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CAPITOLO XX.

Disposizione delle sue Penzioni, e cura delle sue
Abadie, e altre sue opere di Zelo,
e di Carità.

é solamente la strettezza del tempo dimezzò le riscossioni, ma quelle poche Entrate, che si riscossero, furono in un certo modo decimate, e dimezzate da lui medesimo, cioè da quell’ardente carità, che haveva presso i Prossimi, e particolarmente verso i Poveri bisognosi: Poiché delle medesime elemosine date a lui dal Pontefice per il suo bisognevole, e decoroso trattamento egli ne ricusò parte, e assegnolla a’ Poverelli, come se esso andasse di pari con loro, o eglino con lui. Di due Abadie fu egli proveduto dal Papa, e di alcune Penzioni, cioè di una nella Marca, dell’altra nel territorio di Benevento. Di questa non mai riscosse alcun frutto, e se riscosso lo havesse, già ne haveva destinato il denaro alla riparazione della Chiesa di detta Abadia: Di quella della Marca se ne parlerà diffusamente appresso. Circa le Pensioni, in gran parte egli distribuille a’ Poveri, come siam pur’hora per soggiungere. Il P. Frà Tomaso da Spoleti Minore Osservante in passando per l’Abadia di S. Leonardo in Puglia in occasione, che per sua divozione portavasi al Santuario di Monte Gargano, notò in esso qualche trascuratezza circa l’amministrazione dell’Hospedale, a cui corre l’obbligo di cura per gl’Infermi, e di hospitalità per li Poveri, e per i Passaggieri, e avvisonne il Servo di Dio, La cui pietà, com’egli depone, gli era nota, tenendo per certo, che non fossero alla di lui notizia pervenuti quegli sconcerti, perché se li havesse saputi, haverebbe senza fallo proveduto. Il Cardinale con somma sollecitudine, e benignità ringraziollo dell’avviso, e incontanente mandò sessantasei scudi, e mezzo, quali dicesi, che non havesse ancora riscossi da’ frutti di detta Abadia, al Vescovo di Manfredonia, a cui scrisse in questo tenore: Havendomi fatto partecipe la Santità di Nostro Signore di certa somma sopra le rendite già incamerate della Protettoria di S. Leonardo Diocesi di V. S. Illustrissima, stimo mio debito indispensabile mandarne qualche porzione alli Poveri di quella Chiesa, acciò anch’essi godano delle grazie dispensatemi da Sua Beatitudine, e perciò le mando scudi sessantasei, e mezzo da dispensare a quelli Poverelli. Così al Vescovo di Manfredonia. Al Vescovo poi di Carpentras in quest’Apostolico tenore il Servo di Dio prontamente si stese, Benché io supponga, esser giunto alla notizia di V. S. Illustrissima, che la Santità di Nostro Signore fra le altre provisioni dispensatemi, siasi degnata concedermi ancor quella di scudi mille di Penzione sopra cotesta sua Mensa Vescovale, devo nondimeno, secondo lo stile, porgernele io stesso l’avviso, e nel medesimo tempo insinuare alla sua singolar gentilezza, che maturando per la Madonna di Settembre prossimo futuro il primo semestre di scudi cinquecento, desiderarei, che V. S. Illustrissima ne rimettesse solamente scudi quattrocento, ritenendone in sue mani gli altri cento per dispensarli a mio conto alli Poveri di cotesta Diocesi, riportandomi nella distribuzione dell’elemosine alli giustissimi riflessi della sua gran prudenza, e avvedutezza, secondo le detterà la propria coscienza per il miglior servizio di S. D. M. e io poi non mancherò, allor ch’ella mi farà la rimessa delli scudi quattrocento darle subito il rincontro di haver ricevuto tutta l’intiera somma di scudi cinquecento. S. Giuseppe M. Tomasi nella Gloria del CieloCosì egli, che susseguentemente sotto li 10 di Settembre ringraziò il medesimo Vescovo delli cento scudi distribuiti a’ Poveri, e delli quattrocento rimessi a sé, trasmettendogli la quietanza di tutti li cinquecento.
Ma a nissuno certamente dimostrò maggiormente il suo animo Apostolico, egualmente dissinteressato, e compassionevole, che a Taddeo Luigi del Verme Cardinale di Santa Chiesa, e Vescovo di Ferrara, al quale non solamente somministrò denaro per erogarlo in elemosine, ma fè istanza eziandio di notizie precise de’ Bisognosi, a cui erogare potesse somme maggiori di caritatevole sussidio: Continuando la bontà di Nostro Signore (così egli scrissegli in questo aureo tenore) con la sua generosa mano a ricolmarmi di favori, si è degnata, fra gli altri, di compartirmi quello dell’annua Penzione di scudi cinquecento sopra l’Abadia di S. Nicola di costì: e perché mi ritrovo di haver riscosso dalla Rev. Camera il primo semestre, stimo mia indispensabile obligazione farne distribuire qualche parte a’ Poveri di cotesta Diocesi di V. E., e particolarmente a quelli della Chiesa Abaziale. In esecuzione dunque di questo mio pensiere ardisco inviare all’E. V. come vigilantissimo Pastore, qui annessa la di Cambio di scudi cinquanta, supplicandola prendersi l’incomodo di ordinare la sudetta distribuzione a suo arbitrio, secondo le detterà la sua gran prudenza per maggior gloria, e servizio del Signore Dio. Ma giacché tanto m’avanzo con l’E. V., la supplico similmente di farmi giungere con suo comodo qualche notizia intorno a’ bisogni di detta Abazia, poiché quando mi fosse permesso, pensarei anch’io di concorrere in qualche parte al sovvenimento de’ medesimi, acciò il divin culto resti decentemente conservato. Tutto mi ripromette la Christiana pietà, e zelo di V. E., né io le dirò, quanto ella farà per obligarmi in proposito, etc. Così egli, che havendo ricevuta da quel degno Cardinale contezza precisa della eseguita distribuzione, dopo dovuti ringraziamenti al medesimo, soggiunse sotto li 3 di Settembre: Io non posso a bastanza significare all’E. V. quanto le resti obligato per la insinuazione fattami con Christiana pietà del preciso bisogno, che tengono di sovvenimento coteste Famiglie Plebee, oppresse da tante disgrazie. Devo assicurar V. E. che se il Signore Iddio mi darà vita, mi son prefisso in ogni termine, che riscuoterò detta Pensione asegnarne una parte a cotesti Poverelli, acciò ancor’essi godano di quel bene, che S. D. M. ha voluto concedermi. Così egli, il quale a questo proposito una volta hebbe a dire, Se il Papa volesse accrescermi l’Entrata, Io non l’accetterei, perché sono proveduto a sufficienza, ed essendogli replicato, che haverebbe potuto accettarla, affine di farne più copiosa elemosina, egli replicò, No, perché il Papa meglio di me saprebbe impiegarla. Così egli.
Ma se con tanto dissinteresse si diportò il Santo Cardinle nella percezione delle Penzioni, che finalmente sono effetti meramente temporali, e disgiunti dal Titolo Ecclesiastico, come diremo Noi, che si diportasse nell’amministrazione dell’Abadie, che sono immediatamente annesse al Titolo Ecclesiastico, e che sono effetti puramente in se stessi Ecclesiastici? Sortì egli per beneficenza del Pontefice l’Abadia di S. Pietro a Planicie nella Diocesi di Benevento, ed appena ottenutala, scrisse al Dottor D. Bartolomeo Lauro suo Agente colà in quelle parti, che di tutto il necessario la provedesse senza riguardo o alle future riscossioni, che ancora non erano maturate, o alla necessità delle spese, che si richiedevano. Proveduto dell’Abadia di Cingoli esistente nella Diocesi di Osimo, si diè a coltivarne il risarcimento, il culto di Dio, e l’utile spirituale di quella Gente con sì seria applicazione, come se egli fosse stato dato all’Abadia, e non essa a lui. Scrivendo all’Abate Adriano Sermattei Vicario Generale di Osimo in questi sentimenti si stese, Ricordo nuovamente a V. S. che col primo denaro, che le capiterà de’ Frutti dell’Abadia, si compiaccia far pagare subito tutte le spese fin hora occorse per mio conto, ed insieme sodisfare secondo il solito tutti gli oblighi, e pesi, che a detta Abadia, e quando sarà terminata detta esazzione, la prego a trasmettermene la nota prima d’inviare il denaro in Roma, acciò possa prendere le mie misure. Così egli. Ma richiedendo il suo distinto affetto al culto divino un Ministro distinto a procurarlo, elesse colà suo Agente il Canonico Valerio Martorelli, che con l’attenzione all’opera corrispose bastantemente all’intenzione del Cardinale; Le accludo una notarella, così questi scrissegli da Roma, di quello per hora può bisognare intorno alle suppellettili della Chiesa dell’Abadia, acciò le piaccia renderla proveduta con la maggior sollecitudine, premendomi sopra ogn’altra cosa, che per difetto di quelle non resti punto diminuito il culto divino, e quindi gli ordina di provedere una Patena di argento dorato proporzionata al Calice, e di rinovare la vecchia, e di non far mai rimessa di denaro a Roma senza sua preveniente contezza, acciò l’Abadia non rimanesse sproveduta del necessario.

Attuale tomba del Santo

Ma non mai egli si dilungò maggiormente nel zelo del provedimento circa la cura dell’Anima di quella a lui assegnata Chiesa, che nella lettera, che scrisse al medesimo Canonico suo Agente sotto li 27 di Agosto nell’anno sopracitato 1712. Considerando io seriamente, in questi termini diceva la lettera, l’obligo preciso, che hora mi corre d’invigilare, che nella mia Abadia venghi al possibile promosso il divin culto, e che ovviando agli scandali, e ad ogni altro inconveniente, si applichi a stabilirsi il santo timor di Dio, e l’esercizio delle Christiane Virtù, ho pensato per hora d’insinuare a V. S. diverse cose da communicarsi al Sacerdote, che ne’ giorni festivi dovrà in detta Chiesa celebrare.
In primo luogo desidero, che quello sia di ottimi costumi, acciò con la sua esemplarità, e buona vita habbia maggior credito presso quella Gente.
Secondo, che la mattina dopo letto il Santo Evangelio della Messa si rivolga al Popolo, e legga la spiegazione tanto di quello, che dell’Epistola, al cui effetto trasmetto un Libro assai a proposito, e se havesse habilità di dire qualche cosa sopra la sudetta lettura, mi sarebbe assai grato. Dapoi faccia immediatamente recitare un breve esercizio quotidiano che stimo sarà molto utile, contenendosi in quello tutto ciò, che deve fare ogni buon Christiano alla giornata, e questo similmente verrà da me trasmesso costì.
Terzo, che il dopo pranzo, o in qualche hora si stimerà più a proposito, il medesimo Sacerdote faccia al Popolo il Catechismo, con istruire le Persone, in particolare ne’ Misterj principali della nostra Santa Fede, e buoni costumi secondo il bisogno.
Ultimo, ch’egli confessi, e communichi, e che habbia cura esatta della pulitezza, e decenza della Chiesa.
Tutto questo io desidero dal futuro Cappellano, ed io al contrario intendo, per ragione di questo piccolo incomodo, che dovrà addossarsi, aggiungergli qualche provisione di più sopra li dieci scudi, e mezzo, che secondo il consueto sogliono darsi alli Cappellani pro tempore etc.
Et al medesimo sotto li 10 di Settembre soggiunge: Approvo il suo prudente sentimento di far celebrare una Messa di più ne’ giorni Festivi, acciò se ne dica una a buon’hora, e l’altra verso il mezzo giorno per le ragioni da V. S. assegnate: ma nell’altro Cappellano, che dovrà prendersi per l’effetto sudetto, desidero, che ricorrano tutte le qualità, e requisiti del primo, che habbia tutti gl’istessi, e singoli oblighi, cioè di confessare, far Catechismo, e leggere il Libro consaputo, intendendo di dargli l’istessa porzione dell’altro Cappellano; e siegue, Sento, che V. S. habbia proveduto le tele per le Cotte e Camici, e rimango in attenzione di sapere, ch’ella habbia proveduto tutto il rimanente, mandatogli in nota, avvisandomi ciò, che V. S. anderà facendo di mano in mano: E sotto il primo di Ottobre gl’incarica di far fare una Finestra dalla parte dell’Evangelio, con distinte invetriate in ornamento, e comodo della Chiesa.
Et opportunamente da Osimo ci giunge, mentre queste cose scriviamo, una breve, e degna Relazione, non tanto di quest’Abadia, quanto di quello, che in risarcimento, e decoro di essa fece il Cardinal Tomasi, la cui lettura non solamente comprova, ma maggiormente illustra il sin’hora qui da Noi commemorato, ond’ella meriti di esser impressa in questo Libro in pregio, e monumento del nostro racconto. Ella dunque in questi termini si stende.

BREVE RELAZIONE
Dell’Abadia di S. Vittore di Cingoli, e di quello ha
comandato si facci per decoro della Chiesa
medesima, e dell’Anime la glor. mem.
dell’Eminentissimo de Tomasi
Commendatario.

