, cui è unica in perfezionare questi allievi del Signore,
V. S. si butta nelle sue braccia se vuole riuscire collettaneo
del Signore suggendo quel latte che unisce l'anime a Dio nella
perfezione, qui io l'immergo mentre la saluto nel Signore.
di V. S., Palma a di 23 settembre 1681
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) Mt. 11, 29 "imparate da me che
sono mite ed umile di cuore";
(2) Lc. 10, 16 "chi ascolta voi, ascolta me".
1681 10 08 AMBP ms. 37 / 81 copia
Al Signor Principe di Raffadali.
ll.mo
et Ecc.mo Signore da fratello in Cristo.
"Quid retribum Domino pro omnibus que retribuit mihi?",(1)
Signore mio che farò, che dirò per tanto bene venutomi,
primo da Dio gratuito Autore, e poi da V. E. benefacendomi strumento,
verso cui in Dio mi prostro, e ricoperta di rossore inabile mi
confesso ad uguagliarmi al merito di tal dono, in cui una Regina
adoro, la preziosità dei suoi giugali ammiro, e per tutte
condegnamente esclamo, "Domine nostrum sum dignas, non
sum digna".(2)
Onde V. E. compatisca il mio essere inabile a gradire con la lingua,
non che a retribuire con doni, che altro non ne ho che l'anima
dell'esser mio, cui è la me-desima Regina del Cielo, che
essendo lei parzialissima verso li peccatori (dei quali io sono
la peggiore) tanto traggo di bene quanto si è per sua intercessione.
Lei dunque che è il mio turco, remuneri per me spiritualmente
in primis, dandogli quanto il mondo non sa ne può
capire che è tutto Dio nel Cielo, e in questa vita nel
cuore, letificandogli parimenti a quanto bramar si può
tutto il temporale, e perché le mie suppliche non valgono,
ne li miei desii finiscono, acciò si eseguisca l'effetto
speditrice se ritorna la Regina del Cielo, la di cui immagine
l'invio, acciò siccome lui me la collocò in camera,
così io gliela ripongo nel petto, ove lui vi erga talamo
del cuore come io per suo comando un devotissimo altare, ove io
per V. E. farò una indefessa benché indegna orazione.
V. E. accetti di tal dono solo il sostanziale, fuori di che tutto
è viltà, essendo fuori di ogni pregio anzi miserabilissima
usata da me che sono di poverissima professione, e parimenti essendolo
di meriti e opere, taccio per non poter altro, fuor che pregar
Dio per V. E., continuando sino a morte tale mia obbligazione.
E per fine mio Signore dica a Dio per la sua partenza "si
ascendero in coelum tu illic es, si descendero in infernum ades",(3)
ritrovando Iddio in ogni luogo mentre siamo in questo sommo centro,
ch'è il nostro esilio tra il Paradiso, e l'inferno.
Vada dunque felice con sì felice compagno, ambedue in carrozza
della grazia di Dio, cui anche propizierà la sua opera
intrapresa del ritiro di più verginelle dedicate a Dio,
della di cui direttrice suor Geronima Chinzi, io ho sentito sempre
[da] dir bene, e conoscendola in tempo di mia figliolanza mi diede
nel tratto molta edificazione.
Onde la suppongo accertata se pure non ostà la volontà
divina, io attenderò ai suoi comandi continuando la mia
povera orazione, come faranno tutte codeste Madri, e mia madre
e sorelle con più stimoli di vera servitù ambita
et attesa alla sua degna persona, alla quale umilmente riveriscono
assieme con la signora Principessa, e figlioli, che Dio mi prosperi
e conservi quanto sono le brame del mio cuore, V.E. non riguardi
in me la premura del mio affetto avanzato, tutto in suo desiderato
servizio, in cui io mi ascrivo, e indelebilmente sono. Palma a
di 8 ottobre 1681
sua serva misera e vilissima
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "che cosa renderò al Signore,
per tutte le cose che mi ha dato?";
(2) "Signore nostro non sono degna, non sono degna";
(3) "se salirò in Cielo tu sei la, se discenderò
nell'inferno tu sei presente".

1681 10 12 AMBP ms. 38 / 81 copia
Alla Signora D. Perna Caetano e Gravina.
arissima mia Signora
da dilettissima sorella.
Si assicuri mia signora che l'urgenza di V. S. prima [ac]cennatami
dal mio Padre spirituale, sarà la mia prima premura che
con tutta volontà ne esporrò le suppliche alla bontà
divina, pregandogliela a misura di quell'effetto e umile servitù
che io porto alla sua degnissima persona, e perché io temo
non impedisca invece di ottenere il mio demerito, ricorrerò
a tal fine alla Madre di misericordia, acciò non riguardando
il mio demerito consoli come io bramo V. S., in servizio di cui
si ha intrapreso ad orare tutto il Monastero, seguendo per tutta
questa ottava l'orazione a tal intento.
Onde lei si accerti che in ogni modo sortirà il meglio,
perché l'oratrici prima di ogni altro stanno appresso Dio,
e sua SS.ma Madre per il bene dell'anima, e dopo del corpo, poiché
alla fine "qui prodest homini, si universum mundi lucretur,
animae vero suae detrimentum patiatur?",(1) ciò
è bene da pensare, mentre io bramava di maggiormente servirla
me la abbraccio da sorella, e la riverisco nel Signore come fanno
le mie sorelle, e madre, la quale sta fresca di febbre mediante
li suoi comuni favori, da questo suo Monastero la sua serva indegnissima.
Palma a di 12 ottobre 1681
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) Mt. 16, 26 "che giova mai all'uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde l'anima?".
1681 10 12 AMBP ms. 58 / 81 autog.
