
1678 05 29 AMBP ms. 26 / 78 copia
Alla Signora D. Anna Maria Cicala, e sue sorelle.
arissime sorelle,
ricevo la loro devotissima lettera, con mia grandissima edificazione,
benché pure con grande amarezza restando per li loro travagli
molto compassionevole verso la loro poca fortuna, se pure così
si può chiamare, o meglio fortunatissima sorte; stante
che la migliore sta nelle braccia della Croce, quale lei seco
restringe con la durezza dei suoi chiodi, come appunto fa un anima
tribolata, che slargando le sue braccia per abbracciar maggior
pene, con essa si conficca il suo caro Signore, stabilendosi con
essa per li chiodi dei travagli e sue infervorate voglie.
Carissime sorelle, ecco la loro infelicità divenuta gran
ventura anche ambita dei Santi, dicendo una, "aut pati
aut mori, e l'altra pati e non mori",(1) che se li medesimi
santi si esibiscono a lasciare il Cielo (che senza dubbio l'avrebbe
data la morte) per brama di maggior pena, come parimenti il medesimo
figliolo di Dio lasciò il Paradiso per la Croce; perché
non l'abbracceremo noi lasciando patria, roba e parenti per andare
a busca di tanto bene.
Se un Dio lo fece per nostro amore, perché noi lo ricusiamo
per il suo volere, Gesù non lo permetta mai, ma ci dia
tanta fortezza per quanto bisogna.
E mentre noi carissime sorelle scorriamo dietro lui, per questa
labile vita consideriamo la brevità dei nostri giorni,
la fallacia transitoria, e la corona eterna, la quale impressione
ci faranno dare gran passi verso la perfezione, quali saranno
agevolissimi con la devozione della Madre dell'orfanelle e tribolate,
la di cui pietà io per esse invoco dicendo: "illos
tuos misericordes oculos ad nos converte", (2) nei quali
pietosi sguardi, io sicura le lascio, salutandole di vero cuore,
come parimenti fanno mia madre e sorelle.
delle VV. SS., Palma a di 29 maggio 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
1) S. Teresa d'Avila "patire o morire"
e l'altra "patire, e non morire";
(2) "rivolgi a noi i tuoi occhi misericordiosi";
1678 05 30 AMBP ms. 27 / 78 copia
A suor Gesualda Maria di Gesù.
arissima mia sorella,
ricevo la sua lettera e sento per essa le sue infermità
e desolazioni, non tanto penali per essa quanto fiere a me per
sua compassione, stimandola nelle piaghe di Gesù Cristo
mia cordialissima sorella.
Onde sento li suoi travagli come miei proprie, benché extra
senso non approvo le sue pene, poiché soffrendole la carne
consolano lo spirito, e a coppia si divina sono dolce li patimenti,
sono grati l'angustie e soavissime le croci. Oh! sua ventura per
la via del Calvario, quando però sotto il giogo amoroso
sente dirsi a lato dal suo socio divino, che a portarlo l'aiuta,"iugum
meum suave est et onus meum leve".(1)
Onde per tanta parità carissima "non vocaberis
ultra derelicta, et terra tua non vocabitur amplius desolata",(2)
poiché la Croce non ci allontana, o fa [al]lacciare da
Dio, ma con esso in più nodo ci lega, felice mia sorella
la terra vostra non desolata ma fertile di tante rose, per quanto
soffre spine, e però il suo giardiniere divino proibendo
ogni lamento pianta nel tuo orto la volontà divina "sed
vocaberis voluntas mea in ea".(3)
Oh! bella pianta, oh! fiorita primavera, coraggio sorella tra
tante spine, sin tanto che egli vi dica "flores apparuerunt
in terra nostra",(4) cogliendole su il bel mattino della
amenità del Cielo, tra tanto dobbiamo innaffiarle a rivi
di lacrime, e larghi condotti di coraggiosa pazienza, e ciò
di buon cuore per la brevità degli stenti, e l'eternità
dei guiderdoni, della quale fiori si tesseranno le nostre Palme,
e le corone, ma se le vogliamo perdurare verdi piante, e floride.
Bisogna non staccarle della loro pianta profonda nella terra d'una
umiltà grandissima, acciò con genuflesso affetto
non ci scostiamo dai piedi del Signore, richiedendo amore, umiltà
e perseveranza, di tanto bene io invidio il suo fervore, con che
grandemente mi edifica.
Onde, umilmente la prego a non scordarsi di me nelle sue sante
orazioni, mentre per fine ai piedi della SS.ma Madre cordialissimamente
la saluto, domandando per suo mezzo la benedizione alla signora
zia, a cui di mia parte mi favorisca baciarle la mano.
Palma a di 30 maggio 1678
sua umilissima serva e sorella
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "Il mio giogo è soave, e il
mio peso è leggero";
(2) "non sarai più chiamata abbandonata, e la tua
terra non sarà più chiamata desolata";
(3) "ma in essa sarai chiamata mia volontà";
(4) Ct. 2, 12 "i fiori sono apparsi nei campi";

1678 05 31 AMBP ms. 82 / 78 autog.
Al Padre [D. Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del monastero di Palma.
ono qui le tre relazioni,
una mia e le due datemi ieri sera, sopra le quali resto senza
[di]scernimento, ma solo con il pensiero di dirla "quod
facturus est, fac citius",(1) e ciò sopra la sua
risoluzione; ma Dio mi liberi di questa ingerenza, e passa per
alto.
La carta degli angelici saluti vorrei ritenerla, per qualche tempo,
per mio profitto, come gliene dirò la cagione, quando sarò
da V. R. per confessarmi; ma quando lui onninamente la volesse
devo darla con la mia ispirazione, che mi stimola a dirle, che
la tenga come mai fosse stata, e di ciò non ne conosco
la cagione, mi benedica.
[di V. R. dal nostro monastero a di 31 Maggio 1678]
sua figlia indegna
Maria Crocefissa della Concezione
Nota del Confessore: Le due altre relazioni erano di
suor Maria Rosa quelle che sotto il dì 26 e 27 Maggio 1678
scritte per condiscendersi il Confessore a manifestare di un suo
fogliettino, quale anco visto da suor Maria Crocefissa diede il
suo parere in scritto la detta relazione a me suo Confessore che
ce ne facesse fare relazione scritta et essa da subito eseguì
l'ordine e perché una di dette relazioni parla dell'uscita
sua dal monastero, per tanto essa dice in questo suo polisino
quod facturus est, fac citius.
(1) Gv. 13, 27 "ciò che tu stai per fare, fallo presto";
1678 06 03 AMBP ms. 28 / 78 copia
Al Signor Don Carlo Labiso.
i due vaghi uccellini
mi sono stati carissimi, ma più l'affetto di V. S., con
che va affrettando il mio cuore a cacciare da se ogni sonno di
negligenza; con che vado così pigramente nella lode divina,
la quale cosi fosse nella mia lingua come sta seria a Dio, nel
corretto dire di questi cardillucci, che saranno giusto rimprovero
della mia sviata mente. Onde gradevole di tanto profittevole avviso,
rendo a V. S. larghissime grazie assicurandolo che sono alla parte
delle sue croci, compatendolo più che se fossero miei propri;
non dimeno viva Dio e le cose tribolate, essendo la sedia loro
la medesima di Dio, vivendo assieme con esso in una Croce collocata.
Oh! nostra gloria, oh! Paradiso in terra, cui mai lo merito pareggiare
un Dio in una medesima sedia, si dia animo dunque, V. S. ne si
lasci soccombere sotto quel peso, che Dio le da per ergersi un
gran sedile in Paradiso.
La vita è un gioco, un'ombra, un vento, non deve far caso
il bene o male transitorio, pochi momenti affannati ci dovrebbero
sembrare una burla per contenti infiniti; e tanto il bene che
aspetto, che ogni pena mi è diletto, così diceva
il Padre S. Francesco. Così dica V. S., mentre io mi resto
con ogni prontezza per servirlo appresso il signor D. Ignazio,
che per più efficacia lo farò per mezzo di mia madre,
la quale tiene ottima volontà di fare il possibile, e aspetta
la congruenza quanto detto signore sarà con essa alla grata.
Egli fra tanto si raccomandi al Signore e sua Madre SS.ma, come
parimenti io non cesserò d'invocarla, e stiamo ai suoi
voleri che del tutto saranno di Madre di misericordia, mentre
io riverendo V. S. mi resto prostrata ai suoi SS.mi piedi.
di V. S., dalla nostra cella a di 03 giugno 1678
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

1678 06 03 AMBP ms. 29 / 78 copia
Al Padre Paolo Giunta, della Compagnia di Gesù, Naro.
i confesso tardissima,
Padre mio appresso V. R., ma non già[m]mai colpevole, poiché
la mia volontà assieme con quella di Dio, anche da lui
fu approvata nella mutazione del mio scrivere, oltre che io sono
stata impedita di quelle frapposte, che mi hanno resa inabile
la penna; più che se io fossi stata impedita di febbre
acuta, la notizia dei quali lascio alla provvidenza divina, che
se vorrà notificarla a V. R.. Onde per quel che a me aspetta,
devo a lui rendere grazie infinite delle meditazioni che mi diede
in tempo, quali mi sono servite di lezione assai profittevole,
stante che per lo stato ove sono mi viene impossibilitato ogni
moto d'intelletto, e come tale ogni altra meditazione.
Ma per qualunque modo siano state esse sono state gratissime,
non solo a me che tanta pigra sono, ma a tutte le sorelle per
causa di che io tanto tardo gliene invio, poiché l'hanno
voluto rilette due volte in refettorio. Di che sono rimaste consolate,
tanto obbligate a V. R., per cui indefessa pregheranno per ogni
sua prosperità spiri-tuale, come io benché indegnissima
di tutto cuore gliela prego, sperandola dalla Madre delle Misericordie,
in presenza di cui a V. R. mi inchino domandandogli la santa benedizione,
come fanno mia madre e sorelle e tutte codeste sue umilissime
figlie.
Palma a di 03 giugno 1678
sua indegna serva e figlia
Maria Crocefissa della Concezione
P. S. La dichiarazione che mi ricerca, sopra il fatto di Messina
e dei Padri [ac]cennati, sappia che la dicenza la vuole assai
succinta, poiché la reputazione di cui si tratta non si
deve confidare alla penna, basta dire che il Signore sta non poco
spiaciuto verso coloro che nel loro bando ne piangono il castigo;
Padre lui non mi intende, e se ancora non lo crede si informi,
che troverà che io dico il vero e non posso parlar più
chiaro.
1678 06 04 AMBP ms. 30 / 78 copia
A suor Antonia Maria di Gesù, d'Anselmo.
icevo la sua
lettera ansiosa di amare e servire il Signore, cosa che anche
io bramo parimenti, essendo che "sola salus servire Domino
sun cetera fraudes".(1) Carissima sorella, non vi è
cosa migliore ne in Cielo ne in terra dell'amore di Dio, questo
è la massima della perfezione, questo è la corona
dei beati, benché tanto bene non può capire in un
cuore ripieno dei suoi contrari, come appunto le sono tutti l'effetti
propri e create.
Onde bisogna con la spada della santa mortificazione cacciare
dell'anima nostra tutti questi suoi contraddittori, che usciti
l'uni entreranno infallibilmente l'altri per ergere soli, o nel
nostro cuore, ed ecco il maggior impiego del santo amore.
V. S. siccome lo brama, così l'eseguisca distaccandosi
da tutto ciò che l'impedisce, e precis[ament]e dell'amor
proprio, debellando con la sua continua resistenza ed invocazione
della Madre SS.ma, ai di cui piedi umilmente la saluto, e me le
dia per raccomandata. di V. S., Palma a di 04 giugno 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "servire Dio è l'unica salvezza,
le altre cose sono inganni";

1678 06 04 AMBP ms. 31 / 78
copia
Alla Signora D. Rosaria Sarzana, Cuniglione.
arissima Signora,
l'umiltà di V. S. mi obbliga talmente a servirla, che non
posso lasciare di chiamarmi sua umilissima serva, esibendomi prontissima
a tutto ciò che lei gusta, e la virtù non mi divieta;
ma perché V. S. mi comanda cosa contro il mio istituto,
che affatto mi proibisce lo scrivere spesso etiam ai presenti.
Pertanto signora mia, io umilmente la supplico a non indignarsi
nella negativa della sua tanta desiata corrispondenza, la quale
io gliela prometto strettissima nelle piaghe del Signore, alle
quali supplicherò indefessa per il bene di V. S. e dei
signori suoi figli; acciò che siano propiziate dalla pietà
divina, e protette dalla sua SS.ma Madre, ai piedi di cui la lascio
con umilissimo saluto, come fanno mia madre e sorelle.
di V. S., Palma a di 04 giugno 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
1678 06 15 AMBP ms. 32 / 78 copia
Ad una Anima afflitta, così si sottoscrive.
arissima in Gesù
Cristo.
Compatisco in estremo V. S., non tanto per la pena che saria gloria
per un'anima che desia amare, e servire Dio puramente sulla Croce,
quanto per la causa che è di offesa di Dio, e poi nell'anima
di un sacerdote, che deve maneggiare Dio con purità più
che Angelica; come in fatti gli Angeli, si reputano al suo cospetto
nero carbone, e pure un indegno presume gustarlo assieme con un
lezzo d'inferno.
Oh! crudo strazio, che inorridisci il Cielo, non ti curare; oh!
misero che quanto meno vi pensi per te verrà quel giorno
furibondo e severo, si consoli però V. S. che Iddio è
potente di ridurre li peccatori in santi, e massim[ament]e quando
si ricorre all'aiuto della SS.ma Madre, alla quale io benché
indegna pregherò, acciò rasciughi le lacrime a V.
S., e riduca questa anima in penitenza, prima che lo rapisca [la]
falce di morte per incenerirlo, (Dio ci liberi) nel fuoco eterno,
di tanto male ci liberi la SS.ma Madre, mentre io la saluto umilmente
ai suoi SS.mi piedi.
di V. S., Palma a di 15 giugno 1678
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
1678 06 17 AMBP ms. 33 / 78 copia
Alla Signora Principessa di Aragona.
cc/ma mia Signora.
Signora mia è un tiranno il mondo, che cosa manca a V.
E., nobiltà, ricchezza, onore, stima, non già, e
con tutto ciò io sempre l'intendo afflitta dalle tirannie
mondane; oh! dura servitù contraria alla divina, che anche
negli affanni si gode una dolcezza di contenti. Con tutto ciò
mia signora le sue pene non sono invano, se per Dio l'accetta,
poiché anche i martiri si procacciarono il Cielo, per le
mani dei loro tiranni, tra le tirannie del mondo parimenti si
può servire a Dio, quando da tali angustie si traggono
quei meriti che procaccia una invitta pazienza.
Io compatisco li suoi sensi nella lontananza delle sue signorine,
e ne esperimento la prova per l'assenza del mio Principino, servo
e nipote di V. E.; ma con tanto piacere che lo dilungherei per
sempre, sapendo che così vuole Dio, cui così dolce
rende l'angustie a chi lo serve, delle quali io patisco li signori
loro, che stimo tutte alquanto afflitte, e comprerei col proprio
sangue la loro consolazione, per la quale tutte stiamo pregando
alla SS.ma Madre, di cui speriamo ogni loro intento. Fra tanto
umilmente la riverisco, assieme con la signora D. Leonora, signor
Conte e Principe, e con maggior tenerezza abbraccio le due figliole,
che Dio mi conservi come parimenti fanno mia madre e sorelle.
di V. E., Palma a di 17 giugno 1678
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

