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LETTERE

DETTATE DAL
CARD. SFORZA PALLAVICINO
Di gloriosa memoria.

RACCOLTE, E DEDICATE
ALLA SANTITA’ DI N. SIG.

PAPA CLEMENTE NONO.

Da Giambattista Galli Pavarelli
Cremonese.
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IN ROMA, Per Angelo Bernabò, 1668.



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LETTERE AL P. D. CARLO TOMASI



Al Padre D. Carlo Tomasi Cherico
Regolare.

ttimo consiglio mi parve quello che mi fu comunicato dalla P. V. di ridurre ad ordine, e a metodo l’Opere del P. Antonino Diana: però che senza queste doti non si ha mai né unità, né bellezza; né, ciò che importa nel caso nostro, facilità d’imparare. Ma per quest’ultima ragione io vorrei che non s’aspettasse il divolgamento di tal nuova fatica, al qual richiederassi un tempo considerabile; ma che fra tanto si publicasse un Indice universale delle materie contenute ne’ Tomi stampati già dall’Autore; il qual’Indice li renderebbe altrettanto preziosi ed utili. Però che, possedendosi da noi le cose per mezzo della cognizione, sì come dice S. Tommaso; tanto è maggiore o minore la possessione, quanto è più o meno agevole di ridurre all’atto la cognizione della cosa posseduta in abito. Onde chi ha i libri del P. Antonino, acquistando per mezzo di così fatto Indice una somma agevolezza di sapervi ritrovare ogni materia; si avanzerà notabilmente nel vero possesso delle cose ivi contenute: là dove ora è simile ad un uomo ricco padrone di gran Guardaroba, ma che non sappia in qual’Armario ed in qual Cassa stia questa o quella gioia, questo o quel drappo. L’umiltà e la confidenza della P. V., che mi ha ricercato del mio parere, sa ch’io assai francamente gliel dia. E ben che sia di picciol conto, piacemi nondimeno ch’ella il reputi di gran pregio, perché mel paghi col tesoro delle sue frequenti e ferventi orazioni: alle quali con ogni affetto mi raccomando.
Di Casa il dì 28 di Novembre 1661.



Al P. D. Carlo Tomasi Cherico Regolare,
essendo il Sig. Cardinale a Castel Gan-
dolfo, dove villeggiava il Papa.

on potremo far’insieme le feste dello Spirito Santo; però che chi ha l’assistenza dello Spirito Santo, vuole altrimenti. Mi confido nondimeno, che s’io non le farò con lei, le farò bene per lei. Mi favorisca d’esser per me lettera animata col nostro Signore Stefano Pignattelli. E perché son chiamato altrove, finisco di scriverle; ma non finirò mai d’amarla.
Castel Gandolfo il dì 10 di Maggio 1663.




Al Medesimo, a Macerata.

erché non avvenga a V. P. quel che avvenne al Signor Conte di Pegneranda, le rispondo per mano altrui: ma posso dire, lingua mea calamus scribae velociter scribentis. Mi pervenne la sua di Regnano, tutta infocata di spiriti d’amor celeste, ier mattina quando a punto il Padre Zucchi ci fece una serafica predica sopra l’amore ardentissimo che Idio ha della nostra salute; e che i Prelati son tenuti d’avere, e d’esercitare della salute altrui. La prima giornata mi parve molt’opportuna al viaggio di V. P., cioè incomoda e travagliosa: però che sì come sarebbe un tentare Dio l’esporre per volontà la tenue sua complessione a gravi patimenti; così è gran favor di Dio, che le vengano dalla sua mano; la quale comunica insieme le forze per sostenerli, e gli rende tanto più meritorij, quanto men volontarij secondo l’origine; e più virtuosamente volontarij secondo l’accettazione. Traggo il conto, che questa mia possa giugnerle il dì appresso a quello della Divina Incarnazione, e de’ beneficij ch’Ella m’avrà fatti nel Santuario Lauretano; perché un tal misterio riesca a mia eterna felicità, e no a maggior condannazione de’ miei peccati, onde non potendo io renderne a V. P. le dovute grazie nel valore; gliele rendo maggiori ch’io posso nella prestezza. Fin’ad ora la Quaresima m’è paruta breve: e trattando N. Signore l’altr’ieri di farmela rompere, impetrai che mi permettesse il continuarla, da che n’era già passata la metà senza verun mio corporal detrimento. Ma ora incominciami a parer lunga; però che tutte le giornate mi si raddoppiano nell’immaginazione, mentre fossero la molestia della sua lontananza. Ma l’ultima settimana, contro all’uso comune, mi diverrà breve e gioconda, col piacere del suo ritorno, e della sua ricuperata conversazione; alla quale accrescerà diletto la stessa noia della privazione antecedente. Così accade quasi un miracolo in questi due principalissimi affetti dell’uomo, piacere, e dolore; a’ quali si riducono tutti gli altri: ch’essendo essi fra lor sommamente contrarij, si producano con tutto ciò l’un l’altro scambievolmente. Idio conceda ad ambedue noi quel vero piacere, ch’è ben’effetto, ma non cagion del dolore.
Roma il dì 22 di Marzo 1664.


