ttimo
consiglio mi parve quello che mi fu comunicato dalla P. V. di
ridurre ad ordine, e a metodo lOpere del P. Antonino Diana:
però che senza queste doti non si ha mai né unità,
né bellezza; né, ciò che importa nel caso
nostro, facilità dimparare. Ma per questultima
ragione io vorrei che non saspettasse il divolgamento di
tal nuova fatica, al qual richiederassi un tempo considerabile;
ma che fra tanto si publicasse un Indice universale delle materie
contenute ne Tomi stampati già dallAutore;
il qualIndice li renderebbe altrettanto preziosi ed utili.
Però che, possedendosi da noi le cose per mezzo della cognizione,
sì come dice S. Tommaso; tanto è maggiore o minore
la possessione, quanto è più o meno agevole di ridurre
allatto la cognizione della cosa posseduta in abito. Onde
chi ha i libri del P. Antonino, acquistando per mezzo di così
fatto Indice una somma agevolezza di sapervi ritrovare ogni materia;
si avanzerà notabilmente nel vero possesso delle cose ivi
contenute: là dove ora è simile ad un uomo ricco
padrone di gran Guardaroba, ma che non sappia in qualArmario
ed in qual Cassa stia questa o quella gioia, questo o quel drappo.
Lumiltà e la confidenza della P. V., che mi ha ricercato
del mio parere, sa chio assai francamente gliel dia. E ben
che sia di picciol conto, piacemi nondimeno chella il reputi
di gran pregio, perché mel paghi col tesoro delle sue frequenti
e ferventi orazioni: alle quali con ogni affetto mi raccomando.
Di Casa il dì 28 di Novembre 1661.
on
potremo farinsieme le feste dello Spirito Santo; però
che chi ha lassistenza dello Spirito Santo, vuole altrimenti.
Mi confido nondimeno, che sio non le farò con lei,
le farò bene per lei. Mi favorisca desser per me
lettera animata col nostro Signore Stefano Pignattelli. E perché
son chiamato altrove, finisco di scriverle; ma non finirò
mai damarla.
Castel Gandolfo il dì 10 di Maggio 1663.
erché
non avvenga a V. P. quel che avvenne al Signor Conte di Pegneranda,
le rispondo per mano altrui: ma posso dire, lingua mea calamus
scribae velociter scribentis. Mi pervenne la sua di Regnano,
tutta infocata di spiriti damor celeste, ier mattina quando
a punto il Padre Zucchi ci fece una serafica predica sopra lamore
ardentissimo che Idio ha della nostra salute; e che i Prelati
son tenuti davere, e desercitare della salute altrui.
La prima giornata mi parve moltopportuna al viaggio di V.
P., cioè incomoda e travagliosa: però che sì
come sarebbe un tentare Dio lesporre per volontà
la tenue sua complessione a gravi patimenti; così è
gran favor di Dio, che le vengano dalla sua mano; la quale comunica
insieme le forze per sostenerli, e gli rende tanto più
meritorij, quanto men volontarij secondo lorigine; e più
virtuosamente volontarij secondo laccettazione. Traggo il
conto, che questa mia possa giugnerle il dì appresso a
quello della Divina Incarnazione, e de beneficij chElla
mavrà fatti nel Santuario Lauretano; perché
un tal misterio riesca a mia eterna felicità, e no a maggior
condannazione de miei peccati, onde non potendo io renderne
a V. P. le dovute grazie nel valore; gliele rendo maggiori chio
posso nella prestezza. Finad ora la Quaresima mè
paruta breve: e trattando N. Signore laltrieri di
farmela rompere, impetrai che mi permettesse il continuarla, da
che nera già passata la metà senza verun mio
corporal detrimento. Ma ora incominciami a parer lunga; però
che tutte le giornate mi si raddoppiano nellimmaginazione,
mentre fossero la molestia della sua lontananza. Ma lultima
settimana, contro alluso comune, mi diverrà breve
e gioconda, col piacere del suo ritorno, e della sua ricuperata
conversazione; alla quale accrescerà diletto la stessa
noia della privazione antecedente. Così accade quasi un
miracolo in questi due principalissimi affetti delluomo,
piacere, e dolore; a quali si riducono tutti gli
altri: chessendo essi fra lor sommamente contrarij, si producano
con tutto ciò lun laltro scambievolmente. Idio
conceda ad ambedue noi quel vero piacere, chè beneffetto,
ma non cagion del dolore.
Roma il dì 22 di Marzo 1664.
al
Sabato Santo fina questora, e cioè dal tempo
chio dimezzai le fatiche mentali, e ripresi la metà
degli esercizij corporali; le mie gambe sono assai minori, che
vuol dire assai migliori. Il miglioramento poi è stato
maggiore in questi due giorni, totalmente dedicati allo studio
della salute; ma non pari a quello che si ritrasse dalle prime
due giornate della stanza in S. Andrea: il che mi conferma, che
la Quaresima non era complice del mio male. Presi ier sera la
cassia del Signor Cardinal di Carpigna; nella quale si gode quella
gentilezza che gustasi in tutte le cose di Sua Eminenza: e con
la gentilezza ne ho sperimentata ancor lefficacia. Il Signor
Gianluca, il Padre Cottone, e il Padre Pallavicino mi hanno con
la loro venuta fabricata oggi in Frascati una nuova Villa, con
le cui delizie indarno gareggia o Belvedere, o Mondragone. Ma
tutta questambrosia è coperta di cenere, per le novelle
funeste ( era la malattia mortale di Papa Alessandro VII ) di
Roma: le quali, se durano, mi faranno tornare fra pochi giorni,
e forse fra poche ore. V. P. riscaldi le sue orazioni a publico
beneficio: ed io me le offero cordialissimamente.