L’Abadia di S. Vittore di Cingoli, che dalla Santità di Nostro Signore fu conferita nel mese di Giugno dell’anno 1712 alla glor. mem. dell’Eminentissimo Sig. Cardinale Giuseppe Maria de’ Tomasi, ha la denominazione dal detto Santo, per esser Titolare della Chiesa di detta Abadia, come si vede dalla di lui Immagine, e di S. Corona Martiri dipinti nel Quadro dell’Altare, li Corpi de’ quali si ritrovano nella Chiesa Catedrale della Città di Osimo, essendone il detto Santo Protettore, la di cui festa si celebra li 15 Maggio, e anco nella detta Abadia con dodici Messe d’obligo in detto giorno: Vien poi denominata di Cingoli per esser situata nel Territorio di detta Terra nella Diocesi di detta Città di Osimo distante dalla medesima Terra tre miglia, e dodici dalla sudetta Città.S. Giuseppe M. Tomasi
Consistono le Rendite della detta Abadia quasi tutte in frutti naturali de’ Grani, Marzatelli, e Mosto, e solamente si esigono ogn’anno da’ Coloni, e Piantatori doppo il mese di Gennaro scudi cento trentasette a titolo delle regaglie, e herbatici. Li detti Grani fra la porzione Domenicale, Canoni, risposte de’ Terreni, e delle Mole, sogliano ascendere ogn’anno alla quantità di rubbia cento cinquanta in circa, più, e meno, secondo gli anni fertili e sterili. Le dette rendite in tutto si computano nella somma di scudi ottocento in circa, quando però li grani si vendino al prezzo almeno di scudi quattro il rubbio.
Sotto li dodici del mese di Luglio di dett’anno, l’Eminenza Sua fece prendere il possesso della detta Abazia da Monsignor Vescovo Sermattei di quel tempo Vicario Generale dell’Eminentissimo Sig. Cardinal Conti, allora Vescovo della detta Città d’Osimo, quale havendo osservato esser vicino il tempo della Messura del Grano, con il riflesso del bisogno, che v’era di persona, che assistesse all’interessi della detta Abazia per l’Eminenza Sua, deputò a tal’effetto il Canonico Valerio Martorelli da Osimo, che per haver’amministrato in altre vacanze, come suo Collettore de’ Spogli, le rendite delle detta Abadia per la reverenda Camera, considerò ne potesse haver piena informazione, e portatone poi l’avviso al detto Sig. Cardinale, si degnò confermarlo, e li mandò la Patente di suo Agente, come appare dalla prima Lettera scritta dall’Eminenza Sua al detto Canonico Martorelli, con la quale si trasmette ancora una nota delle suppellettili da provedersi per detta Chiesa, e in specie una Patena d’Argento dorata, con ordine si levi la vecchia d’ottone, e che li scudi 29.49 li furono condonati del ritratto del mosto raccolto in tempo della vacanza della detta Abazia, pagate le spese del possesso, si applichino nelle dette suppellettili, e in quello si conteneva in detta nota.
In obedienza dunque de’ stimatissimi comandamenti del detto Sig. Cardinale principiò il detto canonico Martorelli a provedere le dette suppellettili, e intanto non mancava di assistere al bisogno della Campagna mediante il Fattore destinato a detto effetto, con l’approvazione dell’E. S. a cui anco mandò la Patente, ed essendo giunto il tempo della divisione de’ grani, e de’ marzatelli, fra quelli raccolti, e risposte esatte da’ Coloni, e affitti con rubbia dicisette, e coppe due Grani parimente condonati al Sig. Cardinale, furono in tutto rubbia centocinquant’otto, coppe tre, e provente tre, da’ quali detratte rubbia ventisette, coppe sei, che soglino contribuirsi per porzione del seme, restorno liberi per l’E. S. rubbia centotrenta, coppe cinque, provente tre, che si conservano anche in hoggi ne’ Granari della detta Abazia, de’ quali Grani, e Marzatelli havendo mandata nota distinta all’E. S. con lettera in data delli dieci Settembre, avvisa haverla ricevuta, e consegnata al suo Computista, e in altra delli sedici Novembre quanto all’esito de’ medesimi si riporta al detto Canonico Martorelli.
In ordine poi alli detti Marzatelli, e alle altre rendite della detta Abazia, de’ quali parimente fu mandata poi nota all’E. S. come dal conto trasmesso anco a Monsignor Illustrssimo de’ Cavalieri Segretario della Sagra Congregazione di Propaganda Fide, sono stati ritratti scudi 55.69, e con li sudetti scudi 29.60 ed altri scudi 34.40 condonati al’E. S. in un trimestre delle dette regaglie, ed herbatici, cioè dal mese di Ottobre a tutto il mese di Decembre dell’anno 1711 si vede, che ascendono alla somma di scudi 120.69.
Terminato il detto raccolto de’ Grani, e Marzatelli, e come si è detto, trasmessone i conti, in tutte le lettere incaricava il detto Sig. Cardinale la sollecita provisione delle accennate suppellettili, della nuova Fenestra con le vetriate in detta Chiesa, e del rimanente, che si conteneva nella prima nota, e appena ricevuto l’avviso, ch’era stato eseguito tutto, inviò la seconda nota, e comandò si provedessero in primo luogo le cose più necessarie, dando libertà a detto Canonico Martorelli di spendere del ritratto delle grascie della detta sua Abazia quello havesse bisognato, e fra le altre cose approvò, che fossero stati fatti ristorare li Tetti della detta Chiesa, de’ Granati e li risarcimenti fatti nelle Case rurali, ed in risposta del Conto mandato delle spese fatte per le suppellettili della prima nota, e delli detti risarcimenti, avvisò, andavano bene.
Dal contenuto della prima lettera, e dalle altre, che successivamente riceveva il detto canonico Martorelli dal detto Signor Cardinale, tuttavia si deduceva il suo santo zelo per il servizio di Dio, per il maggior decoro, e polizia della detta Chiesa, e per la salute dell’Anime, da che prese motivo di rappresentare all’E. S. un bisogno spirituale, quale era di aggiungere un’altra Messa oltre quella si soleva celebrare ne’ giorni di Festa, con il riflesso, che buona parte del Popolo della detta Abazia e de’ Circonvicini la perdevano per non poter lasciar le Case, e l’Armenti, e che quando ne fosse stata celebrata una di buon’hora, e l’altra verso il mezzo giorno, ciascun l’haverebbe intesa, e haverebbe sodisfatto al precetto: In oltre rappresentò all’E. S. che uno de’ Cappellani dovesse confessare e fare il Catechismo per istruire le Persone idiote, e Fanciulli.
Il Santo con il card. Pignatelli a cospetto di Papa Clemente XI e inginocchiato il P. Generale dei Teatini. Dal Cielo il Papa Teatino Paolo IV e S. AvellinoCon quanta sodisfazione approvasse l’E. S. il detto bisogno spirituale, si argomenta dalle risoluzioni, che ne prese, mentre ben tosto procurò il secondo Cappellano, con che dovesse adempire le condizioni già accennate nella sua scritta sotto li 27 Agosto, e doppo haver’ordinato, che si procurasse sentire, se vi havesse applicato certo Panzirani, ed altro Sacerdote Rettore del Collegio Illirico di Loreto, all’avviso, che li medesimi non erano in stato di servire l’E. S. destinò altri due Cappellani, a’ quali per l’incomodo, che l’ingiunse, ordinò si accrescesse anco la Provisione con obligo di Confessare, di fare il Catechismo sudetto, e di spiegare al Popolo l’Evangelio, e l’Epistola, a qual’effetto mandò da Roma un Libro, con altri Libretti di Christiani esercizj.
Viveva impaziente l’E. S. perché li detti Cappellani fino al principio dell’anno 1713 non potevano esercitare le Cappellanie della detta Chiesa: comandò nondimeno, che si ritrovasse altro Sacerdote, che confessasse, e celebrasse la seconda Messa, quale fu proveduto, e nella festa di tutti li Santi diede principio con molta sodisfazione dell’E. S., e perché una volta non fu celebrata in tempo debito, ed anche fu commessa qualche negligenza nell’amministrazione del Sacramento della Confessione, ne fece doglianze con detto Canonico Martorelli, e con tutta premura comandò nuovamente l’adempimento di quanto haveva imposto, e sopratutto ordinò espressamente l’osservanza delle Feste, che non si rompesse il divino precetto, e comandò al detto Canonico Martorelli, che lo notificasse a tutti della detta sua Abadia.
Era così grande la premura, e il zelo, che haveva l’E. S. per il culto divino, e per render sempre più decorosa la detta Chiesa, che non si contentò delle relazioni havute dall’accennato Monsignor Sermattei, ma volle di più mandarla a visitare, e riconoscere da due Religiosi, da’ quali hebbe la notizia, che vi era bisogno di una nuova Sacrestia, e li fu indicato precisamente, dove poteva fabricarsi: a tal’avviso comandò immediatamente al detto Canonico Martorelli, che facesse edificarla, con provederela de’ Mobili prescritti nella seconda nota inviata, e perché detto Canonico Martorelli supplicò l’E. S. riflettere, che allora per mancanza de’ Cementi per la stagione contraria non era tempo poner mani alla detta fabrica, pareva nondimeno, non restasse sodisfatto, e con difficoltà ne restò persuaso, come che fosse stato presago della sua vicina morte, e che doppo non si sarebbe fatta la detta Sacrestia, sopra la quale comandò ancora, si alzasse una stanza per comodo de’ Cappellani, per haver’inteso che non havevano luogo da trattenersi.
Di già erano stati adempiti in buona parte gli ordini dati dall’E. S. per la provista delle cose contenute nella seconda nota, solo vi mancava la detta Sacrestia, e Stanza, imbiancar la Chiesa, levare due banchi di pietra nel Presbiterio, e farli di legname, con far riattare le suppellettili vecchie, quando osservatosi dal detto Canonico Martorelli, che da uno era stato notificato all’E. S. che in detta Chiesa non vi era la lampada, e che sarebbe stata necessaria una muta di vasi, e rami di fiori per ornamento dell’Altare, prese ardire di accennarlo al detto Signor Cardinale, che in risposta si compiacque subito dar’ordine che fra le prime cose si provedesse la detta Lampada con li vasi, e rami sudetti, quale fu ubbidito rispetto alla compra della medesima, ma non così però in ordine alli detti vasi, e rami di fiori, de’ quali la detta Chiesa non è stata proveduta a causa dell’occupazioni di queste Monache, e perché conveniva far venire di fuori li detti vasi.
Né si deve tralasciare di far sapere per maggior gloria di detto Signor Cardinale, quanto sia stato alieno da ogni humano interesse, e quanto habbia abborrito ogni vanagloria, e mondano applauso: Nella prima lettera comandò al detto Canonico, che non si facesse tratta di denaro senza suo precedente ordine, segno evidentissimo, o che volesse farlo impiegare in beneficio della Chiesa, ed Abadia, o distribuirlo a’ poveri: In altra lettera, che procuri non farlo restare in debito, nel rimanente con il ritratto delle Grascie della detta Abadia provedesse tutto quello li havesse ordinato, a segno che delle rendite della medesima in sei mesi, che l’E. S. ha goduta, da veruna delle sue lettere appare habbia comandato, se li facci rimessa di un soldo, anzi sempre si è riportato al detto Canonico Martorelli, a cui haveva dato tutte le facoltà con ordine espresso non porre la sua arma in cosa alcuna.
Immagine del SantoAccadde, che dovendosi rinuovare l’affitto della Mola della detta Abadia, stimò bene detto Canonico Martorelli preferire l’affittuario vecchio, anco con risposta più inferiore per il solo riflesso di non obligarlo a una risposta eccedente,che potesse indurlo ad aggravare quelli, fossero andati alla Mola con danno, e pregiudizio dell’Anima, e portatone l’avviso all’E. S. gli piacque tanto una tal riflessione, che non solo approvò detta conferma, ma ancora lodò un sì giusto riflesso, proponendo ogni suo vantaggio per la salute delle Anime.
Tre cose mirabili in tal proposito: cioè che havendo dato commissione a detto Canonico Martorelli, si provedesse canne quarantacinque di Panno nero di Matelica per le Livree d’Inverno, doppo che li fu fatto capitare, quando detto Canonico si credeva di dover vendere parte del grano spettante al detto Signor Cardinale per pagare detto panno, all’improviso comanda, che si faccia sapere al Mercante che avvisi come vuol’esser sodisfatto, ed in risposta si sentì haverlo fatto pagare con due Cedole de i proprii denari.
Non starò a dire di quanto pregiudizio sia stato alla detta Chiesa ed Abadia, e soprattutto alla salute delle Anime della medesima, la morte quasi improvisa, e inaspettata del detto Sign. Cardinale: Li santissimi sentimenti, e zelo dell’Eminenza Sua fanno, che ciascuno ne resti ben persuaso: Con ragione quel Popolo deplora così gran perdita per li beneficj ricevuti in pochi mesi, e per quelli ne sperava. Dalle copie autentiche delle lettere scritte dall’Eminenza Sua in così breve tempo, che sono state inviate, si argomenta di quanto vantaggio sarebbe stata la sua sopravivenza, se il Signor’Iddio più lungo tempo ce lo havesse conceduto. Chi in questi fogli ha notificato le sante Operazioni dell’E. S., si è inteso di venerarle anche doppo la sua morte, e di ubbidire a chi procura renderle palesi al Mondo per sua maggior gloria. Così ella.

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CAPITOLO XXI.

Predizioni copiose, e maravigliose della
sua morte.