Al medesimo.

al Sabato Santo fin’a quest’ora, e cioè dal tempo ch’io dimezzai le fatiche mentali, e ripresi la metà degli esercizij corporali; le mie gambe sono assai minori, che vuol dire assai migliori. Il miglioramento poi è stato maggiore in questi due giorni, totalmente dedicati allo studio della salute; ma non pari a quello che si ritrasse dalle prime due giornate della stanza in S. Andrea: il che mi conferma, che la Quaresima non era complice del mio male. Presi ier sera la cassia del Signor Cardinal di Carpigna; nella quale si gode quella gentilezza che gustasi in tutte le cose di Sua Eminenza: e con la gentilezza ne ho sperimentata ancor l’efficacia. Il Signor Gianluca, il Padre Cottone, e il Padre Pallavicino mi hanno con la loro venuta fabricata oggi in Frascati una nuova Villa, con le cui delizie indarno gareggia o Belvedere, o Mondragone. Ma tutta quest’ambrosia è coperta di cenere, per le novelle funeste ( era la malattia mortale di Papa Alessandro VII ) di Roma: le quali, se durano, mi faranno tornare fra pochi giorni, e forse fra poche ore. V. P. riscaldi le sue orazioni a publico beneficio: ed io me le offero cordialissimamente.
Frascati il dì 14 d’Aprile 1667.

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LETTERE A D. GIULIO TOMASI
DUCA DI PALMA


Al Signor Duca di Palma.

o mandai a V. Eccellenza un’Immagine d’argento; ed ella me la ricompensa con una d’oro. Che a punto con l’oro fino dell’amor suo è descritta nella sua affettuosissima lettera la viva immagine del suo bel cuore. Il frutto poi, che V. Eccellenza riceve dalla lezione del mio libretto, non è pregio della semenza, ma del terreno: essendo alcune anime come il suolo dell’Isole fortunate, ove sempre germoglia preziosa messe senza opera di coltivatore; onde chi vi spargesse ignobile e steril seme, non dovrebbe ascrivere a sé l’eccellenza e la copia della ricolta. Similmente io non attribuisco a me i santi affetti, che in leggendo le mie mal composte carte, nascono dallo spirito di V. Eccellenza; ma ben gli pongo a mia entrata, assicurandomi che buona parte di essi ridonda in mio pro; mentr’ella, come gemello del Padre Don Carlo nella carità non meno che nella natività; mi prega da Dio il vero e l’unico bene. E le bacio le mani.
Roma il dì 10 d’Ottobre 1665.


Al Signor Duca di Palma.

a solennità del Natale, che già s’avvicina, suole invitare gli uomini, sì per onorar con festa il nato Redentore, sì per darsi tra loro alcun pegno scambievole d’affezione; all’offerta di qualche picciolo dono. Io affine di conformarmi a questo pio, e amichevole uso con Vostra Eccellenza; ho scelte alcune minute cose, le quali mi son’avvisato che le possano riuscire né inutili né discare. Altre di esse le serviranno per pascolo dell’intelletto: altre per preservativo e per medicina del corpo, secondo che le significherà più distintamente il Padre Don Carlo suo fratello, a cui le ho consegnate. Nelle prime vedrà Ella quanta sia stata la virtù di coloro a’ quali io succedo nel Grado; e però quanta sia la mia obligazione a divenir perfetto per imitarli: il che mi confido che le darà stimolo d’aiutarmi a quest’impresa con l’orazioni sue, della Signora sua Moglie, e de’ sei Angeli suoi figliuoli; non lasciandosi vincere in quest’opera di carità dal prenominato Padre suo fratello. Le seconde sono antidoti contra i maggiori pericoli, o mali del corpo; la virtù de’ quali antidoti parte è spirituale, parte corporale: e potrà loro aggiugnere qualche stima il non esser per leggiera opera il procacciarle in cotesti Paesi. Ma qualunque sia il dono, so che l’amor mio e l’umanità di Vostra Eccellenza varranno a renderlo presso di lei prezioso. E mentre io le auguro un felicissimo nuovo anno, e molto più felici poi gli anni eterni; le bacio le mani.
Roma il dì 2 di Decembre 1662.


Al medesimo.