1678 06 17 AMBP ms. 34 / 78 copia
Al Padre Sigismondo Rossi, Rettore, Sciacca.
adre mio nel Signore
Non tanta, non tanta pena Padre mio per ingiusta causa, come in
verità non è così la sua perdizione, come
lui la pensa, ed io la stimo assai contraria, sperando e con ragione
che questo suo piccolo inferno le cagionerà ricusando un
gran Paradiso; il meglio della rosa è il suo amaro, così
il meglio della perfezione è l'amarezza del nostro senso,
distillandolo amarissimo in medicina degli medesimi appetiti sensuali,
di cui è antidoto potente per debellarlo la medesima resistenza.
Padre mio qui sono le cose, noi siamo nati per patire, ognuno
bisogna piangere per dopo saper gioire; si rallegri il cuore benché
penando, e serbasi il vero riso nel gioco eterno "ridebit
in novissimo die".(1) Si, si Padre speriamo, non delle
nostre forze che sono niente, ma della fortezza di Dio che ci
fa dire "omnia possum in eo qui me confortat".(2)
Io ricevo la statuetta del glorioso S. Felice,(3) e resto obbligatissima
a V. R. perché mi è stata assai gradita, e vi penso
di sopra gran proprietà per V. R. desiandolo nelle mani
di Dio, come fu prima di essere lavorata questa pietra; cioè,
ne tanta dura che non si lasciò scalpellare, ne tanto molle
che ai primi colpi si ridusse in polve[re]. Egli mi intende, del
primo non ne dubito, che so quanto non resiste al voler divino,
del secondo un pochino, che ai primi colpi del divino scalpello
cede in eccesso, e per pusillanimità si frange, affliggendosi
più di quello [che] richiede la sua croce.
Padre ne più, ne meno, ma tanto quanto colpisce lo scalpello
divino, il quale pian piano farà per il Paradiso un gran
lavoro, il mio glorioso S. Felice le dia una gran longanimità
d'animo, e fortezza per Dio, come io indegnamente gliela prego;
mentre umilmente mi resto dandogli larghissimi gradimenti per
un donarello sì caro, pregandogli altrettanto di bene della
nostra SS.ma Madre, per amor di cui lui mi benedica assieme con
mia madre e sorelle, mentre di vero cuore salutiamo suor Teresa,(4)
desiando l'aiuto delle sue sante orazioni, come parimenti fanno
tutte l'altre sorelle, invocando ancora per tanti nostri bisogni
il soccorso dei suoi santi sacrifici.
di V. R., Palma a di 17 giugno 1678
umilissima serva e figlia
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Padre la sua morte mi è incerta, questo bensì
posso giurare, che Dio vuole che lui peni, e mentre vuole così
muoia per ora a se stesso, e si dia sepoltura nel suo divino volere.
(1) "riderà nell'ultimo giorno";
(2) Fil. 4, 13 "tutto posso in Colui che mi da forza";
(3) Questa statua, è quella conservata ai piedi delle reliquie
dello stesso Santo, nella omonima cappella dentro la Chiesa del
Monastero del SS.mo Rosario di Palma di Montechiaro;
(4) Crocefissa Bruno, religiosa di Sciacca;
1678 06 18 AMBP ms. 35 / 78 copia
Al Padre Paolo Giunta, della Compagnia di Gesù, Naro.
adre mio nel Signore,
ricevo la lettera di V. R., con l'acclusa del Padre Rettore (1)
e la scatolina da lui mandatami, e rispondo dopo 7 giorni per
causa che mia sorella è stata inferma, la quale volendo
per sua occorrenza scrivere a V. R. anche mi ha ritardato, per
inviare le lettere tutte insieme.
Sicché dico primariamente, che la madre Abbadessa ringrazia
e riverisce V. R. infinitamente, confessandosi debitrice di grande
obbligo appresso la sua persona, e non di ragionevoli querele
come V. R. dice lei, non dimeno aspetta le sue grazie mediante
la sua diligenza, ma senza suo incomodo. Ed io parimenti attenderò
ai suoi comandi, pregando il Signore benché indegna per
la totale libertà del signor Principe di Buccheri, nell'incorporazione
dei suoi beni, come pure con più caldezza per la libertà
spirituale del Padre, già defunto, per cui benché
indegna farò quanto Dio mi aiuta, incominciando dal medesimo
giorno che ebbi la lettera, poiché fuoco e dimora sono
assai insoffribili.
Onde, è che con gran sollecitudine, ho ricorso alla rugiada
stillata sulla piena nube della santa Croce, che tiene grondante
per noi quella pioggia di amore per smorzare le nostre fiamme
concupiscibili e purganti, e non dico altro per tante dovute astringente.
Ma nostro Signore sia che l'ispiri gli eccessi del mio cuore,
bisognoso di tanti aiuti per quanto sono insoffribili e mai provati,
egli mi agevoli con li suoi santi sacrifici, e sia per amore della
SS.ma Madre, ai piedi di cui umilmente le domando la santa benedizione,
come fanno mia madre e sorelle.
Invio l'acclusa per colei che si sottoscrive, anima afflitta,
di cui non so altro nome, e pertanto non lo sopra scritta. Ringrazio
V. R. dell'avviso datomi del mio nipotino, egli mi dicono che
sta devotello, ma assai bisognoso del dono della perseveranza,
onde V. R. lo raccomandi al Signore e lo benedica.
di V. R., Palma a di 18 giugno 1678
umilissima serva e figlia
Maria Crocifissa della Concezione
(1) Parla del Padre Sigismondo Rossi, rettore di Sciacca e confessore di suor Teresa Crocefissa Bruno;
1678 06 30 AMBP ms. 36 / 78 copia
Al Padre Eusebio della Licata, Cappuccino.
olto rev/do Padre.
Se V. R. avesse preso nel mio vero senso le parole che le dissi
nell'ultimo mio foglio, certo che non si sarebbe reso questo travaglio
di addurre le tre difficoltà senza bisogno. Poiché
quando mai io le dissi che nell'istante di un solo ratto può
nell'anima abitare Iddio e il demonio, cosa che devo per ogni
modo non dirlo; dissi io non questo, ma che una creatura può
in un tempo (che può essere di più anni) essere
estatica divinamente, e dopo per suo demerito, o per altra determinazione
divina essere illusa del demonio, ma ciò in divisi tempi,
come la esperienza lo giura, è tanto presto fondamento
[che] restano oziose le sue validissime difficoltà, per
altro dogma della sua sapienza.
Con che meritamente e industriosamente ripudia la mia ignoranza,
ed io non è da ora che so la mia sciocchezza, e però
V. P. desista in dimostrarlo, poiché ognuno lo sa che io
sono una idiota, babbona e stolitissima bestia; e pertanto le
dissi che non li miei sentimenti (che non ne tengo sopra tale
materia) ma la evidente verità viene approvata dalli scientifici
di Roma.
E in dire ciò che male feci uguagliando la sua con la sapienza
di queste, forse si crede che uno di questi sia mio fratello;
non, che so quanto lui non si ingerisce in cose che può
essere stimato sospetto, nemmeno colà è stata nominata
la signora sua nipote, che essendo le cose sue evidentissime,
non hanno bisogno di tanti mezzi straordinari per conoscerli.
E quello che io dissi, fu per aver sentito di Roma le dottrine
generale sopra queste materie, senza particolarità e di
nominazione nessuna, ne io in questo vi attendo perché
una sola parola che sento ogni otto giorni dal mio Padre spirituale
(perché ogni tanto vi vado) mi basta per andare lesta e
dritta a Dio per la santa obbedienza, fuori di che vivo spensieratissima
e precis[ament]e da ogni altra creatura.
Onde V. P. si inganna, se crede che io sono ingerita con la suddetta
sorella, con cui sono estraneissima etiam di un pensiero, senza
mai pensare non che fuor giudizio si è illuminata o illusa;
anzi che 6 mesi sono che lei (forse perché mi conosce qualche
diabolica fattezza) mi fugge come il demonio.
Quando ha voluto qualche piccolo servizio da me, come sono stati
li rosarii che ho mandato a V. R., me l'ha fatto comandare per
ambasciata, per non degnarsi di dirmi una parola; il che di quanto
mi crucio mi è stato tu lo sai Signore, benché da
canto mio mi ha mancato, e non potendo io più soffrire
di vedermi oggetto di tale scandalo da tutte ammirato, benché
senza mia colpa, tanto io feci che con certe industrie la indussi
a dirmi qualche parola, almeno nella comune ricreazione per evitare
lo scandalo, come sino ad esse hanno seguitato e non ha più
di un mese, tale che io voglio dire che con essa non ho nessuna
pratica, nemmeno giudizio ne farò ne con cenno ne con parole,
e se non lo creda domandane a loro stesse, che non potranno negare,
ciò che è agli occhi di 35, che tante sono le nostre
sorelle, che io poi sia come V. R. giudica egli è più
che vero, ma per diverso cammino.
Poiché sopra questa materia non vi entro, ne per bene ne
per male e il pochino che ho significato a V. R. è stato
per soddisfarlo, giacché tanto si lamenta di non darle
tale notizia, assicurando che tra nipote e ziane non vi è
ne infamia ne diffamia, con tutto ciò se diversamente si
fa V. R. parimenti si lagna, apprendendo mi da cose veramente
proibite, come e tutto ciò che egli intende della confessione
della grande, e quando mai io pensavo non che dissi, che il Signore
mi rivelò li suoi peccati, o forse me li manifestò
il Confessore.
Or sicché a tanti rompi cuore questa conserva mi manca,
stimando che manifesta la confessione il povero Confessore, il
quale assieme con la madre Abbadessa stanno con quei conflitti,
che da continuo ci danno il Signore, ma ciò non le basta;
già si stanno procurando un altro Confessore, come già
hanno scritto a Monsignore per ottenerlo, e con tante spese e
scandali del nostro Monastero, volendo loro in ogni canto uno
straziero di Palma, per trattenerlo a spese comune in loro servizio,
cosa che soffrirla bisognerebbe essere di marmo vedendosi nel
nostro Monastero, con incapacità non che esercizio di tanta
miseria, e con tutto ciò si vive senza parola, e la medesima
Superiora le da libertà per quanto vogliono, essendone
malamente sperimentata.
Sicché dico per fine, che il cenno [che] li diedi della
confessione fu non per rivelazione o altra mala strada, ma per
notizia generale anche manifestata dalla medesima e non in segreto,
che ancora prima mi sarei morta che dirne parola, ma pubblicamente
conosciuta e senza particolarità nessuna; e da me oscuramente
[ac]cennata, stimolata da V. R. nella sicurtà suddetta,
non dimeno li miei peccati sono stati causa di tanti giusti strapazzi,
sino ad avvisarmi censura d'inquisizione, io godo di tale presagio,
ma più godrei dell'esito acciò mi fosse detto da
Dio, "beati qui persecutione patiuntur propter iuvam".(1)
Dico per fine e lo supplico faccia per terra, a non ingerirmi
più in questo negozio, e giacché io ne sono qui
dentro tanto aliena, non voglio esserlo da lontano, con tanto
pregiudizio dell'anima mia e alienazione della mia quiete; qui
vi sono li Superiori se vuole nuova delle signore e suoi nipoti
ne domanda a loro, che io non ne so niente fuorché quanto
necessariamente osservarono tutte.
Sicché se sempre l'ho stimato da Padre e Padrone, ora me
lo sarà maggiormente se mi compiace di questo favore, e
questo l'ho detto è stato per necessarie astringenze tirando
la mia prima lettera tante repliche, che mai fossero state. Ad
ogni modo io "coram Deo"(2) mi protesto che mai
ho inteso dire male di nessuno, fuorché tendente a molto
bene da V. P. comandatomi, e da qui innanzi mai più ne
dirò parola, e però mi perdoni se trattandomi di
questo io non risponderò ai suoi Padri, egli per carità
mi ci aiuti con li santi sacrifici, mentre io buttata ai suoi
piedi la ringrazio delle sue figure, e le domando la santa benedizione.
di V. P., Palma a di 30 giugno 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) Mt. 5, 10 "beati quelli che soffrono
persecuzione per amore della giustizia";
(2) "davanti a Dio";

1678 07 06 AMBP ms. 37 / 78 copia
Al Padre Paolo Giunta, della Compagnia di Gesù, Naro.
adre mio nel Signore.
Ammiro, e mi confondo per causa che la sua ardentissima brama
di patir gran Croce, confonde l'anima mia cotanta codarda nell'abbracciare,
non che bramare la Croce, che mi affanna "spiritus prontus
est caro autem infirma".(1)
Benedetto sia Dio che tiene in V. R. l'uno e l'altro ben sano,
ma nella guerra però si prova il buon soldato, e pertanto
si prepara V. R. per l'adempimento del sue brame, che forse fra
breve gliene sarà dato se non perfetto adempimento, almeno
un ottimo seguito; e forse sarò io il vaso di questo suo
amaro beveraggio, poiché il mio cuore è scaturigine
di ogni fiele, e da qui nasce che chi mi conosce per tante astringenze
mi bisogna lasciare, essendo al primo sorso insoffribile l'amarore.
Gesù mio, per ogni canto tu mi fai dire "non alium
non alium nisi te ipsum",(2) essendo che egli non esclude
se Santi, ne peccatori; Padre io so che anche lui ciò mi
insegna a dire, e pertanto mi aiuti all'esecuzione non solo con
ogni opportuno mezzo, ma con l'aiuto dei suoi santi sacrifici
e sante orazioni, io sono al presente la più afflitta e
desolata, che mai sono stata in vita mia, ma medesimamente confermata.
V. R. mi intende perché le dico questo, e però mi
prometto l'effetto della sua carità, come pure il medesimo
pretendo dalle sue figlie spirituali, per cui benché indegna
ho pregato il Signore, alle quali cordialmente saluto domandando
ai piedi della SS.ma Madre a V. R. la benedizione, e basta soltanto
quanto sia per assicurarlo, che io sarò per mai scordarlo,
essendogli per adesso come l'ho stato, benché in stato
alieno; ne si conturbi se come lui disse, mi percipe all'oscuro,
poiché tempo verrà che le parlerò chiaro.
di V. R., Palma a di 06 luglio 1678
umilissima figlia
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Di cui desio ricevuta del libretto, ove sono gl'esercizi
di S. Ignazio, il quale io inviai a V. R. Giovedì trascorso,
30 del passato.
(1) "lo spirito è pronto, la carne è debole";
(2) "non altro, non altro se non te stesso Signore";
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Al Padre Fra Benedetto da Monreale, Cappuccino.
olto rev/do in Cristo
Padre.
Regni nel nostro cuore il nostro amante Gesù Cristo, il
quale tanto bene presaga all'umili di cuore, uno dei quali io
mi assicuro che sia V. P., mentre con tanta umiliazione si degna
ricordarsi di me poverella del Signore, che mai seppi che fosse
vera strada di Dio, ma cieca, e meschina non so altra condanna
che andar dietro l'esempi delle vere serve di Dio.
E per tanto carissimo Padre io mi prostro ai piedi suoi, e quanto
lui si sbassa, tanto io mi sprofondo non potendo ambedue tanto
subentrare, per quanto ne diede l'esempio il nostro amante Signore,
che ai piedi di Giuda ascrisse alla terra il "non plus
ultra"(1) dell'umiliazione.
Sicché io confusa di tanti esempi umilissimi, prego V.
P. a darmi la pratica, siccome me ne da l'esempio, impetrandomi
da Dio la vera umiltà, come parimenti io indegna le prometto
fedele la continuità delle mie misere orazioni, ricordandomi
in esse anche del Signore, suo fratello, sperando della di lui
pazienza la sua resurrezione eterna. Resto per fine prontissima
all'aiuto della religiosa compunta, per cui pregherò la
Madre SS.ma per la purità del suo cuore, acciò raffina
il suo dolore, vendendolo di puro pentimento, poiché talora
ci inganniamo noi stesse, piangendo non per doglia di aver seguito
il mondo, come superficialmente ci sembra, ma per la doglia ci
causa la sua attuale separazione.
Sicché (oh! miseria nostra) il più delle volte anche
il nostro pianto è degno di gran lacrime, essendo degne
di gran castigo etiam le nostre giustizie, e saranno da Dio severamente
giudicate, "cum accepero tempus ego iustitias iudicabo";(2)
sicché prima che venga per me quel giorno giusto, e severo,
si ricordi V. P. di me misera peccatrice, mentre io ai piedi della
SS.ma Madre, le domando umilmente la santa benedizione, rendendogli
affettuose grazie delle 7 figure, che mi saranno carissime essendomi
venute dalle sue sacrate mani, di V. P. a cui umilmente riverisce
mia sorella suor Maria Serafica, e non le scrive per ritrovarsi
impedita, la scuserà V. P. le dia la sua santa benedizione.
di V. P., Palma a di 06 luglio 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "non più oltre";
(2) " quando sarà arrivato il tempo io giudicherò
con giustizia";

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[Alla Signora Principessa di Aragona]
ll/ma ed Ecc/ma
Signora.
Alle volte signora mia la molta resistenza in abbracciar la Croce
è causa che si ritarda la nostra consolazione, ma io non
mi persuado questo nella sua persona che so quanto da vera cristiana
si rende prontissima al voler divino.
Onde devo attribuire la sua prolungata pena al demerito dei miei
peccati, in castigo dei quali ancora nostro Signore non ha voluto
esaudire le mie indegne orazioni, cotanto continuate per lei non
solo da me, ma di tutta la nostra comunità, la quale domani
giorno di Venerdì farà a tale fine tutti gl'esercizi
spirituali consistenti in digiuni, comunioni, orazioni, mortificazioni
e disciplini, deve però V. E. accompagnarmi con una offerta
a Dio rassegnandosi di vero cuore al suo divino volere.
Poiché per impetrar la grazia non vi è di questa
migliore occasione, e pensi signora mia quale siano l'eterne pene
se tanto l'affligge questa temporale, la quale forse Iddio l'ha
mandato per causa della sua salvazione, acciò che per mezzo
della Croce si avvicina più a lui, e l'ami di vero cuore,
V. E. rifletta qui bene, mentre io umilmente la riverisco, come
fanno mia madre e sorelle, restando tutte supplichevole per la
sua bramata consolazione. di V. E., Palma a di 07 luglio 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
1678 07 10 AMBP ms. 40 / 78 copia
Al Padre Don Geronimo Vitale, Chierico Regolare, Roma.
arissimo Padre nell'Amor
di Gesù Cristo.
Non risposi alla prima lettera di V. R. perché ebbi certezza
della seconda, terza e quarta già tutte capitatemi in questa
settimana, alle quali generalmente rispondo meravigliata di tanta
sua carità, con che mi va indorando l'amare pillole [che]
mi porge per mezzo di tante persuasioni; come io non fossi quella
bestia a cui si devono dare delle crude sferzate senza l'intingoli
di tante ragioni.
Imiti in ciò Padre mio il direttore di un giumento che
nel caricarlo, e bastonarlo osserva silenzio fuorché con
qualche parola di dispregio, bastava a sua riverenza dirmi senza
tante antecedenze queste poche parole (vai infelice a piangere
i tuoi inganni, che tanti anni sei stata casa del demonio), tanto
e non più era di bisogno per ridurmi in stato di amara
penitenza, poiché anche questo mi persuadono i miei peccati,
che non potei essere mai sedia di Dio ma culla del demonio.
Tanto più che lo spirito contraddetto da V. R. (cioè
il presente il quale sempre unicamente è stato) anche esso,
è obbediente, e gagliardamente mi induce alla vera obbedienza
di tutto ciò che V. R. dice, ne può l'anima mia,
benché resistendo non sentire la sua voce, poiché
egli quantunque ributtato mi grida dietro le porte, "nonne
bene dicimus nos, quia Samaritanus es tu, et demonium habes?",(2)
ricordandomi con questo la sua antica pazienza in una siffatta
ingiuria, anche rinnovata ingiustamente in una infame che lo merita.
Con che mi dispone ad una allegra sofferenza, non solo al primo
avviso, ma al benedicimus andando tuttavia confermandosi al medesimo,
il che anche io confermo senza alienazione etiam di un pensiero,
e ciò a persuasione del suddetto che mai mi saria si sicuro
come il detto del medesimo Dio nel sacro Evangelo, dicendo ai
suoi ministri: chi ode voi, ode me, ai quali io obbedirò
etiam lasciandolo ove lo troverò più intimo e sicuro.
Ad ogni modo segue il testo e seguendo il suddetto dice per ultimo
suggello: "Jesus autem abscondit se et exivit de templo",(3)
ed io mi stimo felice mentre anche tale occasione mi viene data
da V. R., che interpretando quella voce viene (se non dal demonio)
per uno straordinario ritiro, mi vieta non solo ogni commercio
di lettere da me sempre odiato, ma etiam la comunicazione di più
guide, come già perfettamente ho fatto togliendo quella
del Padre Giunta, che altra non vi era, ciò eseguirò
con tanto rigore che anche V. R. ne proverà l'effetto,
come circa le lettere pure mio fratello ne testificherà
la esecuzione, e così per l'uno e l'altro eseguirò
ogni suo comando, stando unicamente all'ordine del mio Padre confessore,
il quale anch'esso mi ratifica questo suo consiglio.
Ed eccoti anima mia posta in cammino, corre dietro lui che: "aboscondit
se et exivit de templo",(4) egli per ogni modo vi ridice
viene vai dunque felice, fuggi, celati, nasconditi di ogni sguardo
umano, lascia etiam il tempio ed ogni spirituale esalo, a Dio
miei esali, non più lettere non più guida, e resto
contenta prostrata ai suoi piedi, acciò mi perdoni per
sempre e benedica.
di V. R., Palma a di 10 luglio 1678.
Soggiungo di più la mia prontezza nel suo comando, per
il quale mi ordina che io offra al Signore un totale rifiuto di
ogni grazia sopra naturale, da me per ogni volta effettuato, che
lo potrei scrivere con il sangue dei miei sforzi, tanta per quanto
mi è stata possibile, e stata la mia resistenza. Sicché
non resta poter altro che continuare, non sapendo mai farlo migliore,
siccome di bel nuovo ho fatto il giorno quarto di giugno, scrivendo
una offerta con qualche mio costo immediatamente dopo la santa
comunione, poiché questo suo comando per misericordia di
Dio che vuole in me una perfetta obbedienza, primo fu scritto
nel mio cuore che nel suo foglio, provvedendomelo Iddio in quel
medesimo tempo che V. R. l'ebbe in pensiero.
Sicché io l'effettuai in quel medesimo giorno nel quale
lui mi prescrisse tal comando, cioè il suddetto 4 di Giugno,
ed io non mi vergognerei mostrarle la medesima offerta se lasciandola
in cella dopo non l'avesse trovata smarrita, e per quanto l'ho
cercato non è stato possibile trovarla, forse fu castigo
di Dio che voleva l'inviasse in quel medesimo tempo come de fatto
mi cadde in pensiero. Ma io non lo feci per non essere leggera
aspettandone la presente congruenza, e tanto sia per dimostrare
quanto il Signore vuole che obbedisca anticiparmi l'avvisi, cosa
assai immeritevole alla mia miseria, ma perché ella in
ogni bene decade e vacilla lui così la mantiene, e dopo
tutto questo se io stimassi come per suo ordine credo che questo
fosse il demonio.
V. R. giudica quanto sia la mia sciagura, dovendo per ogni conto
lasciare la santa obbedienza, mentre quello spirito tanto me la
spira, oh! caso afflitto cui mi leverà di inganno, poiché
questo spirito nell'anima mia unico si giura.
Ohimè dunque, o sempre Dio, o sempre demonio, questo io
credo e però tremo sull'orlo di un baratro eterno, ove
provo ohimè un vero inferno. Se io dissi che V. R. del
mio ritiro ne proverà l'effetto, fu per suo comando che
unica mi assegna la presente guida, ed io sto al suono delle sue
parole perché vedo che non si suole servire di interpreto
mia se altrimenti gusta io sarò prontissima.
afflittima serva
Maria Crocefissa [della Concezione]
(1) "amerò Te ho Signore mia virtù";
(2) Gv. 8, 48 " no diciamo noi con ragione, che Tu sei un
Samaritano e un indemoniato?";
(3) "Gesù invece si è nascosto e uscì
dal tempio";
(4) "si è nascosto e uscì dal tempio";
1678 07 10 AMBP ms. 40b / 78 copia
Al Padre Don Geronimo Vitale, Chierico Regolare, Roma.
i
era uscito di mente il poco che mi occorre dire, sopra l'esclusiva
della voce viene, in ordine a che sarò obbediente in una
totale obliviscenza della sua esecuzione, la quale oblivione avendola
io intrapresa poco giorni dopo che capitarono le mie lettere costì,
di quando mi furono ante venuti gli avvisi, mi si era anche al
presente per abitudine uscita di mente. Onde dico che a me Padre
tale avviso non fece impressione nessuna, poiché oltre
ad aspettarlo così, era impossibile sortire di altra maniera,
mentre da furiere li servì il mio sospettato inganno, trama
in vero per l'impedimento assai op-portuna. Ma io Padre sono una
persona che mi accomodo di qualsivoglia modo, lodato dunque sia
Dio che lasciò interminata questa voce, poiché ella
se si sarebbe effettuata per conseguenza sarebbe cessata, ed io
avrei perduto il mio unico sedamento di ogni mio disturbo interno,
poiché ella non solo in se stessa mi è sorgente
di pace, ma maggiormente in ogni mia perturbazione interna, che
nel solo sentirla parmi mi chiamasse dall'inferno al Paradiso.
Sicché per tante mie angustie, ancora mi è necessaria,
onde che io resto contentissima e sopratutto pronta a discacciarla,
ributtarla, e spregiarla quante volte mi viene comandato, poiché
siccome ella mi spira invariabile costanza così esatta
obbedienza; V. R. mi fa grazia (se conosce essere necessario)
in occasione di riverire il signor Cardinale mi butti ai suoi
piedi, rappresentandogli il mio cuore in una umilissima espressione,
e con tanta obbedienza che mai saprei esplicarlo con parole, mi
[in]canteni insomma ai piedi suoi, mentre io resto sua schiava
con obbligo perpetuo, che mi diede più che il Paradiso
mentre mi die[de] la sicurtà del voler divino.
Di che anche ne fo ricevuta a V. R. scrivendola con il prezioso
sangue di Gesù Cristo, che compenserà le sue fatiche
con una eterna remunerazione; V. R. mi corregga se io erro a non
replicare a S. E. in rendimento di grazie, poiché non l'ho
fatto per non infastidirlo con il mio noioso nome, che veramente
crucifigge etiam l'udito, abbia lui dunque pazienza nel udirlo
tanto e mi benedica.
[Palma a di 10 luglio 1678]
sua indegna e afflittissima figlia
Maria Crocifissa della Concezione