é maraviglia si è, ch’ei con tanto calore sollecitasse opere di sì gran pietà, ed edificazione, mentre quotidianamente sollecitavalo il Cielo a lasciar questo Mondo, per andare al godimento dell’altro. Diede egli così chiari attestati del prevedimento prossimo della sua morte, che a nostro parere non può dubbitarsi che non glie ne havesse rivelato Iddio e’l giorno, e l’hora, mentre e del giorno, e dell’hora ne lasciò cotanto chiari indizj, e manifestissimi contrasegni, che a chi volesse tutti registrarli, converrebbe comporre un’Historia di maraviglie, che forse sarebbe una maraviglia fra le Historie: Dono del Cielo quasi hereditario a questa generazione de’ Giusti, mentre il medesimo si legge nelle loro Vite stampate e del Duca suo Padre, e della Duchessa sua Madre, e di D. Ferdinando suo Fratello, e del Venerabile P. D. Carlo suo Zio. Vedendo egli accesi, come si disse, li Lanternoni alle finestre nella sua Promozione al Cardinalato disgustosamente disse Che zannate son queste per sei, o sette mesi, e parlando con altri, parimente disse; Che occorreva, Che Sua Santità mi facesse Cardinale per pochi mesi? Consigliato a far la locazione per tre anni del Palazzo dei Signori Passarini, No, rispose il Servo di Dio, Ma per sei mesi, e quasi violentato a farla per un anno, come seguì, soggiunse, Che pur troppo era soverchio per un anno; Et in fatti in capo a sette mesi finiti egli morì. Richiesto da un Religioso che volesse ricevere al suo servizio un Sacerdote, disse, Esser provisto, e soggiungendo quegli, che si aspettarebbe in caso di vacanza di alcun de’ suoi Familiari, prontamente rispose, Padre, camperò sì poco, che non ci sarà occasione forse, che alcun di quelli, che mi servono attualmente, habbia a licenziarsi: e il suo poco campare ben fu ristretto ne’ soli termini degli accennati sette mesi. Il suo Barbiere riputandosi a vergogna andare a prendere in Cucina in servizio della barba l’acqua calda in una pila, gli suggerì, che havesse ordinato al Mastro di Casa di comprar per quest’effetto un Cucumetto più civile di rame. Udita il Servo di Dio la richiesta, sorridendo rispose, Poco più ce n’è di me: così ogni cosa basta, e ciò successe quindici giorni avanti, ch’egli morisse. A Chi insinuogli o compra di Libri, o provisioni di Mobili, o raccolta di Legna, e Carbone in servizio di Casa, il medesimo rispose, accennando prossima la sua morte. Habbiamo già detto, che ricusò ogni nuovo comodo nella sua nuova habitazione, col motivo, che Poco più sarebbe durata la sua vita, e che avvertito dal suo Fratello Laico dell’eccessive elemosine, che faceva, per le quali poi in fine sarebbe mancato il denaro, con lieta faccia rispondesse il Cardinale, Basterà, Basterà: Insinuò in oltre al Priore di S. Martino nel tirare alquanto in dentro il filo del Divisorio, che Bisognava lasciare il luogo per esporre morto nel mezzo il Cardinal Titolare, e che finalmente con gran calore affrettasse li bonificamenti, e lavori della Chiesa, con dire, Presto, che il tempo vola: Cose tutte, che in un Cardinale di anni sessantatré, competentemente in forze, e non soggetto ad alcun male impetuoso, e violento, bastar potrebbono a stabilire il giudizio del prevedimento della sua prossima morte, se ad esse non se ne aggiungessero altre copiose in numero, e ponderanti in qualità, per cui resti soprabbondantemente comprovato il nostro assunto. Sotterraneo-tomba del SantoNel mese di Decembre dell’anno 1712 essendo sopravenuta al Pontefice una non dispregievole infermità, aggravata nondimeno dalla fama per la grandezza del Soggetto, il Servo di Dio mostrò non farne conto, e disse, Il Papa risanerà, e io morirò, e nel medesimo mese prendendo gentilmente per la mano un suo Confidente, e stingendogliela con distinta avvertenza, all’orecchia gli soggiunse, Poco più si goderemo. Dettogli, che nell’anno futuro si sarebbe fatta più sontuosa la festa di S. Martino nel suo Titolo, egli replicò, L'anno futuro la farà qualchedun’altro. Nel giorno, in cui compì gli anni sessantatré della sua vita, disse parimente ad un suo Confidente, Sono stato a S. Lorenzo fuori delle mura a ringraziare il Signore Dio, mentre hoggi compisco 63 anni male spesi, e quest’altr’anno non ci sarò? Interrogato nel mese di Decembre dal Cardinal Fabroni della sua salute, egli graziosamente rispose, Io per la Dio grazia me la passo bene, anzi sto facendo fagotto per far’in breve un viaggio; Richiesto, Per dove? A voce bassa soggiunse, All’altro Mondo. Rimasero altamente impresse queste brevi parole nella mente del Cardinale, che in occasione poi di visita, allor che rinvennelo gravemente infermo, risovvenutosi del Detto, in presenza degli astanti replicò al nostro Cardinale. Hora ben mi avveggio, quale sia il viaggio, che V. E. mi disse voler fare in breve, al che il buon Servo di Dio rivolto verso il Cardinal Fabroni, con allegro volto mostrò di assentire. Il medesimo accadde a Niccolò Barlocci Dottor Fisico, a cui con la stessa espressione accennò nel mese di Ottobre questo suo misterioso viaggio. Esortato nel mese di Decembre a comprar per i suoi Cavalli fiocchi migliori, cadendo a pezzi quegli usati, di cui nella sua Promozione si era proveduto, risolutamente rispose, Non bisogneranno. Volendo il suo Ministro vender due Cavalli bolsi, che si ritrovavano nella di lui Stalla, e comprarne due sani, il Servo di Dio non permesse questa vendita, e disse, Li Cavalli bolsi camperanno più di me, e così seguì. Il suo Mastro di Casa nel mese di Luglio voleva comprare settanta rubbia di biada in servizio della stalla, e’l Cardinale rispose Basteranno venticinque, ma ciò non ostante, comprato il prefisso numero di rubbia di biada, ne restò tanta, quanta restar doveva al predetto numero di rubbia venticinque. Godendo egli duemila scudi di Penzione sopra l’Abadia di S. Leonardo in Puglia, sotto le Feste del Santo Natale fè richiedere il Tesoriere Pontificio, ch’era solito pagarglieli, di un semestre, che appunto allora maturava, affin di distribuire in quei santi giorni il denaro in sollievo della Gente povera di quell’Abadia: ma rispostogli, che secondo il costume della Camera, non pagavansi le Penzioni, se non maturato il tempo, e la giornata prefissa di S. Giovanni, hebbe rincrescimento il Servo di Dio di tal risposta, che includeva piccola dilazione di pochi giorni, e a Chi motivogliela rispose, Non me l’hanno data adesso, non me la daranno più, e soggiunse, Si more, si more. Propostogli che dovesse insinuare alli Signori Cardinali della Congregazione de’ Riti, che rivedessero nelle Feste del Santo Natale li voluminosi Processi per la Beatificazione di suor Maria Crocifissa sua Sorella, a fin di discuterne poi, fatte le Feste, la Causa, prontamente rispose, Chi sa, chi è vivo doppo le Feste? Ma tuttavia essendo seguita la insinuazione sudetta a’ Cardinali, egli ne godé, e soggiunse, Hora lasciamo fare a Dio. Per sollievo delle sue flussioni il Fratello Laico gli comprava un grosso di Tabacco da masticare, ogni qualunque volta la necessità lo richiedesse; ma sotto le Feste di Natale ordinogli, che sol mezzo grosso ne pigliasse, che tanto sol basterebbe, come seguì, al suo bisogno. A Francesco Saverio Gentile, Prelato di riguardevole pietà, e dottrina nella Corte di Roma, che dissegli, doversi nel Maggio prossimo tener Capitolo Generale da’ Religiosi Trinitarj, egli risolutamente rispose, Io morirò prima di Maggio. Su li principj di Decembre, cioè venticinque giorni in circa avanti la sua morte, ordinò che si comprasse un Mattone, e sopra di esso s’incidessero queste lettere I. M. P. B. R. CARD. TIT. AEQUITII, cioè, Ioseph Maria Presbyter Cardinalis Tituli Aequitii, quali lettere, e respettivamente parole egli scrisse di proprio carattere in una carta: interrogato affin di dar la tinta, com’egli richiedeva, alle dette lettere, se, dove collocar si doveva quel Mattone, fosse luogo humido, o secco, rispose, Più tosto humido, che secco: Andò in giro per il suo Palazzo questo misterioso Mattone, e secretamente fu mostrato eziandio al Papa, che ne ammirò più tosto, che rinvenne il misterio: ma il misterio fu ben tosto dolorosamente rivelato, perché ben tosto morì il Cardinale. E per sua Lapide sepolcrale, ordinò, che si riponesse quel Mattone nel luogo da esso destinato per la sua sepoltura. Il suo Mastro di Casa, ch’hebbe l’incumbenza dal Cardimale del provedimento di quel Mattone, e d’incidersi l’accennate lettere, conchiude la sua autentica deposizione ne’ Processi con queste parole. Io arguisco, che il Servo di Dio havesse per illustrazione divina qualche notizia della sua vicina morte, e questo maggiormente me lo comprova l’haver’inteso dire che il Servo di Dio prima, o poco dopo, di ordinare detto Mattone, si era portato in persona a S. Martino a’ Monti nella Chiesa sotterranea per riconoscere il sito, dove egli pensasse di voler’esser sepelito, e mi pare che in quell’occasione fece far diligenza per rinvenire, se quel luogo era terrapieno, cioè dove presentemente è la di lui Sepoltura, e essendosi riconosciuto, che era terrapieno, il Servo di Dio se ne partì allegro, e mi pare, che dicesse: Hora sì che parto contento. Il Santo e S. MicheleCosì egli.
Ma il Detto, che tosto si avverò, fu accompagnato da fatti, che parvero prodigiosi: Conciosiacosache nel giorno dedicato a S. Tommaso Apostolo, che fu l’ultimo del suo accesso in quella Chiesa, rappresentò cose tali, che hebbero a stupire tutti que’ Religiosi per la novità degli accidenti, e per la significazione di essi. Portovvisi con un istraordinario gaudio il Cardinale, e tale fu l’impeto, che colà lo condusse, anche fuor d’hora, che stimò poi bene trattenersi qualche spazio di tempo ne’ contorni della Chiesa, per non sopraggiungere in tempo importuno con soggezione de’ Padri: Assisté come estatico, e in ratto a tutta la Compieta, e quindi condottosi in Sacrestia non si spogliò quivi, conforme il solito, della Cappa Magna, ma scorrendo oltre, uscì fuori del Chiostro, ed ivi deposta la Cappa, la Mantelletta, e il Rocchetto, corse all’abbraccio del Priore, e come fuori di sé dando l’annunzio delle buone Feste a tutti li Religiosi disse, Io ancora le voglio, ma all’Altare, all’Altare, e con tali parole sempre in bocca, per via a lui insolita, e forse incognita, andò a dirittura unitamente col Priore nell’Antirefettorio del Convento, che mirollo, ammirollo ordinatamente tutto, quasi notasse il luogo, in cui fra pochi giorni doveva essere aperto, e imbalsamato il suo Corpo, e quindi rivolto al Priore disse, che Manderebbe Carbone, Denari, e sei scudi di bolettini di Pane per i Poveri, ma che del Carbone se ne riservasse la distribuzione per doppo le Feste di Natale, quando, come seguì, s’incrudelirebbe maggiormente la stagione, e pregò con insolite formole, e con replicate istanze sollecitò il Priore a confidentemente communicargli il bisognevole per la sua Chiesa, protestando, ed inculcando Esso voler far tutto ciò ch’egli gli havesse suggerito. Alcune volte richiesto di far qualche spesa in suo necessario servizio, rispondeva, Non servir quella spesa per pochi mesi, che gli restavano di vita, e secondo più si avvanzava, e si avvicinava il tempo, non rispondeva, Non servir quella spesa per pochi mesi, ma espressamente Per poche settimane, che gli restavano di Vita: Sicché il prevedere, e in certo modo il profetizzare la sua prossima morte fu in lui cosa d’ogni luogo, e d’ogni tempo, ed hora: onde cessata la maraviglia, e vinta dal numero la cura di notarle, la predizione in lui passava, come negli altri il parlare ordinario.

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CAPITOLO XXII.

Infermità, e Morte del Santo Cardinale.

lle predizioni succeda l’avveramento, e al detto il fatto, conciosiacosache alle moltiplicate rivelazioni della sua prossima morte altro non manca, che la medesima morte, quale appunto successe nella conformità, e forma che siegue. Morto egli in tal guisa, per così dire, a se stesso, non lungi andò, che morisse anche al mondo, con quella sorte di morte da tutti desiderata, ma da pochi procacciata, cioè con quella de’ Giusti, alla quale non può ordinariamente precedere, che la vita del Giusto. Onde se così è, basterebbe a Noi haverne sol descritta la Vita per significarne la morte, se la di lui morte non fosse stata cotanto preziosa agli occhi dell’Altissimo, che meritasse per se stessa eterna, e distinta la memoria. Dunque in tal disposizione di cose egli infermatosi la notte antecedente al Sabato, che fu Vigilia del Santissimo Natale, tirò stentatamente avanti la sua vita fino al Giovedì, quando dal Confessore, e dal Medico fu precettato a porsi in letto con indizio manifesto di male maggiore; essendoche applicata prima la febbre a raffreddore, che in questa stagione correva, tosto degenerò in infiammazione di Polmoni, che poi lo tolse di vita. Mandò egli subitamente di notte a chiamare il Padre Chiesa suo Confessore, e rispostogli dagli Assistenti, che stava poco bene, soggiunse il Servo di Dio, Non importa: Che venga: Che Dio l’haverebbe assistito, e in fatti senz’alcun patimento perseverò il detto Padre a lato del Cardinale fino alla di lui morte, dopo la quale risentissi incomodato, come prima, onde egli giudicò essergli ciò provenuto dalle Orazioni del Servo di Dio.
Ne’ cinque giorni precedenti al suo forzoso decubito in letto invigorita la debolezza della natura dalla gagliardia dell’animo non tralasciò mai funzioni pubbliche, o private, assistendo la notte del Natale al Matutino, e alla Messa nella Cappella Pontificia del Vaticano, senz’altra refezione, che di una bevanda di Caffè, ch’ei prese la sera nel ritiro del Seminario de’ Chierici di S. Pietro, ritornando la mattina alla medesima Cappella, dopo haver celebrate le consuete Messe nella sua privata di Casa: e in tale stato seguitò parimenti a celebrare tutto il Lunedì. Ne’ due susseguenti non poté più reggersi dritto in piè all’Altare, onde assisté solamente alla Messa del suo Cappellano parte in ginocchi, e parte in sedia, così costretto dalli deliquj, tralasciando la sera d’intervenire alle consuete preci, che dicevansi in pubblico con l’assistenza della Famiglia. Consigliato a nutrirsi con brodi di miglior sustanza di Pollo, non mai vi acconsentì, fuorché nel Martedì, quando appena gustatolo lo ricusò, o per nausea di stomaco, o per avidità di merito. Per ripararsi dall’aria in letto, volea, che delle lenzuola del Garzon di Stalla se ne formasse un rozzo cortinaggio, ma dissuaso da’ suoi, mutò pensiere, ma non disegno, e ordinò per tal’effetto le Tendine di Canavaccio, e appena, e con grande stento s’indusse ad esser persuaso, che gli si facessero di bianco, ed usuale fustagno. E con tutto ch’egli sensibilmente mancasse consumato dalle penitenze, stemperato nella complessione, e debolissimo nelle forze, non per tanto permesse, che alcun lo guardasse la notte, pago del suo ritiro, e de’ suoi soliti esercizj di divozione, quali continuò fin tanto che continuò in lui la possibilità di attendervi. Il Santo Padre Clemente XI, estimatore ed amico del SantoNel Giovedì penò due hore a vestirsi, com’esso medesimo confessò, e con grand’hilarità di volto, ma con altrettanta fiacchezza di voce propalò grand’arsura, di cui entro bruciava, onde fu necessitato a coricarsi nel letto, le cui Lenzuole furono rinvenute monde, e pulite, siccome in tutti li sette mesi, e mezzo del sua Cardinalato: segno evidente di non haver egli mai riposato fra esse, fin che finalmente non vi si pose per morirvi. Ricusò un boccon di Giacinto ordinatogli dal Medico, con dire, Esser troppo pregiudizio de’ Poveri un tanto suo conforto: Perloche fu tosto proveduto di Medico proprio, e di Medicamenti, e di Speziale dalla somma benignità del Pontefice, della cui estimazione verso questo S. Porporato parlerassi a lungo nel Capitolo che siegue. Persuaso replicatamente anche da huomini dotti, e pii a trasferire le Penzioni non volle mai lasciarsi indurre a quell’atto, amando più tosto di anteporre il comodo, e il favore del Beneficio all’Indulto Pontificio riguardante il favore, e comodo proprio di se medesimo: Fece bensì scrivere una Lettera ch’egli dettò, e sottoscrisse, al Principe suo Nepote in questo lacrimevole e tenero tenore. Scrivo quest’ultima Lettera da letto in stato che aggravato molto dal male mi ritrovo in punto di render l’Anima al Signore. Prego V. S. a raccomandarmi colle sue orazioni, ed a porgermi que’ suffragj, che alla sua pietà pareranno più opportuni. Altra memoria non posso lasciarle, se non che habbia sempre in mente di viver bene, e di frequentare li Santi Sacramenti. Raccomando a V. S. quanto posso la mia Famiglia, che mi ha così ben servito, e voglio, che mandi mille e cinquecento scudi di moneta Romana da distribuirsi a questi della Famiglia alta, contenuti nell’Anticamera. In fine le do col cuore gli ultimi abbracci, sperando di rivederla in Paradiso. Abbraccio parimente le vostre Zie, e mie Sorelle, e alle loro orazioni mi raccomando. Roma ultimo di Decembre 1712. Intanto crescendo il male, egli venne a quegli atti, a’ quali poté trasportarlo la sua rara, e sempre uniforme humiltà. E’ opinione, che in questi ultimi di egli bruciasse molti ordigni di penitenza dinotanti la sua virtù, acciò dopo la sua morte non ne rimanesse vestigio in quella sua povera Cella, al qual fine esso medesimo lacerò con le sue proprie mani in mille pezzi alcune Lettere e Scritture, che fece poi subitamente consegnare al fuoco per nascondere agli occhi degli huomini ciò che sol voleva noto, e palese agli occhi di Dio. Ma Dio, che egualmente vuole il merito ne’ suoi Servi, e la gloria de’ suoi Servi, dispose in modo le cose, che nel gittarsi le lacerate carte nel fuoco, opportunamente sopravenne Chi sospettò che in esse si contenesse alcuna notizia, o di gran gloria di Dio, o del Cardinale, e per ben chiarirsene involonne in aria destramente alcuni, e riuniti li fragmenti ritrovò in essi la Lettera da Noi di sopra rammemorata di Suor Maria Lanceata, in cui quella divota Serva di Dio dava contezza al Fratello del miracoloso successo del Bambino di sedici mesi, che applaudì con la sua voce nella Chiesa di Palma al Te Deum. Nel giorno avanti la Vigilia di S. Silvestro, sempre egli fisso nel decoro, e cura della sua Chiesa, mandò a quella Sacrestia tanti Cerei appunto, quanti Candelieri e comodi haveva disposto il Sacrestano per le Candele, nulla sapendo né il Sacrestano, quanto somministrar ne volesse il Cardinale, né il Cardinale quante ne fossero necessarie all’apprestato ammannimento. Ma il male declinando al precipizio, il Cardinale sempre a se pronto, con impareggiabil costanza d’animo, richiesti gli ultimi Sacramenti, avanti di prendere nella mattina del Venerdì il Santissimo Viatico, pregò il P. Confessore, come seguì, che in suo nome chiedesse a tutti perdono, e ricevuta nel giorno del Sabato l’Estrema Unzione, si pose in istato di agonia con quella stessa hilarità di spirito, con cui fin’allora haveva attesa, e predetta la sua morte. Domandò il Rituale, ed esso medesimo segnate le Orazioni dell’agonia lo ripose sotto il guanciale, dicendo al P. suo Confessore, il quale voleva allora recitarle, Non è tempo adesso, e non è giunta l’hora: Il che poi egli adempiendo opportunamente la notte, il Cardinale le udì attentamente tutte, e a suo luogo divotamente sempre rispose, Amen. Fu allora notato volgersi alcune volte il Servo di Dio verso le mura più prossime al letto, e quindi con occhio fisso ma estatico, e con volto ridente, e lieto, come dar segno di veder cose di suo gran gaudio, e rivolgersi poscia pieno di Dio in faccia, consolato, e consolatore delli Astanti, e col riso in bocca, come pago di bella visione, e infastidito del mondo, invitar tutti con lo sguardo verso il Cielo. In quella medesima notte qualche impeto di delirio l’inclinò ad alzarsi dal letto nell’hora appunto, in cui egli era solito di lasciare il sonno per le sue consuete orazioni, ma cessò il delirio in udire il dolce suono delle Jaculatorie, che ripetevangli quattro Religiosi Teatini, una volta suoi Compagni nella medesima Casa di S. Silvestro, che sempre gli assisterono fino alla morte, a’ quali fu ubbidientissimo in tutto il corso della sua penosa infermità. In qualche fervor maggiore o di febbre, o di offuscazione di mente, la vehemenza del male fecegli impetuosamente cavar fuori le braccia dalle lenzuole, chiedendo habito per vestirsi, e Chi l’ajutasse a tal’inchiesta, dicendo, Non esser dovere, che un Cardinale carico di obbligazioni, e di pesi poltroneggiasse quivi in letto, senza badare a gli affari della Chiesa di Dio, e della sua Famiglia. Ma alla voce di Chi intimogli ubbidienza al Confessore, e modestia nel tratto, tutto humile prontamene ubbidì, più assuefatto all’ossequio del comando, che vinto, o convinto dalla cognizione di esso. Domandò bensì in tutto fior di senno, e ciò la sera dieci hore prima di morire, se la sua Famiglia havesse recitate le consuete Orazioni e ordinò, che incontanente allora si recitassero. Se di nuovo era sorpreso dal delirio, all’intonazione dell’Orazione registrata nel Rituale Domine Iesu Christe, come richiamato in vita, ed a vita da santo, tutto attento applicavasi a detta Prece, quale appena terminata, ritornava dolente al delirio. Onde un degli Astanti disse, e con fondamento il disse, che si replicasse sempre la medesima Orazione, o gli s’insinuasse sempre qualche sentimento spirituale, perch’egli allora incontanentre cessava dal delirio, e il solo Dio era a lui vera, e sola panacea ad ogni male. Presso alla morte nell’esacerbità maggiore del suo male, non mai uscigli parola di lamento dalla bocca, ma sol’interrogato rispose con compassionevole suono, Io ho strapazzato il male, ed hora il male strapazza me. Così prolongata dolorosamente otto giorni la vita, scorgendosi pervenuto alle porte dell’Eternità, volle entrarvi nudo, e povero, come ne era uscito, e sue ultime parole furono l’ordine, che diede, che dieciotto scudi, che esso si ritrovava in una borsa, fossero incontanente distribuiti a’ Poveri, e trentacinque bajocchi residuale delle sue solite elemosine, a quelli precisamente, che allora si ritrovavano al suo Portone. Haverebbe anche testate a’ Miserabili le proprie Lenzuole del letto, ma esse erano della casa di S. Silvestro, alla quale per imprestito furono necessitati li Domestici di ricorrere in quell’ultimo gran caso, non ritrovandosene esso del suo, che due para, uno toltogli di fresco dal letto, l’altro in bugata. Tutto dunque di Dio, e nulla di se, diè anche a Dio l’ultimo fiato, che gli restava, e alla invocazione de’ dolcissimi nomi di Giesù, e di Maria, la mattina della Domenica del primo di Gennaro dell’anno 1713 ad hore undici, e tre quarti rese il Cardinal Tomasi la sua benedetta Anima al Creatore, fregiata con la laurea, non solamente di Verginità, ma d’Innocenza battesimale, preservata da lui in ogni tempo, e in ogni stato di sua vita da colpa mortale, e veniale deliberata, come attesta D. Pietro Chiesa Confessore del Cardinale, che assisté al fiato di lui fin’alla morte. Anima non men bella, che rara, e che può servire a Noi non men d’intercessione in Cielo, che di esempio in terra. Il suo corpo rimase così trattabile, e di tal venustà, serenità, e morbidezza ornato, che per dirsi vivo altro non gli mancava, che l’Anima. Fu rinvenuto nelle spalle molto livido, e quasi nericante, come apparisce nella Fede, e descrizione stampata, che fece il Chirurgo, da cui furono osservate nell’apertura del di lui Cadavero, particolarmente in cintura, e con molte lividure per dosso, contrasegni evidenti, con quanto rigore egli maltrattasse la sua innocentissima carne, onde tanto più apparve venerabile, e sacra, quanto più nuda, e palese comparve a tutti la sua penitenza. Rimase esposto in una Camera del Palazzo tutta la Domenica al concorso, come si dirà, della Gente, e al pietoso Canto delle solite Preci di tutti li Religiosi Teatini, che al loro gran Compagno tributarono quel doloroso, ma pio ufficio di pietà insieme, e di pianto. Quindi trasportato la sera a S. Martino, fu nel seguente giorno imbalsamato nell’Antirefettorio di quel Convento, e poscia in magnifico Letto collocato in Chiesa con l’assistenza de’ Cardinali, che col canto de’ Sacri Ufficj complirono agli ultimi atti di divozione, di convenienza, e di tenerezza verso il loro Nobile, e Santo Collega. La sera delli 2 di Gennaro fu seppellito nel luogo da lui medesimo destinato, in Cassa di cipresso dentro altra di piombo, sopra cui a caratteri di rilievo vedonsi incise queste parole.

