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CAP. XLIII.


Della sua profondissima Humiltà.

e l’eccellenza del Maestro, invogli gli studiosi ad apprendere le di lui dottrine, e la moltitudine de’ seguaci di Socrate, di Platone, e d’Aristotele apertamente lo dimostra; perché Primus discendi ardor, nobilitas est magistri, come lasciò scritto S. Ambrogio de Virg. lib. 2; Qual più eccellente maestro della Virtù dell’Humiltà può havere il christiano, quanto che il benedetto Christo, che, non solo con parole, ma ancora con l’opere l’insegnò, tenendo Cathedra di questa Virtù, per trentatré anni, ove per insegnamento dell’altre Virtù, come notò S. Bonaventura, si riserbò i soli ultimi tre anni della sua predicatione: Discite a me, quia mitis sum, et humilis corde. In questa scuola dunque dell’humilissimo nostro Redentore procurò il nostro Servo di Dio D. Carlo di apprendere, e essercitare gl’insegnamenti di Humiltà più santi. Né la sua Humiltà era, come quella di alcuni, de’ quali diceva S. Girolamo Epist. 27. Multi humilitatis umbram sequuntur, sed pauci veritatem sectantur; non era apparente e estrinseca, ma Cordis, interna, e sincera, riputandosi veramente il più inutile, il più inetto, tepido, e negligente nel servire il suo Signore, d’ogn’altro. Testimonio di questo ne fu il nostro P. D. Michele di Leone, huomo di grande spirito, bontà, e morto gli anni trascorsi in Palermo con molto concetto di santità, quale soleva dire di non haver’ammirato tanto nel nostro D. Carlo, quanto l’haver egli pescato al fondo dell’Humiltà, e il Cardinale Pallavicino, che così famigliarmente seco pratticava, confessa nel suo Libro dell’Arte della Perfettione christiana, d’haver appreso dal nostro D. Carlo la massima più fina, e il vero modo d’acquistare questa vera Humiltà, quale in se stesso pratticava, così dicendo nel fine del Capitolo quintodecimo de’ Remedij contro la superbia. Conchiuderò con un generale ammaestramento, che mi diede pochi giorni fa il P. D. Carlo Tomasi Cherico Regolare, P. Carlo Tomasi, un ritrattodi cui io non ho sperimentato fra’ miei amici, né il più sincero, né il più zelante, né il più soave. Per esercitio d’Humiltà (dissemi egli) devesi porre studio, non di fare, ma di tollerare. La ragione di ciò è, che quanto di ben facciamo, può sempre fruttarci qualche lode, e però essere depravato nell’intentione dalla superbia: ma il non commoversi dal disprezzo, che altri usa di noi, né impiegare veruna cosa, o per diretto, o per indiretto, affinché quindi non ci cali l’estimatione, è forza, che venga dal disprezzo nostro di quel disprezzo, e per tanto dalla nostra vera Humiltà. Chi dunque tollera ciò senza ripugnanza interiore, ha uccisa nel suo cuore la superbia, chi lo tollera, ma con ripugnanza, l’ha domata. Non però né questi, né quegli ne viva sicuro, percioché non solo essa domata, spezza poi tal’hor le catene, come fa la Tigre nel serraglio, ma etiandio uccisa, risorge, secondo che veggiamo avvenir d’alcune male besticciuole generate dalla putredine. Così il Cardinal Pallavicino, per insegnamento del nostro D. Carlo; da dove si argomenta, a qual profondo giungesse la sua Humiltà.