1678 07 16 AGT ms. 42 / 78 autog.
Al Padre Don Geronimo Vitale, Chierico Regolare, Roma.
adre mio nel Signore.
Fui tanto lunga nella mia prima lettera, che non mi diede l'animo
domandarle del negozio del coltello, che V. R. dice essermi mandato
da Dio per mezzo di un demonio, cosa che ne io, ne il mio Padre
spirituale (1) nulla ne sappiamo, nemmeno si trova tra li miei
scritti e copie di lettere.
Onde la notizia che V. R. ricerca da me, io la desio da lui, ma
io mi vado immaginando come poté essere questa cosa, poiché
più volte il demonio con le sue bugie mi ha finto ambasciate
del Signore, con rappresentarmi da sua parte strumenti per uccidermi,
ma queste sono pure suggestioni, e non inganni, poiché
sono state da me conosciute per tale nell'atto di riceverle, e
non mi ha punto ingannato quantunque lui in sembianze di Angelo
di luce, benché mai mi ricordo vederlo in questa forma,
fuorché la seguente volta (essendo state le divine operazioni
sempre in me tutte intelligibili, e fuor di sentimenti propri),
le di cui finte bellezze dico dello spirito malo sono ingannevoli
solo agli spratici, dei quali io sarei stata la peggiore, se la
pietà di Dio per vedermi cauta non mi avesse esperimentata,
facendomi in sua presenza apparire il demonio travestito in Angelo
di luce con una inondazione di inesplicabile dolcezza, come in
verità molto mi piacque, ma solo nel senso, restandone
lo spirito digiuno, come l'idropico che bevendo a sazietà
solo ne gusta il palato, restandone tutto il corpo danneggiato,
così il demonio nell'emissione dei suoi gusti, inganna
coloro che quelle di Dio non hanno provato, stimandosele nello
spirito quando sono nel senso.
Ove in questa volta provandole io per mio insegnamento, mandò
l'anima mia un grido sino al Cielo, assaggiando quanto gusto nel
senso, tanto fiele nello spirito, nel quale immediatamente (fugando
quello sposo mascherato) emanò Dio la sua deifica sorgente,
e benché con amistà di molte croci, non dimeno rese
quella del demonio come una fonte di fiele, e scorse seria tutta
nello spirito senza sapere acquedotto sensuale, producendo quanto
gusto tanta sanità, e robustezza nell'anima per il corso
della perfezione, e non come l'anima idropica di gusti e illusione,
che gravida di pigrizia porta ogni pagliuccia come un trave.
Oh! lume di chiara vista e cui non conoscerebbe differenze tali,
cui mai accese lucciola per conoscere il Sole nel meriggio, tale
è Iddio nell'anima, a proporzione di cui è come
oscura lucerna ogni luce naturale, non che diabolica e pasticcia,
li di cui divini raggi non accettano per contrassegni macchie,
che di tale lo richiedono l'umane intelligenze che a tanto lume
non arrivano.
Se tu mio Sole ti fossi eclissato agli occhi di chi sai, con lo
smarrimento di quelli miei fogli, ove erano notate la vera notizia
di ogni sorte d'inganno, cioè, mattutino, meridiano, vespertino,
serotino e notturno, per certo che io non sarei in tanto sbaglio;
poiché ciò che ivi era non era per scienza umana,
ma effusa da te tutta sperimentata e divina, ma la tua Croce mio
Dio è meglio di ogni altra plenitudine divina, vada dunque
in perdizione ogni scienza più che umana, e venga per tuo
voler ogni mia pena.
Oh! Padre, oh! padre e cui in questo discorso mi condusse tanto
fuor di strada, per certo non io che non pretesi questo, ma pochissime
parole in soddisfazione della sua domanda sopra il caso del coltello,
e pure involontariamente qui mi vedo fuor di proposito; o egli
fu Dio, oppure il demonio che tanto mi scorse, sopra la quale
non tengo [di]scernimento che quello dei miei Superiori; ad ogni
modo perché sono andata senza briglia, mi freno ai suoi
piedi riverendolo con umilissima voce: miserere, miserere.
Palma a di 16 luglio 1678
sua indegna figlia
Maria Crocifissa della Concezione
(1) Parla del Padre D. Fortunato Maria Alotti,
Confessore del monastero di Palma;
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A Mons. [Francesco Maria Rini], Vescovo di Girgenti.
llustr/mo e rev/mo
Signore.
Che benvenuta potei io fare a V. S. ill/ma, quando ritornò
alla sua sedia per ritrovare sciagure, non solo nel nostro Monastero
ma di vantaggio per causa della sua giurisdizione, benedetto sia
Dio che ci fa provare la infelicità di un corpo infermo,
quando languendo le membra anche il capo duole, che tale egli
è alla nostra comunità Padre e Pastore, di cui tutte
siamo non solo figlie ma membra in Cristo ed umilissime serve,
e come tale ci dolgono più che le nostre le sue tribolazione.
Oh! santo Dio che da mattina a sera questo solo verso ci fa cantare
singhiozzando: "Domine quid multiplicati sunt qui tribulant
me [et] multi insurgunt ad versum me".(1)
Ma "si Deus pro nobis quis contra nos",(2) Monsignore
ill/mo su dunque contro l'inferno che in tale coraggio Iddio ci
sta guardando, ne occorre sgomentarci per una battaglia sì
breve, poiché quattro stille di fiele mai saranno più
dei nostri pochi giorni, e sono assai niente per una eterna mercede.
Io povera sua figlia anzi sua umilissima serva, non mai penso
per me che prima non sia per V. S. ill/ma invocandogli l'aiuto
di Dio non solo per la sua santità, ma per ogni sua occorrenza,
così io fossi accetta, come sono assidua, e perché
Monsignore mi occorre che dirle in disgravio della mia coscienza,
voglio supplicarlo come più mesi sono che mi trovo con
qualche scrupolo di coscienza, parendomi di aver trasgredito un
certo comando di V. S. ill/ma che mi diede e confermò con
sue lettere.
Acciò non mi ritirassi (come io le chiesi) di darle nell'occorrenze
notizia di quelle due sorelle, il che io confesso che facendolo
per più volte desistei alla fine, vedendo che andando le
cose alla peggio si divulgarono per tutto e si ridussero pubblicamente
nelle mani dei nostri Superiori, dei quali V. S. ill/ma ne resta
informata, e benché in questo non ha errato la mia volontà,
ma non so che, perché ancora non conosco chi non mi fece
proseguire. Non dimeno mi stimola un continuo rimorso di coscienza,
che mi fa buttare ai suoi piedi domandandogli con cuore contrito
umilissimo perdono, e la sua santa benedizione sopra tale difetto,
benché involontario, ed io altrettanto farei per supplicarlo
dello scioglimento di questo suo comando, se non conoscessi che
lui tacitamente me ne ha disciolto, vedendo che di tale errore
non mi ha corretto.
Onde promettendomelo sicuro umilmente lo ringrazio, e per quanto
ne godo tanto lo supplico a confermarlo come lo desidero, poiché
Monsignore io sono tanto occupata e ristretta nella Casa del mio
petto, che ogni altro pensiero mi è superfluo e strano,
tanto più che io mi trovo assai mala sperimentata del vizio
contrario, e con una ammirazione continua del male che produce
una estrema loquacia, il che ho insegnato a spese di queste due
sorelle, che di tanto loro male questa par abbia stato l'iniqua
sorgente, come ancora ne mostrarono l'effetti l'impeti violenti
che mandano per la loro vicenda loquela, poiché nemmeno
le carceri hanno potuto imprigionare le loro lingue, di modo che
l'hanno sfogato non potendo con altro sulle carte, benché
sotto velame di spirituali mantelli.
Oh! gran miseria di un cuor che tanto corre, non ti curare; oh!
misero che se non ti resti spazierai un giorno in un Campidoglio
eterno, loquace di un ahi infinito nell'inferno, una sola cosa
più di ogni altra mi scontenta, e da che diverranno bandiera
di superbia le profittevoli carte di V. S. ill/ma.
Sicché nella loro scarcerazione stiamo aspettando questi
poderosi alfieri, che batteranno sopra i capi nostri questi stendardi
di alterigia, ma sia come si voglia Signor mio, sia benedetto
il vostro santo nome "et fiat voluntas tua, sicut in coelo
et in terra";(3) e siccome mi rassegno a Dio, così
mi prostro ai piedi di V. S. ill/ma domandandogli perdono se con
superfluità li tratto, che l'ho fatto per non essere tenace
sino all'ultimo, e però nell'ultima volta gliene ho voluto
dire qualche cosa.
Del resto Monsignore illustr/mo, io nonostante questa mia domanda,
faccia per terra le prometto "coram Deo"(4) perfetta
obbedienza, e per fine facendo mille benvenuti al signor Abate
suo nipote, umilmente mentre lo riverisco assieme con Monsignor
Vicario domandando a V. S. ill/ma la santa benedizione, come fanno
mia madre e sorelle, serve umilissime di V. S. ill/ma, di cui
io parimenti sono.
Palma a di 20 luglio 1678
umilissima ssuddita
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "Signore perché si sono moltiplicati
quelli che mi tormentano, e molti insorgono contro di me?";
(2) Rm. 8, 31 " se Dio è per noi, chi sarà
contro di noi?";
(3) Mt. 6, 10 "sia fatta la tua volontà, come in cielo
così in terra";
(4) "davanti a Dio";
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Alla Signora Principessa di Sabbuci.
cc/ma mia Signora,
ricevo la carissima di V. E. e rispondo afflittissima per compassione
della sua tristezza, cotanto grande per quanto lei me la dimostra,
che tale sarà mentre la costringe a prevalersi di me sua
indegnissima serva, che oltre ad essere io invalidissima, gli
sarò di più di grande impedimento quando nostro
Signore volesse conferirle la sua misericordia, cotanta impedita
della mia miseria.
Non dimeno signora mia, non riguardando lui li miei meriti ma
la sua pietà, io prontissima lo pregherò per li
bisogni di V. E., la quale non potrà più felicemente
prosperarsi, come quando sarà devota serva della SS.ma
Vergine, le di cui mani SS.me spargono ogni consolazione per li
cuori afflitti, io ai suoi piedi mi butto per ottenerci ogni felicità
come lei desidera, frattanto ella si disponga per esserle vera
serva mentre io di cuore la riverisco. di V. E., Palma a di 28
luglio 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
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A Mons. [Francesco Maria Rini], Vescovo di Girgenti.
ll/mo e rev/mo Signore
Padrone Osserv/mo.
Il primo respiro dopo un lungo, e continuo peggioramento venga
ai piedi del mio Padre e Pastore, e chieda per reciproca respirazione
qualche odoroso rifiato del suo robusto spirito, dicendo "inspiret
mihi odor amoris tui",(1) acciò l'amore dia forza,
e la fragranza respiro a questa spirante, e semiviva pecorella.
L'amore SS.mo di un paterno petto verso Dio, e il prossimo infuocato,
bisogna, che evapori caldi respiri per dare calore alle fredde
pecorelle, e se il forte fiato di un petto robusto gonfia, e da
forma di otre alla pelle di una morta, e scorticata pecorella,
facendola contegno di mosto, miele e olio; tale sia la sua forte
insufflazione a questa anima estinta nel bene, e scorticata di
ogni consolazione, acciò possa essere capace del mosto
della carità, estratto dal torchio della Croce, del miele
della diligenza derivato da quella di una incessante apicula,
e dell'olio della misericordia di Dio.
Acciò tante ferite nell'anima, e doglie nel corpo abbiano
da esso l'unzione di Davide, quando disse "unxit me unctione
misericordiae suae",(2) e se sarò capacissima
otre di questi tre liquori salutari, li verserò in abbondanza
sopra il mio otriero, e Pastore per avere maggior lena con questi
forti beveraggi per la via del Calvario, comminandola in visita,
"sicut gigas ad currendam viam".(3) Per qui Padre
mio l'incontro qui lo seguo, e dico "expecta Dominum,
viriliter age, et confortetur cor tuum, et sustine Dominum";(4)
dico "expecta Dominum",(5) perché egli
tal volta si nasconde tra la folta dei manigoldi, lasciando sola
patire l'anima seguace, senza la società di un Dio parimenti
in dolore animo però in questa sua ritirata, "umiliter
age",(6) perché se non è presente, e conoscente,
"alta a longe cognoscit",(7) li travagli per
darli aiuto, e guiderdone, e però "confortetur
cor tuum",(8) nei lontani suoi sguardi che influiscono
aiuto a questa petizione, "tu me ad adiunvandum respice",(9)
e per fine, "sustine Dominum",(10) perché
dandosi a noi in questa vita mortale più carico di pene,
che di consolazione, bisogna sostenere li pesi e il portatore.
Sì, dunque Padre mio, sustine Dominum, soffra Gesù
Cristo ineschiodabile con la sua Croce, per godere lassù
quella sacrata tramuta, di un Dio pesante non di pene, ma di godimenti
glorie, e guiderdoni il di cui glorioso disgravio, sarà
l'indossamento sopra l'anime nostre dell'agilità gloriosa
per salire cariche di glorie alla sommità della sua fruizione.
Tra tanto, io "in limo profundi"(11) procuro
ascendere all'alto della virtù il Padre mio, con la mia
supplichevole orazione, come fo per li suoi sudditi, tra le quali
essendo io la più miserabile, resto con profonda riverenza
supplicandole aiuto e benedizione.
di V. S. ill/ma e rev/ma, Palma a di 28 luglio 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Oggi vigilia del glorioso santo Ignazio, par egli rinnovi
il miracolo del suo figlio Saverio, quando un pesce nel mare li
portò sull'onde il Crocifisso perduto; tale sono stata
io in un mare di doglie, e confusione per non potere eseguire
il comando di V. S. ill/ma di scrivere a quelle madri con persuasive
al bene.
Adesso però più inanimalita di un pesce, tra le
furibonde procelle dei miei conflitti ecco porto nella bocca,
il Crocifisso quasi perduto nei chiostri a quelle religiose, acciò
seguano li suoi esempi, e non le mie indegne parole. Come V. S.
ill/ma vedrà nell'acclusa senza soprascritto, non sapendo
io il nome del loro Monastero, e tutto per atto di mia dovuta
obbedienza, alla quale mi rassegno supplichevole della santa benedizione.
(1) "mi inspiri l'odore del tuo amore";
(2) "mi hai unto con l'unzione della tua misericordia";
(3) "come il gigante verso la via da percorrere";
(4) "aspetta il Signore, agisci virilmente, e sarà
confortato il tuo cuore";
(5) "aspetta il Signore";
(6) "agisci umilmente";
(7) "conosci da lontano le alte cose";
(8) "sia confortato il tuo cuore";
(9) " e tu in soccorso guarda me";
(10) " tu accetta [con fiducia] il Signore";
(11) Sal. 68, 3 "io nel fango sprofondai";

