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B R E V E
R E L A Z I O N E
D E L L A V I T A
E V I R T V
DI
D. FERDINANDO
TOMASII E CARO
Prencipe di Lampedusa, Duca di Palma,
e Barone di Monte Chiaro
FIGLIO DI DON GIULIO

SCRITTA
DAL P. F. BIAGIO DELLA PURIFICAZIONE
Carmelitano Scalzo etc.

I N R O M A
Nella Stamperia di Gioseppe Vannacci 1685.
Con licenza de’ Superiori.


B R E V E R E L A Z I O N E

Della Vita e Virtù di Don Ferdinando
Tomasij e Caro, Prencipe di Lam-
pedusa, Duca di Palma, e
Barone di Monte Chiaro,
Figlio di D. Giulio.

hi l’haverà letta la Vita, e Virtù dell’Insigne Servo di Dio Don Giulio Duca di Palma, potrà agevolmente scorgere, che nella succinta Relazione, qual prendo a scrivere, sarò per rappresentare un Sole nel suo Parelio, ed un vivo esemplare di Christiana Perfezzione, nel suo a gran segno somigliante Ritratto. Egli per naturale discendenza è Figlio, e imagine del suo Corpo, e per virtuosi lineamenti di Grazia sopranaturale lo colorì Iddio, come un effigiato Parto di quella Grand’Anima.
Il giorno del suo nascimento fu il decimo di Gennaio l’Anno 1651 un quarto prima che apparisse il Sole, accogliendolo nello splendido suo seno l’Aurora. Lo battezzarono nel medesimo giorno, e le posero nome Ferdinando, Angelo, Baldassarre: si rimase però con il primo essendo quello del suo Avo Paterno; e fors’eziandio in riguardo di Don Ferdinando Morroi Marchese di Grassigliano, e Cavaliere di S. Giacomo, che unitamente con la Marchesa sua Moglie furono i Patrini. Ma perché non erano presenti supplirono a levarlo dal Sagro Fonte D. Gio: Battista Odierna Arciprete del Duomo di Palma, e Donna Francesca Tomasij e Caro Figlia Primogenita del Duca Don Giulio.
Al latte della Grazia Santificante, seguì quello della Nodrice, e se bene in questa parte fu non poco infelice, per haverne cambiate molte, servì nondimeno la disaventura a far meglio conoscere la placidezza del suo composto, e quietissimo Naturale. Non si sdegnò al cambiamento del latte (cosa molto rara ne’ Bambini) e giaceva tanto mite nella sua culla, come un fiore sopra del suo stelo; Non molestava le Nodrici co’ pianti, e straniezze, che sono tanto consuete in quell’età infantile, e perciò erano dilettevoli le diligenze, che s’impiegavano in nodrirlo.
Ancorche la sua Madre Donna Rosalia fosse vigilantissima nella custodia de’ Figli, non per ciò il Bambino Don Ferdinando ne’ primi mesi fu esente da un molto grave accidente. Ribalzatasi, e non si sa per qual cagione, la culla in cui giaceva, lo sollevò in alto, e di tutto colpo lo gettò su’l pavimento de’ mattoni. A questa sì vehemente percossa non proruppe in pianto, né in grida il fanciulletto, ma si rimase tanto quieto, come se vi si fosse posto a giacere: solo si udirono i clamori delle Donne, ch’erano presenti, e lo crederono morto, ma presolo nelle mani lo ritrovarono senza veruna offesa: segno assai manifesto haver in quel pericolo goduto d’una particolar assistenza del suo Angelo Custode.
Nella medesima Infanzia le sopravenne una grave infermità d’Iterizia, per la quale essendosegli sparso per il corpo il fiele, le mutò il color candido come in olivastro. La sua cotanto tenera età, la difficoltà in applicargl’i medicamenti, e il male per se medesimo assai grave, facevano già disperare della sua salute. Per il che non giovando gl’humani rimedij, ricorsero il Duca, e la Duchessa al Patrocininio di S. Gaetano, gl’offerirono in voto il loro Bambino, ed humilmente lo supplicarono a sovvenirlo. Gl’esaudì il miracoloso Santo, restituendo a Don Ferdinando la salute; e forse per acquistare alla sua Sagra Religione il Fratello, che in progresso di tempo se gli dedicò, e quando fosse stato unico non harebbe potuto adempire la sua santa risoluzione.
Avanzandosi in tanto nell’età il Fanciulletto, crescevano seco, e la grazia, e la beltà. Il suo volto (dice chi seco conversò dal suo nascimento) era decentemente pieno, sparso d’un assai vivace colore, e le aggiongevano non mediocre adornamento i biondi capelli. Rapiva con le sue dolci, e leggiadre maniere, che in quel primo fiore degl’anni sono più aggradevoli. Era tuttavia questa sua amabile avvenenza circondata da una molto composta serietà, che mescolata con la dolcezza della sua Indole, e giocondità del suo sembiante provocava ad amarlo con rispetto. Per esser così parco nel ridere lo chiamavano Carlo Quinto, ancorche per ciò non si rendesse punto spiacevole, né si diminuisse l’affezzione di quelli, che seco conversavano.
Ma queste sue amabili qualità naturali le furono cagione di non leggieri molestia. Era in età di un anno, e mezzo in circa, quando i suoi Genitori trasferitisi in Palermo lo condussero seco, e quivi le Dame, e Signori ammirati d’una sì rara bellezza, qual dalla sua modestia riceveva maggior adornamento, ghareggiavano in accarezzarlo. Soffriva in ciò egli qualche dispiacere, sì perché harebbe voluto godere di maggior quiete, propria sfera del suo cuore: sì perché la Duchessa mirandolo con severi sguardi, non gradiva che tanto si divertisse, e si esentasse dalla sua presenza. Egli però con la sua innata placidezza non dava alcun segno di fastidio, anzi dimostrava gradimento all’espressioni del loro affetto. Via più maggiore fu il suo sentimento, quando havendo risoluto il Duca di condursi con la Duchessa a certo suo luogo detto la Torretta, que’ Signori di Palermo a grand’istanze lo pregarono a lasciargli Don Ferdinando fino a che tornasse in Palma: E se bene la Duchessa, che teneramente l’amava, si oppose, condescendendo tuttavia il Duca all’urgenti richieste, vi rimase, e non senza il suo rammarico, sofferendo di mal talento il separarsi dalla Madre. Ma come nel suo cuore era naturalmente inserita la propensione di compiacere a gl’altri, non le trasparì nel volto alcun segno di tristezza, e pareva vi rimanesse di assai buon grado. Si fermò in Palermo due mesi, compiacendosi oltre modo que’ Signori delle sue leggiadre maniere; e l’harebbero a più spazio di tempo ritenuto, se il medesimo Duca non fosse ritornato in quella Città, per ricondurlo in Palma.
Si compì in questo tempo il secondo anno della sua età, e proseguendo nella medesima dolcezza di natural condizione, se bene i fanciulli suoi pari nello scherzar seco, co’ loro indiscreti trattamenti lo molestavano, già mai se ne duolse, ma soffriva il tutto con maravigliosa mansuetudine. Talvolta avvenne, che fortemente stringendolo, e con passo accelerato lo conducessero da una in un’altra camera, tacendo egli ad un tal disagio, come se stato fosse un innocente Agnellino. A questa cotanto rara morbidezza della sua Indole era congionta un’affabilità non molto consueta a’ Figli de’ Gran Prencipi. Uscendo nella Sala del suo Palazzo, prendeva per la mano qualsivoglia sorte di persone, che vi ritrovasse, non distinguendo Nobili da Plebei, né Poveri da Ricchi; quasi già sapesse, che l’Anime per la somiglianza con Dio sono tutte di alta discendenza. Che se alcuno havesse per rispetto ricusato di toccarlo, o di andar seco nella camera, egli con puerili lusinghe e gesti, e tal volta con regali l’obligava a seguirlo. Era parimente ammirabile la sua docilità nell’accomodarsi al genio de’ gl’altri, sì che nel suo occhio sempre sereno traspariva un’anima del tutto soave, ed un cuore che pareva tutto respirasse con aria di dolcezza.
Di questo genio però cotanto benigno non godeva molto la Duchessa, che per esser Donna di contegno pari alla Nobiltà dei suoi Natali, desiderava reprimere nel Figlio la sua troppo facile e amorevol condizione. Per il che celando col severo sembiante il tenerissimo amore, che le portava, lo riprendeva della sua così profusa affabilità verso qualsivoglia sorte di persone, riputandola disdicevole al decoro di Prencipe. Si moderava per qualche tempo Don Ferdinando, ma come è non poco malagevole rattenere il corso della natural Condizione, lasciavasi poco doppo trasportare dalla sua propensione. Aggionse per tanto la Madre alle riprensioni il castigo, qual’era assegnargli un angolo di qualche stanza più rimota, e prescrivendogli il tempo, per il quale vi si doveva fermare, come in una carcere, era tal volta quello di un intero, o pure di mezzo giorno. E se bene questa non è pena leggieri per la vivacità d’un fanciulletto, la soffriva però egli con somma mansuetudine, e provedendosi di qualche Imagine o altra cosa fanciullescha, si richiudeva al primo cenno della Duchessa, e vi dimorava per il tempo da lei assegnato. Ad esperimentare in oltre la sua obedienza, vi mandava di proposito alcuni che l’istigassero a trasgredire occultamente il suo ordine, ma già mai si arrese all’istanze, che gli venivano fatte.
Ciò singolarmente accadde un giorno, nel quale havendolo la Duchessa lasciato nel suo ritiramento partissi di casa, e non era per ritornarvi fino alla sera. Gionta in tanto l’hora del pranso il Duca mandò a chiamarlo. Ma risaputo Don Ferdinado, che non era per ordine della Madre fece ridire al Padre, che lo scusasse se non andava, peroche doveva obedire, e che non sarebbe uscito fino al ritorno di chi l’haveva racchiuso, ancorche dovesse aspettare la sera. Avvenne parimente, e non di rado, che la minore delle sue Sorelle compiacendosi in estremo di conversar seco, andasse a ritrovarlo in quella sua carcere per trastullarsi seco; resistendo però egli dicevagli, che non essendo ordine della sua Signora Madre non vuoleva che si rimanesse seco, e facendo forza la Fanciulletta, con le sue mani la rispingeva in dietro. Temperava tuttavia il Duca questo tanto rigore, essendo dotato di un’inesplicabil dolcezza di cuore, come nella sua Vita si è detto, e mandava gl’altri suoi Figliuoli a visitare com’egli diceva, il Carcerato, insegnandoli ad eseguirlo com’un’opera di Misericordia. Con ciò cambiavasi il castigo in sollievo, portando ciascheduno qualche cosa di trattenimento. Era nondimeno sì grande la discretezza, che non offendeva punto la Duchessa, lodandola di quella severità per esser necessaria a moderare la soverchia affabilità del Figlio, al quale per la sua molta attrattiva puoteva in progresso di tempo apportar qualche pericolo; e a questo mirava il zelo della prudente Matrona, amandolo per altro con somma tenerezza.
Dimostrò in oltre la sua vigilanza in virtuosamente educarlo, peroche se fosse accaduto, che havesse dato alcun dispiacere, o pure secondo il costume dei fanciulli offesa alcuna delle sue sorelle, mandavalo alla medesima accioche le assegnasse il castigo, e se fossero percosse, in quanto numero, ed egli prontamente l’eseguiva, riferendo alla Duchessa il determinato castigo affinché l’eseguisse. Facevalo ella alcune volte; altre però cedendo alla tenerezza del suo affetto, si scusava con dire che gli duolevano le mani. Ma quando voleva punirlo dicevagli che s’abbassasse ed egli facevalo con tanta mansuetudine, che talvolta s’inchinava fino in terra. E qui non vorrei che alcuno mi riprendesse di leggierezza, per haver sì minutamente riferiti i portamenti della sua più tenera età, e che precederono l’uso di Ragione: atteso che ho preteso rappresentare la natural placidezza di quest’Anima, e l’indole sua tutta sparsa co’ fiori di una soave mansuetudine, e da quali in età più adulta si produssero frutti di virtuose operazioni. Dio che lavora i cuori a suo talento, haveva trasfusa in quello di Don Ferdinando la benignità del suo spirito ed un sì mite genio, che spirava come fragranze di balsamo.