Questa Teorica insegnava ad altri, e scrivendo egli, o al Fratello, o alla Cognata, o al Marchese, quasi sempre inseriva nelle lettere, questo documento della santa Humiltà. Voleva però, e lo persuadeva, che fosse un’Humiltà generosa, come, diceva egli, consigliava S. Francesco di Sales, cioè, che sconfidati in tutto di noi stessi, e tutta confidenza in Dio in ogni nostra operatione, o travaglio, ci poniamo nelle amorose braccia del Signore. Hor questa Humiltà, che egli persuadeva, come egli ponesse anco in prattica, apparisce in molte occasioni già notate nella Vita, alle quali qui aggiungeransi altri pochi riscontri. Essendo egli un giorno col Sig. Cardinale Pallavicino, assieme col Sig. Stefano Pignattelli, che ciò testifica, non so, come fra gli altri, si venne a discorrere di quella stravaganza di starsene tanti anni D. Carlo senza bere né vino, né acqua, e soggiungendo il Sig. Stefano, che ciò gli pareva cosa sopra naturale, essendo contro l’istinto, e bisogno della natura; a ciò non rispose cosa alcuna D. Carlo, quasi confirmando con la taciturnità l’opinione del Pignattelli. Allora il Cardinale, per far prova dell’Humiltà di D. Carlo, con un severo sopraciglio, ripigliò l’uno, e l’altro, che dicesse, e credessero questi spropositi, e fece loro un’aspra riprensione alla quale chinando il capo, e arrossendo D. Carlo, mostrò di sentire internamente quella mortificatione, che egli forse pretendeva per la sua Humiltà, poiché non disse altro, e il Cardinale variò il discorso. Un’altra volta volle lo stesso Sig. Cardinale Pallavicino far prova dell’Humiltà del Servo di Dio, e fu quando con esso lui andò alla visita delle sette Chiese. Non so per qual causa egli tardò di portarsi a S. Pietro, da dove era concertato di cominciarsi la detta Visita; hor’essendo finalmente là giunto D. Carlo, il Signor Cardinale, che l’aspettava avanti la Chiesa di San Pietro, in presenza di molta gente a lui rivolto con aspro sopraciglio, e parole alterate, gli rimproverò quella sua tardanza, massime trattandosi di cose di devotione; allora il Servo di Dio, senza apportare alcuna scusa, chinato humilmente il capo, e prostratosi ginocchione in terra, con gran sommissione ricevette quei rimproveri, con molta edificatione, sì del Cardinale, come di quanti erano presenti. Altri simili casi si potrebbono riferire; ma questi bastino.
Era egli sì fisso in questi sentimenti, che per quanto si facesse di bene, per quanto scrivesse, e venissero acclamate l’opere sue, già mai gli venne un minimo pensiero di compiacenza, o vanagloria; anzi, vedendo in altri qualche virtù singolare, o venendo avvisato di qualche opera buona fatta da alcuno, tutto si confondeva, dicendo, che egli, tutto che Religioso, nulla faceva di bene, e si lasciava superare da’ secolari, e quando morì il Duca suo Fratello, essendo andato da lui il P. Sozzini sopranotato, a passar’officio di condoglienza, rammemorandogli le Virtù del Duca, egli tutto confuso, gli rispose, che il Signore haveva voluto confondere la sua superbia, mentre da un secolare si vedeva tanto avvanzato nell’essercitio della Virtù, con tutto che fosse egli Religioso. Una fiata, discorrendo seco un Religioso, e essaggerando quanto fosse sottile il Vitio della Vanagloria, e quanto difficile in noi il superarlo, valendosi di quella sentenza di Valerio Massimo. Nulla est humilitas, quae non dulcedine gloriae copiatur. Ripigliollo egli con gran sentimento, dicendo. Che Vanagloria? Io non so come possa entrare in un huomo Religioso punto di Vanagloria, quale per quanto si faccia, sempre resta inferiore, e debitore a Dio, delle gratie, che gli fa, et alle quali non può mai corrispondere. Io per me so, che il Demonio mai mi tenta di questo vitio, perché, so bene, che basta un’occhiata, ch’io dia sopra la mia persona, per fare che fugga da me ogni pensiero di Vanagloria. E lo testificò anco una volta al Fratello, poiché havendogli scritto essergli stato significato dal Sig. Cardinal Pallavicino, con quanto gusto, e commendatione fossero state lette da Papa Alessandro VII alcune sue compositioni divote, e perciò haverlo anco ringratiato per parte del Papa, quale di passar questo officio gli haveva commesso, rispose al Fratello, Io godo, che l’opere mie piacciano per gloria del Signore, e nel resto, niente, niente di Mondo.