Frascati il dì 14 dAprile 1667.
o
mandai a V. Eccellenza unImmagine dargento; ed ella
me la ricompensa con una doro. Che a punto con loro
fino dellamor suo è descritta nella sua affettuosissima
lettera la viva immagine del suo bel cuore. Il frutto poi, che
V. Eccellenza riceve dalla lezione del mio libretto, non è
pregio della semenza, ma del terreno: essendo alcune anime come
il suolo dellIsole fortunate, ove sempre germoglia preziosa
messe senza opera di coltivatore; onde chi vi spargesse ignobile
e steril seme, non dovrebbe ascrivere a sé leccellenza
e la copia della ricolta. Similmente io non attribuisco a me i
santi affetti, che in leggendo le mie mal composte carte, nascono
dallo spirito di V. Eccellenza; ma ben gli pongo a mia entrata,
assicurandomi che buona parte di essi ridonda in mio pro; mentrella,
come gemello del Padre Don Carlo nella carità non meno
che nella natività; mi prega da Dio il vero e lunico
bene. E le bacio le mani.
Roma il dì 10 dOttobre 1665.
a
solennità del Natale, che già savvicina, suole
invitare gli uomini, sì per onorar con festa il nato Redentore,
sì per darsi tra loro alcun pegno scambievole daffezione;
allofferta di qualche picciolo dono. Io affine di conformarmi
a questo pio, e amichevole uso con Vostra Eccellenza; ho scelte
alcune minute cose, le quali mi sonavvisato che le possano
riuscire né inutili né discare. Altre di esse le
serviranno per pascolo dellintelletto: altre per preservativo
e per medicina del corpo, secondo che le significherà più
distintamente il Padre Don Carlo suo fratello, a cui le ho consegnate.
Nelle prime vedrà Ella quanta sia stata la virtù
di coloro a quali io succedo nel Grado; e però quanta
sia la mia obligazione a divenir perfetto per imitarli: il che
mi confido che le darà stimolo daiutarmi a questimpresa
con lorazioni sue, della Signora sua Moglie, e de
sei Angeli suoi figliuoli; non lasciandosi vincere in questopera
di carità dal prenominato Padre suo fratello. Le seconde
sono antidoti contra i maggiori pericoli, o mali del corpo; la
virtù de quali antidoti parte è spirituale,
parte corporale: e potrà loro aggiugnere qualche stima
il non esser per leggiera opera il procacciarle in cotesti Paesi.
Ma qualunque sia il dono, so che lamor mio e lumanità
di Vostra Eccellenza varranno a renderlo presso di lei prezioso.
E mentre io le auguro un felicissimo nuovo anno, e molto più
felici poi gli anni eterni; le bacio le mani.
Roma il dì 2 di Decembre 1662.
enché
la lettera di Vostra Eccellenza, nella qualElla maugurava
prosperità nel santo Natale, mi sia giunta sì tardi
che si è accompagnata con laltra ove mannunzia
felice la santa Pasqua; nondimeno io non tardai a legger questo
suo propizio desiderio ne caratteri, se non della carta,
del cuore; che son visibili a miei occhi eziandio da lontano,
per tante dimostrazioni che tengo dellamor suo. E penso
ancora daverne raccolto il frutto; attribuendo in gran parte
alle sue orazioni, e delle sue Monache Mariane, e de suoi
Eremiti del Monte Calvario, la special sanità che Iddio
mha data questInverno, superiore a quel che prediceva
lantecedente mio stato, e lopinione ancor degli Amici.
La qual sanità, benché nel futuro non debba annoverarsi
precisamente fra i beni, né bramarsi come tale, ma riguardarsi
come oggetto indifferente; nondimeno per quel tempo che Idio lha
conceduta, e chella ci ha renduti abili a prestargli qualche
maggiorossequio; dobbiamo riputarla sì come bene,
e come di tale ringraziarne la sua misericordiosa beneficenza.
