Torna all'Indice delle lettere



1642 02 09 AGT ms. 233, f. 3 autog.

Al Signor [D. Giulio Tomasi e Caro]
Duca di Palma, suo fratello



uesta mattina ho detto la santa Messa per V. S. e pregato per la signora Duchessa; le mie domande sono, che il Signore li faccia Santi, e che li prosperi qui in ogni cosa, secondo il suo santo servizio. Le VV. SS. attendano sempre ai santi esercizi e particolarmente alla vera rassegnazione della volontà di Dio, che quanto più questa sarà perfetta, tanto maggiormente vedranno rilucere gli effetti della divina bontà; e pregate per me peccatore.
Ho parlato con D. Filippo Gelota, agente qui del signor Marchese di Canicarao; ebbene, per facilitare gli ho detto che quello sopra più, che darà, lo farò pagare qui, che servirà per la spedizione dei negozi che tiene il signor Marchese; se non riesce cosa per questa strada difficile, io aspetto altri che verrà. Intanto il piego lo manderò da qui, non avendo comodità di scrivere; e lui ha dato a copiare la scrittura del signor Spinatiolo, che manderò; e non quella sentenza di V. S., perché sebbene è somma maggiore di più onze, tuttavia le manca la partita di Volpe, che V. S. l’avrà lasciata toccare alla signora Baronessa di S. Filippo.
Ma io, per non difficoltare il negozio, per non sapere il signor Marchese quelle distinzioni, esaltem per non aver replica ho lasciato il tutto, sebbene ne aspetto approvazione di V. S., altrimenti di nuovo scriverò questa difficoltà, perché non voglio scrupolo. Per il paggio ho buona speranza, e come io stimo necessarissimo questo servizio, a V. S. disporrò del soldo, per non perdere il tempo in nuove repliche.
Ho fatto dare risposta del favore che fa V. S. al signor Campolo, e qui rispondo a V. S. nella disgressione che mi fa in questo capitolo. Io vorrei che V. S. si levasse d’intrichi, interessi e scarsezze; il modo l’ho io; V. S. dica a Monsignore che io ho pregato (come lo prego per dire sempre il vero) che voglio si ripartisca i 5 mila scudi che mi riservai nella donazione, che feci per accomodare le cose mie, avanti la vicina e santa professione.
Dopo io le darò il denaro, e V. S. segretamente per albarano (1), o altro me ne assegnerà, come dirò appresso, e così V. S. con saldo suo si metterà in contanti, che è quello che fa rilucere la Casa; e nella compra, grazie al Signore che spera fare, pure vi vogliono spese, oltre lo sborso; e così per allestire, e tenersi in comodità liti e arbitrii, che io so quanto importa il penare nei negozi per denari; né gli può guastare la compra, perché se oltre l’accomodamento che si farà, avrà avanzo, lo potrà impiegare altrimenti, questa somma se la potrà accollare con andare scaricandosi col tempo, e nell’interim aggiustare le sue cose.
A Monsignore tornerà conto la sicurtà della compra, e a V. S. la legittimazione (per l’istanza che faccio io) e per le spese grosse fatte, e frumenti che tiene, si piglia questo denaro. Io poi, già grazie al Signore, entro nel bimestre che è avanti la santa professione, e in questo tempo c’è facoltà d’accomodare e disporre dell’avere, sebbene io lo vorrei fare in questo mese, per fare più quieta la santa Quaresima.
Il mio pensiero è, che io gli venda quella bolla; o se lei non vuole questo, per ragione che si presentasse, io gliene farò donazione; e V. S. mi favorisca di assegnarmi per venti anni 300 onze l’anno, sopra la città qui, o come vorrà, e faccia conto che li spendesse per me, [come] se mi tenesse in Casa; oppure che desse ad interessi questi scudi 5 mila, che saranno onze 200 l’anno, e all’ultimo avrà da sborsare 5 mila scudi, o per dir meglio, considerare che pagando questa somma per venti anni, dopo la Casa resterà sgravata di onze 100 annue. Questo [che] dico, non è per forzare V. S., ma per persuaderlo, perché io in questo modo desidererei servire il Signore con compire questa Chiesa, che è dei primi templi d’Italia; e V. S. oltre il servizio del Signore non saria poco compire una tanta grande opera. Mi persuado pure a questo il vedermi soggetto inutile, e grande per servire alla Religione, onde così vorrei sgravare il peso.
Nel resto, io poi come sa, non posso domandarle altro che il capitale, cioè la rendita di onze 100 ogni anno; anzi tutti quei denari che V. S. ha pagato per me, si devono compensare gl’interessi, [e darmi solo] il capitale come vorrà; questo ho detto, non altrimenti per favorirmi e se piace a V. S. ex sua voluntate; io parlo chiaro e scrivo ad fratrem, intanto V. S. considera e mi avvisa, come è servita, che io fra tanto prego nostro Signore per il suo maggior servizio. Il signor D. Francesco Gaetano mi mandò l’incluso foglietto, a me parve non dilungare il negozio per non obbligare V. S. a scrivere al signor Duca, e per non far riferire in Deputazione, non mi volli valere di modo estraneo, per l’attacco che tiene la Casa col signor Duca; onde gli feci parlare dal signor D. Francesco, che è quello che sempre ci ha favorito, che gli portò le lettere, con che V. S. gli fece avvisata della conclusione del Casamento.
Il signor D. Giovanni mi disse, che il signor Duca non poteva far pagare questo denaro, perché in coscienza deve prima far soddisfare le guardie della Torre vecchia. Io dissi al signor D. Giovanni che non facesse riferire, e sopra questo gli daremo soddisfazione, perché io intendo che costì, cioè nella Licata e Naro, le guardie si pagano. Oggi è Domenica, non ho veduto il signor D. Giovanni, potrebbe essere che intendessi il seguito del signor D. Francesco, sebbene io non mancherò appresso con tutta la dovuta diligenza. Quando io attendeva che il signor D. Mario fosse alla festa di Catania, come mi aveva detto il signor D. Francesco, V. S. mi avvisa la sua indisposizione. Ringrazio il Signore sia passata in bene, e prego Sua Divina Maestà a felicitarlo con la signora Donna Geronima, alla quale spero scrivere per la santa Quaresima per raccomandarmeli all’orazione; acciò il Signore mi conceda questa santa professione con quello spirito, che io nemmeno so desiderare.
Qui basta, perché pure ne scriverò a V. S., e gli manderò qualche libretto, per esercitarsi in sante devozioni, nelle quali poi pregherà per me; sebbene ora non cessi di farlo con tutto l’affetto. Faccio riverenza a Monsignore illustr/mo, al quale di vero cuore, domando la santa benedizione, e a V. S. con la signora Duchessa saluto caramente, e Iddio ci guardi tutti.
Al signor Odierna mandò molti saluti; al sommo Areopagita, il signor D. Salvatore domani mi ha da mandare la lettera, e forse verrà lui, però appresso.
Palermo, 9 febbraio 1642.
(1) scrittura privata

Servo nel Signore
D. Carlo Tomasi, Ch. Reg.


top



1642 02 25 AGT ms. 233, f. 4 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo due di V. S. del 20 e 21 del stante, e rispondo con questa, e prima circa la mia rinuncia; io le scrissi di quella forma solo se era conforme al gusto e volontà di V. S., e pure perché mi pareva bene sgravare la Casa di cent’onze annue. Nel resto, gusto quello che aggrada V. S. per discarico della mia coscienza vedendomi soggetto inabile; basta lascerò alla Religione quello che ho, che è la riserva che feci di 5 mila scudi. Pure io vorrei pregare V. S. a compiacersi di pagare onze 300 ogni anno per soli anni dodici rappresentandole, che levando onze 100 che dovrebbe pagare, paga solo onze 200, che a capo di dodici anni sono 6 mila scudi, dei quali levati 5 mila che è il capitale di onze 100, le quali non pagherà più, restano solo scudi 1 mila del suo; e pagare il capitale di 5 mila scudi anticipati a onze 200 l’anno, che mi pare un comodo molto buono per la Casa, e a me carissimo; perché con le onze 100 annue non posso sollevare questa fabbrica, e con le onze 300 per 12 anni faremo qualche cosa. Servendosi così V. S., potrà scrivere al signor D. Francesco per mettere in ordine le cautele, cioè in fare la donazione; e V. S. cedere dette onze 300 sopra la tavola, o altra obbligazione.
Dico questo, perché il tempo è breve, e V. S. dopo costì ratificherà, però la prego ad avvisarmi risolutamente ad altius con l’ordinario seguente. Io ho discorso il tutto ad fratrem, e gusto che V. S. risponda con gli stessi termini e chiaro, perché quando lei non mi volesse favorire di questa maniera, io disporrò come ho detto. Al contrario sono pronto compensare V. S. con tutti quei denari, sino ad un grano che mi ha favorito donarmi, però avvisi la somma.
Con la posta passata avvisai, che il Padre predicatore non veniva, che però si provvederà costì; la causa io l’avvisava con la posta penultima passata, e mi è parso non essere capitate le lettere a V. S.; siamo stati aspettando il Padre Generale di giorno in giorno, e tutti i predicatori impinti (1) per questa cagione. Onde V. S. scusi questa mancanza non volontaria, io l’avvisava, se voleva alcun predicatore da qui, e l’avrei mandato il Padre Desiderio (2) di Naro, Carmelitano, assistente assai devoto, e già V. S. lo conosce; ma già che ella non ebbe lettere, e io ultimamente l’avvisava se provvedesse costì, se non mi avesse avvisata tal cosa, giudico che ella s’accomoderà col Padre Marino, o altro, perché il Padre Maiorica va a Mazzarino.
In Ragusa per accidente andrà a predicare uno dei nostri, che doveva andare in Alcamo, e ora il Signore ha voluto che andasse in Ragusa, prego a raccomandarlo al maestro D. Santoro (3), e a qualche altro amico; e se le pare le può fare una lettera per mano del Maestro; il Padre si chiama D. Paolo Maria Frezza di Napoli, giovane sì, ma ha fatto l’annuale di sera qui con molto applauso. V. S. può scrivere a Ragusa, perché c’è tempo, non essendo ancora partito il Padre per l’impedimento già detto, bensì avendosi detto il Padre Generale essere arrivato in Messina, si è spedito un corriere.
Domenica fu a favorirmi il signor D. Lorenzo Ventimiglia, dandomi soddisfazione della difficoltà [che] fece al mandato per essere cosa di giustizia, e mi disse avere smaltito la difficoltà del signor Duca di Terranova. Onde solo mancava la venuta del capo mastro, e mi ha promesso che se non partirà fra 12 giorni, le mandassi persona che lui stesso farà spedire lettere per il Capitano, o secreto di Girgenti, o Naro; tanto che grazie al Signore questa è cosa finita, e V. S. nell’interim avvisa come più gusta venissero le lettere per Girgenti, o Naro.
Al signor Principe della Cattolica farò capitare le lettere, e mi meraviglio come V. S. gli dà il titolo di Principe, essendo il Padre qui chiamato tale, e lui il Duca di Mussomeli, ma V. S. si avrà regolato con il sottoscritto; da questa lettera sono stimolato a mandarle subito il segretario, che]ho trovato assai a proposito, bella mano, pratico di segretaria, abaco, e buono per paggio. Onde se lui vorrà servire per paggio, e si contenta del vestito e tarì due al giorno, ve lo manderò subito, perché mi pare cosa necessaria; e pure quando non s’accordasse per così, V. S. avvisi quello che gusta.
Per la compra non riscrive se la Danisa si dà senza soprappiù, perché se è così, il Principe si prenda la rendita in prezzo; è cosa considerabile, perché qui con gli interessi si vanno levando le rendite sopra la tavola, ma pure le resterebbe in questo evento la Danisa senza evizione, V. S. lo consideri bene, da Gaspare ho inteso con destrezza, né questi signori vogliono levare tal cosa. Naro mi pare fare fatica invano, perché al sicuro ne seguirebbe il riscatto. Lodo io farlo per essere una buona terra, e che i signori ci possono stanziare, ch’è il principale.
Mando i conti del signor Marchese di Canicarao (4), e il divario di quelli di V. S. e signor Spinatiolo, sarà che V. S. avrà calcolato le bolle senza quella di Volpe, che sebbene nel signor Spinatiolo c’è avvertenza, e cancellatura.
Il signor Bella è qui, però non ha parlato dei censi, e per i frumenti, è stata negata licenza a D. Giuseppe Celestre per onze 45, sebbene il signor Marchese ha venduto onze 14 di frutti; onde osserverò per poter essere favorito nelle prime licenze.
Al Padre Vetri manderò la risposta in Mazara, e mi rimetterò a lui se vorrà venire costì, per intercedere presso Monsignore.
Al signor Odierna saluto caramente, non le scrivo, perché il suo libro lo portò seco il Borelli in Messina, e verrà; il signor D. Venazio Maria apposta stamattina è stato qui, e avrebbe pagato onze 2 per questa lettera, essendoci risposta al Vicario, che con grandissima ansia aspettava questa lettera, e D. Vincenzo gli voleva mandare corriere Serio. V. S. mi farà grazia soprassedere la risposta al Padre D. Giovanni, per Francesco di Catania, che io le scriverò sopra questo con l’ordinario seguente.
Qui fo fine rallegrandomi molto dell’Arcipretato che vuol fare Monsignore illustr/mo, al quale saluto, e a V. S., signora Duchessa, signor Don Mario, e a tutti codesti signori do molti saluti, e prego nostro Signore ci doni la sua santa grazia, e domani farò dire una Messa, da un padre nostro che è santo, acciò il Signore guidi, e faccia riuscire tutti i nostri pensieri conformi al suo maggior servizio.
Palermo 25 febbraio 1642.
(1) fermi - (2) Caro - (3) Caioso - (4) Gio: Battista Domenico La Restìa

top



1642 03 09 AGT ms. 233, f. 5 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

evo risposta a due di V. S. del 20 e 26 febbraio, e prima circa il negozio della rendita, io avevo pregato V. S. reluirla (1) per 4 mila scudi, come ella mi aveva asseverato favorirmi alla vendita dei frumenti, perché la Casa si leverebbe d’interessi assai maggiori del 10 per cento; onde ora con l’offerta che mi fa V. S. la Casa non può fare questo alcanzo (2), perché i carati sono somma, né si possono recuperare a 300 onze l’anno.
Ad ogni modo io ho trattato con i Padri, e si contentano, ma vogliono almeno onze 400 qui, o almeno fra quattro o sei mesi; e per gl’altri 4 mila scudi si contentano con le onze 300 sopra la tavola, con gl’interessi vi entreranno pro rata al 10 per cento, perché estinguendosi la bolla, questo denaro passa qui, e noi come ho detto, paghiamo interessi maggiori del 10 per cento. E[p]pure V. S. potrà con questa somma levarsi interessi al 10 per cento, e con noi allestirsi con questa comodità di pagare, sebbene io consiglio a V. S. che questi 4 mila scudi se li trattenga per i suoi arbitrii, e negozi; perché in questi tempi 4 mila scudi contanti fanno spiccare qual si voglia Principe, oltre che si leva di campare a lambichi, e accrescere il guadagno, e metterà i suoi arbitrii in reputazione. Dico questo, perché a V. S. suppongo la prudenza si ritrova in questi negozi, perché nel resto alle volte i denari qui servono per maggior rovina.
Qui voglio proporre un altro partito a V. S., la Casa nostra tiene 4 mila scudi di capitale sopra la tavola al 5 %, né si possono spendere, che per la fabbrica della Chiesa.
Onde tutti gl’interessi poca cosa servono a tanta macchina, perciò desio, che V. S. costì facesse diligenza con Monsignore, per codesta collegiata o altro; e nella Licata, se il signor Serrovira per l’Abbadia, o altri volessero questa bolla, contanti, e il resto a mille scudi l’anno, si fa tanta larga offerta per il desio che teniamo di spedire la Chiesa, che con questa somma si metterebbe a buona forma, e anco perché questo denaro non si può impiegare in altro; prego il tutto a V. S. con ogni affetto acciò passasse estrema diligenza sopra ciò, e mi avvisi. Mentre siamo in questi negozi, desidero sapere da V. S. che ha fatto con la signora D. Francesca Ventimiglia, perché ho scrupolo di replicarle quello che altra volta le dissi, cioè che se non li dona per gl’alimenti che l’avvisai, perderà il denaro e il merito, perché questo Padre con l’occasione di due Case di donne, tiene e caverà questa somma a tarì, a tarì come si suole dire.
Mando l’incluse del signor Marchese di Geraci, il quale scrive al Padre D. Francesco che facesse con V. S. calde scuse, lui povero signore è stato vicino al morire, et oggi è poco buono; V. S. si assicuri, che questo signore si mostra affezionatissimo e che per questi frangenti d’infermità e pericolo di vita, allora si restarono le lettere. V. S. può rispondere al Padre Fra Desiderio (3), che io lo stimo di soddisfazione, e particolarmente in Palermo tiene buonissimo odore di vita assai buona, pure la prego per le risposte di Filippo Coccia, e per quelle della mola avviserà in ragguaglio; di questo basta che V. S. mi avvisi il seguito, perché io così soddisfo le persone, che non le dare risposta non sente bene!
Circa le prediche il Padre Campolo desidera, che V. S. ne procurasse una primaria costì in Girgenti, il soggetto che mi è proposto è così buono, che in Palermo è fra i primi, e l’anno passato con molto applauso predicò in Messina; onde io stimerei assai bene per la soddisfazione di costì. Il Padre è il Padre D. Onofrio Romagnolo. Il Padre D. Giuseppe Cicala mi scrive da Roma, e fa a V. S. assai affezionatissima riverenza, dopo Quaresima sarà in Venezia; ora è tempo, se Monsignore illustr.mo vuole fare compra di libri, perché quel luogo è la piazza del mondo, e la persona è tanto abile e affezionato, che non più.
Per la stampa dei libri è necessario quello che le ho scritto, e intendeva sempre, che in ciò intenderà il gusto e onoranza di V. S., però quando gusterà questo l’avvisi, che non mancheranno occasioni.
Io con le mie non saluto il signor D. Mario, perché l’intendo comune, e pure non ho mancato, né manca particolare in questa occasione raccomandarlo al Signore sebbene io credevo fosse uscito, perché quando Tomasso fu qui, il signor D. Francesco mi disse, mandarle l’osservazione; e dopo non ho avuta occasione di rivedere il signor D. Francesco. Onde supponeva fosse uscito, il Signore ne caverà qualche cosa, pigliamo ogni cosa dalla sua divina mano.
Desio da V. S. il seguito, e se posso sono qui, ma ciò è soverchio dirlo. I giorni passati ebbi certo incontro, e proposi per l’officio di magazziniere della Licata il signor D. Francesco di Caro, e già si è avuto l’intento, ma il salario non sarà più che onze 40, volendone onze 60 il mezzo (4), che ha trovato un nostro Padre, che lo procura.
Io mal volentieri prendo questi negozi, ma perché stimo servizio del Signore questo negozio per sollievo del signor D. Francesco, tanto familiato e povero, ho accettato il negozio e mi ricordo, che nella Licata il signor D. Carlo, ambiva questa carica per il signor D. Geronimo per questa somma di onze 40, pure stimo cosa assai buona per servizio di V. S.; io non ho proposto al signor D. Geronimo, perché mi pare più carità a quel povero cavaliere.
Questo officio entra il 1° di Maggio, ma il mezzo vuole le onze 60 quando darà la patente, che sarà subito alla risposta di V. S.; non quando vi sarà difficoltà di morte che potesse occorrere, perché si manderà la patente in bianco; anzi aggiungo a V. S. che questo negozio col mezzo che ha trovato questo Padre, si potrà continuare ogni anno, perché non dubito punto dell’integrità del soggetto; onde sarà di molto utile a quella persona e servizio a V. S., mi risponda subito con l’indirizzo per mandarle la patente, e V. S. passi il tutto con la debita segretezza.
Resta che io mi raccomando a V. S., acciò faccia pregare e preghi il Signore, acciò in questa santa Quaresima mi faccia fare cosa di suo servizio; già che la sua divina bontà in questi giorni santi tra il giorno e notte teniamo tanti esercizi; notte, coro, ed orazione, e il giorno oltre delle sante Messe, prediche, orazioni, congregazioni e giunti tutti pieni di fuoco di Dio, e particolarmente teniamo il nostro predicatore, che predica con parole di fuoco.
Onde desio che V. S. fosse qui, per santificarlo con tante occasioni, e pure Dio è in ogni parte. V. S. si eserciti con la signora Duchessa nell’orazione, che questa è la strada del Paradiso; per farla buona, bisogna leggere opere sante, e virtuose, e campare con unione al nostro Iddio, né ci vuole tanto a fare orazione, e stare unito a Dio, basta scolpire nel cuore il detto di S. Bernardo: Unde veni, quo vadam, unde veni, quo vadam. V. S. mi risponda di tutto ad altius con il presente.
Al signor Odierna l’inclusa con moltissimi miei saluti, appresso ci manderò l’opere, se si contenta, perché le manderò con una mia lunga. Circa poi questo negozio della rendita io non ho ad incarirlo a V. S., perché mi pare negozio aggiustato per tutte le parti; con tutto ciò a me sarà di grazia, e favore particolare, tanto che per ogni capo attendo l’effetto che se mi potessi abboccare seco, sarei certo persuaderlo in due parole. Il Signore ci faccia tutti Santi.
Palermo, 9 marzo 1642.
(1) riscattarla (2) acquisto (3) Caro (4) intermediario

top



1645 01 06 AGT ms. 233, f. 7 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

’ la mattina della santa Epifania, non ho tempo di dilatarmi, tanto più che il signor D. Gaspare Giovene riferirà a pieno il tutto. Grazie al Signore le cose vanno bene, e io qui fo quello che posso, e supplisco ai molti impedimenti tiene il signor D. Francesco. Manderò le lettere per il signor Denti, se bene io ho per difficile che venga, sarebbe molto bene, se al suo arrivo il signor Castellano fosse dalla sua. Nel resto per consolazione sua, sappia che il Tribunale sta con esso, e il signor Capizzi perorò un’ora in suo favore. Mancini non è venuto. Nostro Signore lo benedica con la Duchessa, e figli.
Palermo, 6 gennaio 1645.

top



1645 11 28 AGT ms. 233, f. 8 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

to aspettando lettere di V. S. in risposta d’alcune mie, che molti giorni sono le scrissi; se bene ho capito l’impedimento per l’infermità passata di Monsignore Illustrissimo, e per le cose della Licata; sebbene non capisco cosa in specie, né il signor D. Francesco mi ha cennato servigio di V. S., io però non ho mancato di compire con l’officio mio di presentare continuamente tutte le sue necessità ai piedi del SS.mo Crocifisso, a quo omne bonum. E le scrivo questa astretto da Dodino, il quale voleva mandare corriere Serio per l’onze 100 della bolla, così anco mi stringe con mio rossore il signor Marchese di Tortorici per i suoi interessi; pure Anello vuole i suoi interessi, e nel seguente si matura l’altro terzo, se bene ieri gli parlai, e si può aggiustare tutto insieme; a me anco compete qui compire quello mi ha accomodato.
Anzi il signor D. Francesco per ragioni della patente, per poter prender possesso mi fece dare parola per onze 44, che non mi parse far di meno trattandosi negozio sì importante e che a V. S. ora maggior[mente] conviene tenersi dipendente a detto signore, che è ministro.
So che lo scrivere per denaro, sono cose malinconiche, ma che si ha da fare? Io servo, ma bisogna corrispondere, né in questo tempo col suo silenzio ho saputo che rispondere, se non le scuse anzidette, V. S. non si pigli fastidio del passato, mi favorisca ora subito.
Il signor D. Paolo Marino mi disse aver scritto a V. S. circa la procura annullatale, e del conto deve dare, e lui pure aspettava la risposta per le onze 50, quali io subito ci avevo promesso, e questo è persona puntualissima. Qui le genti del signor D. Giuseppe hanno mutato tutti l’officiali, e negl’atti che fa dice, come Padrone e Signore. Io non so come siano aggiustati, non vorrei, che qui ignorantemente le facessero qualche pregiudizio. Per i frumenti del signor Conte di Vill’alta non li scrivo a lei, che mi pare essere già maturato il tempo per pagarsi il denaro. Circa il Caricatore, per questa settimana spero la risoluzione; si è trovato un bellissimo mezzo termine, cioè che V. S. per albarano (1) segreto prometta al signor Gio: Carlo, e al suo nipote se succederà all’officio (il che non sarà) di fare l’officiali secondo loro li domanderanno segretamente, e lasciarli fare la visita, vita loro.
Al signor D. Francesco è parso arrivabile (2), ma non sarà senza regalo, che si ha da fare? Bisogna spendere, tanto più che se si mettesse il negozio in lite, avrei da spendere, non saprei per spuntare cosa. Per adesso, prego il Signore che drizzi tutto secondo il suo maggior servizio.
Mando l’inclusa al signor Odierna, me lo saluti caramente; non gli scrivo perché le mie occupazioni non lo permettono, attesa la mia tarda natura, e molte imperfezioni appresso; Cirillo mi fa istanza grande per il pronostico, ma vuol’essere col presente, né bisogna far cosa lunga, ma basta far qualche cosetta per soddisfazione qui de’ letterati, che lo vogliono bene. Nel resto V. S. non faccia concetto di queste figure che sono varie, Vir sapiens utitur Astris. Riverisco V. S. con tutto l’affetto, come fo alla signora Duchessa, e figli, ai quali tutti benedico nel Signore.
Palermo, 28 novembre 1645.
(1) scrittura privata (2) fattibile

top



1649 12 13 AGT ms. 233, f. 9 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

l Presepio che vuole la signora Duchessa, non è cosa che si trova nelle botteghe, bisogna farlo fare apposta, e come che è cosa del mio genio, mi sforzerò fare il possibile per averlo fra cinque o sei giorni, e mandarlo con bordonari (1) di codesti contorni; lodo la santa devozione, ma la voglio più sollecita. Ieri sera venne S. Altezza senza la Corte, che lasciò dietro in Messina, seco vi è il signor Marchese Flores, Ioppolo o Gioppolo; prese licenza dal senato per 15 giorni.
È venuto in fretta per sospetti di congiure, vi sono teste grosse in sospetto, guai, guai, non sono cose di confidarle a persone, nostro Signore aiuti V. S.; per ora può mandare lettere per la buona venuta, che dopo, secondo si vedrà il suo stato, qui si consulterà per fargli riverenza di presenza.
V. S. mi ha imbrogliato con l’onze 50 del signor Marino per i molti ordini che mi ha dato, io non ne ho fatto nessuno; questo è persona delicatissima, né dimora un quadrante a dar il conto, quando lo vogliono, né io lo posso dire che si mostri debitore, anzi resto mortificato, che avendogli domandato questo denaro per suo servizio, e dirgli che gli mandava corriere Serio, è passato poi tanto tempo, e V. S. non le ha voluto scrivere due righe.
Per il frumento della Torretta il signor D. Pietro mi disse che s’informò, e che se ne potranno smaltire altre salme 20, se il Costa lo procura; onde la terra alla peggio deve smaltire tutto il resto; anzi che il Costa intende difendersi ed è dei primi litiganti. Onde a me parrebbe che il signor D. Giuseppe desse ordine che i Giurati vedessero di mettere sopra ogni salma uno scudo di più, che sarà cosa poca; e s’andasse cavando questi interessi, e fra questo [nel] mentre far che il signor D. Francesco (che è Giudice del Pretore) si chiami il Costa, e senza tali liti intenda lui, ed ai Giurati della Torretta per vedere gl’interessi delle salme 20.
Nel resto V. S. non dorma su questo, perché lui è l’obbligato, e veda il conto [che] le ho mandato, di quello V. S. creda di detta Università per poter calcolare la somma, che con gl’interessi di questo frumento è obbligato a pagare il tutto; e ne mandi nota a me, e al signor D. Giuseppe; può scrivere al signor D. Vincenzo, che venga da me, e Dio sa quanto mi paiono queste faccende imbrogliate. Qui ho trovato partito per i frumenti, ma sto spedendo il negozio del Caricatore, perché questi vorranno subito estrarre, sono stato questa mattina dal signor D. Francesco e fra una calca di negozi s’è fatto aggiustare l’albarano, e vedere di stringere il tutto.
Intanto V. S. è bene che si accomodi costì salme 200 di frumento, e me ne mandi l’avviso in qualche mandato per potermene servire nell’urgenze, o con pignorare, o vendere. E mentre V. S. tiene tanti frumenti, credo facilmente l’avrà in accumulo, in ogni modo bisogna accomodarvi.
Il signor Marchese di Tortorici almeno per le feste mi astringe per onze 40. Prego V. S. un’altra volta ad avvisarmi, per quanto dovranno venire quei denari per refluire a Dodino, perché quod tibi non nocet, et alteri prodest, non est denegandum.
Per il conto della Licata, è bene per assodarlo, che V. S. veda di fare qualche nuovo sborso, come ho scritto altra volta, ma che non si paghi, se non prima vengono concessioni; tutte cose da Spagna, con mandare feluca apposta, che con pagare ivi un migliaio di scudi di regalo e [per] la fretta che faranno questi ministri si avrà subito; e se Sua Altezza dimorerà qui, si negozierà il tutto facilmente. Nel resto, così questo come tutti gl’altri suoi affari, tutti mettiamoli ai piedi del SS.mo Crocifisso, che ivi si troverà la vera pace, e nostro gaudio, e la benedico nel Signore come fo alla signora Duchessa e figli.
Palermo, 13 dicembre 1649.
(1) incaricati di trasporto con bestie da soma

top



1650 01 12 AGT ms. 233, f. 12 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ispondo a V. S. nell’ultima del 5 stante, e prima circa le cose della Licata dico chiaro a V. S. che questi signori ministri si vogliono chiarire, se veramente può seguire il reddito, ed avere lo sborso dei denari per V. S.; il fatto sta che la città comunemente mi dicono che non si vuole gravare, e secondo c’è l’impossibilità, tanto che con la venuta del signor Denti, ministro integerrimo, si stabilirà il tutto. Il Padre D. Gio: (lu) Castelli suo cognato, mi ha detto che in Casa sua sentono che il signor D. Vincenzo passa da qui, se questo è, ogni cosa si farà oretenus; quando però non passasse di qui, come ne sto attendendo la certezza con lo straordinario, che s’aspetta di giorno in giorno, le manderò con corriere lettere della signora Contessa Castelli, che è quella che comanda e meglio del signor Pretore, il quale pure per esser ministro non par bene domandargli questa lettera.
Voglio avvertire a V. S. che quando, chi sa, la città volesse il riscatto, e si trovasse qualche forma, in tal caso V. S. potrà significare al signor D. Vitt. per mezzo di qualche Padre della Compagnia di Naro, di cui lei è affezionatissimo che intenda offrire a S. M. gli altri 5 o 6 mila scudi, sopra il prezzo con i patti; e che vuole che questo negozio lo tenti lui, e finisca lui, perché il signor D. Vincenzo per fare questo servizio a S. Maestà, in questi tempi urgentissimi abbraccerà il negozio, perché il ritornare la città al Re, non gli sarà di utile, oltre che non sarà così facile. Onde il signor D. Vincenzo si appiglierà alla sua offerta, e V. S. pure ne avrà vantaggio per far camminare il negozio per un ministro di tanta qualità; è pure cognato del signor Pretore, il quale lo ha anteposto, come io penso, per farlo esercitare nel servizio di S. Maestà, pretendendo il signor D. Vincenzo essere Maestro Razionale.
Per questa somma scrissi a V. S. che facesse diligenza costì, perché qui ci avranno escluso, sebbene un amico adesso mi ha dato certa speranza, e però V. S. manderà a largo scritte, sotto le cautele le può dare, e inoltre specifica le cose che ci obbliga. Potrà pure proporre, che la Corte pigliasse i denari a cambio, e che lei si obbliga agl’interessi, come una cosa simile fece il signor D. Francesco Romano per Reitano, se male non ho inteso, e questo anco per miglior cautela, perché non si potrà trattare di riscatti se prima la Corte non aggiusti di contanti il mercante.
Propongo a V. S. questa offerta, e questi interessi, per il gran negozio che è di tenere la Licata minore a V. S. con la vicinità del suo stato; ad ogni modo faccia i suoi conti, se ha forza tale di poter fare questa carriera, perché non bisogna invaghirsi del Palio, se poi si resta nel corso.
Caso che occorresse far detta offerta, e accettata dal signor D. Vincenzo, V. S. se la può allocare, e fare tutte le sue prevenzioni e azioni, e soggiungo che questa offerta ha da essere all’ultimo dell’ultimo. Grazie al Signore abbiamo recuperato il negozio del Caricatore, ma con stento intollerabile, particolarmente del Padre Cicala, che favorisce tutte le cose di V. S. e con più caldezza assai di quello che scrive; lui fa l’inclusa a V. S., e V. S. faccia quegli albarani, e polise subito, sebbene quella clausola della visita l’ha aggiunta il signor D. Francesco, ed è soverchia in tutto, e può guastare il fatto; e per dirla, questa non visita del Portulano è singolarissima, e ha del regio, né bisogna stirare, perché lo stesso signor D. Francesco mi ha detto, che lui sino che non vede firmate ed eseguite le lettere dal Maestro Portulano, non crede il negozio, però V. S. non vada cavillando, ma si spedisca.
Il negozio per il signor D. Pietro Formica è appuntato, ed ieri a punto Mons. Transmiera venne alla cella del Padre D. Giuseppe Cicala, ed io mi trovai venute le lettere di V. S., e così gli nominai il signor D. Pietro, e per domattina spero nel Signore far spedire il tutto, perché Monsignore disse al Padre Cicala, che andasse in segreto, essendo egli Consultore, che l’avrebbe spedito, bastandole la mia approvazione, che io gli ho fatto, mentre l’antepone V. S. con questo resto, e dormo perché io non conosco la persona punto alcuno. Ho discorso della spedizione, perché se Monsignore diceva tener l’avviso, che il signor D. Carlo già era morto, ed io già gli ho preso l’indulgenze; ma le lettere fresche di V. S. mi hanno fatto ancora dubitare, per prima di spedire il negozio al Padre D. Giuseppe s’informi meglio dell’avviso; V. S. è bene che compisca con Monsignore e col Padre D. Giuseppe, che ci deve molto, molto.
Darò ordine a Francesco che paga subito l’onze 12 per detto Padre Maria Tavormina, né mi ricordo V. S. l’avesse avvisato prima. Mons. di Cefalù va in Catania, a Cefalù va il signor Archimandrita Gisulfo, V. S. ne dia nota al signor Arcidiacono, che le sarà carissimo.
Mando a V. S. un quinterno delle nostre devozionelle alla Madre SS.ma, e voglio che insieme con me ringrazi prima stante la Signora, che gradisca le mie debolezze, e che si spargano per tutto; V. S. le distribuisca, m’avvisi se ne vuole più per tutte codeste contrade, che le possiamo dare a grana 3, che li farei stampare con guadagno, evviva la gran Madre di Dio, e con questo bel fine, la benedico nel Signore, come fo alla signora Duchessa e figli.
Palermo, 12 gennaio 1650.

top



1650 01 21 AGT ms. 233, f. 13 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. inclusa la lettera della signora Contessa, e sento spiritualmente dal Padre confessore essere la signora tutta dedita alla santa obbedienza, sarà efficacissima; spero nel Signore che il signor D. Vincenzo aggiusterà il tutto per il Caricatore, e il signor Maestro Portolano ha uscito un nuovo capitolo. Sono stato apposta questa mattina dal signor D. Francesco, per questa sera andarlo a soddisfare; non scrivo cosa se non vista la risoluzione, intanto ne pregherò il Signore per la sua maggior gloria, e servizio. Il signor Bartolomeo Mariani è morto, il nipote si trovò pagate onze 479, né vuole pagare più grano; V. S. parli col signor Mallia per altra tratta, perché qui urget, e subito portarla il Padre Gaudio, il quale non si contenta delle onze 100, vuole tutto; quelle del signor Pignata se li pagarono. Ho inteso le buone nuove del signor D. Francesco, pregherò nostro Signore per il meglio.
La signora D. Anna fa istanza per le lettere, già che qui si pagano i denari; V. S. le recuperi e [le] mandi subito, perché questa signora voleva mandar corriere Serio; e prima mandare questa lettera del signor D. Francesco Celestre, ai Giurati della Licata per far fede, che non si è pagato detto denaro. V. S. però le finga mandar anco risposta. Fo fine, ed a V. S., signora Duchessa, e figli con tutti codesti signori benedico nel Signore. Palermo, 21 gennaio 1650.

top



1650 01 29 AGT ms. 233, f. 14 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

. S. vedrà quanto scrive il signor D. Francesco, io parlo chiaro, la prudenza sta nel sapersi accomodare nelle occasioni e congruenze. Trattai con persona, offrendo altra somma, ed è stata ricusata, in tempo che si lambica un denaro, e per Coniglioni presero sei mila scudi, e svenderebbero ogni altra cosa, tanto che per restar la Licata, resta solo un tentativo di mandar feluca con persona seria in Spagna, ed ivi fare altre offerte, e regalo e questo lo fo negoziare dal signor D. Francesco alla gagliarda, se potrà riuscire con restar nell’interim le cose come stanno per V. S., e bisognando farò sforzi col signor Altamira, che è venuto da Messina per buona congiuntura; ma gli feci dire che detto signore venne all’accordo, perché non so che senso mi dà V. S. e che somma vuol offrire; però circa questo risolverà, ed avvisi subito per farli Venerdì seguente, tolto questo negoziato, che è d’importanza, avremo da riparare due cose, al bene onesto ed utile. Circa l’onesto, si avrà con V. S. continuato per qualche altro poco tempo il dominio, e se può procurare occasione di Vicaria generale per codesta Comarca (1), o simile, che parrà a V. S. veniamo al bene utile; io consiglierei V. S. che domandasse altro vassallaggio ordinario, che non fosse di Marina, e geloso a S. Maestà, o Casali nelle furie (2) di Catania o Messina, come hanno fatto molti signori. Oppure domandare qualche officio, o l’introiti della stessa città con potestà di tenere detto officio per esigere, e potrà provvedere anco in perpetuo il Castello S. Angelo.
Infine, io non so, V. S. vada pensando quel che sta bene, che circa questo si farà ogni sforzo per soddisfarla. Mi parrebbe, che se ne facesse una consulta con Monsignore e il signor D. Giuseppe, ed avvisano subito, perché se la corte si partisse da qui, non potrà esser servita così bene in Messina. Infine torno a dire a V. S. che non bisogna far tanti discorsi, ma usar la prudenza atta di accomodarsi all’occasioni che s’incontrano. V. S. faccia rinnovare le tratte dal signor Mallia, perché qui il denaro bisogna subito; per il denaro [se] risolvesse per Spagna, penso si potrebbe aver condizionato, che bisognando si pagherebbe con l’obbligazione di Monsignore, e V. S. ma se vuole con monasteri o altro, può far partito più sicuro.
Prego intanto il Signore che guidi il tutto secondo il suo santo servizio, e V. S. cerchi di trattare il tutto come cosa estrinseca, e transitoria; Deus enim in aeternum stat, e ringrazi sempre Sua Divina Maestà del tutto, che io l’assicuro, che ogni cosa coopererà in bene, e così la benedico con la signora Duchessa e figli.
Palermo, 29 gennaio 1650.
(1) di Naro - (2) sobborghi

top



1650 02 01 AGT ms. 233, f. 16 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

l Padre preposito parlò col signor D. Stefano Riggio, il quale insieme col signor Marchese di Capizzi e Altamira stanno per V. S., e così spero sarà il signor Mocci per le lettere vedo del signor D. Francesco; ad ogni modo il signor D. Stefano ha detto che gli pare impossibile che S. Maestà le lasci la Licata, e consiglia (hoc secreto) a non spendere più denaro, ma ad accomodarsi con qualche altro effetto. Al Padre preposito parrebbe pigliare qualche officio in feudo, come di Maestro Razionale, o altro; ma a Monsignore pare poco questo, perché la buona memoria di Villafranca lo pretendeva con gran sforzo, e così Scordia, e sebbene di questo finora non si è fatto motto, ma si fa forza per il consolato, o per aver dilazione di mandare in Spagna, la quale sempre è bene, e se ivi non l’alcanzerà la Licata, almeno si alcanzerà meglio qualche altro effetto. Per il Caricatore, il tribunale vuole sentire la domanda della Licata, e sempre le torna conto, il vedere di avere i denari senza gl’interessi dei frutti. V. S. risponda a largo, a quanto si è scritto, e sopra tutto, mandi in fretta la lettera del signor Mallia, perché urget, urget. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, e figli.
Palermo, 1 febbraio 1650.

top



1657 04 07 AGT ms. 233, f. 17 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

oggi è giorno tutto festivo, Sabato in Albis, giorno dedicato a nostra Signora, si è fatta festa per la creazione del nostro santo Padre, si è cantato il Te Deum laudamus per la liberazione del contagio, e si è avuta la spedizione favorevole per il nostro santo monastero. Alleluia, alleluia, Deo gratias, Mariae gratias.
Primo, abbiamo ottenuto una sola istitutrice, et absque consensu Monialum. Secondo, la dote per tutte le monache a ragione di 25 scudi per una, e le elegende dal monastero a scudi 12 e mezzo per una. Terzo, il numero delle monache 14, cioè dodici corali e due serventi sempre gratis, ed in questo primo ingresso elette da V. S. e dopo alternative, ma sempre gratis, come ho detto, e così V. S. avrà sette elezioni perpetue, che è stato un buon colpo. Circa al punto, che V. S. toccava di non trovarsi costà per l’elezione del monastero le mezze doti, e così venire a patire il Coro, già che abbiamo accomodato con le due serventi di più gratis; oltre che io credo non mancheranno mai, perché ogni Borghese con cento onze può mettere la figlia nel monastero, perché volendola sposare, sempre gli verrà a dare via più. Ad ogni modo io destramente l’ho significato a Monsignore i mezzi, il quale mi disse: Padre, non mettiamo tanta carne al fuoco; quando succederà questo caso, ed il Vescovo avviserà, che non vi sono entrande, e che il monastero patisce nel Coro, ed è comodo per poter riceverle senza dote; la Congregazione subito lo concederà, anzi avrà gusto tale domanda, essendo che oggi tutte le domande si fanno al contrario, volendo diminuire gl’ingressi per la penuria del vivere nei monasteri. L’altra condizione che diceva V. S. di non spressarli stabili, qui gl’avvocati non l’hanno stimato necessaria perché va de iure, che le bolle fondate sopra stabili passano per stabili, e già si trasferisce il dominio al monastero, che è quello che vuole la Congregazione. Onde V. S. può darle addirittura i grani sul Caricatore, né io vedo che cosa ne risulterebbe meglio in fondare lei la bolla in tutto, o in metà, anzi consiglio V. S. a fuggire questa bolla; e le ricordo i discorsi che le faceva il signor D. Col’Antonio Lucchese, e voglio pure con questa occasione avvertirle a levare in tutto, o in parte quella di Tortorici: è meglio lasciare ai figli poco senza bolle, che molto con intrichi.
Sto ora attendendo per la spedizione delle bolle, che vanno in forma, e vedrò il meno risparmio; e già il Signore mi ha provvisto per aver denaro, tenendo un Padre nostro un mercante suo affezionato e mi darà quel che occorre, ed io procrastinerò, al più potrò mandarle il cambio, cioè alla fine della spesa.
Nel resto prosit a V. S., signora Duchessa e monache, e tutti preghino per me. Da Sicilia sono due poste [che] non teniamo lettere. Io già ho scritto con la feluca [che] mandò Mons. Arcivescovo e attendiamo questo ritorno per la risoluzione, del ritorno se piacerà al Signore.
Il signor Ambasciatore sarà di ritorno per la Corte fra due mesi, qui verrà il signor D. Francesco Ponzio di Leone, fratello del Duca di Arcos, cognato di Don Luis d’Aro; io affretto la stampa della vita del Padre D. Alipio [di S. Giuseppe] per farla dare dal signor Ambasciatore al Papa; e V. S. vedrà cosa di molto suo gusto, e nostro Signore la benedica con la signora Duchessa e figli.
Roma, 7 aprile 1657.
A questa ora mezza di notte, mi è venuta la forma della provvista. Expediat breve benedicamus Domino. (1)
(1) Il Bagatta nella sua “Vita del Ven. Sevo di Dio D. Carlo de’ Tomasi e Caro. Roma, 1702, cap. XIV” dice a proposito: Gli riuscì però più felicemente il negotio della fondatione del Monastero, poiché, havendo ritrovati il Papa, e i Cardinali ben disposti, ottenne il consenso del Papa per detta Fondatione; come si legge nel Breve di Alessandro VII di fel. Memoria, spedito li 6 di Giugno dell’Anno 1657, e diretto al Vescovo di Girgento, nella di cui Diocesi stava Palma, di che tutto giubilante, e festoso, ne diede subito avviso al Fratello, quale restò ancor’egli consolato.

top



1659 10 11 AGT ms. 233, f. 20 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. del 10 corrente, e ringrazio nostro Signore della bella festa del SS.mo Rosario, e così aspetto l’avviso per la santa fondazione dell’eremitaggio (1). Mando a V. S. la licenza della Sacra Congregazione per l’officio dei santi Clemente e Celso, e la mando a tempo opportuno per poterla inviare al Vescovo. Circa la storia di questi Santi, io ho fatto diligenza sino in Germania col Padre Bollando gesuita, che in atto scrive le vite dei Santi, e ha stampato per Gennaio e Febbraio cinque grossi volumi in foglio, vedrà quello avvisa che è solo una relazione quasi negativa. Io ho fatto qui diligenza nei monasteri di S. Caterina, che sono due, né si ha nessuna notizia di quello che nota il Padre, pure dubitando d’equivoco col monastero di S. Cecilia, dove è uno dei primi reliquiari di Roma, né si trova cosa, come vedrà per altra acclusa, nella quale anco vedrà la diligenza usata in S. Paolo, dove il Boccilina nota S. Celso. Infine negotium laborat in antiquitate.
Siamo certi del martirio, e reliquie, le circostanze delle storie poco importano. V. S. cerca solennizzarle la festa solennemente, già che S. Clemente è voluto venire a trovare il suo Celso in Palma, per goderne insieme i trionfi.
Ho inteso la morte dei buoni sacerdoti, Freccia e Antinori: quid mirum, quod mortales moriantur? dice S. Agostino, né questa vita ci deve servire per altro, che per una buona morte, che: est iter quo itur ad coelum, ci ha preso la santa indulgenza, e V. S. non manca avvisarmi sempre questi per potere suffragarli con le SS.me indulgenze. Riverisco la signora Duchessa con la bella veste di S. Benedetto, e le procurerò la bella collana con i due gioielli del Paradiso, Gesù e Maria, e me li raccomando all’orazione; lo stesso fo alle sante monache, e a V. S. che con i figli benedico nel Signore. Riverisco assai al signor Don Paolo Castelletti, e a suo tempo lo servirò dei Messali e Breviario come comanda. V. S. mi mandi copia delle scritture del signor Bollando, per quello che qui col tempo può occorrere.
Roma, 11 ottobre 1659.
(1) del Monte Calvario

top



1659 12 09 AGT ms. 233, f. 24 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

ilettissima in Cristo figlia,
ricevo la vostra lettera con mia particolare consolazione, godendo del santo celibato [che] tengono col Duca, e del desiderio [che] ha dello stato religioso, cosa sempre tanto bramata da me. Io tengo una consulta simile dalla signora D. Giovanna d’Oria, figlia del Duca di Tursi, alla quale essendo morto il marito Marchese, serva (per uno dei primi Capitani dei nostri tempi, nell’assalto che ebbe D. Giovanni d’Austria dai Turchi) e desidera farsi religiosa; tenendo tre figlioli, due maschi, uno per casarlo e l’altro per metterlo in prelatura, ed una femminella che la vorrebbe condurre seco nel monastero. Io le ho risposto, che tolte le mere necessità, tagli tutte le congruenze del mondo, e della Casa, e si ritiri nei santi chiostri.
Ma il caso vostro è differente, né ha bisogno di consulta, perché essendo ella maritata è obbligata con precetto ad obbedire al marito; ma voi mi direte, per questo le scrivo, acciò che persuadessimo il Duca a darvi questa licenza. Ed io le replico, che questo non sarebbe voi fare l’obbedienza, e volontà del marito, ma tirare il marito a fare la volontà vostra, e noi altri religiosi abbiamo per regola d’obbedire non solo ai cenni dei Superiori, ma anco all’inclinazioni; perché alle volte il povero Superiore per non contrastare i sudditi, o per non conoscerli in cose spirituali, si astiene di comandarle alcune cose. Ma il religioso che desidera la perfezione, lo previene con fare quella, che egli vorrebbe; onde attendete a fare l’obbedienza del vostro marito, che avrete più merito, che se foste nel monastero, o nell’eremo; inoltre ella non si trova in Palermo, o altra città grande, onde potrebbe essere distratta dagl’esercizi spirituali.
Già grazie al Signore ha lasciato le pompe con vestirsi l’abito di S. Benedetto, così può fare tre e quattro ore d’orazione mentale, come fa la signora D’Anna (lo) Bosco. Anco in Palermo: può aiutare il Duca nella carica che tiene, educare bene i figli, quali chi sa come riuscirebbero a mano di femmine ordinarie; può con S. Brigida, e S. Francesca Romana servire gl’ammalati, peregrini, monache, ed eremiti di Palma, e finalmente con la Madre SS.ma visitare i luoghi santi della passione, e così rendere tutta Palma un monastero; e con l’opere godere l’officio di Marta, e col desiderio la contemplazione di Maddalena, e si assicuri, che se questa è chiamata del Signore; a Lui non mancherà modo, luogo, e tempo a fare che il Duca non solo le dia questa licenza, ma ne la stringa.
Questa relazione, e dimora, servirà per dilatarle e accrescerle i santi desideri, ne preghi Sua Divina Maestà, come farò io indegnamente, ma voglio che facciate queste orazioni ferventi e calde, ma senza sollecitudine, e in quiete, perché lo spirito del Signore ama la pace, e ogni volta che negl’esercizi manca questa, è segno, che non sono movimenti di Dio. Inoltre al Duca mostri in questo ogni indifferenza, perché la nostra perfezione consiste in fare schiettamente la volontà del Signore, e questa si eseguisce con fare l’obbedienza nudamente, senza tirare con qualche artificio la volontà del Superiore al nostro volere; ed è regola a molti buoni religiosi di occultare anco i desideri loro ai loro Prelati, o almeno proporli con protesta d’indifferenza, acciò quelli veramente li comandino quello che è gusto loro, e non siano mossi alla soddisfazione del suddito. Signora legga, e rilegga questa lettera, perché il nostro amor proprio è così sottile, che ci fa parere virtù, quello ch’è vizio, e da noi stessi ci daremo la pillola; abbia per regola generale ogni volta che neghiamo la propria volontà, ancor che in una bagattella, facciamo un gran sacrificio a Dio. Signora ingolfiamoci tutti in quell’abisso della divina volontà e godiamo da qui quelle delizie, che godono lassù i beati, che non fanno altro, che il divino volere, fiat voluntas Dei, sicut in caelo, et in terra. Nostro Signore la benedica.
Roma, 9 dicembre 1659.

top



1659 12 12 AGT ms. 233, f. 23 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

piritus sancti gratia illuminet sensus et corda nostra. V. S. vedrà quello che scrivo alla signora Duchessa, che oltre di essere il vero senso, le ho fatto anco per prova, e per spogliarla dell’affetto, anco nelle cose spiritualissime. Dico però a V. S. che questo è: negotium omnium negotiorum et opus dexterae Excelsi.
Onde la prego a volerlo maturare bene, e quando non trova mera necessità, tagli tutte le congruenze, rispetti, e passioni umane (come io ho consultato ad altri lo stesso); anzi l’avere ad esaminare bene la mera necessità, perché l’amor proprio ci fa parere le congruenze necessità. Il celibato già che per divina misericordia ne tengono pratica di tanti anni, io non ho difficoltà; la carica dei negozi se gl’impedisce il sacerdozio, non gl’impedirà il farsi sub diacono, per farsi poi al suo tempo della quiete sacerdote, oltre che tanti Santi, e il glorioso S. Francesco, per mera umiltà lo ricusarono per sempre.
Ma io la consiglio che a suo tempo, accasato qualche figlio, si voglia accostare a quella sacra mensa per offrire a Dio, un Dio a pro d’un mondo; e questa rinuncia farà allora degli stati sarà occasione di matrimonio più grandioso, e a lei basta riservarsi una buona porzione per non andare appresso d’altri; tolto che il Signore non lo chiamasse a stato più alto di ritirarsi con i suoi Eremiti, o ad entrare in qualche claustro. Per ultimo l’educazione dei figli, e cura della Casa si può provvedere dei buoni Ai; e come fareste, se morisse la signora Duchessa. Infine io godrei, che non impedisse l’opera del Signore, il quale mi pare faccia gran disegno della signora Duchessa, e chi sa a che gran grado di perfezione l’ha da portare?
Tutte l’opere del secolo sono buone, ma quelle dello stato religioso sono superiori ordini. V. S. legga nella vita della Madre Orsola (1) che il nostro D. Giuseppe Caracciolo con la sua sposa erano l’esempio di tutta l’Europa, i Padri di tutti i poveri di Napoli, il rifugio di tutti i pericolanti e peccatori, il mantenimento di tutte l’opere pie di quella gran città, eppure l’apparve S. Giuseppe, e gli disse, che si ritirassero a vita privata nel monastero.
Questi sono i miei sensi, e da molti dei nostri religiosi santi, ai quali ho consultato, e raccomandato il negozio al Signore, V. S. con tempo maturerà pure; vada maturando tutto nella santa orazione, che io da mia parte, da per me, e molti altri servi del Signore, non mancherò fare lo stesso, stimando questo negozio dei maggiori, che io potessi tenere; nostro Signore la benedica.
Roma, 9 Dicembre 1659.

Dopo scritta questa, stimando io tanto questo negozio sono stato a consultarlo col Padre Oliva, predicatore del Papa; è veramente uomo Apostolico, e primo spirituale soggetto, che abbiamo i Padri della Compagnia, e mi ha fatto un discorso, che mi ha fatto intenerire, perché stima tanto lo stato religioso, che non si contenta solo, che V. S. dia questa licenza alla signora Duchessa, ma che ne anco gliela prolunghi; stimando che l’allungarle un anno, sarebbe un tempo perso d’immenso merito. Dice che V. S. fra l’anno del noviziato che fa la signora Duchessa pure resta libero, e senz’ordine, e può vedere come se la passa, loda il farsi per ora solo diacono, e per l’educazione dei figlioli dice che sarebbe peggio il dilungarli, perché adesso che sono piccini con poca fatica si lasciano guidare, ma quanto maggiormente crescono, tanto più sarà difficile, se da adesso non si avvezzino sotto l’Aio. Rappresento tutto a V. S. e prego nostro Signore ci faccia grazia illuminarlo, e guidarlo per un tanto gran negozio, e lo colmi sempre con le sue sante benedizioni.
(1) Benincasa

top



1660 02 25 AGT ms. 233, f. 27 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ono due poste che non tengo lettere di V. S., alla quale con questa saluto caramente, e le mando l’epitaffio per il nostro buon Vescovo, ed è piaciuto assai. Quell’argentea suppellettile che abbraccia tutti gl’ornamenti, e argenti fatti perché volerli numerare, era stile di notaio.
Quel Censum significa il patrimonio della Chiesa, ho posto 30 mila scudi che per l’avviso di V. S. poca cosa manca, e s’intende in tanti anni averli dati. La cosa poi del principato di Girgenti è posta con molti artefizi, più per spiegare l’animo pio del Vescovo, che la grandezza del Casato; li metteranno così spezzati, e per capire nella lapide, che V. S. avvisa esser dilungato, può dividerli in tre caselle uguali; le linee sono 37, nella prima V. S. faccia mettere dieci, nella seconda sedici, nella terza undici; ma nella prima, la prima linea D. O. M. grande quanto quattro linee; la seconda Dominus Franciscus Trahina quanto due linee, nell’ultima casella, qual potrà restare di vuoto, infine le farà fare qualche festonello di palme, o cose simili. Il conto per il signor Tamburello lo manderò appresso, perché finora non ho potuto trovarlo, sebbene spero averlo; e così scriverò del Canonicato.
Saluto il signor Odierna, e per la dispensa della comare vi vuole scudi 17, venendo qui, e non volendo venire, bisogna far qui certe elemosine di scudi 34, vi vuole di più la fede della povertà fatte dall’ordinario, e appresso risponderò alle tre lettere. La promozione anco non è seguita, né si sa quando andrà dilungandosi, si sospetta per alcuni disgusti successi in Parigi tra il Nunzio e ministri; raccomandiamo il tutto al Signore. Saluto la signora Duchessa con i figli, e sante monache, ed a tutti insieme con V. S. benedico nel Signore.
Roma, 6 marzo 1660.

top



1660 07 31 AGT ms. 233, f. 28 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)


ando a V. S. i Breviari per il signor D. Paolo, e signor Soldano, l’opere spirituali del Padre Nieremberg. Le reliquie dei libri mandati, cioè il Pinochi della passione, le meditazioni di S. Agostino e Gersone un tometto del Franciotti, ed alla signora Duchessa mando i libretti dell’immagine di nostra Signora, ed a V. S. i due manoscritti avvisati. Viene pure la bolla per la Compagnia della SS.ma Sindone, con avviso che gliela mandino eseguita.
Nel resto le raccomando i due libretti del prezzo della grazia, li legga adagio e con attenzione, che troverà nuovi mondi, e s’innamorerà della santa grazia, quale sia sempre con lei, signora Duchessa e figli. Mi raccomando alle orazioni delle nostre monache Mariane e Minimi del SS.mo Sacramento.
Roma, 31 luglio 1660.

top



1660 08 21 AGT ms. 233, f. 29 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

artedì fui dal signor Cino, e Mercoledì dal signor Roncone, primi e singolari dottori della Corte. Il Padre preposito li ha informati in voce, e scritto con tanta esattezza, che io non potevo desiderare più di vantaggio, hanno preso assai bene il negozio, e fatti buoni motivi, attenderemo alle scritture per mandarle con la brevità se sarà possibile; intanto attendiamo a pregare la Madre SS.ma, e chi confida in lei omnia bene.
Il Padre D. Filippo Agliata mi avvisa, che fra breve entreranno i Santi; io ho raccomandato il negozio alla gran Signora, ed alle sue mani vogliamo tutto. Pensava, da oggi ad otto mandarle la supplica della Collegiata segnata; nemmeno posso mandarla per oggi (sono cose delle Corti), spero l’avrò per la seguente.
Mando l’acclusa per il Padre Giulio, ed ho goduto grandemente dell’epilogo mi fa degl’esercizi spirituali di Palma.
Nostro Signore la colmi con la larghezza delle sue benedizioni, come desidero a V. S., signora Duchessa, figli, e alle mie Mariane, e Minimi, ed a tutti mi raccomando nell’orazioni.
Non ho mandato, né le mando la nota dei manoscritti reconditi, perché l’indice lo vuole vedere il signor Ambasciatore di Spagna, né si possono più avere, sebbene mi è stato promesso, che a suo tempo verrà; gli altri credo siano arrivati, avendoli mandati, come ho scritto, raccomandati al Padre D. Filippo, e Padre Gravina. Di nuovo la benedico nel Signore.
Roma, 21 agosto 1660.

top



1660 08 28 AGT ms. 233, f. 30 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo due di V. S. del 26 e 29 Luglio, e godo del santo monacato delle figlie del signor D. Baldassare e se V. S. me li dà per angeli, io prego nostro Signore me le faccia serafine, così godo dell’altra se è vestita con Santo Spirito; e desidero sapere l’entrata della mia Crocifissa, e dell’innocente Alipia Gaetana, vorrei che godessero presto della santa terra di promissione, emanante latte e miele.
Le regole dei nostri Minimi bisogna maturarle al consiglio di molti amici, per adesso attendano alla loro vocazione, e vadano osservando, ed avvisando quello che l’esperienza forse alterasse quella scrittura; attendano alla povertà esatta, ed alla mortificazione interna, che è quello che importa, perché le mortificazioni e penitenze corporali senza quella valgono nulla, e servono a distruggere il corpo, il quale mancando, mancano gl’organi per la povera Anima; e me li raccomando all’orazioni. La settimana seguente spero di sicuro mandare la supplica segnata per la Collegiata, bisogna compatire le cose della Corte, come scrissi per il passato.
Ho cominciato i suffragi al nostro buono maestro D. Santoro, dirò le Messe, e lunedì andrò a S. Andrea della Valle per guadagnargli la solenne indulgenza nella cappella di Urbano VIII, facendosi in detto giorno prediche, e musiche col SS.mo esposto, e concorso di tutta Roma, ed in materia di morti è la prima devozione della città; e V. S. non manchi d’avvisarmi sempre la morte degl’amici per compiere col dovere, essendo in questa santa città, dove sono tesori infiniti. Consegnerà subito la lettera al signor Castelletti, e godo sia per eseguire subito il pagamento. Attendo l’avviso del signor Mario Vecchio, ma io voglio i fatti, però V. S. mi sia buon procuratore. Oggi è il grande Agostino, oh! tenessimo il suo ardentissimo cuore: inquietum est cor meum donec perveniat ad te Deum meum. Lo replichino più volte con la signora Duchessa, ed io la saluto con i figli, e monache, e Minimi.
Roma, 28 agosto 1660.

top



1660 09 24 AGT ms. 233, f. 31 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. del 20 passato, e godo in estremo delle devotissime feste che hanno fatto alla grande Signora, dico feste, perché comunemente dicono che in queste solennità si fanno tre feste di nostra Signora, cioè la Morte, l’Assunzione, e la Coronazione, ed io aggiungo la quarta, cioè la Resurrezione; perché se celebriamo la Resurrezione del Signore, così anco dovremmo celebrare la Resurrezione della Signora, e così prego le VV. SS. che per l’avvenire abbiano avvertenza a questo santo quaternario.
Prego poi V. S. particolarmente a pigliare per devozione la vigilia della festa della Signora, col digiuno e mattutini assieme con i nostri eremiti, e l’assenso che mi ha intenerito il sentire la loro osservanza, ed ho benedetto più volte il Signore per le grazie che le fa.
Può un gran Principe fondare gran Chiese, gran claustri; ma fare eremiti, ci vuole l’assoluto tocco di Dio, il quale ha voluto benignamente favorire voi per farvi Santo. V. S. tenga a mente questa grazia particolare, e ne faccia avvisare anco le genti di Palma per corrispondere tutti agli aiuti speciali gli dà il Signore.
Per la Collegiata, bene si sono passate storie lunghissime, che non scrivo per essersi superato tutto, e non allungare il tempo, il punto si è ristretto al consenso del Vescovo, e già il signor Card. Datario ne ha scritto; onde mi è stato caro l’avviso di V. S. che con la posta seguente mi manderà la lettera favorita di Monsignore e così preverremo il signor Cardinale, ed avanzeremo tempo, e mostreremo puntualità, attendo però le dette lettere ed appresso avviserò tutto.
Ho inteso il discorso V. S. mi fa per l’indirizzo dei figlioli e per dirle il mio parere, a me non pare il signor D. Alessandro a proposito, non essendo pratico delle Corti dei signori ed alienissimo delle cose, e d’azienda agilibus; avverto però V. S. a trovare persona con ogni spesa, che li coltivi bene prima nella devozione, e poi nelle lettere umane, e particolarmente fondarli nella lingua latina, e terzo nelle virtù morali e cavalleresche; non vi curate di musica e balli che sono vere vanità. Spirito e lettere, che questi tirano ogni cosa bene.
Circa la persona, in Palermo, vi era un Don Michele Cascio, che era stato gesuita vecchio e di garbo, che una volta il Principe di Villafranca se lo condusse ivi per leggergli l’etica, questo forse sarà buono per le lettere, e per la pratica cortigianesca, e forse anco per l’azienda. V. S. ne scriva al Padre D. Girolamo Matranga, segretamente, che ve ne potrà dare certezza.
Nel resto credo, che nelle montagne si troverà persona atta, e con minor spesa. V. S. faccia diligenza, già che è negozio di premura, e trovatolo può dargli l’Arcipretato della Collegiata, che non sarà poco, e creda, che qui trovano soggetti di molta considerazione, e quando hanno un beneficio franco di pensione di 200 scudi sono stimati dei buoni.
Onde V. S. faccia concetto della sua Collegiata, e sempre avrà richiesta di persone qualificate; questo è quanto posso dirle, prego il Signore le faccia eseguire il tutto secondo il suo maggiore servizio. Ho inteso la morte del signor D. Vincenzo, il cui cognome non ho saputo leggere, ho applicate tutte le indulgenze di una settimana, e spero che nel Paradiso avrà memoria di pregare per me per farmi santo dei santi. Riverisco la signora Duchessa, saluto i figlioli, le mie monache, e Minimi, ed a tutti benedico nel Signore.
Roma, 24 settembre 1660.

top



1660 10 02 AGT ms. 233, f. 32 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. del 26 Agosto insieme con quella di Monsignore, che per essere tanto favorita, abbiamo consultato non presentarla, per non renderlo sospetto (1) volendo noi indirizzare la bolla a lui, e particolarmente per l’assegnazione delle rendite.
Intanto aspettiamo le risposte farà Monsignore al signor Card. Datario, come ho scritto, che ancor che saranno favoritissime; ad ogni modo come sono risposte, e non lettere spontanee, non ci faranno che bene. Abbiamo risoluto tutto ciò, anco perché il signor Datario ha promesso quante proroghe vorremo, onde se piacerà al Signore potremo seguire tutto con Consulta, e contro Consulta, ed anco con maggior largo per lo sborso dei denari per la spedizione. Intanto V. S. non sia per sicuro con Monsignore di non essere presentate le lettere, ed intenda destramente come ha risposto al signor Cardinale la Consulta per la causa della signora del Biscari (2), e spero la settimana seguente mandare quella del signor Roncone.
Il signor Cino è stato fatto Vescovo di Macerata. Ad ogni modo ho fatto pregare dal Padre nostro D. Tomasso del Bene suo amicissimo, ha promesso se il Papa ritarda a fare i Concistori, per la sua Sacra ci favorirà, e già ha veduto la scrittura, e disse che V. S. tiene ragione di vantaggio, tutto per suo contento; e preghiamo la SS.ma Madre indirizzi il tutto con la sua protezione. Riverisco la signora Duchessa, saluto i figlioli, ed a tutti benedico nel Signore, e mi raccomando alle mie Mariane e Minimi.
Roma, 2 ottobre 1660.
Io tengo certo denaro del signor Tamburello, e con la mia filosofia non so esattamente quanti siano, la prego a farne diligenza destramente, per non essere tenuto tanto trascurato, ed avvisatemelo.
(1) circa la Collegiata (2) Castello dei Principi di Biscari in Acate

top



1660 12 07 AGT ms. 233, f. 33 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa rispondo alle lettere della settimana passata. Ho ricevuto la scrittura dell’Arcipretato, e subito ho fatto insistere al negozio, e superata la difficoltà dell’assenso del Vescovo. Onde si è segnata la supplica da nostro Signore e come vedrà in breve, contiene tutto quello che V. S. desidera, e si è ottenuto l’ottenibile; per questa non si parla delle mozzette per arte, perché vogliamo domandarle a parte, per mostrare che non urget, ma le piglieremo, quando ci facessero gran cortesia, essendo domanda dei signori laici; basta che poi nell’effetto non si spedirà l’uno senza l’altro. V. S. consideri tutto bene, e avvisi quello che le pare, attendo intanto a farla datare (vocabolo di questa corte) perché poi non ci vogliono più proroghe e si camminerà di passo, e secondo le risoluzioni di V. S.
L’insegna della figura della Madonna sono cose straordinarissime, non si manca di qualche diligenza, raccomandiamo il tutto alla santa Madre, questo è il maggior titolo si può dare a Maria, perché la costituisce nell’ordine ipostatico Divino, e per questo solo titolo se le deve l’Adorazione d’iperdulìa. Però lodo la sua devozione, ed anco il pensiero di donare i Rosari, per i quali vedrò al mio Marraccio, sebbene io spero stampare un Rosario Angelico; eppure sarà bene dare questi librettini, che non sono devozioni mute, e parlano anco loro.
Ho parlato col Padre preposito di S. Andrea per il fatto, e se bene io non ce l’avessi espressamente domandato per la carica grande che tiene, il buon Padre ispirato dal Signore lo ha aggiustato brevemente; è bellissimo come vedrà, e mi ha detto che l’ha bisognato educare dal caos, che così chiama quelle scritture. Martedì saremo insieme dal signor Roncone, e Cino, i primi della Corte, e con celerità possibile vedrò di mandarle i loro voti, o allegazioni, intanto raccomando il tutto alla santa Madre. Ho inteso l’assenza del Padre procuratore della Compagnia; ad ogni modo credo che le lettere opereranno qualche cosa, ed io insisto col Padre Oliva. Il signor Duca di Sermoneta, Governatore di Milano sta afflitto per la carestia dei grani, così in Lombardia e Puglia. Onde credo che il male avanza costì, gli sarà ricompensato con prezzi, la santa Madre aiuterà tutto. Domani celebriamo i suoi trionfi, e con fare feste prego V. S., signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi ogni bene e santità, la supplica segnata l’aspetto se non viene, sarà con la seguente.
Roma, 7 dicembre 1660.

top



1661 01 10 AGT ms. 233, f. 36r autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo due carissime di V. S. del 5 e 10 Dicembre, con la prima avvisa l’infermità della signora Duchessa, e tace nella seconda; onde spero nel Signore sia migliorata, questi sono regali dell’Amante sposo. Non bisogna badare a questi accidenti, la sostanza è il santo Amore, il quale non ha altro contrario, che il peccato, e per questo è solamente male, e solo dovremo fuggire, ed in tutte l’altre cose sempre alleluia; V. S. dia questo saluto da mia parte, ed in prima nel monastero questo alleluia, allegrezza di spirito, e la pace sono il luogo, ove si delizia il Signore.
Godo assai del buon predicatore, e V. S. usi sempre estreme diligenze a quello, perché è in un buon seminatore della parola di Dio, che nasce il frutto centesimo; V. S. procuri in ogni conto accomodarsi per la Tonnara con gl’interessi, faccia un buon aggiustamento, e limiti le spese, già che tutte le signore damigelle sono in abito santo, e le sole fettuccie, vi risparmieranno grossa somma. Mando l’acclusa, e procurerò da questi signori Vescovi Francesi le regole che il beato fece per i suoi Romiti, e sono a tempo opportuno per la spedizione che attendo da Mons. Altieri, ma avrei voluto che mi fosse venuta la relazione che gli domandai, perché stima più questa vita pratica l’uomo posato, e proverà, che tutta la teorica. L’idea sacerdotis e vita di Giuseppe Merlo forse V. S. l’avrà dato a Mons. Arcivescovo, se fosse così V. S. potrà domandargliela, dicendole che io ne le scrivo caldamente ad istanza di un Prelato grande.
Nostro Signore con la santa Madre lo benedica con la signora madre Maria Rosalia, figli, Mariane e Minimi.
Roma, 10 gennaio 1661.

top



1661 01 14 AGT ms. 233, f. 36 autog.

ando qui acclusa la lettera del santo ritiro per la signora Duchessa, e per la vostra riforma nel secolo. Nostro Signore la benedica; le lettere come vedrà per la copia sono in forma larghissima. Quel voto solenne s’intende anco dell’ordini sacri. Ma a questo ci sono molti anni di tempo, oltre che si può domandar la proroga, prego nostro Signore con l’intercessione della SS.ma Madre me li faccia tutti santi.
Con questa posta ricevo lettere del 14 e 20 Novembre, e 4 Dicembre, onde pare mancasse una posta, tanto più che non tengo avviso della solenne professione di suor Maria Serafica, né la lettera cennava per la cosa del domani. Io questa mattina ho applicato la mia Messa per quel Pietro; V. S. ce ne faccia dire un’altra, raccomando la causa alla Madonna, e tutto bene.
Per la Collegiata mi riservo di scrivere la settimana seguente, perché ne voglio fare una parlata col signor Card. Datario, e sentire la risposta del Vescovo, perché se questo non gusta, non è volontà di Dio per adesso; le proroghe (1) si sono avute per tutti il sei di Marzo, né credo Monsignore farà concorso, mentre tiene notizia della Collegiata, si tratta con lettere del signor Cardinale d’ordine di nostro Signore. Ricevo i conti del signor Tamburelli, né io per me posso darle avviso dei già dati. I libri del Sales sono già mandati, ma questo è un sale che mai è superfluo, ne può santificare tanti amici. Circa l’allegazioni cercherò di fare il possibile, basta io fo tutto quello che si può, né sto a scriverle le storie [che] passano. Riverisco la signora Duchessa, saluto i figli, ed a tutti mi raccomando alle orazioni, come fo alle Mariane e Minimi.
Roma, 14 gennaio 1661.
(1) per la Collegiata

top



1661 04 26 AGT ms. 233, f. 37 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

abato passato fu la vigilia della canonizzazione del glorioso S. Francesco di Sales, ed io le mandai 4 copie del parallelo dei quattro San Franceschi, quali qui grazie al Signore sono stati stimatissimi, ed il Padre [Giacinto] Libelli, nuovo maestro del sacro Palazzo, e amico mi mandò la stessa sera il: Publicetur e di notte per altri sei; con questa le mando gli Aforismi senza altra avvertenza perché voglio che ella capisca tutto dal medesimo libretto.
Il signor Card. Pallavicino ha dato gl’uni e gl’altri al Papa, il quale volle leggere prontamente tutta la lettera, e tutto il Parallelo, e ne restò con gusto grande, e poi nel licenziarlo gl’ordinò, che me ne ringraziasse; a segno che il signor Cardinale nel medesimo tempo mi mandò a chiamare per questo avviso, io godo, piacciano l’opere per gloria del Signore, e nel resto niente, niente di mondo, appresso con buona comodità di mare manderò di tutti più copie per gl’amici.
Domenica mattina ebbi particolare grazia di assistere alla solenne canonizzazione nel teatro, quale veramente pareva un ritratto della celeste Gerusalemme. Il Vicario di Cristo sulla bara nel trono, nella Cattedra, all’altare, tutto il sacro collegio di Cardinali, un numero grandissimo di Vescovi, e tutta la Prelatura, basta dirle che l’officio dei chierici lo facevano i maggiori Prelati, ed era una tenerezza vedere quei Monsignori Referendari che governano Roma, e regolano il mondo portare i candelieri. In fine il fiore di tutta la cristianità era ridotto ivi, né in terra si può vedere assemblea più nobile, le cerimonie poi così a tempo, e devote, che muovevano a riverenza e giubilo, e tutto vedrà distintamente con le relazioni che si stamperanno.
Finì la funzione assai tardi, ad ogni modo io riservai a dire la Messa dopo, come feci a basso nella Confessione di S. Pietro sull’altare dei santi Apostoli, e feci la commemorazione con l’orazione propria del Santo, tanto che nella Chiesa di Dio dopo il Papa sono stato io il primo, che ho reso il maggior culto si poteva dare al nuovo Santo; quale credo gradirà questa mia industria, e sarà propizio alle mie preghiere, nelle quali più e più volte è stato V. S., signora Duchessa, fratelli Giuseppe e Ferdinando, le Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutta Palma; ed ho pregato a tutti quella soavità, e dolcezza di spirito del Santo, quale mi godei tutta quella giornata essendo restato in S. Pietro; e sebbene lasciai il pane corporale, non può pensare quanto sia stato il gusto del celeste nutrimento, mi sono dilatato per partecipare a V. S. in qualche parte le feste, mi paghi tutto con raccomandarmi a questo gloriosissimo Santo, del quale io tengo tenerezza, e spero conservare la sua protezione.
Il signor Pietro Berretini di Cortona (1) è oggi il primo pittore di Roma, che vuole dire del mondo, ma a comparazione del signor Cavaliere Gio: Lorenzo Bernini è un pigmeo. Questi non è pittore, ma architetto, e scolaro singolarissimo, né lui dipinge, ma fa solamente questa cartuccia a penna, spero a quest’ora avrà veduto la santa Rosalia, ed ammirato la sua perizia, e si possono gloriare di avere un’opera singolarissima. Il Re di Francia ha scritto lettere così efficaci al signor Card. Chigi, ed al Papa, che questi hanno comandato al Bernini, che vada per due mesi in Parigi per una vastissima fabbrica vuole fare quel Re nel suo Palazzo della Corte, nonostante che qui il Bernini tiene a mano due opere grandi, che sono il Teatro, e la Cattedra. Onde lei pensi che forzatura abbia fatto il Re per far che il Papa si contenti, che queste opere patiranno l’assenza del suo maestro. Il signor Cavaliere fu ieri da me a licenziarsi, che ho stimato una delle maggiori cortesie [che si] possa ricevere in Roma, per la stima in che sta quest’uomo; l’avviso a V. S. acciò lo raccomandi alle nostre Mariane per il buon viaggio, sia perché lo merita il soggetto, come per pagarli l’amorevolezza che mi porta. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, e tutti preghino per me.
Roma, 26 aprile 1661.
(1) Pietro da Cortona

top



1661 06 17 AGT ms. 233, f. 38 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta non tengo lettere di V. S., l’avviso come grazie al Signore ho fatto partito con Giovanni Cassone, libraio per stampare l’indice, che verrà un tomo assai grosso, e ne mando a V. S. il titolo; me ne dà gratis 75 corpi, e farà la prima correzione lui, e la seconda io, e ho da dare l’opera tantum copiata; quanto prima si comincerà la stampa, e ne manderò la mostra, pregate il Signore che tutto riesca al suo santo servizio. Per questa copia io ho qualche spesa, né so se V. S. sta in grasso per valermi della sua licenza circa la stampa; ad ogni modo favorirà accomodarci la signora Duchessa, come anco d’altri scudi 50 che mi trovo di debito per questo, e per trascuratezza forse dei conti passati; però mando cambio di scudi 100 ed ho aspettato a farlo per spedire questo partito, perché m’affrontava domandarle questo accomodo senza darle il riscontro dei 75 libri mi dovrà il signor Cassone.
Voglio avvisare a V. S. una devota storiella, per edificazione di V. S. e per non pensare, che solo le vostre Mariane, e Minimi fanno penitenza. Questo è un convito mi ha fatto il signor Card. Pallavicino, et io l’ho accettato con condizione, che non avrà da fare altro apparecchio, che il suo ordinario, da questo penserete quanto sia povera la sua tavola; anzi io dopo ho fatto ridere il signor Cardinale con dirgli, che io era il più grande uomo del mondo, perché una volta Clemente VIII volle mangiare con i nostri Padri qui in San Silvestro, e l’ordinò, che non gli facessero cosa particolare, ed io sono arrivato a dire ad un Cardinale che non mi facesse piatti particolari. Ma veniamo al fatto, Giovedì mi mandò la carrozza alle 20 ore, e siamo stati soli fino alle 24 in santa conversazione, e discorsi tutti del Cielo con gusto grandissimo, poi venimmo alla refezione corporale, un tavolino semplice con servizio di creta, un pane in brodo, un poco di castrato lesso, e quattro cerasi, e questa fu la cena, e pranzo del signor Cardinale, perché egli mangia una sola volta il dì; ma io assicuro V. S. che mai ho gustato ricreazione simile, parlo circa anco il senso, se escludo il rispetto del favore del signor Cardinale e la bella lezione, che fu del Rodriquez, e toccò appunto il trattato dell’orazione, che è cibo dell’Anima. Di una cosa sola mi querelai col signor Cardinale perché avesse lasciato le cerase, gli dissi che le poteva mangiare le prime, almeno per rubricare, lui mi rispose che a questo effetto, prima della cena aveva masticato al suo solito un poco d’aloe. Onde io mi dolsi assai, che mi aveva levato la migliore pietanza, ma sua Eminenza disse, che quello lo prendeva per medicamento, e non per cibo, che gliene pare? Il mio S. Carlo mangiava dei lupini, e poteva essere che fossero addolcite le acque; ma questo signor Cardinale con cominciare la cena dell’aloe, amareggia tutto quel cibo tenue che prende.
Ora vedete se io ebbi ragione in principio d’accoppiare la penitenza delle Mariane, e Minimi con un banchetto; via, via santa emulazione, e sopra tutto Amore, amore nel che consiste tutto il precedente discorso di 4 ore che facemmo col signor Cardinale a segno, che io gli dissi, che avrei riferito ai Padri, che avevamo fatto una cena più lunga di 4 ore; questi, questi è il vero cibo: amore, amore. È venuto ad limina Mons. Caramuele, e continuamente mi favorisce in San Silvestro, e questa mattina appunto mi ha domandato dell’opere dell’Hodierna (1), che gli vengono richieste dalla Germania. V. S. se non ha mandato gli scritti, li mandi subito, perché a Mons. di Girgenti non li serviranno, che in carta di straccio. Saluto la signora Duchessa, figlie Mariane, Minimi, e tutti preghino il Signore per me.
Roma, 17 giugno 1661.
(1) Giovanni Battista, fu anche primo arciprete della nuova terra di Palma

top



1661 09 02 AGT ms. 233, f. 39 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo una vostra tutta di fuoco, scritta nel giorno della Neve della Madonna; ora se la neve di Maria fa questo effetto, che farà il fuoco di Maria? oh fuoco, oh fuoco di Maria, oh Amore, oh Amore di Maria. Sentite quattro belli anagrammi, due del vostro Barrì, e due del mio Diana.

Maria
Latinè - Amari
Gallicè - Aimer cioè amare
Thuscè - Riama
Siculè - Amari


Canta Barrì: Virgo tuum nomen latio quid dicit?Amari
Virgo tuum nomen Gallis quid dicit? Amare
O felix nomen! Solum quid dicit? Amorem
Quid quid nihil est, nisi semper amare et amari.
Canta Diana: Thuscè A chi d’oprar per Dio gran cose brama
Maria col nome suo dice: Riama
Siculè
A chi vò prì Diu gran cosi fari
Ci rispunnni Maria dicennu Amari.

Viva l’anagramma Toscano, perché in uno dice quando dice il latino, il Gallo e il Siciliano. Riama, dice, amare ed essere amato. Via, via dunque nel nome di Maria a riamare Dio, dal quale siamo infinitamente amati, oh il potessimo fare col fuoco di Maria!, suppliamo col desiderio, dove non possiamo con l’opere; e lei stia allegramente sotto la protezione di Maria, dalla quale ha impetrato tante grazie, l’impetrerà dei maggiori, e con la santa perseveranza.
Io con ogni affetto e riverenza ho presentato la sua lettera al Signore con replicarle più volte: confirma hoc Deus, quod operatus es in filio servo Mariae. Diciamo tutti: fiat fiat; nel resto non si parli e scriva di altro in questa, che di Maria, e del santo Amore. Saluto la signora Duchessa, le figlie Mariane, e Minimi, e tutti pregate a Maria, acciò mi conceda una scintilla del suo fuoco, del suo Amore.
Roma, 2 settembre 1661.

top



1661 09 11 AGT ms. 233, f. 40 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

engo due di V. S. del 7 e 13 passato, e godo le sia capitato, e piaciuto l’epitaffio per la santa memoria di Monsignore. Godo maggiormente delle buone nuove dei nostri Padri Minimi, e dell’entrata del figlio del signor D. Baldassare, e me ne rallegro assai seco, perché tra il monastero, ed eremitaggio ha posto i figli: inter vulnera Jesu et ubera Mariae; lodo poi gl’esercizi, e particolarmente le confessioni.
Circa le regole già le ho scritto, che bisogna con l’esperienza del tempo prepararle bene, e intanto qui le faccio rivedere da persone di spirito, e dottrina. L’abito, come che è semplice congregazione, con permissione del Vescovo, non bisogna allontanarci dai chierici. Io farei la camiceria sola di tela, giuppone (1), calzette, ed una sottanella sino a mezzo ginocchio di lana, ed al giuppone il collare, e maniche di saia bassa, poi una roba di detta saia col collare grande e caduto sulle spalle, e mezza manica larga, senza l’altra metà, che suole prendere nelle robe ordinarie che sogliono portare i dottori, che sia lunga sino al calcagno col suo cinto, affinché non paia niente delle vesti di sotto. E questo varrà anco per mantello; una berretta senza cappello, e questo mi pare un abito clericale, e nuovo, e devoto. Quando lavorano, possono lasciare la roba, e restare con sottana, la quale nell’inverno può essere più grossa, oppure nell’eremitaggio usare i mantelli di lana corti come usano i Cappuccini, ma nella città con le sole robe; V. S. ci faccia considerazione, perché l’avviso di passo.
Nel resto abbraccio uno per uno i miei cari Minimi, e le ricordo tre virtù principali, povertà, umiltà e santo Amore, preghino per me. Per il nostro Fra Alipio ho già scritto al Padre Cicala, e sono cose che la stessa Congregazione vuole si cammini con passo di piombo; io non l’affretto per la scarsezza, nostro Signore le dia grazia per corrispondere con i suoi desideri. Le cipollette di fiori le procurerò a suo tempo, cioè per Marzo; e faccia, che le nostre Mariane attendano anco al culto esteriore; e la S. Teresa desiderava di innaffiare tutto il pavimento della sua Chiesa d’acqua d’Angeli, e me le raccomando all’orazioni. Per la Collegiata ho scritto a pieno, e con la seguente meglio. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa e figli.
Roma, 11 settembre 1661.
(1) sottoveste

top



1661 09 23 AGT ms. 233, f. 41 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on due Padri Scalzi Agostiniani le ho mandato per via del Padre Gravina nostro, sei libri: due tragedie di S. Giorgio per devozione del Santo, un poema eroico di S. Ignazio composto da un povero contadino, quale oggi nel suo abito, e condizione nostro Signore mantiene a Palazzo, ed è un gusto parlare con questo bifolco in omnibus, fuor che nella vena poetica; due operette del Nieremberg fra la venuta di Spagna, la quale benché spiritualissima le ho stimato meglio per V. S. che per la cella nostra; ed infine mando alla signora Duchessa il quinto libro della vita della santa Farnese scritto a penna, cennato nella vita stampata, e l’ho avuto a viva forza, a procurarvelo a tutto potere, perché io ne sono innamorato delle virtù e prudenza di questa santa fondatrice, e desidero, che sia l’idea del nostro monastero; e pare che il Signore ce lo significhi, perché io senza saper niente di questa vita, le scrissi, che mettessimo alle nostre monache il santo nome e titolo di Maria, ed ora trovo la stessa costituzione a queste sante Case di Farnese. Io non voglio invero l’asprezza, ma il suo fine principale, che è il distaccamento totale dal mondo, e l’unione a Dio. Questi sono i due poli della santità e perfezione. Qui voglio attendano le mie monache, qui voglio vigili V. S., l’unico mezzo per arrivare a questo distaccamento ed unione è il santo ritiro, ed il beato silenzio; però vorrei che V. S. pian piano andasse imbevendo le nostre monache a questo ritiro, e tutte le mortificazioni, e penitenze che desiderano fare, le mettano in allontanarsi dal Parlatorio. Lo lasciano la Quaresima, l’Avvento, poi la Pentecoste, poi la festa del SS.mo, poi la festa dell’Assunta, e così pian piano andar sbrigandosi da secolari; e per adesso si potrebbe a luogo di piccole grade mettere una lastra di ferro senza bocche, come usano le nostre monache della sapienza in Napoli, e molte altre. Infine io vorrei che col tempo, e soavemente levassimo affatto il parlatorio, e si parlasse solo alla ruota, e questo solo punto mi preme aggiustare nelle costituzioni, e mi pare, che in Palma terra piccola sia cosa facile, perché le monache non hanno tanto attacco, e poi scegliendosi da V. S. sempre ci andranno persone che vogliono attendere, e per V. S. assai più soddisfarsi alla ruota.
Inoltre bisogna levare il concorso della Chiesa, solitudine, solitudine per tutto; e V. S. procuri in ogni conto di levargli la predica la Quaresima, e per la devozione del Venerdì vorrei, che si facesse una gradetta da sotto il lettorino sino in terra, acciò i secolari non potessero essere veduti dalle monache, e se tengono altri lettorini in faccia, o a lato della Chiesa, per amor di Cristo Crocifisso in quell’ora di devozione si contentassero d’andare solo al lettorino grande.
Ho fatto tutto questo discorso, non perché V. S. metta subito le mani ai ferri, o ne faccia una predica con tutte le monache, ma vada insieme con la signora Duchessa destramente disponendo il tutto, e ciò sarà mezzo ottimo per la perfezione, ma anco per la perseveranza, e perpetuità di quella, perché sebbene ora il monastero grazie al Signore cammina bene. Può la natura come sempre tende a basso, e mancando V. S. e la signora Duchessa, e queste prime fondatrici, il negozio può andare declinando assai, ma quando noi ci stabilissimo questo santo ritiramento sarebbe il maggior capitale di spirito se li potrebbe lasciare. Né a V. S. appaia arduo perché se queste figliole, e la signora Abbadessa sono arrivate ad una vita così aggiustata, come V. S. mi avvisa, più facile è da queste lasciarsi alla bella unione con Dio per il distaccamento di questa feccia del mondo. Concludiamo con la nostra santa suor Maria Francesca, animo grande, e cuor costante, che tutto può un’alma amante. Deus sit in corde tuo.
Il signor Card. Carpegna ha parlato altre volte col signor Card. Datario per il nostro S. Pietro, e gli ha detto che tiene il libretto sul tavolino con molto gusto, e che attende qualche buona congiuntura per avere la grazia di nostro Signore. Attendano a pregare la Madre SS.ma, per seguire quello che sia gloria del santo Apostolo, ed ho fatto ridere il signor Cardinale, perché con nuova consolazione per la gloria di San Pietro. Saluto la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi, ed a tutte le VV. SS. mi raccomando all’orazioni.
Roma, 23 settembre 1661.

top



1661 09 28 AGT ms. 233, f. 42 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ispondo alla carissima di V. S. del 23 passato, e godo che si stava per allegare la causa delle sante nel giorno di nostra Signora e con l’esercizio di tante devozioni. Io questa causa l’ho sempre a mente nella santa Messa, perché stimo con questo mezzo, massime per i frutti, che sono liberi, farà un buono aggiustamento della sua Casa; V. S. abbia fede, che nostra Signora farà tutto. Per via di mare ho indirizzato al Padre Gravina una scatola di libri, ed un involtino di figure.
Mando alla signora Duchessa il Breviario monastico col suo diurno bellissimo, né il Breviario si trova qui in due tomi, le mando pure le figure, con le quali potrà arricchire tutto il monastero; le raccomando particolarmente l’amore del Crocifisso, questo è il nostro libro, il nostro specchio, e tutto il nostro bene, e lei si raccomandi a me, che mi ci tenga sempre trafitto ai suoi SS.mi piedi.
Mando a D. Giuseppe [Maria] un Breviario in due tomi il più bello, il più moderno, se le è posta la veste palmata, che è toga, che usavano i Romani nei loro trionfi, V. S. guidi bene questo figliuolo, acciò possa trionfare contro tutti i nostri nemici.
Mando al nostro monastero la vita di S. Evingarda, monaca di S. Bernardo, nella quale si dà l’idea d’una perfetta religiosa, la faccia leggere in comune ed in particolare, e particolarmente osservino le cose belle del santo ritiramento, e del santo silenzio; qui, qui battono i miei desideri. Oh Dio ci potessimo per sempre serrare in questa sacra cella vinaria. Mando ai reverendi nostri Arcipreti di Palma e Torretta due catechismi, quali sono stati stampati per ordine del Papa, basta dir questo per vedere le sue importanze; io lo tengo spagnolo, e trovo che non li traslatarono il prologo, e perciò l’ho fatto porre mano scritto, e traslatato. L’uso è di farlo leggere nella Messa per un mezzo quarto di ora, e lo può fare ogni semplice sacerdote, come vedrà in detto prologo, e raccomando assai, assai, questo esercizio della dottrina, né ci vogliono tante prediche, istruzione della santa fede, e delle confessioni. Se V. S. ha occasione per farne vedere uno a Monsignore, perché spero lo farà ristampare a beneficio della sua Diocesi, e del Regno, il bene è comunicativo, però vorrei si diffondesse per tutto. Mando a V. S. due suoi Barri, e particolarmente l’anno mariano, dove troverà i cari amici suoi Alessio, e Paolino, ed anco nel secondo libro alcune questioncelle saporitissime, quali potrà scorrere in questo tempo prima del ’62, dove con la grazia del Signore comincerà l’anno, e sebbene è breve, pure è tanto affettivo, che basta a darci una buona annata, nostro Signore gliela conceda, come desidera. Le mando anco una vita di S. Angelo, che ho trovato a caso stampata qui, e tre bellissime massime spagnole del mio Nieremberg, che ho stimato bene a V. S., nostro Signore lo faccia santo. Ho ricevuto la risposta da suor Maria Serafica, me la saluti caramente e le faccia lasciare la confusione, amore, amore, perché charitas pellit timorem; saluti tutte l’altre Mariane e Minimi, signora Duchessa, figli, e V. S. e tutti preghino il Signore per me.
Roma, 28 settembre 1661.

top



1661 10 15 AGT ms. 233, f. 44 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

a Palermo mi mandarono il ritratto del nostro santo vecchio, e mio caro Padre D. Pietro Giardina per farne fare le figure in rame, ne mando a V. S. alcune per godere con la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi; l’invenzione è che nei suoi scritti si trovò un polisino scritto a carattere di sangue, la cui copia mando qui acclusa degna d’un grosso commento, ed io pondero ogni parola gravida di cento concetti. Ma le VV. SS. la commenteranno con le ginocchia, voglio dire con le sante orazioni, e basta pensare solo, che volendo esprimere con fervore del suo cuore, diede di mano ai flagelli, ne cavò il proprio sangue, e con ciò scrisse forse più di quello poteva la penna. Amore, amore, e agli rei darà dell’invenzioni, e farà il tutto. Nostro Signore me li benedica tutti, e tutti preghino per me. Il giorno dell’Amante Teresa.
Da Palermo pure mi avvisano, che si scrive la vita di detto Padre, e qui il Padre Maggio tiene altri scritti notabili; le VV. SS. preghino il Signore che esca a luce, a beneficio dell’Anime, perché questa è una vita non di un religioso privato, ma di un Apostolo di Palermo. Qui è stato il Padre maestro Desiderio (di) Caro, e l’ho pagato le onze 20 che mi scrisse Mario Vecchio; che me ne mandò polisa, e l’ho servito efficacemente col suo Padre generale, il quale sarà in Napoli, et ivi vedrà di consolarlo per quella patente nel convento di Naro; preghiamo nostro Signore per il suo divino volere.

top



1661 10 21 AGT ms. 233, f. 43 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. dell’11 passato, e ringrazio nostro Signore della bella festa del SS.mo Rosario, e bacio i piedi di quelle 15 verginelle, che coronate di gigli, e rose, portarono il giglio dell’Immacolata Concezione con le rose dei principali misteri del suo benedetto figlio, per adornare il cuore delle nostre Mariane, siano sempre grazie al gran Signore. Per le grate al parlatorio, qui si trova il Padre D. Paolo Carafa, che è stato più anni ordinario della sapienza in Napoli, ed oggi è fatto Vescovo di Anversa in luogo del Cardinale suo fratello, ho parlato con lui, e come manderemo un disegno di legno, che l’intenderanno i ragazzi, e sopra questo senza mandare in Palermo, ogni fabbro di Palma, o di Naro, lo farà facilmente; mandarne una grata intera è soverchio, e poi è difficilissimo a mandarla, e il mandarla in pezzi è più difficile ad ordinarla, con questo modello saranno interamente soddisfatti, verrà con la prima comodità di barca per Palermo, o Messina. Godo assai dell’opera del Monte di Pietà, e ne desidero vedere la forma, per partecipare del comodo in specie dei poveri, per l’indulgenze già ho scritto. Ho dato le lettere di V. S. al signor Card. Pallavicino, e le è piaciuto tanto, e così cordiale, che volle rispondere subito; onde vi capiterà la sua prima di questa, infine questo signore non si vuole lasciare passare in amorevolezza. Vedo la lettera cortesissima del signor Fra Fortunato Vecchi, cavaliere di Malta, e la risposta assai aggiustata. Questo signore è nipote di Mons. Vecchi, segretario della Congregazione del Concilio, uomo dei più riguardevoli di Roma, è molto mio amico. Oggi si trova andato fuori alla sua villa vicino Siena, ed il signor cavaliere è a Castel Gandolfo col priore Bicli, luogotenente del signor D. Mario, fratello del Papa, Generale delle Galere, e tutti assistono a castello col Papa. Io ci ho mandato la lettera per via del signor Card. Pallavicino, e nel resto poco curo di strascinare queste amicizie, le lascio per le VV. SS., sempre possono giovare. Nostro Signore la benedica con la signora Duchessa, figlie Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti preghino per me.
Roma, 21 ottobre 1661.

top



1661 10 29 AGT ms. 233, f. 45 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. data la vigilia di santa Teresa, in risposta d’una mia data la vigilia delle stimmate di S. Francesco; due buoni scalzi, due buoni impiegati, due buoni Serafini, e godo che V. S. con la memoria di tanti Santi mi avvisi il suo ritiramento al Monte Calvario.
Spero, che si abbia scalzato bene di tutti gl’affetti mondani, e che il benigno Signore l’abbia impiegato, ed arso del suo santo Amore. Tanto più, che nella sua ne vedo buone disposizioni, mentre mi domanda voler sapere i consigli Evangelici, questi rigorosamente (come può vedere nei nostri Aforismi sopra S. Tommaso) sono i tre voti essenziali dei religiosi.
Onde mentre il Signore non l’ha chiamato per questa strada, basta l’eseguisca col desiderio, ed a me basta che eseguisca bene i due precetti Evangelici, Amare Dio e Amare il prossimo; oh che ricca faccenda è questa, perché praticando ella continuamente con prossimi, continuamente può sacrificare vittime a Dio, perché come dice S. Giovanni: chi non ama il prossimo che vede, non può amar Iddio che non vede, attenda a questi due punti, e sarà perfetto. Domine fiat, fiat. Farò diligenza per la dispensa, e per la stola del SS.mo Rosario, e per i benefici amovibili, qui non c’è difficoltà, sono cose in libertà dei fondatori. Godo del bellissimo Anagramma, Maria a Mari, non mi è capitato il piego del Padre Matranga, credo si sia smarrito, però la prego rifarlo. Godo assai della devozione delle gocciole del sangue del Signore e appresso scriverò più a lungo, perché spero trovare una particella mia sopra ciò, e qui benedico nel Signore V. S., signora Duchessa, e figlie mie Mariane e Minimi, e mi raccomando all’orazioni.
Roma, 29 ottobre 1661.

top



1661 11 12 AGT ms. 233, f. 46 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ispondo a due di V. S. del 30 Settembre, ed 8 di Ottobre, ringrazio il Signore delle buone nuove mi dà dell’allegazioni di tanti, con tanta soddisfazione dei signori Giudici. Prego Sua Divina Maestà per la perfezione dell’opere, e spero nella santa Madre, che ha cominciato la protezione della causa, la compirà. Farò ogni opera per la licenza di poter andare in Spagna il Padre Bonaventura Murchio della Licata (1), Minore osservante, ed appresso avviserò il seguito. Già vedo pure in V. S. la mia mancanza della vista, e già un pezzo tengo l’occhiali, ma solo per leggere lettera piccola. Farò diligenza per la misura dei due palmi che vuole, e li manderò. Vorrei che apprendeste bene questo documento che ci dà la natura, ci va levando la vita delle cose della terra, per applicarci tutti alle cose del Cielo. Ibi, ibi fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia. Saluto la signora Duchessa, e figli, e le mando 50 cartine venute da Milano bellissime, ma non si hanno mai le cose compite, avevo scritto per i 15 misteri del SS.mo Rosario, per il libretto gustava la signora Duchessa, né si sono trovati, ma spero procurarli fino da Fiandra. Me li raccomando all’orazioni, come fo a V. S., a nostre Mariane, e Minimi, ed a tutti benedico nel Signore.
Roma, 12 novembre 1661.
(1) Il 30 maggio 1660 inaugurò nella veste di rettore l’eremitaggio del Monte Calvario

top



1661 12 21 AGT ms. 233, f. 49 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

a settimana passata non venne la posta dalla Sicilia, aspetto questa con buoni avvisi di V. S. e signora Duchessa. Questa mattina per via di mare raccomandata al Padre D. Gaetano ho mandato una mostra delle stole del SS.mo Rosario, ed è riuscita cosa assai bella, sontuosa e devota, costerà da 20 scudi in giù, perché finora non ho aggiustato al mastro, né V. S. si spaventi della spesa, perché dovendole lavorare la signora Duchessa, io con detta stola le scrivo a lungo e dona il modo facilissimo di farle. Pure si sta facendo il sigillo del Monastero, ed ieri appunto parlai col pittore per ultimare il quadro, per tutti è bisognato denaro, e però ho preso 40 scudi, e fattone polisa a Mario Vecchio, e di tutto manderò conto a suo tempo; pure viene la polisa del signor Castelletti per la mesata di Gennaio, volle anticiparla questi giorni per le feste, quali ci darò a V. S., al Presepio in Santa Maria Maggiore alle tre Messe; lo stesso farò per la signora Duchessa, della quale spero sentire la solenne entrata nel santo monastero, e così ai figli, Mariane e Minimi, ed a tutti mi raccomando nel Signore.
Roma, 21 dicembre 1661.

top



1661 12 22 AGT ms. 233, f. 50 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. una mostra della stola della nostra Collegiata di beneficiati Mariani. Grazie al Signore è riuscita cosa assai bella, e la può portare il Papa, l’ha veduta il Padre maestro del sacro Palazzo, e ha ammirato l’invenzione, e la vuole fare annotare nell’archivio dell’ordine per scriverla nell’historia della religione, e la parteciperà col Padre generale, a ciò tutti preghino per V. S. e sua Casa, et ecco come il Signore vi comincia a far pagare prima dell’effetto. Ho fatto fare tre misteri diversi, la coronazione di spine, che viene nel mezzo, i fiori vanno ombrati di seta con trapunto d’oro, come vanno le figure; l’Annunziata così la figura come i fiori di punto; e l’Ascensione del Signore di semplice profilo, e così avete tre mostre differenti, e questa si compirà della maniera che vogliate. Ma veniamo alla spesa, ma non vi spaventate, perché appresso dirò il mio senso per facilitare tutto, qui per farla tutta ombrata, domandano scudi 50, di punto, scudi 50 e di profilo scudi 40; ora io per adesso farei solo le stole di terzo anello con le figure in pittura, qui le figure e tutte li fiorati sono costati scudi 7, e costì forse s’avranno per meno, questa la stimo spesa necessaria, servirà per i giorni feriali, e ogni beneficiale potrà fare la sua. Dopo la signora Duchessa con le sue lavoratrici potrà pian piano andar facendo le stole ricamate, che serviranno per le solennità, e saranno i ricchi tesori, che passano ad posteros.