enché la lettera di Vostra Eccellenza, nella qual’Ella m’augurava prosperità nel santo Natale, mi sia giunta sì tardi che si è accompagnata con l’altra ove m’annunzia felice la santa Pasqua; nondimeno io non tardai a legger questo suo propizio desiderio ne’ caratteri, se non della carta, del cuore; che son visibili a’ miei occhi eziandio da lontano, per tante dimostrazioni che tengo dell’amor suo. E penso ancora d’averne raccolto il frutto; attribuendo in gran parte alle sue orazioni, e delle sue Monache Mariane, e de’ suoi Eremiti del Monte Calvario, la special sanità che Iddio m’ha data quest’Inverno, superiore a quel che prediceva l’antecedente mio stato, e l’opinione ancor degli Amici. La qual sanità, benché nel futuro non debba annoverarsi precisamente fra i beni, né bramarsi come tale, ma riguardarsi come oggetto indifferente; nondimeno per quel tempo che Idio l’ha conceduta, e ch’ella ci ha renduti abili a prestargli qualche maggior’ossequio; dobbiamo riputarla sì come bene, e come di tale ringraziarne la sua misericordiosa beneficenza. Non voglio per tutto ciò ascrivere in questo a lei, e a’ suoi Angeli tanta parte, che maggiore non ne tocchi al Padre Don Carlo; il quale nel deserto di questa vita, è per me una manna che mi nutrisce il corpo insieme, e lo spirito; e senza mai cagionar replezione, indigestione, o sazievolezza, mi ricrea con tutti i più dilettevoli sapori. Ho detto male, con tutti; mancandomen’uno, del quale io vivo famelico; e V. E. me ne potrebbe appagare; cioè, l’aver lei qui presente per alcuni giorni a goder delle divozioni di Roma; ed unitamente a consolar l’affezion d’un amico, che le darebbe un Ospizio, non già sontuoso meritato ma non voluto da lei; ma libero, religioso, e cordiale: ad imitazion delle cene che facciamo il Padre D. Carlo ed io, con giocondità invidiabile a’ conviti d’Assuero. Mi trattengo per ora di ringraziarla de’ presenti ch’Ella m’ha inviati, benché già prossimi a venire; sì perché la menzione di essi è troppo sproporzionata a quella che ho fatta dianzi delle nostre povere mense, come perché non voglio tormi la materia di scriver con giusta occasione un’altra lettera assai tosto a V. E. da poiché mi sian pervenuti: essendomi un de’ preziosi condimenti ch’io gusti in essi questa opportunità che mi porgono di trattar con lei, e di figurarmela presente al pensiero mentr’io le ragiono co’ la penna. Fra tanto le bacio le mani.
Roma il dì ultimo di Marzo 1663.

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Al medesimo.

l copiosissimo, e sontuoso presente ch’io ricevo dall’Eccellenza Vostra, mi fa dubitare ch’Ella fin’ad ora non abbia creduta per vera la parcità e la povertà della mia mensa; con tutto che ne le sia stato testimonio maggiore d’ogni eccezione il Padre D. Carlo fratello a lei nel sangue, e ad amendue noi nell’amore: il quale sì spesso prova detto con verità quel modo di parlare che altri usano per cerimonia appo i lor convitati; cioè, che vengono a far penitenza. Il dono è così abbondante per la varietà delle cose, e per la quantità di ciascuna; e così esquisito per la specifica eccellenza di tutte, e per l’individuale in ciascuna; che si confarebbe ad un Re più che ad un Prelato Religioso. ma se Vostra Eccellenza mostrerà d’amarmi di cuore, accettando i ferventissimi inviti fattile da me, perch’Ella eziandio a fin di vedermi faccia il santo pellegrinaggio di Roma, e onori la mia Casa; vedrà co’ suoi occhi quanto lungo spazio di vita Ella mi augura coll’avvisarsi ch’io debba consumare tutto il suo dono: sì che per non lasciarne la maggior parte agli eredi mi è convenuto di compartirlo ad alcuni de’ miei più cari amici e Signori; riserbandone tuttavia per me una larga porzione. Non mi pongo a ringraziarla, perché troppo sarei eloquente, se avessi parole che rispondessero a' suoi fatti, ma se a ciò non trovo parole, non mancherò già di fatti quando mi si presenti qualche opportunità di servirla. E sì come tra tanto pregherò sempre Dio benedetto, che mantenga ed accresca in lei, ed in tutta la sua divota Famiglia quella pietà, che val più di qualunque Regno mondano; così anche mi confido che V. E. e tutta la sua Famiglia aiuteranno me ad acquistarla con le loro orazioni: dono per me più prezioso non solo degli altri da lei mandatimi, ma di quanto potesse darmi ogni Monarca. E le bacio le mani.
Roma il dì 21 d’Aprile 1663.


Al medesimo.

i nutrisce V. E. col più sostanzioso, e prezioso frutto che produca veruna pianta, il che mi rende più tollerabile, anzi quasi gradita la mia inabilità di servirla; però che essendo io tutto di V. E., s’io valessi in suo servigio, questo sì pregiato alimento ch’Ella mi porge, riuscirebbe a suo interesse: là dove ora ha la pura onestà, e il puro merito di liberale, e caritativo. Ho pensato, non so se per gratitudine o per superbia, a qualche maniera di corrisponderle con pasto non inferiore, e finalmente mi è sovvenuta quella che usò Cleopatra per superar nel suo convito le lautezze di Marc’Antonio: il che fece, liquefacendo nell’aceto una perla d’inestimabil valore; e ponendo quell’aceto nelle vivande. Perla superiore ad ogni tesoro, è la purissima umanità del Signor Nostro, che si stemperò nel forte aceto della passione. Io mando a V. E. un piatto reale condito con questo aceto; cioè trenta benedizioni pontificie in articolo di morte per le sue Religiose, e pe’ suoi Romiti. Se il piatto non bastasse pe’ convitati, Ella supplica a mio conto, con farmene aver poi la nota. Le aggiungo cento Indulgenze di San Tommaso di Villanova da compartire a chi Ella vuole, e da potersi applicare a qualunque immagine, Croce, corona; rendendomi io certo ch’Ella sarà savio, e circuspetto distributore di queste sante ricchezze. È indarno, che appresso a ciò io le offera ogni mio potere in acconcio di quel sacro Giardino che V. Eccellenza ha piantato per coronar perpetuamente di nuovi gigli la Reina del Paradiso: però che troppo vantaggio a me risulta dall’esser’ammesso alla compagnia di questa cultura; presso all’utilità della quale rimarrebbe di niun valore, ove ancor fosse vera e non favolosa, quella de’ pomi d’oro attribuita agli Eroi della Grecia vantatrice. Io scrivo la presente a Vostra Eccellenza nell’anniversario di quel giorno che Dio volle vestir il mio fango co’ drappi colorati dal sangue, del suo Figliuolo. Il Padre D. Carlo m’aiuta oggi ad interceder venia da S. D. Maestà dell’ingrata corrispondenza rendutale per quattr’anni, e grazia per compensar con gli ossequij futuri la negligenza preterita. Mi confido che anche V. E. e cotesti suoi Angeli concorreranno a procurarmene l’impetrazione. E la prego col più vivo, e col più sincero affetto del cuore a non divertire da quest’unico punto, che equivale a tutta la sfera del nostro bene, veruna orazione che le piaccia di fare in mio pro all’Onnipotente Misericordia. Del mio Ritratto non dico altro avendolo V. E. così efficacemente voluto. Ma sia piacer di Dio, che tutta la mia vita non somigli appunto un Ritratto, cioè una colorita superficie senza verità, e senza fondo. E le bacio le mani.
Roma il dì 10 di Novembre 1663.