Non voglio per tutto ciò ascrivere in questo a lei, e a
suoi Angeli tanta parte, che maggiore non ne tocchi al Padre Don
Carlo; il quale nel deserto di questa vita, è per me una
manna che mi nutrisce il corpo insieme, e lo spirito; e senza
mai cagionar replezione, indigestione, o sazievolezza, mi ricrea
con tutti i più dilettevoli sapori. Ho detto male, con
tutti; mancandomenuno, del quale io vivo famelico; e
V. E. me ne potrebbe appagare; cioè, laver lei qui
presente per alcuni giorni a goder delle divozioni di Roma; ed
unitamente a consolar laffezion dun amico, che le
darebbe un Ospizio, non già sontuoso meritato ma non voluto
da lei; ma libero, religioso, e cordiale: ad imitazion delle cene
che facciamo il Padre D. Carlo ed io, con giocondità invidiabile
a conviti dAssuero. Mi trattengo per ora di ringraziarla
de presenti chElla mha inviati, benché
già prossimi a venire; sì perché la menzione
di essi è troppo sproporzionata a quella che ho fatta dianzi
delle nostre povere mense, come perché non voglio tormi
la materia di scriver con giusta occasione unaltra lettera
assai tosto a V. E. da poiché mi sian pervenuti: essendomi
un de preziosi condimenti chio gusti in essi questa
opportunità che mi porgono di trattar con lei, e di figurarmela
presente al pensiero mentrio le ragiono co la penna.
Fra tanto le bacio le mani.
Roma il dì ultimo di Marzo 1663.
l
copiosissimo, e sontuoso presente chio ricevo dallEccellenza
Vostra, mi fa dubitare chElla finad ora non abbia
creduta per vera la parcità e la povertà della mia
mensa; con tutto che ne le sia stato testimonio maggiore dogni
eccezione il Padre D. Carlo fratello a lei nel sangue, e ad amendue
noi nellamore: il quale sì spesso prova detto con
verità quel modo di parlare che altri usano per cerimonia
appo i lor convitati; cioè, che vengono a far penitenza.
Il dono è così abbondante per la varietà
delle cose, e per la quantità di ciascuna; e così
esquisito per la specifica eccellenza di tutte, e per lindividuale
in ciascuna; che si confarebbe ad un Re più che ad un Prelato
Religioso. ma se Vostra Eccellenza mostrerà damarmi
di cuore, accettando i ferventissimi inviti fattile da me, perchElla
eziandio a fin di vedermi faccia il santo pellegrinaggio di Roma,
e onori la mia Casa; vedrà co suoi occhi quanto lungo
spazio di vita Ella mi augura collavvisarsi chio debba
consumare tutto il suo dono: sì che per non lasciarne la
maggior parte agli eredi mi è convenuto di compartirlo
ad alcuni de miei più cari amici e Signori; riserbandone
tuttavia per me una larga porzione. Non mi pongo a ringraziarla,
perché troppo sarei eloquente, se avessi parole che rispondessero
a' suoi fatti, ma se a ciò non trovo parole, non mancherò
già di fatti quando mi si presenti qualche opportunità
di servirla. E sì come tra tanto pregherò sempre
Dio benedetto, che mantenga ed accresca in lei, ed in tutta la
sua divota Famiglia quella pietà, che val più di
qualunque Regno mondano; così anche mi confido che V. E.
e tutta la sua Famiglia aiuteranno me ad acquistarla con le loro
orazioni: dono per me più prezioso non solo degli altri
da lei mandatimi, ma di quanto potesse darmi ogni Monarca. E le
bacio le mani.
Roma il dì 21 dAprile 1663.
i
nutrisce V. E. col più sostanzioso, e prezioso frutto che
produca veruna pianta, il che mi rende più tollerabile,
anzi quasi gradita la mia inabilità di servirla; però
che essendo io tutto di V. E., sio valessi in suo servigio,
questo sì pregiato alimento chElla mi porge, riuscirebbe
a suo interesse: là dove ora ha la pura onestà,
e il puro merito di liberale, e caritativo. Ho pensato, non so
se per gratitudine o per superbia, a qualche maniera di corrisponderle
con pasto non inferiore, e finalmente mi è sovvenuta quella
che usò Cleopatra per superar nel suo convito le lautezze
di MarcAntonio: il che fece, liquefacendo nellaceto
una perla dinestimabil valore; e ponendo quellaceto
nelle vivande. Perla superiore ad ogni tesoro, è la purissima
umanità del Signor Nostro, che si stemperò nel forte
aceto della passione. Io mando a V. E. un piatto reale condito
con questo aceto; cioè trenta benedizioni pontificie in
articolo di morte per le sue Religiose, e pe suoi Romiti.
Se il piatto non bastasse pe convitati, Ella supplica a
mio conto, con farmene aver poi la nota. Le aggiungo cento Indulgenze
di San Tommaso di Villanova da compartire a chi Ella vuole, e
da potersi applicare a qualunque immagine, Croce, corona; rendendomi
io certo chElla sarà savio, e circuspetto distributore
di queste sante ricchezze. È indarno, che appresso a ciò
io le offera ogni mio potere in acconcio di quel sacro Giardino
che V. Eccellenza ha piantato per coronar perpetuamente di nuovi
gigli la Reina del Paradiso: però che troppo vantaggio
a me risulta dallesserammesso alla compagnia di questa
cultura; presso allutilità della quale rimarrebbe
di niun valore, ove ancor fosse vera e non favolosa, quella de
pomi doro attribuita agli Eroi della Grecia vantatrice.