Circa al lavoro si piglierà la strada di mezzo, cioè farei le figure di punto, di fiorami di profilo, e in questa si manda, si potrebbe fare la coronazione del Signore che corrisponda alla Nunziata tutta di punto con suoi fiorami, e la figura dell’Ascensione del Signore si potrà compire di punto, quell’ombrata non dà fastidio, perché viene nel mezzo, e può stare singolare.
Nel resto la spesa per ogn’una credo può importare raso 3 scudi, pittura scudi 7, ci volesse scudi 5 d’oro, e seta che in tutto sono scudi 15 e così si può pian piano spender 15 scudi per una, a ricamarli; compita questa altri 15 scudi, e così quasi insensibilmente si compirebbe un’opera sopragrande, e comparirà una Collegiata la più ricca, e devota si abbia mai veduta.
Tutto a gloria della gran Signora, la quale benedica V. S., la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi, ai quali tutti mi raccomando ex corde.
Roma, 22 dicembre 1661.

top



1661 12 24 AGT ms. 233, f. 51 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. del 21 passato, e godo del frutto ha cominciato a fare con la lezione del libretto del signor Cardinale con innamorarsi della santa orazione; l’ho riferito a detto signore e ne ha avuto consolazione particolare; mando alla signora Duchessa due vasetti piccolini d’odori per la sua infermità, quali appunto ho mandato questa mattina per via del Padre Gisulfo, e vengono anco sei libretti dell’arte della perfezione cristiana, per V. S. goderli con gl’amici, assicurandole che qui è stato applaudito come cosa singolarissima, ma riceva lettere capaci, ed attente. Io lo rileggo la terza volta, e sempre ci sono tesori, c’è un altro libretto, quale assai buono per le nostre Mariane. Detto signor Cardinale ha fatto i suoi soliti esercizi, e ha voluto, che io l’andassi a godere ogni giorno per mezz’ora nel suo santo ritiro, ha aggiustato il suo testamento di nuovo, tutto spirituale, e mi lascia una bella reliquia di S. Tommaso di Villanova, e in caso di mia morte a V. S. e in caso della sua a D. Ferdinando, quale ne sarà sempre almeno l’erede; or vedete che amorevolezza. Io ne ho preso licenza d’avvisarvelo sì per loro consolazione, e sì per avvertire a Ferdinando, che toccando a lui questa eredità voglia compire con i suffragi per l’Anima di questo benefattore.
Ringrazio nostro Signore dell’acqua trovata nell’arbitrio della Tonnara, e mi pare, che basta questo per guadagno di questo anno, e appresso speriamo seguirà la buona caccia. Mando a V. S. una consulta di un medico, primario di Roma, per l’infermità della signora Duchessa, il quale è di parere, che li scirri imperfetti siano nell’ipocondri, come dice il medico di Palma, e non nei muscoli, come dicono in Palermo, e ne apporta buone ragioni. Io ho mandato tutte le consulte a Padova, dove è la sede della medicina, e spero averne uno assai buono. Per questa buona signora si deve fare ogni diligenza, ed io le professo più obbligazioni per ragione dello spirito, che del sangue; ma fatte queste diligenze, fuori tutte l’altre sollecitudini, si hanno da procurare i rimedi, perché lo vuole Iddio; nel resto non vogliamo altro, che quello che vuole Dio, e così dice il glorioso S. Domenico che: per chi Ama Dio è sempre Pasqua; dia questa ricetta alla signora Duchessa che sono sicuro non potrà fallire. La riverisco, e saluto, come fo a V. S., figli, Mariane e Minimi, e l’Orfanelli, ed a tutti mi raccomando alle sante orazioni.
Roma, 25 dicembre 1661.

top



1661 12 31 AGT ms. 233, f. 54 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

crivo l’allegata alla signora Duchessa, e a V. S. scriverò pure una lunga sulla stessa materia per l’ordinario seguente, perché oggi è la festa del nostro gran Papa S. Silvestro.
Si sta facendo in atto l’aggregazione per la compagnia del SS.mo Sacramento sempre benedetto, pure tengo il Belarg per l’officio di nostra Signora nel Sabato, e sopra ciò avrò da scrivere a lungo, quando verrà la sua vicenda. Ho avuto provvista di nostro signore sopra il memoriale dei Padri Minimi, e mi ha fatto grazia rimetterli a Monsignor Altieri, il quale ci sta assai bene per tenere il SS.mo; V. S. non abbia difficoltà, perché questa sarà la prima cosa che metteremo nelle costituzioni. Scrivo ad Ottaviano come comanda. La vita di Iacopo Merlo, mi pare che è titolata: Idea sacerdotis, o cosa simile, V. S. faccia diligenza, che mi sarà carissimo. Nostro Signore lo benedica con i figli, Mariane e Minimi. Il giorno di San Silvestro (ma stupite) il giorno di S. Melania e Piniano.
Roma, 31 dicembre 1661.

top



1661 12 31 AGT ms. 233, f. 48 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

everenda in Cristo Madre.
Vicisti Mulier, vicisti: avete vinto signora, avete debellato e calcato il mondo, e conquistata la gran rocca, e fortezza del santo chiostro, e se bene: longa adhuc restat via; ad ogni modo quel Dio, che ha cominciato l’opera, esso la perfezionerà sino all’ultima conquista del Paradiso. Mi rallegro seco, che le resta gran campo di servire questo gran Signore, perché, oltre gli esercizi claustrali, ella ha quello di Abramo, di sacrificargli continuamente quattro Isach, che sono le quattro figlie, che sono seco nel suo monastero. Questo è un affetto tanto naturale, che vi bisogna studio particolare, e intanto io condiscesi, che entraste in cotesto monastero, perché ella mi scrisse, che era pronta, e rassegnata a farlo in ogni altro, ma come che i primi fervori mancano, e si raffreddano, voglio che batta bene su questo; pigliatene per devoto Sant’Alessio, il quale stette tanti anni sotto una povera scala, di sua Casa, senza che lo muovessero, l’affetto della moglie, padre, e madre, che continuamente vedeva, ma sentite i vostri vantaggi sopra Sant’Alessio. Questo Santo vedeva i suoi parenti, ma non era veduto da essi, cioè egli conosceva loro, ma essi non conoscevano lui; ma voi vedete le vostre figliuole, e sapete che esse vi riconoscono per madre; onde vi bisogna maggior virtù di quella d’Alessio, e per conseguenza correte per maggior merito. V. S. nell’esame della sera, sempre dia una recita a queste affezioni, e cerchi fare ogni giorno atti eroici sopra questo; oh che bella miniera le ha concesso il Signore di trovare continuamente gioie, e gemme preziose per il divino Sposo; ma vi voglio avvertire, che per superare questo, e ogni altro affetto terreno, è di non mirare queste cose del mondo da per se sole, ma al riflesso delle cose di Dio, cioè all’eterno, oh per dir meglio allo stesso Dio: Oculi mei semper ad Dominum, diceva David. Oh se voi faceste questo esercizio, oculi mei semper ad Dominum, quanto presto, quanto felicemente, e soavemente superereste tutto! Attendete un esempio, che vale un tesoro.
Il lume di una candelina in tempo di notte, si stima per la maggior cosa del mondo, perché altrimenti rimanessimo in oscure tenebre; ma fate che comparisca il sole, quella candelina diviene la cosa più abietta, non si mira più. Così sono gli affetti dei parenti, l’onore, le ricchezze, e l’altre cose del mondo, quando si vedono esse sole, ci si rende difficile il lasciarle, perché in effetto hanno qualche bene, ma quando si vedono al riflesso del divino Sole, ogni cosa fugge, ogni cosa svanisce. Non voglio dire altro, basta predicare questo: oculi mei semper ad Dominum, e vedrete le meraviglie della grazia. Attendete bene, e solo a questo punto, perché nella via dello spirito, non vi vogliono tante cose diverse; e l’Idiota Maestro, del taulero, quando gli donò l’alfabeto, gli disse che non pensasse alla seconda lettera, se non aveva imparata bene la prima: oculi mei semper ad Dominum.
Mi rallegro molto con Alipia Gaetana (1), e spero sarà la meglio benedettina, perché è entrata nel monastero fanciullina, come il santo Patriarca Benedetto entrò nel deserto a vita celeste; così lei, me la faccia tutta, tutta del cielo. Saluto la madre Abbadessa, suor Maria Serafica, Maria Maddalena, Maria Crocifissa, e tutte le altre, e V. S. non usi con esse, se non questi nomi, et alle parole corrispondano i fatti; cioè, come non li chiama figli, così non li tratti, come figli, ma con una rasa universale a tutte le altre Marie. Tutto sarà facile con l’oculi mei semper ad Dominum. Pregate tutte per questo povero peccatore.
Roma, 31 dicembre 1661.
(1) era questa l’ultima figlia, ancor fanciulla entrata in monastero

top



1662 01 02 AGT ms. 233, f. 57 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

iva Gesù, viva Maria. Già nostro Signore ha fatto la grazia, acciò la signora Duchessa, possa entrare da secolare nel monastero, e V. S. restare nel secolo, ambedue con voti soli semplici di castità. E’ stata veramente cosa di Dio, perché altro negozio simile, portato dal Padre Oliva, per ancora non s’è effettuato; ma sentitene un’altra circostanza mirabile.
Giovedì la mattina vigilia del nostro S. Silvestro, fui da Monsignor Altieri, segretario della Congregazione, ed ebbi questa buona risposta. Tornai a Casa, prima dell’ore, ed ecco, che nel Martirologio si lessero S. Melania, e S. Piniano, quali si separarono dal matrimonio, e vissero da religiosi in Gerusalemme. Cosa, che mi fece intenerire fino alle lacrime, parendomi, che il Signore, non solo ci mostri chiaramente la sua santa volontà, ma anco ci prometta perfezione, e santità. E se quelli lo servirono in Gerusalemme, pure le signorie loro tengono Gerusalemme in Palma (1) ed io stimo, che tutte quelle sante dimostrazioni del sacro Monte Calvario, siano state per tirare loro a queste risoluzioni: sia in ora buona.
La signora Duchessa potrà con ogni larghezza darsi tutta a Dio, e mentre dimorerà nel monastero, essendole per adesso libera di uscire, potrà fare anco per detto tempo i voti semplici di povertà, e di obbedienza, ma questo si farà appresso con più maturità. Basta per adesso attendere al santo Coro, e beata cella, né ivi trattare altro, che con Dio, e per Dio, e corrispondere alle divine ispirazioni, sotto ponendosi tutta all’obbedienza. V. S. poi avrà un vantaggio, perché potrà servire questo gran Signore col merito della santa umiltà, dicendo, e intendendo, che vi siate lasciato vincere da una Donna. Fatevi una buona riforma, e sopratutto si aggiusti un diario, con la divisione dell’ore, ed esercizi.
L’orazione, l’officio, la Messa, l’economia, la pulizia del governo, e refezione, il sonno, e le ore di ricreazione, che è la santa virtù dell’Eutrapelia. Della stessa maniera aggiusti i figli, e famiglia, e fate, che tutta la Casa, e terra sia monastero. Deve in questa occasione riformare le spese, e già con levare il lusso delle donne (di solo zagarelle so in Palermo alcune case aver fatto grossi debiti), e l’altre obbligazioni della moglie, sarà molto sparagno. Vesta ella, e tutta la sua gente modestamente, e con tutti si legittimi, che la risoluzione della Duchessa l’obbliga a gran cose, dolendosi di non potergli corrispondere. Nel resto tutti a Dio, e lui proteggerà di vantaggio i figliuoli, e tutti. Questa settimana non è anco comparsa la posta, credo per i mali tempi; ma non imbrattiamo questa lettera con altri negozi. Saluto la signora Duchessa a nome di S. Melania, e V. S. a nome di S. Piniano. Preghino per me nostro Signore con l’intercessione della sua SS.ma Madre, che in questo anno nuovo cominci nuova e buona vita, etc., come auguro alle VV. SS., figlie Mariane e Minimi.
Roma, 2 gennaio 1662.
La lettera della grazia, per codesto Mons. Vescovo, spero spedirla questa settimana, e la manderò subito.
(1) ciò diceva per tante memorie, e devozioni istituite in Palma alla foggia di quelle della santa città

top



1662 01 07 AGT ms. 233, f. 58 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on la posta passata scrissi a lungo alla signora Duchessa, e con questa prego V. S. a volere imitare come può la buona moglie, e gl’innocenti figli; sopratutto non lasci l’orazione mentale, che è la fonte di ogni bene, e la madre di tutte le virtù. Attenda a tutti gli altri esercizi spirituali con ogni diligenza, e poi alle cose temporali, ma pure spiritualizzate e indirizzate a gloria del Signore; vigili alla cura dei due figli, e all’aggiustamento della Casa con riforma delle spese, convenendo pigliar stato più modesto, faccia un buon guardaroba, perché come che le masserizie di Casa sono cose di donne, bisogna che V. S. ci persista con particolare diligenza; un buon inventario al guardaroba, il quale dovrà due volte l’anno dar conto del consumo. Questo inventario è facile, perché basta commetterlo ai ministri particolari, cioè il cuoco dia il suo della cucina, il credenziero e dispensiero, e V. S. basta, che lo riveda. Si faccia per ultimo un buon diario, con spartirsi bene il tempo e fra queste ore ci metta le sue della ricreazione, perché non bisogna tirar l’arco tanto che si spezzi, e questo è atto della virtù Eutrapelia, che è il mezzo della scurrilità, e rusticità, e queste ore mai le preferisca; così fa il Papa, così il Re, e troverete che il tempo è più lungo di quello che pensiamo: non est brevis vita, sed brevem illam facimus, dice Seneca; e il Sanchez dice, che: magistra spiritus est distributio temporis. Ho fatto diligenza per il quadro di S. Benedetto con più pittori, né s’accomodano a fare i 2 Santi Benedetto e Scolastica, perché non apportano vaghezze, si sono fermati a dipingere il santo nella visione che ebbe di vedere tutto l’universo ad un raggio di sole, cosa tanto stimata dai Padri, e scolastici, che vogliono il Santo in uno aver veduto la Divina essenza per modum transeuntis, perché in essa, come in specchio si vede tutto, e questa è la maggior lode, e grandezza che si possa dire del santo Patriarca.
Circa il prezzo poi, abbiamo tre classi di pittori, i primi Pietro di Cortona, Monsù Poli, e Carluccio Maratta, vogliono 300 scudi; i secondi cavaliere Vanni, e Giuseppini 150; i terzi 80, quando potessimo tirare a 60 o 50, contentiamoci almeno, perché poi più basso di questo avremo cosa assai bassa, le ho voluto dire tutto, perché il Padre maestro Desiderio mi ha detto, che la Chiesa del monastero è assai bella, e può stare in Palermo. Onde il quadro che è la gioia dell’anello, vorrei, fosse cosa buona assai, se V. S. questo disegno lo può far fare dal Carrega in Palermo, o altro valente per prezzo meno dell’avvisato, lo faccia fare costì, perché qui la pittura buona vale sangue; ad ogni modo per questa prima festa di Marzo prossimo non è possibile. Onde mentre avremo il tempo, può risolvere quello che le pare, ed io consiglierei, che se non tengono comodità adesso, più tosto differiamo per fare una cosa bella, mandi pure di nuovo le misure, perché quelle le tiene il Canini di terza classe, né lo voglio pregiudicare con levargliele. Il 28 del passato giorno della felice morte del gran Vescovo Sales, nostro Signore spedì la bolla della sua beatificazione, e ne mando a V. S. una copia con alcune figure, e fra breve seguirà la solennità della Canonizzazione, essendo venuti a posta due Vescovi dalla Francia, e la spesa la farà quel Re; V. S. che ha letto ed ha assaporato le sue opere, non ha bisogno che io le raccomandi la devozione di questo beato, il quale ha sperato più con quella sua sola introduzione alla vita devota, che col loro mezzo tutti gli eremiti della Tebaide; oh che spirito di discrezione di dolcezza, e d’amore. Ha fatto la via del Signore tutta devota, e la stessa croce di zucchero; infine egli con la via dell’amore ha fatto Alchimia celeste. Beatus Franciscus Sales ut Deum degustem Deum. Amen. Lo stesso ci prego V. S., la signora madre Maria Rosalia, i figli Mariane e Minimi, sono passate due poste, senza lettere da Sicilia.
Roma, 7 gennaio 1662.

top



1662 02 02 AGT ms. 233, f. 59 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo una di V. S. del 29 passato, e farò ogni diligenza per il breve del Padre conventuale di San Francesco e appresso risponderò, come dell’altre cose, delle quali tutte tengo una listarella per rispondere a lungo, e a tempo. Mando l’acclusa del santo Marchese d’Aidone, se bene venuta male tardi delle pupille ve ne sono alcune duplicate, le mando a V. S. per tanti stimoli alle devozioni, le partecipi alla signora Duchessa, Mariane e Minimi, ai quali tutti benedico nel Signore come fo ai figlioli, e tutti preghino per me.
Roma, 2 febbraio 1662.

top



1662 02 13 AGT ms. 233, f. 60 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

. S. vedrà per l’acclusa, come grazie al Signore avremo aggiustato il negozio dei nostri Minimi, e godrà della confidenza usatami da Mons. Altieri. Aspetto da V. S. quelle note che le ho domandato dell’osservanze che praticano i nostri eremiti per consultare qui bene le loro regole, e sopra tutto ritiratezza, e povertà, e me li raccomando strettamente all’orazioni.
Godo le sia piaciuta la nostra sinassi sopra il Diana, e questa settimana aspetto risoluzione da Venezia, e da Genova per la stampa, e si comincerà dall’indice, quale tutti l’acclamano, ed io ho motivo di carità, perché quelli che tengono l’opere vecchie, e non possono spendere, si accomoderanno con questo indice; onde metteremo tutte le lettere, e notizie per l’opera, come già V. S. cenna, e se ne darà un esattissimo ragguaglio.
I cinque trattati volle accomodarli il signor Card. Pallavicino, tre sono di elemosina, di correzione fraterna, e di scandalo, quale io avevo posto al 5° precetto non occides perché appartenevano il primo al sostentamento della vita, e gl’altri alla vita dell’Anima, e così l’ordina il Padre Giuseppe d’Agostino; il 4° è di sepoltura, con la quale a me piacerà finire tutta l’opera, perché la metterò per appendice dopo i moribondi, il quinto è de inquisitoribus con i suoi seguenti, quale io avevo posto nella 3° parte de statibus presso i Vescovi, come usa il Cottone e in questo confesso a V. S. che ho voluto cattivare il mio intelletto al nudo parere del signor Cardinale. Onde per levarle l’apparenza di convenire agli stati, le ho accomodato il titolo: de augustissimo fidei, seu sancti officij tribunali, aut de inquisitoribus. Tutto per soddisfazione di V. S. godendo molto della sua virtuosa curiosità, e che pesca anco nei nostri mari, che ringrazio nostro Signore con questa posta non tengo lettere di V. S.; la saluto con la signora Duchessa, figli e Minimi, e tutti preghino il Signore per me.
Roma, 13 febbraio 1662.

top



1662 02 24 AGT ms. 233, f. 90 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. del 14 passato, e godo molto del ritiro della signora col mio Signore nel deserto, e spero che all’uscita sarà carica di miele per addolcire tutto il monastero. Gustate, gustate, e vedete: quam dulcis est Dominus; or chi sarà, che sarà in patria, lo sa quel buon Egidio, che al solo nome di Paradiso si rapiva in estasi; prosit alla signora Duchessa, e a tutte le mie Mariane, et ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia. Aspetto nuove del buon predicatore e della devozione introdotta dell’Immacolata Concezione, come farò per la santa Biblioteca Rosata; Nostro Signore benedica questi santi pensieri e ce li accresca, e migliori sempre, appresso a lungo. Le mando l’acclusa buona per V. S., i figli, Mariane e Minimi, ai quali tutti riverisco. Il signor Cardinale sabato mi volle a sua cena, anacoretica al solito, e la mattina mi mandò per colazione due buoni mostaccioli d’onze 7 o 8.
Vedete che tenerezza, si può dir di madre, pensare anco a mandarmi la colazione, V. S. ne sia avvisata per sua consolazione, e per far che le nostre Mariane, e Minimi lo raccomandino sempre al Signore, il quale benedica sempre tutte le VV. SS.
Roma, 24 febbraio 1662.

top



1662 03 03 AGT ms. 233, f. 61 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa per servizio della signora D. Lucrezia Gaetani, né si è potuto far di meno, perché la sacra Congregazione vuole sempre l’informazioni dei Vescovi. V. S. mandi subito la risposta, che qui sarà servita puntualmente. Sento quanto V. S. scrive per servizio della nostra Madre Chiesa, e del signor D. Vincenzo Campolo farò ogni diligenza, e avviserò tutto a V. S. godendo della strettezza passa col signor Campolo, e le ricordo ad esser grato, perché la gratitudine è parto della carità. V. S. ha consigliato bene per lo studio del signor D. Domenico in Palermo, perché qui la legge non ha cattedra di stima, e gli stessi signori Romani vanno a Pisa, o Salamanca e Bologna; V. S. può anco raccomandarlo in Palermo per assistere nello scrittore di qualche dottore, e consigliere valente uomo, che così si imparano, e mettono avanti i giovani studenti, ad ogni modo si voleva tanto capriccio.
Già tengo i due ritratti del signor Card. Pallavicino: sono costati due scudi, e verranno con i libri avvisati, e altri. Li pistacchi anco non sono arrivati, ne tengo nondimeno alcuni del Padre D. Filippo Agliata; ho detto al Cardinale della scorzonera, e ha gradito molto, particolarmente dell’acqua e forse la manderà a nostro Signore, per il terzo regalo V. S. gli potrà mandare qualche barilotto di morselli, e galanterie della nuova Tonnara, come per primizie. Io gli ho detto di questo nuovo scaro di tonni (1), e ne ha goduto molto, e ho detto, che parteciperemo del più fino di tonni, e lui ha gradito molto per regalarle ad amici. Io fui Mercoledì ad un’altra cena d’una sola tartaruga, veramente questi sono conviti non del divino Platone, ma di un santo Cardinale. Io ho sempre raccomandato, e raccomando al Signore queste tre cose, e tutti gl’altri negozi, la mezzana è la gran Vergine, V. S. con farle a lei che vuole, e così riverisco la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi, V. S. e a tutti benedico nel Signore, e tutti lo preghino per me.
Roma, 3 marzo 1662.
(1) Tonnara che era situata vicino la Torre San Carlo


1662 03 04 AGT ms. 233, f. 62 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo una di V. S. del 3 passato con la bellissima festa della Madonna della Luce, e subito mi è venuto a mente il bellissimo cantico, che disse Simeone in detta festa: lumen ad revelationem gentium, è veramente sacratamente Madre della vera luce: ex te ortus est sol iustitiae, Christus Deus noster. Mi raccomando caramente ai miei eremiti, e spero di momento le regole degl’eremiti del Beato Francesco Sales, per attendere poi ai nostri, e per ora sufficiat la regola dell’amore, né questo anno ad esser altri, che motivi per eseguir quella. Noterò alla mia listarella il quadro che comanda la signora Duchessa, e così i libri che vuole V. S. per la nostra benedetta. Da Palermo è venuta nuova della morte del signor Mario Vecchio, ho preso tutti i suffragi, e indulgenze possibili, e prego la santa Madre per l’indirizzo dei negozi di V. S., e uso del Signore che nelle maggiori urgenze manda maggiori aiuti, confidate in lui, e vedrete i miracoli della divina Provvidenza.
Io avevo spedito polisa per il signor Castelletti; bisogna rifarla, e l’indirizzo al Padre D. Gaetano Gravina nostro, prego V. S. a farlo seguire subito, e avvisarmi a chi per l’avvenire ho da indirizzare, la polisa è di scudi 40 perché è stato bisogno pagare la pigione della Casa, e questi gentiluomini ricorrono in tutto a me, e Dio sa quanto mi pesano questi imbarazzi, ma spero che si partiranno, perché vedono le spese grandi e speranza di Corte.
Io avvisai tutto da principio, onde l’amico si lamenterà di se stesso. Il Padre Cicala riverisce V. S. e sta pronto per servirla in tutte l’occorrenze però può fargli procura con forma larga, con autorità di sostituire, che egli piglierà persona di sua soddisfazione come ha fatto per il signor Principe di Eboli, credo di Napoli, e paga all’agente 60 pezzi d’otto l’anno per regalo, e soldo, oltre le spese di cose ordinarie. Riverisco la signora Duchessa, figli, e tutti benedico nel Signore e preghino per me con le Mariane mie.
Roma, 4 marzo 1662.

top



1662 03 31 AGT ms. 233, f. 86 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ispondo alla lettera di V. S. del 24 passato, e ringrazio nostro Signore della prevenzione le ha fatto per ricevere con maggior rassegnazione la sentenza contro; e spero nella sua bontà, che come ha procurato e accompagnato con tante grazie, così proseguirà, e farà che con questo foglio resti più libero per sempre di questi impicci. V. S. confidi nel Signore che è un gran maestro, e assai buon Padre; e che tutto fa a pro nostro, ed io lo prego sempre col fiat voluntas tua, e sempre ho tutto. La morte del signor Barone ci fa conoscere le cose vane di questo mondo, e spinge a darci tutti a Dio, spero che il Signore ci darà l’aggiunta del centuplo nella gloria alle sue buone elemosine, ed io ho applicato tutte le mie indulgenze, e gusto che V. S. compisca con le signore Principesse, e vorrei vedervi tutti santi.
Il Signore questo anno ha favorito la mia scala santa con particolare sentimento, perché ho considerato, che il primo viaggio questo nostro buon Gesù lo fece legato: ut reus, il secondo che vi tornò da Herode con la veste bianca: ut fatuus; il terzo che fu quando salì dal Pretorio flagellato alla colonna: ut leprosus a planta pedis usque ad verticem capitis non erat in eo sanitas. Ed ecco l’onnipotenza inferma, legata, flagellata, la sapienza fatua, e la bontà rea; che ve ne pare, in tre viaggi trovarsi i primi tre attributi dell’Altissimo, tutti per così dire annichiliti per amore dell’uomo; la bontà stimata per rea, la sapienza come fatua, e l’onnipotenza inferma. Vorrei con questi tre punti infiammare tutte le mie Mariane, tutti i miei Minimi, tutte le SS. VV., tutto il mondo. Il Giovedì santo la notte pure il Signore mi fece misericordia d’un altro sentimento a segno che ne volli partecipare il mio signor Card. Pallavicino con una lettera, quale forse manderò copia col seguente, che ora, non ho tempo; come pure l’avviserò delle sette Chiese [che] feci insieme con detto signor Cardinale e signor Barbarigo, Vescovo di Bergamo, che è un altro santone, e di tutto spero ne avrà consolazione spirituale. Oh che bella cosa trattare, e scrivere di Dio; a Dio, a Dio, in esso saluto la signora Duchessa, figli, e mie Mariane, e Minimi, e tutti a Dio, a Dio.
Roma, 31 marzo 1662

top



1662 05 20 AGT ms. 233, f. 64 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. del 27 Marzo con la bellissima, e devotissima relazione della festa della SS.ma Annunciata, e godo in estremo, che io forse fui causa a cantare con tanta solennità il mattutino, e continuare gl’esercizi spirituali fino al giorno. Io ho alcanzato per ragione del luogo, loro mi alcanzano nelle solennità, e devozioni, ma senza litigio veniamo gl’uni e gl’altri ai nostri esercizi, e saremo non solo pari, ma una medesima cosa; mi è parsa anco ottima la devozione delle 4 ore segnate secondo le diverse opinioni del tempo della SS.ma Incarnazione, e ne mando l’acclusa dottrina. Spero che questa santa devozione seguirà per ogni anno, ma per esser stabile, bisogna moderarla, perché quel pernottare tutta la notte del mattutino sino a giorno non è per tutti. Basta solennizzare le 4 ore principali, e si potranno dividere tra la santa Casa, la madre Chiesa, il monastero, e la Casa degl’Orfanelli, ma che dissi io Orfanelli, mentre sono nati nel giorno dell’Annunciata, e abitano nella Casa della Madonna, sono l’altre devote della Madonna, Mariane, ma queste sono figlie di Maria. V. S. con questa fondazione ha suggellato tutte le mie consolazioni di questo santo viaggio, e però per giustizia sono obbligato servire in tutto per l’aumento di questa santa opera. V. S. mi avvisi quando si fa la festa della Madonna di Lampedusa per poterle mandare l’Indulgenza, e così anco tutto quell’altro che potrò servire.
Hieri per via di Messina ho mandato uno scatolino con due vasetti d’acqua passata per le sante scodelle nella santa Casa, un vasetto d’olio della santa lampada, e cercate moccoloni di cera del sacro altare, che sono le devozioni di maggior stima, che si possono avere, così ci sono altre devozioni della B. Chiara di Monte Falco, come avviso. Un libretto ricevuto di detto santo luogo, e minutamente scrive tutto anco l’economia, e tesoro, quale io però non vidi, non stimando maggior tesoro, che starmene in quel santo cammino, feci però vedere tutto al nostro compagno il fratello Geronimo Ventimiglia, il quale veramente è un angioletto, e per strada che abbiamo così compartite le ore fra orazioni, offici, rosari, salterio di S. Bonaventura, e diari Mariani, che appena ci bastava il tempo, e passavano le ore senza saper come; portavamo il nostro orologio in polvere, e l’orazione giaculatoria era: laetatus sum in his, quae dicta sunt mihi, in Domum Domini ibimus, ed al ritorno: in loco di ibimus, fuimus io veramente voleva dire in Domum Domine(um), ma il signor Card. Carpegna mi disse che non la mutassi, perché pure quella era casa del Signore; voglio anco ragguagliarlo di un altro mistero anco in questo viaggio, anco dopo fatto. Ho ripigliato (dopo finita la fatica sopra quella del Padre Diana) l’Anno della Passione, spero di molto frutto; teneva due mesi compiti e i primi giorni del 3° mese, nel quale si tratta della passione del Signore nel ventre della Madonna; e questi primi trattano dell’Ambasciata, e circostanze del tempo, e luogo: quelle del tempo erano fatte al ritorno di Loreto, toccavano quelle del luogo, e nel disegno solo era trattato della provincia di Galilea, e città di Nazareth, ma ora ho aggiunto una della santa Casa.
Del che resto consolatissimo tanto più che trovo anco gli scrittori che servono questa Ambasciata, trattano anco di essa. Onde io se non avessi fatto questo viaggio, lo avrei tralasciato, se avrò tempo, ve ne farò una copia, adesso sono così stretto, che nemmeno posso mandarle l’autorità delle ore; le mando l’acclusa tralasciata con la posta passata; V. S. ringrazia di tutto il Signore, il quale lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi, e Orfanelli, e tutti preghino per me.
Roma, 20 maggio 1662.

top



1662 06 10 AGT ms. 233, f. 65 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. del 12 passato, e godo le siano piaciute le dottrine. Monsignor Arcivescovo di Palermo mi scrive che quando le capitò la mia, stava per fare traslatare una dottrina spagnola del Padre maestro Fra Gio: à S. Thoma, confessore del Re, uomo dottissimo, è morto con opinione di santità; e che vedendo la mia, ha lasciato di farla traslatare, parendole questa più breve, e sostanziosa, e in effetti quella è più per i parroci, che per il volgo; nel resto io riverisco quell’autore, rispetto al quale sono vile vermicello.
V. S. ne procuri assai da Palermo, e faccia praticare particolarmente gl’esercizi quotidiani, e quello atto di contrizione; ah quanto importa un atto di queste? Quando vado a S. Pietro sempre ho fatto la devozione per V. S. e signora Duchessa, adesso la farò col suo esplicito comando.
Mando l’acclusa di Ottaviano nostro, il quale è venuto con pianto per vedersi stimato poco amorevole dai suoi; lui per questo anno è legato, non può venire. Io gli ho consigliato, che a Settembre venga qui, e attenda sino a primavera alla teorica, con le consulte, e collegi che si faranno qui, e poi verrà costì con maggior perfezione, e pure porterà qualche denaro a Casa, e V. S. sarà meglio servita, e l’assicuro, che avrà un giovane d’oro.
E’ venuto il Padre generale da Sambuca, e l’ho pregato per la licenza del Padre Bonaventura, ma il negozio è difficile, V. S. si scusi, perché il Padre generale viene mal volentieri a questi viaggi per negozi, ed io ce lo lodo. Riverisco la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi, nostro Signore li benedica, e preghino per me. Roma, 10 giugno 1662.

top



1662 06 24 AGT ms. 233, f. 66 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. del 20 passato, e godo molto della devozione del nostro gloriosissimo Sant’Angelo, nostro perché compatriota nostro perché gemello, pure qualche mischia vivendo dell’umano e qualche più alle volte l’amor proprio c’indora la pillola; ma veniamo alla sostanza, la santa Chiesa con le sue rubriche al breviario ha provvisto alla devozione dei fedeli. V. S. con la sua terra, e consenso del Vescovo può eleggere il Santo per padrone di Palma, e così farne festa, ed officio, né osta vi sia padrone, perché possono essere più padroni; (Gravanto tom. 2 ru. 3 cap.12). In Palermo già si fa l’officio, se il Regno, o altra città ha detta devozione può usare la stessa diligenza, né V. S. deve curar del mezzo d’ottenerli, basta si abbia il fine, che è la gloria del Santo, il quale pure godrà della sua volontà. Circa la festa della Licata, oltre la traslazione, bisognano l’istanze della Licata, perché domandarlo ad istanza di V. S. direbbero, che ponit falcem in messem alienam, e i signori Licatesi gradiranno l’affetto di V. S. con la spesa e spedizione del negozio, per il quale bisogna sapere, come si istituì la traslazione, e con che facoltà. L’officio con lezioni proprie è cosa difficile, pure si può trattare, ma vi bisogna l’istanza del Vescovo se per costì, o dei Vescovi, e pubblico del Regno, se lo vorrà universale; V. S. consideri tutto, e comandi che farò ogni sforzo per gloria del Santo.
Circa la dispensa del matrimonio, se la persona è tanto povera, e miserabile, che non può venire a Roma, né fare le spese, è tenuto il Vescovo scrivere a Roma, e fare le spese perché: tenetur pauperum necessitati subvenire; (Vasquez in p. 2 tom. 2 disp.178, Bonae de legibus disp.1 q. 2 p.1 n. 19). Qui un pezzo fa è venuto Monsignor Vescovo di Siracusa, io non li fui a compire, perché non li teneva servitù, ma quel signore venne a favorirmi in S. Silvestro, sebbene ci trovasse a cena; io poi li sono stato a riverirlo, e mi ha fatto eccesso di cortesia, e mostrò assai affetto alla persona di V. S., al quale mi è parso avvisarli per affetto di corrispondenza. Pure tengo la sua lettera con raccomandazione del signor cavaliere Celestre, figlio del signor Scipione, che oggi è con Monsignore e lo servirò per dove potrò. Il mio stampatore mi ha dato l’acclusa, che è del primo poeta d’Italia, sebbene io non ho avuto tempo di leggerla. Saluto V. S., la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi, e tutti pregate per me. Roma, 24 giugno 1662

top



1662 07 01 AGT ms. 233, f. 67 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima e godo in estremo della devota e santa professione della mia cara Crocifissa, e prego nostro Signore che questo giorno, che per lei è stato di Natale e morte al mondo, di Natale alla religione, di morte a se stessa, di sposalizio col Redentore, sia anco giorno eterno al santo Amore; cioè nel Cielo, perché quello stesso grado di carità che ne troviamo nel fine della vita, quello sempre continueremo nel Paradiso, e però questo giorno del santo Amore non vogliamo si conti ad ore; ma sia senza conti, e senza misura, e eterno; tutto speriamo dalle fiamme della santa Pentecoste, V. S. ci spiega questa lettera, che io per farlo vorrei molti fogli, e me li raccomando all’orazioni. V. S. mi domanda, che cosa sia stabilito nel nostro Capitolo per il mio stato; V. S. ha pensato a cosa che io non ho pensato, perché l’uso della religione è che essendo assegnato ad una parte, non pensi più ad altro.
Nell’altro Capitolo io non tenevo assegnazione, perché era finita la Prepositura della Catena, mi fu data l’assegnazione qui con quella bella circostanza, che io le avvisai e così non bisogna pigliarci pensiero, che non ci tocca. Assicuro bensì V. S. che lo stato in questa santa città è desiderabile per tutti i capi, ed io grazie al Signore ci sto, come a mio centro, perché oltre le ragioni comuni, io soglio dire, che se San Geronimo trovava nel deserto Roma con le immaginazioni, che le venivano dei festini e pompe di Roma, io mercé la divina grazia trovo il deserto in Roma, e se tutti non possiamo morire martiri per Cristo, è gran consolazione morire, ed essere sepolto in questa terra bagnata del sangue dei martiri di Cristo. Ho voluto significare questo a V. S. per farle sapere il gusto con che io vi dimoro; ad ogni modo quando io sapessi, che questo mio stato fosse per mia volontà, o perché i Superiori lo facessero per condiscendere a qualche mia inclinazione, io mi sentirei nelle fiamme, perché non è altro stato, né altra Roma, che il non volere, né alcun stato, né altra Roma; santa indifferenza, santa libertà di spirito, che ci conservano la vera pace, dove abita il Signore e noi con lui; e se Dio è immenso, e per tutto, non essendo con lui, il nostro stato sarà per tutto. Dio è nostra vita, è nostro cibo, nostro albergo, e nostro sommo bene, imprimete bene questo deserto alle nostre Mariane, e legano al cuore quel bel gioiello di San Francesco. Deus meus et omnia. Mando l’allegata copia della Serenissima di Baviera servirà di loro consolazione, e particolarmente per la signora Duchessa, alla quale con V. S. figli, Mariane e Minimi benedico nel Signore, appresso manderò le canzonette notturne per le nostre pie professe.
Roma, 1 luglio 1662.

top



1662 07 05 AGT ms. 233, f. 68 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. del 30 giugno, e sento il gusto tiene la signora Duchessa per la figura della Madonna, e spero nel Signore l’avrà maggiore col quadro, per il quale aspetto risposta per la grandezza e spero farlo fare a Castelferrato, che il signor Card. Carpegna mi loda assai in questo genere, un certo, che non dipinge altro che Madonne, pure attendo alla camera Mariana, e come mi posso scordare della gran Signora, della pietosa Madre, della dolcissima Maria. Il giorno di S. Ignazio il Padre Bozzolo nostro fece una mirabile predica nel Gesù con estrema soddisfazione dei Padri della Compagnia, e della Corte, così speriamo seguirà il giorno del Beato Gaetano del Padre Oliva in S. Andrea.
Io le mando una mia devozione al Santo, che è piaciuta molto al signor Card. Pallavicino e Padre Oliva; pure un’altra del Beato del nostro Padre Falcone con un concetto sopra il cuore, che vale un tesoro, tutte per consolazione di V. S.; con il passato ho scritto sopra le cose del nostro monastero, con questa aggiungo che per il ritorno della signora Donna Antonia non vi bisogna licenza da qui, né anco per condurvi monaca d’altra Diocesi, basta che siano d’accordo i due Vescovi. Ho inteso la buona morte del signor Arciprete, e fattoli devoti suffragi, prego V. S. per un buon successore, e stimo questo negozio per il maggiore può tenere; soprassieda l’elezione fino all’altra posta, perché voglio fare una diligenza, che se riuscisse, sarebbe cosa di gran mia soddisfazione, e suo gusto, ma non so se il soggetto vuole lasciare Roma, ma lasciamo fare a Dio. Da Napoli mi è capitato un piego del Padre D. Filippo Agliata nostro con quella di V. S. col bellissimo regalo per il signor Card. Pallavicino, che spero lo gradirà molto, come Mons. Caramuele gli scritti del signor Odierna. Le robe anco non sono venute, però a suo tempo scriverò a lungo. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi.
Roma, 5 luglio 1662.

top



1662 07 20 AGT ms. 233, f. 69 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la carissima di V. S. del 9 Giugno, e godo molto delle feste del SS.mo Sacramento, sia sempre benedetto, lodato e glorificato. Godo anco dell’ospedale degl’infermi, e del buon principio le ha dato la mia santa commadre; oh Dio, oh Dio, che gran cose vuole egli in Palma, queste sono cose che più si ammirano, che predicano nella Chiesa; V. S. intenda bene questi tratti della divina bontà, e ne avverta la signora Duchessa, e Mariane, a non lasciarsi passare d’una gentile donna forestiera fatta spettacolo agl’uomini, agl’Angeli, e anco a Dio.
E per fine mi saluti la buona commadre, e mi raccomando alle orazioni, e le dica che non bisogna solo sprezzare il mondo, ma anco lo stesso disprezzo, perché potremmo anco gloriarci di sprezzare il mondo, secondo il detto: spernere mundum, spernere nullum, spernere te ipsum; spernere, spernere te ipsum. Della processione della gran Signora sopra l’ospedale a infermi è cosa devotissima, e io ne le procurerò un buon libro; per adesso veda il B. Gio: di Dio nelle fondazioni Mariane, e così l’indice dell’altre operette del Padre mio Marracci, veda: aegroti, infirmi, hospitales et simili, che ritroverà tesori, ed a chi non protegge Maria; le mando il Kempis con detto, e altri libri. Ho fatto diligenza per la bella immagine di nostra Signora e per accettare, vogliono sapere, se vuole essere quadro grande, o di cella, perché sebbene ho avvisato, che vuole essere del naturale, pure si può intendere mezzo corpo. Ho pagato al Padre Carafa tre doble di Spagna, per il breve spedito del sacerdote raccomandato da V. S., le può esigere, una con le ragioni del cambio, o almeno dircelo, se li vuole lasciare, perché non è bene spendere, e l’amico non sapere il piacere che si fa. Ho la nuova raccomandazione del signor Celestre, e l’attenderò a servire come devo. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi, e ospedaliero, e tutti preghino per me.
Roma, 20 luglio 1662.

top



1662 07 29 AGT ms. 233, f. 70 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. del 23 passato, e io sempre stavo aspettando qualche avviso simile del nostro santo monastero, perché le cose del Signore si provano nel fuoco della tribolazione; dico a V. S. ed a tutte le nostre Mariane, che stiamo allegramente che ora è il tempo di dare gusto a Dio, spogliamoci di tutto il creato, sconfidenza di noi stessi, e confidenza in Dio, ed è fatto tutto. V. S. usi ogni carità con la signora suor Antonia per farla restare, e avvertirla che in Palermo troverà delle croci, e che forse alla morte avrà da desiderare la cella di Palma; quando persistesse con buon’ora, anco consiglio V. S. che l’accompagni per mostrare la stima ne fa. Per la nuova Abbadessa si cerchi da Girgenti, o altra della Diocesi secondo il consiglio di Monsignore, sarebbe il meglio, perché da Palermo se c’è persona al momento non la daranno; pure ho pensato, che se V. S. tiene amicizia col Padre Provinciale di S. Teresa, potrà procurare una di codeste madri, che tengono lo spirito di fondare e potrebbe venire col titolo d’istruire, e imparare, e così qualche d’una della Diocesi, che venendo con questo fine: et ad tempus, non importa sia d’ordine differente di S. Benedetto, ed io qui le procurerei tutte le licenze tanto per via della Congregazione, quanto del Padre Generale di S. Teresa, che è amico; e così fra un altro triennio avremo delle nostre stesse, che possono governare, anzi se vi fosse alcuna a gusto di Monsignore si potrebbe cominciare da adesso, e mantenere lo proprio spirito concepito in Palma. Per il ritorno della signora suor Antonia mi dicono non volerci nuova licenza, ma ne aspetto meglio risoluzione. Avverto V. S. a mirare bene gli esercizi del monastero, perché da quello che mi scrive, la detta signora non gusta tante strettezze, non vorrei dessero in qualche estremo. Si specchiano nelle regole, e spirito del Beato Francesco Sales, che è tutto dolcezza e carità; le vere strettezze sono la santa orazione, il ritiro, la mansuetudine e la santa carità, queste ci distaccano dal mondo, e ci uniscono a Dio. V. S. batta su questo punto l’austerità, e lo spirito di malinconia, pace, pace interiore, che qui si trova il Signore, e ivi sparge le sue sante grazie, e misericordie. Mando a V. S. l’acclusa per le lettere della Deputazione del Regno, Senato di Palermo, e due Capitoli di Palermo, e Girgenti vanno latine, né mi è parso pigliare tanta confidenza di mandar la formula da qui; V. S. procuri con comodità dette lettere, che spero verrà a tempo con quelle che manderà da Spagna il Padre Cicala, la detta formula V. S. la faccia ricopiare costì, perché qui non ho avuto tempo, nemmeno di copiarne una, che per errore (pensando forse altra lettera) la lacerai per mezzo. Ho dato commissione per il privilegio di notar Giuseppe Cappello, e verrà con quello del signor D. Felice per via di mare, per risparmiare il porto, e così manderò le medaglie, e rosari alla signora Duchessa, alla quale riverisco umilmente come fo a V. S. figli, Mariane e Minimi, e tutti preghino per me. Roma, 29 luglio 1662.

top



1662 08 12 AGT ms. 233, f. 71 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on la posta passata cennai a V. S. il negozio dell’Arcipretato, or sentitene la storia. Qui mi è caro amico il signor Francesco Torricelli, già Vicario Generale del Vescovo di Palestina, e oggi lo tiene in Casa Mons. Spada per fargli aggiustare certe composizioni latine, lasciate dall’eruditissimo signor Card. Spada suo fratello, e di più gli ha dato in cura la riforma di un monastero di monache, che governa l’ospedale di Santo Spirito, del quale è gran maestro detto Monsignore; questo in prima è di spirito grande, e pratico d’anime sollevate, e che camminano per le cose mistiche; onde per il monastero ed eremitaggio ottimo, ottimo, teologo, predicatore evangelico, ha letto filosofia 7 anni, pure legge, pratico della corte dei Principi, e gran litigante. Onde in vero avremmo un ottimo Arciprete, guida per le monache, oltre il suo confessore, un Aio, maestro in belle lettere di poesie latine e volgari, e per cominciarle la filosofia, o istituita ai figlioli, e le potrà anco servire a suo tempo per darli una volta Italia, che la stimo necessaria, e si farà con poco spesa, e finalmente servirà V. S. per l’occorrenze di lite in Palermo, per qualche punto d’importanza, e anco in Spagna, essendo sufficiente, e pure lo potrebbe servire nell’azienda, e negozi, come V. S. una volta designava, che è abilissimo.
Vi pare che dica troppo così, così lo stimo, il punto sta al venire, e al Padre D. Clemente a cui l’ho consultato, pareva impossibile; io gli ho parlato, anteposto la sua quiete, la devozione di V. S. e signora Duchessa, monache, e eremiti, gli ho detto che il sostentamento era tenue per Roma, ma in Palma mediocre cioè circa scudi 250 l’anno, già che V. S. avvisava a tempo del signor Odierna rendeva scudi 90. Egli ha voluto pensarci, consulterà con Monsignore e farne orazione, e mi è tornato che il Signore lo ispira ad indirizzare al negozio, atteso la buona qualità della terra; ma non vuole fare la spesa del viaggio, bolle, e addrizzare Casa costì. Circa la bolla credo sia bagatella per essere Ius patronatus, circa l’addrizzare la Casa per lui senza spesa, ma per V. S. poca cosa, perché tiene tanto guardaroba, che facilmente può accomodare una casina per un sacerdote, e un segretario, né il viaggio credo possa importare molto, e se ne può venire col nostro medico Ottaviano.
Consiglio poi V. S. a dargli in cura i figliuoli, che se il signor Focolari fosse oro, sempre sarà di carato delle montagne, né in questo si impedirebbe l’officio dell’Arcipretato, perché egli è così attivo, che può compire con l’uno, e l’altro, per questo impiego V. S. gli può dare qualche trattenimento onesto, cioè otto scudi il mese, o pure per più comodo di V. S. tavola franca, o assegnarli tanta parte di pane, vino e vestito, che arrivi a qualche somma simile, che non sarà molto, ed alcanzerà la spesa del signor Focolari, e questa spesa per i figli è la più necessaria. Dico di più a V. S. che egli ha di Casa sua, e che sono più anni che qui dava scudi 25 il mese di elemosina a certe povere ritirate; or veda che pietà, e che uomo le propongo, tanto che tutto quello [che] alcanzerà di sicuro l’impiegherà in elemosine costì, e mi promette, che se lui viene una volta non lo lascerà mai, se lo chiamasse il gran Duca di Toscana, o altro Principe. Finalmente le dico, che con questo soggetto io penso farvi uno dei maggiori servigi, che posso così alla Terra, come a lei, ai figli, monastero, eremiti e V. S. consideri bene il tutto, ne faccia orazione al Signore e mi scriva lungamente tutto quello le occorre. Deus sit in corde tuo. Qui abbiamo fatto una bellissima festa al Beato Gaetano nostro, e il Padre Oliva una grandissima predica; le mando tre mie salutazioni, e V. S. le tenga seco, perché io scrivo tutta la vita della Madonna di questa maniera, e se piacerà al Signore un giorno la stamperemo, e mi ho incontrato in un librettino del Padre Mirerei uomo insigne della Compagnia, che usa anco simili salutazioni per alcuni santi, né curo che io appaia l’inventore, purché ne abbia conferma sì nobile. Il Padre Marracci saluta V. S. con Verbo Mariae, e vuole una nuova distinta di tutte le devozioni di Palma, e delle VV. SS. circa alla SS.ma Concezione per certo libro disegnato. Per la dispensa del Torria già le ho scritto, che questo è negozio che spetta al Vescovo. Al Padre Focolari per il suo magistero farò ogni opera, e appresso scriverò. Ho spedito il privilegio del signor D. Felice con le sue armi belle, e pulite, la spesa è di scudi 13, così anco ho avuto il privilegio per notar Cappello scudi 14, e tutti verranno quanto prima per via di mare con il libro avvisato della nostra signora, Kempis e altri, e per questa spesa di 3 doble pagate, per l’ordine di V. S. al Padre Carafa per il breve del sacerdote, mando al signor Gio: polisa di scudi 25 li libri cennati, breviari e altri non li ho ancora pagati, però entreranno nel seguente conto, se piacerà al Signore.
Sono già venuti i pistacchi a posta per il signor Card. Pallavicino, fui ieri mattina a portargli la lettera, e per due volte disse il signor Duca scrive assai bene; questo signore è singolarissimo in queste materie, e chiarissimo di cuore; onde V. S. ne ringrazi il Signore. Ha gradito poi in estremo il regalo, e mandato subito la scatoletta alla signora figlia del signor Principe di Carbognano, di casa Colonna suo nipote carnale, alla quale vuole assai bene, ma non la vede che una volta l’anno, e le compisce con questo regalo; e questo veramente fu proporzionatissimo per una dama, e lo gradì in estremo. Il signor Cardinale poi è venuto lui stesso a S. Silvestro, a portarmene subito la risposta, vedete che animo grato, veramente la virtù, e lo spirito tutto è dolcezza e gratitudine, le fa poi una lettera, che vale non solo per l’affetto, per l’acume, per l’ingegno e per l’umanità un tesoro, ed io me l’ho fatta trascrivere. Se V. S. gusta conservare l’amico, può di quando in quando mandargli qualche cosa, con la caccia dei beccafichi, un vaso dei salati ben accomodati, ed uno di saime degli stessi, e può procurare in Palermo due vasi di vetro, così a tempo delle scorzonere 4 fiaschi d’acqua, e uno o due vasi di canditi, o conserva, o pasta, e cose simili. Ho pensato anco se volesse obbligarlo assai, mandargli il fiaschetto di noce moscata, e questo sì che potrebbe mandarlo al Papa. Io ho fatto questo pitazzo, se le piacerà e li potrà accomodare in una scatoletta foderata dentro e fuori di taffitano, o terzanello rosso col suo bombace, e poi un’altra controscatola di legno; io dico questo muovendo a V. S. né intendo domandarle niente, e solo lo propongo, perché mi ricordo, che ella sino da Palermo mi diceva, che gustava stringersi con qualche Cardinale e questo signore sarebbe assai a proposito, ed è schiettissimo, e gratissimo; anzi subito mi è cominciato a discorrere di mandarle qualche devozione, e ha per me alcuni Agnus impastati col sacrosanto sangue dei Martiri, che io per dirla tanti anni sono in Roma, mai ho inteso una sì tenera devozione. Di più chi sa, dovessero venire qui a spasso i figliuoli, e avrebbero occasione d’essere favoriti; se V. S. gusta, può mandargli subito, e da se solo, perché l’altre cose meglio e divise per compire più fiate.
Concludo che tutto sento proporre nudamente perché per me grazie al Signore niente, niente interesse. Viene la cascia (1) di setame di Monsignore, né ho avuto tempo di vederla. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli e romiti, e Mariane, e tutti preghino per me.
Roma, 12 agosto 1662.
(1) Cassa o baule

top



1662 08 18 AGT ms. 233, f. 73 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on la posta passata le mandai la risposta del signor Card. Pallavicino, e con questa le mando un’altra sua, che mi mandò lunedì con un bellissima scatola d’Agnus in qualità e quantità ottima, e Mercoledì giorno di nostra Signora, è venuto qui, e condottomi seco a cena, e volle farla solenne per ragione della festa, cioè nella qualità, perché a luogo del suo solito cibo del castrato, ci ha dato un tordo buono per uno; pure la Madre SS.ma ci provvede d’una buona elemosina, perché il signor Cardinale d’Aragona ci mandò un bellissimo pignattino d’argento con un intingolo alla spagnola di diversi pennati, e il signor Cardinale volle che io ne sentissi la prima parte. Certo questo signore mi usa tanta confidenza, che io non so descriverla, e veramente lo spirito non può produrre, che gratuità e dolcezza; osservate, che questa cena fu sopra i due mesi matematici, cioè il 15 di Agosto, essendo stato il primo il 15 di Giugno, ed al signor Cardinale è piaciuto assai quell’armonia, e però non ho voluto tralasciare di scriverlo a V. S.; dirvi egli vive affezionatissimo e mi dice, che con le sue paste, e pistacchi tre volte la settimana mangia col signor Duca di Palma, oltre le paste le ha regalato anco ai signori Cardinali Farnese, Rospigliosi, e altri amici. V. S. attenderà l’Agnus per via di mare, e allora risponderà, perché se lei vorrà compire col fiaschetto moscato, vorrei paresse prima di questo regalo d’Agnus e sto riminando le scritture del nostro buono Odierna, e vedere compire col nostro Mons. Caramuele, ed a suo tempo scriverò a lungo. Manderò subito la lettera al nostro medico Ottaviano, sebbene mi pare difficile che possa partire prima di Novembre, tanto più, che lui voleva visitare la santa Casa di Loreto, parendogli di non aver mai più a ritornare a questa santa devozione, io solleciterò con i termini abili e avviserò. Procurerò l’indulgenza per la Chiesa del santo Purgatorio, e mi raccomando alle orazioni della nostra buona ospedaliera. Riverisco la signora Duchessa, saluto li figliuoli, le Mariane, Minimi e a tutte le VV. SS. mi raccomando alle orazioni.
Roma, 18 agosto 1662.

top



1662 09 07 AGT ms. 233, f. 74 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa per Monsignore con le copie, faccia fare subito la risposta di tutta soddisfazione, e la mandi a me, che qui sarà servito, e spero nel Signore che il monastero si ha da vantaggiare assai; animo e amore. Per i Minimi e santi eremiti aspetto le regole del Beato Sales, e già l’avremo, né si può fare buona questa bevanda senza questo santo sale.
Mando a V. S. una canzone del signor Cardinale cosa piissima, dottissima, e per me meravigliosa, la contempli bene, che ci troverà molto di più. Detto signore tiene in casa un nostro siciliano D. Leonardo tutto, tutto suo, me lo ha raccomandato per due sue sorelle che tiene a Chiusa (1), per farle entrare nel nostro monastero e mi ha concluso con queste formate parole; desidero che il signor Duca mi favorisca con qualche suo incomodo, ma non molto; e ci scriva questa stessa frase, perché in tanto gusto, né più, né meno, e con gl’amici in questa chiarezza. Il signor D. Leonardo mi dice, che queste sue sorelle sono due agnelline innocenti, e che un’altra ne teneva, morì con fama di santità; supposta questa virtù io stimo bene pigliare queste genti di montagna, che non conoscono mondo, e si istradano a modo nostro, e però V. S. potrebbe eleggerle se vi è vacanza, o per la prima anzi perché vi è alternativa col monastero, qui se li potrebbe ottenere dispensa d’anteriorità, e poi il monastero eleggerà appresso. Infine io so, che V. S. dove può, non mancherà di favorire, e scriva (come sogliamo dire il pane, al pane) perché il signor Cardinale gusta questa confidenza, anzi se le pare nell’entrata pigliarle per educande, e potrebbe dire che se anco il signor Cardinale gusta, che io paghi gl’alimenti, lo farò; io propongo il panno, il signor Cardinale taglia a modo suo, che con questa frase credo l’obblighereste infinitamente, e forse non l’accetterà. Io ho detto per discorso, V. S. faccia quello che le pare, e particolarmente circa quel particolare degl’elementi, e scriva chiaro e aggiustato, perché il signor Cardinale vede le lettere; io poi sono invitato per domani, piacendo al Signore, ma è banchetto di spirito et letteris.
Ho spedito una polisa di scudi 15 per il signor Castelletti che veramente Domenico era ignudo, e però sono stato forzato farla oltre le miserie, e le ho scritto per due settimane aspettandone ordine. Io intendo assai fastidi di questi con lui, perché ricorrono a me per ogni cosa, e non vorrei servire, e disunire. V. S. l’avvisi al signor D. Gio: subito, e di più le dica, che qui le speranze sono vane, il D. Benedetto non tiene cuore per Roma, farà niente, niente, V. S. glielo avvisi, perché ho scrupolo non farglielo avvertito, sebbene scrissi tutto prima di mandarle. Nostro Signore la benedica. Benedictus Deus. Saluto la signora Duchessa, figli, Minimi e Mariane, e nostro Signore tutti li faccia santi.
Roma, 7 settembre 1662.
(1) Sclafani

top



1662 09 08 AGT ms. 233, f. 75 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

oggi giorno di nostra Signora ricevo due di V. S. date il giorno di S. Domenico e di S. Lorenzo: felix omen, i travagli del monastero sono segno, che il Signore ci vuole deliziare in quelli; io già le scrissi, che al tempo del latte aver da venire l’osso. Stiamo allegramente adesso è tempo di mostrare l’amor forte, e questo maggiormente incontreranno difficoltà, tanto maggiormente sperimenteranno le divine grazie, orazione, e viva fede, né vi vuole altro.
V. S. ha disposto benissimo per far fare una Vicaria, né credo Monsignore ci terrà difficoltà, e intanto vedrà, se può avere qualche buona suora monaca del Signore almeno ad tempus, come c’ho scritto per altre; o pure se vi fosse buona alcuna delle nostre giovani, e per il breve, e tutto quello che bisognerà di Roma V. S. si assicuri di ogni diligenza e favori dei signori Cardinali etiam nostro Signore, e questa è cura più mia, che sua, e ne prego continuamente Sua Divina Maestà con l’intercessione della SS.ma Madre.
Saluto la signora Duchessa e figli, Mariane, e credo tutti ci guadagneranno con risparmiarci quella parola signora suora, signora zia; oh quanto pesano queste due parole in persone religiose, infine: omnia cooperantur in bonum; questo guadagno spero lo farà anco la signora suor Antonia, e tutte sante altre in Palermo, oltre che in Palma. La prima volta che mi manderà a pigliare il signor Card. Carpegna, aggiusterò il quadro della Madonna SS.ma e la signora Duchessa ci assista di costì con le orazioni, perché abbiamo un quadro tutto celeste. Per servire al Padre Focolari, feci trattare con un Padre per facilitarmi la strada, e darmi il modo di ottenere il negozio, perché in queste materie sanno più i propri religiosi che i primi avvocati del mondo, e ho incontrato un Padre cordialissimo del Padre Focolari, e gli scrive l’inclusa col netto del negozio, e parla: ex causa scientiae. A Pasqua piacendo al Signore si farà ogni opera, sarà servita, e qui a V. S., signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi mi raccomando nel Signore e lo preghino per me.
Roma, 8 settembre 1662.

top



1662 09 11 AGT ms. 233, f. 76 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. la scatola dell’Agnus del signor Card. Pallavicino e la risposta la può fare secondo l’acclusa, se le piace, detto signore le manda anco un libretto uscito nuovamente sopra le sentenze della sua storia, quale egli suppone, che V. S. la tenga, e io non la mando, perché la ristampa congiunta, e così l’avrà perfetta; in questo libretto vi è il sugo, ed è un distillato di buona politica, se lei ha vena, può ordinare all’Aio dei figlioli, che distribuisca le sentenze, alle sue materie, cioè tutte quelle del Principe per la pace insieme, così quelle per le guerre, dei ministri, storici etc., che così sarà più profittevole per i figliuoli, e se la fatica sarà esatta, si potrebbe ristampare col tempo; e se le viene qualche buon concetto può rispondere, io non ci mando formula, perché non agitur di risposta necessaria.
Mando pure un libro in foglio sopra la litania di nostra Signora ed un’orazione che facciamo ogni giorno, è bene saperne il fondo, ne può leggere un discorso per giorno, e così con facilità, e diletto leggere tutto il libro, e troverà tesori della Madre SS.ma e suo SS.mo Rosario, ci troverà alcune carte levate, perché furono stampate prima della bolla Alessandrina sopra la SS.ma Concezione. Un libro è spagnolo d’orazione sceltissimo, chiarissimo, né lo manderei, se non tenessi il duplicato. La vita del Beato Capestrano, che mi ha dato l’autore, che è il procuratore della causa del nostro Alipio, 2 Kempis, e i privilegi, restano i due rosari per la signora Gaetana, e i 6 per la signora Duchessa, quali non sono per anco benedetti, però appresso non mi dilato inoltre per venire questo per mare, né so quando arriverà. Se V. S. vuole rispondere al signor Cardinale per il libretto, lo faccia con lettera separata a quella dell’Agnus, e per una posta seguente. Nostro Signore la benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi.
Roma, 11 settembre 1662.

top



1662 09 16 AGT ms. 233, f. 267 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. del 18 passato, e godo che Monsignore abbia fatto Vicaria, procurerò il breve, e farò che il signor Card. Pallavicino stesso ne parli a Mons. Fagnano; onde spero nel Signore ogni bene; questi negozi del monastero sono miei propri e ne ho un cuor grande in questa partita della signora Antonia (1), e se V. S. si ricorda a me fu sempre a genio e bene procurare Abbadessa forestiera, ma ottima, o niente, ma perché questa ottima è difficile, io prendo ad accomodarci con le nostre, che è un spirito particolare di Palma, qual voglio sia il santo ritiro e avverto V. S. che forse non in altra parte è così facile, perché qui le monache sono a sua elezione, e così sempre si possono scegliere soggetti, buoni, come V. S. deve fare per queste due mancano, non temano le tribolazioni, perché queste affinano l’oro della santa carità fortemente, allegramente, amorevolissimamente a Dio, a Dio tutti, tutti. Il signor Card. Pallavicino mi volle far fare la festa della santa Croce con la nostra solita mensa; mi ha dato una minestra delle sue paste, e dopo cena si è parlato a lungo di V. S. e signora Duchessa; né può immaginarsi quanta cordialità mi usa, è affettuosissimo a V. S. e dice che tre volte la settimana mangia seco con le paste, e pistacchi, V. S. lo raccomandi alle nostre Mariane, acciò preghino per lui. Il Padre Cicala è a Madrid, sebbene fa istanza di tornare per un male che gl’è sopravvenuto agli occhi, ma credo non seguirà quasi di fatto Pasqua e forse migliorerà, resterà; onde avrà campo di servirla. Riverisco la signora Duchessa, saluto i figli, Mariane, Minimi e tutti le VV. SS. e mi raccomando all’orazioni.
Roma, 16 settembre 1662.
(1) suor Antonia, lasciò temporaneamente il Badessato del Monastero per trasferirsi al Cancelliere di Palermo

top



1662 09 20 AGT ms. 233, f. 76r autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on padron Sophia di Messina, per via del Padre D. Giovanni Gisulfo, mandai a V. S. l’Agnus e altri libri, restarono i rosari, quali mando ora, sono due di savacciu (1) fino, e con le benedizioni straordinarie, e l’altre sei pulitissimi con le benedizioni ordinarie. Nel resto scrivo con la posta, e nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi, e a tutti mi raccomando nell’orazioni. Roma, 20 settembre 1662. (1) giavazzo

top



1662 09 23 AGT ms. 233, f. 63 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on tengo lettere di V. S., le aspetto col seguente. Il negozio del nostro monastero non tocca a Mons. Fagnano però il signor Card. Pallavicino si è assunto tutto, parlerà col segretario della Congregazione Mons. Altieri, e se sarà bisogno col signor Card. Prefetto, che è Ginetti; basti, attendano a fare orazioni, né si vuole altro. Il signor Cardinale è così amorevole, e mi usa tanta confidenza che sempre mi obbliga maggiormente; mi ha detto che non vuole che V. S. gli mandi più paste, o pistacchi, se non quando l’avvisa esso, e avvertendolo io, che bisogna avvisarlo avanti per venire a tempo; lui mi disse che i pistacchi li può mandare a suo tempo che si raccolgono, che è a Novembre, e le paste per dopo Pasqua, tanto che V. S. ha occasione di dargli le buone feste del Natale con i pistacchi, e la Pasqua con le paste. Anzi mi disse che delle paste basta una cascia, ma a me pare seguire l’ordinario; questo è un mio semplice avviso, né domanda, né voglio le faccia, se non può, come sempre intendo. Fo riverenza alla signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi, e tutti benedico nel Signore.
Roma, 23 settembre 1662.
Col signor Duca di Sermoneta, nuovo Viceré, verrà confessore il Padre D. Giuseppe Silos nostro, e mio amorevolissimo, santo e dotto religioso. Il Padre D. Pietro Gaetano verrà appresso con la signora Principessa di Caserta, quale per la sua gravidanza non verrà, che dopo Pasqua; il Padre D. Pietro già la conosce, e sa lo spirito e lettera, tutti e due sono qui, e li raccomando gl’interessi di V. S. come farò col signor Duca che scrive per passare di qui. Vuole il signor Cardinale che V. S. quando gli manda qualche cosa scriva di sopra il suo nome per risparmiare qui a me, cioè a V. S. la dogana; vedete che confidenza V. S. li faccia scrivere all’Emin/mo.

top



1662 10 14 AGT ms. 233, f. 77 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. data il giorno della nascita di nostra Signora e godo della Messa all’aurora nella santa Casa, e di tutto il resto della festa, e giubilo di tutta la Terra. Nostro Signore li colmerà tutti con le sue sante benedizioni. Mando l’acclusa, e aspetto le altre istanze da costì, e vorrei fossero a tempo per la Congregazione di Dicembre, altrimenti bisognerà poi ritardare un pezzo, e pure avvisi l’altre cose che desiderava sapere in questo negozio; la spesa fatta in Madrid il Padre Cicala avvisa [che fu di] due doble, e metterà a conto. Sento quanto le siano piaciute le lettere del signor Card. Pallavicino, e sappia che sono di cuore, tutto il regalo che tiene questo signore per le sue infermità, e ordine del medico è usare qualche odore grato; l’anno passato il signor Canonico Gaetani mi mandò una mostra di certa polveriglia con la sua ricetta, che fa e usa il signor Principe della Cattolica, e mi parse cosa assai fina ed io ce la domandai, ad istanza di Mons. Bentivoglio, che la volle per la gran Duchessa di Toscana. V. S. ce ne potrà mandare una scatoletta, con avvisare il nome come la chiamano, e avvisi me, come l’usano codesti signori nei cibi, o altro; e pure a chi giova, perché a me pare che la gran Duchessa la voleva per la gravidezza, e mandi anco la ricetta per sapere della qualità degl’ingredienti; la sua virtù; quando fosse cosa di molto prezzo, V. S. potrà farmene mandare una cosa poca dal signor Canonico che io gliela darò come venuta a me; torno però, e sia protesta per sempre, che io questi regali non li domando, ma li propongo per suo gusto. Riverisco la signora Duchessa, figli, mie Mariane, Minimi e nostro Signore me li benedica tutti.
Roma, la vigilia della santa innamorata del patire, e del morire per unirsi con suo Cristo, o nel Cielo con la gloria, o nella terra con le pene. 14 ottobre 1662.

top



1662 10 18 AGT ms. 233, f. 78 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S., signora Duchessa, figli, Mariane, e Minimi buona provvisione per l’anno 1663, sono sei tometti, due anni, del Padre Nadesi e uno del padre Spinola; attendano a gara a negoziare bene per dies antiquos et annos aeternos; preghino tutti per me in questi giorni transitori per abbracciare noi nel sempiterno. Amen.
Roma, 18 ottobre 1662.

top



1662 10 28 AGT ms. 233, f. 79 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. del 22 passato, con avviso della partenza della signora D. Antonia, e di Palermo mi avvisano l’arrivo a salvamento; preghiamo nostro Signore la faccia santa, perché io dubito che ivi subito cominci a trattare casamenti con D. Giuseppe, e stabilirsi un nipote in Palermo, e in conseguenza occasione di insecolarsi, preghiamo però nostro Signore e tutti noi, e particolarmente D. Carlo poverissimo peccatore; nostro Signore ci aiuti, pregate tutti per me.
Nel resto spero la gran Signora coopererà al bene del monastero, e che: omnia cooperantur in bonum. Ho inteso la strettezza della sentenza della lite, e l’indisposizione di fianco della signora Duchessa: questi sono i regali e la paga che fa il Signore, si abbracci, questa pena che è più preziosa della Margarita. L’Infante di Spagna dopo rinunciata la monarchia di Spagna, con rifiuto del matrimonio di Filippo II, il Signore la pagò con la cecità; queste sono le carezze dello sposo coronato di spine, e l’imporporato con proprio sangue. Buon pro, alla signora Duchessa, io in ogni modo raccomando l’uno e l’altro al Signore e santa Madre, perché né anco vogliamo le pene, ma solo la volontà di Dio, attaccatevi a questa, non c’è più male. Il signor Torricelli ha stimato assai tenue il beneficio, particolarmente per l’includerci con tanta strettezza la Messa, la quale egli sempre ha tenuto libera; ma il maggior negozio credo sia stato Mons. Spada, quale non si vuol privare di un tanto uomo. V. S. provveda di un ottimo Pastore costì, perché qui non ho altra speranza, e se c’era cara la riuscita, così ci deve essere cara l’esclusiva, perché così: est voluntas Dei. Mando l’acclusa, vedrà quello che occorre, con detta mando una buona, e ottima provvisione per l’anno 1663, raccomando in Messina al Padre Castelli, e in Palermo al Padre Gisulfo. Qui è stato Monsignore di Patti D. Ignazio Amico, e abbiamo contratto un’amicizia tutta di Dio, abbiamo stabilito un vescovado di S. Carlo fuori i paramenti, fuori parenti, fuori regali, tutto, tutto alla Chiesa e Dio; lo scrivo a V. S. perché mi disse, che in arrivare le scriverà. V. S. se lo stringa, e lo serva perché spero sarà onore dei Prelati di Sicilia. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi.
Roma, 28 ottobre 1662.

top



1662 11 04 AGT ms. 233, f. 81 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. del 2 passato, e godo molto della nuova Vicaria, e nuova Abbadessa del monastero; né ho inteso mai che le Vicarie facciano le Abbadesse, ma questa Vicaria ha fatto un’Abbadessa, che ogn’una, non solamente la vuole, e l’ubbidisce, ma tutte l’ambiscono, la desiderano, la riveriscono, e l’adorano, e la vogliono Abbadessa perpetua nel tempo, e nell’eternità. Sia sempre benedetta la divina Provvidenza. Maria sarà sempre l’Abbadessa di codesto monastero, né credo nessun altra Superiora appresso ardirà di farsi nominare Abbadessa, o sedere, ove presiede la gran Signora. Questa sola azione mi basta, per farmi concepire speranze grandi della madre Vicaria. E torno a dire a V. S. che quando per Superiore si possono accomodare costì, non vadano in cerca di altre; e sia regola generale in tutte le cose: mai far elezione, se non di persone conosciute, perché almeno di queste sapete in che mancano, o dell’altre, tutti siamo figli di Adamo, tutti difettosi, e il maggior difetto è stimare non aver difetto. Intanto non crediate trovare una Superiora senza qualche tara, basta, tenga buona volontà, e sia umile, e docile per ubbidire al confessore, e consultare.
E il Signore volle fare S. Pietro, perché compatisse i suoi sudditi nei difetti; V. S. faccia imprimere bene questi dettami anco nelle nostre Mariane, e vadano a gara nella carità, e umiltà, la Superiora e le suddite, che ogni cosa andrà bene; e questo è lo spirito della grande Abbadessa, la più umile, la più amante, e però la più santa, e degna di esser Madre di Dio.
Godo anco della venuta dei nostri Padri costì, e il Padre D. Gaetano è tutto oro, per l’ospizio che vuole, sono cose belle in teoria, ma la pratica non riesce. V. S. procuri buon predicatore la Quaresima e Avvento, e qualche buona missione, e questi sono l’ospizi riuscibili. Ho dato la lettera al signor Cardinale e l’ha letta con gusto grandissimo e tenerezza, e ha voluto vedere il capitolo, scrivete a me, e ne resta a V. S. affezionatissimo, e la saluta e abbraccia caramente; V. S. nei capitoli scrive del signor Cardinale faccia che siano estensibili, e quando vuol dire qualche cosa con confidenza lo scriva in un cartoccio a parte.
Hieri sera volle dire il mattutino di S. Carlo con me, e questa sera vuole compire la festa, con la nostra cena anacoretica, V. S. non può credere la confidenza che passa meco. Intenda questo, ma lo tenga segreto, mi ha detto il suo testamento, e lascia molte cose di devozioni a Cardinali, amici, e Principi grandi, e voleva sapere da me che cosa gustassi, perché pure mi vuole riconoscere nel suo testamento; io gli risposi, che a me bastava una piccola medaglia, e che il mio legato era vedere quello affetto di Sua E., alla quale io pure premorendo gli lasciava il merito di dirmi una Messa. L’avviso a V. S. per parteciparne nell’affetto, e ringraziarne il Signore pregandolo in profitto di queste occasioni che mi manda. Per il signor Viceré nuovo io già ho scritto, né manco nelle cose tutte, che può fare un religioso, perché la carità è ordinata. Aspetto che il signor Duca venga qui per compire l’officio, e non venendo, parlerò a lungo col Padre Silos, (che era mio Padre spirituale prima andasse a Milano) e ne scriverò a lungo a V. S.; il signor Vanni mi ha scritto e già ho risposto. Per il santo viaggio di Loreto l’ho da scrivere uno storiella galante; oggi non ho tempo, spero col seguente. Viva Maria, e benedica V. S., signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi, e me per sempre. Il giorno del mio S. Carlo che ci faccia in amore ferventes, come conclude la sua santa orazione, seu colletta.
Roma, 4 novembre 1662. Torno alle nostre Mariane, vedano di cooperare con codesta madre Vicaria, aiutandola in tutto per proseguire, perché la nostra suor Maria Serafica mi pare troppo giovane, e la vorrei lasciare maturare qualche altro anno, prego da tutte le grade, e signora Abbadessa.

top



1662 11 11 AGT ms. 233, f. 268 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la carissima di V. S. del 5 passato assai breve; ringrazio nostro Signore la passano bene, e lo prego a volerli sempre proteggere con la sua divina grazia. Alla storiella del Loreto: il Mercoledì della settimana passata dopo l’orazione del mattutino mi venne il Padre D. Clemente Galano, maestro dei novizi, e di molta santità e lettere, e con gran fervore mi disse, è possibile Padre D. Carlo, che tanti anni siamo stati in Roma, e non siamo andati alla santa Casa, via andiamo adesso; io per prima restai di una offerta tanto insolita, e in ora, che mai abbiamo occasione di parlare; da poi risposi, che io stavo impedito con le stampe del Padre Diana, né era possibile lasciare, ma poi salendo in camera, fra me discorreva, come posso andare alla santa Casa senza elemosina, la Madonna riceva questa mia volontà. Il Venerdì seguente ecco le lettere di V. S. e quel che più ho notato, è che V. S. con l’antecedente mi avvisava, che gustava il viaggio del medico Ottaviano alla detta devozione, senza dirmi altro, come poi si suscitarono le specie a scriverne di nuovo? E come i vostri discorsi si procrastinarono fino all’altra settimana? Horsù la gran Signora vuole ammettere questo gran peccatore alla sua Casa, io ne gioisco di tenerezza, e godo non poterlo fare di presente, perché fra questo tempo si spediscono le stampe, che per essere a costo di altri non si possono soprassedere, e che voglio procurare tutti i viaggi che hanno fatto li più gran servi di Dio alla santa Casa, e cercarli di imitare come potrò anzi avanzarli con i desideri, avrò la compagnia delle VV. SS. e particolarmente delle mie Mariane, e voglio che tutti scriviate in Palermo per ogn’uno farsi fare un piccolo cuori[ci]no di corallo, o altro, che ne voglio fare una filzetta e segretamente riporli sotto il liminare della santa Casa, acciò poi per sempre possono godere e dire alla gran Signora: fundamenta tua in montibus sanctis et fundamenta domus tuae in nostris cordibus devotis. Anzi io consiglio a V. S. e signora Duchessa, che nel suo testamento lascino che i loro cuori si seppelliscano costì in deposito, e che poi con qualche religioso segretamente si mandino a seppellire sotto il più infimo soglio della santa Casa, e quanto la cosa la ordineranno più segreta, tanto gli riuscirà più devota, oh bella cosa seppellire il cuore in quella casetta, ove prese il cuore un Dio, pensate questo ultimo periodo, che basta per addolcire ogni cuor di pietà, pregate tutti per me.
Roma, 11 novembre 1662.
Il signor Card. Pallavicino lo saluta, ieri fu giorno del suo cardinalato, mi volle seco a cena, una insalatina di sellari, un paio di uova, una minestrina di pignoli, una pera cotta, e questa fu la festa del suo cardinalato, io l’avviso per consolazione spirituale, e per stimolo alla santa perfezione.

top



1662 11 19 AGT ms. 233, f. 210 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. del 12 passato, e godo molto dell’avviso che mi dà del ritiro del sacro monte, e spero nel Signore che in quelle sacre caverne avrà trovato tesori inesausti. Ah, un solo atto d’amore di Dio, un solo sospiro per lui vale più che tutto l’empireo, questo è uno dei maggiori concetti, che io posso avere, perché conosco che Dio ama il deserto, e vi ci fa raccogliere i veri frutti del Paradiso, spero ne avrà fatto buona provvisione per mantenerla grassa tutto questo anno; sapete quali sono questi miei frutti, questi veri tesori? Le sante virtù. Ma sentite, e sentite bene, le virtù non solo meditate, ma esercitate, aspetto però le sue sante risoluzioni, che sono i veri mezzi per esercitare le sante virtù. Nostro Signore me lo faccia santo.
Ho dato la lettera al mio santo Card. Pallavicino, e si è intenerito nel leggere per l’affetto, con che le scrive, e mi ha detto queste formali parole: mi fa la grazia scrivere a S. E., che io le voglio essere Amico mentre vivo, e poi nell’eternità, voglio pure servirla, e con la confidenza, che io le ho chiesto i pistacchi, e paste, così voglio, che confidentemente si serva di me, fuori cerimonie, questo voglio, questo posso fare, questo V. S. si assicuri, che ha un vero Amico, lo raccomandi al Signore e lo faccia mettere in nota agli eremiti, e Mariane, e così con qualche occasione glielo scriva. Godo del nuovo corridoio al monastero, e ci aggiunge lunga carriera per il Paradiso, aveva preso quasi tutte le figure per la cella della Duchessa mariana, ma poi mi hanno detto, che si aspetta una cassa di carte nuove da Parigi, e mi ho soprasseduto; assisto per il quadro. Né mi scordo le cose della gran Signora, ne pure l’altare di Dio nostro Signore. Saluto tutti, benedico tutti, e tutti pregate per me. Il signor D. Paolo voleva rispondere col messale, quale già è finito, e con prima barca lo manderò, me lo saluti con tutto il cuore, e nel cuore di Gesù, e Maria.
Roma, 19 novembre 1662.

top



1662 11 24 AGT ms. 233, f. 87 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ono due poste che non ho lettere di V. S., stimo ne sia occasione il santo ritiro, e aspetto con desio tutta la storia del santo deserto. Con la posta passata scrissi a lungo, e pure con la fregata di padron Andriatta in Palermo, come l’avvisai, ma mi scordai che fra i libri ci sono tutte l’opere del Franciotti, assai utili e devoti. Mando di nuovo l’officio di San Francesco Saverio, essendo stata accomodata l’ultima lezione, con levarle quelle tante dizioni, che finivano in amavit, emanavit; e fu opera del nostro signor Cardinale perché veramente faceva mal sentire, ed era cosa accomodata dagl’officiali della Congregazione dei Riti, che non sono molto pratici di lingua. Per la signora D. Lucrezia Gaetani bisogna si aggiustano costì, perché qui la Congregazione non ci vuole assentire senza la dote moltiplicata all’ordinario costume, e senza voti, sono cose assentate, non vi è rimedio. Il signor Bonifacio astuto mi ha detto, che pretese una cosa simile per una sua sorella in Militello (1), né potendola ottenere, costì si indirizzarono per la monarchia, e de fatto ebbero l’intento senza sovra più di dote, e con le voci; e così oggi ha tre sorelle in detto monastero, e in oltre il caso è seguito più volte in monarchia per la Diocesi di Siracusa; V. S. scriva ai suoi agenti che vedranno come si sono indirizzati, e potranno come ho detto aggiustarsi costà.
Per la dispensa del signor Filippo ho fatto nuova diligenza, non è possibile con meno spesa dell’avvisato, i quindici scudi si intendeva convenire a fare la penitenza qui, Monsignore di Siracusa rispose alle monache per la lettera mandata a favore del signor D. Carlo Caruso. E la mandò sotto piego dell’Abate suo nipote. Riverisco la signora Duchessa, saluto i figli, Mariane, Minimi e bacio i piedi al nostro Padre Maggio, aspetto che mi mandi il diario della sua santa missione, e tutti preghino Iddio per me.
Roma, 24 novembre 1662.
(1) Val di Catania

top



1662 12 29 AGT ms. 233, f. 83 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la carissima di V. S. del 23 passato, con la nuova della morte preziosa del buon Buonaventura (1), quale spero nel Signore goda i frutti del suo eremitaggio nel santo Paradiso; egli ha seguito il suo fine, che è il Cielo, e ivi attenderà meglio a provvedere i suoi fratelli eremiti, e potrà da per se nella patria far più assai di quello che poteva in terra; V. S. dia cuore e animo a codesti buoni eremiti, e tirano innanzi in santa umiltà e devozione, perché: Deus incrementum dat. Ella poi si è incontrata con me nel pensiero di disporre l’eremitaggio per casa di religiosi, perché alla fine questi eremitaggi io li chiamo vitalizi, li mantengono chi li fondano, così vedremo estinti pure quello del Santo Sales, e altri convertiti in chiostri.
Circa i Padri Cappuccini io l’amo teneramente, per averne preso quasi il latte, e mi ricordo spesso di Fra Bonaventura, Fra Martino, Fra Serafico, Fra Gervasio, e quei santi laici e tutti ci vedremo lassù nel Paradiso. Ma non piace tirare il loro istituto alla nostra devozione, dovendo essere il contrario, e però godrei lasciarli nel loro stato di solitudine senza confessare, quali stimerei unici i Padri Riformati, e mi è venuto pensiero di fare un eremo della Provincia, come è in altre Province, e io so che costì non vi mancano spiriti di ritiro, e possono interpellatamente ritirarsi per qualche tempo, e con il Padre generale Sambuca aggiusteremo ogni cosa. Onde ella ne potrebbe passare segretamente qualche pratica con Padri di molto spirito costì, per gli eremiti presenti, se li possono fare i loro tuguri nella selva; oh che antri felici godranno con le uscite, di tanti San Franceschi! E fra questi se ne faccia uno per lei, e si chiami la caverna del santo amore, che se non lo potrà godere di continuo col corpo, lo farà con l’affetto, il quale alle volte vale più dell’opera; oh il Signore ve lo converta, questo è il discorso, che V. S. mi cenna volere da me.
Nel resto come ho detto, tiriamo avanti questi buoni eremiti, e il benigno Signore col tempo non mancherà d’illuminarci, stabiliamo bensì questa massima, che è l’ottima volontà di Dio, ora se noi questa la possiamo far sempre, sempre possiamo stare ottimamente, e se ci lamentiamo, o noi non vogliamo fare la volontà di Dio, o blasfemiamo; viva Dio, che ci ha dato il Paradiso con noi, misero chi lo rinuncia, e abusa la divina misericordia, viva Iddio, viva Iddio. Mi rallegro molto del miglioramento della signora Duchessa, bisogna lasciar fare tutto a Dio, la riverisco caramente come fo ai figli, Mariane, e Minimi; li benedico tutti, e tutti preghino per me.
Roma, 29 dicembre 1662.
Per il medico Ottaviano attenderò le lettere di V. S. per la risoluzione, tanto maggiormente che anco non è venuto da Formello.
(1) Murchio

top



1663 02 02 AGT ms. 233, f. 88 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ispondo a tre di V. S. del 15, 22 e 30 Dicembre, godo della fondazione della nuova Chiesa di nostra Signora della Luce, attaccata al santo sepolcro, e veramente nel triduo della morte del Signore ella fu l’unica luce, come ci significa la Chiesa nell’unica candela, che lasciò accesa nella cerimonia delle tenebre; non so se questa meditazione è stata osservata dai miei Padri Minimi, è propriissima e pare che il Signore per tutto opera misteri, bacio i piedi a tutti codesti santi eremiti, e me li raccomando alle loro infervorate orazioni.
Godo assai della devozione delle nostre Mariane con la comunione continuata, con l’apparecchio del santo ritiro, e così dell’esposizione mensile del SS.mo Sacramento, quale desidero, fosse anco in santo ritiro, cioè per luogo solamente senza concorso di popolo, e voglio darle una devozione per tal giorno; cioè già che il sacro pane è esposto, attendere continuamente a mangiarlo con moltiplicare le comunioni spirituali con vivi desideri, ora di Caterina da Siena, ora di Gaetano, ora di Bonaventura, ora di Crisostomo; e così di meno in meno dei Santi più innamorati del SS.mo Sacramento, fino alla stessa Vergine Madre dell’amore, e vorrei che al Rosario contassero quante volte le facesse ogni uso, per poi nella ricreazione vedere, chi si è avvantaggiato nel sacro cibo, e voglio che si passa tutto il Rosario centinaia di volte. Sapete quella santa Donna, che faceva 4 mila e più adorazioni nella festa della Madonna, propongo questo per esempio di animo, non di imitazione, perché non tutti teniamo le grade dei santi, e io voglio tutti gli esercizi dolcemente senza sforzo, e senza artefici, tutti semplici e puri; dico tutto per un sbozzo, perché lo Spirito Santo, che è il vero maestro di orazione, quando noi ci umiliamo, ci darà dottrine mai intese, mi pagano codeste sante madri con una comunione spirituale per ogn’una. Manderò i diari mariani, i martiri e religiosi del mio Marraccio per anco non sono stampati, avrò cura per la festa dei Santi Clemente e Celso, e godo della processione in Alicata. Procurerò anco con ogni sforzo, e brevità il breve per la signora D. Lucrezia. Mi rallegro col signor D. Felice (1) nuovo arciprete, le raccomando particolarmente gl’esercizi della dottrina espana, che è il latte degli espani, e le ricordo, che: bonus Pastor ponit animam suam pro ovibus suis, e prego nostro Signore per un buono successore nella guida dei figlioli, quali desidero santi. Lodo molto l’accomodamento del Biscari, e prego nostro Signore, datore del tutto. V. S. confida tutto in lui che con l’intercessione della santa Madre ogni cosa sempre andrà bene. Raccomando anco al Signore il negozio della Tonnara, che lo stimo molto per il traffico e beneficio dei poveri della Terra, e così V. S. procuri col nuovo Viceré per qualche cosa del Caricatore, che questi sono benefici pubblici.
Ma questo è negozio, che bisognerà la presenza, e non smuovere l’acqua, se non con qualche certezza morale; io sono sicuro, che il Padre Silos farà quanto può, e pure il signor Duca favorirà, prego nostro Signore e la Beata Vergine per quello sarà suo servizio. Ringrazio V. S. dei complimenti fatti al Padre generale, il quale è amorevolissimo e santo religioso, e l’aspetto qui di ritorno quanto prima. Ho letta la lettera di V. S. al mio santo Card. Pallavicino, e godo molto del suo affetto, e subito ha trovato la formalità al regalo delle paste per Pasqua, cioè che le manderà a luogo degli azimi, essendo questa la Pasqua degli azimi in figura.
L’invita a Roma, le darà un quarto, e servizio di carrozza, e il primo pranzo, e lo dice con tutto il cuore, né io perderei il tempo a scriverlo, se fosse mera cerimonia; e però ha voluto, che onninamente me lo scriva. Onde V. S. me ne risponda con un capitoletto ostensibile. Scrivo al signor Castelletti l’acclusa, e spero a questa ora sia arrivato il solenne messale al signor D. Paolo. Saluto al signor Barone Gerlando Alfano, e prima ne aveva nuova del fratello compagno del Padre generale Sambuca, quale saluta assai V. S. e ama il signor Gerlando da fratello; mi disse che l’ha portato l’acqua al convento; e che se le è posta memoria in una lapide. V. S. le dica da mia parte, che non cerca altra pietra che Cristo, né altro titolo, che di schiavo del Crocifisso, avvisatemi, se seguita la devozione alla SS.ma passione, che queste cose sono le vere ricchezze, e grandezze del espanto, in fine io l’amo, e lo vorrei santo. Con la posta passata mandai altra polisa di scudi 25 per conto dell’indice, e credo sia quasi pagato, conosco veramente, che le ricchezze sono spine, perché mentre scrivo queste materie, tutto mi sento pungere. Ho scritto al signor Castelletti per sbaglio in una carta, che dietro era scritta, né ho tempo di copiarla, V. S. mi faccia la scusa. Riverisco la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi, e tutti pregate per me.
Roma, 2 febbraio 1663.
(1) Focolari, nato a Naro, fu il terzo Arciprete (1663 - 1706) nella Terra di Palma

top



1663 02 16 AGT ms. 233, f. 89 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo una di V. S. del 4 Gennaio, e godo siano arrivati i libri, e stia con buona provvisione per tutto l’anno. Ho dato la lettera al signor Card. Pallavicino, che l’ha goduto molto, e letto con tenerezza, e Domenica volle facessi l’ultimo carnevale seco; a me tocco un piccioncino, un poco di castrato, et una cotognata. Egli una insalata, un poco di castrato, e 4 pistacchi, ora chi di noi due fu il Cardinale, tanto può la bontà di questo devotissimo signore.
V. S. avvisi più distintamente i libri che vogliono i nostri santi eremiti, e per le cose predicabili già l’ho preso 6 tomi del Padre Manso, che sarà un ricchissimo tesoro per l’Arciprete, e cosa del monastero e tutti; pure ho anco altra opera devota per la signora Duchessa, e Mariane, né io voglio mancare di prestarle queste bellissime vivande, tengo anco fatti i ritratti del signor Cardinale e con la prossima comodità di mare li manderò. Nel resto a V. S., signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi saluto, e benedico nel Signore.
Roma, 16 febbraio 1663.

top



1663 03 11 AGT ms. 233, f. 92 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. con avviso della nuova e santa opera stanno per fondare della casa per l’Orfanelle, ne ho goduto, e godo ex toto corde, e prego nostro Signore a voler perfezionare l’opera con la sua santa grazia, e V. S. si glorii più di questa impresa che se avesse fatto qualunque acquisto terreno; bisogna pensare sempre alle cose eterne, e a quei mezzi che giovano per l’eternità; prosit a V. S. e signora Duchessa e sappiano, che hanno posto una buona partita di credito al libro dell’eternità, la riconoscono però dalla divina grazia, perché: nihil ex nobis, sed omnia a Patre luminum.
La festa di nostra Signora della Lampedusa mi pare conformarsi con quella di Trapani, con la quale tiene tanta simbolità, e così farla nel giorno dell’Assunta; e possiamo pensare, che queste siano quelle povere, alle quali la gran Signora lasciò la sua povera tunica, e la signora Duchessa può cedergli quelle, le dona sotto questo titolo, le raccomando poi sopratutto la santa educazione, la dottrina espana, nella quale voglio diventino maestri, per poi comunicarla agli altri esercizi spirituali, e civili, e qui sta il tutto, e sopratutto della misericordia del Signore con l’intercessione della santa Madre. Il giorno di S. Tommaso glorioso, il mio signor Card. Pallavicino mi volle fare la festa con la sua cena, accettai l’invito, ma lo pregai a farmi un regalo, cioè darmi una aringa per devozione del desiderio, che il santo dottore ebbe nella sua ultima infermità di mangiare arenghi, quali il Signore gli somministrò con miracolo, e sebbene il Santo non le volle mangiare, perché gli parve desiderio dell’appetito; noi le vogliamo mangiare come desiderio nato dalla devozione, fu il pensiero grato al signor Cardinale e volle lui anco la sua aringa, e stimo che S. Tommaso goda più di questa devozione, che qualunque altra ordinaria, gustando il Signore di queste nuove invenzioni di devozione, come quella di S. Francesco che baciava i vermicelli della terra, perché una volta il Signore si chiamò verme: ego sum vermis, et non homo. Infine si chiama il banchetto degli arenghi, e questa sera appunto l’altro mio signor Card. Carpegna mi ha detto, che se il Signore gli fa la grazia di sopravvivere l’anno seguente, vuole la sua aringa; l’avviso a V. S. per ricreazione spirituale, e per farvi anco la stessa devozione con la signora Duchessa, mie Mariane, e Minimi, e a tutti mi raccomando nelle orazioni.
Roma, 11 marzo 1663.

top



1663 03 24 AGT ms. 233, f. 93 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ispondo a due di V. S. dell’11 e 20 passato, e godo delle nuove dell’ottimo predicatore, e devozione della Madre SS.ma, dalla quale speriamo tutto. Godo anco del buon indirizzo della quarta per la nostra Chiesa di San Giorgio, e qui sopra siederò di prendere scritture, e consiglio, come aveva dato ordine. Per la lite della signora Antonia, mentre V. S. ha fatto tutte le diligenze prima del Cielo, e poi della terra, già ha fatto tutto; la fine l’aspetto da Dio, il quale sempre drizza le cose al meglio di che noi pensiamo, e quello che a noi pare torto, allora è diritto; V. S. tenga queste regole generali di mettere il suo pensiero in accettare i mezzi, nel resto tutti a Dio, e si deve pensare a quelli perché così vuole, e Dio: haec est felicitas nostra voluntas Dei. V. S. per l’una e l’altra discorre a lungo sopra le regole di San Benedetto, io intenderei che noi solo per il breve siamo legati all’abito e voti essenziali, nel resto le costituzioni sono a libertà e consulta, ne scriverò a lungo, ma non mi lego a tempo. Il suggello sia la Signora del Rosario, l’iscrizione la più bella, la più piana: Monialis S. P. Benedicti sub titulo SS.mi Rosarii. I pistacchi per il signor Cardinale non sono arrivati, le ho detto delle paste, e delle scorsonere, e regole assai, che le manda per questa Pasqua l’acclusa cartina, che è quella io cennai a V. S. avergli mandato il Papa, il giorno del suo Natale, nella quale vedete la devozione di nostro Signore con quelle belle orazionette scritte di sua mano, e se il signor Cardinale le ha avute dal Papa, V. S. non le poteva avere più immediatamente, perché i Cardinali: sunt de corpore Pontificis, però la tenga cara assai, e se viene può con sue lettere ringraziare il signor Cardinale, o pure ne faccia qualche buon capitolo estensibile a me; perché veramente è dono di gran pregio. Io poi questa sera sono convitato di nuovo, come fu Martedì, V. S. si riderà di me, che mi sono dato alle delizie, sono veramente delizie, ma sante e spirituali.
Hieri Venerdì santo fui alle mie tre visite della scala santa, e grazie al Signore con particolar consolazione e spero con la seguente trascriverle le mie meditazionelle, perché adesso non è tempo. Ringrazio V. S. e signora Duchessa dei favori delle stampe, e conservo le lettere per levarmi di scrupolo; sono compite 92 foglie, restano altre 40 in circa, spero sempre faticar di frutto. Riverisco tutte le VV. SS., alle quali benedico con figli, Mariane, e Minimi la vigilia del nostro Signore incarnato, morto, e risorto; oh che giornata, oh che giornata è domani, un buon saluto, e buona festa a tutti nella santa Messa.
Roma, 24 marzo 1663.

top



1663 04 07 AGT ms. 233, f. 95 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa del mio santo Card. Pallavicino, non so, se più ingegnosa o cordiale, e se le viene qualche buon concetto affettuoso può riscrivere, per quello poi che tocca a me; io da questo signore cavo sempre motivi di ringraziamento al Signore e lo prego (come mi fa favore, fare V. S. con la signora Duchessa e mie Mariane, e Minimi) a non farmi invanire, né scandalizzarlo con miei difetti. Le nostre stazioni furono il Lunedì di Pasqua, e al viaggio dei santi di Emmaus; il signor Cardinale mi mandò la carrozza per condurmi a S. Pietro, ivi spedita la cappella nel sacro Palazzo vaticano venne col signor Card. Barbarigo, e ritirati nella penitenziaria dei Padri Gesuiti, ivi vicina si posero in abito corto, e di campagna con i loro due maestri di camera, e noi cinque soli ci posimo in carrozza al santo viaggio; io gli proposi che quelle stazioni Pasquali, e che in ognuna delle sette Chiese potevamo considerare un’apparizione del Signore risuscitato, piacque assai la devozione, e vollero che io le proponessi d’una in una, come feci e loro con molta devozione li facevano sopra bellissime riflessioni; li pregai anco che per il viaggio dicessimo le litanie poste alla fine delle stazioni di S. Pietro per far memoria di quei santi, che col loro sangue avevano bagnato il terreno, che calcavamo; infine non si parlò che di Dio, la colazione fu ad una villa dei signori Mattei, con una semplice presa di cioccolata; il termine fu la Scala Santa, e furono assieme a lasciarmi in San Silvestro, testificando che mai avevano avuto giornata di più consolazione; io in tutte le stazioni ebbi memoria delle VV. SS. e voglio, che me la pagano con pregare nostro Signore che mi approfitti di tante grazie, e sante concessioni.
La nuova stampa del nostro Horologio è piaciuta assai a questi signori, e il signor Card. Pallavicino ne ha voluto uno per la signora Duchessa di Savoia, sorella del Re cristianissimo.
Onde è bisogno farlo ornare con qualche ricamo, il signor Cardinale voleva pagarlo, io gli dissi, che l’aveva posto a conto di V. S., quale si offenderebbe se sapesse, che io ricevessi denaro; mi è parso rispondere così, supponendo certo la sua volontà e della signora Duchessa essere tale, dissi della signora Duchessa, perché quella buona signora mi libera degli scrupoli, che V. S. non possa spendere, veramente: divitiae sunt spinae; l’offro al Signore perché quando li tratto, tutto mi pungono. Ho inteso il viaggio del signor Arciprete a Ragusa, e prego nostro Signore per buon effetto, e quello sarà il migliore che disporrà lui, stia fermo su questo punto, e senza sollecitudine che: bonum Dominum habemus et piissimum munus tenemus. L’uno e l’altro benedicano V. S. con la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi, e tutti preghino per me.
Roma, 7 aprile 1663.
V. S. tenga cara questa lettera, perché è di quelle che il signor Cardinale fa registrare, col tempo si daranno alle stampe.

top



1663 04 21 AGT ms. 233, f. 94 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. una cordialissima lettera del mio santo Cardinale, e le dimostrazioni che ha fatto a bocca sono maggiori; V. S. si asseveri, che ha un grande amico. Ho fatto un pitazzo di risposta, che credo sia secondo il suo genio. Il buon Scicolone che mi mandò queste cose, mi scrisse non so che di ritorno della madre suor Antonia, rimettendosi a quello che scrive a V. S., che però ne attendo sue lettere, sì per sapere bene l’intenzione di detta signora, come anco il senso di V. S..
Hoggi appunto è stato qui il nostro medico Ottaviano, e manda l’inclusa alla signora sua madre, e mi ha pagato i 50 scudi; onde V. S. potrà pagarceli costà, e consolarla almeno col bene utile di denaro, mentre non tiene il dilettevole del figlio. Godo assai dell’ultima di V. S. con avviso di tanti sacerdoti in Palma, e con questa occasione però ho fatto una scorsa alle Chiese, al Monastero, Eremitaggio, Viaggio di monte Calvario, Ospedale, Conservatorio di donne, né posso contenermi della tenerezza, grazie infinite all’Altissimo. Stimo più questo, che se avessi acquistato una monarchia terrena. V. S. riconosca tutto da Dio, ne goda per Dio, e tutti a Dio. Riverisco la signora Duchessa, figli, le Mariane, e Minimi, e a tutte le VV. SS., alle quali mi raccomandino sempre.
Roma, 21 aprile 1663.

top



1663 04 28 AGT ms. 233, f. 97 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. del 22 passato con avviso del regalo fatto al Padre Silos, il quale pure me ne dà parte con l’acclusa, e col suo ringrazio ha pagato il frutto, che V. S. mi fece della bella scatola di pasta, e però come di cosa umana ne ringrazio molto la madre suor Lucrezia, e me li raccomando all’orazioni. Ho risposto al Padre Silos, che non voglio diminuisca l’ossequio le ha mostrato V. S. con attribuirne parte a me, perché io se bene ho testificato a V. S. le mie obbligazioni, mai ho inteso che ella col suo aver potesse soddisfarli, e che solo io mi riservava a pagarli con moneta celeste, pregando nostro Signore per lui. Questo Padre è dotto, e santo, io desidero se lo stringa, e con le sole lettere imparerà molto, le ho scritto anco, che V. S. col mezzo delle sue grazie non mancherà di fare, che la sua caccia di francoline sia onorata allo spesso in tavola del signor Viceré, e pero mi parrebbe che con la comodità dell’ordinario ce le mandasse un paio per volta, che così mi ricordo me ne pregò una volta il signor Protonotaro per il signor Duca dell’infantato, ed è bene tenere questa memoria fresca del Viceré perché alla fine: munera placent. V. S. può far fare ricreazione con le sue paste ai Padri in Palermo, e qui in San Silvestro con l’aggiunta di pistacchi, che con un bel segreto l’hanno fatto diventare carne, ne rendono tutti a V. S. grazie, e nostro Signore la ricompenserà di lassù; le storie si sono passate per il quadro della signora Duchessa, sono lunghe; basta, il signor mio santo Card. Carpegna aspetta un nuovo pittore da Fiorenza; né vuole ce lo ricordi più, perché ha preso punto, che la signora Duchessa volesse un’immagine la più bella di Roma, non vuole defraudarle questo suo desiderio; diceva S. Caterina da Siena, quando se le dilungava la vita per il Paradiso, che godeva, che quella dimora l’avrà da fare vedere Dio più bello; così spero, che la signora Duchessa godrà di questa dilazione, la riverisco, e me li raccomando alle sante orazioni. L’altro mio santo Card. Pallavicino saluta molto V. S., lunedì feci la cena per S. Giorgio glorioso, e io trovai che era il B. Egidio, e così gli dissi, che egli era il mio S. Bonaventura, e così ci siamo diffusi in quel bel discorso, Paradiso, Paradiso, l’avviso per ricreazione spirituale delle VV. SS.. Godo dell’avviso mi dà del compuntino, e prego nostro Signore aiuti tutto con la sua santa grazia, V. S. confidi tutto in lei, e avrà tutto da lei, e qui a V. S., signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi saluto nel Signore.
Roma, 28 aprile 1663.
Questa mattina ho dato la lettera al signor Castelletti, le ho detto che la considerasse con maturità, e che fra questa settimana facessimo le nostre conferenze, per avvisare al signor suo padre, e in tanto prego nostro Signore per accettare questo sia per suo servizio.

top



1663 05 06 AGT ms. 233, f. 98 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta non sono venute lettere di Sicilia, qui siamo nel capitolo, e grazie al Signore abbiamo un generale tutto santo e santi consultori. Generale è il Padre D. Angelo Pistacchio, consultori il Padre Vincenti, Padre Sersale, Padre Ambrogi, e Padre preposito di S. Andrea è il Padre D. Clemente Ficarra nostro, sia per consolazione di V. S.. Mons. Caramuele mi scrive di nuovo per l’opere di Odierna, e si offre farle stampare in Lione; V. S. non lasci di mandarle così latine come in volgare, perché saranno di onore all’amico, e a Palma, e beneficio ai virtuosi.
Il signor Card. Pallavicino è tutto santo, e mi fa continue grazie con molta mia consolazione spirituale, e passa meco gran confidenza, porta una vita tutta di Dio, e agli studi per Dio, e appena mangia per la poca salute, usa alcune minestrine di latte di pignole, o pistacchi; se V. S. vuole acquistarle amicizia, potrà pigliare occasione di ringraziarlo dei favori che fa a me, con la formula che scrisse al Padre maestro del sacro Palazzo, che piacque assai, cioè con entrare a soddisfare per me; e dopo mandarle quattro tumoli di pistacchi come frutti del paese, e se le pare li può accompagnare un’altra cassettina pure di paste delicatissime. Io non le domando a V. S., ma le propongo, se si vuole fare un buon amico, e caso le piacciono, sia subito, perché qui: prius dat, bis dat; e le mandi ben raccomandati al Padre D. Filippo Agliata, acciò le invii ben accomodati per qui, o per Napoli raccomandati al Padre Sardi faccia la sopra carta a me, senza nominare il signor Cardinale, il quale oggi appunto ha mandato la carrozza, e questa mattina mi ha regalato delle fragole. Riverisco la signora Duchessa, figli, e le benedico nel Signore con le mie Mariane, e Minimi. Con i nostri cari Padri Matranga, e Fardella le mando breviarii, bolla del SS.mo Sacramento, e altri libri.
Roma, 6 maggio 1663.

top



1663 05 18 AGT ms. 233, f. 101 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ispondo a due di V. S. del 6 e 14 passato, e primo ho ricevuto i cuori per la santa Casa, e con tenerezza li ho benedetti, e conservati nel mio oratorietto, e li offro ogni giorno a nostra Signora fino al tempo designato, che se piacerà al Signore sarà il 10 di Dicembre, festa della santa Casa di Loreto, oppure se non sarò sbrigato dalla stampa per la SS.ma Annunziata, essendo il principale dilemma scritto in questa santa Casa: Hic Verbum caro factum est; basta, io avviserò anticipatamente, acciò loro, e particolarmente con le loro orazioni. Questa dilazione di tempo servirà per accrescere più desideri, e fare maggiore apparecchio, se non moriremo, visiteremo i santi tabernacoli di Gerusalemme, né bisogna star attaccati a minor cosa, benché SS.ma e tutto il nostro scopo è la SS.ma volontà del Signore.
Godo molto della fabbrica della madre Chiesa, e dell’opera dell’Orfanelli, e benedico l’uno e l’altro nel Signore. Manderò i 50 Horologi, i libri che avvisai, le figurine alla signora Duchessa, e per il quadro già ho scritto quello che passa col mio santo Card. Carpegna. Onde la dimora sarà: ad maius bonum; godo bensì di aversi a situare nella nuova cappella del dormitorio, perché quel tenerlo in camera mi pareva un poco del singolare, e di proprietà. La madre del dottore Ottaviano già sarà consolata con i 10 scudi, circa la sua venuta io non so che sarà, perché per dirla lui tiene pensieri più alti della terra, né io posso dissuadergli cose tante pie; basta, non le dica cosa ma preghiamo il Signore che l’indirizzi secondo il suo maggior servizio. Saluto, e abbraccio il Padre Giulio, e gli dico, che godo della devozione tiene al convento e terreno dove abitò il glorioso Padre San Domenico, ma deve tenere maggior devozione alle reliquie del corpo del Santo, che sono in Palermo, e molto maggiore al gusto e volere del Santo, il quale ci viene significato da Superiori maggiori. Io sono stato apposta dal Padre mio provinciale di Terra Santa, che è un santo e mio amicissimo, e oggi per l’assenza del Padre generale, fa tutto esso, e mi ha detto che la volontà del Padre San Domenico è che il Padre attenda al noviziato, e levarlo sarà sconvolgere tutto. Io so quel che passa con questo ottimo servizio del Signore che il Padre Giulio seguitò la sua obbedienza, oltre che col venire qui, col viaggio può mancare la devozione, e entrare in altre pretensioni, questo sì che il Padre scriverà per dargli compagno, aiuto. V. S. faccia che mi paghi questo servizio con un Rosario insieme con suoi santi novizi.
Il Padre Cicala ha finito appunto a questa deca la sua prepositura, ma credo resterà sicuro in Madrid, dove appresso la Corte è stimato come oracolo; poi il nuovo preposito è il Padre D. Francesco Maria Carafa, che è stato qui vice preposito, religioso santo, e mio assai amico, tanto che in ogni caso lei scriva al Padre Cicala, che poi potrà, resterà il negozio raccomandato a detto Padre; vorrei ancora che facesse qualche indirizzo per il Caricatore perché la congiuntura del Padre Cicala, e del Padre Silos, e Padre D. Pietro Caetano tutto nostro, il quale già è partito nuovo preposito di San Giuseppe, può giovare assai, nostra Signora del Rosario guidi tutto in suo santo servizio. Il signor Card. Pallavicino andò per due giorni a Castello, da nostro signore, e ivi pure ha voluto aver memoria di me con scrivermi una lettera della quale mando copia per esser ingegnosissima e cordialissima e voglio che V. S. con le mie Mariane mi aiutino con l’orazioni, a pagare l’amorevolezza di questo signore. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, e Minimi. In Palermo è venuto il Padre Maggio, desio che V. S. gli scriva, e l’inviti per una missione, che sarebbe assai a proposito per gli Eremiti, e Mariane; è ottimo, se volesse venire a predicare per l’Avvento, che se bene non ha voce, supplisce lo spirito.
Roma, 18 maggio 1663.

top



1663 05 26 AGT ms. 233, f. 103 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo una di V. S. del 20 passato, e godo molto del pensiero che tiene di fare un bello incasto alla figurina ornata con lo spirito, e carattere di un Papa. V. S. lo metta in esecuzione con una bella iscrizione della maniera avuta, e la conservi fra le gioie sue più care; potendo ornare qualunque galleria del Principe grande, anco per ragione umana e mi mandi l’iscrizione e forma, e lavoro dell’incasto per mostrarli al signor Cardinale che le sarà assai grato; e lui sempre saluta V. S. cordialmente, particolarmente nelle nostre povere cene, ed è arrivato a tanta povertà, e perfezione per dir meglio che pesa un’oncia sottile di pistacchi per cena, e non più, anzi mi dice che se non gli fossero donati, né anco ne piglierebbe tanta quantità. Onde V. S. godrà del frutto della sua elemosina, e cercherà con le nostre monache arrivare a tanta perfezione; le mando anco una lettera, mi fa Mons. di Orvieto, fratello suo uterino per vedere l’affezione mi porta questo signore e però ce la pago con pregare, e fare pregare il Signore per lui. Le nostre stampe del Diana sono al fine dell’opera, ma si ha da stampare l’indice alfabetico, che sarà lungo; con questa posta le ho mandato cambio di scudi 100 per aggiustare certi conti, e appresso ne manderò lista di tutte le spese; e finiti questi imbarazzi spero non scriver di queste materie, come ho scritto più volte, e così lo dica alla signora Duchessa, che è la mia ultima quiete in questo affare, e già io ho scritto a lungo sopra questo. Saluto assai a mastro Francesco, al quale io conservo assai affetto, e per una settimana intera le applicai tutte le mie indulgenze alla sua consorte. Riverisco la signora Duchessa, figli, Mariane, e Minimi, e a tutte le VV. SS. benedico nel Signore.
Roma, 26 maggio 1663.
E’ venuto Mons. Arata per esaminarsi Vescovo di Lipari, e dice gran cose di Palma, dice che in Palermo la chiamano Palermo piccola, e che si vive come nei paesi più pari della Germania, senza litigi, senza contrasti; grazie, grazie, e sempre grazie al Signore, al quale prego perseveranza, e V. S. con la signora Duchessa ci invigilano le forze, con tutto lo spirito, e di nuovo li benedico.