Al Padre [D. Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma..
adre V. R. è
stato aspettato con gran premura, di sorte che se lui tardava,
la madre Abbadessa non avrebbe domani fatto l'officiali. Onde
per molti indizi dubitò la detta, (forse ad istigazione
di altre) voglia dare qualche superiorità a Lanceata o
Maddalena, le quali più morte che vive si raccomandano
a V. R., acciò le liberi, che non abbiamo altra speranza.
Padre, ed io parimenti, lo supplico per amor della Madre SS.ma,
altrimenti poco vive rimarranno queste meschine; che Lanceata
nell'averlo sospettato le prese l'accidente, ed oggi le duplicò
la quartana. Padre, non sia, e non posso dire altro per fretta,
e ci raccomandiamo alla carità di V. R., mi benedica.
[di V. R., dal nostro monastero] Palma a di 12 ottobre 1681
[sua figlia indegnissima]
Maria Crocefissa [della Concezione]
1681 10 16 AMBP ms. 39 / 81 copia
Al Signor Principe di Raffadali.
ll.mo et Ecc.mo
Signore in Cristo fratello, di come V. E. replica le sue grazie,
così io il mio dovere che è il prostrarmi sino a
terra ringraziando Dio Signore nostro, che per sua bontà
mi fa degna accertare il gusto di V. E., come molto le dimostra
nel già ricevuto abitino di Maria Signora nostra, la di
cui immagine sarà imprimente suggello che bollerà
li nostri petti, anime e cuori dell'impronta del Paradiso, ascrivendogli
profondamente l'indelebile carattere della predestinazione.
Signor mio siamo molle, non dure, anzi flessibili al divino volere,
acciò sino all'intimo si imprima l'impronta del Signore,
ma io che vo dicendo, procuro forse dare barlume al sole, V. E.
è tale nell'opere, quale io ne meno sono nelle parole;
sicché ringrazio Dio di quanto l'ispira, e fa per mezzo
delle sue operazioni, e massimo dell'intrapresa collegiata e ritiro
di verginelle, delle quali io tanto godo che l'ali mi mancano
per servir tutte in cucina, poiché per altro non sarei
buona, ma se tanto non merito come V. E. mi burla chiedendomi
forma di si santo ritiro, egli invero mi da, da ridere, ma io
benché sia la scialacquaggine di Casa non vo lasciare di
servirlo.
Onde ancor io affezionatissima del glorioso S. Francesco godo,
lodo ed assento al suo santo desiderio, sicché a quanto
io non valgo prevalga la regola l'invio delle solitarie scalze
di S. Chiara dell'ordine di S. Francesco, ma perché la
forma di tale vivere sembra alquanto rigorosa, altra più
mite ne invio che sta in compendio nella vita dell'infante Margarita
d'Austria, la di cui vita servirà di lezione a V. E. che
è una SS.ma idea di perfezione di personaggi, tale, in
cui si riflette quanto più degna una vile sandaglia dell'infante
Margarita che la corona imperiale di suo Padre Imperatore. Oh!
gran riflesso, "si vere, fratres, divites esse cupitis,
veras divitias amate!",(1) sicché mio Signore
veda dalle sue forme di vivere, quali da esse li potranno servire,
poiché essendo questa nuova fondazione potrà scegliere
quello dell'una e l'altra giudica migliori, a me parrebbe bene
costituirle non tante austere nella penitenza, quanto staccate
del mondo e delle grate, benché con la discreta moderazione.
Del resto io quanto non valgo per le loro costituzioni tanto sarò
assidua nelle suppliche, pregando Dio Signore nostro che le dia
buon principio e meglio fine, conservando l'edificio il fondatore,
a cui Iddio prosperi con l'esecuzione dei suoi desii e massime
li tre [che] mi [ac]cenna, li quali per essere piissime io li
confonderò con li tre sacri chiodi di Gesù Cristo
nelle sue sacrate piaghe, ove con l'inchiostro del suo prezioso
sangue si spedisce, a pro nostro ogni favorevole spedizione. Di
che io facendone avvocata la nostra SS.ma Madre, avvocata dei
peccatori umilmente la riverisco ai suoi piedi, come fanno mia
madre e sorelle facendo il medesimo alla signora Principessa e
ill/mi figlioli.
di V. E., Palma a di 16 ottobre 1681
umilissima serva e sorella in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "fratelli, se bramate diventare ricchi, amate le ricchezze
vere".

1681 10 17 AMBP ms. 40 / 81 copia
Alla Signora D. Giovanna Bonanno.
arissima
Signora in Cristo sorella.
Scusi mia sorella questo mio dovere tardissimo, poiché
non è stato per mancanza di volontà ma di urgenza
gravissima, incontratami in quei medesimi giorni che mi capitò
la sua lettera, e assieme con essa quel galantissimo bambino che
prende e allaccia i cuori, del quale a par di sua bellezza io
infinite grazie le rendo confessandomi obbligatissima ai suoi
larghi favori, tra le quali grate mi furono le sue bellissime
figurine. Onde io di questo e quello rimango contentissima e assieme
approfittata, poiché mi rappresenta in quello esinanito
Iddio piccoletto e fanciullino un cuore annichilito al mondo,
come deve essere quello di colui che esercita la perfezione, tanto
che il medesimo Iddio nell'incarnarsi ne diede l'esempio mentre
nel principiar tanto bene "exinanivit semetipsum",(1)
acciò anche l'uomo sia tale nella santa umiliazione.