Palermo, Chiesa di S. GiuseppeNé solo nell’interno si profondava egli in questa Virtù, ma anco con attioni esterne la palesava; ciò apparisce in molte notate nella Vita, oltre le quali, quando si fece Religioso, pregò il Fratello di certa somma di denari per la Casa di Palermo, dicendo, che come inetto, e inhabile al servigio della Religione, desiderava in qualche modo di sollevarla da tanto peso, e pure riuscì di tanto honore, e gloria, della medesima. Quando fu nominato Vescovo di Patti, scrisse al Fratello, che tal nomina gli era parsa un sogno, tanto egli si riputava insufficiente, e indegno di quella Dignità, e Carica; le sue opere, massime di divotione, prima di mandarle alla luce, pregava qualche suo amico, a correggerle, e emendarle, niente fidandosi del suo parere. Co’ Fratelli Laici, e principalmente con quelli, da’ quali veniva servito nelle sue infermità trattava con una sommissione, e obedienza, come se fossero suoi pari, anzi Superiori. Quando questi lavavano la bucata, occorrendo in tempo di silentio, andava a legger loro qualche divoto libro spirituale, acciò con l’essercitio corporale, traessero da quella lettura qualche frutto per l’Anima, e osservassero il silentio, essercitio, che costumasi dalla Religione farsi fare da’ Giovani, non ancora Sacerdoti, o dagli ultimi di questi, non da’ Vecchi, e antiani, come egli era. Una volta ancora, (e lo riferisce il sopra notato Canonico Gaetano nella citata scrittura) essendo in Palermo il Duca suo Fratello, e havendolo mandato a chiamare per un Staffiere, bisognandogli trattar seco non so che negotio, per cui non poteva a lui andare, e havendogli parimente mandata la carrozza, essendo egli debolissimo; andovvi egli subito, e entrato in carrozza, fecevi parimente salire lo Staffiere, a cui prima, havendolo osservato sudato, col proprio fazzoletto asciugò il sudore; del che alcuno ammirato, havendogli detto, non essere conveniente che lo Staffiere stasse seco in carrozza, rispose D. Carlo, che appresso Dio non ci era accettatione di persona, e che lo Staffiere egli rimirava come suo prossimo.
Essendo egli di lingua un poco dura, gli occorreva allo spesso fare qualche errore, aggiuntavi la sua ordinaria astrattione; hora perdeva gli occhiali, hora il Cupolino, e hora il fazzoletto, e da ciò ne prendeva motivo di humiliarsi, confessando la sua dapocaggine, e delli errori diceva humilmente la colpa a’ Superiori. Una volta, fra l’altre, havendo fatto non so che sbaglio nel celebrare la Messa cantata, ne restò molto confuso, e ritornato in Sagrestia, e spogliato de’ paramenti sacri, prima di fare il ringratiamento, se n’andò a dirittura in Choro, ove si cantava Sesta, e quivi postosi nel mezzo in ginocchio, vi stette fino, che fu terminata, e dato il segno dal Superiore di partire, confessò a quello il suo errore, e ne chiedé la penitenza. Un’altra volta, essendo andato a portare al Maestro del Sacro Palazzo un suo Libricciuolo per la licenza di stamparlo; il sudetto Padre, o infastidito dalla frequenza di detti libri, che gli portava, o alterato da altra cosa, che havesse per il capo, alquanto grave gli disse. Oh P. Carlo sete sempre qui con questi Libricciuoli; allora il Servo di Dio prostrato a’ suoi piedi, gli chiedé perdono del disturbo, che gli portava, per il che intenerito il Maestro del Sacro Palazzo, e ammirata la sua Humiltà, s’inginocchiò ancor’egli, l’abbracciò, e gli concesse quanto voleva. Non si finirebbero mai, se si volessero raccontare tutti gli atti di Humiltà esteriore, co’ quali palesava l’interna, e veramente cordis; da dove si comprende quanto heroica fosse in lui questa Virtù, con la quale egli era arrivato al perfetto possesso di quel, Nosce te ipsum, creduto oracolo d’Apollo, ma realmente massima di un perfetto Christiano, e vero Religioso.

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CAP. XLIV.

Delle Opere, e Libri, mandati alla luce,
dal Servo di Dio, a beneficio al-
trui.

l Fonte, che da occulte, e sotterranee vene della terra riceve continuamente vive, e perenni sorgenti d’acque purissima, non avaro di quella, prodigo la diffonde ad irrigare le campagne, e i prati vicini; così il nostro Don Carlo, che dalla benigna mano del Signore era stato dotato d’un ingegno perspicacissimo, quanto con esso acquistato haveva, con una volontà efficacissima di giovare altrui, procurò di communicare con gli suoi Libri a tutt’il Mondo; ciò che, come prodigio della divina Providenza devesi ammirare, considerandosi, come un huomo, di complessione infermuccia, applicato a continui esercitij spirituali, tutto dedito all’oratione, e impiegato in altri maneggi, che l’obbligavano a scrivere di continuo lettere, hora ad’uno, e hora ad’un’altro, anco per loro profitto spirituale, così da quelli ricercato, potesse ritrovar tempo, per componere, e ponere alle stampe tanti Libri, e Carte, com’egli fece, e si vedrà dal Catalogo, che qui immediatamente noterassi. E sono.


- Arbor Uberrima de Sac. Doctrina, in Summam D. Thomae.
- Quodlibeta Theologica, De Essentia Dei; De Visibilitate, seu Visione Dei; De Angelis; De Actibus Humanis, Apologetica pro Caietani, de actu Dei libero, sententia.