top



1663 06 02 AGT ms. 233, f. 104 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on la posta passata scrissi a V. S. come le mandavo polisa di scudi cento; queste polise le mandai ad esigere, col signor D. Benedetto Castelletti, come ha fatto con tutte l’altre, ma egli se ne è servito, come vedrà per allegate. Onde non bisogna replicare il fatto, replicherò bensì le polise per aggiustare quello che devo; compatisco il povero Padre, ma egli mi pare è stato sordo a tante lettere che gli ho scritto; se V. S. può avvisarlo con l’altro foglio D. Domenico con farlo attendere agli studi in Palermo, lo consulti per questa strada perché il fondamento dei poveri gentiluomini è la lettera, altrimenti che giova Roma? Io vorrei scrivere, ma ne vorrei tenere il sostrato almeno. Ricevo la lettera del 29 Aprile, e godo stiano tutti con salute, e attendano alle sante devozioni; il medico Ottaviano credo, pensa più alla salute dell’Anima sua, che a quella dei corpi degli altri; già io in questo le ho scritto, sebbene V. S. non lo dica alla madre.
Godo delle nuove mi dà del Padre Silos e lo stesso mi scrive il signor D. Lorenzo Ventimiglia da Palermo, anzi mi soggiunge che lo possono canonizzare, mentre appena lo vedremo in Palazzo; di tutto sia benedetto il Signore, V. S. se lo faccia buon amico. Procurerò i disegni V. S. mi comanda, e già credo le siano capitati i libri mandati raccomandati al signor Gravina. Il nostro santo Card. Pallavicino sempre mi domanda di V. S., e particolarmente nelle nostre sante cene, e vuole che per ogni lettera glielo saluti. In questa ultima cena che fu l’ottava del Corpus Domini trattassimo dell’officio devotissimo composto di San Tommaso, e mi disse che la mattina nostro Signore aveva trattato dello stesso, e che gli dispiacevano quelle parole dell’inno: sic tu nos visita, sicut te colimus, bello sentimento, e mi disse che lo scrivessi a V. S. acciò ci infervorassimo nel culto del SS.mo Sacramento, a misura del quale abbiamo da ricevere la sua divina visita; sia anco documento per la signora Duchessa, Mariane, e Minimi, e a tutti mi raccomando alle orazioni.
Roma, 2 giugno 1663.

top



1663 06 28 AGT ms. 233, f. 105 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta ricevo una laconica di V. S. del 26 passato, e rispondo con lo stesso stile. Conservo le lettere del signor Castelletti, per quanto vi fosse alcuna acclusa necessaria di consegnarsi ad altri, e in questo caso ne attendo l’ordine per aprirle, altrimenti le lacererò; la storia del signor D. Benedetto, già è avvisata, manderò le lettere al dottore Ottaviano. Mi rallegro delle sante feste staranno facendo per il Corpus Domini, e per le mie Mariane, se costì non tengono l’opere del Franciotti, me l’avvisi, che come si ricorderà, per l’esercizio della comunione sono ottime. Saluto la signora Duchessa, figli, Mariane, e a tutte le VV. SS. benedico nel Signore.
Roma, 28 giugno 1663.
Il mio santo Card. Pallavicino saluta sempre V. S., e particolarmente ieri sera, che facemmo cena per la festa dei SS.mi Apostoli.

top



1663 06 29 AGT ms. 233, f. 106 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. del 18 passato, e aspetto col seguente la risposta per il signor Cardinale, il quale l’attende con desio, e la vorrebbe veramente di cuore vederla qui. Mercoledì fu qui a favorirmi, e io feci una bella burla, perché suonando l’ultimo segno della cena, volle venire con noi al refettorio, come se fosse uno dei Padri nostri, quando le potessimo accomodare di particolare, un paio di uova all’acqua, e un brodino dove si fece assai, non essendoci al comune, che un frittata e una minestra di maccheroni; ma cenò con tanto gusto come fosse stato ad un banchetto lautissimo, né volle vestigio di cerimonie, pascendo egli il cibo della santa umiltà e pascendo noi tutti di sante edificazioni. Giovedì poi sera volle me alla sua cena per esser giornata del Beato Luigi, e si fece la festa a corrispondere alla vigilia. Avviso tutto a V. S. per l’esempio, edificazione, e per pregare nostro Signore che io mi approfitti e non scandalizzi questo signore, e così voglio che preghi la signora Duchessa, Mariane, e Minimi. La venuta della signora Duchessa costì è difficile, ma non irriuscibile; ad ogni modo io non ne ho voluto far pratica, perché bisogna far molta esperienza di tempo del vero stabilimento di questa signora, e poi la signora Duchessa mi scrisse due parole, che mi toccarono il fondo del cuore, cioè che partita la signora suor Antonia restarono in una santa solitudine, così dolce e quiete, che le pareva, che nel mondo non vi fosse altro, che Dio, il monastero, o per meglio dire, lei e Dio nel monastero. Hora io non vorrei guastare questo bel lavoro, l’avviso a V. S. acciò se non mi conoscessi veramente causa rilevante per il bene del monastero, non se li faccia altro, perché dovremo anteporre il bene comune al particolare, vorrei scrivere più a lungo, ma non ho tempo, nostro Signore me li benedica tutti, e tutti preghino per me.
Roma, 29 giugno 1663.

top



1663 07 04 AGT ms. 233, f. 107 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa venuta dalla Spagna, e assicuro V. S. che il Padre D. Emanuele è più efficace nell’opere, che nelle parole. Mi pare, che il negozio più difficile e più importante del Caricatore vada assai bene, né dispero dell’altro di portulano, e poi ho per bene nelle cose del mondo qualche mistura di amaro. Il signor Abate Giustiniani, ancora non è capitato qui, né mi dà fastidio la sua assenza, perché il Padre Calascibetta farà tutto, e nostro Signore ci sovrabbonda con la sua santa grazia, rimettiamoci a lui né ci vuole altro. Riverisco la signora Duchessa, e vedo la nuova visita le fa il Signore quando noi vogliamo veramente la sua volontà, mai abbiamo male. Li santi desideravano occasione di patire per il Signore e noi quando l’avremo, ci dobbiamo attristare? lasciamo fare al nostro amatissimo Padre, che tutto opera a nostro bene. Prego nostro Signore me la faccia santa, che questo è l’essere veramente sana. Le mando il breve per Don Tommaso d’Amico, e si è speso scudi 12, aspetto questa sera la lettera per la dispensa di ordinarsi con assolvere la vedovanza della Chiesa, per la quale bisognerà qualche altra cosuccia.
Per la monaca di Cammarata io non ci ho senso, né vorrei che il nostro monastero pigliasse mai altre monache, perché queste vengono con i loro abiti, e difficile si accomodano a cose nuove, e per questo io non ho risposto più alla signora suor Antonia; Iddio benedetto ha comunicato uno spirito particolare a codeste nostre Mariane, e bisogna seguire l’impulso dello Spirito Santo. V. S. non curi il numero delle monache, ma faccia conto del peso; né ci faccia entrare persona che non sia di vero spirito, oppure assai giovane, e di buona indole, perché la sola purità di fanciulla, se non vi è buona inclinazione, rare volte basta. Infine il maggior studio di V. S. sarà nel pigliare nuove sorelle, non con denaro, o nascita, ma costumi, e spirito. Nel resto, poi questo passar di monache non si permette, se non per fondare, o riformare; né fra le monache si usa passare: ad strichorem; e poi pare a lei di ammettere nel suo monastero una monaca di monastero tale; questo avviso le sia regola generale.
E qui riverisco la signora Duchessa, saluto li figli, Mariane, Minimi, e orfanelli, e tutti preghino per me.
Roma, 4 luglio 1663.

top



1663 07 07 AGT ms. 233, f. 108 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. del 30 passato con la risposta al signor Card. Pallavicino, quale l’ha goduto molto, ma dice che il vero amore ce lo mostrerà quando verrà qui a favorirlo nel suo albergo, e parla con tutto cuore; V. S. lo corrisponda con le orazioni delle nostre Mariane, e Minimi. Godo del gusto tiene la signora Duchessa, che il quadro si faccia con l’autorità dell’altro mio santo Card. Carpegna, e sappia che egli lo tiene notato nel suo libretto di memoria, ed ieri appunto lo trovai con pittore, e gli parlò di questo, e perché quello gli propose un originale nella Chiesa di S. Petronio, il signor Cardinale disse, voglio io col Padre D. Carlo venire un giorno a vederlo, or vedete, se si può far con maggior cautela, tutto è poco per amore della gran Signora.
Hieri pure siamo andati a S. Pietro per esser la sua ottava, e gli resi omaggio per tutte le VV. SS. e le mando questa meditazioncella, che è piaciuta assai a questi miei santi Cardinali. Voglio anco dirle una cosa singolare, ma disse il signor Cardinale che se bene è nel materiale del Tempio, pure servirà molto a vedere quanto Dio benedetto ha voluto glorificare questo Santo, anco in terra con una sì meravigliosa Basilica. Il fatto è che la spesa delle sole corde, dal Pontificato di Paolo V fino alla cura ne tenne il signor Card. Capone, che sarà da circa 10 anni, importa un milione, e trecento mila scudi. Farò diligenza per la monacanda in Caltagirone con Mons. Vescovo di Siracusa, e appresso risponderò. Riverisco la signora Duchessa, saluto i figlioli, Mariane, e Minimi, e a tutti le VV. SS. benedico nel Signore.
Roma, 7 luglio 1663.

top



1663 07 20 AGT ms. 233, f. 109 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

o fatto diligenza per la dispensa del San Filippo, e fatto segnare la supplica; ma non ho spedito il breve, perché la spesa ammonta 44 scudi romani, cioè 11, 44 per spedizione di breve, e 32, 80 per l’elemosina in cambio di venire a servire la fabbrica, né si può far di meno, V. S. avvisa quello gusta, che sarà servita. Mons. di Siracusa ci ha favorito per la monacanda di Caltagirone per tre anni, perché così suole fare, ma promette che passati detti tre anni, farà proroga di altri 3 anni, che sono più dei cinque piacendo la parte, anzi se è servizio di V. S. potremo servirli circa la dote, con farle scalare qualche buona somma del solito, spero che prima parte l’ordinario, avere la lettera.
Manderò la lettera al buon Ottaviano; io sono entrato in certo scrupolo circa i suoi conti del denaro pagatole, ed esatto da V. S., la prego a farli confrontare con sua madre, perché come sono donne, tengono conto di un denaro, e così vorrei sapere, se il denaro ha pagato a V. S. corrisponde con l’avvisi che le ha dato da principio il figlio, dal quale io non potrò seguire questo conto così minuto, V. S. mi fa grazia levarmi questa spina.
Godo assai dei buoni principi della Tonnara, e prego nostro Signore, la santa Vergine, e il buon Pescatore di S. Pietro per una ottima pescagione. Il Padre Diana dopo il corso di 77 anni, oggi è andato a godere il premio, come speriamo nel Paradiso. Godo per essere passato a mie mani, e con quelle belle parole: in manus tuas Domine commendo spiritum meum; oh che bella cosa morire in una cella, scordato dal mondo, e tutto intento al Crocifisso; la sua morte è stata intesa da tutta la città, e sarà intesa da tutto il mondo; nella sua infermità: commota est universa civitas; Prelati, religiosi, e altri eminenti Cardinali giornalmente l’hanno favorito, e nostro Signore gli ha mandato due volte Mons. Altieri, suo coppiere, e con una benignità straordinaria gli ha mandato a dire, che voleva sapere, se teneva qualche parente di abito lungo in Palermo, che lo voleva provvedere di qualche buon vescovado. Ma il buon Padre gli ha risposto sempre, che egli non aveva mai pensato a parenti, e che nemmeno doveva pensarli nella morte. Azione così eroica, che ha coronato tutte le altre sue virtù, che per 25 anni ha sempre mostrato in Roma, la quale lo ha acclamato per santo; V. S. lo raccomandi alle nostre Mariane, e Minimi con ogni fervore. L’opera nostra la vedrà compita nel Paradiso, già sta finita, manca solo l’indice alfabetico, e li primi preludi ordinari, ci vorrà di altri 30 fogli, la sostanza già grazie al Signore è compita, a segno che il signor Card. Pallavicino ne ha voluto legato un corpo, se ne serve da oggi. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, e Minimi, e tutti preghino per me. Roma, 20 luglio 1663.

top



1663 07 28 AGT ms. 233, f. 110 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. le lettere di Mons. di Siracusa per la monacanda, sono dirette al Vicario generale in Siracusa perché i vicari foranei non fanno cosa senza sua saputa, V. S. la mandi subito, che sarà servita puntualmente. Tengo due sue del 16 e 22 passato, e godo della devotissima festa dello Spirito Santo hanno fatto le nostre Mariane. Ma a me non piacciono quegli organi musicali, e se bene ora pare, che conciliano la devozione, ad ogni modo col tempo possono essere occasione di levarla; V. S. basta in questo di fondare, e stabilire questo santo monastero in santa solitudine, e senza commercio di secolari. Il vaso del nostro cuore è così stretto, che non può capire le creature col creatore; queste musiche, questi organi attirano genti, richiedono poi maestro: ecco aperta la porta a secolari, al mondo, e distrutto tutto lo spirito; scrivo di cuore, perché non sicuro, che sarò inteso pur di cuore dalle mie sante Mariane; quali saluto tutte, e prego a pregare sempre per me. Per i nostri eremiti già ho mandate le regole del santo di Sales, e consulterò il punto del patrimonio che V. S. cenna, e intanto preghiamo tutti nostro Signore per il santo amore, col quale facciamo tutto.
Manderò la lettera al detto Ottaviano, e già lui ha previsto il caso del fratello, il quale essendo già drizzato alla Chiesa, non lo necessita a cosa veruna; V. S. si compiaccia del lavoro, che pretende fare il Signore in questo giovane. Il Padre Silos con questa posta scrive tenere lettere di V. S. col signor Giandaidone, al quale attenderà a scrivere, e io la ringrazio pure dell’avviso mi dà V. S. e quando occorresse manderò il cambio addirittura al signor Amodei. Ringrazio nostro Signore dei buoni apparecchi della Tonnara, e prego nostro Signore a felicitarli in suo santo servizio. Il nostro santo Card. Pallavicino sempre lo saluta, e particolarmente nelle nostre cene, che sono divenute ogni settimana; V. S. preghi nostro Signore che non lo scandalizzi, e mi approfitti della sua dottrina, ed esempio, e così ne faccia pregare alla signora Duchessa, e figli, Mariane, e Minimi, ai quali tutti saluto nel Signore.
Roma, 28 luglio 1663.

top



1663 08 11 AGT ms. 233, f. 111 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo due di V. S., una del 27 Giugno e l’altra del 5 passato, una breve per tenere sei buoni religiosi, e l’altra per non tenere mie lettere; pure io sarò breve per dover uscire col Padre Superiore. Godo molto del battesimo del turco del nostro signor Barone Alfano, e molto più del fervore tiene ai nostri santi misteri, e prego nostro Signore me lo faccia santo, e VV. SS. cooperino tutti con gli esempi, e documenti. Godo anco delle buone nuove della Tonnara, e prego nostro Signore a volere perfezionare tutto con la sua santa grazia.
Riverisco la signora Duchessa, e figli, saluto le mie Mariane, e Minimi, e a tutte le VV. SS. mi raccomando strettamente nelle orazioni.
Roma, 11 agosto 1663.

top



1663 10 02 AGT ms. 233, f. 113 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa del nostro santo Cardinale con due parole di risposta, se così le piaceranno. Le cipollette (1) già sono mandate al Padre D. Filippo, V. S. le faccia subito piantare, perché il tempo è passato avanti, e gli faccia fare diligentissima coltura; con dette cipollette mando cinque libri di architettura in genere, e specie bellissime, uno di tutte le Chiese primarie di Roma, e un altro dei suoi maggiori Palazzi, e così V. S. da lontano godrà le grandezze di Roma, con più puntualità non le vedo io perché in questi disegni vi è la scala dei palmi, e si possono vedere a puntino. [mando ancora] La vita della mia santa infante di Savoia, Devozione della Madonna del Padre Coragnami, che credo non averla mandata avanti, ma niente soverchio per la gran Signora; un libro di tutti i maestri del sacro Palazzo, quali mi donò il Padre maestro, e dicendole io, che lo voleva mandare a V. S. egli me ne mandò un altro, è cosa assai curiosa; il Padre maestro tiene certa tribolazione, io spero servirlo in qualche cosa, V. S. lo raccomandi al Signore; la Vita della SS.ma Madre in elogi bellissimi, con alcuni spiriti frizzanti che possono servire per punti di orazione, e giaculatorie, vi sono alcuni discorsi latini, e poi questioni curiosissime, spero le piaceranno assai, tanto più che vi bisognerà un poco di studi; un diario di fasti mariani con le feste dei Santi, e una bellissima sentenza dei santi Padri per ogni giorno, i fasti sono oscurati, pigli occasione di farli dichiarare a figlioli, né pensate che di questi diari ve ne sia miniera, che se ne possono mandare sempre di una forma; ma io sempre fo diligenza, perché è un buon pabulo; un libretto bello sulla composizione del santo Cielo mariano, e una orazione di San Filippo Neri, li godranno tutti con le mie Mariane, e eremiti.
Io per queste spese, le passate, e per l’opera del Padre Diana ho avuto di bisogno di denari, e con questa posta le mando cambio di scudi 50 supposta la licenza di V. S. e signora Duchessa, alla quale con figli, Mariane, e Minimi benedico nel Signore e lo preghino per me.
Roma, 2 ottobre 1663.
(1) bulbi

top



1663 10 22 AGT ms. 233, f. 114 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. del 16 con la bella anatomia che ha fatto del nostro libretto di S. Pietro, ma io non voglio che passa l’intelletto, quando ne assapori l’affetto. Al ritorno che farà da Castello nostro Signore vedremo con questo il signor Card. Carpegna e Corrado per la santa indulgenza. L’osservazione del S. P. Q. R. è osservata, e stampata da molti, e qui un signore ne tiene un grosso fascio, e io pure ne ho fatto alcune altre, che mando per ricreazione spirituale, e per regalo a D. Giuseppe. Ma grazie al Signore questa che io porto, è la più propria, la più grave, e la più devota, né toccata da nessuno, ed è piaciuta assai quella parola: quiescit trovata nell’autorità di Crisostomo, come ella osserverà: benedictus Deus.
Mando l’acclusa di Ottaviano per consolazione della madre, e gusto di V. S. lui serve qui, e ci tratterò gli interessi della madre, e suo ritorno per l’anno seguente, se bene V. S. avvisa la risoluzione da costì, per non levare a questo il posto certo per l’incerto. Al ritorno di nostro Signore presenterò il memoriale per i nostri Minimi, e intanto desidero che V. S. ne faccia scrivere in breve la serie della vita che osservano oggi fra loro, come esteriormente con popoli, così circa la coltura della vigna, e campo, e credo l’esercizio di fare l’ostie sia cominciato. Infine ogni pratica e orazione minutamente in ordine a pensare alle regole, e me li raccomando alle orazioni. Darò la lettera al Padre maestro del sacro Palazzo, che sta buonissimo, e V. S. terrà un buon amico, e senza interesse, perché il signor D. Lorenzo mi scrive una lettera assai risentita, dicendomi, che lo tratto di miserabile, che le mando queste spese. Il quadro, e sigillo per il monastero restano a conto mio, spero seguire tutto il suo gusto. Le mando l’acclusa devozione per la festa dell’Immacolata Concezione, che l’ho fatto per il signor Card. Carpegna, il quale gusta questi puntini brevi, spero verrà a tempo per praticarla V. S.; evviva la purità di Maria. Finisco, per trovarmi occupato. Saluto la signora Duchessa, figli, Mariane, e Minimi, e tutti preghino per me.
Roma, 22 ottobre 1663.
V. S. mi mandi la vita latina di Iacopo Merlo, che le mandai una volta, e può inviarla con la posta, che mi serve per un certo negozio assai; V. S. avvisi se le sono capitati i libri spirituali del signor Marchese di Aidone.

top



1663 10 27 AGT ms. 233, f. 115 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando l’acclusa al nostro buono Buonaventura, e a V. S. mando segretamente qualche osservazione ho fatto sopra le costituzioni; perché le annotazioni mi paiono cose di poco momento V. S. ne conferisca strettamente, e lungamente col Padre Maggio, faccia aggiustare ogni cosa bene, e poi io qui con la grazia del Signore spero far dare l’ultima perfezione al tutto, intanto preghiamo la sua divina bontà. Per la santa Duchessa, quando non si fosse fatta risoluzione e bisognasse farla, V. S. può dire al Padre Maggio, che se li paresse si potrà fare, con l’assenso e consulta del nostro Vescovo, perché dopo piacendo al Signore riavendosi facilmente qui avremo licenza di entrare di nuovo, perché se veramente ripiglia salute, io stimo deve di nuovo entrare, né stimo ciò esser cimento, perché all’uscire sempre si siamo, né priviamo la signora di quel gran bene del ritiro religioso, o almeno di tentarlo per quanto si può, prego nostro Signore l’ispiri quello sia maggior gloria sua.
Procurerò le medaglie che comanda la signora Duchessa, e così le 4 Madonne per le nostre Mariane. Benedico tutte le VV. SS. nel Signore e preghino per me. Al Padre Maggio bacio i piedi.
Roma, 27 ottobre 1663.
Perché essendoli capitato il detto quadro, sappiano d’onde venga, aspetto detta nota perché mi sono scordato avvisarli, penso vi siano altre cose, che le procurai, che il Padre Tommaso Buscemi della Compagnia, e nostro compagno nel viaggio dello sbattuto vascello, e quarantena mi avvisa, che ultimamente gli era capitato certa cosetta di scritti nostri con un bellissimo quadretto. Io appena mi ricordo, che vi fosse, scrissi che si consegnasse al Padre D. Francesco Maria Lucchesi nostro, al quale ho scritto mi mandasse nota delle cose, e che il quadretto lo mandasse a V. S. e mi ricordo che è quello mandava la b. m. del signor Paolo Giordano alla signora Duchessa, l’avvisi.

top



1663 11 07 AGMB ms. copia (A suor Maria Serafica della Concezione, sua nipote)

ev/da in Cristo Madre Il signor Duca mi scrive che V. R. è stata fatta Vicaria, me ne sono rallegrato assai, perché infirma mundi eligis Deus, e se ella attenderà a conoscere bene il suo niente, vedrà in lei effetti mirabili della divina perfezione, si ricordi che il Signore disse: veni ministrare, et non ministrari, e l’evangelista dice: coepit facere, et docere.
Il Superiore ha da servire, non comandare, et ha prima a fare che ad insegnare. V. R. ha da servire tutte le sorelle, et ha da fare prima di tutte. Le ha da servire nel temporale, ha da fare l’infermiera, la cuciniera, la servente, et assistere a tutto, acciò alle serve del Signore non manchi cosa delle comodità religiose. Le ha da servire nello spirituale con esercitare li perfetti nelle virtù eroiche, ma prima praticate da lei, in aiutare le tiepide più con l’esempio che con le parole, con correggere gl’imperfetti più con le vostre lacrime, che con le loro penitenze. Si ha da fare con l’Apostolo [S. Paolo], tutta a tutti. Vi voglio diligente, ma non sollecita, essendo lo spirito del Signore di pace, e non di inquiete. Si elegga una sorella per ammonitrice con avvisarci li suoi difetti; e si elegga un’ora per esaminarli da se sola nell’orazione; né male operi, o risolva cosa alcuna senza l’orazione. L’orazione, umiltà, e carità saranno le vostre individue compagne; e nostro Signore la benedica, e lo preghi per me, e mi raccomando sempre all’orazione delle sue sante sorelle.
Roma 07 novembre 1663.
L’avverto a non volere fare cose nuove, ma a perfezionare l’orazioni fatte, ma bene. Vale più una piccola moneta d’oro, che una medesima di rame.
Nostro Signore la benedica di nuovo e pregate sempre per me.

top



1663 11 12 AGT ms. 233, f. 116 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ispondo a 4 di V. S. del 5, 12, 14 e 17 passato. Mando la risposta del signor Cardinale, bisogna studiarla, e queste lettere si registrano in ordine alla stampa. Io ho fatto quattro parole di risposta, se le piaceranno; la lettera del 17 con i pistacchi venne prima di quella del 14, nella quale V. S. mi diceva essere pistacchi nuovi; ma io attendendo a quello, aveva scritto a V. S. pensava essere dei vecchi, e così le dissi. Onde V. S. ha da rifare questo mio errore materiale, mi dispiace della spesa, ma V. S. e la signora Duchessa mi leveranno di questo scrupolo, le paste poi, e acqua di scorsonera le manderà come ella dice appresso, e per la Pasqua. Il signor Cardinale già le manda l’indulgenza da se, e io gli ho detto delle cipollette, e ha posto sottosopra Roma, trovandosi seminate, finalmente le ha trovate, e stimate per tesoro, e verranno con la fregata di fastuchi (1); qui sono stimatissime, e il signor Duca di Sermoneta curiosissimo vicendevolmente di queste cipollette, ne faceva venire sino da Germania, e mi pare ne pagò una più di 30 doble, ma adesso i governi le avranno fatto scordare i fiori, V. S. li dedichi per i sacri altari, per i quali ogni cosa è poca.
Io ho aggiunta una postilla alla lettera, non per persuaderla a ciò, ma quando gustassero far servizio a questo signore potranno fargli questo regalo, se bene egli è così rigido in questo, che dubito alla prima lettera non ne faccia la ripulsa. Il signor Stefano Pignatelli, cavaliere ricchissimo, virtuosissimo e amicissimo del signor Cardinale sapendo, che egli voleva far fare un orologio, ne li mandò uno di casa, ma egli lo rifiutò, e ritirandosi amichevolmente il signor Stefano, stante quella spesa, poterne S. E. fare elemosina, la causa fu rimessa a me, e io fui di parere, che era atto di più perfezione non ricevere l’orologio, che fare 80 scudi di elemosina, che alla fine questo è una cosa ordinaria, e la può fare ogni persona privata; ho fatto questo episodio per V. S. edificarsi di questo santo Cardinale; quando gli dispiacesse questo regalo, si potrà fare di tela d’argento ricamato di corallini e oro con un lavoro gentile e vago, e nel mezzo il SS.mo nome di Gesù con i suoi raggi. La borsa della stessa maniera ricamata sola di una faccia, e nel mezzo un crocifissetto di corallo, che sogliono valere 15 o 20 scudi con la croce di una lamina sottile di rame dorato, e attorno il lavoro dei corallini, ma con ricamo grosso per corrispondere al crocifissetto rilevato, e anco perché non ha di esser maneggiabile, come il sopra calice, il ricamo potrà essere, se le pare di palme; questo è un mero discorso, né pensiamo, che a me preme una nota se è cosa solo di loro gusto. Ho dato ordine per l’istante, e con la fregata manderò i libri mariani, diario e altri, e anco le carte dei disegni, che sono curiosissimi, e compitissimi, costano scudi 8, le figure per i figlioli, né so se vi sarà tempo per le sei medaglie della signora Duchessa, alla quale potrete applicare l’indulgenze concessemi dal signor Cardinale.
Per i nostri buoni eremiti aggiustino col Padre Maggio le costituzioni, che il signor Cardinale farà tutto; bacio i piedi al nostro Padre Maggio, e da lui avrà la nostra Serafica Maria la sentenza, e ogni altro buon indirizzo. Attendo a servire la signora D. Lucrezia, e così al Padre Focolari, scrivo due parole, ma farò tutto appresso. Godo del santo ritiro, e circa gli anni io non conto più cinquantesimo, già siamo all’eternità non abbiamo da finire mai; onde solo resta a far buona provvisione per la santa patria, non ha da venire no, l’eternità, già siamo in essa, però bisogna operare come eterni, e non temporali, V. S. faccia concetto di questa eternità, e preghi il Signore che io anco lo faccia bene, e saremo tutti santi, lo raccomandi anco alla signora Duchessa, e tutti benedico nel Signore.
Roma, 12 novembre 1663.
(1) pistacchi

top



1663 12 08 AGT ms. 233, f. 117 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

l Padre Silos prima di V. S. mi aveva scritto i suoi regali, V. S. lo conservi amico affettuoso, perché è santo religioso; e V. S. nell’occasione di importanza, Caricatori, Tande, signor Vanni etc.; le scriva lei, perché farà più impressione, e si varrà delle sue lettere col signor Duca, perché quando trattiamo tra noi religiosi, pare che V. S. non prezzasse la sua grazia, e il signor Viceré non le parrà, che a lei preme il negozio; io non dico questo per scusare le mie lettere, che ne farò cento, ma perché mi pare così più il servizio.
Il Padre Cicala torna dalla Spagna, io già le ho scritto che ivi è il Padre preposito D. Francesco Maria Carafa, e Padre D. Emanuele Calascibetta, amicissimi e ultimamente le scrissi l’andata del signor Abate Giustiniani. Appunto il signor Cardinale mi manda un bellissimo piatto grande di cipollette, sono coppie grandi e piccole, 34 con suoi nomi, e potete armare un gran giardino; la maggior parte gliela ha mandato Monsignor Massimi venuto Nunzio dalla Spagna, e sono così rarissime, spero che farà una flora singolare in Sicilia, tutto per i sacri altari, nostro Signore lo benedica.
Roma, 8 dicembre 1663.

top



1663 12 08 AGT ms. 233, f. 118 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

l nostro signor Card. Pallavicino ha avuto altre sette cipollette, e cinque radici preziosissime, che le ha dati il signor Abate Giori, che le ha trovate nello scrittoio del signor Card. Giori, suo zio di s. m.; il tempo è passato tanto avanti, che mi hanno consigliato sementarle qui, in una grasta grande, per vederne, se potessero riuscire, e dopo mandarle a V. S. per l’anno seguente come le ho fatto; altrimenti sarà un rischio certo di perderle affatto. Io aspetto sue lettere, non me lo dite in altro per domandare ad abbracciare il mio Marraccio, il giorno dell’Immacolata nel cui nome benedico V. S., signora Duchessa, figli, e tutti.
Roma, 8 dicembre 1663.

top



1663 12 15 AGT ms. 233, f. 119 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. del 11 passato con il ritorno dal santo ritiro; l’aver conosciuto di non aver fatto niente, è stato buonissimo frutto, e io vorrei considerasse l’altro punto, cioè quanto ha fatto Dio per lei; mi ricordo spesso, che quando eravamo insieme costì, vedendo le continue misericordie, che il Signore ci faceva anco nelle cose temporali, dicevamo che la nostra vita era impastata di miracoli, per quello ella mi va scrivendo, e per quello che passa, io vedo che il benigno Signore segue il suo stile. Or se il Signore fa continui miracoli che faremo noi? Ma vedete un altro gran miracolo del Signore, faremo gran cose noi per Dio, se faremo la sua volontà; or se questa la possiamo far sempre, sempre faremo gran cose per Dio; si inferma, muore il Padre Ventura, si infermano la Duchessa, i figli, e in tutto gran cose, perché si fa la sua volontà. V. S. fissi l’occhio qui, et omnia bene, e per farlo bene, le ricordo di nuovo a considerare la nostra vita impastata di miracoli.
Mando l’acclusa del nostro medico Ottaviano, giovane veramente del Signore e l’attenderò, farò quello che dovrò, e ne avviserò a V. S.; alla fine qui benedico nel Signore, come fo alla signora Duchessa, figli, Mariane, e Minimi, e a tutti mi raccomando alle orazioni.
Roma, 15 dicembre 1663.

top



1664 01 12 AGT ms. 233, f. 122 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. e quella del Padre Maggio, il quale tutto mi ha consolato con soddisfazione ha tenuto delle cose spirituali di Palma, e sua Casa, e spero nel Signore che l’accrescerà, e perfezionerà, e ne aspetto l’avviso con ogni desio. Ammiro poi le opere del Signore di essere arrivato detto Padre in tempo preciso della risoluzione per lo stato della signora Duchessa nel monastero, né io poteva desiderarvi meglio, né ho ringraziato Dio benedetto, e aspetto con ogni pace la determinazione, come cosa ordinata da Dio, e così spero, che con loro soddisfazione particolare sia anco ricevuta, perché Dio non ci guida in questi tempi con Angeli, ma con consigli dei suoi servi: benedictus Deus. Scrivo l’acclusa alla signora suor Antonia, e avrei voluto che V. S. me ne avesse dato il suo senso, come le scriveva, però lo faccia adesso per risolvere quello che sarà maggior servizio del Signore, stimando io il monastero più che le pupille degli occhi propri. Il medico Ottaviano anco non è venuto, farò quanto V. S. mi dice, ma credo ella vorrà sapere il trattenimento dal punto medico, perché non vorrà accettare con le cure incerte, V. S. scriva più chiaro. Godo sia capitato il quadretto, né nella cassetta vi fu altro di buono, molte altre cose le procurava e le scriveva all’ora tutte sono disperse; buono è che si salvò questo quadretto, e le VV. SS. lo stimano, perché è originale, e il signor Paolo Giordano lo stimava assai nella sua galleria, e due simili nella sua morte li lasciò al signor Principe di Paternò, e uno mi pare a Monsignor Cameloz. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, e Minimi.
Roma, 12 gennaio 1664.

top



1664 01 15 AGT ms. 233, f. 123 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

iva, viva la gran Madre di Dio, già abbiamo ottenuto l’immagine di Maria per le sue Mariane, su il loro abito di S. Benedetto. Me ne rallegro con V. S., signora Duchessa, e tutte le nostre sante monache, già fatte cavallerizze della gran Signora. E’ stata una grazia singolare e credo unica per tutta Italia, perché né anco le monache della santa Farnese la portano; ora intendete la storiella, che io vi promisi la prima volta, che fui ad informare Mons. Ugolini, subito mi domandò qualche esempio, io gli risposi, che gli avrei portato la vita di suor Maria Farnese, e perché non la teneva, corsi subito nello stesso punto nel gran mariano Marraccio, e trovo, che pur lui non la teneva pronta, avendola accomodata ad un Padre, che non era ivi, e a caso mi mostrò un suo libro: Vindicatio S. Catherinae Senensis. Onde nel foglio 79 si dice che Papa Urbano concedette questa immagine alle monache di S. Caterina in luoches (sic) di Toledo. Mentre stavamo esaminando questo libro, ecco viene il Padre con la vita della Farnese, dove solamente le fu concesso lo scapolare bianco della Concezione senza figura, e inoltre diceva che ciò quella signora mai aveva potuto ottenere dalla Sacra Congregazione, cosa che avrebbe ingelosito assai i ministri del Papa. Onde io ammirata, e adorata la divina Provvidenza, tornai subito da Mons. Ugolini con quella di Santa Caterina, e restò soddisfatto, lo stesso mostrai a Mons. Febbei, e finalmente la Madonna ha voluto fregiare, e arricchire i cuori delle sue Mariane con la stessa sua immagine, spero per la settimana entrante forse mandarle il breve. Viva, viva la gran Madre di Dio. Giovedì fui da Mons. di Catania, e anco non è venuta la cedola, onde io non gli volli parlare del nostro eremitaggio, perché avendo tempo, desidero avere prima lettere di V. S. mi cenna del consulto che farà con il Padre Riformato predicatore dell’Avvento; per dire a V. S. quello che intendo, questi eremitaggi pendono più da soggetti particolari, che da Superiori, i quali non vogliono obbligare i sudditi a questi rigori, senza loro raccolta, e preghiere, però vorrei che V. S. facesse diligenza costì di 4 o sei soggetti di questi desideri. V. S. una volta mi mandò una lettera di un suo amico Riformato assai spirituale, poco tempo è uno scrisse da Palermo qui, che desiderava dal Padre generale esser assegnato per uno di questi eremi; questa è la strada più facile, e a noi basta cominciare con questo titolo, perché nel resto, quando il convento si fonda con la povertà delle fabbriche, come stanno oggi, da poi sia come sia sarà sempre eremo, perché la vita di quei Padri è così aspra, che accoppiata col sito del luogo sempre sono eremiti; V. S. consideri tutto e avvisi ogni suo gusto, che qui con Monsignore, Padre Cavallo, e Padre provinciale si farà tutto, e nostro Signore e la Madre SS.ma e il Padre San Francesco drizzeranno tutto. Monsignore poi la saluta caramente, e le vive cordialissimo. Aspetto avviso, se sono capitati i libri del signor Cardinale e le statuette dei Santi Clemente, e Celso, mandate più tempo si è. Questa mattina appunto sono venuti i buoni Preti di Palma, e li ho abbracciati tutti cordialmente, non ho avuto tempo di discorrere a lungo; ma si farà con la grazia di Dio, e domani si invieranno per Formello, e sarà l’allegrezza del buon medico Ottaviano. Con questa posta non tengo sue lettere, la saluto con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi e orfanelle, nostro Signore le benedica e tutti lo preghino per me.
Roma, 15 gennaio 1664.
Non mando la Vindicatio di S. Caterina, perché è libretto in 4° e poi ristampato in Palermo.

top



1664 01 26 AGT ms. 233, f. 124 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la gratissima di V. S. del 16 passato, e godo in estremo della soddisfazione grande che tiene il mio santo Maggio delle cose di costì, e degli indirizzi vedrà, e spero sia l’angelo mandato dal Cielo, e ne sto aspettando gli effetti con precisi avvisi. Ringrazio Dio benedetto delle grazie fa a questo vostro figlio con la vocazione alla santa religione, che è figlio dei miei desideri; V. S. ha fatto prudentemente a dilungarle l’esecuzione; io non so bene, che età tiene, vorrei bensì compisse i 18 che è il tempo maturo, e va l’adagio siciliano, ha 18 anni fatti; V. S. lo conservi in fervore, e il maggior segno della vocazione è la costanza, e perseveranza in essa, e io qui attendo continuamente a pregare, e farne pregare nostro Signore. Godo anco di avere scritto al Padre Silos per il negozio delle tande e con questa posta tengo sue lettere, e si querela di V. S. che lo tiene ozioso. Onde spero che farà ogni opera, e in tanto ne prego nostro Signore a quo omnia. Grazie al Signore si è finita l’opera del Padre Diana, e mandata una balla in Palermo al Padre D. Michele Leone, con ordine di mandarne 12 esemplari a V. S. per se e gli amici; e se più ne vorrà ce l’avvisi. Qui ancora non si è pubblicato, perché il libraio Cassone, che fa la spesa, tiene avviso da Leone, che subito la ristamperanno. Onde egli per assicurare la sua mercanzia, ha fatto le balle per costà, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, e Milano. E poi fra un mese la pubblicherà qui, da dove sicuro si manderanno da corrispondenti a Leone, solo ne ho dispensato alcuni ad amici confidenti. Il nostro signor Card. Pallavicino ne ha voluto sei per i signori Card. Barberini, Corrado, Altieri, Franciotti, e Farnese. Io l’ho avuto a caro, per corrispondere alle obbligazioni grandi gli professo, e anco per segno, che l’opera piace a questo segno, tutto grazie al Signore, pure è stato bisogno darne al signor Card. Carpegna, Brancacci, Bandinelli, Borgese, Cibo, e anco ad altri prelati, e amici. Onde dei miei 70 pochi resteranno. Onde io sono fallito per questa strada di dare a V. S. e signora Duchessa qualche denaro di quelle spese; anzi per levarmi gli scrupoli ho supposto in loro licenza per la generalità che me ne dava, e ne aspetto il loro consenso per maggior quiete; resterà credito tengo della Casa nostra della Catena, credo supplire in qualche maniera. Ho ricevuto una di V. S. in favore del Padre Cristoforo di Girgenti, minore osservante, ho parlato col Padre generale, e mi favorisce incorporarlo alla provincia di Mazara venendo l’assenso di quel Padre provinciale, come ella mi cennava; gli ho scritto tutto in Napoli, da dove mi scrive, e così resterà servita.
Mando l’accluso voto del signor Card. Pallavicino nella prossima promozione di Cardinali, i cinque che hanno avuti Papi nelle loro famiglie sono Buoncompagni, Gregorio XIII, Carafa, Paolo IV, Bonelli, Pio V, Piccolomini, due Pii 2, e 3 Savelli più Pontefici. Il sesto fu Celsi auditore di rota (la rota è il primo Tribunale di Roma) e però è bellissimo il concetto che è stato innalzato più dalla rota di sapienza, che da quella della fortuna; ma la lode personale, e individuale mi pare del nostro Carafa, dissi nostro, perché tiene due fratelli dei nostri.
Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, mie Mariane, Minimi e orfanelle. Roma, 26 gennaio 1664.

top



1664 02 12 AGT ms. 233, f. 125 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. del 12 passato, non mi è capitata ancora la lettera in raccomandazione del signor Arciprete Focolari, venendo farò quello che devo, e ringrazio V. S. della prevenzione mi fa in simili raccomandazioni. La settimana passata fu la nascita del Papa. Il nostro signor Cardinale fece un buon pranzo ad alcuni Prelati intimi suoi, e di Palazzo; io ci volli spiritualizzare la festa con mandare in un pieghetto l’acclusa devozione, che è piaciuta molto. V. S. ne ringrazi nostro Signore che l’ha ispirata, e lo preghi per me, come io fo sempre per V. S., signora Duchessa, figli, Mariane, e Minimi ai quali tutti riverisco.
Roma, 12 febbraio 1664.

top



1664 02 20 AGT ms. 233, f. 126 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

icevo le sue lettere con particolare consolazione, e ringrazio nostro Signore delle grazie grandi le fa, e lo prego a volerle perfezionare alla maggior gloria sua. Il signor Duca mi aveva scritto questa sua risoluzione, io gli risposi lodandola molto, ma che desiderava si facesse con più maturità, che dovesse aspettare l’anno 18; V. S. poi mi scrive così breve, e saviamente, che io non posso donarle, che questa risposta generale, la prego a pigliare qualche tempo di particolar ritiro, e scrivermi largamente, e schiettamente la sua vocazione, modo, diligenze fatte, esercizi presi, consulte passate, e minuto conto di quello che passa fra se, e Dio, che poi su questo io potrò prendere consiglio da persone esperimentate, e servi del Signore e darle sanamente il mio parere; V. S. tenga tutto segreto, né si dia per inteso in questa materia, e dica con S. Francesco: secretum meum mihi. Nel resto sa Dio quanto io l’amo, e qui lo vorrei vedere santo, nostro Signore me lo faccia, e preghi per me.
Roma, 20 febbraio 1664.

top



AGT ms. 233, f. 127 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. del 7 passato con avviso della partenza del Padre Maggio, e godo molto dei suoi fruttuosi travagli, e soprattutto dell’aggiustamento del monastero, e eremitaggio, e ne aspetto le scritture, e farò quanto posso, essendo queste due opere, due gemme per me carissime.
Scrivo l’acclusa a D. Giuseppe ed è bene nei giovani particolarmente provare la loro costanza, nel resto se il Signore chiamasse D. Ferdinando, sarebbe la maggior gloria della Casa, con finire, come finì quella del gran Bernardo. Vedete mille anni rispetto all’eternità meno di un momento, la terra rispetto al Cielo meno di un punto, bisogna pensare a quel sempre, e a quel tutto, il solo scriverlo mi rallegra il cuore.
E’ venuto il tempo, se piacerà al Signore di andare alla santa Casa, il nostro signor Card. Pallavicino ha designato la festa dell’Annunciata, la partenza sarà il 18 Marzo per arrivare a tempo. Hor notate i misteri, il 18 è la festa dell’Angelo Gabriele, che fu mandato per tal Annuncio. Onde sì come egli per fare questo viaggio prese forma umana, così tocca a me il pigliare forma angelica, e così lo spero nel Signore fare questo viaggio: in ieiuniis, et vigiliis, perché gli angeli non mangiano, né dormono, e in continua contemplazione, che è la vita degli angeli, e questi saranno l’esercizi del viaggio per quanto potrà l’umana fralezza.
Ma attendete altri arcani il 19 S. Giuseppe, o il 20 S. Gioacchino nella festa del quale si fa commemorazione anco di S. Anna, così in questo viaggio l’incontrano i sei personaggi di questa SS.ma Casa, San Gioacchino, S. Anna, S. Giuseppe, S. Gabriele, la B. Vergine, e il Verbo umanato; io non posso considerare tutto senza tenerezza; e spero, che la divina bontà ci farà godere gli effetti di questa armonia, e io mi apparecchio a corrispondere come posso e penso fare questo viaggio alla grande; onde quando vi sono avanti Principi grandi, fabbricano scettri, collane, e gioie preziose, così attendo a lavorare qualche dono; basta, nostro Signore asseconderà i miei desideri, o per dir meglio i desideri, che ci dà lui. V. S. con la signora Duchessa, Mariane, e Minimi e tutti mi accompagneranno in questo santo viaggio, tanto più, che io le porto i loro cuori, e pregherò la loro carità in quella santa Casa, e nell’ora più sua felice, che fu la mezza notte del 25 di Marzo, quando: Verbum caro factum est. Ho dato le sue lettere al signor Cardinale che ci sono state carissime, circa il sopra calice, e borsa, se le VV. SS. veramente vogliono darli, mi avvisano il tempo potranno farlo, che io prenderò buona occasione di dirlo, e così sarà un dono due volte dato; oltre che dubito lo ricuserà. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi.
Roma, 28 febbraio 1664.

top



1664 03 08 AGT ms. 233, f. 128 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettere di V. S. con le costituzioni dei nostri romiti, con la nota in una cartuccia, e lettera al Padre generale, vedrò tutto con comodità, aspetterò le lettere del mio santo Maggio, e poi farò quanto V. S. comanda, bensì che anco aspetto sua risposta circa quello io le ho scritto sopra questo luogo. Godo in estremo delle sante ispirazioni le dà il Signore circa il suo ritiro; V. S. ci faccia le sue dilettazioni amorose, e ne goda almeno col desiderio; e chi sa che ha da fare il Signore, o con questi eremiti secolari, o altri claustrali, come le ho scritto, nostro Signore ci guiderà sempre con la sua santa grazia; le mando l’acclusa del dottore Ottaviano, e io credo, che verrà più medico spirituale, che corporale. Qui è venuto il signor Principe di Villanova, è molto parziale di V. S. e mi dice gran cose di lei, e dei figlioli, prego nostro Signore voglia perfezionare tutto, la saluta caramente e per dirle le sue parole se li ricorda schiavo, ce l’avviso per vedere l’affetto dell’amico. Riverisco la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi, li benedico nel Signore e mi raccomando continuamente alle loro orazioni.
Roma, 8 marzo 1664.

top



1664 03 15 AGT ms. 233, f. 129 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. del 10 passato, e godo che se la passi con salute con la signora Duchessa e figli, e benedico tutti nel Signore. Spero nel Signore, Martedì con l’Angelo santo Gabriele partire per la santa Casa, mi porterò tutti i loro cuori, e vorrei condurvi tutti quelli di tutte le creature: effundite corda vestra coram Domino; io poi non voglio, che questo mio viaggio sia di passo, e che termini con una sola visita, però gli porto un donativo, che resti per sempre, e sarà un donativo di mille scudi, basta per mille clipei pendent ex ea; e a loro toccheranno i loro scudi. Il signor Card. Pallavicino ha già fatto l’itinerario, e scritto per tutto, acciò mi si dia alloggio e mi ha fatto mettere in ordine 15 prese di cioccolata per fare colazione la mattina per strada, tanto che questo viaggio sarà più suo, che delle VV. SS.; veramente l’amorevolezza di questo signore non si può pensare, e le VV. SS. mi aiutino con le loro orazioni, a pagargli tanta carità. Condurrò meco il fratello Geronimo Ventimiglia, figlio del nostro signor D. Lorenzo, volendo con la compagnia di questo innocente angioletto supplire alla mia malizia, e vorrei fare questo viaggio tutto angelico, e se potessi anco per aria, che però ho ricusato le lettere del signor Card. Carpegna che voleva fare a tutti i Vescovi del viaggio, e il signor Card. Pallavicino mi ha promesso, che il maggior regalo mi si farà nell’alloggio sarà non avere soggezione di fare complimenti, tutto il compimento ha di essere con Dio, e con la Vergine, viva Maria. Io le mando cambio di 160 scudi, ma non pensate che siano tutti per il viaggio, perché mi è bisognato aggiustare tutte le partite, e io ho speso per lei scudi 8 per conto delle statuette dei santi martiri, che si stanno lavorando; 2 doble per il dispaccio di Spagna del Padre Alipio e figure mandate, e tante altre cosette, che minute pigliano assai spesa; e io dico la mia colpa, che non ho tenuto conto in oltre il resto della stampa, se bene io come mi pare, le ho scritto, tengo un credito con la Casa della Catena, per V. S. e signora Duchessa, e ne lascio nota al Padre consultore D. Clemente La Ficarra per quando morissi, e infine io suppongo la loro indulgenza, cioè di V. S. e signora Duchessa per levarmi tutti gli scrupoli, e l’assicuro che non tengo cosa di maggior fastidio che queste spese, e l’offro al Signore. A questo punto il signor Card. Pallavicino mi manda alcuni esemplari devoti, ne mando due acclusi, e nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, e Minimi e tutti lo preghino per me.
Roma, 15 marzo 1664.

top



1664 04 01 AGT ms. 233, f. 131 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ando a V. S. l’acclusa devozione, quale sentirà meglio dal Padre Maggio, a cui recapiterà subito l’allegato e franco, e lo metta a conto del Duca trattandosi delle sue monache, e nostro Signore lo faccia Santo.
Roma, 1 aprile 1664.

top



1664 04 05 AGT ms. 233, f. 132 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa copia di lettera fo a Mons. Arcivescovo, nella quale vedrà in compendio il mio santo viaggio, riservandomi per più poste a scrivere la storiella dell’itinerario per Montefalco, Bevagna, Foligno, Tolentino, Assisi, e per tutti questi santuari mirabili; mando due pieghetti di scudi, uno de’ segnati, e l’altro acciò V. S. li faccia distribuire agli amici, e vassalli devoti a sorte, spero questa devozione si avanzerà assai con la grazia del Signore e molti si invoglieranno a farne le spese. Il signor Card. Carpegna comincerà con farne stampare 15 mila, se bene piglierà poca spesa e lui intende proseguire tutto, ma sarà gara tra devoti, perché qui non si tratta di fare donativi morti alla santa Casa, cioè di lampade di argento, ma di imprimere atti di vera virtù nei cuori dei Pellegrini. Ma dirò in appresso. Che pensata ho fatto dei vostri cuori, fu la notte, solo nella santa Casa, ebbi comodità di fare quello che voleva, ma non volli abusare della grazia specialissima mi fece Mons. Governatore, ad istanza dei miei signori Card. Carpegna e Pallavicino, e mi disse, che tal cosa si era negata a qualche Cardinale stesso. La Signora però provvide meglio, che io avevo saputo, perché pregai al rev.do Padre custode della santa Casa, che li collocasse lui segretamente, e egli subito li ha posto in una cassetta di elemosine che sta nel santo camino; né credo potevano stare in miglior parte, che ardendo in quel luogo a gloria della Vergine, anzi penso che nell’aprire del cassettino per pigliare le elemosine vedendo quei cuori, e non essendo preziosi per il tesoro, li lasceranno ivi, e così staranno sempre nel santo camino, per ardere continuamente a gloria di Maria, beati i vostri cuori che hanno goduto tanto privilegio.
Godo delle sue ultime lettere, che per la festa dell’Annunciata dovevano entrare le Orfanelle nel nuovo monastero; onde pare che questo anno per noi sia stata singolarissima la festa, spero che loro si saranno ricordati di me, come ho fatto di tutti loro, e anco di tutti gli stessi interessi temporali di uno in uno, e nostro Signore drizzerà tutto secondo il suo santo servizio. A Loreto trovai il Padre Tedeschi, che era stato in Palma per le missioni, e mi ha detto cose grandi di Palma, e delle VV. SS. e mi ha fatto gran carezze, avendo io posato nei Padri Gesuiti, ivi penitenzieri, perché come le scrissi il signor Card. Pallavicino mi ha voluto provvedere di tutti gli alloggi, e fino della colazione per strada, le mando una sua lettera per vedere l’affetto grande di questo santo signore quello che dice del Conte di Pignoranda, e che avendole scritto una lettera di sua mano, quel signor Conte le scrive una lettera festiva, dicendole, che non mi aveva potuto leggere una parola. Il signor Card. Carpegna mi ha voluto dare anco provvisione per strada una cantinetta di vino, e molte cose di zucchero, ma non le ho volute, essendo stato questo viaggio di tenerezza, e me le ho fatto cambiare con mandorle atturrate (1), e quel santo signore come vuole le cose perfette si è contentato; avviso tutto per sua consolazione per ringraziare al Signore e pregarlo, che non sia ingrato a tante grazie, e qui li benedico tutti nel nome del medesimo Signore.
Roma, 5 aprile 1664.
(1) tostate

top



1664 04 26 AGT ms. 233, f. 135 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on altra mia ho ragguagliato V. S. della devozione goduta nella santa Casa; con questa voglio dirle qualche cosa del viaggio. E se prima, è stata celebre quella goduta nel penultimo Venerdì di Marzo, e per me questo Venerdì sarà memorabile per tutta la vita. La mattina in Monte Falco, la Beata Chiara ci mostrò il Crocifisso nel cuore, la sera in Bevagna, il B. Giacomo il sangue del Redentore nel volto, che mai più si può desiderare? Questi sono due Santuari grandi, e il primo celebre in tutta la cristianità, e per ciò tenuto con gran custodia, e ne conserva la chiave il signor Card. Facchinetti, come protettore del monastero, e Vescovo Diocesano di Spoleto. Però questo Eminentissimo mi fece lettera al Vicario in Spoleto, acciò mandasse con persona seria la chiave al Vicario di Monte Falco, al quale scrisse pure lettera, che mi lasciasse godere tutto a mio bello agio, e ne mando la copia a V. S., acciò veda l’affetto straordinario di questo signore, e come Dio benedetto ci sopraffà in tutto con la sua grazia. In arrivare a Monte Falco trovai il buon Vicario, che mi attendeva alla Chiesa, dove stava apparecchiato tutto per godere la santa devozione! Detta la santa Messa, prima vidi il corpo della Beata, il quale sta, non solamente intero, ma maneggiabile, come se fosse vivo, e ogni anno le mutano una bellissima veste, reca tanta devozione, che l’animo non si può spiccare di vederla. Dopo fui a vedere in un altro luogo le miracolose reliquie della Santa, prima si vede il di lei cuore aperto, che pare una rupe, o per dir meglio una fiamma di amore, in un altro vaso si mostra un crocifisso di carne, che si trovò in detto cuore, e una disciplina pure carnea cavata dal medesimo, e sopra vi sono quelle tre prodigiose palle trovate nel fiele, delle quali trattano tutti gli scrittori, tutte di un peso, tanto una, quanto due, quanto tre; sono di materia ignota, e durissima, che non può ferro romperla, pure nelle turbolenze del luogo, se ne trovò una rotta in cinque pezzi, che si conservano tutti, e in tutti si osserva ancora la stessa uniformità del peso, ed ecco in una santa i principali misteri, la trinità, e Redenzione; e il Padre Lacerda fa un bellissimo (...) teologico, qual fosse maggior portento, quello della passione, o quello della SS.ma Triade, e sono materie non di lettere, ma dei libri. La sera fui a Bevagna nel convento di S. Domenico, e quel priore con tanta gentilezza, e amorevolezza, non solo mi mostrò il Beato, ma richiedendogli io notizia della sua vita, mi volle per carità sua dare un solo libro, che ne teneva. Fu questo Beato contemporaneo di S. Tommaso, uomo di gran lettere, di gran santità, e domandando un giorno al Signore qualche certezza della sua salute, l’immagine del SS.mo Crocifisso, dal SS.mo costato gli mandò un dolcissimo profluvio di sangue, bagnandogli il volto con queste dolcissime, e SS.me parole: sanguis iste sit in signum tuae salutis. Hora il Beato sta pure intero con l’abito suo, e in un’altra cappella si vede l’immagine del SS.mo Crocifisso col cuore insanguinato, e io osservai, che essendo Cristo morto, si vede, che tiene la bocca aperta, che sarebbe contro l’arte della scultura; onde è segno certo, che restò così per il miracolo seguito. Diciamo di Chiara: cor tanquam cera liquescens, e di Giacomo: facies tua decora, e al dolce Signore: lava nos in sanguine tuo; tutti: sonet vox tua in auribus nostris, contemplate tutto con la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi. Nostro signore li benedica, e preghino per me; se piacerà al Signore, appresso proseguiremo il viaggio, perché ora è suonato il primo.
Roma, 26 aprile 1664.

top



1664 05 02 AGT ms. 233, f. 136 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on la posta passata scrissi a V. S. qualche cosa del mio viaggio alla santa Casa, ora tocca a dirne alcuna del ritorno. La prima devozione fu il Giovedì a Tolentino, ove visitai il sacratissimo corpo di San Nicolò, e vi dissi la santa Messa. L’apparecchio fu, la Messa, che celebrava il Santo, e particolarmente quella nella quale, gli apparve nell’ostia il Bambino Gesù, e gli disse: Innocentes, et recti adhaeserunt mihi, due parole di gran peso. Mi sono ricordato di una infermità tenessimo insieme, quando eravamo giovanetti, e che comparvero due Padri Scalzi, Agostiniani ignoti, e che con la loro visita ebbimo la salute, né vi mancò, chi disse essere stato S. Nicolò; ora io l’ho pregato per la salute spirituale di tutti e due, e spero, che se il Santo sanò i corpi, non chiesto, lo farà maggiormente nell’Anime, pregato; V. S. ratifichi le mie preci, e lo preghi anco per me. Il Venerdì a Foligno fui a visitare la Beata Angela, quella gran santa, che scrisse tanti trattati spirituali, e fu favorita tanto dal Crocifisso, con la partecipazione della sua SS.ma Passione. Trovai nella stessa Chiesa il corpo della Beata Angelina, prima santa di Civitella, e anco due Beati martiri, tutti Francescani, il Beato Giacomo, e il B. Filippo, e con la compagnia di questi Santi sono andato a visitare il loro Padre S. Francesco di Assisi; avrei voluto la loro devozione, e particolarmente delle due Angele, che furono a visitare quei santi di Assisi, e la Porziuncola con straordinaria Santità, e consolazione del Cielo. Il Sabato mattino fui alla Porziuncola, lontana un miglio di Assisi, trovai un Tempio il maggiore, che avessi veduto dopo quello di S. Pietro, e un monastero sontuosissimo, fabbricato tutto a denarelli, particolarmente nella festa del Perdono, ove concorrono 80, e 100 mila persone, e in questo anno per i disturbi passati sono arrivati a 40 mila. La Chiesina antica della Porziuncola sta sotto la cupola della Chiesa maggiore, come quella della santa Casa, e mi sono innamorato in vedere quella santa povertà, coronata con sì ricco e magnifico Tempio. Trovai i Padri, che si refrigeravano, e così ignoto, e con ogni quiete dissi la Messa nella santa cappella. Dopo venne il Padre Superiore, al quale donai una lettera del nostro carissimo Padre Sambuca, e questo buon Padre mi ha favorito, come se fossi stato io il Generale. Subito, chiamati i frati, mi scoperse la santa immagine della cappella, che è la SS.ma Annunziata, mi mostrò la cella, dove morì il Padre San Francesco, sotto l’altare del quale vi è il cuore di quel Serafino di carne; il roveto, dove si buttò il Santo, che oggi è senza spine, e le frondi nascono tinte di sangue, e così tutte le altre reliquie, e cose insigni. Ci fece fare una santa cena, e dopo partimmo per Assisi, e allo smontare ivi, quando ci troviamo dietro il buon Padre, che con amorevolezza straordinaria ci volle mostrare quei Santuari. Prima fummo alla casa paterna, convertita in Chiesa, dove ci mostrò un luogo oscuro, ove il Santo fu carcerato dal padre. Indi ad un’altra Chiesetta, che fu la stalla, ove nacque il ritratto vivo del Salvatore; poi al fonte, ove fu battezzato. E similmente a S. Chiara, ove adorammo il suo santo corpo, e in un gran reliquiario vedemmo il santo Crocifisso, che parlò al Santo, e con mia estrema tenerezza, un impiastro, che egli teneva sul costato ancora bagnato col suo sangue.
Il termine fu al santo convento, ove giace il corpo del Crocifisso dei Serafini. Arrivai a tempo si cantava con bellissima musica la compieta, né volli disturbare il Padre custode, con dargli le lettere del Padre Lauria, mi godei tutta la compieta, dopo la processione alla Madre SS.ma con le litanie, e orazione dell’Immacolata, e poi tutti i Padri, fatto un gran cerchio all’altare maggiore, che corrisponde alla Chiesa sotterranea, e occulta, dove sta quel santo deposito, cominciarono una funzione tanto tenera, e devota, che mi commossero le viscere, e l’affetto; dissero il salmo, che si cantò alla morte di S. Francesco, e poi alcune antifone, versetti, e orazioni molto alla lunga, nei quali il Santo benediceva i suoi figli, e questi domandavano i suoi aiuti; cose tanto belle, che io finiti tutti gli offici, ne feci viva espressione al Padre custode, il quale mi disse, che quella devozione era il transito del Santo, e si cantava così solennemente ogni Sabato. Onde io restai consolatissimo di essere arrivato in quel giorno, e in quella ora, lo pregai istantemente per una copia; la manderà al Padre Lauria, e ne parteciperò V. S.; la notte volli intervenire coi Padri al mattutino su la mezza notte, con particolare devozione. La mattina dissi la Messa, visitai la terza Chiesa, che sta di sopra, e poi le sante reliquie. Mi mosse assai una cartella scritta di mano del santo Padre a Fra Leone, che egli chiamava la sua pecorella, e una breve, ma santa benedizione, che egli le fa; una simile gli ne ho domandato io per me, per le VV. SS., ed è la seguente, con la quale finisco la lettera (non potendo oggi esser più lungo), e me li raccomando alle orazioni. Saluto la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi.
Roma, 2 maggio 1664.
Benedicat vobis (suppongo, che il Santo parli a tutti noi) Dominus, et custodiat vos: ostendat faciem suam vobis, et misereatur vestri, convertat vultum suum ad vos, et det vobis pacem.

T (segno del Tau)
S. Dominus benedicat vos.

top



1664 05 24 AGT ms. 233, f. 136r autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

icevo la lettera di V. S. e godo che stia nella santa vocazione alla religione, avrei però voluto, che ella rispondesse a pieno alla mia, con darmi conto della prima chiamata, progressi, e esercizi tenuti, perché io con le proposte generali non posso che dare risposte generali, faccia quanto ho scritto, e lo faccia pienamente e schiettamente senza studio, e mi dica tutto l’interno, pure l’età che tiene, e studio che fa, acciò io possa darle un santo consiglio; né creda che ella tiene più ardore di me in questo, e sappia che il mio desiderio è vederli tutti santi. Saluto la signora Duchessa, le sante sorelle, D. Ferdinando, e a tutti benedico nel Signore e lo preghino per me.
Roma, 24 maggio 1664.

top



1664 05 24 AGT ms. 233, f. 137 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo più lettere di V. S., e prima godo molto della santa devozione del Rosario perpetuo e che in Palma si faccia a mese, però nella schedula tra il mese, e l’ore non ci vuole spazio, non bisognando spiegare tal mese. Io ho notato il primo giorno, e la prima ora, cioè dati il 24 del giorno antecedente, circa l’indulgenza sarò dal Padre generale dell’ordine che è quello che l’ha ottenuto dal Papa, come egli stesso mi disse una volta, e spero ne terremo perfetta notizia e favore per quello ancora.
Scrivo l’acclusa a D. Giuseppe et nolite spiritum extinguere e godo che scriva più minuto, che le serve anco per conoscere meglio le cose dello spirito, e intanto preghiamo nostro Signore acciò ci faccia tutti santi, e ogni pensiero che non batta qui, tutto è perduto. Mando la meditazione della santa Casa se bene V. S. non ne dia copia, perché piacendo al Signore si hanno da stampare. Il Padre Silos prima di V. S. mi aveva scritto la morte del mio amato signor Annibale, e spero che Dio l’abbia in gloria, e si vede come egli paga in terra anco i suoi servi, perché anco in una morte improvvisa è acclamato da tutti per santo. Circa gli interessi di V. S. non dubiti, perché se ella veramente l’ha pagati a Dio, questi mai manca; oh che bella cosa avere un signore che non può mai mancare, e che per sempre ha da vivere, e fare similmente beati per un eternità. Saluto la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi e Orfanelle, e tutti preghino per me. Ho recapitato la lettera a Mons. di Siracusa, il Padre Cicala la riverisce caramente e l’avremo qui alla rinfrescata col signor Card. Bonelli, di cui è confessore, e assai amorevole.
Roma, 24 maggio 1664.

top



1664 06 28 AGT ms. 235, f. 138 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo una di V. S. del 16 passato con la copia delle costituzioni del nostro santo monastero, e mi sono piaciute assai, brevi, chiare, e vi è tutta la sostanza dello spirito; ho notato alcune poche cosette, come vedrà per l’acclusa al Padre Maggio, del quale pure mando due sue lettere, e veramente ha ragione, e circa l’officio avanti, e immediatamente l’orazione è un affogare la povera orazione, e la salmodia un’amorosa contesa che fa l’Anima per espugnare il Cielo con tante saette giaculatorie, e l’orazione le segue come il riposo al valoroso soldato. Onde bisogna lasciarlo in quiete e godimento, né slanciarlo di nuovo alle frecce, e alle saette; le comunioni delle inferme sono ordinate per consolazione, e godimenti particolari, e con quanta meno solennità, tanto riescono più devote, e saranno meglio, si potessero fare da solo a solo, oltre che le tante processioni difficoltano l’opera, imbarazzano il ministero, e levano quella venerazione, che si deve al santo viatico, il quale parrà sempre una comunione particolare, né farà impressione all’inferma, e al ministero. Io spero che accomoderanno tutto, e pure come cennò il Padre Maggio non mi pare correre subito alla stampa, ma praticarla prima per tre anni, con la scienza e sperimentarle, e poi stabilire il tutto.
E’ legge dei Padri di S. Domenico e di molti altri religiosi, che mai le ordinazioni dei capitoli generali abbiano: vim constitutionis, se non per la conferma del 2° capitolo, perché alle volte la teoria è diversa dalla pratica, perciò io ho soprasseduto parlarne al signor Card. Pallavicino, il quale in questo so, si rimetterebbe a me, e si può fare con migliore occasione nel tempo della stampa circa il portare l’immagine di nostra Signora l’ho per cosa assai devota, e con l’affetto, efficacia del detto signor Cardinale credo potrà riuscire; ebbene, però che V. S. gli scriva due parole in genere, con dirgli, che avendo avuto confermate le costituzioni del monastero da Monsignor Vescovo desidera perfezionarle col favore di S.E. che è il protettore, e rimettersi a me; e si lascia servire, il farlo senza lettera, o pare troppo dimestichezza delle VV. SS. per trattarli senza lettere, o poca premura del negozio, mentre né anco le scrive loro assai che nel refettorio, si leggono le regole, ma pare che si devono leggere quelle cose, che veramente si hanno da osservare, che è la fine della lettura, altrimenti sarà un divertimento, e questo quanto brevemente mi occorre circa al santo monastero, del quale io parlerei, e scriverei ogni momento, e però V. S. l’avvisi largamente tutto quello che stima di servizio per il Signore, che questo è il mio desiderio.
E questa mattina, con una fregata di Palermo, ho mandato al Padre D. Filippo Agliata due cassette con due statuette dei santi Clemente e Celso, serviranno per modello delle statue grandi che desia fare, e queste le potrà accomodare su due studioli, o scrittoi, perché veramente sono due gioie, le ha fatto uno dei primi scultori di Roma, ed una di queste serve per modello di un S. Eustachio che va nella Chiesa di S. Agnese, la quale è tutta di pietre orientali, e pensate che figure se li richiedono, l’ho fatto fare di bronzino perché l’oro l’avrebbe fatto parere finti; ma il lavoro è quello, che sopratutto, ma codesti suoi artefici conosceranno bene la maestria, il prezzo è di circa 20 scudi; pure ho fatto una spesa per il Padre D. Filippo, per quello esso spese per le paste come vedrà per l’acclusa, sebbene si è speso poco più; anco in rispetto di alcuni libretti che mando, e anco per resto che dovrei ai librari; però appresso farò il conto, e manderò qualche polisa, e in queste materie io sempre mi acquieto con lettere di V. S. di affetto, e carità della signora Duchessa. I libri sono quattro: Annus Bonaventurae come V. S. mi scrisse, una santa Regina Benedettina, la bellezza di Dio del Padre Nieremberg, che mi pare non averlo mandato, e un libro di orazione tutto mio caro, che io ne ho fatto una breve economia. E per farne qualche concetto; io l’ho mostrato al Padre generale di S. Bernardo (1) assai amico, e singolare in questa materia, e gli è piaciuto tanto, che mi disse aversene fatto fare copia, e che il monaco la copiò anco per se, e gli disse, che nel riscrivere li parve le avesse venuto lume di orazione. Il signor Card. Pallavicino lo ha lodato assai, ma lui dice ch’è di li cento dire; ma io stimo che il nostro monastero sia [uno] di questi dire, però la mando a V. S., la legga bene, poi veda il libro e poi rilegga di nuovo l’economia, perché io per dirla confidentemente stimo che questo nostro scritticello sia più chiaro, e facile per la pratica; ad ogni modo non lo faccia praticare al monastero, se prima non lo capisce bene la guida, perché: si cecus cecum ducit. Ma io spero nel Signore che questo è da vera orazione dei veri spirituali, e mi pare esercizio più di angeli che di uomini, e cerco di comunicarlo quanto più posso, e di già l’ho mandato al Padre Maggio, e qui in Roma il libretto è stimatissimo da tutti, gustate e vedete. Il pittore del signor Card. Carpegna è partito, ma ho trovato un altro valentissimo per la Madonna, avvisi se la grandezza del quadro sia a proposito di sette lungo, e dieci alto; né mi pare può essere minore, procurerò il loro gusto. Riverisco la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, e Orfanelli, e tutti preghino per me, come io fo per loro. La risposta al Padre Maggio, V. S. la mandi per il signor Brigandi.
Roma, 28 giugno 1664.
(1) questi era il Padre Bona poi Cardinale

top



1664 07 05 AGT ms. 233, f. 139 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. del 16 passato con l’avviso delle medaglie trovate, e veramente è una bella prova per le rovine della fortezza del ….; qui vi è un signore tedesco che ha stampato su questa materia delle medaglie, e dedica il libro alla Regina di Svezia, è mio amico, e tutto della Casa del signor Card. Pallavicino, se V. S. ne gusta qualche notizia, ne potrò far fare una minuta relazione. Godo del gusto ha tenuto delle mie devozioni all’andare alla santa Casa, spero che altre tanto ne avrà di quelle, che per grazie al Signore ho tenuto al ritorno. Qui il Papa ha concesso al nostro Re, che per tutta la Spagna si reciti l’officio dell’Immacolata del Mignorico, che è quello approvato da Sisto IV francescano, che certissimo, spero, che appresso si dilaterà per tutti gli stati soggetti al Re, e vorrei che la Sicilia fosse la prima a farne istanza a sua Maestà e V. S. veda di cooperarci con scrivere a qualche ministro amico, o a Mons. Vescovo. Pure ad istanza del Re si farà l’officio di S. Pietro Velasco, fondatore dei Padri della Mercé, a 29 Gennaio, qual giorno era destinato per il Beato di Sales, la cui canonizzazione sarà ai Santi, e credo bisognerà tirare la festa a dì 4 Febbraio, essendo gl’altri tutti impediti. Vedo il desiderio di V. S. tiene per la causa del Padre Alipio, non è meno il mio, ma queste sono cose tutte di Dio, quando egli vuole, muove i monti; ad ogni modo io vado pensando qualche modo per costì prepararvi una indelebile memoria e venerazione, e se piacerà al Signore ne scriverò una seria. Intanto particolarmente mi raccomando al santo martire, che bene ha speso il sangue per Dio, fo riverenza alla signora Duchessa, figli, Mariane, minimi, et Orfanelli, benedico tutte le VV. SS. e tutti preghino per me.
Roma, 5 luglio 1664.

top



1664 07 26 AGT ms. 233, f. 140 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo due di V. S. del 20 e 28 passato, con l’avviso del buon principio del raccolto, e da Spagna dicono molta sterilità; onde credo vi saranno assai tratte, e i prezzi avranno qualche mediocrità; intendo pure il principio della Tonnara, e tutto ho sempre raccomandato, e raccomando a nostro Signore. Godo del devoto dubbio che fa V. S. al Signore nel Sacramento, le dico che il nostro amabilissimo Signore nelle sacratissime specie di pane e vino sta per modo indivisibile; onde naturalmente non può esercitarsi corporalmente; onde non vede, non si muove; e così sta ivi tanquam moraliter mortuus, V. S. veda il nostro: Annus Bonaventurae che nella fine nell’orazione dopo la Messa nella feria V mette a questo tenerissimo punto, ma non è per tutti, perché il volgo quando intende che il Signore ivi non vede, non sente; non lo capisce, o si raffredda nella devozione, ma chi si interna bene, ammira la divina bontà, e infinito Amore, e che stando ivi quasi legato nei sensi, con l’intelletto tutto vede, tutto sa; V. S. legga bene detta nostra meditazione, e l’assapori, che speri il Signore le comunicherà gran sentimenti del suo Amore. Avverto V. S. che non per ciò si può cavare, che il Signore patisse in quello stato, perché questo è un miracolo singolarissimo e eccellentissimo, di stare le cose corporee a modo indivisibile, e spirituali, e tutto ha voluto fare per amore nostro l’infinito Amore di Gesù.
Mando l’acclusa figliolanza al signor D. Vincenzo Campolo per mostrargli la dovuta gratitudine all’affetto che tiene alla religione, questo è un tesoro grandissimo e se V. S. tiene una formula dell’indulgenza, che le mandai una volta, ne le mandi copia, e me lo saluti caramente e prego continuamente. Godo più dell’intenzione, che dell’effetto, e se il caso fosse a tempo mio non le concorrerei, perché le cose piccole non fanno per la religione, e io avrei piazza, e altri simili poi il nostro istituto è di vivere senza entrate, e di spontanee elemosine, proprio di città grande. Io le volevo scrivere, che poteva fare il legato, ma che non essendo ricevuto fra un anno, succedessero i Padri della Compagnia con obbligo di fare una cappella al Beato Gaetano, perché i detti Padri hanno entrate, e già sono in Modica, e Scicli, e tutto era per lo zelo del servizio del Signore e della Patria; poi ho pensato dire tutto a V. S. che come più vicino e con l’affetto che anco tiene alla città con la sua prudenza, potrà disporre l’animo secondo le ispirerà il Signore, al quale intanto io raccomando il negozio, volendo sempre in tutto la sua maggior gloria. Farò diligenza del SS.mo Sacramento e avviserò. E qui a V. S., signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi e Orfanelle mi raccomando nelle orazioni.
Roma, 26 luglio 1664.

top



1664 08 15 AGT ms. 233, f. 141 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

icevo la lettera di V. S. data il giorno della visitazione di nostra Signora e rispondo. Oggi, che è il dì della sua Assunzione e sì come ella lo visitò con tanti santi sentimenti nella sua lettera, così io con questa la prego che lo faccia ascendere al suo desiderato Cielo della religione; l’avverto bensì caro figlio, che la Vergine ancorché fosse Madre di Dio, prima di andare al Cielo, volle morire; così ella se veramente vuole godere il Cielo della santa cella, bisogna, che affatto muoia al mondo, e vivere solamente a Dio; oh che gran cosa è questa, pensare sempre di Dio, questa è la beatitudine della terra, e un certo incominciamento di quella del Cielo, io scrivo questo con qualche tenerezza, perché penso, ch’ella entrando così giovanetto nella religione, e senza quelli gran peccati, con che ci sono io entrato, sarà con l’aiuto del Signore di eseguire questo santo commercio con la sua Maestà infinita. Caro figlio fate orazione, e sarete Santo, maggiore orazione, e maggior Santo; non posso dirle altro che fate buona orazione, et nos cum prole pia benedicat Virgo Maria.
Roma, 15 agosto 1664.

top



1664 09 06 AGT ms. 235, f. 127 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

ol nostro carissimo Fra Innocenzo di Girgenti, mando a V. S. la storia del signor Card. Pallavicino, con un’altra medaglia le manda lo stesso signore, come le scrivo a lungo per la posta. Onde con questa lo benedico nel Signore, come fo alla signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, e a tutti loro mi raccomando nelle orazioni.
Roma, 6 settembre 1664.

top



1664 10 18 AGT ms. 233, f. 144 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

a posta passata non scrissi, perché ebbi un poco di male, l’avviso, perché lo vedrà per l’acclusa del signor Cardinale, perché altrimenti non occorreva, non essendo altro male, che l’offese del Signore; V. S. vedrà con la risposta del signor Cardinale e la copia della lettera [che] fa al signor Conte di Pignoranda, e vedrà se è di quelle appese al muro; veramente i favori, e cordialità di questo signore sono singolari; V. S. glielo ringrazi brevemente, umilmente, e cordialmente. Io appunto oggi ho spedito due pieghi per la Spagna, e inviati per via di mercanti, ho mandato anco lettere al signor Abate Castelli, e signor Abate Giustiniani, il quale sebbene non è di sfera grande, basta nel suo grado farà assai; nostro Signore e la santa Madre guidi tutto con la sua benedizione. Mando l’acclusa di Ottaviano, e Venerdì qui gli parlerò, come devo, la dispensa per D. Tommaso d’Amico non è possibile, al più si suole dispensare 14 mesi. V. S. l’avvisi a suo tempo. Il duplicato fatto per la Spagna mi fa esente di scriver altro; nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi e Orfanelli, e tutti preghino per me. Il dì del nostro S. Luca pregate per me.
Roma, 18 ottobre 1664.
Non ho avuto tempo di copiare separata lettera al signor Conte di Pignoranda, ne mando una copia, che va con altre due del signor Cardinale, quale mi ha fatto copiare per tenerla meco, come cose eccellentissime nello stile, nella frase, e nell’affetto; V. S. me ne rimandi copia, sono cose da studiarsi.

top



1664 10 25 AGT ms. 233, f. 145 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettere di V. S. del 12 e 27 Settembre, e ricevo consolazione grandissima della solenne festa hanno fatto del SS.mo Rosario, e sopratutto del gratissimo olocausto si è fatto di suor Maria Maddalena, ne ringrazio il Signore, ne benedico la santa Madre, e me ne congratulo con tutti le VV. SS. per goderne siffattamente poi con la grazia del Signore nel Paradiso. Circa all’insegna della Madonna per le nostre Mariane, al mio ritorno il Papa andò subito a Castello, venne Giovedì, passate le feste, attenderò all’opera. Ricevo la nota dell’indulgenza, ma la desidero più chiara, e vorrei la copia dei brevi mandati con più facilità. Così per la signora D. Lucrezia Caetano il memoriale distinto, perché io come le scrissi l’altra volta non conservo tutte le scritture mandate, particolarmente quando mi pare aver dato le risoluzioni; e V. S. tenga regola di scrivere, e mandare sempre le scritture, e ogni cosa a pieno, come se mai avanti l’avessi scritto, pure circa ciò mi pare, che io l’avvisai che questa licenza si poteva ottenere in monarchia, e si è praticato con le sorelle del signor Bonifacio Astuti; V. S. si faccia informare, che ne troveranno gli atti in monarchia. Farò diligenza per i Padri Riformati, e scriverò a pieno. Il Padre Cicala doveva partire per l’ultimo di questo, forse le arriverà il piego di V. S. e con la sua efficacia opererà in istanti, e lasciato il negozio al Padre D. Emanuele Calascibetta, al quale io ho mandato i duplicati per il signor Conte di Pignaranda, la cui moglie quando era in Spagna, si confessava con detto Padre, e lo stesso Conte lo vuole bene assai, e lo stima da Santo. Vedete che bella congiuntura, nel resto le lettere del signor Cardinale, amico suo, che spero ogni gran cosa; nostro Signore indirizzi tutto a sua maggior gloria, la ringrazio dell’avviso dei salumi, e le ricordo i pistacchi, che sono il pane quotidiano del nostro signor Cardinale. Cominciai la lettera con suor Maria Maddalena, finisco con D. Giuseppe, e mi sono intenerito delle sue, e vostre risoluzioni, io non le scrivo, perché all’arrivo di questa, credo sia presentato con la gran Signora nel Tempio della santa religione. Mi congratulo con V. S. di questi santi sacrifici fa al Signore e spero che anco in terra ne godrà frutti di benedizione. Il Padre D. Gio: è stato mio maestro di novizi, ed è Maddalena per lo spirito e Maria per il corpo, pure in noviziato assisté il Padre Maggio per gli esercizi di umanità, e spero il figliolo sarà indirizzato a gran perfezione, V. S. crederà, che Dio benedetto lo ha chiamato con tutta specialità, lo avrà da condurre per sentieri altissimi di vero spirito. Me ne rallegro di nuovo con tutte le VV. SS., signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi e Orfanelli, e tutti preghino per me.
Roma, 25 ottobre 1664.

top



1664 11 03 AGT ms. 233, f. 149 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

l latore di questa è il nostro buon sac. D. Simone Pietro Rizza, ha pensieri assai santi, V. S. l’ami, e l’aiuti, con l’ordinario ho scritto diffusamente. Viene ancora D. Gio: Batta Di Stefano, giovane assai virtuoso e abile, lo raccomando molto a V. S. per avanzarlo nel suo officio, ed egli desidera il maestro notariato, l’un e l’altro saranno per supplire alla brevità di questa, con i loro racconti di Roma. Il nostro buon medico Ottaviano, già è risoluto venire alla patria, e ne scrive a V. S. ce lo raccomando quanto posso, giovane virtuosissimo e dedito alla santa perfezione; nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, e Orfanelli, e tutti preghino per me.
Roma, 3 novembre 1664.

top



1664 11 21 AGT ms. 233, f. 142 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Oggi è la festa della Presentazione della Beatissima Vergine e mi ho serbato a posta questa giornata a risponderle per salutarlo come figlio, e fratello in cotesto santo noviziato.
Godo assai delle sue lettere, e per quello, che V. R. vuol sapere da me, io non posso dirle altro che quel versetto di Davide: oculi mei semper ad Dominum. Lo scriva nel principio del suo breviario, diurno, nella cella, e principalmente nel cuore; né tema che mirando continuamente il Cielo, inciampi nella terra, perché lo stesso Davide soggiunge: et ipse excellet de laqueo pedes meos; né le occupazioni temporali ancorché sante e buone ci hanno da levare la veduta di Dio. La nostra vita spirituale ci viene figurata nella scala di Giacob, nella cui sommità sia assiso il Signore, e gli Angeli ascendono e discendono, cioè l’Anime giuste continuamente ascendono al Signore con la contemplazione, e discendono con le operazioni della vita attiva; ma osservate, che questa scala si ci rappresenta di legno, non di pietra, fra le quali passa questa differenza, che nella scala di pietra quando si sale, si sta con gli occhi verso la sommità, ma nello scendere mirano al basso; nella scala di legno gli occhi così nel salire, come nel scendere sempre mirano la sommità, ove sta assiso il Signore che perciò mai dovremo lasciarlo di vedere: oculi mei semper ad Dominum. Questi occhi poi hanno di essere ciechi all’obbedienza, e morti a noi stessi, e al mondo; fra gli occhi ciechi e morti passa questa altra differenza, che quelli non vedono, ma si muovono, questi però né vedono, né si muovono; così il religioso deve operare quello che li comanda e vuole l’obbedienza senza vedere, o discorrere punto sopra ciò; circa le cose del mondo né deve discorrere, né operare. Tanto che l’occhio ha di essere morto al mondo, cieco all’obbedienza, e solo vivo a Dio: oculi mei semper ad Dominum. Tutto questo discorso lo capirà meglio nell’orazione, perché io non posso che scrivere rozzamente. Anzi la stessa orazione è lo stesso, che: oculi mei semper ad Dominum, però come le scrissi l’altra volta, così le scrivo ora, e varrà per sempre; orazione, orazione, ovvero è lo stesso: oculi mei semper ad Dominum, oculi mei semper ad Dominum. Riverisco umilmente al Padre D. Giovanni, suo e mio maestro dei novizi, e lo sperimenterà, come a me Maddalena nello spirito, e Marta nel corpo, ben vero, che io essendo entrato grande di età, e gran peccatore, non potrei approfittarmi del suo spirito, spero che lei entrato giovanetto, rifarà i miei mancamenti, dei quali con ogni dolore io me ne pento, e prego V. R. sia santo, ma che anco faccia santo me, e vorrei santificaste tutto il mondo. Questa mattina ho applicato la mia Messa per lei, e così le resta obbligo di fare quanto le ho detto; pregate sempre per me, né occorrono tante lettere, questa valga per molte, perché se io l’avessi da scrivere mille volte non saprei che dirle se non che orazione, et oculi mei semper ad Dominum.
Roma, 21 novembre 1664.
Riverisco di nuovo al Padre D. Gio: e la prego per i disegni delle pianete le supplicai.

top



1664 11 27 AGT ms. 233, f. 143 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ono due poste, che non tengo lettere di V. S., è capitata bensì la fregata di Trapani con i bellissimi salumi, e già si è cominciato a gustare, e basterà per Avvento e Quaresima, e tutti ne rendono assai grazie a V. S. e preghiamo continuamente per loro, e si farà con più merito nei santi digiuni. Il signor Cardinale le fa l’acclusa, e resta assai consolato della sua cordialissima, ieri sera abbiamo fatto l’anniversario della sua nascita, entra nei 58, fossimo nella scala santa, e poi alla nostra solita emulazione, e sempre c’è l’opera di V. S. con i pistacchi. Il signor Palazzolo, che mandò i salumi scrive con titolo di confessore del Papa, non so come V. S. mi fa grazia avvisarlo, non si veda venire qualche lettera alla posta con questo titolo stravagante. Per la spedizione del breve è bisogno la bolla autentica di Urbano alle monache di Spagna, ho dato ordine di pigliarla nell’archivio di S. Pietro, ove stanno le scritture antiche e forse l’avremo oggi, che comincia la novena dell’Immacolata Concezione sempre benedetta.
Ho detto con occasione di questo SS.mo mistero al signor Card. Carpegna la devozione di Palma di salutare la Beatissima Vergine alle 20 ore in memoria dell’istante purissimo della sua Concezione, e le ha piaciuto tanto, che anche egli a quella ora fa il suo saluto, e ordinato ai suoi più intrinseci a dire l’Ave Maria; io per ricreazione spirituale le ho detto, che lo voleva scrivere a V. S. per farci venire la cittadinanza di Palma, e ce l’avviso, acciò preghino sempre per questo Cardinale. Mando a V. S. l’acclusa del nostro Padre dolcissimo Tedeschi, per vedere i progressi della devozione delle lodi della Madonna, finisco perché devo essere dal signor Card. Carpegna, per cominciare la devozione della santa novena; evviva, viva sempre Maria e nel suo santo nome la benedico, con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi e Orfanelli, e tutti preghino per me. Roma, 27 novembre 1664.

top



1664 12 06 AGT ms. 233, f. 47 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettere di V. S. del primo passato, e con molta ragione hanno potuto godere del mio santo viaggio (1), avendo io in tutte quelle sante devozioni sempre ricordatomi di loro, e generalmente ed individualmente e quando avrò tempo, vi avviserò le devozioni in particolare, e col commento le ho promesso, che spero le saranno di consolazione; e intanto aspetto la lettera per il signor Cardinale e l’avvisi più lunghi.
Godo avvisi esser già costì il Padre Maggio, e io l’ho accompagnato da qui secondo le giornate del viaggio, particolarmente alla Madonna SS.ma di Trapani, e il giorno della presentazione dissi la Messa per il fratello Giuseppe, e nel medesimo giorno gli scrissi una lunga lettera, come a fratello, e figlio nel Signore al quale prego a farlo Santo, e infiammarlo tutto del santo Amore.
Oh che consolazione dovete tenere aver dato il vostro primo figlio a Dio, mi ricordo, che alle volte mi dicevano volerlo mandare alla Corte del Re. Hor che ha da fare farli sposi di Cristo, eredi del Cielo; gran cose sono queste, ma più grande se le penetrasti, e quanto più s’intendono, più s’ammirano; me ne rallegro con V. S., signora Duchessa, le buone sorelle, e li raccomando a D. Ferdinando, gli basterà l’esempio del fratello, e sorelle per esser santo, così prego a tutti, e così preghino loro per me.
Il signor Giandaidone mentre mandò il piego a Roma, doveva fare una sopra carta a me, io ho fatto diligenza alla posta, né è capitato tal piego, e il mastro della posta mi dice che sarà restato in Messina, perché questi pieghi quando non s’affrancano li lasciano, perché in Roma chi paga il porto? Però io stimando che il signor Giandaidone fosse partito con la Corte, per Palermo; ho scritto al Padre D. Domenico Castelli dei nostri, che mi favorisse recuperare alla posta detto piego, e che lo recapitasse in Spagna al Padre Calascibetta, e credo lo farà bene per esser il Padre stato in Spagna, e pratico dei negozi; e l’ho pregato che di tutto avvisasse V. S. la quale però non lasci di fare il terzo piego per abbondare in cautela. Il Padre Cicala scrive, che dovrà partire col signor Card. Bonelli per il 3 di Novembre, e che sarà qui per Natale. Onde credo forse l’avrà capitato il primo piego di V. S., preghiamo nostro Signore che guidi tutto con la sua santa grazia. Ho inteso il caso del signor Gerlando, sono le commedie, o tragedie di questo mondo; V. S. nell’altra perdita avrà guadagnato il merito di conformarsi con la volontà del Signore, ma qui un atto di umiltà di più, mentre la riconosce della sua mancanza bisogna ringraziare sempre il Signore, che di tutte le cose possiamo cavar bene, e approfittarci, però ho raccomandato al Signore e V. S. e signor Gerlando ancora, a ciò delle cadute, ne serviamo per maggior innalzamento alle cose del Cielo; finora non ho potuto ancora avere la bolla di S. Pietro, cose lunghe della Corte, V. S. ne tiene poca speranza. Voglio avvisarle, che i salumi vennero assai maltrattati dal mare, li feci vedere a pratici, e mi dicono, che tolti i masselli, gl’altri sono salumi vecchi, V. S. veda di che confida.
Riverisco la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, e Orfanelli, e tutti le benedico nel Signore, e lo preghino sempre per me.
Roma, 6 dicembre 1661 (2). (1) a Loreto (2) La data risulta illeggibile, concordiamo col compianto Padre Andreu il quale suggerisce 1664 (vedi: Pellegrino alle Sorgenti, pag. 73 nota n. 34)

top



1664 12 27 AGT ms. 233, f. 146 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. del 30 passato, e mi fece ridere con lo scrivere che stava sospeso della mia salute. Non bisogna mai pensare a questo, non sapete voi che: quotidie morimur, e poi i religiosi non sono morti al mondo, una cosa solo si ha da pensare che è l’eternità. Hoggi è la giornata, che facciamo la scala santa con il signor Card. Pallavicino, le ho dato la sua lettera, e le è piaciuta in estremo, cordiale, e senza affezione, glielo scrivo, acciò quando scrive, non abbia mira a dir belle parole, ma parlare da vero, e di tutto grazie al Signore. Il piego per la Spagna è andato per via di Milano a buonissimo recapito. Il Padre Cicala il 10 di Ottobre non era partito, ma stava sulla partenza, forse il primo dispaccio le fosse capitato, Iddio nostro Signore guidi tutto, con la sua santa grazia. Vedo la lista dei salami, e a suo tempo scriverò quello che occorrerà, per i pistacchi, verranno a tempo; il signor Cardinale ne ha per altri 15 giorni, e questo è il suo cibo quotidiano; procurerò le scomuniche, come V. S. comanda, e qui di cuore me li raccomando alle orazioni della signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi e tutti benedico nel Signore.
Roma, 27 dicembre 1664.

top



1665 01 07 AGT ms. 233, f. 150 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

uesta posta non porta lettere di Sicilia, e veramente sono state tali le nevi, che non si è potuto viaggiare; Mons. Febbei venne, e ritornò subito fuori. Spero sia tornato stasera; V. S. si assicuri, che non si dorme, preghino tutti intanto la Beata Vergine. Il Padre Cicala scrive da Porto Ercole; onde fra pochi giorni sarà qui col signor Card. Bonelli (1), V. S. gli può scrivere la buona venuta, sapendo quanto esso le sia amorevole, e l’avvisi l’entrata del fratello Giuseppe, per mostrargli più attacco, e cordialità. Io riverisco la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi, e Orfanelli, non scrivo più lungo, perché vengo tardi dalla visita della scala santa col nostro signor Card. Pallavicino (2), quale sempre si ricorda di V. S. e di tutti loro, ai quali tutti lo raccomando nelle orazioni, così facciano per me, e qui li benedico nel Signore.
Roma, 7 gennaio 1665.
(1) donò alla Duchessa Rosalia, il corpo di un santo fanciullo, San Felice Martire, proveniente dal cimitero di S. Callisto
(2) donò al Duca Giulio, il corpo di San Traspadano Martire, proveniente dal cimitero di S. Priscilla, precisazione doverosa perché leggiamo diversamente nella vita stampata di suor Maria Crocifissa ed. 1704, e nell’arte e spiritualità nella terra dei Tomasi di Lampedusa, ed. 1999

top



1665 01 10 AGT ms. 233, f. 151 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

l terzo ritratto è una immaginetta di carta a chiaro scuro di S. Rosalia, fatta dal signor cavaliere Bernini, il primo architetto e scultore, che abbiamo avuto dopo Michelangelo. Egli ha fatto quella gran macchina di bronzo al tempo di Urbano sopra la confessione di S. Pietro, con l’ornamento delle nicchie, e statue; il presente portico, la cattedra, la fontana di piazza Navona, e infine tutto il bello di Roma moderna. Ultimamente il Re di Francia volle un disegno per un suo palazzo regio di Louvre; e gli ha regalato del suo ritratto appeso, una catena di diamanti di 4 mila scudi. Hor a questo il signor Cardinale domandò questa immaginetta, della quale egli è scarsissimo, e solo ne lavora due, o tre l’anno per il Papa, per la Regina di Svezia, e per il signor Card. Chigi. Disse volerla fare a suo agio, e per la spedizione il signor Cardinale raccomandò il negozio a Mons. Bernini, prelato veramente degno di un tal Padre. Monsignore fece l’ufficio caldamente a segno che il cavaliere fece l’immaginetta, sebbene non [fosse] finita affatto, e fu così detto al signor Cardinale. Ma al cavaliere non piacque quel lavoro, e lo stracciò, e disse al figlio, la farò a suo tempo, e si è dilungato fin ora, e in questo tempo il povero Monsignore è stato quasi assentato dal signor Cardinale per tanta dimora; finalmente venne l’entusiasmo al buon cavaliere, e ha fatto veramente un’opera degna di lui, e chi l’ha veduta, l’ha ammirata, ed egli stesso dice, che tra le sue statue la migliore è S. Teresa nella Chiesa della vittoria, e fra l’immaginette è questa di S. Rosalia.
Dipinse la santa mezza ignuda che si ha disciplinato su un gran sasso, sul quale contempla un Crocifisso scorcio, era bella con le braccia aperte come se le vorrebbe unire, e crocifiggersi seco; espressione tanto devota, che io per due mattine mi ho apparecchiato alla Messa con sì bella rappresentazione, e molti la desideravano per il tempo della morte, è apprezzata cento doble, cioè 300 scudi, ma ciò è perché il mastro è unico; il signor Cardinale è stato di presenza a ringraziarlo, e pure ci sono stato io per ringraziarlo non del quadro, che non toccava a me, ma dell’effetto, che il quadro fece in me con sentimento di devozione, e tenerezza, veramente il cavaliere è devotissimo, né poteva esprimere cosa si bella, se prima non la sentiva; e mi disse, Padre quando pensate di tempo io ho speso per questa figura? Ed ei soggiunse: io l’ho fatta in due ore col pennello, ma ci ho lavorato più di 20 notti con la mente e mi rappresentò tutti quei suoi concetti con vivo affetto di cuore, a tal che io ho acquistato un amico tutto spirituale, e devotissimo; e V. S. e signora Duchessa godranno l’immagine singolare.
Io so che se Ella non mi conoscesse, mi stimerebbe ciarlatano, ma quando vedranno questa, conosceranno più di quello che scrivo; l’avverto a vederla al suo lume, perché se la vede avanti gli occhi, parrà un tamburello. Ringrazio di tutto nostro Signore e me ne rallegro molto con le VV. SS. e stimo, che la vincoleranno alla Casa, ma non vorrei restasse ristretta al monastero; basta, l’aggiusteranno fra loro, V. S. la contempla bene, e poi scriva, ringraziando il signor Cardinale a suo nome, e della signora Duchessa, con quei sentimenti che le darà il Signore.
L’immaginetta la mando domani, per via di Messina al Padre Castelli, e insieme mando la reliquia del Monterino, che coprì il capo della sapienza, cioè del gran S. Tommaso; V. S. faccia diligenza nell’aprire il reliquiario, che sta assai ben incassato, e poi mi parrebbe, che l’accomodassero in qualche reliquiario grande ad onore del Santo; V. S. quando scrive al signor Cardinale, non le scriva, che questa reliquia sia capitata adesso, perché lui suppone, essere arrivata. Pure mi pare, che facesse fare qualche ornamento bello alla santa Rosalia, perché questo è stato detto dallo stesso signor Bernino, che poco cura queste cose estrinseche, il cristallo però è bellissimo, e V. S. guardi di non far toccare la carta, con colla o altro, perché la guasterebbe. Io poi ho pensato, che si potrebbe fare un Monte Pellegrino di argento; tanto più che quel monte è tutto pietra, senza alberi, perciò non ci vuole gran maestria a lavorarlo, e poi nel mezzo del monte, o nella sommità vi sia aperto uno speco o spelonca, e nel fondo accomodarsi l’immaginetta, che credo, sarà una bella, e devota vista, e la montagnola si potrebbe accomodare in qualche tavolino, che se ne potrà pregiare qualsivoglia gran Principessa, o Regina; dico Regina, perché il regalo principalmente è fatto alla signora Duchessa, ed essendo detto al signor Cardinale che questa immagine poteva andare ad una Regina egli rispose, che tale stima la signora Duchessa, per le sue virtù, gloria al Signore, e corrispondenza a tante grazie.
Avverto V. S., che volendo col tempo fare detta montagna, bisogna prima farne molte prove con la creta, e vedere la miglior forma si può trovare, e come riesce la vista del quadro, e qui quando gli scolari fanno qualche statua, sempre ne fanno dieci, o dodici modelli, e se a V. S. e signora Duchessa piacesse l’opera di questa montagna, potrà V. S. cennarlo al signor Cardinale nella lettera. Nel resto come io non posso saziarmi di vedere la Santa, così non potrei finire di scrivere su questa materia, preghino tutti la Santa, gradisca questa mia devozione, benché assai fredda. Hoggi ho avuto lettere dal Padre Castelli da Messina, con avviso di non aver trovato il piego per Spagna alla posta; onde credo senz’altro, che il signor Giandaidone prese sbaglio con quello mandato per mare, e perché dubito, che il Padre Castelli abbia scritto a V. S. come scrive a me, che il Padre Calascibetta è tornato da Spagna, questi è il Padre D. Antonio, ma il nostro è il Padre D. Emanuele, quale è più vecchio, e risiede ivi, é oggi Vicario.
Godo assai dei favori del signor Principe della Trabia in Palermo, e maggiormente dell’edificazione che ha ricevuto del monastero, e devozioni. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi, e Orfanelli. Già grazie al Signore finalmente si è trovata la bolla per l’immagine dell’Immacolata; onde ora attenderò con l’aiuto del Signore alla spedizione.
Roma, 10 gennaio 1665.

top



1665 01 17 AGT ms. 233, f. 152 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa scomunica per le cose di Gerlando Alfano, le ho fatto spedire per tre Diocesi, Girgenti, Palermo e Messina, per dove lui poteva tenere negozi; si è spedito ad istanza della signora D. Geronima, e il rivelo tanto si fa per uno, quanto per molti, e l’uso di qui è che per quante istanze si faranno, tanti brevi bisognerà spedire.
Con la posta passata scrissi essersi trovata la bolla per l’immagine della santa Concezione, ora Mons. Febbei è partito per le commende di S. Spirito, e tornerà per i primi di Febbraio; onde bisogna far pausa, le cose del Signore sempre bisogna abbiano i suoi riscontri per maggiormente desiderarle: oremus ad invicem.
Hieri fu a favorirmi qui il signor Card. Bandinelli, e fu occasione di discorrere a lungo del monastero, stato della signora Duchessa, figli, e fratello Giuseppe, e si è intenerito della grazia che fa il Signore a questa Casa, e l’avviso acciò vedesse gl’obblighi, che hanno a S. D. M. e preghino per il detto Cardinale, al quale devo molto e loro ancora per l’affezione che le mostra. Con questo ordinario non ho sue lettere. Nostro Signore li benedica tutti.
Roma, 17 gennaio 1665.

top



1665 01 27 AGT ms. 233, f. 153 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

on la posta ante passata ricevei lettere di V. S. con le scritture del glorioso S. Angelo. Con questa le mando sei brevi di indulgenza, V. S. le faccia eseguire, e avverta che in uno, vi sono due indulgenze, tanto che passano per 7 brevi, e l’avvisi tutto al signor Duca, con mandarli detti brevi esecutoriati.
Nel resto saluto V. S. caramente mi comandi, e raccomandi al Signore.
Roma, 27 gennaio 1665.

top



1665 01 31 AGT ms. 233, f. 156 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

a settimana passata non venne la posta di Sicilia, questa settimana è venuta, ma senza lettere di V. S.; Mons. Febbei ancora non è venuto, onde non ho negozio particolare. Le mando l’acclusa immaginetta, quale trovai a caso nel breviario del signor Card. Pallavicino, e mi mosse a tanta devozione e tenerezza, che l’ho voluto mandare a V. S. sperando, che ella ne abbia ancora pari sentimento. Oh che bella cosa aver amici nel Paradiso: ibi, ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia, nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, D. Ferdinando, Mariane, Minimi e Orfanelli, e tutti preghino per me.
Roma, ultimo gennaio 1665.

top



1665 02 14 AGT ms. 233, f. 157 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo due di V. S. del 20 e 28 Dicembre, e godo del loro godimento per l’immagine di nostra Signora; Mons. Febbei è tornato di fuori, e subito ritornato, e finalmente è venuto Martedì sera, gli sono stato, e per domattina si abboccherà con Mons. Ugolini, le cose del Signore bisogna stentarle, e devesi stimare prezzo la fatica. Procurerò il libro mariano, e quello del Padre Oliva, se è uscito alla luce. Ho inteso la morte di Mons. Vescovo di Girgenti (1), e godo del tanto buon nome che ha lasciato, e desidero sapere se è compita la Chiesa, come il suo disegno; V. S. avvisi quando è tempo opportuno per il breve di D. Tommaso d’Amico, per non spendere il denaro tanto avanti; la novena dell’Immacolata Concezione si è cominciata al solito, credo fosse sbaglio nella data della lettera, le ho voluto avvisare, perché non voglio lasciarlo con alcun dubbio, ancorché minimo nelle cose del cielo di Maria. Godo dei complimenti di Mons. Arcivescovo fatti a V. S. per il fratello Giuseppe, e per la buona festa, pure il signor D. Egidio ne ha prevenuto a me effetti di loro somma gentilezza. Ringrazio il Signore dei buoni avvisi del fratello Giuseppe, e V. S. non tema delle morti occorse, perché altra cosa è la morte del secolo, e del claustro; io ogni volta che muore alcuno dei nostri, fo ringraziamento al Signore della vocazione alla religione, perché si muore con tanta pace, con tanta quiete, che pare una azione ordinaria come è di fatto; perché come dice S. Agostino: quid mirum quod mortales moriuntur? Ringrazio assai la signora Duchessa dell’elemosina di 30 scudi per il raccomandato del Padre Tedeschi, al quale già avevo risposto, che non poteva domandare, né domandava lettere con questo fine. La Madonna SS.ma di Loreto ha voluto aiutare il suo cappellano, ed io assicuro la signora Duchessa, che avrà un sacerdote continuo per lei alla santa Casa, e ne vedremo le risposte del Padre Tedeschi, al quale ho scritto tutto; veramente è stata cosa della Madonna, né io ho voluto impedire i suoi impulsi. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane e Minimi, e Orfanelli e tutti preghino per me.
Roma, 14 febbraio 1665.
(1) Mons. Gisulfo, gli succederà Mons. Ignazio D’Amico

top



1665 03 09 AGT ms. 233, f. 158 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ringrazio molto V. R. dell’orazione di S. Tommaso, e desidero, che nel corso dell’anno vada traslatando le collette dei Santi che occorrono, e me le mandi per mia devozione, e sopra l’anno avremo un oratorio per tutte le feste. Codesto Padre preposito scrisse al Padre consultore D. Clemente, che non teneva più bisogno dei 20 scudi qui, ma che ce li mandassi per Bologna, o Modena, e io procuro farli capitare per Bologna; intanto che V. R. avrà la somma, le voglio avvertire a non spendere in libri, perché non sta bene ad uno studente andar con spese di porto di libri, che vengono comprati due volte, e la molteplicità dei libri ci distorna dagli studi sodi; S. Tommaso dice, che si devono leggere pochi libri, ma bene. Verrà poi il tempo di fare una buona libreria, in tanto si serva del denaro per le cose necessarie, dei vestiti; perché mentre tiene deposito, non è bene, che vada stracciato.
Godo abbia scritto a Milano per le crocifissioni, ma non si piglia cura per Sicilia, che la procurerò io da qui. Attenda a studiarle, e orare, e nostro Signore lo benedica.
Roma, 9 marzo 1665.