Al medesimo.

ue gran favori ad un tempo ricevo dalla cortesia di V. E. l’uno è, ch’Ella si compiaccia di condescendere a’ miei preghi col significarmi ciò che più le sarebbe gradito ch’io le mandassi da queste nostre contrade: essendo atto forse di più cordiale amicizia il mostrarsi pronto a ricever piacere dall’amico, che a farglielo: poiché il secondo può derivare ancora da una generale grandezza d’animo; il primo, sol da un confidente, e speciale amore. L’altro è, che in ricompensazione de’ suoi maturi frutti, si contenti d’accettare la semenza de’ fiori. Io temei che la stagione mi disdicesse il servirnela fin’all’anno futuro: e parlando a lei con la nostra sincerità, le confesso, che ciò mi diede materia d’averle nuova obligazione; cioè di meritar con Dio nel conformarmi al suo volere in quel che per altro m’era d’amaritudine. Ma o sia stato in premio di questa risegnazione, o più veramente in risguardo al pio uso al quale V. E. destina i desiderati fiori; per divina mercé ho potuto ad un tratto metter’insieme tanta copia di varie e scelte cipolle, che basti ad appagare non solo il modestissimo animo di V. E., ma quasi anche il mio, altrettanto avido di servirla, quanto tenuto; che vuol dire avido senza misura. Né le sarà discaro d’intendere che da queste cipolle, prima che fioriscano a lei, sia nato a me qualche buon frutto, del quale altresì debbo grado a V. E.: però che, veggendo io quella deforme e rozza materia, da cui la natura, cioè Dio, fa pullulare parti sì vaghi e sì odorosi; applicai la simiglianza alla viltà del nostro fango tutto impastato d’infermità e di colpe; dal quale il medesimo Dio con esercizio di più alta, e di più benefica potenza, fa germogliare operazioni di virtù, che negl’incensieri degli Angeli son portate a profumare il Paradiso; e per mano loro sono sparse come rose d’immortal porpora ad infiorare il Trono della Divinità. Sotto al quale spero nell’infinita Misericordia, che V. E. ed io dobbiamo impetrare amico e beato soggiorno negli anni eterni. E le bacio le mani.
Roma il dì 15 di Novembre 1663.

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Al medesimo.

uole al palato d’alcuni rendersi gustevole non tanto la bontà, quanto la rarità del cibo; diffondendosi l’alterigia dell’animo eziandio nel senso più materiale del corpo. A me così la ragione come la religione detta pensieri, e genera voglie del tutto differenti. Nondimeno la scarsità de’ pistacchi provatasi in Sicilia quest’anno, aggiugne per la mia bocca un gratissimo condimento al natio loro sapore; mentre mi fa gustare in essi l’affettuosa liberalità di V. E., che sa convertire in accrescimento di sua virtù, e di sua lode anche il difetto della natura, e dell’annuale. L’antecedente suo dono è stato quasi l’unico mio alimento in tutta la Quaresima; sì che ho potuto osservarla senza mortificazione del senso, e senza diminuzione della salute: tanto, che non mi sarebbe grave che questo giorno il qual n’è l’ultimo, ne divenisse il primo. Col novello presente mi sia tanto più agevole quell’astinenza la quale successivamente in varie giornate della settimana e dell’anno, mi è o prescritta dalla Chiesa, o imposta da una volontaria usanza. La narrazione di quanto ho scritto fin’ad ora con semplice verità, siami in vece di ringraziamento; valendo ella per manifestare a V. E. e la viva mia cognizione dell’amorevolissima sua cortesia, e il gran profitto ch’io ne traggo. E le bacio le mani.
Roma il dì 12 d’Aprile 1664.