- Annus Bonaventurae, igneis Seraphicae Doctrinae floribus vernans.
- Pro Domus Dierum, et Aeternitatis.
- Fasciculus Myrrhae.
- Sapientiae Domus.
- Ignei cordis Ignatij Martyris, igneum simulacrum.
- Sacrum Venetis Sydus, Eucharistici Solis Lucifer, et Hesperus.
- Rosarium B. Virginis, Seraphici Bonaventurae Principijs spiritualiter expressum.
- Mariae Praesentia, septem Salutationibus Angelicis efficacius corruscans.
- Salutatio Angelica Chronologica.
- Caietano, corde hinc inde alis acto, consuetas metas praeteruolanti, et in ipso Dei sinu nidificanti, orantis obsequia.
- Crucifixio spiritualis Animae.
- Septem Salutationes Angelicae, septem diei horis addictae.
- Scalae Sanctae graduum, Incipientium, Proficientium, Perfectorum, piae deosculationes, et meditationes, per septem Hebdomadae dies distribuendae.
- Horologium Historicum Dominicae Passionis.
- Schema, ac Breviarium totius D. Thomae Summae.
- Schema verae Vitae, seu iugis amoris.
- Schema Horologij Historici Dominicae Passionis.
- Schema Divinorum Attributorum.
- Schema totius Sacrae Scripturae.
- Schema maius, seu magna Arbor universae Summae D. Thomae, quatuor apertis folijs explicata.
- Schema Festivum, pro Sanctae Urbis incolumnitate, sub Optimo Pont. Max. Alexandri VII Principatu.
- Epistola ad Alexandrum VII de mira utriusque Philosophiae, Naturalis, et Divinae Armonia.
- Rosarium triplex, Angelicum, Seraphicum, Beatum.
- Septem pijssimi affectus, efficacissimi ad implorandum Dei Amorem, septem hebdomadae diebus distributi.
- Septem Miserere, efficacissimi ad implorandam divinam Misericordiam.
- Flores Seraphici S. Francisci.
- Ave Maria, Parodijs, et Paraphrasibus, B. M. principibus Festivitatibus, et Mysterijs, pie, et non iniucunde accomodata.
- S. Thomae de Villanova flagrantissimi, duo, sed vere mira Verba: Amo, quia amo; amo, ut amem.
- Munusculum B. Virginis, visitantibus suum dulcem Natum, pauperimo, in Praesepio.
- Clypei Mariani, pro Sacra Aede Lauretana.
- La Cella interna di S. Cattarina da Siena.
- Oratio ad Christum Redemptorem, coram eius sacratissimo Sudario, Cruce, et Lancea, in Basilica S. Petri. Cavata da’ Libri delle sue Meditationi, e fatta stampare da Monsignor Arcivescovo Bottini, per affiggerla alla Confessione de gli Apostoli, come di sopra s’è detto.
- Breve, e semplice Instruttione della Fede, e Vita Christiana.
- Cento Estasi de’ SS. Pietro d’Alcantara, e Maria Maddalena de’ Pazzi.
- L’Immagini de’ cinque Santi Clementini, Gaetano Tiene, Francesco Borgia, Filippo Benici, Luigi Beltrando, e Rosa di Santa Maria, spiegate encomiasticamente.
- Invito alla Scala Santa, per il Venerdì Santo.
- Ritiro spirituale d’un quarto d’hora da farsi ogni giorno da ogni Christiano.
- La perfettione spirituale, compendiata brevemente da San Carlo Borromeo, per il suo Arcivescovado.
- Oratione continua, insegnata dall’Abbate Isaac, all’Abbate Cassiano, e Germano suo Compagno.
- Rosario di S. Rosa di Lima nel Perù, del Terzo Ordine di S. Domenico.
- Il buon giorno del Christiano, che gli dà San Gaetano.
- La ben venuta al divoto Pellegrino, che viene a Roma l’Anno Santo.
- S. Gaetano, venerato, e invocato con diversi esercitij; et orationi.
- Diverse altre orationi, ogn’una a parte, in fogli sciolti a diversi Santi suoi Avvocati, cioè, al Gloriosissimo S. Giuseppe, a S. Gioachino, a Sant’Anna, a Santa Teresia, a San Luca Evangelista, a S. Carlo, a S. Tomaso d’Aquino, a Sant’Ignatio Loiola, a San Francesco di Sales, e ad altri, tutte stampate.
- Breve Relatione dell’Anfiteatro Flavio, detto il Coliseo, con una Oratione a S. Almachio, ultimo Martire in detto Luogo.