top



1665 03 20 AGT ms. 233, f. 159 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa del nostro amorevolissimo signor Cardinale, e la ringrazio dei nostri pistacchi, che li abbiamo convertiti in pesci per questa Quaresima, essendosi venduti 13 scudi. Nostro Signore gli darà il merito del nostro sostenuto digiuno; V. S. poi ringrazi l’amico in Messina, che li ha mandati con somma diligenza, e argomento, sia uomo molto affettuoso, e prudente. Mando altra venuta dalla Spagna, e mi meraviglio, come se fosse arrivato il primo suo dispaccio, che V. S. mi scriverà mandare con tanta diligenza per via del signor Marchese Pallavicino, spero a quest’ora siano arrivati, e il Padre Calascibetta favorirà tutto, essendo egli più efficace nell’operare, che largo nello scrivere.
Godo siano arrivati gl’anagrammi Mariani, e spero a questa ora le siano capitate l’altre che mancavano, avendole mandato con la seguente. Mi rallegro anco assai del misterioso tributo alla Madonna della Lampedusa, sia sempre lode a Maria; io col passato le mandai il breve, e immagine di nostra Signora, e mi scordai dirle che non volle usare dell’oro, non convenendo a religiose, e le signore monache cavallerizze di S. Stefano in Fiorenza, ove si monacano quelle Principesse con essere l’abito dei cavalieri trinato d’oro, loro usano senza; è bene che loro sappiano tutte queste erudizioni, benché minute. Farò di nuovo diligenza per la signora D. Lucrezia Caetano, ma io le scrissi che mandasse di nuovo il memoriale, e avvisava la difficoltà; farò tutto quello si potrà. Non ho mandato la polisa, come avvisava, perché si è stabilita la canonizzazione del nostro Beato di Sales, per la seconda Domenica di Pasqua, e così ho cominciato la stampa dei nostri Aforismi, e così stamperò un parallelo dei 4 S. Franceschi, che spero venire assai bello, e devoto, ed io in questa stampa mi valgo dell’offerta di V. S. e signora Duchessa, però manderò polisa di tutta la spesa, e qui a V. S., signora Duchessa, figli, Mariane, e Minimi, e Orfanelli saluto e benedico nel Signore.
Roma, 20 marzo 1665.

top



1665 07 07 AGT ms. 233, f. 168 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. del 8 passato, e ringrazio nostro Signore delle buone nuove mi dà di D. Ferdinando, lo faccia attendere sopratutto alle devozioni, e alle lettere, e per gli avanzi temporali; V. S. attenda a limpiarle lo stato, e far qualche denaro, che è il nervo del negozio, e già che il Signore ne ha fatto grazia di levarvi quei debiti grossi, come scrisse; facilmente ora può fare assai avanzo, tanto più che non tiene carica di famiglia e obbligo di pompa, al motto siciliano: per arricchire ci vuole molto, poco ad impoverire; voglio avvertirle sì bene, che cerchi con la lanterna, e compri a peso d’oro qualche buon ministro, perché ella non può far tutto, e quel che è peggio, che volendolo fare, farà nulla. Scrivo ciò, perché il buon D. Pier Simone Rizzo mi diceva, che V. S. è male servita assai, e che nella Tonnara l’anno passato vi fu una Babilonia, e che tutte le cose pativano assai, V. S. pensi bene a questo, e aggiusti il maneggio degli affari, che varrà più degli stessi affari; nel resto attenda, come ho detto all’avanzo, mentre il D. Ferdinando è figliolo, e al tempo di casarlo, solo consiglio con titolo di per coprirsi col vivere, come perché le femmine vogliono queste orme, prego nostro Signore ci faccia guida a tutto secondo il suo santo servizio. Manderò il breve per D. Paolo Modica, con le lettere per il Vescovo, come gli mandai per D. Tommaso d’Amico. Mando a V. S. tre fogli stampati dell’operetta del signor Card. Pallavicino, quale si titolerà: Arte della perfezione cristiana, e appresso le manderò i fogli di settimana in settimana, perché voglio, che V. S. le legga adagio, e con pausa; e così le faccia leggere a D. Ferdinando, e si faccia ripetere la lezione, e ce la dichiari, che in questa maniera le resterà a mente, e le farà gran impressione nell’animo, contenendo ragioni di convincere ogni uomo di discorso, e questo poi potrà discorrere al monastero, perché sono cose, che bisogna masticarle; spero nel Signore sarà un’opera di molto frutto, e V. S. con il leggere, e secondo il movimento ne riceverà, ne farà qualche lettera al signor Cardinale che stima questa operetta per il suo Beniamino. Riverisco la signora Duchessa, saluto i figli, Mariane, Minimi e Orfanelli, e a tutti benedico nel Signore.
Roma, 7 luglio 1665.

top



1665 07 28 AGT ms. 233, f. 168r autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. del 12 passato con avviso dell’infermità della signora Duchessa l’ho raccomandata al Signore e sono sicuro, ch’Egli guiderà le VV. SS. secondo la sua volontà, e quando abbiamo questo, abbiamo tutto; di grazia mettiamo tutto il nostro fine in questo, che così non vi saranno più infermità, né impicci, perché non c’è cosa al mondo tolto il peccato, nella quale non possiamo fare la volontà del Signore. Per via di Messina ho mandato i sei direttori di S. Francesco di Sales, e le due figure che vuole la signora Duchessa. Poi un altro tomo, che nuovamente s’è stampato di esempio della Madonna scritto dal Padre Rho, et anco gl’atti della canonizzazione del glorioso S. Francesco di Sales, questo libro lo tenga caro, perché qui non si vende dai librari, e me l’ha dato il signor Card. Pallavicino, al quale lo regalò Mons. Febbei, e me l’ha dato, perché io ne cercava uno per V. S. quale osserverà i bei voti dei signori Cardinali. Vedrà quello del signor Card. Carpegna, il quale a mia istanza fece menzione del nostro combattimento spirituale, libretto veramente degno di ogni lode, vedrà pure quello di Mons. Vescovo di Patti, quale confidenter l’ho fatto io e grazie al Signore è piaciuto mostrare tutte le azioni del Santo, come per una girandola di glorie, ma sopratutto l’ultimo argomento, con che finisco grazie al Signore. Padre Cicala mi dice, che Mons. di Patti passerà al Vescovado di Girgenti, se sarà, avrete un santo Pastore, è mio dilettissimo; si dice pure che, il signor Duca di Terranova fa sforzo per il Padre D. Carlo Pignatelli nostro, suo fratello, assai buon religioso e mio carissimo, nostro Signore consoli codesta Chiesa come desidero. Ho mandato il breve per D. Paolo Modica al signor Giandaidone per abbreviare il tempo dell’esecutoria, e stasera spero mandare a V. S. le lettere per le dimissioni. Mando altri tre fogli della nostra operetta spirituale, e avverto a V. S. a leggere solo i capi compiti, e l’ultimo sempre lasciarlo per la settimana seguente, che verrà l’altro foglio. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Roma 18 luglio 1665.
V. S. mi rimandi la letterina del Padre Calascibetta, che è certo conto di libri, ne tenga copia.

top



1665 10 06 AGT ms. 235, f. 254 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta non tengo lettere di V. S. per non essere capitata la staffetta di Sicilia, con la passata ho scritto assai a lungo, e ora sto per uscire alla devozione di S. Pietro, quale fo ogni Sabato con il signor Card. Pallavicino. Già le scuse sono fatte a non esser più lungo. Nostro Signore lo benedica, con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, e Orfanelli, e tutti.
Roma la vigilia della presentazione della Beata Vergine 1665.

top



1665 11 30 AGT ms. 233, f. 155 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo le lettere di V. R. e ho pagato subito i 10 scudi romani al Padre consultore Benzi, a conto di codesto rev/do Padre preposito, e V. R. non stia a fare scuse e cerimonie perché oziosità, che sarà servita. Per gli avvisi che teniamo del Padre generale, speriamo, che poco prima della festa sia costì, e che forse la farà costì, però potrà godere il suo viaggio con la buona compagnia del Padre preposito, dal quale farà trattare tutto col Padre generale, perché la vera strada dei religiosi è l’obbedienza, che si deve praticare con Superiori locali, e supremi. In caso che il Padre preposito non andasse a Milano, V. R. potrà godere il ritorno del Padre visitatore Morandi, con il quale ho anco servitù particolare, e con la posta seguente le manderò una mia lettera per darle in caso, che non venga il Padre preposito e pure con la medesima posta le manderò recapito per le spese del viaggio; in tanto preghiamo nostro Signore faccia sempre tutto secondo la sua santa volontà, e beneplacito. Hieri si fece promozione, e fra gli altri vi è l’Abate Bona di S. Bernardo nostro amico antico come potrà vedere nel nostro libretto dell’Amor di Dio, ove io lo nomino col devoto onore; è soggetto veramente Papabile, e avremmo un altro Pio V, però lo raccomando a V. R. acciò preghi per lui e nostro Signore la benedica.
Roma, ultimo novembre 1665.

top



1666 01 16 AGT ms. 233, f. 179 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

crivo questa lettera con qualche tenerezza, e inginocchiato avanti il sacro corpo del glorioso San Traspadano, il quale avendo preso la Palma del martirio in Roma crudele, ora vuole gli onori, che Roma santa dà ai Martiri nella nostra Palma. Il nostro signor Card. Pallavicino le manda questo prezioso tesoro, ed è il maggiore, che possa dare un Cardinale, anzi un Papa; quando fu qui il Duca di Parma, il dono gli fece Papa Urbano, fu un corpo di Santo, ma attendetene le belle circostanze. I corpi dei Santi comunemente si trovano senza nome, e poi, se ne dà piamente alcuno significante qualche virtù propria dei Martiri, e de facto lo stesso signor Card. Pallavicino, in principio del suo cardinalato avendo avuto un corpo piccolo di una santa, per una sua sorella monaca in Perugia, la chiamarono Lucia, per la luce grande che ricevono e danno i santi Martiri, nei loro martiri. Ma questo nostro si è trovato col nome scritto, ed è uno dei maggiori segni autentici del martirio. Di più oltre al nome si è trovato col sacro corpo, un vaso col sangue dello stesso martire, e questo è maggior segno, anco di autentica, e singolare attrattivo alla sua devozione, quale stesso vaso anco viene col sacro corpo, ed io nel vederlo ancorché duro più che ghiaccio non ho potuto contenere le lacrime. Un’altra bellissima circostanza, questo sacro tesoro fu riposto da santa Priscilla nel suo cimitero, nella via Salaria, or questa medesima santa è comparsa nel Martirologio Romano nel medesimo giorno, che il signor Cardinale ci ha dato questo sacro corpo santo; come ella potrà assicurarsi dalla data della lettera, quasi volendo ratificare il dono fattole, o pure ella stessa darlo per mani del signor Cardinale, e se la santa lo ripose nel suo cimitero con le mani imporporate del sangue del Martire, ora glielo dà per mezzo di un Cardinale, che sono imporporate col sangue di Cristo; a me è piaciuta tanto questa circostanza, e così al signor Cardinale che ne avremo reso grazie umilissime al Signore, parendone una autentica, e un placet suo divino, e io sarei di parere, che il giorno festivo del Santo fosse questo stesso di santa Priscilla, e della donazione del corpo, quando pure non fosse costì altra apposizione migliore; onde potesse sortire maggiore gloria al Santo. Il nome di S. Traspadano sebbene è nuovo, pure è dolce, e facile all’uso per la desinenza come ne sono santi Fabiano, Sebastiano, Mamiliano, Giuliano, e V. S. per adesso godrà dell’avviso, ed anco delle lettere del signor Cardinale che per lodarla è delle più belle, che egli ha mai fatto, un elogio della Sicilia, uno di Roma, un vostro, uno dei corpi dei Santi, uno degl’atti di carità e godo che questa lettera si registra con l’autentica che vorrà ratificare l’identità della reliquia, e così resterà: ad perpetuam rei memoriam, e V. S. gli risponda più col cuore, che con la penna. Il santo corpo con l’autentica lo tengo io, il signor Cardinale lo ha fatto accomodare in una bellissima cassetta di velluto piano cremiscino, trinata d’oro, assai riccamente con la sua fodera e sigillo, voleva fare cristalli, e molto più ma io non ho voluto per non le far spendere tanto, e poi non mi piace quella mostra di cristalli, parendomi più decoro lo stare nascosto, si fa maggior concetto del corpo intero, e però gli ho detto, che bastava questo, e che V. S. costì le avrebbe fatto cassa a suo gusto; si può accomodare questa cassetta in una urna finta di diaspro cosa assai bella, e pochissima spesa, e servirà per reliquiario privato, e anco potrà servire per il primo ingresso, e dopo sopra questa andrà vedendo di fare qualche cosa bella, e ricca.
Vorrei bensì che si facesse un incasto alla sacratissima testa, la quale è la più maggiore, e più intera, che io avessi veduto, e questa poi sola si può esporre su l’Altare, e che sopra vi sia come un finestrino, che si opera, acciò i devoti possono toccarle le loro corone, e rosari, questo incasto si suole fare comunemente d’argento liscio, ma come che la testa è tanto bella, forse sarà bene di cristallo, ed in Venezia si può avere sceltissimo, e se da costì non hanno corrispondenza, me l’avvisi, che lo procurerò io da qui. Io veramente ne giubilo, e ne rendo grazie al Signore continuamente, perché mi pare che in Palma vi mancava questa prerogativa; V. S. e signora Duchessa pensano a fare Altari, Cappelle, Reliquiario, Casse, e pigliano la misura grande, perché queste cose che si fanno col beneficio del tempo, e per ora disegnino feste, e trionfi per il primo arrivo, con incontri fino a Palermo, o di lei, o di D. Ferdinando, e poi esser dal Vescovo, e invitare il Vescovo a fare tutto quello, che la santa devozione gli ispirerà, ed il primo nato che sarà in Palma si chiami Traspadano, e lo battezzino loro, scrivo col cuore, e gli faranno più di quello mi penso, e scriva tutti questi suoi disegni, battesimi, e apparati al signor Cardinale, che le sarà di molto contento; vedendo, che il Santo per mezzo suo comincia a ricevere i dovuti onori. Io procurerò mandarlo con buona comodità non solo d’imbarco, ma che vi sia qualche religioso, o sacerdote, che lo conduca, e forse che vi sarà un sacerdote di Girgenti raccomandatomi da D. Simone Pietro Rizzo, anziché, se da costì dovesse venire qualche sacerdote, ella ci potrà dare una quindicina di scudi di aiuto di costà per poi fare questo ufficio; ma come io ho detto, procurerò di trovare la comodità qui, perché così sarà negozio molto lungo, se bene quando a lei piacesse, o trovasse buona comodità, potrà avvisarmelo con più lettere per via di mare. Infine, prosit, prosit a V. S., signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutta Palma, non tramischiamo altro in questa lettera; viva, viva S. Traspadano, e impetri a me, ed a loro il santo Amore.
Roma città di S. Pietro, l’ora della lavanda dei piedi, il giorno della Lanceata, la settimana dell’indignazione, il mese della circoncisione, l’anno della Natività, gennaio 1666.

top



1666 01 20 AGT ms. 233, f. 181 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa del signor Card. Pallavicino piena al solito di dottrina, e cordialità, e V. S. con questa lettera si può fare onore, quando passa costì qualche personaggio di sapere, con prender modesta occasione del sublime stile e farsene poi pregare per non parere voler mostrare il suo vanto, che veramente sono pasta di grandi uomini.
Al signor Cardinale è piaciuta assai la sua lettera, e mi ha detto, che le soggiunga, che i pistacchi sono tanti, che egli ha fatto conto, che con questi soli senz’altro può cibarsi tutto l’anno; ho goduto assai che V. S. avvisava dell’acque, tanto più che se lo trovava scritto. Se V. S. con questa acqua, e pasta, manderà un cassettino piccolo di pasta al Padre Cicala, credo le saranno gratissime per darli al signor Card. Bonelli suo penitente, e non ci resterete di sotto, perché il Padre Cicala sapete come corrisponde; onde io glielo avviso per mercatura curiosa.
Credo a questa ora sia capitato il piego, dove avvisava l’indulgenza del sacro Monte, cioè di aggregarlo qui al Monte della Pietà, e V. S. può mandare gli indirizzi soliti, come ha mandato per le altre aggregazioni che si sono fatte in Palma, non mi dilato, perché è tardi, e sta per partire il piego; nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi e Orfanelli.
Dalla città di S. Pietro, l’ora del sudor sanguigno, il giorno del sepolcro, la settimana dell’indignazione di Giuda, il mese della circoncisione, l’anno della nascita 1666.

top



1666 01 25 AGT ms. 233, f. 182 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo una di V. S. del 30 Novembre e godo del frutto che ha fatto della nostra cartuccia di S. Luca, sebbene per quelle parole non razione, non bisogna andare all’oscurità del venerabile P. Gio: della Croce, la cui dottrina è per Anime sollevate, l’ha ben spiegato il signor Card. Carpegna, non razione umana, perché in questo mondo non bisogna vivere secondo gli appetiti dei sensi, che sono brutali, e poi né anco con la ragione umana, cioè con la politica, puntigli, splendore di Casa, e di casate, ma si deve vivere fido, cioè secondo la legge del santo Evangelo, con semplicità, povertà, umiltà, e pazienza: qui vult venire post me, abneget semetipsum, et tollat cucem suam, con questa cosa sono soddisfatto di averle mandato la detta cartuccia, e V. S. la pratichi, che vedrà quanto è vero, lo renderà superiore alle cose del mondo, e conoscerà maggior speranza delle cose del Cielo. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti pregatelo per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’orazione all’orto, il giorno del sepolcro, la settimana della passione, il mese della circoncisione, l’anno della nascita 1666.

top



1666 02 02 AGT ms. 233, f. 184 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. e godo molto della sua umiltà, ma io voglio umiliarla meglio; la sua lettera è molto studiata, io desidero, che quando scrivete, la facciate con più schiettezza, e santa semplicità, bisogna che nelle lettere spirituali si veda il cuore, non l’ingegno, però se gusta scrivermi, muti stile, e se V. R. ama veramente la santa umiltà, le sarà grata questa lettera. Voglio però che l’umiltà, come dice S. Francesco di Sales, sia generosa, noi non abbiamo da confidare del tutto di noi stessi, ma intraprendere tutto confidati in Dio; legga il combattimento spirituale, che è pieno di questa dottrina, e lo mandi a memoria, che questo è il libro proprio dei Teatini, come diceva il medesimo Francesco di Sales, e questo sia il mio avviso spirituale, ella voleva una lettera lunga, ci do un libro, ma bisogna leggere, non per sapere, ma per sperare, e operare, non per parere di operare, ma per servire Iddio. Caro fratello tutto per Dio, tutto a Dio, e Iddio lo benedica.
Roma, 2 febbraio 1666.

top



1666 05 10 AGT ms. 233, f. 188 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevei la lettera di V. S. e godo molto della benedizione della Chiesa di nostra Signora della Luce nel Monte Calvario, e maggiormente del progresso del santo eremitaggio, né V. S. curi di maggior numero, perché la perfezione si conserva meglio fra pochi, e siano vigilantissimi nel ricevere nuovi novizi. Mi è piaciuta assai la lettera del Padre Antonino di Caro, semplice, schietta, e devota, così quella del signor Fana, quali ben sigillate ho mandato al signor Marchese di Pianezza, dissi ben sigillate, perché se bene a me non grato il suono della lode propria; ad ogni modo la modestia vuole, si mostri non averle vedute. Io vi mando una lettera del detto signor Marchese, alla quale risposi con darci parte anco della promozione del fratello Giuseppe Maria alla professione, che appunto me ne capitò l’avviso in detto tempo, e così con detta occasione gli cennai lo stato delle sorelle, signora Duchessa, e suo con il romitorio del Calvario, vedete che disposizioni del Signore. Onde ora con dette lettere le ho scritto, che se con la posta passata gli cennai l’eremitaggio del Calvario, adesso con quelle lettere del signor Fana ne vedrà i frutti; V. S. mi fa la grazia avvisarmi, la qualità di questo gentiluomo, e anco del compagno, che è francese, e il padre Maggio mi scrisse esser teologo. Desio una relazione dei soggetti, essendo questo eremitaggio, e il monastero delle cose più amate che io tengo, ci comunichi questo mio sviscerato affetto, acciò preghino nostro Signore per me. Mando a V. S. anco una del Padre Silos, per vedere il gradimento delle paste. Circa al nuovo Viceré vedrà di fare ogni officio con il Padre Cicala, essendo che il signor Ambasciatore che si aspetta qui è tutto suo, e se V. S. pare necessaria quella lettera del signor Conte di Pignoranda, ne potrà scrivere al signor Card. Pallavicino, ma non le servirà per le cose particolari. Attendete alla virtù, alla modestia, che queste sono le migliori lettere, e quanto più sfuggirete i beni, tanto più lo seguiranno.
Il signor Card. Pallavicino mi ha detto, che è venuta la nomina solita fare i Principi per la futura promozione dei Cardinali, l’Imperatore all’Arcivescovo di Salisburgo Francia, al Conte di Mercurio, Principe di sangue; da Spagna è venuto il piego serrato, si intende per il Duca di Montalto, si aspetta il Papa da Castello, e si saprà di certo; ce l’avviso perché essendo signore del Paese, sarà la nuova cara, e forse costì recondita. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’abbandonamento, il giorno del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese dell’ascensione, l’anno della nascita 1666, maggio.

top



1666 05 20 AGT ms. 233, f. 189 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on la posta non ho avuto lettere da V. S., le mando questa del signor Marchese di Pianezza, e vedrà quanto opportunamente gli saranno capitate le lettere per il signor Marchese tanto con la relazione dell’eremitaggio di Palma, le VV. SS. cerchino di corrispondere al concetto di questo signore e preghino per lui, e particolarmente anco per me per continuare una volta ad amare il nostro Signore con tutto il cuore, con tutto l’animo, con tutte le forze, ed io prego il Signore vi benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’abbandonamento, il dì del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese dell’ascensione, l’anno di nascita 1666, maggio.

top



1666 05 24 AGT ms. 233, f. 190 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on l’ordinario passato non scrissi a V. S. perché sono stato servendo al signor Card. Pallavicino, alcuni giorni ad Albano, dove S. E. è stata per mutazione di aria; è questo il paese più ameno forse d’Italia, così per la natura, come per l’aria, e tutti questi signori vanno a villeggiare in questi contorni; se bene io mi ho goduto la mia solitudine, perché il signor Cardinale ogni mattina è andato a Castel Gandolfo, vicino un miglio, dal Papa, e così io tutta la mattina me l’ho goduta in una celletta dei Padri Cappuccini di Albano, che veramente è un luogo anco nel materiale giardino di delizie; e il Papa viene spesso a passeggiare nel giardino, ma io solo nella mia celletta, nella quale mi ho ricordato sempre di tutti loro, e sia per avviso e consolazione spirituale di tutte le VV. SS..
Al ritorno ho trovato lettere di V. S. e godo molto della bella invenzione per l’apparecchio di ricevere con decenza il SS.mo Sacramento, nei casi di infermi l’accompagnarlo con torce è cosa ottima, sta usato da per tutto; ma questo apparecchio è cosa nuova, e quasi necessaria, però lo raccomando molto a V. S. e particolarmente più diligentemente nelle case dei poveretti, dove vi è maggiore la necessità, godo si promulghi per tutto, acciò si imiti da tutti; mi piace assai la devozione di 100 Messe, e io supponeva, fosse già istituita, e mi pare, che V. S. me l’avesse scritto, non so poi perché, a Monte Calvario io vorrei lasciare quei buoni eremiti in solitudine senza tanto concorso di Messe, e genti, e solo vorrei ci andassero le persone per puro spirito di confessarsi. Io spero assai di quel sacro luogo, ma solitudine, solitudine, solitudine. Qui corse nuova che le galere del Papa venivano a Malta, e toccavano Sicilia, però scrissi al signor D. Fortunato Vecchi e li mandai al nostro Ottaviano per godere il passaggio del corpo del glorioso San Traspadano, ne mando a V. S. la cortesissima risposta, e forse il Signore ci consolerà con l’arrivo, vedete che bella congiuntura, e le cortesie fatte a quel signore possono servire con tanto vantaggio, preghino S. D. M. indirizzi tutto a sua maggior gloria. Mando altre due lettere venute da Spagna. Mi meraviglio che le istruzioni mandate non fossero così chiare, e che il signor D. Marzio abbia appreso che V. S. voglia comprare le tratte, e poi benedizioni. Il che mi dispiace per un altro capo, perché nella Corte apprenderanno che V. S. tiene gran denari, e così nelle sue pretensioni sempre piglieranno grossa la misura, V. S. scriva chiaro, e particolarmente chiarisca questa partita; a me è parso ottima la risposta del signor D. Orazio, cioè di prendere l’esecuzione dalla grazia del signor D. Gio: e in questo è bene V. S. stabilirlo, ma senza fretta, e senza mostrare ansietà; anzi mostrare come è, che già ne tiene quasi la pratica, e mandar bene li caricati, e scritture autentiche.
Basta io discorro da lontano, ella saprà meglio aggiustare le cose, ma di grazia sia chiaro nelle istruzioni, e sempre pensi che parla con uomini nuovi, e che non sanno niente dei suoi concetti. Godo assai del ritorno del signor Giustiniani, il quale è affezionatissimo e diligentissimo e V. S. lo troverà sempre prontissimo. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti preghino per me; V. S. non avvisa chiaro l’apparecchio che si fa per la santa comunione, credo vi voglia il tappeto, tavolino seu altare con candelieri, e candele con la sua tovaglia qualche tosello, e ombrella.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della crocifissione, il dì della lanceata, la settimana della passione, il mese dell’ascensione, l’anno dell’Incarnazione 1666, maggio.

top



1666 06 02 AGT ms. 233, f. 193 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. con avviso della visita che l’ha fatto il Signore col dolore della pietra, e con gl’aiuti spirituali le ha dato con la lettura del Padre Rho, e spero che se ne abbia approfittato molto; questo è un male, che suole tornare, però bisogna usar preserva, e regole; il signor Card. Pallavicino ne patisce, e ha sperimentato assai bene bere acqua di orzo, che col vino non è ingrata, perché l’orzo refrigera, umetta e asperge; e V. S. me ne mandi una relazione del medico, che con una dobla, o poco più ne farò venire una consulta da Padova. Questa diligenza si dovrà fare non tanto per la vita, ma per la vita sana, e particolarmente a V. S. che ha casa; ma fatta questa diligenza, e pare senza sollecitudine, non si ha da pensare più al male, o pensare come regalo di Dio; tutto questo è dottrina del Santo, tutto dolcezza, Francesco di Sales, prego nostro Signore faccia seguire tutto sempre in suo servizio.
Godo assai della venuta del fratello Giuseppe Maria, e della soddisfazione, che V. S. ne ha tenuto per i suoi studi, già ho scritto, e con la seguente posta aspettiamo avviso di Siracusa per il totale aggiustamento e V. S. circa ciò si lasci servire da me, e vorrei farlo Santo, non solo per se, ma per il mondo, cioè pieno di dottrina per diffonderla poi ai prossimi. Il Padre Maggio mi scrive, che stava persuadendo il signor Torricelli per venire a servire V. S. per Aio di D. Ferdinando. Io stimo detto signore per uomo assai devoto, e dotto, come le scrissi altra volta, ben vero, che l’ho sperimentato poi un poco variabile, e assai fisso nelle sue opinioni; ad ogni modo quando V. S. l’avesse preso, cercherà di cavarne il buono, né si impieghi in altro, ma pigli occasione alle sue proposte da consultare con me; nel resto lui è abilissimo, e può fare fare gran progresso al figliolo nelle lettere, e nello spirito. Quando V. S. non avesse anco stabilito Aio, non so se viene il signor D. Tommaso di Averna, che ha scritto il signor Duca di Montalto, e signor Duca di Terranova, quando fu qui Ambasciatore ha stato in Spagna, sa bene la lingua, ha stato in Alemagna è pratico della Corte, e qui finalmente si fece sacerdote. Questo fece la tragedia del Padre Alipio, è versatissimo in poesia e cose di Corte, vecchio, e forse sarà atto per tal officio; V. S. ne scriva al Padre Maggio, che c’è amico, e se è fuori di Palermo, si potrà scrivere. Scrissi del Cardinalato del signor Duca di Montalto, ma il signor Card. Sforza vedendo, che il Papa non voleva far nomina di Principi o per dir meglio dichiarare che in quelli in pectore vi sono quei dei Principi di quelli siano in pectore, non ha voluto aprire il piego, ma si dice costantemente che sia per cadere in detto signore, ma da occulti non si può avere certezza fisica. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi e Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’abbandonamento, il dì del sepolcro, la settimana della passione, il mese del Corpus Domini, l’anno dell’Incarnazione 1666, giugno.

top



1666 07 10 AGT ms. 233, f. 195 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on la posta passata ricevo la lettera di V. S. senz’altro negozio, che quello del signor Canonico Pirao, ed ella me lo raccomanda così efficacemente che ho fatto diligenza per servirlo; ma il negozio non è solo difficile, come dice il signor Canonico, ma impossibile, perché simili dispense si fanno solo in caso di permutazione, né di altra forma vi è esempio, né i Papi derogano mai la volontà, se non per caso urgentissimo; intanto V. S. avvisi il tutto all’amico, acciò si quieti sopra questa materia, se altro l’occorre, io sarò sempre pronto a servirlo. Saluto la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e a tutti mi raccomando nelle orazioni.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’abbandonamento, il dì del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese del Magnificat, l’anno dell’Incarnazione 1666.
Godo siano capitate le sante devozioni di Loreto, e con la passata scrissi le notizie per quella reliquia del glorioso San Francesco Sales, e sto facendo lavorare due bellissimi incasti di cristallo per la testa, e sangue del glorioso San Traspadano, e attendo la comodità delle galere del Papa, stimandosi la tragedia già al finale.

top



1666 08 20 AGT ms. 233, f. 196 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta ho mandato al signor D. Gio: Giandaidone i due brevi per il signor Milazzo, acciò eseguiti li faccia capitare a V. S.; la spesa è stata di scudi 17 sodi di questa moneta, un scudo meno di quelli del figlio del signor D. Baldassare, per esser ivi la dispensa di 14 mesi.
Ho scritto al signor Giandaidone, che il negozio per il signor suo fratello non può camminare per nessun conto, dovendo procedere il concorso di costì come l’ordine del Concilio Tridentino, quale i Papi non derogano; anzi qui per dirla a V. S. in confidenza si meravigliano, come da costì facciano questa domanda, io pure scrivo con buona forma al signor Giovanni.
Mi rallegro assai degli avvisi buoni della compagnia del SS.mo Rosario, e di Monte Calvario, e per la prima farò diligenza per la figliolanza, esser la seconda raccomando sempre a V. S. la ritiratezza di quei buoni eremiti, e quando vengono il Lunedì, se così urget, che facciano a giro per non vedersi sempre gli stessi, e che con l’esterno mostrino la solitudine interna, e tutti preghino per me. Ho consegnato le nuove lettere del signor Torricelli al signor Bocastini, quale mi ha mandato la cassa di libri, e manderò con prima comodità, V. S. me lo saluti caramente e me li raccomando caldamente alle orazioni. Vedo quanto V. S. scrive per le cose di Spagna, ma il signor D. Marzio scrive al Padre Cicala lamentandosi, che non tiene sue lettere. Io vorrei che V. S. abbondasse più tosto nello scrivere, che mancasse, né per scrivere bisogna aspettare l’aggiustamento del negozio; basta accusare le lettere ricevute, e andare mantenendo l’amico a corrispondere, altrimenti si raffreddano, e queste lettere sono semplici avvisi, e però si possono moltiplicare senza fatica. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’abbandono, il giorno del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese della trasfigurazione, l’anno della nascita 1666, agosto.

top



1666 08 24 AGT ms. 235, f. 179 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Il Padre generale mi ha detto, che codesto studio si finirà in breve, e che egli al suo ritorno della visita condurrà V. R. a questo studio di Roma; veda quante grazie ci fa il Signore; bisogna pregar lui, e lasciare fare sempre a lui.
Il viaggio del Padre Ribera per Milano è ancora in dubbio, e per i libri V. R. non si prenda pensiero, che aggiusteremo meglio tutto alla sua venuta qui, e in Milano ho Padri affettuosissimi, e questo comprare è meglio farli paesani con la comodità del tempo, che forestieri spratici, e di passaggio. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi continuamente per me.
Roma, 24 agosto 1666.

top



1666 10 24 AGT ms. 233, f. 198 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

abato passato non scrissi a V. S. per essere la festa del nostro santo Padre, supplisco con la presente, e prima circa la Sacra Distribuzione ne ho fatto consulta, e fattone anco pregare il Signore da cui [viene] tutto. A me pare, che mentre il capitolo di Girgenti le è contrario per nessun conto si deve fare la Collegiata, perché sarà un attaccare lite, rendersi codesta Chiesa esosa alla sua metropolitana, e infine in cambio del culto del Signore si verranno a coltivare le risse, e le discordie. Poi i beneficati saranno esenti dalle spese delle bolle. Le VV. SS. sempre più padroni dell’elezione, e la Chiesa più servita, con gente di loro gusto, e infine la Collegiata si ridurrà ad un amaro pezzetto di insegna, qual supplicano bene le sacre stole. Ad ogni modo V. S. faccia la fondazione delle distribuzioni, e metta la condizione, che tanto ella, quanto i suoi successori possono mutarla, o abolirla, e erigere Collegiata o sola, o con l’Arcipretato, o nella più lunga forma, perché parrà agli avvocati, e così con che col tempo i canonici e Vescovi concertatisi vi sia facoltà di farlo. Anco mi pare che V. S. per se solo si riservi facoltà di mutare, levare, e abolire una o più volte in tutto, o in parte dette distribuzioni, perché con la pratica del tempo può occorrere occasione di mutar molte cose. Il cappellano per la Messa conventuale, e i quattro sacerdoti per gli atti del SS.mo Sacramento vorrei fossero fuori della Distribuzione, per lasciare sempre pieno il sacro coro. Nel resto questa minuta e circa il materiale, essendo in formale le costituzioni, e però a me non è altro che dire, lo faccia tutto in nome del Signore e della SS.ma Madre. Ricevo la scrittura per la padronanza della Beata Vergine, e cercherò con ogni diligenza la spedizione per esser costì per la festa se piacerà al Signore. Manderò l’acclusa a Torino, come comanda e le mando l’acclusa per il signor Torricelli, e per la signora Ottaviano. I due libri V. S. desidera del signor Marchese di Aidone, me li trovo io, avendomeli mandato duplicati detto signore e con prima comodità di mare li manderò, con l’altra avvisata. Riverisco V. S. signora Duchessa e figli, e me li raccomando alle sante orazioni, come fo alle Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti nostro Signore me li benedica.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’abbandonamento, il giorno del sepolcro, la settimana del gradimento, il mese della trasfigurazione, l’anno della nascita 1666, agosto.

top



1666 08 25 AGT ms. 233, f. 199 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. col piego per la Sacra Distribuzione di Palma, quale vedrò con gusto, e avviserò quello stimerò servizio del Signore.
Rispondo con l’acclusa alla signora D. Geronima, e al signor procuratore Giandaidone. Prima della sua lettera era venuta la morte del buono Buonaventura, e le ho fatto tutti quei suffragi che ho potuto, e spero nel Signore sia nel Paradiso, ove perfezioneremo l’amicizia in tenere in stretta e fervente carità godendoci un Dio per tutta l’eternità; V. S. pensava che l’Imperatrice fosse in Milano, ma né anco c’è speranza di prossimo, però il signor Viceré nuovo dimorerà molto, io farò diligenza per le lettere di qualche ministro, ma se non saranno cose officiali le lascerò per non faticare invano.
Con prima comodità di mare manderò i breviari, e diurni con gli altri libri avvisati. Godo dell’avanzo nello spirito nel nostro monastero, e prego nostro Signore sempre per le loro santità, e qui saluto V. S., signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti, e mi raccomando nelle loro orazioni.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’abbandonamento, il dì del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese della trasfigurazione, l’anno della natività 1666, agosto.

top



1666 09 17 AGT ms. 233, f. 205 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. insieme con quella del Padre D. Fortunato, e ringrazio il Signore della grazia che fa a codeste mie Mariane, e ho goduto assai di quella l’ha fatto con una buona guida, perché scorgo nella lettera del detto D. Fortunato spirito, e prudenza, cose vere, e necessarie in un confessore di monastero, io le risponderò con la posta seguente, perché ora mi trovo qui nella villa del signor Card. Farnese, ove mi ha voluto condurre il signor Card. Pallavicino, quale è venuto a prendere un po’ di aria, essendo questa perfettissima e amenissima, questi sono eccessi dell’amore di questo signore, qual pure comodamente mi parla di V. S. e già ha in ordine due vasetti di olio del gran Duca per V. S., uno contro ferite, e l’altro contro veleni e febbri maligne, con le sue ricette per adoperarle; e sono cose segretissime che colà ha mandato il signor Principe Leopoldo, fratello del gran Duca, verranno con la prima comodità di mare con i libri avvisati; le mando una mia meditazione del glorioso S. Francesco di cui oggi celebriamo le stimmate. Benedico V. S., signora Duchessa, fratello Giuseppe Maria, D. Ferdinando, le Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti preghino per me, l’ora della licenza, l’anno della nascita.
Roma, 17 settembre 1666

top



1666 10 08 AGT ms. 233, f. 207 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta non tengo lettere di V. S., le mando la consulta venuta da Padova, e mi è piaciuta assai, si sono spese due doble, e per le cose umane le stimo la meglio spesa, per l’orina è acuto nella cura del corpo, quale il Signore vuole, che la cerchiamo con prudenza. Nel resto saluto V. S., signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti preghino ad invicem per il santo Amore.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’abbandonamento, il dì del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese dell’elezione dei discepoli, l’anno della salute 1666, ottobre.

top



1666 10 15 AGT ms. 233, f. 265 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on la posta passata mandai a V. S. la lettera del signor Marchese di Pianezza al Papa, ora ne le mando la risposta per Breve, ed è una risposta del signor Card. Azzolini, segretario di Stato, quale per sua benignità mi mandò la copia,V. S. godrà, come Iddio premia le virtù anco qui in terra. Vi mando anco quella orazione, che il Marchese per detta lettera mi mandava, e sono eccellentissime particolarmente le terze, V. S. le faccia traslatare da D. Ferdinando, già che mi scrisse, teneva maestro spagnolo, e le partecipi alle nostre Mariane, e Minimi. Godo siano arrivati a tempo le figure, medaglie, e indulgenze, per la festa del nostro S. Traspadano, e ne attendo la relazione. Circa la lettera del Padre Cicala per il signor Cardinale non mi pare V. S. sia per eseguire il fine ne pretende, può con occasione ringraziare al Padre, bastandovi la sua padronanza e la sua intercessione presso detto signore, e che si sia tenuto affezionatissimo col signor Card. Pallavicino per mio rispetto. Dissi con occasione, e perché rispondere ora dopo tanto tempo, pare cosa scaldata; e io per quella vedo il Padre già ha concepito l’esclusiva, onde V. S. si valga con generalità, e della meglio maniera coprire con silenzio. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’orazione, il giorno del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese dell’elezione, l’anno della salute. 15 ottobre 1666.

top



1666 10 21 AGT ms. 233, f. 208 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

a posta passata pensava scrivere a V. S., ma poi mi mancò il tempo, ad ogni modo dal Padre Cicala avrà inteso la storiella di Spagna, quale a me è parsa come un sogno, e come a tale non bisogna pensarci. Ringrazio nostro Signore che mi dà tal cognizione del mio poco talento, che mi fa parere temerità, alzare un solo pensiero a simili cose. Non voglio però lasciare di dirle la somma amorevolezza, che in questa occasione mi ha usata il signor Card. Pallavicino. E’ venuto lui stesso, con un nobile corteggio di Prelati, fino a S. Silvestro a portarmene l’avviso, e rallegrarsi più della rinunzia, che dell’elezione, ed è stato con tanto applauso di Roma, che se avessi ricevuto il Vescovado di Toledo. Queste quattro parole siano per V. S. perché alla fine nel mondo queste cose si stimano, ma a me grazie al Signore non toccano la pelle; ringraziamo di tutto il Signore e pregate che non le muoia ingrato. Circa gli studi del fratello Giuseppe Maria io le ho scritto più volte, con questa replico lo stesso, ma per levare il figliolo dai pensieri di Napoli, V. S. sappia, che la logica vi si è incominciata credo prima di Pasqua, tanto che sarà uno strapazzare lo studio, quale se non si piglia dai suoi principi, non vale nulla; poi il lettore di Napoli è assai più giovane del nostro.
Io sento, si dovrà eleggere nuovo studio, o in Siracusa, o altrove, né creda che io perdo tempo, non solo per lo stesso, ma per l’ottimo studio; a me piace il desiderio del figliolo, ma non vorrei, fosse con tanto ardore; si è fatto religioso per esser Santo, non dottore, ed il primo si assegnerà con l’obbedienza, né proceda come di quello che tocca ai Superiori; V. S. ci soggiunga e imprima questi principi, che sono le sante massime dello Spirito. Mi sono poi veduto della retorica di V. S. che fa denotare facilità la difficoltà del ricevere studenti in S. Paolo, con proporre l’elemosina, come che ella solo potesse fare questo affatto; e poi volete, che io proponga questi partiti nella religione? Le vie del secolo sono differenti del claustro, basti V. S. in questo si rimetta a me, né posso dirle di vantaggio. Mi è stato carissimo l’avviso, che il Padre Ribera non si voglia servire della licenza per la predica dell’Avvento, e che già io ne le avevo mandato la revocazione; godo abbia pigliato lo stesso motivo, e prego nostro Signore ad accrescerli questi buoni sentimenti. Riverisco la signora Duchessa, saluto li figlioli, le Mariane, Minimi, Orfanelli, e a tutte le VV. SS. mi raccomando strettamente nell’orazioni. Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’orazione all’orto, il giorno della cena, la settimana della Passione, il mese dell’elezione dei discepoli, l’anno della salute 1666.
È venuto padron Andriatta da Palermo con un bellissimo brigantino con lui verrà il nostro medico, e manderò il sacro corpo di S. Traspadano, i libri, e un bellissimo Salvatorino per la Duchessa. Lunedì fu il nostro San Luca, 53 anni un vento, e rispetto all’eternità un nulla: oh beata aeternitas, oh aeterna beatitas; ho aggiustato una devozione al nostro Santo, se ne serva anch’ella, e pregate per me; S. Luca dipinse assai il Signore, o nel grembo della Vergine, o [nella] crocifissione. Roma, 21 ottobre 1666.

top



1666 10 28 AGT ms. 233, f. 249 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

uesta mattina appunto ho nuova che vaca un collegiale nel convento di Assisi, per rinuncia del Padre Caldroni, spero farò ogni opera per il Padre Focolari, V. S. l’avvisi per pregarne il Signore. Mi ricordo che V. S. nella Torretta tiene certe mandorle, delle quali si mangia la corteccia, e pure nella Licata vi sono datteri senza osso; V. S. sospenda l’intenzione, né mi condanni di gola, ho pensato a ciò, perché se V. S. gusta, ne potrebbe mandare due cestoline al signor Cardinale (1); è tanta la cordialità di questo Signore che mi fa ricordare di tutto, perché sono cose che mostrano l’affetto; in questo ultimo invito il signor Cardinale disse che mensa viene a mensura, e io osservo, che si dice mensa passiva, perché noi abbiamo da mensurare i cibi, e non lasciarci mensurare da loro, e così la mensa del signor Cardinale è la propria, perché dà libertà che ogni uno misura a suo modo, ci serva questo avviso festivo per regalo ai figlioli di attendere a questa misura, e nostro Signore benedica tutti. [28 ottobre 1666]
(1) Sforza Pallavicino

top



1666 11 15 AGT ms. 233, f. 215 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

e ne ritorna il nostro medico con D. Narciso, trionfanti con il sacro corpo del glorioso S. Traspadano, come ho scritto a lungo con altra, loro stessi saranno lettere, e prima D. Narciso perché il medico resterà qualche giorno in Palermo per la pratica del paese, essendo le cose diverse secondo le regioni; io non le raccomando con questa, perché portandola loro, potrà parere compimento a sua richiesta, l’ho fatto con altra, alla quale mi rimetto, e qui a V. S., signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, e Orfanelli benedico nel Signore, e me li raccomando sempre nelle loro orazioni.
Dalla città di S. Pietro, l’ora del sudor di sangue, il dì della cena, la settimana della trasfigurazione, il mese della sete, l’anno di salute 1666, 15 novembre.

top



1666 11 24 AGT ms. 233, f. 211 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

a settimana passata mandai a buonissimo recapito il piego al Padre D. Emanuele Calascibetta, quale grazie al Signore ha recuperato, e gode la salute; però ora mando tutto l’altro indirizzo al signor Giustiniani, come superfluo.
Con il primo piego venne la vita del Padre Alipio quale qui c’è, né occorrerà mandarla, o almeno mandare i fogli necessari, come ho fatto io per la Spagna, sebbene ivi anco si troverà, e poi si dovrà fare diligenza di farlo pesare come l’oro, che se avrebbe pagato il quarto meno. Onde ora un libro di cinque giulii costa cinque scudi, io non sono avaro, ma non gusto si butti il denaro, mando una fede di questa posta, che tiene anco costì, acciò faccia diligenza, che nei loro conti si passino per peso di letture, perché qui non l’ho potuto fare, stante averne debito costì. Mando a V. S. due offici nuovi per essere a tempo, e godrà particolarmente di questi del nostro dolcissimo santo di Sales, quale è d’obbligo, e l’altro è ad libitum; ne mando altri due al signor D. Giovanni nostro per darli al fratello Giuseppe Maria, quale mi dicono, goder assai degli offici ecclesiastici, e rubriche.
Godo assai del suo ritiro al Monte Calvario, che comincia a farli godere a D. Ferdinando, e ne aspetto le sante risoluzioni che sono il fine di questi ritiri, e qui a V. S., signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, e Orfanelli benedico nel Signore e lo preghino sempre per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della lanciata, il giorno del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese della sete, l’anno dell’incarnazione 1666, 24 novembre.

top



1666 11 30 AGT ms. 233, f. 18 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ieri mattina s’imbarcò la cascia col sacro corpo del glorioso S. Traspadano, le sacre reliquie sono in un cassettino di velluto trinato d’oro bellissimo, conforme lo donò il signor Cardinale, sta sigillato per aprirlo costì l’ordinario. La chiave e bolla la tiene il nostro medico. Detto cassettino l’ho accomodato in una urna grande, che pare di marmo muschio con corona, e palme di rame dorate bellissime e l’ho fatto, acciò alla prima si riceva con maestà e decoro, pensavo mandare due bellissimi incasti per la sacra Testa e santo sangue, ma non si può far tutto quello che si vuole; le fornaci di vetro non è stato possibile finora lavorare cristalli grandi; basta, se a lei piacerà aspettare il tempo opportuno.
Mando anco un bellissimo Salvatorino alla signora Duchessa, può stare in piedi, seduto, inginocchiato con uno o due ginocchi, infine tutte quelle azioni che può fare un uomo naturale, gli ho per adesso solo fatto accomodare un vesticciolo di taffitano ordinario, con un mondo alla mano per almeno la prima volta non comparire ignudo, ci ho fatto di più una testina, e mani della Madonna, che si possono accomodare allo stesso busto. E’ anco un bambinello, che la Madonna può tenere nelle braccia, e così in un busto possono accomodare, ora il Signore con la croce e spalle alla colonna seduto, o orante e ancora la Madonna o col Signore, o senza, o come vogliono, e accomodarle quelle vesti che le piaceranno. L’avverto che nel situarli, o accomodarli facciano con flemma e destramente, con provare più volte, che riusciranno bellissime, ed io ne ho dato qualche saggio a D. Narciso, sia sempre tutto per accrescere la devozione di codeste Mariane.
Il signor Card. Pallavicino manda l’olio avvisato, e anco la storia del consiglio semplice, senza l’Apologia, come mi pare di averle anco avvisato. Di più un libretto stampato di rime di Mons. Campolo, e per averle compite, le mando la prima parte stampata, più anni sono, V. S. sentirà uno dei primi poeti italiani, ed assolutamente il primo poeta italiano sacro, vedrà concetti altissimi e nuovi.
Mando i due cerimoniali Episcoporum come comanda la città di Dio in onore della SS.ma Vergine, e uno del suo trionfo, e così non le mancherà pabulo, e lettere per leggere la gran Signora. Le mando un libro di encomi di tutti i Santi dell’Anno, potrà cominciarlo con l’aiuto del Signore l’anno nuovo, sebbene sono latini, sono brevi, e frizzanti, e col rileggerli resteranno più a memoria, e possono servire per punti di meditazione. Quattro libretti del Padre Bona, uno latino per V. S. e gl’altri tre volgari per le nostre Mariane, e Minimi, sono brevi ma sostanziosi. La sposa di Cristo, e la vita della madre Rosa da Lima, domenicana. Un compendio dell’orazione mentale, quale farà vedere al Padre D. Fortunato. La faretra evangelica, meditazioni per tutte le domeniche e feste dell’Anno, le tavole del primo mobile dell’Arati per il signor D. Giovanni Giandaidone, che me ne ha scritto più volte, costano onze 4; Trofeo mariano del Padre Nieremberg come V. S. avvisa. Il nostro buon medico d’Aprile a questa parte, è stato senza impiego pensando di partire, però si trova esausto, mi ha pregato per 20 scudi, mi è parso un servizio necessario, e perciò non posso negarli, e lui sarà puntualissimo a V. S. non occorre che io glielo raccomandi, perché le sue virtù glielo raccomanderanno da loro stesse; così dico di D. Narciso, quale credo verrà prima, perché il medico dimorerà qualche tempo in Palermo. Su detti 20 scudi vi è la spesa del suo viaggio, ed il resto lo pago io, e per consolazione di V. S. il corpo del santo Martire porta per trofeo l’Anima di una donna, che è stata dall’inferno, e grazie del Signore l’ha levata dell’occasione; onde ho pagato un poco più, e fu prudenza del che, fece quel cambio di più col Padre D. Clemente, perché in tutto ci è bisognato, una buona spesa, ma tutto è poco, mentre è in cose di servizio del Signore. Ricevo la lettera di V. S. con avviso alla partenza starà per fare il fratello Giuseppe Maria, me ne sono rallegrato assai, prego il Signore si faccia Santo. Riverisco V. S., signora Duchessa, figli, Minimi, Orfanelli e tutti pregate per me. Raccomando a V. S. la risposta del signor Torricelli, che mi è stata assai pregata.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della Crocifissione, il dì del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese della sete, l’Anno della incarnazione. 30 novembre 1666.

top



1666 12 23 AGT ms. 233, f. 215r autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on è venuta anco la posta, sono tempi rotti, verranno le lettere tutte insieme; per via di Napoli le mando due bellissime paia di guanti concia, non solo finissime, ma singolari della signora Duchessa di Bracciano, Principessa Orsino, quale né anco l’ha comunicato alla Principessa Rossano sua figlia, e quando il signor Card. Orsino andò in Francia ne portò per quelli Pari, serviranno per il passo di costì di qualche titolata, o altro, pure vengono due pallette di odore, e due scatolette, tutte sue, ed è regalo del Card. Pallavicino. Io mandai il piego in Spagna e poi servizio del Padre D. Emanuele che trattasse la domanda del titolo fino a nuovo ordine di V. S. che è quanto dovevo servirle. Nel resto saluto V. S., signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti preghino per me.
Roma, l’orazione all’orto, il santo sepolcro, la passione, il natale, la santa incarnazione 1666, dicembre.

top



1667 01 08 AGT ms. 233, f. 216 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. con l’avviso della festa per il nostro glorioso S. Traspadano, e ne godo molto, molto, e per la tragedia del santo Ermenegildo ne consulterò con lo stesso signor Card. Pallavicino, che le sarà molto caro; e così appresso scriverò a compimento così sopra il carro, e nuova fontana. Circa l’Arciprete della Licata già ho scritto, che non spetta qui, e però non ho fatto altra diligenza, lo stesso scrivo alla signora D. Geronima e gli mando la lettera, che detta signora mi fa sperando che possa giovarle. Con la posta passata gli mandai una risposta al signor Abate Farina, e lasciai di serrare nel piego la sua lettera, quale mando ora, perché è assai erudita. Per via di Napoli, oltre le cose di odore, vi mando 3 tomi di lettere stampate nuovamente di S. Francesco di Sales, sono tutte piene del suo zucchero. V. S. ne avrà gusto particolare, e così le nostre Mariane, che ci sono cose pratiche, proprie, eterne, l’ho raccomandato in Messina al Padre Castelli; e ce ne ho mandato un altro corpo per il fratello Giuseppe Maria, e V. S. gli scriverà, che veda particolarmente l’istruzione del modo di predicare, acciò formi da ora la vera idea del predicatore Apostolico, è veramente una istruzione, che si dovrebbe leggere, e studiare d’ogni predicatore. Io non ho tempo di scrivere alla madre Crocifissa, appresso, in tanto la saluto caramente, come fo alla signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’orazione, il giorno del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese della circoncisione, l’anno della nostra salute 8 gennaio1667.

top



1667 01 15 AGT ms. 233, f. 217 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

opo scritto e accomodata la scatola con le figure del glorioso S. Traspadano, il signor Card. Ruberti mi ha mandato la spedizione dell’Indulgenza, e ne mando il breve al signor Gio: Giandaidone, per mandarlo subito esecutoriato. Ci sono state difficoltà grandi, alla fine non si è potuto ottenere in altra forma; ma in sostanza c’è tutto, e solo manca espresso il nome del Santo, quale non mettono, se non è in calendario, e per S. Mamiliano dice, che fu errore dello scrivano senza ordine dei Superiori, e se il negozio non fosse antiquato, se ne cercherebbe di far rumore. Scrivo a V. S. ciò per saper tutto, e lo tenga suo. Per la signora suor Antonia, V. S. mandi un memoriale in forma con dir minutamente tutto; la licenza di venire a fondare quanto ci dimorò, la causa dell’uscita per infermità, come uscì, con che licenza, se vi fu fede di medico, il tempo che è stata fuori, e ogni cosa spirituale, e più tosto abbondare nell’avvisare le circostanze, perché il paese è lontano, e per una notizia bisogna aspettare due mesi. Con prima comodità si manderanno i libri dei diari, la gloria, e quelli di musica, e pure aspetto le risposte del Padre Generale dei Cappuccini, e qui la saluto caramente, con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della crocifissione, il dì del sepolcro, la settimana del tradimento, l’anno della salute. Roma, 15 gennaio 1667

top



1667 01 22 AGT ms. 233, f. 218 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

o parlato con il signor Card. Pallavicino per il santo Ermenegildo, e ne ha goduto molto; i cuori di gentiluomini di Siviglia, e vanno con musica, né vi vogliono altri tramezzi, né proemi, si potrà bene prima di cadere la tela, fare qualche sinfonia, e trattenimento di musica. La devozione di portare la santa reliquia è stata usata da Reggi antichi, ed ai tempi nostri da Filippo II potranno farlo nel rimettere la santa cassa nel carro trionfale e dopo nel portarla in Chiesa. Serviranno di gloria del Signore le nuove acque, e V. S. può fare la storiella della Madonna d’Egitto, e la faccia in un bel nicchio sopra la fontana, qual servirà come sgabello, e nel piedistallo della nicchia una bella lapide con l’iscrizione, quale la potrà far fare dal Padre Silos, se si trova in Palermo, o dal Padre Maggio, che l’uno, e l’altro sono ottimi, e in tutta Roma forse non troveranno primi. Le sante reliquie fin’oggi sono in Napoli per i tempi tanto cattivi; le galere di Sicilia sono partite due volte per Genova, e sempre tornate, e oggi sono in Napoli, il povero Ottaviano piange le spese, bisogna rimettersi alla volontà di Dio, sicuro che: omnia cooperantur in bonum. Circa l’Arcipretato della Licata già ho scritto più volte a sufficienza. Ho consegnato la lettera al Padre Milazzo, qual si è esibito far tutto per il Padre Marica, e c’ho offerto i denari per la spesa, e l’opera mia per tutto quello che potrò; e lo farò con ogni efficacia. Breviari d’Antuerpia ne tiene un libraio solo, e ne vuole prezzi esorbitanti; se ne spettano nel seguente mese, e l’avremo più moderni, e più mercati; credo le manderò due copie dell’Ermenegildo; se bene per questi se non sarà comodità li manderò con la posta. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi e Orfanelli.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’orazione, il dì del sepolcro, la settimana della passione, l’anno dell’Incarnazione. Roma, 22 gennaio 1667.

top



1667 02 10 AGT ms. 233, f. 219 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Messina)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R., e vedo aver cominciato lo studio, e insieme cominciato a sentire la debolezza della festa; io dubito che il Signore voglia mortificare la vostra troppa affezione di aver mostrato a questi studi, lasci questa e attenda con moderazione a quelli, non confine d’esser gran dottore, ma solo di obbedire, che vedrà effetti grandi della divina bontà. Circa alla confusione che tiene nel conoscimento di se stesso, veda di attendere all’esame particolare della virtù, e prima cominci da quello della santa umiltà, e lo faccia per più tempo con le regole ordinarie scritte dai maestri; e in breve troverà gli atomi dei suoi difetti per estirparli tutti con la grazia del benigno Signore, questo posso dirle da lontano. Nel resto confidi tutto al suo maestro, che con scoprirle il puro della coscienza, potrà guidarlo con ogni agevolezza. Nelle cose spirituali ricorra al Padre Prefetto, negli studi al Padre lettore, perché quelli con una parola le diranno tanto di lume, quanto lei con lunghe orazioni, e studi mai potrà eseguire. Questo è il vantaggio che teniamo nella religione di non poter errare con le nostre sante guide. Nostro Signore lo benedica, e me lo faccia tutto santo.
Roma, 10 febbraio 1667.
V. R. legga e rilegga, e tenga di continuo davanti il Rodriquez, e l’opere del Santo di Sales.

top



1667 02 12 AGT ms. 233, f. 220 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ono due poste, che non tengo lettere di V. S., ho però una del signor Gio: Giandaidone, che mi manda il transunto del privilegio di Lampedusa, che è appunto quello che io scriveva a V. S., però lo manderò subito, e scriverò al Padre D. Emanuele Calascibetta, acciò prosegua il negozio, né sopra ciò vi vuole altro. Il corpo del nostro Santo Martire Traspadano ha dimorato due mesi in Napoli per il mal tempo, il padron della fregata e altri appresero, che fosse opera del Santo, che voleva restare in Napoli. Crebbe tanto questa voce, che ne ebbero parte gli eletti della città, e il Viceré, quale mandò Ministri per riconoscere la verità, e trovato il sacro deposito, lo condussero a Palazzo con infinito popolo appresso, gridando tutti che era un corpo di S. Traspadano, che mandava il Card. Pallavicino al Duca di Palma, in Sicilia. Il signor Viceré con la signora vice Regina e altri signori videro l’autentica, non vollero aprire la cassetta; adorarono la santa reliquia e la rimandarono con molto onore alla fregata, con un ordine al padron che la conducesse con ogni devozione, e sotto pena della galera, che non vi ponesse dimora; così mi soggiunse Ottaviano, che se non era il nome del signor Cardinale, il corpo restava in Napoli. In tanto il Signore ha voluto glorificare il Santo in Napoli, e anco onorare il vostro nome, e si vide che il Signore l’ha ordinato così, perché lo stesso giorno si serenò l’aere, e pensavano partire l’indomani; V. S. sentirà a lungo tutta la storia dal nostro medico. Mando alcune devozioni ho traslatato, e fatte stampare per la festa del santo di zucchero S. Francesco di Sales; spero avere un’altra reliquia, e la manderò alla signora Duchessa, alla quale riverisco con V. S., figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti benedico nel Signore e lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenza, il dì del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese della purificazione, l’anno della salute. Roma, 12 febbraio 1667.

top



1667 02 19 AGT ms. 233, f. 220r autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta ricevo lettera di V. S. col negozio della signora suor Antonia, e farò ogni diligenza, e come mi appresto. Mando a V. S. una lettera ieri sera venuta da Madrid, e già con la posta passata mandai il transunto, e col favore del signor Card. Pallavicino, e mandato nello stesso piego di fra Bernardino al nunzio, che lo confessa il Padre D. Emanuele.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’orazione, il dì del sepolcro, la settimana del intendimento, il mese della Purificazione, l’anno della salute 1667 febbraio.

top



1667 02 26 AGT ms. 233, f. 221 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

inalmente grazie al Signore sono arrivati tutti i salumi, e in tempo opportuno, e si farà tutta la Quaresima con la sua elemosina, tutti i Padri la ringraziano sommamente e pregano per tutte le VV. SS..
Mando l’acclusa del signor Cardinale, ne può vedere quanto le siano graditi per lui, e per la signora Duchessa di Bracciano, e ogni giorno parla di questi, e vuole ci avvisi una circostanza, che l’è stato di sommo gusto, cioè, che mandò alla dogana, e prese solo una cassa; e le parve d’esser ricco, poi avendole io detto, che le casse erano due, mandò subito, e le parve un regalo sopra regalo, e sta speculando, che cosa possa mandarle, veramente questo è il cibo quotidiano, ma tutto superiore il suo affetto. Godo in estremo della fruttuosa missione, e V. S. le procuri allo spesso, che queste santificano la terra. Lodo assai il consiglio per il signor Torricelli, e per D. Ferdinando io ho scritto a lungo, e torno a dire a V. S. che cerchi di fargli fare qualche viaggio per Malta, altrove; e non occorre tanta spesa, ma privatamente. Qui sono venuti due fratelli del signor Marchese di Geraci, quasi soli, e tutti fanno così, lo mandi incognito, cioè con questo titolo, il signor D. Antonio, e due creati sono soverchi, e mi rimetto a quanto scrissi.
Ho le lettere del Padre Giulio, cercherò di fare il servigio. Per l’avviso tengono della Duchessa di Savoia, e lettere di Mons. Arcivescovo di Palermo sopra la detta memoria, non posso scrivergli altro se non che replicare sogni, sogni. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti preghino per me. Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’orazione, il giorno del sepolcro, la settimana della passione, il mese della Purificazione, l’anno della salute. 26 Febbraio 1667.
Hora ricevo la lettera sopra i titoli, e già ho scritto a V. S. di aver avvisato a complimento al Padre D. Emanuele, non occorre altro. Mi fa ridere con l’imperatore di casa Caro. Cose aeree, e vanità, e prudenza di spiegarle.

top



1667 03 12 AGT ms. 233, f. 223 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo l’ultime di V. S. e godo dei buoni avvisi mi dà dei progressi nello spirito delle nostre monache, e del nostro fratello Giuseppe; nostro Signore li benedica tutti, e per D. Ferdinando spero troverà costì persona con la buona provvisione che l’avvisai, e bisognando mandarla da qui, farò ogni diligenza; in tanto prego nostro Signore drizzi tutto a suo maggior servigio. Mando il breve per la signora suor Antonia, é per: quinquennium more solito, né la santa, e pia madre vuole obbligare per sempre a tanto rigore, basta la proroga sempre si avrà quando lo vorrà. Né è di spiegare l’intenzione di poter venire a codesto monastero, perché questo Breve la lascia sempre in iure suo; la spesa sarà di scudi 13. Per la mia Crocifissa non ho procurato tal Breve, volendo maturar il negozio con più tempo, e esperimentare la sua indifferenza, e lasciarle passare quei primi furori, e mi sono edificato, che fin ora non ha replicato altre lettere. Mando l’acclusa per il nostro medico Ottaviano, spero sarà col prezioso tesoro del corpo di S. Traspadano, e che si apparecchieranno per la festa; voglio suggerirle una bella invenzione si fece in città di Castello nell’Umbria in una simile traslazione, e fu che tutti li figlioli di 4 anni sino a 12 si vestirono di Angeli con portare in mano una corona con una palma, e fecero un bellissimo squadrone attorno al Santo; è cosa facilissima, perché ogni madre cercherà vestire il suo Angelino al meglio che può, e farli una bellissima veste. V. S. per i poveri potrà provvederli della palma, corona, e cappelliere, che l’hanno fatto di lino colorito a color d’oro, se bene prima crespato col ferro caldo, che riesce una cappellatura nobilissima naturale, e senza spesa; e questi arnesi si possono conservare, fare questo innocente esercizio di Angeli, ogni anno nella processione del SS.mo Sacramento. Di più potranno fare nel carro trionfale, o altrove due squadroni, o due palchi, o cose simili con personaggi di rilievo, o vestiti con le sole teste e mani di rilievo. In uno la città di Roma, ove il signor Cardinale consegna il corpo, e l’altro la città di Napoli, ove il Santo trionfò, e fu riverito dal signor Viceré, e sotto l’uno, e l’altro si potranno fare due iscrizioni, che se costì non tengono persona, li potrà procurare dal Padre Maggio (1). Mando i nuovi Cardinali, è stata una promozione acclamata da tutti, perché il mondo in questa età cadente, e inferma del Papa aspettava, avesse fatto Cardinale D. Gismondo suo nipote, e altri della servitù. Ma il santo Padre: non respicit carnem, et sanguinem, et in oltre 1300 scudi e più avuti dagli offici vacati per questa promozione, subito l’ha voltati al Re di Polonia per aiuto nella presente calamità di guerra, nella quale si trova, tanto che si è reso glorioso presso tutti. Il primo Card. Ruberti è quasi creatura del signor Card. Pallavicino, avendolo portato sino dal primo scalino, la Casa Ruberti è dell’insigne di Roma; Spinola di Genova, Visconti dei Duchi di Milano, Delfino è Veneziano, Caraccioli in Napoli, il francese è il Duca di Mercurio della Casa Regia e il nostro Montalto. Tutto per avviso di V. S. e preghi il Signore per il servizio della Santa Chiesa. Nostro Signore lo benedica con i figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della crudele morte, il giorno del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese e anno dell’Incarnazione. 12 marzo 1667.
(1) Francesco Maria

top



1667 03 26 AGT ms. 233, f. 225 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa venuta dalla Spagna, e vedrà l’effetto del Padre D. Emanuele, e del signor Abate Giustiniani, al quale V. S. scriverà, e se li stringa, perché è affettuosissimo, abile, e nella Corte ha amici assai. Con la posta passata le feci l’enumerazione dei nuovi Cardinali, mi scordai avvisare, che l’Arcivescovo di Salisburgo è Principe d’Imperio, e tiene 250 mila scudi d’entrata; onde questa promozione è stata nobilissima anco per sangue, essendone delle prime famiglie di Germania, Francia, Spagna e Italia. Per via di Messina ho mandato una troccoletta (1) per le tenebre, all’uso di queste prime Basiliche, assai gentile, servirà per il monastero, e a questo esempio potranno fare dell’altre e anco maggiori per suonare l’officio, essendo questa per l’elevazione dell’altare. Nostro Signore benedica V. S., signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della lavanda dei piedi, il giorno del sepolcro, la settimana della passione, il mese dell’Incarnazione, l’anno della stessa 26 marzo 1667.
(1) piccolo arnese in legno

top



1667 03 29 AGT ms. 233, f. 226 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettera di V. S. e godo molto dei favori ricevuti dal nostro santo Vescovo di Girgenti, e ringraziato nostro Signore che il primo ingresso nella Diocesi sia stato con la stazione in Palma, e anco a V. S. nel temporale giova molto tenere il Vescovo amico; sopra tutto mi ha intenerito la sua devozione al santo Monte Calvario; V. S. se lo stringa, l’imiti nelle virtù, e lo serva come a suo Padre, e Pastore; io non le scrivo per non infastidirlo, perché non uso lettere per cerimonie; V. S. nelle occasioni lo riverisca a mio nome umilmente e ne prenda in ginocchio la benedizione, e gli ricordo che mi promise di tornare a Roma per visitare i sacri liminari, e potere godere da noi soli Roma santa, con visitare tutti questi santuari, perché allora, come egli diceva stanziò in Roma cortigiano.
Ho goduto molto dell’avviso, che il corpo della santa memoria del Padre D. Bonaventura sia incorrotto, e V. S. mai prima me l’aveva avvisato, e perché per altra mi avvisava, che il Padre Maggio nella sua opera vi ha inserito la sua vita, io con questo le mando una lettera trovata nelle scritture del Padre Diana. Vedete le cose del Signore, fino da principio aveva destinato questa opera di Chierici eremiti sotto la guida dei Padri Chierici Regolari, perché come ella sa poi il Padre D. Bonaventura sempre si rimetteva a me nelle regole, e io le mandai il modo per le cessioni del Vescovo, e ultimamente se l’adoperò il Padre Maggio; al quale manderò detta lettera con questo capitolo che gli sarà di consolazione e potrà aggiungerlo alle cose scritte.
Mando a V. S. una lettera serrata, e con ogni segreto, e sebbene stimo, sia scritto con spirito eremitico, e austero; ad ogni modo del tutto è pane, se non è tutto, V. S. la legga ai piedi del Crocifisso: principiis obsta, Deus sit in corde tuo, Deus sit in corde tuo; la scrivo con qualche sentimento, la vorrei fare con le lacrime, ne prego continuamente il Signore V. S. mi favorisca far che da Palermo mi mandino il libro stampato del Padre Maggio, o almeno copia della relazione della vita di D. Bonaventura, e lo scrissi ad altri, ma la dico perché il Padre Maggio non la vorrà mandare, che compita.
Mando a V. S. le lettere dei signori parenti, e mi edifico assai del P. Antonio, ma la provvisione dell’Arcidiaconato di Girgenti spetta alla Spagna; e il procurarlo da qui sarebbe un impegnare i signori senza effetto, perché ci sono cento pretensori, V. S. l’aiuti per dove può, e quando vi fosse occasione in questa Corte me l’avvisi. Pure se il signor D. Ferdinando, non avrà altro peso di figlie femmine, perché questo non lo fa pure religioso, se non vuol essere del Monte Calvario, perché alla fine marito, moglie, e non vi vuole gran cose arrivare, e si potrebbero ritirare costì, ed affittare le loro cose alla Licata. Io non so se con questa barca ho tempo di risponderle; V. S. tenga tutto segreto, lo farò con la seguente così al buon D. Simone, al quale V. S. deve avere obbligazione, e stimarlo come voce del Signore, e l’altra volta mi scrisse che voleva conoscere quelli buoni solitari.
Queste sono diligenze di edificazione, giovano assai, né a V. S. obbligano a cosa alcuna, ma le dà capo di fare buon esame, e pregare il Signore per i devoti amici. Mando il breve spedito per il Padre Focolari, la spesa è stata di scudi 25 che al cambio saranno poco meno di scudi 29 come può fare il conto, e ne ho spedito le polise al signor D. Gio: Giandaidone con spiegargli la causa. Il signor Canonico Caetano non mi scrive nulla, credo che il signor buon Padre non sia morto, o che il negozio forse già sia appunto per altri. Ringrazio il Signore l’abbia passato bene del suo dolore di fianco, ho trovato il legno buonissimo, e forse con questa posta ne le manderò qualche parte, se verrà a tempo e così farò diligenza per la pietra, e sopra tutto presso la Madre SS.ma che è la nostra vera medica e Madre, io da ella spero tutto il bene. Saluto la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutte le VV. SS. preghino la gran Signora per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della lavanda dei piedi, il dì del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese dell’Incarnazione, l’anno della stessa. 29 marzo 1667.

top



1667 03 30 AGT ms. 233, f. 227 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta non ho lettere di V. S., l’aspetto se piacerà al Signore con la seguente, le mando l’accluso officio della nostra gloriosa santa Rosalia, che finalmente si è ottenuto. La saluto caramente come fo alla signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, tutti benedico nel Signore e tutti lo preghino con devozione per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’orazione, il dì del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese e anno della salute. 30 marzo 1667.

top



1667 04 09 AGT ms. 233, f. 228 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. e godo molto del nuovo Oratorio dei fratelli del SS.mo Rosario per gli agonizzanti, dei quali non mi aveva avvisato prima, e desidero sapere se è attaccato alla Chiesa maggiore, ed il loro particolare esercizio, e così una nota di tutte le Chiese e Oratori di Palma per mia consolazione spirituale, e in tutti l’esercizi si ricordano di me. Non ho incontrato comodità di mare per mandare l’Ermenegildi, per strettezza del tempo, ce ne mando uno con questa posta, ma tassato, non come piego di lettere, con esso viene anco un poco di legno che viene da Spagna, e qui la chiamano palo d’Orignones e assai fino, ne tengo una libra, la manderò per mare, questa la potrà usare per ora conforme come le dirà il medico; mando anco una pietra di Elitropio orientale finissima, e un’altra Osatis isata volgarmente che dicono essere assai buona, la prima è tinta di sangue, la seconda di latte; se bene io a queste pietre poco credo, ad ogni modo sono cose estimate, non possono mai far danno, V. S. attenda al buono regime, e poco vino, e nel resto poi pregate il Signore, che ci faccia fare la sua santa volontà. Il fratello Giuseppe mi ha scritto per alcuni libri di lingua greca, ce l’ho procurato, e ce li manderò per via di mare, e godo dell’applicazione, ma l’ho scritto, che il tutto si ha da posporre alla santa orazione. Procurerò l’indulgenza per la festa di San Traspadano nostro, e spero a questa ora sarà arrivato costì. Mando l’acclusa, V. S. la consegni sigillata, e me li raccomandi all’orazioni; V. S. mi farà grazia mandarmi copia della devozione dell’infanzia di Maria, che quella teneva io, l’ho prestato, né posso, o non voglio recuperarla. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me. Dalla città di S. Pietro, l’ora della crocifissione, il dì del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese delle piaghe osservate da San Tommaso, l’anno dell’Incarnazione. 9 aprile 1667.
Devo nuova obbligazione al nostro santo Vescovo Amico, perché mi scrive da Catania il signor D. Antonio Polizzi, sacerdote di singolari virtù e merito, e molto amico, che Mons. in Catania gli faceva continua memoria di me, e che in mio riguardo l’usava infinite cortesie, V. S. nell’occasione mi fa grazia ringraziarlo da mia parte, e ho anco a caro sappia l’affezione del signor D. Antonio Polizzi nel scrivermelo gli domandi in ginocchio la benedizione.

top



1667 04 09 AGT ms. 233, f. 228r autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Messina)

icevo la lettera di V. R. per i libri greci ed Ebrei, l’ho già procurati, e con prima comodità di mare li manderò. In tanto il Padre D. Alberto Fardella che si trova qui, ha scritto a Palermo al Padre La Rosa, che pigliasse dalla sua cella un officio della Madonna greco latino, e glielo mandasse; e questo è un buon esercizio, perché quando recita l’officio della Signora fuori del Coro, e dice quell’altra orazione senza perder tempo si trova a studiare la lingua greca. V. R. attenda a questa lingua, ma la principale è la latina, e bisogna eseguirla in Eminenza, legga buoni libri, il catechismo, e simili, pure si eserciti nel fare qualche verso, ed è buona regola ogni settimana fare un distico, o sopra il santo di quella settimana, o del Vangelo della Domenica; serve molto per la lingua e sopra l’anno si ritrova quasi un’operetta; il principale dello studio ha di essere la scuola della Filosofia che sente per obbedienza, nelle difficoltà non travagli molto sopra i libri, ne domandi subito al Padre lettore, perché quello, che esso vi dice in una parola, voi stenterete un’ora a trovarlo, leggete, leggete il Possevino: de modo studendi, particolarmente la sacra Teologia, che accoppierete con diletto studio, e orazione, senza la quale ne meno meritiamo nome di religioso, orazione, e ho finito.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della crocifissione, il giorno del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese delle piaghe del costato osservato da San Tommaso, l’anno dell’Incarnazione.
9 aprile 1667.

top



1667 04 30 AGT ms. 233, f. 229 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta non ho lettere di V. S., con la passata scrissi a lungo, che diceva l’intera nuova per la risposta al signor Duca di Medina La Torre. Il benigno Signore ci ha soccorso con la sua divina provvidenza, perché il dì seguente mi capitò l’acclusa del signor D. Orazio della Torre, e così le ho risposto abbastanza, ringrazi di tutto la divina bontà. Mando anco una lettera del Padre D. Emanuele, e veda la spedizione del titolo della Lampedusa, che sarà di molto decoro per essere un’isola celebre fra diversi generi di scrittori, cosmografi, storici, poeti e spirituali per la Madre SS.ma; V. S. quando viene il privilegio, ne dia parte al signor Card. Pallavicino, e se le pare fra gli altri lo preghi a non tenerlo per vano, perché è stato un titolo non pensato, e questo mandato dal Signore rimettendosi a me nell’occasione, o cosa simile; V. S. vedrà cennato un papello dell’eternità, è assai bello e appresso ne le manderò copia, che ora non c’è il tempo, questi sono i veri titoli, ai quali non può arrivare nessuno della Terra, si dice, V. Eccellenza, V. Eminenza e V. Maestà, ma a nessuno V. Eternità. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me. Dalla città di S. Pietro, l’ora della morte, il giorno del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese di Tommaso, l’anno dell’Incarnazione. 30 aprile 1667. Saluto al medico Ottaviano, e a D. Narciso, e ho mandato e mando sempre le sue lettere alla traspontina. Il Papa tira avanti, e si dice per tirare più giorni. Anco i Principi grandi sono soggetti a tante miserie. Al Cielo, al Cielo.

top



1667 05 14 AGT ms. 233, f. 230 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on la posta passata ricevo le lettere di V. S. con un piego del signor D. Gio: Giandaidone, al quale risposi subito, e in tutto sto servendo con ogni efficacia, tutta ciò la pertinacia del male gravissimo del Papa, per acquistare tutto quello che si potrà. Con questa posta ricevo l’altra, con la nota del signor D. Vincenzo Campolo, e pure attenderò a servirlo come devo. Le mando copia del papello dell’eternità, V. S. lo sperimenterà assai fruttuoso, e lo comunichi alle nostre Mariane, e Minimi. Ricevo una del Padre Pecorella con infinite consolazioni, attenderò a servirla, dopo scriverò, e in tanto me li raccomando all’orazioni grandemente con tutti quei venerabili padri e fratelli. Il signor Card. Pallavicino gusterà un poco di mela-granato agro dolce, o di mezzo sapore, noi diciamo granati, gratassi, mi ricordo che ai colli ve n’erano squisitissimi; V. S. mi fa grazia a suo tempo, scriverà a qualche persona diligente per accomodarne una cinquantina bene in una cesta di maniera che non si toccano l’un l’altro, e tenerli pronti per qualche fregata partirà per qui; il negozio sta tutto alla diligenza di star su l’avviso della fregata; credo sarà buono il Padre Preposto della Catena, che è vicino alla marina, e diligentissimo pure; V. S. non si pigli sollecitudine di ciò, perché sono cose a bene d’esse; accuso bensì che se tali granati fossero migliori in altra parte, che nei colli, faccia procurare li più migliori. Riverisco la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e a tutti mi raccomando alle sante orazioni.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della lanciata, il dì del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese dell’Ascensione, l’anno della Incarnazione. 14 maggio 1667.

top



1667 05 21 AGT ms. 233, f. 233 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo due di V. S. e ho mandato la lettera per Spagna, così quella mando a V. S. come la ricevuta del cambio mi mandò il signor D. Giovanni Giandaidone; V. S. ha fatto gran provvisioni di maestri per Don Ferdinando, io vorrei che V. S. vedesse dove inclina maggiormente e ivi l’applicasse da dovere, perché la diversione in tante cose non lo lascia perfezionare in nulla, e a questo modo bisogna essere applicato in una cosa, spero con la venuta del signor D. Alessandro aggiusteremo bene per lo spirito, e per le buone lettere; queste musiche, cerimonie, balletti a me non piacciono, e il cavaliere lo fa la testa, e la lingua, non le braccia, e le gambe, a V. S. non manca prudenza, prego nostro Signore ce la dia veramente cristiana. Hieri al Padre Abate di San Martino mandai 4 libretti; il Principe buono scritto dal signor Principe dei Conti del sangue reale di Francia, è un libro, che parla davvero, tutto succo e solo basta a fare Principi santi; V. S. ne dia uno a D. Ferdinando, e perché è di pochissime foglie ce lo faccia quasi mettere a mente, o almeno ce ne faccia così rozzamente come può fare un compendio, o indice delle cose, che più le piacciono, che servirà per restarli nella mente; veramente è un libro, che io vorrei fosse per i maestri di tutti i signori, e però ne li mando 4 se a V. S. parerà mandarne uno al signor Principe di Trabia, che per comuni lettere vedo le sia in assai corrispondenza e così ad altri amici. Ho preso l’Ebraico del Castel Durano, è ristampato ultimamente in Venezia bellissimo, e lo manderò con i libri greci che ho comprato per il fratello Giuseppe Maria e ci avrà gusto, avendoli fatto una buona scelta. Qui stiamo sulla morte del nostro santo Padre (1), e nostro Signore gl’ha voluto dare un mese ultimamente di penoso Purgatorio, pregate nostro Signore per il futuro conclave, e a questo fine tutte l’orazioni delle Mariane, Minimi, e Orfanelli e tutti trattandosi della maggior cosa possiamo aver nella Chiesa. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, e tutti preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenza, il giorno del sepolcro, la settimana della passione, il mese dell’Ascensione, l’anno della Incarnazione. 21 maggio 1667.
(1) (Alessandro VII, Fabio Chigi)

top



1667 05 26 AGT ms. 233, f. 234 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Messina)

ev/do in Cristo fratello.
Mando a V. R. un lexicon greco latino in due tomi, che il Padre Silos mi dice che è il più chiaro, facile, copioso, ed erudito, e dice, che questo solo basta per tutto. Mando anco la grammatica del Lascari, i sinonimi del Padre Rolandi, i rudimenti del Cleandro, e l’epiteti del Dimero eruditissimo, e facilissimo; onde non le mancherà occasione di studiare. Mando anco la grammatica ebrea del Bellarmino. E più per il signor Duca un erborario del Castordurante, e un libro di prediche del SS.mo Rosario, V. R. procuri di mandarli da costà. Nel resto attenda a farsi santo, che è quel che per il quale il Signore ci ha chiamato alla religione, e gusterei sapere che lettura fa giornalmente di libri spirituali, e come va il gran negozio dell’orazione, qui sta il tutto, e qui meglio raccomando strettamente, e nostro Signore lo benedica.
Roma, 26 maggio 1667.
V. R. la faccia pagare il porto al marinaro.

top



1667 06 18 AGT ms. 233, f. 235 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

l nostro santo Padre Alessandro VII si ha chiamato al Paradiso due Cardinali suoi amorevolissimi, il signor Card. Bandinelli e il signor Card. Pallavicino, tutti parziali miei padroni, quello assai vecchio, e da molto tempo morto civilmente, vivendo quasi stordito, questi di complessione cosi tenue, che pareva vivesse per miracolo. Onde con un’uscita li sopravenne se n’è morto dolcemente per desitionem virium; io ho esperimentato i suoi favori maggiormente a questo ultimo, volendo che tutte le cose facessi io, né ha voluto lo lasciassi un momento; e finalmente l’ho dato l’olio santo ed è spirato nelle mie mani, spero avremo guadagnato un amico di sicuro per il Paradiso, qui è il nostro termine; onde quando si muore con una buona vita, dovremo gioire d’esser pervenuti all’amata patria ricca di tutti i beni per un’eternità. Se volessi dire i sensi di Roma, e dei Cardinali nella sua morte, vi vorrà un volume. Resta dire quello che disse il signor Card. Azzolino, che si è estinto un lume della Chiesa, che non se ne riaccenderà uno simile per secoli, appresso mando copia di un capitolo del suo testamento per vedere la memoria che ha tenuto di me, di V. S. e di D. Ferdinando, e poi si stamperanno le sue lettere, che saranno delle cose più gloriose per onore della sua Casa, ma tutti siano motivi per i miei lumi e glorie del Paradiso. Tutte queste sono vanità, e in Dio solo è il vero bene. Le mando alcune carte per notizia della morte del santo Padre e del conclave, vedrà l’angustie come stanno i signori Cardinali più stretti nella servitù, perché non possono condurre che due conclavisti per servirli, se bene il signor Card. Carpegna come vecchio ne l’hanno concesso tre. Per gli avvisi dati so che tutti loro stiano pregando il Signore per questo sommo negozio, qui corre voce, che gli scrutini fatti sinora siano corsi a più voci Farnese, Rospigliosi, Elei e Buonvisi, ma questi sono più arcani dello Spirito Santo, che spira quando vuole. Godo in estremo delle sue lettere, prima per la devozione, con che hanno riposto il corpo del glorioso S. Traspadano, secondo per la notizia mi dà delle Chiese ed opere pie di Palma. Ho osservato le compagnie, e mi pare le mancano quella della cintura di S. Agostino, e del cordone di S. Francesco, dei quali mi pare ne avessi mandato l’aggregazione, e desidererei ve ne fosse l’esercizio per godere le compagnie dei 4 mendicanti, il Rosario, l’abito del Carmine, la cintura e il cordone; in oltre V. S. mette la compagnia del SS.mo Sacramento, ma le confraternite di Lacci (1) io vorrei che anco questo fosse pure generale, e delle confraternite desio sapere il numero di tutti per il servizio delle processioni, V. S. non fa menzione del Monte di Pietà, a che Chiesa è addito, e desidero sapere come riesce a beneficio pubblico, e pure lascia di menzione la compagnia del SS.mo Viatico, che è così necessaria per il culto del SS.mo Sacramento, e pure avrei gusto sapere le congregazioni, che sono gl’esercizi di maggior frutto, la penna scrive volentieri di quello che gode, però ella può pensare quanto riesce di consolazione delle devozioni di Palma, e vorrei vederli tutti Santi. Riverisco la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti benedico nel Signore che lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della lanciata, il giorno del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese del Corpus Domini, l’anno dell’Incarnazione. 18 giugno 1667.
(1) corde

top



1667 06 25 AGT ms. 233, f. 236 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

Già grazie al Signore, dopo un breve conclave di 18 giorni, abbiamo avuto il santo Padre Clemente IX, e domani si farà la solenne coronazione, e spero sarà con applauso universale, perché calerà la gabella della macina per tutto lo stato ecclesiastico, importante un milione di capitale. Questo signor Card. Rospigliosi entrò in conclave con voce comune del Pontificato, anzi da che ebbe il Cappello di Papa Alessandro da più cordate fu predetto tale, e quel che è di più, nel conclave passato con essere Prelato ordinario, ebbe qualche voto al Papato; ma quel che è più meraviglioso, che è stato fatto con comune desiderio di Spagnoli, e Francesi. E’ di natura dolce, liberale e pia; di età di 68 anni, e poco sano; pregate nostro Signore che gli dia spirito, e forza per servizio della Santa Chiesa. Ha cominciato a provvedere i primi posti, segretario di stato, che è l’officio teneva egli al signor Card. Azzolino, di cui è segretario, e assai amato, il nostro signor D. Leonardo; onde il signor Canonico Termine suo zio ne sarà consolatissimo. Datario il signor Card. Ottoboni, e di giorno in giorno andranno vedendo nuove provvisioni. Ho già dato ordine per proseguire i negozi cominciati, e attendo per l’indulgenza per il nostro S. Traspadano, e vedrò di far fare le medaglie che desidera la signora Duchessa, e le figure mi cenna V. S.. Manderò al Padre D. Emanuele la lettera di V. S. per vedere tutto quello che desidera circa ai negozi. Mando anco una lettera del signor Marchese di Pianezza, il quale come sa terrà precetto del Papa per Breve di non seguire il suo voto di povertà. Vedrà una lettera santa, e spero che il Signore ne caverà gran cose e V. S. me la rimandi, perché non ne tengo copia. Con questa posta mando cambio al signor D. Gio: Giandaidone di 200 scudi, e pagherò al Padre Milazzo i 10 scudi, quando le vorrà per servizio del signor Arciprete. V. S. mi fa grazia salutarmi il nostro buon medico Ottaviano, ho goduto delle sue onorate conclusioni, e con la lettera l’ho mandato al suo amico alla traspontina, e io la raccomando continuamente e mi scriva spesso. Mando uno scritto che contiene una breve esortazione fece la santa memoria del signor Card. Pallavicino alla famiglia, quando prese il viatico, per sua consolazione, e per attendere con allegrezza alle cose vere al Cielo, al Cielo. Riverisco la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli a tutti benedico, e mi raccomando alle sante orazioni.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della morte, il dì del sepolcro, la settimana della passione, il mese del Corpus Domini, l’anno della salute. 25 Giugno 1667.

top



1667 06 26 AGT ms. 233, f. 237 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. copia del capitolo del testamento della s. m. del signor Card. Pallavicino, e conserverò le sante reliquie per le VV. SS. e con prima comodità di mare, manderò alla signora Duchessa una gioia singolarissima che detto Signore mi aveva dato prima di morire. Questo è un Crocifisso di carta pesta, modello del signor Cavaliere Bernino, il quale ne fece uno simile di bronzo per il nostro Re Filippo IV, ad istanza del signor Ambasciatore, che è stata una cosa celebratissima per la corte di Roma, e di Spagna; ma io ho detto che stimo più il mio, perché nel bronzo si vede solo l’eccellenza del lavoro, ma qui con il colorito della carnagione si muove a meraviglia l’effetto; tanto maggiore, che Monsignor Bernino l’ha fatto rifare più volte per renderlo più vivamente devoto; in particolare è meravigliosa la SS.ma faccia, che negli altri dolori spiega una allegrezza di Paradiso, e il signor Cavaliere mi ha detto, che egli non può capire di vedere il Crocifisso col volto malinconico, e con tutto si studia di farlo allegro, mai si può saziare, e resterà vederlo nel Paradiso. Io non l’ho mandato avanti, perché il signor Cardinale favorendomi di venire in cella, non avrebbe avuto per bene che io me lo fossi tolto, avendomelo egli stesso portato di persona, né io ce l’ho avvisato, per non le dare una santa invidia, adesso che quello è andato in Paradiso, ho preso licenza dal Superiore, stimando guadagno con mandarlo alla signora Duchessa, perché lo godrà col mezzo delle sue orazioni, voglio però che lo conservi in qualche tabernacolo coperto, e che lo scopra solo a tempo di orazioni, e quando tiene aridità di spirito, perché in vedere quel santo volto tutto si riempirà di allegrezza. Ricevo la lettera di V. S. per il canonicato del signor D. Gio: Di Caro, e nell’occasione farò tutto il possibile, e V. S. mi fa ridere, che vorrebbe parte per le Chiese di Palma, questo punto non si può fare col soggetto, è il volere che il Papa gli metta pensione, questo vorrebbe esser un Papa per dir così; V. S. avvisi con la posta, e si aiuti nella vacanza in tempo del Vescovo, che sarà più facile; ieri fui alla traspontina per servire il Padre Serrovira (1), e lo trovai partito, segno che avrà eseguito quanto desiderava, che però godo del suo fine ottenuto, con tutto non l’avessi potuto godere, e sentire le cose del paese, e particolarmente di V. S.; nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della morte, il dì del sepolcro, la settimana della passione, il mese del Corpus Domini, l’anno dell’Incarnazione. 26 giugno 1667.
(1) Giuseppe, carmelitano, fratello di suor Maria Antonia Serrovira, monaca nel monastero del SS.mo Rosario di Palma, e contemporanea della ven/le suor Maria Crocifissa

top



1667 07 25 1667 07 25 AGT ms. 233, f. 239 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. per D. Ferdinando, ne faremo orazione questa settimana, e risponderò con la seguente posta. Le mando una lettera del santo Marchese di Pianezza, quale mi dà conto del suo nuovo stato, che veramente è angelico, servirà a V. S. per una gran predica. Mando anco copia del nuovo Giubileo, che per esser in occasione tanto opportuna, si deve fare con ogni devozione, e affetto; spero avremo l’indulgenza per S. Traspadano, e la manderò per via di mare da Napoli, che vengono in questo mese sempre feluche per arrivare a tempo. Nel resto saluto la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti preghino nostro Signore per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della cena, il giorno del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese della santificazione del precursore, l’anno dell’Incarnazione. Roma, 25 luglio 1667.

top



1667 07 28 AGT ms. 233, f. 279 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. il ritratto del santo Padre Clemente IX, con la risoluzione della sua creazione quadruplicata per V. S. parteciparla agli amici convicini. Domani si farà la funzione di prendere possesso a S. Giovanni Laterano, che è il suo Vescovato e nostro Signore ha voluto che si lasciassero di fare gli archi trionfali soliti, e che tal denaro si facesse elemosina; ha finora tolte un milione e mezzo di gabelle, e seguirà, è di animo liberalissimo, gentilissimo e piissimo; si ha tirato i cuori di tutta la corte, preghiamo nostro Signore gli dia salute e forza di potersi impiegare nel servizio della santa Chiesa, la figura segnata con la croce è la più simile. Il signor D. Giovanni Arata fratello di Mons. di Lipari, e del nostro Padre D. Gio: Batta ha servito il Papa da dieci anni di Coppiere, che è il 2° posto della corte dei Cardinali, adesso è posto in abito di Prelato, e cameriere segreto partecipante che è quanto poteva sperare; maestro di camera Mons. Altieri, che sarà presto Cardinale, e maggiordomo confermato il signor Card. Nimi. Mando la scrittura della s. m. del signor Card. Pallavicino, quale fu mandata in conclave, e spero abbia fatto assai frutto, e se ne prevedono buoni effetti. Martedì con il signor Gerardi mandò il crocifisso avvisato in Palermo, drizzato al signor Gio: Giandaidone, e forse le capiterà prima di questa. Con la morte del signor Cardinale hanno guadagnato come spero le sue orazioni in Cielo, e questa SS.ma immagine in terra; prego la signora Duchessa che ogni Venerdì su l’ora della crocifissione gli bacia i SS.mi piedi a mio nome, che io avrò cura in quel tempo di ratificare i suoi atti devoti, con i quali spero supplire alla mia freddezza. Mando l’acclusa venuta dalla Francia, se bene non so, se il buon romito francese sia ancora costì, saluto il Padre D. Simone, e anco lo saluta D. Pier Simone di Loreto, e se egli ricorda, non so che offerta le facesse, basta, egli sentirà la cifra. Saluto la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti preghino nostro Signore per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenza, il giorno del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese del magnificat, l’anno dell’Incarnazione. 28 luglio 1667.

top



1667 08 07 AGT ms. 233, f. 240 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. 350 figure del nostro S. Traspadano, che sono riuscite bellissime, e devotissime, e il Padre consultore Silos le ha fatto un distico, che vale un tesoro, spiega quanto si può dire del Santo. Impia dextra necat, sepelit Priscilla, decoram Palmam Roma dedit: nunc pia Palma colit (1); 1° il martirio, 2° la sepoltura, 3° il luogo del martirio, 4° la traslazione e feste di Palma. Mando anco 380 medaglie benedette; la metà con benedizione straordinaria, e l’altra metà ordinaria, pensava mandare altre con l’impresa del Santo, e quelle della Vergine Immacolata SS.ma del Rosario, e si è rotto il cugno, né siamo stati a tempo di rifarlo; bisogna mortificarci anco nelle cose sante, ve ne sono 29 d’argento per V. S. poterle donare costì, e mandare fuori ai signori Amici; quelle di rame verranno a 20 tarì il cento, quelli d’argento vanno ad oncia; queste 29 sono stati 7 once, e un’oncia sarà di codesta moneta pure di 13 tarì, avviso il prezzo di queste, perché se la signora Duchessa vuole quelle del SS.mo Rosario, oppure più di queste del SS.mo Sacramento, si sappiano regolare.
Per l’indulgenza della festa, Mons. Gualtieri dice essere sopra la facoltà ordinaria. Io nell’ultimo concistoro ne feci pregare nostro Signore dal signor Card. Ruberti, tutto del nostro buon Card. Pallavicino, ed a punto mi servii di questo motivo, che S. E. aveva da compire i favori cominciati da quello. Il Papa rispose, che vedrà d’informarsi da Mons. Gualtieri, appresso il quale fo diligenza per cautela, perché i Principi non sogliono dare esclusiva manifesta, ma si servono di questa formula. Tanto più, che il Papa su questa materia d’Indulgenza dicono faccia una Congregazione apposta per ciò, e per il culto delle sante reliquie. Noi vogliamo la volontà del Signore, e quando l’abbiamo significata per quella del suo Vicario, non avremo da desiderare altro, nostro Signore continua nelle sue benignità, e pietà, anzi rinnova l’esempio antico dei Santi Gregori, fa venire ogni mattina 13 peregrini nuovi, e gli dà nell’anticamera da pranzo, dandoli egli stesso i primi piatti, ed alla fine le ha dato delle corone, e dei quadretti. V. S. preghi, e faccia pregare per la sua salute, vita e perseveranza. Domenica passata gli furono i nostri Padri consultori, e le ha mostrato grandissimo affetto alla religione. Il Padre Silos, che è primo Consultore gli rispose che erano ben sicuri di ciò, e che già prima di esser Clemente, l’avevamo sperimentato benigno, il che fu gradito assai dal Pontefice. Mando a V. S. l’acclusa del Padre Calascibetta, e V. S. terrà lettere più lunghe; ne feci diligenza alla posta per il suo piego, ma mi dicono, che il corriere l’aveva portato in Napoli, ove passa per recapitare per quella strada; mi pare che il negozio delle tande sia aggiustato, e stimerei bene che V. S. con questo ordine della Regina fosse di presenza in Palermo per procurarvi efficacemente l’effetto; e con questa occasione porterà D. Ferdinando, che sotto la sua guida senza affettazione piglierebbe pratica della Corte ed vi poi potrebbe per l’occasione di riscontro di qualche galera mandarlo fuori; e se con destrezza si potesse stringere con il signor D. Francesco e accoppiarli insieme credo saria ottimo, essendo quello di spirito, lettere, e notizia, e credo gusterebbe vedere il mondo a spese di altri. Ma sopra ciò mi riservo scrivere a lungo. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora del costato aperto, nel quale fu abbracciato il Beato Gaetano, di cui oggi celebriamo la vigilia, il mese ed anno dell’Incarnazione. Roma, 7 Agosto 1667.
(1) Vedi il quadro del martirio di San Traspadano, custodito nella sagrestia della Chiesa Madre di Palma di Montechiaro, del pittore palmese Domenico Provenzani (1736 - 1794)

top



1667 08 13 AGT ms. 233, f. 241 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Messina)

icevo la lettera di V. R., e godo del buono e santo esercizio tiene sopra il santo Evangelo, e vorrei che ne notate quei sentimenti gli dà il Signore e così facesse con un indice delle cose notabili dell’Epistola di S. Francesco di Sales, e vorrei, che di tutti gli studi e libri, legga ne facesse come un diario, o selva, perché con il tempo ne caverà un guadagno grande; mi sono ridotto poi circa i vostri scrupoli nell’esame. Il Padre Diana nelle sue risoluzioni dice, che l’esame di coscienza lungo è peccato veniale, e veramente è perdita di tempo, i peccati gravi nel religioso non si suppongono, e vi vorrebbe tanta avvertenza, che senza esame si ricorderà più chiaro del sole; per i veniali non occorre tanto trattenimento basta una occhiata generale, bastando per la validità della confessione un solo, anco confessato, e in nome del Signore gli comando, che non ci perda tempo, ed altri abituali, e meglio tirare l’esame per la confessione, perché questa l’inquieterà, e quella l’approfitterà; il meglio e unico rimedio per gli scrupoli è l’obbedienza, e obbedienza cieca, se egli non fa questo non guarirà, né farà la volontà del Signore, la quale così ci è significata per tutti i sacri dottori: nemine discrepante, e conseguentemente sarà cattivo religioso, mi sono voluto dilatare in questo, perché so quanto impediscono gli scrupoli la via della perfezione, e spero nella Madre SS.ma che queste quattro parole siano un breve antidoto, me lo paghi con pregare nostro Signore per me, che mi faccia umile. La scrittura greco-latina non l’ho mandata, perché qui non si trova, e la procurerò di fuori; legga S. Crisostomo, che è assai facile, e poi gli altri Santi e particolarmente S. Basilio. Vedo l’anagramma, la bellezza dei quali sta cavarli solo del nome, e cognome, perché quando facesse la radice tanto lunga, ne caverete quello che voi volete. Ma io non vorrei, che perdesse il tempo in queste, che sono studi meccanici, ed inutili, e il dopo pranzo è meglio attendere a dormire, che a faticare la testa, che poi manca negli studi principali, e qui la saluto caramente e me li raccomando alle sante orazioni.
Roma, 13 agosto 1667.

top



1667 08 31 AGT ms. 233, f. 243 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on feluca ho scritto a V. S. e mandatele le devozioni, e indulgenze per la festa del glorioso S. Traspadano, prego nostro Signore arrivasse a tempo. Con dette lettere le mandai una lettera del Padre Calascibetta di Spagna, e spero che a questa ora gli sia capitato il suo dispaccio, io per dette lettere le cennava la sua andata a Palermo con D. Ferdinando, e con questa gli rispondo a pieno circa la sua uscita. Io lodo assai questa uscita, primo per slattare questo figliolo dal paese, 2° acciò per il viaggio con la guida e conservazione di un buon Aio se ne venga quasi per necessità ad imbevere di buone massime, e delle buone lettere che quello senza mostrarle li tratterà. 3° per rendersi capace delle cose del mondo. 4° acciò poi in Sicilia con questa cognizione sia superiore al paese, e ai signori paesani con quali tratta, vi sarà la quinta utilità di apprender pratica con signori, ma di questa non fa per noi, perché uscendo incognito non può trattare con quelli, né è bene andar cognito prima, perché è figliolo, e non potrà fare la sua parte buona in scena, 2° per la gran spesa e comunemente in questa corte si gioca, che sarebbe occasione di rovina. Né questa pratica maggiormente si deve, e può fare in Roma, perché qui i cortigiani tutti sono in abito lungo, e prelati; inoltre qui bisogna dimorar poco, e incognito per rispetto del signor Principe, perché l’esser conosciuto, e sfuggirlo è cosa poco civile, e il trattarli, e accomunarseli se li perde, perché se bene questo Signore è di qualità, ad ogni modo l’aver servito, e poi la nostra Casa sta in maggior concetto, ed io qui come sono religioso, e sto ritirato, vi è pochissima occasione di commercio, che volete fare nel mondo, ci sono i suoi scogli, bisogna prudentemente sfuggirli.
Per questo punto della pratica non stimo meglio, che V. S. lo conduca seco in Palermo, e lo faccia ora, se tiene occasione per le tande, e faccia come che questo sia fra le spese dei viaggi, e se questo sarà ora, in Palermo vi è il signor D. Francesco Arezzo, mio amicissimo di virtù, e lettere grandi, sarà bene, vi ci stringesse bel bello, e fare prendere amicizia col figliolo, e poi trattare di viaggiare insieme, che credo per la curiosità e spese franche lo farà e sarà ottima congiuntura, veda la maggior politica tratto del vero cristiano, e saperne valere dell’occasione. Quando io non potessi seguire, io qui ho fatto pratica, e se bene è difficile, maggiormente per la morte del nostro buon Cardinale, ad ogni modo spero trovar persona. Il Padre Ribera non mi pare atto, perché è spratico, e ha bisogno lui di Aio, e essere due timonieri di una nave, non va niente bene; poi dovendo andare incognito, questo non è a proposito, stimerà forse bene il figlio del signor D. Antonino, mentre V. S. mi dice che è di gusto, e amico del figliolo per darli un camerata parente e contemporaneo, a non farlo ammalinconire; e questi tutti saranno guidati all’Aio, che ha da far le spese, conduce i due creati, e far tutto. V. S. faccia riflessione sopra questo che ho discorso, e avvisa quello che comanda, né avranno tanta fretta, perché il tempo sempre matura meglio le cose, e in tanto preghiamo il Signore con l’intercessione della santa Madre, dalla quale speriamo tutto, e avremo tutto. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti preghino il Signore per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della coronazione, il giorno del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese della trasfigurazione, l’anno della salute. 31 agosto 1667.

top



1667 08 31 AGT ms. 233, f. 201 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Messina)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. con l’avviso della risoluzione di codesto Padre lettore per finire lo studio, e vedo, come il Signore dispone le sue cose soavi, già che per la posta passata l’avvisai i sensi del Padre generale su questo negozio, sia per sempre benedetto il Signore e si faccia per sempre la sua SS.ma volontà. Le mando l’allegata, né mi diletto in altro per esser l’ora tarda, e adesso tornato di fuori per la visita di un infermo. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me.
Roma, ultimo agosto 1667.

top



1667 09 03 AGT ms. 233, f. 244 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Messina)

aluto V. R. e le mando questo fagottino di libri, quali manderà al signor Duca, a chi ho scritto con la posta, né li scrivo con questa, perché il marinaro appena mi dà tempo di far questa; V. R. faccia aggiustare il porto a conto del signor Duca, e pregate il Signore per me.
Roma, 3 settembre 1667.

top



1667 09 10 AGT ms. 233, f. 245 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta mando la patente al fratello Giuseppe Maria per lo studio di Ferrara, come lui le scriverà a pieno, non avendo io tempo di replicare le lettere senza necessità. Ho subito inviato la lettera al Padre Calascibetta per Spagna. Ho anco ricevuto il libretto per l’apparecchio della festa di S. Traspadano glorioso, che è stato una buonissima invenzione, e appena ho potuto vederlo, perché il Padre D. Alberto Fardella, confessore del Card. Ruberti volle mostraglielo, e quel signore se l’ha tenuto; ne aspetto alcun altro con il seguito della festa: benedictus Deus, semper benedictus. Con questa posta mando un cambio di scudi 100 al signor D. Gio: Giandaidone per le spese occorse, e quadri del signor Campolo, quali sono riusciti bellissimi, e verranno con prima comodità. Mando un frontespizio dell’opera ristampata del Padre Diana, da un Padre certosino, è una fatica bellissima, e quasi simile alla nostra, qual pure servirà per l’opere già impresse; il nostro ordine è più scolastico, e metodico, ma questo riuscirà anco più comodo, perché nelle cose morali non vi vuol tanta sottigliezza, la stimo un’opera assai comoda, se costì non sono capitati, o non tengono comodità di farli venire da Lione, mi scriva, se ne vuole qualche corpo, e credo, che sarà un buon regalo per Mons. Vescovo di Girgenti, caso che costì non vi fossero. Veramente il Padre Diana con tanti compendi e impressioni si può dire famosissimo personaggio del nostro secolo; tutte l’opere sono 9 tomi, ne domandano 16 scudi. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me. Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il giorno del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese della sete, l’anno dell’Incarnazione. 10 settembre 1667.