Deh! dunque mia sorella lasciamo ogni grandezza, denudiamo il
nostro cuore di tutto ciò che un grande stima, poiché
l'essere grande al mondo all'onore al proprio avere è un
impossibilitare la perfezione, ecco li santi fatti poveri, li
martiri insanguinati, e li crocifissi ignudi, dico il capo loro
Cristo nostro Signore, cui anche del sangue si impoverì
per nostro bene, così egli ci vuole, non di quello corporale,
ma vuote di noi medesimi, esinanite e piccolissime nell'umiliazione,
come anche io la desio; così sorella la bramo acciò
(se piace a Dio) dopo col suo esempio di presenza mi insegna ad
esservi anche io.
Tra tanto io mi dispongo e desiandola la saluto ai piedi di Maria
nostra Signora, ove la lascio per rivederla fra breve, o al Paradiso,
e finalmente mi farà grazia riverire da mia parte alla
signora Miccichè, alla di cui letterina non rispondo perché
me lo divieta il mio stretto ritiro, per il quale per dispensa
singolare solo per questa volta a V. S. rispondo. Onde io ringrazio
questa signora dei suoi devotissimi affetti, la terrò sempre
fissa nella mia benché indegna orazione, e con essa tutti
coloro lei mi [ac]cenna, alle quali riverisco e mi raccomando
alle di loro orazioni, e qui di nuovo V. S. abbraccio nelle piaghe
del Signore.
di V. S., Palma a di 17 ottobre 1681
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "spogliò se stesso".
1681 10 21 AMBP ms. 41 / 81 copia
Alla Signora D. Lauria Cigala.
arissima
mia Signora in Gesù Cristo sorella.
Violenta oh! mia sorella la sua umiltà la mia ritiratezza,
per la quale già ho sospeso la penna con ogni risoluzione,
ma giacché lei tanto può, io voglio servirla dicendogli
con brevità che la sua devotissima lettera, mi trasse dal
petto un sospiro di contento, vedendola per grazia del Cielo scelta
per Dio fuori delle cipolle di Egitto, dei quali pascendoli mondani
ancora sino al Cielo ne eruttano il fetore; oh! Arabia infelice,
cantiamo dunque di contento," recedant vetera nova sint
omnia",(1) e mentre Iddio risponde "non vos me
elegistis, sed ego elegi vos",(2) noi prostriamoci di
rossore, e costernate a suoi piedi diciamo "sero te cognomi,
sero te amavi".(3)
Onde mercé tale tardanza non le sia grave aspettar che
tanto ha aspettata lei, scelga tale dilazione per purga, e battendo
dietro la soglia dica "Domine non sum digna",(4)
sicché la sua pietà le risponda "intra in
gaudium Domini tui",(5) tra tanto dimori in congregazione,
o in luogo di convenienza, poiché non eccettua stanza la
gran Divina, ove Dio la perduri come io gliela desio sperandogli
ogni bene dalla pietà di Maria Signora nostra, in cui la
lascio riverendola ai suoi SS.mi piedi.
di V. S., Palma a di 21 ottobre 1681
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
P. S. La prego di celatezza per la quale non si ammiri se il sopra scritto sarà di mano aliena, e ciò per non dare occasione ad altre di con sue lettere disturbare il mio ritiro.
(1) 1 Sam. 2, 3 "scompaiono le cose di un tempo, siano
nuove tutte le cose";
(2) Gv. 15, 16 "non voi avete eletto me; ma io ho eletto
voi";
(3) S. Agostino: "tardi ti ho conosciuto, tardi ti ho
amato";
(4) "Signore non sono degna";
(5) "entra nel gaudio del Tuo Signore".
1681 10 24 AMBP ms. 42 / 81 copia
Al Signor Principe di Raffadali.
ll.mo et Ecc.mo
Signore in Cristo fratello.
Se di ogni tempo bramo servire V. E., adesso più che mai
ricevo con mio straordinario contento il suo gratissimo comando,
poiché il trattarsi di servir Dio come veramente si spera
in questa intrapresa clausura è un dilatare il mio cuore
in un mar di buon avvento, sarà dunque egli servito della
copia del breve del nostro e suo Monastero con ogni prontezza
possibile, dandosi domani al copista per spedirla fra breve, e
a suo tempo l'invierò come V. E. mi comanda per mezzo del
mio Padre spirituale.
Tra tanto codeste Madri sue umilissime serve staranno appresso
Dio per la perfezione dell'opera, ed io che più di ogni
altra sua infima mi confesso a par di mia viltà raddoppierò
il dovere che sarà ai piedi di un Crocifisso una indefessa
benché inane orazione, acciò Iddio Signore nostro
dopo una lunga carriera di prosperi successi le dia altre tanto
cammino di spirituale avventi, poiché già è
tempo di ritornare a Dio, rigirando tante passi a lui quanto ne
inoltrò nel mondo. Deh! alzasi mio Signore "quia
magna tibi restat via",(1) e saranno sue carrozze, destrieri
e navi, queste sue sante e pie operazioni, per esse egli vada
che io parimenti seguo, non personalmente ma di cuore, come suo
spirituale palafreniero, così io merito essendo quella
serva che umilmente la riverisce assieme con la signora Principessa
e signorine, come fanno mia madre e sorelle, che sin dove andranno
li accompagneremo con cuore.
di V. E., Palma a di 24 ottobre 1681
umilissima serva e sorella in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione
(1) 1 Re 19, 7 " lunga è la strada che ti resta da fare".

1681 11 07 AMBP ms. 44 / 81 copia
Al Signor Abate Curzio Muti Conti, Roma.
ll.mo Signore in
Cristo dilettissimo.