- Meditationi sopra la Passione del Signore, considerata in dodici Stati, e distribuita in dodici Libri, corrispondenti alli dodici mesi dell’Anno.
- Oratione a S. Teresia, in cui si spiega brevemente la di lei Vita.
- Divotioni da farsi a S. Pietro Apostolo, in diversi Luoghi di Roma, ne’ quali si conserva memoria di attioni in essi da lui fatte.
- Afforismi dell’Amor Divino, tratti dal Libro dell’Amor di Dio, di S. Francesco di Sales.
- Comparatione encomiastica di quattro Santi Franceschi, d’Assisi, dj Paola, Sales, e Borgia.
- La Mano Religiosa, dedicata a S. Gaetano, in cui si dimostra la Virtù Principale da praticarsi da’ Religiosi.
Buona parte di queste Operette, e Divotioni, massime di quelle, che andavano disciolte in fogli separati, perché non perissero, furono raccolte dal divoto Sacerdote D. Antonio Macca, e stampate insieme in un Libretto sotto questo Titolo: Fiori spirituali, del Servo di Dio D. Carlo Tomasi.
Hebbe egli parimente pensiero di ordinare tutte le Risolutioni del nostro Padre Diana, disperse da lui in dodici Parti, ordinandole tutte sotto i proprij Capi, e Titoli, per maggior facilità de’ studiosi, niente aggiungendovi del suo, se non i Prologomeni nel principio de’ Trattati, per chiarezza delle Materie, che in essi si contenevano, e già haveva ridotta quest’Opera faticosa al fine, e stampatone in un grosso Volume in Foglio, una Sinopsi, o Indice, in cui appariscono ridotte sotto cento, e cinquanta Titoli e Capi, tutte le quasi innumerabili Risolutioni dello stesso P. Diana, molto utile a’ studiosi, a’ quali sarebbero state, e più comode, e più giovevoli tutte le stesse Risolutioni, distese sotto i suoi proprij Titoli, com’egli si era prefisso di fare, e già terminata haveva l’opera. Ma in questo mentre, essendo uscito alla luce il Diana Coordinato del P. Martino Ascolea, Religioso Certosino, benché non totalmente dell’istesso metodo, come egli intendeva di fare, sufficiente però a ciò, ch’egli pretendeva, pensò di non farvi altro; e tutto che già perfettionata l’Opera lasciò, che se ne restasse sepolta, e in oblio; e ciò senza punto turbarsi per la fatica già fatta.
Si ritrovarono parimente, dopo la sua morte, altre Opere manuscritte, parte abbozzate, e parte anco finite, ma non stampate. Tra queste,
- La Cantica, ridotta in Dramma, con bellissima concatenatione del Testo.
- Cantus admirabilis, et inaestimabilis Coelestis Choreae.
- Prodigio dell’Amor Serafico di S. Bonaventura.
- Hebdomadarum trium, fatis pium iter, seu actus Incipientium, Proficientium, et Perfectorum.
- Meditationes de septem signaculis, Libri aeternae Sapientiae.
- Sanctissimo Nomini Iesu, Donologiae.
- Miserere ex Psalmis ad literam excerptum.
- Oratio, seu affectus ad Christum Crucifixum.
- Hymnus glorificationis, pia paraphrasi breviter per casus expensus.
- Psalmus L in sensu accomodo ad Christum Crucifixum.
- Invocatio Spiritus Sancti.
- Pijssimae ad Deum petitiones cordis contriti, et humiliati, ex Psalm. L excerptae, et methodice reductae.
- Septem Itinera Passionis, mystice meditanda.
- La Sacra Corona della Madonna, cavata dalle Parodie Mariane, e ispiegata in sette Salutationi.
- Ricetta per addolcire tutte le afflittioni del Mondo, e dello spirito.
- Monitum salutare, valde hominibus necessarium, ex operibus Sancti Augustini excerptum.
- Sacrae Bibliae Synopsis affectiva.
E con ciò terminisi questa Vita del Servo di Dio D. Carlo, pregando S. D. M., che si degni concedere ancor’a noi quelle gratie, che ad esso, con tanta benignità, e profusione si compiacque di donare; accioche, imitando le di lui Virtù, possiamo ardere di quel santo amore di Dio, di cui egli fu così acceso, e pervenire, per sua misericordia, al conseguimento di quella Gloria nell’altra vita, alla quale egli sempre aspirò.
Sottoponendo tutto quanto si è detto, all’infallibile censura della Santa Romana Chiesa, della quale protesto di vivere, e voler vivere fino alla morte, humilissimo, e ubbidientissimo Figlio.

LAUS DEO.

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