Ioseph Maria Thomasius Tit. S. Martini
S. R. E. Presb. Card. Obiit prima die
Anni 1713. Aetatis suae annorum 63.
Mens. 3. die 19. ex Ord. Cler. Reg.

Il suo Testamento fu breve, e questo: Herede il S. Collegio di Propaganda Fide: alcune Messe in Altari privilegiati, fra le quali una Cantata in S. Silvestro de’ Padri Teatini: li Libri inventariati, e proprj della Casa di S. Silvestro alla medesima Casa: al suo Confessore un Horologio, dichiarandosi di non haver’altro di che disporre, e sperando, ch’egli se ne servirebbe secondo l’osservanza delle Costituzioni della sua Religione Teatina: conchiudendo in fine con parole di santa tenerezza in questo tenore: Raccomando alla pietà, e magnificenza di Nostro Signore degnissimo Papa Clemente XI la mia povera Famiglia, perché si degni dargli quegli ajuti, che alla Clemenza della Santità Sua pareranno più proprj, come riverentemente ne supplico, e insieme la raccomando agli Eminentissimi, e Reverendissimi Sig. Cardinali della Sacra Congregazione de Propaganda Fide, come ancora quanto più efficacemente posso la raccomando al mio dilettissimo Sig. Prencipe di Lampedusa mio Nipote in Sicilia, che si degni di ajutarli tutti, e in particolare voglio, e dispongo, che mandi qui in Roma mille, o cinquecento scudi almeno di moneta Romana da distribuirsi alla mia Famiglia alta o superiore, cioè a coloro, che sono contenuti nell’Anticamera, compresovi il mio Auditore, e questo voglio, che habbia, oltre alla solita Quarantena, e Scorrucci dovrà dare l’Herede.

Roma - SS. Silvestro e Martino ai Monti

Così egli. Ma prevenne il Pontefice ogn’altro nella liberalità del sussidio, facendo esso il primo sborsar alla Famiglia del Cardinale trecento Doble, pronto conforto al dolor di Chi lo piangeva, e rimarcabile esempio al Mondo Christiano della sua Apostolica sollecitudine verso quel morto Ecclesiastico, che in vita haveva dì ben sostenuto il decoro, e l’honore della Chiesa. Alla sua dilettissima Religione Teatina, al Principe suo Nipote, e alle Sorelle Religiose null’altro lasciò, che quest’aureo insegnamento, se non insinuato con la bocca, certamente comprovato con gli effetti, Ch’esso niente haveva, perché tutto era de’ Poveri.
Fu il Cardinal Tomasi di colore olivastro, ma di aspetto non meno amabile, che reverendo: mediocremente alto di statura, e se ben di dilicatissima complessione, nulladimeno capace a reggere gran fatiche, ma perch’egli le sostenne non grandi solamente, ma smisuratamente eccessive e ne’ studj delle Lettere, e negli esercizj dell’Orazione, e nell’asprezza delle penitenze, e nell’austerità della ritiratezza, quindi fu, che oppressa, e vinta dalla mole di esse la natura, mancò in età di poter più lungamente sopravivere, terminando con honorata sì, ma intempestiva morte il laborioso corso della sua virtuosissima vita.

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CAPITOLO XXIII.

Concetto universale della Santità del Cardinal To-
masi avanti, e dopo la sua morte.

erissimo assioma si è, che eziandio per la gloria mondana l’unico simulacro di stima sia quello, che formano le Lingue, e le Penne degli Huomini più riputati, come tale che costa un prezzo non contenuto negli erarj della potenza, ma della virtù. Il nostro Servo di Dio hebbe talmente tributarie alle sue lodi le Lingue, e le Penne de’ più qualificati Personaggi dell’Europa, che non furono nuovi gli applausi a lui fatti doppo la morte, ma proseguimento, e conferma de’ passati. Habbiamo già detto, quanto egli fosse apparso eminente in bontà, e in sapere, anche agli occhi di coloro, a’ quali appariscono mediocri quei, che agli occhi de’ mediocri appariscono eminenti, e a quanto alto grado di concetto, e di affetto fosse montato il suo merito appresso li Cardinali Casanatte, e Colloredo, i quali non lo stimarono, perché l’amavano, ma l’amarono, perché lo stimarono, e lo stimarono fin’a proporlo ad Innocenzo XII per il Cardinalato, come Soggetto, ed Huomo di gran caratteri adorno di Santità, di Dottrina, e di Nobiltà. In oltre a forza di virtù giunse a ferir gli occhi, e’l cuore di due Sommi Pontefici, da’ quali fu innalzato a riguardevolissimi posti in servizio delle Congregazioni, ed in sostentamento della Fede, e un d’essi, che fu Clemente XI gradì il di lui consiglio sì nell’accettazione del Pontificato, come nell’amministrazione di esso. Ci converrebbe ripetere, quanto fin’hora si è scritto, se rammemorar volessimo le honoranze da lui ricevute da’ Papi in Roma, e da’ Principi, e Re stranieri, che tutti concordemente l’acclamarono in pregio di consumata Santità, e d’insigne erudizione. Egli per bocca di tutti fu chiamato per Roma Il Cardinal Santo, e nelle Processioni Cardinalizie, Chi non conoscevalo di faccia, l’un con l’altro diceva, Quello è il Cardinal Santo, e additatolo, fissavagli gli occhi in faccia, come ad huomo non tanto venuto dal Cielo, quanto sopra la terra dimorante in Cielo. La Marchesa Priè Moglie dell’Ambasciador di Cesare in Roma, ritrovandosi presente, quando il Tomasi incensava lo Stendardo di S. Andrea Avellino, in occasione che in Processione portossi d S. Pietro a S. Andrea della Valle, disse, e ben disse, Ecco un Santo, che incensa l’altro. Li più sensati, e prattici a piena bocca chiamavanlo S. Carlo secondo a somiglianza del Titolo della sua Chiesa e delle virtù sue proprie, che per distinguerle in ambedue o in originale, o in copia, altro forse non mancava, che l’età. Ma come che proprietà del bene si è, non mai meglio esser veduto, che quando dalla nostra vista sparisce, così non mai più risentissi Roma, che allor quando la nuova si divulgò della sua pericolosa infermità, e quando all’infermità sopravenne l’impensata sua morte. Impose il Pontefice, che gli assistesse il suo proprio Medico, ed a spese della Camera Apostolica, proveduto fusse di medicamenti confacevoli al bisogno, deputando alla cura di lui Ministro proporzionato a quest’effetto; Volle replicatamente, che il Cardinale Albani, e D. Alessandro suoi Nipoti si portassero, come successe, a visitarlo, il cui esempio fu seguitato eziandio da altri Cardinali in persona, siccome poi da tutto il Sacro Collegio, e Nobiltà Romana con distintissimi Messi, non tanto in obbligo di convenienza, quanto in ufficio di divozione. Palma - Crocifisso in legnoTomaso Maria Cardinal Ferrari, e Carlo Agostino Cardinal Fabroni, si dipartirono dal di lui letto lacrimando, e il primo di essi dopo la morte del Tomasi visitato dal Fratello Andrea, che ancor piangeva la perdita del Servo di Dio, State quieto, disse, la perdita non l’havete fatta voi, ma Noi altri Cardinali, perché questo Servo di Dio non haveva rispetti humani, ed haverebbe rotti li ghiacci, e ne’ medesimi sentimenti uniformemente concorsero altri molti Cardinali di S. Chiesa. L’istesso allora Regnante Pontefice dichiarossi di volerlo honorare della sua visita, se non so quale indisposizione, che allora l’affliggeva, non glie ne havesse più tosto impedito l’accesso, che distolto il pensiero; Ma non per ciò, che attraversoglisi il conceputo disegno, egli mancò di farlo in suo nome pregare di qualche salutevole ricordo per il regolamento della Chiesa: Tanto in lui preponderava la stima della prudenza, e Santità rara di questo Porporato! E il Cardinale allora, benché mancante di forze, raccolto in sé tutto il vivo dello Spirito doppo humili ringraziamenti alla bontà del Pontefice, rispose al Messo, che supplicava Sua Beatitudine a non conferire più Chiese ad un Soggetto, e ad adoperarsi, che in Germania si pratticasse l’osservanza del Santo Concilio di Trento. Avvertimento degno, se alla ordinazione del Medico potesse proporzionatamente corrispondere la disposizione dell’ammalato.
Non però mai il Pontefice dimostrossi più sensibilmente punto da dolore, e da affetto di quel riguardevole Ecclesiastico, che quando riseppe da D. Alessandro Salaroli Procurator Generale de’ Teatini la nuova della di lui morte, che con diversi riguardi gli cavò fuori dagli occhi le lacrime, e per rammarico della perdita, e per tenerezza dell’acquisto, l’una fatta in terra, l’altro in Cielo. Commise con tutta premura a detto Procurator Generale di raccogliere con piena diligenza tutte le notizie della Santa Vita del Servo di Dio, e di tenere gelosamente in conto di Reliquie li suoi scritti, le sue Vesti, e quanto fu di suo uso; Tant’era la stima, che del Venerabile Porporato faceva il Santissimo Pontefice! Spedì incontanente alla Casa del Cardinale, Carlo Collicola Protonotario Apostolico, e Chierico di Camera, acciò a Pontificie spese soprintendesse, a quanto bisognava sì per il trasporto del Cadavero alla Chiesa, come per il Funerale, che riuscì egualmente maestoso e per la venerazione del Defunto, e per la munificenza del Benefattore, e per il prodigioso concorso della Nobiltà, e del Popolo, che in Chiesa lontana, e in giorno rotto e piovoso, accorse non tanto a rimirar di faccia il Cadavero di colui, che la fama haveva rappresentato così grande, quanto per involarne gli habiti e se gli fosse stato possibile, per riportar di lui ciascun sua parte a Casa sua. Chi non poté andar di persona, supplì con istanze, e Messi, e molti e Cardinali, e Principi hebbero di che far restar paga la loro divozione, o col Berrettino di lui o con la Berretta, o con pezzi di habito, o con li medesimi rimasugli di lacerate Camicie: Ma chi poté avvicinarsi al feretro nell’atto della Sepoltura del Defunto, rappresentò in quella sera spettacolo tale, che solo attribuir si deve ad impeto di Spirito, privilegiato anche nelle sacre carte, con la libertà nell’operare. Gli stessi Fanciulli soliti ad inhorridirsi alla vista sola di un coperto Cadavero, scarichi allora da ogni ombra di terrore gli si appressavano o al bacio della mano, o al contatto delle Vesti, e fin le Madri inchinavano i loro lattanti Bambini alla venerazione del volto: tanto bello appariva in attrazione di devozione, e di Santità. La Marchesa di Priè, benché naturalmente avversa ad approssimarsi ai Defunti, pure tuttavia volle baciarli le mani senza sentir l’effetto del natural’horrore a’ Morti, e confessò, non sapersi distaccare da quel Corpo esangue, ed il Marchese suo Consorte havendo con venerazione ricoperto con un fazzoletto il volto del Servo di Dio, ripigliò quello di cui era coperto, ed in luogo di esso uno simile ne ripose, involandone il primo in reliquia ed appannaggio della sua Casa. Quindi provenne che talmente affollossi il Popolo intorno al Cadavero all’assalto di ciò, che la pietà allora pareva, che facesse a tutti comune, che se non havesse Iddio con secreta disposizione colà mandato in quel punto il sopralaudato Hercole Turinetti Marchese di Priè Ambasciador Cesareo in Roma, certamente o impensato tumulto sarebbe succeduto, o il Cardinal Tomasi sarebbe rimasto tutto sopra terra, e ogni Casa di Roma ne haverebbe in Reliquia la sua parte; ma il saggio e pio Cavaliere fatto circondar dalla sua Famiglia il feretro in difesa, e custodia del cadavero, operò, che da un Ministro, che su salivvi, si dispensasse al Popolo qualche porzione de’ vestimenti, nel qual’atto aperta dalla servitù la strada al passaggio, involò alla turba, che cresceva, quel Sacro Deposito la cui veneranda faccia esso medesimo, come si disse, coprì con un panno di lino, assistendo divotamente al pietoso, ed ultimo ufficio della Sepoltura. Quindi per Roma di altro maggiormente