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A Mons. [Francesco Maria Rini], Vescovo di Girgenti.
ll/mo Signore.
Mi renda l'affetto Monsignore, acciò sopra modo mi affliggo
dell'avviso [che] mi da V. S. ill/ma, per la indisposizione di
Monsignor Vicario, suo stimatissimo nipote, ma che pena può
essere la mia per un figlio e servo della SS.ma Vergine, le di
cui mani sono piene di ogni compita consolazione, sopra abbondare
ai più miseri, non che alle carissime figliole.
Io dunque non posso contristarmi, anzi vo[glio] stare di buon
cuore prostrata ai suoi piedi, e tanto sin che lei non mi dia
un allegrissimo vade, riportandone la compita consolazione; la
quale potendo essere impedita dai miei peccati io li coprirò
con il merito e orazioni delle nostre sorelle, le quali tutte
a tal fine dimorano supplichevoli domandando a V. S. la santa
benedizione, come con più riverenza gliela domando io con
mia madre, sorelle facendo riverenza al signor Abate e signor
Vicario che Dio ci conservi.
di V. S. ill/ma, Palma a di 29 luglio 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
1678 07 31 AGT ms. 83 / 78 autog.
Al nostro rev/do Padre [Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del monastero di Palma.
on so come la carità
di V. R. mi poté dare tanta pena, come me la diede grandissima,
quando mi rappresentò quelle tre domande del Padre Paulo
Giunta, per darle se non risposta la esclusiva, giacché
a questa mi costringono li divieti di Roma. Da dove sono venute
da quel Padre che S. R. sa, tanti fulminanti e proibizioni di
scrivere, non tanto per altri quanto per il povero Padre suddetto,
essendone stato la cagione non solo le sue spesse lettere, ma
simili domande alle presenti; che lui mosso di carità ha
fatto ad istanza di alcune devote, il che venendo all'orecchie
del Padre romano (che non so per qual modo) egli talmente se ne
[di]spiasse, che V. R. sa il tutto avendo letto le sue lettere
che sono tali, che non possono comparire alla persona che contraddice,
dicendo in somma che tali domande sono bastevoli non solo a farmi
svanire, ma di più a farmi stimare falsamente per un oracolo
divino, e di persone che cercano le cose sue, e non quelle di
Gesù Cristo.
E sapendo V. R. questo e di più di questo, perché
dunque mi da occasione di tante negative, sapendo che io naturalmente
sono tale che a dire, no, mi sento spezzare il cuore, sia non
dimeno per amor di Dio il gran negozio che abbiamo per le mani,
e però io lo supplico per carità a non scioglierselo,
così come fa dalla manica, lasciando ne sola a primo fronte,
e giacché lui sa il tutto dovrebbe anche fare qualche poco,
facendo almeno quanto può di se stesso.
Nostro Signore sia che l'ispiri a darmi aiuto che io mi sento
perire, e lo prego per fine a comunicare di bel modo questa negativa
al P. G[iunta], perché nostro Signore vuole sortiscano
le cose con quiete d'animo e senza perturbazione, e benché
egli sia uomo che desidera Croce, non dimeno la carità
non vuole che noi desideriamo crocifissori.
V. R. le dica che io benché da lontano, con la medesima
mia lontananza le mando la Croce che le promisi, acciò
resti appagata la sua brama, V. R. mi scusi se io li do fastidio
con questo biglietto, perché di ieri che procuro dirglielo
di presenza, ma non ho potuto aver luogo nel confessionario, e
anche questa mattina vi è persona a cui io non voglio essere
d'impedimento, mi benedica.
[di V. R., Palma a di 31 luglio 1678]
sua indegna figlia
Maria Crocefissa della Concezione
P. S. Mi fa carità, V. R. tenere segreto questo biglietto,
alle mie sorelle e madre, per quel [che] le dirò appresso,
ma se vuole inviarlo al P. G[iunta] per essere scusa mia, e di
V. R. io mi contento, benché io non l'abbia fatto a tal
fine, ma forse per questo me lo fece fare il Signore.
1678 08 04 AGT ms. 84 / 78 autog.
Al nostro rev/do Padre [Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del monastero di Palma.
adre mio nel Signore.
Prevengo V. R. acciò si ricordi del voler divino, circa
le mie visite come già si costuma, poiché che gioverà
a questo Signore l'usarmi cortesia di lasciarsi riverire da me,
quando dopo incontri non una sua serva ma qualche segno della
divina dispiacenza, che le potrà recare cagione di pentimento.
V. R. ben il sa quanto io gradisco questi devotissimi affetti,
ma fuori da ogni umana accoglienza, di che quanto mi viene data
meno occasione tanto gliene resto infinitamente obbligata, dimostrandomi
tale nelle piaghe del Signore, ove io anche mi mostrerò
liberale verso questo Signore, ascrivendomi con il prezioso sangue
di Gesù Cristo sua perpetua serva mai dimenticarmi della
sua persona. Di che mi sarà ricordo questo beneficio di
lasciarmi lungi della sua visita, giacché ad altro non
gioverà che ad inorridirsi della deformità di una
sua serva, veda dunque per amor di Dio, come si può fare,
mentre io ne sto supplichevole appresso il Signore, V. R. mi aiuti
e benedica.
di V. R., Palma a di 04 agosto 1678
umilissima figlia
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. L'ordine di Monsignore (se pur vi è), non
impedisce questo mio desiderio, poiché io so l'intenzione
del mio Prelato, che non osta al mio ritiramento, oltre che io
mi esibisco per lettere a darle compita soddisfazione, io spero
ogni buon esito, e dopo la santa comunione lo giudico la quale
ho fatta per questo cavaliere.
1678 08 06 AMBP ms. 47 / 78 copia
Al Signor D. Giovanni Ramundetta.
ll/mo Signore
Nostro Signore che l'ispirò a darmi consolazione secondo
il suo volere, egli pure sarà il suo guiderdone, dandogli
tanto bene spirituale e temporale, come io lo supplico con le
mie benché pigre ma continue orazioni, e Dio volesse che
io fossi tale come io desidero, acciò l'ottenesse da Dio
tanto bene per quanto è verso V. S. ill/ma la mia obbligazione.
Tanto più che, se la sua pietà mi commuove il suo
officio, mi astringe a pregarle da Dio ogni necessario lume, poiché
coloro che bilanciano la giustizia, anche esse dimorano "sicut
in statera in manu Domini",(1) con un riguardo assiduo
dell'occhio giusto e severo dell'Onnipotente Iddio, osservando
le indipendenze, rettitudine, ed ordine di una vera giustizia.
Oh! che arduo pensiero, e cui lo può soffrire, ma in vero
assai benigno per un giusto cuore, che operando rettamente dimora
non per essere giudicato, ma per essere premiato nelle mani del
Signore, tale io stimo quel di V. S. ill/ma; giacché da
ogni vera giustizia li segni ne dimostra, e però io quanto
edificata tanto mi resto confusa, vedendomi da lui così
contro mio merito in eccesso onorata, non essendo che nel nome
religiosa, non dimeno io confidata nel Signore e pietà
di sua Madre SS.ma.
Sarò per continuare appresso loro le mie indegne orazioni,
che saranno per supplicarle per ogni bene di V. S. ill/ma, a cui
mi ricordo umilissima serva dandogli anche per tale il mio unico
nipotino, che delle cose di questo mondo posso dir sia l'unico
oggetto del mio cuore, e come tale sotto la sua protezione.
Pregandola per fine che sopra modo mi favorisca, riverendomi con
ogni sviscerato affetto la signora D. Caterina sua figlia, che
nel passar da qui non ebbi fortuna di riverirla ritrovandomi impedita
in confessionario, e però perdetti quella consolazione
che ricevettero gli occhi di mia madre e sorelle in riguardarla;
poiché gli sembrò per somiglianza un simulacro della
Principessa di Lampedusa nostra carissima sorella, che datale
ci rimase nel cuore dimostrandoci sino al presente in una grande
apprensione in segno di che io l'invio il presente scatolino,
che sarebbe una burla se lei accettasse, cosa tanto da niente
senza compatirne l'affetto, che è stata cagione di tanta
confidenza.
Con che l'invio un piccolo reliquiario con osso di S. Susanna,
la di cui festa è nel presente mese, la quale sta in grandissima
venerazione, che per gran cosa da Roma mi fu inviata da alcuni
Monasteri, ma il meglio[che] vi è, è il Rosario
di nostra Signora, che posso dirle sia il gran tesoro del Cielo,
con il quale spero così [in]catenata condurla sino al Paradiso.
Tra tanto io la prego a non indignarsi di simili bagattelle, che
sono di devozione, e di religiosa poverissima che di vero cuore
le fa umilissima riverenza.
di V. S. ill/ma, Palma a di 06 agosto 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "come nella bilancia, nella mano del
Signore";
1678 08 08 AMBP ms. 48 / 78 copia
A Mons. [Francesco Maria Rini], Vescovo di Girgenti.
ll/mo e rev/mo Signore
Che cuore io potei fare Monsignore, quanto mi capitarono le lettere
di V. S. ill/ma, con ordine di parlare con il signor D. Giovanni
Ramundetta, essendosi lui già del nostro Monastero partito.
La cosa passò così, il giorno avanti che detto Signore
fosse venuto in Palma, il cuore non mi quietava nel petto, temendo
io come la morte queste andate al parlatorio, e prevalendomi di
questi presagi interni, scrissi un bigliettino al mio Padre spirituale,
supplicandolo che di bel modo [che] mi scusasse di tale visita
se le venisse la congruenza. Egli aiutato credo io dal voler del
Signore nell'abboccarsi con detto Signore (che fu prima di ogni
altra cosa) con la convenienza dovuta le rappresentò la
mia ripugnanza, la quale essendomi autenticata da Dio per altre
antecedenze, già si è stabilito più tempo
di non ammettermi più a visite di secolari; fuorché
con parenti da non potersi sfuggire e con donne, benché
raramente, nemmeno tanto fu bisogno dire a quel Signore.
Poiché egli fu tanto cortese e devoto che desisté
alle prime parole, di sorte che volendo visitare mia madre spontaneamente,
le disse di non volermi visitare, e tanto non volle che prima
si partì, e dopo mi inviò le lettere di V. S. ill/ma,
per le quali io prima mi sarei morta che trasgredirle, ma che
rimedio vi fu quando li mezzi mi mancarono per obbedirle, essendo
detto Signore già partito dal nostro Monastero; il quale
se ne andò talmente soddisfatto, che io non saprei mai
dirlo, servendosi di una lettera, che mi fece che più di
una parlata la risposta lo soddisfece. Tanto parmi ordisse il
Signore senza mia colpa, poiché nell'antecedenze ordinate
si compì il suo volere senza trasgressione della santa
obbedienza, per la quale io anche quella di Dio avrei lasciata,
con tutto ciò Monsignore ill/mo, se io dal suo gusto sono
deviata, ecco lo prego che dia di mano al castigo, che forse per
questo, poco e si stabilirono li carceri e li ceppi nel nostro
Monastero, che mi saranno dolce le giuro se mi saranno date dal
suo paterno zelo. Dal Signor Vicario poi io sto bramando risoluti
avvisi della sua riavuta salute, stia di buon animo di grazia
che non vi è cagione di tristezza, o da nostro Signore
che grida: "Ego occidam et ego vivere faciam, percutiam
et ego sanabo",(1) tali leggerissimi tocchi sono necessari
per farci aprire gli occhi ai riguardi di sua gloria, io sto come
sono stata assidua alle preghi[ere] verso la Madre SS.ma per la
bramata grazia, e forse al presente spero che tanta assiduità
non sarà più necessaria. Riverisco il signor Vicario,
e signor Abate con quello affettuoso ossequio da loro umilissima
serva, mentre prostrata ai suoi piedi domando a V. S. ill/ma la
santa benedizione.
di V. S. ill/ma, Palma a di 08 agosto 1678
umilissima suddita
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "io ucciderò e io farò vivere, percuoterò e sanerò";

1678 08 20 AMBP ms. 49 / 78 copia
Alla Signora suor Maria Marsala, Abbadessa.
olto rev/da in Cristo
Madre.
Benvenuta la lettera di V. R., mentre mi viene carica d'umiltà
e di obbedienza, dandomi per essa l'occasione tanta desiderata
quale è di obbedire al mio santo Pastore, per comando di
cui io pronta rispondo a V. R. ringraziandola del grande esempio
[che] mi da con la sua umilissima lettera, che non poté
umiliarci più come quando ricorse per consiglio a me. che
sono delle peccatrici la più ingrata.
Carissima madre in Gesù Cristo, io assicuro V. R. che tra
la perfezione questa virtù se non è la prima è
la più pregiata margherita, per la quale l'anima prudente
ad esempio dell'uomo evangelico che "vendedit omnia sua
et comparavit eam",(1) lascia ogni pregio, estimativa
e lode per concavarsi sotto terra, ove si trova questa celeste
margherita. Ed io per me non trovo qui in terra più cantone
ameno per annidarsi l'anima che questo profondo divino, il quale
quanto più è fondo tanto più in esso si stabilisce
e forti[fi]ca la Croce del nostro amante Gesù Cristo, senza
la quale non sarà in noi mai sicura la sua divina residenza,
essendo la sua sedia tra noi, la sua santa Croce e la nostra pazienza,
come dunque lei vuol saper da me che cosa debba fare per seguire
il gusto del Signore, mentre lui chiaro glielo manifesta, con
tante replicate grida: "si quis vult venire post me abneget
se metipsum et tollat crucem suam et sequatur me",(2)
ed io rispondo, tu parli Gesù mio più meglio assai,
di quel che io sappia o possa dire giammai, mi resto dunque che
ove parla Dio, non mi bisognano lingue peccatrici.
V. R. porga l'orecchie ai suoi divini insegnamenti, che sono d'umiltà
e mortificazione, che questo vuol dire, Croce, crocifiggere le
nostre Passioni, piantandola ben forte nel profondo delle nostre
umiliazioni, e felice quel cuore che sta bene applicato in un
sì santo negozio, che è la chiave del Cielo. V.
R. si degni d'aiutarmi con le sue sante orazioni, acciò
io l'incomincio e finisca in gusto del Signore e sua SS.ma Madre,
alla quale io sto pregando benché indegna per il bene di
V. R. e di quelle che lei mi raccomanda, e precis[ament]e dell'anima
defunta che Dio l'abbia in gloria, e per fine li fo affettuosa
riverenza. di V. R., Palma a di 20 agosto 1678
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) Mt. 13, 44 "ha venduto tutte le sue
cose e comprò quella [Margarita]";
(2) Mt. 16, 24 "se uno vuol venire dietro di me, rinneghi
se stesso, prenda la sua croce e mi segua";
1678 08 23 AMBP ms. 85 / 78 autog.
Al nostro rev/do Padre [Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del monastero di Palma.
er l'ultima defunta
che V. R. raccomandò, si sono fatti alcuni suffragi, e
sono li seguenti: cinquantacinque comunioni, in due comunioni
generali di tutte le sorelle; due volte la disciplina comune durante
ognuna circa 3 miserere; tre volte il rosario della SS.ma
Madre; altrettante volte la indulgenza plenaria "per modum
suffragij",(1) e alcuni altri esercizi spirituali, privati
e comuni, e in tutte il merito della santa obbedienza, che speriamo
l'abbia liberato di quelle pene del santo Purgatorio.
di V. R., dal nostro monastero a di 23 agosto 1678
sua figlia indegna
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "a modo di suffragio";
1678 08 24 AMBP ms. 50 / 78
copia
Al Signor Don Francesco Valerio Lamantia, Palermo.
olto rev/do Signore.
Benché mi viene fatta gran fretta per la inaspettata partenza
del latore, non dimeno non tralascerò di riverire V. S.
e di ringraziarla umilmente in nome della madre Abbadessa, e di
tutta la nostra comunità, delle sue continuate grazie con
che ci soprabbondò dei ricevuti salumi, che serviranno
per non mai scordarci di V. S. nelle nostre indegne orazioni.
Ed io più di ogni altra mi confesso confusa dei suoi favori,
poiché di ogni tempo non manca di consolarmi con preghi[ere]
di Roma, come ultimamente mi favorì facendomi venire a
salvamento la scatolina di Napoli, quale ricevei con mia particolare
consolazione; ma non senza molta confusione vedendo in me un introito
sì abbondante, e un sito si scarso che non basta a niente
al mio Creditore.
Signor mio io confesso la mia povertà e le sue giuste querele,
e sappia che la mia assiduità non manca, ma ella non giova
perché la moneta è di rame, e per copiosa che sia
non arriva a soddisfare; non dimeno "patientiam habe in
me et omnia reddam tibi",(1) forse dell'erario del Cielo
soddisferò il mio debito, tra tanto lo sospiro e incessantemente
lo bramo. V. S. me l'ottenga con li suoi santi sacrifici, e orazioni
delle sue devote penitenze, al quale di vero cuore riverisco,
e con più umile ossequio al signor Vicario Generale, restando
per tutte pregando il Signore e sua SS.ma Madre, alla quale V.
S. renderà le dovute grazie per la perseverante bontà
dei signori suoi nipoti, che se la passano bene nell'anima e nel
corpo; benché suor Maria Vittorina un poco macilente, io
credo sia per effetto di devozione V. S. le benedica, mentre io
la riverisco di cuore.
di V. S., Palma a di 29 agosto 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "abbia pazienza di me, e io ti restituirò
tutto";

1678 09 05 AMBP ms. 86 / 78 autog.
Al nostro rev/do Padre [Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del monastero di Palma.
bbia pazienza V.
R. in sentire queste poche parole, che sono per supplicarla, acciò
per quanto può dia qualche rimedio a queste lettere della
Licata, che io stimo non senza mistura di mala origine; mentre
con tanta assiduità mi trattano di cosa che nostro Signore
non concorre, anzi mi ritiene alla risposta.
Io sono religiosa cotanto ritirata, che forzatamente devo sentire
dalle secolari alcuna cosa modestissima, non che simile a questa.
Onde per modo nessuno devo darle udienza, e però mi fa
carità darle qualche termine, almeno per mezzo di chi l'invia,
ed io per questa volta sola risponderò per non dare disgusto
a V. R., e lo farò tardissimo per avvisarla con qualche
freddezza invece di una totale scortesia, V. R. mi scusi che parlo
senza rispetto umano e mi benedica.
di V. R., dal nostro monastero a di 05 settembre 1678
sua indegna suddita
Maria Crocifissa della Concezione
Nota del Confessore: La signora Baronessa della Bifara domanda un figlio maschio et avendo lo Barone suo marito prima di ciò sentito al Confessore, essa non contenta di quella risposta fece una altra a Crocefissa, la quale prima di rispondere fece questa.
1678 09 07 AMBP ms. 51 / 78 copia
Al Padre Tommaso Averna, gesuita di Messina.
olto rev/do in Cristo
Padre.
Se io fossi tanto umile Padre mio, quanto è V. R., nostro
Signore per esservi non mi manderebbe tanti sproni come gagliardi
mi sono stati l'umilissimi sensi di V. R., li quali confondono
la mia superbia, mi stimolano a lasciarla per esser vera umile
di cuore.
Onde che io riconoscente di tanto ottimo esempio di vero cuore,
ne ringrazio Iddio Autore e V. R., strumento a cui sinceramente
affido, che per tanta sua umiliazione accoppiata con l'opere non
perderà la corona del Cielo, ne si sgomenti di quella orribile
figura simulata per la sua persona, poiché quantunque senza
capo vivrà in eterno se il suo capo è Cristo; conviene
non dimeno qualche divina uguaglianza, poiché "non
decet sub capite spinoso membrum esse delicatum",(1)
un Dio trafitto e un senso sfrenato.
Oh! che sproposito bisogna dunque seco inchiodarlo nella dura
Croce di una trasfissione interna, crocifiggendo le nostre passioni
ed ogni male, Padre mio, Padre mio "crucifigatur"(2)
così gridiamo contro il nostro senso, e sia il suo Pilato
Gesù Cristo, come fu contro lui il nostro peccato. Io misera
che in tanti anni per Barabba l'ho cambiato, ricusandolo per il
reprobo senso, umile a V. R. ne domando aiuto acciò mi
ottenga il perdono dei miei peccati, con la intercessione dei
suoi santi sacrifici; come io benché indegna sarò
memorevole di lui nelle mie indegne orazioni, e per fine offrendomi
sua schiava, e figlia indegnissima ai piedi della SS.ma Madre,
la prego a darmi la sua santa benedizione.
di V. R., Palma a di 07 settembre 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "non è conveniente mettere
un membro delicato sotto un corpo spinoso";
(2) "sia Crocifisso";
1678 09 08 AMBP ms. 52 / 78 copia
Alla Signora Baronessa della Bifara, Licata.
arissima
mia Signora.
La lettera da V. S. venutami per le mani del mio Padre confessore,
mi obbliga a servirla di vero cuore; onde oggi giorno della natività
di nostra Signora si farà per la sua desiata consolazione
una comune preghiera, acciò la sacra Bambina dia a V. S.
la desiata prole, di quel sesso che lei maggiormente brama; non
dimeno che gioverebbe a V. S. l'averla come desidera, se dopo
saria per apportarle in casa una interminabile sciagura, che Dio
la liberi.
Ad ogni modo è potentissima la nostra Regina, lei può
darla perfettamente prospera, senza disavventurata conseguenza,
anzi di felicissima nascita e meglio riuscita, ed io di tale forma
la pregherò per ottenerla, ne per altro di tale maniera
l'ho avvertita, che per disporsi a quanto Iddio determina. Restandogli
con pari obbligazione, e sia o di maschio, o femmina, V. S. accompagni
le mie indegne preghiere con una totale rassegnazione, mentre
io le fo affettuosa riverenza assieme con le sue signorine che
Dio ci conserva. di V. S., Palma a di 08 settembre 1678
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione

1678 09 15 AMBP ms. 54 / 78 copia
A Mons. [Francesco Maria Rini], Vescovo di Girgenti.
ll/mo e rev/mo Signore.
E' tempo ormai che io obbedisca, e V. S. ill/ma ascolti in pazienza
li peggioramenti comuni, cioè in pena universale per causa
di suor Maria Anna, le di cui avvenimenti ci fanno inorridire,
ed è cosa di gran pianto il repentino sfogo che ha fatto
in poco tempo.
Oh! forza diabolica, oh! vile tela di ragno, sola culla di mosche,
e di tenuissimo sostegno ha fatto poco questa meschina, tirando
con i denti la sua male intenzionata perseveranza, e pure in un
colpo cascò per terra il suo luteo edificio; poiché
dopo una lunga varietà di mille invenzioni indirizzate
ai suoi intenti, che è di chiacchierare o scrivere fingendosi
ora inferma, ora pentita, ora santa, ora disperata, e alla fine
estatica per nuovo ordine di V. S. ill/ma, acciò se li
desse penna e calamaio per descrivere le sue contemplazioni, oppure
inganni.
Poiché lei non cura dirsi ingannata purché sia sentita,
anzi "ad terrores"(1) talora lo [ac]cenna, per
esser ciò calamità della sua bramata udienza; sicché
io dico dopo una lunga serie di una vita sì intenzionata,
vedendo che la rara diligenza di chi le scopre, ogni cosa le nega,
tanta negativa.
Ella gonfia di impazienza, diede per una piccolissima occasione
in tanto sfogo di superbia che riempì il nostro Monastero,
Lunedì di voce e rabbia, gridando con gesti d'alterigia
di non volere obbedire, che lei era padrona e non schiava, toccando
la reputazione di chi la comandava, e dicendo tante altre cose
simili parlò di tale modo, che stando io ben lontano dalla
sua cella, essendo la nostra in quella remotissima parte, ove
credo ben si ricorderà V. S. ill/ma.
Sentiva un insolito bisbiglio per tutto il Monastero, ritrovando
dopo chi era lei col suo strepitoso orgoglio, il quale era sentito
con inevitabile scandalo, ma io dico mia colpa Monsignore carissimo
che mi sento strappare il cuore, e di nessuna cosa tanto mi offendo,
come quando lei con dispregio comune e massime delle povere Superiore,
si vanta falsamente dichiarandosi, chi figlia, chi diletta, chi
Beniamino di V. S. ill/ma, non che queste sono niente stimandosi
ella un idolo un oggetto della adorazione di V. S. ill/ma.
Oh! grande Iddio, egli mi vuole frenare in queste occasione, ed
è grazia sua che io muta me la passo, sapendo il tutto
e come le sta in cuore; non dimeno lei va con una saccoccia addosso,
ove tiene tutte le lettere di V. S. ill/ma mostrandole come tanti
privilegi, ma solo avvolti, perché se una ne aprisse si
conoscerebbero le sue menzogne, leggendosi in esse non facoltà
e domini come lei ci da a credere, ma sante ammonizioni e prudenti
ricordi. Per il quale discoprimento essa tanto sta in guardia
di non lasciarle scoprire etiam in una sillaba, che avendo domandato
non so che alla madre Abbadessa, per ordine di V. S. ill/ma, ella
rispose: che voleva vedere tale ordine; giacché stava scritto
in una sua lettera, alla quale richiesta, perché credo
io era bugia, lei alzò la voce dicendo non sarà
mai, non sarà mai, che io le farò leggere le mie
lettere.
Bensì (poi disse) se lei vuole sentire tale ordine, io
lo leggerò in sua presenza, poiché essa mai toccherà
le lettere mie, ed io ne penso perdonami Signore, che non avendo
tale ordine glielo voleva infinocchiare a mente per non restare
menzognera, ed essendogli scoperta questa altra invenzione lei
rimase più gonfia di superbia e confusione; e di queste
disubbidienze, ributtanti di porta, rotoloni di sedie, stupiti
fracassi, per tutto ciò che le viene in mani per moto d'ira
e d'impazienza "millia millium"(2) ne fa vedere
ogni giorno, di sorte che quando esce per casa bisognerebbe dire
salva, ed è meglio pigliarla a riso, altrimenti saria un
disperato gioco.
Ma ohimè Monsignore cui mai può ridere in un inferno
di spavento, sarebbe un niente il tutto, quando il negozio di
questa creatura non fosse presagio eterno, per opera di un ostinato
inganno; io scrivo e tremo per il successo occorso, in avviso
forse del nostro Monastero, poiché ieri a cinque ore di
notte si intese un gran fracasso, come si volesse rovinare tutto
il Monastero, e fu sì orribile che si alzarono inorridite
le povere sorelle, ed ebbero assai che tremare per altri mali
segni e peggiori indizi. Ma io ebbi più formidabile paura
la notte antecedente, quando mi destarono all'ora consueta (quasi
alla suddetta) certe voci di amici, come delle nostre custodi
che gridavano con gridi di diligenza, ladri, ladri, alle quali
fece eco l'anima mia proferendo etiam la lingua benché
senza avvertirlo. Ladri, ladri, e mi alzai tanta in terrore così
dicendo, che non poté non sentirlo la sorella vicina, alla
quale quietavo equivocando; oh! povera nostra Nave, ella cammina
naufragando se non la sgravi Signore.
Monsignore ill/mo io non so chi sia, il nostro Monastero quasi
dalla sua fondazione sempre sta tra battaglie e vittorie, restando
sempre il serpente infernale, quanto avido del nostro male tanto
scornato nell'inferno, mercé la pietà di Dio e di
sua Madre SS.ma. Ma adesso torno a dire, che non so chi sia che
(per dir così) nostro Signore etiam nel meriggio ci fa
oscurare il Sole, mostrando pericolosissima anzi di rovina la
presente sciagura, e dopo nasconde il rimedio da noi tanto desiato,
io per me dovrei fare un gran pianto, e pianto inconsolabile essendone
la cagione li miei peccati.
Ma ohimè Gesù mio, "iustus autem quid fecit?",(3)
il nostro Monastero che colpa, che così lo trapassi con
una spada di tre tagli, come a me questa creatura per tre cause
mi trafigge; il primo per il male che cagiona a se stessa, presagendosi
con l'opere la dannazione eterna; secondo per l'inquieto comune
che non senza gran danno apporta alle sorelle; e terzo (ed è
il più grave) per ciò che apporta a V. S. ill/ma,
benché si è trattata con severità sarà
il minore, riuscendo solo per tale strada il rimedio senza lesione
di coscienza.
Onde io desio, che lei prendesse pensiero di riscrivere a V. S.
ill/ma, come sempre ci minaccia, acciò io anche avessi
occasione di supplicare V. S. ill/ma, acciò invece di risposta
li facesse una buona ma pubblica bravata, perché se è
con lettera chiusa lei se la berrà come una cioccolata,
e le sue alterigie non avranno mai fine. Ne io trovo altro modo
per umiliarla, poiché avendo (come lei finge) il capo in
favore, si burla con scandalo pubblico delle presenti Superiori.
Oltre che da ciò potrebbe venire più gran male,
con pigliare adito le più male inclinate, stimando verità
quello che dice colei, cioè, che lui soverchiamente la
difende; credendo che V. S. ill/ma sia anche per dare adito a
tutte in simili occasioni, stimandolo insomma difensore delle
ribelli, e mi creda Monsignore che io non per niente parlo, non
dimeno potrei giurare che il mio discorso "coram Deo"(4)
è sincero, ma soprattutto obbediente mi ordina V. S. ill/ma,
che io di quando in quando sopra questo le scopra ogni mio pensiero.
Eccole dunque che ingenuamente gliele butto ai piedi, acciò
le calchi come meritano, caricando sopra di me le bravate che
le cenno, che se il farà sarò la più felice
del mondo, essendo gran tempo che le bramo, Monsignore mi perdoni
di sì lungo discorso, e abbia per compatirmi pensiero al
mio sesso, che condanna di ciarle benché per buon motivo,
onde si la lasci riverire per ultimo e mi dia la sua benedizione.
Per la signora sua sorella, io non cesso di pregare il Signore,
benché assai indegna, bramo servirla ed affatto consolarla,
ma la mia inabilità non me ne fa degna. Ad ogni modo per
essa V. S. ill/ma mi comanda, e pensi che io sono schiava di tutte,
e come tale assieme con i signori suoi nipoti le fo umilissima
riverenza, come fanno mia madre e sorelle, domandando a V. S.
ill/ma la santa benedizione.
di V. S. ill/ma, Palma a di 15 settembre 1678
umilissima suddita e figlia indegna
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "ai tormenti";
(2) "migliaia di migliaia";
(3) "il giusto infatti che cosa ha fatto?";
(4) "davanti a Dio";
1678 09 16 AMBP ms. 55 / 78 copia
Alla Signora suor Francesca Serafina Buglio, Licata.
ispondo di buon
cuore carissima sorella, riconoscendo in essa tanta ottima volontà,
e la Croce del Signore, il quale la tiene sì afflitta per
maggiormente istradarla nella perfezione, li di cui passi sono
di continua violenza ricusando a gran forza l'impedimenti.
Carissima mia sorella, vada sicura che Dio solo per tale cammino
le basta, e una invitta resistenza, "declina a malo, et
fac bonum, et inabita in saeculorum specula",(1) ricusi
ogni male, e riceverà ogni bene abitando eternamente col
Signore.
Ed io le dico da confidente sorella, che non le venga più
in pensiero di lasciare la santa comunione, per causa della sua
tentazione, che questa è la maggiore tentazione che può
avere, e quando mai l'infermo si dilungò del medico per
non morire, quando mai il sitibondo si scostò della fonte
per non morire di sete, e quando mai il famelico ricusò
il cibo per non morire di fame. Ora veda sorella mia se io devo
consigliarci simili stravaganze per farla perire, Dio è
medico per le sue piaghe, rugiada per la sua sete, e cibo per
la sua fame, disceso dal Cielo per noi miseri peccatori, e sarà
nostro Paradiso se lo riceveremo con la dovuta disposizione.
Io lo riceverò benché indegna per voi carissima
sorella, e lo pregherò per i suoi bisogni maggiori, e particolarmente
che la faccia santa infermiera, rappresentandogli la sua infermeria
un monte Calvario, ove stanno affisse in croce le sue povere inferme,
a cui ella servirà come alla persona del medesimo Gesù
Cristo, il quale senta che dice "quod uni ex minimis meis
fecistis mihi fecistis".(2) Abbia dunque pietà
di un Dio che muore, e serva come a lui le sue sorelle, racchiudendo
le sue sacre ferite nell'ospedale del suo cuore, io parimenti
sono infermiera, ma di quel modo come lo è ogni cristiana,
poiché ogni una dovrebbe attendere alla cura delle sue
inferme, tenendone ognuna undici gravissime, che sono le undici
passioni; ed ohimè io la meschina, poiché per atto
disordinato tutte mi stanno male nell'ospedale del mio cuore,
e per ognuna bisogna l'amara medicina della santa mortificazione.
Sicché tengo bisogno di un buon medico che meglio non posso
avere del nostro Signore Gesù Cristo, che tiene per noi
ogni sorte di medicamento, componendolo di se stesso nel SS.mo
Sacramento.
Orsù dunque sorella, andiamo a lui, che egli ci guarirà
dandoci lo zucchero soave della speziaria del suo ferito cuore,
io qui la lascio compatendola molto della loro tribolazione comune,
cioè delle signore sue sorelle come mi danno a sentire,
per mezzo del mio Padre spirituale.
Carissima sorella io anche un tempo fui alla prova di questa sua
pena, poiché mio Padre di s.m., quando era in vita per
mancanza di successione, desiderava in almeno una figlia al mondo,
al che non si attenuò, per non distrarre nessuna della
sua vocazione, che era gagliardissima in tutte alla religione.
Ad ogni modo la povera Maria Lanceata, che era l'ultima ne pianse
la pena, la quale pianse più che cinque anni per farsi
novizia, poiché non era di età per la sua professione,
essendo assai figliola, ma perché il suo pianto fu costante,
e mio Padre timorosissimo di coscienza contentandosi meglio estinguere
la Casa, (come sarebbe successo se non fosse per questo figliolo,
che ancora non era nato) che di impedire la vocazione ad una sua
figliola, e ringraziando Iddio questa buona intenzione consolò
ambedue, concedendo la successione necessaria, e a mia sorella
la bramata religione.
Il che io ho detto per mostrarle con l'esempio, quanto io per
prova la compatisco, benché per motivo contrario che mi
sentiva trafiggere il cuore per la pena d'ambedue, così
pure per esortare tutte ad una costanza d'animo, poiché
ove vi è buona intenzione non può mancare la grazia
del Signore.
Forse lui le dispone così, per sposarle con esso con la
corona di una invitta pazienza, la quale io spero certissima nei
signori loro, e come tale non dubiterei di una buona riuscita,
ma perché temo nella persona, che l'affligge qualche imbroglio
di coscienza, che la rende incapace di ispirazione, perciò
dico temo qualche lunghezza.
Io poi sorella parlo confidente, e come a mia sorella carissima,
e però mi rischio di dire questo, il che nemmeno ho detto
al mio Padre spirituale, ne mai l'avrei [ac]cennato se non sapessi
che loro le sono figliole. Del resto se ho errato mi perdoni,
e preghi Dio per me mentre io riverisco tutte e massime V. S.
che ai piedi della SS.ma Madre me la stringo al cuore, saluto
la mia Rosuzza e alla figliolina minore.
di V. S., Palma a di 16 settembre 1678
indegna sorella in Cristo
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "liberati dal male, e fai il bene,
e vivi nei secoli dei secoli";
(2) "quello che avete fatto a uno dei miei più piccoli
[fratelli] l'avete fatto a me";
1678 09 21 AMBP ms. 87 / 78 autog.
Al nostro rev/do Padre [Fortunato Maria Alotti], Confessore ordinario del monastero di Palma.
egga V. R., in questa
poca cartuccia un piccolo avvenimento accadutomi già questa
mattina, quando feci la santa comunione, per il Padre che mi comandò
V. R., per cui io benché indegna ho offerto al Signore,
una supplica scritta con l'inchiostro del prezioso sangue di Gesù
Cristo, sopra la carta della specie sacramentale, la quale richiesta
talmente piacque al Signore, che alzato il braccio della sua onnipotenza
benedisse questo Padre, con queste parole "post nubbila
febus",(1) cioè, poi di questa vita il Cielo,
a cui vuole che aspira dandoglielo per speculo per staccarlo di
ogni affetto terreno.
Ecco dunque un riflesso eterno, uno sguardo infinito, che sbarbicandolo
dalla terra lo pianterà eternamente in Paradiso, dica dunque
ad ogni colpo che lo svella, risponda ad ogni pena che l'accora,
post nubbila febus, rincuorandosi con la speranza per la
via del patimento, che è il giusto sentiero che conduce
al Paradiso.
di V. R., dal nostro monastero a di 21 settembre 1678
umilissima figlia
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Benedetto sia il Signore, che senza necessità mi fece copiare questo originale, il quale io vedendo in forma di bigliettino andavo secondo il solito copiandolo di propria mano, non potendolo confidare ad altro senza avvertire che non era bisogno, dovendo restare a V. R.; sicché io glieli invio ambedue giacché sono spedite, che se non bisogna uno lo strappa.
Nota delle monache: Scrisse la serva di Dio due volte
questo foglietto suddetto, e non senza particolare cura del Signore,
acciò uno si desse al Padre cappuccino Fra Bernardo del
Mazzarino, che fu il Padre beneficato e l'altro restasse in serbo
al Confessore, e non è nuovo questo in Crocefissa , ma
più volte l'accadde di eseguire l'obbedienza del Confessore
senza esserli specificato (come si può vedere nei suoi
scritti).
(1) "dopo le nuvole il Sole";