Godevano per ciò sommamente i suoi Genitori in rimirarlo adorno di così lodevoli inclinazioni, ed a via più fomentarle proponevano a lui, e ad altri fanciulletti alcune cose di divozione, come crocette, imagini, libretti spirituali, e cose somiglianti di gentile, e prezioso lavoro, e glie l’offerivano con obligo di venerarli per tante volte, o di leggerli. E perché quell’età puerile è agevolmente adescata da tali galanterie le ricevevano con il predetto obligo. Di queste si elesse per se Don Ferdinado certo picciolo orologio a polvere, che durava un quarto, e promise spendere quello spazio di tempo in orazione mentale. A sodisfare alla sua promessa ritiravasi in qualche luogo rimoto, e genuflesso l’eseguiva con esattezza: in quel modo però di cui era capace la sua età non havendo più di cinque anni.
Pervenuto già al settimo anno comparve ad irradiare al sua mente il chiaro lume della Ragione, ed era tutto avvivato da virtuosi sentimenti havendoglieli nel suo tenero cuore impressi la diligente educazione de’ suoi Genitori. Havendolo Donna Francesca (hora Suor Maria Serafica) sua sorella maggiore ammaestrato nel modo di far orazione mentale, si applicò a questo Angelico esercizio, e continuandolo le fece Sua Divina Maestà delibare qualche sua dolcezza: avvenga che in uscire una sera dall’orazione s’avvide la mentovata sua sorella, che le apparivano nel volto alcuni segni di singolar divozione. Laonde chiamatolo l’interrogò qual mistero havesse meditato, e con qual profitto. Sospirò all’hora con molta tenerezza Don Ferdinando, e le rispose le seguenti parole. Oh Donna Francesca che cosa viddi questa sera! mi apparve il Signore flagellato, non solo tutto esangue, ma con stracci indosso, e canna nelle mani: e ciò detto di nuovo sospirò, e si tacque. Havendolo udito l’altre sue sorelle, e fratello si risero della sua simplicità, dicendogli che de’ sogni faceva visioni. Soffrì egli la loro derisione con la sua consueta placidezza, e senza replicar altra parola si rimase nella sua quiete. Non si fermò tuttavia Don Ferdinando nel medesimo stato, attesoche da quel punto non poco approfittossi; per la qual cosa quando non voglia credersi perfetta visione sopranaturale, gl’effetti nondimeno in qualche modo dimostrarono esser stata una particolar illustrazione di quel Divino, e penoso oggetto.
Non era minore la sua assiduità nell’orazioni vocali, ed oltre le molte, che secondo quello si disse nella Vita di Don Giulio, erano communi a tutti, più assai erano le sue particolari. Rinchiudevasi alcune volte con una Donna di matura età che le serviva di Aia nella Cappella del suo Palazzo, e vi dimorava le mezze giornate. Attediata per ciò un giorno la predetta Donna le disse. O mio Signorino, voi confonderete il Cielo con tanti Paternostri, deh per l’amore di Dio usciamo di qui, che in questo tempo si sariano visitate le sette Chiese di Roma. Interogandolo dipoi del numero, ritrovò che visitando cinque volte l’altare istesso, per le visite de’ cinque altari, diceva cinquant’Ave Maria, e cinque Pater Noster per altare; sì che in tutto erano dugento cinquant’Ave Maria, e venticinque Pater Noster, d’onde avveniva che doppo haver sodisfatto alla divozione fosse molto stanco e fiacco, havendole dette tutte in ginocchio: cosa senza dubbio molto rara in un fanciullo di sì tenera età, e che saria difficile a credersi, quando non fosse attestato da chi seco l’eseguì.
Con questa celeste acqua dell’orazione inaffiati que’ primi germogli delle sue virtù, via più sempre crescevano. Venerava con singolarissima tenerezza d’affetto la Beatissima Vergine, havendola appresa dall’esempio, ed insegnamenti del Duca suo Padre, che nel suo ossequio si rese ammirabile. Asserisce per ciò D. Antonino di Caro Sacerdote d’insigne probità haver dal medesimo D. Ferdinando nella sua estrema infermità udito, che fino da questi primi anni erasi dedicato alla gloriosa Madre di Dio, e riputandosi tutto suo sperar certamente che per la sua intercessione conseguirebbe l’eterna salute. Recitava ogni giorno il suo Officio parvo, ed il Rosario, digiunava nelle vigilie delle sue feste, e tal volta in pane, ed acqua, ancorche che non havsse più di nove anni, ed in tutti i Mercoledì s’asteneva dalla carne, e i Sabbati da’ latticinij. Da questa età parimente fino alla morte in riverenza della Passione di Christo Signor Nostro, non mangiava nel Venerdì né frutti, né cibi dolci, imitando con la privazione di questa delizia l’amarezze del suo Redentore.
Assisteva ogni mattina con Angelica composizione alla Santa Messa, e terminavala con il Rosario della Beatissima Vergine. Incominciò altresì a nodrire il suo spirito col Divino cibo del Santissimo Sagramento, ricevendolo in tutte le feste della medesima Vergine, e poneva ogni studio in apparecchiargli l’albergo colla purità della sua coscienza, come lo dimostrò nella notte della Natività di Christo Signor Nostro. Imperoche dovendo communicarsi, ancorche si fosse confessato la sera precedente, non fu possibile che lo facesse prima che si fosse di nuovo riconciliato. A sodisfarlo fu mestieri portarlo a braccio al Confessionario, peroche era la Chiesa piena di gente; havendolo però udito il Confessore in vece di assolverlo, lo rimandò con un sorriso, non essendo stata la sua colpa altro che alcune parole indifferenti, che haveva dette prima di andare alla Chiesa.
Apparve tuttavia agl’occhi della Duchessa sua Madre appannato il cristallo di quest’Anima illibata, avvengache certa donna l’infamò d’haverla provocata a male. E se bene l’età sua ancor puerile era bastevole a manifestare la calunnia, nondimeno la Madre, che invigilava a custodirlo come la pupilla degl’occhi suoi, prestò qualche credenza alla rea femina. Si avvide di ciò Don Ferdinando, e senza dir parola in sua discolpa attendeva l’esito. In tanto la medesima Donna disse alla Duchessa haver già egli appresso di se quello, che l’accertarebbe de’ suoi traviati costumi. Chiamatolo per ciò una mattina all’improviso, mentr’era nella Chiesa del Monastero, lo fece appressare alla Grata, e severamente gl’impose, che toltosi il mantello le mostrasse quanto teneva. Intimorissi il fanciullo, e nel farlo gettò destramente sotto la sedia un Madrigale di materia indifferente, qual haveva appresso di se. Non vi trovò la Duchessa cosa alcuna, che indicasse quel grave mancamento, onde deposto in gran parte il sinistro concetto che di lui haveva formato, lo rimandò con la sua benedizzione.
Riflettendo tuttavia Don Ferdinando all’haver celato alla Madre quel Madrigale, si duoleva accerbamente della sua dissimulazione, per la qual cosa sopra modo afflitto ricorse alla sua sorella maggiore, e manifestandogli quello era avvenuto, soggionse haver commesso un grave errore occultando alla Duchessa quel Madrigale. Ecco, poi disse, io lo pongo nelle vostre mani fatene quello che più vi aggrada. Vedutolo la Sorella, e non trovandovi né pur apparenza di male, con un sorriso, e con parole assai amorevoli lo consolò. Ma peroche Iddio è protettore degl’Innocenti, punse con sì vivi stimoli il cuore della Donna, dalla quale era stato calunniato, che amaramente piangendo confessò ingenuamente alla Duchessa di haver mentito, e si ridisse della sua impostura. Con ciò manifestossi l’innocenza di Don Ferdinando, e giovogli perché fosse dalla Madre più teneramente amato: dilettando con maggior vaghezza un giglio, quando illibato sorge in mezzo alle spine delle maledicenze.
Traspariva più bella questa sua candidezza dal velo della sua modestissima erubescenza, che ne’ fanciulli è come un’Aurora di più splendide virtù. Oltre l’abborrimento al pomposo vestire (di che altrove) era somma la sua circospezzione in che non fosse veduta nuda alcuna parte del suo corpo da quei servi, che l’aiutavano a vestire. Essendosi altresì un giorno assai riscaldato nel giuoco della palla, se gli sluogò l’osso sopra il ginocchio, ed egli per non esser obligato a mostrare la parte offesa procurava celarlo. Nel che dimostrò sì estrema ripugnanza, che se bene le dissero, che tardando potrebbe rimaner storpiato, non volle tuttavia arrendersi. Risaputolo però il Duca le ordinò, che si lasciasse vedere, e obedì con condizione, che lo facesse un Gentilhuomo Vecchio, e con le cortine del letto affatto chiuse. Da una sì vigilante custodia in tutto quello puotesse in qualche modo scolorire il candore della sua honestà si scorge, che portava effigiata nel suo cuore la purissima Madre di Dio, alla quale, come sopra si disse, l’haveva dedicato.
Succederono agl’anni della sua fanciullezza quelli dell’adolescenza, e furono più dalle sue virtuose inclinazioni, ed esercizij abbelliti, che adorni con le vaghezze della florida età. Havevalo in questo tempo il Duca fatto apprendere tutto quello servisse a farlo comparire un compito Cavaliere: atteso che oltre l’erudizione delle lettere humane erasi esercitato nel cavalcare, nello schermire, ed in tutti que’ nobili impieghi, che sono confacevoli ad una pietà Signorile. Mirandolo come futuro herede del suo dominio volle parimente che non le mancasse un nuovo adornamento qual sopramodo giovarebbe a renderlo più habile al governo de’ suoi stati, e reggimento de’ proprij Vassalli.
A questo fine (consigliato eziandio dal Padre Don Carlo Chierico Regolare, e suo Fratello) determinò inviarlo per l’Italia, e parte della Germania. Sapeva che in un tal viaggio se le porgerebbe opportunità di considerare ed i costumi di varie Nazioni, ed il differente modo di reggerle, e che da questa perizia potria ritraerne assai giovevoli documenti per via più raffinare la Prudenza, che nell’arte del governare è savia Maestra; scrisse per ciò quell’Istruzzione che sopra nel principio dell’Addizioni si è riferita, e nella quale i dettami di civile Politica collegati colle massime de’ virtuosi sentimenti formano come una catena, qual composta con anelli d’oro, e d’argento lega il cielo con la terra, e l’humano col Divino. Le assegnò altresì le persone nominate nella medesima Istruzzione, lo providde di denaro con polize di cambio, ed essendo già il tutto all’ordine le diede con la sua scrittura il Manuale del Norimbergh, e la Filotea: libretti del tutto confacevoli all’intento. Con sì buone custodie già era per porsi in cammino nel mese di Gennaio l’anno 1668 quando compiva l’anno decimosettimo di sua età.