Io scrivo la presente a Vostra Eccellenza nellanniversario
di quel giorno che Dio volle vestir il mio fango co drappi
colorati dal sangue, del suo Figliuolo. Il Padre D. Carlo maiuta
oggi ad interceder venia da S. D. Maestà dellingrata
corrispondenza rendutale per quattranni, e grazia per compensar
con gli ossequij futuri la negligenza preterita. Mi confido che
anche V. E. e cotesti suoi Angeli concorreranno a procurarmene
limpetrazione. E la prego col più vivo, e col più
sincero affetto del cuore a non divertire da questunico
punto, che equivale a tutta la sfera del nostro bene, veruna orazione
che le piaccia di fare in mio pro allOnnipotente Misericordia.
Del mio Ritratto non dico altro avendolo V. E. così efficacemente
voluto. Ma sia piacer di Dio, che tutta la mia vita non somigli
appunto un Ritratto, cioè una colorita superficie senza
verità, e senza fondo. E le bacio le mani.
Roma il dì 10 di Novembre 1663.
ue
gran favori ad un tempo ricevo dalla cortesia di V. E. luno
è, chElla si compiaccia di condescendere a
miei preghi col significarmi ciò che più le sarebbe
gradito chio le mandassi da queste nostre contrade: essendo
atto forse di più cordiale amicizia il mostrarsi pronto
a ricever piacere dallamico, che a farglielo: poiché
il secondo può derivare ancora da una generale grandezza
danimo; il primo, sol da un confidente, e speciale amore.
Laltro è, che in ricompensazione de suoi maturi
frutti, si contenti daccettare la semenza de fiori.
Io temei che la stagione mi disdicesse il servirnela finallanno
futuro: e parlando a lei con la nostra sincerità, le confesso,
che ciò mi diede materia daverle nuova obligazione;
cioè di meritar con Dio nel conformarmi al suo volere in
quel che per altro mera damaritudine. Ma o sia stato
in premio di questa risegnazione, o più veramente in risguardo
al pio uso al quale V. E. destina i desiderati fiori; per divina
mercé ho potuto ad un tratto metterinsieme tanta
copia di varie e scelte cipolle, che basti ad appagare non solo
il modestissimo animo di V. E., ma quasi anche il mio, altrettanto
avido di servirla, quanto tenuto; che vuol dire avido senza misura.
Né le sarà discaro dintendere che da queste
cipolle, prima che fioriscano a lei, sia nato a me qualche buon
frutto, del quale altresì debbo grado a V. E.: però
che, veggendo io quella deforme e rozza materia, da cui la natura,
cioè Dio, fa pullulare parti sì vaghi e sì
odorosi; applicai la simiglianza alla viltà del nostro
fango tutto impastato dinfermità e di colpe; dal
quale il medesimo Dio con esercizio di più alta, e di più
benefica potenza, fa germogliare operazioni di virtù, che
neglincensieri degli Angeli son portate a profumare il Paradiso;
e per mano loro sono sparse come rose dimmortal porpora
ad infiorare il Trono della Divinità. Sotto al quale spero
nellinfinita Misericordia, che V. E. ed io dobbiamo impetrare
amico e beato soggiorno negli anni eterni. E le bacio le mani.
Roma il dì 15 di Novembre 1663.
uole
al palato dalcuni rendersi gustevole non tanto la bontà,
quanto la rarità del cibo; diffondendosi lalterigia
dellanimo eziandio nel senso più materiale del corpo.
A me così la ragione come la religione detta pensieri,
e genera voglie del tutto differenti. Nondimeno la scarsità
de pistacchi provatasi in Sicilia questanno, aggiugne
per la mia bocca un gratissimo condimento al natio loro sapore;
mentre mi fa gustare in essi laffettuosa liberalità
di V. E., che sa convertire in accrescimento di sua virtù,
e di sua lode anche il difetto della natura, e dellannuale.
Lantecedente suo dono è stato quasi lunico
mio alimento in tutta la Quaresima; sì che ho potuto osservarla
senza mortificazione del senso, e senza diminuzione della salute:
tanto, che non mi sarebbe grave che questo giorno il qual nè
lultimo, ne divenisse il primo. Col novello presente mi
sia tanto più agevole quellastinenza la quale successivamente
in varie giornate della settimana e dellanno, mi è
o prescritta dalla Chiesa, o imposta da una volontaria usanza.
La narrazione di quanto ho scritto finad ora con semplice
verità, siami in vece di ringraziamento; valendo ella per
manifestare a V. E. e la viva mia cognizione dellamorevolissima
sua cortesia, e il gran profitto chio ne traggo. E le bacio
le mani.
Roma il dì 12 dAprile 1664.
ingrazierei
V. Eccellenza, che si confidasse di comandarmi in affari di suo
servigio, se non mavvedessi chElla più tosto
mi somministra opportunità doperare in servigio mio;
chiamandomi a parte del prezioso credito che acquisteranno con
quelle divote Spose di Gesù Cristo coloro, a cui sarà
toccata ventura di concorrere al pio stabilimento del loro Instituto,
e al conseguimento delle sante loro soddisfazioni. Il Padre D.
Carlo potrà testificare a V. E. chio non ho trascurato
di procurar questo mio vantaggio da lei offertomi. Egli insieme
le farà capitare lultimo volume della mia Istoria
racconciata: il quale dee esser grato a V. E. non solo perché
è mio, che son suo, ma perchegli immediatamente è
suo, sì come fatto in gran parte co suoi elettissimi
doni, che si sono convertiti in quegli spiriti migliori onde la
mia testa ha potuti generare i fantasmi per concepir questo parto.