1678 09 21 AMBP ms. 56 / 78 copia
Al Padre Benedetto di Siracusa, Cappuccino.
olto
rev/do in Cristo Padre.
Io misera creatura e sua umilissima serva, ricevo la sua lettera
per mia dottrina, imparando da essa quanto debba essere la mia
umiliazione, cotanta eccitata dalla sua devozione, che sin da
parte tanto lontana è venuta a confondere la mia pigrizia.
Onde Padre mio, che io buttata ai suoi piedi, la supplico che
siccome mi edifica, così tosto mi aiuti a far buon cammino
nella via del Signore, per dove (oh! miseri tempi nostri) appena
pochi ne arrivano delle molte che corrono, e sono tanti li pesi,
li dirupi, e li sassi degli affetti terreni che sdrucciolano.
Oh! almeno ritardano li miseri viatori, ma felice chi come leggero,
chi sollecito si sgrava di questi onerosi impedimenti; Padre mio
mentre siamo in questo mondo al Signore peregriniamo, fuori dunque
ogni impiccio, ogni straccio d'amore terreno, poiché fuori
di esso sta il nostro patrimonio, il nostro ricco Cielo, per qui
un solo bastone ci basta, e un solo cibo ci bisogna, che è
il medesimo Dio, e la sua Croce santa.
Addio dunque ad ogni peso, su alla partenza, ecco un gran cammino,
per il paese eterno, io di buon passo lo seguo sopra vestita di
pazienza per tutto ciò che mi reca questa misera vita;
onde che così curva e gravosa ne vado assai lenta, anzi
per questa via elemosinando il necessario mantenimento, che assai
ne bisogna per un arrivo eterno, e però replico le mie
suppliche appresso V. R. acciò mi agevoli il passo con
li suoi sante sacrifici, richiedendo dal medesimo a quelle devote
signorie che nella sua lettera mi nomina, alle quali umilmente
mi offro loro devotissima serva e sorella in Gesù Cristo,
ratificandomi tutta sua nelle mie pigre orazioni, che per loro
bene continuerò ai piedi della Madre SS.ma, lasciandole
tutte sotto la sua protezione e tutelare provvidenza, e per fine
a sua paternità riverisco, e domando la santa benedizione.
di V. P., Palma a di 21 settembre 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
1678 09 21 AMBP ms. 57 / 78 copia
Alla Signora D. Geronima Tomasi.
enedictus Deus",(1)
mia carissima madre cui per sua misericordia, e bene di V. S.
ha dato perduranza sino adesso alla sua vita (quale lunghissima
speriamo), acciò apra gli occhi a miglior luce, di quella
con la quale quasi all'oscuro formò la sua ultima disposizione,
lasciando quanti benefici e celebranti, tante sfortune ai poveri
parenti, quali standogli in casa e con tanta benevolenza saranno
defraudate nell'ultima spartenza, la quale slealtà da Dio
e dal mondo sarà biasimata.
Ed io mi sento venire le lacrime in pensare, che nel perdere la
madre ancora perderanno d'inconsolabili doglianze, non permetta
Iddio che un cuor sì tenero, come è quel di V. S.
abbia, a lasciare tante creature in abbandono, di cui anche Iddio
si muove a pietà. Rappresentando a V. S. per forma del
suo testamento quello che lui fece in croce, cui essendo sommamente
grato e sopra modo povero etiam della propria pelle, con tutto
ciò opprimendosi il cuore trasse quella amara voce, che
disse a Giovanni "Ecce mater tua",(2) lasciandogli
questa ricca gemma che solo teneva per facoltà la sua umanità
SS.ma.
Sicché privando se stesso di quel dolce nome di madre,
mulier, la chiamò per manifestarla tutta dal cugino,
la quale liberalità egli rappresenta a V. S., acciò
anche lei seguendo le sue orme e voleri, lasci tutto il suo miglior
disegno, quale è a parer mio il condurselo seco al Paradiso,
e se carico le manca io l'assegno quel medesimo, che trasportò
nel tesoro di Dio quello di S. Lorenzo di cui disse, che, "manus
pauperum deportaverunt". (3)
Ecco dunque tanti figlioli che in casa tiene, che per mancanza
di sostanza tutte sono tali, V. S. li carichi di queste sue sostanze,
facendogli dipartita erede universale; che io l'assicuro che tale
carità sarà portata al Cielo, più che con
l'ali ove V. S. si godrà le sue sostanze, tutte ridotte
in godimenti spirituali e temporali, quali non sarà poca
nella comodità che lascia ai signori nipotini, loro genitori.
E sappia mia signora, che l'elemosina si può in più
modi moltiplicare, essendo moltiplicata di merito la sua, quando
si applicherà a titolo di tante obbligazioni. Sicché
per servimento, sangue, e carità V. S. in coscienza tanto
deve oltre, che il dotare nel maestro quelli due figlioletti,
saranno due voci vive che di notte e giorno staranno per merito
e suffragio di V. S. supplichevoli "ante Dominum".(4)
E quantunque il sacrificio della santa Messa sia la cosa migliore,
non dimeno senza questa carità, sarà come se V.
S. offrisse a Dio una dolce bevanda ma senza bicchiere, la quale
si spargerà per terra non accettando nell'una e nell'altra.
Bisogna prima dunque attendere al pane, e dopo al companatico,
cioè prima al sovvenimento dei bisognosi parenti, e dopo
al sacrificio ed opere pie, ma non così totalmente ai primi
che non potrà assegnare la decima parte della sua facoltà,
o qualche cosa di più ad opere buone, delle quali parmi
fosse della maggiore l'elemosina a case e conventi di religiose,
che oltre al merito della carità vi è l'incessante
orazione fatta da quelle, che obbligatamente pregano a Dio per
la sua benefattrice, le di cui continue suppliche sono calamita
a colei della misericordia di Dio, o per suffragarla, o per aumentarla
di quella, la quale Iddio conceda a V. S. come io ne lo prego.
In premura di che quasi dieci giorni sono, che io voleva spontaneamente
scrivere il suddetto a V. S. stimando l'anima sua come la mia,
ma dopo mi trattenni aspettando la congruenza presente, in cui
da vera figlia le parlo senza attacco umano, e solo per suo zelo
è bene che le desio.
Del resto signora zia e madre che la stimo, V. S. condoni il mio
ardire se con libertà le rispondo, io "coram Deo"(5)
non so dire altro, e le ragioni contrarie al suddetto che lei
forse mi direbbe se fosse di presenza; io tutte le tengo nell'intendimento
e con tutto ciò replico, "quod uni ex minimis meis
fecistis mihi fecistis"(6) così dice Dio, volendo
in persona delle suddette tutto ciò le ha dato, ricevendolo
come in lui medesimo, cui gli darà nel Cielo il centuplicato.
Affretti dunque V. S. questo voler divino, mentre io assieme con
mia madre e sorelle ai piedi di Maria Signora nostra, le domandiamo
la santa benedizione, e qui di nuovo me li abbraccio nel cuore.
di V. S., Palma a di 21 settembre 1678
umilissima serva e nipote che l'ama
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "Benedetto Dio";
(2) Gv. 19, 27 "ecco la madre tua";
(3) "hanno derubato le mani dei poveri";
(4) "prima del Signore";
(5) "davanti a Dio";
(6) "quello che avete fatto a uno dei miei più piccoli
[fratelli] l'avete fatto a me";
1678 10 04 AMBP ms. 58 / 78 copia
A Mons. [Francesco Maria Rini], Vescovo di Girgenti.
ll/mo e rev/mo Signore.
Gran cose, gran cose ci fa vedere Dio per mezzo di suor Maria
Anna, li di cui frutti sono sì enormi, che io li lascio
all'ammirazione e non alla penna; oh meraviglia! oh meraviglia!
ne passerò più oltre dicendo solo per santa obbedienza,
che essendo la detta giornalmente peggiorata in molti sfoghi e
scandali, per ultimo trattandosi di cose sopra [ac]cennati (materia
enorme quando sono inganni).
Il Padre spirituale li comandò che scrivesse ogni sua occorrenza
per porla ad esame, ella scrisse ma che scrisse una superbissima
repulsa, ostinandosi con ambasciate e scritti, che per nessun
modo voleva fare detta obbedienza, scrivendo con dettame diabolico
questa sua disubbidienza, per il che fu discesa in quel carcere
ove era sua sorella, la quale mostrando o fingendo meglio volontà
fu trasportata in cella in questo carcere. Dico talmente si deporta
suor Maria Anna che non è possibile investigare non che
dire l'industrie, finzioni, ordigni che usa per essere liberata.
Oh! segno, oh! cervello come puoi più inventare. Ohimè
Monsignore a tante stupende osservazioni nemmeno io saprò
più che dire.
Onde mi resto, rimettendomi a quanto le diranno li miei Superiori,
poiché è tempo perduto l'asciugare il mare a stilla,
a stilla et io mi sento sminuire il cuore, e giacché tanto
mi langue l'anima, e benché riposi la lingua. Onde facendoci
umilissima riverenza assieme con i signori suoi nipoti, le domando
prostrata la santa benedizione, come fanno mia madre e sorelle
di tutte serve umilissime.
di V. S. ill/ma e rev/ma, Palma a di 04 ottobre 1678
[umilissima serva e figlia indegna]
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Il carcere di suor Maria, Anna è capace quanto due celle, tiene due finestre che danno nel giardino, benché alquanto alta e temperata d'aria, ne calda ne fredda, è bassa a piede piano come l'altre officine, vi è per essa una che la serve con ogni esattezza, altre tre che di notte li fanno compagnia dormendo poco lontano della sua porta. Una decana la custodisce esaminando li suoi bisogni di ogni tempo, dandogli con ogni carità il recapito necessario, e di tal modo anche dimora sua sorella in un squisito riposo, et questa relazione sarà forse necessaria.
Notamento del Confessore: Dice queste ultime parole,
perché suor Maria Anna, scrivendo a Monsignore lamenta
esser stata posta in un luogo fuori sotterraneo e solitario, che
però ella ci descrive la forma del carcere, con tutto che
non avesse visto le lettere di suor Maria Anna, ne avesse saputo
ciò per altra strada.

1678 10 05 AMBP ms. 59 / 78 copia
A suor Faustina Miccichè, e signore sue sorelle.
arissima madre.
Benedetto sia il Signore, carissima madre che per la loro umilissima
carta mi da a conoscere quanto stiano in fervore per la strada
del Cielo, là dove le chiama Dio, acciò vi arrivino
per mezzo della perfezione, li di cui lunghi passi sono le nostre
più gagliarde negazioni, con che a noi stesse morendo più
ci vivifichiamo in Dio, e di una vita sì gioconda che sarà
per tutti i secoli gloriosa e sempiterna. Orsù dunque buone
madri e cui non si risolverebbe a morire per Dio, mentre tanto
bene ci aspetta lassù nel Paradiso, abbiamo per suo amore
tutto il creato in oblio, e pur che in noi viva lui, vada tutto
il transitorio, quattro giorni è la vita e come mai fosse
stata nell'ultimo nostro respiro, che cosa dunque mai spenderla
tutta per Dio, quando lui ci promette una eternità beata,
felice voi madri mie [che] state tanto bene, vi attuate dicendo
a Dio ad ogni effetto ed amor creato, rivolgendo ogni pensiero
a quello infinito felice e glorioso.
Io per me le desio tutte ali per quelli voli eterni, acciò
salgano a Dio eternandosi con lui in quelle sedie empirei, Iddio
glielo conceda carissime madri, e preghino per me, acciò
mi siano condonate le mie ingratitudini, per le quali sono assai
pigra per questi voli beati, io spero nella loro santa orazione
e nella pietà della nostra SS.ma Madre, ai di cui piedi
le riverisco con tutte quelle altre religiose da loro nominate.
delle VV. SS., Palma a di 05 ottobre 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
1678 10 15 AMBP ms. 60 / 78 copia
Al Signor D. Francesco Valerio Lamantia, Palermo.
olto rev/do Signore.
Ricevo la sua carta e le sue solite querele, per cagione delle
mie negligenze nell'usare la penna per sua consolazione, oh! Dio
che gran rischio è questa mia chiacchiera, che chi la prova
bisogna che replica, io per me la chiamerò gran Croce,
poiché mi da conseguenze che non posso evitarla.
Signor mio tu dicesti che non entreranno in Cielo coloro che dicono
Signore, Signore, che il vero acquisto sta nell'opere e
non nelle parole, come dunque lo farò io, intanto parlare,
senza una corrispondenza di sante azioni; oh! povero stomaco che
ricevendo cibo sopra l'altro, oh! tu lo ributterai o lo guasterai
ricevendo invece di ristoro gran putredine, ecco la figura del
mio favellare senza pervenire alla esecuzione. Lasciami dunque
V. S. operare quello che per mie lettere ho detto, e dopo ripiglieremo
un nuovo ragionare, e senza quello ne dice il Signore il quale
per una somigliante occasione parla in generale:
Il tuo dire nulla giova Che qual leon ruggiendo
Se non prendi vita nuova fischierò con sono orrendo
Che sè dice è niente fai Trabalzandosi all'in giù
L'ira mia conciterai Con un grido che mai fù
Contentasi dunque V. S. di restare convinto, acciò mi conceda
silenzio senza suo disgusto, e lasciamo la lingua in riposo, purché
veglia il cuore, il quale sarà letto di Dio se sarà
ben acconcio, buona sarà dunque Signor mio buona sera per
ora ci sveglieremo, dopo al far del giorno in quello meriggio
eterno, resti V. S. con Dio mentre io "in pace in idipsum
dormiam et requiescam".(1)
di V. S., Palma a di 15 ottobre 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Siccome un tempo intesi ottime novelle di suor Christina
con mia particolare consolazione, così con pari pena sento
li mali, e se io in quel tempo ebbi con essa qualche intuito,
non di altro che di una sola lettera fu perché mi venne
data per una santa. Ma giacché adesso mi viene data per
illusa, io parimenti la stimo, lasciandola come è agli
occhi di Dio, il quale mi da per singolare beneficio, una insipienza
dei difetti del prossimo, che non so stimarle più di quello
[che] mi dicono, oltre che io sono tanta da niente che non le
esaltano le mie lodi, ne l'offendono li miei biasimi, sicché
dunque "tamquam non esset"(2) le mie ingerenze,
è bene dunque che io mi ritiri nel Signore. Io scrivo assai
confidente e però mi scusi se li canto canzone.
(1) Sal. 4, 9 "in pace mi corico e subito
mi addormento";
(2) "come se non esistesse";
Al Padre Bernardo Maria di Gesù, Carmelitano Scalzo.
olto rev/do in Cristo
Padre.
Non so, Padre mio, di che primo dolermi, se di tante sue lettere
a me non capitate, o dell'ultima già ieri mattina venutami
per quanto mal mi accenna dandomi avviso di quella sfortunata
anima, che per due tagli mi ha diviso il cuore, sentendola in
tanto male così cieca, e proterva.
Oh! Dio, e chi mi darà tante lacrime con che potessi se
non lavarla, almeno demolirla? ohimè, "si gutta
cavat lapidem",(1) perché il mio pianto non spezzerà
quello marmoreo cuore? Padre mio, io l'assicuro, che per il poco,
che valgo, non mancherò in un continuo stillicidio, benché
l'anima mia è sorgente di un torbidissimo mare, che per
dove scorre lascia loto, e fango; non dimeno, se Dio lo prende
alla mano, applicandolo sugli occhi di questo cieco cuore, potrà
darle la luce come al cieco nato; poiché ogni immondezza
è gioia nelle mani del Signore, ai piedi di cui bisognano
per questa instantissime orazioni, poiché vuol esser miracolo
della divina onnipotenza la Grazia richiesta, essendo senza disposizione,
non che cooperazione di chi la riceve, verso di cui se ne pensa
Iddio giustamente sdegnato.
Onde se l'urgenza è grande, le difficoltà sono grandissime.
E ciò dico per spronar me stessa a pregarne il Signore,
acciò non mi addormenti nel letto della mia pigrizia, che
è la maggior difficoltà, che vi sia poiché
ove si intromettono le mie indegne orazioni, par che ritardano,
o escludano la grazia. V. R. interceda per me, acciò non
l'impedisca, e per carità non manchi per tutti li modi
possibili di ridurre a Dio questa anima, il quale talora si conferisce
alle Creature per umani mezzi, e massime per voce viva. Ma il
miglior mezzo sarà il ricorrere alla Madre SS.ma, Maestra
perita per la riduzione dell'anime, a cui invocherà tutta
la comunità nostra per la salute di quella meschina, ed
io assiduamente domando per fine a V. R. la santa benedizione.
Padre mio, non so che strano impulso mi muove a supplicare V.
R., acciò mi raccomandi alle sue care Teresine; io sono
una vile schiava della loro Serafica Madre, che per tanti anni
l'ho scolpita nel cuore, e questo basta.
di V. S., Palma a di 15 ottobre 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "la goccia che scava la lapide";
(2) Non esiste di questa lettera copia manoscritta, è stata
tratta dal libro: S. Attardo - op. cit. , pagg. 161 - 162;
1678 10 16 AMBP ms. 62 / 78 copia
Al Padre Calogero Caetano, della Compagnia di Gesù.
adre mio nel Signore.
Benedetto sia Dio, che mi manda per specchio di ottimo esempio
la letterina di sua Reverenza, la quale essendo scritta in tempo
di tanta sua afflizione temporale, di altro ne tratta che dello
spirituale, indizio in vero certo del suo distacco interno. Mi
edifica invero V. R., ma molto mi confonde richiedendomi delle
preghiere in rimedio della sua perplessità, della quale
non è cagione, poiché ove vi è espresso comando
non vi è propria determinazione, e se il Superiore lascia
l'ordine suo ad arbitrio, l'abilità del suddito sarà
la scorta sicura per tale cammino. Poiché "ad impossibilia
nemo tenetur"(1) ne con tale misura entra pericolo di
eleggere il peggio, poiché occhio fedele adocchia il meglio
che è il gusto di Dio, accertandolo con l'applicazione
di quei talenti, che lui medesimo l'ha dato, ne più ne
meno, che se talora egli vorrà che uno sia predicatore,
lettore, o altro bisogna che si conosca nella qualità dei
suoi talenti.
E quando perciò li da qualche impedimento, non è
perché sia scarso di tale doni, ma è per inabilitare
quel tale all'opera di tale ministero, come fece nella cecità
di Jsac, perché volle Giacob primogenito e non Esaù
erede della generale benedizione; così egli talvolta dispone
le nostre insufficienze, ci acceca, ci assorda, ci stroppica,
ci inferma, non perché vuole inette le sue creature, ma
perché ci vuole fare eredi del Cielo, dando non ad Esaù
ma a Giacob la maggioranza, e non al senso ma allo spirito il
dominio vero.
Padre mio "bonum tibi est ad vitam ingredi debilem vel
claudum, quam duas manus vel duos pedes habentem mitti in ignem
aeternum",(2) egli mi intende, ne voglio che il senta
da me, ma di colei che il disse, poiché io sarei matta
parlar da me stessa a colui che è mio maestro, ne di altro
sono degna che della sua benedizione, quale io umile domando facendogli
riverenza, assieme con il Padre Saverio e altro rev/do Padre,
che per mia sciocchezza non ne so altro nome che il Padre Maiorana,
ai quali io resto infinitamente obbligata, meglio e più
assai che se loro mi avessero favorito alla grata, nostro Signore
sia che l'assicuri quanto io vivo loro serva, e ai piedi della
SS.ma Madre continuerò per esse le mie pigre orazioni.
di V. S., Palma a di 16 ottobre 1678
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
(1) "nessuno è tenuto alle cose impossibili";
(2) Mt. 18, 8 "è meglio per te entrare nella vita
monco o zoppo, che con due mani o due piedi ed essere gettato
nel fuoco eterno";