La già presa risoluzione riputata dal Duca sopramodo espediente alla condizione del Prencipe suo figlio non era punto confacevole al riposato suo genio: tuttavia seguendo la consueta docilità del suo cuore, dissimulò così bene questo suo natural spiacimento, che appariva sopra modo se ne compiacesse. Non trasparendo per ciò alcun segno di tristezza, anzi dimostrando particolar piacere di quel divertimento, godeva il Padre pensando concorrere alle sue sodisfazioni. Nel suo ritorno però dichiarò haver incontrata non leggieri difficoltà in reprimere la sua interna ripugnanza, per non farne avvedere il Duca, e amareggiare quel piacere, che dimostrava d’una così accettata risoluzione, e da lui creduta conforme all’inclinazione, e genio del figlio. Così in un giovanetto erano moderate quelle Passioni, che per il fervore del sangue sogliono essere più vehementi.
Gionto il giorno prefisso alla sua partenza lo condusse seco alla Chiesa del suo Monastero, ed essendosi confessati, e Communicati con tutti quelli del suo accompagnamento si recitò l’Itinerario. Doppo il Duca preso per la mano Don Ferdinando s’inginocchiorono all’altare della Santissima Vergine del Rosario. Quivi Don Giulio con le più tenere affezzioni del suo cuore offerì il Prencipe alla gloriosa Madre di Dio, vivamente supplicandola a custodirlo con la sua protezzione in quel viaggio, affinché senza nocumento d’anima, e di corpo si riconducesse alla sua Patria. Indi teneramente abbracciatolo, e datagli la sua benedizzione, non senza spargimento di qualche lagrima si separò dal figlio, che già entrato in lettica si pose in viaggio. Cresceva al dilongarsi da Palma, e da’ suoi congionti di sangue l’amarezza dell’animo suo, in guisa tale che parendogli impossibile il proseguire, le cadde in pensiero il ritornarsene. Vincendosi tuttavia rescrisse lettere al Duca che le recarono non poco contento, dicendogli in esse che si avanzava nel viaggio con pari prosperità e piacere.
All’interno rammarico col quale viaggiava si aggionse un esterno accidente, che gravemente lo perturbò. Essendosi da Napoli incaminato a Roma assalirono la carrozza nella quale viaggiava alcuni ladri, da’ quali non poco spaventato ricorse alla sua potentissima Protettrice, la Madre di Dio, e prostrato nel pavimento della carrozza humilmente la supplicò a difenderlo in quel sì grave pericolo. Né tardò a sovvenirlo la pietosissima Vergine, avvenga che levatosi, vidde con suo sommo stupore cambiata la fierezza di quei ladri in cortese piacevolezza, peroche havendolo riverentemente salutato, ed egli havendo loro corrisposto con pari gentilezza, lasciarono che liberamente proseguisse il suo cammino. Rese per ciò Don Ferdinando affettuosissime grazie a Dio, ed alla sua gloriosissima Madre, che l’havessero in quel sì pericoloso avvenimento custodito.
Pervenuto in Roma, ed havendo riverito, e teneramente abbracciato il Padre Don Carlo suo Zio, volle nell’ingresso d’una così Santa Città via più purificare l’anima sua. Laonde apparecchiatosi con diligente esame ad una confessione generale di tutta la sua vita, la fece per la seconda volta, e con non minore apparecchio ricreò il suo spirito con il Santissimo Sacramento dell’Altare. Attese dipoi a venerare i Santuarij della medesima Città per il conseguimento dell’indulgenze: Visitò le sue sette Chiese, e quanto di più divoto e Sacro in essa con ammirazione si venera, seguendo in ciò la direzzione del mentovato suo Zio. Non trascurò altresì di vedere le Grandezze della Corte Romana, le sue sontuose fabriche, e deliziose Ville, non havendo a solo titolo di pietà intrapreso quel Viaggio, ma eziandio ad abbellire l’animo con quegl’oggetti di terrena magnificenza. Rimase però di loro sì poco invaghito, che ritornato in Palma era solo la materia de’ suoi ragionamenti quello. che di Sagro, e venerabile haveva in quella Metropoli della Cattolica Religione ammirato.
Doppo di haver sodisfatto più alla divozione del suo spirito, che alla curiosità de’ suoi sensi con la benedizzione del Padre Don Carlo partissi per la Santa Casa di Loreto. Non erasi giamai nel suo petto accesa sì fervorosa fiamma, che pareggiasse quell’haveva di venerare le sagrosante pareti di quella stanza, nella quale erasi operato l’ineffabil mistero dell’Incarnazione del Verbo Divino, per il che assai prima vi gionse con il cuore, che non vi fosse pervenuto con il corpo. Ove da lungi incominciò a doscuoprirle le dedicò le sue più ossequiose venerazioni, e all’entrarvi l’adorò con sentimenti di tenerissimo affetto. Qui parimente volle per la terza volta fare la Confessione Generale, riputando che la purissima Madre del Verbo Incarnato non gradirebbe quegl’ossequij, che per il candore della coscienza non fossero nitidi com’il cristallo. Ricevuta doppo la Santissima Eucharistia vi si fermò a gran spazii di tempo in rendimento di grazie, e fervorosa orazione. Quivi rinovò quell’oblazione, che di se medesimo haveva in più tenera età fatta alla Santissima Vergine, e la supplicò ad impetrargli, che il Divino suo Figlio si rimanesse per amore indissolubilmente congionto al suo cuore, come realmente erasi unito all’humanità formata de’ suoi purissimi sangui. Si afferma nella Relazione, che rigiunto in Palma, discorreva sì dolce, e soavemente di questa Visita, che ben si scorgeva haver in quella Santissima Casa goduto di qualche favore sopranaturale, qual ricorrendo alla sua memoria spargeva nelle sue parole una come celeste soavità.
Partitosi con il corpo da quel Sagrosanto Tempio, nel quale haveva coll’affetto lasciato il cuore, passò in Ferrara, e da questa in Venezia, Teatro delle meraviglie d’Italia, venerò in essa il Sagro, vidde il curioso, e ammirò quello di più cospicuo, che provoca allo stupore. Con un suo esempio però di candidissima honestà si rese egli medesimo più ammirabile. In una delle mentovate Città (che lo scrittore della Relazione non si rammenta certamente qual fosse) si costuma come tratto di civil cortesia, che incontrandosi per le contrade Dame, e Cavalieri, questi prendono quelle per la mano, e le servono fino alle proprie case, overo altrove: né ciò si reca punto ad offesa dell’honestà, havendogli la consuetudine tolta ogni apparenza di sinistra apprensione. Non sodisfaceva tuttavia un tal costume al modestissimo Prencipe; onde accadendogli un giorno quest’incontro, si rivolse al Cavaliere qual’era seco, e impallidito, le disse. Oh Dio m’aiuti, prendiamo altra strada. Ma quegli l’avvisò a proseguire, peroche que’ Signori, che venivano se lo recariano a grand’offesa, singolarmente per esser egli straniero, onde saria mestieri porre mano alle spade. Per questo avertimento via più intimorito Don Ferdinando si raccolse nel più intimo del suo cuore, e invocando la purissima Madre di Dio a custodirlo da quel pericolo, fece voto di fargli celebrar sette Messe. Gionsero in tanto quelle Dame, e come se il Prencipe fosse stato invisibile, salutarono quei della sua comitiva, e prese da loro per la mano passarono avanti, rimanendo solo Don Ferdinando del pari attonito, lieto, e grato alla Santissima Vergine, che sì prontamente l’haveva esaudito.
Da Venezia harebbe proseguito il suo Viaggio per la Germania, se il Duca suo Padre (non si sa per qual cagione) non l’havesse richiamato in Palma. Ciò però non avvenne senza particolar disposizione della Divina Providenza, attesoche quando fosse passato nella Germania l’harebbe forse ritrovato morto, mentre sopravisse solo alcuni mesi doppo il suo ritorno. Obedendo esattamente il Prencipe a’ cenni del Padre, senza investigar il motivo d’un sì improviso cambiamento, si ricondusse alla Patria. Lo accolsero i suoi Genitori, e Sorelle con espressioni di tenerissimo affetto, e lo rividdero i Vassalli con giubilo inesplicabile, riverendolo come vivo, e somigliantissimo ritratto dell’ottime qualità del Duca, dalle quali riconoscevano la felicità del loro governo. Si acquistò egli e la loro maggior benevolenza, e quella de’ suoi Congionti di Sangue, quando fece conoscere che la vista delle terrene grandezze haveva giovato a disingannarlo, e non a farlo invaghire delle loro apparenze. Le apprezzava sì poco il cuor suo, che stupivasi le fossero da tanti sacrificate le loro ammirazioni ed affetti. Oh questo è il Mondo, diceva, riputato sì vago, e dilettevole da gl’huomini, meglio sarebbe stato per lui, che non l’havesse veduto: attesoche il non esser da me apprezzato, sariasi potuto ascrivere a mia ignoranza, là dove havendone veduta la sua più amena, e deliziosa parte, qual è l’Italia si è con la presenza cotanto diminuita la sua fama, che mi ha fatto meglio intendere essere come un ruinoso composto di Vanità. Scorgevasi altresì questo suo disprezzo da’ suoi racconti, ch’erano molto brevi, persuadendosi che troppo honorarebbe coll’esagerazioni le sue vili grandezze. Consumò in questo suo Viaggio nove mesi, e con esser libero, e abbondevolmente proveduto di denari, non erasi in così lungo divertimento dissipato il suo cuore, scorgendosi ne’ suoi composti portamenti più tosto fosse tornato dalla solitudine, che da’ vagamenti del viaggio.
Godeva per tanto in mirarlo il Duca amandolo come due volte suo Figlio, per essere quanto a virtuosi costumi suo somigliantissimo parto. Non essendo tuttavia così intento a’ spirituali esercizij, che non riflettesse a quello conveniva al temporale stabilimento della sua Casa, si applicò al Matrimonio di Don Ferdinando. L’esser egli unico, e già in età convenevole lo stimolava a sollecitarlo, ancorche sapesse non incontrarebbe le sue sodisfazzioni, havendo eziandio da’ più teneri anni dimostrata estrema ripugnanza allo stato Coniugale. Ciò risaputosi dal Prencipe e perseverando nel medesimo proponimento, ma dall’altro lato scorgendo essere obligato dalle convenienze, e dalla riverenza dovuta al Padre, pensò a prolongarlo. A questo fine parlò alla sua sua Sorella maggiore Religiosa, e le rappresentò quanto fosse mestieri, ch’invigilasse al governo del Duca. Esser’egli di mal’affetta complessione, ed all’hora specialmente cotanto dedito alla mortificazione, e penitenza, che si richiedevano assai particolari diligenze per farlo cibare di vivande più confacevoli alla sua fiacchezza. Saper’ella quanto si adoperasse col Credenziere, ed altri Ministri, perché mescolassero nelle sue grossolane vivande di legumi, e cose somiglianti, pelle, e brodi di polli, o altro più sostanzioso alimento. Che quando si legasse col vincolo Matrimoniale e l’affetto verso la Sposa, e le sollecitudini, che le vanno congionte lo divertiriano da quelle sue amorevoli diligenze, nelle quali, per teneramente amarlo, di sì buon grado s’impiegava. In fine esser’egli in età assai giovanile, e che se in questa per sua trascuraggine le mancasse il Padre, si rimarria la Casa esposta a pericolo di gravissimi danni.
Non profittando tuttavia con le sue ragioni gli convenne soggettarsi a’ voleri del Duca, che dato compimento al trattato del suo Sposalizio volle si sottoscrivessero le stabilite scritture. Per ciò secondo il suo antico costume elesse il giorno vigesimo quinto di Marzo dedicato all’Annunciazione della Santissima Vergine, correndo l’anno 1669. Le firmò col suo nome la Sposa in Palermo nella Cappella della Madre di Dio, essendo di quel tempo lo Sposo in Palma. Era questa Donna Melchiona Naselli e Carriglio, Figlia del Prencipe d’Aragona in Sicilia, Donzella di egregia bellezza, e di doti corrispondenti al suo chiarissimo Sangue. L’avviso del già conchiuso Matrimonio fu ricevuto con sommo giubilo da’ suoi Vassalli, godendo fosse per propagarsi quella Fameglia, nella quale riconoscevano, come del pari hereditarie le chiarezze del Sangue, e i splendori delle Christiane Virtù. Era parimente intento il Duca ad apparecchiare le Feste, ed Allegrezze per la celebrazione delle Nozze, attesoche la sua applicazione a’ divoti esercizij non le toglieva quella che riguardava le temporali splendidezze: essendo la Grazia di condizione Signorile, che non abborrisce, ma santifica il decoro dell’humane convenienze.