Licata nel '600, paese natìo del Santo

non parlossi, che delle di lui virtù, di cui n’è presentemente ancora cotanto grato il racconto, che vivendo il Tomasi sulle bocche di tutti, o non par morto, o se pur morto, risurto certamente con sacra usura di venerazione, e di applauso, per non mai più morire nella Corte di Roma, e nella fama del Mondo. La Stanza, dove egli ritirossi nella notte di Natale nel Seminario, come si disse, de’ Chierici di S. Pietro, come privilegiata da un tanto accesso, e dimora quivi dal Servo di Dio, fu tosto eretta in Cappella, senza altro preciso motivo, che di un subitaneo, e concorde sentimento di convertire in Santuario quel luogo, dove era stato un Santo, con apporvi nobile Inscrizione in questo tenore: Nocte Natalitia D. N. I. C. recurrente anno 1712. a Vesperis ad primam Missam in Palatio Vaticano plurium horarum spatio dilabente, Eminentissimus D. Ioseph Maria Tit. Aequitii Cardinalis Tomasius virtutibus clarus, presertim Apostolicae paupertatis insignis amator in hanc mansionem placide quieti, et contemplationi intentus se se recepit. Post nocturnum sacrum in Cappella Pontificia peractum, domum reversus, gravi morbo correptus, mortali vitae cedens, nona die immortali gloriae spiritum, et nomen dedit. Tanti Hospitis in postrema via eternae memoriae Reverendissimo Domino Hieronymo Petronio Sacrosanctae Basilicae Sancti Petri Canonico, et hujus Seminarii tunc Praefecto Alumni de ejusdem largitione scripsere.
Postea videtur dispositione divina locum in Sacellum conversum.
Alla muta Inscrizione accorse la viva penna di rinomato Oratore, che accrebbe a se la fama, ed al Servo di Dio la gloria delle sue egregie virtù con eloquente, ed ingegnoso Panegirico, che divulgossi prima per Roma con l’applauso, e poi con le stampe per tutto il rimanente del Mondo; Ma gli elogj stampati furon tanti, che ne andò del Servo di Dio per le Città dell’Europa la Vita, anche prima, per così dire, che se ne pubblicasse la morte.
E maraviglia non è, se dopo la morte ne andasse così gradito il nome, e sì venerata la Persona, e sì prelibate, e ambite le Reliquie, se anche in vita di esso quel conto si fece, che già leggesi fatto di quei più famosi Servi di Dio, le cui Vite si leggono negli Annali della Chiesa. Promosso il Tomasi al Cardinalato, Candido Cassina primo Maestro di Cerimonie del Palazzo Apostolico, e Canonico di S. Maria in Trastevere portò, e diede alla sua Chiesa tutte le Berrette nere di quegli, che erano stati assunti al Cardinalato, come sue proprie regaglie, di cui volle far dono a quella Sacrestia; E come che fra esse vi era quella del Tomasi, pentitosi il Cassina di quella sua non osservata allora liberalità, nel giorno seguente richiesela al Sacrestano con offerirgliene un’altra in ricompenza; Il Sagrestano ostò alla richiesta, e allegò l’ordine del canonico Guggiò Sacrestano Maggiore, di dover riservarla nell’Archivio dentro separata Cassetta, come in Reliquia della Basilica; ma per quest’istesso capo volendola assolutamente il Cassina per se, surse quindi tra l’uno, e l’altro Canonico religiosa contesa di Chi dovesse rimanerne Padrone, con tale ardore, e impegno di pietà, che par, che allora si rinuovasse la sacra gara dell’un Popolo, e l’altro sopra il possesso dell’Arca del Santuario di Dio. Ma aggiudicata la Berretta del nuovo Cardinale al Cassina, rese confermata la venerazione al Servo di Dio, di cui, anch’esso vivente, si contrastavano le spoglie.Il Duca Giulio Tomasi, padre di Giuseppe, detto il "Duca Santo"
Alla fama di così strepitosi avvenimenti accorse ancora il zelo sempre uniforme del Pontefice, il quale volle, che alla grata ricordanza, che professano li Religiosi della Chiesa di S. Martino verso il loro insigne Titolare, si aggiungesse il peso del comando, acciò non mai in alcun tempo fosse quindi tolta la bella memoria del Divisorio fra gli Huomini, e le Donne, con tanto zelo disposto dal morto Cardinale, onde fece affiger Editto nella sacrestia della Chiesa in questo tenore, che non possiamo trascurar di tramandar su queste nostre Carte a i Posteri, come prelibato, e raro monumento della Ecclesiastica Historia.
D’ordine della Santità di Nostro Signore con la sua viva voce a Noi data espressamente si comanda a tutti, e singoli Religiosi, Priori, e altri Superiori in qualsivoglia grado, ufficio, e dignità costituiti, della Chiesa di S. Martino alli Monti, e a qualunque altra Persona Laica, o Secolare di qualsivoglia sorte, che non ardiscano, o alcuno di loro ardisca, sotto qualsivoglia pretesto, titolo, o causa, o quesito colore, rimuovere, o far rimuovere, o in tutto, o in qualunque minima parte li Steccati, Gelosie, e spartimenti per la separazione delle Donne dagli Huomini apposti, e stabiliti in detta Chiesa, di ordine, pia disposizione, e zelo religiosissimo della gloriosissima memoria del Sig. Cardinal Tomasi già Titolare della medesima, sotto pena alli Religiosi graduati di privazione di voce attiva, e passiva, e dagli ufficj inhabilitati a poterli ottenere per l’avvenire, e agli altri di sospenzione, e di carcere, e altre respettive ad arbitrio della medesima Santità Sua, da incorrersi ipso facto, senz’altra Declaratoria: volendo che il presente presentato al Priore del Convento, e Chiesa sudetta habbia forza, e vigore, e astringa tutti, come se a ciascuno fosse personalmente intimato, e che di più l’istesso Priore sotto l’istesse pene debba far reggistrar Copia del presente ne’ Libri delle Costituzioni, et Ordinazioni di detta Chiesa, e ritenerne anche affissa copia nella Sacrestia per la piena osservanza, acciò non possa da alcuno allegarsi ignoranza, o oblivione per li tempi venturi. Dato dalla Nostra solita Residenza questo dì 13 Gennaro 1713.
N. Arcivescovo di Capua Vicegerente.
Gio: Domenico de Rossi Notaro.
Così l’Editto. Ma continuando più che mai viva nel Pontefice la memoria della dolorosa perdita, che esso fece, e la Chiesa di Dio nella morte del Cardinal Tomasi, e ribollendogliene fin doppo un mese l’interna afflizione, nel Concistoro sotto li 30 di Gennaro del medesimo anno, tenuto ad effetto di procedere, come seguì, alla dichiarazione di alcuni riguardevoli Soggetti alla Dignità Cardinalizia, in queste tenere, ma altrettanto significanti parole, con divoto sfogo così si espresse co’ Cardinali.
Venerabiles Fratres. Admonent Nos multiplicia funera, quae paucos intra menses quamplurium ex Fraternitatibus vestris, non sine gravi paterni cordis Nostri dolore, contigerunt, ut ad tot, tantasque Apostolici Senatus jacturas opportune reparandas, animum convertamus. Nec sane dissimulare possumus, caeteris acerbiorem Nobis accidisse novissimam omnium, quam fecimus, eximii, ac piissimi Viri Cardinalis Thomasii: moleste siquidem sensimus, nimia celeritate Nobis ereptum fuisse verum exemplar sanctioris veteris disciplinae, quod in ejus moribus, et doctrina suspiciebamus. Humiliantes Nos nihilominus sub potenti manu Dei, cujus providentia in sui dispositione non fallitur, Davidicum illud coram Domino recolere non praetermisimus; Obmutui, et non apervi os meum, quoniam tu fecisti: sperantes interea adfuturum nobis ope sua apud Deum in Caelis, qui consiliis suis diu nobis adesse non potuit in terris. Hoc igitur incensi studio etc. Così il Pontefice, il quale non solamente con le parole mostrò l’alto concetto, che haveva di questo degnissimo Porporato, ma anche volle haverne nella sua propria Stanza il Ritratto, di cui esso poteva dirsene l’originale nella eguaglianza delle Virtù.
Duchessa Rosalia Traina, madre dl SantoDal Capo della Chiesa si diffusero li medesimi sentimenti in tutte le rimanenti Parti dell’Europa, e fin dall’Hollanda ne’ ragguagli de’ pubblici avvisi, e delle novità allor correnti, venne il Cardinal Tomasi honorato co’l Titolo di Santissimo. Coll’istesso nome chiamollo Vincenzo Maria Cardinal’Orsini Arcivescovo di Benevento in molte sue Lettere, e distintamente nella Postulatoria, che diresse al Papa, per la di lui Beatificazione, nominandolo co’l distintivo di Santo: così egli parlando, ammiratore delle altrui Virtù, dispregiatore delle proprie, e il Degno del Degno. E se qui Noi far menzione volessimo delle Lettere Postulatorie, con cui è stata richiesta la Sede Apostolica per la canonizzazione di questo Servo di Dio, nel fine di questa Vita dovressimo cominciarne una nuova, tanto elleno si stendono copiose in numero, efficaci in preghiere, e autorevoli in qualità, non essendovi Monarca Cattolico, Principe Ecclesiastico, e Capo di Religione Regolare, che non sia voluto essere riposto a parte di fregio, e pregio sì bello, e sì giusto, quanto si è l’adorazione, di cui si supplica, del Cardinal Tomasi su gli Altari. Si contano fin’hora centoventi Lettere Postulatorie dell’Imperadore, Imperadrice, Re di Spagna, d’Inghilterra, di Regine, Principi Sovrani, Cardinali, Arcivescovi, Vescovi, e Generali di Religiosi, che tutti con premurose istanze, e con diverse dettature, uscite tutte come da una sola penna, non men glorificano il Servo di Dio, che l’implorano per Avvocato loro, per Protettore del Christianesimo, e per Santo da inserirsi ne’ Registri della Chiesa. La Congregazione de Propaganda Fide riconoscendolo suo Figlio per aggregazione, ch’egli hebbe, nella Congregazione Cardinalizia di sì rinomato Consesso, e suo Benefattore nell’Heredità, in cui egli nominollo delli preziosi avanzi della sua Apostolica povertà, forse risplende sovra gli altri nella premura della di lui gloria in Terra, onde l’Eminentissimo Prefetto in nome di tutti in questo tenore espresse al Pontefice Clemente XI li suoi Apostolici sentimenti.

Beatissimo Padre.

Molti, e gravissimi sono i motivi, per li quali la Sacra Congregazione di Propaganda Fide, si crede in debito preciso, ed indispensabile d’interessarsi, ed unire alle altre pubbliche, e private di diversi Ordini, e gran Personaggi Ecclesiastici, e Secolari le sue umilissime suppliche appresso l’Augustissimo Trono della Santità Vostra per la glorificazione maggiore del Venerabile Servo di Dio Gioseppe Maria Tomasi, già degnissimo Alunno dell’Inclita Religione de’ Chierici Regolari Teatini, tanto benemerito della medesima Religione, e poi Cardinale di S. Chiesa: specialmente però a tale risolutione la muove l’essere Egli stato del grembo, e corpo della medesima, anzi il fregio più luminoso, che Ella habbia havuto doppo la felicissima esaltazione della Santità Vostra al sommo Grado dell’Apostolato, havendola illustrata, non solo collo splendore de’ suoi nobilissimi Natali, della profonda Dottrina, ma anche col bell’esempio di tutte le più eroiche virtù, e colla santità de’ Santi: al che si aggiunge il parzialissimo affetto, con cui il medesimo innamorato del suo Santo Istituto di propagare la Santa Fede per mezzo delle Missioni, ha riguardata sempre, in vita, e in morte, havendola istituita Herede di quei pochi avanzi della sua perfettissima carità verso i poveri, tra i quali li più preziosi arredi sono stati l’istrumenti di Penitenza, da esso lasciati per quanto più poté in abscondito, e che hora sono dalla medesima Congregazione venerati, e stimati super aurum, et lapidem pretiosum multum. Finalmente viene a ciò mossa dalla frequenza, e qualità de’ Prodigj, e delle Grazie, che il Signore va operando per l’intercessione, e li meriti di questo suo buono, e fedel Servo, de’ quali, affinché colla mancanza de’ Testimonj non venghino a perire le prove, con gravissimo pregiudizio della causa già introdotta per la sua Beatificazione, viene umilmente da me supplicata la Santità Vostra per parte, e in nome della predetta Congregazione a degnarsi di benignamente concedere le necessarie dispense, per il felice proseguimento di questa Causa, immitando in ciò l’esempio della felice memoria di Alessandro VII suo Predecessore, che per haver conosciuto di passaggio S. Francesco di Sales dispensò facilmente nella sua Canonizzazione dalle leggi, e stile solito osservarsi in simili occorrenze, tanto più che la Santità Vostra Isabella Tomasi, Suor M. Crocifissa, sorella del Santonon solo ha conosciuto per lungo spazio di tempo, e fino da’ teneri anni questo Servo del Signore, ma tratta dalle rarissime doti, e dalle sante virtù del medesimo, volle fare giustizia al suo merito, e decorandolo, benché per la sua profonda Humiltà repugnante, della Sacra Porpora Cardinalizia, collocarlo sul Candeliere del Santuario, ove, benché con breve, e quasi effimera luce fusse, per il poco tempo, che visse in quella Dignità illustrò la Militante Chiesa, come ora adorna la Trionfante; divenuto Astro luminosissimo, che fulgebit in perpetuas aeternitates; siccome dunque la Santità Vostra ha esaltato a più sublimi honori questo Heroe di Santità, quando viveva tra Noi in terra, così hora che regna Beato in Cielo, par giusto, e convenevole, che si degni di dar l’ultima mano, ed il compimento all’opera della sua glorificazione, autenticando col solo oracolo le voci del Cielo, e del Popolo, che con i miracoli, e con i voti, l’acclama, ed invoca per Santo, ed io lusingandomi di havere con queste mie ferventissime suppliche, e rappresentanze adempito al desiderio, e all’ordine havuto dalla Congregazione di humiliare alla Santità Vostra, con baciarle che faccio, con profondissima divozione, ed ossequio i Piedi, imploro dalla medesima la solita grazia della Paterna Benedizione. Dalla Propaganda 15 Novembre 1717.
Di Vostra Santità Umiliss.mo Divotiss.mo Obl.mo Servit. e Creatura
Giuseppe Maria Card. Sacripante Prefetto.
P. l’Arcivescovo di Larissa Segret.

Così la Congregazione de Propaganda Fide, e così in nome di essa il Cardinal Prefetto Gioseppe Maria Sacripante. Alla implorazione della Grazia per la dispensa del Decennio sopra la introduzione della Causa nella Sacra Congregazione de’ Riti, seguì ben tosto il ringraziamento, e con esso nuove istanze per la Beatificazione del Tomasi, secondo i decreti de’ Sommi Pontefici, e il tutto si distese nel tenore, che siegue.


Beatissimo Padre.

Co i sensi della più profonda venerazione ed ossequio a nome, e per parte della Congregazione de Propaganda Fide umilio all’Apostolico Soglio, e a’ piedi della Santità Vostra il più riverente rendimento di grazie, per l’infinita clemenza, colla quale alle umili suppliche della medesima si è degnata dispensare al consueto Decennio, affinché con sollecitudine maggiore possa procedersi alla publica glorificazione del Ven. Servo di Dio Giuseppe Maria Cardinal Tomasi.
Ed in vero, Beatissimo Padre, con sempre più validi motivi vedesi la stessa Congregazione obligata ad interessarsi per una Causa di tanta giustizia, imperocche doppo haver presentato alla Santità Vostra i sopradetti suoi ossequiosissimi voti, ha esperimentata, quasi trasfusa negl’animi de’ due celebri Cardinali D’Adda, e Casini di chiara memoria quella generosa propensione, colla quale il Venerabil Tomasi riguardò sempre mai la grand’opera delle Sacre Missioni per la dilatazione della Santa Fede, con havere essi calcate le di lui vestigia nel disporre, ad esempio di quello, di tutte le loro sostanze in uso sì pio, e perciò sì gradito, e approvato dall’Altissimo. P. Carlo Tomasi,C.R., zio del Santo, il cui esempio ispirò il SantoResta dunque unicamente, che dovendosi tra breve esaminare i Processi delle rare, ed eroiche Virtù, che adornarono in vita quell’Anima grande, e de’ singolari, e frequenti Prodigj, co’ quali è piaciuto al Signore di glorificare lo stesso Servo, doppo morte, si degni benignamente la Santità Vostra di continuare a proteggere colla Sovrana autorità sua fin’all’intero compimento una Causa per tutti i titoli così degna dell’alto suo clementissimo Patrocinio. Il che riuscirà, senza dubbio, di fregio più riguardevole del suo gloriosissimo Pontificato, e di lustro sempre maggiore della mentovata Congregazione, di cui adempiendo io colla presente rispettosissima rappresentanza, le giuste, e fervide brame, inchinato al bacio de’ santissimi Piedi imploro umilmente dalla Santità Vostra la Pontificia Benedizione. Dalla Propaganda 25 Giugno 1719.
Di Vostra Santità Umil.mo Divot.mo Obl.mo Servo, e Creatura
Giuseppe Card. Sacripante Prefetto.