1678 10 16 AMBP ms. 63 / 78 copia
Alla Signora D. Anna Maria Caetano, e signori sue sorelle e nipoti.
e la morte fosse
parziale sarebbero ragionevoli contro lei le nostre querele, avendosi
tolto la signora D. Margarita, e assieme con essa parte del nostro
cuore, ove stavano verso lei li nostri affetti, ma perché
ella è generale che alla cieca recide, bisogna adorare
in lei il divino volere; oltre che madre carissime e cugine amate
è tanta amara la vita, che bisogna dire, felice chi muore.
Felice dunque se ne partì la nostra carissima defunta,
e ne spero sicuro un felicissimo soggiorno in quel mattino eterno,
ove si scoprono le scaglie di quaggiù, non essendo invero
altro le grandezze del mondo (ne lei) se domandata fosse, risponderebbe
altro che "vanitas vanitatum et omnia vanitas",(1)
confessandole tutte una ombra, un vento, un sogno, e di tanti
suoi giorni che godette in questa vita. Mai il più lieto
conobbe, come fu quello felice nel quale lasciò questa
ombra di morte, questa valle di lacrime, ove si prova la culla
in pianto e la sepoltura in dolore.
Felice dunque e replico felice la nostra benedetta defunta, che
è passata a miglior vita, donandosi alle VV. SS. non condoglianza,
ma buonora allegrissima come converrebbe a quel tale, che restituito
li fosse il suo figlio e fratello.
Oh! Padre dalla cattività dei moti, che tale sono a noi
viatori le tirannie mondane, diamo dunque carissime madri e sorelle
luogo alla verità con queste veraci ponderazione, con che
bisogna asciugarsi gli occhi, e moderare il dolore, che Dio sa
quanto sia stato ed è, non solo in noi che siamo loro consanguinei
e serve, ma in tutto il nostro Monastero. Prima poiché
oltre alla perdita di una madre e padrona, ci duole in estremo
il loro giusto sentimento, e maggiormente della signora D. Francesca
e signori fratelli, che ci lastimano il cuore; ma ciò non
importa, poiché se hanno perduta una madre terrena, saranno
più care alla Madre divina, alla di cui pietà io
le consegno e lascio, e per fine assieme con mia madre e sorelle,
li fo affettuosa riverenza pregando per esse, benché indegna
al Signore. delle VV. SS., Palma a di 16 ottobre 1678
umilissima serva e nipote
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "vanità delle vanità, e tutto vanità";
1678 10 17 AMBP ms. 64 / 78 copia
Alla Signora D. Leonora Crescimanni, baronessa di Bessima.
arissima mia Signora,
non riceva a male V. S. la mia ripugnanza nello scrivere, poiché
l'essere io religiosa, mi obbliga alla osservanza delle mie Regole,
le quali raramente promettono lo scrivere etiam alle parenti,
e quando io lo fo e per ordine dei miei Superiori, il di cui officio
anche è di non permettere senza necessità cosa contro
l'osservanza.
Onde carissima signora, che non è mio intento dispiacerla
in siffatto modo, ma di tutto cuore servirla come devo, ma di
quella maniera che piace al Signore, il quale siccome vuole osservante
me del mio Istituto; così gusta che V. S. lo sia dei suoi
precetti osservandole esattamente senza che vada fuori della sua
vocazione, tanto più che di vantaggio egli la chiama a
se per mezzo della sua Croce, che senza fare altro che pazientemente
soffrirle troverà in esse la sua salvazione, per cui ogni
travaglio è niente per un guiderdone infinito.
V. S. si reputi felice mentre si vede sulla Croce, che altra strada
non vi è per acquistare eterni godimenti, quale io le desio
e procuro con le mie indegne orazioni, che continuerò benché
indegna per la sua compita consolazione, abbracciando per fine
la signora D. Camilla e signora D. Giovanna, alle quali desio
vere spose del Signore e care figlie e padrone, mentre riverisco
V. S. di vero cuore come fanno mia madre e sorelle.
di V. S., Palma a di 17 ottobre 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
Alla Signora Duchessa di Poli, Romana.
ilettissima sorella
nel Signore.
Fortunato quel giorno, carissima sorella, nel quale si trasmettono
li nostri affetti dalla terra al Paradiso. Ecco V. S. colà
ha trasmesso la miglior parte del suo cuore, ove stavano riposti
li suoi dovuti affetti verso un fratello, e due figli, le di cui
partenze, siccome sono state a lei colpi mortali, così
al suo spirito ali leggere, che hanno seco condotto a Dio il suo
trafitto cuore.
Carissima sorella, l'anima nostra più abita nell'oggetto
che ama, che nel corpo che anima. Se è vero dunque, che
lei, ama li suoi cari defunti, vada spiritualmente in esse, ove
veramente sono, entri a rivederle in Dio, poiché loro non
sono morti, ma di miglior vita vivi "sursum corda, sursum
corda".(1) Su il cuore in alto nella Magione beata. E
felice colui, che il primo ci perviene, e chi sì per tempo
ne acquista l'entrata.
Carissima signora, voi, mai più che adesso, foste lieta
sorella, e Madre fortunata, e se nel mondo tanto si gloriano le
Madri Regine per li figliuoli coronati; che applausi, che gioie
si dovranno a lei per l'assunzione Celeste dei suoi congiunti,
che spero già regi di corone eterne? Orsù non pianga,
che sono perdute, ma eternamente acquistate. Se li ama, su vada;
se li brama, li goda; se li desia, li abbracci nel seno del Signore,
il quale a se la tira per questi tre fanciulli, violentandola
in alto nel corso del suo amore.
Carissima signora, "Funiculus triplex difficili rumpitur",(2)
essa non potrà più resistere, fa di mestieri, che
vada, ed io la seguo, come di spennato Nibbio, che così
mi ha denudato la mia imperfezione. Gesù nostro bene sia,
che ci aiuti per questo cammino di amore, dando a lei alte salite,
e a me forte sprone, acciò verso lui ambe[due] corriamo,
e sia per gusti, o per pene, Fiat voluntas Domini. Io con essa
la lascio, e con la dovuta riverenza me la stringo al cuore, come
fanno mia madre, e sorelle, e tutte del nostro Monastero, continuando
tuttavia supplichevole ai piedi della SS.ma Madre, acciocché
le dia contento, come io lo spero nella bontà del Signore.
di V. S., Palma a di 18 ottobre 1678
la sua indegna sorella
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "in alto i cuori, in alto i cuori";
(2) "una triplice fune difficilmente si rompe";
(3) Non esiste di questa lettera copia manoscritta, è stata
tratta dal libro: S. Attardo - op. cit. , pagg. 163 - 164;
1678 10 27 AMBP ms. 66 / 78 copia
Al Signor Abbate Curzio Muti Conti, Romano.
' segno della sua
rara umiltà la sua replicata istanza, per essere da me
accettato nella nostra promessa fratellanza, e segno pur anche
di mia povertà estrema, il darmi nostro Signore anche da
paesi si strani, si largamente l'aiuto della sua santa provvidenza,
di che mi viene carico V. S., acciò ne resti arricchita
la mia mendica mano.
Onde io sì meschina come adesso mi trovo, ne darò
lode al Signore e al suo ministro grazie infinite, pregando Sua
Maestà che mercé tanta sua carità voglia
ricolmarlo di quei avvampi, di quelli incendi divini che raffinano
le anime, lucidano le tenebre, e consumano le imperfezioni. Ed
oh! che fortuna di questa anima fenice, che morendo a se stessa
rinnovella nella propria consumazione, "nisi granum frumenti
cadens in terram mortuum fuerit ipsum solum manet".(1)
Oh! vita divina, che sta nella morte umana, poiché se l'uomo
vecchio non muore, se la corteccia sensuale non si consuma, non
germina il rampollo bellissimo della perfezione, spirito e senso,
creature e Dio, non possono stare, bisogna uno viva e l'altro
muoia, e però all'anime carissimo orsù viva Dio
muoia il suo nemico, che, è il nostro senso, viviamo ma
fuori d'esso, e tutte in Dio, "vivo ego iam ned ego vivit
vero in me Christus".(2) Io in esso lo lascio unito e
trasformato nell'amor di Gesù Cristo, per le di cui piaghe
lo supplico a non scordarsi di me nei suoi santi sacrifici, come
per carità lo faranno la signora suor Maria Cecilia e signora
D. Anna Teresa, alla quale assieme con V. S. fo la dovuta riverenza
pregandogli della nostra SS.ma Madre ogni felicità compita,
e per fine alla signora Duchessa di Poli umilmente riverisco,
a cui poco fa con una mia lettera me li condolse di cuore.
di V. S., Palma a di 27 ottobre 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "se il chicco di grano cadendo in
terra non muore, rimane esso stesso solo";
(2) Gal. 2, 20 "non sono più io che vivo, ma Cristo
vive in me";

1678 11 03 AMBP ms. 68 / 78 copia
A suor Anna Maria La Torre.
arissima in Gesù
Cristo sorella, ricevo la sua lettera di tenore assai devoto,
e la sua devozione mi intenerisce l'animo e mi affligge il cuore,
non potendo ella ritrovare in me cosa di sua soddisfazione; poiché
la materia di che mi tratta è assai difficile, e affatto
fuori di determinazione, per il che sarebbe di bisogno darsi ad
un lunghissimo esame, e di persona di dottrina ed esperimentata,
e non di me che sono tutta al contrario imperfetta ed indotta.
Onde carissima mia sorella io la esorto a darsi da per tutto ad
una dottissima guida, perché nella strada ove lei ne va
facilmente si inciampa senza scorta che la mena, e la migliore
sarà la santa obbedienza, e massim[ament]e del suo Prelato,
e non curi se lui la ritiene nella sua zelosa favella. Poiché
caverà maggior bene obbedendo che parlando, e quando non
farà per la lingua, lo farà doppiamente per l'orazione,
e dica per amor della santa obbedienza, "obmutui humiliatus
sum et silui a bonis",(1) che nostro Signore le risponderà
con l'efficacia della sua divina grazia, riempiendogli il cuore
di tutto quel bene che desia, come io glielo procuro, benché
indegna per le mie pigre orazioni, e mentre la prego a farmi carità
delle sue di vero cuore la saluto, lasciandola ai piedi della
SS.ma Madre ebria, e consolata del suo santo amore.
di V. S., Palma a di 03 novembre 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "ammutolii e sono stato umiliato e ho fatto silenzio dinanzi al bene";
1678 11 04 AMBP ms. 69 / 78 copia
A suor Rosa Candida Deodato, Abbadessa di Noto.
arissima madre,
"si deus pro nobis quis contra nos",(1) non sa
V. R. che con cinque pietre vinse quel smisurato gigante il pastore
Davide, altrettanto potrà una pusilla femminuccia contro
l'infernale Golia. Se contro le butta la prima pietra dell'onore,
la seconda del superfluo compire, la terza del sovente conversare,
la quarta del pigro operare, e la quinta del proprio volere. Debellando
l'inferno con un dispregio terreno, con un divorzio umano, con
un possibile ritiro, con un fervoroso sentiero, e con un dispoglio
totale del nostro volere tutto immerso nel divino. Li quali tiri,
anzi fionde mortali daranno morte al nemico e vittoria al nostro
cuore, le cui deboli forze si debbono rincuorare da quelle mani
vittrice di cui disse Davide, "dextera Domini exaltavit
me, dextera Domini fecit virtutem",(2) egli alzerà
il moto, manderà il colpo e rimarrà coronato, poiché
dobbiamo dire in ogni nostro "prode evento laus mea tu
es".(3)
Onde carissima madre, che io da che il conosco mai mi sono pentita
d'averlo conversato, anzi sì molto afflitta di averlo molto
offeso, e così tardi amato ed essendo egli stato tutto
il mio, e tutto il nostro, e il bene di ognuno che l'Amato dobbiamo
tutte adorarlo, amarlo e benedirlo, perché il tempo è
breve, e pochi sono i giorni, e prima che finisca non lasciando
andarlo indarno.
V. R. si affretti in amar Dio, e pensi che il termine sta in ponderare
e censurare, ed essendo così anche per tutte, "dimitte
me (dunque) ut plangam Paululum dolorem meum",(4)
lasciami madre in questa piccola dimora piangere, e non scrivere
quello devo a Dio, poiché giacché non l'opero è
bene che il piango, e con tal fine mi rimando tutta in Dio pregandolo
che assieme con sua Madre voglia ricolmare da ogni sua grazia
il cuore di V. R., acciò da lui l'impetri a me con le sante
orazioni, quale parimenti domando della signora sua sorella, e
tutte le reverende madri di cotesto Monastero, che con tutto affetto
riverisco.
di V. R., Palma a di 04 novembre 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) Rm. 8, 31 "se Dio è per noi,
chi sarà contro di noi?";
(2) "la destra del Signore mi ha esaltato, la destra del
Signore ha fatto meraviglie";
(3) "favorevole successo, tu sei la mia lode";
(4) Gb. 10, 20 "lasciami dunque piangere un poco il mio dolore";
1678 11 15 AMBP ms. 71 / 78 copia
Al Signor D. Francesco Valerio Lamantia, Palermo.
olto
rev/do Signore.
Bisogna che io replichi e ringrazi V. S., essendo la sua carità
invincibile sopra il nostro Monastero, di che ne sperimenta l'aiuto
la nostra spezieria, per il che il suo zucchero fu assai grato,
per applicarlo ad essa in aiuto delle nostre inferme, che tutte
pregheranno per V. S., ed io più di ogni altra che ne sono
l'artefice, pregandogli benché indegna della dolcezza divina
una eterna bevanda di celeste liquori, la di cui vanità
ha fatto gridare i Santi, "satis satis est Domine".(1)
Oh! che gran cosa, oh! come saranno per una eternità infinita,
io per me non so, ne posso capire come si trascura tanto bene,
gli uomini gia avvezzi alle loro dolcezze amarissime, ai transitori
piaceri, rinnovo sconoscente delle compite e vere; oh! poveri
Egizi, miseri mondani, cotanto lontani della terra di promessa,
Signor mio, "ex gutta fellis procedur flumina mellis",(2)
lasciamo per loro le fetide cipolle del senso, e siano le nostre
quelle mellifluità perenne, già derivate ai santi
di un assenso temporale, che è una stilla di fiele a paragone
dell'eterno sapore.
Queste verità mi hanno fatto pensare li suoi favori, supplicandolo
di più che li traduca di materiale in spirituale, dandomi
qualche mellifluità divina nell'anima mediante li suoi
santi sacrifici, con che mitighi l'acerbità delle mie amarezze,
che sono tante acerbe alle fauci del Signore. Abbia pietà
di questo assenso che distillato in estratto vado con esso rinnovando
l'antico fiele della sua amara passione, di che ne vive ripiena
la spugna del mio cuore, V. S. lo farà, come io spero farlo
per esso, benché indegna e maggiormente in questo mio ritiro
che domani principierò, con il favor di Dio e sua Madre
SS.ma, alla quale supplicherò parimenti per tutte coloro
da V. S. raccomandate, acciò li faccia santi con V. S.,
alla quale riverisco come fanno mia madre e sorelle.
di V. S., Palma a di 15 novembre 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. Alla quale soggiungo buone nuove di suor Maria Vittorina
e Felice, che stanno bene di salute spirituale e corporale, ed
io me ne rallegro molto quando le vedo tanto diligenti nei loro
offici e nella perfezione, e credo che siano l'orazioni di V.
S., cotanto valevoli appresso il Signore, che ne sia sempre lodato
e benedetto.
(1) "è troppo, è troppo Signore";
(2) "dalla goccia di fiele, nascono i fiumi del miele";

1678 11 16 AMBP ms. 72 / 78 copia
A Mons. [Francesco Maria Rini], Vescovo di Girgenti.
ll/mo e rev/mo Signore.
Tante grazie Monsignore cui può pensarle, essendo verso
me tutte meraviglie, io ricevo li suoi eccessi, e per corona del
mio capo li signori suoi nipoti, di cui ebbi fortuna di riverirle
di presenza e dedicarmi loro schiava, [in]catenata ai loro comandi
con la catena della mia suggestione, con che le obbedirò,
e al signor Abate maggiormente, di cui conobbi quanto poté
essere gagliarda la resistenza del ritorno in questo Regno, stimando
Roma un oggetto di contento, come in vero e l'anticamera del Cielo,
è la miglior stanza del mondo.
Ad ogni modo il Signor pare che ne rida, ed io parimenti, pensando
che l'uccellino di fresco in gabbia non solo non canta, ma strepita,
si scuote e si sconquassa, ma al far del tempo si scorda dei suoi
voli, e quieto ripiglia il canto, e gusta un buon mangiare. Orsù
Monsignore mio egli mi intende, e sappia far un valente cacciatore,
pazienza per adesso non canterà l'uccellino, ancora non
è tempo, io spero che si quieterà quando V. S. ill/ma
li fa assentire, che un gran corbaccio l'aspetta fuori Regno,
il quale li procrastina il bene "cras cras"(1)
cantando, ohimè vattene corbo nemico che l'uccellino è
in salvo, ne lascerà il grano presente per l'orzo futuro.
Io sarei pazza in parlare tanto alla libera se non mi avesse comandato
di ciò il signor Abate e V. S. ill/ma, a cui supplico che
ha detto signor ridica queste miei sensi già del Signore
ritratte, e lo fo per suo mezzo, poiché godo che ogni cosa
mia passi per le mani di mio Padre, egli non mi si può
negare che Dio me l'ha dato, ed io ne sto pregando una lunga conservazione,
che voglio mi serri gl'occhi, e mi impetri il "requiem
aeternam"(2) con la sua santa benedizione.
Io a questo mi sto preparando nel mio principiato ritiro, che
è quello circolare costumato da tutte ogni anno per obbligo
delle nostre Costituzioni, durate dieci giorni, e alle volte più,
secondo [come li] concedono li Superiori, ai quali io vo proporre,
che dopo il predetto tempo, mi diano un poco di prolungamento
in questo mio ritiro, forse per tutto l'avvento; acciò
possa disoccupata degli oggetti transitori attendere ai riflessi
di quelle increate meraviglie, che sono in Dio solo unico oggetto
di questo mio ritiro, il quale io sottopongo non solo al suo comando
ma ai Superiori presenti, poiché sopra ogni cosa la santa
obbedienza è il mio Cielo terreno, a tanto mi espongo mentre
la riverisco di cuore come fo al signore Abate e signor Vicario
Generale, a cui compatiscono se io appena le dissi due parole.
Poiché il mio rossore è insuperabile di presenza,
forse nostro Signore me lo da per freno, senza del quale non sarebbero
discrete le redini della mia lingua, ma non importa che di gran
lunga trapassa la mia penna, onde la freno e mi prostro umilmente
acciò mi benedica.
di V. S. ill/ma, Palma a di 16 novembre 1678
umilissima suddita
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "domani, domani";
(2) "riposo eterno";
1678 11 29 AMBP ms. 73 / 78 copia
Al Padre Calogero Caetano, della Compagnia di Gesù.
olto rev/do in Cristo
Padre.
L'aggiunte da lui inviatomi, hanno aggiunto in me tanto gran carico
di nuova obbligazione, che non so come fare. Padre mio mi avete
confuso di tanti larghissimi doni, io resto sua schiava, ma ciò
non basta se non mi disobbliga il Signore, a cui pregherò
che mi dia tanta ricca ricompensa, che possa soddisfare al mio
Creditore.
Restando per ciò in obbligo di indefessamente pregarlo
per il bene spirituale e temporale di V. R., che vogliono lo faccia
gran santo ed acceso promulgatore della maggior gloria di Dio;
acciò vada tra i prossimi quasi agile favilla, accendendo
in esse un incendio inestinguibile di divina fiamma.
Ed ecco l'impiego il più preconizzato del Cielo, che è
il medesimo del più gran Serafino, essendo l'amor di Dio
pabulo è alimento del serafico coro, per tanta gran sorte
dunque nacquero coloro che sono del suo istituto, che parmi fossero
li serafini del mondo, anzi di vantaggio poiché amano e
producono amore nei loro acquisti.
Onde Padre mio che io non posso cessare di ambirle tanto bene,
restando supplicante per esso nelle piaghe del Signore, e ciò
non solo per obbligo ma per mio interesse, serbando il Signore
la mia emenda per frutto della sua predicazione, e però
per tanti capi io lo desio gran predicatore, sperandolo così
per intercessione della Madre SS.ma, la quale in estremo gradì
le bellissime fiori, anche a me accettissimi, essendomi assieme
con il breviario e aggiunte di gran consolazione, di che gliene
rendo larghissime grazie, e per fine raccomandandomi ai suoi santi
sacrifici, la riverisco di cuore come fanno mia madre e sorelle,
raccomandandomi alle sue orazione.
di V. S., Palma a di 29 novembre 1678
umilissima serva
Maria Crocefissa della Concezione
P. S. Mia madre umilmente ringrazia, restandogli obbligatissima
del librettino, che fu a tutte assai caro, non solo per essere
cosa nuova e di profitto, ma si terrà carissimo per averlo
dalle sue sacrate mani.
Alla sua cartuccia risponde il mio [ac]cennato desiderio, sicché
altro non vi è che pregare il Signore che le dia affetto
come desidero.
1678 12 05 AMBP ms. 74 / 78
copia
Alle Signore suor Agata Felice e suor Francesca Serafina Buglio, Licata.
arissime in Cristo
sorelle, ricevo la carta delle VV. SS. con mio estremo cordoglio,
compatendo quando dire si passa la loro angustia, per la quale
saremo tutte ai piedi della Madre SS.ma, supplicandola istantaneamente
per la salute del signor Barone; acciò usi la sua solita
clemenza verso noi miseri peccatori, mentre le VV. SS. replicano
meco "salus infirmorum, ora pro nobis",(1) che
spero non per le nostre indegne voci, ma per le sue misericordie
ottenere la grazia, e mentre do principio a questo con brevità
finisco, volendo fare più di fatti che di parole, e le
VV. SS. si consolino, poiché forse questa sarà causa
di qualche loro profitto, e bramato rimedio, nostro Signore le
contenti come io desio, mentre assieme con mia madre e sorelle
di cuore le riverisco.
di VV. SS., Palma a di 05 dicembre 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "salute degli infermi, prega per noi";