top



1667 09 26 AGT ms. 233, f. 250 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

uesta lettera sarà sopra il viaggio di D. Ferdinando. Io ho pensato accompagnarlo con le sante sorelle Maddalena, e Marta. Ho trovato il signor direttore D. Giuseppe Marascia, nostro Palermitano, che sono molti anni sta in Roma, e oggi è in S. Geronimo della Carità, che è la prima Casa dove dimorò S. Filippo Neri e vi dimorano molti sacerdoti di gran virtù, ed egli oggi è dei primi, veramente uomo di spirito, giudizio, e lettere anco amene, efficacissimo onoratissimo e viene a servirla con ogni volontà, pensando poi ritornarsene a Roma. Il regalo sarà secondo la dimora farà, e giudicheremo dal servizio fatto, dovendo ciò seguire alla fine, basta che ora tutti i viaggi, e spese per esso anco dei vestiti siano franchi, e questi sarà la Maddalena, e spero, che per il viaggio dolcemente e insensibilmente istallerà al figliolo non solo le sante virtù, ma anco la notizia delle buone lettere, storie, geografia, politica, poesia e già ne abbiamo fatto più discorsi. Per l’officio di Marta ho trovato ad un altro giovane Palermitano, e stimo buona occasione aver persone della patria, sì per la cognizione, come per l’amore passa naturalmente tra paesani; questo è nato servitore in Casa dei signori Branciforte, e oggi serve di scavalco la figlia del Principe di Scordia, moglie del signor D. Domenico Colonna, e oltre lo scavalco fa il computista delle spese giornaliere, e con il tempo abile a qualsivoglia cosa, sapendo benissimo d’abaco, di più se ne servono per gentiluomo di Ambasciata. Onde ha la pratica della Corte di Roma nella forma che si può desiderare. Ha viaggiato per l’Italia con il signor D. Domenico, che andò insieme quando fu qui il Principe di Villanova e lui faceva la spesa, teneva il conto, serviva di cameriere, e drizzava ogni cosa, pratico di tutto, servirà in tutto, anco infermiere, e mette le mani ad ogni cosa; viene anco assai volentieri, ma non vuol lasciare questi signori per poi restare in scala. Onde gusta perpetuarsi nella vostra Casa. A me questa condizione pare più di servizio di V. S. che suo, perché aver un uomo di questi in Casa, tanto più che D. Ferdinando piacendo al Signore si ha da casare, è cosa da cercarsi, perché questi non solo è cortigiano di Palermo, ma di Roma e V. S. se tiene la corte compita può procurare di licenziare alcuno; e spero che quando lo conoscerà, non lo lascerà; oggi egli ha da salario 4 scudi il mese e casa, e pure mi pare, che ha scalchi, e gentiluomini costì se li dà lo stesso; onde la spesa di questi sarà le spese franche del viaggio, e il suo salario ordinario. Circa le previsioni non bisogna molto, basta vestiti ordinari e biancherie necessarie in un forziero, e lo stesso giovane, che si chiama Ignazio Miraglia con la sua presenza aggiusterà tutto, e renderà a V. S. minuto conto di tutto quello che occorrerà, e le faciliterà tutto. Per la spesa credo basterà procurarli polise costì, o le troverò di qui, acciò li paghino successivamente di luogo in luogo 150 scudi il mese, e se li può dare la prima mesata contanti; il denaro lo terrà a spendere il signor D. Giuseppe, e lo noterà Ignazio.
Io scrissi a V. S. per accompagnare come camerata a D. Ferdinando il signor D. Ignazio Caetano per pura soddisfazione, e sollievo del figliolo, ma quando a V. S. non ci conosca questa necessità, può farne di meno, perché si verrebbe a sparagnare quasi un scudo il giorno, oltre che poi bisognerà spendere per provvederlo di vestiti, di viaggio, e alla fine di qualche regalo; io stimo, se ne possa far di meno, perché il signor D. Giuseppe, e Ignazio sono uomini allegri, e di recapito, e daranno assai gusto al figliolo; sarà pure necessario un altro servitore, quale glielo darete da costì per esser confidente, e di genio, e strapazzo, e lo stesso Ignazio le darà la necessità, e qualità, perché per i servigi del figliolo di vestire, spogliare, e dormire nella sua camera tutto farà lui. V. S. poi l’ordinerà, che per nessun conto si giochi anco per complimento, né si compri cosa alcuna, perché oltre che in questi viaggi non si possono condurre robe; il figliolo non è accasato, né tiene sorelle, e fratelli, che bisogna portarle galanterie, e se gli piace qualche cosa può notarlo, e scriverlo, che ce la farà venire con comodità di buona condotta senza tante spese; e si rimette a V. S. per sua soddisfazione farle spendere un centinaio di scudi. Il viaggio come ho scritto ha da essere incognito, incognitissimo, anco con chiamarsi col nome di casa Caro, procurerò bensì io lettere del Padre generale, e del Padre Oliva, e del Padre generale di S. Domenico per valersene per tutto in quello, che può succedere, perché i religiosi possono per tutto, e non c’è obbligo di compire, e compire con loro, con i quali si confida il viaggio sconosciuto. O poi, se il figliolo si porta bene, e prende anco nel viaggio consiglio, che si faccia non solo per l’Italia, ma anco si scorta in Germania alla corte dell’Imperatore che da Venezia è facilissimo, e ci va poco tempo, perché vorrei, che D. Ferdinando non solamente si rendesse superiore costì ai paesani con la pratica del mondo, ma a quelli stessi che hanno viaggiato per l’Italia. In fine io vorrei che questo viaggio fosse come uno studio per il figliolo e un divertimento delle cose del lusso, applicazione alle virtù, che sono la vera strada dello spirito, e della perfezione. Questo è quanto mi occorre circa questo negozio, V. S. ci faccia riflessione, orazione e avvisa quello che gusta e alle sue risposte se comanda subito, farò che si partano questi, e verranno in Palermo, e poi in Palma, da dove si spediranno subito a suo comando, ed ivi per Messina, perché non è bene, mandarlo in Palermo, finché grazie al Signore non ci vada dottorato degli studi del viaggio, e in Messina poi è per questa prima volta starà incognito per sfuggire i complimenti del senato, e Arcivescovo e già lo cennò il fratello Giuseppe, il quale ivi sarà il Padre, ed ivi si indirizzeranno secondo la comodità dei tempi. Deus sit in corde tuo. Amen.
Con questa posta mando la spedizione al signor Gio: Giandaidone per le spese l’ho mandato polisa di scudi 609 se bene poi ne sono avanzati scudi 6 e 40 baiocchi, quali sono restati in mio potere, e le scrivo, le metta a conto di V. S. una con la ragione di cambio, V. S. glieli faccia buoni.
I libri avvisati vengono per via di Messina raccomandati al fratello Giuseppe, perché l’Andriatta si trovò partito né anco vengono i breviari perché si trovarono mancati, né ve ne sono altri così buoni però si aspettano fra 15 giorni da Venezia. Con questa posta non ho lettere da V. S. però la saluto caramente con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, nostro Signore li benedica tutti, e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il giorno del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese del buon cieco, l’anno della salute. 26 settembre 1667.
Avverto a V. S. che venendo questi gentiluomini, bisogna darli il viaggio franco fino costì di tutte spese.

top



1667 09 28 AGT ms. 233, f. 261 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’approvazione dell’elezione fatta della Augustissima Madre per Padrona di Palma, non si è potuta spedire prima, per difetto della varietà delle Congregazioni. Godo della dilazione della festa della traslazione del corpo del glorioso S. Traspadano, che verrà appunto nella vera festa del nostro SS.mo Sacratissimo e Amatissimo Rosario fin dai primi anni, servirà anco la dilazione per maggior apparecchio, e saranno senz’altro capitate l’indulgenze, medaglie, e figure; sento l’infermità di D. Ferdinando, spero nel Signore sia terminata, e per il suo viaggio già ho scritto a lungo. Qui nostro Signore ha dichiarato cameriere d’onore l’Abate Agras, e prima provvistolo con una buon entrata di tesoriere della Chiesa di Galizia, giovane assai virtuoso, e di lettere, potrà assai avvantaggiarsi per consolazione di V. S. come cosa della patria. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino sempre per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il giorno del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese del buon cieco, l’anno della salutazione. 28 settembre 1667.

top



1667 10 02 AGT ms. 233, f. 262 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettere di V. S. del 19 e 26 passato, e godo della bella devozione ha fatto con i nostri eremiti, con farsi servi incatenati di Maria, e spero che la gran Signora della sua Assunzione al cielo: duxit captivam captivitate; oh bella cosa esser cattivo, e incatenato con Maria, queste sono catene che non pesano, ma stringono, e uniscono, non sono di ferro del tenore, ma tutte d’oro di santo amore; però aggiungete sempre catene a catene, amore ad amore, e tentate di passar gli stessi serafini: o utinam, o utinam. Sento l’infermità dei nostri eremiti, questo è il calice che da a bere il Signore ai suoi amici, voglio avvertirli bensì a nostro dare occasione con la troppo austerità, V. S. si ricordi, che la discrezione è la regina delle virtù, e che vale più una virtù interna, che cento penitenze esterne, e l’oro si mette meglio con un tantino di fuoco, che con tutte l’acque, e tutte le lime, amore, amore; me li saluti, e impetrano dal Signore il suo santo amore, lo stesso prego alle mie Mariane, e le ricordo la stessa virtù della santa discrezione, e tutto questo capitolo. Riverisco la signora Duchessa, già il breviario sta in ordine con le figure per la sacra, santa, e celestiale cella, le cartine le fo venire da Milano, perché qui non sono a proposito. Ho scritto al dottore Ottaviano per il soccorso della signora madre, e credo sia tempo di venire a goderla di presenza, già che è un giovane d’oro per la virtù e scienza. Con questa posta mando polisa a Mario Vecchio di scudi 20 per la mesata di Ottobre del signor Castelletti, e altra di scudi 50 per i nostri conti, quali manderò appresso, perché adesso mi trovo assai impedito. Riverisco la signora Duchessa, V. S., figli, e a tutti benedico nel Signore.
Roma, 2 ottobre 1667.

top



1667 01 08 AGT ms. 233, f. 264 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo due di V. S. e mi sono meravigliato, come siano passati tanti ordinari senza mie lettere, spero saranno arrivate tutte insieme. Godo che per la sua lettera non mi dia conto dell’infermità della signora Duchessa per essere segno della buona salute, nostro Signore la conservi sempre in suo santo servizio. Rimando a voi la lettera del Padre Calascibetta, al quale ho mandato la sua per via di Palazzo, né io ci ho voluto speculare, perché non sa ella quello che posso far io, sono fuori del gioco; se a V. S. pare limitarle la spesa, faccia come le pare, e mandi la lettera a dirittura, senza fare questo giro, prego nostro Signore sempre drizzi tutto per suo maggior servizio. Saluto la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della crocifissione, il giorno del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese dei santi discepoli, l’anno della salute. 8 ottobre 1667.

top



1667 10 10 AGT ms. 233, f. 265 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ppunto ricevo una del Padre Preposito della Catena con avviso di averli capitato le figure, e indulgenze per S. Traspadano glorioso, me ne sono rallegrato, e spero, che a questa ora sia cominciata la festa SS.ma e io domani dirò la santa Messa a questo fine, e poi il giorno assisterò al mio solito nel Coro della Minerva a celebrare il trionfo del SS.mo Rosario, e pregheremo tutti: ad invicem una vera, santa, e perseverante volontà di amare sempre, sempre Iddio. Il Padre Preposto mi avvisa la carità l’ha fatto V. S. di due botte di vino, e vuole ne lo ringrazio, come fo e prego nostro Signore le conceda copia di vino del suo amore. Il santo Marchese di Pianezza mi continua i suoi favori, vi mando tre sue lettere, alla prima risposi, che l’avrei servito col mezzo del signor Stefano Pignatelli, volendo io star fuori della corte, poi le scrissi che il signor Card. Azzolino voleva che egli in ogni conto ne scrivesse al Papa, come egli ha fatto con la terza lettera, e mando la risposta. Caverà dalla scrittura lo spirito grande di questo buon signore, e mi fa grazia rimandarla subito la sua lettera, perché di quella del Papa ne tengo copia, se ne approfitti, se ne approfitti.

top



1667 10 22 AGT ms. 233, f. 248 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Messina)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. e quella del Padre D. Domenico Castelli nostro carissimo e ringrazio nostro Signore della predica fatta con tanta soddisfazione dei Padri, e di tante altre grazie, che il benigno Signore vi fa, ma mi dispiace che V. R. non le corrisponde mica, mentre la vedo così poco rassegnato nel suo santo volere, e nel soffrire l’afflizioni che egli le dà, perché tutte le altre penitenze, e mortificazioni esterne sono nulla rispetto a queste; mi è dispiaciuto assai quella parola che mi scrivete, cioè che giudicate non trovarsi Anima in così miserabile stato, come il suo; io vi voglio umile, non deietto e annichilito, ma generoso e confidente, e tali parole hanno del disperato, e non stanno bene in un servo di Dio, e quiete, essendo che tolto il peccato non contrito, tutte l’altre cose: etiam peccata cooperantur in bonum, le raccomando però di tutto cuore questa rassegnazione, e serenità di animo in tutte le cose, e togliere la radice dell’inquietudine, che è l’Amor proprio, anco nelle cose spirituali, perché se bene nell’Amor di Dio non ci può esser eccesso, ci può essere nel modo; se voi non volete altro che Dio, sarete felice, perché questi è il sommo bene, e lo trovate in ogni parte e stato, anzi più fra le spine che fra le rose, ma voglio, che vi scordate di spine e di rose, né pensate ad altro, che al sommo bene, né curate dei pensieri che vi molestano; state ritirato nel camerino del vostro cuore, e lasciate abbaiare, e latrare i cani, e così faceva e insegnava la madre S. Teresa. Circa allo studio, come scrive il Padre D. Domenico, io credo incontreremo assai buona comodità, ma voglio che V. R. non vi pensi, deve il religioso dichiarare i suoi sentimenti ai Superiori, poi dormire; basti ne scriva però al signor Duca, perché mandandoli qualche patente si trova lesto, senza aver a scrivere a Palma, né sopra ciò voglio dirle altro. Il Signore lo benedica, e pregate per me che l’ami con tutto il cuore, con tutta l’Anima, e con tutte le viscere.
Roma, 22 ottobre 1667.

top



1667 10 22 AGT ms. 233, f. 266 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. e circa il viaggio di D. Ferdinando a me pare che se ella lo stima espediente, e di frutto, come lo stimo io che si faccia ora, perché il farlo dopo sarà casato mi pare una vanità all’ora, uxorem duxi, habe me excusatum, dice l’Evangelo, in quel tempo bisogna attendere ad altro, e io allora lo sconsiglierei come cosa d’uomo leggero, o almeno troppo curioso abbandonar la moglie, la Casa per andare a vedere il mondo. Ora si fa per imparare, e poi farà del maestro, quando è casato. Circa la sanità, quando non si fanno disordini con l’assistenza della buona guida, i viaggi più rallegrano, e giovano, che altro; nel resto poi la vita, e morte è nelle mani del Signore, io dico quello ne intendo.
Nel resto le VV. SS. facciano orazioni, e risolvano quello che le parrà, io già ho scritto a lungo sopra l’indirizzo, e prego continuamente nostro Signore guidi tutto con la sua santa grazia. Credo pure, che forse il fratello Giuseppe Maria pure farà viaggio, egli mi significa gustare uscire dal Regno, e io con la venuta del Padre generale spero incontrare una assai buona comodità, basta a suo tempo scriverò tutto, ed ora scrivo al fratello Giuseppe stia lesto, perché mandando l’ordine non bisogna perder tempo; né V. S. pensi sopra questo, perché questo è negozio tutto mio, né dipende da loro, come quello di D. Ferdinando, nostro Signore ci guidi con la sua SS.ma grazia. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino sempre per me. Dell’Aforismi del Santo di Sales ne ho trovato altri, non prendo briga a mandarli, spero bensì qualche orologio (1). Dalla città di S. Pietro, l’ora della lavanda dei piedi, il giorno del sepolcro, la settimana della passione, il mese dell’elezione dei discepoli, l’anno dell’Incarnazione. 22 ottobre 1667.
(1) Horologium Historicum Dominicae Passionis.

top



1667 11 05 AGT ms. 233, f. 267 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Messina)

ev/do in Cristo fratello.
Questo anno si è posto un nuovo studio in Ferrara, dove è proprio uno dei primi soggetti spirituali, non solo della religione, ma forse d’altri; un lettore virtuosissimo e dottissimo però subito feci pensiero d’applicarci a V. R.; ma il Padre generale trovava quasi una difficoltà fisica per mancamento delle celle, ad ogni modo mi disse, che vedesse di aggiustarmi con il Padre Preposito, che mi avrebbe favorito; ne scrissi subito al Padre, che è mio amicissimo, e mi risponde con l’acclusa. Onde ho fatto subito spedire la patente, e la mando qui acclusa con lettere al Padre Preposto; si è incontrata di più buona occasione, che D. Tommaso Ribera deve venire a Ravenna una giornata discosto da Ferrara, onde potranno venire accompagnati insieme, e caso, che il Padre Ribera avesse impedimento di venire si avvisa il Padre Preposito che gli dia qualche buon laico provetto, acciò l’accompagni, e poi se ne ritorni costì.
Il viaggio V. R. lo faccia con qualche buona comodità di galera, o vascello per Livorno, o Genova, che poi di lì facilmente si va a Ferrara, ma il più presto, e accertato credo sia con qualche buon vascello per Venezia, e di Venezia poi per fiume in 24 ore a Ferrara; e in nessun conto pigli la strada di Napoli, e Roma, perché sarà assai lunga, e disagiata, e a Roma, se piacerà al Signore verrà per studiare la Teologia, non vi essendo qui altro studio che di Teologia. V. R. scriva subito al Padre Ribera, che volendo venire, si incammini subito per non perder tempo, o che li mandi l’esclusiva per provvedersi costì di un buon fratello, al quale come ho detto, bisognerà fargli le spese per il ritorno, ma io spero che sparagnerà questa spesa, venendo il Padre Ribera. In Ravenna vi sarà il Padre D. Alberto Fardella nostro, che va confessore del signor Card. Ruberti, legato di Ravenna; onde con lui, e Padre Ribera potrà scrivere giornalmente che è stato una buona congiuntura.
Mando queste lettere sotto piego del nostro Padre Castelli, al quale scrivo, che guidi tutto con la sua prudenza, e carità, e spero che lo farà con amore di Padre; V. R. scriva tutto al signor Duca, perché io non ho tempo di replicare queste lettere, egli le manderà qualche elemosina, perché questi sono viaggi straordinari, né se ne deve gravare la religione, e già egli preferiva ogni spesa per mandarla a Napoli, e quello l’avanzerà del viaggio può darlo di elemosina a quella Casa, e compire in parte alla molta gentilezza ci ha usata quel Padre preposito; V. R. rassegna questo viaggio ai piedi del SS.mo Crocifisso, e operi tutto con spropriamento, e senza sollecitudine, perché queste sono cose transitorie, e accidenti, il nostro tutto sta nel tenere il cuore fisso in Dio, dal quale le prego lunga benedizione.
Roma, 5 novembre 1667.

top



1667 11 13 AGT ms. 233, f. 268 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Messina)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo le lettere di V. R. con quella dei nostri buoni Padri di Monte Calvario, e la manderò subito a Torino, godiamo dei loro buoni desideri, quali se saranno perseveranti, e ferventi, il Signore non lascerà di esaudirli. Con la posta passata le mandai la patente per lo studio di Ferrara con l’indirizzo del viaggio, ora con il Vescovato del nostro Padre generale si crede si farà il capitolo a Gennaio; onde V. R. con D. Tommaso Ribera potranno godere di venire tutti insieme con i Padri nostri capitolanti, quale occasione supera tutte l’altre comodità; però sospenda la partenza sino ad altro mio avviso, e così l’avvisi al Padre Ribera, e io a suo tempo scriverò lungamente. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me. Soggiungo che a capitolo verrà il Padre Preposto di Ferrara, e così se ne potrà andare ivi con il suo ritorno, che sarà assai buona compagnia, preghino nostro Signore drizzi tutto a sua maggior servizio. Riverisco il nostro Padre Castelli, e me li raccomando alle sue sante orazioni.
Roma, 13 novembre 1667.

top



1667 11 25 AGT ms. 233, f. 269 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettere di V. S. con avviso, che dovrà fare il santo ritiro al Calvario, però non attenderò con le seguenti poste sue lettere, sicuro che manderà per me calde epistole al Cielo, pregando il Signore per il suo santo Amore, e attendo con desiderio sentire le grazie, quali suole compartire il benigno Signore. Vedo quanto V. S. discorre bene sopra il viaggio di D. Ferdinando, contratto il tutto con il signor D. Giuseppe Marascia, e signor Ignazio e col seguente ordinario scriverò tutto. Ho fatto il memoriale per la signora suor Antonia, e lo porterò io medesimo a Mons. Altieri, preghiamo nostro Signore per il suo santo servizio. Alla mia suor Maria Crocifissa scriverò con la seguente, V. S. le faccia animo, che la vogliamo far santa. Ricevo le lettere per il Padre Giulio Giandaidone, attenderò a servirlo, e poi risponderò con l’opera al mio solito. Mando l’acclusa del Padre Focolari, e già l’ho pagato i 100 scudi, come vedete per l’accluse ricevute, e manderò le polise appresso, e già che il mercante non mi fa fretta, io dilungo quanto posso, perché so, che sempre l’incomodo con uscir questo denaro. Le mando una canzonetta del signor Principe di Borghese, suo amorevolissimo per metterla in musica, è cosa soda, alta, e devota. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me. Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’orazione, il dì del sepolcro, la settimana della passione, il mese della Samaritana, l’anno dell’Incarnazione. 25 novembre 1667.

top



1667 11 26 AGT ms. 233, f. 270 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Messina)

ev/do in Cristo fratello.
Già si è determinato di fare il capitolo dopo Pasqua al suo tempo solito, però V. R. serva subito al Padre Ribera, acciò se ne venga costì, e proseguano il loro viaggio per Venezia, Livorno, o Genova, come le ho scritto. Ne resto non essendo questo per altro, me li raccomando alle orazioni, fo riverenza al Padre D. Domenico Castelli, pregandolo anco delle sue ferventi orazioni.
Roma, 26 novembre 1667.

top



1667 11 28 AGT ms. 233, f. 271 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettere di V. S. con l’ottima relazione dell’ottima festa del nostro glorioso S. Traspadano, ne osservo tutti i requisiti di una solenne festa ed un glorioso trionfo, e tutti i gradi, e accidenti; bello l’apparato, ricchi gli altari copiosi, i luminari, sontuoso il teatro, concertate le musiche, e le salve dei mortaretti, devotissima la processione, giochi nelle forme con le danze boscareccie, nell’acque con tante fontane, nell’aere con i trabocchetti degli angeli, e nel fuoco col Vesuvio, tutti a ricreare i nostri sensi esteriori; come si può ricreare il senso interno, con la rappresentazione, che è oggetto della fantasia, e la potenza ragionevole con le figure, con le medaglie e con l’ufficiatura del Pastore e frequenza dei sacramenti; viva, viva S. Traspadano, e sia perpetuo intercessore di Palma, e di tutta la Casa a gloria del Signore. Ho goduto assai del concorso grande dei forestieri, con la soddisfazione, e particolarmente di quella del santo Vescovo, e godo della sua venuta in Roma, ma credo sarà martire in desiderio; godo anco del consiglio l’ha dato della venuta di D. Ferdinando, e in tempo le capitò la mia lettera e di sua soddisfazione, e ne attendo le sue risoluzioni. Nostro Signore guidi tutto in suo santo servizio. E’ venuto il Padre Bacciliere Focolari, e le mando l’acclusa per il signor Arciprete; io procurerò subito il denaro, che vuole tutto, anzi senza defalco della ragione di cambio, quale sarà pagato di sopra più a V. S., e qui i cambi sono cresciuti, e la polisa di scudi 100 come avvisai, che il giovane del signor Gerardi di tarì 14 per scudo non l’ha voluto pagare; onde V. S. l’avvisi al signor Giandaidone, che non l’aspetti, anzi che ne parli con il signor Gerardi, che è in Palermo, che scriva a questo suo giovane, acciò si contenta a favorire, come faceva esso, e in tanto procurerò con altri.
Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il giorno del sepolcro, la settimana della passione, il mese della Samaritana, l’anno dell’Incarnazione. 28 novembre 1667.

top



1667 11 30 AGT ms. 233, f. 272 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

l signor D. Giuseppe Marascia e Ignazio Miraglia sono pronti a servire V. S. e con il primo buon tempo si partiranno piacendo al Signore; spero saranno per la festa del santo Natale in Palermo, e goderle con i loro parenti, e poi seguiranno per costà, ove potranno dimorare Gennaio e Febbraio, e in tanto V. S. scriva al signor Gio: Giandaidone, che entrato Marzo stia sull’avviso della prima buona comodità l’incontrerà di galera, o vascello per Napoli, Civitavecchia, Livorno. E pigli l’imbarco, segretamente per tutta la comitiva, e avvisi a V. S. a tempo opportuno, e potrà mandarli subito alla Torretta, o ai colli; il signor D. Giuseppe sarà in Palermo, aggiusterà ogni cosa, e poi andrà a pigliare D. Ferdinando, e signor D. Ignazio, acciò vengano a tempo per mettere il piede in nave, senza farsi a vedere. Ho detto di fare il viaggio per Palermo, perché sarà più vicino e comodo, e perché il fratello Giuseppe Maria già sarà partito per Ferrara, ove piacendo al Signore si rivedranno. Mi è piaciuta la buona compagnia del signor D. Ignazio Caetano, e si potranno nomare D. Domenico e D. Ignazio De Caro, come le loro nonne, e si diranno due cavalieri di Casa Caro.
Circa le lettere di raccomandazione V. S. sarà servita con vantaggio, né bisogna sue lettere al Padre Oliva, che parrà cosa affrettata, o mendicata, farò tutto io, aspetto nuova della venuta del titolo di Lampedusa e mi meraviglio, come non sia arrivata, scrivendo al Padre Calascibetta un pezzo sa esser già mandato. Il viaggio, credo sarà per Roma, perché da Napoli, Civitavecchia, Livorno, facilmente si passa qui, e così si potrà godere la devozione della settimana santa in questa santa città, e dopo si vede fare la cerimonia dello sposalizio con il mare, e da Venezia per Trento, per Germania, essendo i buoni tempi, e al ritorno girare tutta l’Italia, ben vero che se si incontrasse comodità di galere per Genova, bisogna pigliare la strada per quella strada il tempo, e l’occasione ci daranno consiglio. Circa i cambi a mese per mese sarà difficile, mentre stanno in continuo moto, il più facile credo, sarà fare diverse polise condizionate di onze 60 l’uno, una per esempio in Napoli, altra in Roma, un’altra in Venezia, e in centro in Praga; così V. S. senza uscir denaro avanti, pagherà quelle polise le verranno esatte, e di tutto ne parla con il signor D. Giuseppe, e fra loro aggiusteranno bene. Al nostro buon Ignazio darete 4 tarì il giorno, e per aiuto di costà le darete 25 scudi, essendo così l’uso. Di più vuole due, o tre mesi anticipati, perché vuole aggiustare alcuni suoi debitori, e farsi vestito di campagna; sono cose ragionevoli, il giovane merita, e V. S. ne resterà assai contento, egli porterà un forziere, e una valigie per D. Ferdinando, e una valigie per il signor D. Ignazio, che sono fatte all’uso di viaggiare i signori qui, né il signor contestabile quando viaggia lungo, porta altro, e queste robe sono obbligate portarle le lettighe, o carrozze; dei vestiti, biancherie, e altre cosuccie tutte le darà, e metterà in ordine lo stesso Ignazio.
Al signor D. Giuseppe darà 100 scudi, 50 per l’aiuto di costà, e 50 per spese del viaggio suo e Ignazio, e poi il suo regalo sarà all’ultimo come l’ho scritto, e V. S. troverà gentiluomo di tutta virtù, e modestissimo; V. S. in tanto faccia le sue istruzioni, le mie le darò qui, e al signor D. Giuseppe per via di discorsi, e già ho cominciato. Ma l’unica, e singolare il santo timore di Dio, la mattina un poco di ritiramento, la santa Messa, e l’itinerario, la sera l’esame di coscienza, e drizzare il viaggio per la visita dei santi Apostoli e i viaggi particolari per qualche santo di quel paese rendendo tutto spirituale, ma di ciò a lungo al Padre Marascia. Gli altri negozi già l’ho incamminati, e scriverò a suo tempo. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il dì del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese della Samaritana, l’anno della salute. 30 novembre 1667.
Il signor D. Giuseppe non lascia mai la Messa, V. S. l’applicherà per se, e per lo stesso viaggio, e ci dica che mette a conto suo la elemosina.

top



1667 12 10 AGT ms. 233, f. 273 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta non sono venute lettere di Sicilia, l’aspetto con la seguente, e con desiderio per sentire il suo santo ritorno dal Monte Calvario, che è quello ci promette il monte della gloria. Mando a V. S. un polizzino vi manda appunto il Card. Carpegna, e lo mando per goderne con le nostre Mariane, quali pregheranno per sua Eminenza, perché il negozio era difficile, e sopra difficile, come mi aveva detto lo stesso Mons. Altieri, e appresso avviserò tutto minutamente; nostro Signore ci guidi sempre con la sua santa grazia. Con questa posta mando un cambio al signor Gio: Giandaidone di 415 scudi, scudi 100 sono per quella prima polisa, che io avvisai, non aver voluto pagare il giovane del signor Girardi, quale poi ha pagato questa, scusandosi, che non pagò quella, perché chi li mandava, non li voleva fare ricevuta; onde V. S. se scrisse al signor Giandaidone per darne querela al signor Girardi, ora l’avvisi la scusa di questo giovane. Altri 100 scudi sono per conto del Padre Focolari, quali V. S. esigerà una con le ragioni di cambio, che a tarì 14 per scudo che tutti sono onze 42 e 20. Al signor D. Giuseppe Marascia 100 scudi, 50 per aiuto di costà, 50 per conto del viaggio; in oltre l’ho accomodato 65 scudi, quale egli doveva esigere di una pensione, e li bisognavano per aggiustare le cose sue e partirsi, ne manda V. S. la sua ricevuta, la conserverà, perché poi piacendo al Signore alla fine del viaggio la passeremo nel regalo. Al signor Ignazio scudi 25 per aiuto di costà, e altre tanti per conto del suo salario, come ne le mando ricevuta; queste sono le spese stimo meglio per obbligarli bene a questi, che l’assicuro l’avanzeranno molto nel risparmio per il viaggio, e nell’affetto del buon servizio, essi stanno aspettando, si accomodi il tempo, preghiamo nostro Signore guidi ogni cosa in suo santo servizio. Nostro signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il dì del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese della nascita, l’anno dell’Incarnazione. 10 dicembre 1667.

top



1667 12 17 AGT ms. 233, f. 274 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. con avviso del buon ritorno dal sacro romitaggio, e godo dei bassi sentimenti l’ha dato il Signore di voi stesso, che sono i segni più sicuri di esser suoi, e aspetto il foglio mi cenna, almeno per tenerlo in questo basso esercizio; ma vedete, che quando il povero si vede ignudo, non fa altro, che gridare, domandando di essere vestito, per quanto ne siamo più miserabili tanto dovremo crescere nelle sante orazioni, orazioni, orazioni.
Godo del profitto ha tenuto del signor Marchese di Pianezza con quelle sue lettere veramente sante, l’avviso, che qui per la corte corre voce di essere Cardinale, se bene io credo non sarà; ad ogni modo si vede il concetto della gente, ed è una gran cosa, tanti anni, che sono a Roma, mai si è sparsa tal voce del Marchese di Pianezza, ora che di Marchese di Pianezza è divenuto Giacinto di Simiane, povero Cristo, si dice a voce piena; ora fate voi la conseguenza, anco per il mondo, quale è meglio, esser Marchese di Pianezza, o povero Giacinto.
Ricevo lo scritto della infanzia di nostra Signora, il foglio del giorno della festa di S. Traspadano, e il libretto degli Aforismi, e voglio tornare a replicarle, che quando bisogna mandare questi libri, li consegna alla posta per libri, e li leva la pergamena la quale non si legge, si è pagato più di uno scudo, e perché spetta così senza utile, meglio elemosina. Vedo la lettera del signor Castelletti e la servirò subito, e con il maggior risparmio, e avviserò al solito con l’affetto. Ieri tornai dal Padre nostro provinciale di Terra santa per il Padre Giulio, mi disse, che l’avremo priore, e che in questa carica già tiene la precedenza di tutti, e che senza altro in questo tempo, e prima lo consoleremo, V. S. ce lo avvisi, e si assicuri, che sarà così; recapiterò la lettera della povera vedova in Francia senza alcuna spesa. Per i Padri di Monte Calvario vedo la nota mandata, sono cose che vogliono tempo, attendono all’avanzo dello spirito, che io non manco in tutto quello si può, me li raccomando all’orazioni. Al Padre Agostino da Nicosia riformato mi pare aver risposto; V. S. le manda alcune medaglie straordinarie, o camaldole, che si goda tutte quelle indulgenze che può mai concedere il Papa con ogni tenore, e che importa, che siano sopra crocette di legno, o altro, la sostanza è la stessa, e per dirlo a V. S. confidentemente mi paiono devozioni immaginarie, se bene sempre lodo la santa intenzione, e che è quella che rende meritorie le nostre azioni. Ringrazio nostro Signore della soddisfazione V. S. ha tenuto del privilegio del titolo di Principe di Lampedusa, e credo quel consanguineo sia fondato, che l’aveva mandato la scrittura dell’albero di Don Bertagno Ventimiglia, che c’era espresso il grado di parentela reale; ed è stato meglio, non l’avere espressato, perché fa più pompa; ringrazio il Signore che anco in queste cose mondane vi favorisce tanto, ma che? ma che? Non dice S. Crisostomo che noi per mezzo delle sacre comunioni siamo concorporei, e consanguinei con Cristo, oh grandezza, oh grandezza dell’anima devota, qui, qui e non altro. Ieri partì il signor D. Giuseppe Marascia, con il quale ho tenuto lunghi discorsi, che saranno anco per V. S., prego nostro Signore le conceda buon viaggio, e spero che V. S. ne sarà molto soddisfatto, così di lui, come di Ignazio, e con loro appunteranno tutto; e così poi nel nome del Signore cominciare il viaggio di D. Ferdinando, quale sarà di molto profitto.
Al signor D. Giuseppe lo terrà per i primi giorni alla sua tavola, e poi disporrà a suo gusto e per lasciarlo in sua libertà, e mi rimetto a V. S.. Godo della devozione di S. Traspadano, e procurerò mandare altre medaglie, e godo che con il signor D. Giuseppe Marascia gli ho mandato dell’altre figure del santo, che anco serviranno allo stesso fine. Con la seguente posta manderò la lettera per il buon ritorno costì della signora D. Antonia Traina, e spero V. S. potrà farla tornare con il signor D. Giuseppe Marascia, quale è conosciuto da Mons. Arcivescovo, e io a posta l’ho fatto una lettera di raccomandazione in genere, l’ho cennato solo di passo al detto Marascia, per non impegnare V. S. quando pensasse altrimenti. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenza, il dì del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese della nascita, l’anno della salute. 17 dicembre 1667.
Il signor Ignazio porta due belle valigie, e un forziere, cioè bauletto, sono costati scudi 12, si spende, ma queste sono spese assai buone. Nostro Signore lo benedica.

top



1667 12 29 AGT ms. 233, f. 277 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta non sono venute lettere di Sicilia a cagione dei tempi rotti; mando l’acclusa di Mons. La Cornia, religioso di S. Domenico fratello del nostro buon Card. Pallavicino, signore di quello nascimento, lettere e virtù, che altre volte credo averle avvisato, V. S. gli risponderà con il suo solito affetto; egli è venuto ad limina, ed il Papa l’ha fatto straordinarie dimostrazioni. Il Padre D. Clemente e Padre Cicala si rallegrano molto del titolo di Lampedusa, e particolarmente della circostanza, veramente è cosa di molta stima quel chiamarlo consanguineo, perché se ai grandi il Re li scrive mio Primo, chiamando a V. S. in questo privilegio consanguineo, lo tratta quasi di grande, e una volta che l’ha usato in questo privilegio, facilmente può pretendere di farlo mettere nell’altre scritture, ma senza mostrare di precederlo, e senza affezione, perché questo solo privilegio è sufficiente.
Tante grazie al Signore che anco in queste cose vuole mostrare la sua grazia, ma io le torno a ricordare la parola di S. Crisostomo; concorporei e consanguinei Principi. Spero con la posta seguente mandarle la spedizione del signor Castelletti, che è negozio importante per trattarsi di due bigamie, e dispensa della medicina, e con tutto si è usato ogni diligenza, le spese saranno care, ma quando sono necessarie non sono care; però ho fatto cambio di scudi 270 a tarì 14,10 per scudo essendo cresciuti grandemente i cambi; se bene V. S. non avvisi la spesa, perché pretendo quel che risparmio, e appresso con i brevi manderò il conto per minuto. Aspetto di momento le lettere per la signora Francesca Antonia venendo a tempo, l’includerò in un pieghetto separato. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della cena, il di del sepolcro, la settimana della passione, il mese della nascita, l’anno della salute. 29 dicembre 1667.

top



1667 12 30 AGT ms. 233, f. 276 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo due di V. S. con il privilegio di Principe di Lampedusa, veramente assai onorevole, e sopra tutto quel consanguineo replicato, e con il tempo mostrerà più della scrittura, sopra il quale è fondato, e V. S. deve assai al Padre Calascibetta, e signor Giustiniani, che abbiano saputo pensarci, e acquistarlo, sia sempre grazie al Signore e ho goduto molto del Te Deum solenne, e dell’elemosina ai poveri, e continuamente grazie, grazie a Dio benedetto. Godo della professione di suor Maria Traspadana, e le raccomando sempre questo santo monastero, e lo mantenga in umiltà, e fervore, e sempre preghino per me. Ringrazio molto V. S. dell’avviso dei frutti della Tonnara, e per dirla, io non teneva avviso della caccia di questo anno, né gli scriveva, per non parere di volerne la parte, e speriamo fare la buona Quaresima con la sua elemosina, e sempre i Padri pregano per tutti loro. Mi è pesato il fallo della dispensa del Farruggio, cercherò subito di rifarlo, e subito rimanderò altra a V. S.; vedo le lettere del Padre Serafino di Palma, e signor Gio: suo Avolo, e cercherò di servire l’uno l’altro, e appresso in tempo scriverò quello che si è potuto fare. Qui nostro Signore ha ordinato, che in questo inverno si facciano fuochi pubblici in alcuni magazzini diversi luoghi a comodità dei poveri, cosa né fatta, né pensata da nessuno Papa, V. S. faccia, che le nostre Mariane, Minimi, e tutti preghino per la sua salute e spirito. Riverisco la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti preghino sempre per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della orazione, il dì della Crocifissione, la settimana della resurrezione, il mese della nascita, l’anno dell’Incarnazione. 30 dicembre 1667.

top



1667 12 31 AGT ms. 233, f. 278 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettere di V. S. e godo della santa conversazione hanno tenuto con il Padre Bonaventura di Ragusa, e spero me l’avrà raccomandato all’orazioni, e quando avesse devozione di venire a visitare questi santi luoghi, ce ne procurerò subito la licenza; V. S. avvisi che ce l’ha dato parte dei nostri libretti; onde penso ne tenesse più corpi, però se si trovassero degli Aforismi dell’Amor divino, ne farà grazia mandarmene almeno due corpi, perché non ne tengo pur uno, né i librari ne hanno più. Con le paste, e acque di scorsonera sono venuti i due tomi del Padre Maggio mandati dal signor Giuseppe Cassaro, l’ho dato una scorsa, sono dotti, devoti, e curiosi, e poi mi pare, che sono libri di Palma, trattando tante volte cose di Palma, certo che V. S. deve molto all’amorevolezza, e affetto di questo buon Padre. Con una fregata che parte per Palermo Lunedì mando i diari della Madonna SS.ma alla signora Duchessa, la flora a V. S. e quattro tomi di lettere di S. Francesco di Sales, particolarmente per le nostre Mariane. In Messina già l’ha ricevuto, e mi scrive che è l’unica sua lettera dopo il santo Vangelo, e che sempre le trova cose a proposito per il profitto dell’Anima sua; così spero riuscirà alle nostre monache. Io aveva da principio mandato queste lettere insieme con quella del fratello Giuseppe Maria raccomandate al Padre Castelli, il quale intese cosa stata mandata a lui, e se la tenne, ringraziandomi caramente. Onde a me non è parso di replicarle, che io non mi aveva saputo spiegare nello scriverle. Mando anco due breviari monastici, per le lettere accluse, V. S. ne recupera il prezzo insieme con gli stessi. Per i breviari di Antuerpia V. S. avvisò altra volta, ancora non sono venuti, si aspettano per Ottobre, V. S. avvisi, come li vogliono, se coperti con oro.
Farò diligenza per il proto notariato del signor Arciprete conforme l’avviso di V. S. e appresso scriverò il seguito. Godo dei buoni avvisi del dottore Ottaviano, e lo raccomando a V. S. a dargli animo, perché si trova molto afflitto per il debito che tiene con V. S. e per la povertà della madre, che è astretto a sostenere con i suoi travagli. Il nostro Papa Clemente segue la sua pietà e applicazione per sollievo dei poveri, e nella diminuzione della gabella della macina con ogni sincerità, e gratitudine, ha dichiarato aversi servito di 700 scudi lasciati da Papa Alessandro, quali voleva impiegarli nello stesso sollievo dei poveri, si aspetta da vicino il signor Abate Rospigliosi, che era Nunzio in Colonia, sarà Cardinale, e il braccio diritto del Papa, è un signore di gran capacità, e somma pietà; onde si spera il governo aver anco da migliorare assai. La nuova del signor Duca di Sermoneta non è stata vera, né queste piazze della santa Chiesa si danno, che a persone neutrali, per le gelosie delle corone, tanto maggiormente che ne sono rotte, pregate per i pronti bisogni. Mons. Arata è cameriere segreto, ed è il terzo, in oltre è stato fatto guardaroba posto assai stimato; il signor Abate Agras era semplice cortigiano quando il Papa era Cardinale, ora intendo che l’avrebbe fatto cameriere d’onore, che è posto assai buono, ma egli ha cercato sfuggirlo, perché non ha tanto di potersi mantenere in abito di tal qualità. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della crocifissione, il dì del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese del Tavolero, l’anno dell’Incarnazione. 31 dicembre 1667.

top



1668 01 19 AGT ms. 236, f. 2 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote)

ev/do in Cristo fratello.
Con questa posta non mi sono venute sue lettere, quali aspettavo, particolarmente per il disegno, che ella mi cennava dover scrivere circa i suoi studi; ad ogni modo il Padre consultore D. Clemente scrive al Padre lettore nella forma che V. R. gustava, e aspettiamo sue lettere per trattare in consulta, del resto le mando tre pieghi venuti da Palma, non vorrei si imbarazzasse con tante lettere, ma suppongo siano di cose spirituali e ci serviranno per lettere di devozione, nostro Signore lo benedica, e lo preghi per me.
Roma 19 gennaio 1668.

top



1668 01 19 AGT ms. 236, f. 7 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta ricevo due di V. S., godo del santo Avvento cominciato con sì buono predicatore, e spero, che avranno celebrato il santo Natale, e questi SS.mi tenerissimi, e dolcissimi misteri del Bambino Gesù con ogni devozione, affetto, et ardore. Saluto con ogni affetto la nostra innocente Alipia, pure S. Gio: nato santo, di tre anni si ritirò a vita eremitica nel deserto. Ma che? la stessa Vergine senza peccato originale e Madre di Dio pure si ritirò a vita solitaria nel Tempio, la benedico per l’eremo che si è fatto nella sua cella, et ivi il celeste sposo la colmerà delle sue grazie. Il signor Principe della Trabia è un buon signore, ma non sente questo linguaggio, bisogna parlare con le Caterine, e con le Terese, leggere i loro libri, e vedere i favori del Cielo, et una lacrima sola, quella vale assai più che tutte le consolazioni, e grandezze del mondo. Da amantem, et sentit quod dico. Il fratello Giuseppe Maria è già arrivato a Napoli e per Mercoledì seguente spero arriverà in questa santa città, ove fatte le sante devozioni partirà per Ferrara, città delle prime d’Italia, con uno studio buono, lettore celeberrimo, e preposito santo. Spero nel Signore grande aumento nelle lettere, e nello spirito. Mando un duplicato per il signor D. Antonio Francesco diretto al Vicario capitolare, per quando facesse difficoltà alle prime lettere. Mando anco al signor canonico Giandaidone due altri brevi per il signor Castelletti, la spesa per il primo arriva a scudi 224.10 per quella della dispensa nella Medela scudi 8.30 per ordinarsi: in tribus diebus festivis scudi 6.70 e per lo spedizioniere si può mettere scudi 3. Tutti sono 242.10, che a tarì 14.10 per scudo sono onze centotre, salvo maggior calcolo.
Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’orazione, il dì del sepolcro, la settimana della passione, il mese della circoncisione, l’anno della salute. 19 gennaio 1668.

top



1668 01 21 AGT ms. 236, f. 3 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettere di V. S. con la nota dei matrimoni per D. Ferdinando, e per appunto con la posta passata le scrissi sopra quello della signora Mendoza, e con questa torno a lodarlo, e mi pare il più vantaggioso, sopra i quattro si trattano fra i quali è questo, perché se bene quello della nipote del signor Principe di Trabia sarà di gran considerazione per tenere un solo fratellino. Onde potrebbe succedere a un gran stato, ad ogni modo, come V. S. osserva è difficilissimo che Trabia lo faccia, et io aggiungo altra difficoltà, perché essendo nipote del signor Card. Montalto, questi tiene il cimiero grande assai e vorrà parentado più grande; e V. S. tenga per regola mai ambire gran parentadi se non con somma volontà delle parti, che allora dà l’uguaglianza della natura, la volontà. Tolti questi quattro trattati, avendosi da cercare da lei, stimo migliore la figlia del signor Presidente Denti, come più proporzionata al loro stato, denaro, offici e casa, sempre stimata per santa. Raccomando sopra tutto a V. S. la prima condizione dei matrimoni, che è la virtù della sposa, la quale giova non solo per l’Anima e quiete della Casa, ma anco per l’avanzo delle spese, perché una donna bizzarra può mandare a rovina tutto solo con le gale, e spese minute.
Le ricordo di più, che lodo l’affrettare il casamento ma veda di trovar modo comodo per le spese, perché se entra in pigliar cambi è principio di rovina, et è meglio aspettare qualche tempo, o vendere qualche effetto che entrare a tale precipizio, se bene come le scrissi veda di fare festino modesto, e fuori di Palermo, che ha del grande, dell’onesto, e dell’utile, questo è il mio discorso. Preghiamo nostro Signore che con la sua santa grazia faccia il tutto, perché noi: nihil possumus, nihil sumus, nihil sumus, speriamo tutti dalla sua infinita bontà con l’intercessione di Maria.
Mando a V. S. l’accluse lettere dei nostri buoni giovani quali ho aperto per essere più informato di tutto, e ho goduto molto della congiuntura sopra le cose del Padre Alipio, veramente sono cose dal Cielo. Mando anco quella che scrive a me il fratello Giuseppe per vedere con quanta buona rettoria mi persuade a mandarle qualche soccorso in Vienna. Io penso inviarli da 200 scudi per maggior comodità, perché non stimo necessaria la dimora di un mese in Vienna, e questa uscita non si fa per praticare le corti, dove ci vogliono anni, e si farà piacendo al Signore con il matrimonio in Palermo, come ho scritto, e questa uscita è solo per praticare il mondo, e entrare nella corte di Palermo smammato dalle montagne, e con concetto di città superiore a Palermo, l’andare per la Francia non fa, perché ci vorrebbe spesa più di altri 1500, oltre che il viaggio ordinario dei signori, e l’Italia, e Germania. Il Padre generale mi ha fatto la lettera circolare, e la figliolanza per i nostri eremiti, che manderò con la seguente, voleva scriverle, dandole parte della sua elezione, ma a me parse ringraziarla dicendo che questa era obbligo di V. S. in riverirlo, però le può fare una lettera di congratulazione. Mando una lettera per Mons. Vescovo di Girgenti per la terza sorella monacanda in codesto monastero, mi rimandi l’informativa, che subito manderò la spedizione, e Mons. De Vecchi segretario mi ha favorito con ogni caldezza, essendo Prelato assai degno, e amorevole, e della conversazione del nostro Card. Pallavicino.
Circa li Santi patroni secondari V. S. avrà osservato bene, che io non l’ho riscritto, ma so questo, perché mi paiono cose, che appena le pretendono le città grandi, in oltre vi è la difficoltà, perché S. Traspadano non è nel martirologio, però io non ho voluto fare dare il memoriale, se prima non consultavo bene il negozio, e trovato appunto il mio scoglio, onde il pretendere senza ottenere, sarà un perdere. Per S. Giuseppe bisogna fare un nuovo incartamento da se solo, ma che ci guadagnate? La festa del Santo è comandata, né nella Quaresima si può fare ottava, tanto che mi pare cosa superflua. E’ già capitata l’acqua di scorsonera, ma senza lettere, qui vale qualche prezzo, ma non si trova a vendere, se ne caverà qualche cosa per elemosina della Casa. L’anno passato la mandai a quei signori come cosa venuta al signor Card. Pallavicino, onde mandargliela adesso, non è regalo da farsi da un religioso. Ho voluto scrivere tutto a V. S. per lasciare di mandarla altro anno se viviamo, e se vuol fare elemosina manda cose grosse di comunità, pasta, etc.. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il giorno del sepolcro, la settimana della passione, l’anno dell’incarnazione. Roma, 21 gennaio 1668.

top



1668 01 26 AGT ms. 236, f. 8 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

Grazie al Signore, Mercoledì è venuto il fratello Giuseppe Maria contentissimo di aver veduto Napoli, e particolarmente le nostre Case, e qui sta godendo la santità e devozione nel suo fonte. Ringrazio il Signore di aver trovato un giovane piccolo di età, ma assai maturo di senno, applicatissimo nelle lettere, e desiderio di perfezione: benedictus Deus; questa è opera tutta della sua mano, preghiamolo istantemente, e continuamente, acciò: ipse qui coepit, perficiat, lo tratterrò fino a Giovedì [5 febbraio] per vedere la Cappella Pontificia della SS.ma Purificazione, e poi Venerdì [6 febbraio] partirà per Ferrara, per la via di Loreto per godere la devozione di quella Casa Santa, tutto per consolazione di V. S. e della signora Duchessa, e sue sorelle, quali sempre pregheranno il Signore per l’aumento dello spirito. All’arrivo di questa spero, che tratteranno di altro viaggio per D. Ferdinando, già che teniamo avviso che il signor D. Giuseppe Marascia e Miraglia in tre giorni da Napoli arrivarono a Trapani, onde a questa ora saranno costì, intanto prego nostro Signore guidi tutto con la sua santa grazia. Il Padre Cavallo, Vicario generale dei Padri zoccolanti, si trova in Napoli, però mi sono risoluto oggi scrivere per non perdere tempo, e scrivere V. S. con più puntualità per il Padre Serafino. Con la posta passata le mandai la spesa del signor Castelletti, nella quale presi sbaglio, perché toccano scudi cinque, e poi nella tariffa dei cambi le mando il conto rifatto, sono cose matematiche, che non fallano. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il dì del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese della circoncisione, l’anno dell’Incarnazione. 26 gennaio 1668.

top



1668 01 28 AGT ms. 236, f. 6 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

on la posta passata non ebbi lettere di V. S., e con questa posta non sono venute lettere di Sicilia; è venuta però la nuova della morte dell’Arcivescovo di Palermo, con gran nome di bontà, io gli ho fatto i dovuti suffragi per l’obbligazione che teneva alle sue virtù, e amorevolezza. Spero nel Signore sarà andato a godere i premi delle sue fatiche, e quando la giornata si finisce con questa santa partenza è sempre lunga, e mai breve, siamo destinati a godere con Dio, né c’è altro porto per arrivare, che la buona morte. Le lettere per la signora D. Antonia le potrà eseguire il signor Abate Gelosi, che scrivono esser stato fatto Vicario capitolare, essendo egli oggi l’ordinario. Mando il breve della bigamia per il signor Castelletti al signor canonico Giandaidone per mandarlo eseguito, con la seguente posta manderò il breve della dispensa della Medela, e per ordinarsi: in tribus diebus festivis, né si sono potute spedire tutte insieme, perché nell’altra domanda è bisognato farsi menzione della dispensa ottenuta della bigamia, quale è spedita largamente: non solum ad ordines, ma anco: ad beneficium. La spesa di questo solo breve è scudi 224,10 di questa moneta, appresso manderò il conto. Con questo ordinario mando pure al signor canonico Giandaidone polisa di 100 scudi quali sono entrati al Padre D. Clemente per suo nipote signor D. Antonio Calabrò e l’ho preso, perché i cambi sempre vanno avanzando. Nella festa di S. Silvestro cioè nell’ottavo giorno che si espone il SS.mo Sacramento per circolo delle 40 ore, venne a favorire il Papa. Io gli ho baciato i piedi 3 volte, una per me, una per V. S. e una per la signora Duchessa, alle quali questo sia per saluto, come fo alle Mariane, Minimi, Orfanelli, raccomandandomi alle loro sante orazioni.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della cena, il giorno del sepolcro, la settimana del tradimento, l’anno dell’Incarnazione. 28 gennaio 1668.

top



1668 02 07 AGT ms. 236, f. 9 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

uesta mattina giornata di Sabato si è partito il fratello Giuseppe Maria per la santa Casa, e indi al suo studio in Ferrara. Mando a V. S. l’incluso suo polisino più tosto che lettera, non avendo voluto qui perder momento in godere queste sante devozioni, e Giovedì giorno della SS.ma Purificazione assistette a tutta la cappella del Papa, che finì a 21 ore, e con il favore di Mons. Arata ebbe assai buona comodità di goderla, così spero l’avrà nella santa Casa, avendole dato lettere il signor Card. Carpegna, ma a nome del Padre Ribera, perché non ho voluto palesarle la venuta del fratello Giuseppe per non impegnarlo qui, e in Loreto a cercare dimostrazioni straordinarie, le quali sarebbero state più tosto di disturbo, che altro; nostro Signore l’ha chiamato, egli lo perfezionerà, e V. S. si rallegri di questo sacrificio ha fatto a Sua Divina Maestà, che spero sarà pingue holocaustum. Amor. Amor. Il Padre Castelli da Messina mi rimise scudi 80 dei quali subito presi un bel pontificale nuovo tutto figurato, et ho osservato in questi giorni il genio grande tiene nelle cerimonie e riti ecclesiastici, e tutti li Padri ne restano assai contenti, perché sia per fare riuscita grande; il resto degli scudi 80 l’ho dato a lui, che già non teneva altro denaro, acciò gli serva per strada, e faccia qualche elemosina alla Casa di Ferrara. Onde qui io ho bisognato prendergli la lettiga per 39 scudi, fargli vestiti, e caricarlo di panni, e altro per sua comodità, e però fu provvidenza divina l’avere preso i giorni passati quelli scudi 100 dal Padre D. Clemente. La settimana passata per via di Messina raccomandai al Padre Castelli, e poi in Palermo al Padre Lucchese mandai i quadri per il signor Campolo, sono in due cascie, in una li quadri, e nell’altra le cornici, ne mando a V. S. il conto, credo piaceranno assai essendo fatti con studio, e qui assai lodati, e un per l’altro con tutte le cornici poco più di 10 scudi l’uno. Il signor Gio: Battista Pavarelli che tiene cura di stampare le lettere della felice memoria del nostro buon Card. Pallavicino, mi dice, che gli mancano le lettere dirette a V. S. date nel mese di Maggio o Giugno 1666 prego a V. S. a mandarmene subito le copie. Il signor D. Giuseppe Marascia con la posta passata mi scrive al suo arrivo in salvamento in Palermo, onde spero a questa ora sia costì, però le rispondo con l’inclusa, e ne attendo l’avviso di V. S. del quale la posta passata non ebbe lettere, e questa posta non sono venute lettere da Sicilia. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il dì del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese della Purificazione, l’anno della Incarnazione. 7 febbraio 1668.

top



1668 02 18 AGT ms. 236, f. 16 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettere di V. S. assieme con quella del signor Marascia e signor Ignazio, e godo molto della soddisfazione reciproca, ringrazio di tutto nostro Signore e lo prego a perfezionare l’opera cominciata. Godo assai la spedizione del viaggio per essere qui per la settimana santa, e questo anno si godrà una funzione singolare, che è la solenne benedizione dell’Agnus Dei nella Domenica in Albis, quale si fa nel primo anno del Pontificato, e poi ogni sette anni, e nostro Signore con la sua gran clemenza ha ordinato di farsene una gran quantità, e sono più mesi, che vi lavorano i Padri di S. Bernardo, ai quali tocca questo santo esercizio. Mons. Arata, che ha anco officio di guarda roba a chi spetta questo negozio, dice, che si lavorarono 40 mila libre di cera, che sono 18 mila scudi, ha fatto fare poi tre stampe nuove, cioè di S. Giulio nome proprio, di S. Silvestro Papa, e di S. Liborio. Io non scrivo al signor Marascia, perché stimo siano partiti, e ne attendo lettera da Napoli, e pure altra da V. S. per sapere più minutamente quello che passa, in tanto preghiamo nostro Signore prosperi tutto secondo il suo santo servizio. Le mando l’acclusa del fratello Giuseppe Maria, e spero a questa ora sarà in Ferrara, e avrà lettere più lunghe. Circa la qualità dell’abito mi rimetto alla sua prudenza, essendo materia più degli stati di Spagna, che di Roma, e per li caserecci io già scrissi a V. S. che dopo l’orazioni dovrà servirsene del beneficio del corpo con fare come si suole dire l’anatomia del Regno, perché le cose pensate sono quelle, che sortiscono bene, e nostro Signore vuole, che operiamo bene moralmente tutto quello si può da conto nostro, ma senza sollecitudine, e cercando sempre il suo santo beneplacito, e viva, viva sempre la SS.ma volontà del nostro sommo bene, saluto la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e a tutti benedico nel Signore.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’orazione, il dì del sepolcro, la settimana della Passione, il mese della Purificazione, l’anno della salute. 18 febbraio 1668.

top



1668 02 24 AGT ms. 236, f. 12 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Ferrara)

ev/do in Cristo fratello.
Ringrazio nostro Signore della consolazione spirituale che ha tenuto nella santa Casa, e dell’arrivo a salvamento in Ravenna con tante cortesie del Padre lettore, così spero sarà a questa ora arrivato in Ferrara e favorito da quel Padre preposto, al quale V. R. non solo ha da riverire come Superiore, ma amare come direttore dell’Anima, e le apra tutto il suo cuore, che spero, lo guiderà per la vera perfezione; circa i suoi scrupoli l’ho raccomandato al Signore e spero che con l’intercessione della santa Madre, e visita fattale nel Loreto sarà consolato; V. R. li disprezzi, e si rimetta ad una obbedienza cieca al Padre preposto, che è l’unico rimedio, et abbia per tentazione, et imperfezione grande a non obbedire ad unguem; e mi avvisi largamente in questo punto, e voglio che stia occupato in sante orazioni e non badare a queste ciance, e se il naturale ha fastidio, questo è l’esercizio del Signore faccia buona orazione, che alla fine ogni cosa sarà bene. Le mando l’acclusa venuta da Palma, e manderò quella per il signor canonico in Messina. Ho scritto in Bologna per il breviario greco, e Bibbia greco-latina, e spero, che quanto prima le capiteranno costì per attendere bene alla lingua greca, mi avvisi a che [punto] sta lo studio, e tutto quello occorre, le robe sono mandate con la condotta affrancata e questo piego perché è grosso, dirà al Padre preposto, che lo paghi del suo deposito, e nostro Signore lo benedica.
Roma 24 febbraio 1668.

top



1668 02 27 AGT ms. 236, f. 14 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettere di V. S. e prima dal signor D. Giuseppe Marascia avevo inteso la sua infermità, e miglioramento e ringraziatone nostro Signore, al quale adesso ho ringraziato di nuovo per i buoni sentimenti, e profitto ha fatto in detta infermità, e queste prediche nel pulpito del letto sono le più efficaci e se bene a V. S. pare, che sia stato freddo come una pietra, basta questo conoscimento del nostro niente, et umiliarci avanti Iddio, e continuare le nostre domande, che alla fine non ci può mancare, anzi che la stessa dilazione è a nostro profitto.
Godo anco del recupero della signora Duchessa, et altre monache inferme, in fine il Signore non vi ha voluto lasciare senza compagni. Saluto il signor D. Antonio Caetano, non lo raccomando a V. S. perché so quanto l’ama, prego nostro Signore a darle perfetta salute per suo santo servizio. Saluto molto al signor D. Giuseppe Marasca e signor Ignazio, et aspetto lettere di V. S. che spero sarò soddisfatto dei suoi discorsi, e meglio informato del viaggio, onde mi scriverà più pienamente quello occorre.
Circa le polise mi pare più diritto, che si facciano a D. Domenico di Caro, e da questo poi si giri al signor Marascia, perché farli a questo, e poi tenerli quelli, pare non so che se serva; per i conti V. S. dica destramente al signor D. Giuseppe, che ne renda capace il figliolo per avvezzarlo alla cura della Casa, ma che in tutto si rimette alla sua diligenza e sparagno. Ringrazio il Signore della buona corrispondenza con il signor Vescovo di Girgenti, e ho goduto molto delle sue lettere, ma credo, che il loro viaggio saranno molti desideri. Per i conti del signor Campolo e Castelletti mi rimetto alle lettere passate, solo nel conto dei quadri del signor Campolo spesi scudi due per l’arma, qual credeva fosse dipinta nei quadri, ma per la fretta dell’imbarco non fu possibile; onde ho fatto fare otto cartine, V. S. le faccia incollare nel vano delle cornici di sotto, e sono costate solo sei giulii di questa moneta.
Manderò il piego al fratello Giuseppe Maria, dal quale aspetto avviso la settimana seguente del suo arrivo in Ferrara, onde V. S. potrà scrivere per qui con le mie lettere, né vi è strada più vicina, manderò anco le lettere in Spagna a buon recapito.
Farò diligenza per i libri mariani, le litanie del mastro sono bellissime, ma assai speculative, e per dirla voglio io prima farle una buona Messa. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me. Roma 27 febbraio 1668.

top



1668 02 28 AGT ms. 236, f. 15 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa del fratello Giuseppe Maria, e ci mando anco quella che fece a me, perché essendo venuto il suo piego serrato, non so se le scrive le particolarità che avvisa a me, la sua partenza doveva seguire per il giorno seguente della data della lettera, però con questa posta gli scrivo per Ferrara.
Lodo a V. S. la risoluzione della croce verde per le belle ragioni spirituali che adduce, così anco mi piace la devozione di S. Martino, uno dei celebri monasteri di S. Benedetto ma vorrei, che non si andasse alla Torretta per esser a S. Martino, ma essere a S. Martino per trovarsi per li loro affari alla Torretta; che pare cosa non affrettata, et anco non per scusa di sfuggire Palermo; il punto principale sta, che D. Ferdinando se per esser giovanetto possa far personaggio con i cavalieri in senato, perché uno sgarrone in principio sempre sarà notato, massime avendosi da casare, però io stimo che prendesse occasione di andarle V. S., gl’affari della Torretta lo richiedano e la spesa sarà la stessa, o almeno la faccia in Palermo nel monastero di S. Benedetto; ad ogni modo se si affida del giovane, mi rimetto alla sua prudenza, perché da lontano non possiamo discorrere che con principi generali, prego nostro Signore guidi tutto in suo santo servizio.
Con questa posta scrivo un piego a Napoli al signor D. Giuseppe Marascia, al quale ve ne darà avviso il Padre Ventimiglia nostro, subito al suo arrivo, e ci mando una lettera per il Padre Carafa, fratello del signor Cardinale e un’altra per Mons. Caramuele, che si trova ivi, che lo favoriranno come incognito in Napoli, se bene noto a loro, e scrivo al signor Marascia che nel venire qui, passino onninamente per Montecassino per adorare il glorioso S. Benedetto, e Santa Scolastica, e quel celebre Santuario, del quale come scrive il Ricordati sono usciti 5 mila Santi, oltre i martiri, e di questa ne avranno gusto le nostre Mariane, alle quali con i Minimi e signora Duchessa benedico nel Signore e lo preghino tutti per me.
Roma 28 febbraio 1668.

top



1668 03 03 AGT ms. 236, f. 17 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Ferrara)

ev/do in Cristo fratello.
Con la posta passata scrissi a lungo a V. R., con questa l’avviso essermi capitata la sua con quella per il signor Duca, quale manderò oggi appunto, e lei può scrivergli sempre con indirizzare le lettere a me, che questa è la strada. Con questo ordinario il signor Duca scrive che D. Ferdinando forse sarà partito per il 2° giorno di Quaresima; onde spero nel Signore sarà qui per godere la funzione solenne della settimana santa, Messa Papale nel dì di Pasqua, e poi la benedizione dell’Agnus Dei; V. R. lo raccomandi al Signore et avrà occasione presto di rivederlo, preghi sempre per me, che ne fo capitale della sua intercessione, e nostro Signore lo benedica.
Roma 3 marzo 1668.
Al rev/do Padre preposto riverisco umilmente e lo preghi per me.

top



1668 03 17 AGT ms. 236, f. 19 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Ferrara)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la gratissima di V. R. con particolare consolazione per vedere la soddisfazione tiene del Padre preposito e gl’aiuti che l’ha dato, e se bene egli partirà per Firenze, ci lascerà gli scrupoli guida, e particolarmente alcune regole generali, quali se l’ha da scrivere, e osservare infallibilmente et io ancora tengo, et osservo alcune regole mi donò sopra ciò la s. m. del Padre D. Pietro Giardina, il quale mi diede la vita sopra questa materia, le quali ordinariamente sogliono venire quasi a tutti nel principio, ma la cieca obbedienza, mercé la divina grazia ci liberò del tutto. Le dono avviso, come grazie al Signore D. Ferdinando detto D. Domenico di Caro, e D. Ignazio anco detto di Caro arrivarono in Napoli il 7 del presente, e saranno qui per la settimana seguente, e godrà a pieno la settimana santa, e poi la solenne benedizione dell’Agnus Dei, che si fa nel primo anno del Pontificato, lo tratterrò per un mese, che sarà buonissimo per tutte cose, poi alla volta di Venezia, procurerò vedervi assieme per pochi giorni, e poi la faranno a lungo al ritorno di Germania.
Godo che le sia piaciuto tanto il nostro santo eremitaggio di S. Silvestro; ma per il negozio che mi dice è assai tardi, pure bisogna maturarlo più; basta, se piacerà al Signore con l’occasione di studi qui ci vedremo, attenda per adesso allo studio, e a se stesso, e opererà il Signore. Godo anco della devozione particolare tiene a S. Tarcisio, e al B. Luigi se bene il dilatarlo, non mi pare tocca a lei mentre è in stato di chierico, come ho cennato sopra, e poi queste devozioni pubbliche bisogna abbiano qualche fondamento o di reliquie, o di gran miracolo, o applauso universale. Di S. Tarcisio appena ne scrive 4 righe il Baronio e del B. Luigi vi sono tante figure bellissime in Roma, Germania, Fiandra, che non si possono migliorare. Le dico schiettamente il mio sentimento, come voglio che lei confidentemente anco mi scriva sempre il suo. Ho mandato la sua al signor Duca, e gli scriva sempre, e lungo, che le serve di molta consolazione spirituale insieme con la signora Duchessa, e sorelle. La condotta credo a questa ora sia arrivata, può fare diligenza alla dogana, che l’involto sta con il suo nome scritto. Riverisco il Padre preposto e Padre lettore, e benedico a V. R. e tutti preghino nostro Signore sempre per me.
Roma 17 marzo 1668.

top



1668 03 18 AGT ms. 236, f. 22r copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettere di V. S. e godo che D. Ferdinando sia andato a pigliare la benedizione del suo santo Vescovo; onde spero, che questo viaggio sarà tutto apostolico. Io non attendo lettere da Napoli, ove già troveranno mie lettere, come gli scrissi, prego nostro Signore faccia capitare tutto. Ho mandato la sua al fratello Giuseppe, e pure mando una sua a V. S. et il Padre preposito e Padre lettore me ne scrivono assai bene, per consolazione di V. S. benedictus Deus. In questa festa del nostro S. Tommaso ho aggiustato un suo encomio, che ci piacerà, è parso assai devoto, gliene mando copia. La sacra Sinassi è il mistero della santa Messa, e quel: summarium, et summum pesa, perché nel Signore vi sono sommariamente tutte le cose, ma in somma perfezione. Mando al signor Gio: Battista d’Avila tutte l’opere del Gluzio, e di Diodoro siculo, ma in queste poche carte, il Gluzio è in sei tomi e ne vogliono 50 scudi, il Diodoro si ha per due scudi. Io presi espediente di fare copiare tutto quello, che in detti libri vi era delle nostre selve, e così per noi avremo tutto il Gluzio, e Diodoro. L’Orafane non si trova per nessun conto, né meno nella libreria Vaticana, S. Agostino e la Sapienza, anzi si hanno meravigliato di quello che scrive quel Padre Cappuccino sopra detto libro, non essendoci qui notizia, onde il signor Gio: possa scrivere in Messina per averlo, già che il negozio è fresco avendo scritto la vita di santa Venera nel 1665 e se fosse morta, sarà noto ad altro Padre suo siciliano; nel resto bisognerà regolare a questo virtuoso, che è andato più giorni per questa faccenda, e trascritto con tanta puntualità questa scrittura, mi pare che per essere servizio della patria, V. S. ne faccia motto al signor Avila. Le mando un’altra bellissima novità, e dopo tante migliaia di anni, che è trovata la medicina, non scoperta, V. S. la faccia vedere agli amici, e prima al buon Ottaviano, al quale saluto molto. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della lavanda, il dì del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese e anno dell’Incarnazione. 18 marzo 1668.

top



1668 03 26 AGT ms. 236, f. 23 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

on le lettere di V. S. ricevo l’avviso della partenza di D. Domenico, e D. Ignazio di Caro, e già grazie al Signore sono arrivati in Napoli, con la posta seguente saranno qui, che saranno appunto per la settimana santa, però qui le metto in ordine le cose necessarie, e con loro aspetto lettere di V. S. e poi scriverò a lungo quello che occorre, e in tanto preghiamo nostro Signore guidi tutto in suo santo servizio. Mando un’acclusa del fratello Giuseppe, quale sta allegrissimo, e anco gode molto della venuta di D. Domenico se bene lo aspetta assai tardi, e con questa posta gliel’avviso. In ogni capitolo generale ho stampato qualche devozione con molto gusto, e soddisfazione dei Padri, perché nel ritorno portano qualche pabulo spirituale ai loro devoti, questo anno mercé la divina grazia, et intercessione della gran Signora stampo alcune parodie sopra l’Ave Maria, che sono alcune composizioni fabbricate in qualche solenne festa con aggiunta e parafrase, ne mando il primo foglio a V. S. per consolazione spirituale, e così continuerò appresso per goderli adagiatamente. Cominciamo dalla festa della SS.ma Concezione, e finiamo con quella del SS.mo Rosario, e dopo seguirà: Rosarium triplex Angelicum, Seraphicum, et Beatum, seu Beatitatis corona aurea aureolisque coronatum, quale più volte ho cennato a V. S., et omnia tempus habent. Dopo Pasqua spero cominciare la stampa dell’opera grande della passione del Signore considerata in 12 stati, o in due tomi in quarto, o in 12 tometti per ogni mese uno, pregate nostro Signore e la SS.ma Madre, tutto segua a gloria sua e salute dell’Anime. Con questa posta mando al signor Giandaidone una polisa di scudi 50, quali ho preso per quelli che aspetto, e poi alla venuta dei signori Caro vedrò che polise portano, che scriverò, e ordinerà V. S. per la provvisione dei doni. Saluto la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti benedico nel Signore.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della lavanda dei piedi, il dì del sepolcro, la settimana della passione, il mese e anno della salute. 26 marzo 1668.

top



1668 03 27 AGT ms. 236, f. 21 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Ferrara)

ev/do in Cristo fratello.
Grazie al Signore è venuto D. Domenico, e avrà sue lettere. Onde io non mi dilato, perché devo andare a fare le 7 Chiese a 19 ore con il signor Principe Borghese, e sono suonate le 18. Nostro Signore lo benedica; V. R. faccia fare diligenza alla posta per le lettere di D. Domenico.

top



1668 03 29 AGT ms. 236, f. 24 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

ercoledì giorno del glorioso S. Benedetto è arrivato D. Domenico, e ringraziato il Signore aver trovato un giovanetto modestissimo di buona indole, e buon naturale; e se bene manca al quanto nell’artificiale, e pratica, ma per nostra umiltà, ma quanto ne mancavano forse noi nella sua età, a questo fine però non ho stimato solo utile l’uscire per questo viaggio ma necessario, e la miglior scuola, se le potrà dare costì in più anni. Nostro Signore perfezioni quello che ha cominciato. Io ho letto, e riletto le sue lettere, e postillate, et andrò eseguendo quanto e tutto quello che V. S. dice, et avviso quello occorre. Ho goduto assai della sua istruzione, e grazie al Signore V. S. si mostra buon moralista, e quel che è più buon solista; veramente quella Filotea è libro impastato di zucchero però la mia istruzione sarà che rilegga spesso questo, e secondo l’occasione l’annoterò quello mi parerà. La lettera di V. S. ce la manderò per rispondere, non potendo oggi abboccarmeli, dovendo per le 19 ore, andare con il Principe Borghese a fare le sette Chiese. Domani parte con una galera da Civitavecchia Mons. Borromeo, nuovo Nunzio di Spagna, e con lui mando il suo piego per Madrid, raccomandatoli dal Padre D. Federico nostro suo fratello, onde non possono andare più sicure. Il signor D. Giuseppe Marascia mi dice che V. S. tiene una occupazione tanto continua, che la natura non la può soffrire, V. S. in questo bisogna trovarci regola, perché siamo negl’anni; né bisogna pensare al presente, ma al futuro; e quando ella si ammala, non si fa niente; V. S. procuri aiuto di auditore, e servitore.
Mi dicono che il signor Giandaidone si ritira a Girgenti, io la stimerei bene assai lo tenesse seco in Palma, perché è informato delle cose sue, e affitto, V. S. una volta mi scrisse voleva fare venire il dottore Ugo, un simile di questo le bisogna, ma bisogna farlo, non pensarlo; V. S. attenda a questo ci attenda, ci attenda. Con la mia passata le scrissi per alcune copie delle lettere della felice memoria del signor Card. Pallavicino (1), di Maggio e Giugno, ma sbagliai negl’anni, sono del 64 et il meglio segno, che non sono di carattere come tutte l’altre, V. S. le cerchi, e mandi quanto prima. Seguo a mandarle la stampa delle Parodie, e avverto a V. S. che il senso ci valiamo del testo non è letterato, né mistico ma in senso accomodo, e per sicurezza va nel frontespizio Ave Maria e accomodata. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della crocifissione, il dì del sepolcro, la settimana della passione, il mese et anno della salute. 29 marzo 1668.
D. Domenico per la brevità del tempo non poté essere a Monte Cassino, ma farò che vada a Subiaco, che è vicino Frascati, e questo luogo fu il primo santuario del Santo, ed è veramente come Monte Cassino.
(1) infatti il Card. Sforza Pallavicino, venne nominato il 10 dicembre 1659 e morì il 5 giugno 1667.

top



1668 03 31 AGT ms. 236, f. 22 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Ferrara)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo le lettere di V. R. e godo dell’erudito discorso fa di San Tarcisio, se bene non mi sottoscrivo all’opinione del Padre Raimondi di passarlo per santo chierico, essendo sormontato a quello dei martiri, così la santa Chiesa nell’invocazione dei Santi mette tre Pontefici, S. Silvestro, S. Gregorio, e intorno dei santi Pontefici martiri non fa menzione, tanto che la devozione di S. Clemente resta per il B. Luigi, di cui è divulgata la devozione, e poi questo stato dei chierici si può dire più tosto passo, che stato.
Il nostro D. Domenico sta godendo la settimana santa con ogni puntualità, e come si può desiderare, lo farò partire prima del mese, per essere a tempo a Venezia, e qui vedrà ogni cosa abbondantemente tanto che non bisognerà tornarci, e la dimora la farà aspettando comodità di galere in Genova, o in Firenze, dove spero si trasferirà lo studio, e si troverà lei; in Roma non si fa pratica di scolaro, ma di ecclesiastico, tanto più che qui per più buoni rispetti devo stare assai incognito, spero nel Signore che questo viaggio gli sarà una gran scuola, essendo il giovane di buonissima indole, V. R. lo raccomandi al Signore. Farò diligenza per il breviario greco, e Bibbia greco-latina, et avviserò appresso.
Riverisco assai al Padre lettore, e in Capitolo generale, farò tutto per lo studio, e per le sue conclusioni, mi avvisi qualche cosa dei suoi studi, e nostro Signore lo benedica sempre.
Roma 31 marzo 1668.

top



1668 04 07 AGT ms. 236, f. 27 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Ferrara)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. e consegnata quella a Don Domenico, il quale domani godrà la solenne cavalcata del Papa alla Minerva per la distribuzione delle doti, che si doveva fare il giorno della SS.ma Annunciata.
Lunedì andrà in Frascati, Tivoli, e Subiaco per godere quello insigne santuario del glorioso S. Benedetto a consolazione delle nostre monache di Palma; dopo Sabato partiranno per la santa Casa, Ravenna, e Ferrara.
Ho fatto diligenza per il breviario al collegio di Sant’Attanasio, e dicono che loro si provvedono da Venezia, e che quello di stampa di Roma fu: ab antiquo, né si trovano più, però farò recapitarlo da Venezia assieme con la scrittura greco-latina. Mons. Vice reggente è andato Nunzio a Napoli, onde non è possibile più l’autentica delle sue reliquie, il Padre Cicala le farà ogni attestazione, e per maggior sua soddisfazione mando la forma della fede a suo gusto che così la trascriverà. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi per me.
Roma, 7 aprile 1668.

top



1668 04 21 AGT ms. 236, f. 29 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Ferrara)

ev/do in Cristo fratello,
Mando a V. R. l’allegata lettera per lei, e per i signori Caro, ai quali consegnerà alla venuta costà, e in codesta Casa, ove il Padre mio carissimo Montorfano ha scritto, siano ricevuti e V. R. se li trattenga quanto può, basta che arrivino in Venezia l’anti vigilia dell’Ascensione, e da Venezia poi possono ascendere a Padova a riverire quel Santo glorioso; me l’abbracci caramente e saluti al signor D. Giuseppe, e dica a D. Domenico che egli mostri la lettera, le fa il Duca, per obbligarlo maggiormente e con la confidenza, e con l’espressione dell’affetto del Duca, e mi saluti tutta la compagnia. Circa lo studio di Firenze spero seguirà senz’altro, e prima di partirsi, procurerò con il nostro Padre generale licenza di visitare il Santo in Padova, e con questa occasione scenderà a Venezia per riverire la nostra santa Lucia, non parendo bene, che un religioso procuri d’andarci per la festa dell’Ascensione, che sono curiosità secolaresche.
Per i libri greci si potrà soddisfare di presente in Venezia, né mancherò d’inviarli il denaro necessario per questo, come per tutto altro. Godo molto del discorso mi fa delle cose proponende al, capitolo, poiché è fatto con umiltà, e affetto alla Religione, e sacre Cerimonie se bene l’ultima del Caracciolo di ministrare i Diaconi et Subdiaconi non si intende: ratione ordinis, ma officij, così vediamo, che nelle cattedrali, e nello stesso collegio dei Cardinali ministrano li Cardinali Diaconi, non perché siano sacerdoti, ma perché tengono titolo di Diaconi.
Circa poi al proporre le sue richieste non mi pare, perché mai si deve cercare d’innovare, se non per vera necessità et urgenza, essendo che sopra la novità, deve correre secondo l’uso comune, [ciò] che è secondo la natura.
Riverisco al Padre lettore, e me lo raccomando alle sante orazioni, come fo a lei, e nostro Signore lo benedica sempre; mi avvisi a che sta lo studio, e quando comincerà la Fisica, V. R. faccia pagare sopra il porto dei pieghi li vengono.
Roma, 21 aprile 1668.

top



1668 04 22 AGT ms. 236, f. 30 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. con assai consolazione, particolarmente per la sollecitudine ne tenevano i nostri D. Domenico, e D. Ignazio di Caro, et io sempre pensavo qualche visita dal Signore e lo ringrazio d’essa, e della salute l’ha concesso, e V. S. attenda a conservarsi, che è tenuto per servigio della sua Casa, che poi quando ella con ci dà occasione, bisogna ricever tutto per singolare favore del Signore che: omnia cooperantur in bonum. Le mando l’acclusa del fratello Giuseppe, il quale godrà da vicino il buon fratello con il signor D. Ignazio, quali sono tornati da Subiaco consolatissimi, domani godranno la cerimonia della Beatificazione della Beata Rosa, quale nostro Signore con la sua pietà, e magnificenza la fa fare solennissima con apparare tutto S. Pietro, e luminari per tutta la Chiesa di 700 libre di cera, onde godranno una bellissima festa. Lunedì, piacendo al Signore partiranno per la santa Casa, Ravenna, Ferrara, Venezia; ben provvisti di lettere, vestiti etc.. Con la posta passata avvisai le spese di sopra più, e pure si prese sbaglio, perché i vestiti hanno preso grossa somma, ma come che è conto matematico non si può sfuggire, e ne manderò a V. S. le liste, però io di nuovo mando polisa di 150 scudi, e mi resta di pagare il mercante, quale dà lista di 130 scudi, ma procurerò scalarlo, e farò per quel meno si potrà, e ritarderò le polise pure per quanto più si può, nel resto credo, che per l’avvenire non saranno più spese straordinarie. Aspetto con desiderio le cose della nostra Crocifissa, e io appunto ve li scrissi la settimana passata, questo negozio può essere cagionato per causa naturale di una malinconia, che suole fissare l’immaginazione. Ma se vi è qualche segno soprannaturale vi può essere inganno del demonio, però bisogna star bene avvertiti, e vedere l’effetti faccia nell’Anima, perché se è di Dio lascia umiltà, quiete, e pace; V. S. fa assai bene a consultarne con il Padre rettore di Naro, e principalmente a darne conto al Vescovo, che essendo il Pastore dell’Anime, nostro Signore sempre gli dà maggior lume per guidarle, e V. S. non si parta dalla sua obbedienza, e faccia che ogni cosa passi con somma segretezza, e con rigore, perché se è cosa di Dio, egli trova la strada di farla riconoscere, ed io la piglio per causa particolare nella mia orazione, essendo delle maggiori cose, che si operano nell’Anima dei fedeli.
La spesa per rifare il breve della dispensa del signor Campolo, io non la tengo notata, e di più lo spedizionero è andato a Napoli, mi sono informato di altri, e mi dicono, che se la parentela era del 3° grado in su, la spesa è di 15 giulii, se dal 3° grado in basso la metà. Godo molto del complimento fatto dal Padre Castelli e glie l’ho scritto ringraziandolo, circa al coprirli, V. S. lo potrà fare con l’occasione dei vascelli a caricare frumenti, o pasta, o pistacchi, e l’assicuro, che in Messina terrà un amico di gran bontà, et efficacia, e se ne potrà valere in tutto. Non voglio lasciare di dirle, che giornalmente ho scorto D. Domenico assai di buon genio, e capacità bensì non ho voluto qui farlo riconoscere da signori Cardinali, nostri amorevoli, e altri, perché non essendo pratico delle cerimonie, potrà perdersi, che altro; ma con questa uscita credo nel Signore si addottrineranno assai bene, nostro Signore ci guidi sempre con la sua santa grazia, e lui che ci ha dato il capitale, perfezionerà il tutto, Benedictus Deus. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’orazione, il dì del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese d’incredulità, l’anno dell’Incarnazione. 22 aprile 1668.

top



1668 04 28 AGT ms. 236, f. 31 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

on la posta passata non ho lettere di V. S., l’aspetto con la grazia del Signore con buona nuova della sua salute. D. Domenico grazie al Signore sta con buona salute, et ha goduto, e gode con ogni esattezza le cose di Roma, e particolarmente con ogni vantaggio le funzioni Pontificie, resterà solo di baciare i piedi a nostro Signore; Mons. Arata si esibì a favorirmi, ma con li termini abili cioè passate le tante funzioni, e quando si comincerà a dare l’udienza a prelati, e anco altri signori che l’aspettano. Onde io perché non tenevamo tanto tempo mi avvalsi del Padre Spinola della compagnia, confessore del Papa, il quale Martedì con due altri signori Germani li fece ammettere al bacio dei santi piedi, e ne sono restati consolatissimi; domani vanno alla volta di Frascati, e Tivoli, e di li a Subiaco, e ritornati partiranno per Sabato seguente per la santa Casa, e proseguire il viaggio per Germania, e per strada vedranno il fratello Giuseppe Maria, qual poi spero godranno a lungo in Firenze, dove si metterà lo studio con lo stesso lettore, et ivi aspetterà comodità di galere per Genova. Ho veduto la spesa di Napoli, che non è bastata secondo la sua tariffa, e pure qui la pigione della Casa è stata maggiore non parendomi bene di pigliare camere in locande basse, però ho fatto cambio di altri 200 scudi per supplire a queste spese, e nel resto siamo appuntati di seguire la tariffa per essere spese più praticate, e di tutto il signor D. Giuseppe tiene esatto conto per V. S.. D. Domenico mi ha detto cose grandi della nostra Crocifissa, V. S. faccia scrivere tutto per noi, e mostra di farne poco conto per lei, perché la meglio regola in queste cose è l’esercizio dell’umiltà e dell’obbedienza; e V. S. avverta il signor D. Fortunato, che per guidare questa Anima non bisogna solo leggere li libri, ma profonda orazione, e nostro Signore che l’ha destinato al maneggio di esse non mancherà di dargli lume, quando se li ricorre con umiltà. Io ne prego continuamente il Signore come fo per tutte le nostre monache, signora Duchessa, V. S. , Minimi, et orfanelli, che tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della crocifissione, il dì del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese della piaga di Tommaso, l’anno della salute. 28 aprile 1668.

top



1668 04 29 AGT ms. 236, f. 32 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo due di V. S. e le mando una del fratello Giuseppe Maria, et un’altra del signor D. Giuseppe Marascia per continuarle l’avvisi del loro itinerario, e spero che forse oggi saranno in Ferrara, ove ho scritto, si tratterranno tanto quanto possono arrivare per l’anti vigilia della SS.ma Ascensione in Venezia. Qui grazie al Signore Mercoledì si fece il Padre generale che fu il Padre D. Pietro Paolo Nobilione, uno dei Padri consultori passati, è stato visitatore in Sicilia, Padre assai degno, e molto nostro amorevole, e farò che scriva per tutta la religione per il viaggio di D. Domenico, non avendo procurato tali lettere prima per la mancanza dei Superiori. E’ già venuto il salume, un barile di surra e due di tonnina, li morselli e salsiccioni se bene quasi guasti. L’avviso a V. S. acciò quando occorre li raccomandi al Padre Castelli, perché credo il signor canonico non sia così diligente nel conservarli. Ringrazio V. S. e si può dire capitolarmente, mentre sono serviti alla Casa a tempo del capitolo. Appresso manderò la figliolanza ai nostri Padri di Monte Calvario, perché adesso in questi principi il Padre generale sta occupatissimo e questa basterà, ed è la sostanza, perché quell’esser ricevuto sotto la protezione capitolarmente non so che giova, se non per un’apparenza estrinseca; né la direzione può camminare da lontano, e per adesso già c’è il Padre Maggio, fratello Giuseppe. Io poi intendo che il rigore della vita di questi nostri eremiti spaventa talmente gli altri che non si potrà propagare, e che gli stessi sempre si infermeranno. Onde desidero che V. S. con agio, e tempo vada cercando qualche temperamento di vita, et avvisi per poterne qui fare consulta, et aggiustare qualche cosa soda, altrimenti ai Padri riformati, ma ciò segretamente. Nostro Signore ci darà lume per quanto sia in suo santo servigio. Saluto la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e benedico tutti nel Signore e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il dì del sepolcro, la settimana della Resurrezione, il mese della piaga di Tommaso, l’anno della salute. 29 aprile 1668.

top



1668 05 05 AGT ms. 236, f. 35 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Ferrara) ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. con quella per il Duca, ma senza la formula dell’autentica della reliquia di San Traspadano che mi accenna; ma non occorre mandarla, perché io già la vidi, quando gliela mandai, e se gli invierà per la fede vuole del Padre Cicala, questa va in altra forma, essendo scrittura privata, e però gli scrissi, che la facesse a gusto suo, o almeno mi mandi i nomi dei Santi, che la formerò io, e la farò sottoscrivere al detto Padre, che sta tanto occupato, che non può perdere tempo in questo. Spero nel Signore che a questa ora goda a D. Domenico e ne aspetto suo avviso, che spero sarà con l’esperienza del beneficio ha cominciato a ricevere dalla buona scuola di questo viaggio, che spero nel Signore si perfezionerà con molta sua utilità. Per il suo viaggio di Padova e Venezia già ho parlato, e già avevo pregato, et impegnatomi con il Padre Montorfano per accompagnarlo, e veramente ho trovato questo buon Padre Angelo di nome, di scienza, e costumi con lui troverà ogni piena soddisfazione, et indirizzo dello studio e di tutte l’altre cose [che] mi ha scritto, e glielo dò per Padre e maestro carissimo. Circa il Padre Ribera non mancherà occasione con le prediche, o altro di essere a Padova o Venezia, né pensate, che qui da Superiore si può, o si deve domandare ogni cosa, e già più poste sono il Padre Cicala, al quale ne aveva scritto, gli mandò l’esclusiva. Nostro Signore lo benedica.
Roma, 5 maggio 1668.

top



1668 05 12 AGT ms. 236, f. 36 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Ferrara)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. e godo molto del rimpatrio e soddisfazione ottenuta da D. Domenico, e procurerò di mandarle qualche soccorso in Vienna, se bene lo stato di un mese è soverchio, perché questo viaggio non è per praticare le corti, dove vi vogliono gl’anni, ma solo per praticare il mondo, e smammarsi dalle montagne. Il viaggio per Parigi sarà di molto incomodo, gran spesa, e oltre il consueto del viaggio dei signori d’Italia, quali ordinariamente vedono la stessa Italia e Germania, ho mandato tutte le lettere al signor Duca, a cui ci serviranno di moltissima consolazione. Il nostro Padre Montorfano si partì Giovedì, con lui ho mandato la licenza scritta, e da lui sentirà a pieno tutti gli altri negozi, et a lui si rimetterà in ogni cosa, e si sbrighi d’ogni sollecitudine, e si lasci guidare dall’obbedienza, dove sta la vera quiete, e si accerta tutto; e già ho veduto con l’esperienza, che avendo voluto con tanta efficacia procurare di uscire da Messina, ella stessa dice aversi trovata ingannata con perdere un anno di studio. Ricevo la forma dell’autentica per le reliquie del Padre Cicala, e gliel’invierò con il seguente. Io quando pregai al Padre Montorfano per fare ricevere a D. Domenico in Casa, gli feci cennare, che non gli sarebbe stato d’interesse, però V. R. con consulta del detto Padre gli poté fare qualche elemosina, essendo la Casa povera, e lo stesso Padre le somministra il denaro, sì per questo, come per ogni altra spesa, avendole io parlato, che li farò tutto buono qui. Nel resto si guidi come ho detto con lui, che è alter ego. Innamoriamoci tutti della santa croce.
Roma, 12 maggio 1668.

top



1668 05 19 AGT ms. 236, f. 34 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Ferrara)

ev/do in Cristo fratello.
Con questa posta ho avuto lettere dei nostri signori Caro da Venezia con molta loro soddisfazione di quella città, e della solenne festa dell’Ascensione, però mi scrivono per il loro viaggio, che per la relazione tenevano, che la strada per Vienna era infestata da soldatesca sbandata, avevano consultato con V. R. se dovevano proseguire tal viaggio.
Onde io non sapendo la risoluzione, che ella avrà preso, ne attendo da lei avviso con la posta seguente, et allora le scriverò a luogo segnato, in tanto può scriverli V. R. e mandarle l’accluse venute da Palma, et un’altra lettera del nostro nuovo generale per il servigio.
Mando anco una polisa di cambio per Vienna, acciò avendo proseguito tal viaggio, lo facessero con più comodità. Le lettere e polise V. R. le mandi a dirittura per la posta a Vienna con la soprascritta al signor D. Giuseppe Marascia, che qui così appuntassimo, e che egli sempre andrà alla posta; pure per maggiore cautela V. R. scriva una lettera al signor Giuseppe Sardina musico cesareo, acciò dica al signor Marascia, che alla posta ci sono sue lettere con polise di cambio. Caso che V. R. l’avesse consultato, che non andassero a Vienna, mi rimandi subito le dette polise, per restituirle al Mercante, e sparagnare le spese del cambio, e V. R. avvisi anco ordinatamente tutta la traccia del viaggio che faranno, e per dove potrò scriverle. Nel resto spero a questa ora sia arrivato costì il nostro Padre Montorfano, e avranno conferito a lungo, et anco incominciato a fare di quelle collazioni di canoni, che sono le vere conferenze, che non giovano solo per il tempo, ma per l’eternità. Fratello Giuseppe qui sta il tutto, oh beata eternità: oh aeterna beatitas, e questo è il saluto che do al Padre D. Raffaele, et a V. R. e tutti speriamo cantarla: in aeternum, in aeternum.
Roma, 19 maggio 1668.

top



1668 05 28 AGT ms. 236, f. 37 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Ferrara)

ev/do in Cristo fratello.
Già si è stabilito in consulta la traslazione di codesto studio in Firenze, e si seguirà la Fisica. Il Padre generale mi ha detto, che seguirà per i primi di Luglio, e io attendo a sollecitare la spedizione. In tanto V. R. attenda allo studio spirituale con il mio Padre Montorfano, et usi ogni confidenza, e c’apra tutto il cuore, e si scriva tutte le sue istruzioni, per valersene sempre, et in Firenze dove sarà prefetto il Padre Filoromoli propostomi dallo stesso Padre Montorfano, e ci procurai sue lettere, e io anco le scriverò conoscendolo qui preposito in S. Andrea. La licenza d’andare in Padova e in Venezia per la devozione del Santo, e santa Lucia, io la procurai prima, che mi fosse capitata la sua, e quella del Padre lettore, al quale potrà dir tutto con verità, come è passato il negozio e Sua Paternità lo potrà poi favorire al viaggio dell’Alvernia da Firenze, come ce ne manderò a suo tempo licenza e spero la faranno insieme con D. Domenico, in tanto giudicherà bene trovarsi alla festa del Santo in Padova, e con questo viaggio imprimer meglio i consigli, e gl’esempi del Padre Montorfano, il quale avrà cura della spesa, per la quale io l’ho parlato, e pagherò qui tutto quello mi scriverà, e di tutto, e a lei toccherà d’obbedire. Circa a D. Domenico stimo bene, che seguiti il viaggio solamente per l’Italia con godere tutte le città principali, quali adagiamente, e poi terminare in Firenze, per stanziare con V. R. e di essere alla devozione del santo monte d’Alvernia, e dimorare in Firenze fino alla prima comodità di qualche galera parte da Livorno o Genova per la seta; stimo meglio la dimora in Firenze che in Genova, non solo perché sarà V. R. ma anco perché Firenze è città assai grave, e non c’è libertà giovanile come Genova; l’andare in Germania a Settembre non può camminare, primo per la stessa ragione della soldatesca, che in così breve tempo non si sarà quietata, secondo perché come ella mi dice D. Domenico mostrava tenerci motivi contrari, terzo perché poi non avranno il ritorno con le galere per la seta, e sopra giungendoli l’inverno non è bene andare a rischio di vascelli, né meno trovarsi fuori di Casa fino alla primavera, per ragione delle grosse spese, e vari accidenti potranno occorrere. Tutto V. R. può significarli con sue lettere, perché io non so ora per dove scriverle, e le scriva, che mi avvisino minutamente il loro itinerario con nota dei luoghi, e dei tempi, che vi saranno, per poterli scrivere con puntualità, e sopra tutto che in Genova, e pure in Firenze troveranno bene l’imbarco con le comodità partiranno le galere per la seta; dico questo per quando non fosse tanto tempo di scrivere, e riscrivere a me per procurarlo, già loro tengono tante lettere ai Padri nostri, Padri Domenicani, Padri della compagnia, che con ogni facilità possono essere favoriti da tutto, et appuntati che al suo tempo con corriere serio.
Al signor D. Giuseppe non manca pratica, e prudenza d’aggiustare bene ogni cosa, io prevengo questi avvisi, perché sempre è bene avanzar tempo, ed è gran parte della prudenza, la previdenza, le mando l’acclusa venuta da Palma, e nostro Signore lo benedica sempre. Riverisco umilmente il Padre Montorfano mio, è suo Padre e spero, che a questa ora avranno fatto lunga conferenza, e anco la difficoltà del suo pensiero di S. Silvestro, e come le disse il Padre, bisogna pensare il fine, perché sono cose di maturarsi con molto tempo, e piacendo al Signore ne parleremo: in aeternum, in tanto attenda all’obbedienza e nostro Signore lo benedica.
Roma, 28 maggio 1668.
V. R. mi rimandi la polisa di cambio, o la mandi per Vienna, e se l’ha mandato a loro, scriva, che me la rimandino subito per restituirla al Mercante, e liberarci dell’interesse senza nessun bisogno.

top



1668 05 30 AGT ms. 236, f. 39 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

on la posta passata non sono venute lettere di Sicilia, però questa sarà per mandarle l’accluse del fratello Giuseppe Maria, e dei nostri signori Caro, che come vedrà restano soddisfatti del vedere Venezia. Circa il viaggio il signor D. Giuseppe ha fatto prudentemente consultare con il fratello Giuseppe, e spero, che il Signore per mezzo della purità di questo buon giovane guiderà tutto secondo la sua maggior gloria, però restiamo contentissimi di quello seguirà, lo sapremo con la posta seguente, e V. S. anco con la stessa ne sarà partecipe.
Io però per abbondare in cautela mando con questa posta al fratello Giuseppe cambio di 200 scudi, per Vienna, acciò avendoli consultato tal viaggio, gli mandi tal soccorso, altrimenti mi rimandi le polise per restituirle al Mercante, al quale è stato bisogno, che il signor Vincenzo Bonifacio nostro buono amico glieli pagasse qui, e si contenta che gli si restituisca, quando sarà venuta la risoluzione del pagamento seguito, che non seguendo, non ci sarà interesse alcuno, che non è poco servizio in Roma: benedictus Deus. Mando la figliolanza per i nostri buoni eremiti, e anco una lettera per il signor Panarelli, che è un giovane assai virtuoso, e V. S. li risponda cortesemente, et abbia cura nelle lettere non cercar grandi ornamenti, ma scrivere di cuore. Nel resto nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me continuamente.
Roma, 30 maggio 1668.

top



1668 05 31 AGT ms. 236, f. 40 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettere di V. S. con quella del Padre D. Fortunato, e scritto per la nostra Crocifissa, sopra la quale bisogna far orazione, et appresso scriverò a lungo. In tanto V. S. faccia che il signor D. Fortunato nell’esterno mostra disprezzare tutto, e mantenere la figliola in umiltà, ma meglio appresso, e prego nostro Signore guidi tutto con la sua santa grazia. Godo le siano piaciute l’Ave Marie, che sono chiamate da me a questi Padri galanterie spirituali, e per quello scrive per la festa della Madonna di Lampedusa già il libretto stava finito, e voglio avvisare a V. S. con questa occasione, che quando scrive rifletta, che le lettere vi vuole un mese a capitare; onde scriva dei negozi da potersi eseguire in quel tempo dell’arrivo, e non della partenza della lettera. Scriverò al signor Castelletti per il breve del signor Di Benedetto e così al signor Campolo, per lo specchio scriverò in Venezia perché qui sono carissimi. Circa la Madonna è meglio che V. S. scriva in Messina al Padre Castelli per averne il ritratto, perché qui non c’è tal notizia della Madonna della Lettera. Mando l’acclusa del fratello Giuseppe, e già si è stabilito di traslatare lo studio in Firenze, credo seguirà per li primi di Luglio, et avanzar migliore aria, nobiltà, e vaghezza, e per godere più tempo D. Domenico a cui ho scritto che ivi termini il suo viaggio, et aspettando la prima galera partirà da Livorno, o Genova per prendere la seta costì. Il viaggio di Germania non potrà seguire per le ragioni avvisate; sarà occasione di godere meglio tutte le città d’Italia, che sono il fiore del mondo e nostro Signore avrà disposto tutto per maggior loro bene, e gloria sua. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il dì del sepolcro, la settimana della Resurrezione, il mese dell’Ascensione, l’anno della salute. 31 maggio 1668.

top



1668 06 02 AGT ms. 236, f. 41 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo la lettera di V. S. con quella del fratello Giuseppe e D. Domenico, quali tutte ho mandato a Ferrara, ove spero oggi saranno insieme, e ne mando a V. S. l’itinerario solito del nostro buon Marascia, e bisogna che tutti gli paghiamo le devozioni fatte per noi nella santa Casa. Qui in Capitolo generale è venuto il Padre D. Placido d’Ebano, e mi ha proposto un matrimonio per D. Domenico con la figlia della signora Principessa della Cattolica, mi assicura delle virtù e modestia, essendo stata sua penitente, il parentado grandissimo, la dote 30 mila scudi. Io l’ho risposto con parole generali, e alla sua venuta costì ne trattasse segretamente con V. S. con il quale io fo questo esame. Per prima c’ho in contrario la grandezza del parentado, e per secondo la poco economia del signor Principe, e che dovendo casarlo con persone, che lo guidano, in caso che il signore chiamasse V. S. restasse in peggior stato d’esser solo. Ma circa al primo quando questo parentado si avesse a fare in Spagna per nessun conto gli consiglierei, non per le spese del viaggio, ma per lo stato ivi con parenti tanto disuguali, ma trattandosi in Palermo, mi pare che se ne riceverà l’utile senza il danno; perché questa signora sempre avrà per favore in Spagna, e costì i signori Vice Re, e poi quando questi parentadi non si fanno con disgusto, ma con somma condiscendenza dei parenti, sempre sono lodati, perché ogni uno è obbligato ad avanzare la sua Casa. Circa al secondo mi dicono che la Principessa è di grande economia, e così amplierebbe al marito; saldate queste due partite, il negozio credo non possa esser migliore per lo splendore di questa Casa, e anco per le condizioni dei tre figlioli del signor Principe, quali cresceranno come figli di D. Domenico e con il tempo ne diverrà Padre, sono di parere si bene che sia questo matrimonio come io tengo, altro V. S. dovrà domandare quattro o cinque anni di Casa, e se si può di tavola franca, perché è bene, che con tale occasione il D. Domenico si affamigli e stringa con parenti, e pigli pratica delle cose di Palermo, ove può stare con gran convenienza, per tenere la Torretta vicino, ove può fare fare per alcuni mesi qualche ritiro, e poi assodare bene le cose, si può ritirare alle sue terre all’avanzo della Casa e tornare in Palermo, se piacerà al Signore con qualche posto onorato, loderei anco il festino nella Cattolica, e per sparagno, et anco per un’onesta gravità sfuggendo l’insolentire della corte, ove poi si possono subito introdurre immediatamente, mi è parso farle questo piccolo discorso, acciò V. S. lo maturi con la sua prudenza, essendo queste cose non proprie del mio affare; e quello farò, sarà pregarne continuamente nostro Signore con l’intercessione della sua SS.ma Madre. Riverisco con tutto il cuore il nostro caro, et amato signor D. Paolo, né gli risponderò senza qualche effetto di quello mi comanda. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, etc.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il dì del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese e anno della salute. 2 maggio 1668.

top



1668 06 02 AGT ms. 233, f. 192 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Ferrara)

ev/do in Cristo fratello.
Mando a V. R. l’accluse venute da Palma, e potrà inviare quelle ai nostri signori Caro per dove saranno, ed io aspetto questa settimana sue lettere per sapere puntualmente il proseguimento del loro viaggio, sul quale ho scritto diffusamente, me li saluti tutti caramente e prego nostro Signore continuamente l’accompagni con la sua santa grazia.
Riverisco umilmente al Padre Montorfano (1), e me li raccomando strettamente alle orazioni, e per le spese che egli fa, e farà per V. R. già noi parlassimo, che se le faranno buone qui, e aspetto suo ordine per pagarle a chi ordinerà. Saluto anco caramente al Padre lettore, e V. R. faccia che domandi gli esaminatori per gli studenti per trovarsi sbrigati per la partenza in Fiorenza. Nel resto nostro Signore lo benedica, e lo preghi continuamente per me.
Roma, 2 giugno 1668.
(1) Raffaele, era il Superiore della casa di S. Maria della Pietà di Ferrara

top



1668 06 09 AGT ms. 236, f. 43 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Ferrara)

ev/do in Cristo fratello.
Godo molto del viaggio a Venezia e Padova per la festa del glorioso Santo, spero che con le diligenze troverà li libri greci, e particolare il breviario; li libri per Palma era meglio con qualche vascello da Venezia mandarli in Messina, raccomandati al Padre Castelli, che è più facile, e meno spesa. Il Martirologio è stampato qui in questo anno, e ne ho mandato uno per le nostre monache. Aspettava avviso da V. R. dei signori Caro, dei quali sono tre poste non tengo lettere, mi farà grazia inviarli l’acclusa, e mi scriva, e risponda alle mie lettere, fatto sopra questo viaggio. Nel resto prego nostro Signore, li prosperi come desidera, e V. R. preghi per loro, e maggiormente per me, che mi faccia buono. Per il denaro già ho scritto al nostro Padre D. Raffaele, e si guidi in tutto con il suo consiglio.
Roma, 9 giugno 1668.

top



1668 06 09 AGT ms. 236, f. 44 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Ferrara)

ev/do in Cristo fratello.
Godo molto, che alla fine abbia trovato li libri greci, e presili; onde resta ad esercitarli per maggior servizio del Signore. Spero che a questa ora sia già in Ferrara, ove avrà trovato più mie lettere, e ne attendo le risposte per la posta seguente. Non tengo lettere di D. Domenico, stimo forse l’avesse per sua strada in Ferrara, onde ne attendo da lei l’avvisi per saperli dove scrivere, et in tanto le manderà l’accluse con molte mie benedizioni, e prego per tutti, il Signore li faccia santi. Pagherò subito l’otto doble al Padre Castano.
Roma, 16 giugno 1668.