Così la Congregazione insigne de Propaganda Fide, e così con essa in lode del Venerabil Cardinal Tomasi tutta la Congregazione de’ Fedeli. Onde pare, che altro non rimanga a Chi scrive questo Libro, che pregare il Cielo, che si degni di provvedere spessamente la Chiesa Cattolica di così esemplari Ecclesiastici, da cui apprender si possa la vera norma di Chi messo a parte dell’Apostolica sollecitudine riluca nella Christianità con lo splendore della dottrina, con il vigore dell’esempio, e con il favore dell’intercessione in Cielo, della quale già se n’esperimenta con sorprendenti Grazie da quelli, che l’invocano, il rincontro in terra, come pienamente dimostrerassi nel Capitolo, che siegue.

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CAPITOLO XXIV.

De’ Miracoli operati da Dio ad intercessione
del Ven. Cardinal Tomasi.

lli miracoli operati da Dio per intercessione di questo suo Servo doppo la morte, precedano quegli, ch’egli operò in vita di lui, di alcuni de’ quali pur ne resta contezza, ricoperti gli altri da quella profonda humiltà, nella cui prattica il Tomasi si diportò, come si disse, a miracolo. Altrove si riferì, com’egli quasi a un morto dasse Vita, affin di dargli tempo di ricevere la vera Vita dell’anima, cioè li Santi Sacramenti della Chiesa, senza li quali sarebbe certamente egli trapassato, se al gran bisogno non fosse accorso a tempo il Servo di Dio. A tal prodigio vi volle la presenza, e la Persona: Ma a quelli, che soggiungiamo, bastò l’applicazione di poco lino santificato dal di lui contatto.
Filippo Neri Canonico di S. Martino, che fin da giovane fu assiduo veneratore del padre Tomasi, udendone la promozione al Cardinalato, accorse ad inchinarlo nella Casa di S. Silvestro, e in tal’occasione richiese al Fratell’Andrea qualche cosa appartenente a lui, acciò facendo esso ritorno alla Terra di S. Martino sua Patria (dove non sono Medici) potesse con quella giovare agl’Infermi: tant’era il concetto, ch’egli haveva della Santità di questo Venerabile Cardinale. Rigettò prima l’inchiesta il Fratell’Andrea: ma dupplicando con lodevole importunità il Canonico l’istanza, si fece aprire una Cassettina delle di lui povere biancherie, e quindi divotamente tolse due para di scarpini, e un berrettino bianco di tela, gli uni, e l’altro sdruciti al sommo, e più tosto pezze, che rappezzati. Con essi tornò in trionfo, come carico di ricche spoglie alla Patria, e non così tosto vi fu giunto, che discorso facendo con Diamante Cesarini inferma di febbre, e gravida in sei mesi, prontamente offerille il rimedio, e raccontatole prima le virtù, e la fama del vivente Cardinale, ed esortandola poscia a raccomandarsi a Dio, acciò per i meriti di lui, la liberasse in quella prossima notte dalla febbre, che a lei venir soleva con tremori, e dibattimenti, altrettanti penosi alla paziente, che pericolosi al feto, le diede un paro di quelli scarpini, affinché calzandoli, havesse fede nella intercessione potente di questo gran Servo di Dio. Calzolli la sera, e nel calzarli recitò divotamente cinque Pater, e cinque Ave: e si pose in quiete, aspettando non tanto il riposo della notte, quanto l’accesso della febbre. Ma in vece di essa le sopravvenne nell’hora consueta, come una vampa passaggiera, e un peso nel petto accompagnato da un piccolo calore, quasi le dicessero, Questa è l’hora della febbre, ma non è la febbre. Ed infatti ella non comparve né allora, né poi, con ammirazione, e tenerezza tanto di Chi recolle il rimedio, quanto di Chi provonne il miracoloso giovamento.Immagine del Santo
La medesima Diamante risanata, ma quindi sopraggiunta, indi a tre mesi, dall’hora del Parto, parve nell’istesso tempo giunta all’hora della morte. Conciosiacosache rinvenendosele la Creatura affogata nel ventre, tre giorni ella spasimò per gittarla fuori, e tre giorni invano consumò quanto di spirito l’era restato per conseguirne l’effetto: onde abbattuta d’animo, e più di forze, da Pompilio Spolverini Chirurgo, e da quante Raccoglitrici erano accorse a quel funesto Parto, fu ella giudicata non tanto disperata, quanto morta. In tale angustia di ogni humana assistenza ricorse la Madre di lei al sopracennato Canonico, che dielle il Berrettino del Servo di Dio, acciò l’applicasse con fede alla testa della Moribonda. Applicollo, e al di lui toccamento incontanente Diamante si sgravò della morta Creatura, surse da quella bara de’ vivi, cioè dalla sedia ove posava, cotanto libera in buon colore, forte in vigore, e sana, come s’ella ne venisse, non dal lottar con la morte, ma da un festoso convito. Il Canonico diè contezza di questi due miracolosi avvenimenti ad un Religioso Domenicano in tempo appunto, in cui era seguita la morte del Servo di Dio, e la lettera fu dal Religioso communicata al Papa, che per mezzo di Gio: Maria Lancisi, Primo Medico del Pontefice, così fè rispondere al Domenicano, Le fò sapere, che Nostro Signore ha letto tutto il contenuto nella lettera, che la Paternità Vostra mi ha inviato, e ha inteso il tutto con molta sodisfazione, e specialmente quanto si racconta de i casi prodigiosi, e forse miracolosi accaduti per mezzo dell’intercessione dell’Eminentiss. Tomasi. Il Canonico, con fede giurata attesta, quanto pur hora veniam di dire, soggiunge, Del sudetto Berrettino io me ne sono servito più, e più volte col pormelo in testa per rimedio alle mie necessità, specialmente spirituali, con provarne mirabili effetti: e l’ho portato anche più volte addosso in diverse congiunture di pericoli, come per mia tutela: anzi procuro sempre di havere addosso, se non detto Berrettino, almeno qualche altra cosa del medesimo Signor Cardinale. Così egli.
Ma il seguente miracolo successe parte avanti, e parte doppo la morte del nostro Servo di Dio: ed eccone il racconto. N. N. Monaca in una riguardevole Città dell’Italia (il cui nome per degni rispetti, essendo ella vivente, a bella posta si tralascia) nel Monastero N. N. all’immense interne agitazioni, che sopportava, altro sfogo, né altra luce rimase, che la communicazione con il padre Tomasi, sì in qualità di Religioso, come in quella di Cardinale, col quale spessamente ella carteggiava. All’oppressione dell’animo si aggiungeva la molestia del corpo, travagliato sempre hor da febbri impotune, hor da penosa angustia di respiro, hor da infiammazione mordace di fauci, hor da sputi spaventosi di sangue, e sempre da dolori acerbissimi di testa, e da turbazione fissa di testa, onde per lo più languiva in letto, resa inhabile per inclinazione, e per impotenza agli esercizj, e uffici del suo Monasterio, nel quale viveva talmente scontenta, che per liberarsi da quell’appreso carcere, malamente, e disperatamente giudicò giovevole a sé l’uscir dal Mondo, onde replicatamente sorbì veleni, tranguggiò vetri pisti per ridursi sollecitamente a pezzi le istesse viscere: Tutte queste spirituali e corporali infermità communicò ella col Tomasi, dal quale riceveva consolazione, compassione, consiglio, e pronta promessa di pregar per lei. Ciò successe nel Decembre dell’anno 1711 e la tribolata Monaca attese tutt’un anno il rincontro delle promesse preghiere. Ma in capo ad esso, cioè alle sett’hore dell’ultima notte dell’anno 1712 quando agonizzava il Servo di Dio, che poi morì la mattina del primo giorno di Gennaro dell’anno 1713 nel maggior fervore delle sue interne, ed esterne tentazioni, coricata in letto, impensatamente, e altrettanto dolcemente addormentatasi, sognossi (se pur sogno fu, e non visione) che essa era presente ad un Moribondo fuori del suo Monastero non conosciuto da lei, ma al quale ella riconoscevasi molto obbligata a pregare Dio per il di lui felice passaggio: indi a due hore udì una voce, che la svegliò, e le disse, Io mi muojo. Sorpresa da acuto rincrescimento per un tal caso, ondeggiava col pensiere, se la voce udita, e che l’haveva svegliata, havesse detto, se moriva, o se era morto: e in questa perplessità fu forzata ad esclamare, senz’avvedersi, né sapere di Chi parlasse, Questo è un Santo, che è morto. Surse intanto la mattina dal letto tutt’altra da quella, quando vi si pose la sera, e manifestato alle Monache il seguito successo, tutte pregò di perdono, a tutte mostrossi rasserenata di animo, a tutte protestò il gran contento, che haveva in viver Religiosa in quel Monasterio fra tanti Angeli, con atti intensi di displicenza della sua sciocchezza, sono parole precise di lei, che ne fa attestato, per il tempo passato, in cui sì mal volentieri vi visse, e insomma a tutte mostrossi da un Saulo divenuta un S. Paolo. Stemma della famiglia TomasiAlla guarigione dell’anima incontanente successe quella del Corpo, risanata dalle sue infermità in tal maniera, che supplì a tutte le obbligazioni del suo Convento con estrema maraviglia dell’una, e dell’altre, quali tutte riconoscevano il gran beneficio, ma non però alcuna ancora il Benefattore. Ma questi prestamente riconobbesi, e fu allor, quando riseppesi nel Monasterio, e nella Città l’agonia, e la morte del Servo di Dio, seguita in quell’hora appunto, che ritornò a miglior vita e di animo, e di corpo l’afflitta, e tentata Monaca, che ben ricordossi allora della promessa fattale dal Tomasi, di voler pregar Dio per lei; ond’ella cotanto evidentemente ricevé in quella notte il rincontro delle di lui preghiere. Per la qual cosa nel suo Attestato sotto li 26 Aprile 1713 ne conchiude il racconto con queste parole, Questo, che ho detto, non l’ho significato per altro fine, che per gloria di S. D. M. acciò sia lodata e ringraziata da me indegnissima, e per gloria del santo Cardinale, che tanto bene mi ha impetrato singolarissima grazia dall’Altissimo, dalla Vergine Santissima, e da tutti li Santi del Cielo, sperando ch’esso sia a goderli per tutta l’eternità. In maggior conferma si aggiunge, che essendo stato scritto alla Monaca ancor vivente, se si contentasse, che in questo Libro descritto fosse questo miracoloso successo, la medesima risponde al Religioso, che fece l’inchiesta, in questo tenore, Confesso di nuovo haver ricevute molte grazie da Dio per mezzo del Venerabile Cardinal Tomasi, ma sopra il tutto toccante l’interno dell’anima; perché essendo io vissuta per molti anni da disperata, né parole de’ Religiosi, né orazioni mi giovavano per stare volentieri in questo Monasterio: bene lo sa il P. N. N. Ma dall’hora che morì il sudetto mi si apersero gli occhi dell’intelletto per comprendere il mio misero stato, e per emendarmi. Hora per la Dio grazia sono contentissima, bacio le mura del Monastero, e stimo le Monache Angeli, come sono, e confesso di essere indegna di stare in sì santo luogo: sicché non deve dispiacermi si dica, e si sappia da tutti la bontà di Dio usata con un’indegna Creatura sua per l’intercessione del Venerabile Servo di Dio il Cardinal Tomasi; in tal maniera sarà S. D. M. glorificata, e ringraziata. Io non lo faccio come devo, lo faranno altri per me. Supplico però Vostra Reverenza con tutto il cuore, non si scrivi il mio nome, né Città, stante l’essere io ancor viva: non già perché stimassi offesa il publicarsi i miei peccati, ma solo per un poco di rossore in udirli leggere nel nostro Monastero. Padre, mi rimetto alla sua grandissima prudenza, e haverò grandissima consolazione in leggere la Vita di sì sant’Anima prima di morire. Io sono di Corpo sempre inferma, che è un anno in circa, V. R. mi raccomandi per carità a Dio, acciò ricevi per grazia il Purgatorio in questo mondo, e per l’intercessione del Cardinale Santo il Paradiso nell’altro. E chiedendoli la benedizione mi confermo li 28 Ottobre 1719.
Sua humilissima Serva N. N.
Sieguano adesso li miracoli operati da Dio in glorificazione del suo Servo il Cardinal Tomasi dopo la sua morte, e li primi siano quelli, che furono riconosciuti nei Processi, e attestazioni autentiche nel medesimo suo Corpo, nelle medesime sue vesti, e nel medesimo luogo, ove posossi il suo venerando Cadavero, così copiosi in numero, e così rilevanti in qualità, che ne apparisce non men’ammirabile la vita per la Heroicità delle virtù, che miracolosa la morte per la moltitudine, e grandezza de’ prodigj. Primieramente così bello egli comparve defunto, che per giudicarlo vivo, altro non gli mancava, che l’anima. Morbido nel tatto: maneggievole al moto, e talmente trattabile ad ogni operazione, che posato in Chiesa nell’alto letto funebre, e volendosegli alquanto serrar la bocca, e chiuder gli occhi, l’una e gli altri ubbidirono al semplice tocco della mano, che approssimoglisi al pietoso ufficio. San FeliceCosì parimente nel calzargli li guanti gli si rinvennero pieghevoli le dita, come se le dita da se medesime subentrassero nella loro casa. Nel dissecarsi il Cadavero, fu chi notò, e parvegli di vedere, ch’egli aprisse, e chiudesse gli occhi, secondo che venivangli da’ Chirurghi o discoperte, o ricoperte quelle parti, che la natura medesima tien nascoste sotto velame di honesta verecondia, quasi che egli con gli occhi parlasse, e dir volesse, e tutti pregasse ad accorrere a non permettere che né pur si appannasse con la vista altrui la sua illibata purità. Tanto più, quanto che non punto o corrotto, o disposto a corruzione si rinvenisse il suo Corpo, da cui non solamente in quell’atto allora di dissecazione corse fluido il sangue, come se ancora partecipasse del moto naturale della vita, ma la di lui carne, ossa, e fazzoletti intinti in esso, furono esenti da quel mal’odore, di cui è solito patire ogni benché recente Cadavero, quasi anticipando la dote della incorruzzione riservata dopo la resurrezione de’ Morti alli Beati. E poco poté dirsi la Incorruzzione, poiché ad essa si aggiunse il buon odore. Depongono molti testimoni, in Processo, che dal suo sepolcro esalò per alcuni mesi una soave fragranza, che per non saperne distinguere la qualità, ad alcuni parve simile all’odor di rose, ad altri di gigli, ad altri di mistura peregrina di balsami, onde tutti conclusero, esser quella fragranza molto più gradevole di ogni odore nostrale, e perciò fragranza, e odore di Paradiso. Il suo Confessore naturalmente avverso di avvicinarsi a fiato a fiato alli Moribondi, prima non senza qualche interna repugnanza, ma poscia con ogni suo gusto assisté prossimo alla faccia, e alla morte del Servo di Dio, e quindi subitamente risentissi nella bocca, e nelle narici una tal soavità, e odore, che tutto ne godé con istraordinario compiacimento, e molti giorni durogli nel palato tal’odorifera ambrosia, fin tanto che svanita, sol ritornavagli in bocca, allor quando discorso faceva o delle Virtù, o della Vita del Servo di Dio. Oltre alla descritta fragranza udironsi presso al di lui Sepolcro hor dilettevoli suoni, come di Angeli, hor’horribili strepiti, come de’ Demonj, secondo che o gli uni ne festeggiavano, o gli altri ne abborrivano la sepoltura. Qual diabolico fremito eziandio fattosi sentire in alcune Case private incontanente svanì alla sola invocazione del di lui nome. Nell’appressarsi o al suo Sepolcro, o al tocco delle Vesti gl’invasati da’ Spiriti maligni rimasero altri liberi, altri fortemente agitati, urlando, e dicendo, Questo fazzoletto mi abbrugia (e questo era un fazzoletto intinto nel sangue del Servo di Dio) Levatelo, levatelo; e una Donna da tal dolore oppressa nel trapasso del Cadavero del Servo di Dio per la strada prossima a S. Maria Maggiore, alla sola di lui invocazione restò incontanente libera da tal peste. Michel Mangoni Pittore rigettato per la folla dal Cadavero del Santo, pur trovò largo fra la calca a forza di pianto, e di dolenti voci, Fatemi entrare, perché ho bisogno di questo Sant’Huono: Ho gran dolor di testa, ho gran febbre; E felicemente entrato baciò il venerando Cadavero, e cessò ogni dolor di testa, e ogni febbre. Quindi maraviglia non è, che al suo Sepolcro siano corsi Voti in gran numero, e sacre Tabelle dinotanti grazie, e miracoli, e se ne ritrovano moltissime racchiuse in casse, ove secondo i Decreti della Sacra Inquisizione, elleno si tengono racchiuse, e serrate, fin tanto che la Santa Chiesa ne disserri la clausura con la venerazione pubblica della Persona.