Al medesimo.

ingrazierei V. Eccellenza, che si confidasse di comandarmi in affari di suo servigio, se non m’avvedessi ch’Ella più tosto mi somministra opportunità d’operare in servigio mio; chiamandomi a parte del prezioso credito che acquisteranno con quelle divote Spose di Gesù Cristo coloro, a cui sarà toccata ventura di concorrere al pio stabilimento del loro Instituto, e al conseguimento delle sante loro soddisfazioni. Il Padre D. Carlo potrà testificare a V. E. ch’io non ho trascurato di procurar questo mio vantaggio da lei offertomi. Egli insieme le farà capitare l’ultimo volume della mia Istoria racconciata: il quale dee esser grato a V. E. non solo perché è mio, che son suo, ma perch’egli immediatamente è suo, sì come fatto in gran parte co’ suoi elettissimi doni, che si sono convertiti in quegli spiriti migliori onde la mia testa ha potuti generare i fantasmi per concepir questo parto. In esso vedrà Ella un vivo ritratto mio; non apparendo meglio altrove l’immagine d’un’huomo che ne’ lineamenti della sua penna. Ma unitamente le voglio mandare un Ritratto del mio Padre, ch’è anche Padre suo, e del Cristianesimo; dico, del nostro Santissimo Papa Alessandro; ed insieme della più santa funzione ch’egli eserciti in Terra, mentre porta in mano quel Dio del quale è Vicario. Un terzo Ritratto di Personaggio più sublime, che vuol dire non terreno, ma celestiale, e adorato da lei con qualche singular divozione; spero di farle aver fra pochissimi giorni. Fra tanto, per dare stimolo a V. E. del sacro pellegrinaggio a cui la invitai, non solo con le parole, ma con l’esempio; mi pongo io a farne un simile visitando le adorate Memorie della Madre de’ Peccatori, e del Padre de’ Poveri. Santificherà, e condirà i miei viaggi il già detto Padre D. Carlo con qualche altro venerabile Religioso: e pagheremo a V. E. il tributo delle nostre orazioni; le quali tanto saranno più accette a Dio, quanto Ella ci darà maggior sussidio con le sue, a fin che otteniamo grazia di far più divote, e più ardenti le nostre. Et a Vostra Eccellenza bacio le mani.
Roma il dì 6 di Settembre 1664.


Al medesimo.

l Padre D. Carlo ed io siamo stati in corso, e abbiamo fatta preda; la quale secondo le leggi della guerra convien che tra noi si divida: benché la maggior parte ne toccherebbe a lui, sì per la ragione onde furon’aggiudicate ad Aiace l’armi d’Achille; cioè, perch’era il più simile nel valore ad Achille: tal che, essendo la nostra preda le reliquie d’alcuni Santi, v’ha maggior diritto chi gli assomiglia nella virtù: sì per la convenienza speciale co’ medesimi Santi nel (è di Casa Tomasi.) cognome, e nel nome; poiché l’una di esse reliquie è una soscrizion di San Carlo, l’altra è un pezzo del berrettino di San Tommaso d’Aquino. La seconda reliquia essendo divisibile, può agevolmente soddisfare ad amendue: e perché il Padre ha comune con V. E. non solo il cognome e il sangue, ma il cuore e la pietà; riceverà in grado che la parte dovuta a lui sia da me mandata a lei, come fò nel reliquiario qui aggiunto. La prima, ch’era proporzionata particolarmente ad esso per rispetto del nome; non ammettendo divisione, mi costituiva in qualche pensiere o di privarmene con molestia, o di ritenerla con ingiustizia. Ma la divina grazia vi ha provveduto, ispirando ad una persona ch’ebbe di ciò contezza lo stesso giorno della mia tornata in Roma, il darmene un'altra che per ventura ne possedeva. Riman che V. E. con l’orazioni sue, delle sue Vergini e de’ suoi Angioletti m’impetri l’imitar que’ due gran Santi in divozione; come dell’uno ho il Grado e dell’altro ebbi comune lo stato Religioso, e la profession di Teologo. Et a V. E. bacio le mani.
Roma il dì 4 d’Ottobre 1664.

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Al medesimo.

o non credeva che la benigna affezione della quale mi favorisce il Signor Conte di Pegneranda potesse nella mia stima crescere in pregio; ma ciò m’avviene ora, mentre da essa riconosco un nuovo comandamento di V. E., e una nuova opportunità di servirla. Scrivo al Signor Conte nella forma ch’Ella vedrà nel dupplicato da me consegnatone al Padre D. Carlo. S’io avessi qualche attitudine d’esprimer il mio concetto in carta; questa volta me ne sarei compiaciuto singolarmente, perché m’avrebbe giovato ad un fine, del quale ho sì acceso desiderio; com’è, che la mia opera sia fruttuosa ad un mio tanto degno Amico e Signore. Dopo gli esercizij spirituali del corpo ho fatti quelli della mente; ne’ quali mi sono ricordato di V. E.: e mi ha data occasione di meritare con qualche atto difficile di conformità al voler divino, una malattia che sopravvenne in questi giorni al P. D. Carlo; leggiera in sé, ma non leggiera per lui, ch’è tanto fiacco nella sanità quanto è forte nella virtù. Non era già questa mia sollecitudine effetto d’amicizia, ma d’amor proprio; però ch’egli in lasciar il Mondo avrebbe acquistato il Cielo: onde in questa separazione tutta la iattura sarebbe stata di noi mondani. Ma ben sì quest’amor proprio era virtuoso, e regolato dall’affetto all’ultimo fine prescrittoci dal nostro Creatore; all’acquisto del quale fine dobbiamo desiderare di non perder i più giovevoli mezzi. Intorno a me mi congratulo con V. E. che se le sia giunto un mezzo tanto efficace per così fatta conquista, qual è l’offerta del suo egregio Primogenito alla milizia del nostro Redentore. Questa è la prudente maniera di fondar le Case non solo in Cielo, ma eziandio in Terra: sacrificar il più caro che noi abbiamo a chi è unico Signore e del Cielo, e della Terra, il quale conceda a V. E. tutte le prosperità.
Roma il dì 18 d’Ottobre 1664.