Di ogni tempo ricevo dalle sue liberalissime mani ogni sorte di
grazie spirituali e temporali, potendosi ancora queste chiamare
spiritualissime, poiché le sue cipollette (da me ricevute
ieri) per omaggio devoto hanno da servire. Onde io gliene rendo
tante grazie quanto assieme con l'Agnus Dei l'ha gradito
il mio cuore, io mio signore precisamente in questo anno non ho
altro impiego che servire nostra Signora nell'addobbi del suo
altarino, e cultura di suo giardinetto che alla sua cappella tiene
contiguo, sicché per l'uno e altro esercizio mi ha V. S.
Ill.ma di ogni gran arricchito, favorendomi siccome di piante
per l'uno così di fiori per l'altro.
Sicché io dirò in questa cultura, "ego plantavi,
apollo rigavi, Deus autem incrementum dedit",(1) cui
darà non tanto alla giardiniera quanto al piantarlo da
cui sono tratte le piante quel copioso incremento di cui si alimenta
il Paradiso, dandone a me quanto conviene a mercenario, e quanto
a padrona a V. S. Ill.ma "unusquisque secundum opera sua",(2)
egli in tanto coltivi questo germine non materiale ma divino,
sotto atterrando il cuore nell'umile profondo del proprio conoscimento,
ma non si fermi in esso che nell'autunno, cioè, nell'atto
prefisso, e togliendo dopo gli occhi all'inverno che sta grondoso
di gran nel seno divino, da cui dobbiamo sperare l'incremento
per il nostro germoglio, poiché "in stilliciidis
eius laetabitur germinans".(3)
Al cielo dunque le nostre preghiere e cuori, tenendogli terra
solo nella radice della santa umiliazione, tanto e non più
in altre attacchi terrene, acciò non siano di quelli rustici
villani che "oculos suos statuerunt declinare in terram",(4)
dalla quale non si partano certi miseri terrazzani appetendo a
guisa di stomachi ostruiti per suo mal peggio bucari e carboni,
cibandosi di queste cibi all'anima incombustibile (cioè
di gusti terreni) con che arenandosi le vene delle capacità
divini e spirituali dopo lunga ostruzione etici nel mal abito
pian piano ne vengono a morire così la gola del mondo,
concitata e delusa dal pomo di Adamo, cui sotto rubbia corteccia
racchiude squallido veleno, squallidendo nei nostri aspetti di
mesto bruno l'amor divino, sicché come idropici di mal
passo, o etici di mal polso verso Dio languide camminiamo, bensì
tutte passi verso le salsurie acque dei gusti bevendo con esse
si come terreni sorsi, così amarezze infinite, ostruttandosi
con esse di infermità peggiore.
Ah! mio buon medico, "aegrota sum, ad vita suspiro"(5)
non più acque sulfuree presago dell'infernale, non più
pomi odoriferi cassettine di veleni, tue piaghe, ma croci, tue
spine, tue tormenti, questo brama il mio cuore, dalle quali sacre
urne prenderò tanta amarezze quanto Dio ne ebbe dolore
con che si guarirà ogni mia lebbra e febbre spirituale,
tanto io bramo, e tanto io chiedo con l'impetrazione di V. S.
Ill.ma, acciò mi impetri da Dio sol saggio di amarezza,
ovvero una delle due, o che tanto mi ampli le braccia che io possa
abbracciare quanto di pena ha sortito e soffre tutta la mondana
mole. Oh! che tanto mi impiccolisca che in essa non mi possa in
venire piccola ombra di consolazione, "o utinam possem
(mi Domine Jesu) omnium et singulorum qui pro te passi sunt
homini pressuras sola subferre ut quale quinquem vicem redderem
infinitae caritati tuae".(6)
Dovendo ciò non solo per il fio delle mie colpe, quanto
per la parità delle sue piaghe pareggiandolo almeno nella
pena giacché non posso dell'amore, tanto V. S. Ill.ma mi
ottenga impetrandomi con la pena la gran di soffrirla senza la
quale ogni mio desio è per terra, e mentre egli la invoca
io umilmente la riverisco ai piedi della SS.ma Vergine a cui raccomanderò
benché indegna tutte quei signori che per loro umiltà
a me si raccomandano. Io tutte umilmente riverisco e con ogni
particolare affetto alla signora D. Teresa Piccolomini, e della
misura mi richiede giudica V. S. Ill.ma se io la vorrei servire,
ma essendo la immagine della Colomba Rosata (che è la titolare
del mio altarino) e di pittura e non di rilievo altra corona non
le sta che dimezzata.
Onde se vuol formarla in tal modo o pure contessere li fiori in
altro giugaletto sia come comanda, che io essendo qui santamente
interessata sarò per prontamente servirla, e intanto le
dico che il cammino interno V. S. Ill.ma mi [ac]cenna non si trova
nel nostro Monastero;, onde se la sua carità si compiace
io gliene terrò infinita obbligazione, e non essendo per
altro di nuovo la riverisco nel Signore.
di V. S. Ill.ma, Palma a di 7 novembre 1681
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) 1 Cor. 3, 6 "Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma
è Dio che ha fatto crescere!";
(2) "ciascuno secondo la sua opera";
(3) "si allieterà nelle sue pioggie il germoglio";
(4) "essi hanno stabilito di rivolgere gli occhi verso
la terra";
(5) "sono ammalata, alla vita sospiro";
(6) "magari io possa (o mio Signore Gesù)
io sola potessi sopportare le sofferenze di tutti e dei singoli
uomini, che per te hanno patito, affinché in sostituzione
io possa rendere per cinque volte alla tua infinita carità".