E questi sono li miracoli, che ha operato Dio in lui, hor veniano a quelli, che ha operato Dio per lui. Suor Florida Caterina Mendez Monaca velata nel Monasterio in Roma di S. Lorenzo in Pane, et Perna, Vergine fresca in 40 anni di età s’infermò s’infermò di un tumore nella regione interna della milza, che gonfiò al di fuori in grandezza quasi di un pugno con accidenti dolorosi, che cagionavanle spessamente febbri erranee, e sempre difficoltà, e pena nel camminare. Hor nel Maggio dell’anno 1701 caduta per non so quale inciampo precipitosamente boccone a terra, e dando di botto in quella parte sinistra, ove sollevavasi il detto tumore, sentissi sgravata incontanente da quel male, ma per miseramente incorrere, come subitamente seguì in altri maggiori mali, che portarono poi seco non tanto un gruppo di penosissime malattie, quanto un gruppo di prodigiosissimi, e sorprendenti miracoli. Conciosiacosache con subitaneo abscesso traboccando internamente quell’humor maligno presso il forame, onde dal corpo humano si scaricano le feccie adunate nelle viscere, e quivi o irritato dalla caduta, o fomentato a far peggio dall’adunanza della putredine, che in quella bassa cloaca scola da tutto il ventre superiore, infuriò in guisa tale, che gonfiossi la parte, e al gofiore sopraggiungendo acerbissimi dolori pulsativi, ed a i dolori l’infiammazione, non così tosto dopo nove giorni fu ella scoperta a Gio: Battista Pieri Chirurgo del Monasterio, che questi inaspettatamente con ferro crudo dielle il taglio, onde uscì materia purulenta, e fetida, proporzionata al male, e al luogo del male. San BenedettoIl rimedio salvolla allora dalla prossima morte, ma non da oltre molte pessime conseguenze, che le sopraggiunsero: febbre ardente, dolor’eccessivo di testa, corrosione di viscere, vertigini, inappetenza, e tirature di nervi, preciso spasimo nella nucca tendente ala parte sinistra, corrispondente alla piaga, e ciò, che maggiormente esacerbava, per cui inhorridiva l’istesso horrore del male, perforazione dell’intestino retto, dalla cui apertura, come da doppio canale, scaturendo le feccie naturali ridussero la paziente in istato di Fistola incurabile, e prossima cancrena. Tuttavia prolongossi la cura, e più tosto la morte, che la vita della povera Religiosa undici anni distesa per lo più in letto, e in continuo moto di medicamenti, che le si rendevano egualmente atroci, che il male. In questo stato di cose nel primo giorno di Gennaro dell’anno 1713 morì il nostro Servo di Dio e della preziosa morte fu subitamente recato avviso al prossimo Monasterio di S. Lorenzo in Pane, et Perna, e precisamente a Suor Florida Caterina Mendez, che consigliata allora a raccomandarsi caldamente a questo Santo Cardinale, della cui santità in Vita havea ella sempre havuto un alto concetto, ricevé prontamente il consiglio, e ponendosi ambe le mani di qua, e di là alla testa, o dove sperimentava in quel punto l’atrocità maggiore dello spasimo, raccomandossi fervorosamente al Signore in contestazione della Santità del Tomasi, acciò la liberasse da quell’acerbo dolore, e in raccomandarsi a lui, successe a lei, ciò, che il Profeta David confessò esser’accaduto a se, Cum invocarem exaudivit me Deus; conciosiacosache il pregarlo, che la liberasse da quel crociato, fu così tutt’una cosa con l’esserne liberata, che non ben distinguer si poté, se la preghiera prevenisse la Grazia o la Grazia la preghiera; poiché non sol svanille allora quel dolor di testa, ma non mai più ritornolle, entrando la buona Monaca con questa prima grazia, come in possesso di quelle molte, che seguirono, delle quali fu quasi la foriera questa, che habbiam pur’hora raccontata. Conciosiacosache nell’istesso giorno desiderosa di haver cosa, che appartenesse, o fosse appartenuta al Santo Cardinale, le fu portato un fioretto giallo, chiamato volgarmente Tazzetta, che era stato sopra al di lui venerando Cadavero e inghiottitone con devozione una foglia, fu incontanente prima sorpresa da un certo calore, e sconvolgimento interno, e quindi da un placidissimo sonno, che la fè quietare tutta la notte, con istupore di chi osservate haveva tante lunghe vigilie in tanti decorsi mesi d’infermità. Ma incominciarono di nuovo, non qui finirono li miracoli. Nel giorno seguente due di Gennaro su le hore quattordici fu l’Inferma sorpresa da nuova febbre con dolori universali di Reumatismo, a riserva della Testa, che, come si disse, continuava nel suo miracolo. Ella confidentemente allora segnossi i polsi, e le parti più addolorate del corpo con quell’istesso fiore, e pregò il Santo a volerla liberare da quella febbre, e farle grazia di poter assistere alla Messa la seguente prossima Domenica, e promesse farne celebrare una, ove sarebbe stato sepolto il di lui Corpo. Alla preghiera cessò la febbre: assisté quindi alla Messa del desiderato giorno, e nel seguente dell’Epifania intervenne francamente al Choro con le altre Monache con egual maraviglia di quei, che considerarono la prontezza del Beneficio, la fede della Beneficata, e la potestà, e’l merito del Benefattore. Ma rimaneva all’addolorata Paziente il mal maggiore, che era la fistola, soggetto primario de’ suoi dolori, e appunto allora esarcerbatosele la piaga, per rimedio lenitivo applicatole affin di estrar fuori dalle viscere gl’induriti escrementi, augumentossi il tumore, l’infiammazione, e la febbre con tal nuovo furore, che aggiungendosi nell’Inferma alla presente afflizzione un horribile spavento di dover tornare in mano de’ spietati Chirurghi, miseramente languiva, e liberamente diceva, Non haver più forza da resistere a sì continui, e fieri assalti. In quest’eccesso di torbidezza di mente, e di angustia di corpo risovvennele del suo Liberatore, e non così tosto le si ravvivarono le specie de’ passati, e freschi beneficj, che a Dio rivolta Signor mio, disse, per li meriti del Cardinal Tomasi vostro Servo, se non è in pregiudizio dell’Anima mia, liberatemi da questa penosa infermità. Ciò detto inghiottì alcuni filetti di panno di lino intinti nel sangue del Cadavero del Servo di Dio, e da Suor Giulia Cammilla Angiolini sua Confidente si fece applicare sopra la parte infistolita un pezzetto di saja del di lui habito Religioso, e con fiducia aspettò l’esito favorevole delle sue preghiere. Ma poco andò l’aspettare, perché ne fu pronta e instantanea la guarigione, che successe nell’hore due di notte, e dormì fin’alle cinque, e svanì il tumore, e cessò l’infiammazione, il dolore, e ogn’altro mortal segno, da cui era oppressa, restandole sol la piccola apertura della Fistola in istato non morboso, ma sol’in testimonianza authentica di forse più miracoli, che morbi. Ed in questa salute di corpo presentemente ella vive, otto anni dopo li seguiti prodigj, non più sottoposta ad alcun malore che dependente sia da’ descritti. Monastero di Palma, Madonna con Bambino
Gio. Battista Pellucci Romano solito ad esser sorpreso due, o tre volte l’anno da quella nojosissima flussione detta Podagra, (la quale benché sia stimata tra li mali gravissimi la men pericolosa, è però dal consenso di tutti, che ne patiscono, giudicata la più dolorosa, e che siccome non vi è chi più di lei muovi a pietà, così non vi è, chi men di lei habbia pronto il rimedio per la guarigione) nel fin di Luglio dell’anno 1715 ne fu assalito con tal’impeto, che hebbe a morirne. Flavia sua Figliuola in età di dodici anni compatendo le smanie del Padre, teneramente gli disse, Signor Padre, pigliate quella scarpa del Cardinal Tomasi, che è là dentro, che ci havete tanta divozione, potrebb’essere che vi guarisse. Alla innocenza della Figliuola corrispose la fiducia del Padre, che fattala pigliare da Elena sua Moglie in un Inginocchiatore prossimo al letto, e detto un Pater, e un’Ave, si fece prima con essa segnare in un piede, e quindi calzonne l’altro, dove lo spasimo era più tormentoso e perciò più molesto, e di cuore raccomandossi al Santo, almen per qualche sollievo di un tanto male. Nel pregarlo egli si addormentò, e dalle due hore della notte placidamente riposò fin’al far del giorno, nel quale risvegliato, trovossi talmente sano, che uscì di Casa quell’istessa mattina per i suoi affari, e calando francamente senz’appoggio quattro scale, scendendo, e salendo in Calesse senz’ajuto di Servo, guarito in modo, che non mai più per l’avvenire fin’hora ha patito simil male, onde giustamente dir si possa il Paziente più tosto corroborato in vigore, che risanato dal miracolo. Così glorifica Dio nelle loro Scarpe medesime i suoi Servi.
Teresa Busca travagliata da otto anni da una certa Infermità, detta Ancorisma di cuore, che poi nel progresso del tempo si fece universale con gonfiore, e infiammazione delle vene della gola, degli occhi, vomito, e alterazione di tutto il rimanente del corpo, era ridotta all’estremo di sua vita, e ad ogni momento aspettava il gran momento della morte. L’arte medica applicò li suoi rimedj, ma sempre o in vano, o in efimeri miglioramenti, da cui ben tosto ricadeva ne’ soliti deliquj, e in tali vehementi pulsazioni di tutta la vita, che faticavano più persone a raffrenarne gl’impeti, con cui pareva, che lanciar si volesse fuori del letto. Nel giorno 28 di Agosto dell’anno 1714 risolvé di portarsi con viva fede al Sepolcro del Servo di Dio per ottener la grazia della sanità da una tale strepitosa infermità, e non essendo possibile l’andarvi in Carrozza per li frequenti impeti, che repentinamente la sorprendevano, fu colà più tosto portata, che appoggiata da Paolo Busca suo Marito, e da Carlo Gridellino suo Servitore. Giunta con difficultà, prostrossi su’l Sepolcro del Santo, invocando l’intercessione del medesimo per la Grazia. Invocò, e fu incontanente esaudita, e sentendosi con acerbissimo dolore come rimuover dal cuore un pugnale, surse in piedi, e disse, Mi sento assai sollevata: e molto più fece di quanto disse, poiché ringraziato il Santo, tornò libera a Casa senz’appoggio, senz’alcun male, e La sera, sono parole medesime esposte nel Processo, cenò da sana, la notte riposò da sana, ed ha continuato a star sana fin’al presente giorno, non havendo mai più sentito molestia da detto male. Si ritrovarono presenti a questo miracoloso avvenimento il Priore di S. Martino, una Donna, e alcuni Cavalieri, accorsi quivi a caso al Sepolcro del Santo, e tutti si partirono glorificando Dio, ch’è cotanto ammirabile ne’ suoi Servi.
Ma tre apparizioni, e tre miracoli vi vollero per guarire una Monaca, forse perché prima mancò la continuazione di quella fede, che perseverò poi sincera, e costante in appresso. Suor Giacinta Fornari Conversa, nel Monasterio di S. Maria delle Vergini in Roma, Etica habituale in secondo grado, non reggendosi più nei piedi, si ridusse in letto a tal’emaciazione di corpo, e debolezza di spiriti vitali, che non potendo né pur alimentarsi con liquidi sorbimenti, per la privazione dell’humido necessario, ritiratasi la lingua nell’Esofogo haveva eziandio perduta la parola. Dopo cinque giorni vissuta senz’alcun’alimento tentò il Chirurgo aprire la bocca con un ferro per introdurvi qualche goccia di giulebbo, ma invano: onde giudicata possima alla morte, fu munita col Sacramento dell’estrema Unzione, ed al Confessore assistente raccomandata a Dio con le preci, consuete a recitarsi agli Agonizzanti. Il CalvarioIn questo stato di estremo abbandonamento la Paziente udì prossima un’alta voce in questo tenore, Dormi, e supponendola voce del Confessore, prestò di bel nuovo quel poco senso d’orecchia, che le restava, attenta all’audita voce, che di nuovo replicò Dormi, Dormi. A questo rinuovato comando, placidamente serrati gli occhi, poco dopo le apparve in visione, secondo ch’ella poi riferì, un Religioso da essa all’habito creduto Gesuita, il quale in alta voce le disse, Che male hai? Ella medesimamente in visione rispose, Che moriva di sete, e che non poteva bevere, e soggiungendole il Religioso, Perché non bevi alla tazza, che ti ha portato il tuo Medico? E replicando la Conversa, Ci ho bevuto, finalmente dal medesimo di nuovo udì dirsi, Bevici, bevici, ed in dir questo egli sparì. Havevale il suo Medico pochi giorni avanti portata una Tazza di majolica, dove in vita fu solito il Tomasi bere il Caffè, pregando l’Inferma a raccomandarsi all’intercessione potente di quel Servo di Dio, di cui il Medico dimostravasi divotissimo. Ma o trascuranza fosse, o poca fede, o volesse Dio far risaltare il miracolo con apparato di maggior applauso, erasi l’Inferma altre volte servita di quella Tazza, ma senza miglioramento alcuno del suo male. Disparve il Religioso, e destossi la Paziente con gran fluttuazione di tutto il Corpo, che malamente fu dal Confessore giudicata l’ultima hora e gli ultimi tratti di sua vita: Ma tal fluttuazione indicò la continuazione, e non il fine del di lei vivere. Conciosiacosache co’ cenni, che molte volte meglio parlano, che le parole, richiese ella da bere nella consaputa Tazza, la quale fu a lei portata incontanente ripiena di acqua. A vista della Tazza, alzossi impetuosamnte a sedere su’l letto la Moribonda, e datole di piglio con destrezza e agilità certamente sopranaturale, tutta la bevé, e co’ medesimi cenni richiesta nuova acqua nella medesima Tazza una, e due volte bevendo vuotolla, e doppo la seconda bevitura, finalmente parlò, e la visione espose, che habbiamo di sopra riferita. Le Monache assistenti opinando, che il Religioso comparsole non fosse un Giesuita, ma il Cardinal Tomasi in habito di Teatino subitamente portarono il Ritratto di lui all’Inferma, che appena in vederlo con istraordinario giubilo piangendo disse, Questo è quello, che mi è comparso, mi ha parlato: Non era però vestito da Cardinale, ma di nero, come vestono li Giesuiti. Accertò, non haver prima di questo successo mai più in alcun tempo veduto né vivo il Tomasi, né morto in immagine, né saper di quale Religione egli si fosse, e richiesto nuovamente da bere in quella Tazza, altre quattro volte bevé passando il rimanente di quel giorno, e dieci giorni appresso in perfetta