Al medesimo.

Grand’allegrezza in me produrrebbe il dono così largo di V. E. s’io quindi potessi arguire l’abbondevol frutto della sua nuova Tonnara; sapendo che ogni aumento a lei di ricchezza vale a culto di Dio, e a ristoro de’ Poveri. Ma la notizia che ho della sua liberalità verso di me, la qual non prende misura se non dal suo smisurato amore; mi rende fallace quest’argomento. Nondimeno mi giova di raccoglier altronde la medesima conclusione, cioè da quel che dianzi accennai: che Idio il qual è il dator d’ogni bene in Terra, quanto aggiugne a V. E. d’entrata, aggiugne di patrimonio allo splendore delle sue Chiese, e al sostegno de’ suoi Servi: onde ciò che dà Egli a V. E. dà più veramente a se stesso. Io in ringraziamento posso affermarle, che ricevo con sì cordial piacere quanto mi viene dalla sua mano, che non meno mi sono ora dolci i suoi salsumi di quel che già mi fossero le sue confezioni; con una dolcezza di superior diletto a quanto ne gusta il palato, e sensibile solamente dal cuore. Ed a V. E. bacio le mani.
Roma il dì 22 di Novembre 1664.


Al medesimo.

eneca dice, che un picciolo beneficio col farsi in tempo opportuno, diventa grande; adunque un dono grande fatto in tempo opportuno, diverrà grandissimo. E tale è quello ch’io ricevo da V. E.: grande per la qualità, essendo di frutti preziosi e rari; grande per la copia, che quasi li rende vili: come la liberalità di Dio ha rendute vili nell’umana estimazione molte grazie per loro natura massime; quali sono la luce del Sole, e il perpetuo movimento del Cielo a nostro profitto. Ma l’opportunità in cui mi perviene gli dà il sommo della grandezza; però che non solamente mi giugne nel digiuno quaresimale, che col divieto d’altri cibi sustanziosi fa che questo sussidio non sia lusso di delizia, anzi conforto di bisogno; ma è indugiato ad arrivare da poi che il corpo era stanco per la metà della sofferta penitenza; e quando gli rimanea a soffrirne l’altra metà aritmeticamente, ma che geometricamente è più di tre quarti: ed a punto come imber serotinus, che rinfresca la terra quand’ella n’è più bisognosa per aver patito tutto il giorno l’arsura del Sole: tale è stato il presente di V. E.. Ma il Padre Don Carlo mi ha inzuccherati i suoi pistacchi con la movella dell’entrata accresciutasi a lei grossamente quest’anno. Io me ne rallegro, non perché Idio glie l’ha data, ma perch’Ella vuol renderla a Dio: questa sola forma di contrasto con Dio è laudabile e eroica. Idio non si vuol lasciar vincere in cortesia da V. E., rimunerando le sue buone opere anche in questa vita: ed Ella non si vuol lasciar vincere in cortesia da Dio, ridonando a Dio le sue stesse rimunerazioni. E così oprando, V. E. dà maggior gloria a Dio, che se lo lasciasse vincitore; e più accumula per sé, che se nulla gli ridonasse: obligandolo a custodirle nell’eternità ciò che appresso di lei si corromperebbe nel tempo. E le bacio le mani.
Roma il dì 14 di Marzo 1665.

Poscritta.

o serbato a dar di mia mano in quella maniera che posso la benedizione a tutta la Casa di V. Eccellenza; alla sua Persona, alla Signora Duchessa, e all’angelica loro progenie: ma con una santa simonia di riceverne in pagamento le loro orazioni, non perch’io viva felicemente, ma perch’io muoia santamente; di che poi è frutto la vera vita felice non terminata da morte.

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Al medesimo.

llora una virtù è più sublime nelle sue opere, quando s’esercita altamente in quelle materie che sono infime di lor natura. Non può trovarsi vitto più povero che il pane, e l’acqua: e pur la liberalità di V. E. me ne fa un presente sì sontuoso (erano paste siciliane et acqua di scorzonero), che una parte di esso basterebbe per offerirsi degnamente ad ogni gran Principe, ed io ritenendone a sufficienza per mio uso, dividerò il resto fra molti miei riveriti Signori. Ma quanto mi vien d’esquisito, e di delizioso dalla generosità di V. E. è per me vile, e insipido, in paragone di quella manna che sparge su le nostre religiose cene la voce, e l’esempio del Padre di D. Carlo suo, anzi nostro comun fratello: non essendo la fratellanza sì special prerogativa della parte men principale dell’huomo, che assai più non possa convenire a quella in cui massimamente consiste l’essenza dell’huomo. E le bacio le mani.
Roma il dì 30 di Maggio 1665.