In esso vedrà Ella un vivo ritratto mio; non apparendo
meglio altrove limmagine dunhuomo che ne
lineamenti della sua penna. Ma unitamente le voglio mandare un
Ritratto del mio Padre, chè anche Padre suo, e del
Cristianesimo; dico, del nostro Santissimo Papa Alessandro; ed
insieme della più santa funzione chegli eserciti
in Terra, mentre porta in mano quel Dio del quale è Vicario.
Un terzo Ritratto di Personaggio più sublime, che vuol
dire non terreno, ma celestiale, e adorato da lei con qualche
singular divozione; spero di farle aver fra pochissimi giorni.
Fra tanto, per dare stimolo a V. E. del sacro pellegrinaggio a
cui la invitai, non solo con le parole, ma con lesempio;
mi pongo io a farne un simile visitando le adorate Memorie della
Madre de Peccatori, e del Padre de Poveri. Santificherà,
e condirà i miei viaggi il già detto Padre D. Carlo
con qualche altro venerabile Religioso: e pagheremo a V. E. il
tributo delle nostre orazioni; le quali tanto saranno più
accette a Dio, quanto Ella ci darà maggior sussidio con
le sue, a fin che otteniamo grazia di far più divote, e
più ardenti le nostre. Et a Vostra Eccellenza bacio le
mani.
Roma il dì 6 di Settembre 1664.
l Padre D. Carlo
ed io siamo stati in corso, e abbiamo fatta preda; la quale secondo
le leggi della guerra convien che tra noi si divida: benché
la maggior parte ne toccherebbe a lui, sì per la ragione
onde furonaggiudicate ad Aiace larmi dAchille;
cioè, perchera il più simile nel valore ad
Achille: tal che, essendo la nostra preda le reliquie dalcuni
Santi, vha maggior diritto chi gli assomiglia nella virtù:
sì per la convenienza speciale co medesimi Santi
nel (è di Casa Tomasi.) cognome, e nel nome; poiché
luna di esse reliquie è una soscrizion di San Carlo,
laltra è un pezzo del berrettino di San Tommaso dAquino.
La seconda reliquia essendo divisibile, può agevolmente
soddisfare ad amendue: e perché il Padre ha comune con
V. E. non solo il cognome e il sangue, ma il cuore e la pietà;
riceverà in grado che la parte dovuta a lui sia da me mandata
a lei, come fò nel reliquiario qui aggiunto. La prima,
chera proporzionata particolarmente ad esso per rispetto
del nome; non ammettendo divisione, mi costituiva in qualche pensiere
o di privarmene con molestia, o di ritenerla con ingiustizia.
Ma la divina grazia vi ha provveduto, ispirando ad una persona
chebbe di ciò contezza lo stesso giorno della mia
tornata in Roma, il darmene un'altra che per ventura ne possedeva.
Riman che V. E. con lorazioni sue, delle sue Vergini e de
suoi Angioletti mimpetri limitar que due gran
Santi in divozione; come delluno ho il Grado e dellaltro
ebbi comune lo stato Religioso, e la profession di Teologo. Et
a V. E. bacio le mani.
Roma il dì 4 dOttobre 1664.
o non credeva che
la benigna affezione della quale mi favorisce il Signor Conte
di Pegneranda potesse nella mia stima crescere in pregio; ma ciò
mavviene ora, mentre da essa riconosco un nuovo comandamento
di V. E., e una nuova opportunità di servirla. Scrivo al
Signor Conte nella forma chElla vedrà nel dupplicato
da me consegnatone al Padre D. Carlo. Sio avessi qualche
attitudine desprimer il mio concetto in carta; questa volta
me ne sarei compiaciuto singolarmente, perché mavrebbe
giovato ad un fine, del quale ho sì acceso desiderio; comè,
che la mia opera sia fruttuosa ad un mio tanto degno Amico e Signore.
Dopo gli esercizij spirituali del corpo ho fatti quelli della
mente; ne quali mi sono ricordato di V. E.: e mi ha data
occasione di meritare con qualche atto difficile di conformità
al voler divino, una malattia che sopravvenne in questi giorni
al P. D. Carlo; leggiera in sé, ma non leggiera per lui,
chè tanto fiacco nella sanità quanto è
forte nella virtù. Non era già questa mia sollecitudine
effetto damicizia, ma damor proprio; però chegli
in lasciar il Mondo avrebbe acquistato il Cielo: onde in questa
separazione tutta la iattura sarebbe stata di noi mondani. Ma
ben sì questamor proprio era virtuoso, e regolato
dallaffetto allultimo fine prescrittoci dal nostro
Creatore; allacquisto del quale fine dobbiamo desiderare
di non perder i più giovevoli mezzi. Intorno a me mi congratulo
con V. E. che se le sia giunto un mezzo tanto efficace per così
fatta conquista, qual è lofferta del suo egregio
Primogenito alla milizia del nostro Redentore. Questa è
la prudente maniera di fondar le Case non solo in Cielo, ma eziandio
in Terra: sacrificar il più caro che noi abbiamo a chi
è unico Signore e del Cielo, e della Terra, il quale conceda
a V. E. tutte le prosperità.