Solo nel volto del Prencipe Don Ferdinando non apparivano segni di giubilo, ma più tosto si dimostrava mesto: cedendo in questa parte il suo desiderio di compiacere ad altri al mal talento, col quale si legava col secolo. Congratulandosi il Duca col Figlio dello stabilito Sponsalizio lo abbracciò, e baciò in fronte, egli però in vece di rallegrarsi s’impallidì, e cogl’occhi molli di lagrime gli ribaciò la mano, e ritirossi solo. Volle parimente il Duca, che nel Duomo di quella sua Terra si promulgasse lo Sponsalizio, e si cantasse solennemente il Te Deum laudamus, in rendimento di grazie a Sua Divina Maestà. Haveva in oltre disposto, che vi assistesse il Prencipe, e che doppo i suoi Vassalli le facessero riverenza. Ma ciò si rese insoffribile alla sua modestissima condizione, onde fu mestieri permettergli, che finito il predetto Hinno si ritirasse, come avvenne. Con pari modestia si diportò con certo Cavaliere suo Parente, dal qual’eragli allo spesso ricordata la Sposa, per il che offendendosi la sua verecondia fece per mezzo delle Sorelle intendergli il dispiacere che gl’apportava, né prezzò punto, che quel Cavaliere se ne turbasse.
Non fu di minor maraviglia il disprezzo che dimostrò di quelle gale, e pomposi vestimenti, che sono sì proprij degli Sposi: avvengache non puoterono giamai da lui ottenere che l’usasse, se non con quella moderazione, qual fosse confacevole ad una temperatissima decenza. Mirandolo per ciò il Padre sì poco sodisfatto, disse alle Figlie essergli caduto nell’animo qualche dubbio, che la Sposa da lui eletta non fosse conforme al genio del Prencipe, mentre sì poco gradiva quelle communi allegrezze. Che se ciò non era la cagione del suo rammarico, dovevasi credere fosse morto a’ piaceri del secolo, quando vi erano per nascere. Gli riferirono le Sorelle il sentimento del Duca, ed egli rispose: Esser sodisfattissimo della già fatta elezzione, mentre vi era concorsa la volontà del Padre, alle di cui disposizioni rendevasi a grand’honore il viver soggetto. Riconoscer’egli la sua Sposa per una delle migliori Donzelle di quel Regno; ma che quando il Padre le havesse data una deforme Etiope, l’amarebbe come venutagli dalle disposizioni di Dio.
Erano già per celebrarsi le Nozze quando un funesto accidente oscurò le chiarezze degl’apparecchiati giubili. Doppo cinque giorni dallo stabilito sponsalizio cadde infermo il Duca, e riconosciutosi il male per l’ultimo, chiamato il Notaro volle si scrivessero alcune disposizioni concernenti il suo funerale. Assisteva al suo letto il Prencipe, e per esser di notte gl’ordinò il Duca che tenesse il candeliere. Dettando l’Infermo incominciò ad impallidire il Figlio, inteneritosi, e per i divoti sentimenti che ascoltava, e per l’estremo rammarico che le apportava la vicina morte del Padre. Avvedutisi i Servitori che già veniva meno, lo pregarono a dar loro il candeliere; ma egli dimostrando quanto stimasse i comandamenti del Padre rispose loro. Il Signore me l’ha detto, lasciatemi morire. Con ciò proseguì a tenerlo, e a farsi sì gran violenza, che finitosi di scrivere, lo portarono a giacere nel letto non puotendosi più regger in piedi. Aggravandosi in tanto il male del Duca, era inesplicabile l’amarezza del Prencipe, e solo puoteva mitigarsi da quella sommissione con la quale venerava il volere di sua Divina Maestà. Sopra questo altare della sua rassegnazione sagrificò il proprio volere, quando non senza abbondanti lagrime nel ventesimo primo giorno d’Aprile l’anno 1669 lo vidde spirare. Le mancò nel Padre il più stimato oggetto del suo amore, e ne portò più oscuri bruni al cuore che nelle vesti.
A cagione di questa morte si prolongò per alcuni mesi la celebrazione delle Nozze, non convenendo mescolare co’ lutti le loro allegrezze. Si ammirarono in questo tempo gl’humilissimi sentimenti del Prencipe, attesoche l’haver egli hereditati i Stati del suo Dominio non le diminuì punto la soggezzione a’ suoi Maggiori di età. Essendo per sì urgente cagione uscita dal Monastero la Duchessa sua Madre, non ancor Monaca professa dipendeva affatto da’ suoi cenni, dimostrando singolar piacere in obedirla. Si regolava eziandio con il parere della sua Sorella maggiore Religiosa, e accadendogli il risolvere alcuna cosa di momento, diceva volerne prima udire il conseglio di certa sua Vecchiarella. Così forse la chiamava o per haverlo ella come si disse levato dal Sagro Fonte del Battesimo, o perché credeva, che l’anime Religiose aliene dall’intemperanza delle passioni siano dotate di Celeste Senno. Essendo altresì andato in Palma il suo Fratello Chierico Regolare doppo la morte della sua Sposa, godeva sopramodo regolare gl’affari del proprio stato con dipendenza da’ suoi consigli. Raro pregio in vero in un giovane dotato di singolar capacità, ed a cui i briosi spiriti dell’età suggerivano pensieri di maggioranza. Meglio potrà ciò riconoscersi in un particolar avvenimento. Compiacendosi molto di cero istrumento musicale facevalo lavorare nel suo Palazzo da alcuni Maestri. Risaputosi ciò da Suor Maria Serafica, e stimandola spesa superflua, l’avvisò di quel dispendio, qual servendo solo alla delizia dell’udito, parevagli inutile. Replicò modestamente il Prencipe, ma seguendo la Sorella ad addurgli altri motivi, così prontamente si arrese, che le disse, adesso appunto vado a licenziarli: e l’harebbe senza dubbio eseguito, se la medesima Sorella giudicando non convenirsi al suo decoro il sospender quell’opera incominciata non glie l’havesse dissuaso. Tanto era pieghevole agl’altrui sentimenti, chi puoteva a suo arbitrio reggere i proprij, eziandio in materia di dilettevole splendidezza, della quale tanto si pregiano i Prencipi.
Più arduo fu l’accidente nel quale dimostrò la sua segnalata obedienza a’ cenni della Madre. Comparvero alcune vele Turchesche alla Spiaggia di Palma, per le quali atterrito il Popolo più pensava alla fuga, che al resistergli col prender l’armi. Vuolendo per ciò la Duchessa animare la codardia de’ suoi Vassalli, fece intendere al Prencipe, che salito a cavallo, e guernito d’armi, accorresse a quel pericolo. Obedì prontamente Don Ferdinando, e persuadendosi, che la Madre gl’havesse imposto l’assalire que’ Corsari, vi si trasferì cavalcando con tanta celerità, che solo quattro Gentilhuomini hebbero tempo di seguirlo. Per il cammino era sì grande l’apprensione, che riputando andar incontro alla morte si apparecchiava con atti interni di molto fervore, e d’eccellenti virtù. Stimolate in tanto dal suo generoso esempio altre persone gli tennero dietro co’ cavalli; ma quando pervennero alle sponde del Mare, s’avviddero con incredibil giubilo essersi già a gran tratto dilongate le Barche di que’ Barbari, sì che a pena puoterono vederle. Attribuirono la loro sì improvisa partenza a singolar disposizione di Sua Divina Mestà, meritata dalla pronta obedienza di Don Ferdinando alla volontà della Madre, ancorche non fosse stata sua intenzione, che si esponesse a cotanto grave pericolo.
Hor essendo già trascorsi sette mesi dalla morte del Duca D. Giulio, doveva il Prencipe così eziandio persuaso dalla Madre effettuare il suo Sponsalizio, e dimorando la Sposa in Palermo era di mestieri vi si trasferisse a prenderla. Disposto il suo decente accompagnamento, prima di partirsi andò alla Chiesa del Monastero, e doppo haver adorato il Santissimo Sagramento, e supplicata la Madre di Dio ad assistergli, si prostrò sopra la Sepoltura del Padre, e bagnandola con affettuose lagrime lo pregò della sua benedizzione. In tal guisa con la benedizzione, altresì della Duchessa si pose in viaggio per Palermo, e essendovi felicemente gionto, entrò nella Casa della Sposa. All’ingresso nell’Anticamera se le offerse un spettacolo di singolar maraviglia, peroche vidde venirsi incontro una Donzella adorna di celeste più, che humana bellezza, ed era vestita di candidissimo drappo. Se le appressò questa con leggiadro sembiante, e presolo per la mano le disse: Fatevi cuore. Rapito com’in estasi di stupore Don Ferdinando, riputava quella esser la sua Sposa, onde si rimase dal passar più avanti. Ma il Cavaliere, qual’era seco non vedendo altro che il Prencipe, lo stimolava ad entrare nella camera della Sposa. Sparì in questo la predetta Donzella, ed egli fatta riverenza alla Sposa, compì seco, ma con modo sì freddo, che ben si scorgeva portar egli nell’animo suo impressa una bellezza assai maggiore di quella scorgeva presente a’ sensi. Ridisse poi alle sue Sorelle queste parole. Mentre la mia Sposa mi teneva per la mano, quella Donzella nell’anticamera mi teneva per il cuore, e la dolcezza di questa mi toglieva ogni compiacenza di quella. Chi fosse questa sì vaga Donzella, che tanto lo rapì, non è manifesto. È però non poco certo esser stata la Santissima Vergine singolar Protettrice di tutta la Fameglia Tomasij, e mi persuado lo prevenisse con quella sovr’humana bellezza, accioche il senso tanto meno s’invaghisse della caduca, quanto l’animo era più rapito dalla Celeste.
Seguirono a questo primo ingresso l’allegrezze delle nozze, ma non essendosi per anche cancellato nell’animo suo quel giubilo, che le haveva recato la vista di quell’Angelico sembiante, non si dimostrava così lieto come conveniva alla condizione di Sposo, per la qual cosa que’ Cavalieri, ch’erano seco l’incitavano a dar segni di maggior’allegrezza. Li sodisfece il Prencipe, con farsi qualche violenza a cagione di non contristare la Sposa, erano tuttavia sì moderati i suoi giubili, che non lasciava di trasparire in essi una decentissima Honestà. Regolava con tal prudenza le sue azzioni, e portamenti, ch’era oggetto di meraviglia vedere un Prencipe nell’anno decim’ottavo di sua età, circondato da’ fiori della giovinezza, e delle nozze, ed esser sì modesto, sì temperato, ch’esalava odore di divozione, e Pietà Christiana. Acquistossi con sì savie, e virtuose maniere il nome di Prencipe Santo, così chiamandolo quei di Palermo, e la medesima sua Sposa, se ben’egli con qualche scherzo studiavasi di far materia di riso quello era di seria ammirazione.