Al medesimo.

enché all’essenza del dono ripugni il pagamento, nondimeno io vorrei rendere a V. E. qualche pagamento de’ preziosi suoi doni, che a loro si confacesse: non togliendo a lei il pregio della liberalità, né sciogliendo me dal vincolo, che non m’aggrava, dell’obligazione. Un tal pagamento sarà di due sorti: l’una in ricompensarla con un piacere, che non pure non sarà rifiutato dalla nobiltà del suo animo, come sarebbe ogni altro prezzo; ma che le verrà tanto più caro, quanto il suo animo è più nobile. Questo è, che i suoi elettissimi presenti sono stati non pur di delizia, ma di profitto alle maggiori Persone di Roma sì per sangue, sì per Grado, sì per virtù: e fra esse comprendo ancora la maggior Persona del Mondo. Né può un cuore innamorato dell’onesto sentir più gradita consolazione, che il sapere d’aver con l’opere sue cagionato il bene altrui, e massimamente di coloro dal cui bene depende il bene di tutto il Genere umano. L’altro pagamento è una retribuzion d’amore; pagamento che da ogni amore, per gratuitu che sia, non solo è accettato, ma desiderato. E ancorché quest’amore paia riguardar più tosto la persona del Padre D. Carlo, che di V. E.; nondimeno la medesimezza che è fra di loro in tutte le virtù, e in tutti gli affetti più che nel sangue; mi dà ragione di non distinguere né in quel che ricevo, né in quel che rendo, l’uno dall’altro. Vedrà per tanto V. E. un ritratto vivissimo dell’amor mio verso di loro nella copia della lettera dedicatoria (è del terzo libro della Perfezion Cristiana) che le mando qui aggiunta, e che presto si divolgherà nelle stampe. Essa è di picciol valore per ogni altro capo; ma è il sommo che possa uscir dal mio cuore; sì che tanto dee stimarsi quanto è stimato il mio cuore: e posta una tal misura, certo è che la stima divien’altissima inverso di V. E.; la qual con tante, e sì fine dimostrazioni ha dato a vedere, che l’acquisto del mio cuore non le pareva caro a qualunque spesa del suo. Conchiuderò la lettera benedicendo la Signora Duchessa, e i Signori suoi figliuoli; a beneficio de’ quali prego Dio perpetuamente, con certezza d’esser’esaudito e perché prego per chi merita d’ottenere, e perché domando per loro da Dio quel che merita d’esser domandato a Dio. Et a V. E. bacio le mani.
Roma il dì 13 di Giugno 1665.


Al medesimo.

enza ingrandimento di rettorica o di cortesia, posso con V. E. usare quella forma di ringraziamento, che avanza tutte l’altre; cioè, dirle ch’io sono obligato a lei della vita. Imperoche mantenendosi la vita e col cibo, e col medicamento; Ella per cibo mi sumministra il più prezioso e salutifero frutto che si colga dagli alberi, e per medicamento il più stimato e sanativo licore che s’esprima dall’erbe e d’ambedue in tanta abbondanza, che dell’uno io abbia onde pascermi tutto l’anno, e dell’altro onde far dono a molti gran Personaggi, e dar soccorso a molti poveri infermi. Ma non è questa la maggior delle mie obligazioni verso l’E. V. non solo mi dà Ella il potere allungar questa vita mortale, che in fatti poi è cortissima per necessità e vilissima per infelicità; ma il tesoreggiar nell’eterna: mentre la sua pietà rende fruttuoso in sé, e nei suoi congiunti ed amici quel mio libretto spirituale, e pertanto mi fa divenir creditore di non caduche ricchezze nel libro della vera vita, ricusa V. E. di paragonar questo mio Componimento all’oro. Perché l’oro è sterile: ma io anche per altro capo avrei tenuto in basso pregio questa comparazione fattane dalla sua penna. Poco loda un suggetto chi lo pareggia a materia poco da sé stimata, quantunque tenuta dagli altri in grandissimo conto. Ben’è vero, che la fertilità di questo mio libro, non tanto si esperimenta in V. E. quanto si cagiona da V. E.: e in ciò che appartiene all’anima sua, basta il trattarsi quivi di Dio in qualunque modo, acciò che in lei ne germogli copiosa messe di pensieri, e d’affetti devoti; come in alcuni campi basta che s’introduca in qualsivoglia maniera il raggio del Sole a fin che vi nascano fiori e erbe odorifere, senza che se ne debba pregio al colono. Gli altri poi, essendo o allievi, o amici di V. E., partecipano della sua condizione; o almeno l’opera data loro da lei prende santità ed efficacia dalle sue mani: in quella guisa che l’acque minerali diventano salutifere in virtù delle vene, e del suolo per cui trapassano. Del nostro Padre D. Carlo io non dirò altro a V. Eccellenza, se non che fra’ miei voti è quasi il maggiore di poter continuar la sua stretta conversazione, fin’a quell’ultimo momento dal qual depende tutta l’eternità. E le bacio le mani.
Roma il dì 9 del 1666.