Roma il dì 18 dOttobre 1664.
Grandallegrezza in me produrrebbe il dono così
largo di V. E. sio quindi potessi arguire labbondevol
frutto della sua nuova Tonnara; sapendo che ogni aumento a lei
di ricchezza vale a culto di Dio, e a ristoro de Poveri.
Ma la notizia che ho della sua liberalità verso di me,
la qual non prende misura se non dal suo smisurato amore; mi rende
fallace questargomento. Nondimeno mi giova di raccoglier
altronde la medesima conclusione, cioè da quel che dianzi
accennai: che Idio il qual è il dator dogni bene
in Terra, quanto aggiugne a V. E. dentrata, aggiugne di
patrimonio allo splendore delle sue Chiese, e al sostegno de
suoi Servi: onde ciò che dà Egli a V. E. dà
più veramente a se stesso. Io in ringraziamento posso affermarle,
che ricevo con sì cordial piacere quanto mi viene dalla
sua mano, che non meno mi sono ora dolci i suoi salsumi di quel
che già mi fossero le sue confezioni; con una dolcezza
di superior diletto a quanto ne gusta il palato, e sensibile solamente
dal cuore. Ed a V. E. bacio le mani.
Roma il dì 22 di Novembre 1664.
eneca dice, che
un picciolo beneficio col farsi in tempo opportuno, diventa grande;
adunque un dono grande fatto in tempo opportuno, diverrà
grandissimo. E tale è quello chio ricevo da V. E.:
grande per la qualità, essendo di frutti preziosi e rari;
grande per la copia, che quasi li rende vili: come la liberalità
di Dio ha rendute vili nellumana estimazione molte grazie
per loro natura massime; quali sono la luce del Sole, e il perpetuo
movimento del Cielo a nostro profitto. Ma lopportunità
in cui mi perviene gli dà il sommo della grandezza; però
che non solamente mi giugne nel digiuno quaresimale, che col divieto
daltri cibi sustanziosi fa che questo sussidio non sia lusso
di delizia, anzi conforto di bisogno; ma è indugiato ad
arrivare da poi che il corpo era stanco per la metà della
sofferta penitenza; e quando gli rimanea a soffrirne laltra
metà aritmeticamente, ma che geometricamente è più
di tre quarti: ed a punto come imber serotinus, che rinfresca
la terra quandella nè più bisognosa
per aver patito tutto il giorno larsura del Sole: tale è
stato il presente di V. E.. Ma il Padre Don Carlo mi ha inzuccherati
i suoi pistacchi con la movella dellentrata accresciutasi
a lei grossamente questanno. Io me ne rallegro, non perché
Idio glie lha data, ma perchElla vuol renderla a Dio:
questa sola forma di contrasto con Dio è laudabile e eroica.
Idio non si vuol lasciar vincere in cortesia da V. E., rimunerando
le sue buone opere anche in questa vita: ed Ella non si vuol lasciar
vincere in cortesia da Dio, ridonando a Dio le sue stesse rimunerazioni.
E così oprando, V. E. dà maggior gloria a Dio, che
se lo lasciasse vincitore; e più accumula per sé,
che se nulla gli ridonasse: obligandolo a custodirle nelleternità
ciò che appresso di lei si corromperebbe nel tempo. E le
bacio le mani.
Roma il dì 14 di Marzo 1665.
o serbato a dar
di mia mano in quella maniera che posso la benedizione a tutta
la Casa di V. Eccellenza; alla sua Persona, alla Signora Duchessa,
e allangelica loro progenie: ma con una santa simonia di
riceverne in pagamento le loro orazioni, non perchio viva
felicemente, ma perchio muoia santamente; di che poi è
frutto la vera vita felice non terminata da morte.
llora una virtù
è più sublime nelle sue opere, quando sesercita
altamente in quelle materie che sono infime di lor natura. Non
può trovarsi vitto più povero che il pane, e lacqua:
e pur la liberalità di V. E. me ne fa un presente sì
sontuoso (erano paste siciliane et acqua di scorzonero), che una
parte di esso basterebbe per offerirsi degnamente ad ogni gran
Principe, ed io ritenendone a sufficienza per mio uso, dividerò
il resto fra molti miei riveriti Signori. Ma quanto mi vien desquisito,
e di delizioso dalla generosità di V. E. è per me
vile, e insipido, in paragone di quella manna che sparge su le
nostre religiose cene la voce, e lesempio del Padre di D.
Carlo suo, anzi nostro comun fratello: non essendo la fratellanza
sì special prerogativa della parte men principale dellhuomo,
che assai più non possa convenire a quella in cui massimamente
consiste lessenza dellhuomo. E le bacio le mani.
Roma il dì 30 di Maggio 1665.
enché allessenza
del dono ripugni il pagamento, nondimeno io vorrei rendere a V.