Si fermò per sei mesi nella mentovata Città edificandola assai più co’ virtuosi esempij, che non l’havesse rallegrata co’ giubili delle sue nozze. Osservandosi in essa quel così Santo costume della quotidiana esposizione dell’Augustissimo Sagramento, qual si distribuisce per le Chiese con quell’ordine, che in Roma è stabilito, lo visitava il Prencipe per ciascheduna mattina. Non lo ritenevano dall’andarvi o la distanza della Chiesa, o qualsivoglia condizione di tempo, e vi dimorava almeno per un’hora, facendo orazione, e ascoltando più Messe, per il che ordinariamente v’impiegava tutta la mattina fino all’hora del desinare. Non intralasciò mai il Rosario, e rarissime volte l’Offizio di Nostra Signora, verso la quale conservò sempre quella tenerissima divozione, che da’ primi anni erasi scolpita nel cuore.
Ritornato doppo il predetto tempo con la sua Sposa in Palma fu da’ suoi Vassalli con dimostrazioni di sommo giubilo accolto. Maggiore però era il godimento della Madre, e delle sue Sorelle per lo scambievole affetto, uniformi sentimenti, e corrispondenza di genio, che nel Prencipe, e Prencipessa sua Sposa riconoscevano. Pareva respirassero con un medesimo fiato i cuori loro, e uno seguiva le voglie dell’altro, come l’ombra riverberata dallo stilo. Se vi era qualche contesa solo accadeva quando ciascheduno voleva posporre il suo parere a quello dell’altro, onde godevano d’una giocondissima pace, qual è il più delizioso fiore, che dello stato Coniugale possa raccogliersi. Cooperava alla medesima l’egregia modestia della Sposa, aliena dalle pompe, e vanità in guisa tale, che assai di rado s’adornava con ricche vesti, e gioie: diceva contentarsi di piacer solo a Dio, ed al Prencipe, e che tutto il rimanente doveva sprezzarsi come superfluo.
Ma questo tenero affetto, col quale Don Ferdinando amava la Sposa non lo distoglieva punto dalla sua fervorosa applicazione a’ spirituali esercizij premendo le vestigia de’ grandi esempij lasciatigli dal Duca suo Padre. Nel riferirli sarò assai manchevole, essendo egli stato sì accurato in celarli che furono in gran parte occulti alla medesima Prencipessa, e la Madre, e Sorelle Religiose puoterono dubitare s’egli frequentasse i Sagramenti. Gionse tant’oltre il dubbio, che le fecero istanza li ricevesse in publico con il suo Habito di Cavaliere d’Alcantara, ma egli rispondendo con qualche scherzo divertiva ad altro il ragionamento. Non lasciavano tuttavia d’apparirne assai manifesti segni della sua frequente, ed assidua assistenza a’ Divini Officij, e Sagre Fonzioni delle Chiese. Nelle feste specialmente solenni giamai intralasciava l’esser presente alla Messa cantata, ed a’ primi, e secondi Vesperi. Più di questo faceva nella Quaresima per esser tempo più santo spendendo la maggior parte del giorno nella Chiesa, e singolarmente quando vi fosse esposto il Santissimo Sagramento. Ascoltava con pari frutto, e piacere le Prediche, e tanto si commosse ad una della dilezzione degl’Inimici, che riferì alle sue Sorelle Religiose le seguenti parole. Oh questa mattina quanto mi dispiacque il non haver io (toltane però l’offesa di Dio) inimicizia veruna: in tutta la Predica esaminavo, se havessi qualche inimico per gettarmi publicamente a’ suoi piedi, et abbracciarlo per amor del Signore.
Ad imitazione del Duca suo Padre erasi prescritti per alcuni giorni della settimana determinati esercizij spirituali, e nel loro adempimento era esattissimo. Nel giovedì visitava la Cappella del Santo Presepio, qual noi descrivessimo nella Vita del Duca, e vi assisteva alla Messa, visitava parimente la Chiesa dedicata a Nostra Signora di Loreto, qual è situata nel cammino. Ma più assai era quello faceva nel Venerdì, venerato da lui con specialissimo culto in riguardo della Passione di Christo Signor Nostro. Dal giovedì sera dava principio alla sua divozione astenendosi dal mangiar carne: attesoche costumando il cenar assai tardi, diceva temere fosse passata la mezza notte, e peroche tal volta non si era proveduto, non mangiava se non olive, o amandole. Con questa invenzione di scrupolo velava il virtuoso sentimento della sua mortificazione.
Levatosi la seguente mattina doppo le consuete orazioni vocali andava alla Chiesa del suo Monastero, ed ascoltava la Messa di Passione, e quel mesto canto delle Monache, col quale celebrano la medesima Passione, rammemorando il suo lagrimevole successo. Si discuopre al fine un divotissimo Crocifisso al funesto suono d’una campana, onde la fonzione spira un assai pietoso compungimento. Ritornato al suo Palazzo si racchiudeva in una segreta stanza, dove lavava i piedi ad un povero, e nel modo, che poi dirassi, lo ristorava con un lauto pranso. Desinava doppo egli medesimo, ed alquanto riposatosi faceva il viaggio della Strada della Croce, camminando a piedi, e fermandosi nelle Stazioni con dire l’Orazioni di sopra riferite. Essendo il viaggio di due miglia in circa, quando ritornava era già sera. Faceva il medesimo quando era più giovanetto, ed al ritorno senza prender punto di riposo andava alla Compagnia della Carità, dove fino alle due hore di notte impiegavasi in esercizij di mortificazioni, e orazioni. Ma quest’ultimo l’intralasciò, quando le molte occupazioni del governo glie lo vietarono.
Il Venerdì così santamente speso le serviva come di apparecchio per il Sabbato nel quale si confessava, e riceveva il Santissimo Sagramento dell’Altare. A questo fine levavasi la mattina sì per tempo, che doppo le due hore di questo suo esercizio si alzavano gli altri di sua Casa. Ad eseguirlo con maggior segretezza introduceva nella Cappella del suo Palazzo il solo Sacerdote, e qualche suo più confidente fameglio, ed ascoltata la Messa, e Communicatosi licenziava gli altri, e quivi si rimaneva solo fino al compimento delle due hore rendendo grazie al Signore, e trattando seco nell’orazione gl’affari dell’Anima sua. Nel rimanente del giorno sbrigavasi, quanto gl’era possibile da’ negozij temporali, onde scorgevasi in lui maggior raccoglimento: vestigio della prolongata orazione della mattina, e di quel Divino Hospite, che haveva albergato. Si privava parimente d’alcuni sollievi, e non era meno sensibile quello di non andare al suo Monastero, amando egli teneramente la sua Madre, e Sorelle. Visitava parimente (quando non fosse da gravi occupazioni impedito) la Chiesa dedicata a Nostra Signora di Lampedusa, dov’è il Conservatorio delle povere Orfanelle, lasciandovi per loro sollievo buona limosina. Terminava questo giorno con la visita del Duomo, venerando Nostra Signora del Rosario, ed assistendo alla Compieta, e Salve cantata, domandava nel ritorno la benedizzione alla Santissima Vergine.
Quanto nell’esercizio dell’Orazione Mentale si fosse avantaggiato il suo spirito non ne habbiamo certa notizia, non può tuttavia dubitarsi che havendole dato principio da’ suoi più teneri anni, come sopra si disse, vi havesse fatto non mediocre profitto. Si è tuttavia risaputo che v’impiegava non poca parte della notte. Imperoche un Paggio, che in quel tempo gl’assisteva asserisce, che doppo haver recitato il Rosario quando già erano passate alcune hore della notte, in vece di andar a riposare si ritirava dietro il letto, e simolando spogliarsi vi rimaneva genuflesso. Ed ancorche non misurava il tempo, udiva però molto doppo alcuni sospiri, e talvolta gemiti, da’ quali scorgeva che per anche perseverava in orazione.
Mentre per sì virtuose azzioni così viveva nel suo Palazzo come se stato fosse nel Chiostro di Religiosa osservanza, gionse il tempo del primo parto della Principessa, ed uscì alla luce un bellissimo bambino. L’apportò eziandio a tutta Palma con un lietissimo giubilo godendo ciascheduno veder propagata quella Fameglia, che per le vene de’ suoi descendenti fa scorrere più spiriti di egregie virtù, che di vivo sangue. All’avviso altresì del felice parto di Donna Melchiona si rallegrò sopra ogni credere Don Ferdinando e santificò le sue allegrezze con un atto di singolar pietà Christiana. Le offerirono il poc’anzi nato bambino la Duchessa sua Madre, e la Prencipessa madre della sposa, e se ben’egli lo mirò col cuore sugl’occhi ricusò tuttavia di prenderlo nelle sue mani: con dire che non essendo ancor rigenerato in Christiano coll’acque del Santo Battesimo non vuoleva toccarlo, come cosa profana, e non compitamente suo figlio. Nel Sagro Fonte le posero nome Giulio Maria, rinovando in lui quello dell’Avo Paterno, ed aggiongendovi il dolcissimo della Vergine in protestazione di quel riverentissimo ossequio, col quale questa Fameglia ha sempre venerato la gloriosa Madre di Dio. Vive hoggi non meno herede dell’insigne Nobiltà che delle preclare Virtù de’ suoi Maggiori, di che si è accennata alcuna cosa nella Dedica del presente Libro. Doppo il Battesimo lo abbracciò teneramente il Prencipe più stimandolo per la Corona che formarono all’Anima sua la Grazia Santificante, e le Virtù infuse, che per quella del suo Principato, alla quale era nato herede.
Ma ne’ giubili che apportò questo primo parto della Principessa si riconobbe che a’ più chiari giorni delle temporali prosperità succedono ben tosto le nuvole di lagrimevoli tristezze. Portava ella il secondo parto, e pervenuta all’ottavo mese della gravidanza gravemente infermossi. La curarono i medici con ogni più esquisita diligenza, né intralasciò Don Ferdinando di assistergli con quella vigilanza qual è propria d’un tenerissimo affetto. Si fecero molte e fervorose orazioni, ma come Dio vuoleva cogliere questo bel fiore dalla terra, per trasferirlo a’ deliziosi campi del cielo, punto non giovarono. Riconosciutosi il male per l’ultimo, volle il medesimo Prencipe avvisarla dell’imminente morte, vincendo la tenerezza del suo affetto col desiderio di cooperare a meglio disporla per quello spaventevole accidente. Appressatosi per ciò al letto, e frenato l’impeto delle lagrime per non attristarla, le disse esser gionta l’hora sua, e che se bene potria sembrargli acerba, non sarebbe però tale, ove prontamente si soggettasse alle Divine disposizioni, attesoche con il merito si stagionaria il frutto della sua eterna Gloria. Non si perturbò al funesto avviso la Principessa, ma tutta rassegnata a’ Divini voleri disse, che di buon talento riceveva quel colpo, qual venendo dalla paterna mano della Divina Providenza la ferirebbe per risanarla. Haver ella dal suo esempio appreso il disprezzo de’ beni caduchi, che qual vetro quando più brillano all’hora si prezzano.
Questa sua sì humile soggezzione alla volontà del Signore temperò a gran segno il suo amarissimo sentimento, e con molta sollecitudine attese a conservarla in quell’ottima disposizione. Riprese per ciò con qualche severità un suo parente che dava all’Inferma qualche speranza di vita, temendo che la distogliesse a meglio apparecchiarsi per la morte. Fece che a tempo opportuno le fossereo ministrati i Sagramenti, doppo i quali sopravenendogli l’agonie si sgravò in queste del secondo parto; e con tanta facilità ch’essendo vivo lo rigenerarono col Santo Battesimo, componendogli il nome di Giovanni onde l’innocente anima sua volò al Cielo, prevenendo quella della Madre forse per uscirle incontro all’ingresso della Patria. Spirò non molto doppo la Principessa, e con sì fervorosi sentimenti di pietà, che lasciò assai certe speranze della sua Gloria. Morì nell’anno decim’ottavo di sua età provocando tutti alle lagrime per essersi inaridita una sì bella primavera rifiorita cogli anni nel corpo, ed adorna con preclarissime doti nell’animo.