top



1668 06 23 AGT ms. 234, f. 48 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Ferrara)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo le lettere di V. R. e per lo studio spero con la posta seguente mandarle qualche più sodo e buono avviso. Non ho mandato, né mando gli scritti di suor Maria Crocifissa, perché non sono di mia soddisfazione, bensì resterà consolatissimo dell’acclusa che le mando sopra tal materia, se bene a me non piace molto quello stato di fanciullezza, e V. R. lo consulti con il Padre Montorfano, ch’è buon maestro su queste materie, e me ne dia il suo sentimento, senza però scrivere altro in Palma, perché io lo farò da qui al signor D. Fortunato (1), né bisogna in questo imbarazzare la mente delle monache, et in tutto pregare nostro Signore, il quale spero guidi tutto a sua maggior gloria, essendo tale la disposizione vedo, se si corrisponderà con umiltà et obbedienza. Il signor Marascia mi scrive da Milano, che aspettava i miei e suoi ordini, e a questa ora V. R. l’avrà avvisato tutto quanto ho scritto, gli mando l’acclusa, V. R. gliel’invii, perché saprà meglio di me dove drizzarla, e mi avvisi distintamente il viaggio proseguiranno. Nel resto pregano tutti nostro Signore con farli fare sempre la sua santa volontà. Riverisco il Padre Montorfano, e preghi Iddio per me.
Roma, 23 giugno 1668.
(1) Alotti, confessore del Monastero

top



1668 06 29 AGT ms. 234, f. 49 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettere di V. S. con quella del signor Gabriele Fardella, al quale rispondo con l’acclusa, e prima di questa V. S. avrà avuto il mio assenso sopra il negozio per prime lettere, e torno anco a ratificarlo ora maggiormente per la qualità della dote, perché è comoda per loro, ma comodissima per V. S. prima per le stanze necessarie di Palermo per 4 anni, e in casa di tanto lustro; 2° per la spesa del festino, perché altro è non dover uscire denaro si farà tutto con soddisfazione delle parti, e modestamente, per non voler quelli spendere tanta somma, e se la prima condizione è difficile a trovarsi con altri, la seconda mi pare quasi impossibile, perché ognuna che dota denaro vuole si impiegano in compere, tanto che a me pare un partito, che come si dice in Sicilia: si trova il pane minuzzato, in oltre il Casato è tale, che questi matrimoni si sogliono fare senza dote, tanto più che il figliolo è solo e tiene abbastanza. Riceviamo tutto con grandissima umiliazione davanti ai piedi del Signore, riconoscendo tutto come sua somma grazia, e pregarlo, che se l’avessimo in qualche modo ad abusare, non lo vogliamo, né lo vogliono, queste siano le nostre orazioni, e tutte indifferenti, lasciamo fare la divina bontà, e V. S. accompagni anco all’orazioni il sacrificio di alcune sante Messe. Mando a V. S. l’acclusa del fratello Giuseppe Maria da Venezia, e sarà appunto per la festa del Santo in Padova; io gli procurai questa licenza, acciò poi dovendo passare in Firenze, si trovasse aver goduto questa santa devozione. Dai nostri signori Caro con questa posta non ho lettere, forse l’avranno mandate per via di Ferrara al fratello Giuseppe, e questi trovasi già partito. Per via di Messina dal Padre Castelli saranno mandati al Padre Lucchesi in Palermo alcuni libretti, due breviari e di stampa d’Antuerpia, valgono scudi 7 di tarì 15 per scudo. Un breviario per il figlio del nostro D. Giuseppe Celestre tante volte chiestomi, V. S. me lo saluti fuori del Getsemani e del Calvario. Poesie del signor Duca Salviati, signore primario di Firenze, che sta qui in Roma, è libro che non si vende dai librai, et io l’ho avuto in dono, lo dedicò al Papa con mandargli un crocifisso d’oro, ch’era di Clemente VIII di valore 900 scudi, ma nostro Signore gradì molto l’affetto, prese il libro, ma non il crocifisso, e V. S. osserva, che nel fine accenna questo dono. Un diario mariano, et un poema della SS.ma Concezione. Un Martirologio volgare, così gl’Evangeli et Epistole, e cinque vite tutte per le nostre Mariane. Vi sono anco venti libretti delle nostre Ave Marie per gli amici, et anco certa devozione della santa Casa di Loreto, che me li fece pervenire da Ravenna il Padre Ribera.
Avviso di più a V. S. che in caso di restituzione di dote, per le spese del festino, ci sia comodità di restituirle in paghe a tanto l’anno, e così per la tavola. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me. Dalla città di S. Pietro, l’ora della lavanda dei piedi, il dì del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese e anno della salute.
29 giugno 1668.

top



1668 07 07 AGT ms. 234, f. 52 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Firenze)

ev/do in Cristo fratello.
La settimana passata mandai a V. R. la licenza per Firenze; onde mando questa raccomandata al Padre D. Raffaele, acciò essendo partito da Ferrara ce la mandi in Firenze. Godo molto della relazione mi dà del sacro corpo di S. Lucia, e gli voglio fare la fraterna, come non mi ha scritto nella sua la visita del santo in Padova, però rifaccia ora il mancamento con una lunga relazione, e così lo faccia con il Duca, essendo tutti devotissimi del glorioso Santo Antonio. Nel resto aspetto sue lettere da Firenze, e preghi sempre il Signore per me.
Roma, 7 luglio 1668.

top



1668 07 17 AGT ms. 234, f. 53 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Firenze)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo le lettere di V. R. del 7 corrente, e quando pensava, che ella fosse in Firenze, vedo che né meno l’era capitata la licenza, né so come si sia smarrito tal piego; ad ogni modo: omnia cooperantur in bonum, perché il Padre generale ultimamente ha risoluto, trasportare codesto studio in Bologna, il lettore sarà il Padre Brigone, che mi dicono esser assai buono, la città poi è nobile, propria di studi, e meglio d’aria di Firenze, la quale nell’inverno è rigidissima.
Mando a V. R. la licenza per andarvi a suo comodo, vorrei bensì, che si sollecitasse per trovarsi ivi al passo di D. Domenico, il quale da Torino scenderà a Piacenza, Parma, Modena, Bologna, e poi Firenze. Onde V. R. lo potrà trattenere costì 6 o 8 giorni, e poi passeranno in Firenze, e fare il viaggio di Vallombrosa, Camaldoli e La Verna, ritorneranno a Firenze per aspettare comodità di imbarco per il ritorno in Sicilia. Spero nel Signore che forse godranno tutti la festa del gran Patriarca S. Domenico, tanto nostro devoto in Bologna, ove riposa il suo sacratissimo corpo. Del viaggio che io pensava far fare a V. R. per La Verna, e nel mentre in Bologna è assai lungo e non conviene domandar più licenza ai Superiori. Scrivo l’acclusa al nostro Padre D. Raffaele per provvederlo di quello che occorre, e però scrivo al Padre D. Gaetano Spinola in Bologna, che lo troverà come Padre, e il Padre Castano ne scrive al Padre preposito, che è definitore. Le mando l’acclusa venuta da Palma, e nostro Signore lo benedica per sempre.
Roma, 14 luglio 1668.

top



1668 07 20 AGT ms. 234, f. 54 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Firenze)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo le lettere di V. R. con quella della mia Crocifissa, e copiata la rimanderò. Mando adesso l’acclusa venuta da Palma, né mi dilato in altro, perché aspetto di momento il signor Card. Carpegna. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi per me.
Roma, 20 luglio 1668.

top



1668 07 29 AGT ms. 234, f. 56 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa dei nostri buoni Peregrini, e le mando le sue con quella del fratello Giuseppe Maria in Bologna, dove si rivedranno come l’ho scritto per la posta passata, nostro Signore li benedica sempre. Ricevo la bella lettera per il signor Pavarelli, che gli sarà carissima, il libro delle lettere va dedicato al Papa. La stampa sta sul fine, et io ne manderò una dozzina, e V. S. può regalarli ai suoi confidenti inferioris ordinis, oppure ad altri signori con dirli, che per quello tocca a lei, gode di esser conosciuta la singolare amorevolezza di quel signore verso la sua persona, sapendo nel resto quando sia il suo poco merito, o simile frase. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me. Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il giorno del sepolcro, la settimana della Epifania, il mese della visitazione, l’anno della salute. 29 luglio 1668.

top



1668 07 30 AGT ms. 234, f. 57 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa del fratello Giuseppe Maria, al quale ho inviato la sua per Firenze, come anco quella di D. Domenico per Genova, non avendo luogo fisso, se non per detta città, e da dove avremo loro lettere, prego nostro Signore li feliciti sempre. La polisa dei 200 scudi che io scrissi averla mandata, era per Vienna, caso se avessero andati, onde non essendo seguito, mi è tornata la polisa senza nessun interesse, solo con l’obbligazione all’amico del favore fattomi. Qui ho preso 100 scudi, e perché non si trova per Palermo, l’ho preso per Messina, e pregato il nostro efficacissimo Padre Castelli, che li pagasse, mandandoli una lettera per il signor canonico Giandaidone, acciò gli rimetta questa in Palermo. Ricevo li scritti della nostra Crocifissa, quali vedrò con comodità, io già ho scritto sulla materia, e spero servi per qualche avviso. Attenda al sodo della virtù, e pregano caldamente nostro Signore c’illumini sempre con la sua santa grazia, e ci abbracci insieme col suo santo amore. Mando la nota per gli specchi del signor Campolo, V. S. avvisi quello che gusta, perché sarà negozio di molta spesa, non voglio disporre. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della lanciata, il dì del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese della visitazione, l’anno dell’Incarnazione. 30 luglio 1668.

top



1668 07 31 AGT ms. 234, f. 58 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa dei nostri buoni Peregrini, io le ho scritto per Torino, e scritto al mio povero Giacinto (1), e pregatolo particolarmente a farle godere il santuario della sua cella, e farle una collazione spirituale per ricordarsene in tutta la loro vita, essendo questi discorsi vivissimi per essere accompagnati di tanto esempio. Da Torino poi scenderanno per Piacenza, Parma, Modena, Bologna, e poi Firenze. Il fratello Giuseppe Maria mi scrive, che non le sono capitate le mie lettere.
Ma omnia cooperantur in bonum, perché altrimenti il Padre generale ha risoluto lo studio in Bologna, città propria di studi, e di migliore tenor di Firenze, nella quale l’inverno è rigidissimo, e con questa posta gli mando la licenza, e spero che ivi con D. Domenico faranno appunto la festa del gloriosissimo Patriarca S. Domenico, et appo al suo sacratissimo corpo pregheranno per tutti noi. Il signor D. Lorenzo Ventimiglia ha scritto qui al Padre D. Antonino suo figlio per procurarle alcune cipollette di fiori, ma qui sono scarsissime, prego V. S. a mandarle delle sue migliori con li suoi nomi, e gli scriva, che metta questo poco servizio non è a conto vostro ma mio, né voglio altra paga di applicare le primizie di fiori per ornare i sacri altari. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il dì del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese della visitazione, l’anno della salute. 31 luglio 1668. (1) di Simiane, marchese di Pianezza

top



1668 08 01 AGT ms. 234, f. 59 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Firenze)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. S. con la ricevuta della licenza per Bologna, con avviso che si partirebbe fattone l’esame; il Padre D. Raffaele dopo mi scrive, che ella non partirà fino all’avviso del Padre preposito di Bologna, e ho parlato con il Padre Castano, e mi dice, che V. R. se non è partita, parta subito che egli dispone del Padre preposito, e gli scrive anco con questa posta, però V. R. parta senz’altro, per trovarsi ivi al passo di D. Domenico, e goderlo alcuni giorni come l’ho scritto. Nel resto nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me.
Roma, 1 agosto 1668.

top



1668 08 08 AGT ms. 234, f. 60 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Bologna)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo le sue lettere con l’avviso del suo arrivo in Bologna, et attendo le altre lunghe che mi cenna. Al passo faranno costì li nostri signori Caro, V. R. li può fare ricevere in Casa, e ne potrà parlare con il Padre D. Gaetano Spinola, al quale pure con questa posta gli scrive il Padre Castano, e così V. R. li potrà godere meglio per otto giorni quasi continui. Alla loro partenza V. R. faccia che D. Domenico lasci per elemosina alla Casa 50 scudi, e mi pare che deve usare questa libertà con codesta Casa, nella quale V. R. con la grazia del Signore ha da dimorare per due anni, che vi vorranno per finire la Filosofia. Nostro Signore lo benedica infinitamente con tutti i nostri buoni Peregrini, e tutti lo preghino per me.
Roma, 8 agosto 1668.

top



1668 08 21 AGT ms. 234, f. 64 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa, ringraziamo il Signore che i nostri buoni figlioli stiano già rimpatriandosi, con le seguenti terremo lettere più lunghe, e io pure scriverò più a lungo, e questa la fo correndo per tenere qui la carrozza del signor Principe di Borghese, che per la sua infermità è stato bisogno assisterlo continuamente, se bene grazie al Signore sta bene e alzato di letto.
Lo raccomandino al Signore come facessero per me, anco la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, quali benedico nel Signore.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della lanciata, il dì del sepolcro, la settimana della trasfigurazione, il mese dell’Assunta, l’anno della salute. 21 agosto 1668.

top



1668 08 25 AGT ms. 234, f. 66 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. un piego del fratello Giuseppe Maria con molte letterine, quali non ho letto per mortificare la mia soverchia curiosità. Egli sta assai soddisfatto di Bologna, e veramente per lo splendore, e per la grandezza, e [tra] le prime città della Chiesa, et assai meglio di Firenze, con tutto che ivi vi sia la casa dei signori Principi di Toscana. Mi ha scritto che voleva 24 scudi per suo deposito, e gliene ho mandato 25 e di questi, e altre spese poi manderò polise quanto più tardi potrò, che è il servigio che posso farle. Mando anco altra lettera da Torino, e V. S. godrà molto della qualifica, che il signor Marchese fa di D. Domenico, essendo di un signore che oggi è stimato la prima testa d’Europa, e poi per il suo spirito vericondiero. Onde io stimo ben impiegato questo viaggio per aver tale relazione e ne benedica il Signore, e pregarlo a perfezionare in questo giovanetto quello ha cominciato. Ho avuto una santa invidia a quel infuocato motto della Santa Madre Teresa, scritto di sua mano, e venuto costì, V. S. potrà mandarmelo per farle qualche adornamento in un quadretto della madre, e con altra invenzione penseremo, e così io bacerò quei sacrosanti caratteri, e poi glieli rimanderò ben adornati. Vi mando anco la risposta che fo al mio Giacinto per non lasciarlo in dubbio della difficoltà che fa sopra le mie meditazioni e ringraziate il Signore della soddisfazione tiene dell’opera, e dei proemi, quali io manderò a V. S. appresso. Ricevo la misura della testa della statua di nostra Signora, e attenderò a farle fare la corona. Evviva, viva la gran Regina, e essa con il suo figliolo vi benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti la preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della cena, il dì del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese della trasfigurazione, l’anno della salute. 25 agosto 1668.

top



1668 08 28 AGT ms. 234, f. 67 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. lettere di Spagna, di Savoia, e di Ferrara e manderò le sue per li nostri buoni figlioli in Bologna, e con il seguente avremo lettere più lunghe, preghiamo nostro Signore li scrivino con la sua santa grazia. Mando l’altre lettere per il signor Fardella, e per la tanta dimora vi è stato bisogno trovare un buon equivoco. Circa al negozio mentre mena la cautela mette il fondamento. Ma quando si avesse potuto aggiustare quella dei 12 mila scudi, che almeno vi volevano per i 4 anni, di spese franche, già che gli altri 10 mila scudi di spese erano contratte, e così oltre ne offriranno altre robe; a me pareva bastassero almeno questi sicuri, perché questi sono matrimoni, che come io le scrissi, si fanno senza dote, né credo vi sia stata maggior obbligazione nel trattamento, che di Principe ordinario. Ma nostro Signore guida tutto sempre a nostro maggior beneficio, né abbiamo da pregarlo altro che ci faccia sempre seguire la sua santa volontà.
A questa ora credo siano arrivati i libri, e con prima comodità ne manderò alcuni altri, la spesa dei Breviari è appunto con la ragione dei cambi scudi 3 e tarì 15. Ho preso l’indulgenza per i nostri buoni morti, e V. S. non manca di avvisarmelo, per contribuire la mia parte di suffragi. Riverisco la signora Duchessa, e procurerò le 30 figurine per il santo Natale, come comanda. Saluto la nostra Alipia, e per gli eremiti io un tempo mandai alla signora Duchessa un volume di figure di eremiti, mi avvisano se vogliono le stesse, o se desiderano altro. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della lanciata, il dì del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese della gloria, l’anno dell’Incarnazione. 28 agosto 1668.

top



1668 08 29 AGT ms. 233, f. 169 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Bologna)

ev/do in Cristo fratello.
Questa sarà solo per accusare a V. R. la ricevuta della sua lettera, perché oggi per essere festa non si è potuto eseguire il cambio, con la posta di Sabato spero nel Signore mandarle tutto il recapito. In tanto goda della buona conversazione, che tiene dei nostri buoni peregrini, e li benedico tutti nel Signore.
Roma, 29 Agosto 1668.

top



1668 08 31 AGT ms. 234, f. 63 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Bologna)

ev/do in Cristo fratello.
Mando a V. R. la polisa di 300 scudi e diretta a lei per levare la briga a D. Domenico, et ai forestieri di esigerla. Godo delle buone nuove dello stato spirituale e morale di D. Domenico, e spero questo viaggio le gioverà molto; lodo la sua modestia, e circa alle cerimonie con il tempo vengono in uso, e quando c’è il valore della moneta, ci vuole poco a spenderla, onde mentre c’è l’abiltà, poco ci vuole al resto. Questo viaggio si è fatto per smammarlo dal paese, e farsi pratico delle cose del mondo, perché ad esserli nella corte vi bisognano anni, et io ho scritto al Duca che nel casarlo, procuri che fra la dote vi siano 3 o 4 anni di tavola franca in Palermo. Nel resto V. R. cerchi di stabilirlo nella virtù, e circa questo basta avvisarlo, senza metterlo in fuga, e lo volevo più modesto, che ciarlatano, ma che si mostri la modestia esente da gravità, che quando è tale, in un giovane è desiderabilissima, preghiamo di tutto il Signore, come anco per la buona salute, e speriamo tutto dalla divina bontà con l’intercessione della gran Signora.
Circa al ritorno quando non vi siano galere, non mancherà qualche grosso vascello, e io ho navigato con la b. m. di Mons. Arcivescovo di Palermo, et è comodissimo, e sicurissimo, et in tre o quattro giorni possono essere al paese piacendo al Signore. V. R. non lo lasci partire da costì, se s’imbarca affatto, e faccia seguito questo poco di viaggio per terra con ogni agio, e tempo, e procurino prima che irrompe l’inverno siano a Casa, e prima della festa dei Santi Simone e Giuda. Godo che il Padre preposito li tratta così bene, e V. R. faccia che le ne dimostri la riconoscenza con buona elemosina; la polisa poi è venuta diretta per D. Ferdinando, prima che io l’avessi avvisato, ma tutto va in uno, e sarà dopo poca briga, saluto tutti, benedico tutti nel Signore e lo preghino per me.
Roma, 31 agosto 1668.

top



1668 08 31 AGT ms. 234, f. 68 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa dei nostri peregrini, e un’altra che mi fa il fratello Giuseppe Maria per soccorso di denaro, e già con questa posta gli mando polisa di 300 scudi, quali con molta diligenza ho trovato a tarì 14,10 per scudo a vista, e ne mando l’avviso al signor Giandaidone. Pure avevo mandato scudi 25 al fratello Giuseppe, et ora altri 13 spesi per viaggio, libri, et altri in Ferrara, resto anco di pagare il Mercadante, e ne farò polisa appresso. Ricevo le lettere di V. S. con gli scritti della mia Crocifissa, quali leggerò con comodità, e spero per mio esercizio di meditazione, e con questa le mando li preamboli delle nostre opere, e appresso spero mandarle di mano in mano li fogli stampati rotolati. Questa settimana per via di Messina mando due scatolette di Agnus, una me l’ha dato Mons. Arata, e l’altra il Padre vice preposito suo fratello, essendo Mons. ….. il ministro degl’Agnus, serviranno per l’arrivo, piacendo al Signore di D. Domenico. Circa il regalo del signor D. Giuseppe, credo si potrà regolare a ragione di 15 scudi il mese di tutto il tempo serve fino al ritorno a Roma, oltre le Messe, e spese franche; nelle quali intendo includerci li denari se li prestarono al principio. E V. S. con questi quando potrà dargli una simile somma senza dargli la tassa di 15 scudi il mese; stimo poi bene che la signora Duchessa gli regali qualche vestito di biancheria, e D. Domenico qualche sotto coppa, o simile. Vorrei bensì, che cercassero di trattenerli costì che possano servire D. Domenico per segretario a suo tempo, e ora per Aio, et anco a V. S. per scrivere, egli è assai virtuoso, mi rimetto però in tutto al suo bisogno et prudenza. Riverisco la signora Duchessa, saluto i figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e li benedico nel Signore, al quale tutti pregheranno sempre per me. Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il dì della morte, la settimana della resurrezione, il mese della Purificazione, l’anno della nostra salute. 31 agosto 1668.

top



1668 09 04 AGT ms. 236, f. 69 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Bologna)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. e spero nel Signore che l’infermità di D. Domenico sia terminata al dì, come ella mi cenna, e prego la Sua Divina Maestà a dargli la pristina salute sana per suo santo servizio; V. R. non lo lasci partire da costì, se non è riavuto bene sì per non cimentarsi con il nuovo viaggio, come per godere nella sua convalescenza la presenza e carezze di V. R. e di codesti nostri Padri, che in Firenze sarebbe solo. Circa al viaggio poi V. R. faccia che vada a Firenze in lettiga, e che termini ivi il suo viaggio, senza pensare all’Alvernia, o altri paesi; e da Firenze il signor D. Giuseppe Marascia può scendere a Livorno per procurare, e assentare l’imbarco con qualche vascello grosso per Palermo, o se fosse possibile, come per altra scrissi anco fino a Palma, e poi quando è il tempo dell’imbarco D. Domenico può scendere a Livorno per acqua; dico questo perché a Livorno c’è aria cattiva et è bene non dimorare. Io ho consultato qui, e trovo che questo viaggio non solo è il più comodo, con vascello, dove si può andare quasi sempre coricato, e comodamente potendosi avere la camera di poppa; onde in 4 o 5 giorni si può dire arrivare al paese dormendo. Dissi non solo comodo, ma necessario, perché il viaggiare da Firenze per terra a Roma, e da Roma a Napoli, et poi fare tutta la costa di Calabria d’inverno sulle feluche, e indi da Messina fino a Palermo, è viaggio disagiatissimo, e lunghissimo di mesi, anco ai più robusti; et V. R. pensi di sé, che vedrà esser negozio asprissimo, però nel nome del Signore si procuri et aspetti qualche buon vascello, che questo è l’unico modo, spero che Iddio benedetto provvederà tutto come desidero. Godo della notizia dei libri mi dà, e procurerò sapere, se quelle omelie di S. Gio: Crisostomo sono traslatate e l’avviserò; et in tanto con sua comodità mi mandi copia delle traslazioni fatte sul Breviario greco. Per l’esercizi di S. Ignazio ne tengo un libretto, e con prima comodità glielo manderò, ma non mi pare cosa per le nostre monache, toltane la figura, che alla fine non l’ho di frutto. Loro tengono la Filologia, che fa detti esercizi diffusamente e la praticano con loro grandissimo frutto. Saluto e benedico a D. Domenico, e già per via di Messina l’ho mandato due scatole di Agnus Dei, per le quali dispenserà al suo arrivo piacendo al Signore. Ve ne sono da 200 piccoli, io le dissi, che ce ne voleva fare incastrare alcuni in anelli, essendo appunto quanto una grossa pietra di anello, ma poi ho trovato, che S. Carlo glorioso in un suo Sinodo proibisca, che questi sacri Agnus si portassero legati in anelli, parendogli cose irriverenti.
Saluto il signor D. Ignazio, e signor D. Giuseppe Marascia, e a tutti mi raccomando alle sante orazioni. Abbraccio al caro signor Miraglia, e questo le basta per mia risposta, non avendo più tempo di scrivere, e mi saranno sempre carissime le sue lettere. Roma, 4 settembre 1668.

top



1668 09 07 AGT ms. 234, f. 70 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Bologna)

ev/do in Cristo fratello.
Ringrazio nostro Signore del buon avviso mi dà della salute di D. Domenico, V. R. attenda a farlo riavere bene, e poi incamminarlo con ogni buona comodità per Firenze, e ivi in Livorno come l’ho scritto.
Il punto sta, che il signor D. Giuseppe aggiusti un buon imbarco, e con mezzi e regali abbia la camera di poppa per loro.
Nel resto prego nostro Signore guidi tutto con la sua santa grazia; mi saluti tutti, e benedico tutti nel Signore.
Roma, 07 settembre 1668.

top



1668 09 15 AGT ms. 234, f. 72 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Bologna)

ev/do in Cristo fratello.
Ringrazio nostro Signore che D. Domenico sia guarito, et in maniera che abbia potuto viaggiare per Firenze, spero che prima della sua partenza siano arrivate le mie lettere, circa al proseguire il viaggio con vascello; e se non l’ha trovato costì, V. R. glie l’avrà inviato a Firenze. Né V. S. tema perché Mons. Arcivescovo patì fortuna, perché allora era l’inverno, e si navigava nella stagione della stella di S. Caterina e S. Andrea, che sono le più procellose dell’anno.
Nel resto il viaggiare con vascelli è cosa ordinaria di tutti i signori che vanno in Spagna, né già al signore è successo infortunio. Il viaggiare per terra, oltre che è disagiatissimo come le scrissi, pure tiene altre nuove difficoltà. In Roma non si può uscire sino alla metà di Novembre e per Montecassino vi sono tanti malandrini, che nessuna compagnia ci può arrivare, e pure alla fine si avrà da navigare per tanti giorni fino a Messina d’inverno, e pericoli; di grazia non si torni più a questo, e quando non fossero risoluti con quelle mie prime lettere, V. R. gli mandi questa. Si trovi un buon vascello, e nel nome di Gesù e Maria si partano allegramente, che spero nella grazia del Signore e con l’intercessione della santa Madre [ogni cosa] sia bene.
Mando l’acclusa venuta da Palma per V. R., e per il signor D. Ignazio ce la manderò in Firenze, e me li saluti tutti, et io prego per tutti, e benedico a tutti nel Signore.
Roma, 15 settembre 1668.

top



1668 09 19 AGT ms. 234, f. 75 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa del fratello Giuseppe Maria, fa un lungo discorso sopra D. Domenico, io restringo il negozio in bene. Ringraziamo il Signore che c’è il sodo della virtù, ingegno e giudizio; perché quando c’è la bontà del metallo a lavorarlo ci vuole poco, e le cerimonie le impareranno da per se stessi con il conversare; né io lo desidero ciarlatano, ma grave in questo, e la sua natura si ridurrà a questo segno. Mi fa ridere fratello Giuseppe che si impazienza ad una parola: vestrae paternitatis; sono bagatelle, che con il tempo facilmente si sollevano. Spero che questa uscita gli servirà per una scuola di 30 anni, e V. S. lo vedrà con l’esperienza, ed è una scienza sperimentale, che non si scorda mai, e quando il guardaroba è pieno, a distribuire la roba non ci vuole niente, perché prima si fa rozzamente, poi si accomoda meglio, finché poi nella vecchiaia se ne fa pompa solenne.
Circa l’andare in Palermo già spero nel Signore che ci sarà in breve, e così si avrà l’intento e necessariamente c’andrà V. S. per il buon indirizzo; nel resto condurlo prima del matrimonio si può più perdere, che guadagnare, perché nei primi sbozzi sempre c’è qualche difetto; in quel tempo V. S. lo faccia praticare con il cavalcare venendo da Palermo, Ignazio et altri simili particolari per la lingua, ma sopra tutto affretti il casamento, ed io loderei assai quello del Presidente Denti, perché c’è più parità, una cosa modestissima, e più sarà il denaro contanti per le nozze, altrimenti bisognerà procurarli ad interesse, che sarebbe una rovina e V. S. in questo casamento circa alla dote non abbia altra mira, che possa fare il tutto, come si suole dire a spese franche, e restare con qualche denaro. Aggiungiamo questo solo punto che vale per tutti, preghiamo la santa Madre che ci ottenga dal Signore quello tutto sarà necessario. Confidiamo a lei, e vedere i soliti miracoli, V. S. sa quanto sempre sono state le sue grazie. Viva la gran Signora vergine Maria. Procurerò le figure per la nostra Alipia, e già ho mandato il piego al Padre D. Emanuele in Venezia del signor Giandaidone, e fatto scrivere dal Padre D. Federico Borromeo, a Mons. Nunzio suo fratello, quale anco si confessa con il Padre Calascibetta per le tande. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me. Dalla città di S. Pietro, l’ora della lanciata, il dì del sepolcro, la settimana della croce, il mese della natività, l’anno della salute. 19 settembre 1668.
Avverto V. S. a non far motto al fratello Giuseppe Maria, che io gli apro le lettere, perché come l’ho scritto l’altra volta, non voglio levargli la confidenza. Se V. S. potesse trattenere il signor Marascia almeno sino all’accasamento di D. Domenico, mi pare assai bene, fra questo termine possiamo pigliare tutta l’occasione.

top



1668 09 21 AGT ms. 234, f. 76 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’acclusa del fratello Giuseppe Maria e godo per scorgerlo in quella assai spirituale, e prudente; e spero nel Signore che con l’età farà grandissimo profitto e sarà poi il vero sollievo di D. Domenico, perché noi siamo già cadenti, preghiamo il Signore perfezioni quello che ha cominciato. Circa i libri, V. S. faccia esercitare a D. Domenico nella lettura della vita dei Santi, che è una predica tacita; la storia del Baronio, che serve anco per discorrere delle cose del mondo, e V. S. che ne è pratico, gliene può trattare, e così senza mostrargli esigere se egli l’ha letto, e capito. Dopo questa la storia del Guicciardini, è un’ottima scuola per i signori, anco è buona la piazza universale del Garzone, perché si ha una infarinata di tutte le professioni, e si può discernere tra loro; V. S. faccia che legga poco, ma che l’intenda, lo numera e lo noti, almeno faccia qualche segno all’immagine, guasti il libro, e abbellisca la mente, pigli le sue ore aggiustate, e questo non per metterli giogo, ma per fare le cose ordinate, e l’esercizio continuo; la distribuzione delle ore è la maestra dello spirito, e di tutti, e l’esercizio continuo, ancorché poco eseguisce ogni gran cosa. Raccomando a V. S. caldamente a pregare, e far pregare nostro Signore per i bisogni di Candia, e Polonia per la nuova elezione del Re, cosa importante alla Chiesa, et il Papa, che in tutte l’azioni si mostra SS.mo, et ogni giorno s’avanza nella perfezione, ha fatto esporre per molte Chiese il SS.mo Sacramento e fatto egli stesso in più giorni più stazioni, e noi siamo stati favoriti della sua presenza Lunedì sera, et ieri mattina fu a fare la scala santa [così] vecchio, infermo, e in ginocchio; V. S. preghi anco il Signore per la perfezione del Pastore. Benedico nel Signore, V. S., signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti preghino per me e sarà bene con licenza del signor Vescovo per questi urgenti bisogni fare esporre il Signore al monastero, et a monte Calvario.
Dalla città di S. Pietro, l’ora del viaggio al Calvario, il giorno del sepolcro, la settimana della passione, il mese del buon cieco, l’anno della salute. 21 settembre 1668.
Dopo scritta questa ho lettere da Firenze, e dopo aver goduta la festa del SS.mo Crocifisso in Lucca che è la miglior devozione d’Italia, erano arrivati ivi Domenica per grazia del Signore con buonissima salute, andranno a Livorno, ma si suole dire che non si naviga senza biscotto, però mi hanno domandato soccorso, e già il fratello Giuseppe mi aveva scritto, che gli mancavano li quattrini per le spese fatte in Bologna, se bene l’elemosina fatta alla Casa non è stata gran cosa, perché in Firenze spendono una dobla il giorno, e in Bologna vi sono stati 12 giorni, onde resterebbero 34 doble, e io gli scrissi, che facesse qualche dimostrazione, per rispetto anco del fratello Giuseppe Maria, quale ha da stare almeno due anni in Bologna, per compiere lo studio della Filosofia; le mando oggi polisa di scudi 150 a tarì 14 e sopra mare bisogna star ben provvisti, e meglio riportarli in Casa, che ivi spenderli. In Livorno vi è la devozione del B. Gaetano, e l’ho scritto, che le siano ad adorare, e lo prendano per protettore del viaggio dopo la gran Signora Maria.

top



1668 09 22 AGT ms. 234, f. 73 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Bologna)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. con l’avviso della partenza di D. Domenico per la festa del SS.mo Crocifisso in Lucca, che mi è stato carissimo per esser una delle prime devozioni d’Italia, e di già grazie al Signore ho avviso dell’arrivo in Firenze con buona salute. Con questa posta le mando polisa di altri scudi 150, preghiamo nostro Signore la conduca con la sua santa grazia.
Godo della diligenza fatta per i libri in Parigi, e per quelli proibiti io tengo licenza dal Padre maestro del sacro Palazzo, che è mio amico, ma la sua autorità non si estende fuori della cattedra di Roma, e poi queste licenze si concedono a persone vecchie; V. R. pigli le sue misure, verrà il suo tempo, e per adesso non le mancheranno libri. Il signor D. Giuseppe Marascia mi scrive che in Lucca è uscito un nuovo Martirologio con note assai erudite. Il titolo è vetustissimo Martirologio di Beda, autore un tale dei Fiorentini, stampato nel 1668, vale sciolto due pezze d’otto; V. R. mi faccia favore con il mezzo del Padre D. Gaetano farlo venire costì, e poi con prima comodità mandarmelo insieme con li sermoni familiari di S. Francesco di Sales, che per li conti mi manda il signor Marascia vedo averlo comprato costì. Farò diligenza per l’autentica delle reliquie del Padre Cicala, e la manderò appresso. Manderò la lettera al signor Duca, il quale con questa posta mi scrive, che non scrive a V. R. perché non teneva sua lettera, e l’aspettava con la posta seguente. Avverto V. R. che faccia questi pieghi, e tutte l’altre lettere polise aggiustate, e che il sigillo non prenda la scrittura, perché nell’aprirle si lacerano, e sia tutto ben acconcio, perché dall’aggiustata esterna si argomenta l’interna. Nel resto pregate il Signore mi faccia umile.
Roma, 22 settembre 1668.

top



1668 09 27 AGT ms. 234, f. 77 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettere di V. S. con quella del Padre Giulio, e cercherò di servirla come potrò, e risponderò al mio solito con gli effetti. Le mando l’acclusa del fratello Giuseppe Maria, quale si sta godendo il buon fratello, e grazie al Signore me ne dà assai buone nuove nello spirituale, morale, e indole; preghiamo nostro Signore che perfezioni i suoi doni. Con il passato gli avvisai che le mandavo cambio di 300 scudi e che restava di aggiustare il mercante dei Panni, quale mi ha astretto, credo sì per questo, come per l’altre spese avvisate, ho preso altri 200 scudi da un mercante corrispondente del Padre D. Domenico Castelli, quale l’aveva fatto ordinare di farmi simili cambi, e però io scrivo con questo al signor canonico Giandaidone, che li rimborsa a detto Padre, come egli le scriverà, e V. S., quando ha occasione lo ringrazi, perché questi sono favori singolari. Mando a V. S. il primo foglio della nostra stampa, e grazie al Signore riesce il carattere assai bene, V. S. vedrà che io mi sono valso del suo avviso di lettere nei punti della memoria, quel considera, quale veramente non va all’intelletto; V. S. cominci ad esercitarlo, conforme le regole avrà veduto nei preludi che le mandai, che spero, se ne approfitterà; e poi potrà comunicarlo alla signora Duchessa, e alle nostre monache, e a tutti benedico nel Signore e tutti lo preghino sempre per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il dì del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese del buon cieco, l’anno della salute. 27 settembre 1668.
Mando a V. S. le liste del mercante, perché il signor Ignazio Miraglia mi disse, che gli mandassi per sapere i prezzi, e valersene nell’occasione.

top



1668 10 13 AGT ms. 234, f. 78 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Bologna)

ev/do in Cristo fratello.
Rispondo a due di V. R., una ricevuta con questa posta, e l’altra con la passata, nella quale non ebbi tempo a farlo, come le cennai sopra una letterina le mandai del Padre Maggio. Ho goduto molto della traslazione dell’orologio greco, che mi pare piissimo, devotissimo e mi è piaciuto il disegno ha tenuto. Circa l’emendazione V. R. già sta per avere il maestro da vicino, può consultare ogni cosa con lui perché da lontano difficilmente la persona si soddisfa. La ringrazio della diligenza, e cerca di mandarmi il Martirologio nuovo, e i sermoni di S. Francesco di Sales, e la prego in mandarmi la vita del Padre D. Gio: della Croce nuovamente stampata costì, e ne potrà avere nuova dal Padre Baldassare di S. Caterina, carmelitano scalzo, molto amico mio. La ringrazio pure delle figure di S. Caterina, et io avrei voluto meno fumo, e più arrosto, voleva che l’iscrizione avesse detto certa copia della immagine con la quale il Padre Alipio (1) sostenne la morte per la santa fede, e ne scrivo in Palma per accomodarla. Li nostri peregrini spero con la grazia del Signore siano arrivati in salvamento in Sicilia, l’ultime lettere furono di D. Domenico l’ultimo di Settembre, e avvisava, che aspettavano di momento in momento il signor D. Giuseppe Marascia che era andato per l’imbarco sopra una Polacca per Messina. Ho avuto gusto di dette lettere, perché fatte in assenza del signor D. Giuseppe, e mostrano assai giudizio in spiegare il suo concetto, non c’è cosa migliore di conoscere un uomo, che dalle lettere. Lo scrivo a V. R. acciò le scriva per tenerlo in questo esercizio. Mi avvisi quando comincerà costì lo studio, e tutto quello l’occorre; nostro Signore lo benedica, e lo preghi per me sempre.
Roma, 13 ottobre 1668.
(1) di San Giuseppe, Agostiniano, martirizzato il 17 febbraio 1645 a Tripoli.

top



1668 10 15 AGT ms. 234, f. 82 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’allegate del fratello Giuseppe Maria, e dai nostri peregrini aspetto lettere da costì, con avviso del loro salvo arrivo con la grazia del Signore, patrocinio della SS.ma Vergine, et intercessione del B. Gaetano. Godo della sua ultima con avviso delle devozioni della Torretta, e V. S. ci cooperi con tutte le forze, come farò io per l’altare privilegiato, e indulgenza per le sacre stazioni. Vi mando un libretto spirituale tutto d’oro, servirà anco per le nostre Mariane, e Minimi, e sia in luogo anco della nostra stampa, che lo stampatore me li dilunga, ma ce ne ho dato qualche causa, perché ho intrapreso un’altra operetta, e sto occupato in dargli il primo indirizzo, sarà da lei cosa non pensata, e d’assai gusto quello già grazie al Signore è fatto, e correrà la stampa fra breve, pregate nostro Signore che mi suggerisca la materia, me la faccia praticare. Con la posta passata il signor Gio: Battista (1) mi portò un piego per V. S. con le lettere stampate di V. S., e perché l’ora era tardi non potei vederle, poi ho veduto il libro, che donò a me, e trovo, che ci sono alcune lettere attorno alle cose di Paolo IV, quali mai poteva sognare l’avesse stampato, né mai il signor Cardinale di santa memoria ebbe pensiero di stampare tali cose, come non necessarie, anzi mi diceva che tolto da quel Pontefice l’attacco del sangue, se l’avrebbe potuto fare il processo della canonizzazione. Io me n’ho doluto con il signor Gio: Battista, che professandomi tanta amicizia, non me l’abbia detto avanti, e per mostrare, che io non ho assentito, a ciò nell’intento scriverò a V. S. come scrivo che strappi detti fogli, come fo io a questo mio. Nel resto l’ho ringraziato, che mi ha dato questa occasione di merito con offrire una tale mortificazione al Signore, al quale pure sempre aver pregato, come prego per lui. Questi sono incontri stravaganti e il Signore li manda per esercizio; V. S. lo preghi che me ne approfitti.
Il fratello Giuseppe Maria mi ha mandato l’immagine di S. Caterina, stampata in Torino. Voleva che in due parole s’avesse detto esser copia dell’immagine con la quale il venerabile Padre Alipio sostenne la morte per la fede, glielo avviso perché tenendo costì il rame, si possono aggiungere queste parole negl’angoli di sopra. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della lanciata, il dì del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese dell’elezione dei 12 Apostoli, l’anno della salute. 15 ottobre 1668.
(1) Pavarelli

top



1668 10 20 AGT ms. 234, f. 83 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta non ho lettere di V. S., le mando una del fratello Giuseppe Maria, e un’altra di D. Domenico che spero a questa ora sia partito, e quanto prima sarà costì, le mando detta lettera, perché mi è piaciuta assai per spiegare bene il suo concetto, e il nostro buon Card. Pallavicino diceva, che gli uomini si conoscono alle lettere, e V. S. lo faccia esercitare in questo, se bene lo riveda, e corregga, e particolarmente circa al materiale delle parole, che non è difetto di giudizio, ma di pratica. Con l’altra le scrissi, che mi pareva buon modo l’essere alla Torretta per farlo pratico delle cose di Palermo, senza rischio con la continua conversazione, ora mi è sovvenuta un’altra ragione, et è che in occasione di casamento il povero figliolo entrerà in una Casa di Palermo senza prima averne veduta la pratica et uso della città, sarà a lui una cosa nuova, et di poca soddisfazione alla Casa della sposa, mi rimetto in tutto alla prudenza di V. S. e sopra tutto alla provvidenza della gran Signora dalla quale speriamo tutto. Il Padre D. Emanuele con lettera del 9 Agosto scrive di aver mandato lettere a V. S. in favore delle tande, prego anco la nostra Signora prosperi il tutto, et impetri a V. S., signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi et Orfanelli la divina beatitudine, e lo stesso lo preghino per me. Questa sera non si è potuto tirare il solito foglio, le mando un librettino per scambio, né le mancherà pabulo spirituale.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della lanciata, il dì del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese dell’elezione degli Apostoli, l’anno della salute. 20 ottobre 1668.

top



1668 10 20 AGT ms. 234, f. 79 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Bologna)

ev/do in Cristo fratello.
Ringrazio V. R. vivamente della preziosa tela di S. Teresa, et averla mandata in tempo opportuno per la sua festa, prego la Santa ci retribuisca tanta carità.
Con questa posta tengo lettere di Livorno del 12 corrente con avviso che dovevano partire con un buonissimo vascello l’indomani per Messina, ove spero nel Signore che siano già arrivati, et in breve tornare a Palma. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me.
Roma, 20 ottobre 1668.

top



1668 10 25 AGT ms. 234, f. 84 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta non tengo lettere di V. S., sono venute bensì quelle con la posta di Messina, e tutti la ringraziano caramente e preghiamo nostro Signore la retribuisca. Mando l’acclusa del fratello Giuseppe Maria, il quale pure scrive a me con il Tommasi, non le scriverò, che questo è un fiorentismo da non usarsi, se non da quella cima di uomini, che stanno sul più fino della lingua, e che poi scriviamo il resto. Il vero modo e comune regola, è scrivere come si proferisce. Onde V. S. segua a scrivere anco Giuseppe, che così proferiscono tutti, se bene io di quest’ultimo non voglio ora avvertirli, per non mostrare di aver letto l’acclusa. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora dell’orto, il giorno del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese dei Discepoli, l’anno della salute. 25 ottobre 1668.

top



1668 10 26 AGT ms. 234, f. 85 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettere di V. S. con la risposta di codesto santo Prelato per la Sacra Congregazione dei Vescovi regolari, et attenderò alla spedizione con le cautele di V. S. avvisate, e così procurerò a tempo, e lungo servire al mio amatissimo padre Bertino, e me li raccomando strettamente alle orazioni. Il fratello Giuseppe Maria con questa posta mi mandò un pezzetto di camicia della S. Teresa, e per appunto per la sua festa, mi scrive, che pure l’ha partecipato alla signora Duchessa, e con la posta seguente scriverò io tenendo sue lettere. Vi mando un altro libretto spirituale per tabulo della sua devozione. Giovedì fu il nostro S. Luca, e ho accomodato meglio un’orazione l’aveva fatto, e gliela rimando per essere del nostro Santo, pure ho osservato, che in detto giorno si fa menzione di Giuliano; V. S. lo veda nel Martirologio, e se lo prende per devoto, come Santo del nome, e del Natale, anco è la festa del B. Pietro d’Alcantara, la cui canonizzazione è già stabilita, e solo manca pubblicare il giorno, bisogna esser devoto di tutti santi del nostro Natale, ed io l’invoco nella mia litania, e così chiamo quelli del giorno del sacro santo sacerdozio, e solenne professione; e così l’aggiungo tutti quei Santi, dei quali si fa menzione, e passarono al Cielo il giorno sarà della mia morte, e spero, che allora poi quando l’invocherò, ci sarà grato, che tanto tempo l’ho invocato senza saperli, V. S. faccia anco questa devozione, già siamo nei 55 (1), due lettere, che significano tanto, pregate il Signore per il tutto. L’altro giorno finalmente ho imparato la differenza della moneta di costì, e questa; uno scudo siciliano, è uno scudo romano meno quattro baiocchi, l’avviso a V. S. per scrupolo delle spese fatte qui da V. S. per altri nell’aggiustarli. Ma questa differenza la superi meglio il signor Ignazio Miraglia. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me. Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il dì del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese dei Discepoli, l’anno dell’Incarnazione. 26 ottobre 1668.
(1) anni, nacquero infatti in Ragusa il 18 ott. 1614.

top



1668 10 27 AGT ms. 234, f. 80 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Bologna)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo le lettere di V. R. e godo abbiano cominciato lo studio, e spero assai profitto per tenere un maestro così dotto, e essere la seconda lettura. Circa li libri greci, voglio vedere l’indice dei libri proibiti, e poi risponderò. Da Palma con questa posta non ho lettere, et l’ho inviato le sue. Non mi dilato in altro, perché oggi sono stato fuori, et ora si sta spedendo il piego. Nostro Signore lo benedica, e preghi sempre per me. Roma, 27 ottobre 1668.

top



1668 11 03 AGT ms. 234, f. 86 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on padron Andriatta ho mandato al signor canonico Giandaidone una scatola con alcune figure, e libri. Trenta figure della natività del Signore tanto belle e varie. Vorrei che le nostre buone Mariane se le dividessero a sorte, e poi ognuna facesse particolare orazione sopra la maniera, che è rappresentata la sua natività, e ne cavasse qualche affetto, e così a circolo nel tempo del santo Natale, nell’ora della resurrezione ogni giorno una promessa, e spiegasse le sue ragioni. Scriva un esercizio devotissimo, e V. S. ne potrebbe partecipare li sentimenti, e forse parteciparli a me per paga di averli procurato le figure. Diversi mazzetti di eremiti per la nostra buona Alipia, e ne mando tanta copia per pagarle l’usura del tempo ho tardato a mandarle; V. S. con ce li dia insieme con le figure della natività, anzi ce le vada dando di mazzetto in mazzetto, perché la copia avvilisce le cose, e le cose a minuto si considerano meglio. Un Breviario per il signor D. Carlo Caruso nuovissimo fino con l’ottava della SS.ma Concezione, la vita del B. Pietro d’Alcantara del maestro Avila, con un tomo delle sue lettere e del Padre Aponei tutte bellissime, e V. S. lo faccia vedere al signor D. Fortunato, perché tutte contengono dottrine assai vere, e sode per l’elevazione della santa orazione. Gli elogi degli uomini illustri dei nostri tempi che è una bella notizia delle cose del mondo, e V. S. li faccia leggere a D. Ferdinando, e poi ne discorrerete perché è un esercizio di gusto, et è utilissimo, servendo per discorrere non solo dei soggetti, ma della perfezione di lettere, un giornale dei letterati, che io chiamo gazzette di letterati, e seguirò a mandarle ogni mese con la posta, sarà anco il lettore, et il relatore D. Ferdinando; e V. S. anco ne può fare partecipare agli amici, perché sono materie nuovissime, e utili. D. Ferdinando ha scritto una lettera al signor Abate Astaco, mi è piaciuta assai, sì nella forma, perché spiega bene assai, si nella materia, perché ci domanda le mandasse nota d’alcune carte geografiche, e d’alcuni storielle insigni, e già ce ne manderò l’avviso. Mi è piaciuta anco la cortesia, ma V. S. l’avvisi, che stia su le misure. Il signor Abate è un agente ordinario, egli lo tratta come Cardinale, particolarmente nella sottoscritta, affezionato servitore che lo riverisce. Nel resto V. S. lo faccia esercitare nello scrivere, che ne scriva per seminario dei negozi, derivandoli la sostanza sulle parole, che ci guadagnerà anco introdurlo a questi, ma sia temperatamente per non fastidirlo, perché le cose per farsi bene, bisogna farle con gusto. Per l’indulgenza della Torretta qui è difficile, e come l’ho scritto si è fatta una Congregazione apposta. Io ho pensato accomodare con erigere una compagnia del SS.mo Crocifisso come fosse in Palma, e così tutte le genti della terra se li scriveranno; V. S. mi avvisi il titolo della Chiesa e mando copia del Breve di Palma, come dell’altre privilegiate dei fratelli e se vi è altro breve per le stazioni del Calvario. Altra volta le mandai l’orazione del nostro S. Luca rifatta, ora mi pare di averla di nuovo migliorata, e gliela mando, la dica una volta per me.
[3 novembre 1668]

top



1668 11 03 AGT ms. 234, f. 87 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Bologna)

ev/do in Cristo fratello.
Questa settimana sono venute due poste da Sicilia e ne mando a V. R. le lettere; circa i libri proibiti forse ne parlerò con lo stesso segretario della Congregazione dell’indice per risponderle con maggior sua e mia soddisfazione. Mi sono accorto dalla sopra scritta lettera, che ella scrive Tommasi, e questo non solo è toscanismo, ma un fiorentismo, usato solo da quelli, che scrivono sulle cime del parlare, e spero non deve usarsi non solo nelle lettere, ma né anco nelle prediche; il vero modo di scrivere è come si pronuncia. Nel resto circa alle parole V. R. veda l’Aresio nel libro dell’Elocuzione, particolarmente al cap. primo, che ne avrà gusto, et io per me vorrei che tutti si servissero per vocabolario dell’opera dell’Aresio, che veramente scrisse politicamente, ma senz’affezione, pregate nostro Signore per me: et sine intermissione.
Roma, 3 novembre 1668.

top



1668 11 03 AGT ms. 234, f. 87 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Bologna)

ev/do in Cristo fratello.
Mando a V. R. l’acclusa, che per sbaglio l’altra volta la scambiai con quella che veniva a me, effetti soliti della mia trascuratezza, pregate il Signore che come me le fa conoscere, così me li faccia emendare. Le meditazioni, che ha veduto citate nella lettera del signor Duca sono quelle della passione considerata in 12 stati, come ella sa, e di già grazie al Signore cammina la stampa. Da Palma non tengo lettere, stimo, che il signor Duca sia stato occupato nel sacro ozio degli esercizi spirituali che suole fare ogni anno in questi tempi.
Da Messina scrivono che i nostri buoni peregrini erano già arrivati in Milazzo, e che seguiranno il viaggio in Palermo, onde spero che con la grazia del Signore oggi siano in Palma; finora non ho parlato per li libri proibiti, bensì ho veduto il libro dell’indice, e trovo che li libri tradotti da eretici, o che contengono solamente semplici tavole, e simili si possono leggere se non contengono cattiva dottrina; V. R. veda le regole 2 e 5 che sono chiare, e conforme ivi si cenna, ne potrà far consultare con l’Inquisitore del Padre nostro D. Gaetano Spinola, che è consultore del santo ufficio. Per il Luciano V. R. levi quei due trattati proibiti, perché nel resto c’è tanto da leggere, che soprabbonda. Mi avvisi sopra lo studio della Fisica, che è il principale, e come li soddisfa la materia, il maestro, e li condiscepoli. Nel resto nostro Signore lo benedica, e lo preghi per me.
Roma, 16 novembre 1668.

top



1668 11 20 AGT ms. 234, f. 91 (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta non ho lettere di V. S., spero sia stato occupato nel santo ozio degli esercizi, e ne aspetto qualche santa nuova. Le mando questa di Spagna duplicata per le tande, e V. S. si aiuti con il Viceré per finirla. Il Padre D. Emanuele a nome del signor Abate Giustiniani mi sollecita per il caricatore (1) perché dice che ora è tempo d’alcanzarlo, V. S. levi li suoi conti per quello che le sta bene. Da Messina scrivono, che i nostri buoni peregrini erano arrivati a Milazzo, e che di li giravano per Palermo; onde spero nel Signore che a questa ora saranno costì. V. S. me li saluti tutti, et attenda a farli masticare bene tutta la peregrinazione, e così si renderanno padroni delle cose d’Italia, e ne potranno ragionare; e V. S. particolarmente cerchi qual provincia l’è piaciuta maggiormente anzi di tutte grandemente e soprattutto per me quale devozione l’ha mosso più l’affetto, e così con quella pia mandata li facciano una nuovo ossequio per me. Riverisco la signora Duchessa, e per il giorno dell’Immacolata Concezione dirò la Messa per lei, forse essa me ne ha procurato l’impulso, e intanto me li raccomando all’orazioni, come fo alle nostre Mariane, Minimi, e Orfanelli, e nostro Signore li benedica tutti.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il dì del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese e l’anno della salute. 20 novembre 1668.
(1) di grano, oggi inesistente, vicino la Torre San Carlo

top



1668 11 24 AGT ms. 234, f. 90 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Bologna)

ev/do in Cristo fratello.
Con questa posta non sono venute lettere di Sicilia, tengo una di due righe con quella per Palma, dove le manderò. Le mando qui accluso un poco di olio di balsamo: oleum effusum nomen tuum. V. R. l’applichi al cuore con la mano della meditazione, e con il pannolino del caldo affetto, che ne riceverà grandissima consolazione. Nel resto pregate sempre per me, e nostro Signore lo benedica.
Roma, 24 novembre 1668.

top



1668 12 02 AGT ms. 234, f. 101 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo le lettere di V. S. e godo degli esercizi spirituali, e del frutto n’ha cavato di santa umiltà con assomigliarsi alla tartaruga, e vorrei che come questo animale porta sempre seco la sua casa, così ella portasse sempre seco la casa del suo proprio conoscimento, cioè del nostro nulla, e questo non solo nella bocca, ma nel cuore, e nell’operazioni voglio però che questa umiltà sia generosa, come dice il nostro Santo di Sales, cioè non confidare totalmente di noi, e sperare tutto da Dio. Ho cominciato il mese di Febbraio, che è stato del Testamento Vecchio, ne mando a V. S. il primo foglio, e così comincerà a vedere l’amabilissima passione del Signore in altra scena; e spero, che con questa varietà l’opera riuscirà assai dilettevole, e conseguentemente fruttuosa, perché: delectatio perficit opus. Finalmente si è visto, e rivisto il conto del mercante con ogni lunghezza, e bisogna aggiustarlo come il suo scritto, onde bisogna rifarli, quello se l’avrà levato, e ne manderò polisa quanto più tardi potrò. In tanto le mando la lista, che il signor Miraglia la desiderava. Ho goduto assai della lettera della buona Alipia, io concorro con lei, e mi parino protesti, et indoratore di pillole che fa l’Amor proprio, il voler consacrare la familia per servo di Dio, come voi foste certo, che il suo marito sia per esser santo, e così li figlioli; ad ogni modo io voglio consultare il negozio con persone spirituali, e farne fare orazione, né mi pare vi sia frutto, perché non credo tenga l’età di entrare a noviziato. Dio disporrà quello che sarà per suo maggior servizio. Procurerò li Breviari per il signor Soldano, e l’avviserò del prezzo quando gli manderò, e desio sapere, se gl’altri sono arrivati con l’altri libri, pure con padron Andriatta ho mandato quelli a V. S.; nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, signor Principe figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora del parto di Maria, il dì del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese della nascita, l’anno della salute. 2 dicembre 1668.
Saluto et abbraccio al signor D. Ignazio, e resto assai obbligato ai favori fatti al Principe, et all’affetto, e cortese dipendenza, che mostra a V. S.; ieri festa di S. Andrea, nostro Signore venne a visitare la nostra Chiesa con edificazione di tutti, e s’avanza sempre nelle devozioni. Riverisco assai il Padre Marascia.

top



1668 12 08 AGT ms. 234, f. 94 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Bologna)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo le lettere di V. R. e godo dei suoi sentimenti ha tenuto della nostra cartuccia, e voglio che la stimate assai, perché in essa vi è un compendio, tutta la vita spirituale, ma bisogna leggerla a scala salendo da piede. Amplectere Crucifixum la vita purgativa con le penitenze, e mortificazioni; sequere Christum. La vita illuminata con seguire le pedate, e virtù del Redentore; Ama Jesum la vita unitiva, che consiste nella santa carità; or vedete che gran libro vi ho mandato in un piccolo cartuccio. V. R. con l’orazione ci faccia un bellissimo commercio. Hoggi ho parlato con il Padre maestro del sacro Palazzo per leggere i dizionari, e libri traslati dal greco, e spero sarà consolata. Da Sicilia non sono venute lettere, nostro Signore lo benedica, e preghi per il suo sano amore. Il giorno dell’immacolata, 1668.

top



1668 12 08 AGT ms. 234, f. 102 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta non ho lettere di V. S., con l’altra V. S. citava di aver avvisato prima il suo ritiramento a Monte Calvario, tale avviso non mi è capitato, l’avviso se si fossero smarrite le lettere, e vi fosse stato scritto qualche negozio, lo replichi. Mando l’acclusa del fratello Giuseppe Maria, e V. S. con parole generali gli levi questi scrupoli, e gli scriva che attenda tutto al santo Amore. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, D. Ferdinando, Mariane, Minimi, Orfanelli, e lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora del parto di Maria, il dì del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese di Maria, l’anno della salute. 8 dicembre 1668.

top



1668 12 16 AGT ms. 234, f. 95 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Bologna)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo le lettere di V. R. con l’avviso delle sue indisposizioni, e sua santa rassegnazione in quella, sia di tutto benedetto il Signore; ne ho dato conto ai Padri consultori e con le loro carità hanno stimato bene levarla subito di codesta aria cattiva, e mandarlo a Modena, ch’è anco di buona aria, vicina e casa di studio; e se bene è nel terzo anno, il Padre prefetto di terza classe è lettore valente, e le potrà amichevolmente leggere la Fisica, come anco gli scrive il Padre consultore D. Clemente nostro, e così forse guadagneremo un anno, potendo anco poi scrivere o seguire il terzo anno in scuola, perché poi pregheremo il Padre generale per ammetterle tutto lo studio, se bene V. R. tenga questo in segreto; perché non sia prevista tal dispensa di altri; sopra tutto non cominci studio, se non sta bene di testa, né si applichi a tante cose, tanto maggiormente che pretendiamo, se piacerà al Signore questo anno passarlo per due di Filosofia, nella quale bisogna essere fondatissimo però sia tutto ivi; scrivo al Padre D. Gaetano Spinola per pagarli scudi 20 serviranno per il viaggio, e suo deposito in Modena, e se le pare per la festa per il capodanno darà qualche regalo alla Casa di Modena, mi rimetto a V. R., et avvisi tutto quel denaro che l’occorresse per Modena o altro; fatte queste diligenze morali poi non pensiamo ad altro, perché il Signore vuole, che speriamo da canto nostro, e poi quietiamoci in tutto, e per tutto nella sua amabilissima volontà, e SS.mo beneplacito.
In Modena vi predica il Padre D. Pietro Platamone nostro palermitano, v’è il Padre Lo Bello assai amico, e che ha tradotto in volgare il nostro libretto dell’orologio della passione, vi è anco il Padre Bernardino fratello del Padre prefetto pure amicissimo, et il Padre D. Clemente scrive affettuosamente al Padre preposito e Padre prefetto; onde V. R. poi di la potrà scrivere ringraziando e dirle che egli è il nostro Padre. Voglio per fine mandarle qualche cosa dolce per il santo Natale, questo è un poco di miele di Chiaravalle, fabbricato da quella dolcissima ape di S. Bernardo, V. R. lo gusti, e tenga in bocca continuamente in questa fede, che l’avrà non solo buone, ma sante

Magnus Dominus, et laudabilis nimis,
Parvus Dominus, et amabilis nimis

Roma, 16 dicembre 1668.
V. R. in Modena dica al Padre prefetto, che la spesa delle lettere, o cosa straordinaria di meditazione, la farà dal suo deposito. La licenza viene inclusa nella lettera del Padre preposito di costì, et il Signore vi benedica.

top



1668 12 22 AGT ms. 234, f. 97 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Con la posta passata gli mandai un poco di miele per la festa del santo Natale, ora vi mando la strenna per l’anno nuovo, e la mando per li suoi maestri, e compagni. Questa è la devozione celebre del santo protettore dell’anno, ma come è facile: inventis addere, io soglio ogni anno dispensarli con aggiungervi una festa della Madonna, non parendomi d’accomunare la gran Signora con gli altri Santi, in oltre io metto l’orazione giaculatoria favorita da S. Bernardo, acciò come la Chiesa comincia l’anno con il SS.mo nome di Gesù, così noi lo cominciassimo con lo stesso per continuarlo poi sempre, sperando che questi fosse il nostro respiro. Da Sicilia non sono venute lettere con questa posta, c’invio la sua. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me. Nel primo dell’anno dica il: veni Creator Spiritus, e poi a sorte pigli e dispensi i polisini. Mando due di quella cartuccia, e non tengo più, la farò ristampare. Roma, 22 dicembre 1668.

top



1668 12 29 AGT ms. 234, f. 99 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta né anco tengo lettere di V. S., l’attendo con la seguente piacendo al Signore. Le mando l’acclusa del fratello Giuseppe, e spero che l’aria di Modena gli gioverà assai, nostro Signore guidi tutto a suo servizio. Qui è venuto nostro novizio il signor Duca di Vietri, cavaliere napoletano di casa Sangro, maritato con figli, e la moglie è restata al secolo per essere attempata di anni 55. Io ho pensato al monacato della signora Duchessa, ma bisogna che il marito abbia anni 60 è ben vero, che per anni cinque si potrebbe cercar dispensa, cosa in se difficile, ma forse possibile per la benignità di questo Papa. Io desidero, che la signora Duchessa facesse questo sacrificio al Signore, che sarebbe senza vostro incomodo, c’avviso tutto, acciò non tenendo altra difficoltà, io qui mi potessi adoperare a questa santa oblazione, me ne faccia orazione, e ne scriva tutto chiaramente. Riverisco la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli e benedico tutti, e tutti preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenziata, il dì del sepolcro, la settimana della resurrezione, il mese della nascita, l’anno della nostra salute, 1668.

top



1668 12 29 AGT ms. 234, f. 100 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. da Bologna con avviso della sua partenza, e aspetto quella dell’arrivo in Modena con l’avviso del miglioramento della testa, et occhi, prego nostro Signore sia tutto a sua gloria. Mi è dispiaciuto che il Padre preposito scrive con sentimento, e giustamente che V. R. non abbia comunicato questi suoi mali a lui, o al Padre prefetto, che avrebbe fatto ogni diligenza per curarla, e che V. R. nell’estrinseco mostrando buona salute, loro non potevano penetrare l’intrinseco. Io mi sono meravigliato, che V. R. avendolo avvisato a me con duplicate lettere, e con tanta premura non abbia costì dettolo al Superiore, essendo questa la prima regola dei religiosi, e particolarmente dei novizi, e giovani di 3° classe di ricorrere sempre in tutte le necessità et occorrenze ai Superiori e maestri, e non vorrei che V. R. applicasse tanto a leggere libri dottrinali e lascia di leggere il Rodriquez, e altri libri spirituali, nei quali vedrà, che questi sono i primi principi dello spirito gliel’avviso per l’avvenire, e V. R. mi ringrazi più di questa lettera, che di tutte l’altre. Circa li studi V. R. cerchi prima di star bene della testa, e occhi, e stando bene, può concertare con il Padre prefetto, come potere seguire l’uno e l’altro studio, e mi avvisi tutto, perché ne scriveremo al Padre generale pregandolo per la licenza, che il cominciarlo senza quella sarebbe poi difficoltoso il tutto. Vedo come li scudi 20 sono spesi, V. R. parli con il Padre prefetto che comodità vi è di farle capitare qualche denaro, e avvisi quello l’occorre, che glieli manderò subito. L’Arbore Uberrima (1) V. R. disponga a suo gusto con la solita licenza del Superiore. Con questa posta né anche riceve lettere di Sicilia, manderò le sue. Nostro Signore lo benedica, e sempre lo preghi per me.
Roma, 29 dicembre 1668.
(1) sacrae Doctrinae, pubblicata dal padre Carlo

top



1669 01 05 AGT ms. 234, f. 109 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo le lettere di V. R. con particolare consolazione per intendere il suo buono arrivo costì, e la soddisfazione, e contento, con che se gli trova, benedetto il Signore. Ho parlato al Padre consultore D. Clemente per l’assegnazione, studio, et esame, e sarà consolato del tutto. Per oggi la consulta sta occupatissima et appresso se gli manderà la spedizione; intanto attenda allo studio in scuola, ma con una moderazione per non debilitare la testa, e mi mandi la relazione del suo male, che ne farò fare consulta in Padova, che sono diligenze volute dal Signore, procurando di star bene a maggior gloria sua; e sempre mi avvisi come le passa l’aria costì, e circa gli occhi. Mando un piego grosso del signor Duca, e V. R. dica al Padre prefetto, che il porto lo paghi dal suo deposito, che se non tiene cosa, già gl’ho scritto per avvisarmi il modo di mandarle qualche denaro. Resto obbligatissimo a tutti codesti Padri delle cortesie fattele, e a tutti mi raccomando nelle orazioni.
Roma, 5 gennaio 1669.

top



1669 01 12 AGT ms. 234, f. 110 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Con questa posta si manda la patente, et assegnazione di V. R. costì sotto piego al Padre preposito, al quale scrive il Padre nostro D. Clemente, e con la seguente scriverà al Padre lettore come lei gusta, essendo oggi occupatissimo; V. R. attenda a studiare allegramente e con moderazione. E nostro Signore ogni cosa ordina a sua maggior gloria, e gli voglio dare un bellissimo bocconcino, che ci ha dato l’Apostolo nell’ufficio di questa settimana, che è un ristoro veramente di paradiso. Sive enim vivimus, Domino vivimus, sive morimur, Domino morimur, non ci vuole altro.
Roma, 12 gennaio 1669.
Mando dei pieghi venuti da Palma.

top



1669 01 23 AGT ms. 234, f. 111 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Ringrazio V. R. della devozione della Madre SS.ma per la festa della sua presentazione, che è venuta a tempo assai opportuno, et ho goduto molto di quel saluto a me nuovo, e misteriosissimo: salve aeconomiae Dei complementum e V. R. lo noti, perché può servire per un bellissimo concetto predicabile. Ho parlato per il suo viaggio con il Padre D. Clemente, e mi dice che finora non abbiamo certezza, quando il Padre generale farà la visita costì prima o dopo la festa, speriamo sortirne la risoluzione con la posta seguente, e l’avviserò tutto, in ogni caso per quando potesse occorrere V. R. si valga delle prime mie lettere, cioè d’indirizzare tutto per via di codesto Padre preposito, che è il negozio più accertato. Mi è stato carissimo l’avviso che mi dà del ritiramento del Principe per un’ora, e V. R. basta scriverle solo questo esercizio, perché l’orazione è quella che fa tutto. Nostro Signore lo benedica.
Roma, 23 gennaio 1669.

top



1669 02 09 AGT ms. 234, f. 112 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo due di V. R., et il Padre consultore D. Clemente la lettera del Padre lettore, e tutta la consulta l’istanza per l’esame, ma per essere venuta lettera tardi, non rispondono con questa posta; V. R. sarà consolata con l’esame di tutto quello ha studiato in scuola, et il resto se gli dispenserà cameralmente, ma mi avvisi puntualmente il numero e nomi dei trattati che gli mancano. V. R. si può pigliare 20 scudi dal Padre preposito e tenerli per suo deposito, che io qui li pagherò puntualmente a chi il Padre comanderà. Io devo ringraziarla della domanda, che ella mi fece di quelle cartine, perché non tenendone, gli promisi d’averle fatte ristampare, e così con questa occasione l’ho dato una succinta dichiarazione, che è piaciuta assai e l’avverto che i discendenti sono i perfetti, perché non potendo in questa terra star sempre nell’ozio della santa contemplazione, bisogna discendere per la necessità propria, o dei prossimi a negoziare per l’amore. Oltre che S. Gregorio dice, che: probatio dilectionis est opus. Ve ne mando due dozzine serviranno per gioco di carte in questo carnevale, mi fa grazia parteciparlo prontamente al fratello Bonelli, di cui conservo particolare memoria, e me li raccomando all’orazioni come fo a lei con tutto l’officio di Sicilia, con la posta non ho lettera, ci mando le sue, e nostro Signore vi benedica.
Roma, 9 febbraio 1669.
V. R. con questa occasione prenda questo denaro del Padre preposito, gli può lasciare un paio di doble di elemosina per la ricreazione del carnevale. Il Duca mi manda questa sigillata in fallo, gliela mando con questo mio saluto, e con l’acclusa, pregate il Signore per me. Orazione e studio.

top



1669 02 16 . AGT ms. 234, f. 113 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Con questa posta li Padri consultori mandano la dispensa per il suo studio, et anco ordinano agl’esaminatori di esaminarlo a suo tempo; tanto che grazie al Signore questo negozio è aggiustato; resta che ella attenda a studiare moderatamente et allegramente, e compirà molto prima dello studio di Bologna. Mando la licenza di leggere li libri, ed è stata cosa singolare per un giovane studente, pregai il Signore per il Padre maestro del sacro Palazzo, che l’ha favorito. Godo dell’inno bellissimo di S. Agnese, e lo manderò al Duca, dal quale non tengo lettere per non essere venuta la posta di Sicilia. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me.
Roma, 16 febbraio 1669.

top



1669 02 26 AGT ms. 233, f. 91 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

icevo due di V. R. e ringrazio il Signore la passi bene, di già si sono mandate la patente e lettera del Padre D. Clemente consultore, a codesto Padre lettore per lo studio, e aspettiamo la risposta. Circa il denaro, fo diligenza per qualche cambio, e alla fine mi varrò del Padre Spinola; V. R. però potrà scrivere al Padre Spadafora per la restituzione delle due robe, mentre egli non viene più a Roma. Con questa posta, non sono venute lettere da Sicilia, e invia bene le sue, e nostro Signore lo benedica.
Roma, 26 febbraio 1669.

top



1669 03 16 AGT ms. 234, f. 114 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)
Rev/do in Cristo fratello.
ando l’acclusa del signor Duca, e V. R. preghi nostro Signore per il casamento si tratta del Principe, acciò segua quello sia di suo maggior servigio. Per gli scritti della b. m. del signor Marascia, ne scriverò al signor Duca, perché qui non c’è niente, et ha fatto bene a raccomandarmelo particolarmente perché teneva spedita per la stampa la storia di S. Mamiliano, Arcivescovo di Palermo, cosa assai elaborata, et erudita. Il Luciano V. R. lo può mandare con buona comodità, e col ritorno del Padre predicatore, che credo verrà per questa volta, nel resto la saluto caramente e preghi nostro Signore per me.
Roma, 16 marzo 1669.

top



1669 03 23 AGT ms. 234, f. 115 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. in un piego separato il libro della cella di S. Caterina, quale ho affrettato a stamparlo per darlo in luogo e tempo opportuno come vedrà, e nostro Signore che l’ha ricevuto nel suo ritiramento per mani del Padre generale di S. Domenico, in singolare dimostrazione della mia devozione alla santità sua. Benedicano di tutto il Signore, dal quale spero che questa opera suscita molto alla fabbrica di una cella tutta sua. V. S. legga con attenzione, che troverà tesori. Con prima comodità di mare ce ne manderò più copie, come anco il giornale le mando, e per adesso non le mando delle meditazioni, perché non voglio distorcerlo dalla cella; le reliquie per la buona memoria del nostro caro signor D. Paolo già l’ho procurato, e belle. Detto signore mi aveva scritto che ce le mandassi accomodate in tante statuette, che egli faceva la spesa. Ma perché sono pezzi grandi non vanno in statuetta, è meglio in un cassettino di ebano, con cristalli. V. S. avvisi al signor D. Carlo Cesano, che spesa vogliono fare, perché mandarle senza accomodate, poi sarà di bisogno farlo costì, ne avranno anco cosa buona, e forse con più spesa; aspetto li loro avvisi. Ricevo il piego del Padre Giulio, e farò tutto quello che potrò, e al modo solito risponderò con gl’effetti. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me. Dalla città di S. Pietro, l’ora della cena, il giorno del sepolcro, la settimana della passione, il mese et anno dell’Incarnazione. 23 marzo 1669. Il piego viene affrancato, e ho pagato qui uno scudo, e se veniva come piego di lettere pagava due scudi.

top



1669 03 24 AGT ms. 234, f. 116 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

icevo due di V. S. con l’avviso del trattato del matrimonio di D. Ferdinando, e mi piace assai per la cognizione che ha della gran bontà della signora Principessa; onde questa figliola non potrà degenerare dalla madre. Poi secondo i discorsi umani, la maggior dote, che V. S. deve procurare è il parentado, essendo la Casa sola, et in questo partito non stimo tanto lo splendore, quanto la continenza di tanti fratelli, e particolarmente del signor Conte, che mi dicono riesce assai bene nell’economia. E anco ottima l’occasione di fare le nozze in Aragona, e si avanzerà gran spesa; pure è considerabile la modestia di codesti signori e la poca dote sarà stimolo a non cercar gran trattenimento in Palermo. Preghiamo di tutto nostro Signore acciò faccia sortire quello sarà di maggior suo servigio. Circa il canonicato di Girgenti più giorni sono è stato provvisto in persona del signor Abate La Placa, di moto proprio di nostro Signore e qui è venuto a posta volando il signor Capolongo, che mi dice esser assai affezionatissimo al signor Principe e sua Casa, e pure si cita questo matrimonio per fatto.
Mando l’acclusa del fratello Giuseppe Maria, e sopra le scrissi della b. m. del signor Marascia mi sono ricordato che egli teneva spedita per le stampe la storia di S. Mamiliano, cosa assai elaborata, et erudita, V. S. mi avvisi come ne ha disposto, perché è cosa di molto interesse per la città di Palermo, e con l’occasione, piacendo al Signore D. Ferdinando sarà ivi, potrà fare questa cosa grata alla città. Credo a questa ora le siano capitati i libri mandati in Messina, et il Breviario, che io notai per scudi 6 e mezzo, poi l’ho aggiustato per scudi 6; V. S. ne sgravi l’amico. Ho dato una scorsa allo scritto della mia Crocifissa, e mi pare la cosa più soda mi è venuta, lo vedrò con più agio, e intanto umiltà, umiltà, e preghi sempre per me, come anco farà la signora Duchessa e tutti, ai quali saluto caramente.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della cena, il dì del sepolcro, la settimana di penitenza, il mese et anno dell’Incarnazione. 24 marzo 1669.

top



1669 03 28 AGT ms. 234, f. 118 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. due fogli delle meditazioni, che per il passato per certa trascuratezza dello stampare non hanno potuto venire. Questa settimana per via di Messina ho mandato 6 tomi delle lettere del nostro buon Card. Pallavicino, e l’ho levati pulitamente quei fogli (1); mando anco 12 tomi della cella interna, e se V. S. ne vuole di più, può scrivere al Padre D. Giovanni La Rosa a cui ne mando 30 sciolti per smaltirli in Palermo, e perché V. S. mi ha avvisato, che suole parteciparle agl’amici, prego V. S. a mio nome farne capitare uno al signor D. Lorenzo, e l’altro al signor Marchese di Capizzi, li nostri scritti antichi, pure credo fosse grato al Padre maestro Bertino. Voleva mandare il libro del giornale, ma non l’ho potuto avere prontamente perché si smaltiscono di mese in mese, ma con diligenza spero averlo, e lo manderò. L’invenzione di questa opera mi pare averla citata.
Si mossero alcuni curiosi in Parigi a mandare alcuni foglietti con le notizie dei libri curiosi che si stampavano in quella Università, e così ancora dell’esperienze matematiche, e mediche si fanno in quella Accademia; qui hanno avuto tanto plauso, che hanno preso cura di traslatarli, e anco aggiungerli le stesse curiosità che occorrono qui in Roma e questi paesi vicini; infine io li chiamo le gazzette letterate, s’impara assai, e con diletto, e però continuerò a mandarle.
Questa mattina appunto è venuto il signor D. Giosefatto Capolongo con un altro gentiluomo palermitano di casa Castro, del signor Principe di Caserta, et Aragona; si partono domani, l’ho dato la raccomandazione calda di V. S. non avendo ora con questa posta ricevuto lettere, l’ho dato quella devozione, e restarono soddisfatti. La spesa per le rimesse è stata in tutto 5 scudi romani, parlerò per rifare quella di D. Antonino Labiso, ma io credo che tutte si siano spedite giusto la nota venuta da costì. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della licenza, il giorno del sepolcro, la settimana della passione, il mese et anno dell’incarnazione. 28 marzo 1669.
(1) v. lettera in data 15 ottobre 1668

top



1669 03 31 AGT ms. 234, f. 117 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Rispondo alla lettera di V. R. del 15, e 23 spirante. Godo d’aver trovato la vita del Padre Gio: della Croce in Brescia, e l’attendo con il ritorno del Padre predicatore, l’opere del detto Padre le tenga per se, perché non le ho, e pure sono in Palma. Mentre V. R. ha avuto tale opera in Brescia, desidero con lo stesso mezzo mi procurasse un opuscoletto di S. Bonaventura intitolato: Bonum Crucis, fatto stampare da un Padre Cappuccino in Brescia, in dodici, lo vidi molti anni sono in Palermo, e mi piacque molto, né si trova, V. R. ne faccia diligenza.
La ringrazio molto delle orazioni mi manda traslate dal greco, che sono devotissime. Godo sia cominciato il santo anno dello studio di Filosofia e che per Pasqua farà l’esame della Fisica; V. R. si applichi tutto in materia di studi, che con un lettore così valente spero farne assai avanzo. Il Padre preposito ha scritto al Padre consultore D. Clemente, acciò pagassi qui a suo conto scudi 8, al Padre D. Nicolò Lino, e già l’ho pagato, e li rimborsa a V. R., il resto glielo manda con il Padre Pallavicino, che parte Lunedì per Bologna, ed ivi subito ce lo farà recapitare, ne qui ho trovato altra comodità. Con questa posta non tengo lettere di Sicilia. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi per me.
Roma, 31 marzo 1669.

top



1669 04 06 AGT ms. 233, f. 133 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Con questa posta ne anche tengo lettere di Sicilia, il Padre Castelli se bene per via di mare mi manda l’acclusa del signor Duca per V. R. e una cassetta di pistacchi, e perché la spesa della condotta qui sarà molta, e poi questo regalo sarà di poco comodo alla Casa, però ho risoluto farle vendere, pensando che il denaro sarà di più gusto al Padre preposito, si sono venduti 10 scudi, poco meno baiocchi, V. R. dica al Padre preposito se ne tiene bisogno qui, oppure avvisa a chi posso farli pagare in Bologna, ed è venuto appunto questa elemosina per la santa Pasqua. Nel resto nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me.

top



1669 04 07 AGT ms. 236, f. 307 copia (Al Duca di Palma, suo fratello)

engo più lettere di V. S. risponderò con la posta seguente, perché mi trovo con un lungo dispaccio, per il signor Marchese di Capizzi, Principe di Castelferrato per la partenza ha fatto questa settimana il signor Abate, suo figlio, da qui per Salamanca, ed io gli ho scritto in tutto; e spero bene nella Madre SS.ma. Io sa V. S. quanto stimo detto signore per le sue virtù, e ora maggiormente perché ha rimesso detta partenza del sì, e del no, e del modo a me con mandarmi tutte le polise, con tanta confidenza, come potrebbe fare V. S. per un suo figlio. Onde è bisognato corrispondere a tutto, l’acclusa è per la nostra Serafica, che come sacra al Signore è privilegiata. Riverisco la signora Duchessa, saluto i figlioli, et a tutti benedico nel Signore e mi raccomando all’orazioni delle Mariane, e Minimi loro. [07 aprile 1669]

top



1669 04 13 AGT ms. 233, f. 160 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

on questa posta non sono venute lettere di Sicilia, per occasione di banditi, che insidiano il passo, spero l’avremo con la seguente. Con la passata mandai a V. S. l’editto di nostro Signore per l’orazione: ad implorandum gli divini aiuti per le cose di Polonia, e Candia, e pregava, che ella facesse farle anco costì; ora le mando una bolla che ha fatto il Papa detto con effetto per tutta l’Italia, e isole adiacenti, così godranno anco il tesoro delle sante indulgenze. Mando il giornale (1) di questo anno, e già ho fatto legare quelli di tutto il 1668 e lo manderò con prima comodità con alcuni altri libri, e voglio darle un’altra nota in materia di libri, che gli sarà di gusto. Il Padre Olderico Vecchio già ha cominciato la stampa del proseguimento degli Annali del Baronio volgare, saranno tre tomi, e se bene ci vorrà da tre anni a finirli, io procurerò averli tomo per tomo, e li manderò. Non mando il foglio della meditazione, perché facemmo un poco di pausa, et a V. S. piacerà la cagione. Per la Domenica in Albis si farà la solenne canonizzazione del Beato Pietro d’Alcantara, e della Beata Maria Maddalena dei Pazzi, e sarà con pompa superiore alle antecedenti. Or a me è parso fare qualche ossequio a questi gloriosi santi, e se in quella del glorioso S. Francesco di Sales donai luce gli Aforismi dell’amor divino, ora faremo qualche cosa per essi, e se bene si fanno molte cose, ad ogni modo sono per ogni Santo in particolare. Io ho voluto fare un’operetta con unione di tutti due, parendomi che Dio benedetto avesse fatto, che il Sommo Pontefice accoppiasse questi Santi insieme, ai quali egli tanto strettamente unì nel dono singolarissimo dell’estasi, spero sia gloria dei Santi, e consolazione dei fedeli, e forse farò un rammento con le figure di questi Santi in estasi, sapendo che la signora Duchessa gusterà questa operetta per concorrere maggiormente a glorificare questi nuovi Santi, e dopo cominciata la fatica, ho trovato, che il Beato Pietro morì il giorno del nostro Natale, e la Beata Maria Maddalena fu favoritissima del nostro S. Angelo.
Mi rallegro con le VV. SS. di questi miei protettori, e li preghino per me, acciò possa imitarli almeno nella santa umiltà. Il Titolo “Cento estasi dei santi Pietro d’Alcantara, Maria Maddalena dei Pazzi”, cinquanta dell’uno, e cinquanta dell’altra raccolte in compendio. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, e Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della crocifissione, il dì del sepolcro, la settimana del tradimento, il mese di S. Tommaso, l’anno della salute 1669.
(1) gli Avvisi

top



1669 04 13 AGT ms. 234, f. 120 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Con questa posta non sono venute lettere di Sicilia per occasione dei banditi, che infestano il passo, spero l’avremo con il seguente. Per via di mare si ha nuova della strage di Mongibello (1), e qui si hanno stampate le relazioni, e le mando a V. R. per pregare il Signore, acciò mitighi il suo SS.mo, e giustissimo sdegno contro i nostri peccati, e faccia qualche devozione particolare. Nostro Signore lo benedica, e saluto caramente il fratello Bonelli, e me li raccomando all’orazioni.
Roma, 13 aprile 1669.
(1) eruzione dell’Etna

top



1669 04 24 AGT ms. 234, f. 123 autog. (Al Duca di Palma, suo fratello)

ando a V. S. l’opere predicabili del Padre Manso, ch’è una ricca provvigione per V. S., signor Arciprete, e Cappellano di monache, quali essendo sei tomi, possono tutti goderne insieme. Alla signora Duchessa l’opere spirituali della madre Albergati, assai belle, e i diari mariani del Padre Marchese, come mi comanda. Alle mie Mariane la seconda parte delle cronache di S. Teresa, cose assai proprie per loro, con altre cose assai buone per le Superiore, e li nostri eremiti di Monte Calvario troveranno assai di imparare dagl’eremiti fondati da questi Padri. Vengono di più li principi mariani, come V. S. scrive, e le mando la metromerica del mio gran Caramuele. Metromerica vuole dire sopra metro, cioè un’arte superiore all’arte ordinaria dei versi. Egli o trova li principi dei versi antichi, e ne dà nuova, e più facili regole, o s’inventa dei nuovi; poi fa alcuni versi che si leggono per dritto, e per rovescio, per croci, per triangoli, per scacchiera. Per esempio gioca il delfino, e fa un pentametro, il rocco un esametro, e cento labirinti di quelle sorti. Centoni, echi, parodie, anagrammi, enigmi, giochi, e tante cose, che rende meraviglia e diletto; V. S. faccia, che il maestro dei figlioli lo studia bene, e poi lo dichiari ai figlioli, e riferisca a V. S. che sarà di gusto, e ricreazione; veda particolare i giochi delle carte segnati con nomi, e verbi, dattili, e spondei, e poi va a chi forma prima un bel verso, e molti altri simili. Vedrà poi l’onore che mi fa di aver impresso alcune cose nostre, e nel modo vedrà, che l’ha fatto ex se, perché in un luogo ci chiama: ex Duce Palmae filius; le mando anco o rimando la storia manoscritta di Palma, perché questa non è genio di Monsignore. L’altra scrittura v’è l’ho portata per cavarne qualche cosa di buono, se bene come io le scrissi, non mi pare vi sia cosa perfetta, finalmente le mando il viaggio delle Indie del signor Pier La Valle lettura curiosissima e tanto da lei desiderata. Le raccomando sopra tutto la storia della mia santa Teresa, che sono quelli caratteri, che si fanno leggere, e vedere le grazie celesti, e spingono ad amare Dio; qui, qui è la vera scienza. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, con mie Mariane, e Minimi, e a tutti mi raccomando all’orazioni.
Roma, 24 aprile 1669.

top



1669 05 04 AGT ms. 234, f. 124 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Devo risposta a due di V. R. e primariamente ringrazio nostro Signore dell’esame fatto con tanta soddisfazione dei Padri esaminatori, come è venuta la relazione in consulta; se bene il Padre Platamone non ha mandato la sua, V. R. la faccia mandare, per potersi assentare l’esame a libro. Attenda a proseguire gli studi, e mi avvisi per quando finirà la Metafisica, e sarà l’altro esame, di tutto sempre benedetto il Signore. Il Padre consultore D. Clemente lo saluta caramente, egli dalla settimana santa in qua sta assai aggravato di catarro, e però non risponde al Padre lettore, e Padre Platamone, nella lettera venuta sotto piego di V. R. il quale farà le scuse con l’uno, e con l’altro, assicurandoli del suo affetto, e che risponderà appresso. La storia della Catalogna del Padre Sitaiolo, qui non si trova, né il Padre maestro del sacro Palazzo ha voluto, che qui si pubblicasse, onde in questo io non posso servirla, come farò delle figure che comanda il Padre prefetto, e la servirò con la venuta del Padre generale, com’ella mi cenna. Scrivo al Padre Platamone, come V. R. gusta, ed è dovere; e qui nostro Signore lo benedica, e preghi per me sempre.
Roma, 4 maggio 1669.

top



1669 05 11 AGT ms. 234, f. 126 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Mercoledì si mandarono al Padre preposito di Bologna scudi 10, per farli capitare a V. R. e sono quelli dei pistacchi per codesto Padre preposito procurerò il libretto del Lucidoro, e gl’atti del canzoniere dei nuovi santi, quale anco non è stampato, e se bene sono libri, che non si vendono, ad ogni modo s’avranno, come abbiamo quelli di S. Francesco di Sales. Con questa posta non sono venute lettere di Sicilia. La saluto caramente e me li raccomando all’orazioni.
Roma, 11 maggio 1669.

top



1669 05 21 AGT ms. 233, f. 161 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
V. R. deve ringraziare nostro Signore dei benigni affetti della sua divina provvidenza, impercioche dovendo chiamare a sé il Duca, volle che prima lasciasse casato il Principe, che era l’unico suo negozio; egli è morto il giorno di Pasqua; onde in giorno di tanta indulgenza, e che S. Bonaventura vuole, che il Signore fosse stato nel Purgatorio, e liberate tutte quelle Anime sante; spero che l’Anima sua abbia anco partecipazione a questa grazia con l’intercessione della Madre SS.ma, alla quale egli era tanto devoto. Resta a noi di attendere a viver bene, per poi andarci a godere tutti nel Paradiso, per il quale Iddio ci ha creato, in questa vita, che non ci serve per altro, che per comprarci il Paradiso, né vi è altra porta per entrarci, che una buona morte; allegramente fratello Giuseppe Maria, al Paradiso, al Paradiso; oh che sono belle le parole della colletta di questa settimana: ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gaudia. Le mando l’allegata del signor Principe di Aragona, V. R. gli risponda brevemente, e spiritualmente. Da Palma non abbiamo lettere, le avremo Sabato, V. R. non le scriva fino che non abbia i loro avvisi: benedictus Deus. Per gli studi godo si finiranno presto, V. R. attenda studiare, né pensi ad altro; la venuta di Roma, che farò tutto io. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi per me.
Roma, 21 maggio 1669.

top



1669 05 25 AGT ms. 233, f. 162 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ando a V. R. l’acclusa venuta da Palma, appresso avremo avvisi più lunghi. Io l’ho aperta per vedere qualche particolarità più delle mie, et ho trovato una letterina di Suor Maria Serafica, che mi pare appunto d’una serafica, e mi ha tanto consolato, che non può capirlo, non ho avuto tempo di farla copiare, né ho voluto trattenerla per Mercoledì per non ritardare a V. R. questa consolazione, e la prego a farne fare copia, e mandarmela subito, e per l’avvenire voglio rivedere queste belle, e sante lettere, Benedictus Deus.
Il suo studio, o esame già è assentato, e sono venute le risposte del Padre consultore e codesto lettore assai favorite. Il Padre Platamone mi risponde con una straordinaria gentilezza, V. R. me lo saluti caramente come fo umilmente al Padre preposito ringraziandola caramente della lettera che mi fa per l’ultima di 10 scudi, e desio servirla con tutto l’affetto. Ho goduto assai delle traslazioni greche, aspetto qualche bella cosa per la festa dello Spirito Santo, e SS.mo corpo del Signore; fratello Giuseppe Maria, amiamo Dio, amiamo Dio, amiamo sempre Dio.
Roma 25 maggio 1669.

top



1669 05 27 AGT ms. 234, f. 127 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Il Duca ha già finito il suo viaggio (1), e spero con viva fede che l’abbia terminato nel Paradiso, resta a noi di camminare bene per poi anco arrivare ivi, ove ci godremo per tutta l’eternità beata; ancora noi siamo creati per il Cielo, onde bisogna ivi mettere tutto il nostro cuore, e mi è venuto appunto questo avviso dei signori Principi d’Aragona nel tempo, che nell’orazione dell’ufficio si dice: ibi nostra fixa sint corda ubi vera sunt gaudia.
Godo che quasi tutti i nostri buoni figlioli si trovano nella strada sicura della santa religione, e il Principe, che grazie al Signore tiene buona indole assai, et è nutrito dal Duca, e da V. S. con tanta devozione, et ora passa ad una sposa, pure figlia di signori devotissimi, e amorosi, come vedo per le lettere che mi scrivono, sia anco per istradarsi per il vero sentiero del Paradiso; V. S. ci cooperi tutto l’affetto, e con tutte le forze, perché questo è l’obbligo di buona madre, né può fare a Dio benedetto maggior sacrificio, confidi tutto a Sua Divina Maestà, che vedrà miracoli della sua divina provvidenza. Le mando per consolo spirituale suo, e delle nostre monache la nostra crocifissione spirituale, che in Milano ora l’hanno resa volgare, e riesce devotissima, saluto tutti, e benedico tutti, e così fo al signor Principe. Al fratello Giuseppe Maria già l’ho scritto, come doveva, e V. S. lo lasci in mia cura, e si assicuri, che sarà il sollievo della sua Casa nel spirituale, e in tutto; nel resto non dico altro, perché aspetto loro lettere, e di nuovo la benedico nel Signore.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della flagellazione, il giorno del sepolcro, la settimana della Resurrezione, il mese dell’Ascensione, l’anno dell’Incarnazione. 27 maggio 1669.
Il signor Duca a suo nome e di V. S. mi scrisse, che per il fratello Giuseppe, e per me e per le mie stampe spendessi quello bisognasse, io proseguirò fino a nuovi suoi ordini.
(1) parla della morte di Giulio Tomasi, suo fratello, avvenuta il 21 aprile 1669 in Palma

top



1669 06 01 AGT ms. 234, f. 128 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Mando a V. R. un fascio di lettere, e avrà occasione continua di rallegrarsi della morte del buon Padre, non mi dilungo, perché ha molto da leggere, solo le dico, che l’indirizzo della Casa, e del casamento grazie al Signore vanno benissimo; onde a noi non tocca, che continuare l’orazioni. Per via di Bologna li capiteranno dieci scudi per suo deposito, e potrà spendere con licenza del Superiore in andare a villa, o altro; et avvisa tutto quello che occorre. Nostro Signore lo benedica.
Roma, 1 giugno 1669.

top



1669 06 01 AGT ms. 234, f. 129 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

on questo ordinario ricevo due di V. S. del 23 Aprile, e 4 di Maggio. Godo grandemente che sia uscita dal monastero col corpo, ma non con l’animo, e che anco porti l’abito di S. Benedetto, questa è stata una uscita necessaria e gratissima al Signore più di qualunque solitudine, quale ci concederà a suo tempo perfettamente. In tanto può godere del privilegio di Papa Alessandro (1) nella Bolla della fondazione del monastero, cioè di entrare dodici volte l’anno, in detto monastero, et io pure procurerò altre licenze del Papa presente; come il breve del monacato, ma circa questo bisogna rassettare il Principe, et incamminarlo a negozi con la Principessa, della quale mi scrivono gran talento, et io stimo, che basterà un anno, e da poi torneremo alla santa solitudine, quale io amo più di ogni altro, e nostro Signore la consolerà, come lo prego continuamente. Circa allo stato presente del secolo, V. S. la mattina fatta la sua orazione, rappresenti ai piedi del Crocifisso tutti li negozi particolari, che le pare hanno da fare in quella giornata, e domandi il suo aiuto per indirizzarli bene, e poi il giorno operi allegramente nel nome del Signore, sfugga sempre ogni sollecitudine, anco nelle cose spirituali, perché la fretta imbarazza tutte le cose, procuri far tutto con pace, non confidi di se stessa, confidi tutta in Dio, né voglia altro che la sua santa volontà, e vedrà miracoli della divina provvidenza. La Casa grazie al Signore resta con buona entrata, e se bene vi sono debiti, V. S. con la sua prudenza veda d’accomodarli, e a me pare anco di vendere qualche cosa per allestirsi, perché è meglio poco e netto, che molto imbrogliato; la spesa delle nozze sia moderata, tanto più che il lutto non ricerca pompe. Dica a D. Ferdinando, che si ricordi quello che gli dissi più volte qui, cioè il santo timore di Dio, e la pratica di persone virtuose, e godo entri in una casa di signori devoti, particolarmente la Principessa santa, et il signor Conte del Comiso, che mi dicono essere signore assai diligente per la cura della roba; onde se ne può scrivere per consiglio, e guida.
In oltre le dissi tenesse ancora la modestia, e particolarmente due cose: una pretendere un punto meno di quello che può, e l’altro di spendere uno scudo meno di quello che ha. Il fratello Giuseppe Maria è tutto mio, V. S. se ne riposi, e spero nel Signore gran cose di lui, nel resto stia allegramente e scriva, e comandi tutto quello che occorre, che io sono obbligato a farlo; e se non risposi a quella lettera, che V. S. mi cenna, fu perché ella mi scrisse che le rispondessi, senza che lo sapesse il Duca, e a me pareva impossibile mandare lettere, che egli non l’avesse aperto; ad ogni modo opererò in lui quanto V. S. voleva, e cennai a V. S. ciò con farle dire del detto, che avrei detto una messa per lei, e il Duca mi rispose, che del negozio ne faceva pregare nel monastero. Ma il Signore che sapeva il tutto volle, che non s’ultimasse, acciò ora V. S. lo servisse con aiutare il Principe, e alla Casa. Saluto ad una per una, tutte le figliole, e a tutti benedico nel Signore come fo a V. S. e a tutti mi raccomando nelle sante orazioni. L’ora della Colonna.
Roma, 1 giugno 1669.
(1) Alessandro VII

top



1669 06 06 AGT ms. 234, f. 130 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

ignora ricevo le lettere di V. S. quali mi sono carissime e mi fa torto a dubitare, che io non risponda, perché io stimo obbligo a farlo, e atto di gran carità, e servizio del Signore; onde per farlo mi leverò il sonno dagli occhi, e il pane dalla bocca. Il pensiero di codesti signori di volere il Principe in Palermo, già me l’avvisa anco lo stesso Principe, e V. S. vedrà quanto gli rispondo.
Circa il suo pensiero della santa Casa di Loreto, hic et nunc non bisogna parlarne, perché intendo l’imbarazzo della Casa; V. S. sola, giovane, e poco sana, sarà un tentare Iddio, e poi queste vocazioni straordinarie il Signore le fa con modi straordinari, che quando lui vuole, le fa senza che noi li sappiamo. V. S. attenda, come io l’ho scritto per un anno all’aggiustamento della Casa, et indirizzo del Principe, e Principessa al governo della Terra, e maneggio della roba, e poi il Signore farà, che lo stesso tempo ci consigli; V. S. pigli per scopo delle nostre felicità la sola volontà di Dio, la quale la possiamo fare in tutti li stati, e quanto lo stato è più coinciso alla nostra volontà, tanto è più sicuro quello della volontà di Dio, né si attacchi alla riuscita dei negozi, ma maneggiarli, come vuole Iddio, e quando ha fatto questo, ogni cosa è fatta; in fine tutta la nostra vita sia una continua orazione, Fiat voluntas tua.
Saluto al signor D. Fortunato, e gli risponderò appresso, così fo alle nostre Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti preghiamo sempre il Signore. Fiat voluntas tua. L’ora della morte.
Roma, 6 giugno 1669.

top



1669 06 08 AGT ms. 233, f. 163 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Questa sarà solo per salutarlo, rimettendomi a quanto ho scritto per le passate, Mercoledì le mando il cambio a Bologna di scudi 10; spero a questa ora gli saranno capitati. Godo della purga fatta, e si perfezionerà in [detto] medicamento con prendere un poco di aria in villa col nostro cortese Padre Platamone. Nel resto nostro Signore lo benedica, e lo preghi per me.
Roma, 8 giugno 1669.

top



1669 06 15 AGT ms. 234, f. 131 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo particolare consolazione con le sue lettere a me e alla signora Duchessa, e benedico il Signore delle grazie ci fa e l’ho ringraziato particolarmente del beneficio della vocazione alla santa religione, nella quale non s’assaggia l’amaro assenzio del secolo, pregate il Signore che io non sia ingrato a tante grazie. Ho pensato bene per l’iscrizione della lapide, e ho scritto che mi avvisino quella scolpita, e che spazio resta vuoto, per aggiungerci qualche altra cosa. Ai signori Principi d’Aragona può scrivere ill/mi e ecc/mi, e così alla signora D. Leonora Tomasi e Naselli, Principessa di Lampedusa; V. R. scriva con fogli interi, e mezzo foglio di sopra la carta. Così quando scrive a me e alla signora Duchessa lettere lunghe può farle in foglio, o mezzo foglio, e poi con sopra carta separata, perché vengono più pulite, e pure sono religiose. Mi è piaciuta assai la devozione scrive alla signora Duchessa e l’orazione le manda Deus, qui nos Patrem etc., ma c’ho posto a tergo, che l’usino solo in privato, perché nell’ufficio pubblico non è lecito mutare le rubriche, e poi l’ufficio pubblico è a nome di tutta la Chiesa, né è bene dire, Deus, qui nos Patrem; se V. R. ama l’umiltà, le sarà grato questo avviso, come è anco grato a me, perché rifletto all’occasione ci da di merito. Le mando l’accluse, quali ho voluto leggere per sapere quello che occorre, perché siamo tanto lontani, che non bisogna aspettare avvisi d’avvisi.
Godo che il Principe stia occupato nei negozi, e l’ho scritto, che faccia tutto senza fretta, perché la soverchia sollecitudine strorpia anco le cose spirituali, e bisogna far le cose con passo, et una dopo l’altra, e mentre s’attende alla prima non pensare alla seconda, secondo quel detto: Age quod agis, e V. R. gli scriva sempre qualche buon documento.
Quello che scrive la signora Duchessa per la visita della santa Casa non mi pare negozio di una giovane, e sola. La meglio devozione può fare alla Madonna è attendere per un anno ad istradare nei negozi il Principe, e Principessa, della quale mi dicono gran talenti, e poi rinserrarsi nel santo monastero, e godersi Dio nella santa solitudine; V. R. rifletta a tutto, ne faccia orazione, e poi risponda con la frase, che il Signore l’ispirerà. Vi mando una lettera mi fa il signor Principe di Castelferrato, Marchese di Capizzi, Padrone dei nostri fratelli Castelli, e mio carissimo amico, et oggi è delle prime teste del consiglio di Palermo, godrà di quello che scrive del Duca, e della nuova Principessa. Il signor Card. Carpegna ha voluto un breve esercizio per i suoi Padri del suo Vescovato di Albano, ne ho fatto uno, e gl’è piaciuto così buono, e per dir, come dice S. Eminenza, tutto sugo, che l’ha fatto stampare, gliene mando una copia.
Roma, 15 giugno 1669.
Aspetto la lettera di suor Maria Serafica, e può lasciare la fatica di copiare, perché veramente questo mi pare quasi tempo perduto, e io la conserverò, e la farò copiare d’altro. Per gli scritti di suor Maria Crocifissa V. R. se l’intenda, come fo io al confessore, perché con esse bisogna mostrare disprezzarle, e non farne conto; sono cose delicatissime, bisogna attendere sempre sul sodo dell’umiltà. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi per me.

top



1669 06 22 AGT ms. 233, f. 164 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo le lettere di V. R. con quelle del Principe, del quale anco le mando l’acclusa. La lettera di suor Maria Serafica, V. R. sbagli una per l’altra, rimando questa, e mi mandi l’altra, della quale io farò copia, e poi anco la rimanderò. Mando le cartuccie che V. R. mi domanda, e preghi nostro Signore che io me ne approfitti. Non voglio lasciare di avvisarle, come il Padre Oliva generale della compagnia ha applicato 600 Messe, e 600 corone per l’Anima della b. m. del signor Duca, sia per sua consolazione. Mi pare averle mandato una lettera del Padre Maggio, che faceva a me, e comune a lei in questa occasione del Duca morto, con grandissima espressione del suo affetto, e che avrebbe mostrato ciò nell’opera che ha da stampare con la memoria della virtù di quello, è bene V. R. ne ringrazi. Per il Lucidoro non ho fatto diligenza, e la fo; ma è così antiquato, che bisogna trovarlo tra qualche libraio a piazza Navona per caso, ove si trovano quei libri vecchi. Riverisco il Padre Platamone, e mi avvisi se le sono capitati i dieci scudi per via di Bologna. Nel resto nostro Signore lo benedica e lo preghi per me.
Roma, 22 giugno 1669.

top



1669 06 29 AGT ms. 233, f. 165 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. con l’acclusa per la signora Duchessa, e Principi di Aragona, quali tutte mi sono piaciute, ma questa ultima e particolarmente quella alla signora Principessa di Lampedusa l’avrei voluta più spirituale, V. R. abbia per regola generale in tutto e particolarmente nelle lettere, che sono cose che restano, mostrare sempre il carattere di religioso, e se osserverà bene questa regola, si libererà della ripugnanza [che] tiene a queste lettere, e le farà con meno stento, e per utile suo, e dei prossimi; V. R. legga la particella 128 del predicatore del Panigarola, che tratta di questa materia, ed è veramente aurea, e se la nota nella sua selva, ma più nel cuore. Mi è piaciuta anco la forma scrive alla signora Duchessa sopra questo viaggio esser un’altra ragione, perché questi pensieri in queste sue angustie le danno, qualche sollievo, o almeno divertimento e così omnia cooperantur in bonum.
La canonizzazione del nostro Beato spero sarà per la prima solennità di canonizzazione, ma questo tempo non sarà così breve, che non vi passano alcuni anni, però ella attenda agli studi ordinari di filosofia, lingue, e retorica, che sono la base di tutta la scienza. La figura pensava di mandarle con la venuta del Padre generale, ma non sarà, se non dopo la rinfrescata, attenderò se vi fosse buona comodità. Vi mando un’operetta assai devota, che me l’ha mandata il santo Marchese di Pianezza, che ne è stato il traduttore, questo è il libro, dove studiava S. Bonaventura, e S. Paolo, che diceva non saper altro: nisi Jesum Xtum, et hunc crucifixum, questo sia il nostro libro, e il termine della nostra lettera.
Roma, 29 giugno 1669.
Da Sicilia con questa posta non sono venute lettere.

top



1669 07 06 AGT ms. 234, f. 133 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Mando a V. R. l’accluse venute da Palma, e le mando anco le lettere che mi fa il Principe per godere del pensiero tiene dell’aggiustamento della Casa. Per l’andata in Palermo gl’ho scritto che aspetti l’avviso di quello avrà operato il Padre D. Giovanni La Rosa, che spero nel Signore avrà aggiustato tutto, e poi noi non possiamo discorrere del fatto, senza sapere tale risoluzione, per non mettere, come si suole dire: il carro avanti ai buoi. In tanto preghiamo nostro Signore ci guidi con la sua santa grazia, e confidiamo in lui, che mai ci abbandonerà, come ne teniamo infinite esperienze. La lettera che desiderava è quella, dove tutta è piena del santo amore, e spiega quelle parole: cantate Dominum canticum novum, che a me pareva fosse di suor Maria Serafica, ma a tal contrassegno ella non potrà sbagliare. Al Padre Oliva donai io l’avviso della morte del Duca, con il quale egli teneva conoscenza per lettere, e anco per relazione del Padre rettore di Naro; anzi egli fu uno dei principali mezzi, che io tenni per la signora Duchessa entrasse in monastero.
Ringrazio assai il fratello Bonelli della memoria che tiene di me, e me li raccomando all’orazioni, come fo al Padre Platamone, e fratello Galletti.
Roma, 6 luglio 1669.

top



1669 07 13 AGT ms. 234, f. 134 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. con quella per il signor Principe e Padre Maggio, quali invierò tutte con questa posta.
Mando l’accluse venute da Palma, e ringraziamo il Signore che si abbia aggiustato il negozio dello stato di Palermo, che è stata in buonissima forma, né io avrei saputo consigliarle altro; V. R. ringrazi con parole generali la signora Duchessa dell’offerta le fa, e le può dire che l’è stata carissima, perché avendo noi costituzioni di non poter domandare, ora nell’occasioni si varrà di questa sua spontanea liberalità, né bisogna ricusar questa, perché a questo non ci obbliga la nostra regola. Le mando una medaglia dei nuovi Santi con la rubrica di Indulgenza, nei quali il santo Pontefice è stato benigno, liberale.
Ringrazio il fratello Bonelli del saluto, e me li raccomando alle sante orazioni, come fo a V. R. e nostro Signore lo benedica. Roma la vigilia del mio S. Bonaventura e se nel Breviario greco vi è qualche bella colletta me la mandi, e stimo di si, perché li greci sono devotissimi al Santo.
13 luglio 1669.

top



1669 07 13 AGT ms. 233, f. 167 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

icevo le lettere di V. S. e ringrazio nostro Signore dell’aggiustamento fatto per lo stato del Principe in Palermo, privatamente in Casa del signor Principe di Aragona sino a primavera, che è stata risoluzione ottima, né io poteva consigliarle cosa migliore, e a quel tempo poi piacendo al Signore troveremo ben modo di stabilirli costì di stato, bastando una volta l’anno far qualche corsa in Palermo in Casa del signor Principe; dico questo perché bandirli sul principio affatto da Palermo gli sarebbe molto duro. Voglio avvertire a V. S. che l’andata sia passato Settembre, anzi aspettare che siano venute le piogge, e rinfrescato il tempo, e con consulta dei signori medici di Palermo per non patire mutazione di aria, che è pericolosissima, e qui se ne fa gran conto. Questo è interesse comune, anco di quei signori, onde non vi sarà difficoltà. Circa il suo stato già io dal bel principio l’avevo designato per un anno, come gli scrissi; V. S. travagli allegramente, e si assicuri, che fa un gran sacrificio al Signore perché oltre alla negazione della volontà, vi è la carità grande verso il figlio, la Casa, e la Terra, che tutte sono cose del Signore ed io l’assisterò continuamente con le orazioni nella santa Messa; V. S. confidi tutto in Dio, e sua SS.ma Madre, e vedrà miracoli della sua divina provvidenza. Ringrazio infinitamente della larga, e benigna offerta che mi fa, affetti della sua virtù senza mio merito, e me ne varrò niente meno [come] faceva la b. m. del Duca, quale pure si era esibito a nome di V. S.; onde queste sue grazie non sono nuove, Iddio e la sua SS.ma Madre pagheranno tutto. Mando a V. S. otto medaglie dei gloriosi Santi, S. Pietro d’Alcantara, e S. Maria Maddalena dei Pazzi con le rubriche dell’indulgenze, che sono grandissime. Una per V. S., una per il Principe, suor Maria Serafica, suor Maria Maddalena, e suor Maria la mia Crocifissa (dico mia perché io ci detti tal nome) l’altro per Alipiina, e due le può mandare alla signora Principessa sposa, e Principessa madre, e ci mandi le rubriche ma se ne tenga copia, et appresso per via di mare ne manderò quantità per le nostre Mariane, Minimi, Orfanelli, e altri di Casa ai quali tutti mi raccomando nell’orazioni, e a tutti benedico nel Signore.
Roma, la vigilia del mio S. Bonaventura, l’ora della licenziata, l’anno 1669.
Io ho cercato di scrivere quanto più chiaro ho potuto, pure se sarò anco oscuro l’avvisi, che pregherò qualcheduno, che mi scriva, sono tanto imperfetto, che nemmeno so formare caratteri.