sanità, risurta in istante con perfettissima guarigione. Il Confessore intonò il Te Deum, e sussequentemente l’Agimus tibi gratias, che seguitarono a Choro pieno tutte le Monache in rendimento di grazie a Dio di un tanto prodigio. Ma ciò del miracolo fu come un principio, se pur non vogliam dire, che principiasse a capo di dieci giorni un nuovo, e più permanente miracolo: conciosiacosache scaduti li dieci accennati giorni, ella ricadde per mancanza di fede più precipitosamente di prima nel medesimo male con la consueta habituale Ethica febbre, e con nausea cotanto fissa ad ogni sorte di cibo, che il semplice odore di carne cotta, o di brodo con istrana rivoluzione scomponevale sottosopra dal suo fondo lo stomaco con vomito di sangue, con dolore intenso di petto, e moti convulsivi per tutta la vita. In tal deplorato stato perseverò la misera Paziente dieci mesi più con maraviglia ch’ella vivesse, che per maraviglia, ch’ella non morisse. Ricordossi però del suo antico Benefattore, e postasi una di lui Immagine su’l petto, recitò con divozione, insieme con la sua Assistente in forma di Corona un’Orazione di queste parole, Giuseppe Maria Servo di Dio (alludendo al nome del Cardinal Tomasi) pregate Giesù, Maria, e Giuseppe per noi: e ad ogni dieci di dette parole frapose il Pater, e il Gloria; e molto rallegrossi alla promessa, che le fece il Medico di riportarle per la seguente mattina la Tazza del Santo. Poich’ella, benché nella seguente mattina di Novembre 1716 si ritrovasse per il male, come estatica, e fuori di se, non distinguendo più né Persone, né cose, con naso affilato, e occhi convulsi, tuttavia al comparirle la Tazza tutta si commosse, e con alta voce acclamolla, e con occhio sereno ricevella, e con mente sana nelle proprie mani prendendola, accompagnando lacrime a baci, perseverò in simil tenerezza di divozione qualche tempo, cioè fin tanto che verso le hore cinque della notte le comparvero due Religiosi Teatini, un de’ quali fu ben da lei distinto, e riconosciuto per il Venerabile Tomasi, il quale postosi inginocchione nell’Inginocchiatore prossimo al letto, cortesemente interrogolla, Come state? PietasRispose l’Inferma, Che sputava sangue; ed il Cardinal rispose, Non lo farai più, ed in così dire fè mostra di partirsi. Soggiunse allora l’Inferma, E questo dolor di petto? Allora il Servo di Dio posando la sua mano su’l di lei petto, poche parole replicolle, e queste Spera, Spera: e quindi sparì. Ritrovossi incontanente la Monaca libera dal mal di petto, di febbre, e di tutti li molti, e acerbi sintomi, che fin a quel momento la molestarono: ma ella o non credendo a se, o non dando piena fede al miracolo, dubbitò e di se, e del miracolo, in modo tale che ne tacque il racconto, e dissimulandone il successo, volle più tosto portarsi da convalescente, che dichiararsi per sana, seguitando a coltivare il letto con intenzione di voler authenticare il miracolo col corso di qualche tempo. Ma non gradì al Venerabile Servo di Dio questa tiepidezza di fede, onde a capo di pochi giorni comparsole di nuovo su le hore sei della notte a piè del letto, con volto, e voce sdegnata, Perché non ti alzi? Dissegli, Alzati su: e riplicolle, Quella Orazione, che tu dichi, mi piace: dilla pure: sparì il Santo: confusa, e ubbidiente si tolse la Monaca dal letto: impiegò tutto il rimanente della notte in ringraziamento, e in orazione: quindi si pose al lavoro delle Cere benedette, e la mattina accorsero tutte le Monache al racconto del miracolo, e al miracolo: sopravvenne il Medico, al quale tutt’allegra, e sana andò incontro Suor Giacinta, magnificando tutti, come una sol voce uscita da molte bocche, l’Altissimo Dio, e’l Venerabile Tomasi, per il cui merito il Signore operava cose cotanto stupende, e miracolose. L’Orazione sudetta in forma di Corona fu parimente presa in uso di divozione da molte e Religiose, e Secolari Persone, e distintamente dall’altre volte commemorato Gio. Francesco Nicolai Arcivescovo di Mira, sopra il suo Fratello Antonio Nicolai oppresso da maligna Puntura di petto che ricevé la medesima grazia di sollecita guarigione.
Ma se Noi in questo Capitolo far volessimo menzione di tutti li Miracoli operati d Dio ad intercessione di questo suo Servo ne’ soli poch’anni, che scorsi sono dopo la sua morte, ci converrebbe di un Capitolo far un Libro, che dir si potrebbe non tanto un Libro di miracoli, quanto un miracolo fra li Libri. Habbiamo presso di Noi trentanove attestazioni pubbliche di guarigione quasi tutte istantanee, giurate, e authentiche in ogni sorta di mali: altre molte di Donne liberate da flussi di sangue, e da pericolosissimi Parti: altri di accidenti apoplettici riusciti innocenti, per chi patilli: di piaghe incancrenite risaldate: moltissimi di calcoli felicemente tramandati: di sciatiche invecchiate, e guarite: di rottura d’ossa risaldate, di Scirri interni dileguati, di spaventosi adunamenti di maligni humori nelle mammelle delle Donne, felicemente, e istantaneamente svaporati, di Scaranzie Canine subitaneamente svanite, di Bambini in fascie da non conosciuti storcimenti, e mali risanati: di agitazioni di scrupoli, e da assalti horribili di tentazioni suppresse, e in somma di tutte quelle infermità, che può patir Huom soggetto alla morte, e che può miracolosamente sanare l’intercession d’Huom, che gode appresso Dio la felicità in Cielo di Beato, e ciò o alla sola invocazione del di lui nome, o al solo contatto delle di lui reliquie, o al solo accesso al di lui Sepolcro, in ogni tempo, in ogni luogo di là da’ monti, e nella nostra Italia, con quell’ampia latitudine di gloria, che dopo una penosa vita ha promesso Dio a’ suoi Servi anche in questo Mondo.
Ma chiuda un d’essi il racconto di tutti, per le circostanze nuovo, per gli accidenti vario, per l’intreccio stupendo, e non men gradevole, che utile a Chi da esso vorrà dedurre la benigna propenzione di questo gran Servo di Dio nel soccorrere a tutti in ogni luogo, in ogni male, in ogni tempo, mentre in un sol fatto, che riferiremo, consolò Viandanti, multiplicò alimenti, ammanzò, e dimesticò Banditi, convertì Peccatori, conservò intatto il freddo della neve dagli ardori cocenti del Sole, ritenne pendente l’acqua su la tessitura di un forato, e sdrucito panno, e fin ridusse vigoroso, e snello per lungo viaggio di novanta miglia, un incancrenito, e putente Giumento: cose tutte, che compongono un prodigio di miracoli, de’ quali eccone il dilettevole racconto.
Giuseppe Brancati Fratello dell’Istituto della Vita comune de’ Sacerdoti Secolari della Casa di S. Maria della Volta di Palermo, dovendo portarsi da quella Città a Palma per servir di Compagno al Padre D. Matteo Raimondi Procuratore Generale di detto Istituto, il Prencipe di Niscemi lo richiese per sicurezza del viaggio di porsi in compagnia di un Mulattiere, che di suo ordine recar doveva al Principe di Lampedusa Pronipote del Venerabile Cardinal Tomasi, una Cassa, in cui erano racchiusi gli habiti Cardinalizj del morto Servo di Dio. Condiscese volentieri il Brancati all’invito, e partissi da Palermo il Mulattiere con un vigoroso Mulo, carico della sudetta Cassa, e il Religioso sopra un Cavallo, tal qual fugli dato o dal Superiore, o da qualunque altro si fosse, emaciato, debole, ulceroso, impiagato, e puzzolente a segno, che oltre al non potersi reggere ne’ piedi, putiva con istomachevole fetore anche in lontananza. Il buon Fratello o non badò, o pur se cura pose alla dissonanza del suo Giumento infradicito, che doveva andar di pari con un Mulo giovane, e robusto, trascuronne il pensiere, e sol’intento alla partenza, animosamente ambedue intrapresero la strada, senza nausea del prossimo puzzo, e senza ritardamento alcuno di passo né dell’una bestia, né dell’altra. Giunsero a Milsimere, Terra lontana da Palermo dodici miglia, e ivi posarono ambedue, e fatta annevare una boccia di vino, presero proporzionato ristoro e per il viaggio, e per l’arsura del Sole, e per lo Scirocco, che in quelle parti coce, quanto il Sole. Nel partirsi da Misilmere uno Stefano de Stefani Calzolaro, Amico del Brancati, offerigli in refrigerio per il futuro cammino un fiasco di creta pieno di vino in quantità di tre fogliette, e mezza di misura Romana. Fu gradito il dono, e dal Mulattiere fu riposto il fiasco dentro il Cappuccio di un suo sdrucito, e vecchio Tabano di lana, che pendeva giù a traverso pendolone dalla soma, e per accrescer risa a’ circostanti nel medesimo Cappuccio votò tutta l’acqua di quella neve, ch’era servita poc’anzi a rinfrescargli il vino, che in Misilmere havevano bevuto, dicendo, Beveremo ancora quest’altro vino in neve. Egli operò burlando, ma Dio dall’alto accompagnò gli habiti del suo Servo con corteggio, e guardia di miracoli. Su’l colmo del caldo giorno giunsero dopo tre hore di cammino ad un’altra Terra chiamata Agliasto: e quivi di nuovo si riposarono, e preso dal Cappuccio il fiasco molte volte largamente bevvero, e le bevute furono tutte così copiose, e fresche, che prima da qualche maraviglia, poi da inopinato stupore furono ambedue sorpresi, allor quando si avviddero che dentro il forato Cappuccio si era mantenuta l’acqua della neve, come in chiusa conserva, ed a’ raggi di ardentissimo Sole non sol fresca, ma fredda, e potente a raffreddare eziandio un fiasco di dura terra, e cotta. Tuttavia e maraviglia, e stupore riservato nel petto, di nuovo si accinsero al viaggio, nel quale non sol la Rozza camminava al pari del Mulo, ma al riverbero, e al flagello del Sole nullamente putiva, e pareva al mirarla rinvigorita in forze, come risanata nelle piaghe. Non guari lontano incontrarono otto Viandanti, dal Barancati conosciuti, che scalmanati richiesero refrigerio di bevere. Prontamente fu offerto loro il miracoloso fiasco, il quale al solito somministrò agli assetati copioso, e fresco il vino. Quindi al salir d’un Monte scuoprirono una masnada di trentasei Banditi a cavallo che a briglia sciolta e can calato ver loro venivano armati egualmente di crudeltà, e di archibusi. Li due viandanti intimoriti all’inaspettato incontro di quella fiera Canaglia, anche a richiesta di essi, si gettarono a terra, e con voce disposta a terrore, interrogati, Che portassero? Niente, rispose il Religioso, ma il Mulattiere, Questa Cassa, disse, ove sono racchiusi gli habiti Cardinalizj del Cardinal Tomasi. Al venerando nome del Tomasi, come al tuono di un fulmine riman’attonito chi ne sente lo scoppio, così quei Banditi chi spaventato, chi intenerito tutti anche nella faccia deposero ogn’ira, e da sacro terrore oppressi, fraposero scuse, e perdono all’insulto, e non contenti di sole parole, adocchiato al petto del Religioso pendente un Crocifisso, ad uno ad uno divotamente lo baciarono, e quanto sol chiesero, se havevano alcun rinfresco di vino? Offeriglisi il solito miracoloso fiasco, e dal Caporale fin’all’ultimo di essi, si bevve a tutto sorso, onde tutti li trentasei Banditi rimasti refrigerati dalla freschezza, e rinvigoriti in forze da quel soavissimo liquore, divoti, e cheti seguitarono la loro strada, divenuti da ferocissimi Leoni mansuetissimi Agnelli. Si aprirono allora chiaramente gli occhi della mente a i due Passaggieri, e il Religioso uscì il primo a dar fuori la sua fin’allora soppressa maraviglia, e al Vetturale insinuò palesemente, che il vigore di quel suo fracido Ronzino, l’acqua ritenuta in un crivello, per così dire, di lana, il fresco della neve preservato dagli ardori del Sole, il vino a stupore accresciuto nel fiasco, e la istantanea mutazione di gente avvezza alla barbarie, non altronde poteva procedere, che dal sacro deposito di quegli habiti Cardinalizj, che non tanto essi portavano, quanto da essi con prodigiosi miracoli erano portati a salvamento in quel viaggio. Il Vetturale già da prima anch’esso secretamente compunto, ma nulla assuefatto a dar bada a quelle insolite ispirazioni, e di coscienza simile alla professione del suo mestiere, diede in aperto pianto, e domandando misericordia a Dio de’ suoi peccati, accendeva ed era acceso dal fervente Religioso, che magnificava Dio nell’esaltare il merito, ed invocar la protezzione di quel gran suo Servo il Venerabile Tomasi. In questi santi discorsi giunsero la sera ad Arcara, non mai lontani dal sacro Tesoro di quell’Arca, sopra la quale eziandio volle il Religioso la notte posare il capo per divozione. Si seguitò a bere nel fiasco, e seguitò il fiasco a dar vino, che poi presso Palma mancò: Doppo di che, sono parole della Deposizione giurata del Brancati, gittai via dal Cappuccio l’acqua, la quale ancora era fresca, ed il Cappuccio al di fuori era rimasto asciutto, senza che l’acqua havesse penetrato, non ostante che fosse di lana tessuta rada, semplice, e senza tela incerata, o altra fodera di qualsiasi sorte. Così egli. Il miracolo, o per meglio dire, questi miracoli sarebbono forse stati occulti, e suppressi dalla lontanaza del Paese, se Dio con nuovo miracolo non li havesse rivelati in Roma, nella conformità, e forma che siegue. Portatosi a Roma il sopranominato Padre D. Matteo Raimondi per interessi della Religione, il Padre Superiore di Palermo, senz’alcun’impulso del Padre D. Matteo, comandò al Brancati, che colà si portasse per servir in Ufficio di Compagno al Raimondi. Portovvisi, giunse, e accompagnando un giorno il Raimondi, entrarono amendue in una Bottega, dov’erano Ritratti de’ Cardinali. Subitamente il Brancati corse con gli occhi per invenir quello del Tomasi, e rinvenutolo, sentissi una interna vehemente commozione nell’animo di divulgare con authentica attestazione i prodigj seguiti in quel suo miracoloso Viaggio da Palermo a Palma: ma o per poca prattica di Roma, o per nissuna cognizione di Persone deputate a questi atti, ritenne in se quel pio desiderio, non senza però una secreta, e santa impazienza di rivelarlo: il che opportunamente allora fece, rendendo consapevole pienamente il Padre D. Matteo degli accaduti avvenimenti. Stupì questi al miracoloso racconto, e ardendo anch’egli del medesimo incitamento di rivelarli in forma autentica, improvisamente fuor della Bottega accennata, cioè dentro la Chiesa di S. Andrea della Valle, presentoglisi inaspettatamente avanti il Postulatore della Causa introdotta in Roma del Cardinal Tomasi, suo già conoscente, che alla prima occhiata parve loro miracolosamente mandato avanti da Dio, acciò ad esso rivelar dovesse in giurata fede li già descritti e non per anco propagati avvenimenti: onde non così tosto viddelo, che narrogli il tutto, ed offerigli pronto il Testimonio, cioè il Brancati suo Compagno, che benché assuefatto alle maraviglie, pur tuttavia non poté anch’esso non maravigliarsi di sì desiderato, e inaspettato incontro, e richiesto di pronta attestazione, incontanente la fece sotto li 24 Ottobre 1715 di cui è il ristretto, che qui è piaciuto a Noi di registrare a gloria di Dio, e del suo gran Servo il Venerabile Cardinal Tomasi, acciò questi si degni di proteggere dal Cielo Chi ha scritto, e Chi legge questo Libro.

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