All’acerbità del dolore che per la sua morte afflisse il Prencipe corrispose la sua diligente applicazione nel sovvenire all’Anima co’ suffragij. Oltre il funerale non inferiore nella pompa alla grandezza del proprio stato, volle con un altro celebrato nel trentesimo giorno offerire a Dio nuovi suffragij per la Defonta. A questo fine si lavoravano nella Chiesa del suo Monastero alcune machine, e non essendosi la sera avanti il predetto giorno perfezzionate vuolevano gl’Artefici fermarsi a qualche hora di notte nella mentovata Chiesa. Resistevano le Monache perché non si contravenisse all’osservanza, e calando alla Ruota una sorella del Prencipe, le disse non convenirsi il più tardare a chiuder la Chiesa. Stimò egli tanto l’avviso che subito ordinò agl’Artefici che si partissero, e si chiudessero le porte. Nella seguente mattina si celebrarono l’esequie con le machine ancor imperfette, ma supplì al loro difetto la moderazione del Prencipe, che le aggionse con quel suo modestissimo atto un più splendido adornamento. Né solo in questo accidente ma in ogn’altro non permise giamai, che in suo riguardo si violasse la rigorosa osservanza del Monastero, anteponendola a qualsivoglia sua sodisfazzione.
Haveva Don Ferdinando con il corpo della Principessa sepolta ogni compiacenza di mondo, e apena spirata si racchiuse nella Cappella del suo Palazzo. Quivi supplicò il Signore a non darle qui in terra cosa di suo piacere, mentre havendogli tolto il più caro oggetto della sua affezzione desiderava vivere unicamente dedicato al suo amore. Che perciò si obligava con voto a custodire la castità, con dipendenza però da’ suoi Maggiori, essendo la successione della sua Casa appoggiata al solo Prencipe Don Giulio Maria ancora bambino.
Era sì fermo in questa sua determinazione ch’essendo andato al Monastero per participare alla sua Madre, e Sorelle la seguita morte, doppo le condoglianze disse alla Duchessa, Signora io chiedo da lei una grazia, e sarà forse la prima, e l’ultima, havendola io sempre con mio grande piacere obedita: la supplico dunque con ogni più viva istanza a contentarsi di non parlarmi più di mondo. Non fece di ciò molto caso la Duchessa, riputando che moderandosi con il tempo l’afflizzione apportatagli dalla morte della Sposa cambiarebbe proponimento, e rispose che sarebbe quello Dio fosse per ispirargli.
Assai diversi però erano i pensieri del Prencipe atteso che dissegnava nel cuor suo volger affatto le spalle al mondo, e dedicarsi a Dio in una delle Sagre Religioni. A questo fine poneva ogni studio in disaffezionarsi da qualunque oggetto dal secolo, né potevano indurlo a prendersi alcun sollievo: qualsivoglia piacere terreno era per lui come sparso di fiele, e solo conservava qualche sentimento di abbandonare il suo figliuolino.
Stimava esser a ciò tenuto avvengache la defonta Prencipessa l’haveva pregato a custodirlo come la propria sua persona. Riputando tuttavia superiore ad ogni motivo quello del maggior servizio di Dio, e del profitto dell’anima sua, per disporsi a più soavemente lasciarlo si asteneva dal vederlo. Per il che accadde che interogandolo la Duchessa come se la passasse Don Giulio Maria, rispose esser tre giorni che non l’haveva veduto. Lo riprese di ciò la Madre con severità, ed egli modestamente fissando gl’occhi in terra gradì la correzzione, senza manifestare quello haveva già nel suo cuore determinato.
Non cessavano in tanto varie Persone di sollecitarlo al secondo matrimonio, e più d’ogn’altro facevalo la Madre. Si scusava egli con differenti pretesti, vuolendo per quanto puotesse tener celato il suo proponimento d’esser Religioso. Attediato finalmente dalle replicate istanze volle troncarle con manifestare alle sorelle la già presa risoluzione. A tal fine in hora molto insolita, e senza condur seco alcun fameglio andò al Monastero, e essendosi chiuso nel Parlatorio, prima di dar principio al discorso recitò con le sorelle la salutazione Angelica, pregando la Santissima Vergine ad assistergli in quello prendeva a trattare. Incominciò dipoi ad esporre il suo desiderio, e facevalo con rossore, riputandosi indegno di quel virtuoso sentimento. Approvarono le sorelle la sua determinazione ad esser Religioso, ma quando disse loro l’haver scelto l’esser laico del Sagro Ordine de’ Cappuccini, lo giudicorono del tutto intollerabile alla sua gentile, e delicata complessione. Una di loro che teneramente l’amava le disse con sentimento di pietà. Ah figlio ed è faccia questa da ravvolgersi in un pungente sacco, quando pare che spiri? Rispose nondimeno egli a questi, e ad altri motivi: esser potente Iddio a dargli forza, e che quella Religione, e stato erano buoni per un Peccatore: riputarsi affatto indegno dello stato Sacerdotale, ripetendo più volte che tutte le sue facoltà non bastavano a comperare un horticello da Cappuccino, e che pregava il Signore a farlo morire con una zappa in mano. Sorrise a queste sue parole una delle Sorelle, dicendogli che non saperebbe coltivarlo, al che egli replicò scherzando. Svellerò sorella, se non saprò piantare.
Le proposero altresì che sarebbe più confacevole alla sua complessione l’appigliarsi alla Religione de’ Chierici Regolari, nella quale haveva il Zio ed il Fratello. Al che replicò che quella era buona per chi non haveva gustato il mondo, non già per lui ch’essendo stato per qualche tempo involto nelle sue sollecitudini, doveva dilongarsi per quanto puoteva da quel fuoco nel qual’era caduto. Proseguendosi con queste repliche il ragionamento riferì loro il disegno delle sue disposizioni, ed ammirorono con quanta savia discretezza l’havesse ordinate. Soggionge in oltre haver pensato di vestirsi in qualche Convento qual fosse fuori del Regno, ma poi haver cambiato pensiero: attesoche puotendo insorgere nella sua Casa qualche accidente per il quale si richiedesse il suo o conseglio, o persona erasi determinato al Convento di Melazzo, Città posta ne’ confini della Sicilia: che se bene ivi non era Noviziato potriasi agevolmente ottenerre la dispensa da Roma a prendervi l’habito. Conchiuse con la sua consueta humiltà il ragionamento, pregandole de’ loro consegli, mentr’erano già esperimentate nella vita Religiosa: riconoscer egli la sua fragilità, e non esser leggieri le malagevolezze incontrate dal senso nel Chiostro. Concertarono per ciò il ricorrere a Dio con molto fervorose orazioni, ed insieme al conseglio di Persone per dottrina, e spirito segnalate, a fine di non errare in risoluzione di sì gran rilievo.
Fra queste persone elessero il Confessore del medesimo Monastero, onde licenziatosi dalle sorelle andò non molto doppo a ritrovarlo. Le manifestò il suo disegno ed il savio, e discretissimo Padre lo consigliò a procedere con matura riflessione. Che quel suo proponimento per le circostanze del proprio stato, e per la severità dell’Istituto, qual haveva eletto richiedeva una molto attenta ponderazione; esser tuttavia assai fallibile, ove si appoggiasse solo all’incertezza dell’humane providenze. Che però a non porre il piede in falso era mestieri impetrare coll’orazioni dal primo Fonte della luce qualche suo raggio che precedesse a mostrare il sentiero. Si sodisfece sopramodo il Prencipe del suo prudentissimo discorso, onde lo elesse per Confessore, e lo fu fino alla sua morte.
Crescendo in tanto via più sempre il fervore del suo proponimento scrisse al Padre Don Carlo suo Zio esponendogli il suo desiderio. Le disse essersi specialmente appigliato allo stato di Laico Cappuccino, per riconoscere in esso due condizioni sopramodo confacevoli al suo spirito; l’una era l’austerità di quella sagra Religione, qual’essendo tutta spinosa trafiggerebbe il senso suo inimico, e le gioverebbe a sodisfare per le sue colpe: l’altra era l’humiltà di Laico, con la quale meglio velerebbe quella vana grandezza, dalla quale godeva fuggire quanto più le fosse possibile: esser’egli cotanto invaghito di queste due condizioni, che non si sentiva inclinato ad altra Religione. Attendere di tutto ciò il suo parere, e che se questi fosse conforme al suo sentimento, lo supplicava ad ottenergli la dispensa per prender l’habito nel Convento di Melazzo, attesoche bramava si troncasse ogni dimora, mentre il suo abborrimento al secolo già pareva fosse gionto al sommo. Nel tempo che si frapose alla risposta (della quale non ci è pervenuta notizia) consultò il medesimo proponimento con due Padri della Compagnia di Giesù, soggetti di accreditata virtù e dottrina, e furono il Padre Gioseppe Farruggia, e il Padre Vitale de’ Vitali, e ne riportò molto savij, ed accertati consegli.
Era con questo fervore intento il Prencipe all’eseguzione del suo proponimento, quando da impensato accidente si vidde obligato a desistere. Pervenne alla notizia di due Persone gravi, ed Ecclesiastiche una predizzione della prossima morte di Don Ferdinando. Risapendola essi per molto certa pensavano da un lato a manifestargliela, ancorche dall’altro temessero di fortemente contristarlo coll’avviso d’una morte cotanto acerba alla sua giovanile età. Animati tuttavia dal riconoscerlo così soggetto alle disposizioni della Divina volontà, risolverono di avvisarlo, accioche prevedendola meglio si disponesse. Essendo per ciò andati a ritrovarlo le dissero dovergli conferire in segreto certo affare di assai grave momento. Per il che entrati in una rimota camera le dissero haver dalla sua egregia prudenza preso ardimento di notificargli quello, che ad altra persona recaria non leggieri perturbazione: saper essi, e non senza gran fondamento appressarsi all’estremo di sua vita. Vuolevano proseguire più oltre, quando il Prencipe interrompendoli, e ritenendo la consueta serenità del suo volto, disse loro Oh credeva che fosse! Della mia morte si parla? Fiat voluntas Domini. Attoniti ad una sì ammirabil costanza giudicarono da principio che non gli prestasse fede; accertati però che dava loro piena credenza, via più si stupirono ad una così inalterabil grandezza d’animo nell’essergli rappresentato il più spaventevole degl’humani accidenti, e ne’ più begl’anni di sua vita. Così quegli ch’erasi impallidito all’avviso delle nozze, sorrise a quello della morte, sapendo esser solo il cielo la Patria del giubilo.
Al Paradiso dunque, e non più alla Religione rivolse le sue applicazioni, e con la speranza che haveva di conseguirlo per i meriti di Christo Signor Nostro, si rasserenò non poco la sua mestizia. Riputarono per ciò alcuni che già dimenticatosi della defonta sua sposa saria per agevolmente piegarsi alle seconde nozze. Sprezzando tuttavia egli gl’ingannati giudizij degl’huomini, attendeva a meritarsi con le virtuose azzioni una più ricca corona d’eterna gloria. A rallegrarlo eziandio haveva non poco cooperato l’esser di que’ giorni pervenuto in Palma il suo fratello Chierico Regolare, sì per il grand’amore che le portava, sì perché tenendo per certo dover quanto prima morire, godeva haverlo presente in quell’estremo, sì finalmente perché doppo la sua morte servirebbe di molto sollievo all’afflizione della sua Madre e sorelle, e disporebbe in modo conveniente la desolata sua Casa.