E. qualche pagamento de preziosi suoi doni, che a loro si
confacesse: non togliendo a lei il pregio della liberalità,
né sciogliendo me dal vincolo, che non maggrava,
dellobligazione. Un tal pagamento sarà di due sorti:
luna in ricompensarla con un piacere, che non pure non sarà
rifiutato dalla nobiltà del suo animo, come sarebbe ogni
altro prezzo; ma che le verrà tanto più caro, quanto
il suo animo è più nobile. Questo è, che
i suoi elettissimi presenti sono stati non pur di delizia, ma
di profitto alle maggiori Persone di Roma sì per sangue,
sì per Grado, sì per virtù: e fra esse comprendo
ancora la maggior Persona del Mondo. Né può un cuore
innamorato dellonesto sentir più gradita consolazione,
che il sapere daver con lopere sue cagionato il bene
altrui, e massimamente di coloro dal cui bene depende il bene
di tutto il Genere umano. Laltro pagamento è una
retribuzion damore; pagamento che da ogni amore, per gratuitu
che sia, non solo è accettato, ma desiderato. E ancorché
questamore paia riguardar più tosto la persona del
Padre D. Carlo, che di V. E.; nondimeno la medesimezza che è
fra di loro in tutte le virtù, e in tutti gli affetti più
che nel sangue; mi dà ragione di non distinguere né
in quel che ricevo, né in quel che rendo, luno dallaltro.
Vedrà per tanto V. E. un ritratto vivissimo dellamor
mio verso di loro nella copia della lettera dedicatoria (è
del terzo libro della Perfezion Cristiana) che le mando qui aggiunta,
e che presto si divolgherà nelle stampe. Essa è
di picciol valore per ogni altro capo; ma è il sommo che
possa uscir dal mio cuore; sì che tanto dee stimarsi quanto
è stimato il mio cuore: e posta una tal misura, certo è
che la stima divienaltissima inverso di V. E.; la qual con
tante, e sì fine dimostrazioni ha dato a vedere, che lacquisto
del mio cuore non le pareva caro a qualunque spesa del suo. Conchiuderò
la lettera benedicendo la Signora Duchessa, e i Signori suoi figliuoli;
a beneficio de quali prego Dio perpetuamente, con certezza
desseresaudito e perché prego per chi merita
dottenere, e perché domando per loro da Dio quel
che merita desser domandato a Dio. Et a V. E. bacio le mani.
Roma il dì 13 di Giugno 1665.
enza ingrandimento
di rettorica o di cortesia, posso con V. E. usare quella forma
di ringraziamento, che avanza tutte laltre; cioè,
dirle chio sono obligato a lei della vita. Imperoche mantenendosi
la vita e col cibo, e col medicamento; Ella per cibo mi sumministra
il più prezioso e salutifero frutto che si colga dagli
alberi, e per medicamento il più stimato e sanativo licore
che sesprima dallerbe e dambedue in tanta abbondanza,
che delluno io abbia onde pascermi tutto lanno, e
dellaltro onde far dono a molti gran Personaggi, e dar soccorso
a molti poveri infermi. Ma non è questa la maggior delle
mie obligazioni verso lE. V. non solo mi dà Ella
il potere allungar questa vita mortale, che in fatti poi è
cortissima per necessità e vilissima per infelicità;
ma il tesoreggiar nelleterna: mentre la sua pietà
rende fruttuoso in sé, e nei suoi congiunti ed amici quel
mio libretto spirituale, e pertanto mi fa divenir creditore di
non caduche ricchezze nel libro della vera vita, ricusa V. E.
di paragonar questo mio Componimento alloro. Perché
loro è sterile: ma io anche per altro capo avrei
tenuto in basso pregio questa comparazione fattane dalla sua penna.
Poco loda un suggetto chi lo pareggia a materia poco da sé
stimata, quantunque tenuta dagli altri in grandissimo conto. Benè
vero, che la fertilità di questo mio libro, non tanto si
esperimenta in V. E. quanto si cagiona da V. E.: e in ciò
che appartiene allanima sua, basta il trattarsi quivi di
Dio in qualunque modo, acciò che in lei ne germogli copiosa
messe di pensieri, e daffetti devoti; come in alcuni campi
basta che sintroduca in qualsivoglia maniera il raggio del
Sole a fin che vi nascano fiori e erbe odorifere, senza che se
ne debba pregio al colono. Gli altri poi, essendo o allievi, o
amici di V. E., partecipano della sua condizione; o almeno lopera
data loro da lei prende santità ed efficacia dalle sue
mani: in quella guisa che lacque minerali diventano salutifere
in virtù delle vene, e del suolo per cui trapassano. Del
nostro Padre D. Carlo io non dirò altro a V. Eccellenza,
se non che fra miei voti è quasi il maggiore di poter
continuar la sua stretta conversazione, fina quellultimo
momento dal qual depende tutta leternità. E le bacio
le mani.