1681 11 07 AMBP ms. 45 / 81 copia
Al Signor Principe di Raffadali.
cc.mo Signore da
fratello in Cristo
"Quos ego amo, corrigo et castigo",(1) così
dice Iddio alle introdotte nella sua dilezione, uno dei quali
io stimo S. E., mentre per la sua infermità Iddio l'ha
introgresso nel suo divino volere, la di cui porta è la
croce per colui che Dio vuole bene. Entri dunque di buon animo
per questa soglia del Cielo, incamminando da qui l'itinerario
del Paradiso, ove l'aspetta Dio, cui (è di avvertire che)
non vuole essere servito con sforzo indiscreto più di quello
[che] potranno le nostre forze naturali, et egli faccia che io
non abbia colpa in questa sua indisposizione, dandogli occasione
in quel libro inviatogli di superflua applicazione, che se tanto
sortì Iddio me ne da la condegna penitenza, sentendo tanto
il suo male quanto se lo portasse nel mio cuore.
Onde a misura di questo io ne prego Dio, acciò non sia
più come io desidero, che sarebbe fuor di modo se seguisse
in Palermo ove Iddio l'arrivi salvo e sano, sostituendo per questo
infermiera Maria nostra Signora, ai piedi di cui la lascio, acciò
non abbia cura, ove assieme con mia signora e signorine la riverisco
di cuore.
di V. E., Palma a di 7 novembre 1681
umilissima serva e sorella in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "quello che io amo, correggo e castigo".
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A suor Teresa Di Blasi, Carmelitana Scalza.
on consistendo in
parole il servirla Madre mia carissima, io spero con breve discorso
e lunga orazione eseguire i suoi comandi, quali riporterò
ai piedi di quel Signore, che in un sospiro penetra qualsivoglia
narrazione; qui fermo dunque il mio discorso, qui il loro conflitto,
dicendogli in tanto "expecta Dominum, viriliter age, et
confertetur cor tuum, et sustine Dominum".(1)
Aspetti Dio con perseveranza, virilmente fatichi in questa dura
pena, si conforti con la speranza, sostenendo Dio carico di Croce
per suo bene, essendo tale segno quello assai fruttuoso che produrrà
incorruttibile frutti in questo loro giardinello.
E bene dunque che si innaffia con amara correnza di lacrime e
sudori, sin che la raccolta viene, io per me aspiro a tale tempo
più che le riverenze loro, acciò dei loro frutti
anche io mi approdi; assaggi tale dolcezza nel divino cuore dolcissimo
ove si assaggiano soavissimi sapori. Qui madre si appressano,
qui madre si immergano, senza ricusare quei fedeli che nel maturarsi
stillano ogni consolazione; tra tanto io mi faccio per il mio
ritiro, per il quale scuseranno se io non mi prolungo, e non essendo
per altro ai piedi di nostra Signora la riverisco e la lascio.
Palma a di 7 novembre 1681
sua umile serva in Cristo
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "aspetta il Signore, agisci virilmente, e sarà
confortato il tuo cuore".

1681 11 12 AMBP ms. 46 / 81 copia
Alla Signora Baronessa di Bessima, benedettina oblata.
on essendo io atta
carissima sorella, per la sua umile domanda di volere qualche
documento per sua consolazione, già sconfidata di me ricorsi
al Padre dei poveri dicendogli: "Domine Jesu responde
pro me",(1) ne molto si ha da fare per essere propizio
a noi il suo divino favore, con che esaudisce le preci delle umili
preghiere.
Onde lei oda da lui la spedizione dei suoi desii, cui poté
dirle per suo documento filia quacunque ieris ama et labora,
figlia vuol dire per dove andrai ama e fatica. Spiegando in ciò
tre cose, primo, quacunque ieris la dimostra in viaggio
peregrina, volendola transibile ad ogni affezione terrena senza
mai attaccarsi a stato, pensando in ognuno che lei sta di passo,
e come tale non si affezionerà al dolce ne ricuserà
l'amaro, aspirando solo al Cielo; secondo, ama, cioè
per dove andrai se in gusti o dispiacere ama solo Dio e lo stato
presente di cui egli è l'autore; terzo, labora,
cioè nel prossimo, soffrendo quanto occorrerà nella
sua cura, consistendo tutte tre; primo, distacco del mondo
stimandosi in esso peregrina; secondo amor di Dio amandolo
in ogni stato dolce o amaro; terzo, patire nel prossimo
quanto verrà dalle sue mani, e mentre lei tanto intende
io parimenti soggiungo:
Onde io taccio alla divina parola, dicendogli per fine "filia
quacunque ieris ama et labora".
di V. S., Palma a di 12 novembre 1681
io sono la sua serva nel Signore
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "Signore Gesù, rispondi in mio favore".
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Alla Signora Principessa di Castrorao.
icevo due di V.
E., l'una più mesta dell'altra per causa delle sue solite
angustie, ma precisamente mi afflisse l'ultima per l'avviso del
signor Principe figlio, benché quanto dura tanto breve,
poiché per una lettera [che] fa il detto signore al mio
Padre spirituale nulla menzione fa di sua indisposizione, raccomandandosi
per altro in far pregare Dio per due urgenze temporali.
Onde stimo tale indizio non aver bisogno di altro, o pure di essere
affatto guarito, sicché V. E. si consoli di questo nuovo
accidente fortificandosi in pazienza nel rimanente, essendo che
Iddio Signore nostro così disse ad un'anima che si trovava
in simile disagio "filia quacunque ieris ama et labora",(1)
il simile io dico a V. E., per dove si porta in questo misero
peregrinaggio per ogni passo ama et labora; ami Iddio e
labora nel prossimo, cioè, in tutto ciò che
egli ci porge, poiché queste sono due passi o pure due
remi che ci fan solcare correndo il mare di questo mondo, e mentre
lei lo varca con la guida di Maria nostra naviera, io per il mio
ritiro mi taccio facendogli ai suoi piedi profonda riverenza,
come fanno mia madre e sorelle e madre Abbadessa, riverendola
di vero cuore con tutte del nostro Monastero, che la bramiamo
servirla di presenza con la grazia del Signore, ed io per fine
riverisco il devoto da V. E. raccomandatomi, per cui non cesso
le mie benché indegne orazioni. di V. E., Palma a di 19
novembre 1681
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "figlia, ovunque andrai ama e lavora".