top



1669 07 25 AGT ms. 234, f. 135 autog. (A D. Ferdinando Tomasi e Caro, Duca di Palma e Principe di Lampedusa, suo nipote)

icevo le lettere di V. S. del 19 e 27 con avviso del miglioramento della signora Duchessa, e prima della consulta pensavano fare con il Padre Maggio; godo di tutto, e come io scrissi per l’altra ho certa fede nel Signore si farà accertato il suo santo servizio, e quando avremo questo, avremo tutto; V. S. si fermi con la signora Duchessa su questo punto, ch’è il centro di ogni nostra felicità, così ne prego il Signore istantaneamente. Benedico la Tonnara e tutti li nuovi edifici e fabbriche, e V. S. non lasci di farci dipingere questi buoni pescatori dei santi Apostoli, che al comando del celeste maestro laxabant…. Le mando altri tre fogli del signor Cardinale e le raccomando la seconda parte del secondo capitolo del secondo libro, ove tratta della necessità della santa orazione, che veramente è miracolosa. Detto signore le manda la medaglia di questo anno del Papa, dal quale egli l’ha avuta, solendo i Pontefici ogni anno fare una medaglia con qualche loro azione, e la danno ai loro amorevoli. Infine il signor Cardinale le partecipa tutto il suo pregio, la lettera per le dimissioni per D. Paolo Modica è stata bisogno rifarla, e per averla questa sera, e perché io vado a cena con il signor Cardinale lascio ordine al portinaio, che venendo, le faccia una sopra carta, e la mandi a V. S., al quale con la signora Duchessa, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli benedico nel Signore e tutti lo preghino per me.
Roma, 25 luglio 1669.

top



1669 07 27 AGT ms. 234, f. 136 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Ringrazio V. R. della devozione di S. Anna, e godo della traduzione fa in queste vacanze, e il pensiero tiene di tradurre tutte le cose sacre greche, e l’ho dato al Padre Silos, che si diletta di questa lingua, e gli piace molto, e qui con la grazia del Signore con la sua consulta, e di altri periti potrà eseguire una assai buona fatica; preghiamo nostro Signore guidi il tutto secondo il suo santo servigio. Le mando l’acclusa della signora Duchessa, e lo benedico nel Signore, al quale mi raccomandi sempre.
Roma, 27 luglio 1669.
Quel Patrum Dei può dire Parentum, e sono formule greche, et lato modo.

top



1669 08 10 AGT ms. 234, f. 138 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Con la posta passata non vennero lettere di Sicilia, però non scrissi, ora le mando l’accluse, e rispondo anco all’ultima sua; e prima farò ogni diligenza per le croci di Caravacca, e spero l’avrò. Ma per l’indulgenze dicono tante gran cose, che io non ci credo niente, e essendomi capitata una stampa di Spagna, con una nota tanto stravagante di questa indulgenza, che io la donai ad un principale ministro della nuova Congregazione delle indulgenze, acciò ordinassero che non si permettessero queste stampe, mi è parso avvisarlo a V. R., perché: veritatem quaerimus.
Circa il legato lasciatole dalla b. m. del Duca, V. R. scriva alla signora Duchessa, che per curiosità vuole vedere le precise parole del capitolo del testamento sopra ciò, perché della forma che lui l’ha disposta resta vedere il dubbio che ha mosso V. R.. Qui il nostro santo Padre ha voluto fare a sua festa con un solenne miracolo in persona del figlio del signor Duca Cafarelli infermo da 30 giorni, e quasi moribondo; l’apparve il Beato la notte antecedente alla sua festa, gli disse che si alzasse che era sano, e di farci lo stesso giorno in Sant’Andrea con stupore di tutta Roma e di già se ne farà processo, e spero che sarà l’ultimo impulso per la sua canonizzazione, l’avviso per sua consolazione e per raccomandare tutto al Signore nostro, e lo preghi anco per me.
Roma, 10 agosto 1669.

top



1669 08 17 AGT ms. 234, f. 139 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Mando a V. R. l’acclusa del Principe, quale si legge volentieri per esser capace meglio dei negozi, e godere della brevità, e chiarezza nello scrivere. Mando la croce di Caravacca, che sebbene non è della grandezza la lei segnata, è però severissima che è quel importa; e se appunto ne potrò avere più grande, gliele manderò. Nel resto la benedico nel Signore e lo preghi per me continuamente.
Roma, 17 agosto 1669.

top



1669 09 07 AGT ms. 234, f. 143 autog. (Al Duca di Palma, suo nipote)

. R. ringrazi il Signore della grazia grande ha fatto alla signora Duchessa. Il sommo Pontefice, per la quale io fui ai suoi SS.mi piedi, e mi ha favorito più di quello sperava. Ne gli mando copia del Breve, et ho scritto alla signora Duchessa, che ella starà con un piede nel secolo, e con l’altro nel monastero; le mando anco una lettera della signora Duchessa per vedere le grazie maggiori le fa il primo, e sommo divino Pontefice Gesù Cristo. Io l’ho scritto, che dorma allegramente unita al suo Dio, né si affatichi, con l’intelletto, il quale con suoi discorsi cammina e conseguentemente allontana da Dio l’Anima, che gli sta unita. Benedictus Deus. V. R. mi rimandi il Breve e la lettera, né di essa ne faccia motto con la signora Duchessa, ma ne goda, e ringrazi il Signore il quale prego a benedirla, et a me conceder grazia di cominciarlo a servire.
Roma, 7 settembre 1669.

top



1669 09 07 AGT ms. 234, f. 144 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

l Principe mi scrisse, che procurassi qualche altra licenza per V. S. entrare nel monastero. Io non ho scritto più sopra ciò, perché le cose bisogna prima farle, e poi dirle. Sono stato per ciò ai piedi di nostro Signore, il quale con somma benignità mi ha concesso grazia che V. S. insieme con Alipia possa entrare sei volte l’anno nel monastero, e per ogni volta pernottarvi per cinque giorni; e questo si intenda oltre le dodici volte concessele da Papa Alessandro. Onde V. S. si può dire, che stia con un piede nel secolo, e con l’altro nel monastero. Me ne rallegro con V. S. e con tutte le figliole, e tutti rendiamone sempre grazie al Signore e preghiamo per il santo Pontefice veramente Clemente, che ci ha fatto una grazia tanto singolare, che non poteva far più ad una Duchessa di Modena. Mando la copia del Breve, perché l’originale lo mando al signor canonico Giandaidone, acciò lo faccia eseguire in Palermo, e poi lo mandi a V. S.. Godo molto delle sue lettere, e della chiara, e distinta relazione mi dà del suo stato, e ringrazio nostro Signore dei favori le fa, V. S. attenda, attenda a star quieta, e dormire nelle sue SS.me braccia, né si affatichi con l’intelletto, perché sarà un voler impedire quello opera il Signore. L’intelletto con il discorso sempre cammina. Onde quando l’Anima sta unita con Dio, se l’intelletto vuole camminare con il suo discorso, bisogna si allontani da Dio, V. S. si stringa con lui, et ha fatto tutto. V. S. mi avvisi, se i 4 Breviari che vuole per le figliole, vogliono essere dell’ufficio monastico, o pure romano; e se li vogliono leggeri, se potranno pigliare in due tomi, semestri, o in 4 trimestri, sebbene il carattere sarà piccolo, V. S. avvisi il loro gusto. Saluto la mia Crocifissa, ma come la vogliamo chiamare Crocifissa, se non tiene pene e croci? Stiamo allegramente che il crocifissore è il nostro amatissimo divin Crocifisso. Saluto anco tutte l’altre figliole, et il Principe, con cui questo è comune, che servirà per quanto mi scrive, e gli risponderò al mio solito con gl’effetti; e nostro Signore li benedica tutti insieme con le Mariane, Minimi, et Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Roma la vigilia della natività della gran Signora 1669.

top



1669 09 11 AGT ms. 233, f. 170 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Mando a V. S. l’acclusa della signora Duchessa, e abbiamo sempre occasione di ringraziare Dio benedetto delle grazie singolari [che] fa a tutti. Circa lo studio di costà, non ho avuto tempo di parlare con il Padre generale, che sta occupato con visite di licenze, e oggi è giornata di scrivere, lo farò appresso; ma già V. R. sa il sostanziale, come le ho scritto da principio, intanto nostro Signore lo benedica, e me li raccomandi caldamente nelle orazioni.
Roma, 11 settembre 1669.

top



1669 09 14 AGT ms. 234, f. 145 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

icevo le lettere di V. S. con il piego del fratello Giuseppe Maria, e mi sono assai consolato delle grazie grandi, che il Signore ha fatto, e fa al Duca, et a tutti, e ne ringrazio continuamente la Sua Divina Maestà, pregandolo a non mi fare morire ingrato alla sua somma beneficenza. V. S. può mandare le lettere che scrive al fratello Giuseppe Maria a parte, come faceva il signor Duca, perché così si sparagna la fatica di replicare li negozi, e con un viaggio fa due servizi e lo stesso può dire al Principe, se bene spero, che il fratello Giuseppe Maria dopo le feste del santo Natale verrà a questo studio di Roma, e le lettere saranno comuni.
Voglio pregare V. S. che quando il Principe va in Palermo, che credo stia in procinto le dia la cura della Torretta, per esercitarlo nei negozi, e gli dica che da questo principio bisogna farsi onore, e cercare d’avanzare quella terra, et anco l’entrate con cercare di far coltivare, e fruttare bene i terreni; e se bene egli è giovane non pratico, ad ogni modo avrà il consiglio del signor Principe d’Aragona, e del signor Conte di Comiso, che intendo, sia assai curante alle cose, e cura dei suoi stati; e sopra tutto trovi ministro fedele per soprastare ai negozi, e stia sulla penna, facendo scrivere ogni minuzia, perché qui non si perde, che carta, ma si può guadagnare assai di sostanza. In oltre prego V. S. ad ordinare che di settimana in settimana se gli avvisano i negozi di Palma, cioè l’affitti, e minutamente tutto quello che V. S. va operando, perché così insensibilmente si va impadronendo dei negozi, e poi quando ritornerà, non sarà uomo nuovo; e per fine gli ricordi di leggere di quando in quando l’istruzione le fece il signor Duca per il suo viaggio, che anco le servirà in Palermo, e così pure quello l’ha scritto il fratello Giuseppe Maria, et anco io; né bisogna scrivere nuove cose, ma osservare, e praticare le già dette. Prego nostro Signore a perfezionare tutto con la sua santa grazia, perché da noi non possiamo niente, e siamo niente. Non rispondo al signor Principe, perché non c’è cosa di particolare, e voglio che questa le sia comune, e comunicata da V. S. per farle maggiore impressione. Godo, che V. S. e le nostre monache gustano dei fogli delle nostre meditazioni, e di già ho detto allo stampatore di mandarmeli, e se questa sera verranno a tempo, le manderò, quando che non per la settimana seguente. Le mando un libretto per l’orazione tutto d’oro, V. S. lo leggerà con gusto grande, breve, chiaro, e tutto frutto; se bene V. S. non si parta dalla sua orazione, né voglia altro maestro, che lo Spirito Santo, e questi libretti servano per quando manca la manna, che cade dal Cielo, né V. S. lo faccia praticare alle nostre monache, senza consulta del Padre D. Fortunato perché la prima regola dello spirito è il Padre spirituale. Io sopra questa orazione di quiete scrissi una lettera stampata negli Aforismi dell’Amor di Dio di S. Francesco di Sales. V. S. lo confronta con questo libretto che tutti danno nello stesso, e cioè che questa elevatissima e sicurissima orazione consiste in uno sguardo amoroso al nostro Dio. Gustate, gustate, et vedete. Benedico tutti, e tutti preghino sempre per me.
Roma, 14 settembre vigilia della santa croce 1669.

top



1669 09 21 AGT ms. 234, f. 147 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Il Padre generale si partirà la settimana seguente per codesta volta, et al ritorno della visita mi ha detto che chiamerà V. R. in Firenze, per condurlo qui, e mi ha soggiunto, che sarà dopo Natale, et a tempo opportuno, che costì sarà finito lo studio, e fatto l’esame, preghiamo nostro Signore indirizzi tutto per suo santo servizio. Le figure non posso mandarle con il compagno del Padre generale perché sta impicciato di robe, procurerò altra comodità. Da Sicilia questa settimana non sono venute lettere, manderò la sua alla signora Duchessa, della quale non è capitata lettera, cenna il signor Principe, sarà stato forse sbaglio non mandarla. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me. Roma, 21 settembre 1669.

top



1669 09 28 AGT ms. 234, f. 148 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

a settimana passata non vennero lettere di V. S., e però lasciai di scrivere. Con questa posta ne ricevo una piena dei santi sentimenti. Nostro Signore la benedica sempre. Stiamoci sempre in braccio della sua SS.ma volontà, né cerchiamo altri gusti, né orazioni, né perfezioni. Bella cosa signora il nostro negozio consiste, et è finito tutto in una parola: fiat voluntas tua, non soggiungo altro, perché sarebbe guastare il fatto. Mando il primo foglio del quarto tomo delle nostre meditazioni, nel quale si considera la passione del Signore nella sua nascita e fanciullezza, V. S. mi avvisi quelli che mancano del terzo stato, nel quale si considera la passione nel ventre della Beatissima Vergine che gliele manderò, et appresso continuerò a mandarli questi seguenti fogli per consolazione sua e dei nostri buoni figlioli, quali voglio, che quando il Signore gli comunica qualche buon sentimento sopra questo, me l’avvisino; ma non voglio che lo procurino, come si suole dire a studio, e forza di braccia, ma solo l’attendano dalla divina misericordia. Circa il sepolcro del Duca già le ho risposto, e per quello tocca a quelle benedette ossa, basta farle una buona cassa di cipresso, né si può, né deve provare altro. Per la monaca di Cammarata, io dico in confidenza a V. S. che a me non piace pigliare monache di altri monasteri, perché sempre restano con quelle prime loro impressioni, et io vorrei, che tutte le nostre monache fossero allattate con lo spirito, che il Signore ha comunicato a codesto nostro monastero. Pure ogni regola ha la sua eccezione, per quando si trovasse qualche gran spirito, ma bisogna provarlo a lungo, et assai bene. Mi rimetto però alla sua prudenza, e farò sempre quello che ella mi comanderà. Con questa posta mando un cambio di 100 scudi al signor canonico Giandaidone per le spese avvisate, come V. S. e signor Principe mi hanno favorito scrivere. Al signor Principe non scrivo a parte, perché non ho cosa particolare, V. S. gli parteciperà questa, lo benedico nel Signore come fo alle figliole, et a tutti mi raccomando nell’orazioni, come fo alle nostre Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti.
Roma, 28 settembre 1669.

top



1669 09 28 AGT ms. 233, f. 172 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Mando a V. R. l’acclusa, e avremo sempre occasione di ringraziare il Signore della edificazione, et esempi ci danno i nostri buoni parenti. Io già ho scritto, acciò il signor Principe in questo stato di Palermo si faccia onore con attendere ai negozi della Torretta, per poi trovarsi pratico in quel del ritorno di Palma, V. R. gli scriva quello le parrà ma sempre per ragioni, e non per imperio, perché l’uomo difficilmente si lascia legare da altri, che da se stesso. V. R. più volte mi ha replicato le sue afflizioni, io sempre l’ho raccomandato al Signore come fo, ma voglio dirle una parola, che forse con essa il Signore vi aprirà l’intelletto e vi lenirà, o allieterà tutto; se voi avrete vera conformità alla volontà del Signore e vi rassegnaste totalmente, a quella non direste mai più, che teneste afflizioni, ancorché tutto l’inferno si scatenasse contro di voi; così vuol Dio, né c’è più male, né bisogna pensare ad altro, e se vi pensate, è segno che non siete ben rassegnato, e se non volendoci pensare, vengono i pensieri, non li curate, così vuole Iddio, saluto tutto. Dio lo benedica.
Roma, 28 settembre 1669.

top



1669 10 12 AGT ms. 234, f. 149 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Con la posta passata non scrissi, perché non vennero lettere di Sicilia, neppure ne sono venute questa settimana, credo siano stati affaccendati per il viaggio di Palermo; ad ogni modo V. R. non lasci di scrivergli qualche lettera, perché gli sono di consolazione, e poi sempre è bene per dargli qualche incentivo alle cose spirituali, perché poveri secolari hanno sempre di bisogno dello sprone. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me per fare in tutto, e per tutto la sua SS.ma volontà.
Roma, 12 ottobre 1669.

top



1669 10 19 AGT ms. 234, f. 150 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Con questa posta sono venute lettere della signora Duchessa solamente per V. R. credo avranno sbagliato le nostre, però ho letto le sue, e ringrazio il Signore la passano tutti bene. Circa il capitolo del testamento della b. m. del signor Duca V. R. lo conservi, che qui poi consulteremo: quid agendum. Farò diligenza per il Narciso Alfano, et avviserò, se si trova, et il prezzo, ma la difficoltà sarebbe recapitarlo costì, e già V. R. l’ha praticato, perché è tanto tempo, che non mi ha potuto mandare la vita del Padre Gio: della Croce, da me desiderata. Nostro Signore lo benedica, e preghi sempre per me.
Roma, 19 ottobre 1669.

top



1669 10 26 AGT ms. 234, f. 151 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Ringrazio V. R. della nota dell’orologio greco nel giorno di S. Luca, e gliela pago con mandarle una devozione, che ho fatto a questo glorioso Santo protettore del nostro Natale, pregatelo che mi esaudisca, come io lo prego. Godo delle devozioni il Padre Ribera l’ha mandato del mio S. Carlo, e della devozione, che ella tiene di andare a riverire il suo sacratissimo corpo, e mi pare ottima la congiuntura dell’andata di codesto rev/do Padre preposito in Milano, al molto rev/do Padre generale, può conferire tutto con detto Padre preposito per trattarne con il Padre generale, il quale disporrà quello le parrà, sia maggior gloria del Signore e per le spese dirà al Padre preposito che faccia tutto lui, che poi puntualmente sarà compita. Mando l’acclusa, e nostro signore lo benedica, e lo preghi sempre per me.
Roma, 26 ottobre 1669.

top



1669 11 02 AGT ms. 234, f. 152 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello. Dal signor Battaglia computista del signor Cardinale d’Este, le saranno pagati fino a casa scudi dieci. Il libro della vita del Venerabile Fra Gio: della Croce lo può raccomandare in Bologna, acciò me lo mandino con la posta, che vi sarà poco porto. In Napoli il signor Viceré ha fatto una gran festa al glorioso S. Pietro d’Alcantara, e particolarmente una solenne processione, per la quale si sono fatti altari per tutto; avanti la nostra Casa di Loreto nella strada Toledo, ne ha fatto uno il signor Marchese del Vasto nostro amorevole, e ne ha tenuto cura il Padre Maggio, ne le mando la relazione in stampa, che le sarà di molta consolazione; nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me.
Roma, 2 novembre 1669.

top



1669 11 02 AGT ms. 234, f. 153 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

icevo le lettere di V. S. et ho goduto molto, e ringraziatone umilmente il Signore di quello che scrive al fratello Giuseppe Maria la nostra Serafica attorno alle belle galanterie si trovarono nel gabinetto del signor Duca, e ne ho lacrimato per allegrezza, sperando che quel sangue sia oggi convertito in splendori di gloria. Lo stesso ho fatto per i buoni portamenti del Principe, e che segua la via di suo Padre. Signora queste sono grazie tanto singolari, che dovremmo spendere tutte l’ore in ringraziamenti, ma il meglio ringraziamento è ricevere allegramente tutte le cose contrarie che ci manda il Signore; anzi, che questi sono le maggiori grazie, quali noi dovremmo più stimare, e i Santi che le conoscevano, non bramavano altro. Così Teresa: aut mori, aut pati, o morire, o patire, e con questo desiderio noi siamo fatti padroni del mondo, dell’avversità, e di noi stessi. Ho veduto quello che V. S. scrive delle lettere del Padre D. Emanuele, e mi meraviglio, come per quella lettera scrive a me, et io mandai al Principe non cenna, né anco in parte tal cosa, prego nostro Signore e speriamo in lui, che: omnia cooperantur in bonum. Procurerò i Breviari monastici, che manderò con prima comodità, mando le meditazioni, che sono il fine del quarto mese, et appresso verranno quelli dell’altro. Nostro Signore la benedica con le figliole, e tutti preghino sempre per me, e mi raccomando alle Mariane, Minimi, Orfanelli e tutti.
Roma, 2 novembre 1669.

top



1669 11 05 AGT ms. 234, f. 154 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

icevo le lettere di V. S. et ho goduto molto di quello che scrive la nostra Serafica al fratello Giuseppe Maria dei buoni portamenti spirituali del Principe, e spero, che continuerà in Palermo; perché la signora Principessa d’Aragona è spiritualissima e pure mi dicono, che tutta la Casa è devota, pure non mancheranno di raccordarlo con lettere, e sopratutto con l’orazioni, perché queste sono cose, che si hanno da procurare dal Cielo, che per via umana. Ringraziamo il Signore che ci ha dato questi buoni principii, che sono insoliti nei giovani, et il Signore che ha cominciato l’opera, la perfezionerà. Confidiamo tutto in lui, e farà tutto lui. Mi è piaciuto assai l’affitto della Torretta, e Colli, e lo stimo utilissimo per la Casa, et io in tanto scrissi di applicarci il Principe, perché credeva non fossero affittati; e basterà ora attendere all’avanzo del vassallaggio, et assistere, e sopra intendere ai negozi, e liti, che non mancheranno. Mi è piaciuto assai l’esempio che V. S. mi dà del suo stato spirituale, cioè del gioco di tira, et allenta; e per consolazione di V. S. voglio dirle una bella sentenza, soleva dire il mio S. Carlo, cioè che non era il maggior segno d’amor di Dio il morire per Dio; questo detto pare un enigma oscuro, ma il Santo la dichiarava così, chi muore per Dio, va a godere Dio; ma chi lascia l’orazione e contemplazione di Dio, per servire Dio nelle cose temporali, questo è pena peggiore della morte, e così è maggior segno d’amore di Dio, mentre per la sua volontà accetta tal pena.
Dunque signora allegramente perché ella serve più Iddio in questi imbarazzi del mondo, non voluti da lei, ma mandateli da Dio, che se pigliasse il martirio, o morisse per Dio. Tanto che V. S. non ha occasione di querelarsi, ma di godere, e ringraziare Dio delle grazie che le fa, questo è un punto di meditazione che ci fa diventare Paradiso ogni punto e V. S. se ne serva per rimedio in tutte le contraddizioni, et angustie; diamo in questo gusto a Dio, non c’è più niente, avremo conseguito quello che desideravamo. Nostro Signore le farà intendere meglio quello che io né meno rozzamente ho saputo scrivere. Un pezzo fa, mandai al Padre D. Fortunato un libretto del Banco spirituale, né n’ho tenuto risposta, V. S. lo faccia avvisare, perché se si fosse smarrito, ne manderò un altro, perché è un’operetta assai bella, e fruttuosa. Mando alle nostre Mariane una bella festa fece fare una volta alle sue monache santa Maria Maddalena de’ Pazzi, la quale io l’ho avuta manoscritta dalle sue stesse monache di Firenze, e non va fra l’opere stampate, spero le sarà di molta consolazione e potranno fare qualche bello esercizio ad imitazione di questo della Santa. Non le mando il foglio delle nostre meditazioni, perché voglio che attendano tutte a questo scritto, e nelle cose dello spirito basta una cosa, ma buona fatta. Nostro Signore la benedica con tutte le figlie, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti preghino per lo santo Amore, amore, amore. Roma, la vigilia del B. Andrea 1669.

top



1669 11 05 AGT ms. 234, f. 155 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Mando l’acclusa venuta da Palma, et ho goduto molto di quella della nostra Serafica, quelle galanterie trovate nel gabinetto del Duca, mi hanno cavato le lacrime per tenerezza, e mi è piaciuto in sommo il buon principio spirituale del Principe, che in un giovanetto non si può desiderare di vantaggio, e spero che in Palermo continuerà, e si avanzerà, perché va in una casa spiritualissima; V. R. l’assista con lettere, ma sempre con dolcezza, e principalmente con l’orazioni, perché questi sono negozi, che vengono tutti dal Cielo; e Dio che ha cominciato perfezionerà l’opera. Tutti, tutti a Dio, a Dio. Roma, la vigilia del nostro santo vecchio B. Andrea 1669.
Alla signora Duchessa ho scritto una lunga lettera, spero ne sarà consolata; V. R. le scriva, che confidi in Dio, né altro bisogna fare, e vedrà l’effetti di quella somma provvidenza.

top



1669 11 16 AGT ms. 234, f. 157 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

icevo le lettere di V. S. e in prima voglio farle un’amorevole correzione, perché la vedo troppo sollecita della salute mia, e del fratello Giuseppe Maria. Signora quando noi facciamo la volontà del Signore sempre stiamo bene, e però potendo noi sempre fare la volontà del Signore manca sempre per noi a non star bene. Si fermi su questo, né sia più sollecita d’altro. Ricevo lo scritto della mia Crocifissa, lo vedrò con agio e V. S. faccia continuare a mandarmi tutto quello che segue. La settimana passata le mandai l’apparecchio per il santo Natale di S. Maria Maddalena de’ Pazzi, ora le mando un’operetta stampata nuovamente della detta Santa, che sarà assai opportuna per le nostre monache, e buone Mariane. Non mando il nostro foglio delle meditazioni, per godere meglio questa operetta.
Le mando l’acclusa del Padre D. Emanuele, e dice che la nuova spesa è una bagatella, onde io sono entrato in pensiero, che costì si fosse sbagliato, altrimenti è una sua gran semplicità, et io ho scritto a V. S. e prima scrissi al Duca, che egli è assai buono religioso, ma non pratico. V. S. fa bene a non voler pagare tanta gran somma, e nel resto guidi il negozio con il dovuto decoro, e cautela, che seguirà tutto con il buon consiglio del signor Principe d’Aragona. Prego nostro Signore faccia seguire tutto in suo santo servizio e V. S. si rimetta tutta a lui, che vedrà sempre gl’effetti della sua divina provvidenza. Non tengo lettere del Principe, e i tre suoi cappelli che mi ha ordinato, già l’ho commessi al signor Abate Astuti, che è affezionatissimo e diligente. Nostro Signore la benedica con le figlie, e tutti preghino sempre per me, come fanno le Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti amiamo Iddio, amiamo Iddio non altro.
Roma, 16 novembre 1669.
Credo avremo Vescovo di Mazara il nostro Padre Cicala, e l’avremo Superiore nella Torretta, lo raccomandino tutti al Signore.

top



1669 11 23 AGT ms. 234, f. 159 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

icevo le lettere di V. S. e godo molto, che il foglio delle meditazioni sia venuto appunto quello toccava. Ora le mando il primo del quarto stato, e tomo, e così seguiremo ordinatamente e ne aspetto li sentimenti delle nostre monache per mezzo del loro Padre spirituale, con il quale devono comunicare tutto, e questa sottomissione è la vera umiltà; e nel resto mi piace assai la loro mutezza. Lo scritto mi manda del signor Duca è un compendio dell’introduzione alla vita devota di S. Francesco di Sales, e credo sia assai bello per esser scritto più con il cuore, che con la mano, e procurerò di trarne copia, se potrò, et io resto consolatissimo di questa fatica in un Signore tanto pieno di negozi, et accuso la mia pigrizia. Veramente quella operetta del Santo di Sales dovrebbe esser sempre letta, et almeno una volta l’anno, come mi scriveva lo stesso Duca, e desidererei che lo stesso facesse il Principe, perché questo solo libro basta a felicitare un uomo in terra, e poi farlo santo in Paradiso. Farò ogni diligenza per la licenza di potere entrare la nostra Principessa nel monastero, tanto più, che intendo esser devotissima, perché altrimenti io non lodo certe visite di complimento. Signora tutto il nostro pensiero ha da essere al profitto spirituale, tutto il resto è vanità. Dio, Dio non altro.
Roma, 23 novembre 1669.
Mi raccomando, e ricordo all’orazioni delle nostre Mariane, Minimi, Orfanelli, e benedico tutti nel Signore.

top



1669 11 30 AGT ms. 234, f. 158 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

ando a V. S. l’acclusa del fratello Giuseppe Maria, et anco una nota delle cause che vi vogliono per aver dispensa per potersi ordinare: in tribus diebus festivis, acciò V. S. se ne serva nell’occasione che vuole simili Brevi, e di presente mi avvisi quale di queste cause tiene il chierico Gallo, perché senza una d’una di queste, non si può spedire il Breve. Ieri si è fatta promozione di sette Cardinali: Mons. Nerli, Arcivescovo di Firenze; Mons. Altieri, Vescovo già di Camerino; Mons. Cerri, auditore di Rota; Mons. Acciaioli, auditore della Camera; Mons. Pallavicino decano della medesima Camera; Mons. Buonaccorsi, tesoriere; et il Padre Bona, Abate di S. Bernardo. Di più ha dichiarato per il Cardinale già nominato per Spagna Mons. Porto Corriero. Il Padre Bona è amico mio antico, come V. S. potrà vedere nel libretto degli Aforismi dell’Amor di Dio, dove lo nomino con il dovuto onore. E’ soggetto veramente degnissimo di spirito, e lettere, et appresso la corte è Papabile, è veramente tenerissimo, un altro Pio V, V. S. lo raccomandi e faccia raccomandare al Signore con ogni affetto. Li cappelli sono all’ordine, e qui teniamo a padron Cirigione per costì, onde verrà quanto prima; nel resto gli raccomando l’esercizio della santa orazione, et insieme con la signora Duchessa li benedico nel Signore come fo a tutti codesti miei signori d’Aragona, quali riverisco umilmente.
Roma, ultimo novembre 1669.

top



1669 12 06 AGT ms. 234, f. 160 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Modena)

ev/do in Cristo fratello.
Con le lettere di V. R. intendo l’anticipata venuta costì del molto rev/do Padre generale, ad ogni modo spero che questa arriverà a tempo opportuno, e già i Padri consultori inviano le lettere per Modena. Io con l’occasione mando un Breve per servizio della religione al Padre generale, le scrivo anco del suo viaggio, anzi lo prego a farlo scorrere fino al santo monte Verallo, per fare compita la devozione di S. Carlo, se pure vi sarà l’opportunità del tempo, et il gusto del Padre generale, perché la principale devozione è la volontà del Superiore, e noi per lo più nescimus quid petamus. Le mando la lettera per il Padre visitatore Morando, come le cennai, et anco le saranno pagati dal signor Battaglia scudi 25 per il viaggio, se bene V. R. non attenda a comprare libri, ma solo a trovarli, e notarli, perché poi se bisogneranno, li faremo prendere da quei Padri con più agio. Voglio però che prenda il libretto del santo monte Verallo, e sia regola, che quando va a qualche devozione, o città, cerchi prima sempre di vederne qualche libro; ne tratta, perché così poi ne godrà più, come di cosa provveduta, e quello si dovrà fare in 4 giorni, si fa in uno. Mando l’acclusa lettera venuta da Palma, e da Palermo, e vedrà particolarmente quello che scrive la signora Principessa d’Aragona, e di tutto dovremo sempre rendere continue grazie al Signore il quale lo benedica, e lo preghi sempre per me.
Roma, 6 dicembre 1669.
Farò scrivere dal Padre D. Federico Borromeo al Padre Borromeo, suo fratello in Milano, acciò lo favorisca nella soddisfazione delle sante devozioni, nelle quali tutte si ricordino di me, e me ne manderà un bel diario, se così piacerà al Signore. Voglio anco avvertirle un’osservazione, che il Principe arrivato in Palermo, e si fece lo sposalizio il giorno del nostro Beato Andrea, non solo santo della nostra religione, ma devotissimo della Casa della signora Principessa d’Aragona D. Emanuele Castiglia, quale ogni anno ci faceva la festa a sue spese, e spendeva 100 scudi, ce l’ho voluto avvisare per sua consolazione e nostro Signore di nuovo, e sempre lo benedica. La ringrazio della devozione dell’Immacolata, che conserverò per domani a vederla, giorno della sua festa.

top



1669 12 07 AGT ms. 234, f. 161 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

icevo la lettera di V. S. con l’avviso della partenza del signor Principe, il quale mi avvisa da Palermo il suo arrivo, che fu il 10, giorno del Beato Andrea Avellino santo della nostra religione, e devotissimo del signor D. Emanuele Castiglia, padre della signora Principessa d’Aragona, il quale ogni anno faceva la festa a sue spese. Onde ne sono restato consolatissimo tanto più che ne ho veduto i buoni effetti, perché il Principe mi scrive aver trovato una casa di santi; e la signora Principessa d’Aragona mi fa una lettera con tanta soddisfazione, e consolazione della parte del Principe, che non si può dir di vantaggio, la voleva mandare a V. S. ma ho stimato meglio dare questa consolazione al fratello Giuseppe Maria con mandarla a lui. Ricevo anco lo scritto della mia Crocifissa, che lo vedrò con comodità. Signora le grazie che Iddio fa a tutti questi nostri figlioli non si possono comprare con oro, et argento, pure ne dovremo continuamente ringraziare la Sua Divina Maestà e metterci come cera nelle sue mani, acciò disponga di noi a suo beneplacito. V. S. ha fatto bene ad anticipare l’avviso per la disposizione della roba, perché essendo il paese lontano, bisognerà forse fare molte repliche. Io dirò ora schiettamente quello che intendo, e ne aspetterò il suo parere. A me pare, che venendo il signor Principe, e Principessa ci rassegni il governo et entrate di Palma, et anco tutto il mobile della Casa, perché le donne stimano più questo, che ogni altra cosa; si riservi però quello che comodamente ha bisogno per suo uso, e di Alipia.
Nel resto maneggi tutto, perché non è bene prima darle larga mano, e comodità di spendere, et anco bisogna tenerle qualche freno, e poi con il tempo assicurati della riuscita potremo risolvere quello sarà servizio del Signore, e così V. S. avrà più mano di limpiarle la Casa dei debiti, e questi stimo, che a loro sarà carissimo. Tutti questi discorsi, et ogni ottimo ordiniamoli a nostro Signore perché non vogliamo operare punto, che non sia a gloria sua. Saluto le figliole, le Mariane, li Minimi, Orfanelli, benedico tutti, et a tutti mi raccomando.
Roma, 7 dicembre 1669.

top



1669 12 07 AGT ms. 234, f. 161r autog. (Al Duca di Palma, suo nipote)

ingrazio nostro Signore del suo arrivo in Palermo, giorno misterioso, come scrivo alla nostra santa Principessa d’Aragona, ella mi scrive assai bene di lei, e io spero, che se non sarà tale, gli diventerà presto con la stanza nella Casa di codesti signori che come ella mi dice, è tutta devozione, e godo particolarmente delle tante buone vene del signor D. Francesco, al quale pure scrivo una lettera. Farò diligenza alla posta per le lettere di Spagna, e anco per la spedizione del quadro del signor Pietro del Po, et il Padre Cicala ci assiste continuamente. Nel resto la saluto caramente, e riverisco la signora Principessa, e prego nostro Signore me li faccia tutti santi.
Roma, 07 dicembre 1669.
Mando a V. S. l’armi dei nuovi Cardinali, non scrivo l’altri Prelati nuovi, perché suppongo, che egli continui le gazzette, come faceva il Duca di b. m. e sono notizie necessarie per un signore.

top



1669 12 14 AGT ms. 234, f. 162 autog. (Al Duca di Palma, suo nipote)

on questa posta non sono venute sue lettere, le mando l’acclusa del fratello Giuseppe Maria con il foglio delle meditazioni soglio mandare alla signora Duchessa e nostre Mariane, alle quali V. S. manderà subito, e gli incarichi, che in questo tempo di conclave preghino strettamente, e facciano qualche esercizio particolare per l’elezione di un ottimo Pastore, e si tratta del maggior negozio ne teniamo in terra, e pure V. S. faccia dire qualche Messa allo Spirito Santo, e raccomandi il negozio a tutti gli amici spirituali. Ho fatto diligenza alla posta per le lettere di Spagna e ne ho trovato molte per il signor Principe d’Aragona e lo stesso mastro corriere le manda con questa posta, V. S. faccia vedere costì, che l’avranno subito. Riverisco la signora Principessa nostra, e tutti codesti miei signori d’Aragona, così alla signora Duchessa in Palma, della quale aspetto sue lettere, e nostro Signore li benedica tutti, come io desidero.
Roma, 14 dicembre 1669.

top



1669 12 21 AGT ms. 234, f. 163 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Bologna)

ev/do in Cristo fratello.
Benedetto il Signore che: disponit omnia suaviter e così quanto meno pensavamo sarà a Roma, e in congiuntura tanto buona, quanto di vedere il nuovo Vicario di Cristo. Mando questa per Bologna, come ella mi cenna, e scrivo l’acclusa al Padre Spinola per la spesa che occorresse, non mi estendo in altro, perché sta in viaggio, e spero nel Signore rivederla quanto prima, preghi sempre per me, e non altro.
Roma, 21 dicembre 1669.

top



1669 12 23 AGT ms. 234, f. 164 autog. (Al Duca di Palma, suo nipote)

icevo la lettera di V. S. con la ricevuta del foglio del primo di Febbraio, e ora le mando appunto quello del primo di Marzo. Credo già le siano capitati i libri con il padron Andriatta per una lettera scrive il Padre preposito di S. Giuseppe al Padre Cicala, e pure desidero sapere, se li sono capitati gl’altri mandati per via di Messina in due volte. Mando l’acclusa del fratello Giuseppe Maria, e qui riverisco la signora Duchessa, e saluto i figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti benedico nel Signore e tutti lo preghino per me.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della cena, il giorno del sepolcro, la settimana della passione, il mese della perfezione, l’anno della salute 1669.
Il primo verso nella prima meditazione è quel verso tanto famoso del Marino.

top



1670 01 04 AGT ms. 234, f. 168 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

on questo ordinario ricevo tre pieghi di V. S. con altri tre per il fratello Giuseppe Maria, il quale già è per strada per venire qui, e spero l’avremo per la settimana [che] entra. Il Padre generale mi scrive, che in Modena fece una predica mirabile, e pure un dotto esame della Filosofia, io applico tutto all’orazione di V. S. e delle buone sorelle, e particolarmente del Duca suo Padre, né può credere V. S. quanto mi sia compunto in intendere, che si fa processo della sua vita, e io veramente desio approfittarmene con cominciare una nuova vita, e fare vera penitenza dei miei peccati. V. S. mi aiuti con le sue orazioni, né io pretendo altro, che un vero atto di contrizione, e nel modo, e forma che vuole Sua Divina Maestà, signora tutto il nostro punto sta qui etiam nelle virtù, e loro desiderio: fiat voluntas tua e con tre parole avremo aggiustato tutti i pesi. Mi dispiace non siano capitate le lettere, e libretti al signor D. Fortunato, ne procurerò un altro, e gli scriverò con la posta seguente.
Per l’indulgenza nella cappella di Casa per il santo Rosario mi informerò, e risponderò appresso. Godo dei buoni avvisi del Principe in Palermo, infine le grazie del Signore sono tante, che non dovremo tenere altro in bocca che: Deo gratias, Deo gratias; benedico a tutti i figlioli, le Mariane, Minimi, Orfanelli, et tutti lo preghino per me, e tutti sempre: Deo gratias.
Roma, 4 gennaio 1670.

top



1670 01 11 AGT ms. 234, f. 170 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

icevo la lettera di V. S. e godo molto dell’apparecchio facevano con le buone Mariane per il santo Natale, e spero che abbiano dato gran gusto a S. Maria Maddalena de’ Pazzi, che ne fa l’annuncio alla Signora gloriosa del Cielo, ne l’avrà retribuito, e retribuirà il premio. Già il santo Bambino anco si ci ripresenta nel Presepio, cerchiamo tutti con atti ferventi d’amore a temperare la stagione fredda, che il tormento. Signora amore, amore. Mando l’allegata al Padre D. Fortunato, che riferirà tutto a V. S. e però non replico altro; fratello Giuseppe Maria grazie al Signore spero l’avremo qui per Lunedì, e perciò non le mando sue lettere. Viene con gran gusto in questa santa città, e particolarmente per vedere il nuovo santo Pontefice e Vicario di Cristo. Saluto tutte le nostre buone figliole, Mariane, quali stimo come sorelle in Cristo, e Minimi pure in Cristo fratelli, e tutti siamo: Christi membra, et unum corpus, e il Padre Granata dice dottamente e devotamente, che Cristo solo è nel Cielo, perché tutti gli altri vi sono, e vi vanno come sue membra. Signora allegramente, che tutti cum Christo unum corpus, unum corpus sumus.
Roma, 11 gennaio 1670.

top



1670 01 11 AGT ms. 234, f. 169 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote)

ev/do in Cristo fratello.
Il Padre generale si contenta che V. R. vada a sentire con gli altri due il trattato: de Justitia et Jure, anzi l’è stato di gusto, per essere più ascoltanti. Nostro Signore lo benedica.

top



1670 01 25 AGT ms. 234, f. 171 autog. (Al Duca di Palma, suo nipote)

on questo ordinario sono venute lettere di Sicilia, ma senza lettere di V. S. e mi sono meravigliato come si fossero smarrite, o come ella non scrive non tenendo, e al fratello Giuseppe Maria, altro che una lettera dopo il suo arrivo in Palermo, ove io l’ho scritto più lettere, e ho riscontro d’esserle capitate, così dal Padre D. Gaetano Gravina, come del signor Principe di Villanova. Sarà da V. S. il signor Matteo Macchia di Siracusa, fratello del signor D. Antonio Macchia, sacerdote virtuosissimo, che più anni sta in Roma, e mi favorisce continuamente qui in tutti li negozi; onde io gli tengo grandissima obbligazione, e però le raccomando caldissimamente detto suo fratello, qual viene per alcun interessi di suo Padre, e V. S. mi fa grazia favorirlo con tutto l’affetto, e si valga dell’autorità e favore dei miei Principi d’Aragona, e signor Conte del Comiso, e di tutti signori amici, perché in effetto desidero, che sia servito; gli raccomando anco la stessa persona del signor Matteo, acciò lo favorisca istradarlo anco nei negozi della Curialità.
Nel resto nostro Signore lo benedica con la signora Principessa e fo riverenza a tutti codesti miei signori.
Roma, 25 gennaio 1670.
Prego V. S. salutarmi il Padre D. Filippo Agliata, e dirgli che io subito recapiterò le sue lettere.

top



1670 02 01 AGT ms. 234, f. 172 copia (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

icevo una di V. S. del 20 Dicembre dell’anno trascorso, per la quale intendo, che se la passino bene di salute per grazia del Signore ed appunto da quel che V. S. mi dice, che si è fatta, prendo occasione di dir quel che prima aveva in pensiero di scriverle, cioè che non voglia strapazzarsi tanto, particolarmente nelle indisposizioni, dico questo non a caso, ma per quel che so io, e V. S. già sa, che: omnia tempus habent, né stimi che sia maggior male in sanità il volersi trattare da inferma, che inferma volersi trattare da sana, perché all’ultimo in quello non vi è trasgressione di precetto, per loro ordinario, come in questa, che si contraddice al parer dei Superiori, e dei medici, in quello vi sarebbe eccesso di voler troppe comodità, le quali alla fine per non esser proibite si possono fare per Dio con merito, ma queste del 2° modo vi è accesso di propria volontà ostinata contro l’ordine, che richiede la nostra fragile natura, e l’ubbidienza dei Superiori, vorrei che l’infermità ubbidissero al medico, non il medico all’infermità, in tutto ciò vorrei che lo considerasse, così facendo si assicuri, che piacerà a nostro Signore ch’è quanto si può desiderare in questo mondo, per fine dunque le bacio le mani, e cordialmente la riverisco, e saluto caramente le sorelle, raccomandandomi caldamente all’orazioni di tutte.
Roma, 1 febbraio 1670.
Mando il foglio delle stampe, comincia il sesto mese, e tomo, e V. S. vedrà una nuova scena della sacratissima passione, nostro Signore la benedica con tutti i figli, Mariane, Minimi, e Orfanelli, e tutti lo preghino per me: et Passio Domini nostri Jesu Christi, sit semper in cordibus nostris.

top



1670 02 14 AGT ms. 234, f. 173 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, S. Andrea)

ev/do in Cristo fratello.
V. R. sottoscriva queste due polise, le porti al signor Vincenzo Bonifacio, nostro amico antico, e poi scriva al signor canonico sant’Angelo come parlassimo. Da Sicilia non sono venute lettere, V. R. scriva, come pure parlassimo. Nostro Signore lo benedica. Roma, 14 febbraio 1670.

top



1670 02 28 AGT ms. 234, f. 174 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, S. Andrea)

ev/do in Cristo fratello.
Ho goduto molto della visita letteraria di Mons. Suarez, V. S. sia un giorno a restituirla, e gli porti gli Aforismi, quod libet, et mausolei, e gli dica, che non glie lo donò allora, per non avere preso licenza del suo Superiore; io poi darò altro a V. R. la quale cercherà di stringersi, e imparare da questo virtuosissimo Prelato. Il Padre maestro Gabriele Bellio di Ragusa, uomo dottissimo, sta alla foresteria nella Minerva, e V. R. avrà gusto nella foresteria vedere una devotissima galleria; aspetto risposta per il signor D. Nicolò, e subito la farò avvisare. Da Sicilia questa settimana né anco sono venute lettere, nostro Signore lo benedica, e lo preghi per me.
S. Silvestro, 28 febbraio 1670.
V. R. potrà anco cennare a Monsignor Suarez che io ho stampato la tavola aurea sopra l’opere del Padre Diana; se bene non la tengo io, perché la stampa il libraio Giacassone a sue spese.

top



1670 03 01 AGT ms. 234, f. 175 autog. (Al Duca di Palma, suo nipote)

opo molto tempo ricevo una di V. S. e ringrazio il Signore dell’abito preso nel Cancelliere monastero di S. Benedetto sotto di cui milita la sua religione, e godo che anco le sue sorelle siano benedettine, e così anco unite nel spirituale, V. S. procuri tutte le regole, et costituzioni della sua religione, e procuri osservarle puntualmente perché non è l’abito che fa il monaco, ma l’osservanza della sua regola; legga anco la storia della sua religione per poterne discorrere, et insieme tanti buoni cavalieri gli sono stati. Circa le cose di Spagna, solo dirò a V. S. che il Padre D. Emanuele è un ottimo religioso, ma non pratico come io scrissi da principio alla s. m. del Duca, e però sarà stato traffico di qualcuno. Ho dato le lettere al Padre Cicala, e spero avranno un Vescovo di grandissima edificazione, e santo. Circa al segretario mi piace assai il carattere, et ortografia, ma desidero vederne una lettera dei negozi, per darci un sano consiglio, et in ogni conto V. S. ha bisogno di segretario; mi avvisi anco la qualità del soggetto se ha abilità di lettere, tiene ingegno, e applicazione, perché quando ci sono queste condizioni, ci potremo mandare libri di segreteria, e con lo studio gli uomini si fanno. Nostro Signore lo benedica con la signora Principessa, e riverisco umilmente la signora Principessa e Principe d’Aragona, e tutti codesti signori.
Roma, 1 marzo 1670.

top



1670 03 01 AGT ms. 234, f. 176 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

’ordinario passato non scrissi a V. S. perché non teneva sue lettere per due poste, cagione dei tempi piovosi, con questa posta ricevo una sua del 21 Gennaio, e godo molto della consolazione ha tenuto nella dimora di cinque giorni del santo monastero; e godo poi maggiormente della pena ha sentito nel lasciarlo, e dell’infermità il Signore le dà, tanto più che si vede chiaro esser cosa del Signore; mentre con lo stare in letto, se le raddoppia il male; onde suole debilitarsi seco con questi regali, V. S. legga tutte le vite dei Santi, e dei Servi di Dio, che hanno camminato per questa strada, anzi l’hanno desiderato, però stiamo allegramente, che il maggior segno dell’Amor di Dio è il patire per Dio, et io ho per massima, che la vita passiva è la più sicura, e la più perfetta, perché ogni gran cosa, che facciamo noi, sempre c’è qualche proprietà, e vale più il patire una minima contraddizione del mondo, o della stessa natura, che mille discipline, e mille digiuni. Questi sono discorsi, che V. S. se le pratica, li troverà veri e di grandissima consolazione, e pregate nostro Signore che io me ne approfitti.
Ringrazio nostro Signore si sia finito il negozio dell’abito, e per conto del Padre Calascibetta solo posso dirle, che egli è un ottimo religioso, ma non pratico, come io scrissi da principio alla s. m. del Duca, onde sarà stato sopportato d’alcuno. Nostro Signore la benedica con le figliole, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Roma, 1 marzo 1670.

top



1670 04 28 AGT ms. 234, f. 178 autog. (Al Duca di Palma, suo nipote)

on questa posta non ho lettere di V. S. spero sarà per esser tempo di partenza per Palmo, ove oggi sarà arrivato a salvamento con la signora Principessa, e godranno la quiete spirituale con la santa conversazione della signora Duchessa, e sorelle, e spero che la signora Principessa s’avanzerà assai nello spirito, che è quello io sommamente le desidero, e ne prego il Signore. Mando l’acclusa del Padre Calascibetta, e l’assicuro, come ho fatto sempre della bontà, santità, et affetto del Padre, al quale ho risposto, che scriva a dirittura a V. S. senza far tanto giro di lettere, avvisandole averle mandato l’acclusa, però V. S. se l’intenda con lui, e le scriva senz’altre mie. Voglio tornare a raccomandare a V. S. il signor Andrea Macca, particolarmente con scrivere al signor canonico Giandaidone nostro, acciò lo favorisca per la causa di suo Padre, et anco per inviarlo nei negozi della Corte, per potere trovare occasione di vivere nuovamente in Palermo.
Il fratello Giuseppe Maria si trova in Frascati, et andrà alla devozione di S. Benedetto in Subiaco, V. S. che c’è stato ne avrà particolar consolazione, per quello del Santo, e per ricordarsi di quel devotissimo santuario, e qui a V. S., e signora Principessa benedico nel Signore.
Roma, 28 aprile 1670.

top



1670 05 03 AGT ms. 234, f. 180 autog. (Al Duca di Palma, suo nipote)

icevo la lettera di V. S. del 11 Aprile con avviso di avere dispensato i libretti, ma non mi avvisa di avere ricevuto il suo, cioè letto, perché questo è il vero ricevere dei libri, però aspetto avviso di questa ricevuta con il frutto ne ha cavato. Mando tre figure del nuovo sommo Pontefice, del quale ne scrissi a lungo al fratello Giuseppe Maria, V. S. potrà partecipare tutto al signor Principe d’Aragona, e con prima comodità di mare manderò tutti li ritratti dei Cardinali, che già sono all’ordine, e bellissimi, e sono costati una dobla. Mando l’accluse venute da Spagna, V. S. le mandi al signor Principe d’Aragona, e vedano di finire quel negozio, già io l’ho scritto le tante buone qualità del Padre al signor Giustiniani, risponderò io solo, basta che loro scrivano al Padre D. Emanuele, al quale io pure scrivo, che l’ho mandato dette lettere. Riverisco la signora Principessa, et a tutti due benedico nel Signore.
Roma, 3 maggio 1670.

top



1670 05 17 AGT ms. 234, f. 181 autog. (Al Duca di Palma, suo nipote)

on questa posta non ricevo lettere di V. S., né della signora Duchessa, l’aspetto con la seguente. Per via di mare ho mandato un fagottino con i ritratti in rame di tutti i signori Cardinali viventi, che sono bellissimi, che è quello comandava il signor Principe d’Aragona, al quale anco potrà donare un libro con l’epitaffi di tutti i Pontefici sino a Clemente IX, pure vi è un libretto di lettere memorabili curioso; e per le nostre buone monache tre vite di tre gran Serve del Signore, e se bene ve ne è una latina, servirà per il signor D. Fortunato, perché tiene gran dottrina mistica, e gli servirà molto per la guida di quelle. Mando l’acclusa venutami da Spagna, et il solito foglio delle meditazioni per la signora Duchessa, alla quale scriverò appresso per esser l’ora assai tarda. Nostro Signore lo benedica con la signora Principessa, così fa alla signora Duchessa, figliole, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Roma, 17 maggio 1670.

top



1670 05 31 AGT ms. 234, f. 183 autog. (Al Duca di Palma, suo nipote)

icevo la lettera di V. S. del 2 cadente, e godo dell’avviso mi dà della partenza per Palma con la signora Principessa, per consolazione della signora Duchessa, e per maggior bene loro, et aggiustamento della Casa, per poi godere maggiormente lo stato di Palermo. Ho veduto la nota dell’orologio che desidera il signor Principe d’Aragona, e spero servirla con ogni esattezza, perché il signor Eustachio De Divinis, che ne è stato quasi l’inventore, et è quel celebre mastro di telescopi, e microscopi, è assai mio amico, e però appresso risponderò e spero farlo con gl’affetti, e manderò anco il martirologio volgare, e per lei gl’annali volgari della Chiesa, che seguitano a quelli del Baronio tanto studiati dalla b. m. del Duca; onde credo, che anco ella l’avrà letti, e così potrà proseguire tutta la storia, che arriverà fino all’anno 1535, e queste sono letture proprie dei cavalieri cristiani curiosissime, e necessarie per i discorsi. Se V. S. non l’ha letti, li legga, o torni a leggere, come faceva suo Padre; nel resto nostro Signore lo benedica insieme con la signora Principessa, e pregate sempre Sua Divina Maestà per me.
Roma, 31 maggio 1670.

top



1670 06 28 AGT ms. 234, f. 185 autog. (Al Duca di Palma, suo nipote)

ingrazio nostro Signore del buon arrivo di V. S. e signora Principessa costì, e della molta consolazione, e soddisfazione ne ha tenuto la signora Duchessa, alla quale devono stimare come madre, et esempio di perfezione; V. S. in questo principio di governo ha da faticare più dell’ordinario, e mostrare la sua applicazione, giustizia, et amore verso i vassalli, perché da questi principi si acquista la buona o mala fama, e poi ne resta il concetto per sempre.
Onde vorrei, che ella in questi principii mostrasse tutto il suo valore, le raccomando sopra tutto la carità, e l’amore, perché si suole dire che l’uomo si mangia col miele, dia udienza a tutti, e buone parole a tutti, e quando non li può consolare con l’opere, almeno gli mostri amore, e faccia, che li vassalli tratti come figlioli, e particolarmente con i poveri, et infermi, visitandoli qualche volta, e mandandogli qualche rinfresco, e deputi qualche gentiluomo vecchio, che abbia cura dei poveri infermi, e che ne le dia conto. Quello che dico a V. S. dico anco alla signora Principessa, alla quale raccomando particolarmente la casa dell’Orfanelli, e le povere donne inferme. Io intendo gran buone nuove della virtù della signora Principessa, onde non stimo, abbia bisogno dei miei ricordi, ma prego nostro Signore che perfezioni quello che ha cominciato. Raccomando anco a tutti la riforma delle spese, et attendere a limpiare la Casa, volendo il Signore che la persona viva lesta e quieta per maggiormente servirlo. Ho goduto di quello V. S. mi avvisa di aver scritto per l’aggiustamento del Padre D. Emanuele Calascibetta, e le mando una sua lettera, che mi è venuta ultimamente et assicuro V. S. che detto Padre è santo religioso, e mio antico amico, e fratello. Ho dato ordine per l’orologio del signor Principe d’Aragona, e spero mandarle cosa assai devota, e curiosa, e gusto d’un signore tanto virtuoso, e V. S. cerchi sempre di mostrarsi figlio amoroso, e così con l’altri signori cognati, come farà con l’altri amici avrà conquistato in Palermo, e desidero sapere con chi ha avuto maggior genio, e corrispondenza. Tengo una lettera del signor D. Simone Gio: Lombardo, cappellano della Torretta, e resto consolatissimo dell’avviso mi dà delle devozioni sono in detta terra, e procurerò servirlo con alcuna indulgenza ne domanda, e anco con raccomandarlo al Padre Cicala, che la settimana seguente si consacrerà Vescovo di Mazara e gioverà molto al bene spirituale della Torretta. Io poi raccomando a V. S. detto signor D. Simone, e V. S. lo stimi assai, perché di questi buoni operai se ne trovano pochissimi; lo raccomanda anco a mio nome alla signora Duchessa, tanto maggiormente che si trova aver casato una sorella povera, e vorrebbe godere gl’aiuti, che la signora dà agl’orfani di Palma, e V. S. e signora Principessa anco l’aiutino in tutto quello che l’occorre, e qui lo benedico sempre nel Signore.
Roma, 28 Giugno 1670.

top



1670 07 05 AGT ms. 234, f. 186 autog. (Al Duca di Palma, suo nipote)

icevo la lettera di V. S. del 31 Maggio, ringrazio nostro Signore che se la passi bene con la signora Principessa, e prego Sua Divina Maestà a conservarli in suo santo servizio, et a loro ricordo il suo santo timore, e particolarmente la cura della Terra e Casa, perché come li religiosi si hanno da far santi con l’osservanza delle loro regole, così i signori secolari si hanno da far santi col governare bene la Casa, e li vassalli, et a questo l’esorto a vigilarci bene, perché in questo sta il loro aggiustamento della vita, e maggior servizio del Signore e desidero, che sopra ciò mi scriva, con darmi conto della soddisfazione che da e quello che gl’occorre, e tutto per consolazione spirituale.
La roba della b. m. del Padre Marascia, il Padre Rampolla generale dei Padri bene fratelli la mandò alla madre in Palermo, e scrisse il tavolino, et altre coselle doversi a V. S., però può scrivere in Palermo per recuperarli. La persona che teneva detta roba, si è tenuto certa somma per pagare un debito del Padre Marascia, che in effetto spetta a V. S. come vedrà per l’acclusa, però la madre del detto l’esigerà da lei, et io gl’avviso per sapere quello passa. Nostro Signore lo benedica con la signora Principessa, e lo preghino sempre per me.
Roma, 5 luglio 1670.

top



1670 07 26 AGT ms. 234, f. 187 autog. (Al Duca di Palma, suo nipote)

a devozione, che tutta la nostra Casa professa era l’inclita religione dei Padri predicatori, e l’ossequio che teniamo tutti alla Madre SS.ma del Rosario, S. Domenico, S. Tommaso d’Aquino, et altri gran santi dell’ordine, mi hanno obbligato ad andare a riverire il nuovo Padre generale, uomo di grandissimo spirito, e dottrina, e rassegnarle tutta la nostra servitù, et all’incontro domandandogli l’onore della figliolanza per V. S. e signora Principessa, che la mando acclusa, e li prego a corrispondere come devono, e come faceva il Duca b. m. con le tante grazie che aveva ricevute, e riceviamo dalla Madre SS.ma, da questi gloriosi santi, e di tutta la religione.
Con questa posta non sono venute sue lettere, né della signora Duchessa, alla quale mando il solito foglio, e li benedico tutti nel Signore come fo alle sue sorelle, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti preghino la Sua Divina Maestà per me.
Roma, 26 luglio 1670.

top



1670 08 15 AGT ms. 234, f. 188 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

crivo a V. S. il giorno della gran Signora alla quale ho pregato, e fatto pregare per lei, e poi fatto consulta del negozio, ci pare che V. S. non dilunghi più il suo sacrificio con la solenne professione religiosa, che forse è più pingue, ed odorifero di quello dello stesso martirio, il luogo non bisogna cercarlo altrove, mentre nostro Signore ce lo dà quasi in Casa, e l’ha colmata di tante benedizioni, né dovremo lasciare il certo per l’incerto; in oltre si fugge la singolarità, che deve da noi sempre essere aborrita, et anco la presunzione, e ci potrebbe servire per esempio la madre suor Antonia, che per volere con tanta ansia lasciare il proprio monastero, poi il Signore l’ha mortificata, con procurarne subito il ritorno. Li due punti di difficoltà che toccherà V. S. saranno due punti di suo maggior profitto spirituale. Il primo della stima che fanno di lei le sorelle, questa è una stima naturale, che i vassalli tengono alla Padrona; onde ella non la può attribuire alla sua virtù, e per contrario la sua umiltà con esse sarà maggiore, mentre non si soggetta, e serve ai suoi pari, ma agli stessi vassalli stimando ognuna di loro, come Padrona. L’altro punto dell’affetto dei figlioli, V. S. sa che Sant’Alessio lasciò la moglie, e Casa paterna, e se ne andò in Edessa, ma perché poi tornò in Roma vi tornò, perché li pareva poco di aver per una volta abbandonato li parenti per Dio, però volle venire in Roma, e stanziare nella propria Casa per rinunciarli ogni giorno, ogni ora; lo stesso ha da fare V. S. servirsi di loro per una continua rinuncia, e di più per una pietra di paragone esaminando continuamente se le cose buone, o ree delle figliole le piacciono, o non piacciono, come quelle dell’altre sorelle; e così avrà un esercizio di continua mortificazione segretissima, e più viva di ogni altra. Ma questi esercizi s’hanno da fare in ordine di eseguire quello solo della unione a Dio con la continua, et attuale attenzione amorosa a lui, perché quando noi arriviamo a Dio, tutte l’altre cose svaniscono, come la lucciola alla presenza del sole. Circa al tempo ci pare assai opportuno la festa della Purificazione di nostra Signora che è giornata misteriosissima e la stessa sarà anco per la nostra Alipia, e V. S. per apparecchio si potrà servire di ritirarsi anco nel monastero tutte quelle volte, che resteranno di poterlo fare con il Breve di Papa Clemente IX. Per la rinuncia dei beni avremo tempo tutto l’anno del noviziato, e già ho parlato con il Padre D. Clemente, che è lettore, il modo d’aggiustarla secondo la prudente intenzione di V. S. e fra questo anno esperimenteremo anco l’applicazione del Principe, che spero nel Signore, attendano all’aggiustamento. V. S. legga questa lettera ai piedi del SS.mo Crocifisso, che spero, che dalle pietre caverà olio, con farle intendere quello, che io non ho saputo dire. La SS.ma Vergine con il suo piissimo figliolo ci benedica tutti.
Roma, 15 agosto 1670.
Mando il solito foglio delle meditazioni, e saluto il signor Principe, signora Principessa, tutte le figliole, Mariane, Minimi, et Orfanelli, e tutti preghino il Signore per me. Con questa posta ho mandato polisa al signor canonico Giandaidone di scudi 60 che ho trovato comodità di buon cambio, e lo procuro per il resto, che è buona somma, e però cerco il maggior sparagno, et anco la maggior dilazione del tempo, per comodità di V. S. già che la persona me l’ha accomodati per adesso non me li richiede.

top



1670 08 23 AGT ms. 234, f. 189 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

icevo la lettera di V. S., con la posta passata ho scritto a pieno quanto V. S. mi dice, con questa le mando il solito foglio delle meditazioni, et una lettera per i signori Giurati della Licata, che V. S. sigillerà, e gliela manderà.
Hoggi appunto ho spedito ad Angelo Mallia, raccomandatoci da V. S. per istanza del signor Parisi della Licata, ha compiuto la penitenza, e solo manca per le spese degl’ufficiali, quali mandandoli ogni cosa è fatta. Egli parte domattina per mare, ed è bisognato al poverino accomodargli uno scudo, che mi dice farlo pagare a V. S. ma si fa conto, che sia per elemosina. V. S. preghi per me con le figlie Mariane, Minimi, Orfanelli, e io a tutti benedico nel Signore.
Roma, 23 agosto 1670.
Procurerò le caravacche come comanda.

top



1670 09 06 AGT ms. 234, f. 190 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

’entrata della buona Alipia al monastero è stata così disposta dal Signore perché né io, né il fratello Giuseppe glie l’avremmo scritto esplicitamente; onde per assecondare la divina disposizione V. S. potrà entrare anco subito senz’altra dimora, come ne le mando qui acclusa la licenza, nella quale pure ho esperimentato gl’effetti della divina provvidenza, perché essendo infermo il signor Card. Gianetti, è bisognato mandarci lo stesso Mons. Vecchi segretario per sottoscriverla, e fino a questa ora tardi si è avuta; onde appena ho tempo di scrivere, avendo oggi tutto faticato per questo negozio. Il nome della buona Alipia sarà suor Maria Lanceata, appresso il Signore ci ispirerà il suo, e vogliamo, che gli stessi nomi ci siano stimoli, non solo ad esser santi, ma gran santi, e quanto più conosciamo noi esserne indegni, tanto maggiormente dovremo sperarlo dalla gran misericordia di Dio, il quale si compiace del nulla.
Al signor Principe scriverò appresso, e con questo lo saluto caramente con la signora Principessa come fo alle figliole, Mariane, Minimi, Orfanelli, e a tutti benedico nel Signore e tutti lo preghino per me.
Roma, 6 settembre 1670.

top



1670 09 21 AGT ms. 234, f. 193 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

on questa posta non ho lettere di V. S. ma per quello scrive al fratello Giuseppe Maria vedo come voleva, che con la licenza di entrare nel monastero per monacarsi, le mandassi il nome; la licenza già sono due poste che la mandai, con questa le mando il nome suor Maria Seppellita; Signora, non bastò al Signore esser crocifisso, e poi morto, vuotare tutto il suo sangue col colpo d’una lancia, ma volle esser seppellito; non basta all’uomo morire al mondo, e morire crocifisso, cioè con le mortificazioni, né basta mettere tutti gl’affetti del mondo con la lancia dell’Amor di Dio, ma bisogna anco seppellirci, perché l’uomo mondo ancorché non veda, pure è veduto dagl’altri, ma l’uomo seppellito non vede, né è veduto, in fine tiene la balata di sopra, nessuno ci pensa.
Così bisogna fare, pensare che noi non siamo più al mondo, né vediamo né siamo veduti, sopra di noi ci sta la balata; questo desiderava S. Ignazio martire, perché voleva che lo divorassero le fiere, e fossero suo sepolcro, e diceva: Tu es verus Jesu Christi discipulus, nec mundus, nec corpus meum inviderit. E S. Paolo dice: consepulti enim sumus cum illo, cioè col Signore et io aggiungo con Maria, oh che nome, se lo mediterete suor Maria Seppellita. Nostro Signore la benedica con le figlie, Mariane, Minimi, Orfanelli. E tutti lo preghino per me.
Roma, 21 settembre 1670.

top



1670 09 27 AGT ms. 234, f. 195 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Frascati)

ev/do in Cristo fratello.
Mando a V. R. l’accluse lettere. Ai signori Giurati della Licata può scrivere, che io già ho scritto sulla materia, et aspetto le loro risposte; gli scritti della nostra Crocifissa li manderò appresso.
Mando l’ombrello, come mi scrive, e per quello che scrive dell’immagine della nostra madre Orsola (1) nostra ne parleremo al suo ritorno. V. R. mi avvisi, se tiene copie delle costituzioni, dei nostri eremiti confermate dal Vescovo, e mi avvisi dove trovarle nella sua cella, perché urget vederle subito, e se non le tiene, e si ricordi della forma della loro professione, me l’avvisi puntualmente subito; e non tenendo pronta comodità, la procuri per tutto. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi per me. Riverisco il Padre Vicario, e tutta la santa comitiva nominativa.
Roma, 27 settembre 1670.
(1) Benincasa

top



1670 09 28 AGT ms. 234, f. 196 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

l fratello Giuseppe Maria, Lunedì si è esaminato con soddisfazione, e applauso grande di tutti i Padri. V. S. ne ringrazi il Signore e la SS.ma Madre, e li preghi a volerlo perfezionare in loro santo servizio. Giovedì, poi è andato a Frascati per un poco di sollievo in queste vacanze, come con la passata posta lo cennai al signor Principe, e questa mattina le ho mandato la lettera di V. S. con quella dei signori Giurati della Licata, ai quali ho già scritto del negozio, e aspetto le loro risposte, e avranno conosciuto, che io non ho bisogno di ricordi per servirli, maggiormente trattandosi per gloria del nostro protettore S. Angelo. Godo molto dello scritto della nostra Crocifissa e lo leggerò con pausa, e prego V. S. a continuare a mandarli, me li faccia copiare nella maniera che ella li scrive, e con le sue frasi naturali. Mando il solito foglio delle meditazioni, e spero vi piacerà molto un bel Rosario che troverete nell’orto di Getsemani. Saluto molto la signora Principessa e signor Principe, e V. S. le dica, che spero per l’anno nuovo forse uscirà questa meditazione. Saranno per ogni corpo sedici tometti, però mi avvisi quanto corpi vuole ne mandi. Dico questo, perché la s. m. del Duca ne soleva regalare agli amici, ma bisogna pensare bene, che questo regalo importa 16 libretti, e non darli a tutti, se non a chi veramente li merita. Nostro Signore li benedica tutti, e mi raccomando all’orazione di tutti, principalmente delle Mariane, Minimi, e Orfanelli.
Roma, 28 settembre 1670.

top



1670 09 29 AGT ms. 234, f. 197 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote)

ev/do in Cristo fratello.
Mando a V. S. l’accluso polisino per vedere quello che passa in generale sopra il negozio delle tande, se bene spero che per V. S. ci siano lettere parziali, ma dubito, che per la strettezza dei tempi, e bisogni di denari si riducano a pagare l’attrassati (1) con nuove assegnazioni a cinque per cento; onde in questo negozio pare più che necessaria la presenza di V. S. in Palermo per trovare qualche buono arbitrio, e qualche assegnazione comoda, et aggiustarla per sempre. Nostro Signore disponga quel che è maggior suo servizio.
Io sto sul trattare della persona per il viaggio di D. Ferdinando e forse spero col seguente darle qualche compito ragguaglio. Il Padre generale dei Padri Cappuccini fra pochi giorni partirà per la visita di Sicilia: et super loco vedrà di consolare il Padre Bonaventura che ne ha fatto nota, avendogliene fatta calda raccomandazione un gentiluomo del signor Card. Farnese protettore della religione. Il Padre Milazzo non ha fatto nulla per il proto notariato del signor Arciprete. Io ho fatto la diligenza, ma la spesa sarà da 20 scudi, onde trattandosi d’avanzo di metà dell’ordine avuto, non ho fatto cosa. V. S. avvisa, se gusta questa spesa, che subito glielo farà spedire. Con la prima comodità la pregai per i libretti degli Aforismi del divino Amore, ora se si trovasse qualche libretto degli orologi, pure me ne farà grazia mandarmeli. Saluto la signora Duchessa, e gli do occasione di ringraziare il Signore. Ieri fui dalla Principessa di Sulmona Borghese, che tiene un figlio infermo, e mi disse, che invidiava la signora Duchessa ritirata nel monastero, e che in questa vita non desiderava cosa di vantaggio. Tanto che la signora Duchessa ha eseguito quello, che desidera una Principessa con 200 mila scudi d’entrata, figli, e marito di gran merito, e posto. Viva Iddio, viva Iddio, viva Iddio, qual ci benedica tutti per sempre, sempre.
Dalla città di S. Pietro, l’ora della coronazione, il dì del sepolcro, la settimana dell’Epifania, il mese del buon cieco, l’anno della salute. 29 settembre 1670.
(1) arretrati

top



1670 10 02 AGT ms. 234, f. 198 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote)

ev/do in Cristo fratello.
Rimando a V. R. la chiave, e mando gli scritti della mia Crocifissa, se bene non le comunico; mando anco la lettera venuta da Palma, e V. R. risponda ai signori Giurati della Licata, con titolo d’illustrissimi. La polisa per Venezia la procurerò dal fratello Narni a S. Andrea, o altro, e V. R. scriva, che se gli manderà puntualmente. Circa la figura da stamparsi torno a dire a V. R. che ne parleremo al suo ritorno; l’altro giorno fu qui il nostro buon Mons. Suarez, tutto amore, mi disse che gli voleva scrivere una lettera mezza greca, se a V. R. pare nel suo ritorno può procurare un buon mazzo di sorbe per mandargli un regalo della villa. Godo del viaggio di Subiaco, e mi raccomandi al glorioso Santo. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me.
Roma, 2 ottobre 1670.
La pasta mentre la signora Duchessa la vuole dare in elemosina, la spartiremo a S. Andrea e S. Silvestro, se bene V. R. non ne parli fino a sua venuta. Dubito che nell’autorità latina per sbaglio vi sia qualche luogo delle sacre scritture, la prego a darle una scorsa, e trovandoli li noti con suoi numeri, e me le mandi, perché sto aggiustando l’indice della scrittura.

top



1670 10 04 AGT ms. 234, f. 199 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

ando a V. S. l’acclusa del fratello Giuseppe Maria, e il solito foglio delle meditazioni. Godo del contento della signora suor Antonia, e spero, che il Signore la vorrà santa in Palermo. Spero che V. S. sia entrata con Alipia nel santo monastero, e comincerà a godere Dio nella beata solitudine; Signora, Dio solo, Dio solo. Saluto caramente alla signora Principessa e signor Principe, come fo a tutte le figliole, Mariane, Minimi, e Orfanelli, tutti li benedico nel Signore e tutti pregatelo sempre per me.
Roma, 4 ottobre 1670.

top



1670 10 04 AGT ms. 235, f. 62 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Frascati)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo le lettere di V. R. per Palma, e Alicata, che ho già mandate. Li sorbi per Mons. Suarez ce li porterà al suo ritorno, o con l’occasione quando risponderà alla sua lettera se le scrivesse, e se le manderà per via mia, farò la diligenza che mi cenna. Circa i luoghi della sacra scrittura non vi vuole che un’occhiata a quelle note senza titolo al margine, e se ben si vede alla prima parola, nel resto si conservi; e se non può proseguire, la fatica anco meccanica, mi rimandi gli scritti, perché vogliamo, che queste uscite siano tutte in ordine alla salute. Il nostro buon medico Ottaviano si è casato con una figlia del notaio Garufo, con dote di 2 mila scudi; V. R. lo raccomandi al Signore e lo dica al signor Francesco che le sarà di contento. Nostro Signore lo benedica. Roma, 4 ottobre 1670.

top



1670 10 07 AGT ms. 234, f. 202 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Frascati)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. con quella greca per il signor D. Nicolò, quale con il Padre Silos ne sono stati consolatissimi, circa la sua raccomandazione con me è superflua, perché sa quanto l’amo. Godo della lettera latina [che] farà a Mons. Suarez, e desidero, vi siano alcune righe di greco per le sorbe. Plinio: sorba recentia stomacho, et alvo cito prossunt. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi per me sempre.
Roma, 7 ottobre 1670.

top



1670 10 11 AGT ms. 234, f. 203 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

o goduto molto, che la mia lettera del suo santo monacato scritta nel giorno della gloriosa Assunzione della Madonna sia arrivata nella festa della natività della stessa gran Signora. Onde V. S. deve far conto di nascere di nuovo nel monastero con Maria, e poi crescere sempre con le sue virtù per arrivare poi alla sua gloria. Pure mi pare mistero l’essere detto giorno vigilia della santa croce. Ma noi signora abbiamo due feste della santa croce, una è dell’invenzione, e l’altra è dell’esaltazione, la prima tutti la facciamo, perché tutti sempre troviamo qualche croce, ma la seconda pochi la facciamo, perché pochi esaltano la santa croce, godendo, e gloriandosi dei travagli come faceva S. Paolo: absit mihi gloriari, nisi in cruce Domini nostri Jesu Christi; V. S. ha inteso il mistero, né mancherà con la grazia del Signore praticarlo. Ho inteso per quello che scrive a fratello Giuseppe Maria la graziosa storiella della mia Crocifissa, ne aspetto lo scritto e desidero, che il Padre D. Fortunato mi mandasse una minuta relazione del fatto, e particolarmente come suor Maria Crocifissa quando venne alla ruota lo chiamò a voce, o con il campanello, e come egli essendo in Chiesa, non lo sentì; e inoltre come trovò il fuoco nella ruota acceso, o smorzato, infine desidero sapere tutto puntualmente. Circa la rinuncia di V. S. e di Alipia, lodo molto i suoi sentimenti, ne faremo consulta, e orazione, e appresso le manderò la minuta aggiustata, quale V. S. considerava, bisognando le postille, e la rimandi, per fare cosa aggiustata, e già che teniamo il tempo di farlo in terra non pensi ad altro, che a farsi serva. Saluto la signora Principessa, e Principe, e desidero sapere da lei, quello [che] mi cennò di avere scritto al signor Principe d’Aragona per l’aggiustamento del Padre Calascibetta, e quello che si è fatto. Mando il solito foglio e a tutti i figli, Minimi, Mariane, e Orfanelli benedico nel Signore, e tutti lo preghino per me.
Roma, 11 Ottobre 1670.

top



1670 10 25 AGT ms. 236, f. 334 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. con la quale mi dice che sta afflitto per alcune tentazioni che tiene; V. R. stia allegramente perché quando queste dispiacciono è segno manifesto che non c’è consenso, dovremo godere di quelle angustie per esser occasione di merito e dar gusto a Dio. V. R. cerchi disperarli, e lasciare abbaiare i cani, come diceva santa Teresa, fuori la strada, per secondo come consiglia S. Francesco di Sales, quando la tentazione è nera per la porta dell’intelletto, V. R. se ne esca per la porta della volontà, con giaculatorie e pie meditazioni, sopra tutto con ringraziamenti delle croci il Signore ci dà, e con offerte d’esse, e queste sono le vere croci cioè quelle che egli ci manda, ho detto poco, ma se ella ci riflette bene, ci è di vantaggio per consolare i cuori di tutte le creature del mondo, nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me.
Roma, 25 ottobre 1670.

top



1670 10 29 AGT ms. 234, f. 204 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

on altra mia mandai a V. S. il decreto della canonizzazione del nostro B. Gaetano, adesso l’avviso come questa mattina si è decretato, che il nostro B. Patriarca tenga il primo luogo fra i Beati da canonizzarsi, il secondo sarà il B. Francesco Borgia, il terzo dei Servi il B. Filippo Benizi, il quarto il B. Luigi Beltràn, e la quinta suor B. Rosa, tutti e due domenicani; onde il nostro bene a bene e gloria della canonizzazione, avremo questo di essere nel mezzo di quattro gran Servi, cosi forse spero stampare qualche cosa sopra questo, sappia V. S. con le nostre monache, ne preghino tutte il Signore acciò riesca tutto a gloria sua.
Godo molto della sua lettera con avviso del pensiero di fare un eremitaggio nel Monastero, che sarà il gabinetto segreto del Celeste sposo, è cosa grande, ci vuole grande orazione; credo che aspettando il breve, il Padre Maggio come praticissimo sopra ciò ne potrà dare il suo consiglio, e preghiamo intanto Dio, che ci guidi con la sua santa grazia.
Sono opere a sua chiamata, come cosa estrinseca, né persuadersi la perfezione in quello stato, perché tutto il nostro bene sta nel presente: hic nunc sono due parole, che comprendono molto, non voglio soggiungere altro.
Nostro Signore la benedica con la signora Principessa, signor Principe, figli, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Roma, 29 ottobre 1670.

top



1670 12 13 AGT ms. 234, f. 205 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

icevo la lettera di V. S. con l’avviso del felice parto della signora Principessa, che ci ha dato un buon Giulio (1), sia per sempre benedetto il Signore e sua SS.ma Madre; alla quale l’ho subito offerto, e poi ratificato nella santa Messa, nella quale pregherò sempre ad indirizzare questa creatura per la sua maggior gloria. Me ne rallegro con V. S., signora Principessa, e il signor Principe, come questa sia comune, e mando al bambinello una crocetta di Caravacca per portarla continuamente al collo, e voglio, che li vezzi gli farete siano il prendergli la manina, e fargli sempre segnare la santa croce, e le canzoni siano, il dirgli all’orecchio l’Ave Maria, acciò crescendo, faccia tutto per abito naturale senza imparato; così sant’Agostino, perché nella sua fanciullezza sentiva sempre replicare alla santa madre il nome di Gesù, poi grande, ancorché ancora non convertito, ci parevano sciapiti i libri, nei quali non trovava scritto il nome di Gesù, però V. S. non manchi di fare l’ufficio di santa monaca, e vorremmo, che il nostro Giulietto fosse per divenire come S. Giuliano, che fu così devoto di questo SS.mo nome, che per dolcezza quando lo nominava, si succhiava la lingua verificandosi in ciò quel che dice S. Bernardo: Jesus est Jubilus in corde, melos in aure, mel in ore.
V. S. mi scrive che sta in mezz’aria, così dice Frate Egidio, compagno di S. Francesco che stanno i servi del Signore, perché con il cuore non stanno in terra, e con il corpo non possono essere in Paradiso. Ma io dico che V. S. stia in mezz’aria, e attenda a lasciarsi guidare dal vento dello Spirito Santo, che la parola del Padre spirituale, né curate d’altro lasciarvi guidare, ove porta il vento senza imbrattarvi i piedi in terra, e sarete santa. V. S. scrive, che il Principe mi scriverà sopra il negozio del Padre Calascibetta; ma io non ho tali lettere, spero verranno appresso, e prego il Signore che tutto si accomodi bene. Il fratello Giuseppe Maria sta negli esercizi, e per Sabato si consacrerà subdiacono.
Roma, 13 dicembre 1670.
Saluto le nostre monachelle, tutte le Mariane, Minimi, Orfanelli, e a tutte le VV. SS. mi raccomando nelle orazioni.
(1) Tomasi

top



1671 01 24 AGT ms. 234, f. 207 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

on questa rispondo a più lettere di V. S., e prima godo le sua piaciuta la devozione di S. Carlo, che la pratichi e sopratutto che indirizzi ogni cosa a gloria di Dio, e particolarmente la propria volontà, e per l’entrata del monastero V. S. la rassegni al Padre spirituale, perché se bene io l’ho consigliata, e dataci la giornata; ad ogni modo sempre mi sono rimesso al confessore, perché la presenza del fatto può mutare le cose, ma io ho viva fede, che ogni cosa sarà guidata dalla divina provvidenza bene. Per il negozio del signor Castelletti, vedo quello che le scrive il signor canonico. Io dico a V. S. che ella dei suoi beni liberi, o dei suoi frutti può disporre a sua libertà, e che di questi può, e deve andare aggiustando le cose del Duca, per compiere con le preghiere che le fece, e per la sua buona reputazione.
Circa l’elezione delle monache, mentre Mons. D’Amico le disse: obstari decreta in contrario, V. S. non ci faccia altro, e mi piace la sua ragione, per le povere inferme pensare alle loro necessità prima di morire che il demonio può rappresentarceli per molestar con i suoi inganni.
La signora Principessa di Aragona mi scrive da Palermo consolata del nuovo nipotino, e delle carezze di V. S. e dello spirito di tutta la Casa; sia benedetto il Signore, e prego, che voglia perfezionare l’opera che ha cominciato. Nostro Signore la benedica con il signor Principe, e la signora Principessa e nipotino, e così alle nostre buone figliole, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me.
Roma, 24 gennaio 1671.

top



1671 03 07 AGT ms. 236, f. 358 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. e godo sia passata in codesta santa….. a goder di appresso la devozione dei nostri Beati, et anco lo studio della Teologia, che è tutta materia d’orazione, V. R. legga nella Biblioteca de modo studendi che troverà quanto sia vero quello che le dico, e la pratica per farlo. Il libretto che mi comanda, io non mi ricordo particolarmente quale fosse, V. R. mi avvisi almeno la materia di che tratta e che subito la servirò. Amiamo Iddio, amiamo Iddio, e non altri.
Roma, 7 Marzo 1671.

top



1671 04 22 AGT ms. 236, f. 209 autog. (Al Principe di Lampedusa, suo nipote)

on questa posta non ho lettere di V. S., questa sarà per salutarla, e raccomandarle al presente eremita D. Stefano, che mi dice servire in una Chiesa costì, con lo stesso le mando una nuova novena del nostro S. Gaetano per sua devozione, e della mia Maria Seppellita, et altre nostre monachelle; alle quali saluto caramente, e riverisco la signora Principessa, e tutti benedico nel Signore.
Roma, 22 Aprile 1671.

top



1671 05 12 AGT ms. 234, f. 210 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

ono più poste, che non scrivo a V. R. per le occupazioni che abbiamo tenuto per la festa solenne della canonizzazione del nostro San Gaetano, quale grazie al Signore è riuscita magnifica, e devotissima.
Ho detto però al fratello Giuseppe Maria, che scrivesse lui, e le nostre lettere sono comuni. Il detto fratello in questo capitolo generale ha predicato in refettorio con soddisfazione grandissima di tutti i Padri, ne ringraziamo tutti il Signore, e lo preghiamo a volere perfezionare in suo santo servizio.
Habbiamo ricevuto tutti gli scritti della mia Crocifissa con consolazione grandissima, e V. R. non solo li continui a mandare, ma faccia sempre scrivere dal signor D. Fortunato tutto quello che occorre di notabile.
Mando a V. S. 48 figurine di S. Gaetano con la benedizione dei cinque Santi, come vedrà per la formula dell’Indulgenze che sono amplissime, et ho fatto conto che vi sono 48 indulgenze plenarie l’anno, oltre l’altre indulgenze ordinarie, e tutte si possono applicare per l’Anime del Purgatorio. Una immaginetta è di V. R. l’altre le può dispensare a mio nome alle nostre Mariane, Minimi, e a chi piacerà a V. R.; ne mando altre 7 miniate per la signora Principessa e Principe nostro, e l’altre cinque per quei signori di Aragona come stanno notate, quali ce le manderanno in Palermo, con una formula stampata dell’indulgenze.
Nostro Signore la benedica con tutte le figlie, Mariane, Minimi, Orfanelli, e tutti lo preghino per me. La vigilia dello Spirito Santo. Amore, amore, amore.
Roma, 12 maggio 1671.

top



1671 10 21 AGT ms. 234, f. 213 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Frascati)

ev/do in Cristo fratello.
Mando due scatole di conserva, et il comodiano Poeta, la liturgia del signor Cardinale la leggo io. Riverisco il Padre D. Clemente, e le mando gli scritti (1), ma la prego a non lasciarli vedere ad altri, né dire la strada come li ha avuti, e tutti preghino per me.
Roma, 21 ottobre 1671.
(1) di Suor M. Crocifissa

top



1672 01 07 AGT ms. 234, f. 216 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Napoli)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo due di V. R. del 3 e 12 passato, e godo dell’avviso dell’affitto dello stato di Palma, con la consulta del signor Principe d’Aragona, e ne godo maggiormente per la quiete della signora Duchessa; Crocifissa con tante infermità potrà maggiormente attendere alle cose spirituali, fuori con Marta, e ritirandosi nelle sue vicende con Maddalena nel monastero, supponendo, che loro abbiano aggiustato tutto, e le ricordo di nuovo a trattare con la signora come madre, e madre tale, e scoprirle tutto l’interno, e se la licenza mandatale non ce l’ha data, la dia con ogni sottomissione, et scusa avendo fatto tutto per maggior servizio del Signore, osservino questo, che guadagneranno tutto, io so quello che scrivo. La signora Duchessa mi scrisse, che in caso di mancamento della Casa può disporre di circa 6000 scudi annui; onde avremo gran campo, come mi pare averle cennato per altra, di far cose buone per Dio, e non vogliamo aver mira a far elemosina per i corpi, ma per l’Anima, e per l’Anime infedeli. Io ne ho fatto una lunga consulta con il Padre D. Clemente, e mi dice, che ci possiamo aggiudicare tutto lo stato, et in tal caso disporre di tutto per Dio, assegnando a quelli, a che aveva da toccare, quel solo che rendeva a tempo di nostra nonna, e sarà meglio per loro esser ricchi privati, che titotali poveri. Hora per far ciò, bisogna avere le scritture, e notizie notate in questo foglio accluso, quel che V. R. manderà segretamente e puntualmente, e poi riconosciute queste, e trovando fondo, sarà bisogno, che venisse qui V. R. per aggiustare bene il negozio, perché per lettere non si potrà finire mai, e così di presenza aggiusteremo tutto, e poi ella può tornare per perfezionare l’opera con la signora Duchessa, e poi con sua procura tornare a stipulare gli atti con l’ultima mano di questi dottori, né V. R. si annoi di questo viaggio, o perdita di studi, perché quando si tratta della salute dell’Anima, si ha da spendere il sangue, come ce lo spendette il Redentore. Col fratello del nostro buon D. Nicolò pensiamo di mandare a V. R. un fagottino di libri, cioè dieci pratiche dell’orazione mentale del Cino, quali può far dare a tarì 3 per uno. Due copie della via Crucis. Un libro della vita della Baronessa di Chiaravalle con le sue lettere, quali tutte sono gemme preziose. E per le nostre monachelle saranno assai a proposito, e V. R. le legga, che ne avrà gran consolazione, particolarmente troverà quel punto tanto inculcato da me, cioè di fuggire la superflua sollecitudine anco nei nostri difetti. Mi è stata carissima la lista degli scritti della mia Crocifissa, e farò il confronto, se me ne manda alcuno. Dei libretti [stampati] del sacerdote, come l’ho scritto, si sono stampati in diversi luoghi, e qui sono distribuiti tutti con istanza di ristamparsi, in questo caso ce ne manderò più copie. Farò diligenza per la tela verde. Ho fatto consegnare la lettera al signor D. Antonino Macca, qual poverino cadette, e sta male con una mano, se bene sta accomodato in S. Agnese, tenendo una buona cappellania, e stanza ivi del signor Principe Panfilio. Il Padre Castelli mi scrisse per il suo esame, io le riscrissi, averne risposto a V. R., alla quale replico a trattarlo col Padre Matranga, che subito sarà spedita, né cerchi altro. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me. Roma, 7 gennaio 1672.
Dopo scritto ho trovato una bellissima gemma in S. Tommaso, la voglio regalare a lei, signora Duchessa, e nostre Mariane:

Operari magna, et reputare parva
Operari multa, et reputare parva,
Operari diu, et reputare brevi
Hoc vere est signum Amoris precipui.


top



1672 01 09 AGT ms. 234, f. 217 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Napoli)

ev/do in Cristo fratello.
Aspettava con questa posta lettere del signor Principe d’Aragona, ma non è venuto piego di Sicilia, però le ho fatto l’acclusa, quale consegnerà V. R. né essendo questa per altro, la benedico nel Signore e lo preghi sempre per me.
Roma, 9 gennaio 1672.
Riverisco il Padre Maggio, e del caso successo nell’eremo nel giorno di S. Gio:, qui non c’è alcuno avviso, però desidero me l’avvisi distintamente, e me li raccomando all’orazioni.

top



1672 02 03 AGT ms. 234, f. 215 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo una di V. R. del 7 passato assai breve, et ho goduto molto della lettera della mia Crocifissa, sì per aver risposto con tanta umiltà al tono aspro che se li fece, che è uno dei maggiori buoni segni che possiamo avere del suo spirito, sì anco per la dettatura, che si vede piena di sapienza celeste, et io stimo più questa, che gli altri scritti, perché quelli sono scritti con impulso attuale, ma qui si mostra, che sia con dono abituale; rendiamo di tutto sempre grazie al Signore, e preghiamolo a perfezionare l’opera grande, che ha cominciato, e che tutti, et io in particolare come più bisognoso ce ne approfittiamo. Nostro Signore ci benedica tutti.
Roma, 3 febbraio 1672.

top



1672 02 05 AGT ms. 234, f. 220 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Dopo la sua partenza mi è capitato un suo piego da Palma, le mando solo la lettera di suor Maria Serafica per vedere quello che cenna del suo viaggio a Palma, e si informi bene, con che fondamento scrisse ciò, spero nel Signore che seguirà tutto in suo maggior servizio; V. R. ci cooperi con tutte le forze, e tutti con la santa orazione. Mando l’acclusa per il quadro del nostro S. Gaetano, quale non senza divina provvidenza è toccato a porsi nella vigilia della SS.ma Purificazione, festa della religione, e quando S. Simeone accepit in ulnas suas puerum Jesum. Io sono stato la mattina a dirle la santa Messa, e queste odi si sono distribuite per molti signori Cardinali e con applauso di tutti, ne ringrazi il Signore e procuri in Palermo, che i Padri le ristampino, e dispensino ai devoti per loro consolazione, e gloria del Santo. Non scrivo lettere particolari alla nostra felicemente Seppellita, e tutte le nostre buone monachelle, e signor Principe, perché questa sarà comune a tutti, et a tutti benedico nel Signore, e tutti lo preghino per me. Roma, 5 febbraio 1672. Il nostro buon cappellano del monastero dei signori Barberini ha fatto una buona morte, ve ne mando alcune copie, con due libretti di devozione di S. Maria Maddalena de’ Pazzi, ma le mando a lei solo, perché mandarli ad altri, parrebbe qualche iattanza. Saluto et abbraccio al Padre D. Gaetano, e le farà comune questa, e tutte queste cose. Raccomando V. R. al signor Andrea Macca, fratello del nostro buon D. Antonino, e V. R. usi ogni diligenza per indirizzarlo, e fargli avere qualche posto di vivere onorevole nella Corte, e gran carità, basta ciò.

top



1672 02 07 AGT ms. 234, f. 218 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Con questa posta non sono venute lettere di Sicilia, con la passata scrissi a lungo, questa sarà per salutarla, et avvisarle, che per l’orologio della passione di Gesù, e dei dolori di Maria spero negli stessi, pensava fare qualche cosa meglio [di che] pensava. In tanto la prego a farmi mandare subito dal signor canonico Gaetano una, o due delle figure impresse in carta, e se oltre le 24 figure dell’ore, vi è figura per il frontespizio, pure me la mandi impressa, e preghino Gesù e Maria per la perfezione dell’opera. V. R. che è tanto affezionato allo studio della sacra scrittura, se non ha veduto il compendio ne fa Aureolo, (che è un libro antico, e si trova per tutto), lo veda, perché io in tre giorni con esso ho capito più la sacra scrittura, che nei passati e lunghi studi, ne vedrà il midollo con dottrina, e scienze. Qui il Signore ci ha aperto certa strada per serrare, e consacrare il Colosseo, ne preghi il Signore e lo raccomandi all’orazioni delle nostre monachelle, e della signora Duchessa, e tutti benedico nel Signore.
Roma, 7 febbraio 1672.

top



1672 02 13 AGT ms. 234, f. 221 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Con questa posta è venuto un piego della signora Duchessa e signor Principe con lettere per lei, e per me. Io rispondo a V. R. per tutti, perché il replicare lo stesso ad ognuno sarebbe tempo perduto; le risposte credo io le abbia pervenute con la sua persona, alla quale a bocca pienamente dissi i miei sensi, e replico brevemente, che mi pare, che il Principe si deve casare, e quanto prima può; né in questo abbia timore d’offendere al signor Principe d’Aragona, perché si cerca questo casamento per necessità, aggiustare la Casa, e stabilirla, che è pure servizio del signor Principe d’Aragona per il bene ne risulterà al Principino. La signora Duchessa avvisa, et inclina alla figlia del signor Principe del Biscari, ma a me pare, che questo signore è assai vecchio, et infermo; onde non si esegue il fine di dare alla Casa qualche appoggio, in oltre mi pare che codesto signore non sia di molta abilità, onde mancherà il principale appoggio delle cose domestiche di Casa. Avvisa anco un altro partito le è stato proposto, di una figlia del signor Conte di Comiso, a me piace per continuare la strettezza con la medesima Casa, e principalmente perché intendo, che il signor Conte è un gran economo, e così egli potrebbe attendere all’aggiustamento della Casa, et all’indirizzo del buon governo e reggimento del Principe, tanto più che essendo Aragona tanto vicina a Palma, et il Comiso non molto lontano; il signor Conte facilmente li potrebbe assistere più mesi dell’anno; né bisognerà fare spese per il casamento, stante il lutto d’ambo le parti, e la sposa potrà scendere ad Aragona.
Tutti questi discorsi sono per teoria, e principi generali per questo il Signore ha disposto, che V. R. sia trasferito costì, acciò con la pratica, e nel particolare veda quello che è più a proposito per l’aggiustamento dei debiti della Casa, per l’appoggio, e per l’indirizzo del Principe, e fare buone orazioni risolvono quello che le pare maggior servizio del Signore senza stare a scrivere qui, perché il tempo passa, né io da lontano posso scrivere, se non cose generali, quello che non mancherò sempre, è pregarne il Signore nella santa Messa.
Circa l’uscita dal monastero della signora Duchessa, a me non pare, perché l’esperienza ci ha mostrato, che fuori di quello vive in continua infermità, e risulterebbe in maggior imbarazzo del Principe; quello si può, e deve fare, che il Principe ogni giorno faccia una mezza ora di consulta con la signora Duchessa.
Il signor Card. Altieri con tenere il governo del mondo non lascia passare giorno che non va a rivedere la sua buona madre. Onde quello che fa questo signore per riverenza può fare il Principe per necessità conferendo quello che occorre e pigliando i dovuti consigli, quali la signora Duchessa li piglierà ai piedi del Crocifisso, e così con queste visite accoppierà Marta e Maddalena. In Casa trovino qualche buona matrona per il figliuolo, e che vi stia continuamente il Padre D. Antonino di Caro, e V. R. levi qualche altra conversazione non le pare a proposito.
Nel resto mi rimetto a quanto sopra queste materie discorremmo qui, et a quanto la pratica del paese, e consigli degli amici le mostreranno bene, e soprattutto ricorra alle sante orazioni, e pensi che questo suo viaggio sia per una missione fruttuosa et ordinaria della santa carità per sua Casa. Nostro Signore lo benedica, così alla signora Duchessa, signor Principe, Principino, e le nostre buone monachelle, e tutti lo preghino per me sine intermissione. Roma, 13 febbraio 1672.
Desidero che V. R. faccia diligenza, se il signor Duca b. m. conservava le mie lettere, recuperarle tutte, perché in molte vi erano alcuni buoni sentimenti, e gusto leggerle per confondermi di non aver eseguito quanto ho scritto, e cercare di approfittarmi, e rifare tanti mancamenti che ho fatto. Di più vorrei quel librettino: habitazione dell’anima nelle piaghe di Gesù Christo, del quale non ne ho copia, se non si trova, lo potrà avere col signor canonico Gaetano, che lo fece ristampare. Dopo scritto ho lettera del nostro signor canonico Giandaidone, e pare questo che ho scritto sopra, sia per risposta a quanto mi avvisa. Lo ringrazio caramente dell’affetto mostrato, e tiene alla Casa, quale ci raccomando non per necessità, sapendo quanto egli l’ama, ma per espressione del mio affetto; procurerò la dispensa in Spagna per il signor Principe passare a seconde nozze, se bene questa dimora non ha da procrastinare in trattati, e per il convento a Monte Calvario lo concerteranno insieme. Nostro Signore li benedica tutti.

top



1672 02 20 AGT ms. 234, f. 222 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la sua del 22 passato ringrazio nostro Signore del buon viaggio (1), et arrivo costì, e prego a Sua Divina Maestà a continuarle sempre le sue sante grazie, e sempre per sua maggior gloria, e servizio. Con questa posta non tengo lettere di Palma, io con la passata scrissi a lungo, onde con questa non ho cosa particolare. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, signor Principe, sorelle, e tutti lo preghino per me. Roma, 20 febbraio 1672.
E’ venuto Mons. Crespi, Vescovo di Girgenti, che è amorevolissimo, stimerei bene, che il signor Principe ci facesse lettera di compiacimento, e così il signor Ciantro Bichetti, per il quale io farò tutti l’uffici che devo. Mi saluti, et abbracci il mio Padre D. Gaetano, et a tutti Padri, et a tutti mi raccomando nelle sante orazioni.
(1) di Ferdinando per l’investitura di Principe d’Alcantara

top



1672 02 23 AGT ms. 234, f. 223 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Mando la licenza per parlare con le nostre Mariane, V. R. potrà farla mandare dal signor Principe al signor Vicario generale di Girgenti, che le sarà amico, o al signor canonico Bichetti, che è negozio va in forma, et io resto obbligatissimo a Mons. Vecchi, di tanto favore, e l’attribuisco alle orazioni delle nostre buone sorelle. Ella si serva di questa occasione per approfittarsi nello spirito, et anco per dar buon sesto alle cose del monastero, e degli eremiti, con i quali non bisogna stabilire regole, ma prima praticarle, e poi risolverle secondo l’esperienza che avremo del tempo. V. R. mi raccomandi alle orazioni di tutti, e particolarmente come da se alla mia Crocifissa, e le dica anco come da se, che ne anco la veda lei; tutto quello che l’ispira il Signore per profitto dell’Anima mia, e così li raccomando in particolare alcuni miei negozi, et amici, ma come ho detto dire volere come da se, perché con queste Anime non è bene mostrare stima di loro; e V. R. con questa occasione faccia squisita diligenza dello stato interiore di tutti, e ne scriva come una compita relazione. Nel resto io non mi dilato in altro, e mi rimetto a discorsi fatti, e prego dal Signore a darci lume, e grazia di poter eseguire in tutto il suo santo servizio, e né altro, e non altro. Saluto la signora Duchessa, signor Principe, sorelle, (e non le scrivo lettere, perché ella è lettera viva), e tutti benedico nel Signore, e tutti lo preghino sempre per me.
Roma, 23 febbraio 1672.
Riverisco il Padre preposito e credo che con il Padre Antonio Cartaro per via di Napoli, le sia capitata una balla di libri per Mons. Cicala, e se non fosse capitata, faccia diligenza per quando verrà, con darne cura al molo, e subito la mandi in Mazara. Ho veduto il Padre parroco dei Santi Apostoli, e mi ha detto che moralmente il negozio è sicuro per il signor Focolari.

top



1672 02 27 AGT ms. 234, f. 224 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Sono venute le lettere assai tardi, onde non ho tempo, che per fare queste poche righe a V. R., e questo per dirle un pensiero mio, quando non fosse partito il signor Reggente Denti, ciò che si potrebbe trattare il casamento, e condursi seco il Principe, che ci sarebbe più vantaggio, prima lo sparagno delle nozze, e così fece il Conte di Cammarata, quando si casò con la nipote del Duca di Montalto; 2° lo sparagno del trattenimento, mentre dimora in Spagna, perché ivi i Reggenti stanno privatamente; 3° perché ivi col favore del Reggente può alcanzare qualche ufficio perpetuo di maestro razionale, o tesoriere, o maestro Portulano, o simile, o saltem soprannumerario, o la successione; 4° può aggiustar le cose delle tande Regie, e li ereda la Casa; 5° in questa sua assenza tutti i frutti si possono applicare all’estinzione dei debiti; onde al ritorno troverebbe la Casa limpia, et anco con contanti, essendo l’entrate grazie al Signore grosse. La cura della Terra, e Stato la potrà avere il signor Duca di Piraino, figlio del Reggente, et al governo spirituale, e morale se li potrà applicare il Padre D. Antonio di Caro, a soddisfazione della signora Duchessa; la quale per le sue infermità come ho scritto, non mi pare levarla dal monastero. Ho voluto motivare tutti, perché l’avviso può giovare, e non nuocere.
Nel resto godo un casamento, che limpia la Casa, loro sono super loco, hanno di far tutto, et io prego nostro Signore lo faccia eseguire con sua santa grazia. Non ho più tempo. Nostro Signore li benedica tutti.
Roma, 27 febbraio 1672.
Raccomando al Padre D. Gaetano la balla di libri per Mons. Cicala, e se non è capitata, facciano diligenza alla marina, il portatore è il Padre Cartaro.

top



1672 03 05 AGT ms. 234, f. 225 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Con questa posta non sono venute lettere di Sicilia, però rispondo alla passata. Ricevo con molto gusto il buon giorno fatto ristampare dalla pietà del signor canonico Gaetano, e V. R. gli faccia prendere l’esercizio dell’orazione di un quarto d’ora, che è l’unico mezzo per farci vivere da veri cristiani, e faccia che Mons. Arcivescovo scriva qui per l’indulgenza che è facilissima, e senza spesa, e se vuole che io lo serva, me lo comandi.
Ho mandato subito il piego al Padre maestro Comandi, et attendo a lui per la spedizione del negozio. Saluto al signor Principe e già ho indirizzato il negozio del signor Brancato, e conservo le scritture per quello che potesse occorrere per servire al signor D. Antonio di Caro; farò pure diligenza per i libri che mi scrive, e godo che cerca impieghi virtuosi, e V. R. ce li raccomandi, e particolarmente assecondi il genio, sopratutto il santo timore di Dio, et io con prima comodità ci manderò l’anno sacro, come mi scrive, e qualche altra cosetta spirituale. Dei negozi della Casa aspetto sue lettere, solo soggiungo che non si parta, se non aggiusta il tutto bene, e per i suoi studi, faccia diligenza per qualche lettura o in S. Giuseppe, o in Messina alla casa nostra, o al Seminario, perché le cose bisogna pensarle avanti, et io stimo bene, anzi necessario, che ella si occupi in primo loco alla lettura. Riverisco alla madre suor Maria Seppellita, saluto le buone sorelle, a tutti benedico, et a tutti mi raccomando alle sante orazioni.
Roma, 5 marzo 1672.
Già avrà inteso la promozione, un Abate benedettino Fabiense ad istanza dell’Imperatore; l’Arcivescovo di Tolosa all’istanza del Re di Polonia. Fra Vincenzo Orsino, come nobile veneziano, e così il Papa ha compiuto la promozione dei Principi incominciata da Clemente IX che fece due Cardinali uno per Spagna, e l’altro per Francia. Il Padre Orsino con edificazione di tutta la Corte ha rinunciato il Cardinalato, onde è bisogno farcelo ricevere con precetto. Saluto et abbraccio caramente il Padre D. Gaetano, e me li raccomando all’orazioni, come fo a tutti i Padri. Il signor Principe d’Aragona mi fa una amorevolissima, non rispondo, perché è mia risposta, e quanto prima avrò l’orologio col signor Antonio Agostino. Al Padre D. Clemente sono entrati da 60 scudi per il signor D. Antonio Calabrò suo nipote, e m’ha favorito darli per 14 tarì per scudo, e ne mando polisa a V. R.