Roma il dì 9 del 1666.
a Sicilia che per
la sua fecondità hebbe già il pregio desser
nutrice di Roma, cioè del Mondo compendiato in una Città;
ora per la cortesia di V. E. è nutrice mia. La felicità
di cotesto suolo produce frutti e sughi tanto esquisiti, che né
il nostro né verunaltro terreno può emularli,
o ricompensarli. Con tutto ciò la terra di Roma è
privilegiata, se non daglinflussi del Cielo, dalle grazie
del Paradiso, a vincer di gran lunga con le sue polveri non solo
i fruttiferi campi della Trinacria, ma le miniere del Potosì,
e del Perù; onde a V. E., che è retto estimatore
di questa valuta, io ardisco daffermare che il suolo romano
mi porge materia da presentarle, assai più preziosa, più
nutritiva, e più salubre di quanta V. E. ne porge a me
ne suoi elettissimi doni. Questo paese è impastato
di corpi, e di sangue di Santi Martiri: onde quanto in altri tempi
fu egli più esecrabile, è ora più sacro.
Uno di questi corpi congiunto con un vaso del sangue sparso da
quel Martire chebbe nome San Traspadano, mi è avvenuto
di conseguire, e di poterlo onorare con mandarlo a ricevere il
culto dalla pietà di V. E. lho già consegnato
al Padre D. Carlo, comegli le scriverà più
distintamente. Io, che ora mi riconosco per creditore presso di
lei, aspetto e voglio nondimeno un premio superiore a questo mio
presente e ciò è, che V. E. mi ponga a parte del
merito, e dellimpetrazione che acquisterà nelladorar
queste sacrosante Reliquie: poiché maggior valore ottien
presso a Dio, e maggior tesoro è per noi un atto di carità
e di cuor contrito, che non sarebbe il possesso di tutti i corpi
degli Apostoli e del Sepolcro Gerosolimitano. Ma da questa terra
il caldo dellamor celeste, e la pioggia delle lagrime penitenti
fanno germogliare frutti dambrosia, e erbe che danno allanime
inferme, non pure la sanità ma limmortalità.
Et a V. E. bacio le mani.
Roma il dì 16 del 1666.
torto si duole
linsaziabil generosità di V. E. di non potermi mandar
le sue acque mescolate con arene doro, come son quelle del
Tago. Primieramente cotali arene non ha il Tago, se non entrando
nellIppocrene favoloso della Grecia: là dove nel
suo proprio letto è un fiume non ricco daltro, che
di nome e di gloria. Ma ove anche fosse ciò vero, quellavaro
Re della Frigia provò come sorte infelice che il pane gli
si cambiasse in oro. E pur non aveva egli un pane di sì
preziosa qualità, comè quello che la liberalità
di V. E. accompagna alle sue acque. Certo è, che se tali
acque fossero argento liquefatto e tali paste oro lavorato; non
mi varebbono per doni ammirati e pregiati da più
sublimi Personaggi di questa Corte; che purè lErario
de tesori, e il Giardino delle delizie. In verità
il presente chio ricevo da V. E. è sì esquisito
di qualità, e sì copioso di quantità, che
sarebbesi potuto degnamente mandare allImperatrice; a cui
ora apparecchia reali accoglienze la nostra Italia. Non però
io sento molestia nel considerare, che non ho via di corrispondere
a così larghi favori, come altri sentirebbe per avventura:
anzi, con affetto più damicizia, che damor
proprio; mi rallegro di vedere in V. E. un grado sì alto
di cortesia, a cui la corrispondenza sia insperabile, e impossibile.
Non così le cedo in quello chè il fonte e
lanima di tutta la cortesia; dico, nellaffezione del
cuore. E mentre affermo di non cederle in essa, vengo a testificarle,
che in me è somma. Con tutto il fervor di questa io le
prego cotidianamente da Dio il massimo e lunico bene, chè
laumento dogni cristiana virtù, in lei, nella
Signora Duchessa, e ne Signori suoi figliuoli, ne
quali si rende falso il detto comun della Scuola, che agli Angeli
sia negato il generare altri Angeli, come luomo genera luomo.
Et a V. E. bacio le mani.
Roma il dì 5 di giugno 1666.
e le moli più
gravi hanno il movimento più tardo, non è maraviglia
che il dono di V. E. sia indugiato quattro mesi a pervenirmi:
però che il numero e per conseguente il peso de pistacchi
la lei mandatimi era tanto eccessivo, che a chi non sapesse leccessiva
cortesia di V. E. potrebbe far credere, non meno esser seconda
la Sicilia di questo frutto, che del grano. Mi son arrivati in
tempo di farmi passar il Carnevale con delizia, e la Quaresima
con salute; assicurandomi insieme per tutto lanno lannona
di vivanda sì preziosa. Non mi è grave di non poter
corrispondere a favori di V. E. se non con lobligazione
del cuore; sapendo io, che questa dalla generosità di lei
è riputata un prezzo soprabbondante, e tutto il resto avrebbe
per vile. Intorno poi a questa, può Ella ricevere unevidente
notizia dal P. D. Carlo: al qual è aperto il mio cuore
più che ad altrhuomo; ed i cui celestiali alimenti,
ondegli di continuo il pasce, V. E. si contenterà,
chio apprezzi non pur sopra i suoi reali presenti, ma sopra
lantica manna lavorata per man degli Angeli. Idio conceda
a V. E., alla Signora Duchessa, e a Signori suoi figliuoli
la perseveranza in quella virtù che loro ha donata, e che
in ogni momento di tempo è nuovo suo dono. E le bacio le
mani.
Roma il dì 19 di Febbraio 1667.