1681 11 20 AMBP ms. 48 / 81 copia
Al Padre Fra Pacifico da Noto, Predicatore Cappuccino.
olto rev.do in Cristo
Padre
Beato V. P., io emulo la sua sorte da me pretesa in tanti anni,
che è il ritrovare una creatura peggior di me, ai piedi
di cui potessi in venire un vero atto di umiliazione, ma ciò
non mi accadde poiché etiam nell'inferno non vi
è chi peggio sia.
Onde io replico, beato V. P., che solo in un foglio involge il
mio bene bramato ricorrendo ai piedi (come egli dice) di cui non
solo è peggio di lui ma anche del demonio, non in quanto
alla disgrazia, ma in materia d'iniquità, mentre la mia
è ostinata e la sua nel primo atto fu momentanea.
Così dunque egli si bea nel Cielo terreno dell'umiltà
SS.ma, nella quale anche nei suoi letamai si trovano inestimabili
gioie, come adesso egli ritroverà in quello del mio petto
quella pregiatissima del volere divino, a cenno di cui egli riceva
quello triplicato documento per tre persone proferito, uno dei
quali essendo V. P. io in nome suo le dico filii quacunque
ieris ama et labora, di notificandogli quel quacunque ieris
lo stato caro a Dio della sua missione, per la quale vagando,
ama, cioè, solo Dio fuori dda ogni affezione a creatura,
et labora, cioè, nei prossimi nella loro riduzione
preda e cultura, nella quale veda di non immergersi nel pelago
profondissimo di questo procelloso mondo, essendogli bisogno per
solcarlo in porto di qualche legno fortissimo, acciò servendogli
di ponte vada sopra esso per non toccar quell'onda che nell'umidire
il piede già si mena il cuore. Fabbrichi dunque quel ponte
sopra della croce di Gesù Cristo, e quanto sia smisurato
il mare tanto lungamine il legno, "usque ad mortem",(1)
sopra cui nel di mezzo deve andare fuggendo nella direzione dei
prossimi li due pericolosi estremi, ne tanto mite, ne tanto in
rigore, e veda che detto passaggio è strettissimo; vi vada
dunque occhiuto anche per non precipitar se stesso, attenendosi
al bastone del suo Superiore camminando per qui quanto lui dispone,
ed essendo tutto ciò il ristretto di quanto lui mi richiede
in questo posto mi fermo, non passando tutto ciò il ristretto
di quello mio intrapreso ritiro solo dispensato dell'ordine del
mio Padre spirituale. Onde non essendogli più molesta ai
piedi di Maria Signora nostra, finisco chiedendogli aiuto delle
sue sante orazioni. Palma a di 20 novembre 1681
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) Ap. 2, 10 "fino alla morte".

1681 11 30 AMBP ms. 50 / 81 copia
Al Padre Don Gio: Battista Bartolotti, Chierico Regolare.
olto rev.do in Cristo
Padre e socio nel Calvario.
Da mio fratello, ieri ricevei la sua carissima lettera, data costì
a 25 di Ottobre, e godo per essa che V. R. stia bene, e pieno
come sempre di santa intenzione, ma questa parimenti Crocifissa
è quanto buona tanto confitta in quella croce della loro
comune perplessità, se devono o non devono effettuare la
fondazione, la quale io sempre ho lodato in quanto che si era
da fare, e stimando ciò senza dubitazione.
Ma giacché adesso le mie Marie rivertono, o almeno tardano,
io qual Maddalena precorro, "et valde mane"(1)
forse arriverò al Calvario, non con piedi di mie forze
che già sono stracche, e trapunte di tante spine di peccati,
ma con quelli volubili e leggeri, che sormontano l'anime sui venti
altissimi, dell'abitanti serafini, queste sono quelli soffii,
non di aquilone superbo ma di profondi sospiri, che accendono
al cuor di Dio fiamme di amore, della quale accensione noi "videbimus
lumen".(2)
Padre dunque a forte petto sospiriamo a Dio, aspiriamo umili doglie
per li nostri peccati, sento che "humilitas sola meretur
gratiam",(3) quale noi pretendiamo nella revisione di
queste opere, e ciò alle mie sorelle che desiano forse
l'effetto di quelle parole, "sonet vox tua in auribus
meis", che, a me se a dire il vero "sufficit
et super sufficit"(4) il sonito di quel racuo martello,
che batte, e ribatte questa erezione, poiché ove è
contraddizione ivi è buono fondamento, poiché se
il mondo parla, se il demonio impugna basta tal segno per testificarla
tutta di Dio, a loro contraria. Gridi dunque questa base "si
hominibus placerem opus Dei non essem",(5) egli dunque
non è del mondo anzi di quel Crocifisso di cui nel crocifiggerlo
per cagione addussero "quia contrarius est operibus nostris",(6)
a queste contraddice la gente, a queste crocifigge il mondo, vada
dunque ognuno con la sua "quae sunt Dei, Deo, et quae
sunt Caesaris, Caesari".(7)
Io per me vado alla banda sull'auspici della croce, e ove vedo
patire ecco la mia fazione, tanto io intendo in quanto all'impedimenti
alieni, riflettendo con più avvertenza in quello personale,
le quali con maggiore esame spettano a V. R. essendo per altro
tre li punti più degni di considerazione. Primo, se la
fondatrice è pratica almeno idonea a radunanza claustrale
almeno inclinata al vivere comune, che se non è tale anzi