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Al medesimo.

a Sicilia che per la sua fecondità hebbe già il pregio d’esser nutrice di Roma, cioè del Mondo compendiato in una Città; ora per la cortesia di V. E. è nutrice mia. La felicità di cotesto suolo produce frutti e sughi tanto esquisiti, che né il nostro né verun’altro terreno può emularli, o ricompensarli. Con tutto ciò la terra di Roma è privilegiata, se non dagl’influssi del Cielo, dalle grazie del Paradiso, a vincer di gran lunga con le sue polveri non solo i fruttiferi campi della Trinacria, ma le miniere del Potosì, e del Perù; onde a V. E., che è retto estimatore di questa valuta, io ardisco d’affermare che il suolo romano mi porge materia da presentarle, assai più preziosa, più nutritiva, e più salubre di quanta V. E. ne porge a me ne’ suoi elettissimi doni. Questo paese è impastato di corpi, e di sangue di Santi Martiri: onde quanto in altri tempi fu egli più esecrabile, è ora più sacro. Uno di questi corpi congiunto con un vaso del sangue sparso da quel Martire ch’ebbe nome San Traspadano, mi è avvenuto di conseguire, e di poterlo onorare con mandarlo a ricevere il culto dalla pietà di V. E. l’ho già consegnato al Padre D. Carlo, com’egli le scriverà più distintamente. Io, che ora mi riconosco per creditore presso di lei, aspetto e voglio nondimeno un premio superiore a questo mio presente e ciò è, che V. E. mi ponga a parte del merito, e dell’impetrazione che acquisterà nell’adorar queste sacrosante Reliquie: poiché maggior valore ottien presso a Dio, e maggior tesoro è per noi un atto di carità e di cuor contrito, che non sarebbe il possesso di tutti i corpi degli Apostoli e del Sepolcro Gerosolimitano. Ma da questa terra il caldo dell’amor celeste, e la pioggia delle lagrime penitenti fanno germogliare frutti d’ambrosia, e erbe che danno all’anime inferme, non pure la sanità ma l’immortalità. Et a V. E. bacio le mani.
Roma il dì 16 del 1666.


Al medesimo.

torto si duole l’insaziabil generosità di V. E. di non potermi mandar le sue acque mescolate con arene d’oro, come son quelle del Tago. Primieramente cotali arene non ha il Tago, se non entrando nell’Ippocrene favoloso della Grecia: là dove nel suo proprio letto è un fiume non ricco d’altro, che di nome e di gloria. Ma ove anche fosse ciò vero, quell’avaro Re della Frigia provò come sorte infelice che il pane gli si cambiasse in oro. E pur non aveva egli un pane di sì preziosa qualità, com’è quello che la liberalità di V. E. accompagna alle sue acque. Certo è, che se tali acque fossero argento liquefatto e tali paste oro lavorato; non mi varebbono per doni ammirati e pregiati da’ più sublimi Personaggi di questa Corte; che pur’è l’Erario de’ tesori, e il Giardino delle delizie. In verità il presente ch’io ricevo da V. E. è sì esquisito di qualità, e sì copioso di quantità, che sarebbesi potuto degnamente mandare all’Imperatrice; a cui ora apparecchia reali accoglienze la nostra Italia. Non però io sento molestia nel considerare, che non ho via di corrispondere a così larghi favori, come altri sentirebbe per avventura: anzi, con affetto più d’amicizia, che d’amor proprio; mi rallegro di vedere in V. E. un grado sì alto di cortesia, a cui la corrispondenza sia insperabile, e impossibile. Non così le cedo in quello ch’è il fonte e l’anima di tutta la cortesia; dico, nell’affezione del cuore. E mentre affermo di non cederle in essa, vengo a testificarle, che in me è somma. Con tutto il fervor di questa io le prego cotidianamente da Dio il massimo e l’unico bene, ch’è l’aumento d’ogni cristiana virtù, in lei, nella Signora Duchessa, e ne’ Signori suoi figliuoli, ne’ quali si rende falso il detto comun della Scuola, che agli Angeli sia negato il generare altri Angeli, come l’uomo genera l’uomo. Et a V. E. bacio le mani.
Roma il dì 5 di giugno 1666.



Al medesimo.

e le moli più gravi hanno il movimento più tardo, non è maraviglia che il dono di V. E. sia indugiato quattro mesi a pervenirmi: però che il numero e per conseguente il peso de’ pistacchi la lei mandatimi era tanto eccessivo, che a chi non sapesse l’eccessiva cortesia di V. E. potrebbe far credere, non meno esser seconda la Sicilia di questo frutto, che del grano. Mi son arrivati in tempo di farmi passar il Carnevale con delizia, e la Quaresima con salute; assicurandomi insieme per tutto l’anno l’annona di vivanda sì preziosa. Non mi è grave di non poter corrispondere a’ favori di V. E. se non con l’obligazione del cuore; sapendo io, che questa dalla generosità di lei è riputata un prezzo soprabbondante, e tutto il resto avrebbe per vile. Intorno poi a questa, può Ella ricevere un’evidente notizia dal P. D. Carlo: al qual è aperto il mio cuore più che ad altr’huomo; ed i cui celestiali alimenti, ond’egli di continuo il pasce, V. E. si contenterà, ch’io apprezzi non pur sopra i suoi reali presenti, ma sopra l’antica manna lavorata per man degli Angeli. Idio conceda a V. E., alla Signora Duchessa, e a’ Signori suoi figliuoli la perseveranza in quella virtù che loro ha donata, e che in ogni momento di tempo è nuovo suo dono. E le bacio le mani.
Roma il dì 19 di Febbraio 1667.

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