Se gli presentò altresì in quell’anno un’ottima congiontura per l’acquisto di molto copiosa gloria, avvengache fu sì gran penuria, che specialmente i poveri non havevano modo di sostentarsi. A sollevarli oltre l’ordinario, deputò egli altri due Elemosinieri, dispensando molti scudi il giorno, e tanto aumentossi il numero de’ bisognosi, che fu loro assegnato un cortile ben grande per distribuire l’elemosine, e né pur bastando erano gl’Elemosinieri oppressi dalla calca. Fece in oltre publicare che quanto doveva raccogliersi da’ suoi campi fosse de’ poveri, onde accorsero tutti a mieterlo ancorche immaturo. Dispensava parimente egli medesimo molto denaro nella Visita della Strada della Croce, che faceva per ciaschedun venerdì come sopra si disse; nel che tal volta accadde appresarsegli tanto i poveri, che lo empivano d’immondi animaletti, e con esser’egli schifosissimo non sariasi cambiate le vesti, se non l’havessero fatto i suoi famegli. Provvide altresì con barche di viveri i più distanti bisognosi, onde divulgatasi la fama della sua liberalità concorse dalle Terre, e Città gran moltitudine per esser sovvenuta. Aprì egli con sì gran larghezza le mani della sua beneficenza, che se bene haveva nel suo Palazzo comestibili, che non si sariano consumati in un anno, nello spazio d’un mese rimase tanto sproveduto, che uscendo la Duchessa per la seconda volta dal Monastero, lo ritrovò come depredato dalla Carità del suo Figlio, non vi essendo se non pochi legumi in un cassettino, quali una servente haveva celatamente conservati.
Ma più segnalata, come più humile, e ripugnante alla natural condizione del Prencipe fu quella carità, che nel Venerdì esercitava verso i miserabili. Ad alcuni di questi in una stanza del suo Palazzo lavava i piedi, e havendo piaghe nelle gambe le ripuliva, e fasciava con le proprie mani.
Fra questi fu uno sì horribilmente piagato, che versava molta putredine, ed attesta il servitore che teneva il boccale dell’acqua che non solo allhora lo provocò grandemente a stomaco, ma che nel solo ricordarsene provocava al vomito. Lo sfasciò nondimeno con espressione di molta tenerezza Don Ferdinando, e prima di lavarlo lo ripulì con diligenza dalla putredine. Era però cosa di stupore il mirarlo nella sua persona con le vesti tanto monde, e proprie d’un gentil Cavaliere, in guisa tale che quell’esterne apparenze servivano a velare quegl’humili ossequij ch’esercitava verso i poveri. Non era meno fervoroso il suo caritativo affetto verso i Religiosi, i Pellegrini, ed infermi dispensando larghe limosine all’hospedali, e provedendole di regali per sollevarlo da quelle molestie che portano seco l’infermità.
Mentre con questi esercizij di così insigne carità verso i poveri si apparecchiava alla morte, accadde il tempo della Settimana Santa, nella quale non intralasciò quello haveva in altri anni costumato. Era ciò una molto divota Processione, che principiando dal suo palazzo andava a terminarsi nella Chiesa del Monastero. Camminavano in questa senza verun’ordine di precedenza e Nobili, e Plebei portando corone di spine, ed in habito molto penitente: Precedeva a tutti come in luogo più infimo Don Ferdinando coronato di spine, e portando una croce, andavano a’ suoi lati due mendichi che portavano nelle mani torcie accese. Pervenuti alla mentovata Chiesa vi ritrovavano esposto il Santissimo Sagramento, ed ascoltavano il Sermone d’un Padre, che in quell’anno fu sì fervoroso, che provocò tutti a lagrimare. Dispose in tanto il Prencipe, che succedendo gl’uni a gl’altri assistessero alla Santissima Eucharistia per l’Orazione delle Quarant’hore. Ordinava egli questi esercizij di humiliazione, e penitenza a placare lo sdegno di Sua Divina Maestà, che dimostravasi in quella sì universale carestia. Affliggevalo tanto il patimento de’ poveri, che supplicò il Signore a ricevere il sagrificio della propria vita in sodisfazzione de’ peccaati de’ suoi Vassalli, e con ciò deporre il flagello. In conformità di questo suo desiderio disse alle sue Sorelle, che pregassero il Signore per i poveri, e che quando non le piacesse consolarli le togliesse la vita, attesoche desiderava o vederli liberi da que’ patimenti, e angustie, o morire con essi loro. Tanto disse il Serafico Padre Sant’Agostino, all’hora che giacendo in letto infermo era la sua Città d’Hippona strettamente assediata da’ Vandali.
Siamo hora a riconoscere come Sua Divina Maestà esaudisse le preghiere del suo Servo Don Ferdinando, e con una morte cotanto impreziosita da virtuosi atti, che giustamente può dirsi la corona della sua Vita. Nel Mercoledì Santo, in cui si terminò l’accennata Orazione delle Quarant’hore non mangiò cosa alcuna, vuolendo con questa più rigoros’astinenza apparecchiarsi a ricevere la seguente mattina il Santissimo Sagramento dell’Altare. Levatosi nella mattina assai per tempo, andò a visitare la Strada della Croce del Monte Calvario, ed essendosi Communicato, venerò con sentimenti di somma divozione il Santo Sepolcro, e fu presente alle Sagre Fonzioni di quella mattina. Ritornato al Palazzo senza prender punto di ristoro, attese ad apparecchiarsi per la lavanda de’ piedi, e cena, che in quel giorno ad imitazione di Christo Signor Nostro faceva a dodici poveri. Haveva egli appreso questo Santo costume dal Duca suo Padre, e l’esercitava per ciaschedun anno con humilissime dimostrazioni, dava a que’ poveri un lauto pranso, e servendoli egli medesimo doppo li rimandava con una buona limosina. Stimolata dal suo esempio la Principessa haveva esercitato questo medesimo caritativo ossequio verso dodici povere donne. Ma in quel giorno la fece il Prencipe con più teneri sentimenti, attesoche mirandosi vicino alla morte stimò sarebbe l’ultima volta.
Speditosi da questa fonzione alle ventidue hore, andò a visitare in fretta il Monastero non conducendo seco alcuno de’ suoi servi. Quivi fatta chiamare una delle sue Sorelle, pensò ella fosse venuto per assistere all’Offizio della sera, ma nel ragionamento s’avvide non haver per anche gustato cibo, per il che amorevolmente lo riprese. Rispose però egli sorridendo. Niente, niente importa Sorella, altro cibo questa mattina ha gustato il mio palato. Da queste parole apertamente si scorge con quali delizie fosse ricreata l’anima sua dal Santissimo Sagramento, fonte delle celesti dolcezze. Lo spedì subito la Sorella, perché più non tardasse a desinare, e si rimase grandemente afflitta, per haverlo veduto sì macilente, e svenuto, che stimò sariasi per quanto prima morire. Essendo ritornato al Palazzo, e pensando che il pransare in hora cotanto insolita fosse contravenire al digiuno, lasciò di farlo. In oltre per haver voluto assistere nella medesima Chiesa del Monastero all’Offizio, Predica, e Sagre Fonzioni di quella sera non si ricondusse che a tre hore di notte al Palazzo, e all’hora cenò doppo esser stato quasi due interi giorni senza prender cibo.
Nel dipartirsi la sera haveva salutata una delle Sorelle, e fu l’ultima volta, che le parlò: attesoche se bene nel seguente Venerdì Santo fu presente la mattina alle Sagre Fonzioni del Duomo, il male però che le sopragionse lo fermò nel letto il medesimo giorno. Seguì ad aggravarsi con tanta celerità, che giudicarono morirebbe nel settimo giorno, le ministrarono perciò il Santissimo Viatico, e l’Estrema Unzione, temendo il precipizio del male. Gionto nella camera il Divino Sagramento fece ogni sforzo per adorarlo genuflesso in terra, dicendo così convenirsi alla presenza del suo Signore, ma l’obligarono a riceverlo in letto. Guernitosi co’ Santi Sagramenti attendeva ad apparecchiarsi per la morte con molto fervorosi, ed eccellenti atti di Virtù, ma tardò assai più di quello havevano giudicato, peroche prolongossi fino al ventesimo primo giorno. Servì forse questa dilazione per un suo anticipato Purgatorio: avvengache oltre gl’acerbi dolori del male, se gl’era doppo il Santissimo Viatico acceso un ferventissimo desiderio di distrigarsi da’ lacci del corpo, che impedivano all’anima sua il godere di Dio, onde pareva fosse un’assai più ardente febre di quella affliggeva il suo corpo. L’esortavano per ciò que’ Padri che gl’assistevano a moderare quelle sì fervide ansie, giudicando, che via più gl’accenderiano la febre. Obediva egli, ma offerendosegli qualch’eziandio leggiero motivo, riavvivavano con più fervore le sue aspirazioni al Cielo; per la qual cosa gli suggerivano il conformarsi colla volontà del Signore.
Accadde in tanto che nel suo Monastero si spedisse per il Cielo una Religiosa, di che havutane notizia disse sospirando. Oh beata corsa, e come ha saputo prevenirmi con tanta celerità? Non le togliendo in oltre la gravità del male il rammentarsi delle sue caritative espressioni, mandò al Monastero a passar con la Madre Superiora l’Offizio di condoglienza, e insieme a pregarla, che havesse cura particolare di quelle erano rimaste, persuadendosi, che fossero molto afflitte, ed intimorite: onde la supplicava a darle in sua grazia qualche sollievo: ricordarle per ultimo, che lo tenessero molto raccomandato nelle loro Orazioni, non già per ricuperare la salute, ma per morire in buona disposizione. Erano tuttavia sì nel suo Monastero, come in tutta Palma molto ferventi l’Orazioni, ed altre Opere Pie, e di penalità, che si offerivano a Sua Divina Maestà per impetrare che si risanasse, e havendolo egli risaputo, dimostrò gradire la loro affezzione però di non approvare il fine, non dovendosi far tanto per la vita d’un Peccatore, per il che pregavali ad ordinarle per ottenergli una buona morte. Co’ medesimi sentimenti rispose alla Duchessa, la quale mandogli a dire haver fatto voto a Nostra Signora di Trapani, che se per sua intercessione ricuperasse la salute, l’inviarebbe a visitarla, e le mandarebbe la più gran collana, che fosse fra le sue gioie. A quest’ambasciata rispose le seguenti parole. Dite alla Duchessa, che in breve visitarò Nostra Signora, non già nella sua Chiesa di Trapani, ma nel Tabernacolo de’ Cieli, che quivi li offerirò non già la più preziosa gemma di casa, ma il proprio cuore. Ciò detto, con molta placidezza in vece del voto si offerì tutto alle disposizioni della Divina Volontà.
Nel corso della sua infermità gionse in Palma il Padre Vitale de’ Vitali della Compagnia di GIESU’ qual’egli haveva fatto chiamare per consultare con esso lui la sua risoluzione allo Stato Religioso, e le recò molto piacere il vederlo, attesoche le sarebbe d’aiuto ad uscire dal Mondo, non già per la Religione, ma per il Cielo. Non fu minore la consolazione dell’istesso Padre, che volle continuamente assistergli per godere di rimirare un Prencipe, che in sì florida età lasciava di vivere con tanto contento, con quanto alcun altro harebbe goduto risanarsi. Recavano per ciò grande ammirazione a’ Sacerdoti, e Religiosi assistenti i suoi fervorosi Atti di Virtù. Diceva ch’egli desiderava si accelerasse la sua morte per andar a godere Iddio, sperando di giongervi confidato nella sua bontà, e misericordia, e nell’intercessione della Santissima Vergine, alla quale per questo fine erasi dalla sua fanciullezza dedicato. Che in questo suo desiderio non mirava al proprio godimento, ma solo al maggiormente amare Sua Divina Maestà. Laonde quando a lui fosse piacciuto mandarlo all’Inferno lo accettarebbe, toltane però la sua offesa, e soggionse. Proviamolo Signore. Sollevando altresì le mani gionte al Cielo, disse con gran fervore di spirito, Suscipe me Domine secundum eloquium tuum, et … , et non confundas me ab expectatione mea.