avanzata nel vivere particolare, farà assai e malagevole
questa riunione; secondo, se tiene abilità per reggere,
cioè, spiritosa nel discernere, benigna nel tratto, zelante
del piccolo, umile in tutto, e superba col difetto, dicendogli
con S. Michele "qui ut Deus",(8) quanto egli
vuol impadronire quell'anima che è tutta del Signore, e
ciò a colpi di lancia di una contegna punizione, dicendo
per altro agli umili di cuore, "amice ascende superius",(9)
scegliendo le più umili alla moniale assunzione; terzo,
se tiene cuore di patire in cancellando il suo petto non che il
parlatorio di quei duri ferri che impediranno l'entrata al mondo,
carne e demonio, incudinando quei chiodi che a forza di violenza
così l'hanno da claustrare, e questo basta per ubbidire
V. R. che mi chiede il parere, senza il di cui comando io non
sarei per parlare, dicendo di più che il Monastero [ac]cennato
della nostra suor Agata di servire l'infermi non può essere
che ottimo quando si considera solo, ma a paragone di questo per
il quale lo pensa cambiare parmi volere per la schiava lasciare
la Padrona, poiché nell'ospedale cura li corpi, ma nel
Monastero l'anime, "medice cura teipsam",(10)
nei chiostri con gli altri si cura se stessa, e massime quando
la Superiora è tale che per sua deficienza si istituisce
altra infermiera rimettendosi umilmente ad altra santa guida,
così Iddio voglia farlo a tutte noi in questo sentiero
del Calvario, ove io quan-to precorro in difetti tanto proclamo
aiuti, come Iddio me li da in questa sorella mi aggiunge.
Onde io ricevo la mia cara innocenza come baculo forte per mia
in errante guida, sicché io qual cieca, le do la mia tremula
mano non solo per condurmi quanto per darli fede di nostra fida
compagnia, Gesù Cristo ci collega, egli ci annoda assieme
con l'altre sorelle, a cui riverisco di cuore assieme con le nostre
migliorate inferme, dei quali assai mi rallegro nel Signore, e
qui pregando per tutte coloro [che] V. R. mi comanda, ai piedi
di Maria Signora nostra mi lascia, e benedica.
di V. S., Palma a di 30 novembre 1681
sua serva in Cristo indegna
Maria Crocefissa della Concezione
(1) Mc. 16, 2 "e di gran mattino";
(2) Sal. 35, 10 "vediamo la luce";
(3) "la sola umiltà merita la grazia";
(4) "risuoni la tua voce, nelle mie orecchie";
(5) "è abbondante e soprabbondante";
(6) "se io piacessi agli uomini non sarei opera di Dio";
(7) Mt. 22, 19 "a Cesare quello che è di Cesare,
e a Dio quello che è di Dio";
(8) Sal. 113, 5 "chi è pari a Dio?";
(9) Lc. 14, 10 "amico passa più avanti";
(10) "medico cura te stesso".
1681 12 03 AMBP ms. 60 / 81 copia
Al Padre [Don Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma.
isi efficiamus
sicut a parvuli isti, non intrabitis in regnum Coelorum".(1)
Da ciò V. R. si ricordi per riconoscere la cagione, perché
io tengo motivo di confrontarmi più di ogni altro di cosa
piccolina; poiché se Dio Signore nostro di tale sorte se
ne compiacque, che propose a tutti una nuova rinazione, come io
non devo gradire ogni sorte di piccolezza, etiam nel materiale,
seguendo per grazia e per genio questa mia inclinazione.
Onde con ogni contento, ricevo e gradisco da quel devoto Signore
la piccola immagine della SS.ma Vergine, la quale mi sarà
di continua memoria del devoto donatore; cui siccome mi sarà
assiduo nelle mie benché inutili orazioni, così
vorrei [in]caternamelo in carità, con la catena del SS.mo
Rosario, che è il solito vincolo della mia spirituale collegazione.
Onde se a V. R. piace, potrà assieme con l'Agnus Dei
apprestarglielo in segno della mia povertà e di umile gradimento;
intanto io lo riverisco domandando a V. R. la santa benedizione.
[di V. R., dal nostro monastero] a di 3 dicembre 1681
sua figlia indegna
Maria Crocefissa della Concezione
(1) Mt. 18, 3 "se non vi formerete come a questi bambini, non entrerete nel regno dei cieli".
1681 12 13 AMBP ms. 52 / 81 copia
Al Padre [Don Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma.
er il particolare
che V. R. mi comanda in ordine al bisogno di codesti signori,
io dico dopo la santa comunione che la prima legge del legislatore
è quella [che] egli da a tutti in generale; così
Dio Signore nostro per altro mezzo più certi nei comunicanti
decreti del suo divino volere, che per l'occorrenze ci dice queste
sono le leggi, le specificazioni più sicure e data la causa
bisogna in seguito l'effetti essendo egli e l'uni e l'altri che
se Dio mi vuole inferma.
Vuole anche che mi curi, e se mi vuole povero, per volere che
fatichi, e se mi nega una grazia vuole che l'implori, patite et
ai pietosi gestendo sì come della croce così delle
susseguente, queste sono le leggi comuni del nostro Divino legislatore,
e quando bene si aderiscono non bisogna altro specificatamente,
così vuole Dio, così egli significa privato e comune
e precisamente in questi signori, ne altro dir posso al riflesso
del suo lume, mi benedica.