top



1672 03 26 AGT ms. 234, f. 226 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
La vigilia della SS.ma Annunziata ricevo la lettera di V. R. col buon annuncio dei buoni, e santi pensieri del Principe, e lodo tutto nella sostanza, e nelle circostanze, spero senz’altro sia vocazione del Signore, perché n’ho cavato effetti di compunzione, e di voler riformare la mia cotanta tiepidità et imperfezione. Nostro Signore credo abbia destinato V. R. per opera tanto grande, e però ella si può trattenere costì fino alla rinfrescata, nel qual tempo prima con l’orazioni, e poi con l’esercizio della mortificazione e con lo stesso discorso del tempo il Principe si risolva maturamente sul negozio, dovendo considerare in questo tempo la strettezza dello stato religioso, particolarmente cappuccino, e fra’ quali regna qualche rusticità, e che pare vi sono degli uomini; mi piace assai quello d’esser laico per più capi, ma particolarmente perché non si ha da ingerire in materie dei governi, e così ha da far conto, che entra solo per servire, e stimarsi per una pezza di piedi presso tutti; e non stimare altro, che l’umiltà, e la conversazione nel ritiro con Dio. Passato questo tempo, e continuando la vocazione senza far motto alcuno si può eseguire il tutto a nome del Signore, ma se il negozio si risolvesse d’altra maniera, bisogna V. R. attenda subito a qualche matrimonio, perché io in questo mondo non do mezzo, o religioso, o maritato. Circa suor Maria Seppellita io ho scritto, e torno a scrivere che non mi pare levarla dal monastero, stimo bene bensì che così ella come suor Maria Lanceata non facciano per ora professione, ma solo due voti semplici d’obbedienza, e castità, e questo per ragione di tenere in qualche freno il Principe, o altro che avrà cura dello Stato, et anco perché con il cumulo delle loro entrate, se il Principe si fa religioso, possono fare qualche bene spirituale, et in questo caso suor Maria Seppellita può restare tutrice del figliolo, ma solo di nome, perché per l’azienda può far procura generale amovibile al signor Conte di Comiso, o altro, et al governo della Terra può destinarci il Padre D. Antonino, o altro. Per l’aggiustamento della Casa mi pare ottimo il partito del signor Marino, né io aspetterei la risoluzione del matrimonio, perché ho per difficile, che si trova dote con tanti contanti, e poi sempre si avrà difficoltà in darle cautela; anzi che se il Principe si fa religioso, consiglierei, che si vendessero tutti l’argenti, oro, e suppellettili preziosi, già che il Principino in Casa del signor Principe d’Aragona non tiene bisogno di queste cose, e così limpiata la Casa, prima che il figliolo arrivi ad età di comparire per fare un grande avanzo, et il signor Principe d’Aragona c’attenderà per avere un nipote, che sarà dei primi ricchi del Regno.
Questo è quello che posso scrivere prontamente sopra ciò, et è lodato dal Padre D. Clemente, al quale ho conferito il negozio, che si deve maturare fra questo tempo, nel quale potremo anco aggiustare le scritture della tutela, rinuncia etc, e la signora Duchessa resterà contenta di tutto, e con vantaggio, perché se solo restasse nel monastero di adesso monaca professa, non farebbe cosa contro la sua volontà, e così resta nel monastero, e negata la propria volontà, che [è] il maggior sacrificio che può fare al Signore io le scrivo due righe, e mi rimetto a V. R.. Attorno ai suoi studi il Padre Matranga mi scrive averle fatto dispensare un trattato, et il Padre Chitari le ne scrive a lungo, e santamente. Nostro Signore lo benedica con la madre, sorelle, e tutti lodiamolo, benediciamolo nel tempo, e nell’eternità. Amen.
Roma, 26 marzo 1672.

top



1672 04 09 AGT ms. 234, f. 227 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo due lettere di V. R., una del 3 passato assai breve, con promessa di scrivere a lungo appresso, l’altra del sette, ma più laconica. Onde bisogna accusarla di contumacia. La lettera per la signora Principessa di Borghese non la do, perché mi pare in parte studiata, e la desidero tutta semplice, e dentro senza eccellenza, e tutta spirituale.
Con la passata ho scritto a lungo sopra il Principe, e ne attendeva, et attendo con desio il seguito, e non alteriamo punto la vocazione, lasciamo operare Iddio. Mi par bene fargli leggere gli annali dei Padri Cappuccini, che vi sono cose ammirabili, e se fra essi si suole pigliare particolare figliolanza di convento, stimerei bene, se così piacerà al Signore di stabilirlo, quello di Gibilmanna, che è il primo Santuario di Sicilia, et è appunto nella Provincia di Milazzo, è negozio d’orazione grande, e carismi. Scrissi anco lodando il partito del signor Marino, e soggiungo, che si potrebbe fare l’affitto anco per 12 anni, con accollargli tutto il debito, senza astringerlo a sborsar tutta la somma in contanti, e così con suo comodo lo potrà estinguere; anzi che per maggior allettamento, se li potrebbe fare vitalizio. Onde egli ne sarebbe quasi padrone, e verrà a dare più somma annua, con qualche riconoscimento onesto ogni anno, oltre all’accollarsi il debito, scrivo questo per carità di limpiare la Casa, né rispondo che queste righe, e si può guadagnare molto. Mando un invito per la scala santa, e spero che qui più sarà di molto frutto, costì nel monastero vi è la scala santa, la potrà servire per l’anno venturo, e se il breve della scala santa, che le mandai, fu ad septemnium, et si è spirato l’avvisi. V. R. partecipi anco l’invito ai nostri Padri per introdurre questa devozione anco nei monasteri di Palermo, che qui l’indulgenze si hanno facilmente su questa devozione.
Li libri per Mons. Cicala dice, che sono in potere del signor beneficiale Sartori, di grazia li recuperi, particolarmente per il breve vi è indulgenza, come l’ho avvisato. Mando al signor Principe l’assoluzione per il sacerdote Brancato con un nota di quello deve mandare per l’altre spedizioni. Per le spese dei breviari legati in sagrì che vuole sapere, io già l’ho scritto, onde può esigerle, e me lo saluti caramente, come fo alla signora Duchessa, monachelle, et a tutti benedico nel Signore e me li raccomando strettamente all’orazioni.
Roma, 9 aprile 1672.

top



1672 05 08 AGT ms. 234, f. 227r autog.(A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Sono due poste, che non tengo lettere di V. R., tengo però lettere del Padre D. Filippo Maria Agliata della sua salute, che l’avevano cambiato compagno, onde argomento procrastinare lo stato in Palma, e spero sarà tutto in ordine al servizio del Signore. Con questa comodità mando l’orologio al nostro signor Principe d’Aragona, le mando una balla di libretti dell’orazione di S. Pietro d’Alcantara, che mi ha regalato Mons. Crescenzio; V. R. li dispensi in Palma, et in Palermo agl’amici spirituali, perché veramente è un libretto utilissimo per la facilità, ordine, e devozione. Mando anco un involtino di alcune cartuccie stampate ultimamente, ma per Anime sollevate, e V. R. non può credere, quanto qui siano piaciute, e spero saranno di gran profitto. Nostro Signore lo benedica, come fo alla signora Duchessa, signor Principe, sorelle, e tutti lo preghino per me.
Roma, 8 maggio 1672.

top



1672 05 14 AGT ms. 234, f. 228 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo una di V. R. del sette passato, e ringrazio il Signore delle grazie che fa al Principe, continuiamo l’orazioni, acciò ipse perficiat, e V. R. deve anco particolari grazie per farle occasione di servirlo in negozi di tanto suo servizio, né tema delle distrazioni, perché quando non sono volontarie, anzi contro genio, sono materia di merito. Indirizzi ogni cosa a Dio, e fugga ogni sollecitudine, perché lo spirito del Signore è spirito di pace, anco nelle nostre imperfezioni, e difetti. Circa ai suoi studi, io già ho scritto a lungo, e torno a dirle, che a me pare applicarsi alla lettura, e fondarsi bene nella scolastica, e poi cominciare a faticare in quello le parrà per maggior gloria del Signore. Darò le lettere al Padre generale che si spera Lunedì torni da Frascati, e le manderò l’indirizzo necessario. Per il canonicato di Girgenti l’avviso è stato assai tardi e qui vi sono 17 concorrenti con primi mezzi di Roma, onde l’opera nostra saria superflua. Io raccomando il Padre D. Antonio a Mons. Vescovo di Girgenti, e così faccia costì V. R. e si aiuti anco col mezzo del signor Principe d’Aragona in Spagna, che sarà più facile. Le mando due immagini del B. Pio Pontefice, e l’avviso come il suo corpo sta nella cappella di Sisto V in Santa Maria Maggiore, ove se li fa una bellissima cappella sotterranea, sotto del cui altare viene ad essere il sacro corpo, e sopra il pavimento se li fa una bella, e gran rosa trasforata di rame dorato, per dar lume alla cappella, e godersi anco la sacra reliquia di sopra, e la detta rosa viene sotto la statua antica del Pontefice, al quale se l’hanno posto i raggi, e baldacchino. A questa cappella si scende per quella del santo Presepio, ove sta anco il nostro S. Gaetano. Onde la festa, che in breve si farà al beato, sarà anco partecipata dal nostro Signore, e perciò l’abbiamo accomodati quattro belle cornucopie con 4 lumi di cera per il tempo della festa, tutto per contento di V. R. e di codesti nostri Padri e devoti di S. Gaetano. Nostro Signore lo benedica, come fo alla signora Duchessa, fratello, sorelle, e tutti lo preghino per me. Roma, 14 maggio 1672.
Il signor canonico nostro Giandaidone mi scrive una lettera, e mi raccomanda il signor D. Martino suo fratello per il canonicato di Girgenti, V. R. me lo saluti caramente e ci faccia la mia scusa data a lei, mutatis mutandis.

top



1672 05 21 AGT ms. 234, f. 229 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Questa settimana sono venuti da Palermo i Padri Eusebio e Salvatore della Licata, cappuccini, e mi hanno portato nuova della morte del nostro Principe cappuccino in voto, e stimo maggior grazia del Signore l’averlo chiamato prima dell’esecuzione, per dargli la corona senza il travaglio. Me ne rallegro seco con la signora Duchessa, e tutte le sorelle, e veramente siamo tenuti tutti a rendere infinite grazie al Signore per la misericordia grande [che] usa alla Casa, ch’è stabilirla negl’eterni tabernacoli del Paradiso, essendo questa Casa della terra peggio del loto, e fango, con che la fabbricano le cose materiali. Io ne aspetto sue lettere, sperando d’intenderne altre circostanze di spirituale consolazione, e per le cose temporali credo, che il Signore l’avrà disposte, e farà seguire tutto per gloria sua. Per la sua persona e studi il Padre generale le darà ogni soddisfazione, né essendo questa per altro, le raccomando la santa orazione, nella quale si vede tutto, si ottiene tutto, e si gode Dio, ch’è il nostro tutto, lo stesso dico alla signora Duchessa, e sorelle, e le benedico nel Signore al quale preghino sempre per me povero peccatore. Roma, 21 maggio 1672.

top



1672 05 28 AGT ms. 234, f. 230 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Con questa posta non ricevo lettere di V. R. e le aspetto con desiderio, sperando di sentire assai buona circostanza della morte del nostro Principe cappuccino (1)(2), che il signor Card. Ruberti, me ne darà una nota. La settimana passata è partito Mons. Crespi, Vescovo di Girgenti, V. R. ci sia subito a riverirlo, e riconoscerà un gentilissimo, e santo Prelato. Alla signora Duchessa, sorelle, e tutti benedico nel Signore, e lo preghino sempre per me.
Roma, 28 maggio 1672. (1) morte di Ferdinando, avvenuta il 5 maggio 1672 (2) vitigni da impiantare

top



1672 06 11 AGT ms. 234, f. 231 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

uando fratello Giuseppe Maria mi scrisse, che il Principe si voleva fare cappuccino, come poi ha conseguito, se non con l’abito, col merito nel Paradiso, come spero, io risposi quello [che] si doveva fare in tal caso, e che V. S. poteva restare nel monastero, ma già che le dette lettere si smarrirono, e lei è uscita, è segno che Iddio ha voluto così; e noi dovremo godere sempre della sua SS.ma volontà. Ma V. S. stia allegramente, che spero il Signore la farà tornare a suo tempo alla sua Casa per servirlo con Maddalena, attenda però ora con Marta all’aggiustamento della Casa, e lodo assai l’affitto, e se vi entrasse il signor Conte del Comiso, o signor D. Emanuele, se li potrebbe anco dare la Terra. Intanto io le procurerò licenza di potere fare i suoi ritiri spirituali nel monastero, si può esercitare con S. Brigida a servire l’ospedale, e gl’infermi, e soccorrere i poveri, e nell’occasione si può valere del fratello Giuseppe Maria, che resta in Palermo, e potrà venire costà a suo gusto. Mi pare che in breve ho detto tutto, stiamo sempre uniti al divino beneplacito, né vi vuole altro. Ricevo le lettere delle nostre monachelle, e ne resto consolatissimo, V. S. me le saluti caramente e dica a suor Maria Crocifissa, e servirà anco per l’altre, e per lei, le dica, che cerchi sempre di tenere un cuore dolce, soave, e pacifico, anco nei nostri difetti, facta est in pace amaritudo mea amarissima perché lo spirito di superflua sollecitudine, et inquiete sempre è del demonio, o almeno dell’amor proprio. E nostro Signore non abita, che in cuor pacifico, factus est in pace locus eius. Ma come si trova questa pace nell’oscurità, nelle tenebre, e nelle grandi afflizioni? Si trova con la santa umiltà, stimandoci meritevoli di tali afflizioni, e di peggio, et io stimo, che sia meglio il patire con umiltà, che con allegrezza, perché questo non è patire, e poi è soggetto a superbia, e nido dell’amor proprio. Le raccomando assai questo esercizio, e fuggano la malinconia, come peste dell’Anima. In pace in idipsum dormiam et requiescam. Nostro Signore li benedica tutti, e lo preghino per me questa santa pace, e pace amarissima dei miei peccati. Roma, 11 giugno 1672.

top



1672 06 11 AGT ms. 234, f. 232 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
La settimana passata non venne posta di Sicilia, questa però ha portato due suoi pieghi del 10, e 22 passato, et ho goduto molto degl’ottimi avvisi del nostro Principe cappuccino come spero nel Signore già professo nel Cielo, e grazie sempre infinite a Sua Divina Maestà. Mando l’acclusa alla signora Duchessa, scrivo come sento, e spero sarà di comune soddisfazione. Lodo l’affitto, e la vendita dell’oro, et argento, e ci aggiungo anco dei vestiti della signora Principessa, et altri ricchi suppellettili, li quali nella fanciullezza del Principino non servono, e si logorano senza rimedio, e spero che vi attenderanno bene all’azienda; questo figliolo sarà assai ricco, ma desidero, che procurino d’arricchirlo con una santa educazione, e quando bisognasse qualche matrona, qui il signor Ignazio mi ha offerto sua moglie, quale allevò la Principessa madre, mi rimetto alla loro prudenza, e sparagno etc. Ricevo lo scritto di suor Maria Crocifissa, e desidero sapere, se ebbe qualche sentimento particolare su quelle parole della scala santa, potentia ligatur, e così tutti gl’altri scritti che seguitano. Circa ai suoi studi già l’ho scritto, che il Padre generale si rimette per tutto al Padre Matranga, il quale io riverisco cordialmente, e V. R. cerchi di stringere, perché dal suo conversare sempre s’impara; io poi torno a dirle, che stimo necessario fare una lettura per impararsi bene delle dottrine scolastiche, che sono il fondamento di tutto; il Padre Citari mi ha detto, che fornirà conto dopo finita la lettura del Padre Paternò, V. R. confidi tutto col Padre Matranga, e Padre Gravina, che non potrà errare. Il signor Principe d’Aragona mi scrive una bellissima lettera, ma io l’ho prevenuto, e però non gli rispondo ora, perché saria scrivergli lo stesso, non scrivendo io per cerimonia, ma per verità, me lo riverisca umilmente, così al Padre Boccafuoco, Agliata, e Gravina, ai quali non rispondo per trovarmi assai occupato, et ella sarà lettera per me, e lo stesso negozio faccia con il signor D. Antonino, et a tutti mi raccomando all’orazioni. Il signor Principe b. m. mi scrisse per sapere il prezzo dei due breviari, e diurni legati in sagrì (1), per esigerli dalla persona che li volle, sono costati tutti scudi 10. Manderò l’indulgenze che scrive, et il trattato degl’Angeli, con prima comodità, come gl’altri scritti tiene il Padre Citari. Con l’altra mia le raccomandai a V. R. il signor Matteo Macca, torno a farlo di nuovo, tanto più che la signora Duchessa mi dice, che vi è gran scarsità dei buoni ministri, e questo com’ella vedrà è abilissimo e di virtù esemplari. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi per me. Desio sapere, se le capitò una lunga lettera greca di Mons. Suarez quale più e più volte ne parla di lei.
Roma, 11 giugno 1672.
V. R. per l’affitto del governo di Palma, non prenda consiglio dalla gente di Palma, o del signor canonico Giandaidone, o simili, perché a questi torna più comodo il governo della signora Duchessa, et in questi casi la persona deve essere guardinga, non per quello che è ma per quello può essere, etc.
(1) pelle di pesce che conciata serve a formar coperte di libri

top



1672 07 02 AGT ms. 234, f. 234 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo le lettere di V. R. del 30 Maggio con il libretto che desiderava, e con la nota per il signor Brancato, il quale procurerò servire. Circa ai suoi studi, già ho scritto a compimento, e torno a dire, che mi pare attendere alla lettura, e questo non perché poi si avesse da stabilire in questo mestiere, ma perché si facesse con tal occasione padrone delle dottrine, che è il fondamento di tutte l’altre cose; e poi finita la lettura con l’esperienza del tempo potrà meglio risolvere a che applicarsi, et in ciò abbiamo la strada regia dell’obbedienza, né bisogna far altro, che esporre tutto schiettamente, et indifferentemente al Superiore, e dopo lasciarsi guidare da lui; però ogni altro pensiero e sollecitudine è Amor proprio, o tentazione del demonio; mi sono dilatato in ciò, perché la vedo attento alquanto sopra il suo stato, il nostro vero stato è non aver stato, o per dir meglio, è Iddio, che è il vero stato. Mando l’acclusa del Marchese di Pianezza per vedere il concetto teneva del nostro buon Principe cappuccino, V. R. la faccia vedere alla signora Duchessa per sua consolazione, e poi me la rimandi. Riverisco la detta signora Duchessa, e nostre monachelle, benedico tutti nel Signore e lo preghino per me. Saluto il Padre D. Filippo Maria Agliata, e già ho consegnato tutte le sue lettere, come mi ha comandato, e come io devo servirla, e la ringrazio dell’avviso mi dà della salute recuperata di V. R. né io mi dilato in materie d’infermità, perché sono sempre annesse alla nostra natura corruttibile, e sono ottime occasioni d’approfittarci, et offrire in sacrificio al Signore. Il signor Card. Facchinetti si raccomanda alla nostra Crocifissa, con altri amici, V. R. lo faccia con qualche maniera, senza mostrarne affezione, et attendiamo tutti alla santa umiltà, alla santa umiltà.
Roma, 2 luglio 1672.
Mi abbracci strettamente il Padre D. Gaetano, e me li raccomando alle sante orazioni. Il Padre Maggio mi scrive per il Padre Pecorello, che desidera farsi teatino, V. R. non mi ha mai scritto sopra ciò, stimo bene passar questo tempo per maggior stabilimento, e per sentire da lei più a lungo la vocazione, e suo sentimento.

top



1672 07 09 AGT ms. 234, f. 235 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. del 13 passato, ringrazio nostro Signore sia arrivato con salute in Palermo, e che ripigliava lo studio, e già questa mattina appunto ho consegnato i suoi scritti al signor Ignazio Miraglia, che li manderà con una feluca; parte Lunedì per Messina, raccomandati al nostro Padre Castelli, che già è ritornato. Circa il suo sacerdozio io consiglio a V. R. che non solo procuri dispensa, ma che ne anco lo cerchi a suo tempo, ma ne lasci la cura ai Superiori, questa è la strada battuta, più perfetta, la santa obbedienza. Ho inteso la morte del buon Pecorello, spero nel Signore sarà nell’ovile della gloria. Per monte Calvario ho atteso sue lettere, e mi meravigliava, come ella tacesse, ma adesso farò ogni opera, e scriverò a suo tempo. Aspetto con desiderio la relazione, e scritti della mia Crocifissa, e prego nostro Signore a compiere la grande opera che ha cominciato in questa figliola, et a fare che noi ce ne approfittiamo, se bene voglio che V. R. non si attacchi tanto alle sue parole, perché o sono in ratto, e sempre hanno qualche oscurità, o sono prudenziali, che come dice il Padre Gio: della Croce, sono assai osservabili, et alle volte paiono soprannaturali, per essere fatti con discorsi santi senza appannamento di passioni, ad ogni modo nelle donne, e figliole questo discorso prudenziale ancorché puro, e spassionato, è pure mancante per rispetto alla poca esperienza, e pratica delle cose del mondo, mi è parso dilatarmi in questo, acciò come ho cennato, ella non se l’attacchi totalmente habemus Moysen et prophetas.
Ricevo la nota dell’iscrizione per la lapide dei nostri buoni morti, V. R. che sa il sito, e le parole vi possono capire, ne faccia una a suo gusto, e la mandi, che poi sopra quella vedremo d’aggiustare qualche cosa. Mando due brevi per il nostro monastero, V. R. li faccia eseguire costì, e poi li mandi, mi saluti tutti, cioè me li raccomando all’orazioni. Fo riverenza alla signora Duchessa, alla quale fo comuni sempre le mie lettere, e V. R. glielo scriva, e che io in primo loco prego sempre per lei, così voglio che lei faccia per me. Nostro Signore ci faccia tutti Santi.
Roma, 9 luglio 1672.
Mando a V. R. l’acclusa di Mons. di Girgenti, al quale non rispondo per essere mia risposta, io già le raccomandai al signor Ciantro, signor canonico Giandaidone, etc.. V. R. faccia, che la signora Duchessa la compisca, che è un degnissimo Prelato.

top



1672 07 16 AGT ms. 234, f. 236 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Mando a V. R. l’acclusa della signora Duchessa, che mi pare dettata con l’assistenza dello Spirito Santo; io intendo, che in ogni conto si faccia l’affitto di Palma, con darle anco il governo, così è lo stile comune, e così hanno fatto loro con la Torretta, né si deve anteporre qualche utile temporale dei vassalli, all’utile spirituale, e corporale della signora Duchessa, et agl’interessi temporali della Casa. Oltre che il governo della signora Duchessa per esser donna, bisogna sia con consulta di altri, che possono incontrare meno atti degli affittuari, tanto maggiormente che questo signore Di Gisulfo, che il pretende, è buon cavaliere, e si può negoziare a gioco fatto, perché già si vede la soddisfazione che dà nel governo della Tonnara, et in questo caso la signora potrà tornare alla sua quiete del monastero.
Circa il matrimonio, più tempo è, che il signor Marchese di Geraci ne scrisse una lunga, sensata, et affettuosissima lettera al Padre generale del Beneficiale Rampolla, al quale io donai la stessa risposta hanno dato loro, né per fare esperienza della volontà della figliola occorre farla venire in Palermo, assai è il dilungarle la professione, perché in questa dimora se c’è qualche mutazione, verrà a lingua; sospetto però io che forse il Signore non vorrà altro, perché ho veduto, che la sua professione è stata impedita impensatamente, e le stesse cere che erano per la sua professione, servirono per quella del nostro Principe cappuccino, che così chiamo io la sua morte; ad ogni modo io in questo mi voglio portare passivamente e ne facciamo orazioni, come farò fare ad altri servi del Signore. Ho inteso lo stato del signor Principe d’Aragona in Sciacca, al quale avrà già capitato l’orologio, col quale mandava i libri, et involtino, che V. R. mi cenna, e mi sono meravigliato come il signor Principe non mi abbia risposto, e godo sentire come le sia piaciuta l’opera, et anco aspettava certo poco resto di spesa. V. R. intenda tutto destratamente, perché dubito, si siano smarrite le lettere, onde bisognerà mandare duplicato della polisa. Torno a raccomandare a V. R. il signor Macca, e l’assicuro, che è uomo di gran bontà, et abilità, e sarà di gran servizio alla signora Duchessa, e V. R. ci potrà confidare tutto. Mi spiace la scarsità dei ministri, e bisognando è necessario farne ogni diligenza. Mi è stata carissima la relazione che mi dà della mia Crocifissa, ne benedico il Signore e lo prego a perfezionarla, leggerò gli scritti e poi avviserò, e me li raccomando all’orazioni, come a tutte l’altre figliole. Riverisco il Padre Matranga, al quale risponderò con la seguente, aspetto nuova degl’indirizzi ha dato per i suoi studi, e già gli scritti sono mandati per via di Messina, come le scrissi. Rendo anco grazie al signor Boccafuoco delle sue due righe preziose, che anco nella bellezza del carattere mi hanno rallegrato. Abbraccio il nostro caro Padre D. Gaetano, riverisco al Padre preposito, Padre D. Cosimo, Padre Ebano, e tutti nominativi, così del fratello Saida, et carissimo Grimaldi. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me. Roma, 16 luglio 1672.

top



1672 07 23 AGT ms. 234, f. 237 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. del primo corrente, e sopra l’affitto di Palma torno a replicare, che lo stimo necessario anco col governo, altrimenti non si farà mai, e la Casa andrà in rovina. Circa la signora Duchessa, si può ritirare nel monastero senza professare, e di lì esercitare la tutela, che fatto l’affitto, sarà negozio di poca briga, e con una ora che si spende il giorno di continuo, sarà bastante, e si può servire di fuori del Padre Antonino, o altra persona confidente, e nelle cose di rilievo consulterà seco in Palermo. Mi rallegro sia entrata nella nostra segreta, della quale io conservo continua, e tenera memoria, e V. R. mi raccomandi sempre alle orazioni dei santi fratelli. Godo dell’avviso che mi dà del signor D. Giuseppe Grimaldi, e per la sua venuta all’anno santo, se siamo vivi, non mancherò servirlo di qualche luogo proporzionato al suo spirito.
Mando a V. R. 4 copie delle stampe, che ne le mandai sani libri di S. Pietro d’Alcantara, che ella dice non esser capitati; questi vennero con un involtino insieme con la tela bianca per il riflesso dell’orologio della passione mandato al signor Principe d’Aragona, dal quale, come le scrissi non ho avuto ricevuta, stimo forse siano smarrite le lettere, V. R. se ne informi dal signor Principe, al quale riverisco umilmente con tutto l’affetto. Riverisco il Padre Matranga, mio e suo maestro, et io spero scrivergli appresso con la dispensa per il noviziato del signor D. Carlo Marino, che qui lo stimano necessario. Abbraccio caramente il Padre D. Gaetano, e le ricordo, che si avvicina il tempo di favorirmi in Siracusa per i tralci delle viti di moscatello, malvasia, et altri, da 3 mila e più, e le potrà far mandare qui diretti al signor Card. Ruberti, e me li raccomando alle orazioni. Saluto la signora Duchessa, le nostre Mariane, e benedico tutti nel Signore, e tutti lo preghino per me.
Roma, 23 luglio 1672.
L’anno sacro del Padre Ambrogi lo mandai al nostro buon Principe cappuccino; V. R. faccia fare diligenza, che lo troverà, tolto non l’avrà donato al signor Principe d’Aragona, l’avviso perché bisognerà procurarlo da Firenze. V. R. partecipi questa stampa in Palermo, che spero saranno grati, e qui grazie al Signore ha piaciuto in estremo, et un Padre alla Chiesa nuova l’ha posto in verso, et appresso ce ne manderò copia. Benedictus Deus.

top



1672 07 30 AGT ms. 234, f. 238 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Mando l’acclusa per la signora Duchessa, e la lettera cenna per il Padre provinciale, col quale V. R. si faccia amico, e cerchi d’aggiustare costì ogni cosa, perché come il Padre generale non è della riforma, si rimette tutto a loro, e fra questo mentre procuriamo qui le spedizioni della Sacra Congregazione, nelle quali sempre vi vuole del tempo; il Padre provinciale potrà fare in Palma un ospizio, che sarà opportuno per il passo dei Padri di Val di Noto, e Val di Mazara, e per i conventi vicini di Girgenti, e Naro, e ci potrà assegnare i due Padri nominati dalla signora Duchessa, V. R. negozi bene, e si valga costì di qualche buon mezzo, che non mancherà, che spero nel Signore riuscirà tutto. Mando una che mi fa il signor Principe d’Aragona e sua risposta; V. R. mi scrive, che io lo tenga in caldo, ma egli si lamenta della loro freddezza, e mi scrive, che D. Rosalia non voleva venire per non lasciare di servire il signor Principe, ma ella non vuole venire per non voler andare in Casa del signor canonico Giandaidone come cosa di pregiudizio al signor Principe, et io mi sono meravigliato di questo pensiero della signora suor Antonia; che necessità vi è che il figliolino venga in Palermo? Sempre è meglio, che stia sotto l’occhio della signora Duchessa, e nostre monachelle in Palma, e D. Rosalia è pronta venire in Palma con il signor D. Ignazio, che è qui, e mi si è offerto più volte. Di grazia non prendano consiglio di questa buona monaca, sa il suo umore con l’andare, e tornare da Palma, e mi fanno grazia di vedere di guadagnare, et affezionarsi il signor Principe, e tutta la Casa, tanto più che il nostro Principe cappuccino, come ella mi avvisa, li nominava tutori. Ho ottenuto la grazia da nostro Signore per la proroga del breve del Papa Clemente IX per entrare la signora Duchessa nel monastero, e spero mandarvene il nuovo breve per la posta seguente, e se bene la signora Duchessa entra nel monastero, sempre è bene abbondare in consulta per quello che può succedere. Circa i suoi studi V. R. attenda a finire il corso per Ottobre, e poi per un anno come consultava e consulto il Padre Citari attenda ad aggiustarsi gli scritti per leggere, perché bisogna fare le cose come vanno, e non in fretta, et a caso, e fra questo tempo il Signore ci aprirà la strada per qualche lettura, et a me pare servizio del Signore questa sua dimora costì per aiuto, e sollievo della signora Duchessa, e Casa, essendo la carità ordinata primo ai nostri, né tema dell’aria, perché col buon regime, et uso si piglia, e poi nostro Signore non deficit in necessariis, quando tutto è per sua gloria. Al signor Macca non mancherà occasione di favorirlo costì, o per negozi della Casa, o di altri amici, o con i nuovi affittuari, perché è virtuoso et abile per tutto. Mons. Suarez è suo affezionatissimo, non manchi di scrivergli, e tiene ottima scusa per la catastrofe della Casa. Ho letto gli scritti della mia Crocifissa del giorno della SS.ma Trinità, e spero cavarne molto frutto, come avviserò con la posta seguente con suo gusto. Un pezzo si fa le mandai un cambio per un nipote del Padre D. Clemente, né me ne dà avviso, la prego ad essergli puntuale, et amorevole.
Lascio all’ultimo le lettere scritte nel giorno del SS.mo Sacramento, è negozio di grandi e lunghe orazioni, e ne pregherò molte Anime spirituali, e se sarò tardi alla risposta, non mi sollecitino. In tanto non vi pensino più, ma attendano al sodo della virtù, e stimino il passato come sogno perché se il Signore vorrà, aprirà altra strada, che noi non sappiamo. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me, che mi faccia umile.
Roma, 30 luglio 1672.

top



1672 08 05 AGT ms. 234, f. 239 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Mando a V. R. l’acclusa del Padre vice preposito per levarle ogni ostacolo, et ombra della sua buona venuta qui. Io torno a replicarle, che ne godo, perché sempre mi sono portato passivamente, e così spero, che nostro Signore lo drizzerà tutto a suo maggior servizio. Deve però V. R. ringraziare e conservare molte obbligazioni a codesti nostri Padri della stima che hanno fatto di lei con domandarlo per codesta Casa, alla quale, piacendo al Signore potrà servire non da scolare, come è adesso, ma dopo approfittato negli studi. Circa al viaggio spero incontrare quello di qualche galera, perché con l’occasione della fiera di Messina, sempre poi ne scende alcuna in Palermo per le sete che sono costì, prego nostro Signore del tutto per sua gloria. Ho dato già il memoriale per la fondazione del convento, e parlato con questi Padri che ne stanno ardentissimi, né bisogna aspettare né dieta, né capitolo generale; manderemo la lettera per l’informazione dell’ordinario, e venuta questa, ogni cosa grazie al Signore sarà aggiustata. Ricevo la fede per la morte del beneficiale, il negozio cammina, né manca diligenza, e sopra tutto ne prego nostro Signore. Ho fatto diligenza per il medicamento della madre Abbadessa del Cancelliere, né ho potuto aver notizia, né da speziali, né da droghiere, né dal nostro medico, qual credo fosse cosa chimica, che qui non è in uso. Mando a V. R. alcuni inviti per una nuova festa del nostro santo Padre, e voglio ne ringrazi il Signore da mia parte, perché avendo avuto sempre a cuore questa devozione, quando meno pensava, la signora Principessa di Rossano, madre dei signori Principi Borghesi e Panfilio, mi mandò 100 scudi per spenderli a mio genio per S. Gaetano. Onde io subito ho fatto fare un bellissimo quadro, e spero ne seguirà una bella festa a gloria del Santo, e consolazione dei suoi devoti, V. R. lo partecipi in Palma, acciò tutte le nostre Mariane possono ringraziare il Signore per me.
Roma, 5 agosto 1672.

top



1672 08 06 AGT ms. 234, f. 240 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Con questa posta non tengo lettere, e per essere la vigilia del nostro santo Patriarca non posso dilatarmi, e solo fo questa per mandarle l’acclusa lettera della Sacra Congregazione per la fondazione del convento dei Padri riformati in Palma. V. R. la mandi subito alla signora Duchessa, acciò col Padre D. Antonino, o altro la mandi con sua lettera a Monsignore e procuri una buona informativa, et io per maggior facilità le mando quella che si fece per i Padri di Monte Calvario, e si potranno servire della stessa sostanza rispettiva, e dello stesso mezzo che ci favorì allora; V. R. mandi questa informativa subito, e favorisca, che qui grazie al Signore finiremo tutto. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, figli, e tutti lo preghino per me.
Roma, 6 agosto 1672.
L’avverto che nella lettera del signor Vicario generale nel numero dell’Anime credo vi sia sbaglio di più.

top



1672 08 13 AGT ms. 234, f. 241 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Mando a V. R. l’acclusa per la signora Duchessa, et aperta per non replicare i negozi, e se la mia mano le pare oscura, può ella trascriverla per comodo della signora perché io sono così inetto, che non so farla meglio. Rimando la lettera delle nostre buone monachelle, e bene mi accorgo, che parlano per bocca dei vassalli, i quali, come ho scritto cercano il comodo loro, e vogliono loro esser padroni, senza mira al bene spirituale, corporale, e temporale della signora Duchessa, e Casa, ma sopra ciò ho scritto prima a lungo. Vorrei che V. R. facesse un’amorevole fraterna alle nostre monachelle, che deplorano la fortuna del buon Principe nostro, parendo a me il contrario, perché il Signore da piccolino lo fece padrone con titoli, grandezze, viaggi, matrimoni, e sopra più tanto virtuoso, è morto cappuccino, le dia per penitenza a dirne sempre al Signore un Gloria Patri.
Circa i suoi studi già ho scritto a compimento, et appresso manderò una licenza per Palma, ma se ne serva cum grano salis, cioè solo per consolazione spirituale della signora Duchessa, sorelle, e vassalli, e non più, perché il religioso fuori del chiostro è il pesce fuori dell’acqua, ella mi intende; in Palermo tiene in Casa tante oratorie, che non manca occasione et ha seco gli studi, e faccia conto, che ogni volta fa fare un atto di contrizione, o di Amor di Dio, ha trovato un gran tesoro, oltre che questa è la nostra vocazione. Per Monte Calvario già ho mandato le spedizioni che spettavano a me, ella procuri subito la risposta di Mons. Vescovo, e che venga aperta, come io mandai quella della Sacra Congregazione, o almeno copia per sapere qui come trattare. Ricevo il testamento della signora Duchessa, letto, e considerato risponderò quello che mi occorrerà. Mando qui accluso un breve, che con grandissima efficacia mi ha domandato la signora suor Antonia, e l’ho servita con la celerità possibile, la spesa è stata 10 scudi romani, V. R. faccia che me ne mandi subito polisa qui, perché ne sto a debito, non tenendo denaro. Mando l’ufficio nuovo del B. Pio V, del quale qui si è fatta solennissima festa nella Minerva, et appresso si farà in Santa Maria Maggiore ove è il sacro corpo, il quale poco fa si è rivisto per accomodarlo sotto un altare, nel …. collaterale alla cappelletta del santo Presepio, et io ho avuto grazia d’avere un poco di legno della cassa, ove si conservava, e ne partecipo V. R. e le nostre Mariane. Lo scritto della nostra Crocifissa sopra l’indegnità del celebrare, qui ha fatto tremare più di una persona, et abbiamo stimato che il Signore ce l’ha comunicato per pubblicarsi a beneficio dell’Anime, però ce le mando alcune copie stampate, e qui si spargeranno per tutto, e ne spero gran frutto; V. R. ne può mandare una copia per consolazione alla signora Duchessa, ma per nessun conto se ne dica una parola a nessuna del monastero, e di tutto gloria al Signore. Il signor D. Antonino Macca, non tiene per due poste lettera del signor Andrea suo fratello, mi fa grazia darmene qualche avviso, egli grazie al Signore ha avuto una buona cappellania in Sant’Agnese, che me ci ha favorito il signor Principe Panfilio, signore spiritualissimo, e che per sua benignità mi vuole assai bene. Lo raccomando alle nostre monachelle, suor Crocifissa per alcune tribolazioni spirituali, e ne le stringa, così ci raccomando la signora Principessa Borghese vecchia, e tutta sua Casa, e tutti amici. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me.
Roma, 13 agosto 1672 .
Manderò subito la lettera al Padre Citari, riverisco il Padre preposito P. Matranga, et abbraccio il mio carissimo Padre D. Gaetano.

top



1672 08 20 AGT ms. 234, f. 242 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Con questa posta ricevo due righe di V. R. con quella per nostro Mons. Suarez, quale consegnerò. Con prima comodità manderò le liturgie del signor Card. Bona, e forse con un altro libro, che sta stampando in atto: De discretione Spirituum, né voglio lasciare di dirle come detto signore ha veduto il libretto della relazione della nostra Crocifissa con molta sua soddisfazione. Ricordo a V. R. a non comunicare detto negozio con la signora suor Antonia, perché facilmente può avvisarlo ad alcuna delle nipoti in Palma, e come l’avvertii non conviene, che per alcun modo le pervenga tal notizia. Ho veduto il testamento della signora Duchessa, e per darne meglio parere desidero vedere la disposizione che fece la b. m. del Duca, per non coincidere nelle stesse cose, etc.. Mi fa grazia avvisarmi se si è recuperato quel fagottino mandato al nostro Monsignor Cicala, del quale ne ho scritto più volte a V. R., o almeno me ne dia l’esclusiva, et pensava più prima mandarle il breve della proroga della signora Duchessa d’entrare nel monastero, ma ella sa le cose lunghe di Roma, mi è stato promesso per questa sera, se pure verrà a tempo, quando che non verrà con la seguente, se piacerà al Signore al quale sempre lode, e gloria.
Roma, 20 agosto 1672.

top



1672 08 25 AGT ms. 234, f. 219 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Rispondo alla lettera di V. R. del 23 passato, ma prima voglio rispondere ad un punto, che ella cennò con la lettera antecedente, et io trascurai in quelle risposte. Il punto era della promessa di venire a Roma; V. R. si ricordi, che si partì per la morte della buona Principessa, e pensavamo tornare subito, e compire qui gli studi, idem si ricordi, che qui discorrevamo, che finiti gli studi, dovesse andare per leggere in qualche parte nel Seminario; quando poi il Signore dispose, che morisse il buon Principe, e lei si fece dispensare gli studi costì, che volle compiere costì, può ella come buon logico compiere il discorso. Nel resto circa a venire qui io con le lettere passate l’ho detto il mio senso. Mi è stata cara la raccomandazione mi fa con queste ultime lettere per il fratello Orides, per sentire la qualità di tanto buono giovane, e sarò a S. Andrea a pregare il Padre preposito con l’intento desiderato, e con la seguente posta le darò la risposta, che spero buona.
Ho inteso la morte del mio carissimo Padre D. Gaetano Gravina, in Mineo, e stimo sia morto col merito di missionario, e forse con più di quello dell’Indie, nelle quali c’è gran preziosità esteriore, ma qui appresso il mondo chi non mira l’interno, è parso forse più affetto del sangue, che della carità, et io per sue lettere posso ben saperne il midollo, il quale era solo la carità, che essendo ordinata, voleva si aiutasse quel giovane, et io in questo camminava con tanta consulta, cautela, e proteste, che non le restava nell’interno, che portare quella croce per amore del Signore, il quale spero, ce ne avrà già dato il guiderdone nel Cielo. Sono alcuni giorni, che imparai una buona regola, e la comunico a V. R., che le voglio bene. Ad alcune lettere alle volte non si risponde, per non rileggerle, e si rimandano per non conservarne la memoria. Mando l’acclusa del nostro Mons. Suarez, e se a V. R. paresse mandarle qualche cassetta di paste delicate con l’occasione che si lavorano in Palma, lo stimerei bene suppongo che forse V. R. riceverà questa in Palma, e però voglio comunicarle un mio pensiero, per pregarne il Signore con la signora Duchessa, e nostre monachelle, e se suor Crocifissa ne tenesse qualche lume particolare, mi fa grazia avvisarlo. Il pensiero è che se per quest’anno santo piacendo al Signore saremo vivi, mi vorrei impiegare a bene dell’Anime con peregrini, quali vorrei ritornassero alle patrie non con le sole medaglie, et Agnus Dei, ma con qualche buona istruzione per la santa orazione, e per salvarvi l’Anima le mando l’accluso invito, dal quale vedrà il disegno dell’opera, c’ho bisogno l’aiuto di altri Padri, quali spero trovare sì per le collazionette ad cor, come per le confessioni, e se V. R. volesse in quest’anno santo, spendervi la sua fatica, mi sarebbe caro, e potrà fra questo applicare qualche tempo a leggere qualche somma di casi. Al Padre generale spero sarà di gusto per il bene dell’Anime, e per decoro della religione in Roma, et appresso i forestieri.
Bisogna però prima maturar tutto con orazioni, e consulta di spirituali, e poi con la direzione infallibile della santa obbedienza prego intanto a farne, e farne fare continue orazioni, et a tenere il tutto segreto. Nostro Signore lo benedica con le signore figliole, e tutti lo preghino per me.
Roma, 25 agosto 1672.

top



1672 08 27 AGT ms. 234, f. 244 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
L’avviso che V. R. mi dà del negozio col Padre provinciale dei Riformati per il convento di Palma, mi fa conoscere chiaramente, che il Padre S. Francesco vuol favorire quella Terra, così ella anco avrà conosciuto per quello che io nello stesso tempo ho negoziato qui a questo fine; attendo però la risposta di codesto Mons. Vescovo, e qui spediremo tutto, e spero ne caveremo gran frutto, come opera indirizzata dal Signore. Procurerò le figure delle 7 Chiese per i sette altari del monastero, e scriverò anco per la scala santa. Farò diligenza per la licenza di parlare nel monastero, come mi scrive, se bene V. R. si potrà valere dello stesso mezzo che lo favorì in Girgenti l’altra volta, essendo Mons. Vescovo gentilissimo, ma io non mancherò d’ottenerla qui. Circa alle cose della signora Duchessa, et all’affitto di Palma, io non ho potuto scrivere, se non quello che intendo, sono fondato in due principi, l’uno che, che tutti i signori affittino le loro terre col governo, il 2° è che le donne non sono atte a questi negozi, et arbitrii, né io so conoscere le rovine, che V. R. cenna, e poteva avvisarle, perché come sa, anco vi è stata opinione, che la confessione si potesse fare per epistola, né l’uomo può giudicare, nisi secundum acta et probata.
Nel resto spero nel Signore che ogni cosa vada bene, e mi meraviglio di lei, che mostra tanta ansietà, e sollecitudine su questo, avendole io detto, e scritto più volte, che la superflua diligenza et inquietitudine nei negozi, o è amor proprio, o tentazione del demonio, perché lo spirito del Signore è spirito di pace, e tranquillità, et il Profeta: facta est in pace amaritudo mea amarissima, operiamo bene, e facciamo quello dovremo dal canto nostro, e dopo quando le cose non riescono, o vanno a traverso, abbracciamoci se non allegramente, almeno pacificatamente con la croce del Signore, e stimiamo, che quella è espediente per la nostra salute. Mando l’acclusa per la signora Duchessa, e mi sono meravigliato come dello scritto di suor Maria Crocifissa, circa le cose di Napoli non me ne sia data parte, spero che il Signore la voglia fare gran santa, mentre vedo, che gli stessi figlioli, che per tanto l’amano, e stimano prudente di governi poi le facciano queste cose come a forestiera. Scrivo questo per vedere quanto gran maestro che abbiamo, alle volte ci fa lavorare a pro dell’Anime, senza che noi forse lo sappiamo. Riverisco il Padre Matranga, ho raccomandato la sua lettera, mi abboccherò con il Padre Fardella, mi adopererò in tutto quello che potrò per servirla, e dopo scriverò come devo. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi mi faccia fare sempre il suo santo volere. Ho dato la sua a Mons. Suarez, tutto cordialità, tutto amorevolezza, e mi disse, che vuole scrivere.
Roma, 27 agosto 1672.

top



1672 09 09 AGT ms. 234, f. 245 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Qui è corsa nuova, che sono stati svaligiati due ordinari di Sicilia, ne attenderemo il vero, questa sarà solo per salutarla, e mandarle l’accluse orazioni di S. Gaetano, al quale spero fare una festa in S. Maria Maggiore per questo santo Natale. Li benedico tutti nel Signore e lo preghino sempre per me.
Roma, 9 settembre 1672.

top



1672 09 10 AGT ms. 234, f. 246 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Con la posta della settimana passata non ebbi lettere di V. R., con quella di questa settimana non sono venute di Sicilia, però con questa solo la saluto, e le mando la licenza, per parlare al monastero, che Mons. Vecchi col suo solito mi ha favorito con mandarla fino a casa.
Hoggi è partito per mare il signor Ignazio Miraglia, e gli ho consegnato la liturgia del signor Card. Bona, l’altro suo libretto non è anco finito, pensava mandare i suoi libri, perché qui dormivano, ma sono tanti, che bisogna aspettare qualche Tartana. Saluto la signora Duchessa, e le mando due figurine che mi ha dato un santo religioso cappuccino, mio amico venuto da Germania, una è della Madonna della Pietà, che per la gran devozione, è detta Loreto della Germania, l’altra è di S. Rosalia, alla quale si ha gran devozione in quella parte. Saluto anco le nostre buone monachelle, et a tutti benedico nel Signore, e tutti lo preghino per me.
Roma, 10 settembre 1672.
Riverisco il Padre Matranga, et assista per le lezioni ecclesiastiche del nostro santo Patriarca.

top



1672 09 17 AGT ms. 234, f. 247 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

icevo la lettera di V. S. del 13 Agosto, e spero, che già le siano arrivate tutte le mie lettere, con le quali ho scritto diffusamente sopra tutti i negozi. Con questa l’avviso, che ho procurato licenza per potere entrare nel monastero ad effetto di monacarsi, e la manderò subito.
Dico però a V. S. che per le ragioni ho scritto, io stimo servizio del Signore che V. S. e suor Maria Lanceata non facessero professione fino al tempo opportuno, e ne aspetto loro risposte, perché noi già conveniamo nel fine, che è il maggior servizio e gloria di Dio; nel resto nei mezzi facilmente ci aggiusteremo, perché sono cose umane, che facilmente si conoscono.
Stiamo forti nel fine, che tutte le altre cose sono bagatelle, et ancorché fossero grandi e contrarie, ci serviranno per maggior merito.
Il fratello Giuseppe mi scrive che si stava in un buon partito per l’affitto di Palma, e spero nostro Signore faciliterà tutto, e V. S. e le nostre buone figliole lo preghino per me, acciò ci faccia fare la sua santa volontà. A questo punto Mons. Vecchi nostro amicissimo mi mandò la licenza. Benedictus Deus, benedictus semper.
Roma, 17 settembre 1672.

top



1672 09 24 AGT ms. 234, f. 250 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. del 2 passato, e mi fa ridere sopra i suoi studi; ella dice, vuole fare la volontà del Signore e l’obbedienza, e poi fa apologia, et allegazioni sopra ciò: Una est veritas, e perciò io replico quello che ho scritto l’altra volta, et ora aggiungo che il consiglio volontario adesso mi pare necessario, perché il Padre generale si trova partito, e trattare questi negozi per lettere, saria sgarrarli, la sua venuta sarà tardi, né è tempo di pensar ai viaggi. Onde V. R. attenda a fare l’esame, e poi a studiare, come dovesse leggere, io inclino a Firenze, ma il tempo ci sarà maestro, V. R. attende allo studio, si quieti senza pensare ad altro, che il Signore indirizzerà tutto a sua gloria. Godo della buona relazione del fratello Castelletti, al quale saluto caramente e conservo memoria dei suoi buoni parenti, et amici, ma mi dia un ricordo alla venuta del Padre generale che farò quello [che] potrò per servirla. Per la monaca di Cammarata il negozio è difficile, et io poco inclino ad introdurre monache forestiere, ne facciano orazione, etc. Io ho buona memoria del breve per il sacerdote Brancato, ma le condizioni sono lunghe, né si può fare quello che si pensa, la ringrazio dell’accomodo ha fatto al signor Macca, e ce lo raccomando di nuovo, e desio veramente l’applicasse a qualche cosa per loro, o ad amici, e l’assicuro, che ne saranno ben serviti. Le ricordo l’ufficio del nostro Santo appresso al Padre Matranga, e sia subito. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi per me.
Roma, 24 settembre 1672.

top



1672 10 02 AGT ms. 234, f. 251 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Rispondo alla lettera di V. R. del 7 caduto, e godo le siano piaciuti i libretti per i sacerdoti, e ne le mando altre copie, come mi cenna; né ella può pensare quanto qui siano stati di applauso e di frutto con una riforma per tutti l’hanno letto. Di Milano, e Firenze mi scrivono, che si ristampano, et alcuni religiosi l’hanno mandati in Francia, e Germania per farli ristampare. Benedictus Deus. Mi rallegro della carica di Abbadessa della madre suor Antonia, la saluto caramente e l’assegno alcune buone compagne per il governo, la sorella orazione, la sorella umiltà, e sopratutto la madre carità. Per la monaca di Cammarata mi sono informato, et essendo nel quinquennio della professione può reclamare avanzi al suo Vescovo annullar quella, e poi con la stessa dote entrare nel monastero di Palma, né ci bisogna cosa di Roma.
Si avverta bene V. R. ad uniformarsi bene dello spirito, perché in Palma non vogliamo numero, ma peso. Mando l’acclusa per il sacerdote Brancato, V. R. mandi una buona informativa, che poi sarà servita, et è bene mandar la lettera con sigillo volante, o almeno copia, per saper qui meglio ragionare. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, e tutte le figliole, e tutti lo preghino per me.
Roma, 2 ottobre 1672.

top



1672 10 04 AGT ms. 234, f. 252 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. del 19 Agosto con avviso dell’aggiustamento dell’affitto della Torretta, e pagamento di 12 mila scudi, e buona speranza dell’affitto di Palma, e spero dal Signore ogni buon esito. Spero anco nel Signore che abbia fatto un buon esame dei suoi studi, per i quali ho già scritto a lungo, e torno a dire, che attenda ad apparecchiarsi per la lettura, che può essere che col beneficio del tempo s’incontrasse, e quando che non, si trova ben assodato nella scolastica, il che io stimo necessario, perché senza questo fondamento non si può far buona riuscita negli altri studi, e fra questo tempo poi, come ho detto, l’esperienza, ci mostrerà quello sarà servizio del Signore per applicarsi a cose particolari. Circa la professione di suor Maria Lanceata, e della signora Duchessa se entrerà, stimo, come ho scritto di procrastinare la professione per vedere l’aggiustamento della Casa e quando vi bisognano lunghe dimore, ne procureremo licenza dalla Sacra Congregazione quando fosse necessaria, perché intendano sia col consenso del monastero, et a beneficio d’esso, e V. R. ne può anco consultare costì, e tutto tengano segretamente nell’animo loro, nel quale devono avere vera intenzione di fare professione a suo tempo opportuno, né avranno cosa in contrario, e V. R. gliel’avvisi a tutti e due. Mando un nuovo ufficio di S. Benedetto per le nostre monache, non ne mando più copie per la spesa del porto, e poi essendoci costà tanti monasteri benedettini se ne farà facilmente la ristampa, e con buona comodità si manderanno le devozioni che mi domanda, e suoi libri, che hanno pieno due casse. Ho inteso la morte del signor D. Antonio Gaetano, e godo del suo zelo, quale deve esercitare costì con Vescovi, perché in Roma c’è tanto da fare, che non prendono cura dei casi particolari, e per questo provvedono le Chiese dei pastori, e V. R. le dica che il signor Card. Barberigo assiste egli ai moribondi nella sua Diocesi di Padova, e così dovranno imitarli gl’altri, che dopo con loro esempio vi attenderanno altri. [4 ottobre 1672]

top



1672 10 08 AGT ms. 234, f. 253 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Tengo una di V. R. del 16 passato, e godo che abbia ricevuto a bene la mia fraterna, a che forse avrà servito il non aver veduto i disturbi, che ella pensava. Modicem fidei, quare dubitasti, bisogna cercar di fare secondo [quello che] ci pare servizio del Signore, e dopo lasciar fare lui. Del buon esito della prima, voglio fare la seconda fraterna, ma però con scusare l’età giovanile, nella quale io feci tanti errori, che arrossisco ora scriverle questo. Mi scrive il Padre Matranga, per i trattati che le mancano dei suoi studi, l’assegnò [il] lettore, e che sopra due mesi ella voleva esaminarsi, et avere finito subito i trattati: De Trinitate, Incarnatione, et altri; cosa veramente assai strana trattandosi dell’apice della Teologia, et io ben mi accorsi di qualche sollecitudine giovanile, e lo conoscerà anco lei, se ci riflette, cioè che voleva fare l’esame nel passo di Messina, poco mancò (per farla ridere) che non la domandasse farla in qualche osteria, subito si vede quando le cose non vanno diritte; io rispondo al Padre Matranga ringraziandolo e pregandolo a non l’ammettere ad esame pubblico, se prima non l’esamini particolarmente non solo dei trattati, ma delle questioni studiate particolarmente, et ella sa quanto le nostre costituzioni ai Padri generali sono guardinghi per gli studi camerali, questo è il mio sentimento, V. R. lo riceva con umiltà, ma mi contento dopo due giorni d’orazione, con tutto che io non mi fiderei per me di 20 giorni. Spero a quest’ora col signor Ignazio le sia capitato il libro della Messa del signor Card. Bona, il quale l’altro giorno mi favorì mandarmi il libro le scrissi: De discrectione Spirituum, e lo manderò duplicato per lei, e per il nostro monastero, essendo assai pratico, e necessario per la guida delle nostre monache. Così manderò le figure delle sette Chiese, et un libretto uscito nuovamente della scala santa, la quale non bisogna, né è bene farla così grande, come l’originale; basta vi siano i 28 gradini con le crocette, e gradini in tutti luoghi, come vedrà nel libro. Spero mandare tutti con le casse avvisate, e fra breve per via di Trapani. Il fagottino per Mons. Cicala è in potere di un tale beneficiale nostro conservatore, quale lo tiene per pegno delle pretensioni che tiene [padron] Andreatta per il porto; V. R. potrà dirgli, che contiene solo cento libretti, che sono di poco prezzo, e per fine può farle dare pegno equivalente, alla fine avvisi tutta la riuscita. Sperava sentire dell’affitto di Palma, come V. R. più volte mi ha cennato, io ce lo raccomando, e stimo meglio dargli anco la giurisdizione, perché sarà di maggior utile per la Casa, e più quiete della signora Duchessa. Le mando alcune devozioncelle, gustate et vedete; nostro Signore lo benedica.
Roma, 8 ottobre 1672.

top



1672 10 14 AGT ms. 234, f. 255 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la sua con quella per Mons. Suarez, l’ho data al Padre Silos, e poi la consegnerò a detto signore e circa questo a me pare che S. Matteo scrivesse l’Evangelo subito ricevuto lo Spirito Santo, et in quel fervore che gl’altri Apostoli attendevano alla predicazione; il Padre Cornelio a Lapide sugli atti degli Apostoli confuta al Baronio, che mette esser scritto molto dopo l’Ascensione del Signore, e se bene egli stima fosse nell’anno 37 della nascita del Signore; ad ogni modo, come ella vedrà le sue ragioni solo provano contro Baronio, ma non c’è tempo preciso; onde noi, e forse con maggiori congruenze ne possiamo valere per il nostro intento, quale parteciperò a Monsignore per averne il suo vero giudizio. Dei negozi non occorre [dir altro], perché ho scritto a lungo con la passata, né V. R. con questa me ne accenna alcuna, le raccomando l’acclusa et anco al soggetto, come ho fatto più volte. Nostro Signore lo benedica e lo preghi per me.
Roma, 14 ottobre 1672.

top



1672 10 23 AGT ms. 234, f. 256 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Col presente padron Simone Aristaldo mando due cassette di libri, et un altro cassettino di scritture; la lista viene annessa, et appresso scriverò a lungo, e conservi i quadri senza mostrarli fino ad altre mie lettere; pagherà di porto scudi quattro. Nostro Signore lo benedica. Roma, 23 ottobre 1672.

top



1672 10 29 AGT ms. 234, f. 257 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo due lettere di V. R. del 30 passato con la polisa della signora suor Antonia, alla quale saluto caramente e me li raccomando all’orazioni. Li libri già si trovano mandati con padron Simone, transloro sarà Simone Monti, partirono Lunedì passato, et io le feci solo quattro parole, riservandomi a scrivere con la posta oggi come fo, oltre i suoi libri ho mandato due copie del nuovo libro del signor Card. Bona, e due copie della pratica dell’orazione mentale, una copia per lei, e l’altra la mandi al monastero per farla vedere al Padre D. Fortunato e stima questo libro: De Discretione Spirituum necessariissimo per lei, e dà regole tante certe e chiare, che mi pare dettato dallo Spirito Santo, né con tale guida si può errare. Pure l’altro libro tratta dell’orazione mia tanto desiderata, ma le monache bisogna farle con il consiglio del Direttore; onde V. R. raccomandi l’una e l’altra lettura al Padre D. Fortunato, perché l’uno serve a farle sante, e l’altro a conoscere, se veramente sono per tal strada, vi è un libretto moderno della scala santa, et altre carte devote, e particolarmente le odi per il nostro S. Gaetano, e penso saria assai bene, che nella notte del santo Natale, nella giornata si descrivesse di questo miracolo, e poi si dispensassero dette odi per devozione del Santo con esercitare la sua commemorazione, la quale qui si dice ordinariamente a sant’Andrea ogni sera dopo le litanie, dopo l’esser confessati. Circa i libri mandati credo sia stata disposizione del Signore e sempre meglio goderli seco, è sempre meglio il certo per l’incerto. Godo dei buoni avvisi mi dà del Padre Rivalora, qui è venuto da vicino a posta da Venezia un compagno del maestro dei novizi, et è ottimo religioso, onde sarebbe importuna la proposta; V. R. una volta mi scrisse, che il signor Principe d’Aragona si mostrava freddo con la Casa, e che io cercassi di riscaldarlo, il che si fece, e scrissi a V. R. che detto signore si lamentava di loro, né lei circa a ciò mi rispose. Onde ora mi manda l’inclusa, et io credo alle sue parole, mentre ci mando le mie tanto tardi, non voglio accusare la sua mancanza, ma almeno la sua taciturnità in ciò, e mi pesa il discapito, che cenna degl’interessi della Casa, nei quali io la vorrei più diligente e sollecita, e sono passate da sei o sette poste, che V. R. di ciò non scrive: neque verbum unum, le incarico questi negozi come opera di carità, la quale per esser ordinata, ci costringe ad aiutare le persone congiunte, e derelitte, non posso mettergli sproni più gagliardi che il servizio del Signore e però lo stesso desidero, che si stringessero con codesti signori d’Aragona, che all’ultimo sono i soli parenti. Nostro Signore lo faccia Santo, e lo preghi sempre per me.
Roma, 29 ottobre 1672.
Mi era scordato che nella cassa vi è un quadretto rivoltato, che manda il Padre D. Clemente a suo nipote con l’acclusa lettera, nella quale le scrive, che pagasse il porto, ma V. R. non riceva cosa alcuna. Vi è un’altra Madonnina, V. R. la conservi segretamente perché spero mandarla con un’altra indulgenza al signor D. Lorenzo Ventimiglia mio, unica reliquia degl’amici antichi costà, e di nuovo me li raccomando all’orazioni. Riverisco al Padre Matranga, le ricordo la stampa della festa del nostro Santo, e precisamente le lezioni e il tempo urgente; V. R. ne sia caldo sollecitare e di nuovo, e sempre me li raccomando all’orazioni.

top



1672 11 12 AGT ms. 234, f. 258 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Rispondo ad una di V. R. del 14 passato molto lunga, non mi dispiace la lunghezza, ma bensì il calore con che scrive. Mi meraviglio di V. R. non abbia dato le lettere con le licenze alla signora Duchessa, sapendo per esperienza con quanta prudenza, e maturità cammina quella buona signora, et avendomi scritto ella stessa, che per le mie prime lettere dubitava mare, et montes; poi ella stessa anco mi scrisse, che ogni cosa sfumò in nulla; io in tanto mandai detta licenza, che sapeva non eseguirla, se non con loro gusto, et avendomi scritto, che la desiderava seco per servirsene a tempo della sua morte, tremando non farla nel monastero, et il negarci ciò a me pareva una empietà, et a me pare, che fatto l’affitto, la signora potesse ritirarsi, et il figliolino può consegnarsi alla moglie di D. Ignazio o altra simile, e stare sotto il suo occhio, come ella mi dice, dell’altre sorelle, nec est maior ratio; nel resto prego nostro Signore e lo spero dalla sua bontà, che guidi tutto con la sua santa grazia. Circa il suo stato io già ho scritto più volte universalmente l’assenza del Padre generale; nel resto quando a V. R. non piace il mio parere: aetatem habet, può come buon religioso scoprire ampiamente tutto il suo cuore al Padre generale, acciò lo provveda. Né in questo V. R. pensi io mi offenda, anzi come sperimenterà, mi troverà più affettuoso che prima, né mi risponda, che il Padre generale si adombrerà, non vedendo lettere mie, perché gli può scrivere, che ciò fa a mio consiglio, anzi a mie preghiere, e così io le dirò sempre, e di questa forma non potrà mai errare, come potria seguire col mio parere, né starà in aria, mentre si rimette all’obbedienza, che è il centro, e la quiete del religioso. Godo molto della devozione del signor canonico Caetano, vedrò d’aggiustare qualche cosa di proposito, se piacerà al Signore e dopo avviserò a lungo per la stampa. Le do avviso, che in Venezia hanno cominciato a ristampare il nostro: Arbor uberrima di S. Tommaso, cioè i soli Aforismi con tre tometti in dodici, spero, che sarà di profitto, per esser un compendio breve, e chiaro di tutta la Somma, ne sia benedetto sempre il Signore. Venendo il signor Biagio Arezzi lo servirò con tutto l’affetto, e ne può assicurare al signor Barone Campolo, al quale io riverisco con tutto l’affetto. Mi fa grazia far capitare l’acclusa sigillata col quadretto della Madonna al signor D. Lorenzo Ventimiglia, come le cennai per la passata.
Qui stiamo nel santo Giubileo, per le cose di Polonia, o per dir meglio di tutta la cristianità. Mercoledì il Papa fu alla processione della Minerva per rispetto di S. Giacinto, polacco, fino a S. Stanislao, Chiesa dei Polacchi, et il santo vecchio proruppe in tante lacrime, che non poteva dire in detta Chiesa la solita colletta, et il signor Card. Facchinetti mi ha detto, che si intenerì tanto, che spero per queste sole lacrime la grazia desiderata del Signore, al quale costì con pazienza e devozione dovranno pregare per i suoi aiuti. Detto signor Card. Facchinetti ha veduto la lettera che fa a lei la mia Crocifissa, e restatone ammirato, ne tiene memoria nella sua Messa, e se li raccomanda all’orazioni, come fa il signor Card. Sforza, il quale si è dato molto allo spirito, e basta dire, che studia i nostri fiori di S. Francesco, e va di mano in mano scrivendoli di sopra i suoi sentimenti, e me li porta, e finora è arrivato al 21; V. R. lo raccomandi al Signore come ne prego le monachelle, signora Duchessa, e tutti preghino per me, e nostro Signore ci benedica tutti.
Roma, 12 novembre 1672.

top



1672 11 19 AGT ms. 234, f. 261 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ho parlato col Padre consultore Nobilione e trovo che tutti gli studi sono provvisti di lettori, onde supposto questo, non bisogna aspettare, né scrivere al Padre generale, le dirò però schiettamente il mio parere, e più francamente per la protesta l’ho fatto nella lettera della posta passata. Il mio parere è che leggesse un corso di tutta la Filosofia, e Teologia, perché senza queste sode fondamenta non si può far mai niente di buono, né la persona può parlare, non che scrivere di proposito, e con sicurtà; e già che non vi è luogo altrove, accomodarsi nel Seminario di Messina, nel quale anco c’è un continuo esercizio d’altre buone lettere, così mi consiglia anco il Padre Citari, il quale forse le scriverà sopra ciò facilitandole le cose per le stanze con gli alunni, et alla fine poi, bisogna pigliare quello si può, et accomodarsi alla necessità dei tempi. Quando a V. R. assolutamente non piacesse questo, e volesse venire a Roma, io non trovo più onesto motivo, che domandare una licenza per venire a vedere aprire l’anno Santo, che sarà il 1674 e quando poi sarà qui, stimerà servizio del Signore il restarci, sarà facilissimo l’ottenerlo. Anzi io potrei procurare la licenza fatto subito il nuovo generale se piacerà al Signore e mandarla immediatamente acciò possa godere la prima comodità di galere che verranno a Napoli, e così il negozio si riduce alla dimora poco più d’un anno, et il tempo vola, più presto di quello pensiamo, e questo tempo può anco servirci per studiare la scolastica, e per riassetto della Casa. Nel resto io non so, né posso dirle altro sopra ciò, preghi nostro Signore acciò l’ispiri quello sarà maggiore a suo servizio. Il signor Ignazio Miraglia per una raccomanderà V. R., io la fo con tutto l’affetto, e stimo, che per cura del figliolo non vi fosse matrona più proporzionata di sua moglie, per esser pratica della Casa, virtuosa, e l’affetto col quale s’offre il signor D. Ignazio, il quale anco si potrà applicare in qualche servizio, essendo persona fidata, et abile per tutto. Ho parlato col Padre Sottani per i libri, e ne scrive a lungo al Padre preposito Lucchese, al quale io riverisco caramente.
E’ un pezzo, che non tengo lettere di Palma, né V. R. mi avvisa cosa, saluto tutti, benedico tutti, e tutti preghino il Signore per me.
Roma, 19 novembre 1672.
Appunto il Padre Citari mi mandò la lettera, che viene acclusa. Il Padre Silos ha cominciato a stampare alcune poesie, sopra 300 pitture e 30 sculture più celebri di Roma, ne le mando un saggio, che le sarà di gusto.

top



1672 12 03 AGT ms. 236, f. 242 copia (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Questa settimana non è venuta la posta di Sicilia, onde questa sarà per salutarla, et avvisarla, che sono stato a S. Andrea per pregare il Padre preposito per la venuta del fratello Orides, e l’ho trovato tutto cortesia, et amorevolezza, e se bene non s’è assolutamente impegnato, moralmente stimo che mi favorirà. Onde V. R. potrà avvisare al detto fratello, che si aiuti con Superiori maggiori che con questo Padre preposito, sarò io il procuratore. Con questa posta ho fatto una lettera a V. R. a pagare scudi 26 e grana 10, per servizio del Padre D. Alberto Fardella, prego V. R. a farle pagare della maniera che scrivo per detta lettera; nel resto riverisco la signora Duchessa, le figliole, e tutti preghino per me, che sono assai bisognoso.
Roma, 3 dicembre 1672.

top



1672 12 18 AGT ms. 233, f. 82 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo due di V. R., del 19 passato e l’altra del 21, l’una da Palermo con l’avviso della partenza per Palma e l’altra dell’arrivo con buona nuova della salute della signora Duchessa: benedictus Deus omnia, e spero che con la sua presenza il Signore la premierà con l’esercizio grande le ha dato del nudo patire; ed ella ci coopererà con tutte le forze e maggiormente con l’orazione, e aspetto lunghe sue lettere dello stato della signora, nostre signore figliole, e tutti.
Circa quello che dice dell’esame, io lo vedo assai attaccato a questi benedetti studi, perché nello stesso giorno le venne l’avviso della pericolosissima infermità della signora Duchessa che è il maggior accidente, che umanamente le poteva avvenire, ella pure pensava all’esaminarsi; e nostro Signore ha permesso che nello stesso genere ne sia stato mortificato, e se V. R. non si modera in questo affetto, ne riceverà sempre maggiori mortificazioni. Io scuso l’ardore giovanile e mi vergogno di quelli commessi in tale età, essendo questi vostri rose, e fiori rispetto ai miei, pregate il Signore me li condoni con li molti altri, che ci ho aggiunto dopo, ma veniamo al fatto, V. R. sa che il prefetto degli studi costì è il Padre Matranga; il Padre generale si rimise per i suoi studi a lui, io ne ho scritto a lui, ogni ragionevole, che V. R. non concertasse con altri il suo esame, ma dipendesse da lui, assentì questo al suo ritorno, che sarà consolato meglio di quello che pensa.
Ho goduto, che in Palermo sia stato riconosciuto il libro della pratica dell’orazione mentale, e procurerò che il libraio, ne mandi una balletta per cooperare all’esercizio di questa santa pratica; così manderò le due copie Via Crucis, con questa le mando altre sei copie del nostro S. Gaetano e la prego a farle capitare al signor Principe di Aragona e signor D. Lorenzo Ventimiglia, l’accompagno anco un’altra devozione che ho ristampato, e per la festa dell’Immacolata e già al Signore è piaciuto tanto, che il Padre Piparelli che fa l’orazioni di San Francesco Saverio ha subito fatto ristampare la volgare in un libretto, e la dispensa per tutto, sia tutto a gloria della gran Signora; ci accompagno anco alcune devozioncelle per il santo Natale del nostro buon confessore dell’incarnazione, con un S. Nicolò, e S. Filippo, dei quali in questa festa di S. Nicolò me ne ha regalato più copie il nostro Padre Balducci della Chiesa nuova, saranno tutte per ricreazione spirituale del monastero, e devote, e le benedico tutte nel Signore e tutti lo preghino per me.
Roma, 18 dicembre 1672.
Ricevo una del signor Ignazio Miraglia, con buona nuova del Principino. Nostro Signore lo benedica, non li rispondo, perché non ho tempo e supplisca lei a salutarmelo caldamente.

top



1672 12 24 AGT ms. 234, f. 259 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Con la posta passata scrissi a lungo, aspetto sue lettere con buone nuove della salute della signora Duchessa, e V. R. con le nostre monachelle cerchino guadagnarla con la sottomissione, perché io tengo gran concetto dello spirito e prudenza di detta signora, e stimo che tutti doveriano baciarle le vestigia, nonché i piedi. E’ la vigilia del santo Natale, non posso aggiungere altro, saluto tutti in nome del Signore Bambino; evviva, evviva per sempre il Bambino di Betlemme.
Roma, 24 dicembre 1672.
Aggiunta del Padre Chitari. La saluto, e riverisco con darle le buone feste, come sa desiderare il Padre D. Carlo ha scritto a complimento per il suo esame, mi comandi, e mi faccia raccomandare al Signore da codeste nostre Serve di Dio.

top



1673 01 28 AGT ms. 234, f. 262 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Rispondo a due di V. R. del 20 e 22 passato, e ringrazio nostro Signore dell’avviso dell’affitto al signor Conte del Comiso con tante buone circostanze, et in effetto questo si doveva fare da principio, ma il Signore ha voluto mostrare non essere questa opera di uomini, ma Sua. Supposto questo, io stimerei bene, che il figliolino pure si consegnasse al signor Principe d’Aragona, che in effetti è il solo parente; e l’educazione riuscirebbe meglio, e di più decoro, e V. R. si ricordi, che sempre desiderava, che il Duca avesse mandato D. Ferdinando alla pratica di Palermo. Onde è meglio, che se le manda adesso, per poterselo quei signori affezionare, e così la signora si potrebbe ritirare nel monastero, e risparmiare i 12 mila scudi che ci vuole assegnare il signor Conte, bastandole un migliaio per fare elemosina, e così la signora come le figliole sacrificheranno il loro fine a Dio benedetto, perché il tenere il figliolo seco, ci può essere qualche occulta proprietà, e per fine temo, che se la signora non entrerà nel monastero viva, c’entrerà quanto prima morta, per quello che scrive, come vedrà per le lettere mi scrive; scrivo io per tutto consultando, facciano loro in ordine, e facciano quello che il Signore l’ispira. Circa alla sua venuta aspetto le scritture l’ho avvisato, e quest’occasione sola mi pare lecita, onesta, e santa. Con prima comodità manderò il libro: Rerum liturgiarum del signor Card. Bona. Per la somma di S. Tommaso l’avviso non è stato a tempo, tenendone stampate la prima parte e la prima [della] 2°, se bene gli Aforismi mi pare, che quanto siano più testuali, tanto siano migliori, per la chiarezza qui mi dicono tenerli più degli altri compendi. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi per me.
Roma, 28 gennaio 1673.

top



1673 02 02 AGT ms. 234, f. 263 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. del 14 passato, e ringrazio il Signore dell’ottimo indirizzo dato alla Casa, effetto veramente della divina provvidenza, confidiamo tutti in lui, e lasciamo fare a lui.
Circa la signora Duchessa, io già ho scritto, e torno a dire, che mi pare senz’altro fare che il Principino si allevi in Casa del signor Principe d’Aragona, né scrissi questo da principio, perché V. R. mi avvisava non solo freddezza, ma alienazione di quei signori, ma già che ora il Signore ci ha favorito, bisogna metter le cose alla via sua. Per la sua persona i Padri consultori già scrivono al Padre preposito che la revocazione delle licenze del Padre generale fatte da loro, non si intende per quella di V. R. e di più mi hanno favorito d’una licenza per venire costì il Padre Giovanni La Rosa, il quale mi scrive che V. R. ne l’ha ricercato con molta istanza, e ce la mando con questa posta, acciò possa venire subito, e poi se ne possano ritornare insieme in Palermo, ove ella cerchi di fare subito l’esame, che come l’ho scritto, il Padre prefetto lo favorirà più di quello che pensa, e così detto Padre ne scrive al Padre D. Clemente. Attorno all’andare alla Casa di Messina, io mi ricordo che mi fece vedere gran pericoli, gran cose, e poi qui non ne potrà cavare cosa in particolare; onde io vedo, che ha genio all’esagerazioni, e ne dà buon segno con discorrere sempre in generale; ora io alle cose generali non posso dare che risposte generali, cioè che consulti le cose con Dio nell’orazioni, e con Padri spirituali, e faccia quello il Signore le detta ai Superiori qui, o costì; a me pare, che dovrebbe pensare più all’ubi intrinsecum, che all’extrinsecum; ma io sopra questo suo stato, o viaggio, con altre ho scritto più a lungo, e ne aspetto risposte. Vedrò la lettera scrive quella buona monaca di Cammarata, consulterò il negozio, ne faremo orazione e risponderò appresso. Procurerò il Cassiano, l’Ambrogi, e la carta di Roma, e le manderò con prima comodità. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me. Roma, 2 febbraio 1673.
Dopo scritto mi è capitato un piego da Torino con alcune copie del presente miracolo, che per essere bellissimo, ce lo mando a gloria della gran Signora.

top



1673 02 12 AGT ms. 234, f. 265 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Con la posta passata non vennero lettere di Sicilia, però con questa ne ricevo due pieghi, uno del 5 e l’altro del 9 passato, ringrazio nostro Signore dell’affitto stipulato con il signor Conte, il quale non solo in questo ha mostrato la sua gran bontà, ma anco una somma prudenza, particolarmente in volerci far entrare il signor Ignazio, cosa che non poteva essere di più decoro, et a proposito per la signora Duchessa, è casa, né da me si poteva immaginare cosa migliore, sia di tutto benedetto il Signore et io le mando l’accluse lettere, e prego V. R. ad avvisarmi il genio di codesti signori per poterli corrispondere da qui secondo quello, e nostro stato. Il signor Principe d’Aragona parmi, si diletta di leggere, e di storia. Il Duca teneva un libretto aureo: Nauclerus historicus del Buccalino, la Flora del Terrasi, e cose simili, se pare a V. R. ce lo potrà portare. La signora Duchessa mi scrive una lettera lunga, ma tutta sopra la perfezione della buona Alipia, io sopra ciò ho scritto lungamente, e spero che a questa ora sarà professa, e la desidero veramente suor Maria Lanceata, che vuole dire, secondo me, ferita della lancia di Gesù, e del coltello di Maria, e questa sia per risposta della signora alla quale strettamente mi raccomando all’orazioni. Godo molto della buona relazione mi dà del Padre Rivalora, V. R. attenda anco a vedere qualche cosa morale per i confessori, e facciamo tutti orazione, che il Signore ci guidi per quello sarà suo maggior servizio, e dopo al capitolo generale esporremo tutto al Superiore, dal quale intenderemo efficacemente e quietamente la divina volontà. Vedrò e manderò la lettera a Mons. Suarez, nostro amicissimo. Per il signor Matteo Macca non mi è parso scriverne al signor Conte per esser prima lettera, potrebbe bene ella insinuarle che le è stato raccomandato da me, e che è uomo abile, et assai da bene. Qui il Padre maestro Libelli, è stato fatto Arcivescovo di Avignone, et è rientrato maestro del sacro Palazzo il Padre maestro Capisucchi, tutti amici, e consolati per contento di V. R. Saluto tutte le nostre monachelle, delle quali V. R. è stato molto laconico, me li raccomando alle sante orazioni, e nostro Signore tutti li benedica.
Roma, 12 febbraio 1673.

top



1673 02 25 AGT ms. 234, f. 264 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
La settimana passata ricevei due righe di V. R. con avviso di scrivere a lungo appresso, ma questa settimana non sono venute lettere di Sicilia, onde questa sarà solo per salutarla con riverire la signora Duchessa, e raccomandarmele caldamente nelle loro orazioni, come fo alle nostre buone monachelle, e benedico tutti nel Signore. Il Padre Oliva per la sua infermità, e vecchiaia ha rinunciato la predica di Palazzo, et ha cominciato il Padre Recanati cappuccino, oggi Procuratore generale, uomo anco apostolico, et amico mio carissimo, lo raccomando alle nostre buone monachelle, acciò faccia buoni frutti, tanto più che teniamo prediche pratiche, essendo morti in un mese e mezzo tre Cardinali: Gualtieri, Ruberti, e Borromeo, e si dice la morte di medici; Quid mirum, dice S. Agostino: quod mortales moriuntur, preghiamo il Signore che ci faccia capire bene questa gran verità. Roma, 25 febbraio 1673.

top



1673 03 11 AGT ms. 234, f. 266 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. del 3 passato con l’avviso del compimento della fabbrica delle celle romite nel monastero, e lodo molto il pensiero di stabilirle con soggetti; considererò bene la forma, la consulterò, ne faremo orazione, e poi avviserò, in tanto si potrà cominciare, e con la pratica aggiustare alcune regole, e poi, se piacerà al Signore le matureremo per assentarle. Godo molto della professione della nostra Lanceata in giorno di tante belle congruenze, io concorrerò in detto giorno con la Messa, e con questa le mando la strenna di alcune caravacche, et alcune devozioni del SS.mo Crocifisso; né può essere più a proposito per una Lanceata, che croci e crocifissi, me li raccomandi all’orazioni, come all’altre sorelle, e monache, ringraziandole infinitamente della santa comunione nel giorno che si purificò la purità, e si vedrà il Redentore. Aggiustato già l’eremo, e professata Lanceata, resta di consultare la signora Duchessa, e compiere i misteri SS.mi con suor Maria Seppellita, e così grazie al Signore tutti dedicati a Dio, e col maggior dono, che è quello della religione. Per il fratello Orides me ne ha scritto a nome di V. R. il Padre Maggio, et io ho fatto ogni opera, e spero senz’altro sarà consolato, e che verranno insieme con fratello Castelletti, e godo delle buone nuove, che ella me ne dà per approfittarmi della loro venuta. La spesa d’un collegiale del Clementino è di scudi 100 al primo ingresso per assetto della camera e vestito, poi scudi 8 il mese, e chi vuole maestro di scherma, di ballo, e la se ne paga uno scudo in più, per vestiti basteranno scudi 30 l’anno, si ammettono d’ogni parte, e basta qualunque mezzo per entrare, le diligenze l’ha fatte il nostro buon D. Antonio, lo saluta caramente si raccomanda a suor Crocifissa, e le raccomanda suo fratello come fo anco io. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me. Le devozioni del Crocifisso me l’ha donate Mons. Crescenzio, e le caravacche Mons. Pollini, li raccomandi al nostro monastero per pagargliele con l’orazioni. Delle caravacche credo saranno provviste la signora Duchessa, e figlie, però se le pare, ne può donare una a suor Lanceata, e l’altre a codesti amorevolissimi signori d’Aragona.
Roma, 11 marzo 1673.

top



1673 03 18 AGT ms. 234, f. 267 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Rispondo ad una di V. R. del 8 passato, e circa lo stato della Duchessa ho scritto tante volte chiaramente, che non occorre replicarlo. Per l’aggiudicazione dello Stato, aspetto il fatto, che mi promette del signor canonico Giandaidone, per farne meglio consulta col Padre D. Clemente, e se bene io ero fondato sopra le lettere della signora Duchessa del valsente di 6 mila scudi annui, che potevamo designare gran cose; ad ogni modo vedremo quello si potrà fare, et il nostro buon Dio sempre riceve l’animo, quello io scrissi, per i successori bastavano l’entrate antiche, non era per soddisfazione loro, o per il loro consenso, ma per mostrare la nostra convenienza anco appresso il mondo, per non restare un Duca di Palma povero signore. Ma il punto principale è il servizio di Dio, et parentes utantur iure suo. Ho consultato il negozio della monaca di Cammarata e dove c’è l’interesse del terzo, cioè del monastero di detta Terra, la Congregazione non vi mette mano. Però V. R. l’avvisi, che tenti la sua nullità di professione presso il suo ordinario, ma la consigli a ratificarla nel suo monastero, e i digiuni [che] offre nel monastero di Palma, li cambi in negare la sua volontà, con che si può far santa in ogni parte. Le lettere di cambio per il Padre D. Alberto Fardella non sono venute, né verranno, perché si è provveduto altrove. Manderò altra vita della Baronessa di Chantal, et il prezzo dei libri dell’orazione mentale lo manderà qui, che lo vede il libraio. Le do avviso, come grazie al Signore abbiamo ottenuto grazia dal Papa con decreto speciale, per l’ufficio di precetto al nostro S. Gaetano, avendo dispensato al decreto della Congregazione dei Riti, che per 50 anni non si facessero nuovi uffici, se ne spedirà breve, e le manderò la copia, e ne ringrazi il Signore. È morto il nostro buon amico Mons. De Vecchi, V. R. lo raccomandi alle nostre monache, che tanto le favoriva, se bene l’è succeduto nell’ufficio Mons. Casanate, che pure è amico, e ne speriamo gli stessi favori. Riverisco la signora Duchessa, né oggi ho tempo di scriverle, saluto le monachelle, e benedico tutti, e tutti lo preghino per me.
Roma, 18 marzo 1673.

top



1673 03 24 AGT ms. 234, f. 268 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

al fratello Giuseppe Maria ho inteso l’indisposizione di V. S., e così ha occasione di gloriarsi con l’Apostolo S. Paolo nelle sue infermità, spero bensì che come entrata nel monastero, avrà maggior sanità, e circa quello che V. S. mi scrisse, che voleva sapere se doveva entrare per monaca corale, o laica. Io vorrei, che ella non si pigliasse questi pensieri, ma come una piccola bambina si lasciasse nelle braccia della Superiora, come a madre, o come un pezzo di cera a mano dell’artefice, e questo solo pensiero vorrei, che tenesse, cioè d’obbedire, perché con l’obbedienza si esercitano tutte le virtù, e per non farne catalogo, dirò solo dell’umiltà, che è il fondamento di tutte, e della carità, che è la gran regina.
Con l’obbedienza si esercita perfettissima umiltà, perché si soggettano la carità, perché con essa siamo sicuri di fare la volontà del Signore, che è l’atto più perfetto della carità, e molti dottori propongono lo stato religioso agli stessi sacramenti, in questo senso, perché i sacramenti sono mezzi per fare la volontà di Dio, ma nella religione mercé l’obbedienza si esercita anco dormendo la volontà di Dio; viva dunque la santa obbedienza, né cerchiamo altro. Nostro Signore la benedica con tutte le figlie, e tutti lo preghino per me.
Roma, 24 marzo 1673.

top



1673 03 24 AGT ms. 234, f. 269 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. del 22 passato con l’avviso della continuazione dell’infermità della signora Duchessa, alla quale scrivo l’acclusa per consolazione spirituale. Ricevo la lettera del signor canonico Giandaidone, e passata questa settimana santa ne faremo una consulta col Padre D. Clemente, e poi avviserò quello che occorre. Le mando alcune devozioncelle, se le pare, le può partecipare a codesti signori devotissimi d’Aragona. Nostro Signore lo benedica, e lo preghi sempre per me.
Roma, 24 marzo 1673.

top



1673 04 01 AGT ms. 234, f. 283 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Hoggi è Sabato Santo, non è tempo di scrivere, fo questa solo per mandarle il decreto dell’ufficio del nostro Santo, e non può essere breve di più onore che lo stesso ufficio, attenderò ora alle lezioni et attendo sue lettere. Nostro Signore lo benedica con la signora Duchessa, e figlie, e tutti lo preghino per me, e sempre alleluia.
Roma, 1 aprile 1673.

top



1673 04 08 AGT ms. 234, f. 270 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo due di V. R. del 1 e 2 Marzo, e per il nostro Giulio Maria io già ho scritto, che si mandasse dal signor Principe d’Aragona, né credo si possa far meglio risoluzione, sia sempre benedetto il Signore. Ho fatto riflessione sopra lo stabilimento delle romite nel monastero, né mi pare potere obbligare la Superiora a mantenerle continuamente mentre il negozio pende dalla volontà libera delle sorelle, né esse la possono, né devono coartare, nemmeno basta la volontà delle sorelle, se non c’è l’abilità; onde il negozio bisogna resti arbitrario, e secondo lo spirito, e prudenza dei Superiori, e la fondazione dell’altre cinque monache solo può servire per maggiore facilità per avere soggetti. Quello che si può fare è che V. R. faccia cominciare il ritiro, e poi con l’esperienza fare alcune costituzioni per il mantenimento dell’opera, e questo poi farlo confermare qui in Roma; V. R. ci faccia orazione, e ci travagli, perché lo stimo gran servizio del Signore. Ho veduto la scrittura del signor canonico Giandaidone, sopra i beni della signora Duchessa, che è assai bella, e così spero sarà quella sopra l’aggiudicazione dello Stato, quale sto aspettando subito, come ella mi scrive, per deliberare quello che dovremo fare, perché continuando il negozio, bisogna che V. R. venga qui, e dopo ritorni per stabilire il tutto, et anco perda l’ultimo sesto alle cose del monastero; entrata, e fatta la professione della signora Duchessa, per la quale manderò dispensa, e così lei, che a quel tempo sarà sacerdote, potrà finire tutto con darle la santa comunione, e dopo verrà giusto il tempo per venirsene qui fatta Pasqua per l’occasione dell’Anno Santo, come io le scrissi da principio, che è una causa giusta, et onesta. Per la nostra Crocifissa io pensavo, che già si scrivesse tutto minutamente, e parmi un pezzo fa l’avvisai, però V. R. ne ebbe cura particolare per il passato, e per l’avvenire ci faccia un diario, perché ogni cosa, benché piccola può giovare, anzi vorrei, che un tal diario si facesse delle cose del monastero. Con questa posta le mando una polisa al signor D. Antonio Calabrò, e la Ficarra di 100 scudi a tarì 13,10 per scudo, che è stata una buona congiuntura, correndo qui cambi a tarì 15 per scudo; anzi se V. R. trovasse costì qualche buona comodità di sparagno, potrebbe cambiare altri cento scudi, perché io molto tempo non mando polisa, avendomi qui accomodato, e tiro quanto avanti come posso, per trovar comodità di trovar cambio, et anco agio alla signora Duchessa d’uscire il denaro. Nostro Signore lo benedica con le sorelle, e tutti lo preghino per me.
Roma, 8 aprile 1673.

top



1673 04 15 AGT ms. 234, f. 273 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Con questa posta ricevo una di V. R. con un’altra per Mons. Suarez nostro, le farò riflessione per la dottrina, e poi la farò rivedere dal Padre Silos per lo stile, e poi la consegnerò. Godo che tutti stiano bene, e li benedico nel Signore, al quale mi raccomandino con ogni affetto.
Roma, 15 aprile 1673.

top



1673 04 29 AGT ms. 234, f. 272 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo due di V. R. del 23 e 28 Marzo, con la prima mi dice dover mandare con la seconda uno scritto di suor Maria Crocifissa, ma non è venuto, e l’attendo con desiderio. Con la seconda mi dice la devotissima professione di suor Maria Lanceata, ne sia sempre benedetto il Signore. Per via di mare pure ricevo la sua con quella di Mons. Suarez, al quale l’ho mandata appunto oggi con le due cassette di pasta, e mando a V. R. una sua lettera, antecedente a questa, et all’ultime sue lettere, e l’assicuro, che la vuole bene ex corde. Riverisco la signora, saluto le figliole, e benedico tutti nel Signore e tutti lo preghino per me.
Roma, 29 aprile 1673.
Con la posta passata le scrissi a procurare qualche lettera per poterne valere nell’occasione del denaro, ora le soggiungo, che se con la sua venuta, piacendo al Signore può con comodo della Casa portare qualche somma in doppie, saria assai opportuno, perché io come le cennai con l’altra sono in debito, e ci saria sparagno di cambio, ma come ho detto, miri al comodo presente della Casa, e caso che le porti, stia avvertita per il viaggio non le sia fatta qualche burla.

top



1673 06 17 AGT ms. 234, f. 274 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. con quella per il Vice preposito dimesso, il quale ieri appunto si è partito per la fondazione di una nostra Casa in Trento, qui è stato fatto Vice preposito il Padre Rivani; V. R. ci scriva rallegrandosi, et anco per renderci omaggio, come suo suddito, essendo assegnato a questa Casa, e le cenna, che per gli accidenti occorsi non si è potuto partire subito, e che lo farà alla rinfrescata, desiderando servirla et né bisogna motivare altra patente, perché le cose certe non bisogna metterle in dubbio. Ringrazio, e benedico sempre il Signore dei buoni avvisi mi dà delle cose spirituali di Palma; godo molto dell’assetto materiale, e formale della Madre Chiesa, così della Casa dell’Orfanelli, Ospedale, e Monte di pietà, e aspetto la relazione del Padre [La] Rosa per il nostro dilettissimo monastero, e così del cominciamento dell’eremo, e stabilimento del Monte Calvario. Da tante cose buone spirituali fo la conseguenza di [quelle] temporali, che dipendono da quelli, e spero che il signore Conte del Comiso farà più di quello che pensiamo, et il signore ha dilungato questa venuta di V. R. per stabilire meglio le cose. Mons. Suarez non ha risposto per la stessa ragione non l’ho scritto io per il passato, perché avendomi avvisato V. R. più tempo è la venuta del signor Conte, e le cose aggiustate, pensava fosse per viaggio, ma adesso ce ne darò conto, e si assicuri, che l’ama con tutto il cuore. Mando l’acclusa promozione, si dice, che il signor Card. Merli, sarà segretario di stato, e di più il Papa se ne è serbato uno in pectore. Il veneziano era in abito secolare, e fu qui Ambasciatore a tempo di Papa Alessandro; V. R. li raccomandi tutti al Signore e particolarmente il signor Card. Casanate, al quale teniamo obbligazione. Saluto la signora Duchessa, le buone sorelle, e benedico tutti, e tutti preghino per me, che ne sono bisognoso.
Roma, 17 giugno 1673.

top



1673 06 24 AGT ms. 234, f. 275 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la sua con l’avviso della morte del nostro buon Principe d’Aragona, la quale qui era precorsa, et io li ho cominciato i dovuti suffragi, e spero che per la sua bontà goda la divina misericordia nel Paradiso. Mando l’acclusa per il nuovo Principe, col quale già era fatto l’aggiustamento e nella mia pregazione noi fino da principio avevamo eletto. Onde questo accidente non può portare novità, ma solo qualche dilazione di tempo, al quale nostro Signore ha preceduto, facendo, che ella non si trovasse partito, e già che il Signore lo fece partire da qui per soccorso di codesta Casa, egli con la sua assistenza perfezionerà il tutto. Mando a V. R. un’orazione, che il Papa recita giornalmente ai cinque Santi suoi avvocati, e l’ha voluta composta molto tempo è dal signor Card. Bona, e sarà consolato dalla devozione dell’uno, e l’altro, che conserva bene, perché è mano dello stesso Card.; V. R. [li] raccomandi alle nostre monache, et in particolare, ma destramente alla nostra Crocifissa, i bisogni presenti della Chiesa perché abbiamo un Papa assai vecchio di buonissima intenzione, ma non può far niente. Nostro Signore lo benedica, con la signora Duchessa, e figliole, e tutti lo preghino per me. Roma, 24 giugno 1673.

top



1673 07 01 AGT ms. 234, f. 276 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. del 5 caduto, con avviso della partenza per Aragona per abboccarsi col signor Principe d’Aragona, spero nel Signore avrà seguito ogni buon aggiustamento, e ne aspetto suo avviso.
Con la passata trascurai mandare l’acclusa, né essendo questa per altro, me li raccomando all’orazioni, come fo a tutti i miei Padri e fratelli, e mi saluti la signora Duchessa, figliole, e tutti preghino per me.
Roma, 1 luglio 1673.

top



1673 07 08 AGT ms. 234, f. 277 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. del 12 corrente, con avviso del buon ritorno, e negoziato d’Aragona, e prego nostro Signore a perfezionare tutto in suo santo servizio. Ricevo gli scritti attorno alla mia Crocifissa, et attendo la relazione, che ella mi ha cennato del Padre D. Giovanni La Rosa, al quale riverisco molto, e me li raccomando all’orazioni. Riverisco anco il Padre D. Gio: Gisulfo, e gli mando l’acclusa immagine del Papa, che vuole per la portaria, et attendo a servirla per il negozio dell’indulgenze, e poi scriverò, gustando io farle sempre con fatti, e non con parole. Mando copia delle lezioni del nostro santo Padre, e qui sono passate per l’ultimo crivello, V. R. le faccia vedere al Padre Matranga, e l’assista incessantemente per averne il suo sentimento, et anco, se ha fatto le sue, pure lo solleciti per la relazione delle feste della comunità costà, e mi ricordi antico, et obbligatissimo, servo, e discepolo, e particolarmente nell’orazioni. Hieri ottava dei Santi Apostoli fui al mio solito a dire la santa Messa nella loro confessione in Vaticano, e ricevuti i favori di Mons. Suarez, e dettole la sua procrastinazione per il viaggio qui, mi disse, che le scriverà con grande affetto.
Mi saluti caramente la signora Duchessa, et attendo la sua buona entrata nel monastero, scrivendole col prezioso nome di Seppellita, me le raccomando all’orazioni, come fo anco alle figliole, e ci raccomando anco alcune persona a mia intenzione, e nostro Signore le benedica tutti.
Roma, 8 luglio 1673.
Il Padre Gisulfo quando mi domandò detta immagine, mi cennò per la fiera ne avesse voluto un quadro, io mi do per non inteso, pure se pare a V. R. per far cosa grata a codesta Casa, potrà come da se farlo fare per codesta portaria, come lo teniamo qui con la seguente iscrizione: Clementi Pontifici X opt. Maximo quod sanctis Gaetanum sui ordinis conditorem sanctis festis adscripserit, Clerici Regulares aeternum memores D. D. (mi rimetto alla sua prudenza).

top



1673 07 15 AGT ms. 234, f. 278 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera di V. R. con la relazione dell’aggiustamento dei negozi, e dell’entrata della signora Duchessa nel monastero, col pensiero di non professare dopo due anni, qual cosa mi pare non solo conveniente, ma necessaria, e non solo per due, ma per più anni, ma questa seconda parte V. R. la tenga seco, perché bisogna pigliare le cose paulatim, paulatim, se sarà bisogno.
Il legato libero di 20 mila scudi al Principino non so, se siano secondo la regola della perfezione, ad ogni modo V. R. non ne faccia motto, perché metteremo tutto prima col consiglio, e l’orazioni. Nel resto approvo tutto, lodo tutto, e ne benedico il Signore sperando, che perfezionerà quello che con santa misericordia ha cominciato, et ammiro sempre gli effetti della divina provvidenza, perché se V. R. ritornava, quando lo motivò, e che neppure c’era trattato con questi signori d’Aragona il tutto saria restato non solo imperfetto, ma anco indigesto, sia di tutto sempre benedetta la divina bontà. Ho ricevuto con molta mia consolazione gli scritti delle tre nostre Marie, e li leggerò con ogni attenzione, V. R. con la conversazione se ne avrà assai approfittato, né bisogna lasciarsi passare dalle femminelle, né prenda scusa dalle mie imperfezioni, perché io sono entrato grande alla religione e pieno di peccati, et è gran misericordia del Signore che mi tiene nella sua Casa; V. R. attenda particolarmente all’apparecchio al santo sacerdozio, e non curi di studiare la materia scolastica De sacramentis, come mi cenna, ma più tosto la morale, et ecclesiastica, e sono ottimi il Padre Quarti: de Rubricis, et il Padre Pasqualigo: De sacrificio missae, ma sopratutto le cose mistiche, il Molina, et alcune lettere del maestro Avila, circa la Messa, che sono veramente epistole quasi venute dal Cielo. Ricevo il cambio di cento scudi, e pagherò la partita del libro del cieco, e così con prima comodità manderò i libri che mi cenna. Recapiterò le lettere in Madrid del signor Ignazio, a cui rispondo con l’inclusa, e lo raccomando a V. R. come anco al signor Matteo Macca, e per rispetto della sua persona e virtù, et anco per rispetto del nostro buon D. Antonino, che saluta V. R. caramente. Nostro Signore lo benedica con le buone sorelle, e tutti lo preghino per me, come supplico tutti codesti miei Padri, quali riverisco umilmente.
Roma, 15 luglio 1673.

top



1673 07 15 AGT ms. 234, f. 279 autog. (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

l fratello Giuseppe Maria mi scrive il suo buon ritorno in Palermo, con l’ottimo aggiustamento dei negozi, perfezionato con l’entrata di V. R. nel monastero; ne ho dato, e darò sempre gloria al Signore, quale spero che perfezionerà tutto, e farà lei gran santa. Non si risenta V. R. a questa proposizione con l’umiltà, perché la vera umiltà è verità, et è verissimo, che l’esser gran santo, non è altro, che amare Iddio, or quale sarà quel cristiano, anco mondano che non vorrà amare assai Iddio? Allegramente, signora perché se la nostra perfezione è fare la volontà del Signore: voluntas Dei est sanctificatio nostra. Però V. R. non ha da pensare ad altro, che ad amare, e sempre più amare, lo stesso desidero io, e stimo gran peccato il non desiderarlo. Ricevo gli scritti della mia Crocifissa, e li leggerò con ogni attenzione, e segretezza; la saluto caramente, come fo a tutte l’altre, e tutti amiamo Iddio.
Roma, 15 luglio 1673.

top



1673 07 22 AGT ms. 234, f. 281 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Ricevo la lettera dell’ultimo passato, e vedo l’esercizio che dà il Signore alla signora Duchessa, lasciamo operare al buon Maestro, che farà un gran lavoro; io qui non posso operare cosa vaga, non sapendo che domandare, però aspetto altre sue lettere, ma spero nel Signore che ogni cosa si sarà aggiustata; stiamoci allegramente che: omnia cooperantur in bonum.
Mando l’acclusa del buon Mons. Suarez, et un’altra del signor Scaglione con la sua risposta, quale V. R. manderà, e quando le scrivesse, operi con la prudenza, essendo bene, che i vassalli virtuosi e comodi si mantengono gustosi nella Terra, glielo raccomando. Ricordo a V. R. io manderò due, o tre figure dell’orologio fatto fare del signor canonico Caetano, non si impieghi di stampare l’operetta, qui alla sua venuta per non addossarsi la spesa; basta, se le figure ci piaceranno, manderemo l’opera costì, e lasceremo la cura a lui. Nostro Signore lo benedica con la signora, figliole, e tutti lo preghino per me.
Roma, 22 luglio 1673.

top



1673 07 28 AGT ms. 234, f. 282 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Godo molto dell’entrata della signora Duchessa nel monastero, il giorno della SS.ma Visitazione, sotto il cui titolo fondò le sue monache S. Francesco di Sales e delle cui regole noi ci siamo valse per le nostre. Me ne rallegro con la signora che mando la strenna dell’acclusa immaginetta, e me le raccomando all’orazioni. Pure lei ha goduto le grazie di questa festa con il buon esame nella sua vigilia, cerchi però con lo studio far veritieri gli esaminatori nella loro relazione. Il convento dei Padri scalzi di S. Agostino pare veramente non solo donato a Palma, ma necessariamente per il pegno avuto quasi miracolosamente dal venerabile Padre Alipio, che se ne può dire quasi presagio, e profezia; onde ne speriamo progressi grandi, per principi così prodigiosi, io mi abboccherò col Padre definitore generale, né in ciò ho bisogno d’altro sprone. Aspetto l’avviso dell’entrata delle buone romite, già che è stata fatta la clausura, e V. R. con la sua venuta porti la pianta di tutto il monastero. Ho consegnato la lettera al Padre Vice preposito che le è stata carissima e lo aspetta con desiderio, se bene a me la lettera è parsa studiata, e conseguentemente affettata, l’ho voluto avvisarcelo, perché desidero, che studi sempre candore, e schiettezza. Per il negozio del nostro signor canonico Giandaidone non occorrevano tante raccomandazioni sapendo ben io l’obbligazioni che li teniamo; ho parlato subito, e questi spedizionieri amici me lo danno non solo per difficile, ma moralmente impossibile, perché i benefici semplici anco di quattro scudi vanno a pro dei Palatini; ad ogni modo io ho fatto fare subito il memoriale, e questa mattina il signor Card. Ulderigo Carpegna lo darà con ogni efficacia al signor Card. Gaspare Carpegna, Datario, tanto che nella celerità, e mezzo non si poteva fare più per diligenza umana, preghiamone il Signore acciò disponga tutto a suo santo servizio. Farò ogni diligenza per il medicamento per la madre Abbadessa, e procurerò servirla con tutto l’affetto, et intanto me li raccomando all’orazioni, come fo alle nostre monachelle di Palma, et a V. R. e tutti lo preghino per me.
Roma, 28 luglio 1673.
La detta immaginetta me l’ha data il signor Duca di Poli, V. R. lo raccomandi con tutta la sua Casa a tutte le nostre Mariane. La devozione del nostro S. Gaetano nei Mercoledì, e particolarmente in questi nove Mercoledì precedenti la sua festa, si fa con grandissime comunioni, le quali poi sono quasi generali nella sua festa, perciò mi è parso comunicare anco loro questa devozione nei fedeli con la presente orazionella, la quale potranno costì fare ristampare per lo stesso fine e la partecipi in Palma.

top



1673 08 05 AGT ms. 234, f. 284 copia (Alla Duchessa di Palma, sua cognata)

ev/da in Cristo Madre.
Prima della lettera di V. R. il fratello Giuseppe Maria mi aveva avvisato la sua buona entrata nel monastero nel giorno della SS.ma Visitazione, giorno di santificazione, e di giubilo; V. R. attenda a magnificare continuamente il Signore delle tante grazie che ci fa, senza pensare a noi stessi, ma solo alla sua bontà immensa, perché se la Beatissima Vergine disse, che il Signore respexit humilitatem suam et altri leggono nihilitatem suam. Noi non abbiamo termine di spiegare più la nostra bassezza, ma solo spiegarla, con non poterla mirare, però scordati di noi, come se non fossimo, tutti a Dio, tutti a Dio. V. R. col suo sentirà più di quello che dico, e preghi Dio, che la faccia capire bene a me, lo stesso prego alle figliole, e nostro Signore ci benedica tutti. Mando una devozionella dell’Angelo Custode, e vorrei praticassero quella dell’Angelo Tutelare del monastero, e dell’eremo.
Roma, 5 agosto 1673.

top



1673 08 12 AGT ms. 234, f. 285 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Mando l’acclusa, che non può essere più favorita; V. R. procuri subito una buona informazione, e la trasmetta, che grazie al Signore ogni cosa sarà subito aggiustata, l’avverto a procurare la lettera di risposta in fallo (1), come mando questa, o una copia per sapere qui come negoziare. Sto occupato con la vigilia della festa di S. Gaetano, domani si fa a S. Dorotea; onde appena ho tempo di fare queste due righe. Nostro Signore li benedica tutti, e tutti lo preghino per me. Roma, 12 agosto 1673. (1) fuori del dovere

top



1673 08 18 AGT ms. 234, f. 286 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Con la posta passata scrissi laconicamente per la festa del nostro santo Padre in santa Dorotea, quale riuscì devotissima con una comunione quasi generale, avendole nostro Signore con breve particolare concesso indulgenza plenaria, che se bene fu spedito dopo l’invito stampato, ad ogni modo si divulgò subito; il signor D. Antonio Brazzi parroco, uomo dottissimo, ha fatto un bel sonetto, e l’ha stampato sotto nome del fratello, ne mando alcune copie, e ringrazi di tutto il Santo. Ricevo lo scritto della nostra buona Crocifissa, et anco la lettera del Padre D. Giovanni La Rosa, che mi è stata carissima, e V. R. l’abbracci a mio nome, io non gli scrivo adesso, come ne anco a Palma, perché desidero sapere con la sua buona venuta alcune circostanze, che per via di lettere non è facile il dichiararle, et intanto mi raccomando all’orazione di tutti. La licenza mi domanda di potere scrivere le nostre monachelle senza licenza della Superiora non mi pare necessaria, né atto di perfezione; V. R. però non ne faccia motto, perché di presenza, grazie al Signore discorreremo tutto. L’aggregazione desidera il signor canonico Caetano la possiamo fare all’Arciconfraternita della SS.ma Annunciata in S. Maria sopra Minerva, che è la più cospicua, et antica, però non potrà mandare la procura, e scritture, mi manda per l’aggregazione del SS.mo Crocifisso, e sarà subito servito, et intanto me li raccomando all’orazioni. Per la sua licenza di leggere libri proibiti qui l’avremo facilmente dal Padre maestro Capisucchi. Nel resto nostro Signore lo benedica, e lo preghi per me, e così alla nostra Crocifissa, Lanceata, Seppellita, e tutti.
Roma, 18 agosto 1673.

top



1673 08 22 AGT ms. 234, f. 287 autog. (A Don Giuseppe M. Tomasi, suo nipote, Palermo)

ev/do in Cristo fratello.
Mando a V. R. la patente per S. Silvestro, e godo, che in questo negozio mi sono portato p