Seguiva a dire con humili, e divote espressioni che il Signore lo toglieva dal Mondo, perché a cagione de’ suoi peccati, e scandali non fosse più flagellata quella sua Terra, e suoi poveri. Perdonatemi, replicava, Signore, non ho saputo più: perdonatemi la mia gran superbia, con la quale ho offeso tante volte questi poverelli: Miseremini mei, miseremini mei, saltem vos amici mei, quia manus Domini … me. Mentre così s’humiliava uno de’ suoi Domestici le disse, che quello non haveva fatto, era stato per Virtù sua, e non per mancamento di facoltà, ma egli modestamente lo mortificò, con dirgli, quella essere adulazione. Attestò in oltre haverlo Sua Divina Maestà esaudito con rendergli spiacevoli tutte le cose della Terra, accioche non se gl’affezzionasse, di che doppo la morte della Principessa, havevalo instantemente pregato.
Attesta Don Antonino di Caro (uno de’ Sacerdoti, che gl’assistevano) che doppo ricevuto il Santissimo Viatico si rimase l’Anima sua come rapita in una dolce quiete d’Orazione, ed elevazione di mente in Dio, e aggionge le seguenti parole. "Pareva, che non sapesse saziarsi di trattare di cose concernenti all’anima sua, cioè della dolcezza di DIO, e sua pietà di MARIA Vergine, di cui tutto era, e del Paradiso: e perciò di dietro al letto gustava allo spesso di trattenersi con alcuni Sacerdoti, e Religiosi. Erano tante, e tali le parole espressive de’ suoi interni affetti verso DIO, MARIA Vergine, e desiderio del Paradiso, e gl’humili atti di contrizione, che faceva, che ci era veramente di gran stimolo, ed edificazione." Non era per ciò mestieri, che i Religiosi si affaticassero a suggerirli atti di virtù, ma come rapiti da’ suoi dolci sentimenti di Dio, tacevano per ascoltarlo. Quelli, che più frequentemente esercitava, erano, disprezzo del Mondo, aspirazioni al Cielo, e gratitudine a’ Divini beneficij. Fra questi annoverava l’esser gionto in Palma prima della sua morte il suo Fratello Chierico Regolare, qual’egli riputava di gran giovamento per quello apparteneva alla consolazione di sua Madre, e Sorelle, e gl'interessi di sua Casa; sperando li disporrebbe in modo convenevole. Ad esprimere perciò con quanta pace del cuor suo morisse, ridiceva quelle parole del Santo Vecchio Simeone: Nunc dimittis servum tuum Domine.
In questi giorni della sua infermità si confessò più volte, lasciando all’altrui disposizione il Communicarsi, peroche per sua humiltà non haveva ardimento domandarlo. Nel portargli il Santissimo Sagramento, faceva forza per levarsi di letto, e non essendogli permesso, ridiceva ad ottenerlo, che veniva il suo Signore. Haveva altresì molto particolar pensiero in dar’ordine a quello apparteneva alla sepoltura del suo corpo. A questo fine chiamata a se una sua confidente Serva, le ordinò, che andasse al Monastero, e che supplicasse la Duchessa, e Sorelle a non dimenticarsi di adornare il suo Cadavero con quelle da lui stimatissime gale, quali erano l’Habitino del Carmine, con la sua Sagra Imagine, e la Corona del Rosario. Le mandò in oltre un’Imagine di Nostra Signora del Rosario, qual’egli grandemente venerava, ed havevala sempre portata sopra il petto, imponendogli, che la consegnasse alla Duchessa, attesoche non vuoleva la ponesse seco nel sepolchro, perché non si contaminasse col fracidume. Aggionse di più, che vivamente pregasse una delle sue Sorelle a recitare ogni giorno, fino a che sopravivesse certa sua divozione, qual’egli per la gravezza del male non poteva dire, e desiderava non s’intralasciasse. Conchiuse con la sua consueta humiltà che si contentasse prender per lui quell’ultimo incommodo, e portare a quelle sue carissime i suoi estremi desiderij, e saluti. Piangeva dirottamente la Servente nel cammino, e con molte lagrime espose alla Duchessa, e Sorelle la sua ambasciata, con ridir loro le dolci, e virtuose maniere del suo Signore.
A questo medesimo fine, già hormai pervenuto all’estremo, disse ad un Sacerdote suo parente, come s’havesse a fare per ritrovare un Crocifisso, qual’egli desiderava fosse bello, ed al proposito per porlo seco nel sepolchro: avvenga che due assai belli che vi erano, havevano già servito per il defonto Duca, e l’altro per la sua Principessa, e che quello haveva ordinato al suo Fratello Chierico Regolare non era per anche gionto da Roma. A ciò risposero che non si prendesse pena peroche dal Monastero glie n’havevano mandato uno, qual stimavano di sua sodisfazzione. Dimandò vederlo, ed havendoglielo portato lo baciò con molta tenerezza, e li pregò a porglielo sopra quando fosse morto. L’istesso fece dell’Offiziolo della Beatissima Vergine, lo vidde e baciò in alcune parti, esprimendo verso di lui la sua ossequiosa venerazione, e la fiducia che haveva di conseguire per suo mezzo l’Eterna salute. Li pregò parimente che quando fosse l’hora glie lo ponessero nelle mani, vuolendo morire con la Vergine non meno nel cuore, che nel suo pugno. Domandò molto particolarmente del luogo della sua sepoltura, e degl’habiti, co’ quali dovevano vestirlo come Cavaliere della Sagra Milizia dell’Alcantara.
Haveva in sua vita portato sempre al braccio uno com’anello d’oro, qual’era l’insegna per dichiararsi Schiavo di Nostra Signora, onde vi erano scolpite le parole: Mariae sum. Io sono di Maria, e per sua divozione domandò glie lo cambiassero con quello di Suor Maria Crocifissa, qual’era di ferro. Essendogli stato portato lo baciò affettuosamente più volte, con replicare. Io sono di Maria, et spes mea in Deo est per Mariam. Et ogni volta che per sua consolazione gl’havessero detto spes mea in Deo est egli prontamente replicava per Mariam. Ma peroche temeva che doppo morte gli riporriano quello d’oro, instantemente li pregò a non cambiarglielo, e così gli promisero. Parlava in fine delle sopradette cose con sì gran piacere che pareva si apparecchiasse ad un gran festino, imitando in ciò il P. San Girolamo, del quale si scrive nella sua vita che gionto all’estremo così dolcemente favellava con la morte, come altri faria con la sua sposa.
Fra questi giubili di spirito si disciolse l’Anima sua dal corpo spirando con somma placidezza e serenità, mentre così di buon talento abbandonava quel mondo, al qual’era molto prima morto coll’affezzioni del suo cuore, onde non le fu tolta con violenza l’Anima ma dolcemente la pose nelle mani del suo Signore. Accadde la sua morte li cinque Maggio al nascimento del Sole l’anno 1672 havendo egli compito il ventesimo primo della sua età nel decimo giorno del precedente mese di Gennaro. Disse una gran Serva di Dio esser morto come un Innocente fanciullo, e dal virtuoso tenore di sua vita agevolmente si scorge la verità del suo detto. E in oltre a porsi mente che nel quinto giorno di Maggio si celebra dal mio Sagro Ordine Carmelitano la festa di S. Angelo Martire, Vergine e Dottore, che nell’Alicata Città della Sicilia in difesa della castità tolerò il martirio, e del medesimo portava nome il Prencipe, havendolo nel Battesimo chiamato Ferdinando Angelo Baldassarre.
A celebrare la solenne pompa del suo funerale fu come un nulla il funesto apparato con il quale fu esposto il suo Cadavero nella Chiesa del suo Monastero: avvenga che furono sì eccessivi i gemiti, ed abbondanti le lagrime de’ suoi Vassalli, che tutta la sua Terra di Palma era co’ bruni d’inconsolabile mestizia ricoperta. All’intuonarsi il Requiem della Messa s’udirono sì gran pianti, e lamentevoli voci, che i Musici non potevano proseguire il canto. Perorò in lode del Defonto un Padre della Compagnia di Giesù con del pari lagrimevole, ed elegante eloquenza; ma tanti furono gl’oratori quanti i mesti cuori, e piangenti volti, rimanendo con questi attestato, che nella perdita di quell’unico Prencipe haveva la morte sfiorata in terra le più vaghe bellezze della Christiana Pietà, afinche immortali rifiorissero nel Cielo.
Essendosi terminate le solenni esequie fu deposto dal Catafalco il Cadavero per collocarlo nella cassa del suo sepolchro. Era ivi presente il suo Fratello Chierico Regolare, che appressatosi al corpo genuflesso lo baciò nel volto, ed accomodando sopra di esso il sudario con molta tenerezza d’affetto volle prestargli quell’ultimo ossequio. Così si chiuse il sepolcro del Prencipe Don Ferdinando Duca di Palma, Barone di Monte Chiaro, e Cavaliere d’Alcantara: titoli abbondevoli per una grand’iscrizzione, assai però manchevoli ove si paragonino a’ chiarori delle sue insigni Virtù. Giacevano nel medesimo il Duca suo Padre, e la principessa sua Sposa, e possiamo credere che nell’estremo giorno sia per esser glorioso, restituendo adorni di gloria quelli che con le loro preclarissime azzioni si meritarono tante ricche corone d’eternità. Gli furono altresì ne’ seguenti nove giorni celebrate altre solenni esequie, e lo terminò con un’altra orazione funebre Don Felice Foculario Arciprete del Duomo di Palma, vestendo co’ lutti delle più meste figure la sua facondia affinché più vivaci campeggiassero i lumi dell’eccellenti doti, che havevano adornato il suo defonto Prencipe.
Volle finalmente Iddio che doppo la sua morte rimanesse attestata la gloria del Suo Servo con alcune grazie qual’egli per suo mezzo operò. Noi prendiamo a riferirne due sole, alle quali per mancare l’approvazione della Santa Chiesa non dee prestarsi maggior credenza di quella sia propria della fede humana, e della narrazione puramente historica. Accadde la prima nella persona del Padre Gioseppe Farruggia della Compagnia di Giesù che haveva da molto tempo con piaghe quasi incurabili ulcerate le gambe. Lo ritenevano queste in letto con suo estremo dispiacere, impedendogli le missioni nelle quali con molto fervore, e profitto dell’anime s’impiegava. A fine di proseguirle pregò il Padre Vitale di Vitali della medesima Compagnia, che altamente commendava il defonto Prencipe ad ottenergli qualche cosa usata da Don Ferdinando, e ricevuto il suo Habitino del Carmine se lo pose con viva fede sopra le piaghe, e con suo stupore si risanarono. Scrisse per ciò egli lettere di molto giubilo divulgando la grazia fattagli da Sua Divina Maestà per i meriti del suo Servo.
La seconda avvenne ne’ fiori che al tempo della sua sepoltura si sparsero sopra il Cadavero del Prencipe, e furono in grand’abbondanza essendo egli morto nella Primavera. Si ritrovorono questi tanto freschi come se vi fossero stati gettati in quel giorno, quando doppo quattro anni dalla sua morte per certo accidente si aprì il suo sepolchro. Singolar maraviglia in vero, essendo i fiori del pari belli, e fragili parti della terra. Ma volle forse Iddio si figurasse con questo prodigioso avvenimento esser il suo Servo con immortali fiori di gloria inghirlandato nel Cielo. Che se la Sapienza al dire dello Spirito Santo, è risplendente, e mai s’imputridisce, chi haveva con sì celeste saviezza inserite nelle grandezze terrene così insigni virtù, era conveniente rimanesse honorato con gl’immarcescibili fiori del suo sepolchro.

Fine della Relazione della Vita di Don

Ferdinando Tomasij e Caro.



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