[di V. R., dal nostro monastero] a di 13 dicembre 1681
sua figlia in Cristo
Maria Crocifissa della Concezione

1681 12 16 AMBP ms. 61 / 81 copia
Ad una sorella monaca che era insieme a lei settimanera nella novena di Natale.
rustra (sorella
mia) non laborasti",(1) poiché colui che quasi
"[sicut] Gigas ad currendam viam",(2) forse fermò
i suoi passi, per numerare quelli minutissimi vostri, quando voi
mossa di carità veniste ad umidar (con la lezione portaste)
l'arido gusto di questa povera che langue; cui o per sua infermità,
o pure divina carestia così arto assaggia il pane, che
altro non ha che quel di Maria, cui non per ergerla, che tale
cosa non merita, ma per non contagiare la maggion creata la ritrasse
in quel sacro cantone, che tale offesa non teme, il suo utero
verginale, dandogli in questa novena cantoncino giocondo col suo
fatin nascente, ove all'oscuro di ogni luce creata sorge quella
sostanza virginea di cui pasce l'immenso, di cui si incrementa
l'infinito, la quale stemperata Ambrosia della perfezione di Maria
a sorsi di imitazione si tira nell'anima, acciò assaggiandola
con Dio divenga colà sua piccola gemella.
Ma "quis sicut Dominus Deus noster qui in altis habitat
(benché) umilia respicit in coelo, et in terra",(3)
così dunque ci faremo con lui pari modo per grazia, quando
per essere vere umili, rifletteremo nei suoi sguardi piccoli e
trasmutate nelle sue pupille, che se lui parimenti rifletterà
nei nostri per una da noi continuata aspirazione, anche in tale
nostro riguardo riporteremo nelle pupille la sua medesima immagine
riflettendo egli in noi, e noi in lui in una scambievole trasmutazione.
Ed oh! sacro riflesso dell'umile di cuore, che ritrattano in esse
iddio e in Dio li loro cuori, già Dio vuol farlo, se saremo
si piccoli che senza accecarlo entreremo nelle sue pupille, "humilia
respicit",(4) a noi resta di fare, acciò in questo
casino dell'utero verginale (luogo in vero di piccolini) facciamo
col nascente Iddio una nuova rinazione, dimorando tra il tanto
oscuro in quel chiostro di ogni luce che ci mostra terrena creatura
(taciturne non che balbuzienti di ogni sorte di aliena cogitazione),
quiete nel guscio della nostra annichilazione (innate e tanquam
non esser ad ogni infruttuosa ingiunzione). Ristretta in somma,
sole con quel fantino nella divina unione, ed ecco le massime
di questo nido di amore, ove l'anima assieme con quel producente
pulcino ambe suggono un medesimo liquore, divenendo gemelle in
quel casino di amore, ove io ingredior, ingredior
lasciando voi li dentro ai piedi del Signore.
[di V. R., dal nostro monastero]a di 16 dicembre 1681
vostra misera
Maria Crocefissa [della Concezione]
P. S. A che fine, io scrissi io non il so, domandatene Dio che egli fu il pro scrittore.Pregovi tenere segretissima fuor che il Padre questa cartuccia, acciò anche le mie sorelle non l'abbiano a sapere, giovandomi tanto per una certa intenzione.
(1) Gb. 9, 29 "invano (sorella
mia) non hai lavorato";
(2) "come il gigante verso la via da percorrere";
(3) sal. 113, 5 "nessuno è pari al nostro Signore
Dio";
(4) Sal. 137, 6 "guarda verso l'umile".
1681 12 16 AMBP ms. 62 / 81 copia
Al Padre [Don Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del Monastero di Palma.
ggi giorno primo
della novena del nostro nascente Redentore, vorrei (siccome internamente
mi sento chiamare) introdurmi in un spirituale ritiro, non di
chiusa cella ma in quella sacratissima dell'interno sacrosanto
di Maria nostra Signora, ove trattenendomi in tre punti.
Il primo sarà una totale lasciata di tutto ciò
che non è in quella stanza beata, oblivionando ogni cosa
terrena nonché creatura umana, solitudine e fuga di
ogni terrena consolazione. Il secondo una riverenza
totale a quella interna cameretta del Divino amore, ove all'oscuro
della fede si ammira, imita e ottiene le virtù impresse
in quella divina chiusione, essendo essa il nido fecondo della
stessa perfezione silenzio interno per tale applicazione.
Il terzo unione strettissima con l'abitatore di quella,
restringendomi con Dio in quel piccolo casino, acciò con
esso nutrita della materna sostanza la perfezione suddetta
rinasca con esso per grazia gemillina, vincolo di carità
e irremossione divina.
Onde per attuarmi in ciò vorrei cooperarvi con l'azione
esterna, sicché piacendo a V. R. vorrei per questi nove
giorni portare il cilizio sugli occhi, [così] per essi
non entri qualche immagine inquieta di cui per primo punto
deve assolarsi il mio cuore.
Secondo, vorrei portare il boccaglio per osservare quel
silenzio che mi gioverà per quello interno. Terzo,
vorrei ogni giorno andare così affienata in ciascheduna
sorella a cui baciando li piedi direi: pregate Dio sorella, acciò
quello [che] mi vede in faccia l'abbia nell'interno, facendo ciò
in ordine al terzo punto sapendo quanto stretta si allaccia l'unione
di Dio col nodo fraterno, mi benedica.
di V. R., dal nostro monastero a di 16 dicembre 1681
sua indegna figlia
Maria Crocefissa della Concezione
P. S. In quanto al tempo che devo perdurare col cilizio e boccaglio, io vorrei fosse almeno per quel tempo [che] vado per il monastero, così se piace a V. R. la di cui licenza sarà se non rimanda questa letterina.