1678 12 10 AMBP ms. 75 / 78 copia
Alla Signora D. Anna Palmieri.
ui sarà che
non pianga mia signora, vedendola tra tanto breve tempo madre
afflittissima, caso invero di lastima essere perditrice tra una
brevità di tre figlioli che cordialmente emana, ed io per
riflesso ne sono alquanto alla prova, poiché non essendo
più che sua serva, talmente mi trafisse tale nuova che
quando suor Maria Caterina me la diede non seppi che rispondere.
Ma accorata internamente dissi, consolate la signora, compatendo
più V. S. che il suo benedetto figliolo, quale io chiamerei
più volte fortunato per essersi tolto da tante lacci crudeli,
che lo violentavano al profondo, non essendo che tale li dirupi
e li pericoli di questa valle di lacrime; e mi dica ella per prova
quanto per ciò ne pianse, temendone ogni giorno l'ultima
rovina, ove senza forse sarebbero quasi tutte incorse con perdita
dell'anima e della vita, se la pietà di Dio non gli accorciava
i passi trasferendole non della loro casa in terra, ma dalla terra
al Cielo [che] come cristiani speriamo.
Di che V. S. ne goda e di una consolazione piena, come avrebbe
fatto nel giorno delle loro nozze, essendo già sortite
non già terrene piene di affannose conseguenze come ognun
le piange, ma divine ed immortali nella congiunzione del sommo
bene; di che ne giubila la corte beata, poiché se tutto
il Cielo gioisce sopra un peccatore penitente, che gaudo dunque
farà per la intrapresa penitenza di un anima purgante,
essendo senza pericolo a Dio più prossima e propinqua.
Oh! gran contento di chi tanto ben conosce, e pur noi inconoscenti
per la medesima causa alziamo le voci e ci contristiamo il cuore.
No, no mia signora lasciamo la carne e il sangue, e rasciugandoci
gl'occhi alziamole al Cielo, ove si consolerà del suo amato
figliolo, e lo saluti in salvo, lo benedica in salvamento, arrivato
come speriamo nel porto beato, nostro Signore sia che la consoli
pienamente come io ne prego la SS.ma Madre, ai di cui piedi la
lascio e riverisco di cuore, come fanno mia madre e sorelle.
di V. S., Palma a di 10 dicembre 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
1678 12 26 AMBP ms. 76 / 78 copia
Alla Signora D. Leonora Marino
arissima in Gesù
Cristo sorella.
Il nostro amabile Bambino, per il di cui onore V. S. mi presaggia
buoni giorni in queste feste natalizie, ricolmi V. S. di quei
veri gaudi spirituali e temporali che sentirono li santi pastori,
per le quali ebbero a dire "transeamus usque Betlehem
etc."(1) per dimostrarci che li veri contenti stanno
sulla Croce, come era quella stalletta piena di doglie e pene.
Di che V. S. tiene ottima fortuna, mentre nostro Signore la esercita
con una infermità tanta disagiata, che non potendo dar
passo tiene congrua cagione di pensare alle fasce del nostro nato
Bambino, il di cui piede calcando lo spazio infinito, ora per
nostro amore sta ristretto e prigioniero in un vile pannicello,
che è il trono reale del nostro immenso Bambino, le di
cui maniere ci fanno esclamare, "obstupescite coeli, obstupescite
coeli".(2)
V. S. si affissi in questi portenti, e abbracci la sua imitazione,
mentre io da sua indegna sorella gradendo le sue cortesie me la
stringo al cuore, pregando la Madre SS.ma, che me la faccia conoscere
in Paradiso, dopo la nostra peregrinazione, così restiamo,
mentre la saluto caramente assieme con la signora sua figlia,
come fanno mia madre e sorelle, ed io per fine saluto le devote
mie missiniselle.
di V. S., Palma a di 26 dicembre 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "andiamo fino a Betlemme, etc.";
(2) Gr. 2,12 "stupitevi o cieli, stupitevi o cieli";
1678 12 26 AMBP ms. 77 / 78 copia
Al Signor D. Francesco Valerio Lamantia, Palermo.
olto
rev/do Signore.
Li auguri santi che V. S. mi porge in queste sante feste, io gliele
prego felicissime dal nostro santo Bambino, li di cui vagiti ci
danno motivo di cantici, esultando le lingue e cuori nostri le
sue immense misericordie; sicché concordemente cantiamo,
"parvulus Dominus et ludabilis nimis",(1) richiedendo
la sua piccolezza l'aumento del nostro amare acceso già
di tanta lucida scintilla.
Gesuzzu nostra fiamma, che uscito di quello in comburente focale
del seno paterno "ignem venit mittere in terram",(2)
acciò bruci di lui tutto il mondo, e noi tra esso consumando
se non tutto l'esser nostro per amor di Dio, almeno ogni materia
di vizio, giacché cenere e polve(re) si hanno da ridurre
tutte le cagioni d'esso, e però sarà nostro bene
ridurle si un po' per tempo per vampo di amor di Dio.
Acciò l'anima nostra quasi nuova fenice risorga in perpetuo,
tanto fuoco e tanta fiamma arda il cuore di V. S., mentre io aspiro
al suo caldo standomi nel più orrido inverno del mio cuore
gelato, che spira soffi di neve entro la stalletta di Betlemme,
per cui piange il mio Gesù tanto gran freddo.
Ohimè cruda stagione, oh! fiero inverno, V. S. se lo stringa
al cuore e lo scaldi nel suo petto, ad imitazione della sua SS.ma
Madre, mentre io ai suoi piedi la lascio per amarla di cuore,
e per fine la riverisco come fanno le mie sorelle dandogli ottimo
avviso dei signori suoi nipoti, che se la passano assai bene.
di V. S., Palma a di 26 dicembre 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "il Signore piccolo è molto
lodevole";
(2) "sono venuto a mettere il fuoco sulla terra";

1678 12 26 AMBP ms. 78 / 78 copia
Alla Signora suor Anna Maria Caetano.
arissima Signora
zia.
Li comandi di V. S. sempre mi sono stati carissimi, e precisamente
questi che mi nomina il signor zio da me riverito e di cuore stimato;
sicché pronta mi accingo all'esecuzione, stando per quanto
Dio mi aiuta appresso la sua pietà, acciò pienamente
la consola come io tanto bramo, che non lascerei che fare per
compiacere le VV. SS. e la signora D. Margarituzza, a cui nostro
Signore vuole dare questa Croce.
Acciò entra nel mondo per la porta dell'amarezza, al fin
di non attaccarsi ad esso soverchiamente, ma unta del suo amarore
anticipatamente ami solo Iddio sopra ogni cosa, come invero è
di ogni gusto gran dolcezza, e però io confido che mediante
la intercessione della Madre SS.ma voglia raddolcire li loro amareggiati
cuori; dandogli beveraggio di contentezza, li quali io bramo.
E benché indegnamente la prego, come faremo tutte l'obbligo
nostro, con offrire per tale intento domani la santa comunione,
supplicando parimenti per la persona raccomandata, acciò
nostro Signore la conservi primo in grazia sua, e dopo sana e
salva, e qui a V. S. riverisco assieme con tutte le signore zie
e cugine, come fanno mia madre e sorelle.
di V. S., Palma a di 26 dicembre 1678
umilissima serva e nipote
Maria Crocifissa della Concezione
1678 12 28 AMBP ms. 79 / 78 copia
Al Padre Fra Blasio di Caltanissetta, Cappuccino.
olto rev/do in Cristo
Padre.
Nostro Signore, che tanto compatisce e ama il peccatore, induca
il cuore di V. R. a sentire la mia voce carica di lacrime e compunzione,
con che riscrivo alla sua carità per aiuto del mio cuore
tanto meschino, che "non habet unde reclinavet caput"(1)
fuor che nelle piaghe del Signore, e suoi intimi ambasciatori
che sono li suoi servi e cari amici; uno dei quali io stimo sua
R. a cui comunico in parte la mia urgentissima necessità,
che per [ac]cennarla bisogna dire che la mia vita Padre è
stata assai desolata, per cagione della mia miseria, che sempre
mi ha dato molto da piangere etiam nelle maggiori consolazioni
della vita interna.
Ma adesso poiché mai mi porge un fonte di lacrime, per
la particolarità che non spiego per non recarle fastidio,
bastando solo a mio intento dire, che in rimedio di tante mie
sciagure, quale mi sarebbero uno zucchero se non vi fosse pericolo
della dispiacenza del Signore, mi bisogna ottenere una grazia
del Signore, la quale mi è tanto necessaria, che parmi
senza essa non mi possa salvare.
Sicché io lo bramo come il medesimo Dio stando in essa
da mia salute e il possesso della divina grazia, onde Padre mi
prostro e genuflessa la prego a pregarne istantaneamente il Signore,
acciò abbia pietà delle mie lacrime e misericordia
dei miei peccati, che mi impediscono questa cagione di salute,
e le dica (se Dio lo salvi) quanto dire potrà un cuore
pieno di carità, assicurando V. R. che non potrà
conservarla maggiore e più sublime se redimesse un cristiano
della schiavitù dei barbari, che peggio sono a me l'evidentissimi
pericoli.
Padre non posso dire di meglio, nostro Signore l'ispiri il pianto
del mio cuore, acciò mosso a pietà mi aiuti ad invocare
il suo divino favore, per ispirazione di cui io scrivo questa
carta con lacrime e in ginocchio, applicando al mio desio questo
altro mezzo, giacché tante altre ne ho effettuato, che
mi hanno prodotto nell'anima una viva confidenza e gagliarda forza
di usarci tutti i mezzi anche ardui al mio cuore.
Sicché, io farei tutto il possibile, purché si compiacesse
il Signore, nel nome di cui astringo V. R., non solo a cooperarsi
all'attenzione della grazia con sue circostanze dovute, ma a darmi
consiglio primo su questa domanda vi è il gusto del Signore,
secondo se io devo usarci umani mezzi mortificando me stessa,
che tanto inclino a stature totalmente priva solo aspirante alla
divina provvidenza, terzo se io devo insistere a perseverare,
o lasciare questa benché santa pretensione, e tutte tre
siano per amore di quelle tre ore che nostro Signore dimorò
confitto in Croce, dimorando anche io così parimenti, mentre
aspetto qualche suo lume e savio parere, e dica liberamente poiché
se sarà qualche aspra riprensione non potrò ricevere
più gran contento e sarà delle mie brame la cosa
migliore, quale io sto aspettando prostrata ai suoi piedi, e di
ciò non l'affretto poiché voglio mi risponda sin
tanto che ottenga da Dio qualche lume con che mi possa consolare,
e sia come Dio vuole, poiché io sto preparata per il divino
volere.
Padre aspetto la carità per amore della Madre SS.ma, in
cui ho riposto ogni mia speranza, e sappia che questa mia pretesa
grazia non è per fuga di patire, anzi la concessione sarà
una caccia di maggior dolore, e nostro Signore sia che li comunichi
ciò che più conviene, restandomi per fine prostrata
ai suoi piedi domandandogli la carità e la sua santa benedizione.
di V. P., Palma a di 28 dicembre 1678
umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
P. S. A cui supplico di somma segretezza, tenendo questa carta
sotto il sigillo di confessione, e se si degna della risposta,
potrà farla diretta al mio Padre Confessore, sopra scrivendola
del suo nome che si domanda, il Padre D. Fortunato Maria Alotti,
confessore ordinario del nostro Monastero.
(1) "non ha dove posare il capo";
1678 12 28 AMBP ms. 88 / 78 copia
Al Signor D. Francesco Valerio Lamantia, Palermo.
olto rev/do Signore.
Rispondo a Dio e alla ventura ad una lettera senza sottoscritta,
che pensare devo essere di V. S., riconoscendola al minaccioso
stile, giusto costume di V. S. per la mancanza di mie lettere;
come appunto mi rafferma suor Maria Vittorina [ac]cennandomi la
sua indisposizione, in pazienza di che io le rappresento il nostro
benvenuto Bambinello. Ancor egli indisposto, tenendo febbre di
amore, sete di patire, veglia per malo accomodo, e tutto affanno
per disagio naturale, stando tra il bue e l'asinello, che dir
possiamo,"labor et Amor",(1) essendo l'uno simbolo
di travaglio, e l'altro di fortezza primogenita dell'amore.
Atteso che "fortis est ut mors dilectio",(2)
la di cui santa positura deve essere non esemplare, stabilendoci
ancor noi tra queste due spirituali giumenti, poiché se
è vero che amiamo, dobbiamo soffrire, tollerando non solo
le corporali indisposizioni, ma ancora quelle spirituali; bevendo
la spiacevole medicina di una continua resistenza, per espellere
sì peccante umore.
Ne ci dobbiamo in pusillanimità delle cascate, poiché
ancora Dio prevedendo le nostre cadute per innalzarci si protese,
costernandosi nel suolo, come nato si vede nella grotta di Betlemme,
essendo egli in somma amico di pietre dure, reclinandosi nascendo
nella mangiatoia, e morendo in sepoltura, cioè a dire dei
peccatori, quasi pietre nel suo amore, di quelle però che
almeno desiderano etiam essere tali in ogni sensuale operazione,
rendendosi solo sensibile per atto di contrizione, tale insensibilità
Iddio le conceda per intercessione di sua SS.ma Madre, cui assieme
col suo Parvolino assonni V. S. dicendogli per graziosa nenia
"[in pace] in idipsum dormiam et requiescam".(3)
Palma a di 28 dicembre 1678
sua umilissima serva
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "lavoro e amore";
(2) "forte come la morte è l'amore";
(3) Sal. 4, 9 "in pace mi corico e subito mi addormento";
1678 12 .... AMBP ms. 89 / 78 autog.
Alla Maestà gloriosa Regina degli Angeli e del Cielo.
orto a voi Madre
SS.ma, come a freno il mio cuore, che quel giumento indomito ricalcitra
a gran forza contro ogni santa azione; su Madre bellissima battilo
con la tua verga, acciò di rapacissimo lupo divenga mansueto
agnello.
Ecco dunque oh! Maria, che quantunque fierissimo non lascia di
chiedervi il suo unico ristoro Gesù vostro Figliolo, a
cui anela ed aspira per ogni respiro e moto.
Si, si Regina degli Angeli, gloria del Cielo, mia clemente Signora
a Voi ricorro, che come tesoriera del Paradiso tenete nelle braccia
la Gemma del Cielo, Gesù Cristo mio Dio; porgete vi prego
la carità Signora a questa mendica errante, non dico di
una moneta divina, ma un tozzarello di Dio; con che potrà
compassarsi nell'esilio penoso che sta al presente soffrendo.
Se Voi siete pietosa, qui loda espressamente nel necessario soccorso
ad una povera giacente, che si muore di brama di questo benedetto
Pane; ed io vi assicuro Signora che la mia non è gola ma
ardentissima fame, poiché il famelico non procura dolcezze,
ne zuccheri, esclude da se ogni saporita bevanda, solo avido cerca
il Pane per nutrimento, senza curarsi punto se sarà grosso,
o mal fatto, solo dolcemente lo mangia per saziarsi la fame.
Ohimè Madre SS.ma che io sono arrivata a tanti poveri giorni,
che per la fame eccessiva desio un tozzarello ben duro, purché
sia del mio Dio; io non cerco dolcezze, ne zuccheri divini, o
altra golosità celeste, venga a me il mio Gesù e
sia tra li chiodi e spine, tra il fiele e la lancia, che io di
lui famelica me lo insaporirò, benissimo nella mensa cautissima
di una dura Croce. Dalle vostre mani lo spero Madre SS.ma; ecco
dunque che per riceverla io stendo la mia mano indegnissima di
una volontà bramosa di emendare la mia vita, che per dare
in ciò principio ai vostri SS.mi piedi buttata piango di
vero cuore li miei numerosi falli.
Ohimè me ne pento, li detesto, l'abomino con proponimento
stabilissimo di ritornarvi mai più, mai più, mai
più peccato "recedant vetera nova sint omnia".(1)
Voglio ascrivermi Madre mia dolcissima all'aggregazione della
santa Croce, sotto la di cui insegna uscirò in campo alla
sequela del Crocifisso; sarete Voi la mia guida, indirizzo e capitana.
Deh! dunque ascrivetemi mia campionessa divina a tale benedetta
squadra, mentre io confidata dal vostro scudo nelle Vostre mani
con il mio sangue mi ascrivo, fedele cristiana, volontaria religiosa,
seguace del santo Evangelo, e vostra schiava vilissima che con
viscere filiali vi riverisce ed ama.
Della vostra adoranda Maestà gloriosa Regina [Dicembre
1678]
la più vile creatura
Maria Crocifissa della Concezione
(1) "recedano le cose vecchie e tutte siano rinnovate";